“L’epoca dell’espansionismo è terminata, viviamo nell’età dello sviluppo. La storia testimonia che le forze dell’espansionismo hanno perso oppure devono far retromarcia”. Questo dice il premier indiano Modi al cospetto dei generali impegnati sul confine conteso con l’esercito cinese, nella regione himalayana del Ladakh. Modi si è recato sul posto e, pur evitando di nominare l’altro gigante asiatico, ha voluto offrire un segnale un po’ distensivo, un po’ ammonitore. Il leader del Bjp, al secondo mandato governativo, non può venir meno al collante della sua politica rappresentato dall’acceso nazionalismo che in queste ore ha subìto un ulteriore smacco internazionale con la decisione della Corte dell’Aja di far giudicare in Italia i marò Latorre e Girone, imbarcati sulla petroliera ‘Enrica Lexie’ e imputati di omicidio di due pescatori indiani. Il sanguinoso episodio, avvenuto nel febbraio 2012, che infiammò la successiva campagna elettorale del partito del premier, passa quasi in second’ordine sulla stampa indiana rispetto alle cogenti questioni attuali. Un governo italiano di centrosinistra (Letta) si battè per aiutare i fucilieri della nostra Marina, utilizzati secondo norme introdotte da governi di centrodestra (Berlusconi) come vigilantes d’una compagnìa navale privata. Nello zelo con cui assolvevano il compito, i due spararono sui pescatori, peraltro sotto costa indiana, (la loro difesa sostiene che le acque fossero internazionali e che non avessero tirato sulle imbarcazioni, ma in mare aperto). Comunque la sentenza dell’Aja prevede un risarcimento dei familiari delle vittime da parte dello Stato italiano, e ciò lenisce lo smacco ricevuto da Delhi.
La questione cinese risulta assai più complessa perché rinfiamma contrasti di vecchia data, che s’ingigantiscono alla luce di piani interni ed esteri delle due mega nazioni. La morte addirittura di 20 militari e il ferimento di altri 76 elementi, è un affronto che le Forze Armate indiane non digeriscono. Nel viaggio-lampo in alta quota Modi ha al fianco il capo di Stato Maggiore, il generale Naravane. Nonostante un abbassamento dei toni polemici sul fronte politico, i due eserciti, nelle due settimane successive alle sanguinose scaramucce, hanno ammassato un gran numero di truppe nell’area della cosiddetta Lac (Attuale linea di controllo). A inasprire le tensioni avevano contribuito entrambi i governi che, in violazione agli accordi, hanno aperto nuove vie d’accesso nell’area (Delhi) e costruito edifici (Pechino). In più la cancellazione dell’articolo 370 della Costituzione indiana che garantiva l’autonomia del Kashmir, ha posto il Ladakh sotto la giurisdizione dell’esecutivo Modi che ha avviato i citati e contestati lavori stradali. Un pronunciamento dell’Assemblea delle Nazioni Unite contesta i comportamenti di ciascuna potenza, ma, come spesso accade, queste iniziative restano lettera morta. Occorrerà capire quanto spazio ogni governo vuol lasciare alla diplomazia, rinunciando ad aver la meglio su tutto, e quanto spingeranno le componenti militari di Pechino e di Delhi, che sempre più si caratterizzano per spirito di corpo, desiderio di protagonismo e misure draconiane.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/07/2020
03/07/2020
Italia condannata, giustizia per i pescatori indiani uccisi dai “due marò”
“L’Italia ha violato la libertà di navigazione e dovrà pertanto compensare l’India per la perdita di vite umane, i danni fisici, il danno materiale all’imbarcazione e il danno morale sofferto dal comandante e altri membri dell’equipaggio del peschereccio indiano Saint Anthony“. Corte de L’Aia.
Tutti i mass media ed il palazzo esultano perché il tribunale internazionale ha riconosciuta la nostra sovranità nel giudicare i marò che uccisero due pescatori indiani.
Dimenticano che l’Italia, nella stessa sentenza, è stata giudicata COLPEVOLE di questi omicidi e condannata a risarcire tutte le vittime di questa azione delittuosa.
La giustizia italiana ora dovrà stabilire se i due marò hanno violato le consegne e quindi sono responsabili, oppure se obbedivano ad ordini ed è lo stato italiano il colpevole.
Non vedo cosa ci sia da esultare, c’è da vergognarsi e da ricordare Valentine Jelastine e Ajeesh Pink, i pescatori uccisi in violazione della legge internazionale. A tutte le vittime di questa colpevole azione dell’Italia va la nostra solidarietà e per loro vogliamo giustizia.
P.S. I politici di palazzo che esultano per “l’immunità” dei due marò, dovrebbero pensare un momento ai 20 italiani uccisi nel 1998 sulla funivia del Cermis, in trentino, per colpa della manovra folle ed illegale di un aereo militare USA.
I piloti furono considerati immuni dalla giustizia italiana, giudicati negli Stati Uniti e lì assolti.
STATE DALLA PARTE DELLE VITTIME.
Fonte
Tutti i mass media ed il palazzo esultano perché il tribunale internazionale ha riconosciuta la nostra sovranità nel giudicare i marò che uccisero due pescatori indiani.
Dimenticano che l’Italia, nella stessa sentenza, è stata giudicata COLPEVOLE di questi omicidi e condannata a risarcire tutte le vittime di questa azione delittuosa.
La giustizia italiana ora dovrà stabilire se i due marò hanno violato le consegne e quindi sono responsabili, oppure se obbedivano ad ordini ed è lo stato italiano il colpevole.
Non vedo cosa ci sia da esultare, c’è da vergognarsi e da ricordare Valentine Jelastine e Ajeesh Pink, i pescatori uccisi in violazione della legge internazionale. A tutte le vittime di questa colpevole azione dell’Italia va la nostra solidarietà e per loro vogliamo giustizia.
P.S. I politici di palazzo che esultano per “l’immunità” dei due marò, dovrebbero pensare un momento ai 20 italiani uccisi nel 1998 sulla funivia del Cermis, in trentino, per colpa della manovra folle ed illegale di un aereo militare USA.
I piloti furono considerati immuni dalla giustizia italiana, giudicati negli Stati Uniti e lì assolti.
STATE DALLA PARTE DELLE VITTIME.
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26/05/2016
Maro’… mo’ torna anche l’altro marò
Si avvia alla fine il tormentone nazional-militarista sui “due marò”, La Corte Suprema indiana ha infatti accettato di rendere immediatamente esecutivo l’ordine del Tribunale arbitrale internazionale dell’Aja di far rientrare in Italia il fuciliere di Marina Salvatore Girone per tutta la durata del procedimento arbitrale (l’altro è in Italia da tempo, perché colpito da un ictus di lieve entità). Una ‘sezione feriale’ della Corte di New Delhi, riunitasi oggi, ha preso la decisione “tanto attesa”.
Una storia ignobile sta dunque per essere depositata negli archivi, ma il premier più narcisista del mondo non rinuncia a spremere ciò che resta di un limone guasto: “sarà con noi il 2 giugno”, ha twittato dal Giappone (dove lo attendeva una riunione del G7). Aprendo così un altro tormentone di previsioni sulla possibile presenza dei due alla parata militare di Roma.
Storia ignobile, dicevamo, perché da quattro anni ci si sforza di dipingere la presenza dei due fucilieri di marina a bordo di una privatissima petroliera come qualcosa di molto diverso da quel che era: un servizio di scorta “affittato” dal governo italiano con decisione risalente all’ultimo governo Berlusconi, quando il ministro della difesa era nientepopodimeno che Ignazio La Russa.
Non fosse bastato il commercio al dettaglio di militari professionisti “affittati” a un privato, ci si è messa anche l’imperizia o l’ansia di prestazione dei due che, alle prese con un banale peschereccio avvicinatosi all’enorme petroliera nelle acque territoriali di New Delhi, si erano messi a sparare uccidendo due pescatori indiani.
Per non farsi mancare nulla, tutto il sistema mediatico nazionale aveva assunto la versione ufficiale del governo d’allora come verità indiscutibile: “avevano pensato a un attacco dei pirati”. Sorvolando sul non banale dettaglio che i pirati da cui andava protetta la petroliera bazzicano le acque al largo della Somalia. Sempre Oceano Indiano è, ma dal lato opposto, a qualche migliaio di chilometri dalle coste del Kerala, teatro del fattaccio.
Prepariamoci dunque a qualche giorno di retorica nauseabonda, con i due marò paparazzati e portati dappertutto come eroi, a dispetto dell’incerscioso episodio per nulla bellico di cui si sono resi protagonisti. E consoliamoci sperando che, dopo, questa ignobile vicenda sia rinchiusa in uno dei tanti armadi della vergogna che arredano le caserme italiane.
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Una storia ignobile sta dunque per essere depositata negli archivi, ma il premier più narcisista del mondo non rinuncia a spremere ciò che resta di un limone guasto: “sarà con noi il 2 giugno”, ha twittato dal Giappone (dove lo attendeva una riunione del G7). Aprendo così un altro tormentone di previsioni sulla possibile presenza dei due alla parata militare di Roma.
Storia ignobile, dicevamo, perché da quattro anni ci si sforza di dipingere la presenza dei due fucilieri di marina a bordo di una privatissima petroliera come qualcosa di molto diverso da quel che era: un servizio di scorta “affittato” dal governo italiano con decisione risalente all’ultimo governo Berlusconi, quando il ministro della difesa era nientepopodimeno che Ignazio La Russa.
Non fosse bastato il commercio al dettaglio di militari professionisti “affittati” a un privato, ci si è messa anche l’imperizia o l’ansia di prestazione dei due che, alle prese con un banale peschereccio avvicinatosi all’enorme petroliera nelle acque territoriali di New Delhi, si erano messi a sparare uccidendo due pescatori indiani.
Per non farsi mancare nulla, tutto il sistema mediatico nazionale aveva assunto la versione ufficiale del governo d’allora come verità indiscutibile: “avevano pensato a un attacco dei pirati”. Sorvolando sul non banale dettaglio che i pirati da cui andava protetta la petroliera bazzicano le acque al largo della Somalia. Sempre Oceano Indiano è, ma dal lato opposto, a qualche migliaio di chilometri dalle coste del Kerala, teatro del fattaccio.
Prepariamoci dunque a qualche giorno di retorica nauseabonda, con i due marò paparazzati e portati dappertutto come eroi, a dispetto dell’incerscioso episodio per nulla bellico di cui si sono resi protagonisti. E consoliamoci sperando che, dopo, questa ignobile vicenda sia rinchiusa in uno dei tanti armadi della vergogna che arredano le caserme italiane.
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22/04/2016
Ma che c’entra la Resistenza con i due marò?
Lo ammettiamo subito: quando abbiamo letto la notizia abbiamo pensato che fosse un’altra genialata di Lercio, l’ottimo giornale satirico on line che spezza spesso la noia delle nostra giornate da redattori. Un tempo avremmo pensato a Il male, ad esempio quando titolò sull’arresto di Ugo Tognazzi come capo delle Brigate Rosse, facendo fare una figura di merda – non casualmente – a giornalacci piccisti come il Paese Sera.
E invece no. Avevamo davanti il Corriere della Sera, che al Quirinale ha un inviato in servizio permanente effettivo per cogliere qualche respiro di Sergio Mattarella che ne certifichi la permanenza in vita.
Che c’entra, insomma, la Resistenza armata della parte migliore di questo paese contro i nazisti e i loro alleati locali (quei fascisti che ancor oggi pretendono di esser considerati alla pari dei partigiani, se non addirittura meglio) con una vicenda ridicola dal punto di vista di uno stato di diritto, ma drammatica per due innocenti pescatori indiani?
Perché, insomma accostare un duplice omicidio compiuto per un errore indegno di “professionisti” delle armi a «quei valori [di cui] dobbiamo essere fieri per l’abnegazione e la generosità oggi salviamo migliaia di esseri umani che fuggono da guerre, miseria e condizioni disumane sottoponendo se stessi e i loro figli a rischi e pericoli gravissimi pur di mantenere accesa una piccola speranza per un futuro migliore»?
Che c’entra, infine, la scarcerazione di due assassini (per errore, certo, ma andatelo a spiegare agli indiani...) con la Liberazione di un paese?
Mattarella è stato membro della Corte Costituzionale, addirittura di quella Consulta che giudicato incostituzionale la legge elettorale chiamata “porcellum” e sulla cui base è stato nominato (eletto sarebbe troppo...) il Parlamento attuale. Dovrebbe dunque conoscere meglio di tutti la distanza siderale tra due ordini di discorso così diversi.
Ma se la conosce, come indubbiamente la conosce, non resta che pensare che lo ha fatto apposta. E questo dà la misura dell’abisso in cui l’attuale classe dirigente – non solo quella politica – sta precipitando un paese intero.
In effetti non si trattava di Lercio – anche se l’aggettivo, per un abisso del genere, sarebbe appropriato – perché non c’è proprio niente da ridere...
Fonte
E invece no. Avevamo davanti il Corriere della Sera, che al Quirinale ha un inviato in servizio permanente effettivo per cogliere qualche respiro di Sergio Mattarella che ne certifichi la permanenza in vita.
In occasione dell’inizio delle celebrazioni per il 25 aprile, Festa della Liberazione, il presidente della Repubblica ha espresso «vicinanza a Salvatore Girone e a Massimiliano La Torre» confermando l’impegno dell’Italia e suo personale «per risolvere una vertenza che si trascina da troppo tempo». Per Sergio Mattarella, la cerimonia al Quirinale con i rappresentanti della associazioni combattentistiche accompagnati dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti, è stata l’occasione per tornare a parlare della vicenda dei due fanti di Marina imbarcati come scorta sulla petroliera Enrica Lexie e poi messi sotto processo in India per l’uccisione a largo delle coste del Kerala di due pescatori indiani il 15 febbraio 2012. Ai due militari (Latorre è in Italia a curarsi) il capo dello Stato ha voluto dedicare l’ultimo saluto nel suo discorso pronunciato questa mattina al Quirinale: «Voglio esprimere la vicinanza mia e di tutto il Paese a Salvatore Girone e a Massimiliano Latorre confermando l’impegno per una soluzione favorevole che si trascina da troppo tempo».Normale e anche doveroso che le massime autorità dello Stato si preoccupino della sorte di due soldati professionisti incredibilmente subaffittati come scorta a una petroliera privata (il geniale ministro della Difesa d’allora si chiamava Ignazio La Russa, il che è già una spiegazione sufficiente), ma perché legare nello stesso discorso di circostanza sull’anniversario della Liberazione, che tanta repulsione suscita nella classe politica attuale, un episodio da basso impero e il momento più elevato della storia italiana degli ultimi 150 anni?
Che c’entra, insomma, la Resistenza armata della parte migliore di questo paese contro i nazisti e i loro alleati locali (quei fascisti che ancor oggi pretendono di esser considerati alla pari dei partigiani, se non addirittura meglio) con una vicenda ridicola dal punto di vista di uno stato di diritto, ma drammatica per due innocenti pescatori indiani?
Perché, insomma accostare un duplice omicidio compiuto per un errore indegno di “professionisti” delle armi a «quei valori [di cui] dobbiamo essere fieri per l’abnegazione e la generosità oggi salviamo migliaia di esseri umani che fuggono da guerre, miseria e condizioni disumane sottoponendo se stessi e i loro figli a rischi e pericoli gravissimi pur di mantenere accesa una piccola speranza per un futuro migliore»?
Che c’entra, infine, la scarcerazione di due assassini (per errore, certo, ma andatelo a spiegare agli indiani...) con la Liberazione di un paese?
Mattarella è stato membro della Corte Costituzionale, addirittura di quella Consulta che giudicato incostituzionale la legge elettorale chiamata “porcellum” e sulla cui base è stato nominato (eletto sarebbe troppo...) il Parlamento attuale. Dovrebbe dunque conoscere meglio di tutti la distanza siderale tra due ordini di discorso così diversi.
Ma se la conosce, come indubbiamente la conosce, non resta che pensare che lo ha fatto apposta. E questo dà la misura dell’abisso in cui l’attuale classe dirigente – non solo quella politica – sta precipitando un paese intero.
In effetti non si trattava di Lercio – anche se l’aggettivo, per un abisso del genere, sarebbe appropriato – perché non c’è proprio niente da ridere...
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01/04/2016
Ansia di prestigio e miserie. L’Italia nella morsa
Sul brutale omicidio di Giulio Regeni, il 21 febbraio scorso Renzi, intervenendo all’assemblea nazionale del PD, aveva affermato che “Non accetteremo una verità artificiale e raccogliticcia. Siamo l’Italia e non accetteremo mai una verità di comodo. Non c’è business o realpolitik che tenga, non è un optional la verità per Giulio”. Ma solo qualche giorno fa, le autorità egiziane hanno fornito qualcosa di molto peggio di una verità artificiale e raccogliticcia, hanno messo in atto un aperto depistaggio e offerto cinque cadaveri di piccoli malavitosi, un messaggio teso a far capire che di questo l’Italia deve accontentarsi. Il cerino ora è nella mani di un governo che rappresenta il secondo partner commerciale dell’Egitto e di un paese al quale appartiene l’Eni che proprio recentemente ha scoperto un enorme giacimento di gas al largo delle coste egiziane. E’ evidente dunque come sia le esigenze del business che quelle della realpolitik stiano pesando maledettamente sulle contromisure che l’Italia adotterà verso l’Egitto del generale Al Sisi, alleato di ferro nella crisi libica e rilevante partner commerciale. In parlamento qualcuno ha sollevato l’opzione delle sanzioni, ma in molti hanno fatto intendere che sarebbero un boomerang, esattamente come quelle adottate contro la Russia eppure tuttora vigenti. Tra le ipotesi sollevate in questi giorni anche quella di un ritiro dell’ambasciatore italiano al Cairo, ma l’idea non convince, anzi prendono forza coloro che parlano di un rafforzamento della presenza diplomatica italiana in Egitto.
L’India intanto ha risposto picche all’accomodamento suggerito dall’Italia all’apertura dell’udienza dell’arbitrato internazionale alla Corte dell’Aja sul caso dei due marò. “E’ l’Italia ad aver rallentato l’avvio di un processo nei loro confronti con le continue richieste e petizioni presentate alle corti indiane. Non per nostra negligenza”, ha affermato il rappresentante indiano, Neeru Chadha. Qui gli strumenti di pressione diretta dell’Italia appaiono decisamente spuntati. Ragione per cui Renzi sta chiedendo l’aiutino di Obama in occasione del suo viaggio negli Usa. Barack Obama ha promesso all’India l’ingresso nell’esclusivo club del Missile Technology Control Regime: un’organizzazione che controlla il commercio mondiale di missili. Un passaggio importante per un paese che vuole giocare un ruolo di potenza e l’India, è bene ricordarlo, è già una potenza nucleare. L’ingresso, però, è regolato con il criterio della cooptazione e con l’unanimità dei membri. L’Italia, membro dell’Mtcr, già sei mesi fa si era opposta alla partecipazione dell’India, portando come motivazione proprio il caso di Girone e Latorre. Il prossimo 21 aprile è prevista una nuova sessione plenaria che ha di nuovo all’ordine del giorno l’entrata o meno dell’India. “L’aiutino” di Obama – che sta spingendo verso il commercio di armamenti e tecnologie e l’integrazione dell’India nel club occidentale – potrebbe rivelarsi l’unica carta a disposizione del governo italiano.
In Libia infine, l’arzigogolato disegno di un governo di unità nazionale come conditio sine qua non per un intervento militare esterno di “stabilizzazione” del paese, per ora vede il premier libico incaricato e riconosciuto dalla coalizione Usa/Ue/Arabia Saudita, rinchiuso in una base navale militare sulla costa e impossibilitato a mettere piede nella capitale Tripoli. Il governo italiano ha frenato – prudentemente – sull’accelerazione dell’intervento militare in Libia ma adesso si trova in una situazione di impasse. La quadratura del cerchio non c’è stata o comunque ancora non si vede. Diventa difficile nascondersi dietro schermaglie diplomatiche e battute di circostanza la cui inefficacia è sotto gli occhi di tutti.
Ci sono dunque tre dossier pesanti sul tavolo della politica e del ruolo internazionale dell’Italia. Si apre così una fase nella quale le diverse posizioni – quelle interventiste e quelle trattativiste – saranno costrette a giocare tutte le loro carte: da quella del rapporto tra costi e benefici (nel caso dell’Egitto e della Libia) a quelle “da petto in fuori” sul piano dell’immagine internazionale (il caso dell’India). L’unico dato certo che balza agli occhi è che Renzi è andato a fare petizione alla corte di Washington, un po’ come da piccoli quando si minacciava di andare a chiamare il fratello più grande nelle baruffe con i coetanei. Sarà perché in Europa sono in molti a guardarlo come un altro Berlusconi ma con trent’anni di meno. I rischi che si palesano sono sia quello di non vedere in campo una politica estera omogenea nei comportamenti verso l’Egitto, l’India e la Libia, alternando realpolitik e esigenze del business, sia quello di scegliere un solo caso – magari con il paese più debole – per esorcizzare l’immagine di una Italia che “non si fa rispettare” sul piano internazionale. Conoscendo Renzi, la sua corte, le sue relazioni, è il caso libico – l’unico in qualche modo a non aver fatto torto all’Italia – quello su cui poter costruire la retorica nazionale e nazionalista affidando ai droni, ai bombardieri e magari proprio ai Marò il compito di saturare l’ansia di prestazione sul piano internazionale. Alla fine si riduce sempre tutto a questo: se non bombardi qualcuno non sei nessuno. Ma è una mentalità che ha già dimostrato di essere suicida oltre che omicida.
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In decenni di nanismo politico da parte di tutta la classe dirigente occidentale, quella italiana riesce a manifestarsi ancora una volta come la più nana, meschina e becera.
L’India intanto ha risposto picche all’accomodamento suggerito dall’Italia all’apertura dell’udienza dell’arbitrato internazionale alla Corte dell’Aja sul caso dei due marò. “E’ l’Italia ad aver rallentato l’avvio di un processo nei loro confronti con le continue richieste e petizioni presentate alle corti indiane. Non per nostra negligenza”, ha affermato il rappresentante indiano, Neeru Chadha. Qui gli strumenti di pressione diretta dell’Italia appaiono decisamente spuntati. Ragione per cui Renzi sta chiedendo l’aiutino di Obama in occasione del suo viaggio negli Usa. Barack Obama ha promesso all’India l’ingresso nell’esclusivo club del Missile Technology Control Regime: un’organizzazione che controlla il commercio mondiale di missili. Un passaggio importante per un paese che vuole giocare un ruolo di potenza e l’India, è bene ricordarlo, è già una potenza nucleare. L’ingresso, però, è regolato con il criterio della cooptazione e con l’unanimità dei membri. L’Italia, membro dell’Mtcr, già sei mesi fa si era opposta alla partecipazione dell’India, portando come motivazione proprio il caso di Girone e Latorre. Il prossimo 21 aprile è prevista una nuova sessione plenaria che ha di nuovo all’ordine del giorno l’entrata o meno dell’India. “L’aiutino” di Obama – che sta spingendo verso il commercio di armamenti e tecnologie e l’integrazione dell’India nel club occidentale – potrebbe rivelarsi l’unica carta a disposizione del governo italiano.
In Libia infine, l’arzigogolato disegno di un governo di unità nazionale come conditio sine qua non per un intervento militare esterno di “stabilizzazione” del paese, per ora vede il premier libico incaricato e riconosciuto dalla coalizione Usa/Ue/Arabia Saudita, rinchiuso in una base navale militare sulla costa e impossibilitato a mettere piede nella capitale Tripoli. Il governo italiano ha frenato – prudentemente – sull’accelerazione dell’intervento militare in Libia ma adesso si trova in una situazione di impasse. La quadratura del cerchio non c’è stata o comunque ancora non si vede. Diventa difficile nascondersi dietro schermaglie diplomatiche e battute di circostanza la cui inefficacia è sotto gli occhi di tutti.
Ci sono dunque tre dossier pesanti sul tavolo della politica e del ruolo internazionale dell’Italia. Si apre così una fase nella quale le diverse posizioni – quelle interventiste e quelle trattativiste – saranno costrette a giocare tutte le loro carte: da quella del rapporto tra costi e benefici (nel caso dell’Egitto e della Libia) a quelle “da petto in fuori” sul piano dell’immagine internazionale (il caso dell’India). L’unico dato certo che balza agli occhi è che Renzi è andato a fare petizione alla corte di Washington, un po’ come da piccoli quando si minacciava di andare a chiamare il fratello più grande nelle baruffe con i coetanei. Sarà perché in Europa sono in molti a guardarlo come un altro Berlusconi ma con trent’anni di meno. I rischi che si palesano sono sia quello di non vedere in campo una politica estera omogenea nei comportamenti verso l’Egitto, l’India e la Libia, alternando realpolitik e esigenze del business, sia quello di scegliere un solo caso – magari con il paese più debole – per esorcizzare l’immagine di una Italia che “non si fa rispettare” sul piano internazionale. Conoscendo Renzi, la sua corte, le sue relazioni, è il caso libico – l’unico in qualche modo a non aver fatto torto all’Italia – quello su cui poter costruire la retorica nazionale e nazionalista affidando ai droni, ai bombardieri e magari proprio ai Marò il compito di saturare l’ansia di prestazione sul piano internazionale. Alla fine si riduce sempre tutto a questo: se non bombardi qualcuno non sei nessuno. Ma è una mentalità che ha già dimostrato di essere suicida oltre che omicida.
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In decenni di nanismo politico da parte di tutta la classe dirigente occidentale, quella italiana riesce a manifestarsi ancora una volta come la più nana, meschina e becera.
10/08/2015
Marò. Il caso è al tribunale internazionale di Amburgo. Dichiarazioni al vetriolo tra Italia e India
Il caso dei due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati dell'omicidio di due pescatori del Kerala mentre erano a bordo del mercantile Enrica Lexie, è approdato oggi per la prima volta in un'aula di giustizia internazionale. Si tratta del Tribunale internazionale per il diritto del mare (in sigla Unclos) di Amburgo, a seguito della richiesta dell'Italia di apertura di un procedimento di arbitrato internazionale. Si prevede che la discussione proseguirà anche nella giornata di domani.
Il governo italiano chiede che anche Salvatore Girone, tuttora detenuto in India, possa rientrare in Italia, dopo che Massimiliano Latorre - attualmente in convalescenza a casa - possa restarvi per tutto il tempo del procedimento giudiziario al tribunale di Amburgo. Ma soprattutto il governo italiano pretende che l'India cessi di esercitare qualunque tipo di giurisdizione sul caso, che risale ormai al febbraio del 2012.
Il governo italiano ha affidato il caso a un famoso giurista inglese, Sir Daniel Betlehem, ex direttore del Servizio affari giuridici del ministero degli Esteri britannico e da molti anni membro del Comitato consultivo del "British Institute of International and Comparative Law". Titolare di un prestigioso e costosissimo studio legale internazionale, Betlehem ha partecipato a decine di procedimenti presso Corti arbitrali in contenziosi tra Stati. Il legale è alla guida di un team formato oltre un anno fa, composto da avvocati, professori di diritto internazionale, esperti della Farnesina e della Avvocatura dello Stato a tutela degli interessi della Repubblica italiana. La fase di costituzione della Corte arbitrale dovrà avvenire entro il 26 agosto. In seguito dovrà definire le proprie regole procedurali e la propria sede. Come rappresentante del governo italiano presso la Corte arbitrale e presso il Tribunale di Amburgo è stato nominato Francesco Azzarello, ambasciatore d'Italia a L'Aia. L’ambasciatore italiano ha già cominciato il gioco duro dichiarando che “I Marò non sono ancora stati incriminati di alcun reato dalla giustizia indiana. Ma l'India dimostra di "disprezzare il giusto processo" ritenendoli già colpevoli, con "un atteggiamento che esemplifica al meglio l'impasse in cui oggi ci troviamo" ha dichiarato l'ambasciatore Francesco Azzarello nell'aula del Tribunale di Amburgo. Girone è "ostaggio" dell'India, mentre la salute di Latorre è "a rischio, se fosse costretto a tornarvi". E' quanto si legge nelle 'Richieste di misure provvisorie' avanzate dall'Italia al Tribunale di Amburgo, pubblicate sul sito dello stesso Unclos.
Altrettanto dura la replica delle autorità indiane: "Definire Girone un ostaggio è inappropriato e offensivo", a Delhi "gode di una vita confortevole". E "la salute di Latorre potrebbe migliorare nei prossimi mesi" consentendogli di tornare a Delhi. Con queste parole l'India ha respinto le richieste "urgenti" dell'Italia di liberare i marò. Sul caso Marò, il comportamento dell'Italia è “in malafede", per "non aver mantenuto promesse solenni in passato” si legge nelle 'Osservazioni scritte' dell'India depositate al Tribunale di Amburgo e pubblicate oggi.
La posizione italiana è che "il governo ha sempre, sin dal momento dell'incidente, rivendicato l'esclusiva competenza giuridica italiana, trattandosi di nave battente la nostra bandiera per fatti accaduti in acque internazionali". Per quanto riguarda i due Marò, inoltre, il governo ha sempre sostenuto che, poiché essi svolgevano funzioni ufficiali, devono godere della relativa immunità".
L'India si oppone a questa interpretazione, rivendicando che "la territorialità del reato commesso" (a 20,5 miglia della costa in "acque contigue") e contestando lo stesso ricorso dell'Italia alla procedura arbitrale internazionale.
Fonte
Il governo italiano chiede che anche Salvatore Girone, tuttora detenuto in India, possa rientrare in Italia, dopo che Massimiliano Latorre - attualmente in convalescenza a casa - possa restarvi per tutto il tempo del procedimento giudiziario al tribunale di Amburgo. Ma soprattutto il governo italiano pretende che l'India cessi di esercitare qualunque tipo di giurisdizione sul caso, che risale ormai al febbraio del 2012.
Il governo italiano ha affidato il caso a un famoso giurista inglese, Sir Daniel Betlehem, ex direttore del Servizio affari giuridici del ministero degli Esteri britannico e da molti anni membro del Comitato consultivo del "British Institute of International and Comparative Law". Titolare di un prestigioso e costosissimo studio legale internazionale, Betlehem ha partecipato a decine di procedimenti presso Corti arbitrali in contenziosi tra Stati. Il legale è alla guida di un team formato oltre un anno fa, composto da avvocati, professori di diritto internazionale, esperti della Farnesina e della Avvocatura dello Stato a tutela degli interessi della Repubblica italiana. La fase di costituzione della Corte arbitrale dovrà avvenire entro il 26 agosto. In seguito dovrà definire le proprie regole procedurali e la propria sede. Come rappresentante del governo italiano presso la Corte arbitrale e presso il Tribunale di Amburgo è stato nominato Francesco Azzarello, ambasciatore d'Italia a L'Aia. L’ambasciatore italiano ha già cominciato il gioco duro dichiarando che “I Marò non sono ancora stati incriminati di alcun reato dalla giustizia indiana. Ma l'India dimostra di "disprezzare il giusto processo" ritenendoli già colpevoli, con "un atteggiamento che esemplifica al meglio l'impasse in cui oggi ci troviamo" ha dichiarato l'ambasciatore Francesco Azzarello nell'aula del Tribunale di Amburgo. Girone è "ostaggio" dell'India, mentre la salute di Latorre è "a rischio, se fosse costretto a tornarvi". E' quanto si legge nelle 'Richieste di misure provvisorie' avanzate dall'Italia al Tribunale di Amburgo, pubblicate sul sito dello stesso Unclos.
Altrettanto dura la replica delle autorità indiane: "Definire Girone un ostaggio è inappropriato e offensivo", a Delhi "gode di una vita confortevole". E "la salute di Latorre potrebbe migliorare nei prossimi mesi" consentendogli di tornare a Delhi. Con queste parole l'India ha respinto le richieste "urgenti" dell'Italia di liberare i marò. Sul caso Marò, il comportamento dell'Italia è “in malafede", per "non aver mantenuto promesse solenni in passato” si legge nelle 'Osservazioni scritte' dell'India depositate al Tribunale di Amburgo e pubblicate oggi.
La posizione italiana è che "il governo ha sempre, sin dal momento dell'incidente, rivendicato l'esclusiva competenza giuridica italiana, trattandosi di nave battente la nostra bandiera per fatti accaduti in acque internazionali". Per quanto riguarda i due Marò, inoltre, il governo ha sempre sostenuto che, poiché essi svolgevano funzioni ufficiali, devono godere della relativa immunità".
L'India si oppone a questa interpretazione, rivendicando che "la territorialità del reato commesso" (a 20,5 miglia della costa in "acque contigue") e contestando lo stesso ricorso dell'Italia alla procedura arbitrale internazionale.
Fonte
05/07/2015
Basta non chiamarlo marò. Lo stupratore sui media
Uno stupro è uno stupro. Qualsiasi giornalista
alle prese con una notizia del genere non ha molto da pensare o da
mettersi a giocare con le parole. Tranne nel caso che si tratti di un
militare o comunque di un appartenente alle "forze dell'ordine".
Nel caso di Roma si sono potuti vedere all'opera tutti gli artifici lessicali possibili pur di non tirare fuori alcune parole-chiave che avrebbero potuto generare un piccolo cortocircuito mentale nei lettori o nei telespettatori. Non ci occupiamo qui, naturalmente, delle merde umane che nei commenti da social network hanno "virilmente" provato a processare la ragazza, "rea" di aver voluto vedere i fuochi artificiali - molto istituzionali, peraltro - di Castel Sant'Angelo; e quindi di essere per strada a tarda ora, intorno a piazzale Clodio, in un'afosa e affollata serata romana.
Prendiamo il quotidiano del benpensante romano medio, Il Messaggero:
Diciamo che a questo punto ci si poteva addirittura attendere un'indignato articolo contra la "casta" dei dipendenti pubblici, nullafacenti e all'occasione anche stupratori. Non mancano certo penne audaci abituate a far questo.
Certo, quel dettaglio messo in fondo ("mercoledì si sarebbe dovuto imbarcare per una missione") stona un po' con l'immagine del travet nullafacente. Anzi, richiama tutt'altro immaginario, come anche le prime foto che ritraggono un palestrato parecchio in forma. Gli impiegati non vanno in "missione di pace" (a proposito: non ci hanno neanche detto quale).
Gli arsenali della Marina sono molti, quasi tutti allo stato museale. Ma non è lì che svolge le sue mansioni l'arrestato. Anzi, il sito ufficiale del ministero della Difesa non fa neanche menzione di "arsenali" di questo tipo nella sua area di competenza.
Dunque? Il signore ripreso dalle telecamere mentre fugge è certamente un "militare" che doveva "partire in misione". Insomma è un uomo dei gruppi operativi (non ci viene detto quale), uno che va a combattere e sparare, non un passacarte alle prese con i timbri.
Gente così, ma forse siamo solo sospettosi, in genere viene definita marò, anche se tecnicamente viene riferita specificamente agli incursori. Ma come faceva un giornalista medio, un faticatore della cronaca cittadina, a rischiare il posto usando una parola che deve essere usata soltanto per "i santi" affittati per proteggere una petroliera privata e sciaguratamente autori di un duplice omicidio ai danni di due pescatori? Gente insomma, che "rivogliamo indietro" e per cui ci viene spesso chiesto di spendere una lacrimuccia...
Ma è in questo modo che viene imbesuita l'"opinione pubblica"...
Fonte
Nel caso di Roma si sono potuti vedere all'opera tutti gli artifici lessicali possibili pur di non tirare fuori alcune parole-chiave che avrebbero potuto generare un piccolo cortocircuito mentale nei lettori o nei telespettatori. Non ci occupiamo qui, naturalmente, delle merde umane che nei commenti da social network hanno "virilmente" provato a processare la ragazza, "rea" di aver voluto vedere i fuochi artificiali - molto istituzionali, peraltro - di Castel Sant'Angelo; e quindi di essere per strada a tarda ora, intorno a piazzale Clodio, in un'afosa e affollata serata romana.
Prendiamo il quotidiano del benpensante romano medio, Il Messaggero:
È un 31enne appartenente al Ministero della Difesa - in forza presso l'Arsenale della Marina, l'uomo fermato per violenza sessuale aggravata, in relazione allo stupro di una minorenne nei pressi di piazzale Clodio. Il militare, presunto responsabile dello stupro della 16enne, violentata a Roma lunedì sera, era di passaggio a Roma. L'uomo si sarebbe dovuto imbarcare oggi per una missione militare.Quasi identica la scheda del Corriere della Sera:
Fermato il (presunto) responsabile dello stupro a Prati. Giuseppe Franco, 31enne originario di Cassano Jonio, in provincia di Cosenza, dipendente del ministero della Difesa in forza all’Arsenale della Marina, è «gravemente indiziato» del reato di violenza sessuale aggravata sulla 15enne. Davanti agli inquirenti all’inizio il militare avrebbe respinto l’accusa sostenendo che il rapporto con la ragazza è stato consensuale. Franco era di passaggio a Roma perché mercoledì si sarebbe dovuto imbarcare per una missione.Ancora più sintetica la descrizione di RaiNews:
E' un militare 31enne in forza presso l'Arsenale della Marina l'uomo arrestato per violenza sessuale aggravata, in relazione allo stupro di una minorenne nei pressi di piazzale Clodio.Si potrebbe andare avanti a lungo, ma il discorso non cambierebbe. L'ordine di scuderia - probabilmente innescato da un lancio d'agenzia su segnalazione della questura di Roma, come sempre avvene per i casi di cronaca nera - è chiaro: lo stupratore è un dipendente del ministero della Difesa in forza all’Arsenale della Marina. Non proprio un impiegato pubblico, ma quasi. Impressione rafforzata dall'indignato comunicato dello stesso ministero della Difesa, che rende noto che l'uomo "è stato immediatamente sospeso dall'impiego", sottolineando che il ministero "dove ne ricorrano i presupposti, non mancherà di promuovere la costituzione in giudizio della pubblica amministrazione".
Diciamo che a questo punto ci si poteva addirittura attendere un'indignato articolo contra la "casta" dei dipendenti pubblici, nullafacenti e all'occasione anche stupratori. Non mancano certo penne audaci abituate a far questo.
Certo, quel dettaglio messo in fondo ("mercoledì si sarebbe dovuto imbarcare per una missione") stona un po' con l'immagine del travet nullafacente. Anzi, richiama tutt'altro immaginario, come anche le prime foto che ritraggono un palestrato parecchio in forma. Gli impiegati non vanno in "missione di pace" (a proposito: non ci hanno neanche detto quale).
Gli arsenali della Marina sono molti, quasi tutti allo stato museale. Ma non è lì che svolge le sue mansioni l'arrestato. Anzi, il sito ufficiale del ministero della Difesa non fa neanche menzione di "arsenali" di questo tipo nella sua area di competenza.
Dunque? Il signore ripreso dalle telecamere mentre fugge è certamente un "militare" che doveva "partire in misione". Insomma è un uomo dei gruppi operativi (non ci viene detto quale), uno che va a combattere e sparare, non un passacarte alle prese con i timbri.
Gente così, ma forse siamo solo sospettosi, in genere viene definita marò, anche se tecnicamente viene riferita specificamente agli incursori. Ma come faceva un giornalista medio, un faticatore della cronaca cittadina, a rischiare il posto usando una parola che deve essere usata soltanto per "i santi" affittati per proteggere una petroliera privata e sciaguratamente autori di un duplice omicidio ai danni di due pescatori? Gente insomma, che "rivogliamo indietro" e per cui ci viene spesso chiesto di spendere una lacrimuccia...
Ma è in questo modo che viene imbesuita l'"opinione pubblica"...
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21/09/2014
Il colonialismo strisciante parte seconda: da Napoli al Kerala passando per Ferguson
Napoli, Italia: un militare
spara “accidentalmente” ad un ragazzo che non si era fermato ad un posto
di blocco. Il ragazzo, Davide Bifolco, muore sul colpo. La sacrosanta
rabbia popolare si trasforma in manifestazioni di piazza, ma soprattutto
in diffusa indignazione verso l’operato dei militari. Un generale
sdegno, uno strisciante risentimento, che si fa strada nonostante tutti
gli organi deputati alla formazione dell’opinione pubblica (giornali,
TG, Parlamento, Facebook, Twitter, commentatori accreditati, radio, ecc)
abbiano fatto muro a difesa dei carabinieri e delle istituzioni
statali. Un muro costruito sulla contrapposizione artificiosa tra Stato e
camorra, una dicotomia fondata sulla falsità di chi si considera unica
espressione della vita democratica, ultimo argine alla barbarie mafiosa.
O con lo Stato o con la camorra, ci dicono i media unificati.
Nonostante questo, e nonostante la pancia assuefatta e biliosa del paese
approvi la giustizia sommaria con pena di morte, il pensiero comune è
di una sostanziale avversità verso l’operato dei militari e delle forze
dell’ordine. Ovviamente non il “pensiero comune” della società nel suo
complesso, ma di quella parte che più frequentemente vive sulla propria
pelle le varie forme della repressione: politica, sociale, economica.
Golfo del Kerala, India: due militari sparano “accidentalmente” a due pescatori indiani colpevoli, probabilmente,
di non essersi subito fatti riconoscere all’intimazione dei militari
presenti sulla petroliera Enrica Lexie. I due pescatori, Ajesh Binki e
Valentine Jelastine, muoiono sul colpo. La magistratura indiana avvia
subito un indagine, ferma i due militari (ma non li arresta: i due
militari hanno solo un obbligo di non lasciare lo Stato indiano).
Immediatamente la reazione, tanto dei media quanto del paese in
generale, a parte poche lodevoli eccezioni, è stata quella del fronte
comune con i due militari italiani. Sin da subito, e ancora oggi,
trovare il nome dei due pescatori uccisi è un impresa non indifferente;
nessuno sa bene cosa sia successo, ma tutti concordano sulla legittimità
della giustizia sommaria per preservare i sacri affari contro i
fantomatici pirati indiani.
La vicenda dei Marò in fondo ci ha
subito raccontato del viscerale pregiudizio colonialista/razzista del
nostro paese. La sorte delle due vittime non ha mai, in alcun momento,
interessato nessuno. Nessuno sa chi sono, nessuno si è interessato a
quello che facevano, men che meno nessuno si è interessato alle loro
famiglie o alla reazione della comunità locale. L’inutilità di quelle
vite e delle loro vicende è il vero tratto caratteristico di tutta la
questione. Al contrario, i responsabili di quegli omicidi sono stati
fatti passare subito per vittime, le vere vittime di tutta la
questione. Vittime di uno Stato “inferiore”, di una giustizia non
all’altezza, di una popolazione primitiva, eccetera.
Quanta differenza con la vicenda di
Davide Bifolco, di cui sappiamo (giustamente) tutto, quel tutto che
serve a restituire dignità e umanità ad una vittima della
militarizzazione dell’ordine pubblico. Soprattutto, sappiamo che quel
ragazzo era inserito in una comunità, in un territorio, in un quartiere,
con le sue relazioni e le sue vicende umane. Che non era un
“delinquente”, pertanto da giustiziare senza troppi problemi morali. E
che non cambiava di una virgola il ragionamento anche se fosse stato
davvero un delinquente, un criminale, o come si è soliti etichettare una
certa marginalità sociale prodotta dalle politiche di espulsione dei
ceti popolari dal centro metropolitano della società integrata.
Quello che però ammettiamo qui da noi,
questa contronarrazione che si oppone (e si impone) con la lotta alla
versione ufficiale dello Stato, non viene riprodotta quando riguarda
altre popolazioni, o meglio ancora altre popolazioni considerate non
alla pari. I commentatori illuminati, i giornali progressisti, i partiti
“radicaleggianti”, oggi fingono di appoggiare la rabbia popolare di
Napoli dimenticandosi l’appoggio incondizionato ai due militari
assassini, che da due anni vivono in vacanza a spese dello Stato
nell’ambasciata italiana. E’ questa doppia morale la vera prova di un
pregiudizio difficile da rimuovere, e che anzi vegeta imperterrito
sottotraccia, qualsiasi sia il cambiamento della superficie sociale o
politica di riferimento.
Qualche giorno fa Infoaut pubblicava un interessante e condivisibile articolo
sulle differenze tra Traiano e Ferguson. Alle tante e sagge
argomentazioni riportate, se ne può aggiungere anche un’altra che
discende direttamente dalle premesse di cui sopra, e cioè dalla
persistente mentalità razzista di chi produce opinione pubblica in
Italia e in Europa: Davide Bifolco, Ajesh Binki e Valentine Jelastine
non condividono la stessa gerarchia sociale nella percezione dei
commentatori mainstream, e dunque in quella dell’opinione pubblica.
Nonostante i tentativi di espellere quote di “connazionali” dalla
società integrata, equiparando precario e immigrato in una perenne
marginalità esclusa ed escludente, questo processo non si è ancora
assestato. Tale fatto è invece pienamente compiuto negli Stati Uniti, e
Mike Brown, assassinato a Ferguson, fa già parte di un’altra comunità, è
già “altro” rispetto alla rispettabile società integrata statunitense.
Mike Brown è il pescatore indiano, le due sorti sono accomunate
dall’inutilità sostanziale delle loro vite. Delle sorti di Mike Brown
possono interessarsi i neri come lui, gli esclusi come lui, a differenza
di Davide Bifolco, che invece mette ancora in contraddizione i
commentatori progressisti nostrani. Le differenze nella qualità politica
della protesta discendono anche da questo. Le comunità proletarie nere
statunitensi percepiscono immediatamente questa alterità rispetto allo
Stato in cui risiedono, questo rifiuto per un sistema che li esclude,
cosa che invece non può dirsi per i tanti Davide Bifolco che continuano a
morire per mano delle forze dell’ordine italiane.
22/06/2014
Caso Marò. Gli albergatori di Venezia scrivono ai turisti indiani
Ieri i quotidiani veneti e i Tg locali hanno dato ampio risalto ad una iniziativa di una associazione veneziana di albergatori che sta distribuendo ai turisti indiani una lettera sul caso dei fucilieri di marina italiani accusati di aver assassinato due pescatori indiani, Ajesh Binky, di 25 anni e Selestian Valentine, di 45 anni.
Logica vorrebbe che si trattasse di una lettera di ringraziamento ai turisti indiani che hanno scelto di visitare Venezia, nonostante da due anni imperversi in Italia una campagna mediatica fascista e sciovinista tesa a presentare i due marò come eroi nazionali.
Ma la lettera degli albergatori veneziani è invece di tutt'altro tono:
I convenevoli iniziali non gli diranno nulla. Che il popolo italiano e quello indiano siano da sempre amici è una affermazione priva di significato storico. Ma in fondo si tratta solo di una formula verbale tesa a presentarsi in modo formalmente cortese.
«Due nostri cittadini sono detenuti da anni in India». Qui il nostro ipotetico turista indiano non potrà che sorridere di fronte all'ignoranza degli albergatori veneziani perché i due marò non sono detenuti da nessuno e non hanno passato un solo giorno nelle prigioni indiane, alloggiando prima in hotel di lusso e poi nell'ambasciata italiana a Nuova Delhi, con il solo divieto di abbandonare il territorio indiano.
Però se il nostro turista indiano fosse ben informato sui fatti italiani potrebbe anche non alterarsi e pensare che forse la parola «detenuto» in italiano ha un significato diverso da quello universalmente attribuitogli, tant'è che il «detenuto» Berlusconi gira per l'Italia libero come un fringuello.
«Non sta certo a noi stabilire come si sono svolti i fatti». Il turista indiano comincerà a pensare di avere a che fare con dei paraculi. Perché i fatti sono accertati: Ajesh Binky e Selestian Valentine sono stati uccisi da pallottole sparate dai fucili Beretta in dotazione ai militari italiani sulla Enrica Lexie che si trovava a meno di 24 miglia nautiche dalla costa indiana e quindi nella zona in cui è diritto di uno Stato, in questo caso l'India, far valere la propria giurisdizione. E il governo italiano ha implicitamente ammesso tutto questo nel momento in cui ha pagato oltre 300 mila euro alle famiglie dei due pescatori in cambio del ritiro della denuncia.
«Il popolo italiano si sente umiliato da questa vicenda, e l’umiliazione spesso porta ad incrinare amicizie storiche». A questo punto l'ipotetico turista indiano si preoccuperà davvero. A parte la palla dell'amicizia storica che non è mai esistita, il tono della lettera non potrà che essere interpretato come una esplicita minaccia e il nostro turista non potrà che pensare che questi albergatori non solo sono ignoranti e paraculi, ma sono anche pericolosi sciovinisti che si sentono umiliati se un paese del sud del mondo chiede giustizia per due propri cittadini assassinati senza motivo.
Per fortuna, penserà il nostro turista indiano, sono solo albergatori e questa minaccia al massimo si potrà tradurre nel rifiuto di rassettarmi la stanza a causa della rottura del rapporto amicale tra i nostri popoli.
Ma gli albergatori veneziani dichiarano di aver inviato copia per conoscenza della loro lettera anche all'ambasciatore indiano e a questo punto la questione si fa seria perché per un diplomatico il tono della lettera è quello di un ultimatum. Ma che cosa faranno gli albergatori veneziani se l'ambasciatore indiano non si adeguerà al loro ultimatum?
Urge l'intervento di un buon psicoterapeuta in grado di curare i disturbi relazionali degli albergatori veneziani e di spiegare loro che per quanto abbiano alla loro dipendenze personale in divisa non per questo sono legittimati a credersi tanti piccoli Napoleoni.
Fonte
Logica vorrebbe che si trattasse di una lettera di ringraziamento ai turisti indiani che hanno scelto di visitare Venezia, nonostante da due anni imperversi in Italia una campagna mediatica fascista e sciovinista tesa a presentare i due marò come eroi nazionali.
Ma la lettera degli albergatori veneziani è invece di tutt'altro tono:
«Caro turista indiano, benvenuto nella nostra città! I nostri due popoli sono eredi di una cultura millenaria e da sempre amici. Purtroppo fatti accaduti recentemente rischiano di incrinare questa storica amicizia. Due nostri cittadini sono detenuti da anni in India. Non sta certo a noi stabilire come si sono svolti i fatti. Quello che vogliamo sottolineare è che il popolo italiano si sente umiliato da questa vicenda, e l’umiliazione spesso porta ad incrinare amicizie storiche. Noi crediamo fermamente nella forza della ragione e nella diplomazia. Pensiamo però che il punto a cui si è giunti necessiti di uno sforzo pacificatorio dei popoli e non solo dei governi.»Non si hanno al momento notizie di reazioni particolari da parte di qualche turista indiano, ma è facile immaginarle.
I convenevoli iniziali non gli diranno nulla. Che il popolo italiano e quello indiano siano da sempre amici è una affermazione priva di significato storico. Ma in fondo si tratta solo di una formula verbale tesa a presentarsi in modo formalmente cortese.
«Due nostri cittadini sono detenuti da anni in India». Qui il nostro ipotetico turista indiano non potrà che sorridere di fronte all'ignoranza degli albergatori veneziani perché i due marò non sono detenuti da nessuno e non hanno passato un solo giorno nelle prigioni indiane, alloggiando prima in hotel di lusso e poi nell'ambasciata italiana a Nuova Delhi, con il solo divieto di abbandonare il territorio indiano.
Però se il nostro turista indiano fosse ben informato sui fatti italiani potrebbe anche non alterarsi e pensare che forse la parola «detenuto» in italiano ha un significato diverso da quello universalmente attribuitogli, tant'è che il «detenuto» Berlusconi gira per l'Italia libero come un fringuello.
«Non sta certo a noi stabilire come si sono svolti i fatti». Il turista indiano comincerà a pensare di avere a che fare con dei paraculi. Perché i fatti sono accertati: Ajesh Binky e Selestian Valentine sono stati uccisi da pallottole sparate dai fucili Beretta in dotazione ai militari italiani sulla Enrica Lexie che si trovava a meno di 24 miglia nautiche dalla costa indiana e quindi nella zona in cui è diritto di uno Stato, in questo caso l'India, far valere la propria giurisdizione. E il governo italiano ha implicitamente ammesso tutto questo nel momento in cui ha pagato oltre 300 mila euro alle famiglie dei due pescatori in cambio del ritiro della denuncia.
«Il popolo italiano si sente umiliato da questa vicenda, e l’umiliazione spesso porta ad incrinare amicizie storiche». A questo punto l'ipotetico turista indiano si preoccuperà davvero. A parte la palla dell'amicizia storica che non è mai esistita, il tono della lettera non potrà che essere interpretato come una esplicita minaccia e il nostro turista non potrà che pensare che questi albergatori non solo sono ignoranti e paraculi, ma sono anche pericolosi sciovinisti che si sentono umiliati se un paese del sud del mondo chiede giustizia per due propri cittadini assassinati senza motivo.
Per fortuna, penserà il nostro turista indiano, sono solo albergatori e questa minaccia al massimo si potrà tradurre nel rifiuto di rassettarmi la stanza a causa della rottura del rapporto amicale tra i nostri popoli.
Ma gli albergatori veneziani dichiarano di aver inviato copia per conoscenza della loro lettera anche all'ambasciatore indiano e a questo punto la questione si fa seria perché per un diplomatico il tono della lettera è quello di un ultimatum. Ma che cosa faranno gli albergatori veneziani se l'ambasciatore indiano non si adeguerà al loro ultimatum?
Urge l'intervento di un buon psicoterapeuta in grado di curare i disturbi relazionali degli albergatori veneziani e di spiegare loro che per quanto abbiano alla loro dipendenze personale in divisa non per questo sono legittimati a credersi tanti piccoli Napoleoni.
Fonte
10/06/2014
Samba e martello: Girone libero, Latorre stopper
L’idea di fare dell’Italia un gigantesco sponsor per i due marò: il paese che sembra una scarpa va in trasferta.
L’Italia è quel gigantesco bar sport in cui, quando si potrebbe pure parlare di sport, si preferisce parlare d’altro. Di politica internazionale, ad esempio: l'importante è farlo con la stessa leggerezza. Così, gli ambienti più reazionari del Belpaese hanno avuto la folgorazione. Sarà il caldo, sarà lo stress, ma l’idea è quella di far diventare la nazionale italiana uno sponsor per la liberazione dei due marò. Avete presente Tommie Smith e John Carlos che alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968 si fecero immortalare con il pugno alzato sul podio come «alfieri di una razza povera e discriminata cui l'America concedeva dignità solo in cambio di successi sportivi» (cit. Matteo Patrono)? Ecco, in mancanza di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, ancora bloccati nelle residenze italiane in India in attesa di giudizio, si vorrebbe delegare a Buffon e agli altri un qualche gesto più o meno clamoroso per far presente al mondo che in Italia c’è questo problema. Magari con una coccardina gialla da mettere sul braccio. Eccolo il colpo di genio. Il paese che sembra una scarpa va in trasferta.
Il potenziale trash di un’operazione del genere è effettivamente notevole, come d’altra parte il sottovalutare – anzi, il non considerare proprio – che l’Italia con il Brasile ha ancora in sospeso la vicenda di Cesare Battisti. Al di là delle due questioni – Battisti e i marò – a nessuno è ancora venuto in mente di chiedersi perché nessuno al mondo vuole mandare la gente a farsi processare in Italia. E, in fondo, le notizie degli ultimi giorni non sono affatto edificanti, in questo senso. A scorrere le cronache giudiziarie viene fuori che si vorrebbe processare Erri De Luca per un’intervista in cui ha criticato la Tav, mentre a Varese si fa di tutto per non punire chi ha ucciso Giuseppe Uva (gli uomini in divisa? No, loro hanno solo abusato della propria autorità, che non vuol dire aver ammazzato qualcuno, dice la procura. Resta un fatto: prima di essere arrestato, Uva era ancora vivo). È vero che nei tribunali non si scrive la storia, e tutto quello che esce da un’aula può, al massimo, definirsi parziale e contraddittoria come versione dei fatti, ma lo stato di diritto in Italia ha qualche evidente problemino.
Quando i due marò tornarono in Italia ai tempi del famoso ‘permesso premio’ furono addirittura ricevuti al Quirinale, mentre Fratelli d’Italia aveva già in mente di metterli in lista per le politiche. Ai margini, il ministro degli Esteri il cui cognome è un genitivo, Giulio Terzi di Sant’Agata, illustrava ai giornali il suo memorabile piano, evidentemente frutto di tutti gli anni passati a fare l’ambasciatore: abbiamo chiesto in ginocchio agli indiani di ridarci ‘sti due ragazzi per le vacanze di Natale e ora, tié, col cazzo che li rispediamo indietro. Per quanto assurdo possa sembrare, questo era il piano del governo Monti.
Casapound, in un tripudio di bandiere sotto Montecitorio, dichiarò addirittura guerra all’India, tra ipotesi di complotto – memorabile il finto perito che dimostrava l’innocenza dei due grazie a delle immagini riprese dai telegiornali e da qualche rivista scandalistica –, patrio orgoglio ferito e immancabili magliette giallo canarino, tipo la Fermana. Ma nel frattempo deve esserci stato qualche problema con i traghetti per Mumbai...
Quale paese avrebbe potuto pensare che i due marò avrebbero dovuto affrontare un «equo processo» in Italia? Su Cesare Battisti pure sono stati usati litri d’inchiostro per far presente che il processo a suo carico non era esattamente un esempio di giurisprudenza e che le prove a discarico superavano per massa ed entità quelle a carico: per tutta risposta fu proposto di bruciare i libri degli scrittori che sostenevano questa tesi. Ripetiamo: chi è che dice che in Italia si fanno processi equi?
A questo punto vi chiederete: ma tutto questo che c’entra con i mondiali di calcio? Niente, come i marò. Non c’entrano proprio niente.
Fonte
16/05/2014
Le elezioni indiane Le attese per i Marò L’azzardo contractors
Due anni dopo e due Marò sempre detenuti si ricomincia da capo. Basta Stafan De Mistuira a fare l’italiano pensando in svedese, torna l’ambasciatore richiamato dopo lunghe “consultazioni” e ora aspettare per vedere come girerà la giostra indiana col governo della destra nazionalista hindu.
Ricordate i due fucilieri di marina Latorre e Girone che qualcuno aveva fatto salire a bordo della Enrica Lexie? Un piacere fatto per legge agli armatori. In quel caso all’imprenditore Messina che per la minaccia dei pirati in quel tratto di oceano sino alla costa somala era costretto a pagare o polizze assicurative da brivido ai Lloyrd’s o un mucchio di soldi a qualche compagnia di Contractors privati. Noi non ce ne siamo mai dimenticati e continuiamo a cercare novità, convinti che in tutta quella storia c’è qualcosa che puzza e non riguarda certo la buona o pessima mira del nostri marò.
Sapete che accade oggi tra chi naviga in quelle acque? Mediamente sono tra le 12 e le 16 i mercantili di bandiera italiana che navigano nelle così dette acque di ‘pirateria’. Ebbene, solo 4 di queste hanno a bordo i nuclei militari di protezione, i ‘Nuclei di Protezione Militare’ composti da sei marò della Marina Militare. Esattamente come era sulla Enrica Lexie. Gli NPM - come vengono chiamati - sono impiegati nelle tratte di oceano indiano tra Gibuti fino a Galle, nello Sri Lanka. Lo Stato ci mette uomini, professionalità e armi, l’armatore rimborsa i tre soldi di ‘missione estera’ e le altre spese.
Altri Latorre e Girone in giro per mari infidi. Ma è più interessante sapere che ben 6 mercantili, di solito cargo “ro-ro”, “portacontainer”, ma anche petroliere con rotta attraverso il canale di Suez imbarcano team di 4 guardie giurate. Quindi qualcuno che paga il soldo sonante della vigilanza armata privata c’è. Poi ci sono anche quelli che rischiano, altre sei imbarcazioni dirette in oriente che viaggiano prive di team di NMP e Guardie giurate. Rischio calcolato. Si gioca sull’interesse dei sequestratori, sui rischi per loro - i pirati - nell’arrembaggio e poi nel vigilare le navi per il riscatto.
Pensiamo ad una nave gasiera o carica di sostanze chimiche. Per loro (gli armatori) minor rischio nel sequestro da parte dei pirati che nell’abbordaggio dove si avrebbero problemi ad esplodere colpi di arma da fuoco e razzi RPG e successivamente a mantenere in sicurezza il carico durante la sosta forzata in acque somale. Ma andiamo a curiosare oltre. Cosa accade sui mercantili di altri Paesi? Ad esempio i potentissimi Stati Uniti d’America che da sempre sono contrari a pagare per un riscatto e che poi perseguono impietose vendette di ammonimento. Ad esempio con l’impiego dei loro Marò, i noti Navy SEAL.
Indicativo il caso del mercantile statunitense Maersk Alabama. Nel 2009 la portacontainers viene sequestrata da un gruppo di 4 pirati somali. A fermare il dirottamento intervengono navi militari con tiratori scelti che uccidono 3 pirati. Da allora nessun altro tentativo contro navi stelle e strisce. Troppo da Cowboy ma con un utile ammonimento a seguire. Per il futuro dei prossimi contractors di casa, le speciali guardie giurate anti pirateria di cui ancora non sappiamo chi le possa addestrare. Sempre sulla Maersk Alabama, a febbraio, due ex Navy SEAL sono morti a bordo per overdose.
Materia interessante quella del riciclo dei nostri ex militari d’assalto. Chi verifica per conto dello Stato la loro idoneità, chi addestra e quanto ci guadagna? Andremo ad impicciarci.
Fonte
02/05/2014
Cambiamogli nome: ‘IndiadeiMarò’ al voto coi loro Berlu e Grillo
Sino alla liberazione dei due fucilieri di marina italiani quel Paese sarà per noi «IndiadeiMarò». Elezioni infinite: polemiche per lo show di Modi, l’estroso e discusso leader del centrodestra, il Berlusconi locale dato come vincente rischia il carcere per il suo ennesimo show fuori le regole
Anche in India la stampa non amica è arrivata a chiamarlo il Berlusconi del continente dei Maharaja. Lui è Narendra Modi, leader della destra, probabile vincitore delle infinite elezioni politiche in India che durano due settimane. Forse vincerà le elezioni ma potrebbe anche non governare. La Commissione elettorale è intervenuta contro Narendra Modi per una presunta violazione del codice di condotta elettorale ad Ahmedabad, nello stato nord occidentale del Gujarat. Se riconosciuto colpevole, il candidato premier del partito nazionalista Indù rischia fino a due anni di carcere. Cos’è accaduto?
Dopo aver votato davanti alle telecamere, l’esuberante e discusso leader ha mostrato il simbolo del Bharatya janata party – il fior di loto – e ha pronosticato una secca sconfitta per Sonia Gandhi e il figlio Rahul. Tentazione irresistibile del demagogo indiano di fronte a migliaia di tifosi plaudenti. E violazione plateale delle severe regole elettorali. E’ stata subito presentata una denuncia per violazione del codice di condotta alla Commissione elettorale. “Chi viola così palesemente le regole – ha dichiarato il ministro uscente Kapil Sibal – non potrà mai diventare primo ministro di questo Paese”
Lo ‘show’ di Modi, ha suscitato le proteste del Congresso e anche dell’emergente Partito dell’uomo comune, guidato dal leader anti corrotti Arvind Kejriwal, “Il Grillo” del sub continente indiano come qualche commentatore lo ha definito. Ed è questa la sola vera incognita elettorale indiana. Intanto la presidente del partito del Congresso indiano, da decenni al potere e dato ora per sconfitto, l’italo-indiana Sonia Gandhi, ha messo in gioco il suo seggio nello Stato dell’Uttar Pradesh, durante l’ottava tappa della maratona elettorale che si concluderà solo il 16 maggio con l’annuncio dei risultati.
Fonte
13/04/2014
Elezioni indiane I Ghandi, i Marò Il Grillo indiano
Sondaggi a favore del principale partito di destra guidato da Narendra Modi che non pare amico dei Marò italiani
Partiamo dalla curiosità. L’Aam Aadmi Party, AAP, il partito dell’uomo qualunque che qualcuno a New Dehli ha voluto paragonare all’italiano Movimento 5 Stelle sta sconvolgendo le previsioni elettorali. In un Paese frammentato tra molte realtà il potere dei Ghandi sembra svanire poco a poco
Le sole certezze sono al momento nei numeri: 814 milioni di cittadini elettori e l’invenzione del “più grande voto democratico”. Si insegue la fantasia nell’indifferenza sostanziale, narrano gli osservatori sul posto in quello sterminato Paese-Continente. Insoddisfazione, a volte rabbia nei confronti della dinastia politica dei Ghandi e del partito di maggioranza da loro guidato, il partito del Congresso Nazionale. Il resto è il caos di 28 Stati federati, 6 territori dell’Unione più quello della capitale Nuova Dehli, senza “una tendenza” che sia possibile misurare prima del voto.
Il termometro del malcontento per il governo in carica -scrive Krista Mahar sulla rivista Time e riporta LookOut- riguardo la disoccupazione, corruzione, terrorismo e riduzione della povertà, ha cominciato a dare i primi segnali di febbre a dicembre con le elezioni per l’assemblea regionale di Nuova Dehli. Con l’esplosione di un nuovo movimento, l’Aam Aadmi Party (AAP), il partito dell’uomo qualunque che qualcuno ha paragonato all’italiano Movimento 5 Stelle). Il successo dell’ AAP è stato un terremoto, scalzando il Congresso dei Gandhi che da anni governava la capitale.
Altro segnale di scontento è arrivato dalla campagna elettorale e dai relativi sondaggi, che hanno indicato una preferenza di 3 a 1 in diversi Stati per il principale partito di opposizione guidato dal controverso Narendra Modi, il Bharatiya Janata Party, di destra. Dettaglio storico rilevante, non è tanto la competizione fra i candidati in lizza, quanto piuttosto la diffusa sensazione che il regno dei Ghandi -l’italo-indiana Sonia- stia per giungere a termine, con un nome che sta perdendo l’appeal su una larga parte della popolazione che, ricorda Mahar, non ha vissuto gli assassinii di Indira e Rajiv.
Dubbi senza risposta sulle convenienze italiane sulla spinosa questione Marò, al secondo anno di permanenza coatta in India in attesa non solo di un giudizio ma dello stesso capo s’accusa. Recenti dichiarazioni elettorali del possibile vincitore Narendra Modi, non rassicurano. “Il quale prigione sono detenuto i due Marò?”, ha chiesto con maliziosa retorica. Destra nazionalista potenzialmente più dura, destra tradizionale che forse preferirebbe chiudere rapidamente una partita diplomatica diventata ormai imbarazzante anche di fronte ad organismi internazionali tipo Onu ed Europa.
Sul caso Marò, contenzioso giuridico aperto ma indagine tecnica incerta. Problema: l’ incidente della Lexie col perchereccio sarebbe avvenuto a 30 miglia dalla costa, fuori dalle acque su cui l’India può esercitare i suoi diritti. Altri sostengono che l’incidente sia avvenuto a 22 miglia dalla costa, cioè entro le 12 miglia di acque territoriali e le 12 di “acque contigue”. Ciò spiegherebbe perché la richiesta indiana di entrare in porto sia stata accettata dal comandante della nave, dall’ armatore, o dal comando Cincnav. O tutti accomodanti e opportunisti o la bugia sul punto nave.
Quando la verità dei fatti per la miglior difesa dai due Marò?
Fonte
01/03/2014
I due “marò”: “eroi” o assassini?
La morte dei due pescatori indiani oscurata dalla propaganda sciovinista
Continua da mesi una campagna mediatica martellante nel nostro paese sul “ritorno” dei due “marò” sotto processo in India per aver fucilato due pescatori.
E’ impressionante l’uso strumentale di questa vicenda da parte dello Stato e dei vari governi italiani in carica, che hanno sfoderato una nauseabonda retorica sciovinista e razzista, degna del ventennio fascista. Strumentale perché è evidente la funzione di “arma di distrazione di massa” in un momento di crisi con milioni di disoccupati, centinaia di lavoratori licenziati e salari da fame; razzista perché l’omicidio di due indiani, poveri e dalla pelle scura, viene trattato come un fatto quasi irrilevante.
Per il quale si rivendica una sorta d’impunità per i due marò in quanto militari NATO come se questa fosse una associazione di filantropi benefattori! Impunità molto in voga anche in Italia per chi indossa una divisa…
I due “eroici” marò hanno sparato e ucciso 2 poveretti che probabilmente per guadagnare l’equivalente di una mensilità percepita dai miliari italiani in missione all’estero avrebbero dovuto lavorare almeno 10 anni in mezzo al mare con la loro bettola galleggiante…. Cosa ci sia di eroico e di “senso del dovere” qualcuno dovrebbe spiegarcelo.
Come se non bastasse, per anni governi e media ci hanno trifolato i coglioni sulla “professionalità” dei militari italiani, sull’equipaggiamento moderno (con i binocoli in dotazione sulle armi si possono contare i peli del naso di una persona a 2 km di distanza). E i nostri eroi non si sono accorti da 200 metri e dall’alto di una petroliera che queste persone erano pescatori? Se non c’è dolo, allora c’è negligenza e incapacità e portano comunque il peso morale e materiale, insieme ai loro superiori, di aver stroncato 2 vite umane!
Perché stupirsi allora dell’atteggiamento dell’India? Il Governo indiano, notoriamente amico delle multinazionali occidentali e dei loro Stati, fra cui l’Italia, usa questa vicenda allo stesso modo, ma in direzione contraria, per ottenere il consenso interno: e di consenso interno a quanto pare ne ha altrettanto bisogno quanto i governi italiani, perché è noto che i governi e il sistema giudiziario dell’India non sono mai stati particolarmente sensibili tanto della vita quanto della salute di contadini e operai che quotidianamente vengono uccisi o arrestati quando ledono, con scioperi e proteste, gli interessi degli investitori dei paesi “democratici”.
Una realtà che ovviamente non ha mai scandalizzato Napolitano, né le cancellerie occidentali, né provocato interventi”umanitari” della Nato. Anzi è sempre stata descritta come una garanzia di straordinarie opportunità per fare profitti… Da tempo ci hanno abituato al fatto che militari italiani, dietro il pretesto di missioni “umanitarie”, si rendano responsabili della morte di civili inermi. Si cominciò con la Somalia negli anni ’90, con decine di Somali ammazzati e torturati dagli eroi della Folgore; poi i bombardamenti su obiettivi civili in Yugoslavia da parte dell’aviazione italiana; poi l‘Iraq, i bombardamenti aerei sulla Libia fino ad arrivare alle missioni “anti-pirateria”, sempre a carico dei contribuenti italiani, per difendere gli interessi privati di poveri petrolieri miliardari vessati da feroci pirati.
E a proposito di pirateria nell’Oceano indiano: non sono pirati paesi come Francia, Italia, GB, Giappone, India, che hanno trasformato questo mare in una discarica di rifiuti altamente tossici e radioattivi? Non sono piratesche le loro flotte da pesca intensiva che hanno fatto scomparire i pesci rovinando la vita di milioni di pescatori artigianali che vivono in loco? E non parliamo poi delle petroliere… Ma questo è il senso della “legalità” internazionale.
Nonostante tutto non auguriamo il carcere ai due sprovveduti fucilieri marò che sicuramente non si sono mai interessati di geo-politica e quindi speravano di farla franca, non sapendo che stavano pestando i piedi a una delle maggiori potenze economiche e militari emergenti del pianeta: per loro 10 anni di lavori socialmente utili in un orfanotrofio di Calcutta sarebbero una straordinaria opportunità per capire che esiste una umanità che soffre, condannata senza appello anche da quelli che loro difendono coi loro fucili di “precisione”, e che merita molto di più che essere inquadrata dal mirino come fossero trofei di una battuta di caccia.
Fonte
19/02/2014
La gonfia, tumefatta vicenda dei #marò
Il caso Enrica Lexie, dopo due anni, si
sta avvicinando alle fasi finali, dopo una serie di rinvii e
complicazioni diplomatiche, mistificazioni e propaganda elettorale tanto
in India quanto in Italia: elementi che hanno aperto la strada alla
“narrazione tossica” della vicenda dei due marò, strapazzata da
un’informazione generalmente superficiale e, in alcune circostanze,
platealmente nociva.
Poco più di un anno fa, qui su Giap,
pubblicammo due lunghi(ssimi) articoli, molto densi di dati e fonti,
che smontavano punto per punto la ricostruzione offerta da Il Giornale, Libero e Il Sole 24 Ore: una storia che si basa sulle teorie raffazzonate del sedicente “ingegnere” Luigi Di Stefano, dirigente nazionale di Casapound.
Quei due post si sono presto trasformati
in un’inchiesta collettiva, e hanno avuto un numero esorbitante di
visite e condivisioni sui social media. Il primo dei due è stato visitato da oltre mezzo milione di IP unici, e ogni giorno continua ad attirare lettori.
Da quei post è nato anche un libro, presentato in giro per l’Italia e recensito su importanti testate nazionali.
Da quei post è nato anche un libro, presentato in giro per l’Italia e recensito su importanti testate nazionali.
Eppure, a distanza di un anno, la quasi
totalità dei media nazionali finge che quello smontaggio non abbia mai
avuto luogo, e continua a raccontare falsità e mezze verità,
stravolgendo completamente l’intera vicenda. L’impianto complottista e
sciovinista della “ricostruzione Di Stefano” si è anzi arricchito di
nuovi collaboratori, nuovi protagonisti e nuove bufale, abbracciate con
entusiasmo da diverse testate giornalistiche, programmi televisivi,
opinionisti e parlamentari.
Abbiamo individuato le principali
criticità e incomprensioni di massa e qui sotto, per punti, proveremo a
sciogliere la matassa spacciata per verità a una fetta considerevole
dell’opinione pubblica italiana. Per tutte le altre questioni,
rimandiamo ai due post precedenti e, soprattutto, al libro.
1. Il peccato originale, ovvero: che ci facevano i marò sull’Enrica Lexie?
[N.B. In calce al post, un addendo di Miavaldi al contenuto di questo paragrafo.]
Inserendo l’incidente tra il
peschereccio St. Antony e la petroliera Enrica Lexie all’interno della
lotta alla pirateria internazionale, l’impressione data in Italia è che
l’India – cercando di perseguire per legge l’operato dei due fucilieri –
stia intralciando gli sforzi internazionali della Nato e dell’Onu a
contrasto della pirateria, mettendo automaticamente a repentaglio
l’immunità di tutti i nostri soldati impegnati in missioni
internazionali.
L’Italia, con la Marina Militare,
partecipa attivamente – da anni – a due operazioni internazionali di
contrasto alla pirateria: Atalanta, dell’Unione Europea, e Ocean Shield,
della Nato. Entrambe le operazioni si concentrano in un’attività
dissuasiva e di monitoraggio del Mar Rosso e del golfo di Aden, al largo
della Somalia, dove il rischio pirateria è maggiore. I militari, a
bordo di navi da guerra, scortano i cargo di passaggio e pattugliano le
acque limitrofe.
Come si legge sul portale della Marina Militare:
«Il suo [dell'operazione Atalanta, ndr] mandato consiste nel proteggere le navi mercantili che transitano da e per il Mar Rosso ed inoltre svolge attività di scorta alle navi mercantili del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, incaricate di consegnare aiuti alimentari in Somalia [...] La Marina Militare partecipa all’Operazione Ocean Shield con unità navali inserite nella forza navale SNMG1 o SNMG2.»
Quindi l’Italia, quando partecipa come
nazione alle operazioni internazionali di contrasto alla pirateria, lo
fa con e su navi da guerra.
I marò a bordo dell’Enrica Lexie, invece, tecnicamente non partecipavano a nessuna missione internazionale.
Nel 2011 il Ministero della Difesa e Confitarma, la Confederazione Italiana Armatori, hanno firmato un’intesa, seguita da una convenzione,
che permetteva, agli armatori che ne facessero richiesta, di imbarcare
dei Nuclei Militari di Protezione (Npm) formati da fucilieri di Marina,
impiegati in servizio anti pirateria a difesa, quindi, di navi
commerciali italiane, ma private (nel caso specifico della Lexie, di
proprietà dell’armatore Fratelli D’Amico).
Una legge votata a larghissima maggioranza (493 voti favorevoli, 22 contrari, 15 astenuti) che l’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa oggi rinnega a mezzo stampa, citando le perplessità espresse già nel febbraio 2011.
La protezione delle attività commerciali
su navi cargo italiane veniva quindi “appaltata” a personale militare
pagato, secondo quanto sancito dall’addendum alla convenzione, 467 euro a testa per giorno di navigazione.
Questo, legalmente parlando, è il
“peccato originale” commesso dall’Italia: aver esposto i propri militari
in attività private che non rientrano in operazioni internazionali, non
vengono condotte su mezzi militari e ricadono in una zona grigia del
diritto in cui l’India ha potuto, a rigor di legge, non applicare
l’immunità funzionale garantita al personale militare all’estero poiché
difendere la merce e gli interessi di privati non dovrebbe essere il
lavoro dei soldati, ma quello dei contractor.
Un unicum a livello internazionale molto pericoloso, come ha spiegato il security advisor Antonio De Felice, in un’intervista contenuta nel saggio I due marò – Tutto quello che non vi hanno detto.
«Ad oggi [marzo 2013, ndr] nessun Paese occidentale consente a privati armati di salire a bordo. Le uniche bandiere che hanno varato una legge in tal senso sono Panama, Marshall Islands e Liberia, che da sole coprono però quasi il 75 per cento del tonnellaggio mondiale. In Europa, oltre all’Italia, gli unici Paesi che hanno accordato la presenza a bordo di Nuclei militari di protezione sono il Belgio e la Francia, ma imponendo condizioni di utilizzo molto ristrette. La Francia, ad esempio, utilizza soldati del proprio esercito solo per difendere pescherecci che operano nelle acque vicino Mahé, ex colonia francese nei pressi di Pondicherry, in India sud orientale. In tal senso anche il peschereccio italiano Torre Giulia, di proprietà Iat di Bari (Industria Alimentare Tonniera) e associato a Federpesc, ha ammainato la bandiera italiana a favore di quella Francese.
Un discorso a parte deve essere fatto per la Spagna che ha modificato con un Regio Decreto il proprio Testo di Pubblica Sicurezza introducendo la possibilità per i privati autorizzati dal Governo spagnolo di imbarcarsi con armi e materiali; tuttavia la norma studiata anch’essa per la flotta (due imbarcazioni…) di pescherecci che incrociano nell’oceano Indiano non è mai stata presa in considerazione da alcun armatore rendendo di fatto la norma inutile.
Ricapitolando: i contractor possono salire su navi battenti bandiera panamense, liberiana e delle Isole Marshall; l’Italia è l’unico Paese ad aver legalizzato un uso così esteso delle proprie Forze Armate a bordo di mercantili privati, esponendosi a rischi e conseguenze legali che il caso Enrica Lexie esemplifica in tutta la sua gravità.»
Resisi probabilmente conto dell’errore, a seguito del groviglio Enrica Lexie, Confitarma è riuscita a modificare
la precedente convenzione col Ministero della Difesa, inserendo tra le
opzioni di ingaggio anche le guardie giurate; i contractor, che sono dei
privati e in caso di errori ne rispondono penalmente in quanto privati,
non in quanto organi dello Stato.
Nonostante l’apertura, la Marina
Militare gode comunque di una sorta di diritto di prelazione:
l’armatore, secondo la convenzione, è obbligato a chiedere in prima
istanza la disponibilità di Npm della Marina; se la Marina non potesse
garantirne la disponibilità, allora il servizio potrebbe essere
richiesto ai contractor.
Per questi motivi, equiparare lo status
militare di fucilieri di Marina in servizio su navi private a quello di
soldati in missione internazionale – siano essi uomini Nato o
contingenti indiani in Congo, come piace ricordare a Fernando Termentini denunciando
una diversità di trattamento strumentale – è un errore di fondo, un
eccesso di semplificazione utile a rimarcare la presunzione di
ingiustizia subìta. Creando questi presupposti, l’India diventa un paese
arrogante che agisce disprezzando il diritto internazionale, si muove
per sotterfugi e manipolazioni delle prove, approfittandosi della buona
volontà di un’Italia che in questa vicenda non ha nulla da nascondere.
Il corrispondente tedesco di RTL Udo Gümpel, in una lunga discussione sulla sua pagina Facebook,
ha rilevato che nel caso navi cargo ospitino a bordo del personale
armato, l’armatore è tenuto a comunicarlo alle autorità indiane prima di
entrare nelle acque pertinenti della Zona economica esclusiva (200
miglia nautiche), secondo la legge indiana SR-13020/6/2009, “Pre-Arrival
Notification for Security”, entrata in vigore il 29 agosto del 2011
(quindi prima dell’intesa tra Ministero della Difesa italiano e
Confitarma). Cosa che l’Enrica Lexie non ha fatto.
I marò, quindi, si trovavano ben
all’interno delle acque di competenza indiana senza che le autorità
locali ne fossero a conoscenza: circostanza quantomeno bizzarra se si
pretende un riconoscimento internazionale di un accordo stipulato tra
governo e armatori italiani.
2. Pirati, questi sconosciuti
Le coste del Kerala, stato dell’India
meridionale, nell’immaginario collettivo italiano sono diventate una
specie di Far West galleggiante dove, secondo varie versioni, spararsi
addosso durante la navigazione è pratica comune: un mare “infestato” di
pirati affrontati con la forza da fucilieri italiani, vedette cingalesi,
contractor greci e guardia costiera indiana.
È necessario fissare una volta per tutte un punto centrale: al largo del Kerala i pirati non ci sono.
Lo dicono da anni gli indiani,
abbastanza risentiti del fatto che le proprie coste occidentali
rientrino nella cosiddetta zona ad alto rischio pirateria individuata
dagli assicuratori del trasporto cargo internazionale, aumentando
esponenzialmente il premio assicurativo per chi naviga in quelle acque.
Ma lo dicono soprattutto i dati oggettivi dell’International Chamber of
Commerce, sezione Crime services, che ogni anno raccoglie tutte le
denunce di pirateria mondiali in un rapporto globale.
In tutto il 2013
lungo le coste occidentali indiane si è registrato un solo episodio di
pirateria. O meglio, seguendo la dicitura ufficiale adottata a livello
internazionale, di “piracy and robbery”. Il caso specifico, verificatosi
il 14 febbraio, ha interessato un cargo ancorato nei pressi di Kochi,
che è stato abbordato da tre ladri intorno all’una di notte. Svegliato
dal rumore in coperta, un membro dell’equipaggio ha dato l’allarme e i
tre sono scappati, dopo aver arraffato quel che potevano dalla cambusa.
Nel 2012, l’anno dell’incidente, nella
stessa zona si sono verificati solo due episodi: un tentativo di rapina
sventato il 15 febbraio – ed è il caso della petroliera greca Olympic
Flair – e una rapina riuscita il 30 novembre, quando tre ladri
incappucciati sono saliti su una petroliera rubando i beni contenuti
nella cabina di comando e scappando non appena l’equipaggio, che stava
dormendo, si è svegliato lanciando l’allarme.
3. I topolini di Capuozzo
Il giornalista Toni Capuozzo
è tra i volti più noti del panorama televisivo italiano ad aver fatto
proprie le teorie di Di Stefano, ripresentandole come Verità in una
serie di servizi trasmessi dal Tg5 e in numerose puntate speciali del
suo programma di approfondimento Mezzi Toni, affiancato ora da Luigi Di Stefano, ora da Stefano Tronconi, un “privato cittadino ex dirigente d’azienda che, nel tempo libero, si occupa del caso dei due marò”.
Capuozzo si rifà alle accuse
irrealistiche mosse, l’anno scorso, contro la petroliera greca Olympic
Flair, che secondo Di Stefano sarebbe la vera responsabile della morte
dei pescatori Binki e Jelastine. Un’ipotesi abbondantemente sconfessata nel secondo articolo sulla vicenda pubblicato qui su Giap che, segnalato a suo tempo a Capuozzo, è stato da lui giudicato inattendibile.
A confermare la tesi dell’innocenza
Capuozzo aggiunge un nuovo tassello, riportando la traduzione di
un’intervista rilasciata a caldo dal comandante del St. Anthony, Freddy,
che sostiene gli spari abbiano colpito la sua imbarcazione alle 21:30
del 15 febbraio 2012: diverse ore dopo lo scontro a fuoco che
interesserebbe l’Enrica Lexie (16:30) e poco prima della denuncia di
attacco pirata sporta dalla Olympic Flair. In sostanza, i greci
avrebbero sparato e gli italiani, che non c’entravano nulla, sarebbero
stati incastrati (secondo una teoria del complotto che smonteremo in
seguito).
Dalle pagine online dell’Espresso ho provato a far emergere l’inconsistenza della teoria ricorrendo al buon senso:
«Il video utilizzato da Capuozzo è un estratto di un servizio andato in onda su Venad News , un canale d’informazione del Kerala, ed effettivamente pare proprio che Freddy dica “21:30″, la traduzione è stata confermata da amici fluenti in malayalam. Ma la stampa indiana non ha mai riportato questa versione, così ci è venuto il dubbio che si trattasse di un abbaglio, di una tara messa alle dichiarazioni di una persona in completo stato di shock (Freddy arriva in porto alle 23, balbetta, mischia malayalam e tamil, ripete più volte le stesse frasi).»
Perché non riportare per intero le
dichiarazioni di Freddy? Probabilmente perché a tutti era noto che in
quel momento il capitano stava straparlando, considerando il fatto che
la stampa indiana era al corrente degli spari contro il St. Anthony
almeno dalle 20, ora in cui il Times of India
pubblica la breaking news sul peschereccio indiano, senza ancora essere
in grado di indicare l’Enrica Lexie come sospettata numero uno. Le
indagini erano ancora in corso e, a beneficio dei complottisti,
ricordiamo che l’Olympic Flair avrebbe denunciato il tentato abbordaggio
solo alle 22:20, due ore e venti più tardi. Quindi o la stampa indiana
ha il dono della preveggenza, oppure le parole in stato di shock di
Freddy sono da prendere con le pinze.
Ma in tutta risposta Capuozzo bolla il tutto come “una montagna che partorisce un topolino”, sostenendo nella sua lettera pubblicata dall’Espresso che:
«a giustificare lo “sbaglio” del comandante del peschereccio che parla di “21.30″, Miavaldi esibisce come un asso nella manica le breaking news del ‘Times of India’, che informa dell’incidente mortale attorno alle 20, e dunque molto prima dell’ora indicata dal capitano, e molto prima che il capitano parlasse alle telecamere.Dal pezzo di Miavaldi si può risalire a quella notizia, così datata: 15 febbraio ore 8.04. Ma se guardate i commenti, che alle otto di sera dovrebbero essere una valanga, vedete che il primo è di un certo Alwyn alle 11.36. Guarda caso, pochi minuti dopo le dichiarazioni del capitano del peschereccio alla televisione. Siccome non è difficile cambiare l’ora di una breaking news, forse è questo quello che è stato fatto al Times of India. Dimenticandosi, purtroppo per loro, di cambiare l’ora dei commenti, e lasciando così cadere nel vuoto una tragica notizia, senza nessuno che la raccolga.»
Siamo sempre immersi nella teoria del
complotto, pronti a difendere tesi traballanti ricorrendo ad accuse –
gravi – di manipolazione di dati. Come se un incidente avvenuto nella
serata indiana fosse in grado, nel giro di pochi minuti, di mobilitare
immediatamente con efficacia svizzera le più alte sfere della politica
indiana, le forze dell’ordine e i gestori del principale quotidiano
indiano: tutti uniti per ordire trame oscure anti italiane.
L’Espresso ha avuto la gentilezza di ospitare una mia controreplica:
«Il vicedirettore del Tg5 sostiene che gli spari contro il peschereccio St. Anthony siano arrivati dalla petroliera greca intorno alle 21:30. L’Olympic Flair, sappiamo dalla denuncia che lei stessa avanza alle autorità intorno alle 22:20, si trovava a poche miglia nautiche dal porto di Kochi: la posizione è confermata dall’International Chamber of Commerce – International Maritime Bureau e dall’International Maritime Organization, che inseriscono l’evento nei propri database (pubblici).Il peschereccio doveva quindi trovarsi da quelle parti, per entrare nell’ipotetica traiettoria di tiro dei greci, e ci si troverebbe alle 21:30. Quindi, con due membri dell’equipaggio feriti a bordo, Freddy deciderebbe inspiegabilmente di dirigersi non verso il porto più vicino, Kochi, ma di fare rotta verso sud e tornare a Neendakara, nei pressi di Kollam, dove attracca alle 22:40, pronto a pronunciare la dichiarazione che Capuozzo utilizza come base della sua tesi, alle 23.Kochi e Kollam distano, in linea d’aria, più o meno 125 km . Un volo di linea sulla tratta Kochi-Kollam impiega 48 minuti ad arrivare a destinazione, mentre lo stesso tragitto viene coperto, via terra, in almeno quattro ore.La velocità massima di un peschereccio come il St. Anthony, mi dicono, si aggira intorno agli 8 nodi; approssimando per eccesso, equivalenti a 15 km/h. Per raggiungere Kollam partendo dai pressi del porto di Kochi sarebbero state necessarie – approssimiamo – almeno 8 ore, mentre Capuozzo posiziona il St. Anthony nei pressi di Kochi alle 21:30 e, magicamente, ricompare a Kollam un’ora e un quarto dopo.Se sull’attendibilità del Times of India possiamo avere delle divergenze d’opinione, forse sulla fisica e sulla geografia ci potremmo trovare d’accordo. A fugare ogni accusa al Times of India, ecco qui l’istantanea dell’articolo scattata da WebArchive – archivio delle cache – proprio il 15 febbraio 2012. Il primo commento è di Kalyug (Usa) alle 8:55 pm. (guarda).»
Al momento della redazione di questo pezzo non è ancora pervenuta alcuna replica né da Capuozzo né dai suoi collaboratori, più impegnati a fantasticare sulla “vera” ragione che avrebbe spinto le autorità del Kerala a manipolare i fatti del 15 febbraio.
4. Complotto in Kerala
Nel rapporto si specifica che gli esami balistici condotti dalla scientifica indiana alla presenza “silenziosa” di specialisti italiani appartenenti all’Arma
dei Carabinieri – i maggiori Luca Flebus e Paolo Fratini – indicano la
compatibilità dei proiettili ritrovati sullo scafo e nei corpi dei due
pescatori con i fucili in dotazione al nucleo di marò in servizio sulla
petroliera: le armi che avrebbero sparato sono contrassegnate con le
matricole di altri due fucilieri, Voglino e Andronico.
Si tratta di un calibro 5,56mm, ma la
teoria Di Stefano (basandosi su un’approssimazione di indiscrezioni non
confermate) sostiene invece che gli indiani abbiano per le mani un
calibro 7,62mm e che i documenti finali della perizia indiana –
trasmessi anche sui nostri telegiornali nazionali – sono stati
contraffatti, lanciandosi in una suggestiva indagine, sviscerata nel
saggio I due marò – Tutto quello che non vi hanno detto, in particolare in questo passaggio illuminante per apprezzare la viralità della versione di Di Stefano:
«La svolta dell’esame balistico viene annunciata su tutti i Tg italiani il 14 aprile 2012. Il Tg1 e il Tg2 mandano in onda anche alcuni stralci della perizia indiana.
Si tratta di un documento ufficiale, una prova definitiva che sarà presa in considerazione dalla Corte chiamata a pronunciarsi sulla colpevolezza o meno dei due sottufficiali italiani. Gli indiani sostengono che i proiettili calibro 5,56 mm ritrovati sul St. Antony e nei corpi dei due pescatori siano stati sparati dalle armi in dotazione al Nucleo di Protezione Marina sequestrate a bordo dell’Enrica Lexie: 6 fucili SC 70/90 e 2 mitragliatrici Minimi, entrambi calibro 5,56 mm. Hanno fatto degli esami in laboratorio, dei test di tiro, sotto gli occhi dei due specialisti dei Carabinieri mandati dall’Italia, e hanno raggiunto conclusioni che negano quelle di Di Stefano.»
Allora il nostro ingegnere che fa? Si
collega al sito della Rai, rivede le puntate del telegiornale, fa degli
screenshot delle parti in cui vengono trasmessi i documenti della
perizia, li analizza e sentenzia: la perizia è contraffatta.
«Nel documento presentato da Tg1 e Tg2 come uno stralcio della “Perizia Balistica” eseguita dalle autorità indiane appaiono evidenti segni di falsificazione dei risultati.
Dette falsificazioni consistono nell’aver modificato, in tempi successivi alla prima stesura, gli elementi che indicano la responsabilità italiana negli omicidi.
Elementi che evidentemente nella prima stesura erano diversi, altrimenti non sarebbe stato necessario modificarli.»
Siamo al delirio di onnipotenza di
un’analisi scientifica fatta dal fermo immagine del Tg2 da un tizio che
scova indizi e prove ingrandendo i pixel di una fotocopia dal proprio pc
di casa, per accusare di falsificazione le autorità di un altro Stato.
Accuse di questo genere, che in un Paese
normale sarebbero state ignorate o coperte dalle risate, in Italia
diventano invece uno scoop, ripreso da Lorenzo Bianchi sul Quotidiano Nazionale e da Gian Micalessin sul Giornale del 19 aprile.
«Gli indiani la spacciano per la prova regina, la vendono come la pistola fumante capace d’inchiodare i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. In verità le risultanze della perizia balistica passate ai giornali indiani e documentate il 4 aprile dai servizi del Tg1 e del Tg2 sono un banalissimo falso. Un falso confezionato alterando i risultati di una perizia capace forse di scagionare i nostri due militari. Una bufala data in pasto a giornali e televisioni per minare le certezze dei nostri diplomatici e convincere l’opinione pubblica indiana e italiana della colpevolezza dei nostri militari. A dimostrarlo è l’ingegner Luigi Di Stefano, un perito giudiziario 60enne famoso per aver cercato di far luce sui misteri dell’aereo dell’Itavia abbattuto nei cieli di Ustica.»
«Guardando il documento messo in onda il 4 aprile dal Tg1 e dal Tg2 – spiega a Il Giornale il perito giudiziario – balza immediatamente agli occhi che si tratta di un documento chiaramente contraffatto, realizzato con due macchine da scrivere diverse. In quel documento notiamo delle alterazioni evidenti. Ci sono delle cancellazioni, dei testi sottotraccia e dei timbri che non quadrano. Abbiamo davanti una perizia passata da più mani dopo la sua stesura originale e alterata per dimostrare conclusioni diverse e più favorevoli alla versione sostenuta dalla parte indiana”.»
Pochi secondi dopo lo stesso servizio
denuncia la “conclusione unilaterale” degli esami balistici indiani, che
indicano invece un calibro 5,56, “contestata dall’Italia visto che agli
esami non sono stati ammessi gli esperti italiani”. Come visto sopra,
si tratta di un falso: gli esperti italiani c’erano e l’Italia non ha
mai contestato ufficialmente l’esito della perizia balistica.
C’è spazio anche per la teoria della
colpevolezza della petroliera greca dell’Olympic Flair. Insomma, il
servizio ricalca tutta la tesi di Di Stefano, e nel resto della puntata,
durante il faccia a faccia tra Ignazio La Russa e Nicola Latorre,
nessuno contesta alcun punto della ricostruzione.
La mistificazione di Di Stefano, a Matrix è la realtà: gli indiani hanno manipolato il caso.
La mistificazione di Di Stefano, a Matrix è la realtà: gli indiani hanno manipolato il caso.
Una manipolazione delle prove di questa
portata operata ad ogni livello dalle autorità indiane doveva essere
giustificata da un movente eccezionale. Un movente politico,
tratteggiato nei dettagli da Stefano Tronconi e ripreso acriticamente da
Toni Capuozzo, senza il minimo fact-checking.
5. "LO HANNO FATTO PERCHE' C'ERA CAMPAGNA ELETTORALE!"
Tronconi collega il chief minister
del Kerala Chandy, in quota Indian National Congress (partito di
governo presieduto dall’ “italiana” Sonia Gandhi), al ministro nazionale
della Difesa A.K. Antony, il predecessore di Chandy nello stato
dell’India meridionale.
Chandy, a causa di elezioni imminenti in
Kerala, avrebbe chiesto ad Antony di pilotare contro i marò le indagini
della polizia del Kerala, così da poter strumentalizzare la vicenda in
campagna elettorale. Si profila quindi la tesi del rapimento di Latorre e
Girone a fini politici e Antony – parafrasando le parole di Tronconi
pronunciate durante la puntata di Mezzi Toni dello scorso 2 febbraio – sarebbe «la vera mente dietro il sequestro».
Anche Capuozzo, nel gioco delle parti di Mezzi Toni, ribadisce che la manipolazione era avvenuta «alla vigilia di elezioni che [Chandy] rischiava di perdere».
Peccato che non abbiano mai detto di quali elezioni si trattasse.
Peccato che non abbiano mai detto di quali elezioni si trattasse.
Come ricordato qualche tempo fa sul blog Elefanti a parte ospitato da East:
«Trattasi in realtà di elezioni supplettive della circoscrizione di Piravom, previste per il 17 marzo 2012. In Italia, attraverso il prisma lisergico della nostra stampa, le elezioni locali di una delle 140 circoscrizioni locali che compongono il Kerala si sono trasformate nelle elezioni locali del Kerala, condizione di incertezza politica che ha giustificato, agli occhi del pubblico italiano, il sospetto di manipolazioni della faccenda dei marò a fini elettorali.
Il partito dell’Indian National Congress (Inc), guidato nello Stato meridionale indiano da Oommen Chandy, governa il Kerala dal 2011 e con la storia dei marò italiani non ha mancato di mostrarsi un esecutivo a parole duro e risoluto, capace di fare la voce grossa contro le potenze occidentali per difendere i diritti del popolo. Tema centrale in India, ex colonia britannica dove il revanchismo post-indipendentista è ancora molto forte, specie negli strati sociali disagiati, e in particolare nel Kerala, roccaforte comunista per decenni dove nel 1957, per la prima volta al mondo, fu eletto democraticamente un governo comunista.
Oommen Chandy, a colloquio con De Mistura, il 23 febbraio, si mostra inamovibile. Chandy esclude ogni spazio per eventuali trattative, dopo che nei giorni precedenti ha descritto le azioni dei marò come un “omicidio a sangue freddo”, promettendo al proprio elettorato duri provvedimenti legali.
Le elezioni della circoscrizione le vince l’esponente dell’Inc, che porta a casa 82.756 voti contro i 70.686 dell’avversario del Left Front (l’unione dei partiti comunisti indiani), ma più che per tirare la volata al candidato a Piravom [...] le parole di Chandy sono rivolte all’opposizione comunista e, più in generale, alle opposizioni di governo, pronte a strumentalizzare ogni minimo favoritismo accordato agli italiani dal partito dell’Inc seguendo una strategia, in India, consolidata da anni.»
Secondo Tronconi e Capuozzo, quindi,
l’India si sarebbe infilata in una gigantesca diatriba diplomatica… per
un seggio vacante nella circoscrizione di Piravom dello stato del
Kerala, stato abitato da 33 milioni di persone. L’India ne conta un
miliardo e duecentodieci milioni, quindi il Kerala conta poco più del 2%
della popolazione. A sua volta, Piravom ha 28.000 abitanti, quindi lo
0,002% della popolazione.
In proporzione, è come se l’Italia si fosse impelagata in una spinosa querelle internazionale per influenzare le elezioni a Cervesina.
Insomma, se nessuno ha mai approfondito il dettaglio delle «elezioni del Kerala», beh, adesso sapete il motivo.
Di Matteo Miavaldi
15 febbraio 2014
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