Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/11/2019

La trappola delle clausole di salvaguardia: l’austerità si fa ma non si dice

La stagione della manovra ha un linguaggio tutto suo. Puntualmente, verso l’inizio di ottobre, si inizia a parlare di obiettivi di deficit e debito, di “manovre da tot miliardi”, di “sterilizzazione delle clausole IVA”. Un cittadino interessato potrebbe trovarsi disorientato dalla massa di informazioni che viene riversata sulle pagine internet e amplificata dagli studi televisivi, ma soprattutto dal lessico degli “addetti ai lavori”, che spesso nasconde vere e proprie trappole, volte a nascondere l’essenza, ormai stabilmente recessiva e antipopolare, delle diverse manovre che si succedono nel tempo. Cerchiamo, dunque, di fare ordine e di capire il significato che si nasconde dietro il gergo, per nulla innocente, degli amministratori dell’austerità.

Partiamo dal principio. Di cosa parliamo quando discutiamo la manovra economica? La Legge di stabilità – la nuova denominazione che nel 2009 fu attribuita alla legge finanziaria – era la legge ordinaria che regolava la politica economica nazionale per il triennio successivo, coerentemente con gli obiettivi programmatici fissati nel Documento di Economia e Finanza (DEF). Insieme alla legge di bilancio, la legge di stabilità costituiva il principale strumento dell’intervento pubblico nell’economia. Parliamo al passato perché dal 2016 queste due componenti – la legge di stabilità e la legge di bilancio – sono confluite in un unico testo legislativo, la nuova legge di bilancio (!). Tanto per rendere le cose più semplici ai non addetti ai lavori, ancora oggi questo documento unico viene semplicemente chiamato finanziaria o manovra economica.

Ciò che importa, al di là dei tecnicismi, è che questo documento rappresenta l’orientamento complessivo della politica fiscale del governo, ovvero le sue decisioni in materia di tasse e spesa pubblica. Concentriamoci allora sulla manovra economica 2020 e sui suoi elementi essenziali. Se, come abbiamo detto, il linguaggio con cui si parla di finanza pubblica non è neutrale, quello proposto dai guardiani dell’austerità è particolarmente ingannevole. Cerchiamo di decostruirlo, punto per punto.

Le dimensioni contano? Sulle pagine del Sole24Ore e di Repubblica si è discusso spesso in queste settimane di una manovra da 29 miliardi. Verrebbe da dire: “Bene! 30 miliardi di spesa pubblica per stimolare l’economia, rilanciare i consumi, gli investimenti, l’occupazione!”. Niente di più sbagliato, in quanto questa cifra significa poco o nulla.

Cosa vuol dire, infatti, “manovra da 29 miliardi”? Da un lato, significa che, rispetto al cosiddetto quadro tendenziale, ovvero rispetto a quanto previsto nei precedenti documenti di bilancio, il Governo intende attuare un programma in cui la somma tra maggiori spese e minori entrate (“misure espansive”, si potrebbe dire), ammonta a 29 miliardi. Dall’altro, significa che, sempre rispetto al quadro tendenziale, il Governo intende trovare, per finanziare queste cosiddette “misure espansive”, 29 miliardi di risorse aggiuntive, date dalla somma di maggior deficit, minori spese e maggiori entrate. In altri termini:
maggiori spese + minori entrate = maggiori entrate + minori spese + maggior deficit = 29 miliardi
La cifra di 29 miliardi, in altre parole, non ci dice assolutamente niente sulla natura restrittiva o espansiva della manovra. Se tra maggiori spese e minori entrate immetto 29 miliardi nell’economia, ma contemporaneamente sottraggo 29 miliardi tra minori spese e maggiori entrate (le cosiddette “misure restrittive”), senza far ricorso al deficit, sostanzialmente non sto cambiando nulla rispetto alla precedente manovra. Sto solo redistribuendo queste risorse verso diversi utilizzi.

Quello che conta per stimolare l’economia è soprattutto il maggior deficit. Al tal proposito, la manovra per il 2020 prevede un maggiore indebitamento per lo 0,8% del Pil, corrispondenti a 14,4 miliardi circa. Allora, si dirà, questo Governo sta facendo bene, visto che fa maggiore deficit per lo 0,8% del Pil. La risposta, purtroppo per le classi popolari, è no. Con questo maggiore indebitamento, infatti, la manovra finirà per essere caratterizzata da un rapporto deficit/Pil pari al 2,2%. Il problema, però, è che praticamente tutto questo deficit sarà utilizzato per pagare gli interessi sul debito pubblico, con scarsi o nulli effetti espansivi sull’economia.

In sostanza, una volta che si sia scorporata la spesa per interessi, la manovra è, in realtà, restrittiva. La differenza tra entrate e uscite, al netto della spesa per interessi, è detta saldo primario. Come abbiamo più volte evidenziato, solo il saldo primario fornisce una misura dell’impatto dell’intervento pubblico sull’economia e sulla domanda aggregata. Solo quando si ha un saldo negativo – ossia un deficit primario – lo Stato immette nell’economia, tramite la spesa pubblica, più risorse di quelle che sta drenando attraverso l’imposizione fiscale. L’esatto contrario di quanto previsto nella manovra 2020, che prevede un avanzo primario dell’1,1% del Pil e si pone in perfetta continuità con le politiche di austerità, che durano in Italia dal lontano 1992: al netto della spesa per interessi, si sottraggono risorse all’economia, facendo peggiorare la domanda aggregata e aggravando, quindi, la disoccupazione. Contro qualsiasi apparente contrapposizione, insomma, giallo-verdi e giallo-“rossi” sono due facce della stessa medaglia: l’austerità.

Naturalmente non contano solo le dimensioni, state tranquilli. Oltre al saldo primario, infatti, una legge di bilancio può essere giudicata in base alla sua composizione, in particolare guardando al modo in cui le risorse reperite, vengono utilizzate dal lato della spesa e delle minori entrate. La qualità, oltre alla quantità.

Ebbene, questo governo non sta facendo assolutamente nulla per far ripartire la domanda e l’occupazione: dei 29 miliardi da reperire dal lato delle misure restrittive o del maggior deficit, 23,1 miliardi andranno infatti a disinnescare le clausole di salvaguardia (79%), 2,7 miliardi per il taglio del cuneo fiscale (8%) 2,5 miliardi per le spese indifferibili (8%) e quello che resta per le spese obbligate sul fronte investimenti. Questi sono dati allucinanti, nel contesto stagnante dell’economia italiana.

La maggioranza schiacciante delle risorse è incanalata per la sterilizzazione delle clausole, cioè per evitare un aumento dell’IVA ordinaria dal 22% attuale al 25,2%. Tra l’altro, l’Italia registra già oggi un’aliquota IVA superiore alla media OCSE (19,3% nel 2019) e ai maggiori paesi dell’Eurozona (Germania 19%, Francia 20%, Spagna 21%). Il governo spaccia come un successo la sterilizzazione, poiché consente di evitare un ulteriore tracollo nei consumi, ma con più di 7 milioni di persone che vorrebbero un lavoro che non c’è – 2,5 milioni di disoccupati, 2,9 milioni part-time involontari e altri 2,7 milioni di scoraggiati, secondo i dati ISTAT sul II trimestre 2019, la politica italiana sceglie di utilizzare l’80% delle risorse individuate in manovra per non far scattare clausole vessatorie e auto-imposte.

È, dunque, il caso di approfondire il significato delle cosiddette clausole di salvaguardia. Che cos’è quest’oggetto misterioso, contro il quale tutti i Governi dicono di combattere in sede di legge di bilancio? Queste ultime ci vengono presentate come un meccanismo automatico che scatta nel caso in cui gli oneri in carico allo Stato eccedano le previsioni di spesa. Una sorta di assicurazione sulla correzione dei conti pubblici, che innesca un aumento delle entrate o una riduzione della spesa nel caso in cui il Governo non riesca a rispettare la disciplina fiscale.

Ma, praticamente, di cosa stiamo parlando? Le clausole di salvaguardia da disinnescare ogni anno sono, semplicemente, delle norme giuridiche contenute in un comma dell’articolone unico che normalmente costituisce la legge di bilancio. Tipicamente, con tali norme si prevede per l’anno a venire (in questo caso, il 2020) la permanenza dell’IVA e delle accise al loro livello attuale e per i due anni successivi (in questo caso, 2021 e 2022) un incremento dell’IVA e/o delle accise. Da nessuna parte c’è scritto che tali aumenti scatteranno solo in caso di mancata disciplina fiscale. Le clausole per il 2021 e il 2022 diventano legge: esse scatteranno automaticamente, a meno che, prima del 1° gennaio 2021, un altro provvedimento legislativo non intervenga a neutralizzarne l’effetto.

Ma a cosa servono? Perché – domanda fondamentale – capita che lo stesso Governo metta le clausole IVA e le tolga l’anno dopo? Questo stratagemma serve a prevedere un aumento delle entrate per poter presentare alle istituzioni europee dei valori del rapporto deficit/Pil in linea con le previsioni dei trattati. Non avrebbe senso, d’altronde, programmare dettagliatamente tagli di spesa o maggiori entrate (diverse da quelle derivanti dall’aumento dell’IVA) per periodi così remoti. In sostanza, si sta dicendo: nel 2021 e nel 2022 intendiamo ottenere maggiori entrate e minori spese per un valore pari X per accontentare l’Europa. Poiché, però, andare nel dettaglio di queste maggiori entrate e minori spese già ora comporterebbe un lavoro mastodontico in capo ai ministeri e renderebbe ancora più complicato il percorso parlamentare, per ora vi diciamo che questi X miliardi li reperiremo facendo aumentare l’IVA. In pratica, però, questi X miliardi saranno reperiti non attraverso l’aumento dell’IVA, ma attraverso la diminuzione della spesa o l’aumento e/o l’introduzione di nuove tasse e imposte.

Ogni anno, questo sistema consente ai governi in carica di raggiungere due obiettivi: giustificare con largo anticipo tagli alla spesa e aumenti delle tasse e sbandierare ai quattro venti che “abbiamo trovato i soldi per disinnescare le clausole IVA”. Spogliato dalla retorica, però, questo meccanismo ci mostra in piena luce la natura recessiva delle regole di finanza pubblica imposte dai trattati.

I 23 miliardi che, con la scusa delle clausole IVA, abbiamo sottratto all’economia avrebbero potuto essere utilizzati, per esempio, per la creazione diretta di quasi un milione di posti di lavoro, qualificati e dignitosamente retribuiti (25.000 lordi annui) nella PA. E non è tutto: il problema si riproporrà identico in sede di bilancio 2021 e 2022. Nello specifico, le clausole valgono ad oggi 18,4 miliardi per il 2021 e 25 miliardi per il 2022. Ciò significa che anche le prossime leggi di bilancio saranno sostanzialmente finalizzate a sterilizzare le clausole, a salvaguardare l’austerità. Quanto a lungo potremo sopportare questo drenaggio di risorse?

In conclusione, si pongono con chiarezza alcune questioni fondamentali. Come è stato possibile e di chi è la responsabilità di questa situazione? Le clausole sono figlie di deliberate scelte politiche, riconducibili in parte a una classe dirigente sciagurata e servile e in parte alle istituzioni europee, che dal 2011 – governo Berlusconi IV – hanno preteso l’introduzione delle clausole, qualora l’esecutivo non fosse stato in grado di raggiungere determinati “obiettivi di bilancio”. Se il governo Monti e quello Renzi decisero anch’essi di sterilizzare le clausole, Letta le fece scattare, portando l’IVA dal 21% al 22%. La cosa buffa è che la riforma del 2016 delle norme in materia di finanza pubblica si muoveva nel solco di superare il ricorso alle clausole! Lo ha sostenuto persino l’attuale Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Francesco Boccia, promotore di quella riforma ed ex Presidente della Commissione Bilancio, che quando era all’opposizione del governo gialloverde si è spinto ad affermare
Se scrivono che l’Iva aumenta significa che questa è una scelta politica del governo. Se […] poi tornano indietro significa che stanno raggirando gli italiani e si stanno ammanettando a Bruxelles, violando anche le regole che ci siamo dati nella legge di bilancio che salvaguardavano gli interessi italiani.
Peccato che, nuovamente al governo, il PD stia facendo esattamente la stessa cosa.

Quale ruolo rimane alla politica fiscale se gran parte delle risorse presenti e future della legge di bilancio sono destinate alla sterilizzazione? Nessuno, purtroppo. Le politiche per la piena occupazione o per la necessaria transizione ecologica hanno bisogno di uno shock fiscale consistente, impossibile se continuiamo a rispettare la logica delle clausole a salvaguardia dell’austerità. L’unica soluzione ragionevole e perseguibile passa dal rifiuto dei vincoli di bilancio europei che una classe politica complice di profittatori e portaborse degli interessi dominanti ha deciso di sottoscrivere.

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07/09/2019

Emiliano Brancaccio - I conti non tornano

Radio Popolare, 6 settembre 2019 – Grande entusiasmo nei confronti del neonato governo Conte bis, ma dal punto di vista della politica economica i conti per adesso non tornano. Il rischio è che Bruxelles conceda “flessibilità” sul deficit solo per evitare l’aumento dell’IVA, e che invece finiscano per mancare le risorse per riduzioni sostanziali delle tasse sul lavoro e per significativi investimenti pubblici. Siamo ben lontani dalla “svolta” di politica economica che servirebbe per contrastare la minaccia di una nuova recessione. Un’intervista all’economista Emiliano Brancaccio.


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10/08/2019

Chi pagherà il prezzo della crisi di governo?

La rottura tra Lega e Movimento 5 Stelle era nell’aria, da tempo ci si attendeva il passo fatto da Salvini di rompere l’alleanza di governo. Questo è puntualmente avvenuto solo quando è diventato tecnicamente impossibile che un governo uscente da elezioni anticipate, nelle aspirazioni salviniane Lega-Fdi, dovesse incaricarsi della legge di stabilità per il 2020.

Insomma Salvini ha programmato la rottura per non doversi assumere la responsabilità di intestarsi una finanziaria piena di tagli alle spese e ai servizi sociali, di privatizzazioni, di nuovo blocco dei contratti pubblici, di stop alle assunzioni nella pubblica amministrazione ma soprattutto di un fortissimo aumento dell’IVA che da solo costerà, per il 2020, 23 miliardi di euro.

È scappato cioè davanti al rischio che gli italiani capissero, al di là delle dichiarazioni roboanti, dell’odio sparso a piene mani, della voglia di uomo forte sapientemente instillata nel paese, che la sua incapacità di governare davvero lo scontro con i diktat europei e le conseguenze di questi sulla nostra vita è totale.

Una propaganda anti Unione Europea, quella della Lega, mai tradotta in fatti concreti, mai davvero incisiva nei rapporti di forza. Eppure in 14 mesi di governo c’era tutto il tempo per agire in profondità, ad esempio cancellando quelle modifiche all’articolo 81 della Costituzione che hanno introdotto il vincolo del pareggio di bilancio, che è la norma che impedisce al nostro Parlamento e quindi al governo di sforare il deficit per favorire la crescita o per sostenere le spese sociali necessarie al popolo e ai lavoratori italiani quali la scuola, la salute, le pensioni eccetera.

Anche l’aumento dell’IVA poteva essere scongiurato, evitando di perpetuare la pratica della sterilizzazione degli aumenti con la cancellazione della norma voluta da Berlusconi e perfezionata da Monti, che ha consentito di utilizzare l’aumento delle aliquote IVA come strumento di pagamento del debito. Si utilizzano quindi i proventi della tassa più iniqua di tutte, quella che non tiene conto della progressività delle imposte rispetto al reddito, ma che agisce in maniera indiretta sulle tasche della gente, su chi non arriva alla terza settimana del mese come su chi ha patrimoni milionari, con evidenti esiti diversi.

Ora siamo ad un passo dall’esercizio provvisorio, cioè a una formula di costruzione della legge finanziaria per il 2020 che non potrebbe più scongiurare l’aumento dell’IVA e che dovrà portare nelle casse dello Stato, per rispettare i diktat europei, ben 23 miliardi di euro il prossimo anno e 27 miliardi nel 2021.

La subalternità dei 5 Stelle alla spinta della Lega, l’accettazione supina e inerte delle politiche antisociali, razziste, xenofobe, tale da indurci a sospettare che fossero in larga parte condivise dal corpo dei parlamentari del Movimento, ha consentito questa situazione, che lascia irrealizzate o incompiute le poche promesse elettorali sullo stato di salute dei lavoratori e delle famiglie e mette a rischio davvero le tasche degli italiani.

Come si uscirà da questa situazione è ancora presto per dirlo, ma va detto subito che il protagonismo dei lavoratori sarà determinante per impedire che la situazione si risolva con una recrudescenza di politiche antisociali, razziste e antioperaie.

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11/05/2018

Nuovo Governo: gli attori cambiano, l’austerità resta

Interrogato da un giornalista circa la possibilità che forze politiche contrarie all’austerità conquistino il potere in Italia, Mario Draghi – il governatore della Banca Centrale Europea – risponde nel 2013 che non c’è nulla da temere: “Il percorso di consolidamento fiscale proseguirà, come se fosse stato inserito il pilota automatico”. In buona sostanza, la realizzazione delle politiche dettate dall’Europa – dalle fatidiche riforme alla riduzione del debito pubblico – sarebbe impermeabile al processo democratico: l’austerità non può essere fermata.

Ricordare queste parole di Draghi può essere utile per iniziare a districare la matassa dell’attuale situazione politica italiana. Seguendo il filo rosso del pilota automatico, scopriremo che questa fase politica risulta meno complicata di quel che sembra. Le apparenze ingannano e, contrariamente a quello che si potrebbe pensare seguendo pedissequamente le concitate trattative di queste ore, solide certezze dominano l’orizzonte politico di quella che, sebbene tanto bistrattata, resta la terza potenza europea. Certezze che pesano circa 18 miliardi di euro, tenendo l’Italia saldamente ancorata al porto dell’austerità.

Pende infatti sulla testa del prossimo governo, qualsiasi esso sia, l’impegno a sottrarre all’economia italiana circa l’1% del suo prodotto tramite tagli alla spesa pubblica e aumenti delle imposte. Si tratta di un impegno verso la Commissione Europea che assume due forme distinte. Poco meno di 13 miliardi di euro servono a coprire spese già stanziate per il 2018, ma le cui coperture erano affidate ad entrate che non si sono verificate: specifiche ‘clausole di salvaguardia’, imposte dai vincoli europei, prevedono un aumento del gettito IVA esattamente corrispondente alle coperture venute a mancare, in modo da assicurare che la spesa pubblica in disavanzo non aumenti. A questa cifra vanno poi aggiunti circa 5 miliardi di riduzione del disavanzo strutturale che l’Italia si era impegnata a realizzare per avvicinarsi agli obiettivi imposti dal Fiscal Compact, un trattato che disegna la disciplina fiscale dei Paesi europei definendo rigidi schemi di riduzione del debito pubblico.

In assenza di un governo con pieni poteri sarà impossibile procedere a riduzioni del disavanzo strutturale, come vorrebbe l’Europa, mentre le clausole di salvaguardia scatterebbero automaticamente determinando un incremento dell’IVA progressivo – tra il 2019 e il 2021 – che porterebbe l’aliquota al 25% danneggiando i consumi, dunque la domanda interna, la produzione e l’occupazione. “Disinnescare le clausole di salvaguardia” è diventata quindi la parola d’ordine di queste ore: che sia un governo tecnico, invocato dai ‘responsabili’ del PD, o un governo politico, rivendicato da Di Maio, tutti si affrettano a dire che occorre impedire l’aumento dell’IVA. Ma come?

Nel rispondere a questa domanda, possiamo giungere a comprendere quale sia il significato politico del pilota automatico definito da Draghi nel 2013: nonostante le apparenti differenze tra le varie compagini politiche attualmente in Parlamento, emerge un’unità d’intenti che ha il suo centro nella compatibilità con l’Europa, ovvero nella passiva accettazione delle politiche di austerità imposte all’Italia dalle istituzioni europee. Per tutte le forze politiche in campo, infatti, disinnescare l’aumento dell’IVA significa individuare coperture alternative a quella prevista dalla clausola di salvaguardia: in parole povere, significa sottrarre all’economia lo stesso ammontare di risorse, ma con misure diverse da un aumento dell’IVA e principalmente tramite tagli alla spesa pubblica. È evidente come non vi sia nulla di particolarmente virtuoso nella scelta di sostituire all’aumento dell’IVA altre equivalenti (o peggiori!) misure restrittive: tagliare la spesa pubblica significa ridurre sanità, istruzione, sicurezza, infrastrutture, investimenti, ossia alimentare la depressione dell’economia italiana. Le clausole di salvaguardia sono una minaccia per il nostro Paese non tanto perché prevedono un aumento dell’IVA, quanto piuttosto perché – più in generale – sono l’espressione di un ricatto apparentemente senza uscita imposto all’Italia: che sia attraverso un aumento dell’IVA o drastici tagli alla spesa, il prossimo governo dovrà sottrarre 13 miliardi di euro all’economia. Per scongiurare la minaccia, dunque, occorre rifiutare l’applicazione di quell’aumento automatico delle tasse accettando l’idea che a fronte di minori entrate registrate vi sia una maggiore spesa pubblica in disavanzo. Nel proporre tagli alla spesa pubblica o forme alternative di aumento della tassazione, le forze politiche in campo dimostrano tutta la loro conformità allo schema dell’austerità, e dunque l’impossibilità di individuare nell’attuale Parlamento alcuna via d’uscita dalla crisi che quell’austerità continuamente riproduce. Il partito che ha raccolto più voti proprio perché si è presentato come una forza anti-sistema, il Movimento Cinque Stelle, ha precisato subito dopo le elezioni che intende semplicemente sostituire all’aumento dell’IVA dei tagli alla spesa: “la spending review è importante”, ha detto Di Maio, e “prima di parlare di sforamento del deficit, andiamo a recuperare i soldi spesi male e investiti male”. Certo, l’idea di recuperare soldi “spesi male” sembra nobile, ma la storia degli ultimi anni di austerità ci insegna che queste operazioni di spending review portano invariabilmente a colpire i capitoli più consistenti del Bilancio dello Stato, quelli che finanziano lo stato sociale, l’istruzione, le infrastrutture e le pensioni. Infine, dal punto di vista del funzionamento del sistema economico, occorre sottolineare che persino i soldi “spesi male” hanno un ruolo di stimolo dell’economia, poiché l’eventuale parassita che li riceve li utilizza poi per acquistare beni di consumo, spendendoli bene e dunque alimentando i redditi, la produzione e l’occupazione: è questo il motivo per cui qualsiasi politica restrittiva è un passo in più verso la crisi, la disoccupazione e la povertà. Le attuali forze politiche non propongono di cambiare la rotta dell’austerità ma si differenziano solo nella misura in cui propongono diverse varianti dell’austerità, suggerendo diverse composizioni per misure di austerità che nessuno ha la volontà politica di combattere. Non vi è alcuna distinzione tra ‘responsabili’ e pericolosi sovversivi nel nostro Parlamento, ma una convergenza di fatto circa l’adesione al progetto politico neoliberista imposto dalle istituzioni europee.

Le clausole di cui tanto si discute oggi sono poste a salvaguardia dell’austerità, ed è il pilota automatico che deve essere disinnescato, non è tanto l’aumento dell’IVA in sé. Una seria prospettiva di rilancio della produzione e dell’occupazione passa necessariamente per il rifiuto di qualsiasi ulteriore politica restrittiva. Abbiamo precisi impegni con l’Europa: ci siamo impegnati a ridurre la spesa pubblica, ad aumentare le tasse, a smantellare lo stato sociale, ad accentuare ulteriormente la precarietà del lavoro. Rispettare questi impegni significa alimentare la povertà e la disoccupazione, la desertificazione industriale del Paese e la sua marginalizzazione politica: questo è il programma politico che unisce tutte le forze politiche sedute in Parlamento, il cemento che rende coese le diverse sensibilità politiche – da Salvini a Grasso passando per Di Maio. A dispetto dell’apparente disordine, delle scaramucce tra questi comprimari della politica europea, regna oggi in Italia tutta quella stabilità che serve all’Europa per portare avanti le sue politiche neoliberiste.

Lo spettro dell’aumento dell’IVA sarà quindi persino più importante dell’aumento dell’imposta in sé, restituendoci il senso profondo del pilota automatico di Draghi: il prossimo governo, che si profila composto da Movimento Cinque Stelle e Lega, potrà presentare i tagli alla spesa pubblica, cioè la propria declinazione dell’austerità, come il suo opposto, come un salvifico intervento che si oppone alla scure dell’IVA. È la pacificazione politica del massacro sociale, è il nostro primo problema da oggi.

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26/10/2017

La manovra dei “conigli mannari”. Sulla legge di bilancio serve una operazione verità

Una narrazione tossica e fuorviante accompagna oramai ogni aspetto della vita politica, sociale ed economica del nostro paese. Di fake news in fake news, si sta costruendo un mondo virtuale, immaginario, totalmente slegato dalla realtà: persino quegli indicatori che fotografano nitidamente una depressione economica senza precedenti, una disoccupazione dilagante, e la diffusione di lavoro precario, sottopagato e senza più uno straccio di tutele, vengono opportunamente manipolati e travisati.

Anche la legge di stabilità, che ha iniziato in questi giorni il suo percorso normativo, non sfugge a questa logica.

Si tratta di una legge di stabilità “snella ma efficace” ha tuonato, soddisfatto, il duo Gentiloni-Padoan. Più che snella ed efficace (certamente lo è per le imprese) si tratta di una legge di stabilità disarmante, per la nonchalance con la quale vengono eluse le vere emergenze sociali del paese, e per il chiaro sapore elettorale: per tentare di attraversare indenni le imminenti elezioni, le misure più feroci sono solo temporaneamente rinviate e consegnate, come una polpetta avvelenata, all’esecutivo che verrà.

Lo sottolineano molto bene alcuni articoli apparsi sul Sole24Ore che, nel benedire la manovra, da un lato evidenziano che le misure “potrebbero garantire al Governo un percorso meno accidentato in una turbolenta fase pre-elettorale”, dall’altro affermano candidamente che si è scelta “la strada del rigore senza ricorrere a misure chock, seppur necessarie”. Come dire, è solo questione di tempo...

La legge di stabilità ammonta a 20,4 miliardi lordi (almeno per ora, perché potrebbe lievitare in corso d’opera), nei quali la parte del leone la fanno i 15,7 miliardi necessari per scongiurare gli aumenti delle aliquote Iva (le cosiddette “clausole di salvaguardia”).

La copertura arriva per 10,9 miliardi dal deficit aggiuntivo rispetto alle previsioni contenute nel DEF della primavera, spuntato nel confronto con Bruxelles.

Gli altri 9,5 miliardi saranno reperiti da un mix di “misure di razionalizzazione della spesa pubblica”, ovvero l’eterna spending review che colpirà i ministeri per un miliardo nel primo anno e poi un altro miliardo negli anni successivi, e “maggiori entrate provenienti in gran parte dalla lotta all’evasione”, ovvero entrate del tutto eventuali.

Insomma, tra i risultati che rivendica il governo vi è quello di aver disinnescato l’aumento dell’Iva che, nella propaganda giornaliera, si traduce nel ritornello “non abbiamo aumentato le tasse”.

Ma è davvero così o siamo dinanzi all’ennesima fake news?

Clausole di salvaguardia: la storia infinita di una trappola finanziaria.

Ripercorrere la storia delle clausole di salvaguardia vuol dire parlare di vincoli di bilancio, di rassicurazioni fornite all’UE circa la tenuta dei nostri conti pubblici e, più in generale, della sudditanza del nostro paese ai diktat di matrice europeista.

Il meccanismo infernale delle clausole di salvaguardia fu introdotto nel 2011 dall’allora governo Berlusconi, il quale si era impegnato con la Commissione europea a reperire entro il 30 settembre dell’anno successivo ben 20 miliardi di euro per tagliare il deficit: a garanzia del reperimento di tali risorse era stato concordato un taglio lineare delle agevolazioni fiscali o, in alternativa, l’aumento delle aliquote Iva, incluse le accise.

Il governo Monti, subentrato a quello Berlusconi a metà novembre 2011, disinnesca parzialmente quella clausola per 13,4 miliardi su 20. Per la parte mancante (6.6 miliardi) fu presa la decisione di non toccare le agevolazioni fiscali, ma di intervenire sull’IVA attraverso la previsione di un aumento dell’aliquota massima dal 21 al 22%.

Toccherà, quindi, al subentrato governo Letta, nell’ottobre 2013, aumentare l’Iva (appunto dal 21 al 22%) e, a sua volta, nella legge di stabilità 2014, disporre che, se la spending review o l’aumento delle entrate non avessero raggiunto gli obbiettivi previsti (3 miliardi nel 2015, 7 miliardi nel 2016 e 10 miliardi a decorrere dal 2017), i soldi si sarebbero dovuti reperire o intervenendo sulle detrazioni o con un aumento ulteriore dell’Iva.

Il governo Renzi, con la legge di stabilità disinnesca per il 2015 la clausola di salvaguardia ereditata per quell’anno, ma, contemporaneamente, a copertura delle misure intraprese ne aggiunge un’altra (comma 718 della legge di stabilità 2015) che avrebbe operato attraverso un incremento automatico e progressivo delle aliquote Iva e delle accise per il 2016, 2017 e 2108. In particolare l’aumento, per quanto concerne l’Iva, sarebbe stato dal 10 al 13% per vari beni alimentari, prodotti farmaceutici, ecc, e dal 22 al 25,5% per tutto il resto.

La flessibilità fiscale accordata in sede europea in questi anni, ha permesso a Renzi di evitare che scattassero le clausole di salvaguardia, esattamente come accaduto a Gentiloni per la legge di stabilità dell’anno in corso.

A tal proposito, giusto per completare il quadro, è bene ricordare che l’Iva – imposta che sta tanto a cuore all’Unione Europea – ha natura palesemente regressiva in quanto incide maggiormente sui redditi bassi rispetto a quelli più alti, tanto è vero che, da più parti, si evidenziano problemi di compatibilità di questa imposta con la nostra Costituzione che, invece, è informata al principio di progressività dell’imposta (articolo 53). Insomma, eliminare l’IVA sui beni indispensabili e lasciarla unicamente per quelli non necessari e di lusso, significherebbe cominciare a riallineare il sistema tributario alla nostra Costituzione.

Come se ciò non bastasse, è bene segnalare che, in un documento della Commissione Europea del gennaio 2014, relativo alle aliquote Iva applicate nei diversi Stati membri dell’UE, risulta che l’Italia con il 22% sia assolutamente nella media dei 28 Paesi dell’Unione (21,5%).

Infatti, la Germania presenta un’aliquota del 19%, la Francia del 20% e la Spagna si avvicina all’Italia con l’aliquota del 21%.

Insomma, il risultato che il governo Gentiloni sbandiera è quello di aver scongiurato (per ora, ovviamente...) l’aumento dell’aliquota di una imposta che presenta dubbi dal punto di vista della sua costituzionalità e che oggi è già allineata alla media dei paesi dell’Unione Europea.

Non propriamente quello che si potrebbe definire un successo...

Operazione verità: le clausole di salvaguardia sono una spada di Damocle che pende sulla testa di milioni di lavoratori!

L’escamotage di utilizzare, nel caso di mancato reperimento delle risorse imposte dall’UE per abbattere il disavanzo, le clausole di salvaguardia di aumento dell’IVA, e di trasmetterle di governo in governo è stata, quindi, una prassi utilizzata da qualsiasi inquilino di palazzo Chigi per “buttare la palla avanti” e prendere tempo, senza mai rinunciare a mostrarsi credibili ed affidabili agli occhi dell’Europa e dei mercati.

Il punto politico è che quelle clausole di salvaguardia sono parte integrante di quei vincoli di bilancio (articolo 81 della Costituzione) imposti dalla governance europea che hanno di fatto trasformato i nostri diritti costituzionali in diritti destinati a valere nei limiti di un bilancio statale governato dall’esterno. La “benevolenza” con la quale le istituzioni europee, ogni tanto, concedono un po’ di flessibilità fiscale è quindi assolutamente interna a questa logica e risponde ad esigenze di mero calcolo politico dettato dalla contingenza. Allentare un po’ la corda può, quindi, servire a Bruxelles, in un dato momento, per non disarcionare il governo di turno, per non creare turbolenze, specie se in prossimità di appuntamenti referendari o di scadenze elettorali.

Ma i trucchi contabili non possono durare all’infinito: il conto presto arriverà e sarà molto salato, ed anche il cappio delle clausole di salvaguardia si stringerà attorno al collo di buona parte della popolazione.

Entro la fine dell’anno, infatti, dovrà essere ratificato il trattato di Stabilità, più tristemente noto col nome di Fiscal compact, un meccanismo infernale che ipotecherà le nostre vite per i prossimi 20 anni

E, sullo sfondo, la proposta di riforma dei trattati europei avanzata dall’ex ministro delle Finanze della Germania Schauble: spostare il potere di controllo sui bilanci pubblici degli stati membri, dalla Commissione europea (organo politico, se pur non elettivo, ritenuto addirittura troppo sensibile alle pulsioni della politica...) al MES (Fondo Salva Stati) perché quest’ultimo, composto da tecnici, garantirebbe un approccio più “neutrale”.

Insomma una sorta di FMI “made in Europe” a presidio dei nostri bilanci. Non c’è dubbio, il tempo dei trucchi contabili sta irrimediabilmente terminando.

Diventa necessaria una operazione verità per il presente e il futuro del paese. Lo sciopero generale del 10/11 e la manifestazione nazionale a Roma di sabato 11 novembre servono a questo, a squarciare il velo.

Piattaforma Eurostop

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