Le motivazioni della sentenza che ha assolto poliziotti e carabinieri
«Una sentenza sconcertante». Così il senatore Luigi Manconi definisce le 162 pagine con cui il tribunale di Varese ha motivato la sentenza di assoluzione per i dei due carabinieri e sei poliziotti finiti sotto processo per la morte di Giuseppe Uva.
A questo proposito, Manconi ha presentato nella mattinata di ieri un’interrogazione ai ministeri della Giustizia, degli Interni e della Difesa: «Da quanto si legge nelle motivazioni – sostiene il senatore – i carabinieri hanno commesso un sequestro di persona, ma il loro comportamento è scusabile, perché sarebbero incappati in un grave errore di valutazione».
In buona sostanza, per il tribunale non si può parlare di arresto illegale perché, di fatto, la notte del 14 giugno 2008 Giuseppe Uva non sarebbe stato arrestato, ma portato in caserma senza avvertire il procuratore di turno né stilare verbali di alcun genere. L’azione si spiegherebbe con il tentativo da parte degli uomini in divisa di evitare che Uva e il suo amico Alberto Biggiogero, ubriachi a notte fonda per le vie del centro di Varese, arrecassero danni di un qualche genere. Eventualità che la Corte d’Assise deve aver considerato inevitabile, visto che, nelle 162 pagine di motivazioni, diverse sono quelle dedicate ai reati commessi da Uva durante la propria vita, come se il processo fosse stato contro di lui.
Per i giudici fermare i due uomini in quel modo è stato senza dubbio un errore, ma non un reato, visto che le intenzioni erano tutto sommato buone e che, soprattutto, l’azione era perfettamente coerente con le decisioni della catena di comando. «Se persino i superiori da cui dipendevano gli imputati – si legge nelle motivazioni della sentenza – erano e sono persuasi che sia legittimo privare della libertà personale un soggetto ubriaco al fine di interrompere le azioni moleste, non si può che concludere che l’errore in cui sono incorsi gli operanti è scusabile».
Soprattutto questo passaggio, per Manconi, rappresenta «un pericoloso precedente» perché «le forze di polizia sarebbero autorizzate a derogare dai dettati costituzionali che tutelano la libertà personale come un bene prezioso, ovvero un diritto fondamentale e inviolabile di tutti i cittadini». In altre parole, spiega ancora il senatore del Pd e presidente dell’associazione A Buon Diritto: «Se un carabiniere o un poliziotto non sa distinguere tra un trattamento legittimo e uno illegale, sono davvero i cittadini a doverne fare le spese?».
Oltre al principio in base al quale l’illegalità di un arresto può diventare un errore poco più che formale – e, in fin dei conti, ‘scusabile’ –, i giudici di Varese hanno assolto le divise imputate da tutte le altre accuse. Non si trattò di omicidio preterintenzionale a causa della «insussistenza di atti diretti a percuotere o ledere» Giuseppe Uva, particolare che emerge dall’analisi delle perizie mediche e dall’audizione dei consulenti tecnici che «consentono di escludere in maniera assoluta la sussistenza di qualsivoglia lesione che abbia determinato o contribuito a determinare il decesso» del gruista 42enne.
Con queste sentenza la giustizia infine ammette di non essere capace di spiegare come sia morto Uva. Non per colpa medica, come stabilito da una sentenza della primavera del 2012 che ha assolto il dottor Carlo Fraticelli, né per conseguenza dell’arresto e della notte passata nella caserma di via Saffi, considerando l’assoluzione dei due carabinieri e sei poliziotti.
Semplicemente, poche ore dopo il Tso e il ricovero nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Circolo, il cuore di Giuseppe a un certo punto ha smesso di battere. Un mistero. D’altra parte che il tentativo di scoprire la verità su questa morte fosse difficilissimo si era capito sin dalle prime battute dell’indagine, con l’inchiesta su quanto avvenuto in caserma che è cominciata soltanto nel 2012, quattro anni dopo i fatti e dopo che ben tre giudici, in vari dispositivi, avevano intimato al pm Agostino Abate di verificare il comportamento tenuto da poliziotti e carabinieri. Nel 2014, dopo un provvedimento disciplinare del Csm contro Abate per la negligenza con cui aveva condotto l’indagine e varie richieste di archiviazione per gli indagati da parte della procura, si arrivò all’imputazione coatta degli indagati. Il dibattimento, però, era a quel punto già irrimediabilmente compromesso: nessuna prova nei fascicoli, testimoni demoliti e poi dichiarati inattendibili, pochissimi elementi da portare davanti alla Corte. Alla fine le assoluzioni sono parse tanto dolorose quanto inevitabili.
da Il Manifesto
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/07/2016
20/04/2016
Lucia Uva: quando la vittima siede al banco degli accusati
Lucia Uva è stata, alla fine, assolta dall’accusa di aver diffamato le forze dell’ordine perché «il fatto non costituisce reato». La sentenza, pronunciata dalla giudice Cristina Marzagalli nel pomeriggio di ieri a Varese, è arrivata una manciata di minuti dopo che la procura aveva chiesto una condanna a un anno e due mesi e una multa di 458 euro per la sorella di Giuseppe, morto nel 2008 dopo essere stato arrestato e condotto nella locale caserma dei Carabinieri.
L’imputazione riguardava delle dichiarazioni rese da Lucia nell’ottobre del 2011 alla trasmissione televisiva Le Iene e un’intervista inserita nel documentario «Nei secoli fedele» realizzato da Adriano Chiarelli (autore anche del libro ‘Malapolizia’): in entrambi i casi si sosteneva che Giuseppe Uva sia stato riempito di botte e stuprato nella caserma di via Saffi, dove era stato portato nella notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008, dopo essere stato beccato ubriaco mentre spostava delle transenne in mezzo alla strada, nel centro di Varese. Secondo i pm, queste ipotesi sarebbero «frutto di una congettura non supportata da alcun elemento di riscontro oggettivo». La tesi della difesa invece era tutta incentrata sullo stato emotivo di Lucia Uva durante una fase complicata delle indagini sulla morte di suo fratello. «Quelle dichiarazioni – ha detto l’avvocato Fabio Ambrosetti – erano giustificate da quanto emerso nelle perizie. Lei ha tutto il diritto di pensare che suo fratello sia stato picchiato, e continuerà nella sua battaglia per la verità». Il tribunale ha accolto in pieno questa versione, e Lucia Uva incassa così una piccola vittoria sul piano giudiziario dopo la batosta arrivata venerdì sera con l’assoluzione dei due carabinieri e dei sei poliziotti che erano finiti alla sbarra con l’accusa di omicidio preterintenzionale in relazione alla morte di Giuseppe Uva.
I legali delle divise, dopo la sentenza di ieri, hanno fatto sapere che in futuro non cercheranno alcuna rivalsa nei confronti della sorella della vittima, «nonostante le sue pesanti e incaute affermazioni contro poliziotti e carabinieri risultati poi estranei alla morte del suo congiunto, ma comunque amplificate dai mass media e divenute una gogna ingiusta per chi svolge ogni giorno una pubblica funzione». Sette anni di indagini, tre pubblici ministeri diversi e due processi (uno ai medici dell’ospedale di Varese e un altro, più noto, ai poliziotti e ai carabinieri) conclusi con due assoluzioni piene, non sono riusciti a spiegare come sia morto Giuseppe Uva. La battaglia per la verità andrà ancora avanti, anche se è chiaro che, almeno a livello legale, la faccenda sia finita venerdì scorso con l’assoluzione delle divise: l’ipotesi che ad otto anni dai fatti possano emergere nuovi elementi tali da poter riaprire l’inchiesta è più impossibile che improbabile. Le indagini non hanno portato prove, e comunque la si voglia pensare, è chiaro che ad aver perso in questa storia è soprattutto la giustizia italiana, ancora una volta incapace di venire a capo di un caso di malapolizia.
Semplicemente ieri il tribunale di Varese ha riconosciuto a una donna – una vittima finita per l’ennesima volta sul banco degli accusati – il diritto a gridare il proprio dolore. Non era affatto scontato.
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L’imputazione riguardava delle dichiarazioni rese da Lucia nell’ottobre del 2011 alla trasmissione televisiva Le Iene e un’intervista inserita nel documentario «Nei secoli fedele» realizzato da Adriano Chiarelli (autore anche del libro ‘Malapolizia’): in entrambi i casi si sosteneva che Giuseppe Uva sia stato riempito di botte e stuprato nella caserma di via Saffi, dove era stato portato nella notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008, dopo essere stato beccato ubriaco mentre spostava delle transenne in mezzo alla strada, nel centro di Varese. Secondo i pm, queste ipotesi sarebbero «frutto di una congettura non supportata da alcun elemento di riscontro oggettivo». La tesi della difesa invece era tutta incentrata sullo stato emotivo di Lucia Uva durante una fase complicata delle indagini sulla morte di suo fratello. «Quelle dichiarazioni – ha detto l’avvocato Fabio Ambrosetti – erano giustificate da quanto emerso nelle perizie. Lei ha tutto il diritto di pensare che suo fratello sia stato picchiato, e continuerà nella sua battaglia per la verità». Il tribunale ha accolto in pieno questa versione, e Lucia Uva incassa così una piccola vittoria sul piano giudiziario dopo la batosta arrivata venerdì sera con l’assoluzione dei due carabinieri e dei sei poliziotti che erano finiti alla sbarra con l’accusa di omicidio preterintenzionale in relazione alla morte di Giuseppe Uva.
I legali delle divise, dopo la sentenza di ieri, hanno fatto sapere che in futuro non cercheranno alcuna rivalsa nei confronti della sorella della vittima, «nonostante le sue pesanti e incaute affermazioni contro poliziotti e carabinieri risultati poi estranei alla morte del suo congiunto, ma comunque amplificate dai mass media e divenute una gogna ingiusta per chi svolge ogni giorno una pubblica funzione». Sette anni di indagini, tre pubblici ministeri diversi e due processi (uno ai medici dell’ospedale di Varese e un altro, più noto, ai poliziotti e ai carabinieri) conclusi con due assoluzioni piene, non sono riusciti a spiegare come sia morto Giuseppe Uva. La battaglia per la verità andrà ancora avanti, anche se è chiaro che, almeno a livello legale, la faccenda sia finita venerdì scorso con l’assoluzione delle divise: l’ipotesi che ad otto anni dai fatti possano emergere nuovi elementi tali da poter riaprire l’inchiesta è più impossibile che improbabile. Le indagini non hanno portato prove, e comunque la si voglia pensare, è chiaro che ad aver perso in questa storia è soprattutto la giustizia italiana, ancora una volta incapace di venire a capo di un caso di malapolizia.
Semplicemente ieri il tribunale di Varese ha riconosciuto a una donna – una vittima finita per l’ennesima volta sul banco degli accusati – il diritto a gridare il proprio dolore. Non era affatto scontato.
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16/04/2016
Caso Uva, assolte tutte le divise
È finita con l’assoluzione piena di tutti gli imputati. L’esito scontato del processo per la morte di Giuseppe Uva è arrivato ieri sera intorno alle 19, dopo quattro ore di camera di consiglio. I due carabinieri e i sei poliziotti accusati di abuso d’autorità, abbandono d’incapace, arresto illegale e omicidio preterintenzionale sono usciti puliti dalla vicenda, mentre dai familiari di Giuseppe è arrivato soltanto un grido: «Maledetti».
«Una sentenza annunciata», hanno detto i militanti di Acad, e in effetti il pm Daniela Borgonovo, alla fine, era arrivata pure lei a chiedere l’assoluzione delle divise in aula, seguendo la scia già tracciata dai suoi predecessori Agostino Abate e Felice Isnardi, entrambi respinti dal Gup che un paio di anni fa ordinò il processo. Con queste assoluzioni in serie, la morte di Uva è da ritenersi ufficialmente priva di cause, almeno per la giustizia italiana.
I fatti: la notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008, l’uomo – 43 anni, di professione operaio – venne fermato ubriaco per strada mentre insieme all’amico Alberto Biggiogero stava spostando alcune transenne in mezzo alla strada. Portato in caserma, non si sa bene cosa sia successo fino al suo arrivo in ospedale, dove Giuseppe sarebbe morto nel giro di qualche ora.
L’unica spiegazione ufficiale, a questo punto, parla di una crisi di nervi da parte di Uva in caserma, seguito poi da un Tso e dal ricovero in ospedale. Biggiogero, interpellato più volte come testimone, ha raccontato di aver sentito Giuseppe urlare, ma le sue parole non sono risultate credibili alle orecchie dei giudici. La sua versione dei fatti è stata giudicata contraddittoria, parziale e, soprattutto, non ha giocato a suo favore il fatto di essere stato sotto l’effetto di stupefacenti e alcol, quella notte.
L’avvocato delle divise, Luigi Di Pardo, dal canto suo ha descritto Giuseppe come «un clochard sporco e puzzolente» che «viveva di espedienti» dopo essere stato «abbandonato dai suoi familiari che ora sono in cerca di un risarcimento». Il «clochard sporco e puzzolente», secondo il legale, non poteva essere l’amante della moglie di uno degli agenti che lo arrestarono quella notte. Questo particolare della storia è stato tra i più dibattuti durante il processo: per la famiglia di Giuseppe si trattava del movente delle botte prese in caserma, mentre per la difesa era soltanto una calunnia bella e buona.
Lucia Uva pure è finita spesso e volentieri al centro del mirino dell’avvocato Di Pardo: accusata di aver «manipolato come un burattino» Biggiogero, avrebbe fatto parte addirittura di una «task force di bugiardi per costruire un castello accusatorio che si è rivelato inconsistente». Secondo il senatore Pd Luigi Manconi – presidente della Commissione diritti umani del parlamento – si tratta di «una iniqua conclusione di un processo iniquo. Un processo condizionato da un’indagine condotta in maniera pedestre, fino all’altro ieri, dal pubblico ministero Agostino Abate».
Fonte
«Una sentenza annunciata», hanno detto i militanti di Acad, e in effetti il pm Daniela Borgonovo, alla fine, era arrivata pure lei a chiedere l’assoluzione delle divise in aula, seguendo la scia già tracciata dai suoi predecessori Agostino Abate e Felice Isnardi, entrambi respinti dal Gup che un paio di anni fa ordinò il processo. Con queste assoluzioni in serie, la morte di Uva è da ritenersi ufficialmente priva di cause, almeno per la giustizia italiana.
I fatti: la notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008, l’uomo – 43 anni, di professione operaio – venne fermato ubriaco per strada mentre insieme all’amico Alberto Biggiogero stava spostando alcune transenne in mezzo alla strada. Portato in caserma, non si sa bene cosa sia successo fino al suo arrivo in ospedale, dove Giuseppe sarebbe morto nel giro di qualche ora.
L’unica spiegazione ufficiale, a questo punto, parla di una crisi di nervi da parte di Uva in caserma, seguito poi da un Tso e dal ricovero in ospedale. Biggiogero, interpellato più volte come testimone, ha raccontato di aver sentito Giuseppe urlare, ma le sue parole non sono risultate credibili alle orecchie dei giudici. La sua versione dei fatti è stata giudicata contraddittoria, parziale e, soprattutto, non ha giocato a suo favore il fatto di essere stato sotto l’effetto di stupefacenti e alcol, quella notte.
L’avvocato delle divise, Luigi Di Pardo, dal canto suo ha descritto Giuseppe come «un clochard sporco e puzzolente» che «viveva di espedienti» dopo essere stato «abbandonato dai suoi familiari che ora sono in cerca di un risarcimento». Il «clochard sporco e puzzolente», secondo il legale, non poteva essere l’amante della moglie di uno degli agenti che lo arrestarono quella notte. Questo particolare della storia è stato tra i più dibattuti durante il processo: per la famiglia di Giuseppe si trattava del movente delle botte prese in caserma, mentre per la difesa era soltanto una calunnia bella e buona.
Lucia Uva pure è finita spesso e volentieri al centro del mirino dell’avvocato Di Pardo: accusata di aver «manipolato come un burattino» Biggiogero, avrebbe fatto parte addirittura di una «task force di bugiardi per costruire un castello accusatorio che si è rivelato inconsistente». Secondo il senatore Pd Luigi Manconi – presidente della Commissione diritti umani del parlamento – si tratta di «una iniqua conclusione di un processo iniquo. Un processo condizionato da un’indagine condotta in maniera pedestre, fino all’altro ieri, dal pubblico ministero Agostino Abate».
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20/10/2014
Imputati, in aula. Comincia il processo per l'omicidio Uva
Ammesse le telecamere in aula, i testimoni saranno ascoltati a novembre. L'avvocato Ambrosetti: «La Corte vuole fare in fretta»
A sei anni dalla morte di Giuseppe Uva, comincia finalmente il processo per il suo omicidio. Sul banco degli imputati, due carabinieri e sei poliziotti che dovranno rispondere di accuse gravi: omicidio preterintenzionale, abbandono d'incapace, arresto illegale e abuso d'autorità.
La Corte d'Assise di Varese, presieduta dal giudice Vito Pignonica, ha stabilito che i primi testimoni saranno ascoltati in aula il prossimo 14 novembre. Ammessi all’interno dell’aula le telecamere di Raitre e i microfoni di Radio Radicale, che potranno così documentare gli sviluppi processuali del caso.
Come parti civili, sono stati ammessi i soli parenti di Giuseppe Uva ma non l'associazione “A Buon Diritto” del senatore Luigi Manconi che pure si è occupata di questo caso e di altri episodi di malapolizia.
La prima udienza è andata oggi in scena davanti a un folto pubblico composto, tra gli altri, dagli attivisti di Acad (Associazione contro gli abusi in divisa) e vari parenti delle altre vittime italiane di malapolizia, tra cui Domenica Ferrulli e Paolo Scaroni, che subì un violento pestaggio da parte della celere a Verona, qualche tempo fa. Presente anche Alberto Biggiogero, che la notte del 14 giugno 2008 fu arrestato insieme a Giuseppe Uva e condotto anche lui in caserma dove, sostiene, sentì il suo amico urlare, mentre gli agenti lo picchiavano. Si è fatto vedere anche Gianni Tonelli, del Sindacato autonomo di polizia, già noto alle cronache per la vicenda degli applausi agli agenti condannati per l'omicidio di Federico Aldrovandi.
«Siamo soddisfatti dall'esito di questa prima udienza – ha detto a Contropiano l'avvocato Fabio Ambrosetti – il fatto di aver fissato la prossima udienza a breve vuol dire che la Corte vuol fare le cose in fretta. A noi basterebbe una condanna degli agenti in primo grado, almeno per dimostrare che quella notte, nella caserma di via Saffi, Pino Uva venne picchiato».
Per tutti i reati contestati agli imputati, ad eccezione dell'omicidio preterintenzionale, i termini per la prescrizione scadranno il 15 dicembre del 2015.
Fonte
A sei anni dalla morte di Giuseppe Uva, comincia finalmente il processo per il suo omicidio. Sul banco degli imputati, due carabinieri e sei poliziotti che dovranno rispondere di accuse gravi: omicidio preterintenzionale, abbandono d'incapace, arresto illegale e abuso d'autorità.
La Corte d'Assise di Varese, presieduta dal giudice Vito Pignonica, ha stabilito che i primi testimoni saranno ascoltati in aula il prossimo 14 novembre. Ammessi all’interno dell’aula le telecamere di Raitre e i microfoni di Radio Radicale, che potranno così documentare gli sviluppi processuali del caso.
Come parti civili, sono stati ammessi i soli parenti di Giuseppe Uva ma non l'associazione “A Buon Diritto” del senatore Luigi Manconi che pure si è occupata di questo caso e di altri episodi di malapolizia.
La prima udienza è andata oggi in scena davanti a un folto pubblico composto, tra gli altri, dagli attivisti di Acad (Associazione contro gli abusi in divisa) e vari parenti delle altre vittime italiane di malapolizia, tra cui Domenica Ferrulli e Paolo Scaroni, che subì un violento pestaggio da parte della celere a Verona, qualche tempo fa. Presente anche Alberto Biggiogero, che la notte del 14 giugno 2008 fu arrestato insieme a Giuseppe Uva e condotto anche lui in caserma dove, sostiene, sentì il suo amico urlare, mentre gli agenti lo picchiavano. Si è fatto vedere anche Gianni Tonelli, del Sindacato autonomo di polizia, già noto alle cronache per la vicenda degli applausi agli agenti condannati per l'omicidio di Federico Aldrovandi.
«Siamo soddisfatti dall'esito di questa prima udienza – ha detto a Contropiano l'avvocato Fabio Ambrosetti – il fatto di aver fissato la prossima udienza a breve vuol dire che la Corte vuol fare le cose in fretta. A noi basterebbe una condanna degli agenti in primo grado, almeno per dimostrare che quella notte, nella caserma di via Saffi, Pino Uva venne picchiato».
Per tutti i reati contestati agli imputati, ad eccezione dell'omicidio preterintenzionale, i termini per la prescrizione scadranno il 15 dicembre del 2015.
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22/07/2014
Processo Uva, qualcuno dovrebbe dimettersi
Ci sono voluti sei anni e poco più per arrivare al vero processo sulla morte di Giuseppe Uva. Mentre ci si fa giustamente prendere dall’euforia per questo traguardo agognato da molti, soprattutto dai familiari di Giuseppe, non bisogna dimenticare di porsi una domanda fondamentale: perché ci sono voluti sei anni? Come è stato possibile che questo processo abbia richiesto sei sentenze - con quella di ieri del GUP Stefano Sala, siamo arrivati a sette - una riesumazione della salma, diverse richieste di avocazione del processo puntualmente rigettate, querele su querele ai danni di chi osava mettere in dubbio la condotta dei carabinieri? Sono domande topiche, epocali. E come tutte le domande sui bizantinismi della giustizia italiana, non troveranno mai risposte. Una cosa è certa, ogni procura, ogni tribunale è un microcosmo a se, e quello di Varese riproduce su scala ridotta il “porto delle nebbie” di Roma, ovvero Piazzale Clodio.
In sei anni di processo, l’accusa ha fatto il bello e il cattivo tempo, ha interrogato testimoni, ha cacciato i familiari all’aula, ha scambiato il sangue per succo di pomodoro, ha dato del drogato a un testimone, ha fornito una nuova versione sui tempi di permanenza di Giuseppe Uva in caserma, ha dato fondo insomma a tutti gli strumenti che aveva a disposizione per affermare che nella caserma di Via Saffi non era successo un bel niente. È stato fatto comprendere in tutti i modi, all’accusa, che si stava sbagliando. Gliel’hanno fatto capire diversi giudici, demolendone punto su punto le tesi che ostinatamente portava avanti da anni. Non di malasanità si trattava ma di ben altro, gli disse il giudice Orazio Muscato, quando assolse tutti i medici che tentarono di prendersi cura di Giuseppe, ridotto male a quanto pare, nel reparto psichiatria. “Bisogna mandarli a processo, e subito”, rincarò il GIP Battarino quando stabilì l’imputazione coatta per i sei poliziotti e i due carabinieri, accusati di quattro tipi di reato tra cui l’omicidio preterintenzionale. E poi ci fu finalmente l’avocazione del fascicolo. Cos’altro serviva?
Intanto, intorno infuriava la tempesta mediatica che ha fatto saltare i nervi a non poche persone.
L’assegnazione del fascicolo al nuovo PM Felice Isnardi lasciava ben sperare. Il trasferimento del procuratore capo Maurizio Grigo a Campobasso anche. Cambia il vento a Varese, pensarono tutti.
Macché: il nuovo pm riesce a superare chi l’ha preceduto, chiedendo addirittura il non luogo a procedere per tutti i reati.
Ancora una volta, un giudice ne ha ignorato le richieste e ha mandato tutti a processo. Per tutti i reati.
Adesso, come se non bastasse c’è il rischio prescrizione.
La storia di Giuseppe ormai la conoscono tutti. Tutti hanno di fronte agli occhi quelle evidenze che nemmeno sessant’anni di farse processuali potrebbero demolire. Si sono avvicendati governi, ministri, papi, sono scoppiate diverse guerre nel frattempo. Ma c’è qualcuno che rimane ancora lì e non viene rimosso. Resta lì a Varese, in quel tribunale le cui pareti nascondono chissà quali battaglie intestine in corso. O forse niente di tutto questo. Sei anni di processo per stabilire solo oggi che il vero processo non c’è mai stato, migliaia di euro gettati al vento, dolore, morte, sopraffazione, impunità in divisa sono la normalità, la prassi. Che nessuno paghi in termini professionali per tutto ciò, forse è diventato scontato. L’anomalia diventa normalità. La legge diventa qualcosa di sempre più relativo e personalizzabile, e ha ormai dissipato il confine con l’abuso impunito.
Resta solo l’amarezza. Restano ancora domande senza risposte.
E restano troppe persone dove non dovrebbero restare.
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In sei anni di processo, l’accusa ha fatto il bello e il cattivo tempo, ha interrogato testimoni, ha cacciato i familiari all’aula, ha scambiato il sangue per succo di pomodoro, ha dato del drogato a un testimone, ha fornito una nuova versione sui tempi di permanenza di Giuseppe Uva in caserma, ha dato fondo insomma a tutti gli strumenti che aveva a disposizione per affermare che nella caserma di Via Saffi non era successo un bel niente. È stato fatto comprendere in tutti i modi, all’accusa, che si stava sbagliando. Gliel’hanno fatto capire diversi giudici, demolendone punto su punto le tesi che ostinatamente portava avanti da anni. Non di malasanità si trattava ma di ben altro, gli disse il giudice Orazio Muscato, quando assolse tutti i medici che tentarono di prendersi cura di Giuseppe, ridotto male a quanto pare, nel reparto psichiatria. “Bisogna mandarli a processo, e subito”, rincarò il GIP Battarino quando stabilì l’imputazione coatta per i sei poliziotti e i due carabinieri, accusati di quattro tipi di reato tra cui l’omicidio preterintenzionale. E poi ci fu finalmente l’avocazione del fascicolo. Cos’altro serviva?
Intanto, intorno infuriava la tempesta mediatica che ha fatto saltare i nervi a non poche persone.
L’assegnazione del fascicolo al nuovo PM Felice Isnardi lasciava ben sperare. Il trasferimento del procuratore capo Maurizio Grigo a Campobasso anche. Cambia il vento a Varese, pensarono tutti.
Macché: il nuovo pm riesce a superare chi l’ha preceduto, chiedendo addirittura il non luogo a procedere per tutti i reati.
Ancora una volta, un giudice ne ha ignorato le richieste e ha mandato tutti a processo. Per tutti i reati.
Adesso, come se non bastasse c’è il rischio prescrizione.
La storia di Giuseppe ormai la conoscono tutti. Tutti hanno di fronte agli occhi quelle evidenze che nemmeno sessant’anni di farse processuali potrebbero demolire. Si sono avvicendati governi, ministri, papi, sono scoppiate diverse guerre nel frattempo. Ma c’è qualcuno che rimane ancora lì e non viene rimosso. Resta lì a Varese, in quel tribunale le cui pareti nascondono chissà quali battaglie intestine in corso. O forse niente di tutto questo. Sei anni di processo per stabilire solo oggi che il vero processo non c’è mai stato, migliaia di euro gettati al vento, dolore, morte, sopraffazione, impunità in divisa sono la normalità, la prassi. Che nessuno paghi in termini professionali per tutto ciò, forse è diventato scontato. L’anomalia diventa normalità. La legge diventa qualcosa di sempre più relativo e personalizzabile, e ha ormai dissipato il confine con l’abuso impunito.
Resta solo l’amarezza. Restano ancora domande senza risposte.
E restano troppe persone dove non dovrebbero restare.
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10/06/2014
Samba e martello: Girone libero, Latorre stopper
L’idea di fare dell’Italia un gigantesco sponsor per i due marò: il paese che sembra una scarpa va in trasferta.
L’Italia è quel gigantesco bar sport in cui, quando si potrebbe pure parlare di sport, si preferisce parlare d’altro. Di politica internazionale, ad esempio: l'importante è farlo con la stessa leggerezza. Così, gli ambienti più reazionari del Belpaese hanno avuto la folgorazione. Sarà il caldo, sarà lo stress, ma l’idea è quella di far diventare la nazionale italiana uno sponsor per la liberazione dei due marò. Avete presente Tommie Smith e John Carlos che alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968 si fecero immortalare con il pugno alzato sul podio come «alfieri di una razza povera e discriminata cui l'America concedeva dignità solo in cambio di successi sportivi» (cit. Matteo Patrono)? Ecco, in mancanza di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, ancora bloccati nelle residenze italiane in India in attesa di giudizio, si vorrebbe delegare a Buffon e agli altri un qualche gesto più o meno clamoroso per far presente al mondo che in Italia c’è questo problema. Magari con una coccardina gialla da mettere sul braccio. Eccolo il colpo di genio. Il paese che sembra una scarpa va in trasferta.
Il potenziale trash di un’operazione del genere è effettivamente notevole, come d’altra parte il sottovalutare – anzi, il non considerare proprio – che l’Italia con il Brasile ha ancora in sospeso la vicenda di Cesare Battisti. Al di là delle due questioni – Battisti e i marò – a nessuno è ancora venuto in mente di chiedersi perché nessuno al mondo vuole mandare la gente a farsi processare in Italia. E, in fondo, le notizie degli ultimi giorni non sono affatto edificanti, in questo senso. A scorrere le cronache giudiziarie viene fuori che si vorrebbe processare Erri De Luca per un’intervista in cui ha criticato la Tav, mentre a Varese si fa di tutto per non punire chi ha ucciso Giuseppe Uva (gli uomini in divisa? No, loro hanno solo abusato della propria autorità, che non vuol dire aver ammazzato qualcuno, dice la procura. Resta un fatto: prima di essere arrestato, Uva era ancora vivo). È vero che nei tribunali non si scrive la storia, e tutto quello che esce da un’aula può, al massimo, definirsi parziale e contraddittoria come versione dei fatti, ma lo stato di diritto in Italia ha qualche evidente problemino.
Quando i due marò tornarono in Italia ai tempi del famoso ‘permesso premio’ furono addirittura ricevuti al Quirinale, mentre Fratelli d’Italia aveva già in mente di metterli in lista per le politiche. Ai margini, il ministro degli Esteri il cui cognome è un genitivo, Giulio Terzi di Sant’Agata, illustrava ai giornali il suo memorabile piano, evidentemente frutto di tutti gli anni passati a fare l’ambasciatore: abbiamo chiesto in ginocchio agli indiani di ridarci ‘sti due ragazzi per le vacanze di Natale e ora, tié, col cazzo che li rispediamo indietro. Per quanto assurdo possa sembrare, questo era il piano del governo Monti.
Casapound, in un tripudio di bandiere sotto Montecitorio, dichiarò addirittura guerra all’India, tra ipotesi di complotto – memorabile il finto perito che dimostrava l’innocenza dei due grazie a delle immagini riprese dai telegiornali e da qualche rivista scandalistica –, patrio orgoglio ferito e immancabili magliette giallo canarino, tipo la Fermana. Ma nel frattempo deve esserci stato qualche problema con i traghetti per Mumbai...
Quale paese avrebbe potuto pensare che i due marò avrebbero dovuto affrontare un «equo processo» in Italia? Su Cesare Battisti pure sono stati usati litri d’inchiostro per far presente che il processo a suo carico non era esattamente un esempio di giurisprudenza e che le prove a discarico superavano per massa ed entità quelle a carico: per tutta risposta fu proposto di bruciare i libri degli scrittori che sostenevano questa tesi. Ripetiamo: chi è che dice che in Italia si fanno processi equi?
A questo punto vi chiederete: ma tutto questo che c’entra con i mondiali di calcio? Niente, come i marò. Non c’entrano proprio niente.
Fonte
27/03/2014
Una testimone: “Uva pestato dalle guardie”. Il pm Abate rimosso dal caso
Il procuratore reggente di Varese, Felice Isnardi, ha rimosso i pm Abate e Arduini dell'indagine sulla morte di Giuseppe Uva e si è assegnato il fascicolo. Sarà dunque lui a sostenere le accuse che il gip ha dettato con la sua ordinanza nei confronti degli uomini in divisa: omicidio preterintenzionale, violenza privata, arresto illegale e abbandono di incapace.
Si tratta di una svolta consistente dopo sei anni di depistaggi, rinvii, ritardi, testimoni mai ascoltati e una serie di atti di intimidazione contro i parenti e gli amici della vittima 43enne morta nell’ospedale di Varese la notte del 14 giugno del 2008 dopo che era stato fermato, insieme all’amico Biggiogero, nel centro della città lombarda.
Il procuratore Isnardi, inviato dalla procura generale di Milano dopo il trasferimento di Maurizio Grigo a Campobasso, ha giudicato "illogica e immotivata" la richiesta di rinvio a giudizio dei sei poliziotti e dei due carabinieri formulata dai due pm che, secondo lui, avrebbero scritto le imputazioni in maniera tale da rendere difficile sostenere l'accusa in giudizio. Del resto, i due hanno più volte espresso la propria contrarietà ad indagare gli uomini delle forze dell’ordine in servizio la notte della morte di Giuseppe Uva cercando prima di deviare l’attenzione verso medici e infermieri e poi di far archiviare il caso. E’ stato solo grazie alla decisione di pochi giorni fa del gip Giuseppe Battarino che è stata respinta la seconda richiesta di archiviazione presentata in pochi mesi e i sei poliziotti e i due carabinieri indagati sono stati rinviati a giudizio e se tutto va bene verranno processati.
L’avvocato della famiglia Uva e di tante altre vittime di ‘malapolizia’, Fabio Anselmo, non può che esprimere soddisfazione per la decisione del procuratore capo di Varese. Ma, aggiunge, “si tratta di un atto che avrebbe dovuto essere compiuto molto tempo prima. La mia non è una critica all’attuale procuratore ma a chi lo ha preceduto”. Poi specifica: “La posizione dei pm Abate e Arduini era imbarazzante e si è fatto torto all’immagine della giustizia e alla dignità della magistratura”.
«Sono un po' felice e un po' amareggiata, un po' di tutto. E' una buona notizia - dichiara a Crimeblog Lucia Uva - si potrebbe anche dire una vittoria, però è anche una sconfitta: in questi sei anni questo pm mi ha proprio torturata, come ha torturato Giuseppe; è stata una battaglia lottata. Ci aspettiamo che adesso parta il vero processo perché Giuseppe è come se lo avessero ucciso ieri ed oggi si cominciano le ricerche sul perché sia morto. Questa è la verità. Noi chiediamo che venga fatta luce e i reati che resteranno in piedi vengano pagati tutti per intero».
Ora però c’è un problema di tempi, perché a giugno tutti i reati ipotizzati nei confronti degli otto tra militari e poliziotti, tranne quello di omicidio colposo, saranno archiviati d’ufficio per scadenza dei termini.
Intanto ad anni di distanza e proprio in queste ore è spuntata una preziosa testimonianza su quanto avvenne quella notte dopo il fermo per ubriachezza molesta di Giuseppe Uva. Una donna infatti ha raccontato ai redattori del programma "Chi l'ha visto?" di Rai 3 – la puntata andrà in onda stasera - di esser stata presente quando l’uomo venne portato in ospedale, sottoposto ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio, dopo il fermo nella caserma dei carabinieri di Varese. Erano le cinque di mattina, ha raccontato la testimone: "C'erano guardie e carabinieri. Sono rimasti in quattro-cinque o sei. E lui, Giuseppe Uva, continuava ancora a urlare: bastardi! Allora uno di quelli, carabiniere o poliziotto questo non so, ha detto: Basta adesso, finiamola! Poi si è rivolto a dei colleghi così: portiamolo di là e gli facciamo una menata di botte". "Loro hanno aperto una porta e poi hanno chiuso". "All'uscita – afferma ancora la donna - ho notato che lo sorreggevano bene. Io in quel momento ho guardato lui e al naso aveva questa escoriazione. Ho sentito dire: prendete la barella, che lo mettiamo sulla barella. Difatti l'hanno messo sulla barella e poi hanno chiamato il dottore, che gli ha messo la flebo".
La famiglia, in particolare la sorella Lucia, ha sempre sostenuto che il corpo della vittima fosse piena di ferite ed ecchimosi giustificabili solo come conseguenza di un pestaggio, ed anche l’amico Biggiogero raccontò inutilmente per anni di aver sentito urla e rumori inequivocabili provenire dalla stanza della caserma dove Uva era sottoposto a un ‘interrogatorio’, così inequivocabili che lo convinsero a chiamare un’ambulanza che però uno dei dirigenti della caserma di via Saffi rimandò indietro. Perché poliziotti e carabinieri si accanirono in quel modo, prima in caserma e poi addirittura in ospedale, contro l’inerme vittima? In molti hanno raccontato degli screzi personali esistenti da tempo tra Uva e un carabiniere in servizio in città prima che quel banale arresto degenerasse.
Fonte
Si tratta di una svolta consistente dopo sei anni di depistaggi, rinvii, ritardi, testimoni mai ascoltati e una serie di atti di intimidazione contro i parenti e gli amici della vittima 43enne morta nell’ospedale di Varese la notte del 14 giugno del 2008 dopo che era stato fermato, insieme all’amico Biggiogero, nel centro della città lombarda.
Il procuratore Isnardi, inviato dalla procura generale di Milano dopo il trasferimento di Maurizio Grigo a Campobasso, ha giudicato "illogica e immotivata" la richiesta di rinvio a giudizio dei sei poliziotti e dei due carabinieri formulata dai due pm che, secondo lui, avrebbero scritto le imputazioni in maniera tale da rendere difficile sostenere l'accusa in giudizio. Del resto, i due hanno più volte espresso la propria contrarietà ad indagare gli uomini delle forze dell’ordine in servizio la notte della morte di Giuseppe Uva cercando prima di deviare l’attenzione verso medici e infermieri e poi di far archiviare il caso. E’ stato solo grazie alla decisione di pochi giorni fa del gip Giuseppe Battarino che è stata respinta la seconda richiesta di archiviazione presentata in pochi mesi e i sei poliziotti e i due carabinieri indagati sono stati rinviati a giudizio e se tutto va bene verranno processati.
L’avvocato della famiglia Uva e di tante altre vittime di ‘malapolizia’, Fabio Anselmo, non può che esprimere soddisfazione per la decisione del procuratore capo di Varese. Ma, aggiunge, “si tratta di un atto che avrebbe dovuto essere compiuto molto tempo prima. La mia non è una critica all’attuale procuratore ma a chi lo ha preceduto”. Poi specifica: “La posizione dei pm Abate e Arduini era imbarazzante e si è fatto torto all’immagine della giustizia e alla dignità della magistratura”.
«Sono un po' felice e un po' amareggiata, un po' di tutto. E' una buona notizia - dichiara a Crimeblog Lucia Uva - si potrebbe anche dire una vittoria, però è anche una sconfitta: in questi sei anni questo pm mi ha proprio torturata, come ha torturato Giuseppe; è stata una battaglia lottata. Ci aspettiamo che adesso parta il vero processo perché Giuseppe è come se lo avessero ucciso ieri ed oggi si cominciano le ricerche sul perché sia morto. Questa è la verità. Noi chiediamo che venga fatta luce e i reati che resteranno in piedi vengano pagati tutti per intero».
Ora però c’è un problema di tempi, perché a giugno tutti i reati ipotizzati nei confronti degli otto tra militari e poliziotti, tranne quello di omicidio colposo, saranno archiviati d’ufficio per scadenza dei termini.
Intanto ad anni di distanza e proprio in queste ore è spuntata una preziosa testimonianza su quanto avvenne quella notte dopo il fermo per ubriachezza molesta di Giuseppe Uva. Una donna infatti ha raccontato ai redattori del programma "Chi l'ha visto?" di Rai 3 – la puntata andrà in onda stasera - di esser stata presente quando l’uomo venne portato in ospedale, sottoposto ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio, dopo il fermo nella caserma dei carabinieri di Varese. Erano le cinque di mattina, ha raccontato la testimone: "C'erano guardie e carabinieri. Sono rimasti in quattro-cinque o sei. E lui, Giuseppe Uva, continuava ancora a urlare: bastardi! Allora uno di quelli, carabiniere o poliziotto questo non so, ha detto: Basta adesso, finiamola! Poi si è rivolto a dei colleghi così: portiamolo di là e gli facciamo una menata di botte". "Loro hanno aperto una porta e poi hanno chiuso". "All'uscita – afferma ancora la donna - ho notato che lo sorreggevano bene. Io in quel momento ho guardato lui e al naso aveva questa escoriazione. Ho sentito dire: prendete la barella, che lo mettiamo sulla barella. Difatti l'hanno messo sulla barella e poi hanno chiamato il dottore, che gli ha messo la flebo".
La famiglia, in particolare la sorella Lucia, ha sempre sostenuto che il corpo della vittima fosse piena di ferite ed ecchimosi giustificabili solo come conseguenza di un pestaggio, ed anche l’amico Biggiogero raccontò inutilmente per anni di aver sentito urla e rumori inequivocabili provenire dalla stanza della caserma dove Uva era sottoposto a un ‘interrogatorio’, così inequivocabili che lo convinsero a chiamare un’ambulanza che però uno dei dirigenti della caserma di via Saffi rimandò indietro. Perché poliziotti e carabinieri si accanirono in quel modo, prima in caserma e poi addirittura in ospedale, contro l’inerme vittima? In molti hanno raccontato degli screzi personali esistenti da tempo tra Uva e un carabiniere in servizio in città prima che quel banale arresto degenerasse.
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25/03/2014
Giuseppe Uva, il pm: “Processate gli agenti”
Due settimane dopo l'ordinanza del gip, che ha imposto l'imputazione coatta dei due carabinieri e dei sei poliziotti che il 14 giugno del 2008 arrestarono Giuseppe Uva a Varese, la procura ha depositato la richiesta di fissazione dell'udienza preliminare e di rinvio a giudizio. Le accuse sono quelle già indicate dal giudice Giuseppe Battarino: omicidio preterintenzionale, arresto illegale e abbandono d'incapace. Intanto, la difesa degli agenti si gioca la carta della disperazione: l'avvocato Luca Marsico – consigliere regionale di Forza Italia – ha presentato ricorso in Cassazione contro l'imputazione coatta ordinata dal gip.
La battaglia legale, dunque, appare ancora lontana dalla sua conclusione: i pm che hanno firmato l'ordinanza – Agostino Abate e Sara Arduini – sono gli stessi che in due precedenti occasioni avevano chiesto l'archiviazione per gli uomini in divisa, e all'interno del palazzo di giustizia di Varese le voci di una loro possibile sostituzione da parte del capo della procura Felice Isnardi si fanno sempre più insistenti: in gioco non c'è più soltanto un processo, ma la credibilità di un potere, quello giudiziario, che si vede costretto a indagare sulla propria metà oscura.
La richiesta di cambiare i rappresentanti della pubblica accusa, d'altra parte, era stata avanzata una settimana fa dagli avvocati della famiglia Uva, Fabio Ambrosetti e Fabio Anselmo, che continuano a parlare di «conflitto anomalo» tra i pm e i giudici che hanno esaminato il caso, sostenendo che, proprio per questo motivo, si dovrebbe «normalizzare la vicenda processuale. L'unico modo per farlo è sostituire i pm». La stessa opinione è stata espressa in un'intervista al Manifesto anche dalla sorella di Giuseppe Uva, Lucia, e dal senatore del Pd Luigi Manconi, che domanda: «Possiamo davvero consentire che l'unica opportunità rimasta di conoscere la verità sia nuovamente demandata a chi, per sei lunghi anni, ha ostinatamente e incredibilmente fatto tutto il contrario di quello che avrebbe dovuto fare?».
Un altro problema riguarda i tempi: a giugno scatterà l'archiviazione d'ufficio per tutti i reati ipotizzati ad eccezione dell'omicidio preterintenzionale: «Occorre fare in fretta – dice Ambrosetti –, ma il procuratore capo mi ha assicurato che il provvedimento d'esercizio dell'azione penale sarà fatto nei tempi di legge per tutti i reati indicati dal gip». Non sarà una passeggiata. A guardare il calendario ci sarebbe da preoccuparsi, e la strategia dell'avvocato Marsico pare chiara, nel solco delle grandi strategie giudiziarie berlusconiane: difendersi dal processo, soprattutto a livello mediatico. È così, d'altra parte, che si spiegano le decine di querele inoltrate (e puntualmente cadute nel nulla) negli anni a tutte le parti considerate avverse, da Lucia Uva ai documentaristi Adriano Chiarelli e Francesco Menghini, passando per il programma televisivo «Le Iene» e un imprecisabile numero di cronisti.
Entro domani verrà fissata l'udienza di rinvio a giudizio e a presiederla non sarà il gip Battarino ma, più probabilmente, il presidente del tribunale Vito Piglionica. Nella giornata di ieri, mentre la procura formalizzava le sue richieste in cancelleria, le sorelle di Giuseppe Uva erano in piazza, instancabili, a far sentire la propria voce per tenere alta l'attenzione sul caso. Davanti a loro, a un certo punto, sono passati il colonnello Alessandro De Angelis e il tenente Loris Baldassarre, le punte di diamante della caserma dei carabinieri di via Saffi, dove Uva è stato rinchiuso diverse ore, nell'ultima notte della sua vita, prima di essere portato a morire in ospedale. Un incontro casuale per un saluto appena accennato e un sorriso di cortesia, gelido come la nebbia che ancora avvolge la città di Varese.
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La battaglia legale, dunque, appare ancora lontana dalla sua conclusione: i pm che hanno firmato l'ordinanza – Agostino Abate e Sara Arduini – sono gli stessi che in due precedenti occasioni avevano chiesto l'archiviazione per gli uomini in divisa, e all'interno del palazzo di giustizia di Varese le voci di una loro possibile sostituzione da parte del capo della procura Felice Isnardi si fanno sempre più insistenti: in gioco non c'è più soltanto un processo, ma la credibilità di un potere, quello giudiziario, che si vede costretto a indagare sulla propria metà oscura.
La richiesta di cambiare i rappresentanti della pubblica accusa, d'altra parte, era stata avanzata una settimana fa dagli avvocati della famiglia Uva, Fabio Ambrosetti e Fabio Anselmo, che continuano a parlare di «conflitto anomalo» tra i pm e i giudici che hanno esaminato il caso, sostenendo che, proprio per questo motivo, si dovrebbe «normalizzare la vicenda processuale. L'unico modo per farlo è sostituire i pm». La stessa opinione è stata espressa in un'intervista al Manifesto anche dalla sorella di Giuseppe Uva, Lucia, e dal senatore del Pd Luigi Manconi, che domanda: «Possiamo davvero consentire che l'unica opportunità rimasta di conoscere la verità sia nuovamente demandata a chi, per sei lunghi anni, ha ostinatamente e incredibilmente fatto tutto il contrario di quello che avrebbe dovuto fare?».
Un altro problema riguarda i tempi: a giugno scatterà l'archiviazione d'ufficio per tutti i reati ipotizzati ad eccezione dell'omicidio preterintenzionale: «Occorre fare in fretta – dice Ambrosetti –, ma il procuratore capo mi ha assicurato che il provvedimento d'esercizio dell'azione penale sarà fatto nei tempi di legge per tutti i reati indicati dal gip». Non sarà una passeggiata. A guardare il calendario ci sarebbe da preoccuparsi, e la strategia dell'avvocato Marsico pare chiara, nel solco delle grandi strategie giudiziarie berlusconiane: difendersi dal processo, soprattutto a livello mediatico. È così, d'altra parte, che si spiegano le decine di querele inoltrate (e puntualmente cadute nel nulla) negli anni a tutte le parti considerate avverse, da Lucia Uva ai documentaristi Adriano Chiarelli e Francesco Menghini, passando per il programma televisivo «Le Iene» e un imprecisabile numero di cronisti.
Entro domani verrà fissata l'udienza di rinvio a giudizio e a presiederla non sarà il gip Battarino ma, più probabilmente, il presidente del tribunale Vito Piglionica. Nella giornata di ieri, mentre la procura formalizzava le sue richieste in cancelleria, le sorelle di Giuseppe Uva erano in piazza, instancabili, a far sentire la propria voce per tenere alta l'attenzione sul caso. Davanti a loro, a un certo punto, sono passati il colonnello Alessandro De Angelis e il tenente Loris Baldassarre, le punte di diamante della caserma dei carabinieri di via Saffi, dove Uva è stato rinchiuso diverse ore, nell'ultima notte della sua vita, prima di essere portato a morire in ospedale. Un incontro casuale per un saluto appena accennato e un sorriso di cortesia, gelido come la nebbia che ancora avvolge la città di Varese.
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03/07/2013
Lucia Uva protesta a Milano: “ai giudici interessa solo Ruby"
Lucia Uva e altre vittime della violenza delle divise hanno manifestato stamattina davanti al Tribunale di Milano facendo il verso a Ruby ‘Mubarak’. Denunciando che ''Alla giustizia interessano le Olgettine di Berlusconi'', ma non ''la morte di Giuseppe”.
E’ arrivata questa mattina davanti al tribunale di Milano, Lucia Uva, per manifestare all'ingresso principale di corso di Porta Vittoria. L’ennesima iniziativa della sorella di una delle più note vittime di ‘malapolizia’ per chiedere verità e giustizia per il fratello Giuseppe Uva, il 43enne morto all'ospedale di Varese il 14 giugno 2008 dopo essere stato fermato dai carabinieri e trattenuto per alcune ore nella caserma di via Saffi, sempre a Varese. All’interno della quale, secondo i familiari e secondo un amico della vittima anche lui fermato dai militari, sarebbe stato sottoposto ad un violento pestaggio. Ad accompagnare la battagliera Lucia stamattina anche Domenica, la figlia di Michele Ferrulli, il 50enne morto il 30 giugno 2011 a Milano per “arresto cardiaco” mentre veniva arrestato da quattro agenti di polizia ora sotto processo per omicidio preterintenzionale. Con loro anche Vittorio Morneghini, il 64enne che il 20 maggio del 2012 fu selvaggiamente picchiato sui navigli da due poliziotti fuori servizio e per questo è rimasto invalido, e Rosa Piro, la mamma di Davide 'Dax' Cesare, attivista ucciso nel 2003 in via Brioschi da alcuni balordi fascisti.
Gli unici imputati per la morte di Giuseppe Uva - lo psichiatra Carlo Fraticelli e altri due medici dell'ospedale di Varese accusati di errori nelle cure e di aver somministrato una dose sbagliata di farmaci all’uomo ricoverato con trattamento sanitario obbligatorio dopo il fermo in caserma - sono stati tutti assolti. E con il presidio di oggi Lucia ha voluto di nuovo denunciare che ''per tre volte la Procura Generale ha respinto'' la richiesta di avocazione delle indagini (presentata dal legale della donna, Fabio Anselmo) sulla morte del fratello, di cui é titolare il pm di Varese Agostino Abate. ''Il pm - afferma la donna - non ha indagato sui carabinieri e ora tutto sta andando in prescrizione e il paradosso é che sulla morte di mio fratello non ci sono più inchieste né processi e io sono l'unica indagata per diffamazione nei confronti del pm''. E chiarisce: ''Noi non vogliamo fare la guerra ai magistrati, vogliamo verità e giustizia, vogliamo sapere perché un uomo di 43 anni é morto di botte''. Giuseppe, ha detto ancora Lucia Uva, ''é stato vittima delle forze dell'ordine e oggi é vittima ancora una volta della giustizia, io andrò in Procura a Roma e a Brescia e tornerò ancora qua, perché voglio giustizia anche per i cittadini normali''. "Tra meno di un anno il caso andrà in prescrizione grazie al Pm di Varese Agostino Abate che non ha fatto indagini su chi ha ucciso mio fratello ma le ha fatte su di me e il mio avvocato Fabio Anselmo", ha ribadito ai giornalisti la sorella della vittima, che indossava una maglietta con la foto di 'Ruby Rubacuori' sul davanti e quella del cadavere del fratello sulla schiena. "La giustizia non può e non deve essere solo per i perché, la legge è uguale per tutti e quindi la chiedo anche per mio fratello". La donna, in presidio sullo scalone del tribunale per 'fare il verso' alla modella marocchina che durante il processo a Silvio Berlusconi incontrò i giornalisti per spiegare le sue ragioni, ha chiesto un incontro con il procuratore generale Manlio Minale.
Fonte
Francamente diffice dare torto a questa donna, a meno di non voler sostenere che le ammucchiate di Berlusconi debbano avere più peso sociale rispetto all'impunità delle forze dell'ordine quando sbagliano o, per andare un po' al passato, ai misteri italiani mai risolti...
E’ arrivata questa mattina davanti al tribunale di Milano, Lucia Uva, per manifestare all'ingresso principale di corso di Porta Vittoria. L’ennesima iniziativa della sorella di una delle più note vittime di ‘malapolizia’ per chiedere verità e giustizia per il fratello Giuseppe Uva, il 43enne morto all'ospedale di Varese il 14 giugno 2008 dopo essere stato fermato dai carabinieri e trattenuto per alcune ore nella caserma di via Saffi, sempre a Varese. All’interno della quale, secondo i familiari e secondo un amico della vittima anche lui fermato dai militari, sarebbe stato sottoposto ad un violento pestaggio. Ad accompagnare la battagliera Lucia stamattina anche Domenica, la figlia di Michele Ferrulli, il 50enne morto il 30 giugno 2011 a Milano per “arresto cardiaco” mentre veniva arrestato da quattro agenti di polizia ora sotto processo per omicidio preterintenzionale. Con loro anche Vittorio Morneghini, il 64enne che il 20 maggio del 2012 fu selvaggiamente picchiato sui navigli da due poliziotti fuori servizio e per questo è rimasto invalido, e Rosa Piro, la mamma di Davide 'Dax' Cesare, attivista ucciso nel 2003 in via Brioschi da alcuni balordi fascisti.
Gli unici imputati per la morte di Giuseppe Uva - lo psichiatra Carlo Fraticelli e altri due medici dell'ospedale di Varese accusati di errori nelle cure e di aver somministrato una dose sbagliata di farmaci all’uomo ricoverato con trattamento sanitario obbligatorio dopo il fermo in caserma - sono stati tutti assolti. E con il presidio di oggi Lucia ha voluto di nuovo denunciare che ''per tre volte la Procura Generale ha respinto'' la richiesta di avocazione delle indagini (presentata dal legale della donna, Fabio Anselmo) sulla morte del fratello, di cui é titolare il pm di Varese Agostino Abate. ''Il pm - afferma la donna - non ha indagato sui carabinieri e ora tutto sta andando in prescrizione e il paradosso é che sulla morte di mio fratello non ci sono più inchieste né processi e io sono l'unica indagata per diffamazione nei confronti del pm''. E chiarisce: ''Noi non vogliamo fare la guerra ai magistrati, vogliamo verità e giustizia, vogliamo sapere perché un uomo di 43 anni é morto di botte''. Giuseppe, ha detto ancora Lucia Uva, ''é stato vittima delle forze dell'ordine e oggi é vittima ancora una volta della giustizia, io andrò in Procura a Roma e a Brescia e tornerò ancora qua, perché voglio giustizia anche per i cittadini normali''. "Tra meno di un anno il caso andrà in prescrizione grazie al Pm di Varese Agostino Abate che non ha fatto indagini su chi ha ucciso mio fratello ma le ha fatte su di me e il mio avvocato Fabio Anselmo", ha ribadito ai giornalisti la sorella della vittima, che indossava una maglietta con la foto di 'Ruby Rubacuori' sul davanti e quella del cadavere del fratello sulla schiena. "La giustizia non può e non deve essere solo per i perché, la legge è uguale per tutti e quindi la chiedo anche per mio fratello". La donna, in presidio sullo scalone del tribunale per 'fare il verso' alla modella marocchina che durante il processo a Silvio Berlusconi incontrò i giornalisti per spiegare le sue ragioni, ha chiesto un incontro con il procuratore generale Manlio Minale.
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Francamente diffice dare torto a questa donna, a meno di non voler sostenere che le ammucchiate di Berlusconi debbano avere più peso sociale rispetto all'impunità delle forze dell'ordine quando sbagliano o, per andare un po' al passato, ai misteri italiani mai risolti...
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