Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/05/2026
Vendetta di Stato. Nordio rinnova il 41bis a Cospito
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha deciso di rinnovare il 41 bis ad Alfredo Cospito. Il provvedimento, atteso entro il 4 maggio, è stato notificato al difensore Flavio Rossi Albertini e conferma la linea più dura possibile: nessun arretramento, nessuna revisione, nessun dubbio. Non è un atto tecnico. Non è routine amministrativa. È una scelta politica deliberata che va chiamata con il suo nome: vendetta.
Il 41 bis non è una semplice misura restrittiva. È isolamento prolungato, privazione dei contatti, compressione della parola, rarefazione della vita sociale fino al limite della sopportazione. È un regime che svuota la persona, che riduce l’esistenza a sopravvivenza controllata. Per questo, da anni, giuristi, osservatori e organizzazioni lo indicano come una forma di tortura. Non una metafora: una descrizione.
Il caso di Alfredo Cospito ha costretto il Paese a guardare dentro questo dispositivo. Sei mesi di sciopero della fame, tra il 2022 e il 2023, hanno rotto il silenzio. Hanno mostrato cosa significa vivere sotto quel regime: isolamento quasi totale, relazioni ridotte al minimo, controllo continuo. Hanno posto una domanda semplice e radicale: può uno Stato costituzionale infliggere tutto questo? La risposta di Nordio è stata altrettanto semplice: sì, e ancora.
Eppure il dato resta lì, inchiodato alla realtà. Cospito è sottoposto al massimo regime carcerario per un attentato – quello del 2006 a Fossano – che non ha provocato morti né feriti. La sproporzione non è un dettaglio: è il cuore del problema. Perché il 41 bis, qui, non serve a impedire collegamenti operativi. Serve a lanciare un messaggio. A dimostrare che lo Stato non arretra. A usare il corpo di un detenuto come terreno di affermazione del potere.
Non è giustizia. È esemplarità punitiva. Nel 41 bis l’uscita non è un percorso rieducativo. È una resa. È la collaborazione, la dissociazione, la rinuncia a sé. Questo è il meccanismo reale: non correggere, ma piegare. Non reinserire, ma spezzare.
E mentre si rinnova questo regime, si aggiungono ulteriori privazioni. A Cospito viene negata perfino la possibilità di leggere liberamente o ascoltare musica. Anche il pensiero, anche l’immaginazione, anche lo spazio interiore diventano oggetto di controllo. È la logica dell’annientamento che si fa totale.
Tutto questo collide frontalmente con l’Articolo 27 della Costituzione italiana. Non come formula astratta, ma come principio concreto: la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione. È difficile sostenere che un regime fondato sull’isolamento prolungato e sulla compressione sistematica delle relazioni possa avere una funzione rieducativa.
La verità è che il caso Cospito è diventato un banco di prova. E il governo ha scelto da che parte stare. Nordio sta difendendo e rafforzando il 41bis. Sta dicendo che questo modello di carcere non solo è legittimo, ma è necessario. Sta spostando il confine di ciò che è accettabile, rendendo normale ciò che normale non dovrebbe essere.
Il punto non è più solo Cospito. Il punto è lo Stato che usa la pena per annientare, che risponde al dissenso con l’isolamento estremo, che confonde sicurezza e vendetta, sta già scivolando fuori dal perimetro costituzionale. E quando questo accade, non è il detenuto a essere sotto processo. È il sistema.
Il rinnovo del 41 bis non chiude nulla. Conferma tutto. Conferma che il carcere duro, in Italia, non è uno strumento eccezionale. È diventato un linguaggio politico. Un messaggio. Un avvertimento. E questo, in uno Stato di diritto, dovrebbe essere inaccettabile.
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26/04/2026
Gli orrori del 41 bis. I pericolosi libri negati ad Alfredo Cospito
Alfredo Cospito aveva ottenuto dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari l’autorizzazione per acquistare una serie di libri e un Cd. La direzione del carcere non aveva dato corso alla decisione. Il procuratore generale ha presentato ricorso in Cassazione affinché l’ok dei giudici venga annullato.
I libri sono: “Dio gioca a dadi con il mondo” di Giuseppe Mussardo edizioni Castelvecchi; “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson edizioni Adelphi; “Gli altri figli di Dio” di Catherine Nixey ed. Bollati Botinghieri. “Ghost Story” di Peter Straub ed. Fanucci. Il cd è “Who Let the Dogs Out” di Lambrini Girls.
Il Pg solleva dubbi sulla base delle recensioni prese dalla rivista online Rock Nation che direbbe che i testi sono espliciti e provocatori, un manifesto contro il sistema, il patriarcato e le ingiustizie sociali, intrecciano anarchia e attivismo femminista...
Secondo la Procura generale non è opportuno che “un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri e CD veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale”.
Questo è il clima in cui nei primi giorni di maggio il ministro della Giustizia Carlo Nordio deciderà se prorogare o meno la tortura del 41 bis che affligge Cospito dal 2022 per decisione del ministro Marta Cartabia. La decisione appare scontata. Il detenuto anarchico continua a pagare il coraggio con cui aveva fatto un lunghissimo sciopero della fame contro il carcere duro che riguarda in Italia oltre 700 reclusi.
Tutto ciò nonostante la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo si fosse detta favorevole a sostituire il 41 bis con il regime dell’alta sicurezza, meno afflittivo. È un storia che appare senza fine. Quello sciopero della fame è stato considerato in pratica “a scopo di terrorismo”. È una vicenda in cui magistratura e politica non litigano. Anzi vanno d’amore e d’accordo. E di garantisti in giro non se ne vedono.
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19/01/2026
Čechov a Sachalin
di Marco Sommariva
È il 1902 quando Jack London, travestitosi da marinaio, s’addentra nell’East End di Londra per calarsi nella più disastrata delle realtà sociali: dormirà nelle baracche, frequenterà prostitute, poveri e ogni genere di umanità rifiutato dalla città “alta”. L’idea che dà vita a quest’opera – un vero e proprio trattato sociologico, che uscirà nel 1903 e che noi conosciamo col titolo Il popolo degli abissi – nasce in London mentre altri autori suoi contemporanei si limitano a cantare ciecamente le glorie dell’Impero britannico, allora giunto al suo massimo fulgore.
Cosa vede e ci racconta London di questa realtà? Un solo esempio. Quando muore un bambino, e capita spesso visto che il cinquantacinque per cento dei bambini dell’East End non raggiunge i cinque anni, il corpo resta in casa e, se la famiglia è molto povera, viene tenuto lì fino al momento della sepoltura: durante il giorno giace sul letto, invece nella notte, quando il letto è occupato dai vivi, il cadavere viene disteso sul tavolo dove al mattino, dopo che il cadavere è stato rimesso sul letto, i vivi fanno colazione – a volte il corpo viene sistemato sullo scaffale che funge da dispensa.
Un libro che, fra l’altro, ci ricorda un proverbio cinese che non dovremmo mai dimenticare: “Se un uomo vive nell’ozio un altro muore di fame”.
Nel 1937 viene pubblicato un libro-documento di George Orwell, La strada di Wigan Pier. In quelle pagine lo scrittore inglese racconta la sua esperienza tra i minatori disoccupati di una cittadina mineraria dell’Inghilterra settentrionale – Wigan Pier, appunto – che non si esaurisce in una sua testimonianza sulla crisi degli anni Trenta del Novecento, ma che si propone soprattutto come uno studio approfondito del complesso problema dei rapporti fra socialismo e civiltà industriale.
Anche in questo caso, si può parlare di un’indagine politica e sociologica condotta da uno scrittore che decide di calarsi in un inferno, quello delle miniere. È un tentativo, a mio modo di vedere ben riuscito, di entrare nel mondo della classe operaia per scoprirne sofferenze e valori, un’opera commovente, tragica e attualissima.
Cosa vede e ci racconta Orwell di questa realtà? Un solo esempio. Quando lo scrittore inglese entra in una casa della classe operaia – non in case di operai disoccupati, ma di famiglie operaie relativamente prospere – dice di respirare lì un’atmosfera calda, onesta, profondamente umana, che non è molto facile trovare altrove. E questo nonostante sia una classe che, quotidianamente, subisce i meschini disagi e la mancanza di decoro di dover fare ogni cosa secondo il comodo altrui, sempre costantemente sottomessa grazie all’orribile arma della disoccupazione. D’altra parte, come scriveva London ne Il popolo degli abissi, “Lo sfruttamento, i salari da fame, i disoccupati, la massa di persone senza casa né riparo sono inevitabili quando ci sono più uomini che vogliono lavorare che non lavori da fare”.
Senza mai dimenticare il valore di opere quali, per esempio, Il tallone di ferro, 1984, Il vagabondo delle stelle o La fattoria degli animali, queste due opere di Jack London e George Orwell le ho sempre ritenute il naturale risultato di scrittori che, a un certo punto, si domandano se con la loro attività si stanno occupando di cose serie o di sciocchezze: una mia banalissima conclusione perché spesso, nel mio piccolo, me lo sono domandato e ancora me lo domando quando impugno la penna.
Oggi, letto il libro L’isola di Sachalin di Anton Čechov, inizio a credere che la mia conclusione possa avere qualche fondamento, visto che nel 1888 l’autore russo scriveva a un amico: “Per quanto si riferisce a me, non provo appagamento alcuno per il mio lavoro, perché lo trovo meschino [...] Se è ancor troppo presto per lamentarmi, non lo è mai abbastanza per domandarmi: mi occupo di una cosa seria o di sciocchezze?”. La risposta a questo suo quesito arriva dopo due anni quando, allora trentenne, armato solo di passaporto e di una tessera di corrispondente del quotidiano russo Novoe vremya (Nuova epoca), intraprende un viaggio verso Sachalin per studiare la vita dei deportati nella colonia penale istituita dal regime zarista nel 1869, sita sull’isola lunga quasi mille chilometri e larga in media ottanta, posta all’Estremo Oriente della Russia, nell’Oceano “Grande o Pacifico che dir si voglia”. È una drastica risposta quella che si dà Čechov, visto che finirà con lo sbarcare ai confini del mondo dove “l’anima è invasa da quel sentimento che, forse, ha già provato Odisseo mentre navigava per mari sconosciuti”, per conoscere un insediamento fondato “quando l’isola non era ancora stata esplorata e costituiva, dal punto di vista scientifico, un’assoluta terra incognita”.
Ancor prima di leggere le pagine sulla realtà di Sachalin, ho trovato molto interessante la descrizione del suo tragitto verso l’isola. È un viaggio durissimo quello affrontato da Čechov, un percorso che costringe, dopo aver trascorso notti al gelo, ad attraversare fiumi scuri che, resi pericolosi da venti impetuosi e piogge sferzanti, riescono ad ammutolire anziani postini che alla loro età hanno attraversato quei fiumi migliaia di volte e che ne hanno viste di tutti i colori, e sono capaci di zittire pure gli stessi rematori dell’imbarcazione su cui lo spaventatissimo Čechov si sente morire sino a quando, finalmente, non vede avvicinarsi la riva, ed è così sollevato che trova qualcosa di bello anche nell’essere codardi perché, come succede a lui, basta veramente poco – raggiungere la riva di un fiume, appunto – “per essere felice, tutt’a un tratto!”.
Non che a Sachalin, all’epoca nota per essere il luogo più piovoso di tutta la Russia, il clima sarà molto migliore, anzi, qualcuno dirà allo scrittore russo che, lì, non esiste alcun clima, ma solo il brutto tempo. È un posto dove il 24 luglio 1889 sulle montagne “che qui non sono affatto alte”, cade già la prima neve e tutti sono già intabarrati in pellicce e tulup, il caldo e ampio giaccone tradizionale russo costituito generalmente da una pelliccia di montone o di astrakan “rivoltata”; dove, per settimane e settimane di fila, il cielo appare coperto da nubi plumbee; dove nel giugno del 1881 non c’è stata nemmeno una giornata di sole; dove per quattro anni, nel periodo compreso tra il 18 maggio e il 1° settembre, le giornate serene non sono mai state più di otto; dove può capitare di entrare in una izba e trovare sette persone che battono i denti dal freddo, benché sia soltanto il 2 agosto.
Čechov è sul tratto di strada siberiana che porta da Tjumen’ a Tomsk dove non ci sono villaggi o fattorie, ma solo vasti insediamenti che distano tra loro venti, venticinque, perfino quaranta chilometri – ovviamente, nel testo le distanze sono descritte con un’unità di misura ormai desueta dell’impero Russo, la versta, pari a circa 1.066 metri –, quando si ritrova nell’izba di un postiglione e conclude che gli arabeschi sulla stufa, “quel cerchio sul soffitto” e un albero carico di fiori rossi e blu su una porta, sono stati dipinti da un europeo perché, pur essendo un’arte ingenua quella che lui ammira, è al di là della portata del contadino locale che per nove mesi di fila non riesce a togliersi i guanti e neppure a raddrizzare le dita. Si domanda lo scrittore russo quando mai troverebbe il tempo di dipingere un uomo del genere, che combatte con quaranta gradi sottozero e campi allagati nel raggio di venti chilometri e che è esausto e con la schiena a pezzi quando arriva l’estate già breve di per sé: “È così impegnato a lottare tutto l’anno contro la natura che non gli restano le forze per dipingere, suonare o cantare”. E allora mi vengono in mente i nostri tempi in cui sistemi repressivi, autoritari, dittatoriali che governano ormai un po’ ovunque, vogliono prendere le persone per stanchezza tenendoci impegnati tutto l’anno con allerte, preallarmi, avvisi, avvertimenti, ammonimenti, segnalazioni, così che ognuno possa cadere preda di timori, apprensioni, preoccupazioni, angosce, assilli, inquietudini e tutti quanti si finisca col consumare le nostre giornate senza aver mai potuto alimentare l’anima con la visione o la realizzazione di un dipinto, di un film o di un’opera teatrale, l’ascolto o la realizzazione di una musica, di un canto o di una poesia, eccetera. Ecco, tenerci impegnati a combattere ogni istante della nostra esistenza con paure create ad hoc è un metodo rapido e sicuro per farci diventare persone aride, facilmente polverizzabili, ignoranti, fragili, disarmate di fronte al prossimo allarme che già sta bollendo in pentola insieme a mille altri.
E riguardo l’attualità delle conclusioni e dei ragionamenti di Čechov questo libro è pieno zeppo, benché siano tutti datati 1890.
Non è ancora arrivato a destinazione, quando inizia a mettere per iscritto cosa non gli piace della pena capitale e della “rimozione del criminale dal consueto ambiente umano, per sempre”, che altro non sarebbe poi che l’attuale ergastolo.
Čechov scrive che non è del tutto esatta l’affermazione ricorrente per cui la pena capitale si applica solo in casi eccezionali, perché le pesanti condanne che l’hanno sostituita conservano la sua caratteristica essenziale, ossia quella di cancellare ogni speranza in un futuro migliore, di rendere vano qualsiasi sforzo del condannato per poter tornare a vivere, a essere un cittadino: “[...] la pena capitale, sia in Europa che da noi, non è stata affatto abolita, bensì camuffata sotto altre vesti, meno scandalose per la sensibilità umana”.
Detto quanto sopra, l’autore russo commette immediatamente un grossolano errore che gli si perdona volentieri perché, molto probabilmente, mosso da quell’ottimismo a cui tutti ci si aggrappa prima o poi per sopravvivere; lo sbaglio sta nell’affermare d’essere profondamente convinto che “tra cinquanta o cent’anni si guarderà al carattere perpetuo delle nostre pene con la stessa perplessità e lo stesso imbarazzo che oggi destano in noi lo strappare le narici o il tagliare un dito della mano sinistra”. Si sa, nessuno è perfetto, neppure Čechov.
Ma il drammaturgo russo si rifà immediatamente ammonendo “la nostra intelligencija pensante” che da venti o trent’anni ripete che ogni criminale è il prodotto della società, ma che s’ostina a guardare questo prodotto con scoraggiante indifferenza. Nel dire questo rimarca che il disinteresse nei confronti di chi langue in cella o in esilio risulta del tutto incomprensibile “alla luce dei fondamenti cristiani del nostro Stato e della nostra letteratura”, e che le ragioni di questo atteggiamento vanno ricercate nell’ignoranza dei nostri giuristi che “danno gli esami all’università solo per poter giudicare il prossimo e condannarlo al carcere o all’esilio”, senza mai interessarsi dove vada a finire l’imputato al termine del processo, cosa che non sanno e non vogliono sapere “perché non rientra nell’ambito delle loro competenze: che ci pensino i soldati di scorta e i direttori delle prigioni dal naso rubizzo!”.
Altro rimprovero lo muove per le misure repressive utilizzate come deterrente, in deciso contrasto con gli ideali cui si ispira la legislazione russa “che intende la pena innanzitutto come strumento correttivo” mentre, invece, venendo spese energie unicamente per ridurre il detenuto in condizioni fisiche tali da essergli impossibile la fuga, secondo lui “si dovrà parlare non di correzione, bensì di trasformazione del detenuto in un animale e della prigione in un serraglio”.
Čechov non ci pensa su due volte neanche a cantarle alla sua amata Russia: un tunnel costruito sbilenco, buio e sporco, lo porta a concludere che “questo tunnel incarna a meraviglia la tendenza tutta russa a sperperare denaro per stramberie d’ogni genere, quando invece le esigenze più basilari sono ben lungi dall’essere soddisfatte”. Così come le canta al suo popolo: “[...] a proposito dei gabinetti. Come tutti sanno, la maggioranza dei russi nutre il più profondo disprezzo nei confronti di questo genere di comodità. [...] Questo disprezzo per il gabinetto i russi se lo sono portati dietro anche in Siberia”.
Quest’ultima considerazione nasce dal fatto che, una volta giunto sull’isola di Sachalin, si rende conto che in campagna i gabinetti non esistono affatto, e che nei monasteri, nelle fiere, nelle locande e nelle fabbriche sono assolutamente disgustosi, per cui non gli è difficile capire il perché in tutte le prigioni i gabinetti siano sempre origine di fetore ammorbante ed epidemie, mentre popolazione e amministrazione carceraria se ne sono fatte tranquillamente una ragione.
A Sachalin, Čechov scopre che le attività svolte dai detenuti sono assai eterogenee, che non si limitano all’estrazione dell’oro o del carbone, ma comprendono ogni aspetto della vita sull’isola: il taglio del bosco, i lavori edili, la bonifica delle paludi, la pesca, la fienagione e il carico delle navi sono, per esempio, tutte incombenze che rientrano nell’elenco dei lavori forzati. Non solo, prende visione di documenti che dimostrano che, fin dal 1871, i deportati fanno le veci della servitù per le autorità e gli ufficiali, e che le donne vengono assegnate come cameriere agli impiegati statali, compresi i sorveglianti non ammogliati. Nel 1872 il governatore generale della Siberia orientale proibirà che i detenuti vengano distribuiti a destra e a manca in qualità di servitori, ma sarà un divieto aggirato da subito, per cui nel 1890 Čechov incontrerà contabili con alle proprie dipendenze una mezza dozzina di persone e amministratori che si permettono il lusso, quando vanno in campagna per un picnic, di farsi precedere da una decina di galeotti con il cestino delle provviste: “[...] durante la mia permanenza sull’isola, tutti gli impiegati statali, persino quelli che non avevano nulla a che vedere con l’amministrazione carceraria (per esempio il capo dell’ufficio delle poste e del telegrafo), per le loro esigenze domestiche facevano ampiamente ricorso a deportati non retribuiti e mantenuti a spese dello Stato”. Come oggi, anche all’epoca l’ultima cosa che interessava era recuperare i detenuti, a iniziare dalle celle comuni che non permettevano al carcerato “la solitudine necessaria per raccogliersi in preghiera, riflettere e concentrarsi su se stesso – tutte attività che i paladini dei fini correzionali considerano indispensabili”. Mantenuti a spese dello Stato, sì, ma senza lavorare per questo, bensì per individui che si disinteressano totalmente dei “fini correzionali”, visto che il condannato è trasformato in uno schiavo che dipende dalla volontà del padrone e dei suoi familiari ed è costretto a compiacerne ogni capriccio. Come oggi, anche all’epoca il carcere peggiorava i detenuti, e non poteva essere diversamente: aveva, e ha tutt’ora, effetti devastanti sulla moralità del prigioniero lasciarlo “all’interno del gregge, coi suoi rozzi divertimenti e la cattiva influenza che i malvagi esercitano inevitabilmente sui buoni”.
La poca produzione industriale dell’isola – un laboratorio di fonderia, la fucina di un fabbro, un mulino a vapore o una segheria – non è purtroppo finalizzata alla formazione dei deportati quando, invece, il fine primo e ultimo di ogni impresa di Sachalin dovrebbe essere uno solo, la rieducazione del condannato: “[...] le officine locali dovrebbero fornire al continente non sportelli per stufe o rubinetti, bensì individui socialmente utili e artigiani ben preparati”. In poche parole, nessuno si curava di tutti quegli individui che non combinavano niente a casa loro e che, proprio durante il periodo di detenzione in celle dove ci sono tante cimici “da diventare matti”, avrebbero bisogno di mulini e fucine dove imparare qualcosa per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe. Ditemi voi se non avete trovato analogie con l’attuale sistema carcerario italiano che cito solo perché lo conosco meglio di altri, ben sapendo che dal Belgio fiammingo all’Ungheria, dal Kenya alla Russia, dal Perù agli Stati Uniti, non va granché meglio.
Quando i deportati lavorano spettano loro mansioni pesantissime come lavorare in miniera, il che significa trascorrere anni e anni vedendo unicamente la miniera, la strada che porta al carcere e il mare: “La sua vita sembra essersi completamente dissolta in questa sottile striscia di terra [...]”. Particolare da non dimenticare: i giacimenti sono sfruttati in esclusiva da una società privata che, oltre a questo, ha ricevuto dall’amministrazione carceraria anche la concessione di avvalersi della mano d’opera dei deportati. Ripeto, non cambia nulla rispetto a quanto accade oggi un po’ in tutto il mondo: considerazioni economiche portate avanti sulla pelle dei carcerati. Un’ultima cosa. Čechov scoprirà che la società privata i cui rappresentanti risiedono a Pietroburgo, sfrutta tanto i giacimenti quanto i deportati senza pagare un centesimo di quanto pattuito con l’amministrazione. Sarebbe obbligata, eppure, chissà il perché, non paga: “[...] i rappresentanti dell’altra parte, di fronte a una violazione così flagrante della legge, sarebbero dovuti intervenire da parecchio tempo, ma [...] temporeggiano e, come se non bastasse, continuano a spendere 150.000 rubli all’anno per garantire le entrate della società. In altre parole, entrambe le parti si comportano in modo tale per cui è difficile prevedere quando avrà fine questa anomala situazione” – si tenga conto che, all’epoca, Čechov guadagnava circa trecento rubli al mese, cifra che comprendeva anche le spese di viaggio relative a questa spedizione a Sachalin. Tornando ai minatori, la rieducazione di ogni deportato si risolveva nel risalire in superficie non meno di tredici volte al giorno, e risalire in superficie significava muoversi carponi lungo un corridoio stretto e buio trascinando una slitta che pesa un pud [un’antica unità di misura dell’impero Russo pari a oltre sedici chilogrammi]: questa era la parte più gravosa poi, dopo aver scaricato il carbone, tornava indietro e ricominciava da capo.
Altra forma di risparmio, e quindi di guadagno, di chi gestisce il sistema carcerario di Sachalin, è quella inerente la gestione dell’infermeria: nel caso si sentisse male, un detenuto potrebbe avere l’amara sorpresa di scoprire d’essere rinchiuso presso un carcere in cui l’infermeria non dispone di alcun farmaco – lo dice direttamente a Čechov il medico della prigione di Voevodsk.
Il capitalismo è un’ombra che lo scrittore russo vede avanzare su tutta l’isola e lo denuncia a chiare lettere, specialmente quando scrive che le ricchezze del fiume Tym’ restano un miraggio per gli esiliati del circondario che “fanno la fame”, mentre cambierà tutto nel momento in cui “le ricchissime riserve ittiche locali cadranno nelle mani dei capitalisti, allora, con tutta probabilità, si intraprenderanno seri tentativi per drenare il letto del fiume e renderlo più profondo, forse verrà addirittura costruita una ferrovia litoranea che arriverà alla foce, e non c’è dubbio che il fiume compenserà generosamente qualunque investimento”.
Questo di Čechov è un viaggio da incubo, in tutti i sensi. Giunto in tarda serata nel villaggio di Armudan di Sotto, trascorre la notte a casa del sorvegliante, ma in soffitta, accanto alla canna fumaria, perché il padrone non vuole per nessun motivo lasciarlo entrare nella stanza comune, e questo per via che lì sarebbe impossibile dormire a causa, così gli spiega, di una «marea» di cimici e scarafaggi: “Quando ridiscesi per prendere del tabacco, vidi effettivamente la marea, una scena impressionante, possibile soltanto a Sachalin. Le pareti e il soffitto sembravano coperte da una specie di drappo funebre che si agitava come scosso dal vento; ma il movimento caotico e frenetico dei singoli puntini lasciava subito intendere da che cosa fosse composta quella massa brulicante e strabocchevole. All’orecchio giungeva un fruscio e un mormorio assordante, come se scarafaggi e cimici si stessero affrettando chissà dove e si consultassero tra di loro”.
Forse sono esperienze come quella appena descritta in casa del sorvegliante, oppure il constatare la tipologia comune a tutte le prigioni dell’isola – baracche di legno adibite a celle e, all’interno, la sporcizia, la miseria e la scomodità che si incontrano ovunque la gente dell’isola sia costretta a vivere in gruppo –, o magari il clima, o l’essere a diecimila chilometri da casa, il trovarsi a un’estremità del mondo con “tutt’intorno non un’anima viva” o dove la gente non si ricorda nemmeno più i giorni della settimana, oppure l’essere continuamente costretto a passare da uno stato di timore allo sbigottimento all’essere invaso da “non pensieri”, fatto sta che Čechov si ritrova a fissare a lungo il cielo perché, alla luce di quanto gli stava attorno, di ciò che stava vivendo, quella volta celeste la riteneva una specie di miracolo.
Molto interessanti sono anche le popolazioni indigene di Sachalin, i
giljaki a nord dell’isola e gli ainu (originari dell’isola giapponese
Hokkaidō) a sud. Mi limiterò a raccontarvi qualcosa dei primi.
Quella dei giljaki non può definirsi un’esistenza stanziale nel vero
senso della parola, poiché non si sentono legati né al proprio luogo
natìo né a qualsiasi altro e, insieme alle loro famiglie e ai cani,
vagano per procacciarsi il cibo.
I giljaki sono magri, asciutti, tutto l’adipe viene consumato per produrre quel calore che ogni abitante dell’isola deve assolutamente immagazzinare nel proprio corpo per compensare i cali di energia dovuti alle basse temperature e alla spaventosa umidità dell’aria. Nessuno sa quale sia il vero colore del loro viso perché non si lavano mai, così come non lavano mai la biancheria e gli abiti, e le loro calzature di pelliccia sembrano appena strappate dalla carcassa di un cane.
È un popolo che, per molti aspetti, andrebbe preso d’esempio visto che sono descritti come dotati di una naturale delicatezza d’animo e le regole della loro etichetta non ammettono nei confronti altrui espressioni arroganti o imperiose, per non parlare della loro istintiva avversione per ogni genere di registrazione o censimento.
I giljaki sono socievoli e l’espressione del loro volto è sempre molto ragionevole, mite e ingenuamente attenta. È un popolo nient’affatto bellicoso, che non ama le liti e le risse e che vive in pace e armonia con i suoi vicini.
I giljaki sono vivaci, intelligenti, allegri, disinvolti e nient’affatto in imbarazzo quando si trovano in compagnia di persone ricche e potenti, e questo anche perché non riconoscono alcuna autorità, non concepiscono neppure i vari gradi di anzianità in famiglia: il figlio non nutre alcun rispetto per il padre e vive come meglio crede.
Come già detto, nessuno è perfetto, neppure i giljaki.
Mentre tutti i componenti maschili della famiglia sono assolutamente alla pari in senso “positivo” – se si offre della vodka agli uomini andrà versata anche ai bambini –, le componenti femminili sono alla pari in senso negativo, ossia sono tutte egualmente prive di diritti, non importa che si tratti della nonna, della madre o di una neonata. Tutte le appartenenti al sesso femminile sono considerate alla stregua di animali domestici o di oggetti che si possono buttar via, vendere o prendere a calci come cani, “anzi, i cani ogni tanto i giljaki li carezzano, le donne mai”. La donna è solo una merce di scambio, esattamente come il tabacco o la seta.
Da quando “loro” usavano la donna come merce di scambio a oggi, epoca in cui “noi” la utilizziamo come merce da esibire, il cammino da fare verso la parità di genere resta ancora molto lungo.
Come si sposi la naturale delicatezza d’animo dei giljaki decantata da Čechov e da chi l’aveva preceduto in escursioni simili, con il ridurre in schiavitù – nel senso più letterale e rude del termine – qualsiasi persona appartenente al genere femminile, non è dato di capire.
In generale, a tutte le donne di Sachalin, indigene e non, spetta una vita molto più dura di quanto già non lo sia per gli uomini: “Le donne, anche quelle libere, si dedicano alla prostituzione; non fa eccezione neppure una privilegiata che pare abbia concluso gli studi superiori. [...] i deportati le cui mogli vendono il proprio corpo possono permettersi di fumare costoso tabacco turco [...]”. Data l’enorme domanda, questo esercizio non viene ostacolato né dalla vecchiaia, né dalla bruttezza, né dalla sifilide all’ultimo stadio, né dall’eccessiva giovinezza: “[...] mi è capitato di incontrare per strada una ragazza di sedici anni che, si dice, si prostituisce da quando ne aveva nove”.
Non solo. Per i soldati scapoli, le deportate o le parenti di deportati rappresentano “l’indispensabile oggetto per il soddisfacimento dei loro bisogni naturali” – parole di uno dei capi locali della colonia penale. Traghettando le deportate alla volta dell’isola non si pensa né alla pena né al ravvedimento, ma solo alla loro capacità di mettere al mondo figli e di lavorare nei campi. A un certo punto, un comandante dell’isola darà l’ordine di trasformare la sezione femminile della prigione in una casa di tolleranza. Alcune donne finiranno per diventare così apatiche e corrotte da arrivare al punto di “vendere i propri figli per una caraffa di alcol”.
Tornando un attimo ai giljaki, Čechov racconta che alcuni di loro non vivono più sull’isola ma nelle zone limitrofe del continente perché, a un certo punto della loro storia, sono stati incalzati da sud dagli ainu che avevano abbandonato il Giappone perché, a loro volta, incalzati dai giapponesi. Ma non è tanto l’episodio in sé a essermi rimasto impresso, quanto il fatto che il drammaturgo russo – volendo evidenziare quanto i giljaki di Sachalin, perché sempre fedeli all’isola nonostante le loro lunghe peregrinazioni, siano diversi e quindi facilmente riconoscibili rispetto a quelli continentali – usa questa frase: “[...] i giljaki di Sachalin si distinguono per lingua e costumi da quelli continentali come gli ucraini dai moscoviti”.
Sono tanti gli episodi raccontati su queste pagine che mi rimarranno impressi, specie quelli che certificano l’ignoranza di chi è al potere, dove ovviamente per ignoranza non intendo il sapere di non sapere tutto ed essere aperti al dialogo, all’ascolto, alla ricerca, ma la convinzione di sapere già ogni cosa e quindi di essere sordi a indicazioni e consigli di chi ne sa più di te: “[...] a Galkino-Vraskoe sembra di essere a Venezia; le izbe, costruite in un bassopiano, si allagano, e per spostarsi si ricorre alle barche ainu. Il punto dove edificare il villaggio l’aveva scelto un certo signor Ivanov [...] all’epoca era vicedirettore della prigione e svolgeva anche le funzioni dell’attuale sorvegliante delle colonie. Sia gli ainu che i coloni lo avevano avvertito che quella era una località paludosa, ma lui non aveva dato loro ascolto, anzi, chi protestava veniva frustato. Durante un’inondazione è annegato un toro, un’altra volta un cavallo”.
Quest’avventura siberiana mise Čechov in una posizione del tutto inaspettata: al suo ritorno non sarà più “solo” l’autore di racconti umoristici o di pièce teatrali, ma anche l’unico letterato russo a essersi sobbarcato fatiche e rischi di un viaggio in Estremo Oriente pur di vedere ciò che nessun intellettuale aveva mai visto prima: “Attribuiscono al mio viaggio un’importanza che mai mi sarei aspettato, arrivano perfino consiglieri di Stato, consiglieri di Stato in carica! Tutti sono impazienti di leggere il mio libro e prevedono che sarà un successo, e io non ho nemmeno il tempo di scriverlo...”.
Ma vi rendete conto? Consiglieri di Stato in carica che attribuiscono importanza al reportage di un intellettuale, impazienti di leggere il libro che raccoglierà le testimonianze dirette e le osservazioni sul campo di uno scrittore! Mai mi sarei aspettato di chiudere un pezzo del genere con un tale omaggio alla fantascienza.
04/08/2025
Storia di Vincenzo T
Ho conosciuto Vincenzo T nel carcere Mammagialla di Viterbo. Era il 2003, da pochi mesi ero stato riconsegnato all’Italia dopo undici anni di esilio. Ceduto con un sotterfugio in un’alba di fine agosto alla polizia italiana sotto il tunnel del Monte Bianco. Le televisioni avevano lungamente diffuso le immagini del mio arresto attorniato da poliziotti nel cortile della questura torinese, evento salutato con un brindisi nella dimora in Costa Smeralda dell’allora capo del governo Berlusconi.
Trascorse alcune settimane in osservazione ero stato trasferito nella sezione penale del carcere. Si faceva sera, il corridoio del reparto era affollato perché le celle in quel luogo venivano aperte per le ore di socialità pomeridiana. Una bella novità dopo i lunghi mesi di isolamento passati a Marino del Tronto. In sezione al mio arrivo tutti mi salutano, qualcuno aveva avvertito che sarebbe arrivato il brigatista. Butto il mio sacco nella cella che mi era stata assegnata e vado subito a passeggiare, su e giù in quel brusio generale. Una sensazione bellissima che avevo dimenticato.
È lì che si avvicina Vincenzo T. Testa rapata, viso cotto dal sole, naso a patata. «Paolo ti devo parlare». Si rivolge a me come se mi avesse sempre conosciuto. «Ti devo dire una cosa che solo tu puoi capire. Di te mi fido, degli altri no». Vicenzo T mi rivela così il segreto della sua esistenza che tanto lo tormentava. Una sofferenza esistenziale di cui aveva lentamente preso coscienza. «Ho un problema con la testa, sento le voci. Forse ho un problema psichiatrico, ma qui non lo posso dire a nessuno, devo fingere di essere normale».
Nelle settimane e mesi che seguirono Vincenzo T mi ha raccontato tutta la sua travagliata esistenza. Abbiamo passato quasi quattro anni insieme al Mammagialla, leggendo libri discutendo dell’universo mondo perché Vincenzo nonostante i pochi studi ha una fame incredibile di letture e ragiona tanto, anche troppo.
Gli sono stato accanto sempre, come un fratello maggiore, cercando di proteggerlo e aiutarlo. In quella sezione ho conosciuto altri «matti», con loro ho legato molto e passato i momenti più belli della mia carcerazione. A volte mi sembrava di rivivere alcune scene di Qualcuno volò sul nido del cuculo, mi sentivo Jack Nicholson con i suoi picchiatelli. Il direttore dell’Istituto si lamentava di questa situazione: al Mammaggialla un terzo della popolazione detenuta era psichiatrica, l’altro terzo con dipendenze, infine migranti e poi gli altri. La prigione discarica sociale gli impediva di portare avanti progetti di eccellenza, guadagnare punti per la carriera, finire sulle televisioni mostrando pièce teatrali e progetti d’avanguardia, impossibili in un carcere sentina della Terra. Per lui era solo un problema di carriera.
Con noi c’era Pino, divenuto psichiatrico per l’abuso di psicofarmaci, e Mauro, il suo cocellante, che parlava in doccia con le trote e ci spiegava che i marziani erano arrivati in skate a Frosinone. Pino era riuscito ad avere la pensione, gli avevo preparato la pratica. Pochi giorni prima di uscire era angosciato perché non sapeva come custodire i cinquemila euro che aveva nel libretto. A dire il vero non sapeva nemmeno dove andare, era nel panico. La prima sera da libero si perse. Non era riuscito a ritrovare la strada della casa famiglia dove lo ospitavano. Passò la notte su una panchina. Poi c’era Vladimiro, il “comandante”, condannato perché aveva rubato delle biciclette e una catenina scavalcando una finestra a piano terra. Anche lui sentiva le voci, «sono come Giovanna D’Arco», diceva. Ricordo una sua lettera arrivata anni dopo, era finito in un carcere psichiatrico, in un grande camerone dove si mangiavano solo patate lesse e altri detenuti si masturbavano guardando la televisione.
Ma quella di Vincenzo T era la storia più dura, un grumo di sofferenza, stigma sociale, persecuzione giudiziaria, abbandono e ignoranza. In carcere cominciarono ad arrivargli con frequenza regolare notifiche di condanna e denunce per violazione degli obblighi della sorveglianza. Ogni volta montava di rabbia, con fatica lo calmavo. Lentamente cominciammo a capire: quando era in sorveglianza speciale, dopo la sua prima lunga condanna, Vincenzo T aveva frequenti crisi psichiatriche. Venivano così disposti dei trattamenti sanitari obbligatori. I carabinieri del suo paese non trovandolo a casa, invece di segnalare il ricovero ospedaliero lo denunciavano per evasione. Sei mesi di condanna ogni volta. Gli feci chiedere le cartelle cliniche, confrontammo le date, erano perfettamente sovrapponibili con le denunce presentate da quella caserma infame. Inviammo tutto all’avvocato che per una volta ebbe gioco facile a smontare le accuse. Ma questo è solo un assaggio, il resto è storia di una mancata diagnosi, dell’assenza di cure, dell’abbandono da parte di una famiglia priva di strumenti culturali ma soprattutto da parte della società, delle istituzioni, come si dice. Solo, senza protezione, Vincenzo T in preda alla sue periodiche crisi psicotiche aveva cominciato a girovagare per l’Italia alternando momenti di tranquillità, dove lavorava come autista di scavatrici per ditte che si occupavano di appalti stradali, a crisi acute. E ad ogni crisi invece della cura arrivava la denuncia e il carcere: oltraggio e violenza a pubblico ufficiale, danneggiamenti, litigi di strada, occupazione di immobili (una vecchia stazione ferroviaria abbandonata, utilizzata come giaciglio in assenza di una casa) e ancora, e ancora. Ricordo quando in semilibertà lo andai a trovare nella zona di Trastevere, dove viveva dopo aver terminato il carcere. Non stava bene, vedeva demoni sorgere dal selciato, era alterato. Anche se non potevo, stavo violando il programma trattamentale, cercai di acchiapparlo per portarlo in ospedale. Fuggì. Sapevo cosa sarebbe successo di lì a poco. Il giorno dopo era di nuovo a Regina Coeli, rinchiuso per oltraggio e violenza a pubblico ufficiale.
Morta l’anziana madre si sono guastati gli ultimi legami con la famiglia che lo aveva estromesso dall’eredità, qualche campagna e la casa materna. Fonte ulteriore di sofferenza, sensazione di una ingiustizia insopportabile. Ancora denunce e condanne, direttissime senza difesa. Negli ultimi tempi Vincenzo T aveva messo un po’ di ordine nella sua vita. La famiglia finalmente gli aveva riconosciuto una parte di quanto gli spettava. Con quei soldi aveva comprato una piccola casa, con un amico l’aveva rimessa posto. Lavorava nelle campagne etnee, al nero, la sera lo vedevo sui social fare i suoi balletti con amiche lontane fino a quando è arrivato un cumulo di vecchie condanne, di cui non si era preso cura, a precipitarlo nuovamente nell’abisso del carcere.
Da oltre due anni Vincenzo T è di nuovo in detenzione, in Sicilia. Senza soldi, non riesce a percepire la sua pensione di invalidità psichica perché la carta postale è bloccata. Non ha colloqui e telefonate. Vive nell’indigenza assoluta e i giudici di sorveglianza gli negano sistematicamente le misure alternative, sottolineando la sua «pericolosità» sociale. Vincenzo T mi scrive lunghe lettere dove racconta il carcere di oggi. Per la prima volta non trovo parole per rispondergli.
Fonte
21/07/2025
Genova 2001, il “decreto sicurezza” prima del ddl
Le radici di quel luglio 2001 affondano nei decenni precedenti. La sconfitta delle grandi lotte operaie alla Fiat nel 1980 chiuse un ciclo: la borghesia italiana, sostenuta apertamente dallo Stato, impose flessibilità, disciplinamento, privatizzazioni. Il PCI, incapace di una strategia autonoma, abbandonò ogni pretesa di egemonia operaia e divenne garante della stabilità repubblicana.
Negli anni Novanta il PDS-DS completò la mutazione: servilmente allineato a Blair e Schröder, si fece gestore delle compatibilità neoliberali, abbandonando le periferie, smantellando il welfare e normalizzando la precarietà.
Napoli, nel marzo 2001, segnalò la vitalità di un nuovo antagonismo sociale. Il Global Forum mise in luce la capacità di mobilitazione di un blocco composito: disoccupati organizzati, centri sociali, studenti, sindacalismo conflittuale. La repressione fu feroce: cariche, arresti preventivi, militarizzazione dei quartieri. Napoli fu il banco di prova di una strategia che a Genova avrebbe trovato applicazione sistematica.
A Genova, nel 2001, la macchina dello Stato si mosse compatta. Il governo Berlusconi II dettò la linea politica: Claudio Scajola, ministro dell’Interno, orchestrò la cornice repressiva; Piero Fassino, dai banchi dell’opposizione, contribuì a legittimare la retorica della “sicurezza” con un linguaggio bipartisan; Roberto Castelli, alla Giustizia, difese pubblicamente l’operato della polizia. Gianni De Gennaro guidò la macchina esecutiva come capo della Polizia, Arnaldo La Barbera coordinò i servizi segreti operativi sul terreno, mentre Francesco Colucci fu la figura formale della questura di Genova.
Tutti, ciascuno al proprio livello, eseguirono la funzione che la gerarchia imponeva: garantire che la sfida lanciata dalla piazza venisse ricondotta alla compatibilità, a qualunque costo.
Il 20 luglio 2001 la città era già blindata, la zona rossa presidiata, le strade militarizzate. Fu in quella giornata che l’ordine di mostrare la forza dello Stato si concretizzò nella sua forma più feroce.
Nel pomeriggio, in piazza Alimonda, la giovane vita di Carlo Giuliani venne spezzata. Ventitré anni, figlio di una famiglia comunista, un ragazzo che aveva scelto di stare dalla parte giusta della barricata. Un proiettile lo colpì al volto, e il suo corpo fu schiacciato sotto le ruote del blindato: la violenza dello Stato non si limitava a disperdere, ma a punire esemplarmente.
La macchina della propaganda si mise subito in moto: la vittima fu trasformata in colpevole, la ribellione in devianza. Per anni Carlo fu descritto come teppista, sobillatore, come se la sua esecuzione fosse la logica conseguenza della sua esistenza. Ma chi guarda la storia dal basso sa che Carlo non fu un errore, ma un segnale: che la giovinezza proletaria, quando si fa soggetto, fa paura. La sua memoria resta, ostinata, fra i caduti della lotta di classe.
Nelle ore successive, decine e decine di manifestanti vennero arrestati, portati a Bolzaneto. Fu lì che la sospensione del diritto divenne regola: umiliazioni, pestaggi sistematici, torture psicologiche e fisiche. Non fu un eccesso, ma una pedagogia della paura: dimostrare che la democrazia cede, senza scrupoli, davanti alla necessità di difendere i rapporti di produzione.
La notte del 21 luglio, infine, fu la Diaz a chiudere il cerchio: l’irruzione più brutale e simbolica. I vertici politici e polizieschi, con De Gennaro, La Barbera e Colucci al comando operativo, scelsero la violenza deliberata: un massacro di corpi e diritti, un tentativo di distruggere la capacità dei movimenti di egemonizzare l’opinione pubblica. La Diaz fu la prova che lo Stato è disposto a calpestare i propri stessi codici pur di riaffermare l’ordine.
Politicamente, Genova rivelò la piena complicità della sinistra istituzionale. I DS non solo non furono in piazza, ma giustificarono la repressione. Rifondazione Comunista, pur intercettando inizialmente la mobilitazione, preferì il compromesso e la governabilità con Prodi, votando missioni militari e austerità.
Nel dopo-Genova, la rabbia restò, ma si fece impotente. La crisi globale del 2008 completò la sconfitta, lasciando spazio alla cooptazione populista.
Il Movimento 5 Stelle fu l’esempio più sofisticato di neutralizzazione. Nei primi anni seppe catalizzare rabbia e diffidenza verso le élite, portando avanti battaglie simboliche: la Val di Susa, l’opposizione a discariche e inceneritori, la denuncia dei privilegi della “casta”. Ma ogni conflitto venne depoliticizzato, svuotato di contenuto di classe, ridotto a “onestà” e “trasparenza”.
Le contraddizioni esplosero quando il M5S si trovò a gestire il potere: la sua partecipazione ai governi Conte e Draghi lo vide convertito da “forza antisistema” a forza d’ordine, amministratore delle compatibilità e garante della disciplina di bilancio. Il movimento che aveva parlato alla Val di Susa firmò documenti di sostegno alla TAV; quello che aveva denunciato le missioni militari ne approvò i rifinanziamenti.
Nei primi anni di governo arrivarono persino a firmare atti formali e a deliberare documenti che avallavano e sostenevano la prosecuzione dei lavori per la TAV Torino–Lione, contraddicendo clamorosamente anni di retorica No TAV che ne aveva alimentato il consenso iniziale. Quell’atto sancì simbolicamente la mutazione definitiva del M5S: da interprete moraleggiante del malcontento a garante della continuità istituzionale.
Oggi la possibilità stessa di una Genova appare remota. Il tessuto organizzativo è frammentato, la repressione è più pervasiva. Il dispositivo giuridico è più sofisticato: ordinanze restrittive, fogli di via, sorveglianze speciali, misure preventive, denunce per devastazione, associazione a delinquere, terrorismo interno.
La giurisprudenza ha criminalizzato picchetti e blocchi stradali, mentre la sorveglianza digitale e la schedatura preventiva isolano e neutralizzano le avanguardie. A livello internazionale, il ciclo delle mobilitazioni globali è stato interrotto: la guerra al terrore, le crisi economiche, la chiusura dei confini hanno legittimato uno stato di eccezione permanente.
Qui sta la lezione più dura e più lucida di Genova. La lotta di classe non conosce scorciatoie: ogni tregua rafforza il nemico, ogni compromesso ne legittima il dominio. La cooptazione è più efficace della repressione diretta: il capitale sa trasformare la ribellione in spettacolo, il dissenso in brand, la lotta in governabilità.
Eppure Genova resta.
Resta come ammonimento: che nessuna mobilitazione può vincere se non è radicata nei rapporti di produzione, se non è organizzata in autonomia, se non ha coscienza storica.
Resta come memoria: che lo Stato, anche nella sua forma più democratica, è sempre pronto a mostrare la propria violenza di classe, sempre pronto a colpire chi minaccia i rapporti sociali.
Resta come promessa: che nessun ordine, per quanto saldo, è eterno; che ogni sistema porta in sé le contraddizioni che possono distruggerlo.
Ma resta, anche, la domanda più amara: sapremo mai, noi, esserne all’altezza? Sapremo trasformare la memoria in forza, la rabbia in progetto, la frammentazione in organizzazione? O resteremo prigionieri delle nostre nostalgie, mentre le classi dominanti continuano a governare l’ingiustizia con la benevolenza dei vinti?
Genova ci consegna, insieme, la più alta delle promesse e la più dura delle sconfitte.
Nulla è più pericoloso per le classi dominanti di una generazione che abbia imparato la lezione di Genova: che la violenza dello Stato non è devianza ma regola; che la sinistra istituzionale non è avanguardia ma complice; che il populismo non è alternativa ma gestione ordinata del malcontento.
Nulla è più temibile di un movimento che abbia imparato a non dimenticare, a non farsi più addomesticare, a trasformare la memoria in organizzazione e la rabbia in progetto.
Genova resta.
Carlo Giuliani resta.
E attende chi saprà, finalmente, farne storia.
Fonte
09/07/2025
Rinnovato il 41 bis a Mezzasalma: continua la vendetta di Stato
Ancora una volta – come avviene da oltre 20 anni – verso Marco (ed altri pochi compagni) viene dilatata a dismisura una condizione carceraria feroce e totalmente disumana. Una condizione generata e usata, dichiaratamente, per accrescere tutti i fattori di violenza, di desolidarizzazione, di umiliazione e di annichilimento psico/fisico verso i detenuti sottoposti a tale “classificazione”.
Recentemente la vicenda umana e politica del compagno anarchico Alfredo Cospito aveva riportato all’attenzione pubblica – anche a seguito di un devastante, per Alfredo, sciopero della fame – tale mostruosità giuridica e materiale.
Anche in questa occasione avevamo assistito alle grida sdegnate e vigliacche dei tanti forcaioli bipartisan che invocavano ordine, punizioni esemplari e modelli disciplinari sempre più capillari ed invasivi verso qualsiasi voce dissonante.
La notizia del rinnovo della misura del 41 bis a Marco Mezzasalma ci “ricorda” che nelle carceri speciali italiane sono ancora ristrette donne e uomini protagonisti, a vario titolo, di una stagione politica passata. Donne e uomini che con straordinaria dignità morale e politica hanno scelto di non abiurare le loro esperienze politico/pratiche.
Oggi, in un contesto politico generale profondamente diverso dagli anni passati in cui si consumò quella stagione politica, continuare ad infliggere dolore e sofferenze ad alcune persone è una pratica crudele verso cui non è possibile tacere o volgere lo sguardo dall’altra parte.
Continuare, dunque, anche nel quadro dell’opposizione alle recenti misure liberticide approvate dal governo Meloni, ad agitare l’obiettivo dell’abolizione del 41 bis è una battaglia culturale e politica di grande civiltà da rilanciare, articolare e generalizzare in tutta la società.
Marco, Alfredo, Nadia... ma anche i tanti “criminali comuni” dimenticati nel buco nero della detenzione infinita senza diritti hanno bisogno della nostra attenzione e sostegno per affermare – finalmente – la cancellazione definitiva di questa infamia penale e materiale.
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26/12/2024
Carcere, i poliziotti si sentono parte di un conflitto
Poliziotti si sentono parti di un conflitto
“La cultura dell’esecuzione penale passa anche per un’attenta lettura di quello che accade negli istituti penitenziari. Io spesso incontro la polizia penitenziaria, facciamo continuamente corsi di formazione. La sensazione, parlando con loro, è che si sentano ancora in larga misura parti di un conflitto.
Per moltissimi anni, prima con il regolamento Rocco che era del 1930 ed è stato in vigore fino al 1975, il carcere era segregazione, quindi era gestione e prosecuzione di un conflitto. Dopo quegli anni, gli anni del terrorismo e della criminalità organizzata hanno spinto il carcere a proseguire nel conflitto.
I poliziotti penitenziari erano uguali agli altri poliziotti: erano quelli che dovevano continuare a contenere quel pericoloso conflitto, impedire le rivolte, i sequestri, le uccisioni. E questa cosa qui ce la siamo portata dietro fino a qualche anno fa e forse è ancora latente, l’idea che è necessaria una polizia nel carcere sottintende l’idea che con l’esecuzione della condanna non inizia il periodo di risoluzione del conflitto ma è la prosecuzione di quel conflitto, ed è qui che nasce una contrapposizione insanabile tra quella che viene definita sicurezza negli ambienti penitenziari e il trattamento, se non si va oltre, se non si accetta l’idea che il momento dell’esecuzione penale, che sia in carcere o nel territorio, è il momento in cui i conflitti si risolvono”.
Solo repressione
L’analisi di Francesco Cascini a distanza di anni è di stringente attualità, anzi si può dire che oggi ci sia un’accelerazione verso un ruolo della polizia penitenziaria sempre meno teso a contribuire alla funzione rieducativa della pena e disegnato, invece, in una concezione del carcere come luogo di scontro e di repressione.
Questo dicono anche alcune misure contenute nel Decreto sicurezza, come l’uso della bodycam per le forze di polizia impegnate nelle azioni di mantenimento dell’ordine pubblico, carcere per chi blocca una strada, aggravanti per i reati compiuti nelle stazioni e per le minacce e violenze commesse nei confronti di un pubblico ufficiale, in occasione della costruzione di una infrastruttura strategica, introduzione nel Codice penale del reato di “resistenza passiva” da applicarsi alle persone detenute.
Dunque, la finalità costituzionale della pena è soffocata dall’accentuazione degli aspetti conflittuali del rapporto detenuti-agenti.
La pena rabbiosa dei ‘fascicoli viventi’
E la pena torna a essere prevalentemente una pena rabbiosa, dove le persone detenute diventano “fascicoli viventi” e, nel rapporto con chi esercita il potere, nei consigli di disciplina, non riescono mai a portare le loro ragioni, e tanto meno ci riusciranno con lo spettro della denuncia per “resistenza passiva”.
Scrive Roberto Cornelli, professore ordinario di Criminologia all’Università statale di Milano, a proposito delle Polizia penitenziaria, di cui è un attento studioso: “Questo sentimento di isolamento e di delegittimazione istituzionale è quello che stiamo studiando in funzione di un tema di grande attualità, che è la propensione all’uso della forza.
Perché dobbiamo anche in questo caso uscire da un modo ricorrente di guardare alla violenza di polizia come il prodotto di mele marce e iniziare a chiederci – posto che da un punto di vista giudiziario la responsabilità penale è personale ovviamente – cosa poter fare sul piano istituzionale in termini preventivi.
Quali sono, in altre parole, gli elementi che fanno sì che ci sia una propensione all’uso della forza, vale a dire che si ritenga giusto e possibile usare la forza in certe situazioni?”.
Se il Decreto sicurezza sta disegnando un’idea di società e di carceri, dove i conflitti sociali si risolvono con la forza, senza spazi di mediazione, l’Ordinamento penitenziario dice però che sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari “tutti coloro che, avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti, dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera”.
Oggi più che mai, allora, è importante il ruolo della società civile nel rendere le carceri più trasparenti possibile e nel lavorare perché non si affermi l’idea di una Polizia penitenziaria chiamata solo a risolvere con la forza tensioni, proteste, momenti di resistenza passiva. Una società civile che sappia attrezzarsi per disinnescare i conflitti.
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21/11/2024
Torture sui detenuti di Trapani, arrestati undici poliziotti penitenziari
L’indagine condotta dal nucleo investigativo regionale di Palermo, coordinato dal nucleo investigativo centrale, è scattata dopo alcune denunce effettuate dai detenuti del penitenziario trapanese che avrebbero subito maltrattamenti in luoghi privi di telecamere, che una volta installate avrebbero registrato violenze reiterate da parte di agenti nei confronti di detenuti.
«Un modus operandi diffuso», affermano gli inquirenti, consistente «in violenze fisiche e atti vessatori nei confronti di alcuni detenuti», condotte «peraltro reiterate nel corso del tempo e messe in atto in maniera deliberata da un gruppo di agenti penitenziari in servizio presso la casa circondariale di Trapani».
Tutto parte nel 2021, con le denunce di alcuni detenuti: raccontavano di maltrattamenti, minacce e offese continue da parte di alcuni agenti. All’inizio la loro versione, come spesso capita in questi casi, non è stata ritenuta credibile. Si trattava di persone con diversi disturbi, tra loro anche stranieri. Qualcosa cambia quando uno di loro ha fornito una pista agli inquirenti: «Ci portano in una zona del carcere dove non ci sono telecamere. È lì che avvengono le cose brutte».
Colleghi che indagavano su altri colleghi – in questa vicenda, dove, purtroppo, non vince nessuno – sono riusciti in gran segreto a piazzare le telecamere nei posti indicati: corridoi lontani da sguardi indiscreti, antibagni, zone isolate. Gli si è presentato davanti un film disgustoso: scene di violenza, schiaffi, colpi, gavettoni di urina. Uomini spogliati e derisi. Uomini malmenati.
E un sistema che copriva tutto. Che, alla bisogna, si voltava dall’altra parte, con finte relazioni di servizio, o accusando ingiustamente le vittime di essere a loro volta aggressori.
In tutto gli indagati sono 46, destinatari anche di un decreto di perquisizione alla ricerca di materiale utile per le indagini presso le loro abitazioni, gli armadietti del carcere, i veicoli di proprietà.
Nell’istituto di pena il reparto blu, quello adibito all’isolamento diurno e notturno, era stato trasformato nel luogo degli orrori e, in particolare, una cella ribattezzata “liscia”. Lì avvenivano le violenze visto che non c’erano inizialmente le telecamere poi disposte per verificare i raccontati dei detenuti. Uno dei reclusi, V.C., ha dovuto subire ogni tipo di prevaricazione in un reparto dove era stato instaurato un vero e proprio «clima di terrore», come lo definisce il giudice Giancarlo Caruso. Nella cella 5 gli agenti Nicolò Rondello e Francesco Sugamiele lo colpivano e percuotevano con schiaffi, altri due agenti assistevano senza intervenire.
In un’altra occasione, altri due poliziotti penitenziari, Vito Cisaro e Leonardo Crapanzano, trascinavano il detenuto in slip lungo il corridoio bagnato prima di spingerlo in cella con un calcio. Altri agenti ancora lo picchiavano muniti di guanti in più occasioni, il recluso era nelle mani di uno stato dal volto di aguzzino. Al detenuto straniero M.G., Antonio Ficara, Giuseppe Gervasi, Andrea Pisciotta, e altri agenti, riservavano questo trattamento: lo denudavano, lo obbligavano a percorrere il corridoio nudo, lo irridevano per le dimensioni dei genitali prima di chiuderlo in cella.
Più che un carcere di uno stato democratico sembra Arancia meccanica. A.C. è un altro detenuto, l’ennesima vittima sacrificale di bulli vestiti da agenti, destinatario di percosse e secchiate di acqua e urina.
Gli abusi documentati riguardano una ventina di vittime, le cui testimonianze sono state raccolte e riscontrate dalle autorità. Le indagini non si fermano, ma la Procura lancia un appello affinché la politica intervenga con decisione. «Noi siamo tecnici e agiamo sulla base delle indagini – ha concluso Paci – ma questa è una situazione profondamente disdicevole che non possiamo più ignorare».
La situazione del reparto blu era stata denunciata da Nessuno tocchi Caino che aveva chiesto la chiusura del reparto, poi chiuso nell’agosto 2023 per ragioni sanitarie quando ormai tutto era compiuto.
Fonte
17/11/2024
L’iperblindato ferox del sottosegretario Delmastro
Se ne occupa, quindi, dei detenuti, al di là delle deleghe, e lo fa dal punto di vista del più truce dei carcerieri. Interprete della visione, al tempo stesso ridicola e brutale, di uno Stato cinico e vendicativo, che gioisce nel vedere il recluso incalzato e schiacciato senza respiro nell’acciaio feroce del suo blindato.
Eppure non era proprio il Sottosegretario Delmastro a dire “garantisti nel processo … giustizialisti nell’esecuzione”? E non sa forse che al 41-bis e all’Alta Sicurezza, al cui servizio è destinato l’iperblindato della sofferenza, sono destinati indifferentemente anche gli indagati e gli imputati presunti innocenti?
Se questa è la sua idea delle garanzie chissà cosa starà ora escogitando per il trasporto esclusivo dei condannati. Quale nuova sadica macchina restrittiva giustizialista, da mostrare con orgoglio ai giovani di questo Paese, starà progettando, è difficile immaginarlo. Ma se simili sforzi della fantasia il sottosegretario Delmastro li facesse lontano dal Ministero della Giustizia, sarebbe certo meglio per tutti, e soprattutto per l’idea della sicurezza che dovrebbe avere a cuore questo Paese, ben più sana, civile e rispettosa della dignità della persona.
Fonte
09/08/2024
“Benvenuti all’inferno”: Un rapporto sugli orrori contro i palestinesi nelle carceri israeliane
La conclusione del rapporto? Le prigioni israeliane, “in cui OGNI detenuto [palestinese] è intenzionalmente condannato a un dolore e a una sofferenza gravi e implacabili, operano come campi di tortura de-facto”.
Gli abusi costantemente descritti nelle testimonianze di decine di persone detenute in diverse strutture erano così sistematici che non c’è spazio per dubitare di una politica organizzata e dichiarata delle autorità carcerarie israeliane.
Come rivelano le testimonianze, la nuova politica viene applicata in tutte le strutture carcerarie e a TUTTI i prigionieri palestinesi. Tra i suoi principi fondamentali vi sono l’incessante violenza fisica e psicologica, la negazione delle cure mediche, la fame, la privazione dell’acqua, la privazione del sonno e la confisca di tutti gli effetti personali.
Essi notano anche che “la maggior parte” dei palestinesi è detenuta senza processo.
B’Tselem conclude il proprio rapporto con un “appello a tutte le nazioni e a tutte le istituzioni e gli organismi internazionali, compresa la Corte penale internazionale, affinché facciano tutto il possibile per porre immediatamente fine alle crudeltà inflitte ai palestinesi dal sistema carcerario israeliano e per riconoscere il regime di apartheid sistematico che opera in Israele”.
Il testo integrale del rapporto è scaricabile qui (in inglese).
Fonte
08/08/2024
In approvazione il decreto Carceri, la tragedia dei suicidi in cella continuerà
Proprio lo scorso martedì un detenuto si è tolto la vita in cella, a Biella. Era in sciopero della fame per protesta, perché voleva avvicinarsi ai suoi familiari, e la recente visita psichiatrica non aveva segnalato problemi. Non sarà certo l’aumento del numero di telefonate disponibili da 4 a 6 che potrà risolvere il problema.
Si tratta del 64esimo suicidio quest’anno, con un ritmo che di questo passo supererà il primato negativo del 2022: 85 persone che si sono tolte la vita. Ad essi ne vanno aggiunti 7 avvenuti tra le fila della polizia penitenziaria.
Ma ci sono anche altri dati che sono come un pugno allo stomaco: 1.200 tentativi di suicidio, con un netto aumento rispetto allo scorso anno. Da poco una guardia penitenziaria ha spento le fiamme sul corpo di un detenuto che ha tentato di uccidersi, con una situazione insostenibile da entrambe le parti.
Sul lato delle forze di polizia, il provvedimento appena approvato prevede l’assunzione straordinaria di 1.000 unità di personale per quest’anno, 500 per il 2025 e il 2026. A questi vanno aggiunti 20 nuovi dirigenti penitenziari, in linea anche con gli obblighi di innovazione ed efficientamento del PNRR.
Questo rappresenta di certo un leggero sollievo per le guardie dei penitenziari, sempre in ottemperanza al sostegno garantito dal governo Meloni a chi indossa una divisa (basti pensare al silenzio che ha riguardato tanti casi di abusi svoltisi negli ultimi anni). Nulla, invece, viene fatto per i carcerati.
Per dare un altro dato, nel 2023 il 57,5% degli 8.000 ricorsi presentati per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per trattamenti umani e degradanti sono stati accolti dalla magistratura di sorveglianza. In genere, questi procedimenti riguardano la mancanza dello spazio minimo vitale.
In un dossier pubblicato di recente dall’Associazione Antigone, che si occupa del sistema penitenziario italiano, viene calcolato che il tasso di affollamento delle carceri è del 130,4%. “In 56 istituti penitenziari, oltre un quarto di quelli presenti in Italia, il tasso di affollamento è superiore al 150% con punte di oltre il 200%”, tra cui Canton Mombello.
Anche gli Istituti Penali per Minorenni ormai registrano la saturazione dei posti disponibili. La soluzione di un albo di strutture per l’accoglienza e il reinserimento è stata criticata persino da Caterina Pozzi, presidente del Coordinamento nazionale delle Comunità di accoglienza.
Si tratta semplicemente di spostare i detenuti da un luogo a un altro. La Pozzi ha commentato: “si vogliono forse riproporre spazi simili ai Centri di permanenza per i rimpatri degli immigrati, che sono dei veri e propri luoghi di segregazione e come tali, disumani?”
Questo è quello che porta una cultura giuridica fondata sul securitarismo e sulla punizione invece che sull’emendazione del reato. E non si può di certo pensare che la soluzione sia semplicemente fare più carceri, come se il tema fosse come spedire quanta più gente possibile dietro le sbarre.
Del resto, in carcere ci si va non perché vi è una lombrosiana predisposizione a essere dei criminali, ma perché il sistema non offre altre alternative a delinquere. Basti pensare che al 2021 solo il 38% delle persone detenute era alla prima carcerazione, il 62% invece ne aveva già un’altra alle spalle, con un tasso di recidiva altissimo.
Patrizia Gonnella, presidente di Antigone, ha dichiarato: “il sovraffollamento non è dovuto a cause naturali ma è il frutto di politiche governative. Quelle a cui abbiamo assistito nei primi due anni di governo Meloni in tal senso hanno avuto un ruolo nella crescita delle presenze in carcere con il considerevole aumento del numero di reati e un inasprimento delle pene per molte fattispecie”.
“Il sistema penale viene utilizzato a scopo di ottenere consensi nel breve periodo e la situazione potrebbe peggiorare se fosse approvato il ddl sicurezza, attualmente in discussione alla Camera dei Deputati, che contiene al suo interno numerose norme di carattere penale. Tutti questi provvedimenti hanno tra loro un filo comune: colpiscono la marginalità sociale e le persone che per la loro condizione economica e sociale sono già più a rischio nel commettere reati”.
C’è poco da aggiungere. Sulla tragedia dei suicidi in carcere il governo sta facendo la sua propaganda, con qualche marchetta aggiunta.
Fonte
24/07/2024
Il carcere e il buio
Carcere e marginalità sociale si intersecano nella storia con la sola variante che le super alienazioni della modernità si modificano continuamente.
I territori di confine e gli stati d’animo di confine, come quelli che scaturiscono dal degrado e dalla paura, creano le condizioni ideali per delinquere: quel sottovuoto spinto che, se uno non lo ha attraversato, difficilmente riesce a comprendere.
Saltano i paletti etici e il panorama grigio di queste esistenze può spingere a confondere il bene e il male. I codici, persino linguistici, di queste terre dell’abbandono diventano inafferrabili se si utilizzano e sovrappongono i codici dell’abbondanza, della sicurezza e della solidità.
La fame, come una trincea opaca, quanto la dipendenza, la marginalità e il disturbo sono volano di crimine e non tanto e non solo per la volontà del singolo a delinquere, quanto per la necessità vera o presunta che l’Uomo della sofferenza sente a doverlo fare, a poterlo fare.
Si mette in conto tutto: la prigione, quanto la malattia o la morte. Oggi nella platea dei detenuti spicca la componente “tossica”, ossia coloro che hanno commesso reati di droga e la componente “malata”, ossia coloro che soffrono di disagi o disturbi psichiatrici. Detta così sembra quasi che i criminali in cella siano una esigua minoranza.
“Oltre la meta di chi è rinchiuso qui dentro non ha soldi… Così, una massa di almeno 600 persone, ogni giorno deve trovare il modo per procurarsi il cibo, il sapone per lavarsi, persino la carta igienica. Poi ci sono gli insetti che ti mangiano. Due sezioni sono piene di cimici e scabbia. I topi sono ovunque”.
Riporto un brano della lettera che alcuni detenuti di Regina Coeli hanno inviato il 15 luglio a Radio Ondarossa. Carcere che con 1200 detenuti ha quasi doppiato la sua potenziale capienza. Con il caldo anche respirare diventa impossibile.
Una testimonianza forte e disperata: “Qui con noi c’è un anziano nordafricano. Ha 78 anni, cammina a fatica, gira spaesato. Dopo quasi due mesi ancora si confonde e non ricorda la sua cella”.
Lo slittamento della Istituzione carceraria verso una struttura manicomiale è caratteristico degli ultimi decenni, frutto della proliferazione delle componenti chimiche nella droga e della componente allucinatoria delle marginalità afone di questo tempo.
Passaggio stretto, attraverso il quale si cancella l’appartenenza al genere Umano, proiettando il corpo stesso del reo verso annullamenti inimmaginabili.
Caldo da sauna in estate, freddo polare l’inverno, cibo scadente ma, oltre tutto questo, la assenza di privacy, come vivere in un tram affollato. Persino una scorreggia diventa momento collettivo che cancella la dignità umana.
Spesso si parla della sessualità dei carcerati, nel senso di assenza di sessualità tra le sbarre, immaginando atti di auto erotismo o di natura omosessuale.
In realtà, ho intervistato tanti ex detenuti su questo, l’assenza di privacy cancella in molti di loro persino il desiderio: è che il corpo, la carne del condannato, come se non gli appartenesse più, scivolando verso atarassie così totali che cancellano anche l’erotismo.
Ci si masturba quando si può, ma giusto per ricordare di avere un corpo. Persino da liberi, persino una volta fuori, alcuni ex detenuti hanno difficoltà ad avere rapporti intimi.
A lasciarsi andare. Così noi immaginiamo l’ex detenuto infoiato e affamato di sesso, mentre può capitare che impieghi dei mesi per toccare la moglie, per provare nuovamente desiderio verso di lei.
Uno scivolamento che vede nell’oblio mentale o nella camicia di forza farmacologica, gli unici rimedi per reggere a questo orrore, anche quando è passato.
La strage, con quasi 60 suicidi nei primi mesi del 2024, migliaia di gesti di autolesionismo e una popolazione carceraria che per quasi la metà è scivolata verso forme croniche di disagio o disturbo psichiatrico.
In alcune lingue una seconda chance viene definita “secondo sole”, come lasciarsi alle spalle una scena illuminata e trovarne una nuova, dopo aver attraversato un tunnel.
Ed è questa una delle spinte ai suicidi: la mancanza di entrambe le scene di luce, quelle del proprio disperato esistere e quelle di una potenzialità ad esistere ancora, una volta fuori. La morte, anzi le tante micro morti che i detenuti si auto infliggono, in soccorso all’insostenibile mal di vivere.
Inalare il gas delle bombolette che si usano per cucinare, con il solo scopo di istupidirsi, oppure ferirsi a sangue con qualche oggetto, solo per far passare il tempo sono pratiche che difficilmente il mondo di fuori può percepire come logiche.
Ho ascoltato sull’argomento un esperto, anche perché ha scontato l’ergastolo ed è per questo che evito di citarne il nome. La cosa che mi ha stupito è che, per lui e quelli della sua generazione, il carcere è stato tutt’altro: come se parlassimo di due Istituzioni diverse.
Quella furbizia che si metteva in moto portava ad inventare forme di antagonismo alla vita carceraria. Come trasformare un insignificante taglia unghie in uno specchietto che posto nello spioncino faceva intravedere l’arrivo delle guardie.
Oppure studiare come far diventare una macchinetta del caffè, una bomba. Un guardie & ladri che, in qualche modo, teneva in vita. Oggi è tutto un dolore e, da quello che mi hanno raccontato, anche un dolore che diventa solitudine alienante tra gli stessi detenuti.
Lui ha vissuto solo l’inizio di questa trasformazione della stessa identità carceraria, in struttura ospedaliera/manicomiale di contenimento ed è immune da questi scivolamenti. Ad esempio, non ha mai assunto farmaci in modo compulsivo, che siano generici o calmanti, cosa che adesso è fenomeno di massa.
Non sapeva della “Pillola di Padre Pio”, miracolosa pasticca generica che in alcune carceri viene data indistintamente per ogni tipo di male. Già il nome indica una dimensione poco medica di questo farmaco: dolori indistinti, forse indistinguibili, affidati a un rimedio miracoloso, quanto generico non solo in termini tecnici, quanto di omologazione di un mal di vivere che, invece, è elemento principe alla base della alienazione post umana del condannato.
Una traslazione del dolore verso una indifferenziazione che, a tratti e in modi diversi, cancella la specificità del proprio disperato esistere. La vita. La standardizzazione nei quali l’individuo scompare, diventa mero ingranaggio.
Il detenuto liquido della contemporaneità, in tal senso, scompare ai nostri occhi non perché criminale, ma perché ingranaggio rotto, inutile, disfunzionale.
La stessa idea di “colpa” che scaturisce dal reato, diventa insignificante: perlopiù si punisce la povertà, l'incapacità dello stato di somministrare cure adeguate alle malattie mentali, la marginalità alienante delle droghe chimiche. Si punisce la disfunzionalità, che assume essa stessa il rango di reato.
Non è tanto quindi l’intento punitivo o quello rieducativo a creare le premesse a questi suicidi, quanto il senso di inutilità che lo stesso detenuto percepisce. Il mio amico, invece, aveva una centralità specifica e tutta sua, in quanto ingranaggio “cattivo”, mela marcia.
L’intento punitivo in casi come il suo non era solo l’invio in discarica, quanto la contrapposizione della società al suo credo politico.
L’invio in discarica che viene effettuato oggi sulla massa dei diversi, dei fragili, dei dannati della terra extracomunitari, è un percorso che vede nel carcere, nella cella, solo uno dei cassonetti possibili nei quali annegare queste esistenze.
Così persino l’entità della pena, la sua stessa durata, perdono di valenza, trasformando questa parte di umanità in morti che camminano o in diversamente ergastolani.
Il vecchio ergastolano, invece, ha retto la detenzione proprio nella contrapposizione tra il dentro e il fuori, tra il trauma fatto e quello subito, tra gli amori possibili e quelli del ricordo.
Oggi le poltiglie di male che annientano i detenuti cancellano anche i ricordi: si diventa una cosa inerme, ostaggio delle cimici, delle allucinazioni, delle dipendenze che mordono il cuore, oltre che del penitenziario. Per lui il carcere è stato soprattutto resistenza, non solo alla perdita di libertà ma anche alla potenziale perdita di lucidità.
È il suo fuori, il suo Io politico giusto o sbagliato che sia, che gli ha dato la forza per reggere a ventisette anni di dentro: il fuori che aspetta, ma che per aspettare, deve pur esistere.
Fonte
01/07/2024
Suicidi in carcere. Sentenze non scritte di pena di morte e gli ergastoli percepiti
Ponticelli pallida madre: è la sintesi della vita di Angelo, dentro e fuori dalle relazioni di amore, di famiglia, di lavoro, di socialità. Dentro e fuori dal carcere, dalle comunità, dalle dipendenze. Un dentro e fuori che come un’altalena ha cancellato la progressione del tempo, arrivando a confondere ogni suo passato bruciato, con ogni orizzonte di futuro. Così questo pendolare lo ha condotto ad essere un balordo, senza esserlo. Un bastardo, pur volendo essere padre, figlio e marito esemplare. Un detenuto, un ergastolano: anche quando era a piede libero si portava questo nero nell’anima fatto di ferro e di paura.
“È come vivere la vita di un altro, ma farlo talmente tanto in fretta da non accorgersene. Fino a ritrovarsi in una cella schifosa e a non avere nessuna voglia di uscire, proprio perché la prigione è quella che hai al cervello e non solo quella delle sbarre.”
Angelo non riuscì ad uccidersi. Non ne ebbe il coraggio, meglio, non ci ha provato con grande convinzione. I tentati suicidi hanno molteplici meccanismi, assai poco sintetizzabili, ma due categorie si possono comunque tentare di tracciare: a) i falliti suicidi, b) i suicidi troppo timidi per essere realmente suicidi. Angelo, sempre secondo me, appartiene alla seconda categoria: una specie di volerlo fare per dire a sé stesso e agli altri di averci provato.
Un urlo, più che un gesto: un urlo, però, che a volte uccide lo stesso. Dopo il carcere è stato qualche anno in comunità, ma una volta fuori ha ricominciato la fetente vita di sempre. Poi il fantasma di sé stesso gli ha chiesto nuovamente il conto e, guarda caso, sempre dentro una cella buia di una prigione. “Vuoi vivere o vuoi morire? Decidi, ma senza rompere le palle al mondo”, si senti dire una mattina da una vocina acida nel suo cervellino alienato. È vivo ed è un ottimo amico.
40 suicidi in carcere quest’anno. 1 ogni 3 giorni. 85 nel 2022. 70 nel 2023. Atti di autolesionismo quotidiani. Ma anche altro: morti provocate da auto annientamento dovuto alla atarassia, quel lasciarsi andare che nessuna autopsia può diagnosticare e nessuna statistica conteggiare. Perché?
“Non ti vedi più. Questo è il problema. Il passaggio stretto della detenzione è crudele, vero, ma è la ferocia con la quale si cancella ogni avvenire possibile che ti annienta. Io, ad esempio, in carcere come in comunità stavo bene, anzi, trovavo anche equilibrio e interessi. Fuori non ho mai letto, neanche un fumetto, invece quando sono “chiuso” riesco a leggere tantissimo. Pensa che, ancora oggi, per leggere mi chiudo da qualche parte. Il mio guaio è che non riuscivo ad immaginarmi altro che quello. Quando ho provato ad uccidermi non reggevo più me stesso, non è che non reggevo il carcere. Non reggevo questa specie di mio ergastolo universale, circolare, forse frutto di una sentenza scritta anche da me, o dalla società e non da un giudice, ma comunque qualcosa che mi opprimeva, mi toglieva il respiro. Un ergastolo del cuore, del sentire, del dovere essere per forza lo sbandato violento e stupido. Non reggevo più questo orrore. La morte, il tentare di uccidersi, diventa scelta minima, quasi come comprarsi o no un gelato in casi come il mio. Diventa una delle opportunità concesse. Non sentivo di valere nulla per me e per nessuno: la cella, con i suoi riti e ritmi, ti sbatte in faccia ogni istante quanto sei meschino, fragile, inutile. La morte ti salva da te stesso, non dalla galera.”
Gli studiosi descrivono le Istituzioni Totali, chi pro o contro, sono d’accordo però nell’individuare queste “strutture” in luoghi ben precisi, con burocrazie ben definite. Una diagnosi, una sentenza, o altro che corrispondono a luoghi fisici: carcere, ospedale, manicomio, comunità e altri. Quello che stupisce, però, è che queste definizioni non spiegano i meccanismi che azionano i tanti suicidi, perché di per sé la situazione di deprivazione spiega solo una minima parte del fenomeno.
Dietro i suicidi in carcere, invece, si dovrebbe parlare di Istituzioni Totalizzanti, traslare quindi il concetto detentivo, dal luogo dove viene effettuata, alle implicazioni emotive che comporta che, in questo, non sono intrinseche nel luogo, quanto nelle elaborazioni mentali che quel luogo spinge a fare. Implicazioni che vanno ben oltre le misure restrittive della detenzione.
Contesti sociali di appartenenza, traumi fatti o subiti, alienazioni perpetue, dipendenze croniche, mancanza di stimoli e prospettive professionali, stigma e tantissime criticità che provocano i suicidi tra le mura carcerarie, vero, ma si riferiscono direttamente a contesti che non sono in quei luoghi, che sono nel ricordo o nell’orizzonte di un futuro che si percepisce impossibile o di un passato indigeribile. Angelo, ad esempio, sovrapponeva le condizioni estreme della vita carceraria, con il suo “fuori” altrettanto estremo. Era, a suo dire, l’oscillazione devastante tra questi due dentro che lo stava portando al creatore.
Mentre spesso l’attenzione dei media si concentra sulle condizioni carcerarie che, per quanto orribili, da sole non spiegano questa mattanza, anche perché spesso si ci uccide a inizio o a fine pena e, ancora, durante detenzioni non lunghissime. L’ergastolo percepito da Angelo è fatto di entrambe queste detenzioni e, per quanto orribile dirlo, è una sensazione che scaturisce dalle sentenze non scritte di inutilità e marginalità perpetua che la società emette e che, in qualche modo, il carcere tira fuori.
Non è un caso, quindi, che si eseguono queste condanne a morte non scritte, perlopiù nei giorni comandati: ad agosto, come nelle festività. Non perché con il caldo manca l’aria condizionata o a Natale il banchetto di famiglia, quanto perché sono giorni in cui il cervello del condannato si sposta in altri luoghi, quelli della memoria e dei bilanci: sono questi due macigni che spingono al gesto estremo.
Poi è anche vero che la brutalità della vita detentiva fa deflagrare ogni malessere ma, di fondo, agisce su psiche turbate, dove le torsioni della prigionia scavano solchi che solo un diritto reale alla tenerezza, oltre che ad un reinserimento sociale, può lenire.
Una volta Angelo mi disse che da quel buio una mano lo aveva afferrato per i capelli e tirato fuori. La cosa mi fece scoppiare a ridere: Angelo è calvo. Però, stabilito di voler vivere, dovette chiudere con entrambe le detenzioni e uscito da Poggioreale cambiò tutto, anche rispetto alla detenzione del suo fuori. Casa, abbigliamento, giri sociali, abitudini, numero del telefono, rapporti con la famiglia: uno tsunami identitario forzato, forse frutto di disciplina, ma che fino ora gli ha salvato la vita.
Del resto il detenuto 7047 delle galere fasciste, Antonio Gramsci, per salvarsi dalle trasformazioni molecolari che la vita detentiva gli imponeva, si diede una disciplina ferrea. Quel “per sempre”, che si impose scrivendolo in tedesco, che indicava un’attenzione intellettuale verso il suo Io di fuori, il suo Io identitario, senza cadere nelle trappole delle maschere dell’imprigionato, della ossessione verso sé. Gli stessi “Quaderni” sono frutto di questa auto disciplina da contrappore alla disciplina fascista: una Resistenza.
Così negli ergastoli “percepiti” della modernità turbocapitalista bisogna dare come implicite le pene accessorie non scritte che traslano il carcere, da luogo fisico, a luogo dello spirito: dove l’annientamento non è dato dalla detenzione brutale, ma dalle implicazioni che questa imprime a fuoco nei cervelli dei più fragili e nei disfunzionali. Una torsione che, molto aldilà dei reati commessi e dalle sentenze da scontare, può trasformarsi in ergastoli o in pene di morte.
Non resta che opporsi, anche per chi detenuto non è, con una disciplina che rimandi ad altri valori e a futuri possibili. Immagini, forse, ma uniche forme per preservare la Dignità di chi è caduto nelle tante detenzioni della società del consumismo. Resistenza Umana, da contrappore alla tenaglia dei due nero, quello specifico della detenzione e quello sfumato della super alienazione, che vede nella segregazione lo strumento principe per trasformare l’Uomo in altro.
“Comprendere la mia malattia. Accettarla. Mi ha dato la possibilità di creare uno spazio dove non mi sento giudicato. Così ho trovato degli interessi che, ancora oggi, mi isolano dai contesti di degrado nei quali sono cresciuto. Ma devo ricordarmi che sono gli unici che ho e che questa forma di nuova detenzione, che mi auto impongo, mi rende diverso dagli altri.
Oggi posso trascorrere intere domeniche a leggere. Posso giustificarmi del fatto che non vedo mio fratello da anni, perché è ancora dentro i casini e non vuole uscirne. Una specie di egoismo, ma forse è l’unica difesa che ho da quel nero che, storto o morto, ho dentro di me. Arrivare sul confine tra la vita e la non vita ti dà una forza magica: sono l’Angelo che rubava nelle chiese le elemosine nelle cassette dei santi, ma sono anche l’Angelo che oggi è a servizio degli amici e si sta riallacciando gradatamente al genere Umano. Sono entrambe queste cose e guardarmi dall’alto, da quel confine assurdo della voglia di farla finita, mi ricorda chi sono e cosa devo fare per non tornare ad esserlo.
Il carcere, almeno nei miei sprofondi, entra poco: è una piccola parte, nemmeno la peggiore, delle mie prigioni. Però è quella che ha messo a nudo la mia fragilità, spingendomi ai tentati suicidi. Si ci ammazza in carcere perché ci sta un preciso momento in cui si vede con nitidezza quanto si è scesi nella fogna e quanto non ci sia una strada per uscirne. È quello il botto del buio pesto, quello in cui una piccolissima cosa, che sia una scorreggia di un compagno o uno scarafaggio che si aggira sul pavimento che fa esplodere tutto. La rabbia che ti fa bruciare è improvvisa e persino il dolore di tagliarsi o conficcarsi uno stuzzicadenti nella mano ti distrae da quel nero dentro che è talmente solido da ingoiare ogni luce.”
Forse è questo l’errore delle analisi sui suicidi in carcere. Si discute tra la definizione di “dentro” e si contrappone a quella del “fuori”, mentre in realtà molte di queste esistenze oscillano tra due dentro. La Pubblica Opinione si indigna sulle condizioni inumane del dentro stigmatizzando carenza di strutture, sovrappopolamento, carenza di personale eccetera eccetera, mentre spesso è l’assenza di un fuori che spinge all’auto annientamento e al suicidio.
Quel “fuori che aspetta” come elemento principale di sogni, di bisogni, di speranze che nelle vite perdute si liquefano progressivamente in una grammatica dove sparisce il tempo. Passato, Presente, Futuro triturati in un nero che non lascia spazio all’amore.
Quando il detenuto Angelo ha percepito il fermarsi del tempo, del suo tempo, ha anche decretato la sua fine. Il suicidio, secondo me, è il fisiologico esercitare l’ultimo dei propri diritti, quando tutti gli altri sono stati offuscati e non il gesto estremo di non reggere alla detenzione, ma quello di rivendicare una libertà. L’unica libertà possibile. “Ci vuole umiltà e non orgoglio” scriveva Pavese, ma nel caso dei suicidi in carcere ci sta la combinazione di questi due fattori.
“Aprire tutte le prigioni dell’essere affinché l’umanità abbia tutti gli avveniri possibili”
Rubo la citazione di Gaston Bachelard, da “Il bosco di bistorco” il primo libro edito da Sensibili alle Foglie, la cooperativa editoriale messa su, proprio dentro un carcere, da Renato Curcio, Stefano Petrelli e Nicola Valentino: esperienza che va letta proprio in chiave di Resistenza di un Io identitario rispetto alla decomposizione di ogni Io carcerario.
Ma come hai resistito?
“Difficile da spiegare. Penso che sia la capacità, del detenuto o sofferente che sia, di mantenere un filo di comunicazione con sé stesso. Senza recidere quelle specificità proprie che ti mantengono Uomo, quando tutto ti spinge a diventare bestia. Una luce, uno spazio mentale, una piccolissima cosa nella quale si mantiene un margine di Dignità. Quando questo filo sottilissimo si rompe, si entra in una spirale dove alla devastazione delle Istituzioni e della propria stessa vita, si aggiunge un non so ché di cronico, di eterno, di irreversibile che rende la sopravvivenza stessa impossibile.
Gli altri, forse anche in buona fede, tentano invece di legittimare questa discesa verso una omologazione tra la figura del carcerato e il carcere stesso. Una sovrapposizione che cancella ogni speranza, che annega quel che resta di te in una vergogna sorda, invalidante. Il suicidio diventa quindi non l’atto finale di una scelta, ma la conseguenza di una incapacità a reggere l’ergastolo nel cuore e non tanto la detenzione che si sta scontando. Ma il carcere è questo: annientare, non rieducare. Nascondere, non punire. Come ti spieghi, ad esempio, che hanno proibito farina e lievito a Cospito? Come ti spieghi che gli hanno già proibito musica e foto di famiglia?
È la scelta, non tanto del sistema Carcere, quanto della società intera di annullare, piegare, scomporre ogni residuo di Umanità in chi cade, quanto in chi sbaglia. Riuscire a resistere a questi pesi non è dato dalla forza, anzi, ma dalla leggerezza. Essere farfalla, non leone. Poi ci sta, almeno nel mio caso, la creatività: il perdersi dietro un passatempo anche ore, abitudine che rende ogni tipo di detenzione superabile. Non è il solito “adda passà a nuttata”, anzi è volerla vivere, in qualche modo, fino in fondo. Decidere di essere libero. Di essere, contemporaneamente, attore e spettatore della propria tragedia. Io mi sono salvato così: una lettera d’amore a donne che non conoscevo, una poesia che non sapevo decifrare, un sogno che sapevo di non poter vivere. Ma quando si sceglie di continuare a stare al mondo, nonostante ci si senta un numero grigio e si sia palesato dentro l’idea di darsi la morte, bisogna inondare di colori la propria esistenza. Di avveniri possibili, esattamente come dici tu.”
Fonte
21/03/2024
La tortura del 41bis per Alfredo Cospito deve continuare
Il Tribunale di Sorveglianza non aveva tenuto in alcuna considerazione il parere della direzione nazionale antimafia e antiterrorismo che aveva sostenuto la scelta di revocare l’articolo 41bis a favore dell’alta sorveglianza il regime appena un gradino sotto mantenendo la censura sulla posta.
Insomma almeno per il momento non sembrano esserci vie di uscita. Al di là del fatto che la difesa aspetta la fissazione dell’udienza davanti alla Cedu, la corte europea dei diritti dell’uomo, ma si tratta in ogni caso di un percorso dai tempi non certamente brevi.
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari esulta per la decisione della Cassazione dicendo: “Benissimo, Cospito deve rimanere in carcere a scontare la sua pena al 41bis. Niente sconti o premi per i nemici dello Stato”.
Replica l’avvocato Flavio Rossi Albertini: “Lèggendo il commento del sottosegretario sorge il fondato sospetto che la vicenda Cospito sia stata profondamente influenzata dalla politica”. E su questo non sembrano esserci dubbi dal momento che in riferimento al processo al sottosegretario Andrea Del Mastro per violazione del segreto d’ufficio in merito alla carcerazione di Cospito i partiti con il PD che chiede di essere parte civile regolano i loro conti sulla pelle di un anarchico torturato.
Il commento e l’analisi approfondita a Radio Onda d’Urto di Flavio Rossi Albertini, legale di Alfredo. Ascolta o scarica.
In questa vicenda il vero irriducibile appare lo Stato sempre pronto a perpetuare l’emergenza in un quadro di repressione senza sovversione. Una sorta di ultimo giapponese che ha evocato gli anni di piombo persino per un ragazzino che ha mimato la pistola P38 in Senato in direzione di Giorgia Meloni.
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