Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Calcio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Calcio. Mostra tutti i post

20/07/2026

Il prezzo sporco del bel gioco. Così il monopolio del calcio sta danneggiando tifosi e giocatori

Quando Stati Uniti, Messico e Canada hanno presentato la candidatura congiunta per i Mondiali di calcio, gli organizzatori avevano assicurato che i biglietti per la fase a gironi sarebbero partiti da 21 dollari. Dopo le oscure edizioni in Russia e in Qatar, il calcio sarebbe finalmente tornato vicino alle persone, era la promessa. È andata diversamente.

Il 19 luglio si gioca infatti la finale della Coppa del mondo tra Spagna e Argentina e i tifosi che vorranno assistere alla partita dagli spalti del MetLife Stadium non lontano da New York dovranno spendere per un posto ritenuto scadente almeno 4.185 dollari. Mentre il prezzo minimo necessario per vedere dal vivo tutte le partite della competizione si è aggirato intorno ai 6.900 dollari.

Briciole in ogni caso in confronto ai costi raggiunti dai biglietti messi in rivendita sulla piattaforma ufficiale della Fifa, dove i posti più prestigiosi hanno toccato i 2,3 milioni di dollari. Un meccanismo che non riguarda solamente la Coppa del mondo ma che sta trovando sempre più spazio in campionati e competizioni internazionali, rendendo la possibilità di assistere dal vivo a quello che un tempo era lo sport popolare per eccellenza un’esperienza sempre più esclusiva.

Il Balanced economy project, realtà non profit che si batte contro i monopoli e per un’economia realmente democratica, ha messo in fila alcuni numeri sulla crescita esponenziale del costo dei biglietti, collegandola al monopolio della Fifa e all’utilizzo di un sistema di prezzo “dinamico”.

“Lo sport è uno dei settori più redditizi che abbiamo in Europa e il calcio è lo sport più importante in assoluto – ha spiegato Rasmus Andresen, eurodeputato impegnato in diverse iniziative contro il monopolio nel mondo del calcio in un’intervista al Balanced economy project –. Trovo strano che da un lato si parli di determinati settori e si concordi sulla necessità di contrastare i comportamenti anticoncorrenziali ma dall’altro, quando si tratta di calcio, questa consapevolezza sembri mancare”.

Con riferimento ai Mondiali la Fédération internationale de football association guidata da Gianni Infantino ha infatti utilizzato un sistema di “pricing dinamico” in cui i prezzi si adeguano in tempo reale alla domanda e alle disponibilità residue. Di conseguenza con l’avvicinarsi degli eventi la disponibilità si riduce e i prezzi salgono alle stelle. Non solo: la Fifa controlla sia l’assegnazione iniziale dei biglietti sia la piattaforma di rivendita, su cui applica una commissione del 15%, e quindi trae profitto direttamente da questo aumento incontrollato. Il sistema è progettato per creare artificialmente la scarsità e accaparrarsi il sovrapprezzo che ne deriva, è la denuncia del Balanced economy project.

Una pratica che non ha riguardato appunto solo il costo dei biglietti. “Si possono notare molti aspetti del torneo che sono interamente dettati dal profitto: a cominciare dalle ‘pause per l’idratazione’, effettuate indipendentemente dalla temperatura o dalle condizioni meteorologiche all’interno dello stadio, che sono chiaramente pensate per favorire le inserzioni pubblicitarie a scapito delle partite stesse”, ha lamentato ancora Andresen. Una posizione ribadita da Harry Brown, ricercatore presso l’Heat and health research centre dell’Università di Sydney, in un suo editoriale sulla rivista scientifica Nature, dove criticava la mancanza di una solida base scientifica dietro gli “hydration break”.

Qualcosa comunque si è mosso. Nel marzo di quest’anno un gruppo di 23 parlamentari europei ha sollecitato la Commissione von der Leyen a indagare sulle pratiche di vendita dei biglietti della Fifa, denunciando l’abuso di posizione dominante nel mercato. Hanno chiesto inoltre se i consumatori possano prendere decisioni di acquisto informate quando non dispongono di “alcun modo chiaro per conoscere il prezzo finale prima di mettersi in coda”. Questa iniziativa ha fatto seguito a una denuncia presentata sempre nel marzo 2026 da Football supporters Europe (FSE) e dall’organizzazione per i diritti dei consumatori Euroconsumers, che esprimeva le stesse preoccupazioni. Negli Stati Uniti i procuratori generali di New York e del New Jersey hanno avviato un’indagine separata sulle pratiche della Fifa. “La pressione normativa proviene da diverse giurisdizioni e prospettive, con le autorità di regolamentazione sia europee sia statunitensi che si stanno attivando – fa sapere il Balanced economy project –. Questi sforzi dimostrano che esistono i presupposti giuridici e politici per un intervento. La questione è se le autorità di regolamentazione provvederanno a farlo rispettare”.

Tuttavia il monopolio dei padroni del pallone non si limita alla Fifa ma coinvolge anche le leghe nazionali europee. A partire dai cinque maggiori campionati – Inghilterra, Spagna, Francia, Italia e Germania – dove quasi il 42% di tutte le società fa capo a un regime di un multi-club ownership, ovvero un singolo investitore o entità societaria detiene partecipazioni in diverse squadre contemporaneamente. Ad esempio Red Bull possiede l’Rb Leipzig in Germania, l’Rb Salzburg in Austria e i New York Red Bulls negli Stati Uniti. Mentre il City football group controlla il Manchester City, il New York City, il Girona in Spagna e il Melbourne City in Australia.

In questa struttura societaria i club più piccoli vengono utilizzati solamente per “allevare” i talenti per le squadre più blasonate, permettendo a queste ultime di controllare il “calciomercato”. I giovani calciatori, spesso provenienti da Paesi a reddito medio-basso, vengono quindi individuati e convogliati attraverso queste reti, per poi essere rivenduti quando la loro “quotazione di mercato” è al massimo, realizzando così profitti. Uno schema che non solo danneggia la competizione ma mette gli obiettivi finanziari e i profitti a breve termine davanti allo sviluppo dei talenti e ai valori dello sport. “Ritengo che nel calcio non si debbano più consentire le proprietà multiple, perché anche se si regolamentassero questi modelli la competizione non sarebbe più equa, dato che metterebbe a confronto i grandi club con quelli più piccoli che non hanno le stesse possibilità in campo”, è l’opinione di Andresen.

La più evidente conseguenza di questa politica è l’aumento del costo dei biglietti per le partite dei campionati. Un fenomeno che diventa particolarmente evidente per quanto riguarda la massima competizione inglese, la Premier league. Nel 1990 assistere a un incontro del campionato di calcio più antico del mondo ad Anfield, Liverpool, uno dei palcoscenici più prestigiosi per questo sport, aveva un costo minimo di quattro sterline. Dopo 35 anni lo stesso biglietto ha raggiunto le 39 sterline (pari a 46 euro), un aumento dell’859%. Inoltre tra i “big six” della Premier league – Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City, Manchester United e Tottenham Hotspur – il prezzo medio di un biglietto per una partita è ora di 74 sterline (87 euro). Se si aggiungono i costi di cibo e trasporti si arriva a un totale di 500 sterline (quasi 600 euro) per una famiglia di quattro persone, una spesa intorno al reddito settimanale di una famiglia inglese di “fascia bassa”.

In parallelo i diritti di trasmissione della Premier sono stati venduti per cinque miliardi di sterline (quasi sei miliardi di euro) per il ciclo 2022-2025. Un esborso che si riversa sui costi degli abbonamenti: l’emittente Sky sports addebita ad esempio circa 264 sterline (310 euro) all’anno e Tnt sports richiede tariffe simili. Ne consegue che una famiglia della classe operaia che un tempo guardava la propria squadra dagli spalti acquistando un biglietto a prezzi accessibili ora è costretta a seguire le partite da casa pagando abbonamenti televisivi spesso proibitivi.

Per il parlamentare europeo Rasmus Andresen esiste tuttavia un modello positivo da cui prendere esempio. La Bundesliga tedesca applica la “regola del 50+1”, secondo la quale i tifosi devono detenere almeno il 50% più uno dei diritti di voto del club. Riuscendo di conseguenza a mantenere contenuto il costo di biglietti e abbonamenti. Il prezzo medio dei biglietti nella Bundesliga era di 29 euro per la stagione 2024-2025, meno della metà dell’equivalente della Premier league. Il Borussia Dortmund, una delle squadre più titolate, offre un abbonamento in piedi per tutte le partite casalinghe di campionato a 260 euro, una cifra inferiore al costo di tre biglietti medi per una giornata di campionato della Premier league. Un modello che riesce ad attirare numerosi spettatori. La scorsa stagione il calcio professionistico tedesco ha stabilito il suo record storico di affluenza con quasi 21 milioni di biglietti venduti nelle due serie principali. L’affluenza media a partita è stata di 34.288 spettatori, la più alta di tutti i tempi. Anche nella stagione precedente la media delle vendite di biglietti a partita aveva superato i dati della Serie A italiana e della Premier league inglese.

“Credo che l’opzione tedesca sia la migliore. Sarebbe opportuno applicare una norma del genere in tutto il calcio europeo, in modo che gli investitori stranieri non possano acquisire il controllo di una squadra – ha concluso Andresen –. Le squadre di calcio hanno un impatto sulla società e sul territorio. Non si tratta solo di una manciata di calciatori professionisti ma anche dello sviluppo della comunità e del coinvolgimento dei giovani”.

Fonte 

12/06/2026

I mondiali del razzismo e del suprematismo, specchio dell’imperialismo

È cominciata ieri la Coppa del Mondo di calcio maschile, uno degli eventi internazionali più attesi e dietro cui si mascherano flussi economici tali da poter rappresentare perfettamente gli indirizzi generali presi dal capitale. E se i tempi sono quelli del suprematismo genocidiario e dell’imperialismo sempre più esplicitamente predatorio, la massima competizione mondiale di uno degli sport più “commercializzati” e allontanati dalle classi popolari non poteva che esprimere questo collasso sociale, economico, e culturale.

Riportiamo i contributi in merito delle organizzazioni giovanili comuniste Cambiare Rotta e Osa, e di Calcio e Rivoluzione, rilanciando una rivista da loro recentemente pubblicata proprio sui Mondiali 2026.

*****

L’arbitro somalo Artan, eletto tra gli altri migliore arbitro della CONCACAF 2025, interrogato 11 ore e clamorosamente respinto dagli USA. La nazionale senegalese per ore perquisita e umiliata sulla pista d’atterraggio. Il calciatore iracheno Hussein interrogato 7 ore e a cui hanno negato il visto. La nazionale iraniana defenestrata in Messico con l’obbligo di entrare e uscire dagli USA per solo il tempo delle partite.

Il Mondiale di calcio 2026 deve ancora cominciare (sono cominciati ieri, ndr) ma, quello che doveva essere il grande circo propagandistico di Trump in crisi di consensi, interni e internazionali, si è trasformato nella sua cartina al tornasole. Un Mondiale che è già una pagina storica della vergogna razzista e suprematista dell’imperialismo USA in crisi, che prova agonizzante a prolungare il proprio dominio sul Mondo in maniera sempre più violenta.

I fatti di questi giorni sono solo gli ultimi esempi che si uniscono al feroce assedio genocida a Cuba che resiste eroicamente, e ad anni di ferrea complicità con Israele terrorista nel genocidio in Palestina e nell’escalation in tutto il Medioriente, dal Libano allo Yemen all’Iran.

È ancora più grave il pieno silenzio e complicità della FIFA dell’affarista Infantino – che pochi mesi fa ha consegnato il premio FIFA per la pace proprio a Donald Trump – e di tutte le organizzazioni internazionali calcistiche e sportive, che non hanno esitato un secondo a escludere la Russia e gli atleti russi da tutte le competizioni, ma tacciono davanti ai crimini occidentali, al genocidio del popolo palestinese, che tra le altre atrocità ha anche ammazzato centinaia di sportivi e tesserati Fifa e nega da anni a un intero popolo il diritto allo sport, fino agli scandali per le centinaia di operai morti nelle frettolose costruzioni delle strutture e la corruzione per i miliardi intascati per i mondiali in Qatar.

Mentre CIO, FIFA, UEFA e tutti gli altri organismi sportivi, teoricamente superpartes e sovranazionali, negli ultimi anni hanno levato la maschera dimostrando a pieno la loro funzione di cane da guardia a difesa degli interessi e dell’egemonia dell’imperialismo occidentale, qualcosa si muove: negli ultimi anni sono ormai centinaia in tutto il Mondo, e anche in Italia, gli episodi di dissenso contro guerra, genocidio in Palestina e disuguaglianze portati avanti da sportivi, tifoserie organizzate e squadre di sport popolare che indicano la strada nella solidarietà, organizzazione e lotta.

Cambiare Rotta – OSA

*****

Tra qualche ora (ieri sera, ndr) cominceranno i Mondiali di calcio maschile. Un’edizione che si preannuncia tra le più controverse di sempre: dalle politiche migratorie e xenofobe di Trump agli attacchi contro i diritti delle donne e della comunità LGBTQI+ sembra sempre più evidente quanto sia impossibile separare il calcio dalla politica.

Tanto più per chi, come noi, crede che il calcio sia un fenomeno sociale di massa, specchio della società e terreno di lotta per l’egemonia politica e culturale. Da qui nasce “Il Mondo è tondo come un pallone”, una rivista collettiva, uno spazio di analisi e confronto per raccontare i Mondiali nella loro dimensione politica, economica e culturale.

La rivista può essere scaricata gratuitamente qui. Illustrazione: Sara Liguori in arte Sarita Graphic.

Calcio e Rivoluzione

Fonte

12/01/2026

Tifosi del Celtic contro l’acquisto di un calciatore del Maccabi Netanya

I tifosi del Celtic FC chiedono con forza alla società della squadra di calcio scozzese di bloccare l’acquisto dell’attaccante ivoriano Jocelin Ta Bi dal Maccabi Netanya, un accordo di trasferimento dal valore di 2 milioni di sterline (circa 2,68 milioni di dollari) per l’attaccante del club.

Scotland for Palestine riporta che il Maccabi Netanya è controllato dal fondo statunitense Aliya Capital Partners, società che investe anche in XTEND, che sviluppa droni a scopo militare per Israele. Il CEO di Aliya Capital Partners è Ross Kestin, che è anche presidente del club di calcio e siede nel consiglio d’amministrazione di XTEND.

Per la Green Brigade, il principale gruppo di tifosi del Celtic, il loro club non dovrebbe intrattenere alcuna transazione economica con realtà israeliane, tantomeno con quelle coinvolte nella sua macchina di morte. La protesta si inserisce nella cornice della più generale campagna di boicottaggio sportivo e culturale dello stato genocida.

“Non si tratta di un semplice accordo di trasferimento di una squadra di calcio. I club israeliani non sono organismi sportivi neutrali“, si legge in un post della Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI).

Fonte

02/09/2025

La Federazione Gioco Calcio e Gattuso cercano di mascherare la loro complicità col genocidio

Il 14 ottobre si giocherà nuovamente la partita della vergogna. La FIGC cerca nuovamente di mascherare la sua complicità, questa volta dicendo di voler devolvere gli incassi ad una ONG che operi a Gaza.

Limitarsi a “riparare” parzialmente i danni senza mettere in discussione le cause profonde significa accettare la logica che normalizza l’occupazione e rende il genocidio solo “meno cruento”.

Se la FIGC vuole realmente fare qualcosa a sostegno della Palestina allora:

1. Interrompa ogni rapporto sportivo con Israele;

2. Si rifiuti di giocare tutte le partite contro Israele o club israeliani, in particolare quelle previste per il prossimo 8 settembre e 14 ottobre riconoscendo che l’IFA sia direttamente coinvolta nell’occupazione illegale dei territori della Palestina dove svolge regolarmente attività calcistiche, violando, per questo, gli statuti della FIFA e il diritto internazionale;

3. Faccia suo l’appello dell’Associazione Allenatori Italiana Calcio (AIAC) avanzando alla FIFA e UEFA l’esclusione di Israele da ogni competizione.

Ci vediamo in corteo il 14 ottobre a Udine.

Palestina Libera!

*****

Alle dichiarazioni dell’allenatore della Nazionale italiana, Gattuso, ha replicato uno storico attivista napoletano, Francesco Maranta:

“Le dichiarazioni di Rino Gattuso, secondo cui “con Israele bisogna giocare”, risultano sconcertanti e profondamente inaccettabili in un momento storico in cui il mondo intero è testimone degli orrori commessi nella Striscia di Gaza. Parlare di normalità sportiva mentre è in corso un massacro contro civili, donne e bambini significa voltare le spalle alla giustizia e alla dignità umana.

Questo non è “restare fuori dalla politica”, è una scelta di campo. Ed è una scelta vile. Davanti a un genocidio, il silenzio o la complicità sono già schieramenti. Ci si aspettava responsabilità, non cecità morale. Chi ha un ruolo pubblico ha anche un dovere etico. Non c’è sport senza diritti umani. Non c’è pace senza verità”.

Fonte

15/07/2025

Il Mondiale per Club: prove di lifting per il ‘capitalismo globale’


Il Chelsea ha vinto la prima edizione a 32 squadre del Mondiale per Club, battendo in finale per 3 a 0 “gli ingiocabili” del PSG. Ma non sarà questa la scena che rimarrà impressa di questo Mondiale, così come non lo saranno le giocate dei tanti campioni presenti negli Stati Uniti, né tanto meno i gol di questo o quel calciatore.

L’immagine che resterà impressa sarà quella della premiazione con Donald Trump che consegna il trofeo al capitano dei Blues, mentre Gianni Infantino applaude al suo fianco, con i due che rimarranno al centro della scena per tutti i festeggiamenti.

Una scena che, ai più, sarebbe sembrata paradossale solo pochi anni fa ma che oggi appare quasi del tutto naturale, nonostante i tanti fischi dei presenti al MetLife Stadium e la reazione del man of the match, Cole Palmer, facciano pensare il contrario.

Perché il calcio contemporaneo, sempre meno sport e sempre più strumento geopolitico, ha cessato da tempo di fingere di essere territorio neutro. È diventato una delle forme più efficaci di legittimazione del potere politico ed economico.

Il torneo, ospitato dagli Stati Uniti come anticamera di quella che sarà la Coppa del Mondo del 2026, ha messo in mostra in modo quasi spudorato la piena integrazione dello sport nel ciclo capitalistico della valorizzazione più sfrenata. La FIFA si è mostrata per quello che ormai è: non più un’organizzazione sportiva, ma una piattaforma globale di gestione di interessi finanziari, politici e mediatici.

Infantino, da tempo alleato trasversale di monarchie del Golfo, oligarchie dell’est e poteri transnazionali, ha trovato in Trump il partner simbolico ideale per chiudere il cerchio. Il trofeo consegnato dal presidente americano è stato più che un semplice gesto cerimoniale: è diventato un atto di normalizzazione.

Mentre Trump durante tutto il torneo ha messo in scena una serie di performance da degno padrone di casa, la FIFA ha cancellato silenziosamente ogni traccia visibile delle sue campagne contro il razzismo e l’omofobia. Slogan come “No to Racism” o “Football Unites the World” sono scomparsi dai maxischermi e dai video ufficiali per non “infastidire” l’entourage trumpiano.

Una resa senza condizioni, perfettamente coerente con il contesto e con gli obiettivi della stessa FIFA. Fuori dagli stadi, nel frattempo, la polizia ICE intensificava i rastrellamenti nei quartieri popolari, colpendo in particolare comunità di migranti centroamericani, Trump dichiarava guerra all’Iran con la Juventus a fare da sfondo, confermava il suo sostegno al genocidio del popolo palestinese e rilanciava le sue politiche transfobiche.

Eppure, questa relazione tra potere e pallone ha una lunga genealogia. Nel 1978 la giunta militare argentina usò il Mondiale per mascherare il terrore, i voli della morte, le torture e le centinaia di migliaia di desaparecidos. Nel 2022, il Qatar ha messo in mostra la sua modernità apparente costruita su manodopera migrante sfruttata, regalando al mondo l’estetica rassicurante di uno sport “universale” che nascondeva, sotto i tappeti rossi, disuguaglianza e violenza strutturale.

Oggi, con il Mondiale per Club 2025, il calcio non serve più a nascondere il potere, ma a celebrarlo. Non maschera, bensì esalta. Non cela, ma abbellisce.

Trump, con il suo sostegno esplicito al genocidio in Palestina, le sue politiche transfobiche, la retorica suprematista e l’agenda repressiva contro migranti e minoranze, viene messo al centro della scena sportiva globale. Non solo accettato, ma riconosciuto, legittimato, addirittura premiato.

Il calcio diventa così uno strumento attivo di ricostruzione dell’immagine pubblica, in grado di trasformare una figura divisiva in un protagonista globale. Nessuna ambiguità, nessuna distanza, nessuna contraddizione. Il pallone è, ancora una volta, uno strumento nelle mani del potere politico e mediatico.

Il capitalismo – come oramai è noto – non ha più bisogno di occuparsi soltanto della produzione materiale. Ha imparato a produrre consenso, estetica, spettacolo e simboli. Il calcio, in quanto fenomeno sociale di massa con la sua capacità unica di generare identità, emozioni e appartenenza, non poteva fare eccezione.

Oggi viene impiegato per legittimare leader politici, pacificare masse, disinnescare conflitti sociali e normalizzare guerre e sfruttamento. Non più solo per “intrattenere”, ma per incorporare dentro di sé l’ideologia dominante. I tifosi diventano customers, gli stadi spazi dove generare ulteriori profitti, le squadre brand globali.

Questo Mondiale per Club, in questo senso, non è stato un’eccezione ma un nuovo modello esportabile. Il calcio contemporaneo, del resto, agisce come apparato ideologico di Stato postmoderno, capace di produrre forme di consenso e neutralizzazione ben più efficaci della propaganda novecentesca.

Non ci si può più limitare a parlare di “contaminazione” tra sport e politica. È il calcio stesso, nella sua attuale forma, a essere politica: non solo perché si schiera, ma perché viene messo a profitto nel ciclo della valorizzazione capitalistica come ogni altro prodotto culturale.

Il calcio oggi è uno strumento di legittimazione e spettacolarizzazione del dominio. Produce affetto, partecipazione, identità collettiva, ma canalizza tutto dentro la logica capitalista: le passioni vengono catturate, semplificate, digerite e rivendute come prodotti culturali ad alta redditività. E il tifoso, oggi, è consumatore di simboli e spettatore del potere. Non si tratta solo di soldi – diritti TV, sponsor, scommesse – ma di valore simbolico da convertire in consenso e potere.

Serve allora una rottura radicale. Non una nostalgia di un calcio “puro” che non è mai esistito, ma una critica lucida e sistemica del ruolo che lo sport gioca nella riproduzione del dominio. È fondamentale rivelare le strutture che governano il calcio globale, smascherare il teatro, rompere la fascinazione.

L’immagine di Trump che alza la coppa non è un unicum, ma un manifesto. Un manifesto del presente che ci viene imposto e contro cui occorre, oggi più che mai, organizzare resistenza culturale, politica e sociale.

Fonte

03/01/2025

La storia della Supercoppa italiana a Riad

In questa settimana l’Arabia Saudita ospita la 37ª edizione della Supercoppa italiana per la quinta volta nel Paese. La Serie A è stato il primo grande campionato a espandersi in Arabia.

L’anno 2025 del calcio italiano inizierà con la Supercoppa nazionale, che ha preso il via giovedì sera a Riad presso il King Saud University Stadium. È la quinta volta che la competizione è ospitata dall’Arabia Saudita e per la seconda volta avrà quattro squadre invece delle classiche due, seguendo l’esempio spagnolo lanciato nel 2020.

La Serie A italiana è stata una pioniera degli accordi con Riad, e in generale con i Paesi stranieri, soprattutto quelli che hanno una preoccupante storia di diritti umani. Il calcio italiano ha anche un gusto particolarmente sensibile per i Paesi in procinto di organizzare la Coppa del Mondo.

La Supercoppa è stata ospitata per la prima volta all’estero nel 1993 negli Stati Uniti, poi nel 2014 si è svolta in Qatar e nel 2018 già in Arabia Saudita. Nel 2003 il torneo si è svolto anche nella Libia di Gheddafi, mentre nel 2009 è approdato in Cina.

La prima volta all’estero invece per il Trophée des Champions francese è stata in Cina nel 2014, mentre la Supercopa de España ha varcato i confini non prima dell’edizione del 2020, svoltasi in Arabia Saudita. Il calcio italiano ha quindi un’enorme responsabilità nel legittimare questo fenomeno.

La migrazione della Supercoppa in Arabia Saudita nel 2018 è stata giustificata con l’argomento denaro. La Serie A aveva bisogno di nuove fonti di investimento e di espandersi in nuovi mercati per recuperare terreno rispetto agli altri campionati europei più ricchi.

Ma non possiamo dimenticare che la competizione ha spiccato il volo verso l’estero già nel 1993, e ancora nel 2002 e nel 2009, quando la Serie A era all’apice della sua popolarità.

L’ormai dimenticata edizione del 2002, ospitata a Tripoli, fu motivata soprattutto da esigenze commerciali (il petrolio della Libia) e dall’amicizia tra Gheddafi e Berlusconi: un anno dopo, Al-Saadi Gheddafi – il figlio di Muammar Gheddafi – venne in Italia a giocare a calcio in Serie A con il Perugia. Il calcio italiano non ha mai avuto particolari problemi a sacrificare i suoi valori di fronte agli interessi economici.

La polemica dimenticata sulla Supercoppa in Arabia Saudita

Nel gennaio 2019 la Supercoppa è di nuovo volata via dall’Italia. All’improvviso i politici italiani scoprirono che la competizione si sarebbe svolta dopo pochi giorni a Gedda. L’intero spettro politico esplose contro l’appuntamento tra Juventus e Milan.

A sinistra, la Presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini (PD) dichiarò che “i signori del calcio possono vendere i diritti delle partite, ma non possono barattare i diritti delle donne”, mentre il viceministro alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora (M5S) aggiunse il suo “più vivo disaccordo” con la decisione.

A destra, il vicepremier Matteo Salvini (Lega) affermò che “avere la Supercoppa in un Paese musulmano dove le donne non possono andare allo stadio senza un uomo è disgustoso”.

“Abbiamo venduto secoli di civiltà europea e di battaglie per i diritti delle donne per i soldi dei sauditi? La Federcalcio deve fermare questa vergogna assoluta e portare la Supercoppa in un Paese che non discrimini le nostre donne e i nostri valori” scrisse su Facebook Giorgia Meloni, all’epoca leader del partito di opposizione di destra Fratelli d’Italia.

Inspiegabilmente, nessuno aveva parlato del brutale assassinio del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi, ucciso appena tre mesi prima.

Il fatto divertente è che l’allora presidente della Serie A, Gaetano Micciché, dovette intervenire per riportare un po’ di serietà nella discussione. Micciché chiarì che era falso quanto affermato da Salvini e da altri politici sul divieto per le donne di andare allo stadio se non accompagnate da un uomo.

“Il calcio fa parte del sistema culturale ed economico italiano e non può agire diversamente, soprattutto nei rapporti internazionali, dal Paese a cui appartiene. L’Arabia Saudita è il maggior partner commerciale italiano in Medio Oriente”, affermò.

In poche parole, i politici ipocriti attaccavano il sistema calcistico italiano ma tacevano sui propri rapporti con Riad.

“L’Arabia Saudita è un elemento di stabilità e affidabilità in Medio Oriente” aveva detto infatti Salvini solo sei mesi prima, incontrando l’ambasciatore saudita a Roma e aggiungendo di voler “rilanciare la collaborazione tra i due Paesi” su sicurezza, economia, commercio e cultura.

Contrordine, dunque: l’Arabia Saudita è un partner italiano fondamentale e la Supercoppa è qualcosa di buono per tutti, anche per le donne saudite suggeriva Micciché, aggiungendo che “il nostro torneo sarà ricordato nella storia come la prima competizione calcistica internazionale ufficiale a cui le donne saudite potranno assistere dal vivo”.

Per la Serie A, il governo di Riad pagò 7 milioni di euro per ottenere la partita e altri 14 milioni di euro sarebbero stati versati per le successive due edizioni.

Nella controcronaca sportiva italiana della Supercoppa, il giornalista di Sky Sport Alessandro Alciato fece un resoconto benevolo della situazione dei diritti delle donne nel Paese del Golfo, elogiando il fatto che “molte restrizioni contro le donne sono state eliminate” e che la trasformazione “è solo all’inizio”.

Alciato aveva motivato il suo ottimismo intervistando due sole donne: un’arabo-italiana e la moglie dell’ex ambasciatore italiano a Riad, la quale dichiarò che “eventi come la Supercoppa incoraggiano il cambiamento”.

Purtroppo, non è successo nulla di tutto ciò e i cambiamenti sono stati solo superficiali. “Sebbene queste riforme abbiano avuto un impatto positivo sulle donne, la mancata abolizione del sistema di tutela maschile da parte delle autorità e la sua codifica nella legge rischiano di compromettere questi modesti guadagni” ha denunciato Amnesty International nel marzo 2022, dopo che il governo saudita aveva approvato una nuova legge contro i diritti delle donne.

Dopo le polemiche del 2019, tranne alcune ONG nessuno ha più protestato contro la Supercoppa in Arabia Saudita. Il patron del Napoli Aurelio De Laurentiis, che inizialmente aveva criticato la competizione (ma non per motivi di diritti umani), nel gennaio 2023 ha esaltato la “straordinaria democratizzazione” del Paese arabo.

Nessuna parola dall’attuale vicepremier Salvini e nemmeno dall’attuale presidente del Consiglio Meloni, che tanto si erano arrabbiati sei anni fa. Nel gennaio 2024 il ministro dello Sport Andrea Abodi ha detto: “dobbiamo cogliere l’occasione per illuminare quei Paesi e contribuire all’alfabetizzazione civile”.

Le connessioni economiche tra Italia e Arabia Saudita

Riad ha investito 21 milioni di euro nel giugno 2018 per ottenere tre edizioni della Supercoppa italiana; nel marzo 2023 ha firmato con la Serie A un rinnovo più impegnativo del valore di 100 milioni di euro per quattro edizioni, compresa l’innovazione delle “final-four” già utilizzata con la Supercoppa spagnola.

Questo accordo è piaciuto a tutti nel calcio italiano, più redditizio delle opzioni Ungheria ed Emirati Arabi. Come aveva detto l’allora presidente della Serie A Micciché nel 2019, l’Italia fa affari con l’Arabia Saudita da molto tempo, non solo nel calcio.

Da sinistra a destra, tutte le personalità politiche del Paese hanno sostenuto i crescenti legami con Riad. “L’Italia e l’Arabia Saudita hanno molto in comune”, disse nel 2013 Emma Bonino, all’epoca ministro degli Esteri in un governo di centro-sinistra.

“Penso che l’Arabia Saudita possa essere il luogo di un nuovo rinascimento”, ha dichiarato l’ex premier Matteo Renzi, parlando con il principe ereditario Mohammad bin Salman nel 2021.

Renzi è stato pagato 1,1 milioni di euro dal governo arabo come consulente e pochi mesi dopo quel colloquio ha negato che Bin Salman abbia ordinato l’assassinio di Jamal Khashoggi (cosa che differisce completamente dal dossier della CIA sul caso).

La partnership italo-saudita è di lunga durata e si è rafforzata negli ultimi anni. Nel 2017, i flussi economici tra i due Paesi sono cresciuti del 9%. L’Italia è diventata il nono esportatore a Riad nel mondo e il secondo nell’UE, scambiando beni per 3,9 miliardi di euro, per lo più prodotti alimentari, vino, arredi, macchinari, prodotti elettrici e – ovviamente – armi.

L’export di armamenti verso l’Arabia Saudita valeva 45,6 milioni di euro nel 2017. Nei quattro anni precedenti, Riad aveva acquistato l’1,5% delle sue armi dall’Italia. Questo era avvenuto nonostante l’Arabia Saudita fosse impegnata in una guerra in Yemen dal 2014.

Il commercio di armi si era interrotto nel luglio 2019 sotto il governo di Giuseppe Conte e l’embargo era stato nuovamente confermato nel gennaio 2021. Ma nel giugno 2023, con il governo Meloni, l’Italia è tornata a vendere missili e bombe a Riad.

Pochi mesi prima, Meloni aveva telefonato a Bin Salman per parlare di strategie sull’energia e sulle armi e il settembre successivo Milano ospitò il primo Forum degli investimenti italo-sauditi.

Tra gennaio e settembre 2024 l’export italiano verso Riyadh ha superato i 4 miliardi di euro, con un incremento del 27,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Questo legame economico sta rapidamente trovando spazio anche sui campi di calcio, come si è visto con la sponsorizzazione di Riad Season per l’AS Roma firmata nell’ottobre 2023, seguita poco dopo dall’ingaggio del difensore saudita Saud Abdulhamid.

In soli sei anni, i discutibili rapporti italiani con l’Arabia Saudita si sono completamente normalizzati, ma questo è avvenuto perché l’Italia aveva già deciso di scendere a patti con i regimi autoritari negli anni precedenti.

Fonte

16/08/2024

La tv è stanca

Il modello di sviluppo industriale del calcio è in profonda crisi: la difficoltà nel piazzare i diritti tv per le partite del massimo campionato francese, è la prima avvisaglia di un complessivo ridimensionamento degli investimenti dei maggiori broadcaster. Ma la crisi non riguarda soltanto la Francia: il rialzo continuo dei prezzi di abbonamento, la corsa allo sfruttamento intensivo del prodotto attraverso la proposta di una programmazione molto discutibile per contenuti e qualità, la fatica nel conservare il parco abbonati sono tutti segnali che per il business i margini di crescita si siano esauriti. Ce ne parla, con la solita lucidità, Pippo Russo.

*****

La prima notizia è che l’inizio della catastrofe è stato evitato in extremis. La seconda notizia è che quell’inizio di catastrofe è soltanto rinviato. Succede tutto a Parigi, dove tra il mese più pazzo di sempre nella storia elettorale nazionale e l’avvicinarsi della trentatreesima olimpiade estiva ha trovato posto la risoluzione di uno psicodramma nazionale: la cessione dei diritti televisivi per la trasmissione delle partite di Ligue 1. L’inizio della nuova stagione, fissato per il 18 agosto, è stato accompagnato da un’angoscia di tipo nuovo, e per questo ancor più destabilizzante: l’angoscia che il calcio nazionale diventasse uno spettacolo invisibile. Il vecchio contratto è scaduto a giugno e in genere ciò avviene quando un nuovo contratto per il periodo successivo è stato già firmato. E invece la Ligue 1 si è ritrovata scoperta. Le settimane passavano, l’inizio del campionato si avvicinava e il rischio che il calcio transalpino sprofondasse in un ambiente mediale da anni Ottanta si faceva sempre più probabile. Né era soltanto una questione di copertura televisiva. Perché il punto massimamente critico stava (e rimane) nel fatto che i denari delle tv sono, e di gran lunga, la principale voce di ricavo per le società calcistiche del massimo livello, in Francia come altrove. Dunque, non firmare un contratto per la cessione dei diritti televisivi sarebbe stato un disastro per le casse di tutti i club.

Il problema nasceva da una richiesta della Ligue 1 che le emittenti televisive ritenevano eccessiva. I club speravano di spuntare 700 milioni di euro a stagione per il periodo 2024-29. E le emittenti rigettavano questa richiesta non tanto perché volessero tirare sul prezzo, ma perché, semplicemente, la Ligue 1 non vale quei soldi. Delle cosiddette Big 5 (le cinque principali leghe europee, gruppo di cui fanno parte, oltre al torneo francese, la Premier League inglese, la Liga spagnola, la Bundesliga tedesca e la nostra Serie A) è quella di livello tecnico inferiore e dal richiamo mediatico più debole. E non è nemmeno questo l’aspetto più penalizzante. Il vero, gigantesco handicap della Ligue 1 è che è un non-campionato; nel senso che si sa già chi lo vincerà prima che venga dato il via. Da quando il Paris Saint Germain è passato sotto proprietà qatariota non c’è più stata partita per nessuno. Scontato il rodaggio iniziale, il PSG ha lasciato per strada soltanto due campionati, ma giusto perché l’ossessione di vincere la Champions League ha indotto distrazione rispetto al torneo domestico, che i parigini pretendevano di poter vincere anche viaggiando col pilota automatico. Ma una volta imparata la lezione, il PSG non ha più sbagliato colpi. Né regge più di tanto il paragone con la Bundesliga (dove però il Bayern Monaco ha appena mancato il colpo al termine della scorsa stagione, cedendo il passo al Bayer Leverskusen), perché il livello medio del campionato tedesco è nettamente superiore a quello del campionato francese, come testimoniato dagli esiti delle coppe europee. Tenuto conto di tutto ciò, la richiesta della lega professionistica francese era irricevibile. E infatti non è stata recepita dai broadcaster, che nel braccio di ferro hanno dato da subito l’impressione di non essere quelli pronti a cedere.

E così è stato. I club hanno dovuto accettare un’offerta nettamente al ribasso di quasi il 30%: 500 milioni di euro. Una somma che non dice nemmeno tutto sull’umiliazione che i club della massima serie francese hanno dovuto ingoiare pur di non sparire dagli schermi televisivi. E per capire il senso della cosa basta guardare chi e come ha messo a disposizione quella somma. A pagare sono stati infatti due broadcasters, che si sono divisi il pacchetto delle 9 partite a giornata. Uno dei due è Dazn, che nelle lunghe settimane dello scontro aveva mandato a dire chiaramente di poter fare a meno della Ligue 1 senza particolari remore. Per chiudere l’accordo, l’emittente che detiene anche i diritti della Serie A ha accettato di elevare l’offerta da 375 a 400 milioni di euro. Una mancetta da 25 milioni di euro che per i club del massimo campionato francese è stata quasi più umiliante della precedente intransigenza. Grazie a quei 25 milioni di euro supplementari, Dazn si è assicurata un pacchetto di 8 delle 9 partite per ogni turno di campionato. La nona partita di ogni turno è stata aggiudicata a beIN Sport, che in cambio ha accettato di versare 100 milioni di euro a stagione. Una somma che, parametrata a quanto versato da Dazn per ottenere 8 partite a giornata, è del tutto spropositata. Ma proprio qui sta l’ulteriore aspetto di umiliazione per la Ligue 1. Perché beIN è un’emittente di proprietà di Qatar Sports Investments, il fondo sovrano che controlla il Paris Saint Germain. E perché entrambi i soggetti (PSG e beIN) sono guidati da Nasser Al-Kehlaïfi, plenipotenziario dell’emirato per le questioni sportive. Di fatto, la proprietà del PSG ha concesso al resto della Ligue 1 un’elemosina da 100 milioni di euro. E a questo punto la situazione è grottesca, perché i parigini non si limitano ad ammazzare la competizione, ma ne tengono pure in piedi il simulacro foraggiando le altre 17 società del torneo. Che dunque possono anche detestare i parigini per il loro strapotere sportivo e economico, ma intanto devono baciarne umilmente la pantofola perché dal PSG ricevono il pane e pure le brioches.

Ogni lega è infelice a modo suo

Si dirà che il caso francese è troppo peculiare perché se ne possa ricavare indicazioni di carattere generale. Vero. Ma è altrettanto vero che anche dai casi peculiari è necessario trarre lezioni di portata generale. In tal senso, le indicazioni che provengono da questa vicenda vanno lette con proiezione su un piano più complessivo perché il caso francese potrebbe essere l’avanguardia dell’esaurimento di un modello di sviluppo industriale del calcio. Si tratta del modello che ha puntato forte sulla massimizzazione della risorsa televisiva. Ciò che è all’origine di tutti gli squilibri e le iniquità che, dall’inizio degli anni Novanta, hanno preso ad attraversare il calcio a tutti i suoi livelli, da quelli nazionali a quello globale. La dinamica è nota ma è bene riepilogarla, specie adesso che si ha possibilità di collocarla in una prospettiva di medio periodo e darle un minimo di storicità.

Con l’avvento dei canali digitali a pagamento si apre la possibilità di trasmettere in diretta e in esclusiva tutte le partite di calcio di una giornata di campionato. Ciò determina che il vero botteghino sia quello virtuale e che la principale fonte d’incasso per le società calcistiche giunga proprio da quel botteghino. Che di suo ha enormi possibilità di espansione. Le tv anticipano alle società calcistiche i proventi di quel botteghino e poi si incaricano di rivendere quel prodotto di cui sono non soltanto distributrici, ma anche e soprattutto produttrici. Ma da qui inizia la sperequazione, la dinamica che rende i grandi e grossi sempre più grandi e grossi, e i piccoli e fragili sempre più piccoli e fragili.

Questa dinamica si manifesta su piani diversi e con modalità intersezionale. A farne le spese per primi sono i campionati nazionali dalla seconda divisione in giù, soffocati dalla televisizzazione del rispettivo campionato di prima divisione (che drena pubblico sugli spalti) e dalla spalmatura del suo calendario. Ma la direzione di questo processo si espande oltre i confini nazionali, seguendo la medesima logica darwiniana. La principale coppa europea per club mette in ombra quelle di grado inferiore, e i suoi ranghi vengono riempiti da club dei campionati di più elevato ranking (che sono anche i campionati più ricchi, mentre i club dei campionati di ranking inferiore si ritrovano cacciati ai margini, fino a vedere come un miraggio la partecipazione alle fasi che contano).

Ma poi anche all’interno dei tornei del massimo livello, sia sul piano nazionale che su quello internazionale, ci sono club che diventano troppo più forti degli altri, e che oltre ad ammazzare la concorrenza nei loro tornei prendono a sognare tornei ulteriormente elitari come le superleghe. E per queste superleghe del calcio la principale risorsa è ancora una volta quella: i diritti televisivi. E così il cerchio si chiude, per circoscrivere una politica della dipendenza dalla risorsa televisiva che si è trasformata in un nodo scorsoio ormai soffocante. Con in più la peculiarità che, nonostante la piena consapevolezza di tale dipendenza, nulla si fa per porvi rimedio e anzi si cerca di rafforzarla. Nel senso che si alimenta l’illusione di un’infinita munificenza da parte degli imprenditori televisivi, di una loro disponibilità a iniettare illimitate risorse nel calcio. E confidando in ciò si spende già quello che si prevede di incassare senza che ve ne sia garanzia alcuna.

Rispetto a questo andazzo il caso francese ha lanciato un avviso forte: la tv è stanca. E questa stanchezza manifesta una misura diversa in ciascuna lega nazionale. In Francia la manifestazione è avvenuta in modo perentorio. Altrove, come in Italia, avviene in modi diversi: c’è la fatica nel conservare il parco abbonati, il rialzo continuo dei prezzi di abbonamento, la corsa allo sfruttamento intensivo del prodotto attraverso la proposta di una programmazione molto discutibile per contenuti e qualità, e infine la certezza che per il business i margini di crescita si siano esauriti. Anche qui una paura che incombe, ma con una modalità diversa rispetto a quanto succede in Francia. Per dire che in ogni Paese il calcio è infelice a modo suo.

Se ripensare significa ridimensionare

Si dirà che la conclamata crisi francese e la prossima crisi italiana siano comunque due casi nazionali, da prendere come tali senza avere la tentazione di ricavarne indicazioni generali. Una considerazione di comodo, forse l’ultima risorsa per chi prova a esorcizzare la crisi. Perché invece le due vicende convergono verso un indizio univoco. E quell’indizio dice che la tv comincia a ridimensionare l’investimento. Sta esaurendo i propri margini di crescita, come avviene nella storia naturale di ogni cosa. E nella storia naturale di ogni cosa non esistono cose che crescono in modo illimitato. Invece il mondo del calcio, a ogni latitudine, ha creduto proprio questo: che i denari delle tv fossero disponibili senza limiti. Ma c’era anche un altro peccato originale a sorreggere questa credenza d’inesauribile crescita: il fatto di sottrarla ad altri, di campare non soltanto al di sopra delle proprie possibilità, ma anche sulle spalle di altri che invece erano costretti a subire una dinamica dell’immiserimento. E quando si sta dalla parte giusta della catena dell’immiserimento (cioè, la parte di chi ne giova incrementando la propria ricchezza a scapito di chi impoverisce), ci si ritrova come in uno stato di alienazione positiva. Che è uno stato complicato da spiegare, e che per di più contiene in sé il destino di una successiva espulsione dall’enclave del privilegio verso il vasto territorio degli have nots. Perché anche dentro l’enclave qualcuno lavorerà ancora per essere più ricco fra i ricchi e più privilegiato fra i privilegiati. E quell’accrescimento di status non avverrà per acquisizione di risorse nuove, ma per ulteriore erosione delle risorse presenti.

Questo è stato il meccanismo innescato dall’avere assunto la risorsa televisiva come leva principale per la produzione di una ricchezza drogata. L’arricchimento smisurato di alcuni crea continue fratture alimentate dalla brama di ulteriore arricchimento. E poiché le risorse si concentrano ormai dentro l’enclave, sarà una corsa a razziarsele fra coloro che la popolano. Le conseguenze di questo meccanismo che finisce per divorare se stesso sono evidenti. In Europa i campionati nazionali sono stati suddivisi in fasce la cui gerarchia è dettata dalla forza economico-finanziaria, con ripercussioni sull’accesso alle coppe europee (a loro volta suddivise per fasce gerarchicamente squilibrate). Ma all’interno delle stesse competizioni privilegiate (campionati nazionali e coppa europea di fascia superiore) si scatena un’ulteriore corsa alla predazione delle risorse altrui, da parte dei soggetti che ritengono di essere l’élite dell’élite e per questo chiedono privilegio fra i privilegiati.

La conseguenza di tutto ciò ha una logica brutale. Dentro ogni lega nazionale i club di fascia superiore manifestano una voglia di Superlega molto più vasta di quanto le versioni ufficiali lascino credere. E ciò si ripercuote sul fascino di molte leghe, che del resto mostrano squilibri competitivi palesi. Della Ligue 1 si è detto. Ma le cose non vanno in modo granché diverso nelle altre leghe di prima fascia. In Italia si è assistito a una dittatura juventina durata 9 anni, cui sta facendo seguito un lento riequilibrio. In Bundesliga il Bayer Leverskusen ha interrotto una striscia di 11 campionati vinti dal Bayern Monaco (che a sua volta, dalla stagione 1998-99 alla 2022-23, ne ha vinti 19 su 25). In Spagna succede di tanto in tanto che l’Atlético Madrid rompa la diarchia Barcellona-Real Madrid. E anche nella fascinosa Premier League il Manchester City ha portato a casa 6 delle ultime 7 edizioni. Il pubblico televisivo si stanca, fa selezione fra le stesse leghe del massimo livello e ne privilegia alcune. Le tv e gli sponsor colgono i segnali e agiscono di conseguenza, spostando le risorse da una lega a un’altra. E così, d’incanto, alcuni ricchi si ritrovano a rischio impoverimento senza essere pronti a vivere questa condizione. La Ligue 1 è il primo vagone a essere stato sganciato. La Serie A sarà il prossimo. E chi rimarrà nella corsa dovrà guardare a una prospettiva di sopravvivenza anziché di espansione.

Fonte

31/07/2024

Un triangolo tra storia, vita e calcio

Il pallone è diverso dal calcio. Il primo è un gioco che si fa da bambini e di cui ci si innamora. Il secondo, invece, è un giuoco, con la “u”. Uno sport dove a decidere tutto è un dio crudele che non fa sconti a nessuno.

Appena iniziato il romanzo di Teodoro Lorenzo, subito mi sono chiesto il perché del titolo: “Rimpalli”. Subito mi è però anche arrivata la risposta.

Nel romanzo, come nel faccia a faccia tra il guerriero senza nome e il Re di Quin nel film Hero, si vuole raccontare la storia di una persona, ripercorrendo le tappe e i momenti segnanti che lo hanno portato dentro e fuori il mondo del calcio. Quel gioco bello e terribile che tutti, in Italia come nel mondo conoscono e che nel romanzo tiene alto l’interesse, ma anche la tensione.

Da qui i Rimpalli che vanno a costruire, o a ricostruire, la storia. Come i “triangoli” del calcio.

Nel “triangolo” del calcio (lo scriviamo per completezza d’informazione, ndr) un giocatore A passa la palla a un compagno B e comincia a correre in uno spazio lasciato vuoto sul campo (senza compagni o avversari, ndr). Il giocatore B non ferma la palla ricevuta da A, ma la restituisce, subito o quasi, al mittente. Questo è un fondamentale dell’azione in un campo e quindi della costruzione del gioco.

Nel romanzo, la costruzione della narrazione proprio come nel triangolo del calcio, passa per la storia e i luoghi di Torino, poi sostituiti dalla storia e dai protagonisti del calcio. La narrazione rimpalla sulla storia dell’autore come calciatore e finisce con la vita di un bambino, poi ragazzo infine uomo. E sulle sue riflessioni, di quello che è successo.

Nel romanzo, l’autore racconta la sua storia attraverso un centro di gravità comune a molti, oggi come ieri, quello del calcio. Storia che ha uno sfondo, quello della Torino degli anni '60 e '70, delle case popolari e della vita di quartiere. Storia che potrebbe essere quella di chiunque, passata proprio per le case, l’oratorio e il cortile, ma che è solo sua per il motivo cardine che ha spinto Teodoro Lorenzo a scriverne e in qualche modo a vivere, o almeno a vivere così: il calcio. O come sarebbe più corretto dire, il pallone.

Fonte

13/07/2024

Italia - L’Europa del calcio boccia il governo sulla riforma della Serie A

Si è dovuti attendere la tarda serata, tra lanci di stracci e «letterine» inviate al governo come quella firmata da Draghi-Trichet al Berlusconi quater nel 2011, per mettere la parola fine alla riforma del calcio italiano.

Riforma, per come infine partorita, svuotata del senso originario tanto agognato dal senatore Claudio Lotito (Forza Italia, nonché presidente della Lazio), ma che nella sua formulazione definitiva ha dovuto fare i conti con i diktat dell’Europa, che nel calcio si chiama Union of European Football Associations (Uefa).

L’emendamento Mulè, dal nome del deputato di Forza Italia Giorgio Mulè, ottiene dunque il via libera in Parlamento, ma la retromarcia del governo e della «fronda autonomista del calcio» è evidente.

Il testo originario si incardinava infatti su tre elementi centrali:

1) l’autonomia delle leghe che organizzano campionati sportivi professionistici dalle federazioni di riferimento, nel calcio italiano rispettivamente la Lega Serie A del presidente Casini e la Federazione Italiana Giuoco Calcio (Figc) del presidente Gravina;

2) peso elettorale e rappresentanza negli organi direttivi nelle federazioni in base al contributo economico apportato al sistema;

3) possibilità per le società di andare in ricorso in sede amministrativa, bypassando la giustizia sportiva, contro atti ritenuti pregiudizievoli da parte delle federazioni, come il Coni o la Figc appunto.

La sottrazione del business del calcio al governo della Figc aveva creato una levata di scudi da parte della Uefa e della Fifa, rispettivamente l’organismo europeo e internazionale che detengono il monopolio dell’organizzazione degli eventi calcistici.

Nella mattina di giovedì i due organismi avevano fatto recapitare una «letterina» al governo: se l’emendamento non viene rivisto, “non avremmo scelta se non quella di deferire la questione ai nostri organi decisionali per valutare misure, compresa l’eventuale sospensione della Figc”.

In altri termini, Uefa e Fifa avvertivano che, se il controllo della Serie A fosse stato sottratto alla Figc e di riflesso agli organismi internazionali, esse avrebbero sospeso le squadre italiane dalle competizioni europee e ritirato l’Italia dalla co-organizzazione (con la Turchia) dagli europei del 2032.

Immaginate i titoli dei giornali: “Il governo Meloni elimina la Juve dalla Champions League”. Troppo alta la posta in gioco per continuare il braccio di ferro, se si considerano i 24 milioni di tifosi-elettori interessati dal comparto calcio.

Dunque, la riforma firmata Mulè, voluta da Lotito e supportata pubblicamente da Casini fa marcia indietro e ottiene di fatto solo l’aumento di peso della Serie A negli organi di rappresentanza in Consiglio federale (prima della riforma al 12%, contro per esempio il 34% dei dilettanti).

Soddisfazione ostentata dal deputato Mulè e più sincera invece al Quirinale, che nei giorni scorsi si era espresso in favore di una maggiore attenzione ai voleri dell’Europa. Come tradizione vuole, verrebbe da dire…

Come spesso accade nel sistema capitalistico, in cui il sistema calcio è ahinoi pienamente integrato, pesce grande comanda (quando non mangia) pesce piccolo.

La Uefa, supportata dalla Fifa, continua a serrare i ranghi contro ogni tentativo di limitazione dell’immenso potere acquisito nei suoi 70 anni di vita, festeggiati proprio nel giugno del 2024.

Potere illegittimo riconosciuto anche dalla Corte di Giustizia Europea, che ha definito monopolistica l’attività dell’associazione nel mercato del calcio europeo.

Contro il grande capitale, il piccolo capitale non può che sopperire.

Purtroppo, degli interessi e delle passioni dei tifosi, che si vorrebbe relegati a meri consumatori del prodotto-calcio, e della salvaguardia dello spirito della competizione sportiva, sacrificata sull’altare del profitto, ovviamente in questa vicenda non vi è traccia.

Leggi anche:

La Uefa minaccia, il governo obbedisce

Fonte

11/07/2024

La Uefa minaccia, il governo obbedisce

“L’emendamento Mulè è accantonato, ora si sta ragionando su una riformulazione”. Queste le parole riferite martedì 9 all’agenzia Dire dal ministro dello Sport Andrea Abodi (Fratelli d’Italia).

Il riferimento è al comma 4 dell’articolo 16-ter del testo di legge che ha mandato in fibrillazione il mondo del calcio italiano, e non solo.

Il passaggio incriminato dell’emendamento affermava che il “ricorso diretto innanzi agli organi della giustizia amministrativa in sede di giurisdizione esclusiva”.

Stiamo parlando della possibilità per le società di calcio di ricorrere al giudice amministrativo (il Tar) per questioni oggi sotto la giurisdizione della giustizia sportiva.

Detta altrimenti, di una maggiore autonomizzazione da parte della lega Serie A dagli organi federali sportivi, ossia la Figc, sul modello della Premier League nata nel 1992.

“Se il testo resta così, dovremo escludere le squadre italiane dalle coppe europee”, aveva minacciato il numero uno della Federcalcio europea, ossia l’Uefa, lo sloveno Aleksander Ceferin.

Il diktat europeo e l’obbedienza del governo Meloni si inseriscono in un contesto come detto di subbuglio per il calcio italiano ed europeo.

L’esecutivo infatti è impegnato in un tentativo di sottrazione degli organi di controllo del mondo del calcio all’autonomia delle federazioni preposte al governo dello sport.

Un altro tassello di questo puzzle è la creazione di un’Autorità, che risponda al governo, per la sorveglianza sui conti delle società professionistiche (calcio e basket) che rimpiazzi il lavoro oggi svolto dalla Covisoc, ossia la stessa Autorità sotto l’ala della Figc.

È bene ricordare come il calcio abbia svolto nel nostro paese un ruolo importante nella creazione di un clima di consenso e legittimità nelle alte sfere della politica, come discusso in una recente iniziativa al Circolo GAP a Roma.

Si pensi solo alle famiglie Agnelli, Berlusconi, Moratti, o in forma minore oggi Cairo o Lotito, tutti rappresentanti a vario titolo del padronato italiano che tramite l’aziendalizzazione del calcio hanno aumentato la loro visibilità e presenza nella scena pubblica italiana.

Ma nell’integrazione europea avviata da Maastricht in poi le decisioni dirimenti per la società, l’economia e la politica italiana sono state esternalizzate nei centri di comando europei o internazionali, da Bruxelles a Washington.

Non tanto diversa è la situazione per il calcio, anche se la stessa governance soffre in questi mesi dell’accusa di monopolio in cui la Uefa (e la Fifa) ha operato nel “mercato del football” con la Super Lega, con tanto di sentenza della Corte di giustizia europea.

Il governo Meloni, ossequioso nel togliere il panem a chi abita in questo paese, sembra molto interessato al controllo del circenses in funzione di arma di distrazione di massa, in barba alla lezione impartita alla storia dai Romani.

La realtà è che in questo sistema comandano i soldi, non le passioni o le necessità del popolo. E ciò è vero anche per il calcio, visto che il ricchissimo “modello Premier” ha avuto come effetto principale l’espulsione delle fasce popolari dalla vita delle società sportive.

“Al giorno d’oggi il calcio non è più alla portata di tutti i ceti sociali”, ha detto il neopresidente dell’Inter Giuseppe Marotta in un incontro alla Regione Lombardia lunedì 9 luglio.

Più chiaro di così...

Leggi anche: Un calcio di soli padroni

Fonte

12/03/2024

DASPO tra stadio e manifestazioni, centrodestra e centrosinistra

Pochi ricordano che l’istituto del Daspo, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive causa provvedimento emesso dal questore, è uno di quelli che “ha chiesto l’Europa”.

Quello che è stato introdotto in Italia come Daspo è infatti un provvedimento, raccomandato dal consiglio d’Europa a tutti i paesi membri, pensato tra gli strumenti giuridici per il contenimento del fenomeno hooligan dopo la strage dell’Heysel del 1985. Si tratta di una misura di contenimento preventivo del comportamento personale, emessa da un atto amministrativo e non da una sentenza di tribunale, che è rimasta nell’ordinamento giuridico ed è evoluta assieme al complesso delle norme sull’ordine pubblico degli stadi, alle mutazioni delle tecnologie di sorveglianza e anche ai cambiamenti dell’opinione pubblica dedicata a questi temi. Infine, il Daspo ritorna in questo periodo al centro del dibattito politico come proposta dei sindacati di polizia al governo Meloni da mettere entro un pacchetto “ordine pubblico” dedicato alle manifestazioni e non più esclusivamente allo sport.

Il Daspo è pensato come uno strumento di emergenza – velocizzare tramite atti amministrativi l’allontanamento dallo stadio di più soggetti ritenuti pericolosi – dopo un fatto gravissimo, la strage dell’Heysel. Le stragi – ricordiamo dopo Heysel, Hillsborough del 1989 – sono scomparse ma il provvedimento è rimasto nel tempo e, come vediamo, in Italia rischia nuove applicazioni oltre il campo sportivo. Fa bene ricordare come il Daspo appartenga, assieme alla precettazione per lo sciopero dei trasporti che oggi ha ridotto di molto i margini di conflitto sociale, all’ultima stagione di governo del pentapartito a guida Andreotti, quella che si trova ad affrontare, rimanendone travolta, le mutazioni che questo paese cominciava a intravedere alla fine degli anni ’80.

Fa bene anche ricordare che l’inasprimento dell’uso del Daspo fa parte del famoso pacchetto Amato – votato da Pdci, Verdi e dal Prc bertinottiano – promosso dal governo Prodi dopo la morte dell’ispettore Raciti durante gli scontri provocati per Catania-Palermo. Alcuni dei provvedimenti Amato sono rimasti storici (l’obbligo non più solo formale di tornelli allo stadio che ha cambiato panorami e uso dei territori attorno agli impianti), altri erano surreali (come il divieto di introdurre tamburi allo stadio e il controllo di striscioni e bandiere) ma soprattutto si faceva notare il fatto come quella che allora era la sinistra sceglieva non di tutelare i diritti civili ma di consegnare una parte della vita sociale alla logica dell’emergenza. Questa logica, inasprire il quadro giuridico e i provvedimenti che hanno effetto sul campo a ogni fatto collettivo trattato come emergenza, non poteva non essere ripresa dal centrodestra e infatti prima col decreto Pisanu del 2005, ripreso e rafforzato dalle leggi Amato, e con il decreto Maroni del 2010, che a sua volta poggiava sulle leggi Amato, il Daspo ha allargato il proprio raggio d'azione e con lui le forme di contenimento preventivo dei comportamenti collettivi.

Insomma, nel corso di un quarto di secolo le manifestazioni sportive sono state consegnate alla logica dell’emergenza permanente, con la naturalizzazione dell’istituto dell’allontanamento preventivo dagli stadi che si è accompagnata all’evoluzione tecnologica delle forme di controllo. Questo, nel tempo, ha allontanato gli scontri dagli stadi, grande ferita della società dello spettacolo, ed ha aperto la stagione della conflittualità, anche con risvolti drammatici, tra tifoserie in aree e zone dedicate. Altra questione è che, da tempo, si chiede al Daspo di fare il salto di specie ovvero di passare dalla emergenza sportiva a quella politica, di diventare un “semplice” atto amministrativo per il contenimento preventivo e immediato dei manifestanti.

Qui, un paio di precedenti utili a capire il problema. Il primo è che nel nostro ordinamento esiste già un Daspo non sportivo: il “Daspo urbano” introdotto dal governo Gentiloni, non propriamente di centrodestra, nel 2017 che riguarda il tema del “decoro” ovvero la possibilità di vietare determinati luoghi per atto amministrativo a soggetti che turbano, in vario modo, quella che si pensa essere la normalità della vita cittadina. Viene così allargato, almeno formalmente, l’insieme dei soggetti ai quali applicare l’emergenza senza fine e le misure di velocizzazione del comportamento collettivo: dagli hooligans si passa alla piccola fauna del traffico urbano.

Altro aspetto interessante, specie se si guarda al futuro, è toccato dalla sentenza del TAR del Lazio del 2019 che vieta, almeno fino a oggi, il cortocircuito tra Daspo sportivo e penalizzazioni ricavate durante le manifestazioni politiche. Sia durante la gestione agli interni Minniti che in quella Salvini correva infatti l’abitudine di emettere Daspo per persone che avevano ricevuto sanzioni a causa di manifestazioni politiche (es. condanna per volto travisato) ma non avevano commesso nulla sul piano delle manifestazioni sportive. Una evidente lesione dei diritti civili, come lo è quello di accedere a manifestazioni sportive, sanata dal Tar del Lazio di qualche anno fa. C’è da chiedersi cosa accadrà del complesso dell’istituto del Daspo, se le proposte dei sindacati di polizia verranno accettate, e giuridicamente adattate, dal governo Meloni. La trasformazione delle manifestazioni in stato d’emergenza permanente, come per gli stadi da oltre trent’anni, può avere grosse conseguenze su tutta la società come è stato per la legislazione sportiva nel corso di questi anni.

Bisogna quindi ricordare un altro paio di questioni:

 1) gli effetti sociali diretti della stagione delle stragi legate al calcio (’85, ’89) sono esauriti da tempo. Gli effetti sociali della legislazione di emergenza contenimento preventivo dei comportamenti di parte della società, sviluppo quasi incontenibile delle tecnologie di controllo legittimate anche dai provvedimenti di emergenza – sono in piena salute e mostrano un reale futuro.

2) tutti i provvedimenti presi, in Italia, in materia di Daspo, per quando abbiano vissuto oltre la stagione della loro gestazione, sono risposte, in ottica di addomesticamento della società, a periodi di recrudescenza, anche molto violenta, della vita da stadio. L’eventuale Daspo per i manifestanti, così come è chiesto dai sindacati di polizia, avverrebbe dopo un periodo di recrudescenza, ma del comportamento delle forze dell’ordine. Se accade si tratta di un uso della legislazione di emergenza nuovo, da capire bene.

Una società in stato permanente di emergenza su questi temi, oltre a creare danni collettivi e personali, sfavorisce, e di molto, la capacità di presa sulla società di quello che è rimasto delle varie sinistre. Le cose possono cambiare se queste acquisiscono una cultura dei diritti civili che, nel nostro paese, appare o piuttosto scarsa o confinata in temi che non hanno a che vedere con il diritto di manifestare.

Fonte

15/02/2024

12 paesi chiedono alla FIFA di escludere Israele dal Mondiale

La Federazione Internazionale delle Associazioni di Calcio (FIFA) ha rivelato giovedì 8 febbraio di aver ricevuto una richiesta avanzata pochi giorni fa da 12 federazioni facenti parte dell’ente che difendevano l’esclusione di Israele dalle competizioni calcistiche nelle selezioni fintanto che durano i bombardamenti e gli attacchi militari di terra contro la Striscia di Gaza.

Il sito Sky News ha pubblicato l’elenco della metà dei firmatari del documento, tra cui figura la Federcalcio Palestinese – riconosciuta dalla FIFA e con diritto a partecipare ai tornei organizzati dall’ente – oltre ad Arabia Saudita, Giordania, Qatar, Iran ed Emirati Arabi.

Il testo presentato alla FIFA è stato redatto dal presidente della Federcalcio Giordana, Ali bin Al Hussein, che è anche presidente della Federcalcio dell’Asia Occidentale (WAFF).

Il documento esorta il massimo organo del calcio mondiale ad “assumere una posizione decisiva contro le atrocità commesse in Palestina e i crimini di guerra a Gaza, condannando l’uccisione di civili innocenti, inclusi giocatori, allenatori, arbitri e dirigenti“.

“Tendiamo anche a vedere la distruzione delle infrastrutture calcistiche come stadi e sedi dei club. È necessario creare un fronte unito per isolare la Federcalcio israeliana da tutte le attività legate al calcio fino alla fine di questi attacchi di aggressione“, ha aggiunto il dirigente giordano.

Inoltre, la richiesta evidenzia che l’offensiva militare israeliana ha ucciso quasi 30.000 civili palestinesi, tra cui più di 13.000 bambini. “La crisi umanitaria a Gaza richiede una risposta inequivocabile e decisiva da parte della comunità calcistica mondiale. Come membri, soggetti allo statuto della FIFA, rimaniamo uniti nella nostra promessa di difendere tutti i diritti umani riconosciuti a livello internazionale”, ha affermato Al Hussein.

L’ente sportivo però non si è espresso sul caso, menzionando solo l’esistenza della richiesta. Se la richiesta verrà accettata, le squadre israeliane saranno automaticamente escluse da tutte le principali competizioni calcistiche mondiali.

In questo ipotetico scenario, Israele non potrebbe disputare le eliminatorie ai prossimi Mondiali maschili, il che impedirebbe al paese anche di raggiungere la fase finale del torneo, che si disputerà negli Stati Uniti, Messico e Canada nel 2026.

Si tratta, di fatto, della stessa punizione applicata dalla FIFA alla Russia, poco dopo l’inizio dell’invasione militare dell’Ucraina, nel febbraio 2022. Quella decisione era stata presa su richiesta della Unione Europea di Calcio (UEFA) e della Federazione degli Stati Uniti.

Il divieto russo funge ora da precedente per l’iniziativa contro Israele. Nel documento presentato alla FIFA, i 12 paesi firmatari sostengono che applicare la stessa sanzione a Tel Aviv sarebbe “la cosa più coerente” e suggeriscono che l’ente sportivo sarebbe marcato negativamente se decidesse di assumere due posizioni diverse rispetto a questi due casi.

Questa è la seconda petizione a favore dell’esclusione di Israele dalle principali competizioni sportive.

Nel gennaio di quest’anno, la Conferenza d’Emergenza Palestina, tenutasi a Londra, ha proposto una serie di sanzioni volte a costringere Tel Aviv non solo a cessare il fuoco nella Striscia di Gaza, ma anche a porre fine al regime di apartheid contro i palestinesi e ad accettare la creazione di uno Stato palestinese sovrano.

Tra le sanzioni richieste nel documento finale di quell’evento c’è l’esclusione di Israele dalla FIFA e anche dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Questo secondo atto significherebbe escludere gli atleti israeliani dai Giochi Olimpici che si terranno quest’anno a Parigi.

La risposta di Israele

Il direttore esecutivo della Federcalcio israeliana, Niv Goldstein, ha rilasciato giovedì le sue dichiarazioni, ripudiando quella che ha classificato come “l’implicazione di questioni politiche in temi che dovrebbero essere puramente sportivi”.

“Ci concentriamo esclusivamente sulle missioni calcistiche. Sogniamo di qualificarci per gli Europei del 2024 e mi auguro con ansia che si possa raggiungere la pace in altri settori”, ha detto il dirigente israeliano, che si è detto tranquillo riguardo alla partecipazione del suo paese ai tornei FIFA e UEFA in questo e nei prossimi anni.

Fonte

26/01/2024

Il calcio di Eric

25 gennaio 1995. Stadio londinese di Selhurst Park. Si gioca Crystal Palace contro il Manchester United. Il primo tempo si chiude a reti inviolate. Eric Cantonà, attaccante del Manchester prima di raggiungere gli spogliatoi si lamenta con l’arbitro del trattamento falloso ricevuto dal suo avversario, Richard Shaw, stopper vecchi tempi. Gli chiede perché non stia facendo «il suo fottuto lavoro».

Cantona rientra in campo con i nervi a fior di pelle. Capitan Ince gli raccomanda calma. Macché. Al minuto 48′ il francese si libera della marcatura di Shaw, rifilandogli una tacchettata sulla gamba. Il direttore di gara ha visto tutto ed estrae il cartellino rosso. Espulso.

Si accende un accenno di rissa. Una volta sedata, Cantona, a capo chino si dirige verso la panchina dove l’attende furioso mister Ferguson.

Il francese dagli spalti viene subissato d’insulti. Cantona si tira su il colletto della maglia. Sembra che tutto finisca lì. Quando all’improvviso un tifoso degli Eagles lo provoca facendo il saluto fascista.
«Vattene nel tuo paese, bastardo francese».
Entra allora in scena l’antica arte marziale del Kung Fu. Cantona si esibisce con un calcio volante sul petto del fascistone. Si tratta di Matthew Simmons, militante del ‘Fronte Nazionale Britannico’, con precedenti penali per aggressione. Lo stende.

Cantona vorrebbe finire il lavoro, ma viene portato via a forza dagli addetti alla sicurezza. Dopo una lunga interruzione, la partita finisce 1-1.

Cantona verrà squalificato per 8 mesi e condannato a due mesi di prigione, convertiti in una grossa multa e in 120 ore di lavori socialmente utili.

Ecco le parole di Cantonà:
«Il miglior momento della mia carriera? Quando ho preso a calci il fascista, per alcuni è un sogno calciare queste persone l’ho fatto per loro, quindi sono felice. Saltare e calciare un fascista non può essere assaporato ogni giorno, avrei dovuto dare un calcio più forte al fascista, non posso pentirmi, mi sono sentito benissimo, ne ho imparato e penso che anche lui».
Cantona, non ha mai tradito le sue origini. Ribelle, anarchico sul campo, come nella vita.

Nel 2012 mobilita tutto il mondo del calcio per far scarcerare il giocatore palestinese, Sarsak, in cella in Israele senza accuse.

Contro i mondiali in Qatar, non usa mezzi termini: «Un orrore umano, non li guarderò, con migliaia di morti per costruire questi stadi che serviranno solo per divertire il pubblico presente per due mesi».

L’ex Manchester quindi invita tutti i tifosi ad aderire alla campagna social “Boycott Qatar 2022“. Sono oltre 6.500 i lavoratori che hanno perso la vita in Qatar.

Eric Daniel Pierre Cantona, nasce il 24 maggio 1966, a “Les Caillols”, sobborgo di Marsiglia, la città più multietnica di Francia, affacciata sul Mediterraneo.

Il padre Albert, ha sangue sardo, la madre, Eleonore, è figlia di rifugiati catalani. Il nonno materno, ha combattuto contro i fascisti di Franco nella guerra civile spagnola degli anni Trenta.

In Francia la fama di “bad boy” lo costringerà a varcare La Manica. L’Inghilterra gli darà la gloria, prima con il “Leeds United”, poi con il “Manchester United”, dove diventerà una leggenda vivente.

Eric, sempre controcorrente, eccolo in un’intervista a The Athletic, dove spiega perché si può essere campioni anche fuori dal prato verde:
«Ci sono persone in alcuni Paesi che sono davvero impegnate, che rischiano per le loro vite. Abbiamo fatto alcuni documentari sui ribelli del calcio ma quando dico ribelli, non intendo i ragazzi con tatuaggi e gel nei capelli. Questi sono falsi ribelli.

Intendo coloro che mettono in pericolo la propria vita, che hanno combattuto per la democrazia, o come Carlos Caszely in Cile (un calciatore che si è opposto alla dittatura di Pinochet). Hanno preso sua madre, hanno torturato sua madre. Ci sono molte cose per cui puoi combattere oggi.

Quindi, combatti per i Palestinesi. Lotta per lo Yemen. Lotta contro l’Arabia Saudita e i Paesi che vendono armi all’Arabia Saudita. Parlatene».
Fonte

24/01/2024

Per gli eroi autentici non si guasti il ricordo. A Gigi Riva

Gianni Brera – il più grande scrittore di sport di ogni tempo (oggi, in mezzo ad un’aurea mediocrità, solo Darwin Pastorin gioca nella stessa serie A di Brera, come ci giocavano Arpino e Gianni Mura) – scrisse nel 1976 un articolo su Gigi Riva, nell’occasione triste del suo terzo grave incidente di gioco che ne chiuse la carriera a soli 32 anni.

Quell’articolo è forse il più bel racconto breve mai scritto nella letteratura sportiva. Io lo lessi quando avevo quindici anni; fatto sta che, più della sobria prosa manzoniana, devo il mio modo di scrivere e raccontare alle acrobazie e rovesciate letterarie di Gianni Brera (nei commenti, un esempio recente, si parva licet).

Il dolore e la commossa ammirazione che traspaiono da questo articolo di Brera per Gigi Riva, eroe caduto, sono toccanti.

Gli anni sono passati, da quel 1976, molti ma non abbastanza, campione.

Ti conobbi seduto sui gradini fuori dal famoso ristorante a Cagliari, quello che tiene in permanenza un tavolo apparecchiato solo per te, sotto un tuo ritratto trionfante del 1970. Fumavi una sigaretta, fumavo io pure il mio mezzo toscano: fosti amichevole, gentile nella tua timidezza, scherzammo su quanto in realtà tutte queste prediche che ci han sempre fatto per farci smettere, alla fin fine, ci allungassero la vita.

Non abbastanza, campione. Non abbastanza.

Sento il dolore sordo del panta rei, quella stretta al cuore di quando cade anche l’eroe che ci illudevamo essere invincibile.

Gigi Riva è stato il miglior attaccante italiano di sempre.

Il nostro eroe. Rombo di tuono.

Massimo Zucchetti

*****

La notizia del grave incidente occorso a Luigi Riva mi è discesa nell’anima a tradimento, come un’amara colata di assenzio. Istintivamente ho riudito i lamenti di Lorca (“que no me dejas veerlo”) per il suo amico Ignacio riverso nell’arena.

Egli stesso, con voce roca ma ferma, si è raccomandato che non ne facessimo un dramma. Era però Luis Riva l’atleta grande e famoso che aveva pudore di mostrarsi per una volta, debole come gli altri, lui che della vita ha il concetto tragico di chi ha dovuto forzare il destino.

Proprio io, tra i primi, l’avevo visto sbozzarsi a fatica da un ossuto traccagno del mio paese lombardo. Fasci di muscoli guizzavano imperiosi fuor dell’impianto rozzo e quasi greve. Non molti lo capirono e dovette emigrare.

Lo fece bellissimo l’esercizio, peraltro scavandolo a vantaggio di prominenze decisamente michelangiolesche se non addirittura barocche. Nonché esaltarsi di questa nuova realtà della sua vita, egli era fatto cauto dal ricordo di troppe miserie vissute e sofferte a Leggiuno.

Ancor oggi lo vedo sollevarsi da un bulicame confuso e informe di vittime predestinate alla fame e all’umiliazione. Si è ribellato come usano i romantici e gli eroi, troppo facilmente apparentati con quelli. Nel suo viso incavato erano scritti infiniti ricordi di dolore.

Nessun pericolo ha mai potuto arrestarlo. Ha sempre considerato possibili le acrobazie più temerarie, tanto più temibili e pericolose in quanto più vicine all’arcigna durezza della terra.

Spiriti meschini hanno talora fraintese le sue prodezze attribuendole al caso. Altri hanno ignorato la virile bellezza dell’atleta rifugiandosi nel molle decadentismo degli esteti. Inconsciamente e no abbiamo lottato per lui in Italia con i ricordi non proprio estinti degli evirati cantori.

Certo, i miaulii dei fighetti seducono più dell’urlo vibrato, non umiliano i deboli al paragone. Rombo di Tuono, io dissi un giorno per quasi incredulo entusiasmo, e trovai memoria di un re Brenno nel nostro etnos più antico.

Anche Brenno, come lui, era comancino ma Luis non era mai nato nel nostro calcio, costituiva fenomeno nuovo nuovissimo, sicché qualcuno esitava, poco riconoscente, a indicarlo quale degno erede di Silvio Piola, lui pure di sangue lombardo.

Piola era giusto di piede rozzo come il suo: ben altro però li doveva rivelare alla grandezza sportiva: innanzi tutto il coraggio, poi la potenza atletica, l’impeto generoso, la quadrata rudezza del carattere. Quel tanto di più armonioso ed equilibrato che era nel gesto di Piola diventava in re Brenno squassante potenza, irruente immagine di aggressione e fors’anche di rapina.

Le frustrazioni subite nell’infanzia gli impedivano ogni forma di prepotenza morale. Nessuno più di lui era disposto a capire gli umili. Pensandoci bene, nella sua fuga in Sardegna era improrogabile voglia di riscatto, direi di evasione nel sacrificio, e quindi fatalmente nel dolore.

Parlava di calcio come di un lavoro: non si e mai consentito il piacere di chiamarlo gioco: l’edonismo non era contemplato nella sua natura di ribelle che sapeva le umiliazioni dei vinti. Forse è subito piaciuto ai sardi perché anche loro sembrano mossi da un folle e talora persino torvo eroismo fuori del tempo.

I sardi vedevano in lui il campione, l’eletto che doveva riscattarli di fronte a una storia matrigna. L’hanno benvoluto e adottato prima che lo assalisse la nostalgia. Divenuto in pochi anni uno dell’isola, si è sottratto quasi del tutto ai crudeli complessi d’un’infanzia troppo a lungo umiliata nell’indigenza.

Per quanto impegnato sulla parola a essere suo biografo, ho durato fatica a capire io stesso perché non lo allettasse un ritorno in Lombardia. Gli offrivano ingenti ricchezze e ovviamente onori tifo amicizie importanti.

Preferiva rifugiarsi in casa di pescatori cagliaritani. Scopriva gli agi come glieli andava offrendo la natura, ancora per poco autentica in Sardegna. Vederlo stritolare e succhiare chele di aragosta era un godimento che sapeva fors’anche di vendetta.

I suoi amici sardi annuivano ridendo con i loro antichi visi di berberi. Senza saperlo, certo, si sentivano uniti dal sangue. Berberi erano anche i leponti che avevano popolato i laghi lombardi: da noi, in Italia, venivano chiamati liguri; ma tornare in Lombardia lo spaventava troppi fantasmi sgradevoli, ancora, sotto il suo cielo.

Quando ho conosciuto Riva, ho quasi subito intuito il suo drammatico destino e puerilmente mi sono sforzato di esaltarlo nel favoloso. Re Brenno è diventato Rombo di Tuono perché l’iperbole si addiceva ai suoi prodigi di atleta. Considerando lavoro, dunque sofferenza, il gioco del calcio, mai si e lagnato del proprio dolore fisico.

Due volte ha offerto quel che aveva di più necessario nel suo mestiere (per mera auto?ironia precisavano i suoi agiografi che aveva dato due gambe alla patria pedatoria). Ora parole grosse non vorrei dirne, esattamente come piace a lui: però non esistono nello sport altri esempi di dedizione pagata a cosi caro prezzo. Ed è sempre risorto obbedendo a una volontà che doveva anche dare sgomento ai troppi pusilli italiani.

Non basta dire che l’aiutava l’agonismo a evadere dal suo difficile passato di privazioni. In effetti eravamo in presenza dell’eroe. Non commuovi un pastore accennando a gesti solamente vezzosi; non incanti a parole il vecchio incallito uomo di sport.

In Italia, dove tanto scarseggia, sul coraggio si preferirebbe scivolare con discrezione di comodo. Nossignori, che dobbiamo distinguere l’uomo dal piccolo barlafuso imbroglione, l’atleta che conosce il sacrificio generoso dal furbo fregnoncino capace di fingere e infinocchiare!

Certi spettacoli di calcio, in Italia, rasentano il fescennino burlesco, talché si potrebbe dire che a nobilitarli sia soltanto la ferocia dei meno bravi, il loro disperato e impietoso “struggle for life”.

Ma quando Rombo di Tuono distendeva le sue poderose falcate, nessun gesto poteva mai scadere a parodia agonistica. La qualità del suo lavoro appariva rozza soltanto agli incompetenti. In realtà la esaltava uno slancio irresistibile, un tempo raffinatissimo, un senso dell’impatto quale pochi possedevano al mondo.

Ho visto io Sivori strizzare gli occhietti furbi e consolare lo smargiasso che era in lui garantendo che con quelle botte si sarebbe squinternate le gambe: Rombo di Tuono esplodeva saette cogliendo al volo dal limite i lunghi traversoni di Domenghini e altri dall’ala: colpito in pieno collo, il pallone schiattava letteralmente fra i pali.

Incompreso da tutti che non l’avessero già visto e conosciuto in Sardegna, Rombo di Tuono perdette un mondiale che per altri portò anche vergogna. Gli invidi abatini lo ignorarono il giorno della prova decisiva per averlo forse capito fin troppo.

Al ritorno da Durham s’impose per nostro totale scorno di spregiatori gabbati e resipiscenti. Come un antico eroe, ebbe finalmente l’apoteosi per fatiche non indegne – disi mi? – della leggenda erculea: batte il vento Scirocco, maligno figlio di Eolo, africano di nascita, molle persuasore delle nostre secolari fiacche mediterranee: supero l’ambigua ninfa Paura, costante abitatrice dei nostri cieli; cavalco le nuvole per discenderne come un eroe (Lohengrin genannt) di miti un po’ meno labili dei nostri…

Nessuno sa la disperata impotenza dell’atleta che il mite clima delle sirene avvolge e deprime; nessuno la maledetta fifa che ti rode mentre con viso altero o distaccato compi l’innaturale e traumatica funzione del volo: se l’anima esiste, si abbotta come uno stinco percosso con la punta d’uno scarpone.

Non basta: per Rombo di Tuono si trovò compiutamente italiana, anzi campione!, una terra che non lo era mai stata se non nel sacrificio cruento, nei ripetuti massacri della guerra. Gli inviti al ritorno non ebbero più eco se non nel suo dispetto di isolano per elezione.

Visse giornate radiose e altre persino umilianti. Il suo destino tragico ne annullava le gioie proprio nei giorni riservati ai trionfi.

In Messico lo colse l’atroce stanchezza di anni vissuti nell’esaltazione ma soprattutto nel sacrificio. L’altura ne spossava i muscoli troppo forti. Un amore cercato per sopravvivere alle fatiche del campionato già vinto finì di intristirne gli umori. Soltanto nel finale ebbe modo di riscattarsi. E quando fu di ritorno senti magnificare altri che non ne aveva i meriti.

Guarì della stanchezza e della passione di donna applicandosi con l’orgoglio del campione ormai consacrato. Perdette quota con la società che aveva preteso troppo da lui e dall’isola. Ebbe una nuova frattura. Seppe rinascere. Ebbe uno strappo nella gamba d’appoggio, la destra, quando si annunciarono i nuovi mondiali. Naufragò con gli altri e praticamente chiuse.

Tentò di rinascere un’ennesima volta e il miracolo pareva già riuscito ancora. L’ha poi stroncato il destino. “No me dejas veerlo”, implorava Garcia per Ignacio riverso nel suo sangue. Io vorrei solo che degli eroi autentici non si guastasse mai il ricordo.

L’uomo Riva è un serio esempio per tutti. Il giocatore chiamato Rombo di Tuono è stato rapito in cielo, come tocca agli eroi. Ne può discendere solo per prodigio: purtroppo la giovinezza, che ai prodigi dispone e prepara, ahi, giovinezza è spenta.

Fonte

22/12/2023

Un calcio di soli padroni

La sentenza con cui la Corte di giustizia europea ha sancito che la Uefa – la società che governa il calcio in Europa – agisce in un regime di monopolio e dunque è “illegale” che vieti altre competizioni calcistiche, spiega meglio di un saggio di economia cosa sia l’Unione Europea, la sua “logica silenziosa”, i suoi padroni effettivi. Che non sono ovviamente i popoli del Vecchio Continente.

Vediamo un attimo come ha funzionato finora il mondo dello sport (ci sono state altre sentenze della stessa Corte che hanno riguardato il pattinaggio e i vivai dell’Anversa).

Le varie Federazioni sportive nazionali rappresentano e organizzano le competizioni di diverse discipline sportive, cui partecipano società quasi sempre private (fanno eccezione, in Italia, i gruppi sportivi di vari corpi militari, come Carabinieri, polizia [Fiamme Oro], guardia di finanza [Fiamme Gialle], agenti penitenziari [Fiamme Azzurre], Esercito, ecc).

Tutte queste federazioni sono riunite a livello nazionale in un Comitato Olimpico (il Coni, in Italia), e articolate a seconda degli sport in società apposite (la Uefa per quanto riguarda il calcio).

E così in ogni continente, secondo uno schema che ricalca di fatto quello degli Stati nazionali e dei vari organismi sovranazionali (fino all’Onu, cui corrisponde, sportivamente parlando, il Cio).

Assolvono insomma ad un compito “istituzionale”, al punto che la nomina degli organismi dirigenti, ai massimi livelli, è dappertutto decisa dal governo. Nelle federazioni specialistiche provvede invece l’assemblea dei “soci” (le società sportive maggiori).

Il problema è che questo compito “politico” e istituzionale, soprattutto negli “sport ricchi” (che fanno spettacolo, spettatori, diritti televisivi, ecc), è interconnesso strettamente con la gestione economica, maneggiando cifre considerevoli.

E il calcio è dappertutto o quasi il più popolare e ricco degli sport.

Qui si è inserita qualche anno fa la proposta della “Superlega”, ovvero di un torneo riservato ai maggiori club europei, alternativa alle ultranote Champion League, ecc.

Un “campionato europeo” per soli club ricchissimi (in parte sul modello statunitense della Nba, Nfl, ecc), che avrebbe – o potrebbe – svuotare di interesse i campionati nazionali, privando i club meno potenti economicamente delle risorse derivanti dal poter competere direttamente con i più “famosi” (la spartizione dei diritti televisivi aiuta tutti, anche se non in modo paritario).

A cascata sarebbero – o potrebbero – venute meno le risorse per tenere aperti i vivai, il calcio delle serie minori e tutta quella macchina che assicura la “produzione” di nuovi talenti, oltre che una vagonata di occupazione (allenatori, preparatori atletici, addetti agli impianti sportivi, ecc).

Ma soprattutto la partecipazione attiva di una grossa fetta della popolazione ai vari momenti del calcio come sport di massa e non solo come “spettacolo televisivo”, ovviamente di “eccellenza”, altrimenti nessuno paga per vederlo.

Tradotta in termini economici la Superlega voleva essere una gigantesca operazione di concentrazione del capitale, tendente a monopolizzare le risorse “al vertice” e chissenefrega di quel che resta fuori. Il business è solo business, e possono garantirlo solo le grandi multinazionali dello spettacolo insieme ai club dal brand già straconosciuto.

Un giro chiuso di privilegiati miliardari, cui società come Frosinone, Sassuolo, il Leicester di Claudio Ranieri o il Chievo di qualche anno fa, non potrebbero mai neanche sognare di accedere.

È chiaro che si è creato alla lunga un varco legale tra la funzione istituzionale degli enti nazionali e internazionali (Fifa, Uefa, Cio, ecc) e la più terragna “attività economica”. La commistione tra “valori sportivi” a “valore finanziario” generava mostri. E appetiti.

Società come la Uefa e la Fifa sono diventate insomma una via di mezzo tra l'”istituzione para-statuale” e la “società di gestione patrimoniale”, una “camera di compensazione” tra interessi geopolitici e business.

Qui arriva la Corte di giustizia europea che fa propri i valori della UE. Ossia quelli del grande capitale internazionale, sia industriale che finanziario.

«Le norme della Fifa e della Uefa sull’autorizzazione preventiva delle competizioni calcistiche per club, come la Superlega, violano il diritto dell’Unione».

«L’organizzazione di competizioni calcistiche interclub e lo sfruttamento dei diritti mediatici costituiscono, in tutta evidenza, attività economiche. Essi devono quindi rispettare le regole della concorrenza», scrivono i giudici.

«Quando un’impresa in posizione dominante ha il potere di determinare le condizioni alle quali imprese potenzialmente concorrenti possono accedere al mercato, tale potere deve, tenuto conto del rischio di conflitto di interessi che ne deriva, essere soggetto a criteri idonei a garantire che siano trasparenti, oggettivi, non discriminatori e proporzionati.

Tuttavia, i poteri della Fifa e dell’Uefa non sono soggetti ad alcun criterio di questo tipo. La Fifa e l’Uefa stanno quindi abusando di una posizione dominante».

Una massa di idiozie che vengono comunemente spacciate per “princìpi di economia” e che vengono qui camuffate da “princìpi legali”.

Teoricamente, in base a questa sentenza, si potrebbero organizzare migliaia di competizioni “alternative e tra loro concorrenti”. In pratica, secondo le regole del capitalismo quotidiano, una sola. Per soli padroni davvero ricchissimi.

È la stessa identica logica dei vari trattati europei. L’unico principio base dell’Unione Europea è infatti la “libertà di impresa”, e non c’è principio sacro che possa contrastare questa “onnipotenza”.

Non l’interesse popolare nella gestione dei bilanci degli Stati, non le ragioni dell’egalitè nell’amministrazione della Cosa Pubblica, non i princìpi della fraternitè nelle priorità di spesa… e neanche quelle del calcio. Che diamine…

Forse, guardando le cose alla luce di queste “novità”, può diventare più chiaro – soprattutto “a sinistra” – che l’Unione Europea non è una istituzione che anticipa o prefigura qualche forma di “internazionalismo”, ma una feroce macchina tecnoburocratica per assicurare la prevalenza del capitale multinazionale su qualsiasi ragione sociale.

Foss’anche soltanto ludica…

Una macchina che non supera il “nazionalismo”, ma lo divora insieme a tutte le ragioni, e gli interessi, che non garantiscono il profitto. Di pochissimi, e sempre meno numerosi. Creando gli spettatori che dovrebbero condividere un nuovo “super-nazionalismo”, questa volta euro-atlantico.

Fonte