Quando un progetto fallisce normalmente gli “architetti” che lo hanno partorito tacciono, si nascondono, farfugliano qualcosa assumendo una postura dimessa. Il fallimento di un progetto iper-ambizioso come il Project for the New American Century, dunque, avrebbe dovuto sancire la scomparsa dei protagonisti, o quanto meno una loro radicale “autocritica” per le valutazioni sballate.
Che, nel caso dei neocon – il gruppo degli “intellettuali” sia repubblicani che “democratici” che ha di fatto orientato l’establishment statunitense negli ultimi 40 anni – hanno prodotto decine di guerre e milioni di morti, senza peraltro riuscire a frenare il declino statunitense.
La “leggerezza” con cui chiama “errori” i disastri combinati in quasi mezzo secolo ricorda da vicino l’atteggiamento con cui Madeleine Albright – segretario di Stato della guerra in Iraq – definiva “un prezzo accettabile” la morte di mezzo milione di bambini in conseguenza dell’invasione del Paese.
E invece no. Supponente come sempre, Robert Kagan – marito di Victoria Nuland, famosa per quel “fuck the EU” che sentenziava l’inizio del majdan e quindi della guerra ucraina (nel 2014, non nel 2022) – alza il suo ditino ormai grassoccio per fare “l’autocritica degli altri”. In questo caso di Trump e del suo staff di improvvisati che sta affondando ancora più rapidamente gli States.
Questa eccellente intervista – che dovrebbe insegnare ai pennivendoli italiani i fondamenti deontologici del mestiere, ridotti come sono a “reggitori di microfono” – gira il coltello in tutte le piaghe di quella che è stata la leadership mondiale dopo la caduta dell’Unione Sovietica.
Buona lettura.
Che, nel caso dei neocon – il gruppo degli “intellettuali” sia repubblicani che “democratici” che ha di fatto orientato l’establishment statunitense negli ultimi 40 anni – hanno prodotto decine di guerre e milioni di morti, senza peraltro riuscire a frenare il declino statunitense.
La “leggerezza” con cui chiama “errori” i disastri combinati in quasi mezzo secolo ricorda da vicino l’atteggiamento con cui Madeleine Albright – segretario di Stato della guerra in Iraq – definiva “un prezzo accettabile” la morte di mezzo milione di bambini in conseguenza dell’invasione del Paese.
E invece no. Supponente come sempre, Robert Kagan – marito di Victoria Nuland, famosa per quel “fuck the EU” che sentenziava l’inizio del majdan e quindi della guerra ucraina (nel 2014, non nel 2022) – alza il suo ditino ormai grassoccio per fare “l’autocritica degli altri”. In questo caso di Trump e del suo staff di improvvisati che sta affondando ancora più rapidamente gli States.
Questa eccellente intervista – che dovrebbe insegnare ai pennivendoli italiani i fondamenti deontologici del mestiere, ridotti come sono a “reggitori di microfono” – gira il coltello in tutte le piaghe di quella che è stata la leadership mondiale dopo la caduta dell’Unione Sovietica.
Buona lettura.
*****
Robert Kagan ha sorpreso alcune persone. Uno dei più influenti esponenti della corrente interventista e favorevole all’uso della forza negli Stati Uniti ha condannato la maldestra guerra dell’amministrazione Trump in Iran, suggerendo in un articolo pubblicato su The Atlantic a marzo che il coinvolgimento degli Stati Uniti in Medio Oriente sia stato un catalizzatore del terrorismo islamico, piuttosto che una risposta prudente ad esso.
Senior fellow presso la Brookings Institution e storico prolifico, Kagan sostiene da decenni la supremazia statunitense, a partire dal suo appoggio agli “insorti” Contras del Nicaragua quando era a capo dell’Office of Public Diplomacy del Dipartimento di Stato (1985-88).
Nel 1997, Kagan ha cofondato il Project for the New American Century, un think tank neoconservatore che faceva pressione a favore di una politica estera energica e del mantenimento dell’egemonia globale degli Stati Uniti. Il gruppo esercitò una notevole influenza nel promuovere il cambio di regime nell’Iraq di Saddam Hussein. L’orientamento di Kagan è sempre stato fondato sulla convinzione che il mondo precipiterebbe nel disordine senza la leadership americana, nonostante le avventure militari statunitensi abbiano ripetutamente destabilizzato alcune aree del mondo.
Dunque, Robert Kagan sta ora riconsiderando il suo precedente interventismo? L’ho intervistato per scoprirlo. La nostra conversazione è stata modificata per ragioni di lunghezza e chiarezza.
Martin Di Caro: Stai attraversando una sorta di conversione? È una definizione corretta?
Robert Kagan: Non credo, perché non ho mai negato che il blowback, cioè il contraccolpo, fosse una realtà. Anzi, dai miei scritti emerge che, quando gli Stati Uniti agiscono nel mondo, gli americani tendono a non essere nemmeno consapevoli dell’effetto che il potere americano esercita sugli altri Paesi. E quindi rimangono costantemente scioccati ogni volta che l’uso del potere americano provoca una reazione.
Il miglior esempio è il Giappone e Pearl Harbor. Molti americani reagirono come se l’attacco giapponese fosse arrivato dal nulla, quando in realtà gli Stati Uniti avevano perseguito politiche che con ogni probabilità avrebbero portato a un attacco giapponese. Lo stesso vale per l’11 settembre, nel senso che fu almeno in parte una risposta alla presenza americana in Medio Oriente.
La domanda è: bisogna agire anche sapendo che ci sarà un contraccolpo, perché la posta in gioco lo giustifica? Io non ne ho mai dubitato e, come ho detto, riconoscere l’effetto del potere americano sulle altre nazioni è una parte importante della mia storia.
Eppure per decenni hai sostenuto l’interventismo statunitense e, nel caso dell’invasione dell’Iraq del 2003, una guerra preventiva...
Aspetta un momento. Possiamo fermarci qui? Quando dici che ho sostenuto l’interventismo per decenni, a cosa ti riferisci esattamente? Ho certamente sostenuto gli interventi in Bosnia e Kosovo, ma non è che chiedessi un intervento ovunque e in ogni momento. È una semplificazione che usi tu, ma è quello che la gente pensa, sai?
Non hai mai chiesto un’invasione dell’Iran, ma hai sostenuto i Contras quando eri membro del Dipartimento di Stato di Reagan, risalendo agli anni Ottanta.
Assolutamente. Esatto.
È a questo che mi riferisco.
Credo decisamente nell’esercizio del potere statunitense nel mondo. A volte questo significa intervenire, ma molto spesso non significa necessariamente intervenire.
Rifiuti l’etichetta di neoconservatore?
Sì, la rifiuto, non solo perché ha assunto connotazioni che considero francamente antisemite, ma perché è semplicemente una cattiva descrizione di ciò che sono.
Io sono un liberale. Lib-e-ra-le. La mia politica estera è liberale. Se guardi alla storia della politica estera americana, le persone che hanno perseguito le politiche che sostengo sono sempre state tendenzialmente progressiste e liberali. E la politica estera conservatrice in America è sempre stata orientata verso la moderazione.
Ho lavorato per i neoconservatori. Ho lavorato per Irving Kristol. Erano chiamati neoconservatori perché erano stati di sinistra e poi erano passati da poco a destra. Io non ho mai accettato che questa fosse una definizione ragionevole [delle mie posizioni].
Possiamo mettere da parte le questioni di definizione, perché potrebbe essere più importante parlare delle conseguenze delle politiche che hai sostenuto, indipendentemente dall’etichetta che ti si attribuisce. Non sei semplicemente un blogger: sei stato una voce influente nella politica estera. Alla luce dei tuoi recenti commenti sull’Iran, hai riconsiderato il tuo precedente sostegno alle guerre statunitensi, in particolare all’invasione dell’Iraq nel 2003?
Ho riflettuto sul mio sostegno alla guerra in Iraq molto prima che emergesse questa questione iraniana. Il punto fondamentale è che le circostanze dell’Iraq allora e quelle dell’Iran oggi sono completamente diverse da quelle del 2003.
Questo non significa che, col senno di poi, la guerra in Iraq non si sia rivelata un errore, ma gli argomenti strategici erano completamente diversi da quelli attuali e anche l’obiettivo generale della politica estera americana allora era del tutto diverso dall’obiettivo generale della politica estera di oggi.
Il contesto strategico era importante. Nel 2003 non eravamo preoccupati dalle crescenti sfide delle grandi potenze. La Russia era sostanzialmente ancora in difficoltà. I cinesi erano nella loro fase Hu Jintao-Wen Jiabao. Non c’era una particolare minaccia all’ordine mondiale quando gli Stati Uniti entrarono in guerra in Iraq.
Per rispondere alla tua domanda, non ho realmente cambiato idea in modo fondamentale. Le circostanze sono diverse. Dovresti presumere che io avessi una sorta di dottrina secondo cui bisogna sempre invadere il Medio Oriente ogni volta che se ne presenta l’occasione. Ma questa non è mai stata la mia dottrina.
Nel 2003 pensavo che invadere l’Iraq fosse giustificato. Mi vergogno di aver avuto un giudizio così scarso. La guerra in Iraq era inutile.
Dici che era inutile perché non prendi sul serio la natura della minaccia che si presentava.
Quale minaccia rappresentava Saddam Hussein? Era un dittatore da quattro soldi con un esercito ridotto all’osso.
Non sono d’accordo con te. Non era semplicemente un dittatore da quattro soldi. Era effettivamente un caso particolare. Aveva già compiuto due importanti atti di aggressione contro i suoi vicini. A proposito, è qualcosa che l’Iran non ha mai fatto. Saddam aveva invaso l’Iran [su “consiglio” statunitense, ndr]. Aveva invaso il Kuwait. Voleva chiaramente essere il Saladino del Medio Oriente. Puoi pensarla come vuoi, ma non ero certo l’unico ad aver sostenuto la guerra in Iraq.
È bizzarro guardare indietro e pensare che fosse in qualche modo un giudizio stravagante ritenere Saddam una minaccia, quando quasi tutti, compresa l’amministrazione Clinton, pensavano che Saddam fosse una minaccia. Era praticamente una posizione consensuale.
Quando la guerra andò male, molte persone vollero fingere di non averla mai sostenuta e decisero che fosse stata una cosa incredibilmente stupida da fare. Semplicemente non penso sia corretto tornare indietro e dire che si trattava di un’azione assurda quando una maggioranza così significativa degli americani, compresi membri del Congresso, pensava che fosse una cosa importante da fare.
Ma possiamo vedere quanto siano state disastrose le conseguenze. Secondo il Costs of War Project della Brown University, ci furono almeno 180.000 vittime civili dovute direttamente alla violenza della guerra, e fu l’invasione statunitense a innescare tutto il caos e la guerra civile che seguirono. Morirono 4.500 militari statunitensi e 3.600 contractor americani...
In dieci anni! Nell’arco di dieci anni.
...milioni di persone furono sfollate in tutto il Medio Oriente durante le guerre successive all’11 settembre. E trilioni di dollari per il Tesoro statunitense, se consideriamo decenni di assistenza a lungo termine per i nostri veterani. Faccio fatica a capire perché tu non possa ammettere che sia stato un errore.
Beh, non ho detto di non poter ammettere che sia stato un errore. Non sono sicuro di quale utilità abbia ammettere che sia stato un errore. Non riporterà in vita nessuno. Ma, sai, ci sono stati ovviamente elementi della guerra in Iraq che sono stati un errore.
Ne parlai molto chiaramente all’epoca, quando divenne evidente che l’amministrazione non solo non aveva inizialmente inviato abbastanza truppe, ma non aveva nemmeno capito quale ruolo quelle truppe dovessero svolgere, perché Donald Rumsfeld, dal momento stesso dell’invasione, voleva andarsene.
E quindi non ci assumemmo la responsabilità che, come disse Colin Powell, deriva dal principio: quando rompi qualcosa, ne diventi responsabile.
L’effetto più grande che rimpiango è il modo in cui la guerra ha influenzato l’atteggiamento degli americani verso la politica estera in generale... Col senno di poi è chiaro che gli americani erano diventati sempre meno entusiasti del ruolo che gli Stati Uniti stavano svolgendo nel mondo.
C’erano buone ragioni per cui gli americani si sono disillusi da quelle che io chiamo ‘avventure militari’. C’è il danno arrecato agli altri popoli, ma anche i risultati per gli Stati Uniti sono stati modesti.
Questo è ciò che dici tu, ma tutta la tua linea argomentativa dà per scontati tutti i modi in cui l’approccio complessivo americano al mondo ha prodotto enormi benefici sia per gran parte del mondo sia per gli Stati Uniti. Dai per scontato l’ordine mondiale che esisteva.
E ti dirò una cosa: non potremo più darlo per scontato, perché ora stiamo sperimentando il mondo che, immagino, tu pensi sarebbe stato migliore: un mondo nel quale gli Stati Uniti sostanzialmente restano a casa e si fanno gli affari propri.
Non è vero. La mia posizione è che gli Stati Uniti dispongono di altri strumenti oltre all’applicazione quasi esclusiva della forza e della coercizione.
Pensi che non abbiamo usato anche gli altri strumenti? Io penso che alla fine abbiamo usato la forza militare perché gli altri strumenti non stavano funzionando.
Il soft power. È qualcosa di cui ha parlato il politologo Robert Keohane...
Adesso vuoi insegnarmi cos’è il soft power?
No, ma non sei d’accordo sul fatto che recentemente gli Stati Uniti abbiano trascurato il soft power?
No. No. E c’è un intero mito riguardo alla guerra in Iraq, secondo cui avrebbe in qualche modo provocato il disincanto del resto del mondo nei confronti degli Stati Uniti e, di conseguenza, avremmo subito un disastro reputazionale.
In realtà, le alleanze degli Stati Uniti, compresi i Paesi che si erano opposti alla guerra in Iraq, non erano soltanto solide, ma si rafforzarono effettivamente nella seconda metà della presidenza di George W. Bush.
Se la tua posizione è che gli Stati Uniti abbiano indebolito la propria posizione nel mondo, allora perché tutti gli alleati continuano a fare affidamento sugli Stati Uniti per la loro protezione, nonostante siano presumibilmente questo orco? Non c’è alcuna logica.
Mentre l’amministrazione Trump distrugge la posizione degli Stati Uniti, il resto del mondo è sostanzialmente in lutto per la perdita degli Stati Uniti che erano una volta.
Pensi che gli Stati del GCC vogliano ancora basi americane all’interno dei loro territori?
Non ora, ma non a causa della guerra in Iraq. È perché gli Stati Uniti hanno dimostrato [sotto Trump] di essere un alleato terribilmente inaffidabile. Non perché pensino che gli Stati Uniti siano immorali. Pensi che siano preoccupati della moralità americana? Ciò che li irrita è che gli Stati Uniti si siano dimostrati un protettore inadeguato.
Se l’Iran non fosse stato in grado di colpirli con tutti quei droni e quei missili, non credo che si sarebbero rivoltati contro gli Stati Uniti. Erano in gran parte favorevoli all’eliminazione del regime iraniano. Il problema è che gli Stati Uniti non sono riusciti né a farlo né a proteggerli.
Un’altra ragione per cui pensavo che fosse una cattiva idea, e che non riguarda un cambiamento di dottrina, è che l’unica cosa che abbiamo imparato negli anni Novanta è che non si può ottenere il successo in situazioni del genere semplicemente bombardando.
Quando attaccammo Slobodan Milošević [in Jugoslavia], ricordo di aver ricevuto un briefing dal [generale] Wesley Clark, il quale disse che dopo quattro giorni di bombardamenti Milošević avrebbe ceduto. E 90 giorni dopo fu necessaria la minaccia di una forza di terra americana per convincerlo a ritirarsi.
Quindi penso che sapessimo che non si poteva eliminare il programma nucleare [dell’Iran] e certamente non si poteva ottenere un cambio di regime semplicemente bombardando le persone.
Il mio problema con alcuni critici della politica americana è che non si interessano di ciò che accade quando l’America non è coinvolta. Si interessano solo quando l’America è coinvolta.
Quando Saddam Hussein, per esempio, stava uccidendo 200.000 curdi e altre minoranze in Iraq usando armi chimiche, nessuno si interessava di quei 200.000. Si interessano solo alle vite perse come conseguenza dell’azione americana. C’è un evidente doppio standard nel giudicare il comportamento americano...
Hai menzionato Saddam e i curdi. Questo doppio standard vale anche per il governo statunitense.
Sì, lo so. Abbiamo anche abbandonato i curdi.
Gli Stati Uniti chiusero un occhio negli anni Ottanta quando Saddam gasò i curdi e, fino alla vigilia dell’invasione del Kuwait nell’agosto del 1990, George H.W. Bush inviava a Saddam Hussein lettere cordiali dicendogli quanto desiderasse coltivare le loro relazioni. Fu solo dopo l’invasione del Kuwait che Saddam Hussein divenne Adolf Hitler.
Sono d’accordo. Vuoi sostenere che gli Stati Uniti siano un Paese profondamente imperfetto che a volte fa la cosa sbagliata? Perché, se è questo che vuoi dire, sono perfettamente d’accordo.
Il mio punto è che la Guerra del Golfo fu una vittoria di Pirro. Gli Stati Uniti non sono mai riusciti a tirarsi fuori dal Medio Oriente. Alcuni sostengono che Israele sia una delle ragioni per cui gli Stati Uniti non sembrano riuscire a tirarsi fuori, almeno dal conflitto con l’Iran.
Beh, questo è certamente vero.
Perché le recenti amministrazioni statunitensi non sono riuscite assolutamente a frenare Israele, nonostante gli Stati Uniti dispongano di una notevole capacità di pressione?
Ci sono molteplici elementi nella risposta. Uno è ovviamente il ruolo degli ebrei nell’influenzare la politica americana, che è una realtà, proprio come irlandesi, italiani o greci hanno influenzato la politica americana.
L’altra cosa è che l’America è in generale islamofoba e quindi, per molti americani, qualsiasi nemico dell’Islam è un nostro amico. Penso che l’islamofobia sia una realtà negli Stati Uniti e che Israele sia considerato il baluardo contro l’Islam.
È un fatto spiacevole. La mia opinione è che non dovremmo avere una politica estera basata sull’islamofobia. Dovremmo poter avere rapporti perfettamente buoni con i Paesi islamici e con l’Islam stesso.
Qual è la tua opinione sulla condotta di Israele a Gaza? Come possiamo parlare di un “ordine basato sulle regole” dopo che il mondo ha permesso che accadesse? La condotta di Israele è stata resa possibile dagli Stati Uniti.
Io non parlo quasi mai di un ordine basato sulle regole, perché gli Stati Uniti hanno certamente applicato un doppio standard riguardo all’ordine basato sulle regole. Si potrebbe dire che abbiamo sostenuto l’ordine basato sulle regole tanto quando lo abbiamo violato quanto quando lo abbiamo rispettato.
Sembri un sostenitore della moderazione, adesso.
Beh, questo è di nuovo il punto. È come se riconoscere che l’America fa cose negative nel mondo ti trasformasse automaticamente in un “sostenitore della moderazione”. Secondo me significa semplicemente essere onesti dal punto di vista analitico.
Sapere che gli Stati Uniti fanno cose sbagliate non risponde alla domanda se gli Stati Uniti debbano essere coinvolti nel mondo.
La questione è come gli Stati Uniti dovrebbero essere coinvolti nel mondo.
Le critiche all’ordine americano sono legittime. La domanda è: quale alternativa sarebbe migliore? Se vuoi dirmi di non coinvolgerci mai più in Medio Oriente, direi: certo. Sono felicissimo di non essere mai più coinvolto in Medio Oriente.
Ma questo non è ciò di cui parlano fondamentalmente i sostenitori della moderazione. Parlano dell’uscita dall’intero sistema delle alleanze e della fine della natura della leadership americana dal 1945.
L’assunto alla base di questa posizione deve essere che il mondo sarà almeno altrettanto calmo, o più calmo, e che ci sarà meno conflittualità. E io respingo assolutamente questa idea. Penso che ci sarà più conflittualità.
E penso che ci siano molte cose che i sostenitori della moderazione non stanno prendendo in considerazione e che, dal mio punto di vista, la loro convinzione che un mondo multipolare possa esistere in una sorta di armonia pacifica sia quasi un po’ utopistica, quando penso che la storia suggerisca il contrario.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento