Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta FIFA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta FIFA. Mostra tutti i post

20/07/2026

Il prezzo sporco del bel gioco. Così il monopolio del calcio sta danneggiando tifosi e giocatori

Quando Stati Uniti, Messico e Canada hanno presentato la candidatura congiunta per i Mondiali di calcio, gli organizzatori avevano assicurato che i biglietti per la fase a gironi sarebbero partiti da 21 dollari. Dopo le oscure edizioni in Russia e in Qatar, il calcio sarebbe finalmente tornato vicino alle persone, era la promessa. È andata diversamente.

Il 19 luglio si gioca infatti la finale della Coppa del mondo tra Spagna e Argentina e i tifosi che vorranno assistere alla partita dagli spalti del MetLife Stadium non lontano da New York dovranno spendere per un posto ritenuto scadente almeno 4.185 dollari. Mentre il prezzo minimo necessario per vedere dal vivo tutte le partite della competizione si è aggirato intorno ai 6.900 dollari.

Briciole in ogni caso in confronto ai costi raggiunti dai biglietti messi in rivendita sulla piattaforma ufficiale della Fifa, dove i posti più prestigiosi hanno toccato i 2,3 milioni di dollari. Un meccanismo che non riguarda solamente la Coppa del mondo ma che sta trovando sempre più spazio in campionati e competizioni internazionali, rendendo la possibilità di assistere dal vivo a quello che un tempo era lo sport popolare per eccellenza un’esperienza sempre più esclusiva.

Il Balanced economy project, realtà non profit che si batte contro i monopoli e per un’economia realmente democratica, ha messo in fila alcuni numeri sulla crescita esponenziale del costo dei biglietti, collegandola al monopolio della Fifa e all’utilizzo di un sistema di prezzo “dinamico”.

“Lo sport è uno dei settori più redditizi che abbiamo in Europa e il calcio è lo sport più importante in assoluto – ha spiegato Rasmus Andresen, eurodeputato impegnato in diverse iniziative contro il monopolio nel mondo del calcio in un’intervista al Balanced economy project –. Trovo strano che da un lato si parli di determinati settori e si concordi sulla necessità di contrastare i comportamenti anticoncorrenziali ma dall’altro, quando si tratta di calcio, questa consapevolezza sembri mancare”.

Con riferimento ai Mondiali la Fédération internationale de football association guidata da Gianni Infantino ha infatti utilizzato un sistema di “pricing dinamico” in cui i prezzi si adeguano in tempo reale alla domanda e alle disponibilità residue. Di conseguenza con l’avvicinarsi degli eventi la disponibilità si riduce e i prezzi salgono alle stelle. Non solo: la Fifa controlla sia l’assegnazione iniziale dei biglietti sia la piattaforma di rivendita, su cui applica una commissione del 15%, e quindi trae profitto direttamente da questo aumento incontrollato. Il sistema è progettato per creare artificialmente la scarsità e accaparrarsi il sovrapprezzo che ne deriva, è la denuncia del Balanced economy project.

Una pratica che non ha riguardato appunto solo il costo dei biglietti. “Si possono notare molti aspetti del torneo che sono interamente dettati dal profitto: a cominciare dalle ‘pause per l’idratazione’, effettuate indipendentemente dalla temperatura o dalle condizioni meteorologiche all’interno dello stadio, che sono chiaramente pensate per favorire le inserzioni pubblicitarie a scapito delle partite stesse”, ha lamentato ancora Andresen. Una posizione ribadita da Harry Brown, ricercatore presso l’Heat and health research centre dell’Università di Sydney, in un suo editoriale sulla rivista scientifica Nature, dove criticava la mancanza di una solida base scientifica dietro gli “hydration break”.

Qualcosa comunque si è mosso. Nel marzo di quest’anno un gruppo di 23 parlamentari europei ha sollecitato la Commissione von der Leyen a indagare sulle pratiche di vendita dei biglietti della Fifa, denunciando l’abuso di posizione dominante nel mercato. Hanno chiesto inoltre se i consumatori possano prendere decisioni di acquisto informate quando non dispongono di “alcun modo chiaro per conoscere il prezzo finale prima di mettersi in coda”. Questa iniziativa ha fatto seguito a una denuncia presentata sempre nel marzo 2026 da Football supporters Europe (FSE) e dall’organizzazione per i diritti dei consumatori Euroconsumers, che esprimeva le stesse preoccupazioni. Negli Stati Uniti i procuratori generali di New York e del New Jersey hanno avviato un’indagine separata sulle pratiche della Fifa. “La pressione normativa proviene da diverse giurisdizioni e prospettive, con le autorità di regolamentazione sia europee sia statunitensi che si stanno attivando – fa sapere il Balanced economy project –. Questi sforzi dimostrano che esistono i presupposti giuridici e politici per un intervento. La questione è se le autorità di regolamentazione provvederanno a farlo rispettare”.

Tuttavia il monopolio dei padroni del pallone non si limita alla Fifa ma coinvolge anche le leghe nazionali europee. A partire dai cinque maggiori campionati – Inghilterra, Spagna, Francia, Italia e Germania – dove quasi il 42% di tutte le società fa capo a un regime di un multi-club ownership, ovvero un singolo investitore o entità societaria detiene partecipazioni in diverse squadre contemporaneamente. Ad esempio Red Bull possiede l’Rb Leipzig in Germania, l’Rb Salzburg in Austria e i New York Red Bulls negli Stati Uniti. Mentre il City football group controlla il Manchester City, il New York City, il Girona in Spagna e il Melbourne City in Australia.

In questa struttura societaria i club più piccoli vengono utilizzati solamente per “allevare” i talenti per le squadre più blasonate, permettendo a queste ultime di controllare il “calciomercato”. I giovani calciatori, spesso provenienti da Paesi a reddito medio-basso, vengono quindi individuati e convogliati attraverso queste reti, per poi essere rivenduti quando la loro “quotazione di mercato” è al massimo, realizzando così profitti. Uno schema che non solo danneggia la competizione ma mette gli obiettivi finanziari e i profitti a breve termine davanti allo sviluppo dei talenti e ai valori dello sport. “Ritengo che nel calcio non si debbano più consentire le proprietà multiple, perché anche se si regolamentassero questi modelli la competizione non sarebbe più equa, dato che metterebbe a confronto i grandi club con quelli più piccoli che non hanno le stesse possibilità in campo”, è l’opinione di Andresen.

La più evidente conseguenza di questa politica è l’aumento del costo dei biglietti per le partite dei campionati. Un fenomeno che diventa particolarmente evidente per quanto riguarda la massima competizione inglese, la Premier league. Nel 1990 assistere a un incontro del campionato di calcio più antico del mondo ad Anfield, Liverpool, uno dei palcoscenici più prestigiosi per questo sport, aveva un costo minimo di quattro sterline. Dopo 35 anni lo stesso biglietto ha raggiunto le 39 sterline (pari a 46 euro), un aumento dell’859%. Inoltre tra i “big six” della Premier league – Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City, Manchester United e Tottenham Hotspur – il prezzo medio di un biglietto per una partita è ora di 74 sterline (87 euro). Se si aggiungono i costi di cibo e trasporti si arriva a un totale di 500 sterline (quasi 600 euro) per una famiglia di quattro persone, una spesa intorno al reddito settimanale di una famiglia inglese di “fascia bassa”.

In parallelo i diritti di trasmissione della Premier sono stati venduti per cinque miliardi di sterline (quasi sei miliardi di euro) per il ciclo 2022-2025. Un esborso che si riversa sui costi degli abbonamenti: l’emittente Sky sports addebita ad esempio circa 264 sterline (310 euro) all’anno e Tnt sports richiede tariffe simili. Ne consegue che una famiglia della classe operaia che un tempo guardava la propria squadra dagli spalti acquistando un biglietto a prezzi accessibili ora è costretta a seguire le partite da casa pagando abbonamenti televisivi spesso proibitivi.

Per il parlamentare europeo Rasmus Andresen esiste tuttavia un modello positivo da cui prendere esempio. La Bundesliga tedesca applica la “regola del 50+1”, secondo la quale i tifosi devono detenere almeno il 50% più uno dei diritti di voto del club. Riuscendo di conseguenza a mantenere contenuto il costo di biglietti e abbonamenti. Il prezzo medio dei biglietti nella Bundesliga era di 29 euro per la stagione 2024-2025, meno della metà dell’equivalente della Premier league. Il Borussia Dortmund, una delle squadre più titolate, offre un abbonamento in piedi per tutte le partite casalinghe di campionato a 260 euro, una cifra inferiore al costo di tre biglietti medi per una giornata di campionato della Premier league. Un modello che riesce ad attirare numerosi spettatori. La scorsa stagione il calcio professionistico tedesco ha stabilito il suo record storico di affluenza con quasi 21 milioni di biglietti venduti nelle due serie principali. L’affluenza media a partita è stata di 34.288 spettatori, la più alta di tutti i tempi. Anche nella stagione precedente la media delle vendite di biglietti a partita aveva superato i dati della Serie A italiana e della Premier league inglese.

“Credo che l’opzione tedesca sia la migliore. Sarebbe opportuno applicare una norma del genere in tutto il calcio europeo, in modo che gli investitori stranieri non possano acquisire il controllo di una squadra – ha concluso Andresen –. Le squadre di calcio hanno un impatto sulla società e sul territorio. Non si tratta solo di una manciata di calciatori professionisti ma anche dello sviluppo della comunità e del coinvolgimento dei giovani”.

Fonte 

15/07/2025

Il Mondiale per Club: prove di lifting per il ‘capitalismo globale’


Il Chelsea ha vinto la prima edizione a 32 squadre del Mondiale per Club, battendo in finale per 3 a 0 “gli ingiocabili” del PSG. Ma non sarà questa la scena che rimarrà impressa di questo Mondiale, così come non lo saranno le giocate dei tanti campioni presenti negli Stati Uniti, né tanto meno i gol di questo o quel calciatore.

L’immagine che resterà impressa sarà quella della premiazione con Donald Trump che consegna il trofeo al capitano dei Blues, mentre Gianni Infantino applaude al suo fianco, con i due che rimarranno al centro della scena per tutti i festeggiamenti.

Una scena che, ai più, sarebbe sembrata paradossale solo pochi anni fa ma che oggi appare quasi del tutto naturale, nonostante i tanti fischi dei presenti al MetLife Stadium e la reazione del man of the match, Cole Palmer, facciano pensare il contrario.

Perché il calcio contemporaneo, sempre meno sport e sempre più strumento geopolitico, ha cessato da tempo di fingere di essere territorio neutro. È diventato una delle forme più efficaci di legittimazione del potere politico ed economico.

Il torneo, ospitato dagli Stati Uniti come anticamera di quella che sarà la Coppa del Mondo del 2026, ha messo in mostra in modo quasi spudorato la piena integrazione dello sport nel ciclo capitalistico della valorizzazione più sfrenata. La FIFA si è mostrata per quello che ormai è: non più un’organizzazione sportiva, ma una piattaforma globale di gestione di interessi finanziari, politici e mediatici.

Infantino, da tempo alleato trasversale di monarchie del Golfo, oligarchie dell’est e poteri transnazionali, ha trovato in Trump il partner simbolico ideale per chiudere il cerchio. Il trofeo consegnato dal presidente americano è stato più che un semplice gesto cerimoniale: è diventato un atto di normalizzazione.

Mentre Trump durante tutto il torneo ha messo in scena una serie di performance da degno padrone di casa, la FIFA ha cancellato silenziosamente ogni traccia visibile delle sue campagne contro il razzismo e l’omofobia. Slogan come “No to Racism” o “Football Unites the World” sono scomparsi dai maxischermi e dai video ufficiali per non “infastidire” l’entourage trumpiano.

Una resa senza condizioni, perfettamente coerente con il contesto e con gli obiettivi della stessa FIFA. Fuori dagli stadi, nel frattempo, la polizia ICE intensificava i rastrellamenti nei quartieri popolari, colpendo in particolare comunità di migranti centroamericani, Trump dichiarava guerra all’Iran con la Juventus a fare da sfondo, confermava il suo sostegno al genocidio del popolo palestinese e rilanciava le sue politiche transfobiche.

Eppure, questa relazione tra potere e pallone ha una lunga genealogia. Nel 1978 la giunta militare argentina usò il Mondiale per mascherare il terrore, i voli della morte, le torture e le centinaia di migliaia di desaparecidos. Nel 2022, il Qatar ha messo in mostra la sua modernità apparente costruita su manodopera migrante sfruttata, regalando al mondo l’estetica rassicurante di uno sport “universale” che nascondeva, sotto i tappeti rossi, disuguaglianza e violenza strutturale.

Oggi, con il Mondiale per Club 2025, il calcio non serve più a nascondere il potere, ma a celebrarlo. Non maschera, bensì esalta. Non cela, ma abbellisce.

Trump, con il suo sostegno esplicito al genocidio in Palestina, le sue politiche transfobiche, la retorica suprematista e l’agenda repressiva contro migranti e minoranze, viene messo al centro della scena sportiva globale. Non solo accettato, ma riconosciuto, legittimato, addirittura premiato.

Il calcio diventa così uno strumento attivo di ricostruzione dell’immagine pubblica, in grado di trasformare una figura divisiva in un protagonista globale. Nessuna ambiguità, nessuna distanza, nessuna contraddizione. Il pallone è, ancora una volta, uno strumento nelle mani del potere politico e mediatico.

Il capitalismo – come oramai è noto – non ha più bisogno di occuparsi soltanto della produzione materiale. Ha imparato a produrre consenso, estetica, spettacolo e simboli. Il calcio, in quanto fenomeno sociale di massa con la sua capacità unica di generare identità, emozioni e appartenenza, non poteva fare eccezione.

Oggi viene impiegato per legittimare leader politici, pacificare masse, disinnescare conflitti sociali e normalizzare guerre e sfruttamento. Non più solo per “intrattenere”, ma per incorporare dentro di sé l’ideologia dominante. I tifosi diventano customers, gli stadi spazi dove generare ulteriori profitti, le squadre brand globali.

Questo Mondiale per Club, in questo senso, non è stato un’eccezione ma un nuovo modello esportabile. Il calcio contemporaneo, del resto, agisce come apparato ideologico di Stato postmoderno, capace di produrre forme di consenso e neutralizzazione ben più efficaci della propaganda novecentesca.

Non ci si può più limitare a parlare di “contaminazione” tra sport e politica. È il calcio stesso, nella sua attuale forma, a essere politica: non solo perché si schiera, ma perché viene messo a profitto nel ciclo della valorizzazione capitalistica come ogni altro prodotto culturale.

Il calcio oggi è uno strumento di legittimazione e spettacolarizzazione del dominio. Produce affetto, partecipazione, identità collettiva, ma canalizza tutto dentro la logica capitalista: le passioni vengono catturate, semplificate, digerite e rivendute come prodotti culturali ad alta redditività. E il tifoso, oggi, è consumatore di simboli e spettatore del potere. Non si tratta solo di soldi – diritti TV, sponsor, scommesse – ma di valore simbolico da convertire in consenso e potere.

Serve allora una rottura radicale. Non una nostalgia di un calcio “puro” che non è mai esistito, ma una critica lucida e sistemica del ruolo che lo sport gioca nella riproduzione del dominio. È fondamentale rivelare le strutture che governano il calcio globale, smascherare il teatro, rompere la fascinazione.

L’immagine di Trump che alza la coppa non è un unicum, ma un manifesto. Un manifesto del presente che ci viene imposto e contro cui occorre, oggi più che mai, organizzare resistenza culturale, politica e sociale.

Fonte

13/07/2024

Italia - L’Europa del calcio boccia il governo sulla riforma della Serie A

Si è dovuti attendere la tarda serata, tra lanci di stracci e «letterine» inviate al governo come quella firmata da Draghi-Trichet al Berlusconi quater nel 2011, per mettere la parola fine alla riforma del calcio italiano.

Riforma, per come infine partorita, svuotata del senso originario tanto agognato dal senatore Claudio Lotito (Forza Italia, nonché presidente della Lazio), ma che nella sua formulazione definitiva ha dovuto fare i conti con i diktat dell’Europa, che nel calcio si chiama Union of European Football Associations (Uefa).

L’emendamento Mulè, dal nome del deputato di Forza Italia Giorgio Mulè, ottiene dunque il via libera in Parlamento, ma la retromarcia del governo e della «fronda autonomista del calcio» è evidente.

Il testo originario si incardinava infatti su tre elementi centrali:

1) l’autonomia delle leghe che organizzano campionati sportivi professionistici dalle federazioni di riferimento, nel calcio italiano rispettivamente la Lega Serie A del presidente Casini e la Federazione Italiana Giuoco Calcio (Figc) del presidente Gravina;

2) peso elettorale e rappresentanza negli organi direttivi nelle federazioni in base al contributo economico apportato al sistema;

3) possibilità per le società di andare in ricorso in sede amministrativa, bypassando la giustizia sportiva, contro atti ritenuti pregiudizievoli da parte delle federazioni, come il Coni o la Figc appunto.

La sottrazione del business del calcio al governo della Figc aveva creato una levata di scudi da parte della Uefa e della Fifa, rispettivamente l’organismo europeo e internazionale che detengono il monopolio dell’organizzazione degli eventi calcistici.

Nella mattina di giovedì i due organismi avevano fatto recapitare una «letterina» al governo: se l’emendamento non viene rivisto, “non avremmo scelta se non quella di deferire la questione ai nostri organi decisionali per valutare misure, compresa l’eventuale sospensione della Figc”.

In altri termini, Uefa e Fifa avvertivano che, se il controllo della Serie A fosse stato sottratto alla Figc e di riflesso agli organismi internazionali, esse avrebbero sospeso le squadre italiane dalle competizioni europee e ritirato l’Italia dalla co-organizzazione (con la Turchia) dagli europei del 2032.

Immaginate i titoli dei giornali: “Il governo Meloni elimina la Juve dalla Champions League”. Troppo alta la posta in gioco per continuare il braccio di ferro, se si considerano i 24 milioni di tifosi-elettori interessati dal comparto calcio.

Dunque, la riforma firmata Mulè, voluta da Lotito e supportata pubblicamente da Casini fa marcia indietro e ottiene di fatto solo l’aumento di peso della Serie A negli organi di rappresentanza in Consiglio federale (prima della riforma al 12%, contro per esempio il 34% dei dilettanti).

Soddisfazione ostentata dal deputato Mulè e più sincera invece al Quirinale, che nei giorni scorsi si era espresso in favore di una maggiore attenzione ai voleri dell’Europa. Come tradizione vuole, verrebbe da dire…

Come spesso accade nel sistema capitalistico, in cui il sistema calcio è ahinoi pienamente integrato, pesce grande comanda (quando non mangia) pesce piccolo.

La Uefa, supportata dalla Fifa, continua a serrare i ranghi contro ogni tentativo di limitazione dell’immenso potere acquisito nei suoi 70 anni di vita, festeggiati proprio nel giugno del 2024.

Potere illegittimo riconosciuto anche dalla Corte di Giustizia Europea, che ha definito monopolistica l’attività dell’associazione nel mercato del calcio europeo.

Contro il grande capitale, il piccolo capitale non può che sopperire.

Purtroppo, degli interessi e delle passioni dei tifosi, che si vorrebbe relegati a meri consumatori del prodotto-calcio, e della salvaguardia dello spirito della competizione sportiva, sacrificata sull’altare del profitto, ovviamente in questa vicenda non vi è traccia.

Leggi anche:

La Uefa minaccia, il governo obbedisce

Fonte

01/06/2024

Ancora senza risposte la richiesta di sospensione di Israele alla FIFA

La Federazione Calcistica Palestinese (PFA) ha presentato al 74esimo congresso della FIFA, svoltosi a Bangkok, la richiesta di sospensione immediata di Israele. Il presidente Jibril Rajoub ha chiesto di agire in virtù della violazione continua delle norme FIFA da parte di Tel Aviv. Ma ancora non è giunta una risposta. La decisione infatti andrà preso entro il prossimo 20 luglio.

In marzo la PFA aveva inviato una proposta affinché si discutesse la violazione dei diritti umani perpetrata da Israele al congresso programmato per il 17 maggio. La richiesta era supportata anche dal comportamento avuto in precedenza verso la Russia.

In una lettera inviata sempre lo scorso marzo da una sessantina di associazioni umanitarie alla FIFA, si accusava la federazione internazionale di “parzialità politica e ipocrisia“. Si sottolineava come fosse sorprendente “che mentre la UEFA e la FIFA hanno sospeso la Russia da tutte le competizioni del 2022, continuino a chiudere un occhio su Israele“.

Rajoub ha ricordato come le associazioni calcistiche israeliane violino continuamente i regolamenti imposti a tutte le altre, facendo persino giocare le squadre degli insediamenti illegali. L’esercito usa gli stadi come campi di detenzione, mostrando poi le immagini dei prigionieri persino sulle televisioni.

Già prima del 7 ottobre i calciatori palestinesi sono finiti sotto detenzione per motivi inconsistenti o, peggio ancora, feriti e uccisi. La nazionale palestinese ha subito più volte restrizioni al movimento, persino tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.

Dal 7 ottobre la situazione è peggiorata, con oltre mille atleti uccisi, tra cui 193 calciatori. Nonostante questi numeri, il presidente della federazione calcistica israeliana, Moshe Zuares ha ribattuto dicendo che “siamo di fronte a un tentativo sfacciato e ostile […] che non ha nulla a che vedere con lo spirito degli sport“.

Gianni Infantino, alla guida della FIFA, ha stabilito che “a causa dell’urgenza della situazione, perché tutti sappiamo e tutti capiamo quanto sia urgente, verrà convocato un consiglio straordinario della FIFA che si terrà prima del 20 luglio di quest’anno, per analizzare i risultati della valutazione legale e prendere le decisioni più opportune“.

Ricordiamo che sul sito della federazione internazionale possiamo leggere che essa vuole “abbracciare la propria responsabilità di rispettare i diritti umani in tutte le sue operazioni e relazioni“. Speriamo quindi che la decisione che prenda vada nella direzione della sanzione a Tel Aviv, come fece del resto nel 1965 per il Sudafrica dell’apartheid.

Rajoub si è rivolto a Infantino con queste parole, che ci spingono ad attendere la decisione del consiglio FIFA: “vi chiedo di stare dalla parte giusta della storia e di votare ora. La sofferenza di milioni di persone, tra cui migliaia di calciatori, lo merita, e se non ora, quando? Signor Presidente, la palla è nel suo campo“.

Fonte

15/02/2024

12 paesi chiedono alla FIFA di escludere Israele dal Mondiale

La Federazione Internazionale delle Associazioni di Calcio (FIFA) ha rivelato giovedì 8 febbraio di aver ricevuto una richiesta avanzata pochi giorni fa da 12 federazioni facenti parte dell’ente che difendevano l’esclusione di Israele dalle competizioni calcistiche nelle selezioni fintanto che durano i bombardamenti e gli attacchi militari di terra contro la Striscia di Gaza.

Il sito Sky News ha pubblicato l’elenco della metà dei firmatari del documento, tra cui figura la Federcalcio Palestinese – riconosciuta dalla FIFA e con diritto a partecipare ai tornei organizzati dall’ente – oltre ad Arabia Saudita, Giordania, Qatar, Iran ed Emirati Arabi.

Il testo presentato alla FIFA è stato redatto dal presidente della Federcalcio Giordana, Ali bin Al Hussein, che è anche presidente della Federcalcio dell’Asia Occidentale (WAFF).

Il documento esorta il massimo organo del calcio mondiale ad “assumere una posizione decisiva contro le atrocità commesse in Palestina e i crimini di guerra a Gaza, condannando l’uccisione di civili innocenti, inclusi giocatori, allenatori, arbitri e dirigenti“.

“Tendiamo anche a vedere la distruzione delle infrastrutture calcistiche come stadi e sedi dei club. È necessario creare un fronte unito per isolare la Federcalcio israeliana da tutte le attività legate al calcio fino alla fine di questi attacchi di aggressione“, ha aggiunto il dirigente giordano.

Inoltre, la richiesta evidenzia che l’offensiva militare israeliana ha ucciso quasi 30.000 civili palestinesi, tra cui più di 13.000 bambini. “La crisi umanitaria a Gaza richiede una risposta inequivocabile e decisiva da parte della comunità calcistica mondiale. Come membri, soggetti allo statuto della FIFA, rimaniamo uniti nella nostra promessa di difendere tutti i diritti umani riconosciuti a livello internazionale”, ha affermato Al Hussein.

L’ente sportivo però non si è espresso sul caso, menzionando solo l’esistenza della richiesta. Se la richiesta verrà accettata, le squadre israeliane saranno automaticamente escluse da tutte le principali competizioni calcistiche mondiali.

In questo ipotetico scenario, Israele non potrebbe disputare le eliminatorie ai prossimi Mondiali maschili, il che impedirebbe al paese anche di raggiungere la fase finale del torneo, che si disputerà negli Stati Uniti, Messico e Canada nel 2026.

Si tratta, di fatto, della stessa punizione applicata dalla FIFA alla Russia, poco dopo l’inizio dell’invasione militare dell’Ucraina, nel febbraio 2022. Quella decisione era stata presa su richiesta della Unione Europea di Calcio (UEFA) e della Federazione degli Stati Uniti.

Il divieto russo funge ora da precedente per l’iniziativa contro Israele. Nel documento presentato alla FIFA, i 12 paesi firmatari sostengono che applicare la stessa sanzione a Tel Aviv sarebbe “la cosa più coerente” e suggeriscono che l’ente sportivo sarebbe marcato negativamente se decidesse di assumere due posizioni diverse rispetto a questi due casi.

Questa è la seconda petizione a favore dell’esclusione di Israele dalle principali competizioni sportive.

Nel gennaio di quest’anno, la Conferenza d’Emergenza Palestina, tenutasi a Londra, ha proposto una serie di sanzioni volte a costringere Tel Aviv non solo a cessare il fuoco nella Striscia di Gaza, ma anche a porre fine al regime di apartheid contro i palestinesi e ad accettare la creazione di uno Stato palestinese sovrano.

Tra le sanzioni richieste nel documento finale di quell’evento c’è l’esclusione di Israele dalla FIFA e anche dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Questo secondo atto significherebbe escludere gli atleti israeliani dai Giochi Olimpici che si terranno quest’anno a Parigi.

La risposta di Israele

Il direttore esecutivo della Federcalcio israeliana, Niv Goldstein, ha rilasciato giovedì le sue dichiarazioni, ripudiando quella che ha classificato come “l’implicazione di questioni politiche in temi che dovrebbero essere puramente sportivi”.

“Ci concentriamo esclusivamente sulle missioni calcistiche. Sogniamo di qualificarci per gli Europei del 2024 e mi auguro con ansia che si possa raggiungere la pace in altri settori”, ha detto il dirigente israeliano, che si è detto tranquillo riguardo alla partecipazione del suo paese ai tornei FIFA e UEFA in questo e nei prossimi anni.

Fonte

17/09/2023

Calcio - Arabia Saudita e USA mettono sotto pressione l’Europa sulla FIFA

La Coppa del Mondo FIFA 2022 in Qatar ha riunito nazioni di tutto il mondo e 1,5 miliardi di persone si sono sintonizzate per assistere alla finale. Ma se il calcio è fonte di orgoglio locale, passione e identità personale e comunitaria a livello globale, la sua istituzione ufficiale di governo ha sede in Europa.

Fondata a Parigi nel 1904 e ora con sede in Svizzera, la Fédération Internationale de Football Association (FIFA) supervisiona la promozione e lo sviluppo del calcio a livello internazionale, dalle modifiche alle regole ai diritti di ospitare i tornei più importanti.

L’Unione delle Associazioni Calcistiche Europee (UEFA), insieme alla Premier League (EPL) inglese, alla Bundesliga tedesca, alla LaLiga spagnola, alla Serie A italiana e alla Ligue 1 francese, svolgono un ruolo importante nel calcio globale e generano entrate sostanziali per la FIFA.

I club e le squadre nazionali europee attirano i migliori talenti e, attraverso la “diplomazia sportiva”, possono proiettare i loro interessi culturali, politici ed economici nel mondo e influenzare la FIFA.

Questo dominio è stato a lungo fonte di critiche. Nel 1966 le squadre africane organizzarono dei boicottaggi per protestare contro la loro mancanza di rappresentanza alla Coppa del Mondo. Anche la UEFA e João Havelange, presidente della FIFA dal 1974 al 1998, sono diventati sempre più critici l’uno verso l’altro, mentre il successore di Havelange, Sepp Blatter, ha criticato l’influenza eurocentrica della FIFA nel 2015.

Di recente, questo filone di critica è diventato ancora più evidente. Durante la Coppa del Mondo 2022 in Qatar, le squadre europee sono state rimproverate dalla FIFA per aver abbandonato i piani di indossare fasce pro-LGBT, mentre le squadre affiliate alla UEFA e la FIFA si sono scontrate sui diritti umani del Qatar nel periodo precedente al torneo.

Ma per tutto il 2023, il tradizionale dominio dell’Europa è stato messo in discussione da importanti sviluppi in Arabia Saudita e negli Stati Uniti.

La Visione 2030 dell’Arabia Saudita, annunciata nel 2016, mira a diversificare la sua economia e ad attrarre investimenti stranieri. Mentre l’ospitalità e la sponsorizzazione di tornei automobilistici, di golf, di boxe e di altri sport fanno parte di questo obiettivo, il calcio è la pietra angolare dei tentativi di Riyadh di ritrarre e promuovere il Paese.

Questa offensiva di ‘fascino’ ha attirato le accuse occidentali di “sportswashing”, in cui lo sport viene utilizzato per migliorare l’immagine pubblica di un Paese e distogliere l’attenzione da azioni negative.

Come altri Stati del Golfo, negli ultimi anni l’Arabia Saudita ha acquistato importanti squadre europee.

Il Public Investment Fund dell’Arabia Saudita ha acquisito il Newcastle United nella EPL nel 2021, mentre lo Sheffield United, acquistato dai sauditi nel 2013, giocherà nuovamente nella EPL nella stagione 2023-24.

I sauditi avrebbero anche fatto un’offerta multimiliardaria per acquistare il Chelsea, mentre tornei come la Supercoppa italiana e la Supercoppa spagnola si svolgono sempre più spesso in Arabia Saudita.

Tuttavia, il principale obiettivo sportivo di Riyadh è quello di elevare il prestigio della Saudi Professional League (SPL). Con il sostegno del Fondo per gli investimenti pubblici, alimentato dal petrolio, i sauditi hanno investito molto nella SPL, trasformandola in uno dei campionati di più alto profilo al mondo.

L’investimento ha già dato i suoi frutti: l’Al-Hilal, squadra della SPL, si è classificata seconda nella Coppa del Mondo per Club FIFA 2022, perdendo contro il Real Madrid.

Nel 2023, una serie di accordi di alto profilo nella SPL ha attirato i migliori talenti dall’Europa e da tutto il mondo. Senza essere vincolati dai limiti di spesa imposti dalla UEFA, i club sauditi si sono accaparrati giocatori come il portoghese Cristiano Ronaldo, il senegalese Édouard Mendy, l’inglese Jordan Henderson, lo spagnolo Gabri Veiga e la superstar brasiliana Neymar.

Mentre alcuni sono vicini alla fine della loro carriera, altri sono all’apice o all’inizio, e i club della SPL sono riusciti ad attirare anche allenatori di rilievo.

Sono cresciute le preoccupazioni per l’influenza dell’Arabia Saudita nel calcio globale, con problemi di diritti umani spesso citati.

A causa di queste preoccupazioni, all’Arabia Saudita è stato vietato di sponsorizzare la Coppa del Mondo femminile FIFA in Australia e Nuova Zelanda nel 2023. Tuttavia, i prossimi sforzi continueranno a rafforzare la posizione dell’Arabia Saudita nel mondo del calcio, tra cui ospitare la Coppa del Mondo per Club maschile nel dicembre 2023 e valutare la possibilità di ospitare la Coppa del Mondo FIFA 2030 insieme a Egitto e Grecia, con l’offerta di finanziare i loro nuovi stadi se tre quarti delle partite saranno giocate in Arabia Saudita.

Tra i crescenti tentativi sauditi di influenzare la FIFA e il palcoscenico calcistico mondiale, anche le entità statunitensi hanno fatto grandi passi avanti.

Nell’EPL, otto delle 20 squadre sono ora completamente o parzialmente di proprietà statunitense. Tuttavia, come l’Arabia Saudita, la sfida principale degli Stati Uniti al dominio del calcio europeo deriva dalla crescita del campionato nazionale, la Major League Soccer (MLS). La lega ha registrato una crescita costante per decenni, con l’obiettivo di attingere al potenzialmente enorme mercato interno degli Stati Uniti.

Dopo il successo della Coppa del Mondo FIFA del 1994, tenutasi negli Stati Uniti, la stagione inaugurale della MLS è iniziata nel 1996. La MLS ha ricevuto un impulso significativo nel 2007 con la firma della superstar inglese David Beckham con gli LA Galaxy.

Il contratto ha introdotto la regola del giocatore designato, che consente alle squadre di superare il tetto salariale per alcuni giocatori, e ha incluso una clausola che consente a Beckham di acquistare i diritti di una squadra di espansione dopo la scadenza del suo contratto quinquennale.

Da allora, la MLS è passata da 13 a 29 squadre e Beckham è ora comproprietario dell’Inter Miami, che ha ingaggiato l’argentino Lionel Messi a metà del 2023 dal club francese Paris Saint-Germain. Il contratto di Messi include una quota azionaria nell’Inter Miami, a dimostrazione di come la MLS continui ad attrarre le superstar dando loro un interesse personale nel campionato.

Dopo l’ingaggio di Messi, la MLS ha sperimentato il cosiddetto “effetto Messi”. L’Inter Miami ha registrato vendite record di maglie, centinaia di milioni di dollari di biglietti venduti e ha guadagnato 14 milioni di follower su Instagram.

Il servizio di streaming di Apple per le partite della MLS ha guadagnato quasi 300.000 abbonati a partire dal 7 settembre, e tra le celebrità presenti alle recenti partite del Miami ci sono Leonardo DiCaprio, LeBron James e il Principe Harry. Altre stelle del calcio che si sono recentemente unite a Miami includono gli ex compagni di squadra di Messi al Barcellona, Sergio Busquets e Jordi Alba.

La crescita della MLS è stata alimentata anche dal significativo aumento della popolazione latina sin dalla sua nascita nel 1996, sfruttando la passione dell’America Latina per questo sport e il successo della nazionale femminile statunitense negli ultimi anni. Per rafforzare i legami con l’America Latina, nel 2023 è iniziata una nuova Coppa di Lega allargata tra la MLS e la Liga MX messicana, che ha visto la vittoria dell’Inter Miami.

Gli Stati Uniti ospiteranno la Copa América 2024 in coordinamento con la Confederazione del calcio associativo del Nord, Centro America e Caraibi (CONCACAF) e la Confederazione del calcio sudamericano (CONMEBOL). Gli Stati Uniti, il Messico e il Canada ospiteranno anche la Coppa del Mondo maschile del 2026.

Anche i giovani americani sono sempre più interessati al calcio e, nel tentativo di eguagliare i campionati giovanili europei, la MLS ha lanciato MLS Next nel 2020 (i sauditi hanno lanciato il loro nel 2023). Gli Stati Uniti hanno ora il maggior numero di giovani calciatori che giocano a livello ricreativo, mentre le leghe europee reclutano sempre più talenti dalla MLS.

La FIFA è naturalmente interessata a capitalizzare il potenziale di crescita della MLS.

Gli Stati Uniti sono già una delle più importanti fonti di entrate della FIFA per la Coppa del Mondo, sia in termini di marchi sponsor che di numero di cittadini che si recano ai Mondiali. La FIFA potrebbe anche cercare di placare Washington.

Nel 2015, i funzionari americani hanno avviato una serie di azioni legali e indagini sulla corruzione nella FIFA e nel 2020 il Dipartimento di Giustizia ha accusato la FIFA di aver accettato tangenti dal Qatar e dalla Russia per assicurarsi le candidature per ospitare i Mondiali.

Ciononostante, sia la SPL che la MLS sono inferiori ai principali campionati europei in termini di spettatori.

Gli stadi di calcio sauditi e americani sono generalmente molto più piccoli delle loro controparti europee e le loro squadre non hanno il prestigio delle squadre europee affermate.

Gli stipendi della MLS sono ancora più bassi di quelli europei e, sebbene alcuni club abbiano avuto successo finanziario, più della metà delle squadre MLS è ancora in perdita. La cultura sportiva statunitense privilegia ancora altri sport, e sia l’EPL che la Liga MX messicana hanno un’audience maggiore negli Stati Uniti rispetto alla MLS.

Il dominio della UEFA sulla FIFA ha ostacolato anche le sfide precedenti. Gli Stati Uniti hanno lanciato l’International Soccer League nel 1960, che però ha vacillato dopo cinque anni, oscurata dalla Coppa Intercontinentale con le migliori squadre europee e sudamericane (poi evolutasi nella Coppa del Mondo per Club FIFA). Più di recente, la Chinese Super League ha faticato dopo gli ingenti investimenti effettuati a partire dal 2017.

Ma di recente è riemerso anche il malcontento storico all’interno della UEFA.

La frustrazione ha portato a due tentativi, uno nel 1998 e uno nel 2021, di istituire una “Super League” separata al di fuori del controllo di FIFA e UEFA. L’afflusso di denaro dalla Russia, dai Paesi del Golfo e dagli Stati Uniti nei club europei negli ultimi decenni ha giocato un ruolo fondamentale nell’alimentare il malcontento delle squadre più importanti nei confronti della UEFA e dei suoi regolamenti sul Fair Play Finanziario.

Il capo dell’UEFA, Aleksander Ceferin, ha recentemente spazzato via le preoccupazioni per la corsa alle spese della SPL ed è rimasto in gran parte in silenzio sulla MLS. Tuttavia, queste sfide simultanee hanno minato il tradizionale dominio dell’Europa sul calcio mondiale.

Inoltre, è sorto il sospetto che i proprietari del Chelsea Todd Boehly e Clearlake Capital, una società di investimento statunitense, stiano scaricando i giocatori del Chelsea alla SPL a prezzi gonfiati, suggerendo quanto siano diventate influenti le figure saudite e statunitensi anche nel mondo del calcio europeo.

La SPL e la MLS potrebbero dare nuova linfa alla FIFA, consentendo una più equa distribuzione delle risorse dell’organizzazione.

Tuttavia, l’influenza significativa del denaro saudita e americano nel migliorare i loro profili fa temere che il decentramento del calcio globale possa semplicemente spostare la fonte del potere finanziario dall’Europa a nuovi giocatori, introducendo potenzialmente un’altra serie di sfide. La FIFA deve gestire questo cambiamento con attenzione, puntando a una vera equità senza creare nuovi squilibri.

Fonte

22/04/2021

Muore la SuperLega, ma il sistema resta in coma

È certamente un fatto politico il clamoroso fallimento del progetto della Superlega europea: dodici top club europei – savebbero dovuti diventare 15 – più cinque “wild cards”, con l’idea di costruire un torneo “chiuso”. Sempre le stesse squadre, più le cinque invitate sulla base di non precisate caratteristiche di “merito”.

Il presidente del Real Madrid, Florentino Perez, a capo della nuova Lega, Andrea Agnelli (Juventus) vicepresidente. Arsenal, Manchester United, Manchester City, Chelsea, Liverpool, Tottenham, Real Madrid, Atletico Madrid, Barcellona, Juventus, Inter e Milan: queste le dodici “nobili blasonate”, cui avrebbero dovuto aggiungersi due team francesi ed uno tedesco.

L’obiettivo era quello di creare un torneo continentale sul modello dell’Eurolega di basket, o meglio ancora su quello dell’NBA americana. Show e business: ed infatti la ricaduta economica prevista era enorme, il triplo di quella che oggi assicura la Champion’s League.

Un progetto centrato esclusivamente sulla massimizzazione dei ricavi, che probabilmente avrebbe dovuto essere lanciato più in là. Ma la crisi economica innescata dalla pandemia di coronavirus ha stravolto tutto, dettando tempistiche e agende. Bisognava anticipare, anche perché la Uefa aveva deciso di presentare la riforma della Champion’s League proprio in questi giorni. E quindi nella notte tra il 18 ed il 19 aprile è esplosa la bomba: 12 top club europei si fanno la loro Lega, tanti saluti all’Uefa.

In realtà non era esattamente così: se si vanno a leggere i comunicati delle squadre interessate si capisce chiaramente che il progetto è in fase embrionale, e che non è realisticamente possibile immaginare se, come e quando realmente sarebbe dovuto partire. Anche se, ovviamente, le dichiarazioni sono minacciose: “Possiamo partire ad agosto”, “Partiremo nel 2022”.

Veemente, quasi smodata la reazione dell’Uefa: con il presidente, Ceferin, che dà del “bugiardo” ad Andrea Agnelli e che minaccia di cacciare dalle competizioni europee le squadre ribelli.

All’Uefa si associa la Fifa (si, quelli che hanno voluto organizzare un mondiale d’inverno in Qatar...) e le Leghe Nazionali. Si è arrivati addirittura a minacciare le squadre che aderiscono alla SuperLega di essere cancellate dai campionati nazionali.

Ad opporsi sono anche i governi nazionali: il più netto (anche perché il 50% dei club della SuperLega sono inglesi) è stato Boris Johnson: “Farò di tutto perché il progetto fallisca“. Troppo importante, per il premier britannico, garantire l’integrità della Premier League, enorme business e strumento di propaganda della “grandezza britannica” post Brexit.

Ad opporsi anche, naturalmente, tifosi, calciatori ed allenatori: una lega privata, non meritocratica, in cui si sfidano sostanzialmente sempre le stesse squadre e pensata solo per il business è troppo lontana dall’immaginario di valori e simboli che rendono il calcio attraente ed emozionante. Anche se, ad onor del vero, gli stessi tifosi sono contenti quando il loro team annuncia l’acquisto di un grande calciatore. Come anche atleti ed allenatori sono altrettanto lieti di firmare contratti milionari.

Perchè il problema reale è che il sistema calcio, in crisi prima del Covid, è sull’orlo del tracollo. Servono interventi drastici di fair play finanziario vero (non la pagliacciata fino ad oggi applicata dall’Uefa), servirebbe un abbassamento dei costi, un tetto salariale: ma chi porterà avanti queste politiche, che andrebbero di fatto a ridimensionare l’appetibilità del prodotto calcio?

La cosa che però maggiormente colpisce è stata l’assoluta fragilità del progetto: nonostante la presenza di imprenditori e gruppi finanziari di livello mondiale (tutti i 12 top club appartengono ovviamente all’èlite della finanza internazionale), e nonostante il sostegno dichiarato di una enorme banca d’affari come JPMorgan, sono bastati due giorni di turbolenze per far crollare tutto.

Una figura ignobile per personaggi assolutamente di primo piano come il presidente del Real Madrid, Florentino Perez, o quello della Juventus Andrea Agnelli.

Un tentativo talmente goffo e mal riuscito da apparire il disperato tentativo di chi è veramente alla canna del gas. Il che può essere in parte vero: gli indebitamenti ed i passivi di bilancio delle società coinvolte sono enormi.

Ma c’è anche dell’altro. Una sorta di arrogante ed arruffona incapacità che caratterizza in modo sempre più evidente le classi dirigenti: italiane, europee, mondiali. Un capitalismo aggressivo, disperato ed incompetente che rischia davvero di far crollare tutto. Non solo il calcio: parliamo dell’economia globale. Perché quello che è successo al calcio in queste 48 ore è solo una minima parte del disastro in corso.

E allora è il caso di vedere cosa c’è alla base di questo disastro.

È evidente che c’è stato un errore clamoroso ci calcolo. I “dodici” hanno sopravvalutato la propria forza, confidando tutto sui miliardi promessi da JpMorgan e altri fondi di investimento Usa e sauditi (ma non sono stati resi noti i nomi).

Il peso preponderante dei club inglesi (6 su dodici) e la fonte dei finanziamenti rivela però anche una partita geopolitica più complessa. A credere nella possibilità di privare l’Europa dei sui club migliori sono state società calcistiche da tempo possedute da fondi Usa, cinesi, arabi, uno persino russo (il Chelsea di Abramovic), per quanto oramai fuori da quel paese. Oppure club spagnoli con i conti devastati.

Colpiva a prima vista l’assenza delle “grandi” francesi e tedesche (Paris Saint Germain, Bayern, Borussia, Marsiglia), come anche dell’olandese Ajax.

Ma il calcio è un’industria che porta consensi politici, oltre che – a volte – profitti. E per il precario equilibrio europeo, sotto stress per la pandemia e una politica di austerity che moltiplica danni e disuguaglianze, era magari importante mantenere quel qualcosa su cui si può agevolmente dirottare il malessere per trasformarlo in consenso – come nella leggenda di Bartali vincente al Tour, che avrebbe fermato l’insurrezione dopo l’attentato a Togliatti, per dirne una.

Da questo punto di osservazione, la vicenda della SuperLega sembra un episodio di “competizione” tra Usa ed Unione Europea, più che un maldestro tentativo di creare un monopolio su uno spettacolo. E non stupisce che a quel tavolo avessero puntato una fiche anche fondi cinesi (Inter e Milan), oltre che arabi. Ognuno fa il suo gioco, e nessuno di quei tre “intrusi” è attraversato dalla “cultura calcistica” al suo interno.

In quelle culture, in effetti, si può pure pensare che sia soltanto un gioco facilmente trasformabile in spettacolo globale, senza troppe conseguenze in fatto di “identità territoriale”, “appartenenza” e “orgoglio nazionale”, oltre che “di campanile”.

A ben vedere, per gli Usa il nazionalismo si esprime al meglio al seguito dell’esercito (mai stati un solo anno in pace, da quando esiste quello Stato), mentre per i Paesi del Golfo il problema non si pone neppure. E anche i cinesi hanno ben altro campi su cui misurare il proprio “orgoglio”.

Qui in Europa è rimasta poca roba. E quel poco, foss’anche il calcio, pesa molto, a dispetto della sua effettiva importanza “strategica”.

Il processo di centralizzazione e concentrazione dei capitali, in questa “industria”, ha così incontrato un limite sociale e politico impensabile in altri comparti. Qui si sono mossi governi che hanno assistito inermi alla spoliazione della propria struttura industriale (la Gran Bretagna e l’Italia più di tutti), alla devastazione della salute popolare, al prevalere assoluto degli interessi delle multinazionali anche quando estranee al contesto europeo (si pensi a quelle di Big Pharma sui vaccini, con la negazione della liberalizzazione sui brevetti anche se siamo a corto di dosi).

Qui sono scesi in campo “tifosi” che tutti i giorni assistono in silenzio al peggioramento dei propri salari e delle condizioni di vita, gente ormai “co ‘na scarpa e ‘na ciavatta” ma che ritiene un insulto sanguinoso, dunque intollerabile, vedere la propria squadra andarsene altrove (se appartenente al ristretto club “super-leghista”) oppure chiudere l’attività e/ rinunciare ai sogni.

Non c’è da fare i moralizzatori fuori tempo. Si tratta di prendere atto che la crisi è così grave che anche su questo terreno si “gioca una partita” a rischiatutto. E anche di prendere per i fondelli quella “libera informazione” – per esempio di proprietà Agnelli, come Repubblica, Stampa, ecc – che hanno ospitato “generosamente” interviste all’editore-padrone per fargli dire che “l’affare si farà al 100%” e “c’è un patto di sangue tra noi” pochi minuti prima che il castello di carte rovinasse fragorosamente a terra.

Ricordiamoci di quanto sono servi, ogni volta che si occuperanno anche di altro...

Dopo di che, questa volta è andata così, ma l’esigenza generale del capitale a correre verso una concentrazione maggiore in ogni comparto (e tra i vari comparti) non si fermerà per così poco. Un’industria che non funziona, che non copre i costi di gestione, deve capitalisticamente essere ristrutturata. E la SuperLega, per quanto raffazzonata come progetto operativo, indica la direzione.

Né gli Stati, oggi così solleciti nel farsi difensori dello “spirito dello sport” e degli interessi “nazionali” (per quanto possano essere considerate “patriottiche” società finanziarie multinazionali di un altro continente), si sogneranno di bloccare altre forzature monopolistiche o multinazionali in settori socialmente e politicamente meno esposti.

Di fatto, a ben vedere, il fallimento della SuperLega non annuncia soltanto un probabile dissesto di quei club ora costretti a “tornare alla normalità”. Quei bilanci dissestati, che volevano aggiustare diminuendo drasticamente il numero dei beneficiari della torta dei diritti tv e degli sponsor, continueranno ad esserlo.

Tutto il sistema calcio era sull’orlo del baratro già prima della pandemia. Era quella la “normalità” cui tutti ora son felici di tornare.

Gli sviluppi saranno certo interessanti, perché il calcio ormai espone in forma sintetica i nervi scoperti della società.

Fonte

10/08/2015

Israele blocca giocatori palestinesi. La Fifa metta fuori Israele dalla federazione

Ci si era andati vicini a fine maggio, ma poi la non sempre comprensibile “realpolitik” dell’Autorità Nazionale Palestinese aveva fatto marcia indietro. La Fifa – la federazione mondiale del calcio – era stata chiamata a rispondere alla richiesta di espulsione di Israele dalla federazione per gli ostacoli che frappone continuamente all’attività dei calciatori e dei club palestinesi. Attivisti da tutta Europa erano arrivati al palazzo della Fifa a Zurigo per sostenere la richiesta. Ma la delegazione palestinese aveva dato vita ad un'improvvisa rinuncia a presentare la richiesta che ha suscitato delusione e polemiche in molti sostenitori della causa palestinese. Eppure i motivi per rendere operativa la decisione di mettere Israele fuori dalla Fifa continuano ad essere forniti giorno dopo giorno. Ultimo in ordine di tempo è quanto accaduto ieri, domenica.

A Hebron doveva svolgersi la partita di ritorno tra i club di Hebron (Al Ahli, allenata dall’italiano Stefano Cusin) e Gaza (Shejaya), ossia la prima finale di Coppa Palestina dal 2000, l’anno dell’esplosione della Seconda Intifada. Ma la partita non si è potuta giocare perché Israele vuole sottoporre a controlli preliminari quattro calciatori palestinesi della squadra della Striscia di Gaza e  “interrogarli per motivi di sicurezza”. La pretesa israeliana è stata però respinta da Jibril Rajub, presidente della Federazione calcio palestinese: “Il passaggio della frontiera di Gaza deve essere del tutto libero per qualsiasi giocatore in base alle regole della Fifa”.

La partita di andata si era giocata a Gaza giovedì e quella di ritorno doveva giocarsi ieri a Hebron, ma non si è potuta svolgere perché la delegazione della squadra dello Shejaiya – una quarantina di persone tra giocatori, tecnici e accompagnatori, nessun supporter però – non si è recata al valico di Erez tra la Striscia di Gaza ed Israele. Rajoub afferma che “le autorità israeliane vogliono interrogare i quattro giocatori ma ciò è inaccettabile perché sulla base delle regole Fifa ogni atleta ha il diritto di entrare ed uscire da Gaza senza interferenza da parte dei servizi di sicurezza”. 

Ci sono dunque seri motivi per tornare a chiedere alla Fifa l'espulsione di Israele dalla federazione, ma questa volta Jibril Rajoub, presidente della federazione calcistica palestinese, dovrebbe andare fino in fondo, anche nelle sedi internazionali.

Fonte

05/06/2015

FIFA, Washington spodesta Blatter

di Michele Paris

Con le dimissioni a sorpresa giunte martedì del numero uno della FIFA, Joseph Blatter, il governo americano ha raggiunto uno dei principali obiettivi che avevano motivato la retata della scorsa settimana portata a termine dalle forze di polizia svizzere a Zurigo e i successivi arresti di vari esponenti di spicco dell’organo di governo del calcio mondiale.

Com’è ormai ben noto, il 79enne Blatter ha rimesso il proprio mandato dopo appena quattro giorni dall’ennesima rielezione alla guida della FIFA, conquistata con i voti di praticamente tutte le federazioni nazionali del pianeta, tranne quelle dell’Europa occidentale - ad eccezione di Francia e Spagna - e del Nordamerica.

A determinare la decisione sono state forse le voci emerse a inizio settimana, in particolare quelle riportate dal New York Times, secondo le quali lo stesso Blatter risulterebbe al centro di un’indagine federale per corruzione negli Stati Uniti. Inoltre, nella giornata di martedì era stata diffusa la notizia che il segretario generale della FIFA molto vicino a Blatter, Jerome Valcke, è sospettato dalle autorità giudiziarie americane di essere dietro a bonifici bancari per un totale di dieci milioni di dollari a beneficio dell’ex vice-presidente della federazione internazionale, Jack Warner, destinati a favorire l’aggiudicazione dei mondiali di calcio del 2010 al Sudafrica.

Sia queste ultime accuse di corruzione sia quelle precedenti dietro al raid di Zurigo durante il congresso della FIFA hanno probabilmente più di un fondamento, visti i sospetti a lungo nutriti circa le modalità di assegnazione degli eventi calcistici planetari e le somme enormi movimentate dalla loro organizzazione. Ciononostante, il tempismo dell’indagine e il fatto che essa sia scaturita dagli Stati Uniti escludono a priori l’ipotesi che le ragioni dell’operazione siano unicamente di natura giudiziaria.

Per cominciare, gli Stati Uniti si erano visti bocciare la propria candidatura a ospitare i mondiali del 2022, finiti a sorpresa al Qatar. La giustizia americana aveva allora avviato un’indagine per corruzione ai danni della FIFA proprio all’indomani della decisione presa nel dicembre del 2010 a favore della piccola monarchia del Golfo Persico.

Ancor più, l’iniziativa guidata dal neo-ministro della Giustizia USA, Loretta Lynch, ha un significato tutto politico, collegato agli interessi strategici della classe dirigente americana, impegnata in una campagna di pressioni e minacce diretta contro la Russia, paese ospitante dei mondiali del 2018.

Proprio attorno a quest’ultimo evento è lecito attendersi nel prossimo futuro un’operazione di propaganda, allo scopo di sottrarne l’organizzazione alla Russia o, visti i tempi limitati, per trasformarlo da occasione di vanto per il Cremlino a motivo di imbarazzo.

Lo stesso Blatter, va ricordato, qualche mese fa aveva incontrato il presidente russo Putin in seguito agli appelli giunti da più parti in Occidente per boicottare i mondiali di calcio del 2018 a causa della crisi in Ucraina. Il presidente uscente della FIFA aveva confermato senza indugi l’assegnazione della manifestazione alla Russia, invitando i politici scontenti di questa realtà a “rimanere a casa” nel 2018, quando si terranno “i mondiali più grandi mai visti”.

Il sostegno assicurato a Mosca in un clima crescente di caccia alle streghe nei confronti della Russia è dunque costato a Blatter il proprio posto dopo l’intervento diretto degli Stati Uniti. Che la campagna anti-Blatter e anti-russa stesse per arrivare a un punto di svolta era apparso peraltro evidente nei mesi scorsi, quando ad esempio tredici senatori americani avevano indirizzato una lettera al presidente della FIFA per invitarlo a togliere la coppa del mondo alla Russia.

Alcuni dirigenti di federazioni europee e la stessa associazione del vecchio continente (UEFA) avevano poi ipotizzato un boicottaggio dell’evento previsto per il 2018, con addirittura la possibilità di organizzare un torneo alternativo a cui prenderebbero parte le nazionali europee e, su invito, qualche selezione sudamericana.

Queste e altre iniziative hanno così determinato pressioni enormi su Blatter nei giorni scorsi, con il governo britannico e la federazione inglese, la quale aveva perso la sfida con la Russia per l’organizzazione dei mondiali del 2018, che hanno fatto registrare le dichiarazioni di maggiore rilievo.

Decisamente insolito era stato ad esempio l’intervento pubblico sabato scorso prima della finale di FA Cup tra Arsenal e Aston Villa a Wembley del principe William - presidente della federazione calcistica inglese - per denunciare la corruzione dilagante ai vertici del “management dello sport internazionale” e per chiedere “riforme” improntate alla trasparenza.

L’erede al trono di Gran Bretagna si era anche rivolto agli sponsor della FIFA, invitandoli a fare “pressioni” per cambiare le modalità di gestione della federazione internazionale, ben consapevole dell’importanza delle “partnership” con le multinazionali nel veicolare denaro verso l’organo calcistico mondiale. Molte di queste compagnie, come Visa, Nike e Adidas, avevano subito minacciato di rivedere i propri contratti se non fossero state prese iniziative per ripristinare l’integrità dell’immagine della FIFA, cominciando con le dimissioni dell’ormai compromesso Blatter.

Significativamente, tutte le voci sollevatesi in questi giorni per chiedere il ristabilimento di una certa “moralità” nella gestione del calcio a livello mondiale non hanno nemmeno lontanamente messo in discussione la realtà odierna dello sport professionistico, dove risiede la causa principale della corruzione, cioè che qualsiasi evento di rilievo viene subordinato ai profitti delle grandi aziende che vi ruotano attorno e alle possibilità di guadagno dei vertici delle varie federazioni.

La caduta di Blatter, in ogni caso, secondo molti potrebbe consentire all’Occidente di esercitare un controllo maggiore su una macchina da soldi come la FIFA. I tempi per la scelta del suo successore saranno comunque relativamente lunghi, visto che un nuovo congresso che dovrebbe eleggere il prossimo presidente non potrà essere convocato prima del mese di dicembre.

Al momento non è chiaro quali saranno i candidati favoriti, ma è possibile che possa tornare a presentarsi il principe giordano Ali bin Hussein, fratello del sovrano hascemita Abdullah e recente sfidante di Blatter. Il 39enne Ali risponde d’altra parte all’identikit del perfetto burattino manovrabile da federazioni e corporations occidentali.

Il procedimento ai danni dei vertici FIFA avviato dall’FBI in collaborazione con le autorità svizzere rappresenta infine un’ulteriore conferma del carattere altamente selettivo della giustizia degli Stati Uniti, politicizzata come poche altre soprattutto quando i soggetti indagati non sono americani.

Per avere un’idea di ciò è sufficiente rileggere le parole utilizzate settimana scorsa dal ministro della Giustizia di Obama, Loretta Lynch, nel descrivere le attività illegali dei membri della FIFA arrestati o coinvolti nell’indagine. L’ex procuratore di New York aveva parlato di “corruzione radicata, sistematica e fuori controllo”, fornendo cioè una descrizione molto più pertinente delle attività condotte dalle grandi banche americane, le cui truffe e operazioni illegali di proporzioni ben maggiori sono di fatto puntualmente condonate dalla giustizia a stelle e strisce.

L’attacco alla FIFA e a Sepp Blatter da parte del Dipartimento di Giustizia USA risponde in definitiva alle esigenze strategiche di Washington nell’ambito del conflitto con Mosca. Sottrarre alla Russia i mondiali del 2018 o renderli in qualche modo un fallimento significherebbe infatti assestare un colpo letale al Cremlino su più fronti.

Innanzitutto il riassegnamento a un altro paese dell’evento priverebbe la Russia della possibilità d'incassare parecchio denaro dopo che l’Occidente sta cercando di esercitare pressioni economiche attraverso l’applicazione di sanzioni punitive. Inoltre, la Russia perderebbe un’occasione irripetibile per proiettare un’immagine positiva di sé in tutto il mondo nonostante gli sforzi per isolare questo paese guidati da Washington.

Vladimir Putin, infine, patirebbe un’umiliazione personale gravissima dopo essersi esposto per ottenere l’aggiudicazione del torneo, vedendo probabilmente minacciato il suo stesso futuro politico nelle elezioni presidenziali previste proprio per il 2018.

Fonte

30/05/2015

Che Fifa!

Lo svizzero Sepp Blatter è stato eletto per il quinto mandato consecutivo come presidente della Fifa, la federazione mondiale del football.  Il terremoto dell’inchiesta dell'Fbi sulla corruzione e le tangenti e gli arresti di alcuni dirigenti della Fifa, non hanno dunque scalfito la presa di Blatter sulla più ricca organizzazione sportiva del mondo. Non solo. Il tentativo dell’Uefa (dunque la federazione europea) ed in particolare di Michel Platini, di scalzarlo dalla poltrona è andato così a vuoto.  Le federazioni europee e statunitense avevano anche provato a schierare un candidato alternativo a Blatter individuandolo però in una figura rappresentativa di una federazione quasi inesistente, quella giordana. Ed infatti il candidato alternativo a Blatter (espressione di Europa e Stati Uniti), il principe giordano Ali Bin al Hussein ci ha provato, ma ha raccolto appena 73 voti contro i 133 di Blatter. Anche ad occhio su questa vicenda dello scandalo Fifa si è respirata l’aria delle contrapposizioni politiche che stanno agendo a livello internazionale. Colpiva il fatto che l’Fbi avesse messo sotto accusa solo l’organizzazione dei campionati mondiali di calcio in Russia e nel Qatar, due paesi al momento in pessime relazioni con Washington e che hanno gettato sulla vicenda un sapore di strumentalizzazione. Così come lo schieramento per le dimissioni di Blatter coincideva pressoché totalmente con le federazioni calcistiche "appartenenti a paesi della Nato". Insomma alla Fifa si è visto uno scenario piuttosto condizionato dal clima internazionale e i risultati prodottisi – pur confermando un personaggio più che discutibile come Blatter – ne sono stati la conseguenza.

Platini aveva invitato l’Europa a votare compatta per il principe giordano ma solo una quarantina di federazioni hanno seguito l’indicazione. E l’Italia? Impossibile da sapere, in quanto il presidente federale Carlo Tavecchio subito dopo il voto è partito senza rilasciare dichiarazioni. Blatter ha invece raccolto i voti dei paesi emergenti e in via di sviluppo in Asia e Africa, dalla americana Concacaf (che unisce America Latina, Usa e Canada, solo queste due hanno votato contro Blatter) e probabilmente dall’Oceania. Dunque una rottura verticale che richiama molto da vicino quelle che si producono in sede di Assemblea Plenaria delle Nazioni Unite dove sempre più spesso le vecchie potenze occidentali scoprono di rappresentare una parte minore del mondo.

Appena rieletto, Blatter ha annunciato l’intenzione di allargare il comitato esecutivo a 30 membri, per consentire a tutte le confederazioni di essere meglio rappresentate. Un passaggio in più per indebolire le federazioni calcistiche europea e statunitense che però sono quelle dove girano tanti soldi.

A margine dell'assemblea internazionale della Fifa si è poi consumato un altro compromesso: quello tra la delegazione palestinese che chiedeva l'espulsione di Israele dalla federazione per gli impedimenti che oppone all'attività sportiva dei giocatori palestinesi e l'apartheid praticato nelle squadre di calcio israeliano. Ma anche qui si segnala una decisione al di sotto delle aspettative. La delegazione palestinese ha ritirato il documento con la richiesta e ne ha presentato uno emendato e meno duro che chiede solo una commissione di inchiesta. il documento è stato approvato dalla Fifa, con grande delusione degli attivisti filo palestinesi che si erano riuniti sotto la sede della federazione a sostegno della richiesta palestinese.

Fonte

28/04/2015

Qatar - L'azienda francese Vinci indagata per lavoro forzato

Un’indagine aperta da una procura francese ha riacceso i riflettori sulle durissime condizioni di lavoro, talvolta ai limiti della schiavitù, cui sono spesso sottoposti i migranti nei cantieri per la Coppa del Mondo 2022, in Qatar.

Questa volta, però, è un’azienda d’Oltralpe, il colosso industriale Vinci, a essere finita nel mirino della magistratura che ha aperto un fascicolo in seguito alla denuncia dell’organizzazione non governativa Sherpa. La Ong francese, che si occupa della tutela delle vittime di crimini economici, ha infatti accusato la Vinci, leader mondiale nel settore grandi opere, e la sua controllata qatariota QDVC di ricorrere al lavoro forzato nei propri cantieri. Le accuse, negate dall’azienda che ha querelato per diffamazione Sherpa, sono gravissime: “lavoro forzato, schiavitù e occultamento”.

Secondo la Ong, infatti, le compagnie hanno usato diverse forme di ricatto per sfruttare la manodopera dei migranti (originari soprattutto dello Sri Lanka, del Nepal e dell’India) impiegati nei cantieri, dove le condizioni di lavoro e di vita sarebbero “scandalose”, a fronte di un “misero salario”. Sherpa parla della confisca dei passaporti, delle minacce ai lavoratori che si lamentano o reclamano i propri diritti, o che vogliono semplicemente licenziarsi o cambiare occupazione.

Accuse che in parte sono confermate dalle stesse dichiarazione dell’amministratore delegato della Vinci, Xavier Huillard, rilasciate all’inizio del mese al quotidiano francese Le Figaro e riportate dal britannico Guardian: “Fin dall’inizio dell’anno abbiamo trattenuto i passaporti dei lavoratori”, ha detto Huillard, spiegando però che non c’è stata imposizione. “Ce li hanno dati di propria spontanea volontà, firmando un consenso nella propria lingua, per evitare il rischio che fossero rubati o andassero distrutti. Naturalmente, li potevano riavere in ogni momento”.

Sarà la magistratura a fare luce sulle modalità di questa pratica nei cantieri della Vinci, azienda con un giro d’affari di circa 40 miliardi di dollari e con 191mila dipendenti in tutto il mondo. Si è aggiudicata un certo numero di appalti in Qatar, in vista dei mondiali 2022, e tra questi appalti ci sono anche la costruzione della linea tramviaria e della metropolitana, sempre attraverso la QDVC.

Tanti soldi e un Paese che è già salito agli onori della cronaca per il trattamento dei migranti, impiegati in gran numero nell’edilizia. Da quando l’emirato della Penisola arabica si è aggiudicato i mondiali, la Fifa è finita sotto a lente delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, che hanno fatto pressioni affinché il Qatar assicurasse condizioni lavorative dignitose. Sono state annunciate leggi e riforme, ma è difficile parlare di una svolta nel trattamento della manodopera straniera.

Sherpa si è detta soddisfatta dell’apertura dell’indagine. Sul proprio sito ha spiegato che si tratta di schiavitù moderna, che riguarda categorie di lavoratori vulnerabili, come lo sono gli stranieri in Qatar, che pertanto sono costretti ad accettare di essere sfruttati poiché non hanno alta scelta.

L’indagine, iniziata due settimane fa, è in fase preliminare e ci vorranno mesi, ha spiegato il procuratore Catherine Denis. Se le prove lo consentiranno, sarà aperta un’inchiesta formale.

Fonte

28/01/2015

"Il Qatar si è comprato i Mondiali di Calcio"


I mondiali di calcio del Qatar di nuovo nel mirino, dopo le molteplici denunce sulla condizione in cui sono costretti a lavorare migliaia di operai asiatici ridotti praticamente in schiavitù e "importati" per realizzare gli stadi e le altre infrastrutture necessarie allo svolgimento della competizione sportiva internazionale. Uno sfruttamento che costa la vita, secondo le denunce, ad almeno un operaio al giorno ormai da anni.

Questa volta a puntare il mirino contro la piccola ma potentissima petromonarchia è un rapporto approvato dalla Commissione cultura dell'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. Forse infastidito che i campionati mondiali non se li sia aggiudicati una potenza europea o occidentale, forse in ossequio ad una competizione globale che sfocia ormai anche in campo sportivo. Ma la denuncia sembra avere una solida base.

"La decisione della Fifa di assegnare al Qatar la Coppa del mondo di calcio del 2022 è radicalmente viziata", perché l'allora presidente della Confederazione asiatica di calcio, Bin Hammam, "ha versato somme di denaro considerevoli per assicurare al Qatar i voti dei rappresentanti della confederazione africana di calcio, facenti parte dell'Esecutivo Fifa".

La Fifa "deve iniziare nel minor tempo possibile una nuova procedura per l'assegnazione della Coppa del Mondo 2022", chiede l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa nel rapporto.

Il rapporto non ha forza vincolante, ma una volta approvato in plenaria il prossimo aprile "avrà un forte significato politico" dicono fonti dell'organizzazione paneuropea. Nel documento si afferma che la Fifa "non sembra ancora in grado di mettere fine ai casi di corruzione al suo interno" e che "i risultati delle inchieste condotte dalla sua commissione etica sull'attribuzione delle Coppe del Mondo del 2018 alla Russia e del 2022 al Qatar, anche se divulgati solo parzialmente, mostrano l'ampia diffusione di pratiche estremamente dubbiose che sembrano fare parte integrante del sistema". Nel rapporto si chiede quindi alla Fifa non solo di "iniziare nel minor tempo possibile una nuova procedura per l'assegnazione della Coppa del Mondo 2022", ma di "continuare con le riforme che si è impegnata a fare in base alle raccomandazioni contenute in un precedente rapporto dell'assemblea parlamentare", un testo approvato nel 2012. Nel rapporto si chiede poi alla Fifa, Uefa e Cio di "assicurare che tutti i paesi candidati a organizzare eventi sportivi maggiori si impegnino a rispettare gli standard internazionali in materia di diritti fondamentali, in tutte le attività legate alla preparazione della competizione, e alla sua programmazione".

Fonte

18/06/2014

Il Mondiale lo vince… la FIFA

di Gabriel Díaz (Brecha)

Nel 2007 i brasiliani celebrarono estasiati la buona novella. I prossimi anfitrioni della gran festa del calcio mondiale sarebbero stati i padroni del pallone, seguiti da un pubblico euforico. Ma il tempo è passato e l’euforia si è spenta.

La prepotenza della FIFA è venuta ancora una volta alla luce, mentre il governo federale ha eseguito senza fare scherzi gli ordini dei veri padroni della festa. I brasiliani si sentono truffati e si ribellano di fronte al più blindato di tutti i mondiali. Quando vennero inventati i confini dei Paesi di questa regione ognuno di essi creò il suo proprio corredo di simbologie nazionaliste: un eroe liberatore, una bandiera, un inno e molti quadri dettero consistenza concreta alla finzione. In Brasile no. Non ci furono grandi battaglie, né liberatori idolatrati. La principessa Isabel, reggente dell’impero, andò in esilio quando i militari presero il potere, poco dopo la firma della “legge aurea” che abolì la schiavitù nel 1888. La nazione, guidata da patrizi e grandi latifondisti, si sentì orfana per decenni di quell’imprescindibile narrazione storica. Con l’autostima a terra, come raccontava nelle sue cronache il giornalista Nelson Rodríguez, il Brasile dovette aspettare fino al 1958 perché emergesse l’“eroe” tanto sospirato: il calcio.

Dopo il fallimento del 1950, il trionfo al Mondiale di Svezia dette un senso alla nobiltà “brasiliana”. Ma ci fu il paradosso che i principali protagonisti della grande battaglia, tra i quali Didí, soprannominato il Principe Etiope, e il novellino Pelé, erano neri, facevano parte dei milioni di nipoti di schiavi, poveri e analfabeti. Nonostante ciò, la vittoria fu salutata da una grande ovazione in tutto il Paese, e da quel momento in poi il calcio, capitanato da eroi neri in un Paese che si riconosce razzista, sarebbe stato fonte di emozione e di fervore nazionalista.

Si dia inizio alla festa

In primo piano nella foto c’erano il presidente Inácio Lula da Silva e l’ex calciatore e oggi deputato Romario de Souza. L’immagine di entrambi insieme al presidente della FIFA, Joseph Blatter, e alla scintillante coppa dorata, fece il giro del pianeta nel 2007, quando il Brasile fu designato sede del Mondiale 2014. I brasiliani accolsero la notizia con gioia. La povertà si riduceva progressivamente e il presidente Lula godeva di una vasta popolarità. Il governo assicurò che l’investimento negli stadi sarebbe stato privato e che le opere del Mondiale (in trasporti e infrastrutture) sarebbero andate in eredità al Paese.

La FIFA mise sul tavolo le sue esigenze. Sia l’Associazione che i suoi sponsor, tra i quali McDonald’s e la Coca-Cola, non avrebbero pagato tasse per 12 mesi. Così dispone la cosiddetta “legge FIFA”, firmata dalla presidentessa Dilma Rousseff. In sintesi, l’organizzazione che dirige il calcio si prefisse l’obiettivo di ricavare in Brasile la cifra record di 3 miliardi e mezzo di dollari, dopo la frustrazione rappresentata dal Sudafrica nel 2010. Con il passare del tempo, Romario, deputato per il Partito Socialista Brasiliano ed ex alleato di Lula, diventò una delle voci più critiche quando si venne a sapere dei milioni di reais che sarebbero usciti dalla Banca Nazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale (BNDES, statale) per finanziare il 98% delle spese del Mondiale. Oltre a denunciare la corruzione politica interna, il baijinho apostrofò Blatter come “ladro, mafioso e figlio di puttana”.

Il gioco sporco

Le posizioni di Romario sono state rafforzate dall’ex reporter della BBC Andrew Jenning, che investiga da 20 anni sui burrascosi guadagni della FIFA. Nel suo libro Un gioco sempre più sporco, Jenning svelò un complesso tessuto di affari illegali che coinvolgevano ex dirigenti del calcio brasiliano, come Ricardo Teixeira e João Havelange, e dirigenti della FIFA come Blatter e il segretario generale Jerome Vlacke. In un’intervista rilasciata al portale Agencia Pública il giornalista britannico avverte senza giri di parole i brasiliani: “la FIFA vi sta rapinando”, e mette in evidenza il business della vendita dei biglietti e dell’affitto di camere negli hotel, oltre che i lussuosi saloni vip costruiti negli stadi (pagati dalla BNDES), dove la FIFA riunisce la “crema” del mondo degli affari a prezzi astronomici. Senza trascurare, com’è ovvio, i profitti ottenuti dalla vendita dei diritti televisivi. In totale, lo Stato brasiliano pagherà 10 miliardi e 900 milioni di dollari per questo campionato di carattere privato, mentre gli affari della FIFA e dei suoi sponsor saranno esentasse. Il Paese ospiterà circa 600 mila stranieri, e la grande incognita è quanto rimarrà nelle casse statali di tutti i soldi che gireranno. Intanto si sa già che molti degli stadi diventeranno “elefanti bianchi”, perché sono stati costruiti in città dove la passione per il calcio è meno sentita, come Brasilia e Manaus.

Quando le cifre sono diventate di dominio pubblico, il popolo brasiliano è sceso in piazza per protestare contro il Mondiale e pretendere miglioramenti nell’assistenza sanitaria, nell’educazione e il trasporto pubblico. Questo malcontento popolare si è rafforzato quando i dirigenti della FIFA, nelle loro visite ufficiali, hanno alzato la voce contro gli inconvenienti e i problemi logistici legati al Mondiale e hanno preteso più efficienza dal governo. I ritardi e gli aggiustamenti dell’ultimo momento, come per qualsiasi casa in costruzione, hanno fatto schizzare alle stelle le spese. Il governo ossequia la FIFA (Blatter viene trattato come un capo di Stato), anche se inaugurerà l’evento nell’Arena Corinthians, a San Paolo, senza aver terminato i lavori, così come accadrà in alcuni aeroporti, per esempio quello di Río de Janeiro, denuncia Jenning.

La demoralizzazione dei carioca verso il Mondiale spiega l’assenza di cartelloni luminosi e opere d’arte allegoriche a Brasile 2014 e perfino della stessa canzone del Mondiale, che da queste parti non si conosce nemmeno. Al contrario, non si è esitato a far scendere in campo l’ostentazione poliziesca e militare.

Cartellino giallo

Giorni fa le autorità hanno annunciato che in totale saranno 20 mila gli agenti di sicurezza che vigileranno ogni giorno per le strade di Río, città che accoglierà 400 mila visitatori. La maggioranza si concentrerà nella zona sud, turistica per eccellenza. Prima che si sapesse questa notizia, Amnesty International Brasile lanciava la campagna globale “Mostra il cartellino giallo” al governo, perché non si ripetessero gli abusi verificatisi nelle manifestazioni di massa del 2013. Questa espressione civica è stata la più importante della storia recente del Brasile e ha mostrato, come conferma Renata Renán, consulente dell’associazione umanitaria, l’inesperienza della Polizia Militare del Brasile, un corpo creato sotto l’impero e i cui membri ricevono una formazione militare. Nel giugno del 2013, durante una delle manifestazioni, un fotografo paulista fu raggiunto da una pallottola di gomma e perse un occhio. Anche molti altri rimasero feriti gravemente. “Lanciarono gas lacrimogeni in posti chiusi, come la metro, bar e perfino ospedali”, racconta la Renán a Brecha. Nonostante questo, nessun poliziotto è stato inquisito né indagato per gli abusi commessi. “Se si commettono reati sia da parte della Polizia Militare che di gruppi violenti, questi devono essere debitamente giudicati. Noi siamo contrari alla violenza, ma difenderemo sempre il diritto dei cittadini a manifestare pacificamente”, ha dichiarato la Renán.

Secondo uno studio recente di AI, otto brasiliani su dieci assicurano di aver paura di essere torturati dalla Polizia Militare. L’associazione chiede un dibattito sulla smilitarizzazione della polizia, e la creazione di rapporti tra i cittadini e chi dovrebbe vigilare sul loro benessere.

In mezzo alla strada

Nel primo trimestre di quest’anno sono stati commessi a Río de Janeiro 1.459 omicidi, quasi la stessa cifra del 2008, quando si misero in azione le unità della Polizia Pacificatrice. Da allora la cifra di morti violente era calata sistematicamente, ma quest’anno è noto che c’è stata una recrudescenza. Intervistata sulla causa di questo incremento, Raquel Willadino, componente dell’Osservatorio delle Favelas di Maré (un complesso di 16 comunità situate al nord di Rio), risponde che negli ultimi mesi si è registrato un cambiamento - in peggio - nei rapporti tra gli abitanti delle favelas e le unità pacificatrici.

Maré, abitata da circa 130 mila persone, si trova in un punto strategico tra l’aeroporto internazionale di Río e la città. L’attraversa la Avenida Brasil, una delle principali vie di circolazione della capitale carioca. A seguito di un decreto firmato dalla presidentessa, il complesso è stato occupato da circa 2mila militari delle forze armate. Questa occupazione ha un “carattere eccezionale” e sarà in vigore fino alla fine di luglio, quando terminerà il Mondiale. “La presenza delle forze armate è molto significativa, sono uomini addestrati per la guerra. Bisogna rompere questa logica”, dice la Renán. Dopo l’evento, i carri armati e i militari saranno sostituiti da unità della Polizia Pacificatrice. Le diverse comunità, insieme alle organizzazioni che lavorano in questa zona, come l’Osservatorio delle Reti di Maré, ritengono che anche gli abitanti delle favelas abbiano il diritto di godere della sicurezza. Un giovane nero della periferia o delle favelas “ha quattro volte più probabilità di morire di morte violenta di un bianco. La popolazione è vista come parte del problema e non della soluzione. Questo deve cambiare. Solo lavorando in modo organico si potrà trovare un’uscita dalla violenza”, sottolinea la rappresentante di Amnesty International.

Articolo originale.

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo, 13 giugno 2014

Fonte