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07/08/2026

Dal governo Meloni via libera alla clausola di salvaguardia per il riarmo, il campo largo è spaccato

Alla fine, l’Italia torna all’ovile di Bruxelles, o meglio prosegue sulla strada tracciata del riarmo europeo, ormai pilastro strategico centrale di come la classe dirigente si immagina dovrà apparire in futuro il Vecchio Continente: un “porcospino d’acciaio”, come ha avuto a dire Ursula von der Leyen dell’Ucraina, un blocco armato per cercare di imporsi nella competizione globale.

Mercoledì 5 agosto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è presentato alle due ali del Parlamento per le comunicazioni con le quali ha annunciato la volontà di attivare la clausola di salvaguardia nazionale prevista dalle norme di bilancio UE per il riarmo. Si tratta, in sostanza, della possibilità di deviare temporaneamente dalle norme di bilancio del Patto di stabilità e crescita.

Era abbastanza scontato accadesse, dato che all’interno della clausola è prevista la flessibilità anche per gli investimenti volti a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, modifica avvenuta all’inizio di giugno proprio su istanza di Palazzo Chigi. Una farsa architettata tra Roma e Bruxelles, che mostra come l’ormai abbandonata transizione ecologica venga ritirata fuori solo per giustificare l’accelerazione sul riarmo.

Il piano illustrato dal titolare del MEF prevede di sfruttare appieno la flessibilità consentita da Bruxelles sul fronte energetico, chiedendo il massimo possibile, ovvero lo 0,6% del PIL, pari a circa 14 miliardi di euro. Riguardo alle spese militari, invece, Italia si attesterà su una richiesta dello 0,9% del PIL (circa 21-22 miliardi di euro), cifra da intendersi in maniera cumulativa per il periodo da qui al 2028.

Entro metà agosto 2026 la richiesta formale di attivazione della clausola verrà inviata a Bruxelles con la stima dei costi e l’elenco di massima delle misure. A ottobre è previsto che in merito si esprima l’Ecofin, il Consiglio dell’Unione Europea nella sua configurazione “economica”, e se tutto filerà liscio allora avverrà il voto del Parlamento italiano a maggioranza assoluta, per autorizzare lo scostamento di bilancio vero e proprio.

L’esito del passaggio parlamentare di Giorgetti ha visto l’approvazione della risoluzione di maggioranza, ma la giornata ha messo a nudo le forti tensioni politiche che attraversano sia lo schieramento di governo sia il campo largo, dato che questa decisione rappresenta un vero e proprio cappio al collo del paese.

Rispondendo alle sollecitazioni delle opposizioni, Giorgetti ha rimarcato che l’obiettivo primario del governo rimane quello di chiudere la legislatura uscendo dalla procedura europea per deficit. È evidente che la scelta presentata al Parlamento non aiuterà a raggiungere questo traguardo, anche solo per le sollecitazioni che causerà sui costi per il rifinanziamento del debito.

Anche per questo, in un certo senso, si chiude la gabbia dei vincoli europei attraverso il SAFE. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha presentato il ricorso al programma di acquisti comuni europei come una scelta tecnica per risparmiare un po’ rispetto all’emissione di titoli di stato italiani. Ecco preparata la trappola: i quasi 15 miliardi di spesa prenotati diventeranno la panacea contro un eccessivo aumento del debito, legando per anni, in maniera vincolante, una fetta importante della spesa pubblica alla deriva bellicista europea.

Quella che è una scelta politica diventa un’operazione di bilancio. E tuttavia, con le elezioni che si avvicinano, le formazioni parlamentari non possono rinunciare al teatrino necessario per dissimulare il fatto che tutti appartengono al partito unico della guerra. Sia a destra sia a “sinistra” si è tentato di distinguersi, soprattutto per sembrare estranei a una decisione che verrà pagata colpendo pesantemente la spesa sociale.

Nel corso della mattinata, una sospensione dei lavori richiesta dal governo è servita a riformulare il testo della risoluzione di maggioranza per ridimensionare il riferimento al SAFE. Nel testo approvato, infine, è stato scritto che per pagare lo scostamento seguente alla clausola di salvaguardia si potrà “valutare il ricorso a diverse condizioni ivi incluse ove ritenute vantaggiose quelle incluse al programma SAFE preordinando in ogni caso in via prevalente l’utilizzo dei fondi a sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale”.

Agitando un po’ di propaganda intorno a una “italica” spesa verso cui destinare il SAFE e, dunque, anche il maggiore impegno di bilancio, nei fatti anche il Carroccio ha aperto la porta al programma europeo. Ed è in sostanza la risoluzione stessa a confermare che la richiesta del SAFE avverrà proprio per coprire le maggiori spese dovute alla clausola di salvaguardia.

Il Partito Democratico ha criticato il governo per l’assenza di qualsiasi dettaglio sui reali interventi che intende fare, ma non ha messo in dubbio l’orizzonte bellicista. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha ribadito la ferma contrarietà della sua forza politica al riarmo, nonostante abbia aumentato lui stesso le spese militari e continui a sostenere lo sviluppo di una difesa europea (che è poi lo scopo del SAFE), ovvero della trasformazione della UE in un “porcospino d’acciaio”.

Per ora, qualsiasi resa dei conti interna al campo largo rispetto alle sfumature con cui aderiscono alla visione di una UE armata è stata rimandata proprio grazie alla votazione della risoluzione di centrodestra. Il testo unitario presentato da PD, M5S e AVS non è giunto al voto, e ciò è stato provvidenziale per la segreteria di Elly Schlein, dal momento che l’area riformista dem aveva già annunciato la propria contrarietà al testo, a loro avviso contrario agli impegni europei e atlantici.

C’è poco di alternativa nel campo largo, se posizioni così blandamente lontane dalle imposizioni di Bruxelles scatenano una tempesta nel PD, contro cui i pentastellati si giocano l’egemonia in un fronte sostanzialmente allineato con la deriva bellicista. Intanto, la stretta del riarmo fa un passo avanti.

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