Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/10/2018
Davide Bifolco, una sentenza che è un insulto e una provocazione
Si è celebrato stamattina il processo d’appello presso il tribunale di Napoli contro il carabiniere Gianni Macchiarolo, che nel settembre del 2014 uccise, dopo un inseguimento in piena notte, il diciasettenne Davide Bifolco sparandogli alle spalle.
In primo grado la condanna era stata di 4 anni e 4 mesi per omicidio colposo. Ovvero quasi il massimo per un reato del genere. Già allora si reputò clamoroso che non fosse processato per omicidio volontario. Eppure tante erano le testimonianze contro di lui. I carabinieri nell’inseguimento speronarono il motorino facendo cadere i ragazzi fuggitivi e poi il carabiniere oggi imputato si piegò sulle ginocchia per meglio mirare e colpì Davide alle spalle ammazzandolo.
I giudici preferirono credere alla versione dell’inciampo e del colpo che accidentalmente parte e colpisce il ragazzo. La forte mobilitazione del quartiere dove viveva il ragazzo, il rione Traiano di Napoli Ovest, e dei centri sociali napoletani – Mensa Occupata in testa – caricò però di pressione il dibattimento e i giudici allora decisero per quasi il massimo della pena. L’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che difende la famiglia Cucchi, al tempo reputò quella condanna una netta vittoria della difesa e il massimo ottenibile.
Ricordo personalmente che cercava di calmare il padre del ragazzo che non poteva credere che per un omicidio la pena fosse tanto lieve. Il povero genitore ricordava all’avvocato l’assurdità di avere un figlio da 2 anni in carcere per avere rubato un motorino e poi vedere un omicida avere una condanna del genere.
Oggi però si è veramente esagerato. La pena è più che dimezzata. Da 4anni e 4 mesi si riduce tutto a 2 anni e pena sospesa per la condizionale.
Difficile commentare. Nessuno ha voglia di fare il giustizialista ossessionato dall’entità della pena. Però qui siamo al ridicolo. Quello che appare come un chiaro omicidio volontario (pur con tutte le attenuanti possibili) viene prima derubricato ad omicidio colposo e poi addirittura si dimezza la pena.
Inutile a questo punto aspettarsi qualcosa dai giudici di Cassazione. Certo che da oggi sarà più difficile spiegare ai ragazzi dei disastrati quartieri napoletani di fidarsi delle cosiddette forze dell’ordine. Non sarà lo Stato che ti proteggerà anzi dovrai guardarti da lui perché se sei di un quartiere popolare sei un potenziale criminale e verrai inseguito, speronato e poi ammazzato anche quando la tua unica “colpa” è di andare in motorino in 3 senza casco nelle strade del tuo quartiere.
Fonte
21/04/2016
Omicidio Bifolco, condannato il carabiniere: “ora via la divisa”
E’ stato il giorno del giudizio oggi per Giovanni Macchiarolo, il carabiniere che quasi 2 anni fa uccise il giovane Davide Bifolco al rione Traiano.
In mattinata inizia presso il Tribunale di Napoli l’ultimo atto del processo di primo grado per omicidio colposo. Processo giocato, oltre che nelle aule dei tribunali, anche e soprattutto sui media dove anche in questi giorni l’arma dei carabinieri ha cercato di condizionare l’opinione pubblica (e quindi i giudici che oramai sempre più spesso decidono a seconda degli umori popolari del momento) facendo trapelare la notizia che uno dei giovani che in quella tragica notte era sullo scooter con Davide è stato arrestato per spaccio. In realtà il ragazzo in questione è stato arrestato settimane fa e gli sono stati concessi da subito gli arresti domiciliari però la notizia è stata resa nota soltanto ieri. Un tempismo quantomeno sospetto.
La famiglia e gli amici di Davide da subito si erano opposti al capo d’imputazione in quanto considerato fuorviante. Omicidio colposo ad un professionista che si piega sulle gambe, prende la mira e spara freddamente alle spalle di un ragazzino disarmato... poco credibile. Chiedevano invece omicidio volontario, capo d’imputazione sicuramente più calzante per le dinamiche acclarate dei fatti.
L’appuntamento per gli amici di Davide e i militanti dei centri sociali cittadini (Mensa Occupata in primis) è alle 10 in Piazza Mancini e da lì circa 200 persone partono in corteo verso il Centro Direzionale dove ha sede la Procura.
Dopo qualche ora il verdetto: 4 anni e 4 mesi di condanna. Ovvero quasi il massimo della pena per un omicidio colposo. Più importante probabilmente però la pena accessoria inflitta al carabiniere (e non richiesta neanche dal pm): 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. A livello sociale è sicuramente la notizia migliore perché eviterà a una persona come il suddetto carabiniere di fare danni in giro con la divisa.
La famiglia del ragazzo urla e si dispera. L’emotività del momento non gli fa realizzare sul momento che quella condanna è il massimo possibile in un processo del genere e che di più non sarebbe stato possibile ottenere. Ne è consapevole invece Fabio Anselmo, l’avvocato della famiglia Bifolco e già avvocato di tante vittime di malapolizia, che infatti è soddisfatto ben conoscendo i meccanismi del sistema giudiziario italiano che non prevedono praticamente mai la condanna degli appartenenti alle forze dell’ordine, anche quando le loro responsabilità sono evidenti.
Come dare torto però alla madre di Davide quando afferma di avere il figlio maggiore in galera, condannato a 5 anni per un furtarello, mentre l’assassino di suo figlio è in libertà (e fino a ieri regolarmente a lavoro) con una condanna di 4 anni e poco più che non sconterà mai con la privazione della libertà.
Ci sembra comunque un fatto importante quello accaduto oggi. Giustizia non è stata fatta, e d’altronde nessuno si illudeva che ciò sarebbe avvenuto, però da oggi gli uomini in divisa operanti in questi territori dovranno fare bene attenzione a giocare al tiro al bersaglio con i giovani proletari perché si è innescato dal basso un processo di vigilanza democratica.
Fonte
In mattinata inizia presso il Tribunale di Napoli l’ultimo atto del processo di primo grado per omicidio colposo. Processo giocato, oltre che nelle aule dei tribunali, anche e soprattutto sui media dove anche in questi giorni l’arma dei carabinieri ha cercato di condizionare l’opinione pubblica (e quindi i giudici che oramai sempre più spesso decidono a seconda degli umori popolari del momento) facendo trapelare la notizia che uno dei giovani che in quella tragica notte era sullo scooter con Davide è stato arrestato per spaccio. In realtà il ragazzo in questione è stato arrestato settimane fa e gli sono stati concessi da subito gli arresti domiciliari però la notizia è stata resa nota soltanto ieri. Un tempismo quantomeno sospetto.
La famiglia e gli amici di Davide da subito si erano opposti al capo d’imputazione in quanto considerato fuorviante. Omicidio colposo ad un professionista che si piega sulle gambe, prende la mira e spara freddamente alle spalle di un ragazzino disarmato... poco credibile. Chiedevano invece omicidio volontario, capo d’imputazione sicuramente più calzante per le dinamiche acclarate dei fatti.
L’appuntamento per gli amici di Davide e i militanti dei centri sociali cittadini (Mensa Occupata in primis) è alle 10 in Piazza Mancini e da lì circa 200 persone partono in corteo verso il Centro Direzionale dove ha sede la Procura.
Dopo qualche ora il verdetto: 4 anni e 4 mesi di condanna. Ovvero quasi il massimo della pena per un omicidio colposo. Più importante probabilmente però la pena accessoria inflitta al carabiniere (e non richiesta neanche dal pm): 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. A livello sociale è sicuramente la notizia migliore perché eviterà a una persona come il suddetto carabiniere di fare danni in giro con la divisa.
La famiglia del ragazzo urla e si dispera. L’emotività del momento non gli fa realizzare sul momento che quella condanna è il massimo possibile in un processo del genere e che di più non sarebbe stato possibile ottenere. Ne è consapevole invece Fabio Anselmo, l’avvocato della famiglia Bifolco e già avvocato di tante vittime di malapolizia, che infatti è soddisfatto ben conoscendo i meccanismi del sistema giudiziario italiano che non prevedono praticamente mai la condanna degli appartenenti alle forze dell’ordine, anche quando le loro responsabilità sono evidenti.
Come dare torto però alla madre di Davide quando afferma di avere il figlio maggiore in galera, condannato a 5 anni per un furtarello, mentre l’assassino di suo figlio è in libertà (e fino a ieri regolarmente a lavoro) con una condanna di 4 anni e poco più che non sconterà mai con la privazione della libertà.
Ci sembra comunque un fatto importante quello accaduto oggi. Giustizia non è stata fatta, e d’altronde nessuno si illudeva che ciò sarebbe avvenuto, però da oggi gli uomini in divisa operanti in questi territori dovranno fare bene attenzione a giocare al tiro al bersaglio con i giovani proletari perché si è innescato dal basso un processo di vigilanza democratica.
Fonte
01/10/2015
Davide Bifolco: nuove indagini, slitta il processo
Nuove indagini sul caso di Davide Bifolco, il 16enne ucciso con un colpo di pistola sparato da un carabiniere al Rione Traiano di Napoli, nella notte tra il 4 e il 5 settembre di un anno fa.
Questa mattina sarebbe dovuto cominciare il processo a carico del militare, ma il giudice Ludovica Mancini ha accolto l'istanza per un supplemento istruttorio disponendo un rinvio al prossimo 19 novembre, appunto per permettere agli investigatori di scavare ancora, nella speranza che si riesca ad arrivare a un minimo di chiarezza almeno per l'inizio del dibattimento. Presente in aula anche Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, una delle vittime più note di 'malapolizia'.
Nell'ultima movimentata udienza, lo scorso 23 luglio, il pm Manuela Persico, titolare delle indagini insieme al procuratore aggiunto Nunzio Fragliasso, aveva concluso la requisitoria con la richiesta di condanna per il carabiniere imputato solo di omicidio colposo: 3 anni e 4 mesi di reclusione con il riconoscimento delle attenuanti generiche equivalenti.
Ma alla fine è stata accolta la richiesta dell'avvocato Fabio Anselmo, legale di parte civile per la famiglia Bifolco, di riaprire e approfondire le indagini. Prima dell'inizio del processo verranno sentiti il consulente di parte e un perito balistico. «Per noi si tratta di un omicidio volontario – ha detto Anselmo –, bisogna riformulare il capo d'imputazione, non può essere omicidio colposo».
Insieme al perito balistico, verranno poi sentiti anche i due carabinieri che erano di pattuglia quella notte nel quartiere Traiano insieme al militare inquisito.
Fuori dal palazzo di giustizia di Napoli, mentre dentro venivano disposti il rinvio e l'avvio delle nuove indagini, si era radunata una piccola folla, tra militanti dei centri sociali e parenti e amici della giovane vittima. Intorno, un presidio con una cinquantina di uomini in divisa e ben sette mezzi blindati. La tensione non è mai esplosa davvero, soltanto un'esultanza quando si è appresa la notizia che le indagini non sono ancora finite.
Fonte
Questa mattina sarebbe dovuto cominciare il processo a carico del militare, ma il giudice Ludovica Mancini ha accolto l'istanza per un supplemento istruttorio disponendo un rinvio al prossimo 19 novembre, appunto per permettere agli investigatori di scavare ancora, nella speranza che si riesca ad arrivare a un minimo di chiarezza almeno per l'inizio del dibattimento. Presente in aula anche Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, una delle vittime più note di 'malapolizia'.
Nell'ultima movimentata udienza, lo scorso 23 luglio, il pm Manuela Persico, titolare delle indagini insieme al procuratore aggiunto Nunzio Fragliasso, aveva concluso la requisitoria con la richiesta di condanna per il carabiniere imputato solo di omicidio colposo: 3 anni e 4 mesi di reclusione con il riconoscimento delle attenuanti generiche equivalenti.
Ma alla fine è stata accolta la richiesta dell'avvocato Fabio Anselmo, legale di parte civile per la famiglia Bifolco, di riaprire e approfondire le indagini. Prima dell'inizio del processo verranno sentiti il consulente di parte e un perito balistico. «Per noi si tratta di un omicidio volontario – ha detto Anselmo –, bisogna riformulare il capo d'imputazione, non può essere omicidio colposo».
Insieme al perito balistico, verranno poi sentiti anche i due carabinieri che erano di pattuglia quella notte nel quartiere Traiano insieme al militare inquisito.
Fuori dal palazzo di giustizia di Napoli, mentre dentro venivano disposti il rinvio e l'avvio delle nuove indagini, si era radunata una piccola folla, tra militanti dei centri sociali e parenti e amici della giovane vittima. Intorno, un presidio con una cinquantina di uomini in divisa e ben sette mezzi blindati. La tensione non è mai esplosa davvero, soltanto un'esultanza quando si è appresa la notizia che le indagini non sono ancora finite.
Fonte
24/07/2015
Davide Bifolco, la chiamano giustizia
L'udienza di ieri è finita con la richiesta di condanna a tre anni e quattro mesi per Giovanni Macchiarolo, il carabiniere che sparò e uccise Davide Bifolco, in Corso Traiano, a Napoli, il 5 settembre dello scorso anni.
In aula bagarre e proteste, mentre la sentenza è attesa per il prossimo primo ottobre: all'interno del tribunale sono volate parole grosse contro la corte e la polizia, era palpabile la rabbia e lo smarrimento verso una giustizia che spesso stenta a farsi capire, per usare un eufemismo.
L'unico dato certo di tutta questa storia è che un ragazzo di 17 anni è morto sparato, con il colpo partito dalla pistola di un agente dei carabinieri. Il resto è un gomitolo di tesi, colpi, contraccolpi e, come sempre quando si ha a che fare con la malapolizia, una pesante campagna denigratoria nei confronti della vittima, dei suoi parenti e dei suoi amici. In questo caso, poi, ci si è messo di mezzo pure il diffusissimo sentimento antimeridionale che aleggia un po' ovunque, in quello che in maniera troppo affettuosa viene ancora chiamato Belpaese. E domande assurde: «perché tre ragazzi andavano in giro di notte, in un quartiere malfamato, senza casco e tutti sullo stesso motorino?», come se questi fossero buoni motivi per sparare e uccidere. E va bene la retorica del rispetto delle regole e del codice della strada, ma giustificare per questo la condanna a morte è un'atrocità: niente giustifica la morte di un ragazzino, da qualsiasi punto di vista.
Per quello che riguarda i fatti, ecco la versione dei carabinieri su quella notte: il Nucleo Radiomobile aveva segnalato a tutte le unità la presenza di un latitante che si aggirava per le strade di Napoli a bordo di un motorino. La pattuglia di Macchiarolo intercetta così uno scooter con tre persone a bordo, che però non si ferma all'alt, urta un'aiuola e rovina a terra. Uno dei militari avrebbe così preso a inseguire il presunto latitante, che però sarebbe riuscito a dileguarsi nella notte. Un altro carabiniere, intanto, con l'arma di ordinanza senza sicura nella sua mano destra, sarebbe invece sceso dall'auto di servizio per bloccare gli altri due passeggeri del motorino. Così, nel tentativo di fermarne uno - Salvatore Triunfo, 18 anni, piccoli precedenti -, l'agente sarebbe inciampato e dalla sua pistola sarebbe partito, per puro caso, un colpo che si è andato a conficcare proprio nel torace di Bifolco che in quel momento si stava alzando da terra.
La famiglia Bifolco, rappresentata dall'avvocato Fabio Anselmo, però ha un'altra versione della storia. Assai diversa da quella dei carabinieri e confermata da sei testimoni: l'auto dei carabinieri avrebbe speronato lo scooter, poi Macchiarolo avrebbe lasciato partire un colpo ad altezza d'uomo, colpendo Davide al cuore. Infine, il famoso 'terzo uomo' a bordo del motorino non era il latitante Arturo Equabile, ma Enzo Ambrosino, un ragazzo che qualche giorno dopo i fatti arrivò a dichiarare spontaneamente di trovarsi insieme a Bifolco e a Triunfo, quella notte.
La procura pensa che si sia trattato di omicidio colposo: il carabiniere non voleva uccidere, la morte di Davide Bifolco è stata praticamente un incidente, e non fa niente se l'agente girava a mano armata con la pistola senza sicura. Un ragazzo di diciassette anni è morto, ma chi l'ha ucciso non l'ha fatto apposta: e questa la chiamano giustizia.
Fonte
21/07/2015
Il Sap rivendica "professionalità" nell'omicidio di Davide Bifolco
Quello che vedete qui su è il manifesto del Sap, Sindacato Autonomo Polizia, dedicato a Davide Bifolco e ai morti di Stato (alla vigilia del processo del 23 luglio per giunta nei confronti di un carabiniere, Gianni Macchiarolo, che sparò al 16enne di Rione Traiano nello scorso settembre, uccidendolo) comparso su diversi muri di Napoli. Non aggiungiamo commenti, perché basta leggere il testo per farsi un’idea: in pratica il sindacato autonomo di polizia rivendica l’uso delle armi e si dichiara “il braccio armato dello Stato”. Dunque secondo il Sap i colpi accidentali non esistono: sono colpi ben mirati, come quello a Davide, ucciso perché “ha osato contrastare la nostra forza, il nostro ordine”.
Un vero e proprio delirio, al momento non smentito dal Sap, che vi proponiamo integralmente.
Il titolo è “Basta Ipocrisie” E questo è il testo: “In occasione dell’inizio del processo per la morte di Bifolco Davide vogliamo portare chiarezza in una situazione che ci sta stretta nel caso della morte del giovane come in quello di di Uva Giuseppe, Giuliani Carlo, Aldovrandi Federico, Cucchi Stefano e tutti gli altri che possiamo ricordare. Abbiamo lasciato la parola agli avvocati, ai mezzi di informazione e a tutti quelli che hanno cercato di addolcire la realtà. Ora basta! Vogliamo far sentire la nostra voce, la voce delle forze dell’ordine.
Ordine con la O maiuscola perché è quello che garantiamo e difendiamo. L’ordine voluto dalla classe politica e protetto anche con l’uso della forza. Noi siamo quella forza. Noi siamo il braccio armato dello Stato. Ci siamo stancati di avallare teorie che parlano di colpi partiti accidentalmente e altre menzogne simili. Quella sera Bifolco Davide, come altri in precedenza, è morto perché ha osato contrastare la nostra forza, il nostro ordine. Morti che sicuramente potevano essere evitate ma per le quali non verseremo nessuna lacrima. Lo Stato ci arma, la maggior parte dei cittadini ci sostiene, e noi usiamo queste armi in loro nome e in loro difesa. La soddisfazione di essere considerati paladini della giustizia ci fa impugnare le nostre armi con estrema fierezza. Ci siamo stancati di sentir parlare di morti dovute alla nostra imperizia nell’usare armi o alla nostra sconsideratezza nell’usare la forza. Siamo addestrati per questo e la nostra professionalità non può e non deve essere messa in discussione in nessun caso. Questa è l’unica verità e l’unica giustizia. Il resto sono solo chiacchiere”.
Fonte
21/09/2014
Il colonialismo strisciante parte seconda: da Napoli al Kerala passando per Ferguson
Napoli, Italia: un militare
spara “accidentalmente” ad un ragazzo che non si era fermato ad un posto
di blocco. Il ragazzo, Davide Bifolco, muore sul colpo. La sacrosanta
rabbia popolare si trasforma in manifestazioni di piazza, ma soprattutto
in diffusa indignazione verso l’operato dei militari. Un generale
sdegno, uno strisciante risentimento, che si fa strada nonostante tutti
gli organi deputati alla formazione dell’opinione pubblica (giornali,
TG, Parlamento, Facebook, Twitter, commentatori accreditati, radio, ecc)
abbiano fatto muro a difesa dei carabinieri e delle istituzioni
statali. Un muro costruito sulla contrapposizione artificiosa tra Stato e
camorra, una dicotomia fondata sulla falsità di chi si considera unica
espressione della vita democratica, ultimo argine alla barbarie mafiosa.
O con lo Stato o con la camorra, ci dicono i media unificati.
Nonostante questo, e nonostante la pancia assuefatta e biliosa del paese
approvi la giustizia sommaria con pena di morte, il pensiero comune è
di una sostanziale avversità verso l’operato dei militari e delle forze
dell’ordine. Ovviamente non il “pensiero comune” della società nel suo
complesso, ma di quella parte che più frequentemente vive sulla propria
pelle le varie forme della repressione: politica, sociale, economica.
Golfo del Kerala, India: due militari sparano “accidentalmente” a due pescatori indiani colpevoli, probabilmente,
di non essersi subito fatti riconoscere all’intimazione dei militari
presenti sulla petroliera Enrica Lexie. I due pescatori, Ajesh Binki e
Valentine Jelastine, muoiono sul colpo. La magistratura indiana avvia
subito un indagine, ferma i due militari (ma non li arresta: i due
militari hanno solo un obbligo di non lasciare lo Stato indiano).
Immediatamente la reazione, tanto dei media quanto del paese in
generale, a parte poche lodevoli eccezioni, è stata quella del fronte
comune con i due militari italiani. Sin da subito, e ancora oggi,
trovare il nome dei due pescatori uccisi è un impresa non indifferente;
nessuno sa bene cosa sia successo, ma tutti concordano sulla legittimità
della giustizia sommaria per preservare i sacri affari contro i
fantomatici pirati indiani.
La vicenda dei Marò in fondo ci ha
subito raccontato del viscerale pregiudizio colonialista/razzista del
nostro paese. La sorte delle due vittime non ha mai, in alcun momento,
interessato nessuno. Nessuno sa chi sono, nessuno si è interessato a
quello che facevano, men che meno nessuno si è interessato alle loro
famiglie o alla reazione della comunità locale. L’inutilità di quelle
vite e delle loro vicende è il vero tratto caratteristico di tutta la
questione. Al contrario, i responsabili di quegli omicidi sono stati
fatti passare subito per vittime, le vere vittime di tutta la
questione. Vittime di uno Stato “inferiore”, di una giustizia non
all’altezza, di una popolazione primitiva, eccetera.
Quanta differenza con la vicenda di
Davide Bifolco, di cui sappiamo (giustamente) tutto, quel tutto che
serve a restituire dignità e umanità ad una vittima della
militarizzazione dell’ordine pubblico. Soprattutto, sappiamo che quel
ragazzo era inserito in una comunità, in un territorio, in un quartiere,
con le sue relazioni e le sue vicende umane. Che non era un
“delinquente”, pertanto da giustiziare senza troppi problemi morali. E
che non cambiava di una virgola il ragionamento anche se fosse stato
davvero un delinquente, un criminale, o come si è soliti etichettare una
certa marginalità sociale prodotta dalle politiche di espulsione dei
ceti popolari dal centro metropolitano della società integrata.
Quello che però ammettiamo qui da noi,
questa contronarrazione che si oppone (e si impone) con la lotta alla
versione ufficiale dello Stato, non viene riprodotta quando riguarda
altre popolazioni, o meglio ancora altre popolazioni considerate non
alla pari. I commentatori illuminati, i giornali progressisti, i partiti
“radicaleggianti”, oggi fingono di appoggiare la rabbia popolare di
Napoli dimenticandosi l’appoggio incondizionato ai due militari
assassini, che da due anni vivono in vacanza a spese dello Stato
nell’ambasciata italiana. E’ questa doppia morale la vera prova di un
pregiudizio difficile da rimuovere, e che anzi vegeta imperterrito
sottotraccia, qualsiasi sia il cambiamento della superficie sociale o
politica di riferimento.
Qualche giorno fa Infoaut pubblicava un interessante e condivisibile articolo
sulle differenze tra Traiano e Ferguson. Alle tante e sagge
argomentazioni riportate, se ne può aggiungere anche un’altra che
discende direttamente dalle premesse di cui sopra, e cioè dalla
persistente mentalità razzista di chi produce opinione pubblica in
Italia e in Europa: Davide Bifolco, Ajesh Binki e Valentine Jelastine
non condividono la stessa gerarchia sociale nella percezione dei
commentatori mainstream, e dunque in quella dell’opinione pubblica.
Nonostante i tentativi di espellere quote di “connazionali” dalla
società integrata, equiparando precario e immigrato in una perenne
marginalità esclusa ed escludente, questo processo non si è ancora
assestato. Tale fatto è invece pienamente compiuto negli Stati Uniti, e
Mike Brown, assassinato a Ferguson, fa già parte di un’altra comunità, è
già “altro” rispetto alla rispettabile società integrata statunitense.
Mike Brown è il pescatore indiano, le due sorti sono accomunate
dall’inutilità sostanziale delle loro vite. Delle sorti di Mike Brown
possono interessarsi i neri come lui, gli esclusi come lui, a differenza
di Davide Bifolco, che invece mette ancora in contraddizione i
commentatori progressisti nostrani. Le differenze nella qualità politica
della protesta discendono anche da questo. Le comunità proletarie nere
statunitensi percepiscono immediatamente questa alterità rispetto allo
Stato in cui risiedono, questo rifiuto per un sistema che li esclude,
cosa che invece non può dirsi per i tanti Davide Bifolco che continuano a
morire per mano delle forze dell’ordine italiane.
10/09/2014
Traiano non è Ferguson
Pubblichiamo questo articolo dei compagni di Infoaut perché offre degli spunti di discussione sulla vicenda dell'assassinio del giovane Davide a Napoli formulati in maniera non impressionistica e/o ideologica.
Le modalità con cui la popolazione del quartiere sta manifestando per richiedere verità e giustizia su questa terribile vicenda sono la conseguenza non solo della campagna di criminalizzazione e di mistificazione operata dal complesso dei mezzi d'informazione ma riflettono la condizione di profonda frantumazione economica e sociale che si è sedimentata in alcune aree della metropoli partenopea.
Inoltre, in tale fenomenologia, pesa, in maniera esplicita, la funzione della camorra e dei suoi diversificati codici i quali inibiscono di fatto ogni possibile insorgenza conflittuale verso le istituzioni e gli apparati repressivi dello stato.
La nota di Infoaut individua alcuni temi che vogliamo, collettivamente, approfondire per comprendere meglio la realtà sociale in cui siamo immersi e per meglio calibrare una azione di ricostruzione e di ricomposizione di un agire collettivo indipendente ed autonomo.
Nei prossimi giorni ritorneremo con una riflessione più argomentata su tale vicenda ed auspichiamo l'apertura di una discussione pubblica tra i compagni e l'insieme degli attivisti politici e sociali.
Redazione di Napoli di Contropiano
L'articolo di Infoaut
Nel raccontare e analizzare i fatti di Traiano, alcuni "illustri" commentatori (Saviano in testa, seguito da altri giornalisti mainstream) si sono lanciati in facili analogie con Ferguson, che ci sembrano però alquanto forzate. Ci potranno sicuramente essere analogie sulla gestione della marginalità e della povertà, analogie sul come agisce la polizia in certi quartieri.
Quartieri che vedono militari che si sentono di agire in uno stato di guerra e che vengono sistematicamente addestrati per muoversi in questo modo. Non è un caso che molti di questi "ragazzini in divisa" mandati in nei quartieri popolari sono reduci da missioni di guerra. Militari sottoposti ad una formazione razzista e sterotipata che fanno del disprezzo della povertà un punto fermo, per cui la vita di un ragazzino di quartiere non ha nessun valore.
Ma del resto che quartieri costruiti per ospitare la povertà e la marginalità conoscano il controllo poliziesco come unica faccia del potere statale non ci sembra assolutamente una novità. E anche qui, le differenze rispetto a Ferguson, non sono poche: in quei quartieri parliamo di una polizia militarizzata e di un controllo che possiamo definire "scientifico", quindi qualcosa di sicuramente diverso rispetto a quanto vediamo a Traiano e nel resto della periferia napoletana. Crediamo, però, sia molto più interessante guardare ed analizzare le analogie che assolutamente non ci sono, e, ahinoi, a non esserci, è sicuramente la rivolta.
Esplosione che abbiamo sperato, ma che purtroppo non si è data. Molte delle risposte sul perché questa rabbia non sia esplosa non sono difficili da individuare. Se l'unica faccia del potere statale in quei territorio è la polizia, c'è un altro potere ben più invasivo e radicato che condiziona le dinamiche sociali di questi luoghi.
Ed è il potere economico e militare del "sistema". Perché è questo il volto reale dello sfruttamento capitalista su questi territori. Soccavo è una delle principali piazze di spaccio, e si sa, neanche questa è una novità, alle piazze di spaccio il casino e l'esposizione mediatica non piacciano assolutamente. "La camorra ci protegge, lo stato ci uccide". Una frase che i pennivendoli si sono affrettati a sbattere in prima pagina nel tentativo di buttare discredito sulla morte di Davide e su un intero quartiere.
Non dubitiamo che possa essere stata detta, e del resto quando l'unico volto statale che conosci è la divisa, non è difficile illudersi che questa infame menzogna sia vera. Ma la verità è che il "sistema" non ha figli da proteggere. Al "sistema" non interessa la dignità di un quartiere e di una città, non interessa la morte di un bambino. L'unica cosa che interessa sono i profitti. Quindi the show must go on. Le basi devono tornare a lavorare a pieno regime e nel più breve tempo possibile.
Ed è così che Stato e Camorra tornano ad essere un solo volto. Il volto di un potere pervasivo, violento e parassitario, che non esita a proteggersi a vicenda, tornando ad essere un solo esercito. Del resto il "sistema", con il suo carattere parassitario, anche da tragedie come queste può trarre benefici: "qua non si muove nulla, nessuna rivolta, ma per un po' noi facciamo i cazzi nostri senza sbirri tra i piedi." E la vita di un ragazzino finisce ad essere svenduta per i profitti del "sistema".
E allora va bene il corteo, perché questi ragazzini che si sono visti ammazzare un coetaneo, un amico, un ragazzo del quartiere, dovranno pur sfogarsi in qualche modo, l'importante è che duri poco e resti perimetrato dentro certi paletti. E così che quanti alla fine del corteo, non troppi a dire la verità, provano ad alzare qualche barricata, se non indietreggiano davanti ai lacrimogeni della polizia, sono costretti a indietreggiare davanti all'ordine del "sistema".
Ma bisogna dirsi la verità fino in fondo. Se non fosse stato per la capacità delle realtà di base del quartiere e di quelle cittadine nel trovare le giuste connessioni e i giusti modi, probabilmente non avremmo assistito nemmeno a quel corteo, a quell'unico, timido, momento di rabbia. Del resto è quello che si poteva percepire fin dalle prime ore. Ma noi per primi, siamo finiti vittime delle nostre stesse enfatizzazioni e speranze. Perché la verità è che quelle auto della polizia distrutte e il quartiere in rivolta subito dopo l'uccisione di Davide, quando la mano del "sistema" ancora non aveva tirato il freno, non sono altro che una enfatizzazione giornalistica e di chi come noi ha creduto e sperato in una possibile esplosione di rabbia.
Certo, quella che ha attraversato e animato il corteo è stata una composizione estremamente giovanile, ma che probabilmente prima ancora di essere trascinata dalla rabbia, vive una situazione di confusione e smarrimento. Quello con cui bisogna fare i conti è che si tratta di una generazione stretta tra l'incudine e il martello; tra il nulla di quartieri ghetto, fatti di palazzoni disposti in file regolari e attraversati da enormi vialoni che rendono ancora più difficile la socialità, che vedono nell'asfissiante militarizzazione una costante, e l'ancor più pervasivo potere e controllo del "sistema".
Insomma, una rabbia e una rivolta ancora lontane dall'esplodere, ma sicuramente tante contraddizioni con cui fare i conti ed agire. Una di queste è sicuramente quella per cui al "sistema" la vita e la giustizia per chi vive i quartieri non interessa assolutamente.
Fonte
Le modalità con cui la popolazione del quartiere sta manifestando per richiedere verità e giustizia su questa terribile vicenda sono la conseguenza non solo della campagna di criminalizzazione e di mistificazione operata dal complesso dei mezzi d'informazione ma riflettono la condizione di profonda frantumazione economica e sociale che si è sedimentata in alcune aree della metropoli partenopea.
Inoltre, in tale fenomenologia, pesa, in maniera esplicita, la funzione della camorra e dei suoi diversificati codici i quali inibiscono di fatto ogni possibile insorgenza conflittuale verso le istituzioni e gli apparati repressivi dello stato.
La nota di Infoaut individua alcuni temi che vogliamo, collettivamente, approfondire per comprendere meglio la realtà sociale in cui siamo immersi e per meglio calibrare una azione di ricostruzione e di ricomposizione di un agire collettivo indipendente ed autonomo.
Nei prossimi giorni ritorneremo con una riflessione più argomentata su tale vicenda ed auspichiamo l'apertura di una discussione pubblica tra i compagni e l'insieme degli attivisti politici e sociali.
Redazione di Napoli di Contropiano
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L'articolo di Infoaut
Nel raccontare e analizzare i fatti di Traiano, alcuni "illustri" commentatori (Saviano in testa, seguito da altri giornalisti mainstream) si sono lanciati in facili analogie con Ferguson, che ci sembrano però alquanto forzate. Ci potranno sicuramente essere analogie sulla gestione della marginalità e della povertà, analogie sul come agisce la polizia in certi quartieri.
Quartieri che vedono militari che si sentono di agire in uno stato di guerra e che vengono sistematicamente addestrati per muoversi in questo modo. Non è un caso che molti di questi "ragazzini in divisa" mandati in nei quartieri popolari sono reduci da missioni di guerra. Militari sottoposti ad una formazione razzista e sterotipata che fanno del disprezzo della povertà un punto fermo, per cui la vita di un ragazzino di quartiere non ha nessun valore.
Ma del resto che quartieri costruiti per ospitare la povertà e la marginalità conoscano il controllo poliziesco come unica faccia del potere statale non ci sembra assolutamente una novità. E anche qui, le differenze rispetto a Ferguson, non sono poche: in quei quartieri parliamo di una polizia militarizzata e di un controllo che possiamo definire "scientifico", quindi qualcosa di sicuramente diverso rispetto a quanto vediamo a Traiano e nel resto della periferia napoletana. Crediamo, però, sia molto più interessante guardare ed analizzare le analogie che assolutamente non ci sono, e, ahinoi, a non esserci, è sicuramente la rivolta.
Esplosione che abbiamo sperato, ma che purtroppo non si è data. Molte delle risposte sul perché questa rabbia non sia esplosa non sono difficili da individuare. Se l'unica faccia del potere statale in quei territorio è la polizia, c'è un altro potere ben più invasivo e radicato che condiziona le dinamiche sociali di questi luoghi.
Ed è il potere economico e militare del "sistema". Perché è questo il volto reale dello sfruttamento capitalista su questi territori. Soccavo è una delle principali piazze di spaccio, e si sa, neanche questa è una novità, alle piazze di spaccio il casino e l'esposizione mediatica non piacciano assolutamente. "La camorra ci protegge, lo stato ci uccide". Una frase che i pennivendoli si sono affrettati a sbattere in prima pagina nel tentativo di buttare discredito sulla morte di Davide e su un intero quartiere.
Non dubitiamo che possa essere stata detta, e del resto quando l'unico volto statale che conosci è la divisa, non è difficile illudersi che questa infame menzogna sia vera. Ma la verità è che il "sistema" non ha figli da proteggere. Al "sistema" non interessa la dignità di un quartiere e di una città, non interessa la morte di un bambino. L'unica cosa che interessa sono i profitti. Quindi the show must go on. Le basi devono tornare a lavorare a pieno regime e nel più breve tempo possibile.
Ed è così che Stato e Camorra tornano ad essere un solo volto. Il volto di un potere pervasivo, violento e parassitario, che non esita a proteggersi a vicenda, tornando ad essere un solo esercito. Del resto il "sistema", con il suo carattere parassitario, anche da tragedie come queste può trarre benefici: "qua non si muove nulla, nessuna rivolta, ma per un po' noi facciamo i cazzi nostri senza sbirri tra i piedi." E la vita di un ragazzino finisce ad essere svenduta per i profitti del "sistema".
E allora va bene il corteo, perché questi ragazzini che si sono visti ammazzare un coetaneo, un amico, un ragazzo del quartiere, dovranno pur sfogarsi in qualche modo, l'importante è che duri poco e resti perimetrato dentro certi paletti. E così che quanti alla fine del corteo, non troppi a dire la verità, provano ad alzare qualche barricata, se non indietreggiano davanti ai lacrimogeni della polizia, sono costretti a indietreggiare davanti all'ordine del "sistema".
Ma bisogna dirsi la verità fino in fondo. Se non fosse stato per la capacità delle realtà di base del quartiere e di quelle cittadine nel trovare le giuste connessioni e i giusti modi, probabilmente non avremmo assistito nemmeno a quel corteo, a quell'unico, timido, momento di rabbia. Del resto è quello che si poteva percepire fin dalle prime ore. Ma noi per primi, siamo finiti vittime delle nostre stesse enfatizzazioni e speranze. Perché la verità è che quelle auto della polizia distrutte e il quartiere in rivolta subito dopo l'uccisione di Davide, quando la mano del "sistema" ancora non aveva tirato il freno, non sono altro che una enfatizzazione giornalistica e di chi come noi ha creduto e sperato in una possibile esplosione di rabbia.
Certo, quella che ha attraversato e animato il corteo è stata una composizione estremamente giovanile, ma che probabilmente prima ancora di essere trascinata dalla rabbia, vive una situazione di confusione e smarrimento. Quello con cui bisogna fare i conti è che si tratta di una generazione stretta tra l'incudine e il martello; tra il nulla di quartieri ghetto, fatti di palazzoni disposti in file regolari e attraversati da enormi vialoni che rendono ancora più difficile la socialità, che vedono nell'asfissiante militarizzazione una costante, e l'ancor più pervasivo potere e controllo del "sistema".
Insomma, una rabbia e una rivolta ancora lontane dall'esplodere, ma sicuramente tante contraddizioni con cui fare i conti ed agire. Una di queste è sicuramente quella per cui al "sistema" la vita e la giustizia per chi vive i quartieri non interessa assolutamente.
Fonte
09/09/2014
"All'alt ci si ferma". Ferguson a Napoli
Una sola notazione. Il Rione Traiano non è esattamente il quartiere Parioli a Roma. Molti legittimamente si chiedono: dov'è quella gente quando a uccidere è la camorra? Dipende. Molti sono conniventi, molti sono omertosi, la maggior parte ha PAURA. Siamo a Napoli, non a Cortina e il Rione Traiano è un ghetto che fa impallidire Scampia. Quando il popolo del Rione Traiano afferma che lo stato è assente, lo è davvero, perché è stato sostituito dalla camorra, sia socialmente che economicamente. Il senso di abbandono è totale, la penetrazione della mentalità delinquenziale è ormai completata per generazioni. Lo "Stato" sopperisce alla propria assenza con surrogati di presenza: carabinieri e poliziotti spesso allo sbaraglio, impreparati, di primo pelo, in assetto da guerra. Non esistono scuole, spazi verdi, luoghi di ritrovo che non siano bische, sale giochi, piazze di spaccio o negozi abusivi. Non esistono alternative, non c'è legge perché il senso di legalità è stato spazzato via da secoli di ghettizzazione.
Quale legge poi? Quali regole? Di quale stato degno di essere chiamato tale?
Quei napoletani, i napoletani dei ghetti, sono vittime? Devono essere in grado di trasformarsi in artefici del proprio destino? Può essere vero tutto e il contrario di tutto.
Ricordate il mito della caverna di Platone? Uomini rinchiusi da sempre in una caverna dove si proiettavano ombre a lume di candela: ebbene, quegli uomini erano convinti che il mondo fosse quella caverna, e che gli esseri umani fossero quelle ombre. Il Rione Traiano, Scampia, Forcella, La Sanità, i Quartieri, sono tutte caverne di Platone. Se hai visto solo miseria, degrado, squallore e delinquenza vivrai credendo che quello è il tuo mondo, e sarà la strada a educarti, non la famiglia. E lo sbirro è nemico, perché lo sbirro considera te un nemico. E' una guerra. A chi afferma che il Rione Traiano non è accostabile alla questione razziale in stile Ferguson o Los Angeles del 1991, dico che si sbaglia. A chi di fronte alle gravi fratture di classe e di razza che vanno creandosi preferisce volgere lo sguardo altrove, dico di avere il coraggio di guardare e di capire a fondo quali disastrosi risultati la nostra società abbia prodotto, a suon di "se l'è cercata, Cucchi era un tossico, che ci faceva Aldrovandi in giro alle 2 di notte, immigrati di merda tubercolotici".
Stiamo creando le nostre favelas, e anche noi avremo le nostre centinaia di Ferguson sparse per l'Italia, i nostri Rodney King. Anzi, tutto ciò è realtà. E non serve essere neri o nordafricani. Basta essere napoletani di certi quartieri, romani di borgata, milanesi di periferia. Luoghi dove l'idea di coesione sociale è vagamente differente dall'aperitivo in centro.
Le "nostre" forze dell'ordine si stanno attrezzando di conseguenza, a mano armata, non certo "con i fiori in mano", come recita l'ultimo agghiacciante comunicato dell'Arma dei Carabinieri sul caso Bifolco.
La deriva è iniziata da un pezzo e sta diventando inarrestabile.
Pensiamoci bene prima di affermare con disinvoltura "all'alt ci si ferma, non si gira in tre su un motorino". Riflettiamo a fondo su chi era Davide, e sulle colpe collettive che si riversano sui singoli e sulle classi di reietti che noi stiamo rendendo tali, sull'onda di razzismo e pregiudizi. Riflettiamo su quel proiettile sparato da un carabiniere senza cervello, senza esperienza, che non avrebbe mai dovuto correre con un'arma in mano e che ora va blaterando di colpi accidentali. Con l'aggravante che tutti gli credano a occhi chiusi.
Il significato è tutto in quel proiettile. Un significato che va oltre le responsabilità dei singoli. Quel proiettile era pronto a essere sparato, perché il Rione Traiano era un teatro di guerra, Davide Bifolco un nemico da abbattere, il carabiniere un nemico dal quale fuggire. Detto ciò, mettiamoci qualche slogan "non si può e non si deve morire così" oppure "perché non accada mai più". Slogan idioti, buoni per i cortei colorati. Di malapolizia si muore, accadrà ancora e sarà sempre peggio.
Fonte
08/09/2014
Colpi accidentali e depistaggi. Parla il giudice del processo Aldrovandi
Il Consigliere della Corte d’Appello di Bologna Luca Ghedini è l’estensore della sentenza d’appello del processo sull’omicidio di Federico Aldrovandi. Descrivendo la vicenda, l’estensore della sentenza parlò esplicitamente di “manipolazioni ordite dai superiori” dei quattro assassini di Federico e di “modalità gratuitamente violente”, nei momenti in cui l’omicidio veniva consumato. Parole che confermavano i contenuti della celebre sentenza di primo grado, firmata dal giudice Caruso, e che trovavano riscontro anche successivamente in Cassazione dove i quattro poliziotti vennero definite “schegge impazzite”. Prendiamo avvio dall’ultimo episodio di malapolizia avvenuto a Napoli, dove nel ghetto del Rione Traiano un ragazzo di 17 anni, Davide Bifolco, è stato ucciso da “un colpo accidentale” sparato da un carabiniere.
Dott. Ghedini, è successo ancora. Un giovane non si ferma a un posto di blocco e al culmine dell’inseguimento parte un “colpo accidentale”. Quando sente parlare di “colpi accidentali”, e la storia della malapolizia è piena di colpi partiti per sbaglio, quali valutazioni fa da cittadino prima, da magistrato poi?
Da cittadino ma anche da magistrato - mi è difficile separare le due vesti - posso dire che non so se anche questa volta si è trattato del solito “colpo accidentale” tante, troppe volte partito da un’arma delle forze di polizia; di certo la situazione di degrado del Rione Traiano dove è maturato l’episodio non può certo essere considerata “accidentale”. Troppe aree del paese sono abbandonate dagli organi dello stato - gli stessi da cui, a volte, partono i colpi accidentali - al predominio della criminalità che si fa spazio grazie alla mancanza di alternative. Anche lì ci sarà del “grasso che cola”?
Non trova che sia un’anomalia il fatto che le indagini sull’evento vengano affidate all’Arma dei carabinieri, corpo di appartenenza dell’indagato? Cosa prevede la legge al riguardo?
La legge nulla prevede; il “buon senso investigativo”, invece, dovrebbe prevedere che, quanto meno, le indagini in ordine ad un ipotesi di reato commessa da appartenenti ad un corpo di polizia vengano svolte da diverso organo investigativo.
Nella vicenda Aldrovandi avvenne la medesima cosa. Sulla scena del delitto ad indagare c’erano i colleghi dei quattro che fermarono Federico. Noi riteniamo che le anomalie di tanti processi di malapolizia, derivino proprio dalla mancanza di indipendenza e oggettività nelle indagini. Un vero e proprio conflitto d’interessi e competenze: lei è d’accordo?
La vicenda della morte di Federico Aldrovandi - avvenuta per l’accertato omicidio colposo ad opera dei quattro agenti della Polizia di Stato della Questura di Ferrara - è ancora diversa rispetto a quella in cui ha trovato la morte il giovane Davide Bifolco: infatti, sin dalle prime battute la Polizia di Stato - e di concerto la Procura della Repubblica competente - non procedettero ad indagine alcuna in ordine alle condotte dei quattro agenti, ma si indirizzarono - in tal senso orientando anche gli accertamenti medico legali - a tentare di dimostrare che la causa di morte di Aldrovandi poteva e doveva essere legata ad un preteso abuso di sostanze stupefacenti.
Nel “caso Aldrovandi” la “deviazione investigativa” è stata immediata ed assoluta, sin dalle prime ore di quella mattina del 25 settembre; il documentario di Filippo Vendemmiati “E’ stato morto un ragazzo”, che spero tutti abbiano visto, documenta con agghiacciante precisione l’affanno con il quale i colleghi dei quattro condannati cercavano, mentre il telefono di Federico Aldrovandi, che ancora giaceva sul selciato di via Ippodromo, squillava a vuoto per le chiamate dei genitori, prove della pretesa agitazione psico - motoria della quale il giovane sarebbe stato preda.
Da giudice, come ha dovuto gestire tutti gli aspetti inerenti i depistaggi nel processo Aldrovandi?
Come giudici d’appello, altro non abbiamo potuto fare che prendere atto delle dinamiche processuali già svoltesi e “consumatesi” nella fase delle indagini preliminari prima e del processo di primo grado poi. La forza e il coraggio delle parti civili e l’abile perseveranza del loro collegio difensivo ha fatto sì che nel corso del processo di primo grado, sia stato possibile squarciare il velo frapposto dai c.d. “depistaggi” della prima ora. Ciò che niente e nessuno ha potuto - o voluto - evitare è stata la sottovalutazione, dal punto di vista della configurazione giuridica, del fatto: è evidente - lo si legge “in trasparenza” nella stessa sentenza d’appello, che non di omicidio colposo per eccesso nell’uso della forza si è trattato, bensì di un’ipotesi quasi di scuola di omicidio preterintenzionale che come tale meritava di essere vagliato e giudicato.
Nel caso di Davide Bifolco, cosa sarebbe auspicabile per preservare la trasparenza delle indagini?
Un Pubblico Ministero autonomo dalla polizia giudiziaria. In verità, il codice di procedura del 1989 aveva previsto l’istituzione di Sezioni di Polizia Giudiziaria presso le Procure della Repubblica, alle dirette dipendenze del Procuratore della Repubblica; purtroppo la previsione è stata svuotata di contenuto da un lato dalle ristrettezze degli organici assegnati e, dall’altro, dalla prassi distorta che ha visto molto spesso gli ufficiali di Polizia Giudiziaria addetti a funzioni di segreteria presso le Procure, a sollievo delle carenze di organico del personale amministrativo. Se, invece, nel corso degli anni si fosse sviluppata una forza di polizia giudiziaria autonoma dai comandi di provenienza, alle dirette e vere dipendenze del Pubblico Ministero, lo svolgimento di indagini nei confronti degli appartenenti ad altre forze dell’ordine sarebbe più facile.
A norma di legge, è esatto dire che l’imprinting del processo sarà determinato da quanto contenuto nei verbali dei carabinieri?
Si, ma non del tutto: un ruolo importante avranno anche gli accertamenti di natura tecnico - scientifica e, quindi, anche il livello di “autonomia” dei periti.
La prospettiva sociologica più accreditata per questo tipo di eventi delittuosi è che le vittime siano sempre cittadini ai margini della società. Il Rione Traiano a Napoli è soprannominato il “Bronx” ed è un posto, se possibile, peggiore di Scampia o dei Quartieri Spagnoli: spaccio, camorra, criminalità. Vivere in quei posti non significa necessariamente appartenere a certi ambienti, ma respirarli sì, sicuramente. Si può parlare di un conflitto sociale in atto tra fasce marginali o deviate della società e forze dell’ordine?
Rischio di fare della sociologia d’accatto: il conflitto forse si crea nel momento in cui le forze dell’ordine non vengono - a torto o a ragione - più viste come portatrici di legalità.
Quali le soluzioni giuridiche e procedurali per garantire ai processi di malapolizia la massima trasparenza, ed evitare di arrivare a paradossi incredibili come il controllo assoluto del Pm Agostino Abate sul processo Uva, la morte violenta di Marcello Lonzi spacciata per infarto, o i proiettili deviati dai sassi?
Dell’esigenza di una forza di polizia indipendente ho già accennato; come spesso accade nel nostro paese, “le norme ci sono, basta applicarle correttamente”: il processo Uva, ad esempio, ha mostrato in modo inequivocabile l’opacità dell’applicazione del modello organizzativo delle Procure della Repubblica. La Procura della Repubblica è configurata dal nostro ordinamento - giustamente, a mio avviso - come un ufficio gerarchico: nell’ambito della delega di un procedimento il sostituto procuratore è autonomo ma risponde al Procuratore Capo che, eventualmente, può ritirare la delega ed assegnarla ad altro magistrato. Grazie al documentario “Nei secoli fedele” ed alla diffusione delle videoregistrazioni, ad esempio, degli interrogatori del testimone Bigioggero e del senatore Manconi, tutti abbiamo potuto valutare il tipo e le modalità di conduzione delle indagini da parte di uno dei titolari delle indagini.
Perché non è stata ritirata la delega e perché la Procura Generale ha rigettato l’istanza di avocazione?
Una ventina (e più, non tutto è iniziato con l’era Berlusconiana), di attacchi frontali alla magistratura ci hanno tolto la capacità di guardare al nostro interno: è diventato più comodo auto assolverci da ogni “peccato” perché dovevamo difenderci da “attacchi esterni”.
Quanto incidono i rapporti tra magistratura e polizia giudiziaria?
Troppo.
L’elevato livello di attenzione raggiunto intorno alla malapolizia non sembra corrispondere a una diminuzione degli episodi né a una maggior consapevolezza da parte delle forze dell’ordine nella gestione di situazioni di crisi. Cosa manca perché si giunga a una “pacificazione” in questo senso?
Una “rifondazione” delle forze di polizia e della loro formazione.
La gestione dei processi di malapolizia può essere la cartina di tornasole, una delle tante, dello stato in cui versa la giustizia italiana?
Si, ma non è un sintomo così grave come la domanda sembra suggerire: io non credo che i casi di “malapolizia” un tempo fossero più rari di ora, tutt’altro; i processi ora si fanno, alcuni bene, molti male, ma almeno si fanno.
Il suo auspicio per il processo su Davide Bifolco e sui tanti ancora in corso…
Che parti offese e indagati possano avere un processo serio.
Fonte
Dott. Ghedini, è successo ancora. Un giovane non si ferma a un posto di blocco e al culmine dell’inseguimento parte un “colpo accidentale”. Quando sente parlare di “colpi accidentali”, e la storia della malapolizia è piena di colpi partiti per sbaglio, quali valutazioni fa da cittadino prima, da magistrato poi?
Da cittadino ma anche da magistrato - mi è difficile separare le due vesti - posso dire che non so se anche questa volta si è trattato del solito “colpo accidentale” tante, troppe volte partito da un’arma delle forze di polizia; di certo la situazione di degrado del Rione Traiano dove è maturato l’episodio non può certo essere considerata “accidentale”. Troppe aree del paese sono abbandonate dagli organi dello stato - gli stessi da cui, a volte, partono i colpi accidentali - al predominio della criminalità che si fa spazio grazie alla mancanza di alternative. Anche lì ci sarà del “grasso che cola”?
Non trova che sia un’anomalia il fatto che le indagini sull’evento vengano affidate all’Arma dei carabinieri, corpo di appartenenza dell’indagato? Cosa prevede la legge al riguardo?
La legge nulla prevede; il “buon senso investigativo”, invece, dovrebbe prevedere che, quanto meno, le indagini in ordine ad un ipotesi di reato commessa da appartenenti ad un corpo di polizia vengano svolte da diverso organo investigativo.
Nella vicenda Aldrovandi avvenne la medesima cosa. Sulla scena del delitto ad indagare c’erano i colleghi dei quattro che fermarono Federico. Noi riteniamo che le anomalie di tanti processi di malapolizia, derivino proprio dalla mancanza di indipendenza e oggettività nelle indagini. Un vero e proprio conflitto d’interessi e competenze: lei è d’accordo?
La vicenda della morte di Federico Aldrovandi - avvenuta per l’accertato omicidio colposo ad opera dei quattro agenti della Polizia di Stato della Questura di Ferrara - è ancora diversa rispetto a quella in cui ha trovato la morte il giovane Davide Bifolco: infatti, sin dalle prime battute la Polizia di Stato - e di concerto la Procura della Repubblica competente - non procedettero ad indagine alcuna in ordine alle condotte dei quattro agenti, ma si indirizzarono - in tal senso orientando anche gli accertamenti medico legali - a tentare di dimostrare che la causa di morte di Aldrovandi poteva e doveva essere legata ad un preteso abuso di sostanze stupefacenti.
Nel “caso Aldrovandi” la “deviazione investigativa” è stata immediata ed assoluta, sin dalle prime ore di quella mattina del 25 settembre; il documentario di Filippo Vendemmiati “E’ stato morto un ragazzo”, che spero tutti abbiano visto, documenta con agghiacciante precisione l’affanno con il quale i colleghi dei quattro condannati cercavano, mentre il telefono di Federico Aldrovandi, che ancora giaceva sul selciato di via Ippodromo, squillava a vuoto per le chiamate dei genitori, prove della pretesa agitazione psico - motoria della quale il giovane sarebbe stato preda.
Da giudice, come ha dovuto gestire tutti gli aspetti inerenti i depistaggi nel processo Aldrovandi?
Come giudici d’appello, altro non abbiamo potuto fare che prendere atto delle dinamiche processuali già svoltesi e “consumatesi” nella fase delle indagini preliminari prima e del processo di primo grado poi. La forza e il coraggio delle parti civili e l’abile perseveranza del loro collegio difensivo ha fatto sì che nel corso del processo di primo grado, sia stato possibile squarciare il velo frapposto dai c.d. “depistaggi” della prima ora. Ciò che niente e nessuno ha potuto - o voluto - evitare è stata la sottovalutazione, dal punto di vista della configurazione giuridica, del fatto: è evidente - lo si legge “in trasparenza” nella stessa sentenza d’appello, che non di omicidio colposo per eccesso nell’uso della forza si è trattato, bensì di un’ipotesi quasi di scuola di omicidio preterintenzionale che come tale meritava di essere vagliato e giudicato.
Nel caso di Davide Bifolco, cosa sarebbe auspicabile per preservare la trasparenza delle indagini?
Un Pubblico Ministero autonomo dalla polizia giudiziaria. In verità, il codice di procedura del 1989 aveva previsto l’istituzione di Sezioni di Polizia Giudiziaria presso le Procure della Repubblica, alle dirette dipendenze del Procuratore della Repubblica; purtroppo la previsione è stata svuotata di contenuto da un lato dalle ristrettezze degli organici assegnati e, dall’altro, dalla prassi distorta che ha visto molto spesso gli ufficiali di Polizia Giudiziaria addetti a funzioni di segreteria presso le Procure, a sollievo delle carenze di organico del personale amministrativo. Se, invece, nel corso degli anni si fosse sviluppata una forza di polizia giudiziaria autonoma dai comandi di provenienza, alle dirette e vere dipendenze del Pubblico Ministero, lo svolgimento di indagini nei confronti degli appartenenti ad altre forze dell’ordine sarebbe più facile.
A norma di legge, è esatto dire che l’imprinting del processo sarà determinato da quanto contenuto nei verbali dei carabinieri?
Si, ma non del tutto: un ruolo importante avranno anche gli accertamenti di natura tecnico - scientifica e, quindi, anche il livello di “autonomia” dei periti.
La prospettiva sociologica più accreditata per questo tipo di eventi delittuosi è che le vittime siano sempre cittadini ai margini della società. Il Rione Traiano a Napoli è soprannominato il “Bronx” ed è un posto, se possibile, peggiore di Scampia o dei Quartieri Spagnoli: spaccio, camorra, criminalità. Vivere in quei posti non significa necessariamente appartenere a certi ambienti, ma respirarli sì, sicuramente. Si può parlare di un conflitto sociale in atto tra fasce marginali o deviate della società e forze dell’ordine?
Rischio di fare della sociologia d’accatto: il conflitto forse si crea nel momento in cui le forze dell’ordine non vengono - a torto o a ragione - più viste come portatrici di legalità.
Quali le soluzioni giuridiche e procedurali per garantire ai processi di malapolizia la massima trasparenza, ed evitare di arrivare a paradossi incredibili come il controllo assoluto del Pm Agostino Abate sul processo Uva, la morte violenta di Marcello Lonzi spacciata per infarto, o i proiettili deviati dai sassi?
Dell’esigenza di una forza di polizia indipendente ho già accennato; come spesso accade nel nostro paese, “le norme ci sono, basta applicarle correttamente”: il processo Uva, ad esempio, ha mostrato in modo inequivocabile l’opacità dell’applicazione del modello organizzativo delle Procure della Repubblica. La Procura della Repubblica è configurata dal nostro ordinamento - giustamente, a mio avviso - come un ufficio gerarchico: nell’ambito della delega di un procedimento il sostituto procuratore è autonomo ma risponde al Procuratore Capo che, eventualmente, può ritirare la delega ed assegnarla ad altro magistrato. Grazie al documentario “Nei secoli fedele” ed alla diffusione delle videoregistrazioni, ad esempio, degli interrogatori del testimone Bigioggero e del senatore Manconi, tutti abbiamo potuto valutare il tipo e le modalità di conduzione delle indagini da parte di uno dei titolari delle indagini.
Perché non è stata ritirata la delega e perché la Procura Generale ha rigettato l’istanza di avocazione?
Una ventina (e più, non tutto è iniziato con l’era Berlusconiana), di attacchi frontali alla magistratura ci hanno tolto la capacità di guardare al nostro interno: è diventato più comodo auto assolverci da ogni “peccato” perché dovevamo difenderci da “attacchi esterni”.
Quanto incidono i rapporti tra magistratura e polizia giudiziaria?
Troppo.
L’elevato livello di attenzione raggiunto intorno alla malapolizia non sembra corrispondere a una diminuzione degli episodi né a una maggior consapevolezza da parte delle forze dell’ordine nella gestione di situazioni di crisi. Cosa manca perché si giunga a una “pacificazione” in questo senso?
Una “rifondazione” delle forze di polizia e della loro formazione.
La gestione dei processi di malapolizia può essere la cartina di tornasole, una delle tante, dello stato in cui versa la giustizia italiana?
Si, ma non è un sintomo così grave come la domanda sembra suggerire: io non credo che i casi di “malapolizia” un tempo fossero più rari di ora, tutt’altro; i processi ora si fanno, alcuni bene, molti male, ma almeno si fanno.
Il suo auspicio per il processo su Davide Bifolco e sui tanti ancora in corso…
Che parti offese e indagati possano avere un processo serio.
Fonte
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