Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/01/2026

Čechov a Sachalin

di Marco Sommariva

È il 1902 quando Jack London, travestitosi da marinaio, s’addentra nell’East End di Londra per calarsi nella più disastrata delle realtà sociali: dormirà nelle baracche, frequenterà prostitute, poveri e ogni genere di umanità rifiutato dalla città “alta”. L’idea che dà vita a quest’opera – un vero e proprio trattato sociologico, che uscirà nel 1903 e che noi conosciamo col titolo Il popolo degli abissi – nasce in London mentre altri autori suoi contemporanei si limitano a cantare ciecamente le glorie dell’Impero britannico, allora giunto al suo massimo fulgore.

Cosa vede e ci racconta London di questa realtà? Un solo esempio. Quando muore un bambino, e capita spesso visto che il cinquantacinque per cento dei bambini dell’East End non raggiunge i cinque anni, il corpo resta in casa e, se la famiglia è molto povera, viene tenuto lì fino al momento della sepoltura: durante il giorno giace sul letto, invece nella notte, quando il letto è occupato dai vivi, il cadavere viene disteso sul tavolo dove al mattino, dopo che il cadavere è stato rimesso sul letto, i vivi fanno colazione – a volte il corpo viene sistemato sullo scaffale che funge da dispensa.

Un libro che, fra l’altro, ci ricorda un proverbio cinese che non dovremmo mai dimenticare: “Se un uomo vive nell’ozio un altro muore di fame”.

Nel 1937 viene pubblicato un libro-documento di George Orwell, La strada di Wigan Pier. In quelle pagine lo scrittore inglese racconta la sua esperienza tra i minatori disoccupati di una cittadina mineraria dell’Inghilterra settentrionale – Wigan Pier, appunto – che non si esaurisce in una sua testimonianza sulla crisi degli anni Trenta del Novecento, ma che si propone soprattutto come uno studio approfondito del complesso problema dei rapporti fra socialismo e civiltà industriale.

Anche in questo caso, si può parlare di un’indagine politica e sociologica condotta da uno scrittore che decide di calarsi in un inferno, quello delle miniere. È un tentativo, a mio modo di vedere ben riuscito, di entrare nel mondo della classe operaia per scoprirne sofferenze e valori, un’opera commovente, tragica e attualissima.

Cosa vede e ci racconta Orwell di questa realtà? Un solo esempio. Quando lo scrittore inglese entra in una casa della classe operaia – non in case di operai disoccupati, ma di famiglie operaie relativamente prospere – dice di respirare lì un’atmosfera calda, onesta, profondamente umana, che non è molto facile trovare altrove. E questo nonostante sia una classe che, quotidianamente, subisce i meschini disagi e la mancanza di decoro di dover fare ogni cosa secondo il comodo altrui, sempre costantemente sottomessa grazie all’orribile arma della disoccupazione. D’altra parte, come scriveva London ne Il popolo degli abissi, “Lo sfruttamento, i salari da fame, i disoccupati, la massa di persone senza casa né riparo sono inevitabili quando ci sono più uomini che vogliono lavorare che non lavori da fare”.

Senza mai dimenticare il valore di opere quali, per esempio, Il tallone di ferro, 1984, Il vagabondo delle stelle o La fattoria degli animali, queste due opere di Jack London e George Orwell le ho sempre ritenute il naturale risultato di scrittori che, a un certo punto, si domandano se con la loro attività si stanno occupando di cose serie o di sciocchezze: una mia banalissima conclusione perché spesso, nel mio piccolo, me lo sono domandato e ancora me lo domando quando impugno la penna.

Oggi, letto il libro L’isola di Sachalin di Anton Čechov, inizio a credere che la mia conclusione possa avere qualche fondamento, visto che nel 1888 l’autore russo scriveva a un amico: “Per quanto si riferisce a me, non provo appagamento alcuno per il mio lavoro, perché lo trovo meschino [...] Se è ancor troppo presto per lamentarmi, non lo è mai abbastanza per domandarmi: mi occupo di una cosa seria o di sciocchezze?”. La risposta a questo suo quesito arriva dopo due anni quando, allora trentenne, armato solo di passaporto e di una tessera di corrispondente del quotidiano russo Novoe vremya (Nuova epoca), intraprende un viaggio verso Sachalin per studiare la vita dei deportati nella colonia penale istituita dal regime zarista nel 1869, sita sull’isola lunga quasi mille chilometri e larga in media ottanta, posta all’Estremo Oriente della Russia, nell’Oceano “Grande o Pacifico che dir si voglia”. È una drastica risposta quella che si dà Čechov, visto che finirà con lo sbarcare ai confini del mondo dove “l’anima è invasa da quel sentimento che, forse, ha già provato Odisseo mentre navigava per mari sconosciuti”, per conoscere un insediamento fondato “quando l’isola non era ancora stata esplorata e costituiva, dal punto di vista scientifico, un’assoluta terra incognita”.

Ancor prima di leggere le pagine sulla realtà di Sachalin, ho trovato molto interessante la descrizione del suo tragitto verso l’isola. È un viaggio durissimo quello affrontato da Čechov, un percorso che costringe, dopo aver trascorso notti al gelo, ad attraversare fiumi scuri che, resi pericolosi da venti impetuosi e piogge sferzanti, riescono ad ammutolire anziani postini che alla loro età hanno attraversato quei fiumi migliaia di volte e che ne hanno viste di tutti i colori, e sono capaci di zittire pure gli stessi rematori dell’imbarcazione su cui lo spaventatissimo Čechov si sente morire sino a quando, finalmente, non vede avvicinarsi la riva, ed è così sollevato che trova qualcosa di bello anche nell’essere codardi perché, come succede a lui, basta veramente poco – raggiungere la riva di un fiume, appunto – “per essere felice, tutt’a un tratto!”.

Non che a Sachalin, all’epoca nota per essere il luogo più piovoso di tutta la Russia, il clima sarà molto migliore, anzi, qualcuno dirà allo scrittore russo che, lì, non esiste alcun clima, ma solo il brutto tempo. È un posto dove il 24 luglio 1889 sulle montagne “che qui non sono affatto alte”, cade già la prima neve e tutti sono già intabarrati in pellicce e tulup, il caldo e ampio giaccone tradizionale russo costituito generalmente da una pelliccia di montone o di astrakan “rivoltata”; dove, per settimane e settimane di fila, il cielo appare coperto da nubi plumbee; dove nel giugno del 1881 non c’è stata nemmeno una giornata di sole; dove per quattro anni, nel periodo compreso tra il 18 maggio e il 1° settembre, le giornate serene non sono mai state più di otto; dove può capitare di entrare in una izba e trovare sette persone che battono i denti dal freddo, benché sia soltanto il 2 agosto.

Čechov è sul tratto di strada siberiana che porta da Tjumen’ a Tomsk dove non ci sono villaggi o fattorie, ma solo vasti insediamenti che distano tra loro venti, venticinque, perfino quaranta chilometri – ovviamente, nel testo le distanze sono descritte con un’unità di misura ormai desueta dell’impero Russo, la versta, pari a circa 1.066 metri –, quando si ritrova nell’izba di un postiglione e conclude che gli arabeschi sulla stufa, “quel cerchio sul soffitto” e un albero carico di fiori rossi e blu su una porta, sono stati dipinti da un europeo perché, pur essendo un’arte ingenua quella che lui ammira, è al di là della portata del contadino locale che per nove mesi di fila non riesce a togliersi i guanti e neppure a raddrizzare le dita. Si domanda lo scrittore russo quando mai troverebbe il tempo di dipingere un uomo del genere, che combatte con quaranta gradi sottozero e campi allagati nel raggio di venti chilometri e che è esausto e con la schiena a pezzi quando arriva l’estate già breve di per sé: “È così impegnato a lottare tutto l’anno contro la natura che non gli restano le forze per dipingere, suonare o cantare”. E allora mi vengono in mente i nostri tempi in cui sistemi repressivi, autoritari, dittatoriali che governano ormai un po’ ovunque, vogliono prendere le persone per stanchezza tenendoci impegnati tutto l’anno con allerte, preallarmi, avvisi, avvertimenti, ammonimenti, segnalazioni, così che ognuno possa cadere preda di timori, apprensioni, preoccupazioni, angosce, assilli, inquietudini e tutti quanti si finisca col consumare le nostre giornate senza aver mai potuto alimentare l’anima con la visione o la realizzazione di un dipinto, di un film o di un’opera teatrale, l’ascolto o la realizzazione di una musica, di un canto o di una poesia, eccetera. Ecco, tenerci impegnati a combattere ogni istante della nostra esistenza con paure create ad hoc è un metodo rapido e sicuro per farci diventare persone aride, facilmente polverizzabili, ignoranti, fragili, disarmate di fronte al prossimo allarme che già sta bollendo in pentola insieme a mille altri.

E riguardo l’attualità delle conclusioni e dei ragionamenti di Čechov questo libro è pieno zeppo, benché siano tutti datati 1890.

Non è ancora arrivato a destinazione, quando inizia a mettere per iscritto cosa non gli piace della pena capitale e della “rimozione del criminale dal consueto ambiente umano, per sempre”, che altro non sarebbe poi che l’attuale ergastolo.

Čechov scrive che non è del tutto esatta l’affermazione ricorrente per cui la pena capitale si applica solo in casi eccezionali, perché le pesanti condanne che l’hanno sostituita conservano la sua caratteristica essenziale, ossia quella di cancellare ogni speranza in un futuro migliore, di rendere vano qualsiasi sforzo del condannato per poter tornare a vivere, a essere un cittadino: “[...] la pena capitale, sia in Europa che da noi, non è stata affatto abolita, bensì camuffata sotto altre vesti, meno scandalose per la sensibilità umana”.

Detto quanto sopra, l’autore russo commette immediatamente un grossolano errore che gli si perdona volentieri perché, molto probabilmente, mosso da quell’ottimismo a cui tutti ci si aggrappa prima o poi per sopravvivere; lo sbaglio sta nell’affermare d’essere profondamente convinto che “tra cinquanta o cent’anni si guarderà al carattere perpetuo delle nostre pene con la stessa perplessità e lo stesso imbarazzo che oggi destano in noi lo strappare le narici o il tagliare un dito della mano sinistra”. Si sa, nessuno è perfetto, neppure Čechov.

Ma il drammaturgo russo si rifà immediatamente ammonendo “la nostra intelligencija pensante” che da venti o trent’anni ripete che ogni criminale è il prodotto della società, ma che s’ostina a guardare questo prodotto con scoraggiante indifferenza. Nel dire questo rimarca che il disinteresse nei confronti di chi langue in cella o in esilio risulta del tutto incomprensibile “alla luce dei fondamenti cristiani del nostro Stato e della nostra letteratura”, e che le ragioni di questo atteggiamento vanno ricercate nell’ignoranza dei nostri giuristi che “danno gli esami all’università solo per poter giudicare il prossimo e condannarlo al carcere o all’esilio”, senza mai interessarsi dove vada a finire l’imputato al termine del processo, cosa che non sanno e non vogliono sapere “perché non rientra nell’ambito delle loro competenze: che ci pensino i soldati di scorta e i direttori delle prigioni dal naso rubizzo!”.

Altro rimprovero lo muove per le misure repressive utilizzate come deterrente, in deciso contrasto con gli ideali cui si ispira la legislazione russa “che intende la pena innanzitutto come strumento correttivo” mentre, invece, venendo spese energie unicamente per ridurre il detenuto in condizioni fisiche tali da essergli impossibile la fuga, secondo lui “si dovrà parlare non di correzione, bensì di trasformazione del detenuto in un animale e della prigione in un serraglio”.

Čechov non ci pensa su due volte neanche a cantarle alla sua amata Russia: un tunnel costruito sbilenco, buio e sporco, lo porta a concludere che “questo tunnel incarna a meraviglia la tendenza tutta russa a sperperare denaro per stramberie d’ogni genere, quando invece le esigenze più basilari sono ben lungi dall’essere soddisfatte”. Così come le canta al suo popolo: “[...] a proposito dei gabinetti. Come tutti sanno, la maggioranza dei russi nutre il più profondo disprezzo nei confronti di questo genere di comodità. [...] Questo disprezzo per il gabinetto i russi se lo sono portati dietro anche in Siberia”.

Quest’ultima considerazione nasce dal fatto che, una volta giunto sull’isola di Sachalin, si rende conto che in campagna i gabinetti non esistono affatto, e che nei monasteri, nelle fiere, nelle locande e nelle fabbriche sono assolutamente disgustosi, per cui non gli è difficile capire il perché in tutte le prigioni i gabinetti siano sempre origine di fetore ammorbante ed epidemie, mentre popolazione e amministrazione carceraria se ne sono fatte tranquillamente una ragione.

A Sachalin, Čechov scopre che le attività svolte dai detenuti sono assai eterogenee, che non si limitano all’estrazione dell’oro o del carbone, ma comprendono ogni aspetto della vita sull’isola: il taglio del bosco, i lavori edili, la bonifica delle paludi, la pesca, la fienagione e il carico delle navi sono, per esempio, tutte incombenze che rientrano nell’elenco dei lavori forzati. Non solo, prende visione di documenti che dimostrano che, fin dal 1871, i deportati fanno le veci della servitù per le autorità e gli ufficiali, e che le donne vengono assegnate come cameriere agli impiegati statali, compresi i sorveglianti non ammogliati. Nel 1872 il governatore generale della Siberia orientale proibirà che i detenuti vengano distribuiti a destra e a manca in qualità di servitori, ma sarà un divieto aggirato da subito, per cui nel 1890 Čechov incontrerà contabili con alle proprie dipendenze una mezza dozzina di persone e amministratori che si permettono il lusso, quando vanno in campagna per un picnic, di farsi precedere da una decina di galeotti con il cestino delle provviste: “[...] durante la mia permanenza sull’isola, tutti gli impiegati statali, persino quelli che non avevano nulla a che vedere con l’amministrazione carceraria (per esempio il capo dell’ufficio delle poste e del telegrafo), per le loro esigenze domestiche facevano ampiamente ricorso a deportati non retribuiti e mantenuti a spese dello Stato”. Come oggi, anche all’epoca l’ultima cosa che interessava era recuperare i detenuti, a iniziare dalle celle comuni che non permettevano al carcerato “la solitudine necessaria per raccogliersi in preghiera, riflettere e concentrarsi su se stesso – tutte attività che i paladini dei fini correzionali considerano indispensabili”. Mantenuti a spese dello Stato, sì, ma senza lavorare per questo, bensì per individui che si disinteressano totalmente dei “fini correzionali”, visto che il condannato è trasformato in uno schiavo che dipende dalla volontà del padrone e dei suoi familiari ed è costretto a compiacerne ogni capriccio. Come oggi, anche all’epoca il carcere peggiorava i detenuti, e non poteva essere diversamente: aveva, e ha tutt’ora, effetti devastanti sulla moralità del prigioniero lasciarlo “all’interno del gregge, coi suoi rozzi divertimenti e la cattiva influenza che i malvagi esercitano inevitabilmente sui buoni”.

La poca produzione industriale dell’isola – un laboratorio di fonderia, la fucina di un fabbro, un mulino a vapore o una segheria – non è purtroppo finalizzata alla formazione dei deportati quando, invece, il fine primo e ultimo di ogni impresa di Sachalin dovrebbe essere uno solo, la rieducazione del condannato: “[...] le officine locali dovrebbero fornire al continente non sportelli per stufe o rubinetti, bensì individui socialmente utili e artigiani ben preparati”. In poche parole, nessuno si curava di tutti quegli individui che non combinavano niente a casa loro e che, proprio durante il periodo di detenzione in celle dove ci sono tante cimici “da diventare matti”, avrebbero bisogno di mulini e fucine dove imparare qualcosa per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe. Ditemi voi se non avete trovato analogie con l’attuale sistema carcerario italiano che cito solo perché lo conosco meglio di altri, ben sapendo che dal Belgio fiammingo all’Ungheria, dal Kenya alla Russia, dal Perù agli Stati Uniti, non va granché meglio.

Quando i deportati lavorano spettano loro mansioni pesantissime come lavorare in miniera, il che significa trascorrere anni e anni vedendo unicamente la miniera, la strada che porta al carcere e il mare: “La sua vita sembra essersi completamente dissolta in questa sottile striscia di terra [...]”. Particolare da non dimenticare: i giacimenti sono sfruttati in esclusiva da una società privata che, oltre a questo, ha ricevuto dall’amministrazione carceraria anche la concessione di avvalersi della mano d’opera dei deportati. Ripeto, non cambia nulla rispetto a quanto accade oggi un po’ in tutto il mondo: considerazioni economiche portate avanti sulla pelle dei carcerati. Un’ultima cosa. Čechov scoprirà che la società privata i cui rappresentanti risiedono a Pietroburgo, sfrutta tanto i giacimenti quanto i deportati senza pagare un centesimo di quanto pattuito con l’amministrazione. Sarebbe obbligata, eppure, chissà il perché, non paga: “[...] i rappresentanti dell’altra parte, di fronte a una violazione così flagrante della legge, sarebbero dovuti intervenire da parecchio tempo, ma [...] temporeggiano e, come se non bastasse, continuano a spendere 150.000 rubli all’anno per garantire le entrate della società. In altre parole, entrambe le parti si comportano in modo tale per cui è difficile prevedere quando avrà fine questa anomala situazione” – si tenga conto che, all’epoca, Čechov guadagnava circa trecento rubli al mese, cifra che comprendeva anche le spese di viaggio relative a questa spedizione a Sachalin. Tornando ai minatori, la rieducazione di ogni deportato si risolveva nel risalire in superficie non meno di tredici volte al giorno, e risalire in superficie significava muoversi carponi lungo un corridoio stretto e buio trascinando una slitta che pesa un pud [un’antica unità di misura dell’impero Russo pari a oltre sedici chilogrammi]: questa era la parte più gravosa poi, dopo aver scaricato il carbone, tornava indietro e ricominciava da capo.

Altra forma di risparmio, e quindi di guadagno, di chi gestisce il sistema carcerario di Sachalin, è quella inerente la gestione dell’infermeria: nel caso si sentisse male, un detenuto potrebbe avere l’amara sorpresa di scoprire d’essere rinchiuso presso un carcere in cui l’infermeria non dispone di alcun farmaco – lo dice direttamente a Čechov il medico della prigione di Voevodsk.

Il capitalismo è un’ombra che lo scrittore russo vede avanzare su tutta l’isola e lo denuncia a chiare lettere, specialmente quando scrive che le ricchezze del fiume Tym’ restano un miraggio per gli esiliati del circondario che “fanno la fame”, mentre cambierà tutto nel momento in cui “le ricchissime riserve ittiche locali cadranno nelle mani dei capitalisti, allora, con tutta probabilità, si intraprenderanno seri tentativi per drenare il letto del fiume e renderlo più profondo, forse verrà addirittura costruita una ferrovia litoranea che arriverà alla foce, e non c’è dubbio che il fiume compenserà generosamente qualunque investimento”.

Questo di Čechov è un viaggio da incubo, in tutti i sensi. Giunto in tarda serata nel villaggio di Armudan di Sotto, trascorre la notte a casa del sorvegliante, ma in soffitta, accanto alla canna fumaria, perché il padrone non vuole per nessun motivo lasciarlo entrare nella stanza comune, e questo per via che lì sarebbe impossibile dormire a causa, così gli spiega, di una «marea» di cimici e scarafaggi: “Quando ridiscesi per prendere del tabacco, vidi effettivamente la marea, una scena impressionante, possibile soltanto a Sachalin. Le pareti e il soffitto sembravano coperte da una specie di drappo funebre che si agitava come scosso dal vento; ma il movimento caotico e frenetico dei singoli puntini lasciava subito intendere da che cosa fosse composta quella massa brulicante e strabocchevole. All’orecchio giungeva un fruscio e un mormorio assordante, come se scarafaggi e cimici si stessero affrettando chissà dove e si consultassero tra di loro”.

Forse sono esperienze come quella appena descritta in casa del sorvegliante, oppure il constatare la tipologia comune a tutte le prigioni dell’isola – baracche di legno adibite a celle e, all’interno, la sporcizia, la miseria e la scomodità che si incontrano ovunque la gente dell’isola sia costretta a vivere in gruppo –, o magari il clima, o l’essere a diecimila chilometri da casa, il trovarsi a un’estremità del mondo con “tutt’intorno non un’anima viva” o dove la gente non si ricorda nemmeno più i giorni della settimana, oppure l’essere continuamente costretto a passare da uno stato di timore allo sbigottimento all’essere invaso da “non pensieri”, fatto sta che Čechov si ritrova a fissare a lungo il cielo perché, alla luce di quanto gli stava attorno, di ciò che stava vivendo, quella volta celeste la riteneva una specie di miracolo.

Molto interessanti sono anche le popolazioni indigene di Sachalin, i giljaki a nord dell’isola e gli ainu (originari dell’isola giapponese Hokkaidō) a sud. Mi limiterò a raccontarvi qualcosa dei primi.
Quella dei giljaki non può definirsi un’esistenza stanziale nel vero senso della parola, poiché non si sentono legati né al proprio luogo natìo né a qualsiasi altro e, insieme alle loro famiglie e ai cani, vagano per procacciarsi il cibo.

I giljaki sono magri, asciutti, tutto l’adipe viene consumato per produrre quel calore che ogni abitante dell’isola deve assolutamente immagazzinare nel proprio corpo per compensare i cali di energia dovuti alle basse temperature e alla spaventosa umidità dell’aria. Nessuno sa quale sia il vero colore del loro viso perché non si lavano mai, così come non lavano mai la biancheria e gli abiti, e le loro calzature di pelliccia sembrano appena strappate dalla carcassa di un cane.

È un popolo che, per molti aspetti, andrebbe preso d’esempio visto che sono descritti come dotati di una naturale delicatezza d’animo e le regole della loro etichetta non ammettono nei confronti altrui espressioni arroganti o imperiose, per non parlare della loro istintiva avversione per ogni genere di registrazione o censimento.

I giljaki sono socievoli e l’espressione del loro volto è sempre molto ragionevole, mite e ingenuamente attenta. È un popolo nient’affatto bellicoso, che non ama le liti e le risse e che vive in pace e armonia con i suoi vicini.

I giljaki sono vivaci, intelligenti, allegri, disinvolti e nient’affatto in imbarazzo quando si trovano in compagnia di persone ricche e potenti, e questo anche perché non riconoscono alcuna autorità, non concepiscono neppure i vari gradi di anzianità in famiglia: il figlio non nutre alcun rispetto per il padre e vive come meglio crede.

Come già detto, nessuno è perfetto, neppure i giljaki.

Mentre tutti i componenti maschili della famiglia sono assolutamente alla pari in senso “positivo” – se si offre della vodka agli uomini andrà versata anche ai bambini –, le componenti femminili sono alla pari in senso negativo, ossia sono tutte egualmente prive di diritti, non importa che si tratti della nonna, della madre o di una neonata. Tutte le appartenenti al sesso femminile sono considerate alla stregua di animali domestici o di oggetti che si possono buttar via, vendere o prendere a calci come cani, “anzi, i cani ogni tanto i giljaki li carezzano, le donne mai”. La donna è solo una merce di scambio, esattamente come il tabacco o la seta.

Da quando “loro” usavano la donna come merce di scambio a oggi, epoca in cui “noi” la utilizziamo come merce da esibire, il cammino da fare verso la parità di genere resta ancora molto lungo.

Come si sposi la naturale delicatezza d’animo dei giljaki decantata da Čechov e da chi l’aveva preceduto in escursioni simili, con il ridurre in schiavitù – nel senso più letterale e rude del termine – qualsiasi persona appartenente al genere femminile, non è dato di capire.

In generale, a tutte le donne di Sachalin, indigene e non, spetta una vita molto più dura di quanto già non lo sia per gli uomini: “Le donne, anche quelle libere, si dedicano alla prostituzione; non fa eccezione neppure una privilegiata che pare abbia concluso gli studi superiori. [...] i deportati le cui mogli vendono il proprio corpo possono permettersi di fumare costoso tabacco turco [...]”. Data l’enorme domanda, questo esercizio non viene ostacolato né dalla vecchiaia, né dalla bruttezza, né dalla sifilide all’ultimo stadio, né dall’eccessiva giovinezza: “[...] mi è capitato di incontrare per strada una ragazza di sedici anni che, si dice, si prostituisce da quando ne aveva nove”.

Non solo. Per i soldati scapoli, le deportate o le parenti di deportati rappresentano “l’indispensabile oggetto per il soddisfacimento dei loro bisogni naturali” – parole di uno dei capi locali della colonia penale. Traghettando le deportate alla volta dell’isola non si pensa né alla pena né al ravvedimento, ma solo alla loro capacità di mettere al mondo figli e di lavorare nei campi. A un certo punto, un comandante dell’isola darà l’ordine di trasformare la sezione femminile della prigione in una casa di tolleranza. Alcune donne finiranno per diventare così apatiche e corrotte da arrivare al punto di “vendere i propri figli per una caraffa di alcol”.

Tornando un attimo ai giljaki, Čechov racconta che alcuni di loro non vivono più sull’isola ma nelle zone limitrofe del continente perché, a un certo punto della loro storia, sono stati incalzati da sud dagli ainu che avevano abbandonato il Giappone perché, a loro volta, incalzati dai giapponesi. Ma non è tanto l’episodio in sé a essermi rimasto impresso, quanto il fatto che il drammaturgo russo – volendo evidenziare quanto i giljaki di Sachalin, perché sempre fedeli all’isola nonostante le loro lunghe peregrinazioni, siano diversi e quindi facilmente riconoscibili rispetto a quelli continentali – usa questa frase: “[...] i giljaki di Sachalin si distinguono per lingua e costumi da quelli continentali come gli ucraini dai moscoviti”.

Sono tanti gli episodi raccontati su queste pagine che mi rimarranno impressi, specie quelli che certificano l’ignoranza di chi è al potere, dove ovviamente per ignoranza non intendo il sapere di non sapere tutto ed essere aperti al dialogo, all’ascolto, alla ricerca, ma la convinzione di sapere già ogni cosa e quindi di essere sordi a indicazioni e consigli di chi ne sa più di te: “[...] a Galkino-Vraskoe sembra di essere a Venezia; le izbe, costruite in un bassopiano, si allagano, e per spostarsi si ricorre alle barche ainu. Il punto dove edificare il villaggio l’aveva scelto un certo signor Ivanov [...] all’epoca era vicedirettore della prigione e svolgeva anche le funzioni dell’attuale sorvegliante delle colonie. Sia gli ainu che i coloni lo avevano avvertito che quella era una località paludosa, ma lui non aveva dato loro ascolto, anzi, chi protestava veniva frustato. Durante un’inondazione è annegato un toro, un’altra volta un cavallo”.

Quest’avventura siberiana mise Čechov in una posizione del tutto inaspettata: al suo ritorno non sarà più “solo” l’autore di racconti umoristici o di pièce teatrali, ma anche l’unico letterato russo a essersi sobbarcato fatiche e rischi di un viaggio in Estremo Oriente pur di vedere ciò che nessun intellettuale aveva mai visto prima: “Attribuiscono al mio viaggio un’importanza che mai mi sarei aspettato, arrivano perfino consiglieri di Stato, consiglieri di Stato in carica! Tutti sono impazienti di leggere il mio libro e prevedono che sarà un successo, e io non ho nemmeno il tempo di scriverlo...”.

Ma vi rendete conto? Consiglieri di Stato in carica che attribuiscono importanza al reportage di un intellettuale, impazienti di leggere il libro che raccoglierà le testimonianze dirette e le osservazioni sul campo di uno scrittore! Mai mi sarei aspettato di chiudere un pezzo del genere con un tale omaggio alla fantascienza.

Fonte

07/09/2025

Il potere dietro il Trono

di Giorgio Bona

William Le Queux, Il ministro del male – La storia segreta di Rasputin, trad. di Sara Musarra Pizzo, pp. 237, € 18, Lorenzo de Medici Press, Firenze 2025.

Che cosa sappiamo veramente di Rasputin? Vi sono molte incertezze su gran parte della sua vita. Grigorij Efimovič Rasputin, ladro di cavalli prima e poi consigliere privato dei Romanov, quinto di nove figli di cui soltanto due raggiungeranno l’età matura, nacque nel 1869 in un villaggio della Siberia occidentale.

Dopo il matrimonio (1887, con Praskov’ja Fëdorovna Dubrovina, da cui ebbe sette figli) abbandonò la famiglia e il lavoro nei campi per dirigersi verso un monastero a Verchotur’e e vestirsi dei panni del pellegrino (1892). Ben presto affermò di aver avuto una visione della Madonna di Kazan’ e dopo quel fatto decise di dedicarsi completamente alla vita mistica.

Spostandosi da monasteri e conventi e vivendo di elemosina, giunse a San Pietroburgo dove approdò alla corte dello zar Nicola II e della moglie Aleksandra (1905).

La biografia romanzata di William Le Queux (interessante figura di giornalista, attivissimo e versatile scrittore nonché diplomatico anglo-francese, 1864-1927) raccoglie l’insieme delle rivelazioni scritte, quasi in forma di resoconto storico, del giovane Feodor Rajevski, segretario e servitore di Rasputin. Intere pagine che riportano segreti, tradimenti, sotterfugi e sconvolgimenti intorno alla figura più inquietante della Russia moderna.

Feodor Rajevski era un giovane universitario che, grazie alle amicizie del padre trovò lavoro come impiegato negli uffici della polizia politica dell’impero, per ricoprire poi un ruolo importante grazie al generale Aleksej Nikolaevič Kuropatkin, amico intimo dell’imperatrice, che gli conferì il ruolo di sottosegretario di gabinetto al Ministero della guerra.

Fu il generale Kuropatkin a nominare Rasputin segretario dello Stareč (termine russo che indica i mistici cristiani ortodossi che hanno molto carisma e seguito), allora riconosciuto come il monaco mandato da Dio per essere la guida spirituale e il protettore della Russia.
Rajevskij fu successivamente trasferito al servizio di Rasputin con la mansione di segretario personale con il compito di rispondere alle centinaia di lettere che il monaco riceveva dai suoi adulatori, oltre a organizzare incontri e feste private con le sorelle-discepole che rappresentavano le donne più colte e ricche della capitale.

Alle dodici del giorno stabilito lasciammo Pietrogrado insieme. Il  monaco indossava, con pretesa umiltà, il vestito più vecchio e logoro, anche se sotto di esso, sia detto, i suoi abiti di seta erano i migliori della capitale, mentre al collo aveva una croce a buon mercato sospesa da una sottile catena di ottone. Era trasandato, sporco, con il viso giallognolo e marcato, eppure quegli occhi brillanti guardavano con straordinaria intensità espressiva. Le mani erano sporche e le unghie lunghe e affusolate non venivano tagliate da settimane. Affascinata dal suo sguardo questo era l’uomo che Alexandra Feodorovna aveva chiamato al suo fianco.
All’arrivo alla stazione di Tsarskoe-Selo trovammo una delle carrozze imperiale ad attenderci, con fante e cocchiere in livree di un blu scintillante, con le sentinelle.
Due tirapiedi, anch’essi in blu, avanzarono e, mettendo le mani sotto le braccia del santo, lo sollevarono nella carrozza, un onore sempre dovuto agli ospiti di Sua Maestà lo Zar. Io, invece, salii dopo, sorridendo allo spettacolo dello sporco monaco che veniva tirato su come se fosse invalido. Con noi c’era un ufficiale in uniforme e un civile, un agente dell’Ochrana.
Nel momento in cui ci sedemmo, i servi imperiali si tolsero il tricorno e lo misero inclinato da un lato come segno che all’interno della carrozza vi era un ospite di Sua Maestà e per segnalare ai passanti, mentre guidavamo, di togliersi il cappello e salutare.

Il romanzo è ambientato tra il crepuscolo dell’impero zarista e la Rivoluzione, dentro un crescendo di mistero e di tensione. Il Ministro del Male intende approfondire la figura di Rasputin dentro una narrazione ampiamente documentata. William Le Queux, da maestro della narrativa di genere, riesce a dare del personaggio un profilo ipnotico e agghiacciante nel cuore della corte imperiale russa fino a uno dei momenti più drammatici della storia: dalla prima guerra mondiale alla rivoluzione. Un uomo che esercita attraverso fascino e carisma propri un potere straordinario che non è soltanto spirituale, ma anche psicologico e politico.

Il ritratto che l’autore fa di Rasputin appare contraddittorio, misterioso, con tratti di genialità, attraverso un’introspezione psicologica di tutto interesse. Tradimenti, sotterfugi, colpi di scena si succedono con un ritmo incalzante. C’è in questo susseguirsi di notizie documentate e di voci d’epoca un intreccio di oscure passioni, un’ambizione che trascende il limite dell’umanità e l’incalzare di un’imminente tragedia.

Feodor Rajevski parla delle sue missioni diplomatiche all’estero al servizio dello zar, e già da subito entra nello specifico dell’azione di Rasputin dal momento che aveva libero accesso alla Corte Imperiale ed era al corrente delle informazioni più delicate.

Secondo molti, Rasputin sarebbe stato in grado di prevedere il futuro e guarire i malati, e dopo essere entrato nelle grazie della zarina Alexandra esercitò grande influenza sulla famiglia imperiale intervenendo e condizionando molte decisioni dello zar.

Tutti sapevano che il potere di Rasputin era, già nel 1912, più grande di quello dello stesso Zar Nicola. Il più forte della terra si inchinava davanti al furfante, mentre chiunque osasse sminuirlo o provasse a contrastare i suoi malvagi piani, veniva subito eliminato dall’ufficio. Grazie a Madame Vyrubova che riceveva la parte del bottino e influenzava l’imperatrice, Rasputin regnò in quanto lo Zar non fece altro che firmare i documenti che gli misero davanti.
Così la Russia era costretta a vedere una processione regolare di ufficiali nominati dall’uomo di Dio, secondo il danaro ricevuto. Persino Goremykin fu costretto a inchinarsi davanti al mistico imbroglione. Per cinque anni Rasputin nominò e licenziò tutti i vescovi, e guai a chi cercava di interferire con  il suo potere.
L’Arcivescovo Theophanus, pieno di rimorsi per aver aiutato l’imbroglione, cercò di spodestarlo denunciandone pubblicamente gli atti malvagi, mentre il vescovo Hermogenes che conosceva il passato del monaco, cercò di rivelarlo. La vendetta di Rasputin cadde subito su di loro, Theophanus fu mandato a Tradiz e Hermogenes venne isolato in un monastero. Helidor fu cacciato dalla polizia e cercò asilo all’estero; mentre un uomo chiamato Grinevitch, che aveva conosciuto Rasputin a Pokrovsky molto tempo prima, una sera fu invitato dal monaco a cena e la mattina fu ritrovato morto nel proprio letto; mentre un altro venne arrestato dalla polizia con la stessa accusa di complotto e fu mandato in prigione per dieci anni, sebbene perfettamente innocente.
L’arrogante insolenza di Rasputin non conosceva limiti. Ora che era il potere dietro il Trono, costringeva tutti a inchinarsi a lui, istruiti e contadini. Entrando nelle case, sia in quelle di un principe che in quella di un contadino, baciava sempre la donna giovane e carina mentre girava le spalle e addirittura si rifiutava di parlare con quelle più anziane.

Tale era l’uomo soprannominato l’immortale. In realtà era soltanto sorretto da una straordinaria forza fisica e se ne avvidero i congiurati che nella notte tra il 29 e il 30 dicembre del 1916 misero fine alla sua incredibile esistenza.

Era comunque tardi per evitare il crollo dell’impero russo. Come sostiene l’autore, Rasputin fu ucciso allo scopo di ripulire la Russia dalle forze oscure. Eppure la sua malvagia influenza recò frutti in favore della Germania anche dopo la Rivoluzione e la caduta dei Romanov.

Il risultato è il ritratto di una figura sinistra e sorprendente, terribile, che ancor oggi crea interesse e attenzione. La lettura del romanzo di Le Queux offre d’altra parte una visione a trecentosessanta gradi della società dell’epoca e di come abbia saputo riconoscere fin troppo facilmente potere al monaco siberiano, spalancando le porte a una delle menti più contorte e perverse del suo tempo.

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09/07/2022

Il nuovo disordine mondiale/ ieri e oggi: la jihad imperialista

di Sandro Moiso

Peter Hopkirk, Servizi segreti a oriente di Costantinopoli, Edizioni Settecolori, Milano 2022, pp. 566, 32 euro

Arriva in libreria l’unica opera fino ad ora non ancora tradotta in italiano dello storico e giornalista inglese Peter Hopkirk (1930-2014) e dedicata, come tutte le sue precedentemente pubblicate da Adelphi, Mimesis e la stessa Settecolori, al Grande gioco, ovvero al confronto tra grandi potenze e imperi per il controllo dei territori ad oriente della Turchia fino all’Asia Centrale e all’India, vero cuore pulsante dell’impero inglese fino alla seconda guerra mondiale.

Hopkirk, che ha sempre affermato di aver iniziato a scrivere sul Grande gioco a partire dalla lettura di Kim, il capolavoro letterario-avventuroso di Rudyard Kipling, ancora una volta non smentisce la sua abilità nel trattare la materia in esame sia dal punto di vista documentario che da quello letterario, dando vita ad una narrazione in cui storia politico-militare e avventura si fondono in pagine che sicuramente non permettono al lettore di separarsi facilmente dalle stesse.

In questo caso si tratta di analizzare e raccontare lo sforzo che la Germania guglielmina, sul fare e nel corso della Prima Guerra Mondiale, mise in atto per poter scalzare, con l’aiuto dell’allora ancor parzialmente vivo impero ottomano e il richiamo all’islamismo più intransigente, la presenza britannica dai territori del Vicino Oriente, andando però ben oltre i confini e i territori compresi nello stesso.

Organizzata da Berlino, ma scatenata da Costantinopoli, la Guerra Santa era una nuova e più sinistra versione del vecchio Grande Gioco. Combattuta tra i servizi segreti di Re, Kaiser, Sultano e Zar, doveva avere un camppo di battaglia che si estendeva da Costantinopoli a est fino a Kabul e Kashgar, fino alla Persia, al Caucaso e all’Asia centrale russa. Doveva poi allargarsi a tutta l’India britannica e alla Birmania, dove Berlino sperava, con l’aiuto di armi e fondi di contrabbando, di fomentare violente rivolte rivoluzionarie tra le popolazioni locali ribelli, fossero esse musulmane, sikh o indù. Ma i sinuosi tentacoli della cospirazione si protendevano ben oltre le frontiere dell’Asia. Il grande progetto di Berlino comprendeva trafficanti d’armi negli Stati Uniti, un’isola remota al largo della costa sull’Oceano Pacifico del Messico e un poligono di tiro nell’affollata Tottenham Court di Londra, da dove venivano pianificati (e provati) assassini politici. Avrebbe coinvolto golette cariche di una quantità di armi sufficiente a far scoppiare di nuovo la Rivolta Indiana1 e casse di letteratura rivoluzionaria contrabbandate in India con innocue false copertine di classici inglesi2.

Naturalmente gli agenti tedeschi destinati portare a termine un’operazione così ampia, ambiziosa e “rivoluzionaria” dovettero scontrarsi sul campo sia con la determinazione inglese a mantenere il proprio vantaggio, se non di ampliarlo ai danni dell’impero ottomano attraverso l’azione di agenti altrettanto determinati e ambiziosi, quali ad esempio il notissimo colonnello Lawrence meglio noto come Lawrence d’Arabia3, sia con un evento inaspettato come quello rappresentato dalla Rivoluzione russa e dalle sue conseguenze anche su quella parte del continente asiatico4 oltre che con la diffidenza del mondo musulmano per questa ennesima intrusione del mondo cristiano nelle aree in cui il primo era prevalente.

Quel desiderio imperiale dovette poi ancora fare i conti con l’opposizione armena ai desideri di espansione che i tedeschi alimentavano nell’impero ottomano e nei suoi rappresentanti come Enver Pascià, già a capo dei Giovani Turchi e in gran parte responsabile del genocidio armeno (perpetrato tra il 1915 e il 1916) oltre che di quello dei Greci del Ponto (tra il 1914 e il 1923), che suscitò tra la popolazione armena superstite e ancora ben presente in città come Baku la tendenza ad allearsi con i bolscevichi in funzione di difesa nazionale ancor prima che di sollevazione rivoluzionaria. Oppure facendo sì che desiderio di rivalsa e simpatia per il bolscevismo si fondessero in un’unica causa (come nel caso del bagno di sangue a Baku nel 1918, in cui fu distrutta la Divisione Selvaggia turca insieme agli alleati Tartari, ben descritto nel libro di Hopkirk). Motivo per cui lo stesso Ismail Enver, conosciuto anche come Enver Bey, finì i suoi giorni cadendo in combattimento contro il battaglione armeno dell’Armata Rossa bolscevica comandato da Hagop Melkumian il 4 agosto 1922 presso Baldžuan, nella Repubblica Sovietica Popolare di Bukhara (odierno Uzbekistan), durante la rivolta dei Basmachi.

E’ una storia dalle tinte forti, a tratti fosche, quella che ci narra ancora una volta Hopkirk attraverso le pagine di questo libro e, allo stesso tempo, di avventure e di uomini che sembrano usciti dalle pagine di movimentatissimi romanzi di spionaggio. Come lo stesso autore ci suggerisce citando un autore di genere come John Buchan che nel 1916, proprio intorno a quegli eventi, aveva intrecciato quello che è da considerarsi come un thriller immortale: Greenmantle, il secondo di cinque romanzi di John Buchan con protagonista Richard Hannay.

Richard Hannay è uno dei primi eroi seriali dello spionaggio, ben prima dell’esuberante 007 di Ian Fleming o del grigio George Smiley di John le Carré, e di solito si accompagna ad un collega di nome Ludovic “Sandy” Gustavus Arbuthnot che, ci rivela Hopkirk, sembra ritagliato sulla figura del Capitano Edward Noel, uno dei veri protagonisti dell’azione dei servizi segreti inglesi nella regione caucasica e transcaucasica. Che nel libro di Hopkirk è proprio al centro delle vicende che si svolgono a Baku, prima, durante e dopo il cosiddetto “bagno di sangue” cui si è accennato prima.

Così, nel libro di Buchan, Hannay è chiamato a indagare sulle voci di una rivolta nel mondo musulmano e intraprende un pericoloso viaggio attraverso il territorio nemico per incontrare il suo amico Sandy a Costantinopoli. Una volta lì, lui e i suoi amici devono contrastare i piani dei tedeschi di usare la religione per vincere la guerra. Sforzi che raggiungeranno il culmine nel corso dell’offensiva di Erzurum. Durante tale offensiva, portata avanti tra il 10 gennaio 1916 e il 16 febbraio dello stesso anno dall’esercito imperiale russo, le forze dell’Impero ottomano, sorprese nei quartieri invernali, subirono una serie di sconfitte che portarono ad una decisiva vittoria russa.

Il libro di Hopkirk è, ancora una volta, densissimo di fatti, riferimenti, personaggi e documenti; tali da impedire al recensore una narrazione completa degli eventi narrati senza togliere al lettore il piacere della lettura e della progressiva scoperta delle conseguenze di azioni portate avanti da individui che, da soli o in gruppo, attraversano deserti e lande desolate e selvagge a piedi, a cavallo, su sgangherati mezzi di trasporto a motore o a trazione animale o in treno. Oppure che agiscono tra palazzi, ambasciate, uffici dei servizi segreti o vie di città europee o orientali in cui il tradimento e il doppio gioco sono sempre all’ordine del giorno. Ma ciò che appare al recensore attuale particolarmente importante sono alcune riflessioni, direttamente o indirettamente, stimolate dalla lettura dello stesso.

La prima è data dal rapporto tra avventura e imperialismo e colonialismo. Giunti infatti al termine della serie di libri di Hopkirk dedicati al Grande Gioco in tutte le sue sfaccettature, che l’autore stesso dichiara di aver sviluppato a partire dalla lettura di Kim, diventa impossibile non rilevare come proprio il genere avventuroso, in letteratura prima e nel cinema o nelle serie televisive poi, oltre che nei fumetti, affondi le sue radici nell’avventura delle imprese coloniali e imperiali che l’uomo bianco, con la sua cultura, i suoi “nobili ideali” e gli enormi e insaziabili appetiti economici, portò a termine tra il XVIII e il XX secolo ai danni di altri uomini, diversamente colorati, di diversa religione, cultura e interessi economici o organizzazione sociale opposta. I quali, insieme alle loro etnie e società, quando queste non furono del tutto distrutte, ai loro governi, alle loro famiglie, tribù o clan vissero, e ricordano ancora oggi, gli stessi eventi senza l’aura dell’impresa eroica ma soltanto attraverso l’esperienza e il ricordo del sangue e della tragedia. Cosa di cui, oggi, l’occidente sta iniziando a pagare il conto sotto forma di guerre incontrollabili, rivolte sempre più ampie, migrazioni epocali e crisi del proprio sistema economico e politico su scala globale.

Rimanendo ancora per un attimo sul piano della letteratura è allora impossibile non ritornare con la mente a quanto già scrisse profeticamente Ugo Foscolo nel suo romanzo epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis, ancora all’alba del XIX secolo:

Oh quanto fumo di umani roghi ingombrò il Cielo della America, oh quanto sangue di innumerabili popoli che né timore né invidia recavano agli Europei, fu dall’Oceano portato a contaminare d’infamia le nostre spiagge! Ma quel sangue sarà un dì vendicato e si rovescierà su i figli degli Europei! Tutte le nazioni hanno la loro età. Oggi son tiranne, per maturare la propria schiavitù di domani: e quei che pagavano dianzi vilente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco5.

Eppure, eppure…
A distanza di un secolo, oppure anche di secoli, nulla è cambiato.
Come cieche ruote dell’oriuolo gli ingranaggi dei servizi di intelligence (come si usa denominare oggi lo sporco lavoro degli agenti segreti) continuano a macinare intrighi, a programmare assassinii, a giocare sulle divisioni etniche, culturali e religiose per far guadagnare alle diverse potenze in campo qualche fonte di materie prime in più, qualche spostamento di baricentro del potere in Europa o negli altri continenti, a preparare rivolgimenti che, esattamente come un tempo, potrebbero avvenire con risultati ben diversi da quelli sperati.

Mentre i teorici del complotto e del super-imperialismo continuano a discettare della capacità statunitense di dirigere a proprio vantaggio gli affari economici e militari del pianeta, la Storia continua a dimostrare che dirigerla è impossibile, magari prevederla sì, utilizzando i giusti strumenti di analisi e riferimenti di classe, ma non determinarne il corso. E a far le spese di questo gioco incontrollabile sono proprio i presunti artefici dello stesso, in particolare i vari governi susseguitisi negli Stati Uniti dalla caduta del Muro in poi, ma anche prima.

In fragile equilibrio tra potenze emergenti sempre più aggressive e determinate, alcune delle quali ancora esattamente dislocate sui territori già in palio nel Grande Gioco, talvolta imprevedibili nelle scelte e scaltre nel destreggiarsi tra i differenti ruoli che sembrano essere stati assegnati loro da un croupier piuttosto distratto e disordinato (si pensi solo alla Turchia di Erdogan e ai paesi arabi, sempre apparentemente in bilico tra Occidente e Oriente ma sempre più determinati a seguire una propria politica di potenza), gli Stati Uniti sembrano condannati a ripetere non solo gli errori di un passato che ancora li preoccupa (ad esempio la guerra in Vietnam), ma anche quelli altrui.

Come, ad esempio, proprio con la scelta di scatenare una jihad islamica contro i russi, in Afghanistan, che poi si rivolse contro di loro (a partire dalle Torri Gemelle) e contro l’intero Occidente, fino alla catastrofica uscita e disordinata dalla ventennale guerra nello stesso paese, in cui, nel periodo “migliore” riuscirono a mettere al governo un individuo come Hamid Karzai, meglio noto, al di là delle ruberie e della corruzione che lo hanno contraddistinto, come “sindaco di Kabul” più che come presidente di uno stato riformato in chiave moderna. In una storia in cui a farla da padrone è stato l’avventurismo, più che l’avventura.

Ciechi ingranaggi che girano e girano, spesso a vuoto, ma altre volte macinando vite, sangue e risorse, determinati da elementi che vanno ben al di là della volontà dei singoli governi o dei singolo, per quanto spregiudicati, individui. Come anche Lawrence d’Arabia, insieme a molti personaggi di differente nazionalità riproposti da Hopkirk nelle sue ricerche, ebbe modo di scoprire.

Il suicidio dell’Occidente (imperiale e coloniale) passa da lì e la lettura di Hopkirk, anche se indirettamente, ci aiuta a comprenderlo meglio. A patto di saper leggere e studiare invece di vaneggiare di volontà individuale, libertà di scelta, complotti, difesa della patria e svariate altre amenità diversamente proposte dai media mainstream e dalla propaganda politico-ideologica di ogni, nefasto, colore. Soprattutto oggi, in occasione della guerra in Ucraina.

Note

  1. Rivolta antibritannica scoppiata in India nel 1857 che vide protagonisti i cosiddetti sepoy della Bengal Army, ovvero i soldati di origine indiana arruolati nell’esercito inglese – Nota nel Testo. Si veda anche: William Dalrymple, L’assedio di Delhi, Rizzoli, Milano 2007  

  2. Peter Hopkirk, Servizi segreti a oriente di Costantinopoli, Edizioni Settecolori, Milano 2022, p. 17  

  3. Cui le edizioni Settecolori hanno già dedicato un libro (recensito qui)  

  4. Si veda ancora qui  

  5. Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis (edizione definitiva del 1817), (a cura di Mario Puppo), Mursia 1965, decima ristampa 1994, pp. 110-111  

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