Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/11/2024

Francia – Israele: lo Stade de France rimane vuoto!

Il potere mediatico, per tutta la settimana, aveva provato a creare hype attorno ad una partita che nei piani del governo israeliano doveva essere l’ennesimo appuntamento di una strategia più complessiva di sportwashing.

Il presidente francese Macron, da giorni, aveva annunciato che sarebbe stato presente allo stadio.

Ma la partita della National League Francia contro Israele è stato un gigantesco flop e non solo per il risultato finale di 0 a 0.

Lo “Stade de France” ha battuto il record della minore affluenza per una partita della nazionale francese con poco più 16.000 spettatori. Gli spalti erano praticamente vuoti.

Gli organizzatori, per mascherare questo incredibile boicottaggio hanno acceso diversi fumogeni durante l’esecuzione degli inni nazionali in modo da coprire visivamente gli spalti vuoti. Ciò non ha impedito che l’inno di Israele venisse pesantemente fischiato.

Un giovane giornalista sportivo, nonostante il divieto del governo francese, ha comunque introdotto all’interno dello stadio una bandiera della Palestina commentando così il gesto: “non c’è nessuna misura di restrizione della libertà di espressione che possa far dimenticare il massacro di civili in corso a Gaza, Bruno Retailleau. Anche allo Stade de France!”

Dentro e fuori lo stadio sono stati dispiegati più di 4.000 poliziotti, 1.500 steward, un elicottero e persino un veicolo blindato del RAID.

Nonostante questo, ad alcuni “tifosi” israeliani incappucciati e con indosso le magliette con il simbolo dell’IDF (forze armate israeliane) non è stato impedito di picchiare brutalmente alcuni tifosi francesi sulle tribune dello Stadio.

Il quotidiano sportivo francese L’Equipe ha stimato una perdita di circa 3,5 milioni di euro per permettere lo svolgimento di questa partita della vergogna!

La partita di questa sera dimostra ancora una volta l’enorme distanza che c’è tra quella che è la narrazione ufficiale propinata del potere mediatico e la realtà che ci restituisce un sentito popolare, caratterizzato in grande maggioranza dai valori della resistenza e della giustizia sociale.

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14/07/2014

Samba e martello: un altro mondiale è andato

È finita con la Germania che ha alzato la coppa al cielo di Rio de Janeiro. Una nuova sfumatura del concetto di ‘sobrietà’: tutti composti, i teutonici, soddisfatti per una vittoria che sfuggiva da anni, ma non pazzi di gioia come, forse, sarebbe stato lecito aspettarsi.

Un mondiale che, in fondo, ha palesato una certa povertà di gioco, in via generale: la frase «non esistono più squadre materasso» non significa che le nazionali più deboli abbiano improvvisamente imparato a giocare a pallone, ma che quelle più grandi sono calate un bel po’ rispetto a non troppo tempo fa. Basta facile retorica, il pallone sarà pure rotondo e pieno d’aria, ma di campioni in campo se ne sono visti pochi. Grande gioco di squadra da parte di (quasi) tutti, per carità, ma i lampi di genio sono stati pochissimi.

La Germania ha vinto per la sua grande forza mentale e per un’organizzazione invidiabile, quasi da squadra di club. Intendiamoci: dopo aver segnato il secondo gol al Brasile, chiunque sarebbe riuscito a farne altri cinque, pure l’Ascoli. I carioca erano crollati, spariti dal campo, distrutti sul piano mentale, sopraffatti dai fantasmi di una sconfitta che non poteva assolutamente essere. Sconfitta. Termine impronunciabile nell’ultraretorica pallonara che da sempre avvolge un po’ tutta l’America del sud. Questo mondiale era del Brasile, per diritto divino. Poi però le partite le devi giocare per davvero, e non sempre Pinilla prende la traversa all’ultimo minuto dei supplementari.

Germania campione, dunque. Agli altri le briciole. L’Argentina ha fatto legna per tutto il campionato, affidandosi a un attacco fuori dal comune ma che non ha mai dato l’impressione di poter fare veramente male. L’Olanda resta la squadra favorita dalla critica che però non vince mai. Il Brasile, fuori dal podio, si è presentato con quella che probabilmente è la sua peggiore nazionale di sempre. Senza talenti, senza qualità, senza nemmeno la voglia di combattere.

L’Italia, per concludere un attimo il discorso, è rimasta schiacciata dal proprio nervosismo. Parliamoci chiaro: la squadra non era male, ma in Brasile ci siamo arrivati abbondantemente bolliti, guidati da un tecnico mediocre, con i cosiddetti senatori che hanno deciso di caricare tutta la responsabilità sulle spalle dei più giovani che, alla prova definitiva, hanno sentito le proprie gambe troppo molli per poter combinare qualcosa di buono. L’apparato del pallone tricolore è in mano all’ultimo scampolo di gerontocrazia democristiana, vecchi loschi figuri che qualche decennio fa si limitavano a fare massa tra Camera e Senato, oggi occupano tutte le posizioni di rilievo ancora disponibili.  E ora che si va al rinnovo dei vari organi, tutto somiglia a una delle care vecchie lottizzazioni della Prima repubblica. Allegria!

Un altro mondiale è andato e noi pallonari ci siamo scoperti, ancora una volta, un po’ peggiori di quello che ci ricordavamo. Le partite le abbiamo viste tutte, lasciando il resto della cosiddetta attualità fuori per un mese circa. È evidente che il mondiale sia un teatrino allestito da un branco di canaglie che si chiama Fifa. Che decidono tutto gli sponsor e le televisioni. Che l’ultracapitalismo non offre panem ma di circenses quanti ne vuoi. Tutte le nostre contraddizioni esplodono quando sentiamo il fischio d’inizio di una partita, alla tivvù, alla radio o allo stadio. Eccetera eccetera eccetera.

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09/07/2014

Samba e martello: l’ideologia tedesca

Più che una partita, un remake del Fitzcarraldo di Herzog. Mai una semifinale dei mondiali era finita con sei gol di scarto, mai il Brasile aveva preso una scoppola tanto grossa, mai la Germania si era spinta così in là per gioco e reti segnate.
La partita dei "mai"’, una cosa della quale si può parlare soltanto dicendo ciò che non è stata. Ogni "se"’, ogni "ma"’ va a sbattere contro cinque gol segnati in trenta minuti. Pura accademia il secondo tempo, la reazione brasiliana è stata un ombrellino da cocktail in mezzo a un uragano.
Doveva essere «come una finale» e invece è stata una versione particolarmente sadica di un’amichevole estiva, tipo Germania – Fermana, ma è possibile che la Fermana sarebbe riuscita a fare di più di questo Brasile. Con tutto il rispetto. Difficile fare una qualsiasi analisi tattica, ogni questione si ferma al dilemma: «ma era fortissima la Germania o era il Brasile ad essere troppo scarso?». L’assenza di Neymar è stata così decisiva, oppure il 10 brasiliano ha salvato la sua carriera, non giocando? Stesso discorso per Thiago Silva.

L’abisso della gloria, un gigantesco non detto che si sposta verso la finale per il terzo e il quarto posto che si giocherà sabato. Contro l’Argentina o contro l’Olanda, si vedrà. Magari l'inferno, sarebbe un sollievo. Sugli spalti, le lacrime amarissime di un popolo che ha fatto del pallone la propria riscossa.
Il fútbol bailado, i fenomeni, la storica superiorità, Didì-Vavà-Pelè, Ronaldinho-Ronaldo-Rivaldo. Tutto finito. Tutto sbagliato. Un'illusione lunga settant’anni. Può una partita riscrivere la storia della critica calcistica? Quando nel 1950 l’Uruguay alzò la coppa al Maracanà, i brasiliani decisero di cambiare i colori sulla maglia. Osvaldo Soriano immortalò quella partita con un’intervista a Obdulio Varela, il re del centrocampo celeste che, vedendo la gente piangere per le strade di Rio, un po’ si era quasi pentito di aver vinto la partita. L’hanno chiamato ‘’Maracanazo’’, le cronache riportano tempi, temi e atmosfere da apocalisse in terra. I tedeschi no.

C’è quasi da pensare che il portiere Neuer non abbia dormito la notte per il gol subito allo scadere. C’è chi dice che «il calcio è quello sport che si gioca in undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi». Solo gli italiani possono dire di non averci mai perso contro, anzi, l’unica volta che ci hanno perso è stato quando ci si erano alleati. Misteri della cabala, il materialismo dialettico trema davanti a una partita di pallone. In tutti i bar del mondo – eccezion fatta per quelli della Germania – alla rete del Brasile si è alzato un applauso quasi liberatorio.
Raramente si è vista una reazione del genere a un gol della bandiera. Il portierone Julio Cesar ha alzato gli occhi al cielo, mister Scolari si è girato verso la panchina e chissà cosa avrà detto, Ronaldo, nella veste di telecronista, piangeva pure lui. Le telecamere hanno trasformato in icone globali i bambini e le ragazze soffocati dal pianto, i tifosi senza più speranza. La maglia a nascondere la testa, lo sguardo da olocausto nucleare alle porte.

La fine della storia, la caduta del muro di Berlino (ops), il tramonto, malinconico e pirotecnico, di un impero del pallone. Certo, è solo calcio. Ma che stretta al cuore.

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Brasile, isteria da sconfitta post-partita

Il calcio fa male, soprattutto a chi lo guarda pensandosi protagonista. Specie se perdi in casa 7 a 1.

Atti di vandalismo, rapine e negozi saccheggiati in alcune città brasiliane, dopo la sconfitta della Selecao nella semifinale contro la Germania. Una ventina di pullman dell'azienda privata Vip sono stati dati alle fiamme all'interno di un garage a San Paolo. Altri tre autobus di linea sono stati attaccati da sconosciuti mascherati e dati alle fiamme, sempre nella capitale paulista, dove l'azienda di trasporti SPT ha chiesto l'intervento della polizia per poter proseguire il regolare servizio notturno.

Altri gruppi di tifosi inferociti ma con l'occhio lungo per i gadget elettronici  hanno preso di mira un negozio della catena Ponto Frio, di San Mateo, periferia est di San Paolo. All'arrivo della polizia, gli agenti hanno arrestato due uomini e quattro adolescenti che stavano fuggendo con prodotti vari (telefinini, televisori, ecc).

Incidenti si sono verificati anche a Belo Horizonte, città dove si è giocata la partita, dove si contano 12 feriti e otto arrestati, e a Salvador, nello stato di Bahia.

A Rio de Janeiro, la polizia ha arrestato sei giovani che avevano rapinato alcuni tifosi stranieri che assistevano alla partita nel Fan Fest della Fifa, a Copacabana.

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E' tutto francamente molto triste.
Detto questo ci vorrebbe una bella finale Germania - Argentina, con gli eredi di Caniggia a prendere a pallonate i panzer tedeschi.

30/06/2014

Samba e martello: traverse, rigori e #calciomolotov

A un certo momento si prospettava una semifinale con una squadra tra Messico, Grecia e Costa Rica. I centroamericani in maglia verde sono stati in vantaggio sull’Olanda fino al minuto 88. Poi Snejder e un rigore di Huntelaar hanno ristabilito l’ordine naturale delle cose nel giro di appena 180 secondi. Per quelli che credono ai segni premonitori nel calcio, una cosa del genere può voler dire una cosa sola. Ma bisognerebbe dire la stessa cosa per il Brasile, graziato dalla traversa su un tiro del cileno Pinilla all’ultimo respiro dei tempi supplementari.

La domenica sera si è conclusa con la sfida tra le cenerentole Grecia e il Costa Rica.

Il manifesto del #calciomolotov (variante piuttosto esplosiva del calcio champagne): un elogio dei tacchetti su tibia e perone lungo due ore, il tempo delle mele dei catenacciari costretti ad attaccare. Insomma, quando si incontrano due squadre abituate a difendersi, chi deve fare la partita? Il risultato è stato un 1-1 con pareggio nel recupero, poi, ai rigori, Theofanis Gekas si è fatto parare il suo tiro mandando il Costa Rica ai quarti di finale. Bisognerebbe riflettere sul fatto che è sempre il rigore la condanna della Grecia, mentre il mefistofelico dio del pallone ha deciso di premiare la nazionale di un paese senza esercito, quella che ha messo in fila dietro di sé l’Uruguay, l’Italia e l’Inghilterra: sette coppe del mondo, in totale.

Per il resto, qui si fa il tifo per l’eliminazione del Brasile. Non perché ci stiano particolarmente antipatici, eh, ma perché sono i superfavoriti per condizioni geografiche, arbitraggi a favore e smodato culo. I carioca, adesso, sulla loro strada verso la finale troveranno la Colombia, formazione che sta facendo vedere quello che forse è il miglior calcio del torneo. Va detto che siamo indecisi: meglio che i brasiliani escano adesso o che, tipo, perdano la finale al Maracanà ad esempio contro l’Argentina, con seria ipotesi di crisi diplomatica a seguire?

Intanto – sempre per la serie #calciomolotov – mentre noi tutti siamo impegnati a guardare i mondiali, dall’altra parte del mondo, la Cina sta affrontando una serie di amichevoli internazionali. Nelle ultime due settimane, sono andati in scena un incontro con la Macedonia (un mesto 0-0) e uno con il Mali, con gli africani che si sono imposti per 3-1. In giro non si trovano cronache né immagini di questi match, ma i siti di scommesse giurano che ci sono stati. Vatti a fidare.

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26/06/2014

La mania del boicottaggio mediatico



Le proteste in Brasile, opportunamente ed immediatamente mediatizzate dal circuito mainstream italiano, hanno prodotto la più classica immedesimazione tra fenomeno sociale esotico e sentimento cripto-colonialista occidentale. Gli stessi soggetti che in Italia non perdono occasione di etichettare come terrorista qualsiasi fenomeno politico esca dal recinto della compatibilità parlamentare, sono oggi in prima fila nello sponsorizzare tali proteste, condannandone gli eccessi ma appoggiandone idealmente le rivendicazioni. Come sempre, di fronte alle violenze di piazza, nei paesi ricchi i responsabili sono i manifestanti, mentre nei paesi “poveri” le violenze sono da addebitare alla polizia o al sistema politico (per definizione non ancora giunto ai nostri livelli di civiltà). Ci sono diversi problemi però in questa narrazione artificiale e tendenziosa. Il primo è che il racconto dei media va preso cum grano salis: per questi, in Brasile sta avvenendo la tipica rivolta “da crescita economica” disorganizzata, in cui una piccola borghesia in ascesa chiede più diritti e un sostanziale riconoscimento politico delle proprie aspirazioni. E’ una lettura assolutamente parziale, che però contiene una parte di verità che non va disconosciuta: in queste manifestazioni c’è anche quel livello lì, cioè l’esplosione di una piccola borghesia secolarmente schiacciata tra il grande padronato filo-statunitense ed enormi quote di proletariato e bracciantato agricolo in condizioni di semi-schiavitù. La nascita di questo “cuscinetto sociale”, tale da stabilizzare il quadro politico, porta con sé contraddizioni tipiche nei diversi contesti in cui determinate manifestazioni hanno avuto luogo. Ciò detto, non è solo questo in campo oggi in Brasile, e in assenza di informazioni sostanziali non mediate dal racconto dominante, preferiamo non addentrarci in analisi più approfondite. Quello che ci preme invece rilevare è la scelta che, di volta in volta, compiono determinati pezzi di movimento in presenza di manifestazioni simili. Per questi non esiste mai alcun dubbio, e se Repubblica riporta la notizia di una “rivolta”, questa è sicuramente giusta e da appoggiare. Soprattutto se questa utilizza strumenti di protesta simili a quelli messi in campo dai movimenti occidentali: allora la convergenza è per forza di cose ovvia.

Non è tanto in discussione il merito delle singole vicende. Non c’è dubbio che in Brasile siano presenti contraddizioni sociali enormi, e che parte di queste contraddizioni si stiano esprimendo in questi giorni sfruttando la vetrina mondiale che consente alle manifestazioni di amplificare il proprio messaggio. Un atteggiamento ovvio, persino sacrosanto. La farsa è l’atteggiamento italiano di fronte a queste vicende. D’improvviso, chi guardava il mondiale è divenuto complice della repressione poliziesca contro le manifestazioni popolari. Gente che fino al giorno prima non aveva idea di dove fosse il Brasile oggi ne parla quale avanguardia delle lotte sociali contro il capitalismo, discetta delle differenze tra i vari movimenti brasiliani o delle dinamiche di quartiere a Manaus. Non poteva mancare infine la corsa al boicottaggio. Il mondiale non va visto, perché è un grande evento, per definizione da boicottare; oppure perché così si legittima il governo brasiliano; qualcuno si è spinto fino all’analisi sociologica della lotta al dio pallone. La stessa gente che magari ha delle comode Nike ai piedi, utilizza Facebook o Twitter per i suoi pipponi moralisti, si guarda la Roma su Mediaset Premium o Gomorra su Sky, va al centro commerciale la domenica o al concerto dei Rolling Stones al Circo Massimo, legge libri Mondadori o Feltrinelli, si compra i DVD prodotti da Medusa, rigorosamente acquistati su Amazon, mangia da Mc Donald’s, si muove per l’Italia in TAV, si compra la droga dal proprio spacciatore di riferimento, oggi fa passare come estrema coerenza militante il non vedersi le partite del mondiale. Un atto politico dicono, non sappiamo se in favore delle mobilitazioni in Brasile o per esprimere contrarietà all’evento “mondiale” in sé. In ogni caso, la pratica dei boicottaggio intellettuale dovrebbe essere bandita. E dovrebbe essere bandita perché presuppone un livello di coerenza individuale che niente ha a che fare con l’agire politico collettivo. Una pratica che non cambia di una virgola i rapporti di forza reali ma che fa stare a posto con la coscienza. L’autoassoluzione individuale, anche quando praticata da molti, non dovrebbe essere confusa per azione politica. La Rivoluzione insomma non passa per l’ascetismo.

Per cominciare, invitare al boicottaggio mondiale da Facebook o da Twitter, come il 100% dei compagni ha fatto in questi giorni, è una contraddizione in termini. Riguardo allo sfruttamento lavorativo, al modello produttivo globale, all’organizzazione economica e al potere decisionale delle dinamiche finanziarie mondiali, nonché riguardo al controllo e all’organizzazione repressiva, Facebook, Twitter, Google o Amazon sono decisamente più rilevanti dell’organizzazione di un mondiale di calcio. Nessun quartiere buttato giù dalla costruzione di uno stadio, nessuna manifestazione manganellata dalla polizia brasiliana, nessuno tipo di corruzione pubblica o privata inerente al mondiale può minimamente eguagliare il ruolo economico e politico di Facebook & soci nell’economia mondiale, il loro determinare gli attuali livelli di sfruttamento. Invitare il boicottaggio mondiale da Facebook è come boicottare la FIAT andando in giro in Ferrari.

In secondo luogo, come abbiamo appena visto, la pratica del boicottaggio prevede sempre un’escalation ascetica per cui qualcuno sarà sempre più puro, coerente o radicale di te. Se si boicotta il mondiale si dovrà ben ragionare sul vedere le partite su Sky della propria squadra; in effetti, non solo di calcio si nutre Sky, da boicottare in tutti i sensi quindi; d’altronde, neanche Rai o Mediaset possono dirsi ininfluenti nel processo di controllo ideologico e dello sfruttamento capitalistico. E se il discorso vale per la televisione, uguale ragionamento si dovrà fare per il cinema, controllato dalle medesime società, nonché per la musica e ogni altra rappresentazione artistica. E così via, senza una possibile fine, tornando nei boschi cibandosi di bacche. Il fatto è che a nessuno di questi compagni (per fortuna) verrebbe in mente di boicottare coerentemente il sistema consumista nel quale vivono. Per sentirsi a posto con la coscienza basta seguire l’ultimo titolo di giornale.

La questione non è allora il boicottaggio dell’evento televisivo, inutile per definizione (quando non controproducente: decine di aziende colpite da boicottaggio hanno visto accrescere il proprio fatturato grazie alla pubblicità indiretta derivante dal boicottaggio stesso!). L’internazionalismo non passa per il boicottaggio del mezzo, ma per l’azione politica concreta in favore delle mobilitazioni, se si crede giusto appoggiarle. Significa riprodurre anche nei nostri contesti le ragioni di quelle proteste, farle proprie. Allo stesso tempo, se il boicottaggio riguarda strumenti o eventi di massa, quali possono essere la televisione e i grandi eventi da questa trasmessi, la lotta non può avvenire scollegandosi da quella parte di popolazione interessata all’evento, ma occupando la scena, lottando dentro il mezzo per ribaltarne il significato. Lottare contro il sistema calcio non può significare rifiutare quel piano, ma starci dentro portando avanti i propri contenuti, piegando quel mezzo ai propri fini. Così come la lotta al sistema informativo mediatico non avviene rifiutando il mondo dei media, ma occupando lo spazio mediatico cercando di far emergere anche i nostri contenuti. L’unica certezza è che la moda estiva anti-mondiale passerà con la fine della manifestazione sportiva. Dal 14 luglio il Brasile tornerà ad essere ricordato per le sue spiagge e i suoi calciatori. Così come l’Egitto, la Turchia, la Tunisia, la Libia: finiti i titoli di giornale, terminerà anche l’interesse intorno ad essi. In attesa del prossimo boicottaggio.

25/06/2014

Samba e martello: Don’t you Uruguay, tonight

Dopo aver virato verso destra alle ultime elezioni europee, con l’uscita della Nazionale dai Mondiali, gli italiani si ritrovano a fare una cosa parecchio di sinistra: l’analisi della sconfitta.

Come d’abitudine, più che con un momento di riflessione abbiamo a che fare con una rissa continua. Da queste parti non si riesce a parlare di qualcosa che è andato male senza trasformare tutto in un 8 settembre. Quindi abbiamo quelli delle carenze tecnico-tattiche, quelli delle scelte sbagliate di Prandelli, quelli che vedono la prima crepa dell’epopea renziana (tranquilli – si fa per dire –, sarà ancora lunga),quelli della cabala, quelli contro Balotelli, quelli contro Cassano, quelli contro Chiellini…

In pochi vedono la cosa per quello che è: l’Italia in Brasile ci è arrivata abbondantemente cotta. La vittoria con l’Inghilterra è stata un’illusione, giacché quelli erano ancora più scoppiati di noi. Quando abbiamo beccato il Costa Rica – il cui unico merito è stato quello di correre – siamo affondati malamente, la difesa made in Juventus si è fatta mettere sotto dall’attaccante pop art Campbell, davanti sono arrivati pochi palloni decenti, e quei pochi sono stati malamente sprecati. Con l’Uruguay puntavamo al pareggio, ce la stavamo facendo, poi l’espulsione di Marchisio ci ha costretti a giocare esclusivamente nella nostra metà campo, con tutti i rischi del caso.

Poi, per carità, non che la squadra di Tabarez abbia fatto vedere grandi cose, ma il loro gol – arrivato per una colossale dormita della difesa su un calcio d’angolo – era qualcosa di assolutamente prevedibile. Giocare per lo 0-0 e perdere 1-0 è qualcosa di visto e rivisto sui campi di calcio.

Il morso di Suarez, l’arbitro che condivideva il nome (qualcuno dice pure la madre) con quello famoso dell’ottavo di finale del 2002 contro la Corea del Sud, il caldo e tutto il resto. Buoni alibi, non c’è che dire. Ma il punto è sempre lo stesso, in Brasile ci siamo arrivati da cadaveri. E, stanchi morti, siamo andati in confusione. I cambi di Prandelli contro Costa Rica e Uruguay ne sono una dimostrazione plastica: senza senso, dettati più dall’umore del momento che da qualche tattica, alla continua ricerca di una botta di culo improvvisa. Pure velleità, come credere di poter fare tredici al Totocalcio con una colonna di X.

La Serie A è un torneo brutto e triste, malinconico. Le squadre italiane in Champions League vanno sempre peggio. I migliori talenti li mandiamo a giocare fuori. Le convocazioni sbagliate. Gli eterni rimpianti. Eccetera, eccetera, eccetera. È troppo facile fare un processo all’Italia, colpevolissima e malandata com’è. Il costume nazionale, però, prevede un po’ di forca dopo ogni delusione, e oggi tocca a Prandelli – che ha sì sbagliato tutto dal codice etico in poi, ma almeno si è dimesso – e a Balotelli, additato come origine di ogni male. Il nuovo refrain, sempre più razzista, è il seguente: «Se fosse stato bianco non l’avrebbero fatto giocare». Lui è quello che è: un ragazzo viziato e parecchio confuso, stronzetto e arrogante. Il perfetto capro espiatorio, in sostanza. E fa niente se anche gli altri non abbiano brillato: quello è negro.

Così è passata la sbornia mondiale, i tricolori dai balconi sono spariti in un lampo*, l’Italia è tornata ad essere quel posto neomalinconico che cerca novità ovunque – in un sindaco, in un comico, in un mondiale –, alla ricerca di una svolta improvvisa. Che, così, non arriverà mai.

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personalmente di tricolori sui balconi, a sto giro, ne ho visti davvero pochissimi. Sarà che 7 anni di crisi hanno piegato anche i sognatori di gloria calcistica più indefessi.

E adesso, guitarrrrrrr!!!!!!!!!

23/06/2014

Affari pallonari

1) Scrive Eduardo Galeano: “In cosa somiglia il calcio a Dio? Nella devozione con cui lo seguono molti credenti e nella sfiducia con cui lo qualificano molti intellettuali… Una volta alla settimana, il tifoso fugge da casa sua e va allo stadio. Ondeggiano le bandiere, suonano le trombe, i razzi, i tamburi, piove la carta spezzettata; la città scompare, la routine si dimentica, esiste solo il tempio. In questo spazio sacro, la sola religione che non conta atei esibisce le sue divinità…

Il disprezzo verso il calcio di molti intellettuali conservatori si fonda sulla certezza che l’idolatria della palla è la superstizione che si merita il popolo. Posseduta dal calcio, la plebe fa ciò che l’è proprio: pensare coi piedi, realizzandosi in questo godimento subalterno in cui l’istinto animale s’impone alla ragione umana e l’ignoranza schiaccia la Cultura. A sinistra, pur se non sono mancati intellettuali che l’hanno celebrato invece di ripudiarlo come anestetico della coscienza (Antonio Gramsci, ad esempio, elogiò «questo regno della lealtà umana esercitata a piena aria»), per molti di loro va combattuto perché castra le masse deviando la loro energia rivoluzionaria. Pane e circo, circo senza pane: ipnotizzati dalla palla e dal suo fascino perverso, la coscienza degli operai si atrofia e i lavoratori si fanno condurre come mansuete gregge dai loro nemici di classe” (“Splendori e miserie del gioco del calcio”).

2) Nell’estate del 1916, in piena guerra mondiale, un capitano inglese si lanciò all’assalto di una trincea tedesca calciando una palla. Correndone dietro, il capitano Nevill si mise alla testa dell’assalto. Morì quasi subito, per un colpo di cannone, non per una pallonata, ma l’Inghilterra conquistò quella terra di nessuno e celebrò quella battaglia come la prima vittoria del calcio inglese sul fronte di guerra.

Molti anni dopo, il proprietario del Milan vinse le elezioni con lo slogan “Forza Italia!”, saccheggiato agli stadi. Silvio Berlusconi si era impegnato a salvare l’Italia come aveva salvato il Milan. Sappiamo com’è andata a finire con l’Italia. Restando al calcio, va ricordato che quando Silvio Berlusconi acquistò il Milan in bancarotta, dispiegò tutta la coreografia. Un pomeriggio del 1987, scese lentamente in elicottero al centro dello stadio mentre dagli altoparlanti cavalcavano le Walkirie di Wagner. Da parte sua, Bernard Tapie era solito celebrare le vittorie dell’Olympique Marsiglia con grandi feste condite da fuochi d’artificio e raggi laser sotto il ritmo incalzante del rock.

Perché calcio e patria vengono spesso legati, politicanti e dittatori ci speculano. In Italia la storia viene da lontano. Nel 1934 e nel 1938, ad esempio, i giocatori iniziavano ogni partita facendo il saluto romano. Vinsero i due mondiali in nome della patria e di Mussolini. Celebrando la vittoria sul Brasile nella semifinale del 1938 la stampa scriveva: “Salutiamo il successo dell’italica intelligenza sulla forza brutta dei  negri”. Dopo la vittoria in finale contro l’Ungheria, “La Gazzetta dello Sport” esaltava “l’apoteosi dello sport fascista in questa vittoria della razza”.

Anche per i nazisti il calcio era un affare di Stato. In molti abbiamo visto la fiaba raccontata nel film “Fuga per la vittoria”, che finisce con la vittoria dei prigionieri liberati per i 90 minuti della partita con una fantastica rovesciata di Pele e un rigore parato da Sylvester Stallone (ma la fiaba cinematografica è di gran lunga inferiore alla bellezza del “calcio di rigore più lungo del mondo”, raccontato da Osvaldo Soriano) ma, a Kiev, un monumento ricorda i giocatori della Dinamo che, nel 1942, sotto occupazione tedesca, sconfissero una squadra selezionata da Hitler. Raccontano le cronache dell’epoca che i giocatori erano stati avvertiti: “Se vincete, morirete”. Che entrarono in campo rassegnati, tremando di paura e di fame, ma non riuscirono a reprimere la voglia di dignità. Alla fine della partita, tutti gli undici furono fucilati con la maglia nazionale addosso, per “leso gol ai carnefici”.

3) Da quando si è diffuso universalmente, tradizionalmente il calcio ha spesso riflettuto l’anima nazionale. Dopo avere abbandonato i panni di uno sport per inglesi, bianchi e ricchi (e per i loro emuli), ha raggiunto la sua massima potenza e bellezza in Sudamerica, praticato soprattutto dai poveri e dagli emigrati delle periferie urbane. Perché il tango è un pensiero triste che si balla e il calcio ha le cadenze del ballo, sulle due sponde del fiume della Plata ha preso l’emozione e le forme del tango e della milonga, ritmo lento, grande destrezza fisica, forza, accelerazioni improvvise, improvvisazione combinate. Un po’ più a nord, ne aggiunsero la spensieratezza e armonia del samba e del bossa nova.

Tuttavia, da qualche tempo la squadra brasiliana si è vuotata all’oblio, non vuole più essere brasiliana. “Quel calcio fatto da spettacolari giochi di gambe è passato alla storia”, ha sentenziato il tecnico, Luiz Felipe Scolari, Felipao, un amante della mediocrità che, oltre ad emettere il certificato di morte per il calcio più bello del mondo, pratica la disciplina militare. Nulla di strano. Probabilmente Rai o Sky non avranno mai il tempo per raccontarlo, troppo occupati dalla disamina dei suoi acuti pensieri tattici, ma Scolari è lo stesso che ha dichiarato di ammirare Pinochet, di adorare l’ordine e di non fidarsi del talento, “anarchico per definizione”.

4) Legge del mercato, legge universale del successo. In questo contesto, c’è sempre meno spazio per l’improvvisazione e la spontaneità creative. Ogni giorno diventa più importante il risultato, meno l’arte, e il risultato aborrisce il rischio e l’avventura. Si gioca per vincere, o per non perdere, non per godersi l’allegria di regalare allegria. Iniettando acqua nelle vene, il calcio diventa sempre più freddo. Dicono che questa iniezione d’acqua ne garantisce efficacia. La passione del giocare per giocare, la libertà di divertirsi e divertire, l’invenzione inutile e geniale, sono ormai nostalgiche evocazioni.

Legge del mercato, legge del più forte. Con la povera prosa della Rai, tale filosofo Marco Mazzocchi garantisce: “Noi siamo l’Italia, loro soltanto il Costarica. Mai potranno confrontarsi con la ricchezza, l’organizzazione ed i costi del nostro campionato”.

Oltre facili battute, è vero che nell’organizzazione disuguale del mondo il calcio sudamericano è un’industria di esportazione, che produce per altri. Come in qualsiasi altro settore, la regione ha funzioni di servitù nel mercato internazionale avendo perso, anche in questo caso il diritto a svilupparsi verso sé stessa. Sempre più spesso, i giocatori di Argentina, Brasile, Cile, Colombia o Uruguay si conoscono sull’aereo. Nemmeno uno su tre gioca nel proprio paese, gli altri sono emigrati che appartengono, quasi tutti, a club europei. Il Sud non vende solo braccia, ma anche gambe, gambe d’oro, ai grandi centri della società di consumo. Consola solo verificare che sono i soli immigranti che l’Europa accoglie senza intoppi burocratici e fobie razziste. Come canta Mina, la gente crede che la terra sia rotonda e molto si assomigli alla palla che gira magicamente sul manto erboso degli stadi, ma anche il calcio dimostra che questa terra non è troppo rotonda.

5) Col mondiale brasiliano abbiamo imparato, o confermato, diverse cose. Ad esempio:

- Che le carte di credito MasterCard tonificano i muscoli e la birra Beck's, la Coca-Cola e gli hamburguer McDonald’s sono consustanziali al menù degli atleti.

- Che Adidas continua a combattere strenuamente ed eroicamente la sua guerra contro la Nike.

- Che molte squadre nazionali sono fatte da immigranti. In Francia, la vittoria del Fronte nazionale alle recenti elezioni e tutte le inchieste dicono che per la maggioranza dei francesi sarebbe oltremodo positivo cacciare gli immigranti ma, curiosamente, tutti i francesi celebrano i gol di Benzema, per l’occasione innalzato a figlio autentico di Giovanna d’Arco.

- Che, miracolosamente, il calcio continua a sorprendere. Nessuno avrebbe scommesso un soldo per il Costarica, ad esempio.

- Che, sorprendentemente, il calcio continua ad avere capacità di bellezza malgrado, negli albori del Terzo millennio dell’era cristiana, il calcio calcolatore e difensivista sia piuttosto avaro di bellezza.

6) Perché la Spagna ha perso? Secondo la TV, contro gli olandesi perché questi erano più bravi. Invece, sembra che la seconda partita - quella definitiva - l’abbiano persa da soli. Facendo scomparire i meriti del Cile parrebbe che, più che giocare a calcio, abbiano giocato a squash in un appassionante scontro contro un muro. Certo, qualche immigrato pallonaro ha imparato a giocare nel frattempo, ovviamente da queste parti. Come a dire, ci siamo allevati il serpe in casa.

Il razzismo inconscio è certamente più subdolo di quello aperto, non meno efficace. Quello pallonaio, un’altra forma di pensiero eurocentrista. La sera della sconfitta col Costarica, mentre facevo benzina a Città di Castello, l’addetto si lagnava: “Stiamo perdendo con questi africani maiali.” Gli ho consigliato di acquistarsi una cartina per verificare la collocazione del Costarica in Centroamerica e di abbandonare l’idea che gli africani siano dei maiali. Non ha apprezzato.

A Recife, la sera prima, aveva parlato Balotelli. “Quanto è maturato e sereno”, affermava il filosofo di cui prima. “Certo, qui è molto amato ed i bambini lo cercano, forse lo sentono vicino”. Dimenticava che, da quelle parti, nessuno urla al suo cospetto, “Non ci sono italiani negri”, “Devi morire” e altre amenità. Così facendo, mi temo, non capirà mai la ragione della raggiunta serenità.

7) E le manifestazioni di protesta in Brasile? In un altro contesto ben più serio, in occasione del mondiale in Argentina del 1978, scrissi che, oltre a giocare, oltre a divertirsi, nessuno doveva far finta di giocare in un paese normale e che bisognava sconfiggere la dittatura con tutte le armi, ivi compresa il calcio e la sua bellezza.

Ai governi progressisti dell’America Latina possono farsi molto critiche, a quello brasiliano anche quella di avere sperperato soldi pubblici ma, penso sia più grave, di avere ripulito territori abitati dai poveri per costruirvi abitazioni per turisti o ampliare stadi, di avere vietato il commercio ambulante in cambio di un sorriso della Nike ed i suoi fratelli, di avere regalato alla FIFA guadagni ed esenzioni fiscali inaccettabili pur se, su quest’ultimo tema Manu Chao ci ha insegnato (“Sì yo fuera Maradona”) che  bisogna “gritar a la FIFA que ella es el gran ladròn”.

Nel 2022 la festa pallonata si svolgerà nel Qatar, sotto 40 gradi all’ombra e sopra tanti operai - immigrati - morti. Si sa che gli sceicchi hanno pagato profumatamente la maggioranza dei ladri componenti il direttivo dell’associazione di ladri denominata FIFA, per guadagnare la nomina. Confesso tuttavia che trovo questo disastro, annunciato, poco appassionante, salvo per quanto riguarda la salute dei giocatori, perché, a godere di una eventuale revoca, sarebbe l’Inghilterra, quelli del mondiale vinto con un gol fasullo, quelli che manifestano il loro carattere nazionale giocando a calcio come se di carica militare si trattasse, appartenendo a una stirpe che arriva all’orgasmo malmenando gli altri.

Sono conscio: avrei dovuto fare un articolo più politico e critico verso il business del calcio, ma è venuto così. Forse non sono nato urlando gol come, secondo Galeano, fanno tutti gli uruguaiani scatenando il putiferio nelle sale di maternità. Certamente, non credo che una vittoria di un paese impoverito qualsiasi rappresenti una rivincita su secoli di colonialismo e schiavitù, i primi, più gravi e più estesi crimini contro l’umanità (senza voler diminuire la successiva Shoa). Tuttavia, non potendo chiudere per mondiale, come avrei voluto, mi accingo a guardarmi le partite mancanti, solidarizzando con tutti i manifestanti del Brasile impediti, anche, di assistere alle partite per il costo proibitivo dei biglietti. Va da sé: chiedo scuse di cotanta banale e fanciullesca malleabilità.

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22/06/2014

Samba e martello: Malitalia

L’italico popolo ha preso la sconfitta contro il Costa Rica con più ironia di quanto fosse lecito aspettarsi. Soltanto la Rai persevera nella sua severa analisi della sconfitta: volti tirati, espressioni da Torquemada, atmosfera da caccia alle streghe.

Dopo la vittoria con l’Inghilterra, la strada pareva in discesa: benché avesse sconfitto l’Uruguay, il Costa Rica sembrava una mera formalità. Ne erano convinti un po’ tutti. Stavamo sereni. Poi. Poi abbiamo scoperto che quelli là correvano parecchio, molto più di noi, svagati nella convinzione che, tanto, prima o poi un gol glielo avremmo fatto. E invece hanno segnato loro. E noi siamo andati a sbattere per una quantità imbarazzante di volte nella loro difesa in linea, che ha messo in fuorigioco, uno per uno, tutti gli azzurri. Non è questione di tattica, di Balotelli, di due-punte-sono-meglio-che-una. No. È questione di testa, di convinzione, di prendere le cose alla leggera e uscirne storditi perché mentre noi cazzeggiavamo, gli altri giocavano a pallone. Le partite si vincono negli spogliatoi: la Juve di Conte, tanto per dirne una, è tutt’altro che uno squadrone, ma con le cosiddette piccole vince sempre. Il motivo è semplice, tutti entrano in campo con l’obiettivo di spezzare ogni speranza in meno di venti minuti. Di solito riesce, e non è solo una questione di condizione fisica: il Costa Rica rimane una squadra assolutamente non formidabile, sarebbe bastata un po’ di convinzione per vincere la partita. Invece. Invece gli azzurri hanno deciso di aspettare. Si sono mangiati un paio di gol. Poi ne hanno preso uno, a causa di una colossale dormita di tutta la difesa. A quel punto è arrivata la paura, non in campo – dove i giocatori continuavano a trotterellare sicuri che un gol sarebbe arrivato, prima o poi – ma in panchina, dove Prandelli ha optato per la soluzioni «cambi a cazzo di cane» per cercare di raddrizzare la partita. Niente di male, in fondo anche il fortissimo Brasile contro il Messico ha fatto una partita molto simile alla nostra, solo che il Messico non ha segnato. È un problema di supponenza e, se tanto dà tanto, dobbiamo solo chiedere cose semplici, tipo: perché anche quando il tempo stava per scadere nessuno ha cominciato a tirare da fuori area? Il tiki taka, come detto, non è morto, ma non è detto che sia sempre la cosa migliore da fare. A volte serve anche un po’ di irruenza, le mitiche ali che crossano al centro, la botta da 30 metri, i mischioni in area di rigore. L’Italia no, ha continuato a giochicchiare, nella vana speranza che prima o poi qualcuno sarebbe riuscito a trovare uno spazio nel muro umano eretto dal Costa Rica nella sua metà campo. Adesso resta l’Uruguay, partita che non va persa, pena andare a incontrare la Spagna. All’aeroporto. È un classico della nazionale italiana: perché fare le cose semplici e vincere con la Costa Rica quando puoi andare a giocarti tutto in una sfida all’ultimo sangue contro un avversario più che temibile?

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18/06/2014

Il Mondiale lo vince… la FIFA

di Gabriel Díaz (Brecha)

Nel 2007 i brasiliani celebrarono estasiati la buona novella. I prossimi anfitrioni della gran festa del calcio mondiale sarebbero stati i padroni del pallone, seguiti da un pubblico euforico. Ma il tempo è passato e l’euforia si è spenta.

La prepotenza della FIFA è venuta ancora una volta alla luce, mentre il governo federale ha eseguito senza fare scherzi gli ordini dei veri padroni della festa. I brasiliani si sentono truffati e si ribellano di fronte al più blindato di tutti i mondiali. Quando vennero inventati i confini dei Paesi di questa regione ognuno di essi creò il suo proprio corredo di simbologie nazionaliste: un eroe liberatore, una bandiera, un inno e molti quadri dettero consistenza concreta alla finzione. In Brasile no. Non ci furono grandi battaglie, né liberatori idolatrati. La principessa Isabel, reggente dell’impero, andò in esilio quando i militari presero il potere, poco dopo la firma della “legge aurea” che abolì la schiavitù nel 1888. La nazione, guidata da patrizi e grandi latifondisti, si sentì orfana per decenni di quell’imprescindibile narrazione storica. Con l’autostima a terra, come raccontava nelle sue cronache il giornalista Nelson Rodríguez, il Brasile dovette aspettare fino al 1958 perché emergesse l’“eroe” tanto sospirato: il calcio.

Dopo il fallimento del 1950, il trionfo al Mondiale di Svezia dette un senso alla nobiltà “brasiliana”. Ma ci fu il paradosso che i principali protagonisti della grande battaglia, tra i quali Didí, soprannominato il Principe Etiope, e il novellino Pelé, erano neri, facevano parte dei milioni di nipoti di schiavi, poveri e analfabeti. Nonostante ciò, la vittoria fu salutata da una grande ovazione in tutto il Paese, e da quel momento in poi il calcio, capitanato da eroi neri in un Paese che si riconosce razzista, sarebbe stato fonte di emozione e di fervore nazionalista.

Si dia inizio alla festa

In primo piano nella foto c’erano il presidente Inácio Lula da Silva e l’ex calciatore e oggi deputato Romario de Souza. L’immagine di entrambi insieme al presidente della FIFA, Joseph Blatter, e alla scintillante coppa dorata, fece il giro del pianeta nel 2007, quando il Brasile fu designato sede del Mondiale 2014. I brasiliani accolsero la notizia con gioia. La povertà si riduceva progressivamente e il presidente Lula godeva di una vasta popolarità. Il governo assicurò che l’investimento negli stadi sarebbe stato privato e che le opere del Mondiale (in trasporti e infrastrutture) sarebbero andate in eredità al Paese.

La FIFA mise sul tavolo le sue esigenze. Sia l’Associazione che i suoi sponsor, tra i quali McDonald’s e la Coca-Cola, non avrebbero pagato tasse per 12 mesi. Così dispone la cosiddetta “legge FIFA”, firmata dalla presidentessa Dilma Rousseff. In sintesi, l’organizzazione che dirige il calcio si prefisse l’obiettivo di ricavare in Brasile la cifra record di 3 miliardi e mezzo di dollari, dopo la frustrazione rappresentata dal Sudafrica nel 2010. Con il passare del tempo, Romario, deputato per il Partito Socialista Brasiliano ed ex alleato di Lula, diventò una delle voci più critiche quando si venne a sapere dei milioni di reais che sarebbero usciti dalla Banca Nazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale (BNDES, statale) per finanziare il 98% delle spese del Mondiale. Oltre a denunciare la corruzione politica interna, il baijinho apostrofò Blatter come “ladro, mafioso e figlio di puttana”.

Il gioco sporco

Le posizioni di Romario sono state rafforzate dall’ex reporter della BBC Andrew Jenning, che investiga da 20 anni sui burrascosi guadagni della FIFA. Nel suo libro Un gioco sempre più sporco, Jenning svelò un complesso tessuto di affari illegali che coinvolgevano ex dirigenti del calcio brasiliano, come Ricardo Teixeira e João Havelange, e dirigenti della FIFA come Blatter e il segretario generale Jerome Vlacke. In un’intervista rilasciata al portale Agencia Pública il giornalista britannico avverte senza giri di parole i brasiliani: “la FIFA vi sta rapinando”, e mette in evidenza il business della vendita dei biglietti e dell’affitto di camere negli hotel, oltre che i lussuosi saloni vip costruiti negli stadi (pagati dalla BNDES), dove la FIFA riunisce la “crema” del mondo degli affari a prezzi astronomici. Senza trascurare, com’è ovvio, i profitti ottenuti dalla vendita dei diritti televisivi. In totale, lo Stato brasiliano pagherà 10 miliardi e 900 milioni di dollari per questo campionato di carattere privato, mentre gli affari della FIFA e dei suoi sponsor saranno esentasse. Il Paese ospiterà circa 600 mila stranieri, e la grande incognita è quanto rimarrà nelle casse statali di tutti i soldi che gireranno. Intanto si sa già che molti degli stadi diventeranno “elefanti bianchi”, perché sono stati costruiti in città dove la passione per il calcio è meno sentita, come Brasilia e Manaus.

Quando le cifre sono diventate di dominio pubblico, il popolo brasiliano è sceso in piazza per protestare contro il Mondiale e pretendere miglioramenti nell’assistenza sanitaria, nell’educazione e il trasporto pubblico. Questo malcontento popolare si è rafforzato quando i dirigenti della FIFA, nelle loro visite ufficiali, hanno alzato la voce contro gli inconvenienti e i problemi logistici legati al Mondiale e hanno preteso più efficienza dal governo. I ritardi e gli aggiustamenti dell’ultimo momento, come per qualsiasi casa in costruzione, hanno fatto schizzare alle stelle le spese. Il governo ossequia la FIFA (Blatter viene trattato come un capo di Stato), anche se inaugurerà l’evento nell’Arena Corinthians, a San Paolo, senza aver terminato i lavori, così come accadrà in alcuni aeroporti, per esempio quello di Río de Janeiro, denuncia Jenning.

La demoralizzazione dei carioca verso il Mondiale spiega l’assenza di cartelloni luminosi e opere d’arte allegoriche a Brasile 2014 e perfino della stessa canzone del Mondiale, che da queste parti non si conosce nemmeno. Al contrario, non si è esitato a far scendere in campo l’ostentazione poliziesca e militare.

Cartellino giallo

Giorni fa le autorità hanno annunciato che in totale saranno 20 mila gli agenti di sicurezza che vigileranno ogni giorno per le strade di Río, città che accoglierà 400 mila visitatori. La maggioranza si concentrerà nella zona sud, turistica per eccellenza. Prima che si sapesse questa notizia, Amnesty International Brasile lanciava la campagna globale “Mostra il cartellino giallo” al governo, perché non si ripetessero gli abusi verificatisi nelle manifestazioni di massa del 2013. Questa espressione civica è stata la più importante della storia recente del Brasile e ha mostrato, come conferma Renata Renán, consulente dell’associazione umanitaria, l’inesperienza della Polizia Militare del Brasile, un corpo creato sotto l’impero e i cui membri ricevono una formazione militare. Nel giugno del 2013, durante una delle manifestazioni, un fotografo paulista fu raggiunto da una pallottola di gomma e perse un occhio. Anche molti altri rimasero feriti gravemente. “Lanciarono gas lacrimogeni in posti chiusi, come la metro, bar e perfino ospedali”, racconta la Renán a Brecha. Nonostante questo, nessun poliziotto è stato inquisito né indagato per gli abusi commessi. “Se si commettono reati sia da parte della Polizia Militare che di gruppi violenti, questi devono essere debitamente giudicati. Noi siamo contrari alla violenza, ma difenderemo sempre il diritto dei cittadini a manifestare pacificamente”, ha dichiarato la Renán.

Secondo uno studio recente di AI, otto brasiliani su dieci assicurano di aver paura di essere torturati dalla Polizia Militare. L’associazione chiede un dibattito sulla smilitarizzazione della polizia, e la creazione di rapporti tra i cittadini e chi dovrebbe vigilare sul loro benessere.

In mezzo alla strada

Nel primo trimestre di quest’anno sono stati commessi a Río de Janeiro 1.459 omicidi, quasi la stessa cifra del 2008, quando si misero in azione le unità della Polizia Pacificatrice. Da allora la cifra di morti violente era calata sistematicamente, ma quest’anno è noto che c’è stata una recrudescenza. Intervistata sulla causa di questo incremento, Raquel Willadino, componente dell’Osservatorio delle Favelas di Maré (un complesso di 16 comunità situate al nord di Rio), risponde che negli ultimi mesi si è registrato un cambiamento - in peggio - nei rapporti tra gli abitanti delle favelas e le unità pacificatrici.

Maré, abitata da circa 130 mila persone, si trova in un punto strategico tra l’aeroporto internazionale di Río e la città. L’attraversa la Avenida Brasil, una delle principali vie di circolazione della capitale carioca. A seguito di un decreto firmato dalla presidentessa, il complesso è stato occupato da circa 2mila militari delle forze armate. Questa occupazione ha un “carattere eccezionale” e sarà in vigore fino alla fine di luglio, quando terminerà il Mondiale. “La presenza delle forze armate è molto significativa, sono uomini addestrati per la guerra. Bisogna rompere questa logica”, dice la Renán. Dopo l’evento, i carri armati e i militari saranno sostituiti da unità della Polizia Pacificatrice. Le diverse comunità, insieme alle organizzazioni che lavorano in questa zona, come l’Osservatorio delle Reti di Maré, ritengono che anche gli abitanti delle favelas abbiano il diritto di godere della sicurezza. Un giovane nero della periferia o delle favelas “ha quattro volte più probabilità di morire di morte violenta di un bianco. La popolazione è vista come parte del problema e non della soluzione. Questo deve cambiare. Solo lavorando in modo organico si potrà trovare un’uscita dalla violenza”, sottolinea la rappresentante di Amnesty International.

Articolo originale.

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo, 13 giugno 2014

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16/06/2014

Samba e martello: Balotelliade

Il ragazzo non è simpatico. Non fa nulla per cercare di non farsi odiare e, a lunghi tratti, risulta praticamente impossibile farselo piacere.

Icona culturale, simbolo di tutto e del contrario di tutto, vittorie e sconfitte, cori a favore e contro, macchine di lusso, girls girls girls. Ad appena 23 anni, Mario Balotelli è già un simbolo del calcio italiano, nel bene e nel male. I rotocalchi sportivi adorano i tipi come lui, che tutti i giorni offrono qualcosa da scrivere. La prosa moralisteggiante dei vari soloni ha trovato in lui una valvola di sfogo perfetta, e allora abbondano le metafore e gli aneddoti, nella curiosa convinzione che tutti, prima o poi, abbiano bisogno di una lezione di vita.

Lui è reduce da un campionato non esaltante con il Milan, tra i soliti eccessi e qualche bel gol. Gli italiani, in fondo, guardano con sospetto la sua pelle nera. Quando va male si dice che «se fosse bianco lo avrebbero già linciato», ma quando va bene è l’eroe dei due mondi. La verità è che lo linciano lo stesso e che qualche buona cosa l’ha sempre fatta vedere, poi ha un carattere difficile e il fatto di essere diventato incredibilmente ricco già da adolescente, certamente, non lo ha aiutato. Fanculo lo stile e la buona creanza, qui si naviga nell’oro. Finché il presidente paga.

Il calcio è soprattutto narrazione popolare, libro dei sogni popolato da fantasmi, maghi e rigattieri. Lui è solo un ragazzo, molto fortunato, se vogliamo. Il suo agente, l’ex pizzaiolo Mino Raiola, sa di avere un tesoro in mano e ciò che rende un tesoro prezioso è la sua unicità. Balotelli, a suo modo, è unico. Un punk, in fondo. «Non fare di me un idolo, mi brucerò. Se divento un megafono, m’incepperò» cantava Giovanni Lindo Ferretti, vent’anni fa. Lui si è inceppato più volte e sta disperatamente cercando di bruciarsi. Poi con l’Inghilterra ha segnato. Tutti lo festeggiano e dicono di averlo sempre saputo, che è un campione. In realtà ha fatto solo il centravanti, sabato sera. E questo dovrebbe bastare.

Ma, state sereni, se sbaglia la prossima partita, già torna sulla graticola.

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Brasile: la nuova classe media e la crisi di prospettive

Con i suoi 200 milioni di abitanti, è il paese più popoloso dell’America latina grazie al considerevole sviluppo demografico che ha visto crescere la sua popolazione di ben 110 milioni di unità fra i Mondiali del 1970, e quelli del 2014.

La società si presenta sostanzialmente stratificata in quattro macro-gruppi sociali corrispondenti alla classe agiata, classe medio-alta, classe medio-bassa e classe-operaia. Tale stratificazione sociale riflette anche quella razziale visto che il 10% dei bianchi possiede il 75% di tutta la ricchezza nazionale.

Da alcune stime emerge infatti che tra i 20 milioni di brasiliani più ricchi, 18 milioni sono bianchi, mentre dei 16 milioni di persone che vivono in condizione di estrema povertà, 11 milioni sono neri. Tuttavia, pur essendo il reddito delle fasce sociali più ricche 42 volte superiore rispetto a quello delle fasce più povere, negli ultimi anni si è assistito ad un accorciamento delle disparità economiche e ad un miglioramento percentuale nelle varie fasce.

In particolare, grazie agli interventi redistributivi praticati dai governi nel decennio 2003-2013 – tra cui l’intervento della Bolsa Familia – 42 milioni di brasiliani hanno migliorato notevolmente le loro condizioni economiche e sociali. Ciò ha comportato l’emergere in modo repentino di una grande e variegata classe media che ha già dato prova di essere una componente attiva della società per come ampiamente dimostrano le recenti e tutt’ora in corso manifestazioni che rischiano di mettere alle strette il governo della Dilma Rousseff.

Secondo alcuni politologi che analizzano i comportamenti dei movimenti sociali, le ondate di protesta che stanno paralizzando le maggiori città del Brasile sono infatti determinate non dalla povertà ma dalla crisi di prospettive, tipica di quelle società che sperimentano rapide trasformazioni e in cui la domanda dei servizi cresce a velocità più sostenuta rispetto alla capacità dei governi di soddisfarla.

Nonostante il Paese disponga di un’estesa superficie rurale, l’85% dei brasiliani vive nelle città; il 17% della popolazione attiva è addetta all’agricoltura mentre il 61% è addetta ai servizi. L’alto tasso di concentrazione della popolazione nei centri urbani, avvenuta tra gli anni ’70 e ’80, è principalmente attribuibile alle scelte di politica economica intraprese dai governi di quel periodo che, favorendo l’ingresso delle grandi compagnie dell’agri-business internazionale, non si curarono degli effetti che quelle stesse politiche avrebbero provocato all’economia contadina, progressivamente marginalizzata. Questo capovolgimento della situazione ha sia modificato la struttura agraria divenuta nel frattempo appannaggio esclusivo del grande capitale che ha prodotto una grave crisi sociale di cui ne hanno fatto le spese principalmente le comunità rurali, che da proprietari sono state degradate in classi di lavoratori temporanei, senza stabilità e con salari estremamente ridotti con l’effetto di generare una grande massa di diseredati costretta a riversarsi nelle periferie delle grandi città.

In definitiva, il Brasile che oggi si presenta al grande appuntamento dei Mondiali di calcio e che attrae i riflettori di tutti i paesi del mondo è costretto a ricercare una nuova sintesi tra il rinnovamento politico sociale e la continuità con quanto realizzato fino a questo momento al fine di garantire un maggiore equilibrio sociale.


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13/06/2014

Samba e martello: Brasile subito forte. Ma che tristezza la protesta raccontata dai giornali

La prima partita dei mondiali ha confermato tutti i sospetti: il Brasile parte favoritissimo per la vittoria finale. Una squadra non troppo spettacolare ma abbastanza solida, e dove non arrivano Neymar e Oscar ci arriva l’arbitro, che sul punteggio di uno a uno contro una Croazia particolarmente coriacea, concede un rigore dubbio (per usare un eufemismo) che spiana la strada ai carioca, che nel finale dilagano e chiudono i conti sul 3-1.

Boskov, dall’alto della sua incommensurabile saggezza, diceva che «rigore è quando arbitro dà», ma a volte si tende a esagerare. Riguardando le immagini, si può soltanto ammirare il tuffo plastico di Fred, che appena sfiorato da un difensore croato, si lascia cadere giù come se fosse stato trafitto da una scarica di mitra. D’altra parte, mentre fuori dallo stadio andava in scena l’inferno, il Brasile aveva l’obbligo di vincere, almeno per tentare di sbollentare un po’ gli animi, o meglio, di scaldarli per questioni pallonare e non sociali. Non è complottismo da strapazzo: le squadre di casa, ai mondiali, ricevono sempre un trattamento di favore. Ricordate quando nel 2002 la Corea del Sud arrivò in semifinale? Ricordate l’arbitro Moreno e la scandalosa partita con la Spagna?

Intanto, televisioni e giornali danno il peggio di sé. Ieri, a fare un po’ di zapping, la scelta era limitata a: 1) Matteo Salvini (sì, lui) che sentenzia: «meglio l’uovo oggi che la gallina domani» per dire che la nazionale italiana deve cominciare a giocare bene da subito. A supporto di questa tesi, due elementi: «la palla è rotonda» e «la partita dura 90 minuti». Un genio. 2) La milanese inconsapevole – e chissà perché intervistata – che: «Mio marito dice che vince il Brasile». Signora, ma lei ha sposato un genio!

Ma il peggio del peggio è, senza dubbio, l’indignazione a comando che accompagna ogni manifestazione sportiva internazionale, soprattutto se di stampo calcistico. Due anni fa, ai tempi degli europei in Ucraina, si parlava dell’olocausto di cani randagi segretamente organizzato da Kiev per ‘ripulire le strade’ prima dell’arrivo degli ospiti europei. Adesso va di moda parlare degli ‘squadroni della morte’ che girano per le favelas e rapiscono – o peggio maciullano – i bambini. Notizie verosimili ma parecchio ingigantite, e soprattutto lanciate come bombe a orologeria sugli schermi degli occidentali annoiati tra una partita e l’altra. Il punto non è il problema in sé, ma la bolla mediatica che vi si costruisce intorno. Problematizzare per tenere alta l’attenzione: sembra quasi che tutti i problemi del Brasile siano nati con il mondiale e che, spente le cineprese e tornati a casa i corrispondenti esteri, con questo moriranno. È un modo per banalizzare le proteste sociali che da un paio d’anni ormai attraversano il più grande paese sudamericano. E fa onestamente sorridere che tutti gli esegeti della protesta, autori di servizi strappalacrime, ultraretorici e ultranoiosi (vero, Concita De Gregorio?) siano poi gli stessi che invocano la mano dura e la galera per i No Tav.

La verità è che i brasiliani stanno affrontando con qualche difficoltà il noto tema «come si fa una protesta». È un principio sacrosanto utilizzare un palcoscenico internazionale come il mondiale per far sentire la propria voce. Anzi, è una strategia assai intelligente. L’unico problema è che a raccontare questo momento di agitazione, almeno in Italia, sono per lo più giornalisti che definire reazionari è far loro un complimento. È un po’ come quando, sempre per parlar di casa nostra, dopo ogni manifestazione non si parla mica delle ragioni (o dei torti, per carità) della protesta, ma degli scontri in piazza. Che quando non ci sono si possono all’occasione anche inventare.

Tutto questo per dire che «la questione brasiliana» esiste a prescindere dai mondiali e questo giornale, ad esempio, lo sa bene. Vedremo se i media mainstream manterranno alta l’attenzione anche quando il circo della Fifa farà armi e bagagli e se ne andrà via.

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10/06/2014

Samba e martello: Girone libero, Latorre stopper


L’idea di fare dell’Italia un gigantesco sponsor per i due marò: il paese che sembra una scarpa va in trasferta.

L’Italia è quel gigantesco bar sport in cui, quando si potrebbe pure parlare di sport, si preferisce parlare d’altro. Di politica internazionale, ad esempio: l'importante è farlo con la stessa leggerezza. Così, gli ambienti più reazionari del Belpaese hanno avuto la folgorazione. Sarà il caldo, sarà lo stress, ma l’idea è quella di far diventare la nazionale italiana uno sponsor per la liberazione dei due marò. Avete presente Tommie Smith e John Carlos che alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968 si fecero immortalare con il pugno alzato sul podio come «alfieri di una razza povera e discriminata cui l'America concedeva dignità solo in cambio di successi sportivi» (cit. Matteo Patrono)? Ecco, in mancanza di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, ancora bloccati nelle residenze italiane in India in attesa di giudizio, si vorrebbe delegare a Buffon e agli altri un qualche gesto più o meno clamoroso per far presente al mondo che in Italia c’è questo problema. Magari con una coccardina gialla da mettere sul braccio. Eccolo il colpo di genio. Il paese che sembra una scarpa va in trasferta.

Il potenziale trash di un’operazione del genere è effettivamente notevole, come d’altra parte il sottovalutare – anzi, il non considerare proprio – che l’Italia con il Brasile ha ancora in sospeso la vicenda di Cesare Battisti. Al di là delle due questioni – Battisti e i marò – a nessuno è ancora venuto in mente di chiedersi perché nessuno al mondo vuole mandare la gente a farsi processare in Italia. E, in fondo, le notizie degli ultimi giorni non sono affatto edificanti, in questo senso. A scorrere le cronache giudiziarie viene fuori che si vorrebbe processare Erri De Luca per un’intervista in cui ha criticato la Tav, mentre a Varese si fa di tutto per non punire chi ha ucciso Giuseppe Uva (gli uomini in divisa? No, loro hanno solo abusato della propria autorità, che non vuol dire aver ammazzato qualcuno, dice la procura. Resta un fatto: prima di essere arrestato, Uva era ancora vivo). È vero che nei tribunali non si scrive la storia, e tutto quello che esce da un’aula può, al massimo, definirsi parziale e contraddittoria come versione dei fatti, ma lo stato di diritto in Italia ha qualche evidente problemino.

Quando i due marò tornarono in Italia ai tempi del famoso ‘permesso premio’  furono addirittura ricevuti al Quirinale, mentre Fratelli d’Italia aveva già in mente di metterli in lista per le politiche. Ai margini, il ministro degli Esteri il cui cognome è un genitivo, Giulio Terzi di Sant’Agata, illustrava ai giornali il suo memorabile piano, evidentemente frutto di tutti gli anni passati a fare l’ambasciatore: abbiamo chiesto in ginocchio agli indiani di ridarci ‘sti due ragazzi per le vacanze di Natale e ora, tié, col cazzo che li rispediamo indietro. Per quanto assurdo possa sembrare, questo era il piano del governo Monti.

Casapound, in un tripudio di bandiere sotto Montecitorio, dichiarò addirittura guerra all’India, tra ipotesi di complotto – memorabile il finto perito che dimostrava l’innocenza dei due grazie a delle immagini riprese dai telegiornali e da qualche rivista scandalistica –, patrio orgoglio ferito e immancabili magliette giallo canarino, tipo la Fermana. Ma nel frattempo deve esserci stato qualche problema con i traghetti per Mumbai...

Quale paese avrebbe potuto pensare che i due marò avrebbero dovuto affrontare un «equo processo» in Italia? Su Cesare Battisti pure sono stati usati litri d’inchiostro per far presente che il processo a suo carico non era esattamente un esempio di giurisprudenza e che le prove a discarico superavano per massa ed entità quelle a carico: per tutta risposta fu proposto di bruciare i libri degli scrittori che sostenevano questa tesi. Ripetiamo: chi è che dice che in Italia si fanno processi equi?

A questo punto vi chiederete: ma tutto questo che c’entra con i mondiali di calcio? Niente, come i marò. Non c’entrano proprio niente.

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Brasile: scontri a San Paolo, i lavoratori della metropolitana sospendono lo sciopero

Continua ad essere tesa la situazione in Brasile a pochi giorni dall’inizio della Coppa del Mondo di calcio. Nel paese infatti proseguono gli scioperi e le manifestazioni contro il governo (guidato dal Pt, centrosinistra) e contro le amministrazioni locali (spesso di centrodestra) accusati di sperperare il denaro pubblico per infrastrutture inutili e costosissime invece di investire in sanità, lavoro, istruzione, trasporti e sicurezza. Proteste che sono spesso trasversali agli schieramenti politici e in alcuni casi vengono strumentalizzate dalla destra per mettere in difficoltà la presidente Dilma Rousseff o attaccare le aspirazioni del Brasile a dimostrare la sua ascesa a livello internazionale anche attraverso l’organizzazione dei mondiali di calcio.

Come sta accadendo ormai da mesi è San Paolo la città più movimentata. Qui ieri la polizia militare ha disperso con i gas lacrimogeni alcune centinaia di manifestanti che erano scesi in piazza a sostegno dei lavoratori della metropolitana in sciopero ormai da cinque giorni per chiedere un aumento del salario e il miglioramento delle loro condizioni di lavoro. I lavoratori avevano chiesto inizialmente un aggiustamento salariale pari al 16,5%, poi ridotto al 12,2%, ma l’azienda e l’amministrazione offrono solo il 7,8%, ritenuto largamente insufficiente dai circa 10 mila dipendenti del trasporto sotterraneo.


I dimostranti hanno bloccato una delle strade principali della megalopoli che giovedì ospiterà la partita inaugurale tra Brasile e Croazia e avevano incendiato alcuni cassonetti bloccando la circolazione stradale.

Ieri lo sciopero dei lavoratori della metropolitana era proseguito malgrado il Tribunale regionale del lavoro della capitale economica del Brasile l'avesse dichiarato "illegale". La corte ha condannato il sindacato di categoria a pagare una sanzione di 222.000 dollari per ogni giorno supplementare di sciopero, oltre una multa di 45.000 dollari per i primi quattro giorni di astensione dal lavoro. Ma al termine di un’infuocata assemblea i lavoratori avevano votato a favore del proseguimento dello sciopero. "C'è il Mondiale, il maggiore evento sportivo del mondo, e ci sono le elezioni. Il governo deve negoziare con noi", ha detto alla stampa il leader del sindacato dei dipendenti della metropolitana, Altino Melo dos Prazeres.
La reazione del governatore di San Paolo, Geraldo Alckmin, era stata durissima. «Voglio mettere in chiaro - ha detto durante una conferenza stampa il leader del Partito della Social Democrazia Brasiliana (Psdb, centrodestra) -  che chi non si reca al lavoro incorre nella possibilità di licenziamento per giusta causa».
Dopo qualche ora, durante la notte, una nuova assemblea ha votato la sospensione dello sciopero per 24 ore. Domani i lavoratori decideranno se riprendere la mobilitazione giovedì 12, giornata inaugurale del Mondiale. «Terremo una nuova assemblea generale per decidere se scioperare», ha fatto sapere  Altino Melo dos Prazeres. Che ha poi chiarito come la scelta dipenda «dal reintegro dei 42 lavoratori», che sono stati licenziati durante la fermata.

Nelle scorse ore un’altra protesta, anche se assai simbolica e minoritaria, è andata in scena nei pressi del centro accrediti Fifa al Maracanà di Rio De Janeiro. Un gruppo di alcune decine di persone si è radunato all'esterno del cancello che porta al Media Center, bloccando l'uscita di un gruppo di giornalisti che hanno dovuto quindi scegliere un percorso alternativo. A protestare è stato un gruppo di lavoratori del Maracanà, a quanto sembra per paghe non ancora ricevute e per biglietti promessi ma non ancora consegnati.

Di fronte alla concreta possibilità che le proteste si svolgano anche durante la competizione internazionale, il governo brasiliano ha ordinato a partire da venerdì la mobilitazione di decine di migliaia di effettivi delle forze armate che saranno schierati nelle varie città e a difesa degli stadi. La presidente Dilma Rousseff ha tentato di placare gli animi annunciando che prenderà presto in considerazione alcune delle richieste dei movimenti e dei sindacati scesi in piazza finora, in particolare quelle del Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MTST) che più volte hanno manifestato, a decine di migliaia, a favore di grandi piani statali che garantiscano casa e lavoro a un settore importante della popolazione del paese che non sta partecipando alla crescita della ricchezza nazionale e allo sviluppo del Brasile.

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08/06/2014

Brasile, scontri a San Paolo tra polizia e lavoratori in sciopero


Si fa sempre più tesa la situazione in Brasile a pochi giorni dall’inizio di una kermesse internazionale che, al contrario di quanto sperato dal governo, potrebbe portare alla ribalta mondiale i problemi e le contraddizioni irrisolte del grande paese sudamericano alle prese ormai da un anno con un’ondata di proteste e mobilitazioni popolari di diverso tipo, alcune delle quali dirette proprio contro lo sperpero di denaro pubblico per la realizzazione delle inutili infrastrutture della Coppa del Mondo.

Ieri mattina alle 7 violenti scontri sono scoppiati all’interno di una stazione centrale della metro di San Paolo, quella di Ana Rosa, tra i lavoratori in sciopero e decine di poliziotti che hanno fatto ricorso ai gas lacrimogeni e ai manganelli per disperdere i picchetti che impedivano l’accesso all’impianto.


E' il secondo giorno consecutivo che il personale del servizio pubblico si astiene dal lavoro approfittando dell’attenzione mondiale sulla Coppa del Mondo di calcio, per chiedere salari più alti e migliori condizioni di lavoro.
La metropolitana è uno strumento fondamentale di mobilità in una megalopoli tentacolare e sovraffollata che conta decine di milioni di abitanti. E l’altro ieri infatti a causa dello sciopero ‘a oltranza’ dei dipendenti il traffico in città è impazzito e si è formato un ingorgo record lungo più di 200 km, in conseguenza anche di uno sciopero della maggior parte degli agenti addetti alla regolazione del traffico. Almeno così dicono le autorità cittadine che tentano di spingere gli utenti del trasporto contro i lavoratori. Ieri presso lo stadio Itaquerao, dove si giocherà l’incontro d’avvio del mondiale di calcio, alcuni passeggeri inferociti hanno invaso la stazione della metro sfondando i picchetti dei lavoratori.
La protesta, misura di forza, che coinvolge circa 4,5 milioni di passeggeri, è stato votato dopo che l’amministrazione cittadina e l’azienda hanno detto no ad un aumento del salario del 16,5% per i dipendenti della metropolitana.


Sempre a San Paolo, lo scorso 4 giugno, hanno manifestato circa 20 mila aderenti al Movimento dei Lavoratori senza Tetto (MTST) e del Fronte di Resistenza Urbana che hanno bloccato a lungo diverse importanti arterie della megalopoli marciando proprio verso lo Stadio Itaquerão. "Se le nostre richieste rimarranno senza risposta, saranno molte le persone senza biglietto che vorranno entrare per assistere alla partita inaugurale della Coppa del Mondo a San Paolo", ha minacciato il coordinatore dell’MTST, Guilherme Boulos, tra gli applausi di migliaia di lavoratori presenti che, visti i prezzi astronomici dei biglietti, non potranno certo permettersi di assistere alla competizione riservata ai ricchi. I movimenti popolari sono scesi per l’ennesima volta in piazza all’insegna dello slogan “Copa Sem Povo Tô na Rua de Novo” (Coppa senza popolo, Scendiamo di nuovo in piazza) chiedendo investimenti pubblici per la salute, l'istruzione, la sicurezza, la sovranità alimentare, i trasporti e la casa, oltre che la concessione di un vitalizio alle famiglie dei lavoratori morti nella costruzione degli stadi della Coppa del Mondo.

Ieri gli scioperi hanno interessato anche Rio de Janeiro, dove il 13 luglio è in programma la finale dei mondiali, e altri città sedi delle partite, quali Salvador de Bahia e Recife. 
Intanto due organizzazioni sindacali internazionali hanno lanciato un appello a Ginevra contro lo sfruttamento sistematico degli operai edili impiegati nei lavori di preparazione dei grandi eventi sportivi, come i Mondiali di calcio.
L'IBB (Internazionale dei lavoratori edili e del legno) e la Csi (Confederazione sindacale internazionale) hanno lanciato l'appello nel corso di una manifestazione organizzata davanti al Palazzo delle Nazioni Unite a Ginevra. "Mentre la Fifa investe enormi quantità di soldi per la Coppa del Mondo di Calcio, i lavoratori spesso lavorano per lunghi orari in cambio di salari irrisori e in condizioni pericolose e difficili", hanno denunciato gli organizzatori della mobilitazione che poi hanno aggiunto: "Nei cantieri della Coppa d'Europa 2012 sono morti 20 lavoratori, in Brasile per ora il bilancio è di 9 morti, mentre si contano già 5 vittime per i Mondiali 2018 in Russia e chissà quanti ne seguiranno in Qatar". I partecipanti alla protesta di Ginevra hanno sventolato cartelli e striscioni con la scritta "Cartellino rosso per la Fifa" e "Niente mondiali senza diritti ai lavoratori".

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06/06/2014

Samba e martello: il mondiale in Brasile

Piccola guida al torneo che comincia la settimana prossima, tra conflitti sociali ed epica del pallone.

Tra scandali che ormai non fanno più notizia e proteste in strada che da queste parti si presentano sotto la forma di sensi di colpa da espiare a mezzo Facebook, stanno per cominciare i mondiali in Brasile. Se come diceva Pasolini «il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo», la coppa del mondo è un giubileo. Si comincia il 12 giugno con un Croazia – Brasile: occhio ai televisori in saldo nei centri commerciali.

Finita una campagna elettorale che ha avuto i toni tipici del bar dello sport, con gli elettori che si sono trasformati in tifosi (grave errore: il calcio è una cosa molto seria), arriva il magic moment in cui l'Italia diventa una grande riserva di allenatori. Anzi, la diatriba è già cominciata con l'esclusione di Giuseppe Rossi dai 23 convocati di Prandelli. Il problema, qui, però non è di natura tattica, ma, per così dire, affaristica, o meglio, politica: se Rossi avesse giocato nella Juve, in Brasile ci sarebbe andato sicuramente. Il gioco del pallone è soprattutto questo, altrimenti, perché secondo voi Bonucci è ancora titolare in difesa, malgrado tutto?

Sulla carta, i favoriti per la vittoria finale sono i padroni di casa. Qui non è solo una questione politica legata al fatto di essere la nazione ospitante: il Brasile appare davvero uno squadrone che macina gol e gioco. Certo, poi, inevitabilmente, le autorità brasiliane utilizzerebbero un'eventuale vittoria per cercare di placare le proteste (l'ultima a San Paolo dove uno sciopero dei lavoratori della metropolitana ha paralizzato la megalopoli). Insomma, se è vero che a pensar male si fa peccato e che, ad ogni buon conto, la palla è rotonda, se i verdeoro dovessero alla fine vincere la coppa, non ci sarebbe granché di cui stupirsi.

Arrivano bene al mondiale anche l'Argentina e l'onnipresente Germania. Immediatamente dietro, la Spagna, che rimane il solito esercito di palleggiatori e giocolieri ma che, nelle ultime prove, ha mostrato un po' di stanchezza. D'altra parte, dopo aver vinto due europei e un mondiale in fila, una nuova affermazione sarebbe davvero clamorosa. In seconda fascia, le nazionali per così dire 'storiche', quelle che magari sono partite per il Brasile senza una grande formazione, ma che continuano a incutere timore, forse più reverenziale che altro. In questa categoria troviamo l'Italia, l'Inghilterra, la Francia e l'Olanda. Una di queste quattro potrebbe arrivare in semifinale, per il titolo poi servirà quella dose di fortuna che tradizionalmente accompagna ogni vincitore.

Tra scommettitori ed espertoni da bar, poi, c'è la grande rincorsa al 'dark horse' di questo mondiale. Dicesi 'dark horse' la squadra che sovverte i pronostici e arriva parecchio in alto: come l'Uruguay nel 2010, il Senegal nel 2002, la Romania o la Danimarca negli anni '90. Va detto che internet e la valanga di informazioni a portata di mouse hanno fatto molto, forse troppo, per togliere l'aura magica intorno a questa discussione. Nel senso: è universalmente noto che il Belgio si presenterà ai mondiali con una squadra di mezzi fenomeni. Sarebbe davvero così stupefacente se facessero un grande mondiale? Stesso discorso per l'Uruguay: da quattro anni si afferma su livelli importanti, un nuovo exploit potrebbe essere definito un miracolo?

Noi, per il poco che sappiamo, diciamo che il nostro 'dark horse' è la Bosnia, unica nazionale esordiente di questo campionato del mondo. Il rischio è grande: come spesso accade alle squadre della ex Yugoslavia, può arrivare la prestazione memorabile (la Croazia, terza a Francia 98) o il fallimento completo. Mettiamoci pure che i bosniaci stanno in un girone non facilissimo (con Argentina e Nigeria, oltre all'Iran materasso) e allora la scommessa è lanciata: se passano il primo turno, diventano una mina vagante.

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Porca troia sto pezzo sembra una resoconto di quando si parla di calcio tra teste pelate!!!

05/06/2014

Brasile 2014: l'esercito per le strade e il fantasma di Genova 2001


Due fatti molto significativi sono accaduti nelle ultime 48 ore in Brasile. Il riconoscimento implicito da parte del ministro della Giustizia José Eduardo Cardoso, della veridicità delle tesi sostenute in un "fantasioso" articolo pubblicato dal quotidiano O Estado de São Paulo che annuncia una presunta alleanza nelle manifestazioni di piazza contro la Coppa, tra Black Blocs e PCC (Primo Commando della Capitale. La più potente organizzazione criminale che controlla il narcotraffico nella capitale paulista) e l'annuncio ufficiale della presenza dell'esercito per le strade di San Paolo nel periodo dell'evento mondiale.

Due giorni fa il quotidiano O Estado de São Paulo ha titolato a tutta pagina: "I Black Bloc promettono il caos durante la Coppa con l'aiuto del PCC." L'autore dell'articolo, il giornalista Lourival Sant'Anna, sarebbe riuscito, nel corso di diversi incontri, a realizzare un'intervista ad almeno sei "esperti e veterani membri del blocco nero" che, a suo dire, avrebbero ipotizzato ed auspicato questa unione di intenti tra loro e la famigerata organizzazione criminale.

L'articolo include un video di circa 11 minuti con la testimonianza di almeno 4 giovani, ovviamente incappucciati, due dei quali appaiono piuttosto nervosi e balbettano tutto il tempo. Tutti parlano delle loro motivazioni e del significato della tattica dei Black Bloc. In nessun momento del video, però, il PCC viene citato.

Come ricorda il sito Brasil de Fato, l'autore dell'intervista sui black bloc, Lourival Sant'Anna, è stato coinvolto nel passato in una serie di polemiche e denunce sulla veridicità dei suoi articoli, come ha ricordato il giornalista Paulo Nogueira sul Diário do Centro do Mundo. Secondo lui, l'uomo d'affari Nelson Tanure lo accusò di creare false notizie in una serie di articoli sui negoziati della compagnia aerea Varig.

I Black Bloc brasiliani (ispirati alle tattiche dei blocchi neri europei ed americani ma, nella realtà dei fatti, molto distanti da loro in termini "ideologici" e "organizzativi"), hanno fatto sapere attraverso i social network che l'intervista in oggetto è una farsa, e hanno invitato l'opinione pubblica a non farsi ingannare. In effetti appare alquanto bizzarro ipotizzare questo tipo di "alleanza".

Siamo seri: perché mai la più potente organizzazione criminale di narcotrafficanti dovrebbe impegnarsi a creare il caos nelle piazze durante il periodo dei mondiali? L'evento mondiale rappresenta per loro, al contrario, un'occasione irripetibile di lucro, dato proprio dalla presenza di decine e decine di migliaia di turisti e, quindi, di potenziali "consumatori". Ma non sembra pensarla così il ministro della Giustizia José Eduardo Cardoso, che ha subito preso sul serio l'articolo dell' O Estado de São Paulo ed ha dichiarato, in un'intervista allo stesso giornale, che è "inammissibile l'associazione di intenti tra i blocchi neri e il PCC per trasformare la Coppa del Mondo nel caos" e ha aggiunto che "noi non tollereremo abusi di qualsiasi genere e alle persone che commettono atti illeciti risponderemo in conformità alla legge."

Tradotto, il significato delle parole del ministro suonano più o meno come una preventiva criminalizzazione dei movimenti di piazza: i manifestanti saranno trattati come gruppi associati al crimine, il che ovviamente garantirà una repressione più forte e punizioni più severe. L'opinione pubblica è avvisata fin d'ora sui motivi di eventuali violente azioni di repressione delle manifestazioni da parte delle forze di polizia o dell'esercito.

Già... dell'esercito, perché, e questa è la seconda notizia di rilievo delle ultime ore, il governatore dello Stato di San Paolo, Geraldo Alckmin, ha accettato l'invito  rivolto dalla presidente Dilma Rousseff a tutti i governatori degli stati che ospiteranno le gare dei mondiali, di richiedere l'intervento delle forze armate qualora lo ritenessero opportuno.

Almeno 4000 militari presidieranno le vie di San Paolo durante i mondiali, sommandosi ai 90.000 poliziotti militari che, nell'intero stato, veglieranno sull'ordine pubblico e sulla sicurezza delle nazionali ospiti.

Intanto, nelle stesse ore in cui arrivava l'annuncio del ministro, sulla pagina facebook del PT (Partido dos Trabalhadores, il partito dei presidenti Lula e Dilma Rousseff che è al governo) è apparsa una foto, poi ritirata qualche ora dopo, di un manifestante incappucciato con in mano una bottiglia molotov durante degli scontri di piazza, con stampate in bella evidenza le parole del ministro Cardoso: "Inammissibile che persone vogliano associarsi al CRIMINE per fare rivendicazioni."

L'immagine ha scatenato commenti opposti: da una parte molti militanti del PT che chiedevano repressione fortissima delle proteste e provvedimenti punitivi esemplari, dall'altra, molti militanti dei movimenti sociali, che accusavano il partito di governo (la cui presidente, ricordiamolo, è una ex guerrigliera ai tempi della dittatura militare) di aver definitivamente cancellato la propria appartenenza ad un'area anche lontanamente definibile di "sinistra".

Vi segnaliamo sullo stesso argomento l'articolo di Ivan Grozny sul sito "Sport alla rovescia", nel quale ben analizza le altre ultime novità in funzione "anti-No Coppa": l'introduzione nel codice penale brasiliano del reato di devastazione e saccheggio e la pratica, già scattata, degli arresti preventivi.

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Tutto il mondo è paese e molti rivoluzionari del passato fanno una fine davvero infima.

02/06/2014

Brasil 2014: il Futbol Bailado gioca su un campo insanguinato

“Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l'arte dell'imprevisto. Dove meno te l'aspetti salta fuori l'impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l'atleta scolpito in Grecia”.

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio

La Coppa del Mondo l’avevamo lasciata quattro anni fa a Johannesburg, quando la nazionale olandese si era dovuta arrendere allo splendido gol dello strepitoso centrocampista del Barcellona Andrès Iniesta, che regalava alla Spagna il suo primo mondiale.

Oltre ad essere stato il primo mondiale vinto dalla Spagna, quell’edizione è stata anche la prima giocata in Africa, in particolare in Sud Africa, uno dei paesi appartenenti ai Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), ovvero ai nuovi stati emergenti che avrebbero dovuto trasportare l’economia mondiale al di fuori della crisi economica. Non è stato così per il Sud Africa, che nonostante i mondiali del 2010 e buoni tassi di crescita del PIL è ancor oggi teatro di una grande disuguaglianza sociale (e razziale) oltre ad essere scosso da ripetuti scioperi dei minatori, per lo più repressi nel sangue dalla polizia. Dopo il Sud Africa un altro paese Brics (non casualmente) si appresta a ricevere il mondiale.

Il Brasile che ospiterà la Coppa del Mondo però non è certamente il Sud Africa né dal punto di vista economico, né da quello del livello di mobilitazione sociale (né tantomeno da quello calcistico oserei dire). Il gigante carioca infatti è effettivamente una delle più grandi economie al mondo, che da 10 anni cresce a ritmi molto elevati ed è ormai diventata una potenza regionale. Un’economia che però negli ultimi due anni sta accusando qualche battuta d’arresto, sia perché c’è un forte attacco speculativo verso le monete dei Brics, sia perché il principale mercato di sbocco delle merci brasiliane, ovvero tutta la regione sud americana, sta subendo la concorrenza cinese che sta aumentando in maniera esponenziale i propri investimenti in America Latina e nello stesso Brasile. Inoltre le famose politiche assistenziali dei due governi Lula (il noto programma fame zero) proseguite da Dilma Russef hanno avuto (pochi) effetti redistributivi limitati ai primi 4 anni (2002 – 2006) e soprattutto sono ormai di fatto saturi, avrebbero cioè bisogno, per essere realmente efficaci e redistributivi, di intaccare quegli interessi fondamentali dell’alta borghesia brasiliana, ovvero la coltivazione di soia transgenica e l’industria immobiliare.

Questo è il contesto economico in cui si inserirà il mondiale 2014, una rassegna che secondo il governo avrebbe dovuto far entrare ufficialmente il Brasile nei “grandi” dell’economia mondiale. Al momento però quello che si sta vedendo è un aumento vertiginoso della speculazione edilizia e della costruzione di grandi opere inutili, con milioni di dollari investiti anche dal Governo Russef. Da oltre un anno inoltre i prezzi dei servizi pubblici, ma anche degli alimenti di base, sono in costante aumento a fronte di salari costanti e mediamente bassi. Un fenomeno che è inevitabilmente legato all’avvicinarsi dei mondiali.

Proprio l’aumento dei biglietti del trasporto pubblico (uno dei servizi tra i peggiori al mondo) è stato il fattore scatenante delle prime proteste contro i campionati del mondo, a cui sono seguite le manifestazioni degli insegnanti, non direttamente legate alla speculazione connessa alla rassegna calcistica, ma che hanno solidarizzato immediatamente con gli altri manifestanti. La protesta inoltre si estendeva ad altre tematiche più generali in cui la rabbia per i mostruosi investimenti pubblici effettuati per costruire infrastrutture inutili, si univa alla richiesta di spostare questi fondi per migliorare i servizi essenziali come l’istruzione e il trasporto pubblico.

Fino agli ultimi mesi però le proteste erano rimaste interne alla classe media, che vedeva depauperare i propri guadagni a causa dell’inflazione, dei salari bloccati e del peggioramento dei servizi. Il conto alla rovescia verso il 14 Giugno ha però fatto irrompere sulla scena altri attori: i favelados (gli abitanti delle favelas). Più di 200.000 persone infatti sono state violentemente sgomberate dalle loro case (o meglio baracche) per far posto a un nuovo stadio o ad un nuovo centro commerciale, senza fornirgli alcuna soluzione alternativa. Le proteste dunque hanno iniziato a coinvolgere il Movimiento Sin Techo (Movimento dei Senza Tetto) rafforzato da migliaia di abitanti delle Favelas disposti a tutto pur di riprendersi le proprie abitazioni.

Quest’ultimo elemento è una novità nel panorama politico brasiliano, i favelados infatti raramente si sono sommati alle proteste della classe media, rimanendo sempre ai margini delle mobilitazioni sociali proprio a causa di questo loro status di ultimi tra gli ultimi, di disoccupati perenni, non inquadrabili in nessuna categoria di lavoratori. Una caratteristica tipica dei settori più emarginati dell’America Latina che però, una volta scesi in strada, hanno una potenzialità conflittuale devastante considerando anche il fatto che nella sola Rio de Janeiro gli abitanti delle favelas sono 2 milioni su 12 milioni di cittadini di Rio.

Proprio in virtù di tutto ciò la repressione è stata tremenda, la polizia militare brasiliana non ha avuto nessun problema ad usare le armi da fuoco per reprimere queste manifestazioni, utilizzando dei metodi repressivi appresi direttamente dalle agenzie statunitensi di contractors (è noto infatti che l’agenzia USA Academi, ex BlackWater, che ha addestrato migliaia di mercenari nord americani mandati in Iraq ed Afghanistan, è stata ingaggiata dal governo brasiliano per “allenare” la polizia in vista dei mondiali di calcio).

Purtroppo non è certamente la prima volta che i mondiali vengono utilizzati per fini economici o politici, tra i casi più eclatanti ricordiamo quelli del 1962 in Cile e del 1978 in Argentina, rassegne ad uso e consumo delle dittature locali dell’epoca, ma anche la stessa Italia ’90 in cui furono evidenti i legami con tutto il sistema di tangentopoli.

Con questo articolo non vogliamo certo mettere in discussione il fascino inequivocabile dei campionati del mondo, spesso però il calcio e lo sport in generale viene alienato dal suo vero significato, del suo valore in quanto gioco tra i più belli del mondo ed anche dal suo potenziale conflittuale in quanto sport realmente popolare e giocato dalle classi sociali subalterne.

Da questo punto di vista preferiamo chiudere l’articolo con le parole di un calciatore brasiliano degli anni '80, forse consapevole più di altri del possibile ruolo detonatore di questo sport:

“Il calcio per me è come camminare: da solo, svincolato da un contesto sociale, non è nulla. Quando vai a piedi, non fai niente di speciale: se però a piedi vai sotto al Parlamento a far valere le tue idee, cambia tutto. Così il calcio: se diventa un veicolo per educare la gente, allora è un mezzo formidabile”

Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, detto Sócrates (Belém, 19 febbraio 1954 – San Paolo, 4 dicembre 2011). Capitano della Nazionale brasiliana ai mondiali del 1982 e del 1986.

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