Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/08/2015

Stati Uniti - Un altro nero di 15 anni ucciso dalla polizia a Indianapolis

A Indianapolis, nella notte di domenica, la polizia ha ucciso a colpi di arma da fuoco un altro ragazzo afroamericano di 15 anni, Andrew Green, per non essersi fermato a una intimazione a fermarsi dei poliziotti e per aver accelerato. In realtà Green scappando con l’auto è finito in una strada senza uscita e non ha risposto alle intimazioni dei poliziotti che gli chiedevano di uscire dalla macchina a mani alzate. Una zia di Green Angela Lamb dice che ha sentito storie contrastanti circa i momenti prima che la polizia ha sparato il nipote. "Alcune persone stanno dicendo che uscì con le mani alzate, ma la polizia sta dicendo un'altra storia", ha detto Lamb.

La famiglia di Andrew Green ammette che l'adolescente ha avuto un passato travagliato, ma avanza dubbi sulla dinamica dell’uccisione del ragazzo da parte dei poliziotti.

L’uccisione di Andrew Green, è avvenuta mentre a Ferguson si svolgevano le manifestazioni che ricordavano l’uccisione di Michael Brown e ad Arlington un altro giovane nero – Christian Taylor – veniva ucciso dalla polizia.

Dall'inizio dell'anno ben 24 afroamericani sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco della polizia, uno ogni nove giorni. Il Washington Post, che ha pubblicato la macabra lista, sottolinea che per un nero le probabilità di morire per mano della polizia - anche se disarmato - sono sette volte più alte rispetto a un bianco.

'Black Lives Matter' e 'Stop Killing Black People' (Basta uccidere neri) sono stati fra gli striscioni portati avanti dai manifestanti nella manifestazione tenutasi a New York. Nelle ultime ore il movimento Black Lives Matter, nato proprio in seguito alla morte di Michael Brown, ha interrotto a Seattle un comizio di Bernie Sanders, il candidato democratico alla Casa Bianca. Un'interruzione fra le polemiche visto che Sanders è uno dei maggiori sostenitori del movimento.

Nella manifestazione di Ferguson pare che dalle fila dei manifestanti siano partiti alcuni colpi d’arma da fuoco verso i poliziotti. Questi hanno sparato ferendo gravemente un manifestante. Sono indicatori di un salto di qualità che potrebbe portare ad un livello di scontro più elevato le proteste contro la brutalità della polizia statunitense nei confronti dei giovani afroamericani. Né pare difficile non collegare l’escalation di violenza dei poliziotti bianchi contro giovani neri in coincidenza con la prima presidenza di un “black” come Obama.

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10/08/2015

Ferguson. La polizia spara e ferisce alla manifestazione in ricordo di Michael Brown

La polizia ha sparato numerosi colpi d'arma da fuoco questa notte durante gli scontri tra manifestanti e poliziotti a Ferguson, in Texas. Gli scontri sono avvenuti nel corso della manifestazione in ricordo di Michael Brown, il giovane nero ucciso un anno fa da un agente bianco in questa città del Missouri. Il clima era stato reso ancora più rabbioso e pesante dall'ennesima uccisione di un giovane nero - Christian Taylor - da parte di un poliziotto bianco due giorni ad Arlington sempre in Texas. Almeno una persona è rimasta ferita, secondo un primo bilancio.

Diverse raffiche di mitra sono risuonate intorno alle 23:15 ad un isolato a nord da dove i manifestanti avevano dato vita agli scontri. La polizia ha dichiarato che sono stati sparati "numerosi colpi d'arma da fuoco", mentre alcuni media locali hanno annunciato il trasferimento in ospedale di un manifestante. DeRay McKesson, uno dei leader della protesta, ha detto che lui e molti altri si sono messi al riparo dopo che erano stati sparati  alcuni colpi: "Abbiamo sentito i proiettili che ronzavano attraverso l'aria". Un'ora dopo la sparatoria, decine di manifestanti e giornalisti sono stati rinchiusi dalla polizia nel parcheggio, ironia della sorte, della Ferguson Market & Liquor, il negozio davante al quale la polizia uccise Michael Brown.

Durante la giornata di ieri, la manifestazione in memoria di Brown si era svolta senza incidenti, ma in serata un gruppo di manifestanti si è scontrato con la polizia in assetto antisommossa.

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04/12/2014

New York: uccise afroamericano, assolto poliziotto bianco. Proteste e arresti

Non si è ancora spenta la rabbia degli abitanti di Ferguson, in Missouri, per la decisione del locale Gran Giurì di non processare Darren Wilson, il poliziotto bianco autore dell’omicidio del diciottenne nero Michael Brown, che un altro agente rigorosamente bianco – Daniel Pantaleo – è stato scagionato ieri nonostante abbia ucciso il 17 luglio a New York un uomo nero disarmato e innocuo. L’accusa nei confronti di Eric Garner, 43 anni e padre di sei figli, era quella di vendere sigarette di contrabbando nella zona di Staten Island.


Eppure il video che ritraeva l’aggressione di Pantaleo e di altri agenti nei confronti di uno sconcertato Garner mostrava tutta la brutalità di una polizia non solo razzista ma anche pesanemente classista. La registrazione mostra chiaramente il momento in cui il gruppo di poliziotti bianchi salta letteralmente addosso all’uomo che li stava implorando di lasciarlo andare, che non stava facendo niente di male. Una violenza ingiustificata, brutale, contro un uomo inerme che nonostante la sua stazza viene buttato a terra e letteralmente soffocato da Daniel Papaleo che gli stringe la gola, mentre i suoi colleghi salgono sopra la vittima per immobilizzarla nonostante l’uomo urli che non riesce a respirare. Garner, che è fortemente obeso e soffre anche di asma e di cuore, poco dopo perde conoscenza, ma gli agenti lo lasciano a lungo a terra ammanettato. Quando arriva finalmente l’ambulanza l’uomo è ormai privo di vita.

Se in un primo tempo la versione ufficiale parlava di ‘infarto’ – un cliché in questi casi – poi una perizia approfondita ha puntato il dito contro le modalità violente in cui è avvenuto l’arresto, ripreso dai telefonini di alcuni testimoni. L'autopsia stabilisce chiaramente che la morte dell’uomo è dovuta al soffocamento e parla esplicitamente di “omicidio”, perché la presa da dietro alla gola utilizzata dall’agente italo-americano è illegale e teoricamente le forze di polizia hanno ricevuto l’ordine di non utilizzarla. C’erano tutti gli elementi per avviare un processo e punire il colpevole, ma il Gran Giurì anche in questo caso decide che il poliziotto non dovrà essere giudicato, neanche per eccesso nell’uso della forza o negligenza, perché “ha fatto solo il suo dovere” contro un sospettato che “resisteva all’arresto”.


E così come era avvenuto a Ferguson la scorsa estate e di nuovo la scorsa settimana, anche Staten Island è stata scossa dalle proteste mentre il presidente Obama cianciava in tv di ‘giustizia non sempre uguale per tutti’ e prometteva per l’ennesima volta interventi rapidi ed efficaci contro un sistema legislativo e di sicurezza profondamente razzista come nessuno ha mai visto finora.
Già ieri sera manifestazioni più o meno spontanee hanno avuto luogo in diverse zone di Manhattan: decine di persone che si sono sdraiate a terra bloccando la West Highway che porta al Bronx, mentre cortei hanno sfilato a Times Square e a Union Square e un sit in ha protestato a Columbus Circle. Una protesta diversa da quella andata in scena negli ultimi mesi in altri territori degli Stati Uniti, senza scontri duri con la polizia o attacchi a negozi.

Ma alla fine le centinaia di poliziotti schierati a Times Square, a Union Square e a Columbus Circle sono intervenuti con la forza contro le diverse migliaia di manifestanti e alla fine ieri sera gli arrestati avevano superato la ventina mentre altre manifestazioni minori venivano realizzata anche a Washington, Seattle e Oakland.

Inoltre per il prossimo 13 dicembre alcune reti e organizzazioni hanno annunciato una marcia nazionale su Washington per la difesa dei diritti civili e contro le violenze della polizia.

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26/11/2014

La rabbia corta non fa paura


Ferguson come l'Eternit, come Stefano Cucchi e le elezioni in Emilia Romagna. Non è una forzatura. Sono molti i fili che legano quattro episodi lontani tra loro geograficamente, socialmente, per poteri statuali interessati.

Il primo, il più evidente, è la logica sostanziale della giustizia, che riguarda i primi tre. Non è una novità che gli industriali vengano assolti per i reati commessi all'interno della propria “attività imprenditoriale”, così come non lo è la salvezza garantita ai poliziotti che ammazzano senza alcun motivo.

La novità sta nella dimensione della strage. La sentenza Eternit arriva a cancellare responsabilità per oltre 2.000 morti accertati finora e per le migliaia che si verificheranno nei prossimi anni. E non dovrebbe esistere differenza, in sede giudiziaria, tra un omicidio commesso con un'arma da fuoco o da taglio e uno (un numero indefinibile, in questo caso) realizzato esponendo consapevolmente un'intera popolazione all'azione cancerogena dell'amianto. Un veleno è un veleno; non c'è differenza tra il metterlo nella minestra o sulla catena di montaggio. Cambia solo la dimensione.

Ferguson e Cucchi sono molto più simili. Non c'è differenza tra un bianco e un nero, tra Italia e Usa. Lì come qui i poliziotti che uccidono ritengono di “aver semplicemente fatto il nostro lavoro”, o perlomeno si giustificano con questa frasetta usata da tutti i nazisti di seconda schiera (e che non venne accolta nel processo di Norimberga, giustamente). E pretendono l'impunità, minacciando.

La novità sta nel ritorno prepotente al passato remoto, all'impunità dichiarata per il potere economico e i suoi guardiani armati. La novità sta dunque nella cancellazione totale delle culture sorte dalla grande sommossa globale degli anni '60 e '70, che avevano – tra l'altro – spinto decisamente per inverare il principio giuridico astratto “la legge è uguale per tutti”. Processando i criminali economici e militari nelle piazze e spesso anche nei tribunali, portando il barlume della coscienza critica anche tra alcuni magistrati, e persino tra alcuni poliziotti.

Sarebbe facile concluderne che si tratta solo della solita “giustizia di classe”, quindi di una riscoperta dell'acqua calda. La definizione è giusta, naturalmente, ma se ripetuta in modo atemporale, per eventi distanti migliaia di chilometri o alcune decine di anni, diventa uno slogan già sentito, che spiega poco. Che disarma, invece di mobilitare.

Intanto: di quale classe? E con quali metodi?

Parlare di “borghesia” quando si analizzano le imprese multinazionali o i consigli di amministrazione delle banche d'affari globali restringe la possibilità di capire. Stiamo parlando di un'evoluzione della specie che fa apparire i “padroni” del Novecento come una scimmia a confronto con l'uomo. Non a caso i nostrani “padroncini” italiani si comportano esattamente come residui di un modo di “fare impresa” che era arretrato anche cinquant'anni fa: evasione fiscale, bilanci truccati, appalti pubblici, mazzette, bassi salari e zero diritti, dipendenza dal sistema bancario, familismo amorale.

Idem per i metodi, per le “regole di ingaggio” con cui le forze di polizia affrontano qualsiasi situazione da “normalizzare”. Sopravvivono ancora i manganellamenti di massa, l'uso di gas lacrimogeni, ecc; anzi, vengono estesi anche a soggetti per 40 anni riconosciuti tra gli interlocutori legittimi (la Fiom e non solo). Ma è impossibile non vedere la militarizzazione delle forze repressive, ovvero il trasferimento dagli eserciti alle polizie di strumenti, armamenti, “regole di ingaggio” proprie delle zone di guerra. Ed altri armamenti, ipertecnologici, sono allo studio da anni, specifici per le “proteste di massa”.

Stiamo diventando tutti palestinesi agli occhi di polizie “israelianizzate”. È un modello di governance del capitalismo occidentale che assume rapidamente le caratteristiche del “modello Gaza”.

Va bene, direte voi, ma che c'entrano le elezioni emiliane? Un potere così fatto, quello multinazional-finanziario, non ha più bisogno di una relazione costante e biunivoca con la popolazione. Non si può permettere di mantenere in vita “corpi intermedi” che trasformano interessi sociali diversi in proposte legislative, meccanismi di welfare, istituzioni e servizi “costosi” (dalla sanità all'istruzione). Non ha bisogno neppure, dunque, di una legittimazione elettorale vera. Basta una maggioranza qualsiasi, senza alcun riferimento agli aventi diritto.

L'astensione è voluta, ricercata, incentivata, spiegata in cento modi. “Lo Stato non è vostro”, ci gridano da palazzo Chigi e dalla Casa Bianca. E i tribunali trasformano questa realtà in sentenze.

L'astensione e la rabbia, l'ostilità e i saccheggi, l'estraneità e gli incendi sono messi nel conto. Il giudice che in soli 25 giorni ha deciso che il poliziotto Darren Wilson non andava neppure processato per l'omicidio di Michael Brown, sapeva benissimo che avrebbe scatenato qualcosa del genere. E ha deciso che bisognava far vedere chi comanda, senza mediazioni. Tanto – è la considerazione politico-militare sottostante la decisione – “più di questo non potrete fare”. Che la rabbia esploda pure, dunque. Senza un progetto e una visione, senza organizzazione generale, non potrà danneggiare il potere. Al massimo qualche auto della polizia e qualche negozio.

Siamo noi a dover capire che “la rabbia” è sacrosanta, ma è solo una “materia prima”. È come la benzina: se fa marciare una macchina ha una potenza trasformativa, se prende fuoco e basta consuma se stessa e poco altro.

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25/11/2014

Ferguson: scagionato il poliziotto killer, esplode la rabbia


C’era chi lo dava per certo, conoscendo bene come funziona la giustizia negli Stati Uniti. C’era chi invece nelle comunità afroamericane sperava che almeno questa volta l’establishment volesse e dovesse dare un segnale di discontinuità incriminando il poliziotto che all’inizio di agosto ha ucciso il giovane Michael Brown, un diciottenne disarmato colpevole solo di avere la pelle scura così come tante delle vittime della brutalità delle forze di polizia nel paese di Obama.

Ma così non è stato. Il poliziotto che ha premuto il grilletto – bianco, come il 95% dei suoi colleghi in un sobborgo di Saint Louis dove la popolazione è per la maggior parte afro – non sarà processato, e tornerà libero a fare lo sceriffo in una comunità in cui si accumulano le denuncie di angherie e prevaricazioni da parte degli uomini dell’ufficio dello sceriffo nei confronti dei cittadini coloured.

Così ha deciso poche ore fa il Gran Jury che non ha trovato nulla da eccepire, e di penalmente rilevante, in quello che a molti, moltissimi, è apparso un omicidio a sangue freddo e che ha già scatenato durante l’estate e più recentemente una ondata senza precedenti di proteste, manifestazioni, assemblee e scontri nonostante l’invito alla calma della famiglia della vittima e gli appelli ipocriti alla ‘pazienza’ da parte di un presidente dall’appeal sempre più sbiadito.

D’altronde la giuria che ha deciso il non luogo a procedere era composta da 9 bianchi e 3 neri, giusto per non smentire una lunga e apparentemente inattaccabile tradizione di esclusione della popolazione non Wasp. E solo negli ultimi giorni sono stati due i neri vittima del fuoco della polizia. Uno colpevole di aspettare l’ascensore in penombra, assieme alla sua ragazza, nel palazzo dove abitava. L’altro, di soli 12 anni, perché agitava una pistola giocattolo in un parco giochi. In un paese dove la lobby delle armi la fa da padrona e gli uomini in divisa prima sparano (meglio un innocente morto che un colpevole vivo e pericoloso) nessuno mette in discussione il dogma del ‘diritto degli americani a portare un’arma’ e quindi il diritto degli agenti a sparare per primi anche quando non serve.

La decisione del Gran Jury è arrivata con molto ritardo rispetto alle previsioni e ai tempi previsti. Forse perché i tre neri presenti nella giuria hanno provato a far cambiare idea alla maggioranza bianca, forse perché ha prevalso fino ad un certo punto la paura delle prevedibili conseguenze di un proscioglimento intollerabile.

Accolto naturalmente da una nuova esplosione della popolazione di Ferguson dove a migliaia si sono riversati immediatamente nelle strade e dove si annuncia una lunga giornata di proteste e scontri. Che potrebbero estendersi anche ad altre città. La misura è colma, e ormai da molto…

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22/11/2014

Stati Uniti: poliziotto crivella di colpi un giovane nero disarmato, scontri a Ferguson


Mentre in Missouri la tensione è altissima in vista della possibile assoluzione del poliziotto che ad agosto uccise il diciottenne Michael Brown, un altro giovane afroamericano, questa volta il 28enne Akai Gurley, è stato ucciso da due agenti di polizia a Brooklyn.

Secondo la versione diffusa dai media statunitensi due giovani agenti erano in perlustrazione nelle scale di un edificio quando si sarebbero trovati davanti il giovane che, insieme alla sua ragazza, stava aspettando l'arrivo dell'ascensore, disarmato, e avrebbero aperto il fuoco, uccidendolo sul colpo.
Nel corso di una conferenza stampa il capo della polizia di New York, Bill Bratton, ha dovuto riconoscere che la vittima era "totalmente innocente" anche se secondo lui si sarebber trattato di un "tragico errore" dovuto al fatto che le scale dell’edificio erano in penombra e che quindi la visibilità era scarsa. Ma le circostanze di quanto avvenuto smentiscono la ricostruzione giustificazionista di Bratton, visto che Peter Liang, il poliziotto che ha sparato, ha scaricato l’intero caricatore della sua arma contro Gurley che era disarmato e la cui unica colpa è stata di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, e di avere la pelle scura. Il New York Post, che ha anche pubblicato la foto della giovane vittima, riferisce che due agenti stavano effettuando quella che in gergo si definisce una perlustrazione 'verticale' di uno stabile a Brooklyn scendendo per le scale piano dopo piano a partire dall'ottavo quando la vittima è sbucata all'altezza del settimo. A quel punto l'agente Liang ha aperto il fuoco scaricando l'arma nel torace dell'uomo che era stato a trovare la fidanzata, Melissa Buttler, che abita nell'edifico.


Intanto nuovi scontri si sono registrati durante la notte a Ferguson, in attesa del verdetto sulla possibile incriminazione del poliziotto che uccise il 18enne nero Michael Brown, anche lui disarmato. Tre persone sono state arrestate dopo che la polizia ha caricato i manifestanti che protestavano davanti al quartier generale delle forze dell'ordine. La folla si è allineata davanti all'edificio urlando per circa un’ora slogan contro i poliziotti schierati in assetto antisommossa. Quando però i manifestanti si sono spostati in strada bloccando la circolazione stradale i poliziotti sono intervenuti con i manganelli caricando i dimostranti che in alcuni casi sono stati gettati a terra e malmenati. Secondo alcune indiscrezioni il poliziotto killer, Darren Wilson, starebbe negoziando le sue dimissioni in cambio dell'immunità. La notizia, riferita dalla Cnn, potrebbe alimentare ancor di più la rabbia dei cittadini di Ferguson, abitata in maggioranza da afroamericani ma dove la polizia è composta al 93% da agenti bianchi e protagonisti di numerosi episodi di discriminazione e persecuzione.

Mike Brown, il padre della vittima, si è rivolto alla comunità in un video chiedendo che le proteste siano pacifiche. "Non importa cosa deciderà il Gran giurì, non voglio che mio figlio sia morto invano. Auspico un cambiamento eccezionale e in positivo che trasformi St. Louis in una città migliore per tutti", ha detto, seguito da interventi simili pronunciati dallo stesso presidente Obama e dal ministro della Giustizia, che hanno per l’ennesima volta promesso alle comunità afroamericane del paese un cambiamento radicale nel comportamento delle forze di sicurezza.

Intanto però la stampa locale ha diffuso la notizia che due uomini sarebbero stati arrestati dall’Fbi proprio a St.Louis, nel Missouri, con l’accusa di aver acquistato esplosivo da usare durante le proteste a Ferguson. I due farebbero parte del “New Black Panthers Party”, un gruppo rivoluzionario che si ispira alle “Pantere nere” degli anni ’60.

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21/11/2014

Ferguson. Tensione altissima per sentenza contro agente di polizia


I riflettori tornano ad accendersi su Ferguson, cittadina del Missouri dove il Gran Giurì deve decidere sulla colpevolezza o meno del poliziotto bianco – Darren Wilson – che ad agosto uccise un giovane nero, Michael Brown. Nelle manifestazioni intorno al tribunale e al dipartimento di polizia si registrano giù decine di arresti tra i giovani neri e gli attivisti delle reti impegnate contro la brutalità poliziesca. Il governatore del Missouri, Nixon, ha dichiarato lo stato d'emergenza ed ha mobilitato per le strade la Guardia Nazionale. I turni dei poliziotti di Ferguson sono saliti a 12 ore, soprattutto verso il fine settimana dove si prevedono manifestazioni di protesta.

Secondo l'Associated Press che ha raccolto indiscrezioni, il poliziotto che ha ucciso Michael Brown si dice ottimista sull'esito della sentenza del Gran Giurì. Al contrario, Benjamin Crump, uno degli avvocati della famiglia del giovane nero ucciso, ha affermato che la giuria si muoverà come su un otto volante. Il poliziotto accusato dell'omicidio, ha visto il sostegno dei sindacati di polizia e dei gruppi di destra che hanno raccolto 500mila dollari per la sua difesa.

Già da mercoledi sera, nonostante una temperatura sotto lo zero, ci sono state manifestazioni contro le violenze poliziesche e il rischio che il tribunale le assolve. La polizia in assetto antisommossa ha effettuato tre cariche contro una barricata eretta dai manifestanti su una strada nei pressi del dipartimento di polizia e ne ha arrestati diversi. In attesa della sentenza la tensione continua a crescere.

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18/11/2014

Anonymous sbanca anche il Ku Klux Klan

Anche i razzisti suprematisti bianchi, ammiratori di Hitler ante litteram, non fanno più paura. Anzi: devono averne.

Anonymous ha rubato l'account twitter del Ku Klux Klan e ha postato una foto con un membro del gruppo razzista mentre viene linciato. L'iniziativa nasce come risposta al monito del Kkk di un minacciato "uso della forza" nei confronti dei manifestanti di Ferguson, in attesa della decisione del Gran giurì sull'incriminazione del poliziotto che sparò e uccise il 18enne nero Michael Brown.

Nei giorni scorsi, il Kkk ha minacciato - sotto la protezione dell'anonimato, anche se c'è certezza della presenza di numerosi agenti di polizia nelle sue file, naturalmente soltanto "bianchi" - il gruppo di attivisti. Poi ha anche distribuito via posta migliaia di volantini in un cui minaccia di usare "forza letale" contro i cittadini che prenderanno parte alle proteste che seguiranno alla decisione della corte. Evidentemente conoscono il verdetto ancora prima che sia emesso...

Il gruppo razzista mostra di essere assolutamente in linea con le indicazioni provenienti dall'amministrazione Usa, che tende a chiamare "terrorista" chiunque protesti o si opponga. Attraverso una raccomandazione scritta, infatti, richiama l’attenzione sui "terroristi mascherati da protestanti pacifici", arrivando ad autolegittimare l’uso della forza armata "a scopo di difesa", scartabellando nella legislazione dello Stato del Missouri.

La risposta di Anonymous non si è fatta attendere: il gruppo ha mandato "down" il sito dell'organizzazione razzista e l'account twitter del clan. Nel video su Youtube che rivendica l'attacco Anonymous dichiara: “non vi attacchiamo per ciò in cui credete, in quanto combattiamo per la libertà di parola, vi attacchiamo perché avete minacciato di usare la forza letale contro di noi nelle proteste di Ferguson”.

Ma il secondo attacco rischia di essere ben più devastante: l'operazione definita #HoodsOff (“giù il cappuccio“), infatti, mira all’individuazione degli attivisti del KKK della zona di St. Louis con conseguente rivelazione dell’identità on line. Foto, account sui social network e informazioni personali di membri del KKK sono state diffuse in rete dagli hacker attivisti, sotto l’hashtag #HoodsOff, e su Pastebin.com.

Senza anonimato, anche il Kkk non fa più paura a nessuno...

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15/10/2014

Ferguson, torna nelle strade la rabbia contro la brutalità della polizia


Durante l’ultimo fine settimana Ferguson è tornata in voga sui giornali grazie a #FergusonOctober, una quattro giorni di iniziative, incontri e manifestazioni che hanno portato per le strade della località e di tutta St. Louis migliaia di persone. Giovani di ogni colore (principalmente studenti universitari) e provenienti da ogni angolo degli Stati Uniti si sono ritrovati in Missouri per rilanciare un movimento nazionale per ottenere giustizia per Michael Brown e contro la Police brutality: una piaga troppo poco discussa sui giornali nostrani e con cui gli USA prima o poi dovranno fare i conti. Una piaga che colpisce principalmente le minoranze ed in particolare gli Afro-americani. Da uno studio del Malcom X Grass-root movement viene fuori che le forze di polizia e di sicurezza statunitensi uccidono una persona di colore ogni 28 ore, e che l’80% delle vittime è disarmato. Una piaga che non fa eccezioni geografiche: dopo l’assassinio di Micheal Brown, 18enne nero, che ha rappresentato la scintilla della rivolta di Ferguson, l’8 ottobre un’altra giovane vita, quella del 17enne Vonderrit Myers, residente di St. Louis a pochi chilometri da Ferguson, è stata stroncata dalle forze di polizia che hanno sparato contro il ragazzo ben 17 volte.

La quattro giorni è stata organizzata da “Hands Up United”, un gruppo che racchiude la parte più riformista della rivolta di Ferguson e che quindi è stata scelta dai media come volto di una mobilitazione portata avanti anche da frange più radicali. Il fine settimana è stato ricco di eventi e di discussioni che hanno raggiunto l’apice con una manifestazione molto partecipata che ha sfilato pacificamente per le strade di St. Louis terminando con una serie di interventi realizzati da alcuni dei protagonisti dell’eroica rivolta di Ferguson. Poi una serie di manifestazioni che hanno avuto come epicentro la stazione di polizia di Ferguson reclamando a gran voce l’arresto di Darren Wilson, il poliziotto che ha sparato a Michael Brown, e le dimissioni del capo di polizia, entrambi bianchi in una comunità composta per il 70% da afro-americani. Molti degli attivisti arrivati in città per il fine settimana hanno pernottato di fronte la stazione di polizia con un accampamento in stile Occupy. Altro obiettivo della protesta era quello di ottenere le dimissioni del sindaco di Ferguson, anche lui bianco come d’altronde la grande maggioranza dei dirigenti delle istituzioni della città.

Come da tradizione nella sinistra americana, sono stati molti i nomi altisonanti e celebri accorsi in solidarietà con Ferguson. E non è mancata neanche la possibilità di farsi ritrarre in pose eroiche durante gli arresti avvenuti ieri durante un presidio pacifico. Arresti puramente a favore di telecamera che si sono conclusi in non più di qualche ora passata nella stazione di polizia, in perfetto stile statunitense.

Quello che è molto meno rappresentato nei media è l’altra Ferguson. Quella che si incontra nelle strade. Quella che esce di notte. Quella che con la polizia non negozia e non chiede permessi su dove e come protestare. Quella che è la vera forza motrice della rivolta iniziata oltre due mesi fa. Quest’altra Ferguson non è semplicemente fatta di giovani del ghetto che vomitano la propria rabbia. È organizzata e ragiona in maniera strategica ma senza compromessi. Per evitare di essere cooptata nella macchina pacificatrice delle ONG sono nati “Tribe-X” e “las voices”. Due gruppi composti da giovani e giovanissimi, alla guida delle manifestazioni notturne di Ferguson e che, per gran parte, non hanno partecipato alle manifestazioni organizzate durante il giorno.

Questa “Ferguson” si è spostata dalle strade dove Mike Brown è stato assassinato e si incontra nella parte Sud di St. Luis dove mercoledì scorso Vonderrit Mayers è stato ucciso. E si incontra di notte, a cavallo della mezzanotte. Sabato notte oltre 400 compagni hanno tentato di occupare un benzinaio ricevendo un trattamento dalle forze di polizia drammaticamente differente rispetto a quello riservato alla manifestazione pomeridiana. Nonostante una condotta pacifica, i dimostranti sono stati accolti da oltre 300 celerini in tenuta anti-sommossa, decine di volanti e addirittura un veicolo corazzato a prova di mine anti-uomo (!). Nella notte di domenica, a cavallo con le prime ore di lunedì, una folla di oltre 1000 persone ha marciato per le strade silenziose di St. Louis bloccando il traffico in vari incroci e culminando con un’occupazione di una piazza della “St. Louis University”. Alla guida del corteo non c’erano personalità importanti ma i familiari di Vonderrit Mayers. A mantenere l’ordine nella manifestazione non erano poliziotti ma i peace-keepers della ‘Islam Nation’.

A Ferguson la rabbia nelle strade è forte e non si placa. Ed anche il motto “”Hands up, don’t shoot”, dall’enorme potere evocativo, iniziare ad andare stretto ad alcuni. E c’è chi inizia già a gridare “hands up, shoot back!”.

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26/09/2014

Usa: poliziotto uccide un ragazzo nero, assolto. Nuovi scontri e arresti a Ferguson


Ogni città, ogni quartiere degli Stati Uniti è una potenziale Ferguson. Smentendo le promesse, per quanto vacue e generiche del primo presidente nero del paese, non passa giorno senza che le cronache non forniscano nuovi argomenti a chi accusa il sistema, e la sua polizia in particolare, di razzismo.

I riot e le manifestazioni di Ferguson sembravano ormai lontane, placate dalla retorica di Obama e dei suoi collaboratori, compreso l’agente di colore mandato nel ghetto di San Louis per convincere i residenti che ciò che era accaduto non accadrà mai più. Ma ciò che aveva scatenato la rabbia della comunità nera tenuta a bada da una polizia bianca – la morte del diciottenne Michael Brown ad opera dell’agente Darren Wilson il 9 agosto scorso – è accaduto di nuovo.
Anzi, per la verità, un’altra giovane vittima nera della polizia di Washington risale allo scorso 5 agosto quando a Beavercreek, sobborgo di Dayton, il 22enne di colore John Crawford è stato freddato dai colpi esplosi dalla polizia all’interno di un ipermercato della Wal-Mart. La sua colpa? Il ragazzo teneva in mano un fucile ad aria compressa che aveva preso dagli scaffali del negozio mentre parlava al cellulare con la moglie camminando nel reparto giocattoli del grande magazzino.



Un altro cliente del Wal-Mart lo vede, chiama il 911, e denuncia che un ‘nero armato e alto un metro e ottanta’ si aggira per il negozio minacciando le persone, e che addirittura “punta il fucile contro due bambini”.
Dopo neanche tre minuti – tutta la assurda scena viene ripresa dalle telecamere di sorveglianza – arrivano due agenti di polizia che intimano al ragazzo di gettarsi a terra e, senza neanche dargli il tempo di capire cosa stia succedendo, gli sparano due colpi che lo uccidono sul colpo. Tragedia nella tragedia: Angela Williams, la madre dei due bambini che la vittima avrebbe minacciato col finto fucile – le registrazioni mostrano che non è vero – è morta poco dopo la sparatoria per un infarto.
Naturamente l’uccisione ha destato rabbia e scandalo, e nella città dell’Ohio ci si aspettava che la giustizia punisse i poliziotti pistoleri. Ma così non è stato, tanto per cambiare, perché il Grand Jury dell’Ohio non ha neanche acconsentito che sulla vicenda si celebrasse un processo. Secondo il giudice i poliziotti avrebbero agito all’interno delle loro prerogative e non ci sarebbe stata nessuna violazione nell’uccisione del giovane nero padre di due figli. Abbattuto perché voleva comprare – forse – un fucile di plastica in un paese dove le armi da guerra si comprano ovunque senza grandi controlli. Ma John Crawford era nero, come Michael Brown e come anche Darrien Hunt, un’altra vittima recente dei giustizieri in divisa. A creare ancora più rabbia e sconcerto il fatto che il video che ritrae l'assurdo omicidio sia stato tenuto nascosto per settimane dagli inquirenti, e diffuso solo dopo l'assoluzione degli agenti responsabili di aver assassinato Crawford  senza alcun motivo.



E questa notte, forse sull’onda della notizia dell’assoluzione dell’agente Sean Williams nell’Ohio, diversi manifestanti sono stati arrestati dalle forze di sicurezza proprio a Ferguson, in Missouri, nel corso di duri scontri scoppiati dopo l’arrivo del locale capo della polizia, Tom Jackson, alla marcia organizzata in ricordo di Brown. Poche ore prima, Jackson aveva pubblicato un video per scusarsi con i genitori del ragazzo ucciso, dopo settimane di polemiche e richieste di dimissioni. Wilson non è accusato solo di guidare una polizia razzista e di essere quindi responsabile della morte di Michael Brown, ma è stato citato in giudizio insieme ai suoi sottoposti per l’uso indiscriminato di proiettili di gomma e di gas lacrimogeni contro i manifestanti della “sua” comunità.

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10/09/2014

Traiano non è Ferguson

Pubblichiamo questo articolo dei compagni di Infoaut perché offre degli spunti di discussione sulla vicenda dell'assassinio del giovane Davide a Napoli formulati in maniera non impressionistica e/o ideologica.
Le modalità con cui la popolazione del quartiere sta manifestando per richiedere verità e giustizia su questa terribile vicenda sono la conseguenza non solo della campagna di criminalizzazione e di mistificazione operata dal complesso dei mezzi d'informazione ma riflettono la condizione di profonda frantumazione economica e sociale che si è sedimentata in alcune aree della metropoli partenopea.
Inoltre, in tale fenomenologia, pesa, in maniera esplicita, la funzione della camorra e dei suoi diversificati codici i quali inibiscono di fatto ogni possibile insorgenza conflittuale verso le istituzioni e gli apparati repressivi dello stato.

La nota di Infoaut individua alcuni temi che vogliamo, collettivamente, approfondire per comprendere meglio la realtà sociale in cui siamo immersi e per meglio calibrare una azione di ricostruzione e di ricomposizione di un agire collettivo indipendente ed autonomo.

Nei prossimi giorni ritorneremo con una riflessione più argomentata su tale vicenda ed auspichiamo l'apertura di una discussione pubblica tra i compagni e l'insieme degli attivisti politici e sociali.

Redazione di Napoli di Contropiano

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L'articolo di Infoaut

Nel raccontare e analizzare i fatti di Traiano, alcuni "illustri" commentatori (Saviano in testa, seguito da altri giornalisti mainstream) si sono lanciati in facili analogie con Ferguson, che ci sembrano però alquanto forzate. Ci potranno sicuramente essere analogie sulla gestione della marginalità e della povertà, analogie sul come agisce la polizia in certi quartieri.

Quartieri che vedono militari che si sentono di agire in uno stato di guerra e che vengono sistematicamente addestrati per muoversi in questo modo. Non è un caso che molti di questi "ragazzini in divisa" mandati in nei quartieri popolari sono reduci da missioni di guerra. Militari sottoposti ad una formazione razzista e sterotipata che fanno del disprezzo della povertà un punto fermo, per  cui la vita di un ragazzino di quartiere non ha nessun valore.

Ma del resto che quartieri costruiti per ospitare la povertà e la marginalità conoscano il controllo poliziesco come unica faccia del potere statale non ci  sembra assolutamente una novità. E anche qui, le differenze rispetto a Ferguson, non sono poche: in quei quartieri parliamo di una polizia militarizzata e di un controllo che possiamo definire "scientifico", quindi qualcosa di sicuramente diverso rispetto a quanto vediamo a Traiano e nel resto della periferia napoletana. Crediamo, però, sia molto più interessante guardare ed analizzare le analogie che assolutamente non ci sono, e, ahinoi, a non esserci, è sicuramente la rivolta.

Esplosione che abbiamo sperato, ma che purtroppo non si è data. Molte delle risposte sul perché questa rabbia non sia esplosa non sono difficili da individuare. Se l'unica faccia del potere statale in quei territorio è la polizia, c'è un altro potere ben più invasivo e radicato che condiziona le dinamiche sociali di questi luoghi.

Ed è il potere economico e militare del "sistema". Perché è questo il volto reale dello sfruttamento capitalista su questi territori. Soccavo è una delle principali piazze di spaccio, e si sa, neanche questa è una novità, alle piazze di spaccio il casino e l'esposizione mediatica non piacciano assolutamente. "La camorra ci protegge, lo stato ci uccide". Una frase che i pennivendoli si sono affrettati a sbattere in prima pagina nel tentativo di buttare discredito sulla morte di Davide e su un intero quartiere.

Non dubitiamo che possa essere stata detta, e del resto quando l'unico volto statale che conosci è la divisa, non è difficile illudersi che questa infame menzogna sia vera. Ma la verità è che il "sistema" non ha figli da proteggere. Al "sistema" non interessa la dignità di un quartiere e di una città, non interessa la morte di un bambino. L'unica cosa che interessa sono i profitti. Quindi the show must go on. Le basi devono tornare a lavorare a pieno regime e nel più breve tempo possibile.

Ed è così che Stato e Camorra tornano ad essere un solo volto. Il volto di un potere pervasivo, violento e parassitario, che non esita a proteggersi a vicenda, tornando ad essere un solo esercito. Del resto il "sistema", con il suo carattere parassitario, anche da tragedie come queste può trarre benefici: "qua non si muove nulla, nessuna rivolta, ma per un po' noi facciamo i cazzi nostri senza sbirri tra i piedi." E la vita di un ragazzino finisce ad essere svenduta per i profitti del "sistema".

E allora va bene il corteo, perché questi ragazzini che si sono visti ammazzare un coetaneo, un amico, un ragazzo del quartiere, dovranno pur sfogarsi in qualche modo, l'importante è che duri poco e resti perimetrato dentro certi paletti. E così che quanti alla fine del corteo, non troppi a dire la verità, provano ad alzare qualche barricata, se non indietreggiano davanti ai lacrimogeni della polizia, sono costretti a indietreggiare davanti all'ordine del "sistema".

Ma bisogna dirsi la verità fino in fondo. Se non fosse stato per la capacità delle realtà di base del quartiere e di quelle cittadine nel trovare le giuste connessioni e i giusti modi, probabilmente non avremmo assistito nemmeno a quel corteo, a quell'unico, timido, momento di rabbia. Del resto è quello che si poteva percepire fin dalle prime ore. Ma noi per primi, siamo finiti vittime delle nostre stesse enfatizzazioni e speranze. Perché la verità è che quelle auto della polizia distrutte e il quartiere in rivolta subito dopo l'uccisione di Davide, quando la mano del "sistema" ancora non aveva tirato il freno, non sono altro che una enfatizzazione giornalistica e di chi come noi ha creduto e sperato in una possibile esplosione di rabbia.

Certo, quella che ha attraversato e animato il corteo è stata una composizione estremamente giovanile, ma che probabilmente prima ancora di essere trascinata dalla rabbia, vive una situazione di confusione e smarrimento. Quello con cui bisogna fare i conti è che si tratta di una generazione stretta tra l'incudine e il martello; tra il nulla di quartieri ghetto, fatti di palazzoni disposti in file regolari e attraversati da enormi vialoni che rendono ancora più difficile la socialità, che vedono nell'asfissiante militarizzazione una costante, e l'ancor più pervasivo potere e controllo del "sistema".

Insomma, una rabbia e una rivolta ancora lontane dall'esplodere, ma sicuramente tante contraddizioni con cui fare i conti ed agire. Una di queste è sicuramente quella per cui al "sistema" la vita e la giustizia per chi vive i quartieri non interessa assolutamente.

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25/08/2014

Ferguson. Il poliziotto killer ha una storia da razzista


Darren Wilson, il poliziotto che ha ucciso il ragazzo nero Michael Brown, scatenando una sana reazione popolare contro il razzismo esplicito e i metodi criminali della polizia, ha una lunga storia di ordinario razzismo "nell'esercizio della sua professione", peraltro molto pericolosa per chi gli capitava a tiro.

Era infatti già stato "licenziato" da un altro distretto di polizia, sempre nel Missouri (a Jennings), perché giudicato "fautore di scontri tra agenti di polizia bianchi e popolazione residente", soprattutto afroamericana.

Due episodi, in particolare, lo avevano segnalato come elemento provocatore e incapace di distinguere le proprie "convinzioni" razziste/maciste dalle funzioni proprie di un "agente della sicurezza". In entrambi i casi, infatti, si era scatenato contro donne di colore. Nel primo episodio, aveva inseguito una donna alla guida della sua macchina insieme al figlio piccolo, sparandole contro, fortunatamente senza colpirla. Nel secondo caso, aveva invece pestato un'altra donna che aveva chiamato la polizia per denunciare la distruzione del suo furgone.

Ma tutto il distretto di polizia di Jennings era fuori controllo, tanto che le autorità locali furono costrette a scioglierlo licenziando tutti i poliziotti e ricostituendolo da capo. I casi di corruzione, infatti, avevano superato tutti i livelli di guardia; persino in un paese fortemente "tollerante" con gli agenti di polizia.

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24/08/2014

I fatti di Ferguson e gli incubi “neri” dell'establishment


L’apparizione di militanti di un mai dimenticato Black Panther Party, come reazione a è avvenuto a Ferguson nel Missouri, era già accaduto in altri luoghi e città degli Stati Uniti, e non deve sorprendere.

Appare del tutto logica, ed anche inevitabile, che una parte della popolazione statunitense, soprattutto quella afroamericana, possa riprendere esperienze e consuetudini, forse oggi non più “di moda”, ma mai dimenticate né assopite nelle coscienze. Esperienze che oggi appaiono come le uniche in grado di dare risposte efficaci e tutela per una parte della popolazione statunitense che da sempre subisce le persecuzioni e le prevaricazioni di un retaggio culturale razzista che pervade la società USA di cultura “bianca”, con la sua polizia ad esserne protagonista.

I cops o i pigs (come venivano definiti i poliziotti) anche se ormai in parte di origine afroamericana o ispanica a loro volta, non rinunciano a usare stupidamente e ciecamente comportamenti violenti e spropositati nei confronti soprattutto di giovani afroamericani o immigrati di etnia ispanica e latino-americana (messicani, portoricani, haitiani ecc.).

Nonostante il dato certificato che la persecuzione massiccia messa in campo attraverso il progetto Cointelpro (progettato sia dalla Cia che dall’Fbi durante la gestione Hoover, nella seconda metà degli anni ’60 fino ai primi anni ’80), avesse letteralmente eliminato quello che venne definito da Hoover stesso, come il “maggiore pericolo e peggior nemico degli Stati Uniti”; oggi grazie all’arroganza e alla percezione del proprio io dei corpi di polizia statunitensi, come il solo e unico depositario della legalità e dell’autorità in materia socio-statuale. Ebbene costoro sono riusciti a materializzare proprio quello che veniva definito da loro stessi: il maggiore pericolo, cioè il loro “incubo” cioè le Black Panther.

L’uccisione del giovane afroamericano Mike Brown nel sobborgo di Ferguson, sta facendo riemergere tutte quelle dinamiche di controllo che sono attuate nei settori della società USA.

Settori e strati sociali composti in maggioranza da giovani afroamericani o immigrati di origine ispanica, latinoamericana e altro, dimostrando ancora una volta come la divisione in classi nella società americana continui ad essere regolamentata da un razzismo “sistemico”, utile strumento di potere per meglio gestire e normalizzare situazioni potenzialmente più effervescenti, dannose e incontrollabili.

E’ dunque in conformità a questi comportamenti polizieschi che la popolazione afroamericana reagisce e oltre a recuperarne le forme organizzative ne utilizza anche le procedure, come quella del “Patrolling”, uno dei punti di programma più forti che caratterizzò e diede successo e unione all’allora nascente Black Panther Party (BPP).

In pratica, essendo forte il risentimento della comunità afroamericana per gli atteggiamenti razzisti della polizia definita “forza di occupazione”, la risposta del BPP fu quella del contropattugliamento del territorio: “Al fine di far fronte a tali eccessi le Pantere Nere organizzano pattuglie di volontari - le Copwatch - che seguono a distanza i poliziotti per sorvegliarne i comportamenti…". Si tratta del Patrolling.

I progetti e le strategie che mise in campo il governo Usa furono di diversa natura e segno. L’operazione “Chaos” e “Blue-Moon”, sulle quali Contropiano svolse a suo tempo un’inchiesta che appare ancora oggi attuale.
Le due operazioni vennero usate per sterminare intere generazioni di giovani (ritenuti contestatori e ribelli), attraverso la diffusione a pioggia di eroina e altre droghe pesanti, atte a distogliere l’attenzione dai progetti che i vari governi occidentali mettevano in campo per garantire e rafforzare i profitti e i privilegi delle classi dominati.

Stante la crisi pesante che oggi sta interessando le maggiori nazioni e potenze industriali; l’aumento devastante della miseria con conseguente crescita dell’impoverimento economico e sociale al quale pare siano condannate masse sempre più estese di popolazione civile; la presenza sempre più massiccia di queste contraddizioni stanno ora trovando negli Stati Uniti una risposta violenta e irrazionale.

In un documento della stessa leadership militare USA del 1999, si ritiene che l’uso delle forze di polizia debba essere pari a quelle che un esercito militare deve attuare e mettere in campo per meglio controllare lo sviluppo delle situazioni presenti in certe occasioni di ribellismo sociale.

Quale migliore occasione e prova sono state dunque l’azione della polizia in quel di Ferguson, ma anche in altre città dove si sono avute le stesse performance?

Per questo la risposta che sta provenendo in una parte della popolazione afroamericana non può sorprenderci affatto; così come non ci sorprenderà la strategia che il governo statunitense (ma credo che anche altri governi potranno seguire la stessa strada) metterà in campo, indicando quale possa essere il percorso che l’amministrazione Obama (ma costui non era considerato dai nostri centro-sinistrati, come un moderno esponente democratico e liberal?) percorrerà.

Gli spari, le pallottole, la pioggia di lacrimogeni che la polizia ha indirizzato a Ferguson, contro soggetti del tutto pacifici (le ultime dimostrazioni sono avvenute con i partecipanti che avevano le mani alzate in segno di resa!), sono lì a dimostrare e ad indicare la strada da perseguire di fronte a dimostrazioni e a comportamenti da ritenere sospetti o pericolosi.

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20/08/2014

Un altro giovane nero ucciso dalla polizia. Lunedi a Ferguson i funerali di Michael Brown

Mentre continuano le proteste a Ferguson per l'uccisione da parte di un poliziotto del giovane afroamericano Michael Brown, poco lontano c'è stato un altro caso di “cops shooting” che potrebbe far crescere la tensione.

Ieri un giovane  afroamericano di 23 anni è stato ucciso dalla polizia a St. Louis. L'episodio è avvenuto a dieci chilometri di distanza dalla cittadina del Missouri. Il ragazzo - sempre secondo la versione del dipartimento di polizia di St. Louis - avrebbe avuto nelle mani un coltello mentre si aggirava all'esterno di un negozio. Il 23enne avrebbe detto ai due agenti "sparatemi, uccidetemi" e si sarebbe avvicinato. A questo punto uno dei poliziotti (o forse entrambi) ha aperto il fuoco uccidendolo.
La notizia è piombata su Ferguson dove, a dieci giorni dall'uccisione di Michaele Brown, continuano quotidianamente le proteste contro la militarizzazione e la brutalità della polizia. Finito il coprifuoco nella cittadina è arrivata la Guardia Nazionale e ieri sono state arrestate 78 persone che manifestavano per le vie della città, dove oggi è atteso il segretario alla Giustizia, Eric Holder.

Ieri sera si è registrata una situazione di “calma” . La polizia si è posizionata nelle strade prima del tramonto, e i soldati della Guardia Nazionale del Missouri hanno costituito dei posti di blocco presso il centro commerciale che è stato trasformato in un posto di comando della polizia. I manifestanti hanno marciato senza incidenti sotto gli occhi della polizia. Nel frattempo (dopo la seconda autopsia presentata dalla famiglia del giovane) si attendono i risultati di una terza analisi che è stata disposta proprio da Holder. II funerale di Michael Brown si svolgerà lunedì prossimo.

Ma nelle città statunitensi solo nell’ultimo mese sono quattro gli afroamericani uccisi dalla polizia. Oltre a Brown ci sono stati i casi di Eric Garner, Ezell Ford e John Crawford. Le circostanze della loro morte vedono contrastare apertamente la versione delle famiglie delle vittime e quella delle forze dell’ordine.

Sette anni fa, segnala Internazionale, ci fu un’inchiesta condotta da ColorLines e dal Chicago Reporter la quale era giunta alla conclusione che c’era una sproporzione evidente tra le vittime della polizia in dieci città degli Stati Uniti, in particolare New York, San Diego e Las Vegas. Più recentemente, tra il 2006 e il 2012, secondo Usa Today ci sono stati 96 casi di poliziotti bianchi che hanno ucciso un afroamericano. E queste cifre riguardano solo uccisioni ritenute giustificate.

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Il riot di Ferguson

Bisognerebbe scandagliare meglio le caratteristiche sociali e i soggetti reali in campo che agiscono nelle dinamiche che muovono le vere e proprie rivolte in atto in alcune città degli Stati Uniti dopo il brutale omicidio poliziesco del giovane nero Michael Brown.

Una esigenza che ci consentirebbe di andare oltre le cronache quotidiane della abituale dis/informazione dominante la quale – in alcuni casi limite – presenta questi sommovimenti sociali come una sorta di fenomenologia endemica con cui il capitale deve imparare a convivere nell’esercizio del suo moderno dominio reale sulla società e sugli individui.

A questo proposito – come documentazione proveniente dagli U.S.A. – segnaliamo un  link di informazione dal sito della coalizione No War Answer.


Una rivolta tutt’altra che ordinaria

L’uso della Guardia Nazionale per sedare le dure proteste della comunità nera rappresenta l’alto livello delle tensioni in atto e, nel contempo, la determinazione delle autorità locali e federali statunitensi nel voler reprimere ad ogni costo la sacrosanta mobilitazione in atto non solo nella città di Ferguson ma anche in altri importanti centri del paese.

Si tratta, dunque, come è già accaduto in anni precedenti, sempre a causa di soprusi polizieschi contro persone delle comunità di colore, di un riot che sta scuotendo la calma (apparente) di queste città degli Stati Uniti.

Un riot contro cui l’apparato repressivo statale risponde con una modalità di guerra interna come testimoniano non solo le pratiche poliziesche di contrasto ma anche la strumentazione (dalle armi da guerra ai super blindati corazzati fino alle tecniche di controguerriglia dispiegate nelle piazze come il coprifuoco) in uso alle forze dell’ordine statunitensi le quali sono le stesse utilizzate dai marines delle truppe di occupazioni U.S.A. nei quartieri delle città irachene ed afgane.

Ma tutto ciò non è bastato a riportare l’ordine nonostante al bastone della repressione militare il Dipartimento della Giustizia americana ha accoppiato una demagogica promessa di una possibile inchiesta indipendente sui fatti che hanno causato la morte di Michael Brown.

Siamo, quindi, in presenza di una consistente materia sociale in movimento che, periodicamente, riemerge con il suo portato di violenza e di odio verso i simboli del potere, i luoghi del consumo e della grande distribuzione commerciale.

Luoghi e simboli negati alla fruizione di massa anche a causa del corso della crisi economica che anche nelle cittadelle del cuore dell’imperialismo sta causando una polarizzazione sociale sempre più netta ed una più approfondita segmentazione/differenziazione degli e negli strati sociali.

A questi dati oggettivi – comuni a gran parte delle metropoli del centro imperialista – si aggiunge la permanenza di una questione razziale fortemente discriminatoria la quale, con buona pace di tutte le chiacchiere sull’integrazione e la tolleranza tipici delle democrazie del capitalismo maturo, continua ad emarginare, disciplinare e super sfruttare larghi strati di popolazione negli Stati Uniti e nei principali paesi dell’occidente.

Una razzializzazione (per usare un termine coniato dagli attivisti antirazzisti di oltre oceano) che sottolinea l’intrinseca connessione/armonizzazione del razzismo con il funzionamento del processo di valorizzazione nei punti alti dello sviluppo capitalistico.

Per tale motivo le rivolte in atto a Ferguson sono, senza ombra di dubbio, scene di lotta di classe metropolitana alle quali bisogna guardare con attenzione, senza spocchia eurocentrica, cercando di cogliere, pur nella contraddittorietà e confusione di questi avvenimenti, il filo rosso del conflitto sociale e la necessità del cambiamento radicale dello stato di cose presenti.

I fatti di Ferguson mostrano che la lotta al razzismo ed al complesso delle politiche di assoggettamento dei settori deboli della società non può essere interpretata come un funambolico progetto culturale o una mera battaglia per le idee.

Questa impostazione – cara a larga parte della sinistra occidentale ed alle componenti religiose (sia esse cattoliche o islamiche) – è sempre stata foriera di sconfitte politiche quando è riuscita ad imporsi come progetto politico egemonico.

La lotta al razzismo ed all’intero corollario di questioni a cui è legata questa patologia del capitale deve – a Ferguson come altrove – essere tutt’uno alla critica continua al colonialismo ed alle varie forme di schiavitù con cui si sostanzia il comando capitalistico a scala internazionale, sulla forza lavoro e sull’intera società, nell’epoca della competizione globale.

Ridurre l’opposizione al razzismo al rango del solidarismo significa espungere e censurare tutte le potenzialità antisistemiche che animano, comunque, questi riot.

Siamo, invece, convinti che in tali snodi del conflitto può enuclearsi una tendenza politica ed organizzativa che può ricostruire il senso e la prospettiva di una riqualificata opzione anticapitalista capace di superare, nel gorgo della lotta comune, steccati e divisioni razziali.

Particolarmente interessante e politicamente significativo se ciò avvenisse nel ventre della bestia statunitense!

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19/08/2014

Ferguson. “La polizia si comporta come un esercito”. Ancora scontri nella notte


La polizia ha usato massicciamente gas lacrimogeni e granate stordenti per disperdere ieri sera i manifestanti scesi nuovamente in strada a Ferguson, in Missouri, per protestare contro l'uccisione del giovane afroamericano Michael Brown da parte di un agente di polizia bianco. La polizia, in tenuta antisommossa è intervenuta con blindati e un elicottero poco dopo le 23 locali. Sono stati eseguiti diversi arresti. Ma ieri a Ferguson non era più in vigore il coprifuoco dopo che il governatore del Missouri, Jay Nixon, ha ordinato il dispiegamento della Guardia nazionale a sostegno della polizia. Il segretario alla Giustizia Eric Holder, sarà a Ferguson mercoledi, dove incontrerà le autorità della città e i leader della comunità afroamericana. Ad annunciarlo è stato lo stesso Obama. Sulle brutalità dell’intervento antisommossa della polizia a Ferguson, è addirittura l’ex capo della polizia di Seattle, quello che era in carica durante gli scontri del 1999, a prendere le distanze con un articolo sul “Time”. “Nel tempo, sono arrivato a credere che la mia autorizzazione ad inviare agenti in tenuta antisommossa e di usare gas lacrimogeni sui manifestanti è stata la peggiore decisione della mia carriera di 34 anni come poliziotto” scrive Norm Stamper “Oggi, l'intera istituzione della polizia sembra decisa a ripetere i miei errori. Molte forze di polizia locali sono ora equipaggiate e si comportano come piccoli eserciti”.

La militarizzazione della polizia negli Stati Uniti è da tempo una realtà di fatto ufficiale. Esiste un recente documento delle Forze Armate Usa, il documento ATP 3-39,33, il quale sostiene che possono intervenire delle eccezioni nella Costituzione degli Stati Uniti alle quali le forze armate sono chiamate a rispondere anche sul fronte interno. “Queste eccezioni sono basate sul diritto intrinseco del governo degli Stati Uniti per assicurare la tutela dell'ordine pubblico e di effettuare operazioni governative all'interno dei suoi confini territoriali con la forza, se necessario”. Secondo il documento dell'esercito, queste eccezioni comprendono un “disturbo improvviso e inaspettato di tipo civile, catastrofi, o calamità che possono mettere in serio pericolo la vita e la proprietà e disturbare le normali funzioni di governo a tal punto che le autorità locali non possono controllare la situazione e la tutela della proprietà federale”.

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18/08/2014

America Far West lo ‘sceriffo’ razzista e troppe armi in giro

Il ragazzo nero ucciso a Ferguson, nel Missouri, Michael Brown si chiamava, è stato colpito da sei proiettili, di cui 2 alla testa. Più preciso di Tex Willer, quel poliziotto che sapeva sparare ma non sapeva distinguere tra chi aveva alzato le mani in segno di resa e chi minacciava la sua autorità.

Michael Brown, il diciottenne nero ucciso da un poliziotto una settimana fa a Ferguson, è stato colpito da sei proiettili, tra cui due alla testa. Lo rivelano i risultati preliminari dell’autopsia indipendente richiesta dalla famiglia e disposta dal Dipartimento della Giustizia, riferisce il New York Times. Uno dei proiettili è entrato nella parte superiore del cranio del giovane nero, suggerendo che la testa era piegata in avanti quando lo ha colpito causandone la morte. A sostenerlo è il dottor Michael Baden, l’ex capo di medicina legale di New York, in Missouri su richiesta della famiglia della vittima.

Mike Brown è stato pure colpito quattro volte al braccio destro, ha spiegato il medico. I proiettili non sembra siano stati sparati a distanza ravvicinata, perché non c’era polvere da sparo sul corpo del giovane. Un tiratore eccellente quel poliziotto, salvo aver scelto un bersaglio disarmato. Sei colpi tutti a segno e due direttamente alla testa. Manco nei fumetti dell’eterno Tex Willer capita di vedere tanto. Ma questo non è né un fumetto né un vecchio western. E non è più neppure e soltanto una questione legale, l’uso disinvolto delle armi da parete della polizia. Peggio, è divenuta questione razziale.

Arrestate il poliziotto che ha amazzato mio figlio: è questo l’appello che la madre di Michael Brown ha lanciato in un’intervista esclusiva a Good Morning America, il popolare programma della Abc. Intanto la città di Ferguson è teatro di incidenti tra la polizia e la comunità nera da diversi giorni, e un coprifuoco è in vigore da 48 ore. La tensione è salita alle stelle in queste ultime ore, dopo che i risultati di una prima autopsia hanno rivelato che Michael Brown è stato ucciso appunto da ben sei pallottole, di cui due alla testa, ed è stata rivelata l’identità del poliziotto che ha sparato, ed era un bianco.

E la protesta, scesa in piazza, si fa sempre più dura. E’ di un ferito grave, in condizioni critiche, e di almeno sette arresti, il bilancio dei nuovi incidenti verificatisi durante la notte tra sabato e domenica a Ferguson. Lo ha detto il responsabile della Missouri Highway Patrol, che ha ammesso l’uso di lacrimogeni, dopo che colpi di arma da fuoco sono stati esplosi contro un’auto della polizia. Il governatore del Missouri, Jay Nixon, ha introdotto il coprifuoco a partire da ieri sera per ‘mantenere la pace’ e “ottenere giustizia” determinando le circostanze della morte del ragazzo. Ordine violato in massa.

Il governatore del Missouri, Jay Nixon, ha deciso l’intervento della Guardia Nazionale per riportare l’ordine e la calma. A Good Morning America, la madre di Brown ha detto voler che giustizia sia fatta. Le forze dell’ordine sostengono che Brown aveva rubato dei sigari in un negozio e la polizia locale ha mostrato le immagini abbastanza confuse dell’episodio. Ma quando è stato ucciso il ragazzo era certamente disarmato e non aveva un atteggiamento aggressivo, secondo numerosi testimoni. Quindi poliziotto bianco contro ragazzo nero in un Far West dove circolano troppe armi.

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E dove le "forse dell'ordine" se la prendono costantemente contro le fasce sociali più deboli.

Ferguson. Violato il coprifuoco, scontri nella notte. La rivolta prosegue

A Ferguson, dove il giovane nero Michael Brown è stato ucciso da un poliziotto, la rivolta è riesplosa questa notte dopo che la polizia ha lanciato lacrimogeni e i manifestanti bottiglie molotov violando per la seconda notte il coprifuoco imposto dal governatore del Missouri, Jay Nixon che ha chiesto alla Guardia Nazionale di intervenire.

Circa 200 persone si sono rifiutate di rientrare nelle loro case prima dell'inizio del coprifuoco a mezzanotte e la polizia ha lanciato contro di loro numerose bombe lacrimogene per disperderli. Il governatore del Missouri ha introdotto il coprifuoco a partire da sabato sera da mezzanotte alle cinque del mattino. Centinaia di persone hanno marciato verso una stazione di polizia e un manifestante è stato ferito dai proiettili di gomma sparati dagli agenti in tenuta antisommossa.
Almeno 70 persone sono state arrestate durante gli scontri di questi giorni. Mercoledì erano stati arrestati e malmenati anche due giornalisti, subito rilasciati, mentre è ancora in arresto un assessore di St. Louis, che aveva seguito le proteste caricando foto e video sui social network.

L’autopsia intanto ha rivelato che Michael Brown é stato crivellato da ben sei proiettili, di cui due alla testa. Uno dei proiettili è entrato nella parte superiore del cranio del giovane disarmato, suggerendo che la testa era piegata in avanti quando lo ha colpito causandone la morte. A sostenerlo è il dottor Michael M. Baden, l'ex capo di medicina legale di New York, volato in Missouri su richiesta della famiglia e autore di un'autopsia indipendente realizzata dopo quella ufficiale che era stata giudicata da molti assai lacunosa e superficiale.
Mike Brown è stato pure colpito quattro volte al braccio destro, ha spiegato il medico. I proiettili non sembra siano stati sparati da distanza molto ravvicinata, perché non c'era polvere da sparo sul corpo della vittima.

Secondo il quotidiano Usa Today ogni anno 400 persone vengono uccise dagli agenti di polizia negli Usa. Negli ultimi sette anni quasi due volte a settimana negli Stati Uniti, un poliziotto bianco uccide una persona di colore. Secondo i dati forniti dall'Fbi, il 18% degli afro-americani uccisi aveva meno di 21 anni, rispetto al 8,7% dei bianchi.

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17/08/2014

Ferguson, sesta notte di scontri con la polizia

Non si placa la rabbia della popolazione di Ferguson, sobborgo di St.Louis, nel Missouri, teatro per giorni di incidenti tra popolazione nera e le forze dell'ordine dopo l'uccisione di un giovane afro-americano di 18 anni, Michael Brown.

Nella notte tra venerdì e sabato - poche ore dopo che era stato svelato il nome del poliziotto che ha ucciso Brown, Darren Wilson - gli scontri sono ripresi conidentica forza.

Alle radici della nuova esplosione la pubblicazione di un video - messo in circolazione dalla polizia -  in cui si vede un ragazzo nero, irriconoscibile, rubare dei sigari in un negozio. L'intento della polizia è apparso subito chiaro: fa "girare la voce" che in fondo il povero Brown fosse soltanto un ladro e "perciò" il suo omicidio senza alcuna giustificazione fosse in qualche misura "meno grave". Un'infamia delle "forze dell'ordine" abbastanza consuetudinaria  in tutti i casi in cui finiscono sotto accusa. Basti pensare a quel che sono stati capaci di dire i poliziotti coinvolti in casi ormai "famosi" (Cucchi, Aldrovandi, Mogherini, Uva, ecc), ma anche i loro sindacati e persino qualche magistrato...

Circa 200 persone di Ferguson, oltre a scontrarsi con la polizia, hanno saccheggiato una serie di negozi, tra cui anche quello del furto di sigari ripreso nel video. La polizia locale è intervenuta ancora una volta in assetto anti-sommossa, facendo sfoggio di blindati e armi da guerra.

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15/08/2014

USA: la polizia uccide ancora. Anonymous svela il nome dell’assassino di Brown

Mentre a Ferguson, nel Missouri, non si placa la rabbia degli abitanti contro la polizia dopo l’omicidio di sabato scorso – un diciottenne nero è stato freddato da un ufficiale – e sono già una cinquantina i manifestanti arrestati, un episodio simile viene registrato a Los Angeles.

Qui ad essere assassinato dalle forze dell’ordine è stato un venticinquenne disarmato, Ezell Ford, oltretutto affetto da problemi di ordine psichiatrico. Il ragazzo è morto mercoledì dopo due giorni di agonia, in conseguenza dei numerosi colpi di arma da fuoco sparati contro di lui da un agente di polizia. Incredibilmente, la versione dei fatti offerta dall’uomo in divisa sembra una fotocopia di quella riportata dall’ufficiale che ha ucciso Michael Brown a Saint Louis nel fine settimana: l’agente avrebbe fermato Ford per un controllo, il ragazzo avrebbe opposto resistenza e avrebbe ingaggiato una lotta con il poliziotto durante la quale sarebbero ‘partiti’ alcuni colpi. Tutti andati a segno…

In una intervista rilasciata alla catena televisiva KTLA News, la madre della vittima ha raccontato che il ragazzo si era steso a terra obbedendo così agli ordini dell’agente che però ad un certo punto ha aperto il fuoco contro Ford colpendolo alle spalle. Ora la famiglia del venticinquenne, così come quella di Michael Brown, chiede a gran voce verità e giustizia.
A contribuire a fornire qualche elemento di verità sui fatti, vista che il dipartimento di polizia di Ferguson si è rifiutato di fornire le generalità del poliziotto omicida, ci ha pensato Anonymous che, mercoledì notte, ha forzato gli archivi informatici delle forze dell’ordine ed poi giovedì ha avvisato che avrebbe divulgato prima la foto e poi l’indirizzo dell’ufficiale omicida. In un video della durata di due minuti e mezzo il collettivo di hacker-attivisti ha anche denunciato l’indiscriminata repressione contro gli abitanti del sobborgo di Saint Louis ed ha esortato i suoi simpatizzanti a realizzare mobilitazioni pacifiche. Anonymous ha pubblicato l'identità del poliziotto killer sul suo account di Twitter ma poco dopo le forze dell'ordine hanno prima smentito la veridicità dell'informazione e poi ordinato la sospensione del profilo degli hacker attivisti sul social network.

L'allargarsi della protesta e dell'indignazione generate dal comportamento omicida e razzista della polizia hanno forzato il presidente Obama, che in un primo tempo si era limitato ad un cordoglio di circostanza, ad annunciare un'inchiesta indipendente sui fatti. "Sono estremamente scosso e preoccupato per quello che sta accadendo in Missouri, l'Fbi e il ministero della Giustizia stanno indagando per capire cosa sia veramente successo a Ferguson. A questo proposito è necessaria un'inchiesta indipendente e trasparente" ha affermato l'inquilino della Casa Bianca.
Particolare scalpore sta destando l'uso da parte delle forze di polizia di Ferguson di mezzi ed equipaggiamenti militari nella repressione delle manifestazioni dei residenti contro la brutalità delle forze dell'ordine mentre in un delirante comunicato il Ku Klux Klan ha elogiato il comportamento dell'agente bianco che ha freddato il diciottenne disarmato Michael Brown.

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