Dalla caduta del governo dell’ex Presidente siriano Bashar al-Assad, Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha consolidato il controllo sui settori militare, della sicurezza, dell’istruzione e dell’economia siriani. Una facciata formale di civili, consigli, comitati e ministeri, maschera una cerchia molto più ristretta che dirige le leve del governo. In nessun luogo questo divario tra apparenza e realtà è più evidente che nella sfera economica.
L’autoproclamato Presidente siriano Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Muhammad al-Julani quando era un capo di Al-Qaeda) ha emanato decreti che istituiscono un nuovo reticolo di organismi economici sotto la sua diretta autorità o sotto la “Segreteria Generale della Presidenza”, guidata da suo fratello Maher al-Sharaa.
Tra questi figurano il Comitato Nazionale per l’Importazione e l’Esportazione, l’Autorità Generale per i Valichi di Frontiera e le Dogane, un fondo sovrano, il Fondo di Sviluppo e l’Autorità Generale per l’Aviazione Civile. Alcuni sono entità ricostituite, un tempo appartenenti ai Ministeri dei Trasporti, dell’Economia o delle Finanze; altri sono invenzioni del nuovo regime. Tutti ora trasferiscono potere verso l’alto nella struttura di comando della famiglia Sharaa.
Sulla carta, l’economia è supervisionata dal Ministro dell’Economia e dell’Industria Mohamed Nidal al-Shaar, dal Ministro delle Finanze Mohamed Yasar Barniyya e dal Governatore della Banca Centrale Abdel Qader al-Hasriyya.
Eppure, uomini d’affari, tecnocrati e addetti ai lavori descrivono un sistema in cui questi funzionari fungono in gran parte da facciata. Il processo decisionale si basa su un “deep state economico” gestito dai fratelli del Presidente e imposto da una figura inaspettata: Ibrahim Sukkarieh, noto all’interno del sistema come Abu Maryam al-Australi.
Il tutore
L’ascesa di Sukkarieh, o “Abu Maryam l’Australiano”, nato in Australia da padre libanese di Akkar e madre australiana, e cresciuto a Brisbane, è diventata una delle storie più rivelatrici della trasformazione della Siria post-Assad.
Arrivò in Siria nel 2013, in un momento di profonda agitazione e in circostanze che sarebbero diventate chiare solo in seguito. Lasciò l’Australia il giorno prima che suo fratello Ahmed compisse un attentato suicida con un’autobomba nella campagna di Damasco, un attentato che rese Ahmed il primo attentatore suicida australiano di cui si abbia notizia.
Un altro fratello, Omar, è stato condannato a quattro anni e mezzo in Australia nel 2016 per aver finanziato il precursore di HTS, il Fronte al-Nusra, ponendo la famiglia sotto il controllo dei servizi segreti in entrambe le parti del mondo.
A Idlib, Ibrahim si è inizialmente creato un profilo come commentatore di lingua inglese, apparendo su programmi Web e social media per discutere del governo della Regione. Usando nomi come “Ibrahim Massoud” e “Ibrahim bin Massoud”, si è presentato come ricercatore e analista, arrivando persino a definirsi scherzosamente su alcune piattaforme come “uomo d’affari, amante del cricket, amante dello shawarma” (una pietanza di carne mediorientale). Eppure, dietro questa immagine costruita ad arte, si nascondeva una storia diversa.
Secondo fonti siriane e molteplici rapporti interni, Sukkarieh ha ricoperto incarichi militari e organizzativi all’interno di HTS, ricoprendo il ruolo di emiro di settore prima del 2020. Nell’ottobre 2022, è entrato a far parte del “comitato di monitoraggio generale” del gruppo, guidato da Abd al-Rahim Attoun, l’ex mufti di HTS che ora dirige l'“ufficio di consultazione religiosa” della presidenza.
Accanto a questi ruoli, Sukkarieh ha gestito E-Clean, un’azienda di igiene strettamente legata al Governo di Salvezza di Idlib, posizionandosi all’intersezione tra l’amministrazione economica e il braccio operativo di HTS. In seguito, nell’ottobre 2023, ha assunto la responsabilità del dossier tecnologico e delle comunicazioni dell’autorità, succedendo ad Abu Talha al-Halabi ed espandendo la sua influenza all’interno delle reti burocratiche di HTS.
Nel corso di tutti questi anni, le autorità australiane lo hanno tenuto nella lista delle persone sanzionate per finanziamento del terrorismo, una designazione che Canberra continua a sostenere, anche se Sukkarieh è passato dai circuiti degli insorti a una sfera decisamente più importante: il palazzo.
Il comitato ombra e la nascita di un’economia parallela
Informazioni internazionali e informazioni trapelate hanno poi rivelato che, dopo il crollo del governo di Assad, Sukkarieh ha assunto un ruolo centrale all’interno del palazzo presidenziale, collaborando direttamente con il fratello maggiore del Presidente siriano, Hazem al-Sharaa, per ristrutturare l’economia siriana.
Indagini giornalistiche lo descrivono come il capo di un “Comitato Ombra” responsabile di orchestrare il sequestro di beni un tempo detenuti da imprenditori dell’era Assad. Secondo fonti a conoscenza delle sue attività, il Comitato ha preso il controllo di circa 1,6 miliardi di dollari (1.363 milioni di euro) in proprietà, portafogli di investimento e partecipazioni nel settore delle telecomunicazioni, inclusi circa 1,5 miliardi di dollari (1,278 miliardi di euro) legati a tre potenti imprenditori affiliati al precedente governo.
Secondo la pubblicazione francese Intelligence Online, Abu Maryam attualmente presiede il comitato presidenziale, in una politica descritta da alcune fonti come “perdono in cambio di denaro”.
Invece di procedure giudiziarie, il Comitato si affida a “accordi”, negoziati che lasciano all’imprenditore preso di mira una frazione dei suoi averi in cambio di pagamenti in denaro, lealtà politica o entrambi. Gran parte della ricchezza recuperata è stata trasferita a un fondo sovrano di recente istituzione, sotto la supervisione presidenziale.
Lo stesso rapporto francese rileva che in precedenza l’uomo ha ricoperto ruoli di supervisione economica all’interno di strutture HTS e che attualmente è coinvolto nella gestione di sistemi finanziari digitali come Sham Cash.
Accordi, sequestri e minacce
Secondo due uomini d’affari, ognuno dei quali ha comunicato personalmente con Abu Maryam al-Australi, la prima fonte, un noto uomo d’affari che ha lasciato Damasco dopo la caduta del governo, afferma: “Abu Maryam al-Australi mi ha chiamato e mi ha proposto un accordo in base al quale avrei rinunciato all’80% dei miei beni. Dopo il mio rifiuto, sono stato minacciato di sequestro di tutti i miei beni mobili e immobili. In seguito abbiamo raggiunto un accordo che mi imponeva di pagare per impedire il sequestro. Dopo aver pagato, mi hanno contattato di nuovo mesi dopo e mi hanno nuovamente estorto denaro. Quando mi sono rifiutato di pagare, i miei beni sono stati sequestrati”.
Conferma di aver contattato il Ministro delle Finanze Barniyya, un vecchio amico, ma il ministro gli ha detto: “Quello che sta accadendo non è legale” e che nessuna legge consente un simile sequestro, eppure non ha l’autorità di fermarlo. Spiega di aver parlato con Abu Maryam solo una volta. In seguito, qualcuno dell’ufficio di Abu Maryam si è occupato del resto. Il primo pagamento, afferma, è stato effettuato in contanti perché si sono rifiutati di accettare qualsiasi bonifico bancario che potesse in seguito fungere da prova.
Il secondo uomo d’affari conferma che, sotto incessanti pressioni e continue estorsioni, è stato costretto a cedere l’80% dei suoi beni, sottolineando che le pressioni provenivano direttamente da Abu Maryam in coordinamento con Hazem al-Sharaa.
Un’altra fonte riferisce che l’uomo d’affari siriano Samir Hassan è stato arrestato a settembre dai servizi di sicurezza del governo di transizione nonostante le promesse del governo di non arrestarlo in seguito al suo accordo con Abu Maryam e Hazem al-Sharaa e al pagamento della somma richiesta.
L’economista siriano Mohammed Olabi afferma che oggi l’economia siriana “è divisa in tre sistemi paralleli: l’economia statale, l’economia del Nord-ovest con sede a Idlib e l’economia dell’Eufrate Orientale”, spiegando che ognuna ha “le proprie strutture finanziarie, doganali e operative”, rendendo l’economia, come ha affermato, “priva di un centro unificato” e rendendo “qualsiasi politica nazionale ostaggio di zone di influenza parallele al di fuori dell’autorità di un singolo Stato”.
Per quanto riguarda i poteri ministeriali ed economici, Olabi ha affermato che l’attuale panorama “rende difficile affermare che i ministri possiedano una reale autorità decisionale”, osservando che “la maggior parte delle decisioni economiche vengono prese al di fuori del quadro ministeriale”, redatte “nella cerchia ristretta della presidenza o attraverso comitati economici non ufficiali che controllano i fascicoli di investimento, le banche, gli accordi e persino le decisioni in materia di import/export”.
Tre economie parallele
Olabi osserva che un ministro “non definisce le politiche quanto piuttosto le esegue” e che il suo ruolo è spesso “tecnico o mediatico piuttosto che decisionale”. Persino la Banca Centrale Siriana, che dovrebbe essere la più indipendente, “opera entro limiti stabiliti da centri di potere paralleli che supervisionano la politica monetaria e la gestione della liquidità”.
L’economista Younes Karim descrive una gerarchia a tre livelli: la Segreteria Presidenziale sotto la guida di Maher al-Sharaa; il Consiglio Economico Supremo sotto la guida di Hazem al-Sharaa; e le reti clerico-di sicurezza di figure di HTS la cui influenza è tollerata perché garantisce la lealtà.
Spiega che Maher al-Sharaa “è diventato un centro decisionale chiave e l’architetto della politica economica”, perché “ogni decisione amministrativa o economica rientra nelle sue competenze”. Il secondo centro di potere è il “Consiglio Supremo Economico” guidato da Hazem al-Sharaa, il cui ruolo è diventato “il sostituto della Camera di Commercio”, precedentemente gestita di fatto dalla moglie dell’ex Presidente Assad.
Karim afferma che il Segretariato è diventato “un gabinetto parallelo”, che emette decisioni con l’immediatezza un tempo associata a un primo ministro o persino a un vicepresidente. Descrive una dualità emergente: uno “Stato dei poveri”, rappresentato dai ministeri, e uno “Stato sovracostituzionale”, composto da organismi d’élite legati alla famiglia Sharaa.
All’interno di questo ordinamento, Sukkarieh dirige l’ala di attuazione economica, mentre Mustafa Kadeed, noto come Abu Abdel Rahman, gestisce i flussi finanziari. Descrive Hazem come l’incarnazione dell'“economia sommersa”, mentre Maher rappresenta l'“economia ufficiale”.
Karim mette in guardia dal “crollo del concetto di Stato”, dalla “cancellazione dell’identità istituzionale della Siria” e dall'“imminente scontro” tra centri di potere concorrenti. “La lotta è iniziata”, dice. “Ogni fazione sta definendo il proprio spazio. Lo scontro è alle porte”.
All’interno della nuova rete di potere
L’architettura dell’autorità in Siria oggi è costruita attorno a un’unica famiglia allargata e agli agenti che la servono.
A capo di essa siede Ahmad al-Sharaa, Presidente della repubblica, mentre suo fratello Maher, segretario generale della presidenza, funge da vero e proprio comando esecutivo. L’altro fratello, Hazem, presiede il Consiglio Economico Supremo e plasma l’economia sommersa che ora eclissa quella formale. Al loro fianco lavora Ibrahim Sukkarieh, o Abu Maryam al-Australi, l’agente nato all’estero che fa rispettare gli accordi, negozia i trasferimenti di beni e supervisiona il meccanismo della ristrutturazione economica coercitiva.
Altri parenti occupano posizioni strategiche: il nipote del Presidente, Owais al-Sharaa, il cui mandato preciso rimane oscuro; Ahmad al-Droubi, suo cognato che controlla la tesoreria della Banca Centrale Siriana; e Maher Marwan, un altro cognato nominato Governatore di Damasco. Persino il fratello del Presidente, Jamal al-Sharaa, un tempo parte di questa costellazione, è stato messo da parte dopo che il Presidente ha sigillato il suo ufficio a Damasco con ceralacca rossa e gli ha vietato i rapporti ufficiali.
Nel complesso, queste posizioni equivalgono a un consolidamento del potere senza precedenti persino sotto il governo di Assad: autorità economica, supervisione amministrativa, influenza sulla sicurezza e liquidità finanziaria concentrate in una sola famiglia e in un unico estraneo di fiducia che è diventato indispensabile per il suo governo.
Uno stato che esiste sulla carta e una rete che governa nella pratica
Invece di procedere verso una ricostruzione istituzionale dopo la guerra, la Siria è sprofondata sempre più in un sistema di governo interconnesso in cui gli organi ufficiali fungono principalmente da facciata. I ministeri emanano ancora decreti, ma l’autorità che li sostiene è scarsa; i comitati timbrano i documenti, ma le vere decisioni vengono prese altrove. Il potere ora si muove attraverso canali privati e reti familiari, ancorate al Comitato Ombra guidato da Hazem al-Sharaa e Abu Maryam al-Australi.
Governi stranieri, investitori e gli stessi siriani si trovano di fronte a uno Stato i cui contorni rimangono intatti, ma il cui nucleo operativo è stato sostituito da una piccola rete interconnessa di familiari, lealisti e un agente di origine straniera, la cui traiettoria da commentatore legato ai militanti a personaggio interno al palazzo ora definisce la transizione.
La domanda irrisolta, sia per i siriani che per gli stranieri, è semplice: come può un Paese ricostruirsi quando le sue istituzioni sono vuote, la sua economia è gestita da reti private e il suo futuro dipende dalle decisioni di individui che operano al di sopra dello Stato piuttosto che al suo interno?
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/08/2025
Nessun “accordo” sui dazi, solo accettazione servile
Qualcosa di cui non si parla quando si accenna ai “dazi di Trump”: in pratica non è stato raggiunto alcun “accordo” con nessun paese o gruppo di paesi, le tariffe fissate nell’“ordine esecutivo” che entrerà in vigore l’8 di agosto (salvo sorprese dell’ultim’ora) sono state decise unilateralmente dagli Stati Uniti.
Non solo von der Leyen, insomma, è stata intrattenuta alla Casa Bianca per qualche minuto per affermare – in video – che “sì, c’era uno squilibrio commerciale da correggere” e poi ritrovarsi con un “accordo fatto” mai firmato, né tanto meno dettagliato (tant’è vero che tutti si stanno ancora interrogando su quali comparti o prodotti verranno eventualmente “esentati” dall’aggravio doganale).
E sorvoliamo per pietà sul piccolo dettaglio che von der Leyen non aveva alcun potere per decidere nulla, visto che il presidente della Commissione Europea è solo un coordinatore di 27 Stati e che quindi ogni “impegno collettivo” richiede quanto meno un nuovo trattato o la modifica di altri esistenti.
Un’ammissione formale che sa quasi di protesta arriva dalla fedelissima Corea del Sud, tra i paesi “beneficiati” con un dazio relativamente basso al 15%.
Parlando ai giornalisti al suo ritorno da una visita a Washington, il ministro del Commercio Yeo Han-koo ha affermato che le due parti hanno condotto una trattativa orale a causa dei limiti di tempo. Dopo di che si è ritrovato un dispositivo obbligante mai concordato.
Non esiste insomma alcun accordo scritto sulla modifica delle relazioni commerciali tra Corea del Sud e Stati Uniti.
“Quello che abbiamo percepito durante questa negoziazione è che il contesto commerciale degli Stati Uniti sta cambiando radicalmente. È completamente diverso dal primo mandato di Trump”, ha affermato Yeo.
“Penso che stiamo entrando in una nuova era di normalità. Quindi, sebbene abbiamo superato questa crisi, non possiamo tirarci indietro, perché non sappiamo quando dovremo affrontare di nuovo la pressione dei dazi o delle misure non tariffarie”.
Di fatto, non una “riduzione del danno” – come se l’è venduta Giorgia Meloni, in sintonia con Merz che comunque sta andando a Washington per trattare come Germania indipendentemente dai “partner” continentali – ma una decisione “imperiale” cui non ci si può sottrarre.
Trump ha garantito che la Corea del Sud investirà 350 miliardi di dollari negli Stati Uniti in progetti “di proprietà e controllati dagli Stati Uniti” e da lui selezionati. Un esproprio, più che “investimenti”... E infatti il Segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, ha affermato che il 90% dei profitti derivanti da quegli investimenti “andrà al popolo americano”; più burocraticamente, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha affermato che andranno al governo degli Stati Uniti per aiutarli a ripagare il debito. Non proprio la stessa cosa...
In entrambi i casi gli investitori coreani non vedranno un centesimo...
“Sono necessarie ulteriori discussioni sulla struttura degli utili del fondo di investimento”, è stato quindi costretto ad ammettere il ministro dell’Industria Kim Jung-kwan, tornato con Yeo. Auguri...
Stessa situazione per l’altro storico vassallo asiatico degli Stati Uniti, il Giappone.
Il capo negoziatore di Tokyo ha raggiunto un accordo con Lutnick a metà giugno su un’intesa che offre ingenti investimenti giapponesi negli Stati Uniti in cambio di una riduzione delle tariffe doganali. L’accordo commerciale, annunciato da Trump il 22 luglio, prevede una riduzione dei dazi sulle auto giapponesi dal 27,5% al 15%, in cambio di 550 miliardi di dollari di investimenti giapponesi negli Stati Uniti.
Nel corso dei negoziati, durati circa tre mesi a partire da metà aprile, il Giappone ha identificato Lutnick come l’unica persona in grado di comunicare “direttamente e a un livello profondo” con Trump.
Trump, tuttavia, ha mantenuto una posizione dura anche a fine giugno, esprimendo la sua frustrazione per il fatto che il Giappone non importa quantità significative di automobili e riso americani.
La situazione è cambiata subito dopo le elezioni della Camera alta in Giappone, il 20 luglio. È stato organizzato un incontro improvviso per il giorno successivo tra Trump e Akazawa, che si trovava a Washington per l’ottavo round di colloqui.
Akazawa e Lutnick iniziarono a “provare” in preparazione dei colloqui, con Lutnick che suggerì di proporre un investimento totale di 400 miliardi di dollari, nella speranza che Trump ne chiedesse 500. Ma Trump ha chiesto ancora di più, non lasciando ad Akazawa altra scelta che accettare di “investire” 550 miliardi di dollari.
Un alto funzionario dell’ufficio del primo ministro ha riconosciuto che l’accordo non è in linea con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio o con l’accordo commerciale tra Giappone e Stati Uniti entrato in vigore nel gennaio 2020, ma ha anche ammesso che Trump “è un presidente che crede sinceramente nella protezione del suo Paese attraverso i dazi”. E quindi “che altro possiamo fare?”...
Vassalli consapevoli della propria condizione, non “Stati sovrani” che contrattano alla pari pur scontando un peso economico e politico inferiore. E questo, almeno relativamente all’Europa, è stato definitivamente dimostrato quando gli Usa hanno sabotato il gasdotto North Stream, che garantiva rifornimenti energetici a basso costo dalla Russia, quindi una certa “autonomia” continentale.
Un asset strategico indispensabile, ma di cui europei e tedeschi hanno accettato la distruzione senza alzare neppure una minima protesta formale. Se l’Unione Europea aveva coltivato il progetto di porsi come imperialismo autonomo, di fianco agli Stati Uniti ma con ampi margini di autonomia, adesso ha sepolto quell’ambizione sotto una colata di cemento.
Fonte
Non solo von der Leyen, insomma, è stata intrattenuta alla Casa Bianca per qualche minuto per affermare – in video – che “sì, c’era uno squilibrio commerciale da correggere” e poi ritrovarsi con un “accordo fatto” mai firmato, né tanto meno dettagliato (tant’è vero che tutti si stanno ancora interrogando su quali comparti o prodotti verranno eventualmente “esentati” dall’aggravio doganale).
E sorvoliamo per pietà sul piccolo dettaglio che von der Leyen non aveva alcun potere per decidere nulla, visto che il presidente della Commissione Europea è solo un coordinatore di 27 Stati e che quindi ogni “impegno collettivo” richiede quanto meno un nuovo trattato o la modifica di altri esistenti.
Un’ammissione formale che sa quasi di protesta arriva dalla fedelissima Corea del Sud, tra i paesi “beneficiati” con un dazio relativamente basso al 15%.
Parlando ai giornalisti al suo ritorno da una visita a Washington, il ministro del Commercio Yeo Han-koo ha affermato che le due parti hanno condotto una trattativa orale a causa dei limiti di tempo. Dopo di che si è ritrovato un dispositivo obbligante mai concordato.
Non esiste insomma alcun accordo scritto sulla modifica delle relazioni commerciali tra Corea del Sud e Stati Uniti.
“Quello che abbiamo percepito durante questa negoziazione è che il contesto commerciale degli Stati Uniti sta cambiando radicalmente. È completamente diverso dal primo mandato di Trump”, ha affermato Yeo.
“Penso che stiamo entrando in una nuova era di normalità. Quindi, sebbene abbiamo superato questa crisi, non possiamo tirarci indietro, perché non sappiamo quando dovremo affrontare di nuovo la pressione dei dazi o delle misure non tariffarie”.
Di fatto, non una “riduzione del danno” – come se l’è venduta Giorgia Meloni, in sintonia con Merz che comunque sta andando a Washington per trattare come Germania indipendentemente dai “partner” continentali – ma una decisione “imperiale” cui non ci si può sottrarre.
Trump ha garantito che la Corea del Sud investirà 350 miliardi di dollari negli Stati Uniti in progetti “di proprietà e controllati dagli Stati Uniti” e da lui selezionati. Un esproprio, più che “investimenti”... E infatti il Segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, ha affermato che il 90% dei profitti derivanti da quegli investimenti “andrà al popolo americano”; più burocraticamente, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha affermato che andranno al governo degli Stati Uniti per aiutarli a ripagare il debito. Non proprio la stessa cosa...
In entrambi i casi gli investitori coreani non vedranno un centesimo...
“Sono necessarie ulteriori discussioni sulla struttura degli utili del fondo di investimento”, è stato quindi costretto ad ammettere il ministro dell’Industria Kim Jung-kwan, tornato con Yeo. Auguri...
Stessa situazione per l’altro storico vassallo asiatico degli Stati Uniti, il Giappone.
Il capo negoziatore di Tokyo ha raggiunto un accordo con Lutnick a metà giugno su un’intesa che offre ingenti investimenti giapponesi negli Stati Uniti in cambio di una riduzione delle tariffe doganali. L’accordo commerciale, annunciato da Trump il 22 luglio, prevede una riduzione dei dazi sulle auto giapponesi dal 27,5% al 15%, in cambio di 550 miliardi di dollari di investimenti giapponesi negli Stati Uniti.
Nel corso dei negoziati, durati circa tre mesi a partire da metà aprile, il Giappone ha identificato Lutnick come l’unica persona in grado di comunicare “direttamente e a un livello profondo” con Trump.
Trump, tuttavia, ha mantenuto una posizione dura anche a fine giugno, esprimendo la sua frustrazione per il fatto che il Giappone non importa quantità significative di automobili e riso americani.
La situazione è cambiata subito dopo le elezioni della Camera alta in Giappone, il 20 luglio. È stato organizzato un incontro improvviso per il giorno successivo tra Trump e Akazawa, che si trovava a Washington per l’ottavo round di colloqui.
Akazawa e Lutnick iniziarono a “provare” in preparazione dei colloqui, con Lutnick che suggerì di proporre un investimento totale di 400 miliardi di dollari, nella speranza che Trump ne chiedesse 500. Ma Trump ha chiesto ancora di più, non lasciando ad Akazawa altra scelta che accettare di “investire” 550 miliardi di dollari.
Un alto funzionario dell’ufficio del primo ministro ha riconosciuto che l’accordo non è in linea con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio o con l’accordo commerciale tra Giappone e Stati Uniti entrato in vigore nel gennaio 2020, ma ha anche ammesso che Trump “è un presidente che crede sinceramente nella protezione del suo Paese attraverso i dazi”. E quindi “che altro possiamo fare?”...
Vassalli consapevoli della propria condizione, non “Stati sovrani” che contrattano alla pari pur scontando un peso economico e politico inferiore. E questo, almeno relativamente all’Europa, è stato definitivamente dimostrato quando gli Usa hanno sabotato il gasdotto North Stream, che garantiva rifornimenti energetici a basso costo dalla Russia, quindi una certa “autonomia” continentale.
Un asset strategico indispensabile, ma di cui europei e tedeschi hanno accettato la distruzione senza alzare neppure una minima protesta formale. Se l’Unione Europea aveva coltivato il progetto di porsi come imperialismo autonomo, di fianco agli Stati Uniti ma con ampi margini di autonomia, adesso ha sepolto quell’ambizione sotto una colata di cemento.
Fonte
12/10/2015
L'Ucraina in cerca dei soldi per accendere i termosifoni
Come a fare da sorella maggiore ai propri protetti di Euromajdan, era stata l'aiutante del Segretario di stato USA, la sempiterna kieviana Victoria Nuland, a chiedere a Mosca di annullare una parte del debito di 3 miliardi di $ di Kiev e acconsentire alla proposta ucraina sulle condizioni di pagamento. La risposta russa, un secco no pressoché scontato, era stata immediata. Ora, l'altra collaboratrice del Dipartimento di stato e attualmente in forze al governo ucraino nelle vesti di Ministro delle finanze, Natalja Jaresko, ha fatto sapere che Kiev e Mosca non si sono messe d'accordo sulla ristrutturazione del debito ucraino. Il fatto è stato confermato dal Ministro delle finanze russo Anton Siluanov, pur se “la porta rimane aperta al dialogo”. “Abbiamo esposto la nostra posizione sulla necessità dell'estinzione del debito” ha detto Siluanov; “i colleghi ucraini hanno detto di non avere in bilancio tali soldi e ci hanno proposto di partecipare alla ristrutturazione accanto ai creditori privati. La posizione russa è stata, all'opposto, che noi non siamo un creditore commerciale, bensì sovrano, perciò quelle condizioni sono per noi inaccettabili”. Dunque, ha detto Siluanov, Mosca attende la piena estinzione del debito ucraino per dicembre, data della scadenza. La ripicca della yankee Jaresko è che Kiev non ha alcuna intenzione di concedere alla Russia condizioni più favorevoli, per il rimborso degli eurobond per 3 miliardi di $, rispetto a quelle sviluppate con i finanziatori privati. La storia a grandi linee è quella del famoso prestito che più di due anni fa la UE aveva tirato per le lunghe, senza aver realmente intenzione di concedere e che invece Mosca aveva erogato a Kiev; nel dicembre 2013 Vladimir Putin e Viktor Janukovič si erano quindi accordati per un credito russo all'Ucraina di 15 miliardi di $, tramite il collocamento di titoli ucraini: un po' la “situazione antesignana” che poi finì col golpe del febbraio successivo. Comunque, nell'ambito dell'accordo, obbligazioni per 3 miliardi di $ erano state subito emesse alla Borsa irlandese e acquistate dalla Russia. L'ultimo pagamento ucraino della cedola per il prestito russo risale al giugno scorso e ora Mosca aspetta a dicembre il rimborso integrale di 3 miliardi.
Per Kiev le cose sembrerebbero andare un po' meglio sul fronte delle forniture energetiche: Gazprom riprende lunedì le forniture di gas per il mese di ottobre, dietro il pagamento anticipato ucraino; il capo della compagnia russa, Aleksej Miller, ha detto che Gazprom e Naftogaz si sono accordate sabato in questo senso. La situazione comincia infatti a farsi problematica per Kiev, che dispone a oggi di appena il 28% del carbone e il 59% del gas necessari a garantire il riscaldamento invernale, con il rischio di andare incontro, se le temperature saranno quelle tipiche e non anormalmente alte come nell'inverno passato, anche a interruzioni dell'energia elettrica e delle forniture d'acqua. Secondo il Ministero ucraino per l'energia, il paese ha infatti bisogno di almeno 7 milioni di tonnellate di carbone e circa 20 miliardi di m^3 di gas. Secondo gli esperti del Fondo ucraino di strategie energetiche “teoricamente le riserve disponibili sono sufficienti per iniziare la stagione, ma alla condizione di acquistare anche altro gas” per almeno 6,5 miliardi di m^3. Oltre a ciò, è in atto in Ucraina una discussione abbastanza accesa sui valori del gas che giunge al consumatore finale. I deputati di opposizione alla Rada si chiedono come mai, in diverse aree del paese, l'acqua sui fornelli che prima bolliva in un quarto d'ora, ora non ce la fa neanche in mezzora. Sembra che il gas russo che arriva in Europa sviluppi novemila kilocalorie per ogni m^3; in Ucraina il valore si ferma a 7.700 kilocalorie: viene semplicemente allungato, con tanto che, come ha dichiarato la opposizion-governativa Julia Timošenko, a causa della corruzione, ai cittadini ucraini il gas consumato sia venuto a costare quasi 1 miliardo di $ più caro. Le cose non vanno meglio, come detto, con il carbone: scarseggiando il gas, nelle case si fa sempre più ricorso agli apparecchi di riscaldamento elettrici, con conseguente aumento di consumo di carbone per la produzione di energia. E sulla scena ci sono gli scioperi dei minatori per gli stipendi non pagati da diversi mesi: iniziati già in alcune zone, con operai che invadono le strade e altri che iniziano lo sciopero della fame a Kiev, la situazione potrebbe condurre allo sciopero nazionale dei minatori.
Ecco allora che Kiev cerca di accordarsi con altri paesi per le forniture necessarie: 320 mila tonnellate di carbone, una goccia nel mare, sono attese a bordo di due navi dal Sud Africa e, sognando l'aggiramento di Mosca, si tenta di accordarsi col Kazakhstan per forniture di carbone, petrolio e gas. A detta ucraina, tra le priorità dell'accordo di partenariato concluso fino al 2017, ci sono proprio i settori energetici, per i quali Kiev conta sulla repubblica asiatica e quello industriale, con la prospettiva per l'Ucraina di aprire là nuovi impianti. Secondo una nuova boutade di Porošenko, con l'entrata in vigore, nel 2016, dell'accordo sul libero scambio tra Ucraina e UE, un'intesa con Astana può costituire per il Kazakhstan una finestra sull'Europa e per Kiev, una sull'Asia, in particolare sulla Cina: situazione che difficilmente si avvererà, stante la normativa vigente. Infatti, anche se Astana dichiara che non introdurrà dazi sulle merci ucraine, quando Kiev aderirà alla zona di libero scambio con la UE, Mosca però, forte delle norme relative alla Zona di libero scambio della Comunità di Stati Indipendenti (CIS; in pratica, le ex repubbliche sovietiche meno Georgia e paesi baltici) può introdurre dazi sulle merci che rechino danno all'industria dei paesi aderenti alla Unione Doganale, tra cui figurano Russia e Kazakhstan, ma non l'Ucraina. A detta di vari esperti, la speranza ucraina sulle forniture energetiche kazake è abbastanza illusoria. Sia come sia, le casse ucraine sono vuote e i crediti UE sono indirizzati all'acquisto di gas russo, non kazakho e difficilmente Mosca consentirà alle forniture di greggio a Kiev da parte del Kazakhstan. A oggi, il peso ucraino dell'export verso il Kazakhstan non arriva al 3% (al pari di Italia e Turchia): briciole, paragonato al 35% russo e al 17% cinese o anche al 7% tedesco e con l'entrata in vigore del libero scambio con la UE, per Kiev andrà probabilmente anche peggio. Oltretutto, è di un paio di giorni fa la notizia che la missione del FMI incaricata di analizzare la situazione ucraina, in vista della concessione di nuovi crediti, è ripartita da Kiev pienamente insoddisfatta per l'andamento delle “riforme”, a partire da quella del sistema bancario e della cosiddetta “lotta alla corruzione”. Questo, nonostante che una delle ricette del FMI, quella riguardante proprio l'aumento delle tariffe energetiche al consumo, venga attuata scrupolosamente da Kiev, che anzi ha in programma, a breve, un ulteriore rincaro.
Anche nelle “vicinanze di casa” la situazione non promette nulla di buono per Kiev: al confine con quella che ormai anche Berlino e Parigi non considerano più territorio ucraino, la Crimea, gli osservatori Osce, sulla base di segnalazioni degli stessi organi di sicurezza ucraini, registrano l'intensificarsi delle provocazioni dei nazisti di Pravyj sektor, che si danno ora alle perquisizioni degli autotrasportatori ucraini bloccati ai posti di dogana. Continuando nel quasi-blocco della penisola, gli “attivisti” (la nuova definizione che prende il posto dei “volontari” per la guerra nel Donbass) neonazisti non smettono la pratica del ricatto ai danni degli autisti, cui estorcono denaro in cambio della possibilità di attraversare la frontiera.
Davvero, la nuova frontiera della “democrazia” alla Euromajdan e dello “sviluppo economico” ucraino.
Fonte
Per Kiev le cose sembrerebbero andare un po' meglio sul fronte delle forniture energetiche: Gazprom riprende lunedì le forniture di gas per il mese di ottobre, dietro il pagamento anticipato ucraino; il capo della compagnia russa, Aleksej Miller, ha detto che Gazprom e Naftogaz si sono accordate sabato in questo senso. La situazione comincia infatti a farsi problematica per Kiev, che dispone a oggi di appena il 28% del carbone e il 59% del gas necessari a garantire il riscaldamento invernale, con il rischio di andare incontro, se le temperature saranno quelle tipiche e non anormalmente alte come nell'inverno passato, anche a interruzioni dell'energia elettrica e delle forniture d'acqua. Secondo il Ministero ucraino per l'energia, il paese ha infatti bisogno di almeno 7 milioni di tonnellate di carbone e circa 20 miliardi di m^3 di gas. Secondo gli esperti del Fondo ucraino di strategie energetiche “teoricamente le riserve disponibili sono sufficienti per iniziare la stagione, ma alla condizione di acquistare anche altro gas” per almeno 6,5 miliardi di m^3. Oltre a ciò, è in atto in Ucraina una discussione abbastanza accesa sui valori del gas che giunge al consumatore finale. I deputati di opposizione alla Rada si chiedono come mai, in diverse aree del paese, l'acqua sui fornelli che prima bolliva in un quarto d'ora, ora non ce la fa neanche in mezzora. Sembra che il gas russo che arriva in Europa sviluppi novemila kilocalorie per ogni m^3; in Ucraina il valore si ferma a 7.700 kilocalorie: viene semplicemente allungato, con tanto che, come ha dichiarato la opposizion-governativa Julia Timošenko, a causa della corruzione, ai cittadini ucraini il gas consumato sia venuto a costare quasi 1 miliardo di $ più caro. Le cose non vanno meglio, come detto, con il carbone: scarseggiando il gas, nelle case si fa sempre più ricorso agli apparecchi di riscaldamento elettrici, con conseguente aumento di consumo di carbone per la produzione di energia. E sulla scena ci sono gli scioperi dei minatori per gli stipendi non pagati da diversi mesi: iniziati già in alcune zone, con operai che invadono le strade e altri che iniziano lo sciopero della fame a Kiev, la situazione potrebbe condurre allo sciopero nazionale dei minatori.
Ecco allora che Kiev cerca di accordarsi con altri paesi per le forniture necessarie: 320 mila tonnellate di carbone, una goccia nel mare, sono attese a bordo di due navi dal Sud Africa e, sognando l'aggiramento di Mosca, si tenta di accordarsi col Kazakhstan per forniture di carbone, petrolio e gas. A detta ucraina, tra le priorità dell'accordo di partenariato concluso fino al 2017, ci sono proprio i settori energetici, per i quali Kiev conta sulla repubblica asiatica e quello industriale, con la prospettiva per l'Ucraina di aprire là nuovi impianti. Secondo una nuova boutade di Porošenko, con l'entrata in vigore, nel 2016, dell'accordo sul libero scambio tra Ucraina e UE, un'intesa con Astana può costituire per il Kazakhstan una finestra sull'Europa e per Kiev, una sull'Asia, in particolare sulla Cina: situazione che difficilmente si avvererà, stante la normativa vigente. Infatti, anche se Astana dichiara che non introdurrà dazi sulle merci ucraine, quando Kiev aderirà alla zona di libero scambio con la UE, Mosca però, forte delle norme relative alla Zona di libero scambio della Comunità di Stati Indipendenti (CIS; in pratica, le ex repubbliche sovietiche meno Georgia e paesi baltici) può introdurre dazi sulle merci che rechino danno all'industria dei paesi aderenti alla Unione Doganale, tra cui figurano Russia e Kazakhstan, ma non l'Ucraina. A detta di vari esperti, la speranza ucraina sulle forniture energetiche kazake è abbastanza illusoria. Sia come sia, le casse ucraine sono vuote e i crediti UE sono indirizzati all'acquisto di gas russo, non kazakho e difficilmente Mosca consentirà alle forniture di greggio a Kiev da parte del Kazakhstan. A oggi, il peso ucraino dell'export verso il Kazakhstan non arriva al 3% (al pari di Italia e Turchia): briciole, paragonato al 35% russo e al 17% cinese o anche al 7% tedesco e con l'entrata in vigore del libero scambio con la UE, per Kiev andrà probabilmente anche peggio. Oltretutto, è di un paio di giorni fa la notizia che la missione del FMI incaricata di analizzare la situazione ucraina, in vista della concessione di nuovi crediti, è ripartita da Kiev pienamente insoddisfatta per l'andamento delle “riforme”, a partire da quella del sistema bancario e della cosiddetta “lotta alla corruzione”. Questo, nonostante che una delle ricette del FMI, quella riguardante proprio l'aumento delle tariffe energetiche al consumo, venga attuata scrupolosamente da Kiev, che anzi ha in programma, a breve, un ulteriore rincaro.
Anche nelle “vicinanze di casa” la situazione non promette nulla di buono per Kiev: al confine con quella che ormai anche Berlino e Parigi non considerano più territorio ucraino, la Crimea, gli osservatori Osce, sulla base di segnalazioni degli stessi organi di sicurezza ucraini, registrano l'intensificarsi delle provocazioni dei nazisti di Pravyj sektor, che si danno ora alle perquisizioni degli autotrasportatori ucraini bloccati ai posti di dogana. Continuando nel quasi-blocco della penisola, gli “attivisti” (la nuova definizione che prende il posto dei “volontari” per la guerra nel Donbass) neonazisti non smettono la pratica del ricatto ai danni degli autisti, cui estorcono denaro in cambio della possibilità di attraversare la frontiera.
Davvero, la nuova frontiera della “democrazia” alla Euromajdan e dello “sviluppo economico” ucraino.
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17/06/2015
Scuola. Una tentata estorsione dopo la sconfitta
E' un problema contenere il linguaggio nei limiti del codice penale quando bisogna parlare del guitto di Pontassieve, ma ci sforziamo di farlo.
Cosa direste voi di un presidente del consiglio che a ventiquattro ore da una sonora batosta elettorale, seppur solo in amministrative locali, non trova di meglio che mettere sul piatto un autentico ricatto sulla scuola? Seduto sulla poltroncina berlusconiana del salotto di Bruno Vespa ha annunciato che le previste assunzioni dei precari storici - solo 100.000 nei suoi calcoli, molti di più nella realtà - non si faranno finché non sarà lasciata passare la "riforma Giannini". Proprio quella idiozia privatistica che tutto il mondo della scuola, al completo (e dovrebbe essere un segnale piuttosto forte, viste le storiche divisioni nel mondo sindacale), ha rifiutato con forza, scioperando come mai era avvenuto negli ultimi venti anni e bloccando persino gli scrutini.
Tutto il ragionamento di Renzi, diciamo così, si regge infatti sul potere che possiede un presidente del consiglio: io ho il potere di assumere o no chi avrebbe comunque diritto di essere assunto, ma se tutti voi non accettate il mio stravolgimento dell'istituzione, non se ne fa nulla.
E' un ragionamento volgare, che viola persino il principio guida della politica da quando esiste un raggruppamento umano più grande della famiglia: non si governa contro il popolo. Nel senso, piuttosto semplice, che ci vuole un po' di consenso sociale per fare cose che magari vanno anche contro i veri interessi del "popolo"; ma se non hai quel consenso, lascia perdere.
Di solito, i governanti che dimenticano questa legge fondamentale della politica finiscono male. Non possiamo dunque che augurare al massone toscano di finire nel peggiore dei modi.
Nella serata vespiana Renzi ha messo in mostra tutto il peggio di una classe politica "per conto terzi", incaricata di raggiungere alcuni obiettivi "strutturali" (distruzione della Costituzione repubblicana, del mercato del lavoro e delle relative tutele, privatizzazione dell'istruzione e della sanità, taglio drastico dei trattamenti pensionistici, ecc.), ma che ora vede in salita la strada per completare l'opera.
Ha un anno di tempo, in cui non ci saranno elezioni di nessun tipo, poi sa benissimo che verrà travolto (da destra o dai grillini, proprio grazie a quell'altra idiozia chiamata "Italicum"). E vuole usarlo per intero, accelerando al massimo. Proprio per questo, l'unica possibilità di impedirglielo sta nella mobilitazione di massa. A milioni di persone, non poche centinaia in ordine sparso.
Solo la paura della rabbia dei "poveri" può fermare il potere criminale dei servi dei "ricchi".
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Cosa direste voi di un presidente del consiglio che a ventiquattro ore da una sonora batosta elettorale, seppur solo in amministrative locali, non trova di meglio che mettere sul piatto un autentico ricatto sulla scuola? Seduto sulla poltroncina berlusconiana del salotto di Bruno Vespa ha annunciato che le previste assunzioni dei precari storici - solo 100.000 nei suoi calcoli, molti di più nella realtà - non si faranno finché non sarà lasciata passare la "riforma Giannini". Proprio quella idiozia privatistica che tutto il mondo della scuola, al completo (e dovrebbe essere un segnale piuttosto forte, viste le storiche divisioni nel mondo sindacale), ha rifiutato con forza, scioperando come mai era avvenuto negli ultimi venti anni e bloccando persino gli scrutini.
"Quest'anno con tremila emendamenti in commissione non si riesce ad assumere i 100mila a settembre. Le scelte dell'opposizione hanno come conseguenza che il provvedimento non riuscirà ad entrare in vigore in tempo per settembre".Non serve essere esperti di diritto per qualificare un discorso del genere come un tentativo di estorsione. Anche un cerebroleso arriva a capire che non esiste nessuna relazione logica tra una pianta organica così largamente deficitaria e un qualsiasi progetto di "riforma"; e che quindi la logica elementare vorrebbe che le due cose procedessero su binari e tempi diversi: le assunzioni subito, la "riforma" se e quando ci sarà consenso intorno ad un progetto serio.
"Vediamo adesso come rispondono i sindacati, se vogliono o no l'assunzione di 100 mila precari. Una cosa è certa: non farò mai una sanatoria. Le assunzioni sono legate alla riforma della scuola altrimenti si faranno nel 2016".
Tutto il ragionamento di Renzi, diciamo così, si regge infatti sul potere che possiede un presidente del consiglio: io ho il potere di assumere o no chi avrebbe comunque diritto di essere assunto, ma se tutti voi non accettate il mio stravolgimento dell'istituzione, non se ne fa nulla.
E' un ragionamento volgare, che viola persino il principio guida della politica da quando esiste un raggruppamento umano più grande della famiglia: non si governa contro il popolo. Nel senso, piuttosto semplice, che ci vuole un po' di consenso sociale per fare cose che magari vanno anche contro i veri interessi del "popolo"; ma se non hai quel consenso, lascia perdere.
Di solito, i governanti che dimenticano questa legge fondamentale della politica finiscono male. Non possiamo dunque che augurare al massone toscano di finire nel peggiore dei modi.
Nella serata vespiana Renzi ha messo in mostra tutto il peggio di una classe politica "per conto terzi", incaricata di raggiungere alcuni obiettivi "strutturali" (distruzione della Costituzione repubblicana, del mercato del lavoro e delle relative tutele, privatizzazione dell'istruzione e della sanità, taglio drastico dei trattamenti pensionistici, ecc.), ma che ora vede in salita la strada per completare l'opera.
Ha un anno di tempo, in cui non ci saranno elezioni di nessun tipo, poi sa benissimo che verrà travolto (da destra o dai grillini, proprio grazie a quell'altra idiozia chiamata "Italicum"). E vuole usarlo per intero, accelerando al massimo. Proprio per questo, l'unica possibilità di impedirglielo sta nella mobilitazione di massa. A milioni di persone, non poche centinaia in ordine sparso.
Solo la paura della rabbia dei "poveri" può fermare il potere criminale dei servi dei "ricchi".
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10/06/2015
La Digos fa visita a Lotito. Trema il business del calcio
Sarà il clima di Mafia Capitale, ma quasi non ci si stupisce nel vedere il presidente della squadra che si è appena guadagnata l'accesso in Champions League venir indagato per "tentata estorsione". Certo, Claudio Lotito non è Blatter, e di lui non si è occupato l'Fbi, ma "solo" la Digos (che c'entra la "polizia politica" con i vertici del calcio?), però la botta arriva per ragioni simili.
L'inchiesta è partita dall'ormai famosa telefonata tra il presidente della Lazio e il direttore generale dell'Ischia Calcio, Pino Iodice, in cui il primo adombrava la "necessità" di impedire che squadre "sconosciute" come Carpi e Frosinone arrivassero in serie A. Ne avrebbe risentito pesantemente, a detta di Lotito, la quotazione dei diritti televisivi.
Carpi e Frosinone, in serie A, ci sono arrivate lo stesso. Magari proprio grazie alla denuncia del dg dell'Ischia, che aveva registrato quella telefonata portandola a conoscenza della magistratura. La domanda che non molti hanno posto pubblicamente è: come si fa a impedire che una o più squadre ottengano dei risultati sportivi? I ricorrenti scandali delle scommesse danno la risposta. In fondo, se si possono truccare partite e corrompere arbitri o giocatori per profitti illeciti si può fare altrettanto - utilizzando magari anche meccanismi un po' più sofisticati - per massimizzare quelli "leciti", come la vendita dei diritti tv da parte della Federcalcio. Di cui Lotito è ovviamente consigliere (in quanto presidente di serie A), e i cui uffici sono stati egualmente perquisiti.
Ad occuparsi dell'indagine è la Procura di Napoli, cui si era rivolto Iodice, il dg dell'Ischia. Ma ci sembra notevole l'accusa di "tentata estorsione", ovvero - come recita il codice penale - quel reato commesso da "Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno". Reato che prevede la reclusione da cinque a dieci anni. Per fortuna di Lotito, a suo carico c'è solo la "tentata", altrimenti sarebbero scattate le manette, perché per l'estorsione "riuscita" c'è l'arresto obbligatorio. Paradossalmente, insomma, deve ringraziare il fatto che Carpi e Frosinone sono ora in serie A.
Nell'inchiesta si fa comunque riferimento anche a presunti illeciti riguardanti l'erogazione di finanziamenti a società calcistiche. Nella lista dei perquisiti ci sono anche il presidente della Figc, Carlo Tavecchio e quello della Lega Pro, Mario Macalli, anche se entrambi non sono indagati.
L'impressione è che se a qualcuno gli scappa una parola di troppo davanti ai magistrati, ricorderemo Mafia Capitale come una marachella per pochi spiccioli, tra "ragazzi di vita".
Questo è "il mondo di sopra", mica quello di mezzo...
Fonte
L'inchiesta è partita dall'ormai famosa telefonata tra il presidente della Lazio e il direttore generale dell'Ischia Calcio, Pino Iodice, in cui il primo adombrava la "necessità" di impedire che squadre "sconosciute" come Carpi e Frosinone arrivassero in serie A. Ne avrebbe risentito pesantemente, a detta di Lotito, la quotazione dei diritti televisivi.
Carpi e Frosinone, in serie A, ci sono arrivate lo stesso. Magari proprio grazie alla denuncia del dg dell'Ischia, che aveva registrato quella telefonata portandola a conoscenza della magistratura. La domanda che non molti hanno posto pubblicamente è: come si fa a impedire che una o più squadre ottengano dei risultati sportivi? I ricorrenti scandali delle scommesse danno la risposta. In fondo, se si possono truccare partite e corrompere arbitri o giocatori per profitti illeciti si può fare altrettanto - utilizzando magari anche meccanismi un po' più sofisticati - per massimizzare quelli "leciti", come la vendita dei diritti tv da parte della Federcalcio. Di cui Lotito è ovviamente consigliere (in quanto presidente di serie A), e i cui uffici sono stati egualmente perquisiti.
Ad occuparsi dell'indagine è la Procura di Napoli, cui si era rivolto Iodice, il dg dell'Ischia. Ma ci sembra notevole l'accusa di "tentata estorsione", ovvero - come recita il codice penale - quel reato commesso da "Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno". Reato che prevede la reclusione da cinque a dieci anni. Per fortuna di Lotito, a suo carico c'è solo la "tentata", altrimenti sarebbero scattate le manette, perché per l'estorsione "riuscita" c'è l'arresto obbligatorio. Paradossalmente, insomma, deve ringraziare il fatto che Carpi e Frosinone sono ora in serie A.
Nell'inchiesta si fa comunque riferimento anche a presunti illeciti riguardanti l'erogazione di finanziamenti a società calcistiche. Nella lista dei perquisiti ci sono anche il presidente della Figc, Carlo Tavecchio e quello della Lega Pro, Mario Macalli, anche se entrambi non sono indagati.
L'impressione è che se a qualcuno gli scappa una parola di troppo davanti ai magistrati, ricorderemo Mafia Capitale come una marachella per pochi spiccioli, tra "ragazzi di vita".
Questo è "il mondo di sopra", mica quello di mezzo...
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