di Guido Salerno Aletta
A Bruxelles è ancora buio pesto: a poche settimane dalla scadenza del termine per la presentazione della NADEF, la Nota di Aggiornamento del DEF, non si conoscono ancora le regole del nuovo Patto di Stabilità, dopo la sospensione del Fiscal Compact e la sua definitiva messa in disarmo.
Si rientra nell'alveo dei Trattati europei, mettendo fine alla avventura iniziata nel 2012 con la disciplina speciale, dettata da un apposito Trattato internazionale, che prevedeva come obiettivi a medio termine il pareggio strutturale dei bilanci pubblici e l'abbattimento del debito eccedente il rapporto del 60% sul Pil al ritmo di 1/20 l'anno.
Si ritorna comunque ai due criteri fondamentali che sono stati elaborati fin dal Trattato di Maastricht, il limite del 3% al deficit e la riduzione tendenziale del rapporto debito/Pil eccedente il 60%, ma all'interno di una architettura più articolata che tenga conto su base pluriennale di fattori sia soggettivi che oggettivi: da una parte sarebbero tenuti maggiormente sotto freno i bilanci degli Stati maggiormente indebitati, e dall'altra potrebbero essere favorite alcune tipologie di investimento pubblico, ad esempio nel settore della transizione ambientale, della digitalizzazione e della difesa, che sarebbero scorporati dal calcolo del deficit.
Ci sono in corso dibattiti politici assai complessi, vista la grande eterogeneità delle situazioni contingenti: dopo la sospensione del Fiscal Compact a partire dal 2020 per via della emergenza sanitaria e poi dal 2022 a causa delle conseguenze della guerra in Ucraina, i conti pubblici della gran parte dei Paesi europei si sono gonfiati di nuovo debito.
Nel primo biennio, il 2020-2021, sono aumentate a dismisura le spese pubbliche finanziate in disavanzo per sostenere le famiglie e le imprese a fronteggiare la crisi economica derivante dalla pandemia; nel secondo biennio, il 2022-2023, sono aumentate in modo consistente quelle volte a sostenere i bilanci delle famiglie e delle imprese che si trovavano a fronteggiare un aumento enorme dei prezzi dei prodotti energetici, di quelli al consumo e alla produzione.
Ci sarebbe dunque da gestire innanzitutto una sorta di rientro verso la "normalità", ma viviamo in tempi di assoluta imprevedibilità sul versante geopolitico ed economico: nessuno sa prevedere come evolverà la situazione in Ucraina, quali saranno gli andamenti del prezzo internazionale del petrolio e del gas liquefatto, quale sarà l'impatto dell'aumento dei tassi di interesse sui bilanci di famiglie ed imprese.
È invece assolutamente certo l'abbandono di tutta l'architettura normativa e di quella tecnica a livello statistico e previsionale che era stata elaborata a partire dal 2012 al fine di presidiare gli obiettivi del Fiscal Compact.
Diviene così del tutto inutile la previsione dell'articolo 81 della Costituzione che fu modificato per introdurre l'obbligo del pareggio di bilancio, derogabile solo con un voto motivato a maggioranza assoluta; non si discuterà più dell'Output-gap, della distanza tra il Pil reale e quello potenziale, né del Nawru, che definisce il tasso di disoccupazione indispensabile al fine di evitare che le tensioni sul mercato del lavoro determinino richieste di aumenti salariali incompatibili con una crescita non inflazionistica dell'economia.
Questo è il segno dei tempi che sono cambiati radicalmente: lo Stato non è più un soggetto potenzialmente perturbatore degli equilibri dell'economia, che deve limitare al massimo la propria azione per non interferire con le dinamiche del mercato, ma diviene un soggetto dinamico, attivo, che ne deve guidare la crescita verso obiettivi sostenibili dal punto di vista ambientale e coerenti con la strategia geopolitica che vede l'Europa allineata ai driver statunitensi, in competizione tecnologica con la Cina e non più dipendente dalla energia proveniente dalla Russia.
Tra il dire ed il fare, c'è di mezzo il mare.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/09/2023
28/09/2021
La riforma del Fiscal Compact è possibile e a chi gioverà?
di Domenico Moro
Nel recente incontro dell’Eurogruppo, l’organismo informale che riunisce i ministri delle finanze dell’area euro, è ripresa la discussione sulla possibile modifica delle regole europee che stabiliscono la gestione del deficit e del debito pubblico, in particolare quelle del Patto di stabilità e del Fiscal compact. Si era cominciato ad affrontare il tema nel 2019, ma lo scoppio della pandemia ha interrotto la discussione, anche perché le regole di bilancio europee sono state sospese per permettere agli Stati nazionali e alla Ue di mettere in campo robuste misure di stimolo fiscale, cioè di spesa statale, per contrastare la crisi. La questione della ridefinizione del Patto di stabilità e soprattutto del Fiscal compact si pone anche perché alla fine del 2022 saranno reintrodotte le regole che impongono agli Stati di tenere sotto controllo il debito pubblico e c’è la preoccupazione che la reintroduzione dei vincoli possa minare la ripresa economica.
Il Fiscal compact fu introdotto nel 2012, all’epoca della crisi dei debiti sovrani, per rendere più stringenti le regole europee, che prevedono il mantenimento del rapporto tra deficit pubblico e Pil ad un livello non superiore al 3% e del rapporto tra debito pubblico e Pil a un livello non superiore al 60%. Questi vincoli non sono il frutto di precise analisi economiche, ma il risultato di calcoli politici. Il limite del 3% al deficit fu adottato sulla falsariga dell’esperienza della Francia, dove era stato frutto di semplice convenienza politica. Si pensava che un deficit non superiore al 3% e una inflazione non superiore al 2% (obiettivo statutario della Bce) in presenza di una crescita del 2,5% annuo avrebbe consentito di convergere verso l’obiettivo del debito pubblico al 60%. Ma, come si è visto negli ultimi decenni, la crescita del 2,5% si è dimostrata un obiettivo illusorio nell’area euro. Lo stesso limite del 60% nasce sulla base di calcoli bizzarri che nulla hanno a che fare con una analisi economica seria.
Su questo sono significative le parole di Gentiloni, ex premier italiano e attuale commissario all’economia della Commissione europea, un politico non certo sospettabile di avversione all’euro o alla Ue. Gentiloni ha affermato nell’ultima riunione dell’Eurogruppo che bisogna “fare i conti con la realtà” e che il vincolo del 60% rappresenta “un livello che non ha giustificazioni economiche. Fu stabilito perché la media dei debiti dei 12 Paesi, 30 anni fa, all’epoca di Maastricht era intorno al 60%.” Gentiloni ha poi preso di mira la regola secondo cui chi supera il 60% del Pil dovrebbe ridurre di un ventesimo all’anno la quota eccedente, affermando che “Pensare di mantenere la stessa regola significherebbe ipotizzare percorsi di riduzione del debito irrealistici, 30 anni di avanzi primari inimmaginabili; passare i prossimi anni a cercare di aggirarla.”
Sui vincoli al debito si sono espresse criticamente anche due figure che nel 1991 prepararono il vertice di Maastricht, che per la prima volta definì le regole europee sul bilancio degli stati, Marco Buti, ora capo di gabinetto di Gentiloni, e Vitor Gaspar, già ministro delle finanze portoghese e ora direttore del Fondo monetario internazionale per le questioni di bilancio. I due economisti hanno scritto recentemente su Vox Eu: “Le regole e le procedure di Maastricht, insieme al patto di stabilità non hanno evitato le crisi dei debiti sovrani e le ricadute sulla stabilità finanziaria nell’area euro. Si verificarono entrambe all’indomani della crisi finanziaria globale: la disciplina di bilancio non funzionò, troppo lenta e troppo debole prima, troppo improvvisa e dirompente dopo.”
Quello che si vuol dire è che l’Ue non può permettersi che si ripeta quanto accaduto nella crisi dei debiti sovrani tra 2010 e 2013 quando si realizzò il crollo degli investimenti pubblici netti nell’Eurozona. I vari Stati, per rispettare il limite del 3% al deficit statale, scelsero di tagliare gli investimenti piuttosto che la spesa corrente. In questo modo, si è favorita la disciplina di bilancio, ma non la creazione di stimoli in grado di contrastare la crisi. Il risultato di queste scelte è stato l’approfondimento della crisi e il ristagno della crescita, specialmente in Italia. Ora, ci troviamo in una situazione diversa. La crisi attuale è stata affrontata non con la disciplina di bilancio ma con l’espansione della spesa pubblica, che ha fatto lievitare il deficit e il debito pubblico di tutti gli Stati europei. Nel 2020 il debito pubblico italiano è salito dal 134% dell’anno precedente al 155,8% e il deficit dall’1,6% al 9,5%. Quest’anno, il debito medio dell’area euro è salito al 102% sul Pil con punte del 160%, come nel caso dell’Italia. Il pericolo è, quindi, che il ripristino delle regole europee a fine 2022 provochi una nuova ricaduta nella crisi come durante il periodo della crisi dei debiti sovrani, in un contesto, per di più, in cui l’evoluzione della pandemia non è ancora certa e le economie non si sono ancora riprese completamente, senza contare che, per la verità, in molti Paesi come l’Italia la crescita è stata asfittica anche prima dell’emergere della pandemia.
In questo quadro, si delinea una contraddizione tra la necessità di mantenere lo stimolo fiscale, unitamente allo stimolo monetario (di competenza della Bce), e la volontà di comprimere i debiti pubblici. Per questa ragione si sta definendo uno scontro tra due gruppi di Paesi all’interno dell’area euro. Uno di questi raggruppamenti è costituito dai cosiddetti “frugali”, otto Paesi, tra cui l’Olanda, l’Austria e la Finlandia, che il giorno prima della riunione dell’Eurogruppo hanno resa pubblica una lettera in cui mettono le mani avanti rispetto alla volontà di modificare le regole europee, che serpeggia all’interno dell’area euro: “Le semplificazioni e gli adattamenti che promuovono una migliore applicazione delle regole di bilancio valgono la pena di essere discussi, ma solo se le proposte non mettono a rischio la sostenibilità di bilancio.” Dall’altra parte, troviamo altri Paesi, come l’Italia, la Spagna e la Francia, che vogliono modificare le regole sulla disciplina di bilancio. In pratica, mentre i primi chiedono che nel 2022 si torni alle regole attuali, prima di eventualmente cambiarle, i secondi chiedono invece di utilizzare quest’anno per cambiarle. I primi fanno riferimento al vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, i secondi a Gentiloni.
A questo punto bisogna capire come i “riformatori” intendono modificare le regole di bilancio europee. Gentiloni a tal proposito si è espresso nel modo seguente: “Dobbiamo trovare il modo per una diversa contabilità degli investimenti nelle due grandi transizioni, climatica e digitale.” La proposta dei “riformatori” sarebbe quella di introdurre più gradualità nella riduzione del debito e soprattutto una cosiddetta golden rule, una regola d’oro basata sull’esclusione degli investimenti dal calcolo del deficit pubblico. In questo modo, gli Stati potrebbero spendere per sostenere l’economia. Per convincere i “frugali” ad accettare la modifica i “riformatori” offrirebbero in cambio maggiore certezza nell’applicazione delle regole di bilancio, ovvero garanzie reali e vincolanti di rispetto degli impegni sui conti pubblici. Innanzi tutto bisogna capire se una tale “riforma” è possibile e se sì a chi porterà giovamento. Le modificazioni alle regole sul bilancio pubblico possono essere attuate solamente se la Germania e la Francia sono d’accordo. Molto importante è la posizione della Francia. Alla riunione dell’Eurogruppo, il ministro delle finanze francese, Bruno Le Maire, ha caldeggiato la “riforma”, dicendo che “dobbiamo riflettere fuori dagli schemi”. La Germania invece è molto cauta. Pur non avendo firmato la lettera dei “frugali”, il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz, ha detto: “Abbiamo un buon quadro di bilancio per la stabilità in Europa e quest’ultimo ha dimostrato, soprattutto durante la crisi, di avere passato il test riguardante la pandemia.” Il ministro Le Maire ha risposto al suo omologo tedesco: “La cooperazione franco-tedesca è stata finora eccezionale. Non ho dubbi che grazie ai nostri scambi giungeremo a una posizione comune”. A quanto sembra, la Germania propenderebbe per mantenere lo status quo, sostenendo che le regole vigenti funzionano e mandando avanti, senza esporsi direttamente, i Paesi Bassi e gli altri “frugali”, come accaduto nel passato. D’altro canto, è importante la presa di posizione della Francia, l’unico attore europeo che può spingere la Germania verso un compromesso. Del resto, l’obiettivo dei frugali e della Germania è quello di avere una regola di riduzione del debito credibile, visto che quella attuale è chiaramente inattuabile per diversi stati (e capitali) nazionali. Le parole del “falco” Valdis Dombrovskis sono significative: “Poiché i livelli di debito sono aumentati e le divergenze si sono ampliate ulteriormente, dobbiamo avere una regola di riduzione del debito credibile e che funzioni per tutti gli stati membri.” Dunque, lo scambio tra scorporo degli investimenti dal calcolo del deficit e una maggiore garanzia sulla riduzione del debito ha buone probabilità di essere portato a compimento.
Apparentemente quella dei “riformatori” sembra essere una soluzione valida, ma in realtà nasconde un chiaro interesse di classe. Infatti, se gli investimenti venissero scorporati dal computo del debito e del deficit, a essere compresse, per determinare una riduzione del deficit e del debito, sarebbero le spese correnti. Del resto, a livello di spesa pubblica il peso infinitamente maggiore è esercitato dalle spese correnti, che sono passate dal 45,2% sul Pil del 2019 al 51,8% del 2020 (al netto degli interessi sono il 48,4%), mentre le spese in conto capitale, che comprendono gli investimenti, ammontano appena al 5,5%, in crescita rispetto al 2019 (3,5%). In termini più chiari, a essere aumentate sarebbero le spese che vanno al capitale, mentre a essere ridotte sarebbero le sole spese che vanno alla classe lavoratrice e ai disoccupati. Le spese per investimenti (mezzi di produzione e trasporto, macchinari, infrastrutture, armamenti, ricerca e sviluppo, ecc.) riguardano sia gli investimenti diretti sia quelli indiretti. Gli investimenti diretti riguardano gli acquisti dalle imprese di beni durevoli acquisiti dalla Pubblica amministrazione per essere utilizzati in processi produttivi per un periodo superiore all’anno. Gli investimenti indiretti sono le sovvenzioni dalla Pubblica amministrazione alle imprese. Invece, le spese correnti riguardano solo in parte acquisti di beni e servizi dalle imprese e comprendono le spese che vanno ai salari (in specie quelli dei dipendenti pubblici), alle pensioni e al welfare cioè al salario differito e indiretto di tutti i lavoratori. Gli investimenti diretti e indiretti oggi riguardano il “grande reset” del capitalismo, che ha a che fare con la digitalizzazione e con la transizione verde, come prevede il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Infatti, rientrano negli investimenti anche i sussidi e i trasferimenti alle imprese per il loro ammodernamento sia dal punto di vista dei mezzi di produzione e dei metodi di produzione sia dal punto di vista dei beni prodotti, soprattutto per quanto riguarda la digitalizzazione e la sostenibilità ecologica. È significativa, a questo proposito, la presa di posizione della Francia, il cui ministro delle finanze, Le Maire, ha notato come gli investimenti siano necessari per rafforzare la stessa autonomia strategica dell’Europa. Ad esempio, la Francia sta premendo, attraverso Renault e Stellantis (il megagruppo nato dalla fusione di Fca e Peugeot) per la costruzione di impianti di batterie per auto situati sul territorio europeo e un impianto di Stellantis è previsto che sia costruito proprio in Italia.
Per leggere la riforma del funzionamento della Ue dobbiamo leggere la fase che attraversa il modo di produzione capitalistico. La crisi attuale, infatti, non può essere ascritta unicamente alla pandemia ma ha origine più antica ed è causata, in ultima istanza, dalla tendenza di lungo periodo alla caduta del saggio di profitto, a sua volta originata dall’aumento della composizione organica, cioè da un eccesso di investimenti in capitale costante (macchinari, materie prime, ecc.) rispetto al capitale variabile, cioè alla forza lavoro occupata. Una tale “sovraccumulazione di capitale” si è manifestata soprattutto in Europa, in Giappone e negli Usa, cioè nei Paesi di più antico sviluppo capitalistico. In Europa la crisi si è manifestata con maggiore forza. Qui, la caduta della redditività del capitale ha prodotto una contrazione degli investimenti privati che, sommata alla riduzione degli investimenti pubblici, ha determinato l’obsolescenza relativa del sistema produttivo e un arretramento delle economie di diversi Paesi e della Ue nel suo complesso nei confronti dei concorrenti più immediati, gli Usa e soprattutto la Cina, che stanno lottando per il predominio in molti settori industriali, specie quelli posti alla frontiera tecnologica, che richiedono massicci investimenti iniziali. La riforma delle regole europee manterrà intatta e anzi accentuerà la natura anti-lavoro salariato e funzionale all’accumulazione capitalistica della Ue e dell’euro. Da una parte, il salario complessivo (soprattutto quello indiretto e differito) verrà ridotto e, dall’altra parte, l’investimento di capitale a spese degli Stati e della Ue nel suo complesso ridurrà la spesa a carico delle imprese. In questo modo, cioè riducendo, da una parte, il costo dell’accumulazione di nuovo capitale fisso e, dall’altra parte, il costo del lavoro, si tenterà di rialzare il saggio di profitto. Nello stesso tempo, con gli investimenti in settori innovativi, si darà respiro alle imprese e al capitale europeo nel suo complesso fornendogli sostegno nella competizione interimperialista, cercando di inserire la Ue come terzo attore tra Usa e Cina. In pratica, è evidente che il capitale, come rapporto di produzione complessivo, non può sussistere senza l’aiuto dello Stato.
L’introduzione delle regole europee sul bilancio rispondeva a una logica molto precisa e razionale dal punto di vista capitalistico: mantenere la classe lavoratrice sotto scacco e privatizzare massicciamente il sistema produttivo favorendo le tendenze antagonistiche alla caduta del saggio di profitto e la realizzazione di una maggiore centralizzazione di capitale che porti alla creazione di imprese di dimensioni mondiali. La riforma delle regole di bilancio, per come si sta configurando, sarebbe soltanto una ridefinizione dei rapporti di forza tra frazioni nazionali di capitale. Una tale riforma, promossa dal capitale europeo, non può che essere in linea con la logica iniziale che ha portato alla formazione dell’Ue e dell’euro, portando anzi – come abbiamo cercato di dimostrare – un peggioramento per tutti i lavoratori, sia quelli pubblici sia quelli privati. L’unica proposta realistica, per quanto complessa e difficile sia la sua attuazione, è l’eliminazione dell’intera architettura dell’Ue e dell’euro. La “questione europea”, passata in secondo piano con l’acuirsi della pandemia, deve ritornare a ricoprire il ruolo che merita nel dibattito politico nazionale e internazionale e soprattutto all’interno di una strategia politica di lotta contro il capitale e per il socialismo.
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Nel recente incontro dell’Eurogruppo, l’organismo informale che riunisce i ministri delle finanze dell’area euro, è ripresa la discussione sulla possibile modifica delle regole europee che stabiliscono la gestione del deficit e del debito pubblico, in particolare quelle del Patto di stabilità e del Fiscal compact. Si era cominciato ad affrontare il tema nel 2019, ma lo scoppio della pandemia ha interrotto la discussione, anche perché le regole di bilancio europee sono state sospese per permettere agli Stati nazionali e alla Ue di mettere in campo robuste misure di stimolo fiscale, cioè di spesa statale, per contrastare la crisi. La questione della ridefinizione del Patto di stabilità e soprattutto del Fiscal compact si pone anche perché alla fine del 2022 saranno reintrodotte le regole che impongono agli Stati di tenere sotto controllo il debito pubblico e c’è la preoccupazione che la reintroduzione dei vincoli possa minare la ripresa economica.
Il Fiscal compact fu introdotto nel 2012, all’epoca della crisi dei debiti sovrani, per rendere più stringenti le regole europee, che prevedono il mantenimento del rapporto tra deficit pubblico e Pil ad un livello non superiore al 3% e del rapporto tra debito pubblico e Pil a un livello non superiore al 60%. Questi vincoli non sono il frutto di precise analisi economiche, ma il risultato di calcoli politici. Il limite del 3% al deficit fu adottato sulla falsariga dell’esperienza della Francia, dove era stato frutto di semplice convenienza politica. Si pensava che un deficit non superiore al 3% e una inflazione non superiore al 2% (obiettivo statutario della Bce) in presenza di una crescita del 2,5% annuo avrebbe consentito di convergere verso l’obiettivo del debito pubblico al 60%. Ma, come si è visto negli ultimi decenni, la crescita del 2,5% si è dimostrata un obiettivo illusorio nell’area euro. Lo stesso limite del 60% nasce sulla base di calcoli bizzarri che nulla hanno a che fare con una analisi economica seria.
Su questo sono significative le parole di Gentiloni, ex premier italiano e attuale commissario all’economia della Commissione europea, un politico non certo sospettabile di avversione all’euro o alla Ue. Gentiloni ha affermato nell’ultima riunione dell’Eurogruppo che bisogna “fare i conti con la realtà” e che il vincolo del 60% rappresenta “un livello che non ha giustificazioni economiche. Fu stabilito perché la media dei debiti dei 12 Paesi, 30 anni fa, all’epoca di Maastricht era intorno al 60%.” Gentiloni ha poi preso di mira la regola secondo cui chi supera il 60% del Pil dovrebbe ridurre di un ventesimo all’anno la quota eccedente, affermando che “Pensare di mantenere la stessa regola significherebbe ipotizzare percorsi di riduzione del debito irrealistici, 30 anni di avanzi primari inimmaginabili; passare i prossimi anni a cercare di aggirarla.”
Sui vincoli al debito si sono espresse criticamente anche due figure che nel 1991 prepararono il vertice di Maastricht, che per la prima volta definì le regole europee sul bilancio degli stati, Marco Buti, ora capo di gabinetto di Gentiloni, e Vitor Gaspar, già ministro delle finanze portoghese e ora direttore del Fondo monetario internazionale per le questioni di bilancio. I due economisti hanno scritto recentemente su Vox Eu: “Le regole e le procedure di Maastricht, insieme al patto di stabilità non hanno evitato le crisi dei debiti sovrani e le ricadute sulla stabilità finanziaria nell’area euro. Si verificarono entrambe all’indomani della crisi finanziaria globale: la disciplina di bilancio non funzionò, troppo lenta e troppo debole prima, troppo improvvisa e dirompente dopo.”
Quello che si vuol dire è che l’Ue non può permettersi che si ripeta quanto accaduto nella crisi dei debiti sovrani tra 2010 e 2013 quando si realizzò il crollo degli investimenti pubblici netti nell’Eurozona. I vari Stati, per rispettare il limite del 3% al deficit statale, scelsero di tagliare gli investimenti piuttosto che la spesa corrente. In questo modo, si è favorita la disciplina di bilancio, ma non la creazione di stimoli in grado di contrastare la crisi. Il risultato di queste scelte è stato l’approfondimento della crisi e il ristagno della crescita, specialmente in Italia. Ora, ci troviamo in una situazione diversa. La crisi attuale è stata affrontata non con la disciplina di bilancio ma con l’espansione della spesa pubblica, che ha fatto lievitare il deficit e il debito pubblico di tutti gli Stati europei. Nel 2020 il debito pubblico italiano è salito dal 134% dell’anno precedente al 155,8% e il deficit dall’1,6% al 9,5%. Quest’anno, il debito medio dell’area euro è salito al 102% sul Pil con punte del 160%, come nel caso dell’Italia. Il pericolo è, quindi, che il ripristino delle regole europee a fine 2022 provochi una nuova ricaduta nella crisi come durante il periodo della crisi dei debiti sovrani, in un contesto, per di più, in cui l’evoluzione della pandemia non è ancora certa e le economie non si sono ancora riprese completamente, senza contare che, per la verità, in molti Paesi come l’Italia la crescita è stata asfittica anche prima dell’emergere della pandemia.
In questo quadro, si delinea una contraddizione tra la necessità di mantenere lo stimolo fiscale, unitamente allo stimolo monetario (di competenza della Bce), e la volontà di comprimere i debiti pubblici. Per questa ragione si sta definendo uno scontro tra due gruppi di Paesi all’interno dell’area euro. Uno di questi raggruppamenti è costituito dai cosiddetti “frugali”, otto Paesi, tra cui l’Olanda, l’Austria e la Finlandia, che il giorno prima della riunione dell’Eurogruppo hanno resa pubblica una lettera in cui mettono le mani avanti rispetto alla volontà di modificare le regole europee, che serpeggia all’interno dell’area euro: “Le semplificazioni e gli adattamenti che promuovono una migliore applicazione delle regole di bilancio valgono la pena di essere discussi, ma solo se le proposte non mettono a rischio la sostenibilità di bilancio.” Dall’altra parte, troviamo altri Paesi, come l’Italia, la Spagna e la Francia, che vogliono modificare le regole sulla disciplina di bilancio. In pratica, mentre i primi chiedono che nel 2022 si torni alle regole attuali, prima di eventualmente cambiarle, i secondi chiedono invece di utilizzare quest’anno per cambiarle. I primi fanno riferimento al vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, i secondi a Gentiloni.
A questo punto bisogna capire come i “riformatori” intendono modificare le regole di bilancio europee. Gentiloni a tal proposito si è espresso nel modo seguente: “Dobbiamo trovare il modo per una diversa contabilità degli investimenti nelle due grandi transizioni, climatica e digitale.” La proposta dei “riformatori” sarebbe quella di introdurre più gradualità nella riduzione del debito e soprattutto una cosiddetta golden rule, una regola d’oro basata sull’esclusione degli investimenti dal calcolo del deficit pubblico. In questo modo, gli Stati potrebbero spendere per sostenere l’economia. Per convincere i “frugali” ad accettare la modifica i “riformatori” offrirebbero in cambio maggiore certezza nell’applicazione delle regole di bilancio, ovvero garanzie reali e vincolanti di rispetto degli impegni sui conti pubblici. Innanzi tutto bisogna capire se una tale “riforma” è possibile e se sì a chi porterà giovamento. Le modificazioni alle regole sul bilancio pubblico possono essere attuate solamente se la Germania e la Francia sono d’accordo. Molto importante è la posizione della Francia. Alla riunione dell’Eurogruppo, il ministro delle finanze francese, Bruno Le Maire, ha caldeggiato la “riforma”, dicendo che “dobbiamo riflettere fuori dagli schemi”. La Germania invece è molto cauta. Pur non avendo firmato la lettera dei “frugali”, il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz, ha detto: “Abbiamo un buon quadro di bilancio per la stabilità in Europa e quest’ultimo ha dimostrato, soprattutto durante la crisi, di avere passato il test riguardante la pandemia.” Il ministro Le Maire ha risposto al suo omologo tedesco: “La cooperazione franco-tedesca è stata finora eccezionale. Non ho dubbi che grazie ai nostri scambi giungeremo a una posizione comune”. A quanto sembra, la Germania propenderebbe per mantenere lo status quo, sostenendo che le regole vigenti funzionano e mandando avanti, senza esporsi direttamente, i Paesi Bassi e gli altri “frugali”, come accaduto nel passato. D’altro canto, è importante la presa di posizione della Francia, l’unico attore europeo che può spingere la Germania verso un compromesso. Del resto, l’obiettivo dei frugali e della Germania è quello di avere una regola di riduzione del debito credibile, visto che quella attuale è chiaramente inattuabile per diversi stati (e capitali) nazionali. Le parole del “falco” Valdis Dombrovskis sono significative: “Poiché i livelli di debito sono aumentati e le divergenze si sono ampliate ulteriormente, dobbiamo avere una regola di riduzione del debito credibile e che funzioni per tutti gli stati membri.” Dunque, lo scambio tra scorporo degli investimenti dal calcolo del deficit e una maggiore garanzia sulla riduzione del debito ha buone probabilità di essere portato a compimento.
Apparentemente quella dei “riformatori” sembra essere una soluzione valida, ma in realtà nasconde un chiaro interesse di classe. Infatti, se gli investimenti venissero scorporati dal computo del debito e del deficit, a essere compresse, per determinare una riduzione del deficit e del debito, sarebbero le spese correnti. Del resto, a livello di spesa pubblica il peso infinitamente maggiore è esercitato dalle spese correnti, che sono passate dal 45,2% sul Pil del 2019 al 51,8% del 2020 (al netto degli interessi sono il 48,4%), mentre le spese in conto capitale, che comprendono gli investimenti, ammontano appena al 5,5%, in crescita rispetto al 2019 (3,5%). In termini più chiari, a essere aumentate sarebbero le spese che vanno al capitale, mentre a essere ridotte sarebbero le sole spese che vanno alla classe lavoratrice e ai disoccupati. Le spese per investimenti (mezzi di produzione e trasporto, macchinari, infrastrutture, armamenti, ricerca e sviluppo, ecc.) riguardano sia gli investimenti diretti sia quelli indiretti. Gli investimenti diretti riguardano gli acquisti dalle imprese di beni durevoli acquisiti dalla Pubblica amministrazione per essere utilizzati in processi produttivi per un periodo superiore all’anno. Gli investimenti indiretti sono le sovvenzioni dalla Pubblica amministrazione alle imprese. Invece, le spese correnti riguardano solo in parte acquisti di beni e servizi dalle imprese e comprendono le spese che vanno ai salari (in specie quelli dei dipendenti pubblici), alle pensioni e al welfare cioè al salario differito e indiretto di tutti i lavoratori. Gli investimenti diretti e indiretti oggi riguardano il “grande reset” del capitalismo, che ha a che fare con la digitalizzazione e con la transizione verde, come prevede il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Infatti, rientrano negli investimenti anche i sussidi e i trasferimenti alle imprese per il loro ammodernamento sia dal punto di vista dei mezzi di produzione e dei metodi di produzione sia dal punto di vista dei beni prodotti, soprattutto per quanto riguarda la digitalizzazione e la sostenibilità ecologica. È significativa, a questo proposito, la presa di posizione della Francia, il cui ministro delle finanze, Le Maire, ha notato come gli investimenti siano necessari per rafforzare la stessa autonomia strategica dell’Europa. Ad esempio, la Francia sta premendo, attraverso Renault e Stellantis (il megagruppo nato dalla fusione di Fca e Peugeot) per la costruzione di impianti di batterie per auto situati sul territorio europeo e un impianto di Stellantis è previsto che sia costruito proprio in Italia.
Per leggere la riforma del funzionamento della Ue dobbiamo leggere la fase che attraversa il modo di produzione capitalistico. La crisi attuale, infatti, non può essere ascritta unicamente alla pandemia ma ha origine più antica ed è causata, in ultima istanza, dalla tendenza di lungo periodo alla caduta del saggio di profitto, a sua volta originata dall’aumento della composizione organica, cioè da un eccesso di investimenti in capitale costante (macchinari, materie prime, ecc.) rispetto al capitale variabile, cioè alla forza lavoro occupata. Una tale “sovraccumulazione di capitale” si è manifestata soprattutto in Europa, in Giappone e negli Usa, cioè nei Paesi di più antico sviluppo capitalistico. In Europa la crisi si è manifestata con maggiore forza. Qui, la caduta della redditività del capitale ha prodotto una contrazione degli investimenti privati che, sommata alla riduzione degli investimenti pubblici, ha determinato l’obsolescenza relativa del sistema produttivo e un arretramento delle economie di diversi Paesi e della Ue nel suo complesso nei confronti dei concorrenti più immediati, gli Usa e soprattutto la Cina, che stanno lottando per il predominio in molti settori industriali, specie quelli posti alla frontiera tecnologica, che richiedono massicci investimenti iniziali. La riforma delle regole europee manterrà intatta e anzi accentuerà la natura anti-lavoro salariato e funzionale all’accumulazione capitalistica della Ue e dell’euro. Da una parte, il salario complessivo (soprattutto quello indiretto e differito) verrà ridotto e, dall’altra parte, l’investimento di capitale a spese degli Stati e della Ue nel suo complesso ridurrà la spesa a carico delle imprese. In questo modo, cioè riducendo, da una parte, il costo dell’accumulazione di nuovo capitale fisso e, dall’altra parte, il costo del lavoro, si tenterà di rialzare il saggio di profitto. Nello stesso tempo, con gli investimenti in settori innovativi, si darà respiro alle imprese e al capitale europeo nel suo complesso fornendogli sostegno nella competizione interimperialista, cercando di inserire la Ue come terzo attore tra Usa e Cina. In pratica, è evidente che il capitale, come rapporto di produzione complessivo, non può sussistere senza l’aiuto dello Stato.
L’introduzione delle regole europee sul bilancio rispondeva a una logica molto precisa e razionale dal punto di vista capitalistico: mantenere la classe lavoratrice sotto scacco e privatizzare massicciamente il sistema produttivo favorendo le tendenze antagonistiche alla caduta del saggio di profitto e la realizzazione di una maggiore centralizzazione di capitale che porti alla creazione di imprese di dimensioni mondiali. La riforma delle regole di bilancio, per come si sta configurando, sarebbe soltanto una ridefinizione dei rapporti di forza tra frazioni nazionali di capitale. Una tale riforma, promossa dal capitale europeo, non può che essere in linea con la logica iniziale che ha portato alla formazione dell’Ue e dell’euro, portando anzi – come abbiamo cercato di dimostrare – un peggioramento per tutti i lavoratori, sia quelli pubblici sia quelli privati. L’unica proposta realistica, per quanto complessa e difficile sia la sua attuazione, è l’eliminazione dell’intera architettura dell’Ue e dell’euro. La “questione europea”, passata in secondo piano con l’acuirsi della pandemia, deve ritornare a ricoprire il ruolo che merita nel dibattito politico nazionale e internazionale e soprattutto all’interno di una strategia politica di lotta contro il capitale e per il socialismo.
Fonte
31/10/2019
L’eredità di Draghi: un pilota automatico sulla via dell’austerità
Al di là della retorica di queste ore, in
cui si celebra la fine del suo mandato come Presidente della Banca
Centrale Europea (BCE), la figura di Mario Draghi è una chiave utile a
comprendere gli aspetti fondamentali dell’attuale contesto economico e
politico europeo. Il suo operato alla guida dell’autorità monetaria
passa per alcuni snodi fondamentali: dalla lettera a Berlusconi che firmò da Governatore della Banca d’Italia fino al “whatever it takes” con cui – si dice – abbia salvato l’euro, dalla repressione del dissenso greco nel 2015 al cosiddetto Quantitative Easing con cui ha inondato di liquidità i mercati finanziari
europei. Tuttavia, se fossimo stati invitati alla sua cerimonia di
commiato che si è tenuta lunedì scorso a Francoforte, avremmo scelto
come sintesi della sua eredità politica l’immagine del “pilota
automatico”, che coniò nel lontano 2013.
Anno significativo, il 2013 anticipa tutto quello che vedremo svolgersi in Italia fino ai giorni nostri. Si apre, infatti, con le prime elezioni politiche che vedono la partecipazione del Movimento 5 Stelle, un partito che al suo ingresso nel panorama politico parlamentare si aggiudica circa il 25% dei consensi. Si trattava di un marcato mutamento degli assetti politici tradizionali: all’indomani della fallimentare esperienza del Governo Monti, nessuna opzione politica – tra quelle che avevano scandito gli ultimi venti anni di vita politica italiana – appare percorribile: archiviato il bipolarismo, salta lo schema dell’alternanza tra centro-destra e centro-sinistra e si rendono necessarie nuove strategie e alleanze. Da lì in avanti assisteremo ad un disordinato rimescolamento della classe politica italiana, a partire dal Governo Letta – che vede convergere il centro-sinistra con pezzi consistenti del centro-destra – fino all’inedita alleanza tra PD e Movimento 5 Stelle che governa oggi.
Quell’anno inaugura dunque un’apparente instabilità politica che non sembra ancora esaurirsi, ma quando viene interpellato sui rischi di questa instabilità, il Presidente della BCE Mario Draghi stupisce tutti:
Volendo riassumere in poche righe l’eredità politica che Draghi lascia all’Europa, nulla è più efficace della figura del pilota automatico. Dietro a quell’immagine c’è un attento lavorio, con il quale le istituzioni europee – la cui punta di diamante è la BCE guidata da Draghi – hanno usato la crisi del 2009 per perfezionare i meccanismi disciplinanti con cui governano l’economia ed impongono ad un intero continente una medesima linea politica, quella del neoliberismo più sfrenato, della deregolamentazione dei mercati, dello smantellamento dello stato sociale e della svalorizzazione del lavoro. Ma quali sono i pilastri di questa architettura politico-economica che Draghi chiama pilota automatico? Superata l’Europa di Maastricht, meno efficace nelle decisioni ed incapace di accompagnare il rapido evolversi del quadro economico internazionale, Draghi lascia alle sue spalle un’Europa nuova, più flessibile e per questo capace di rafforzare il suo governo dell’economia, un controllo che passa per due momenti fondamentali: sorvegliare e punire.
Sorvegliare
Appena insediatosi a Francoforte, parlando ad un Parlamento Europeo diviso sul percorso da intraprendere per riformare l’Europa in piena crisi economica, Draghi indica una via. Mettere da parte le divisioni e concentrarsi immediatamente sulla disciplina fiscale:
Punire
Questo meccanismo disciplinante sarebbe però inefficace se non prevedesse un’adeguata punizione per i Paesi restii a seguire le prescrizioni del Fiscal Compact. E qui interviene, direttamente, l’azione dell’autorità monetaria. Tutti i nuovi strumenti di politica monetaria introdotti sotto la Presidenza Draghi (dalle Operazioni Monetarie Definitive, le OMT, al Quantitative Easing, il QE) hanno condotto sul proscenio del governo dell’economia europea la sua banca centrale, confinata fino ad allora ai compiti tradizionali di gestione dei mercati finanziari e valutari. Quando Draghi dichiarò che avrebbe fatto tutto il necessario per salvaguardare la tenuta della moneta unica, il famoso “whatever it takes”, sancì l’inizio di una dominanza monetaria sull’economia europea che passava per una impetuosa inondazione di liquidità. Più che triplicando la dimensione del proprio bilancio, la BCE si è posta al centro del funzionamento del sistema economico e, ciò che più conta, si è messa nella posizione di poter condizionare pesantemente le politiche fiscali nazionali.
La politica fiscale, ovvero la politica di bilancio di uno Stato, concerne le scelte di spesa pubblica e di finanziamento della stessa che può avvenire o tramite i tributi o in deficit (tramite il ricorso al debito pubblico): controllare i meccanismi e le condizioni dell’indebitamento pubblico significa, di fatto, controllare una parte rilevante della politica di bilancio di un Paese. Esattamente quello che la BCE sta facendo negli ultimi anni. In che modo? Tra i più importanti strumenti concreti di conduzione della politica monetaria adottati da una banca centrale vi sono le compravendite di titoli sui mercati finanziari: si tratta di operazioni che consentono di immettere e ritirare moneta dal sistema economico. L’oggetto principale degli acquisti condotti dalla BCE dal 2015 ad oggi sono stati i titoli del debito pubblico dei Paesi membri, ed oggi l’autorità monetaria è il principale creditore di tutti i governi europei. Questa posizione di dominio gli permette di attestarsi un ruolo di vertice anche nelle scelte di politica fiscale dei singoli Paesi. Ad esempio, se un governo prova a realizzare un deficit di bilancio maggiore di quello consentito dalla Commissione Europea, il tentativo viene immediatamente rilevato dal capillare meccanismo di sorveglianza dei conti e scatta la punizione: la BCE inizia a ridurre gli acquisti dei titoli del Paese indisciplinato, o addirittura inizia a vendere sui mercati lo stock di quei titoli in suo possesso. Ciò provoca una diminuzione del prezzo del titolo e, parallelamente, un aumento del tasso d’interesse: appare così lo spread, ed il Paese indisciplinato inizia a ballare la rumba dell’instabilità finanziaria. Ecco che, usando la leva monetaria, cioè tutta la potenza di fuoco inaugurata con il “whatever it takes” e messa in campo con il QE, la BCE ha il potere di ricattare i governi europei: o accettano il percorso disegnato dal Fiscal Compact, e cioè la linea politica dell’austerità, oppure sono condannati all’instabilità finanziaria e alla crisi.
Ecco il pilota automatico
Noi possiamo certamente votare, in via ipotetica, per ricostruire lo stato sociale, per migliorare la legislazione sul lavoro, per nazionalizzare i settori strategici o per ogni altra misura che possa avvantaggiare le classi subalterne, ma l’Italia, piaccia o non piaccia al popolo sovrano, deve proseguire lungo i binari dell’austerità fiscale e della distruzione del modello sociale europeo, indipendentemente dall’esito elettorale. Perché la nostra moneta, l’euro, non è un neutrale strumento di gestione dell’economia: è un progetto politico preciso, a cui Draghi ha conferito la forza di imporre disoccupazione, precarietà e sfruttamento fuori da ogni controllo democratico.
Sì, Draghi ha salvato l’euro, ma per farlo ha condannato 500 milioni di europei ad un modello di società incentrato sul profitto di pochi e sulla precarietà di molti, il cui perimetro di definizione è scritto a chiare lettere nei trattati dell’Unione Europea. Questa è la sua eredità.
Fonte
Anno significativo, il 2013 anticipa tutto quello che vedremo svolgersi in Italia fino ai giorni nostri. Si apre, infatti, con le prime elezioni politiche che vedono la partecipazione del Movimento 5 Stelle, un partito che al suo ingresso nel panorama politico parlamentare si aggiudica circa il 25% dei consensi. Si trattava di un marcato mutamento degli assetti politici tradizionali: all’indomani della fallimentare esperienza del Governo Monti, nessuna opzione politica – tra quelle che avevano scandito gli ultimi venti anni di vita politica italiana – appare percorribile: archiviato il bipolarismo, salta lo schema dell’alternanza tra centro-destra e centro-sinistra e si rendono necessarie nuove strategie e alleanze. Da lì in avanti assisteremo ad un disordinato rimescolamento della classe politica italiana, a partire dal Governo Letta – che vede convergere il centro-sinistra con pezzi consistenti del centro-destra – fino all’inedita alleanza tra PD e Movimento 5 Stelle che governa oggi.
Quell’anno inaugura dunque un’apparente instabilità politica che non sembra ancora esaurirsi, ma quando viene interpellato sui rischi di questa instabilità, il Presidente della BCE Mario Draghi stupisce tutti:
L’Italia prosegue sulla strada delle riforme, indipendentemente dall’esito elettorale. Le riforme continuano come se fosse inserito il pilota automatico.In qualche maniera, la risposta delude i cronisti che stavano seguendo con passione i continui stravolgimenti del panorama politico nazionale: secondo Draghi, questo caos è solo un’apparenza, sotto alla quale resiste – solido – un disegno di società, un modello di politica economica che si va rafforzando “indipendentemente dall’esito elettorale”, cioè a dire indipendentemente dalla volontà espressa dal popolo sovrano circa la direzione da prendere per organizzare la nostra società.
Volendo riassumere in poche righe l’eredità politica che Draghi lascia all’Europa, nulla è più efficace della figura del pilota automatico. Dietro a quell’immagine c’è un attento lavorio, con il quale le istituzioni europee – la cui punta di diamante è la BCE guidata da Draghi – hanno usato la crisi del 2009 per perfezionare i meccanismi disciplinanti con cui governano l’economia ed impongono ad un intero continente una medesima linea politica, quella del neoliberismo più sfrenato, della deregolamentazione dei mercati, dello smantellamento dello stato sociale e della svalorizzazione del lavoro. Ma quali sono i pilastri di questa architettura politico-economica che Draghi chiama pilota automatico? Superata l’Europa di Maastricht, meno efficace nelle decisioni ed incapace di accompagnare il rapido evolversi del quadro economico internazionale, Draghi lascia alle sue spalle un’Europa nuova, più flessibile e per questo capace di rafforzare il suo governo dell’economia, un controllo che passa per due momenti fondamentali: sorvegliare e punire.
Sorvegliare
Appena insediatosi a Francoforte, parlando ad un Parlamento Europeo diviso sul percorso da intraprendere per riformare l’Europa in piena crisi economica, Draghi indica una via. Mettere da parte le divisioni e concentrarsi immediatamente sulla disciplina fiscale:
Credo che la nostra unione economica e monetaria abbia bisogno di un nuovo contratto di finanza pubblica – una riscrittura fondamentale delle regole di bilancio da associare agli impegni dei Paesi della zona euro.Un contratto fiscale, un accordo sulla disciplina dei conti pubblici scorporato da tutte le altre questioni sulle quali i politici europei si sarebbero potuti continuare a confrontare per lustri: è la nascita del Fiscal Compact, che impone ai paesi europei non più l’indicativa soglia del 3% massimo di deficit pubblico, ma un rigido pareggio di bilancio accompagnato da un monitoraggio costante dei conti pubblici, il Semestre Europeo. Si tratta di un vero e proprio salto qualitativo rispetto allo schema di Maastricht, uno schema che aveva consentito continue eccezioni alla regola, lasciando ampi spazi ai governi europei per aggirare la disciplina di bilancio. Con il Fiscal Compact, il disavanzo pubblico di medio termine viene sostanzialmente bandito, costringendo tutti i Paesi ad una stretta fiscale. Con il Semestre Europeo, le istituzioni europee hanno la possibilità di vagliare ogni singolo passaggio nella definizione della politica economica dei Paesi membri, costretti a trasmettere a Bruxelles con anticipo tutti i documenti fondamentali di finanza pubblica. La Commissione Europea controlla così la scrittura stessa della Legge di Bilancio, e può indicare a ciascun Paese i passi che deve intraprendere per tornare sul percorso di riduzione del debito pubblico imposto dal Fiscal Compact. Questo schema consente dunque una sorveglianza totale sulla politica economica dei singoli Paesi da parte delle istituzioni europee.
Punire
Questo meccanismo disciplinante sarebbe però inefficace se non prevedesse un’adeguata punizione per i Paesi restii a seguire le prescrizioni del Fiscal Compact. E qui interviene, direttamente, l’azione dell’autorità monetaria. Tutti i nuovi strumenti di politica monetaria introdotti sotto la Presidenza Draghi (dalle Operazioni Monetarie Definitive, le OMT, al Quantitative Easing, il QE) hanno condotto sul proscenio del governo dell’economia europea la sua banca centrale, confinata fino ad allora ai compiti tradizionali di gestione dei mercati finanziari e valutari. Quando Draghi dichiarò che avrebbe fatto tutto il necessario per salvaguardare la tenuta della moneta unica, il famoso “whatever it takes”, sancì l’inizio di una dominanza monetaria sull’economia europea che passava per una impetuosa inondazione di liquidità. Più che triplicando la dimensione del proprio bilancio, la BCE si è posta al centro del funzionamento del sistema economico e, ciò che più conta, si è messa nella posizione di poter condizionare pesantemente le politiche fiscali nazionali.
La politica fiscale, ovvero la politica di bilancio di uno Stato, concerne le scelte di spesa pubblica e di finanziamento della stessa che può avvenire o tramite i tributi o in deficit (tramite il ricorso al debito pubblico): controllare i meccanismi e le condizioni dell’indebitamento pubblico significa, di fatto, controllare una parte rilevante della politica di bilancio di un Paese. Esattamente quello che la BCE sta facendo negli ultimi anni. In che modo? Tra i più importanti strumenti concreti di conduzione della politica monetaria adottati da una banca centrale vi sono le compravendite di titoli sui mercati finanziari: si tratta di operazioni che consentono di immettere e ritirare moneta dal sistema economico. L’oggetto principale degli acquisti condotti dalla BCE dal 2015 ad oggi sono stati i titoli del debito pubblico dei Paesi membri, ed oggi l’autorità monetaria è il principale creditore di tutti i governi europei. Questa posizione di dominio gli permette di attestarsi un ruolo di vertice anche nelle scelte di politica fiscale dei singoli Paesi. Ad esempio, se un governo prova a realizzare un deficit di bilancio maggiore di quello consentito dalla Commissione Europea, il tentativo viene immediatamente rilevato dal capillare meccanismo di sorveglianza dei conti e scatta la punizione: la BCE inizia a ridurre gli acquisti dei titoli del Paese indisciplinato, o addirittura inizia a vendere sui mercati lo stock di quei titoli in suo possesso. Ciò provoca una diminuzione del prezzo del titolo e, parallelamente, un aumento del tasso d’interesse: appare così lo spread, ed il Paese indisciplinato inizia a ballare la rumba dell’instabilità finanziaria. Ecco che, usando la leva monetaria, cioè tutta la potenza di fuoco inaugurata con il “whatever it takes” e messa in campo con il QE, la BCE ha il potere di ricattare i governi europei: o accettano il percorso disegnato dal Fiscal Compact, e cioè la linea politica dell’austerità, oppure sono condannati all’instabilità finanziaria e alla crisi.
Ecco il pilota automatico
Noi possiamo certamente votare, in via ipotetica, per ricostruire lo stato sociale, per migliorare la legislazione sul lavoro, per nazionalizzare i settori strategici o per ogni altra misura che possa avvantaggiare le classi subalterne, ma l’Italia, piaccia o non piaccia al popolo sovrano, deve proseguire lungo i binari dell’austerità fiscale e della distruzione del modello sociale europeo, indipendentemente dall’esito elettorale. Perché la nostra moneta, l’euro, non è un neutrale strumento di gestione dell’economia: è un progetto politico preciso, a cui Draghi ha conferito la forza di imporre disoccupazione, precarietà e sfruttamento fuori da ogni controllo democratico.
Sì, Draghi ha salvato l’euro, ma per farlo ha condannato 500 milioni di europei ad un modello di società incentrato sul profitto di pochi e sulla precarietà di molti, il cui perimetro di definizione è scritto a chiare lettere nei trattati dell’Unione Europea. Questa è la sua eredità.
Fonte
15/09/2019
Germania in recessione: per l’Unione Europea è l’Anno zero
Le conferme fioccano: il vecchio mondo europeo e tedesco-centrico nato dopo il 1989 è in crisi nera.
La vittoria sul “socialismo reale” è stata – non paradossalmente – un disincentivo all’innovazione del modello di sviluppo europeo, che anzi è stato parzialmente ridisegnato secondo i dettami dell’ordoliberismo teutonico: centralità delle esportazioni, bassi salari, precarietà contrattuale, taglio della spesa e degli investimenti pubblici, estromissione dello Stato dall’economia reale e sua funzione solo “regolativa” del libero gioco del mercato (l’”ordo” che accompagna, senza affatto temperarlo, il “liberismo”).
Il trentennio della “globalizzazione” si è ormai chiuso, la concorrenza tra macro-aree continentali capitaliste si accentua di giorno in giorno (la “guerra dei dazi” trumpiana ha anche Berlino nel mirino) e il modello di sviluppo continentale si scopre ancora incentrato sull’industria automobilistica a trazione diesel. In termini evolutivi, alla preistoria.
Tutta l’Unione Europea – il suo sistema di trattati e di sanzioni – è stato costruito su questo “modello di sviluppo ineguale” che ha accresciuto le distanze tra paesi forti e deboli, aree sviluppate e non, classi sociali favorite e penalizzate (i lavoratori di tutta Europa, tedeschi compresi, non vedono aumenti salariali reali – in termini di potere d’acquisto – da almeno venti anni).
Ora tutto trema, ma cambiare modello in corso è sempre complicato. Ancor più quando, invece di una struttura federale tendenzialmente unitaria e “compensativa”, si ha a disposizione solo una tecnostruttura costruita per esacerbare la concorrenza interna, comprimendo i consumi di massa. Qualcuno dovrebbe investire il proprio sovrappiù accumulato negli anni, ammodernando la propria struttura produttiva in termini di prodotto (non solo “di processo” tendente a risparmiare lavoro con l’automazione) e permettere così anche ai paesi o le aree più deboli di uscire dalla tenaglia di crisi e austerità.
Qualcuno dovrebbe insomma rinunciare ai vantaggi di cui ha goduto per 30 anni, prendendo a cuore il “bene comune” del Continente anziché il gretto interesse nazionalistico e di classe.
Vi sembra realistico? Vi sembra che l’attuale classe dirigente europea sia in grado di avere questo storico “colpo d’ala”?
L’editoriale di Guido Salerno Aletta per Milano Finanza aiuta a chiarirsi le idee e sgombrare il campo dalle illusioni.
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
L’economia tedesca, già in rallentamento, è prossima alla recessione: dopo aver registrato una contrazione congiunturale dello 0,1% nel secondo trimestre di quest’anno, si prevede che ne segua una identica contrazione nel terzo. Ed è l’unico Paese dell’Eurozona ad avere questa performance negativa, seguito solo dall’Italia che alla fine del secondo trimestre è entrata in stagnazione.
Occorre approfondire ciò che sta accadendo in Germania per comprendere se si tratta di fenomeni congiunturali, evanescenti, oppure se sono il sintomo di modifiche strutturali del quadro interno ed internazionale.
Andiamo per gradi. In ordine ai fattori determinanti della crescita economica nel secondo trimestre dell’anno, Eurostat ha rilevato che l’Eurozona nel suo complesso ha subìto un contributo negativo da parte della componente estera: mentre l’export non ha subito variazioni apprezzabili, l’import è cresciuto dello 0,2%.
I dati diffusi da Destatis, l’Istituto di statistica tedesco, chiariscono le dinamiche che stanno caratterizzando le relazioni commerciali della Germania con l’estero: la contrazione del prodotto che è stata registrata nel secondo trimestre dell’anno deriva dal più consistente rallentamento dell’export rispetto a quello dell’import. Una volta aggiustato ai prezzi e destagionalizzato, l’export si è contratto dell’1,3% rispetto al trimestre precedente. Le importazioni sono invece diminuite solo dello 0,3%.
Questi dati congiunturali potrebbero essere considerati trascurabili se non ci fosse una corrispondente tendenza di più lungo periodo, visto che il commercio internazionale ha contribuito al rallentamento della crescita tedesca anche su base annua: in termini reali, dunque aggiustato ai prezzi, l’export si è contratto dello 0,8%. Le importazioni di beni e servizi, invece, sono cresciute dell’1,8%.
La manifattura tedesca, fin qui una gloriosa macchina da guerra, si è inceppata: in termini reali, rispetto al secondo trimestre del 2018, ha registrato una contrazione del 4,9%. Ed è un comparto di enorme rilievo, visto che pesa per un quinto dell’intera economia tedesca.
Se nei dodici mesi il valore aggiunto prodotto in Germania si è contratto complessivamente solo dello 0,1%, lo si deve all’andamento particolarmente dinamico dei settori delle costruzioni (+2,8%) e dei servizi di comunicazione ed informazione (+3,3%). Ci sono stati dunque due andamenti negativi: la caduta dell’export e quella della manifattura.
Sul versante della distribuzione del reddito, che in Germania in questo stesso periodo annale è aumentato in termini monetari complessivamente del 2,7%, si sono verificati due andamenti tra loro completamente opposti: mentre la remunerazione del lavoro è cresciuta del 4,5%, le rendite ed i profitti di impresa sono calati del 1,9%.
Sembra dunque che il successo del mercantilismo tedesco di questi ultimi anni, basato sulla crescita costante delle esportazioni manifatturiere e su un contemporaneo rigidissimo controllo dei costi salariali, sia arrivato al capolinea.
C’è un altro aspetto che va considerato: l’accumulazione di saldi strutturali attivi sull’estero comporta, alla lunga, una esposizione debitoria insostenibile. All’interno dell’Eurozona, dopo la crisi del 2010, un default del debito sovrano o del sistema bancario di uno dei tanti Paesi strutturalmente deficitari sul piano della bilancia dei pagamenti correnti e delle relazioni finanziarie con l’estero avrebbe portato al collasso dell’euro.
All’interno dell’area è stato realizzato un processo di generale riequilibrio nelle relazioni commerciali e finanziarie che ha ridotto lo spazio per una crescita tedesca fondata su un attivo strutturale: il saldo per merci è infatti crollato dai 128 miliardi di euro del 2007 ai 56 miliardi del 2018. Di converso, numerosi Paesi, tra cui Polonia, Grecia e Spagna, hanno ridotto drasticamente il loro passivo. Solo la Francia e la Gran Bretagna hanno ingigantito, più che raddoppiandolo, il loro passivo commerciale infra-Ue: la prima è passata da –53 a –103 miliardi di euro, la seconda da –51 a –107 miliardi.
L’Italia, pur con qualche violenta oscillazione al ribasso, è rimasta in attivo attorno agli 8-10 miliardi di euro annui. La Germania ha però recuperato ampiamente il suo attivo commerciale strutturale, focalizzandosi sui Paesi non appartenenti all’Eurozona.
Ora, però, la prospettiva della Brexit, il nuovo corso politico americano che implica relazioni commerciali non solo libere ma anche equilibrate, ed il completamento della trasformazione della economia cinese nel comparto manifatturiero, rappresentano altrettante incognite per l’economia tedesca e per il modello mercantilistico su cui ha prosperato.
C’è dunque una morsa che sta bloccando strutturalmente la dinamica economica tedesca: il meccanismo mercantilistico della crescita fondata sugli attivi commerciali strutturali è stato azzoppato sia sul versante dell’export, per via dei processi di riequilibrio delle relazioni commerciali, sia all’interno dell’Eurozona che nei confronti degli altri principali partner extra europei, sia su quello dell’import per via dell’aumento delle retribuzioni interne.
Ci sono tre ulteriori questioni, sempre strutturali. In primo luogo, l’economia tedesca è fortemente legata alla manifattura tradizionale ed in particolare al settore dell’auto, che è in profonda trasformazione per la trazione elettrica e la guida autonoma: le nuove tecnologie abbatteranno il vantaggio competitivo accumulato in decenni di investimenti nelle tecnologie meccaniche.
La Cancelliera Angela Merkel, che con tanta forza in passato aveva ribattuto alle richieste ultimative del Presidente americano Donald Trump di procedere ad un riequilibrio commerciale nel settore automobilistico, vantandosi dell’eccellenza impareggiabile dei prodotti tedeschi, ha dovuto ammettere in questi giorni, inaugurando a Francoforte il Salone dell’automobile, che questa industria vitale per la Germania deve sviluppare nuove tecnologie e riconquistare la fiducia persa tra i consumatori. Soprattutto dopo il dieselgate, che ha visto il colosso Volkswagen truccare i test delle emissioni di 11 milioni di veicoli circolanti in tutto il mondo.
Ci si muove su un crinale assai delicato, anche per le industrie dei Paesi partner come l’Italia.
In secondo luogo, in Germania la percentuale di produzione energetica da fonti fossili, tra cui il carbone, è ancora molto alta e richiederà sforzi assai consistenti per realizzare la transizione verso le fonti rinnovabili ed il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2.
Infine, il segmento dei servizi è ancora molto debole: nel periodo gennaio-luglio di quest’anno, la bilancia dei pagamenti correnti della Germania ha registrato in questo settore un passivo di 11,4 miliardi di euro, in peggioramento rispetto a quello dello stesso periodo dell’anno precedente, quando era stato di 9,9 miliardi.
La Germania si trova ad affrontare con enorme ritardo una serie di problemi strutturali. Ed è stato lo stesso Governatore della Bce, Mario Draghi, nel corso della conferenza stampa tenuta giovedì scorso al termine della riunione del Board, ad invitare i Paesi che hanno “spazio fiscale” a farne subito uso per contrastare le tendenze recessive: da sola, la politica monetaria accomodante non basta.
Il riferimento alla Germania è stato chiaro a tutti, e trapelano indiscrezioni sulla decisione del governo tedesco di intervenire in modo deciso, mediante istituzioni e strumenti che si muovano in parallelo rispetto al bilancio pubblico.
Una strategia strumentale, per non rimettere in discussione il Fiscal Compact. Questo Trattato è stata una gabbia per tutta l’Europa: non solo ha impedito gli investimenti pubblici infrastrutturali, ma soprattutto il sostegno alle innovazioni in campo ambientale ed al progresso tecnologico su cui ora scontiamo un ritardo irrecuperabile.
Alla Germania è servito per mantenere un assetto produttivo tradizionale ed un modello di competizione mercantilistica che oggi la penalizzano per prima, e più degli altri. È servito a tenere sotto controllo debitori e competitor.
Il rischio, ora, è che il Fiscal Compact venga utilizzato ancora, per consentire solo alla Germania di procedere in solitaria alla riconversione ed alla ristrutturazione produttiva. Sarebbe comunque un impegno immane, considerando lo sbilanciamento strutturale della economia tedesca.
Ritornano sempre gli stessi nodi da sciogliere, primo tra tutti il divario tra i diversi paesi dell’Eurozona in termini di debito pubblico e di oneri connessi al suo servizio, che risalgono ai tempi del Trattato di Maastricht e che si sono vieppiù aggravati dopo dieci anni di crisi dell’Eurozona.
Non è solo il Fiscal Compact che va rimesso in discussione, ma l’architettura finanziaria, fiscale e monetaria europea che si è andata stratificando a partire dal Trattato di Maastricht. Non si tratta solo di rimuovere i tanti divieti disseminati dappertutto, che ad esempio impediscono alla Bce di assumere la funzione di prestatore di ultima istanza o di intervenire sul mercato per stroncare sul nascere la speculazione sui titoli di Stato, quanto di preordinare le istituzioni e gli strumenti idonei a sostenere una fase nuova, di crescita sostenuta ed equilibrata in tutto il Continente europeo, e non solo nei Paesi tradizionalmente più forti.
C’è in gioco, ormai, non solo la coesione sociale e la stabilità economica e finanziaria dell’Eurozona, quanto la stessa sopravvivenza politica dell’Unione. Dalla deglobalizzazione in corso alla disgregazione, il passo è davvero piccolo.
Fonte
La vittoria sul “socialismo reale” è stata – non paradossalmente – un disincentivo all’innovazione del modello di sviluppo europeo, che anzi è stato parzialmente ridisegnato secondo i dettami dell’ordoliberismo teutonico: centralità delle esportazioni, bassi salari, precarietà contrattuale, taglio della spesa e degli investimenti pubblici, estromissione dello Stato dall’economia reale e sua funzione solo “regolativa” del libero gioco del mercato (l’”ordo” che accompagna, senza affatto temperarlo, il “liberismo”).
Il trentennio della “globalizzazione” si è ormai chiuso, la concorrenza tra macro-aree continentali capitaliste si accentua di giorno in giorno (la “guerra dei dazi” trumpiana ha anche Berlino nel mirino) e il modello di sviluppo continentale si scopre ancora incentrato sull’industria automobilistica a trazione diesel. In termini evolutivi, alla preistoria.
Tutta l’Unione Europea – il suo sistema di trattati e di sanzioni – è stato costruito su questo “modello di sviluppo ineguale” che ha accresciuto le distanze tra paesi forti e deboli, aree sviluppate e non, classi sociali favorite e penalizzate (i lavoratori di tutta Europa, tedeschi compresi, non vedono aumenti salariali reali – in termini di potere d’acquisto – da almeno venti anni).
Ora tutto trema, ma cambiare modello in corso è sempre complicato. Ancor più quando, invece di una struttura federale tendenzialmente unitaria e “compensativa”, si ha a disposizione solo una tecnostruttura costruita per esacerbare la concorrenza interna, comprimendo i consumi di massa. Qualcuno dovrebbe investire il proprio sovrappiù accumulato negli anni, ammodernando la propria struttura produttiva in termini di prodotto (non solo “di processo” tendente a risparmiare lavoro con l’automazione) e permettere così anche ai paesi o le aree più deboli di uscire dalla tenaglia di crisi e austerità.
Qualcuno dovrebbe insomma rinunciare ai vantaggi di cui ha goduto per 30 anni, prendendo a cuore il “bene comune” del Continente anziché il gretto interesse nazionalistico e di classe.
Vi sembra realistico? Vi sembra che l’attuale classe dirigente europea sia in grado di avere questo storico “colpo d’ala”?
L’editoriale di Guido Salerno Aletta per Milano Finanza aiuta a chiarirsi le idee e sgombrare il campo dalle illusioni.
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Germania in recessione: per l’Unione è l’Anno zero
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
L’economia tedesca, già in rallentamento, è prossima alla recessione: dopo aver registrato una contrazione congiunturale dello 0,1% nel secondo trimestre di quest’anno, si prevede che ne segua una identica contrazione nel terzo. Ed è l’unico Paese dell’Eurozona ad avere questa performance negativa, seguito solo dall’Italia che alla fine del secondo trimestre è entrata in stagnazione.
Occorre approfondire ciò che sta accadendo in Germania per comprendere se si tratta di fenomeni congiunturali, evanescenti, oppure se sono il sintomo di modifiche strutturali del quadro interno ed internazionale.
Andiamo per gradi. In ordine ai fattori determinanti della crescita economica nel secondo trimestre dell’anno, Eurostat ha rilevato che l’Eurozona nel suo complesso ha subìto un contributo negativo da parte della componente estera: mentre l’export non ha subito variazioni apprezzabili, l’import è cresciuto dello 0,2%.
I dati diffusi da Destatis, l’Istituto di statistica tedesco, chiariscono le dinamiche che stanno caratterizzando le relazioni commerciali della Germania con l’estero: la contrazione del prodotto che è stata registrata nel secondo trimestre dell’anno deriva dal più consistente rallentamento dell’export rispetto a quello dell’import. Una volta aggiustato ai prezzi e destagionalizzato, l’export si è contratto dell’1,3% rispetto al trimestre precedente. Le importazioni sono invece diminuite solo dello 0,3%.
Questi dati congiunturali potrebbero essere considerati trascurabili se non ci fosse una corrispondente tendenza di più lungo periodo, visto che il commercio internazionale ha contribuito al rallentamento della crescita tedesca anche su base annua: in termini reali, dunque aggiustato ai prezzi, l’export si è contratto dello 0,8%. Le importazioni di beni e servizi, invece, sono cresciute dell’1,8%.
La manifattura tedesca, fin qui una gloriosa macchina da guerra, si è inceppata: in termini reali, rispetto al secondo trimestre del 2018, ha registrato una contrazione del 4,9%. Ed è un comparto di enorme rilievo, visto che pesa per un quinto dell’intera economia tedesca.
Se nei dodici mesi il valore aggiunto prodotto in Germania si è contratto complessivamente solo dello 0,1%, lo si deve all’andamento particolarmente dinamico dei settori delle costruzioni (+2,8%) e dei servizi di comunicazione ed informazione (+3,3%). Ci sono stati dunque due andamenti negativi: la caduta dell’export e quella della manifattura.
Sul versante della distribuzione del reddito, che in Germania in questo stesso periodo annale è aumentato in termini monetari complessivamente del 2,7%, si sono verificati due andamenti tra loro completamente opposti: mentre la remunerazione del lavoro è cresciuta del 4,5%, le rendite ed i profitti di impresa sono calati del 1,9%.
Sembra dunque che il successo del mercantilismo tedesco di questi ultimi anni, basato sulla crescita costante delle esportazioni manifatturiere e su un contemporaneo rigidissimo controllo dei costi salariali, sia arrivato al capolinea.
C’è un altro aspetto che va considerato: l’accumulazione di saldi strutturali attivi sull’estero comporta, alla lunga, una esposizione debitoria insostenibile. All’interno dell’Eurozona, dopo la crisi del 2010, un default del debito sovrano o del sistema bancario di uno dei tanti Paesi strutturalmente deficitari sul piano della bilancia dei pagamenti correnti e delle relazioni finanziarie con l’estero avrebbe portato al collasso dell’euro.
All’interno dell’area è stato realizzato un processo di generale riequilibrio nelle relazioni commerciali e finanziarie che ha ridotto lo spazio per una crescita tedesca fondata su un attivo strutturale: il saldo per merci è infatti crollato dai 128 miliardi di euro del 2007 ai 56 miliardi del 2018. Di converso, numerosi Paesi, tra cui Polonia, Grecia e Spagna, hanno ridotto drasticamente il loro passivo. Solo la Francia e la Gran Bretagna hanno ingigantito, più che raddoppiandolo, il loro passivo commerciale infra-Ue: la prima è passata da –53 a –103 miliardi di euro, la seconda da –51 a –107 miliardi.
L’Italia, pur con qualche violenta oscillazione al ribasso, è rimasta in attivo attorno agli 8-10 miliardi di euro annui. La Germania ha però recuperato ampiamente il suo attivo commerciale strutturale, focalizzandosi sui Paesi non appartenenti all’Eurozona.
Ora, però, la prospettiva della Brexit, il nuovo corso politico americano che implica relazioni commerciali non solo libere ma anche equilibrate, ed il completamento della trasformazione della economia cinese nel comparto manifatturiero, rappresentano altrettante incognite per l’economia tedesca e per il modello mercantilistico su cui ha prosperato.
C’è dunque una morsa che sta bloccando strutturalmente la dinamica economica tedesca: il meccanismo mercantilistico della crescita fondata sugli attivi commerciali strutturali è stato azzoppato sia sul versante dell’export, per via dei processi di riequilibrio delle relazioni commerciali, sia all’interno dell’Eurozona che nei confronti degli altri principali partner extra europei, sia su quello dell’import per via dell’aumento delle retribuzioni interne.
Ci sono tre ulteriori questioni, sempre strutturali. In primo luogo, l’economia tedesca è fortemente legata alla manifattura tradizionale ed in particolare al settore dell’auto, che è in profonda trasformazione per la trazione elettrica e la guida autonoma: le nuove tecnologie abbatteranno il vantaggio competitivo accumulato in decenni di investimenti nelle tecnologie meccaniche.
La Cancelliera Angela Merkel, che con tanta forza in passato aveva ribattuto alle richieste ultimative del Presidente americano Donald Trump di procedere ad un riequilibrio commerciale nel settore automobilistico, vantandosi dell’eccellenza impareggiabile dei prodotti tedeschi, ha dovuto ammettere in questi giorni, inaugurando a Francoforte il Salone dell’automobile, che questa industria vitale per la Germania deve sviluppare nuove tecnologie e riconquistare la fiducia persa tra i consumatori. Soprattutto dopo il dieselgate, che ha visto il colosso Volkswagen truccare i test delle emissioni di 11 milioni di veicoli circolanti in tutto il mondo.
Ci si muove su un crinale assai delicato, anche per le industrie dei Paesi partner come l’Italia.
In secondo luogo, in Germania la percentuale di produzione energetica da fonti fossili, tra cui il carbone, è ancora molto alta e richiederà sforzi assai consistenti per realizzare la transizione verso le fonti rinnovabili ed il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2.
Infine, il segmento dei servizi è ancora molto debole: nel periodo gennaio-luglio di quest’anno, la bilancia dei pagamenti correnti della Germania ha registrato in questo settore un passivo di 11,4 miliardi di euro, in peggioramento rispetto a quello dello stesso periodo dell’anno precedente, quando era stato di 9,9 miliardi.
La Germania si trova ad affrontare con enorme ritardo una serie di problemi strutturali. Ed è stato lo stesso Governatore della Bce, Mario Draghi, nel corso della conferenza stampa tenuta giovedì scorso al termine della riunione del Board, ad invitare i Paesi che hanno “spazio fiscale” a farne subito uso per contrastare le tendenze recessive: da sola, la politica monetaria accomodante non basta.
Il riferimento alla Germania è stato chiaro a tutti, e trapelano indiscrezioni sulla decisione del governo tedesco di intervenire in modo deciso, mediante istituzioni e strumenti che si muovano in parallelo rispetto al bilancio pubblico.
Una strategia strumentale, per non rimettere in discussione il Fiscal Compact. Questo Trattato è stata una gabbia per tutta l’Europa: non solo ha impedito gli investimenti pubblici infrastrutturali, ma soprattutto il sostegno alle innovazioni in campo ambientale ed al progresso tecnologico su cui ora scontiamo un ritardo irrecuperabile.
Alla Germania è servito per mantenere un assetto produttivo tradizionale ed un modello di competizione mercantilistica che oggi la penalizzano per prima, e più degli altri. È servito a tenere sotto controllo debitori e competitor.
Il rischio, ora, è che il Fiscal Compact venga utilizzato ancora, per consentire solo alla Germania di procedere in solitaria alla riconversione ed alla ristrutturazione produttiva. Sarebbe comunque un impegno immane, considerando lo sbilanciamento strutturale della economia tedesca.
Ritornano sempre gli stessi nodi da sciogliere, primo tra tutti il divario tra i diversi paesi dell’Eurozona in termini di debito pubblico e di oneri connessi al suo servizio, che risalgono ai tempi del Trattato di Maastricht e che si sono vieppiù aggravati dopo dieci anni di crisi dell’Eurozona.
Non è solo il Fiscal Compact che va rimesso in discussione, ma l’architettura finanziaria, fiscale e monetaria europea che si è andata stratificando a partire dal Trattato di Maastricht. Non si tratta solo di rimuovere i tanti divieti disseminati dappertutto, che ad esempio impediscono alla Bce di assumere la funzione di prestatore di ultima istanza o di intervenire sul mercato per stroncare sul nascere la speculazione sui titoli di Stato, quanto di preordinare le istituzioni e gli strumenti idonei a sostenere una fase nuova, di crescita sostenuta ed equilibrata in tutto il Continente europeo, e non solo nei Paesi tradizionalmente più forti.
C’è in gioco, ormai, non solo la coesione sociale e la stabilità economica e finanziaria dell’Eurozona, quanto la stessa sopravvivenza politica dell’Unione. Dalla deglobalizzazione in corso alla disgregazione, il passo è davvero piccolo.
Fonte
10/09/2019
L’uomo del Fiscal Compact all’Economia. Ecco chi è il neoministro Gualtieri
Il nuovo governo Conte offre garanzie alle istituzioni europee e ai
mercati tramite una serie di personalità, tra queste spicca il titolare
al Mef con una storia politica emblematica della mutazione della
sinistra, in particolare del passaggio della parte maggioritaria
dell’ultimissimo Pci a partito neoliberista che, mascheratosi di una
patina di sinistra, ha finito per adottare politiche sempre più di
destra sui più decisivi temi economici e sociali.
di Domenico Moro
Ogni epoca ha i suoi uomini, che ne esprimono il carattere e le forze sociali prevalenti. Questo vale anche per il governo Conte bis e i ministri che ne fanno parte. In particolare, vale, a causa della centralità del ruolo e della sua storia personale, per il neoministro dell’economia Roberto Gualtieri.
Il governo Conte bis nasce con l’endorsement, all’incontro di Biarritz del G7, di Trump, Macron e Merkel. La sua nascita è salutata, come titola il Sole 24ore, dall’applauso dei mercati: la borsa di Milano cresce dell’1,58%, precedendo Parigi, Francoforte e Madrid, mentre lo spread cala a 148 punti, ritornando ai livelli precedenti la nascita del governo Lega-M5s.
Grazie soprattutto alle garanzie offerte agli investitori internazionali da Roberto Gualtieri, per le ragioni che vedremo, anche le maggiori agenzie di rating internazionali danno un giudizio positivo. Secondo Standard & Poor: “la nuova coalizione di governo può spianare la strada a importanti adeguamenti politici compreso il nodo critico della Legge di Bilancio 2020”. Fitch rileva che l’uscita della Lega dalla compagine di governo “riduce il rischio che le autorità italiane si svincolino dalle regole e dai processi europei, cosa che avrebbe potuto causare instabilità sui mercati finanziari”. Più di recente anche le maggiori imprese italiane, riunite per il loro incontro annuale a Cernobbio, hanno espresso la propria soddisfazione per il nuovo governo.
Tutti questi giudizi positivi dipendono dal fatto che la collocazione di questo nuovo governo all’interno della Nato e all’alleanza con gli Usa e soprattutto all’interno della Ue e dell’area euro è chiara e senza dubbi. Tale collocazione è garantita non solo dal M5s che sembra aver fatto una inversione di 180° rispetto al proprio precedente anti-europeismo, impegnandosi nei suoi punti programmatici a “perseguire una politica economica espansiva senza compromettere l’equilibrio di finanza pubblica”. La collocazione euroatlantica è garantita soprattutto dalla sostituzione della Lega col nuovo partner di governo, il Pd, che controlla le caselle più importanti per interfacciarsi con la Ue e i mercati e che rappresenta storicamente il garante degli impegni internazionali italiani con la Nato e la Ue. Del resto, il Pd fa parte del Partito socialista europeo (Pse), che è stato, insieme e forse anche più del Partito popolare europeo, la gamba su cui sono state portate avanti l’integrazione europea e l’austerity.
Il Pd offre garanzie alle istituzioni europee e ai mercati tramite una serie di uomini collocati fuori e all’interno del governo. All’esterno del governo troviamo David Sassoli, presidente dell’Europarlamento, e soprattutto Paolo Gentiloni che è stato nominato da Conte come rappresentante italiano nella Commissione europea sotto Ursula von der Leyen. All’interno del governo troviamo Vincenzo Amendola, ministro degli Affari europei, e soprattutto Roberto Gualtieri, ministro dell’economia e delle finanze, che, al momento in cui ancora non ne era sicura la nomina, ha incassato l’endorsement addirittura di Christine Lagarde, la neonominata presidente della Banca centrale europea: “La nomina di Roberto Gualtieri a ministro dell’economia sarebbe un bene per l’Europa e per l’Italia”.
Gualtieri presenta una storia politica che è emblematica della trasformazione interna della sinistra, in particolare del passaggio della parte maggioritaria dell’ultimissimo Pci a partito neoliberista, che mascheratosi di una patina di sinistra, ha finito per adottare sui temi più decisivi, a livello economico e sociale, politiche sempre più di destra.
Gualtieri, professore di storia alla Sapienza, dopo “molti tecnici” è il primo politico e il primo non economista da molto tempo ad occupare la poltrona di ministro dell’economia. Ha iniziato come iscritto alla Federazione dei giovani comunisti a metà anni ‘80. Tra 2001 e 2006 è stato membro dalemiano della segreteria romana dei Ds e dal 2008 è nella direzione nazionale del Pd. Inoltre, tra 2001 e 2016 è stato vicedirettore del più prestigioso istituto culturale della sinistra, l’Istituto Gramsci, di cui dal 2016 continua a essere membro del comitato dei garanti. Significativo è il ruolo rivestito da Gualtieri nella nascita del Pd. È stato uno dei tre relatori del convegno di Orvieto che ha dato vita alla costruzione del nuovo partito e in seguito ha fatto parte della commissione di saggi nominati da Romano Prodi che ha redatto il “manifesto” per il partito democratico.
Ma è a livello europeo che Gualtieri ha spiccato il volo, entrando nel 2009 nel Parlamento europeo. In particolare, Gualtieri tra 2014 e 2019 ha occupato l’importante poltrona di Presidente della Commissione per i Problemi Economici e Monetari del Parlamento europeo. Nello stesso periodo, però, è stato anche Presidente del Banking Union Working Group e del Financial Assistance Working Group del Parlamento europeo. Più di recente è entrato a far parte del gruppo negoziale con il Regno Unito per la Brexit. Questi ruoli lo hanno condotto a interessarsi, come uomo di punta del Pse, di tutti i dossier più importanti, cosa che oggi evidentemente i mercati giudicano positivamente.
A questo proposito è da rimarcare che Gualtieri ha legato il suo nome al trattato più famigerato mai varato dalla Ue. Infatti, nel 2011 è stato negoziatore per conto del Parlamento europeo del Fiscal compact, che ha obbligato l’Italia a inserire in Costituzione l’obbligo di pareggio di bilancio. La riforma del Trattato di stabilità del 2011, ricordiamolo, ha inasprito i vincoli previsti in precedenza, introducendo misure più rigide e penalizzazioni automatiche per chi violi i parametri del 3% al deficit e di riduzione progressiva del debito al 60%. È il Fiscal compact che, in concomitanza con la crisi peggiore dell’Europa dal 1929, ha impedito qualsiasi politica espansiva anticiclica. In questo modo il Fiscal compact ha trascinato a picco le economie di molti Paesi europei, e ha contratto pesantemente il welfare e l’assistenza sanitaria con risultati devastanti per le persone, specie in Grecia ma non solo lì.
Oggi, è proprio grazie alla sua esperienza con il Fiscal compact e ai buoni rapporti con le istituzioni e il personale (politico e burocratico) europeo che Gualtieri tranquillizza i mercati, che poi non sono altro che il grande capitale internazionalizzato. Questo settore dell’economia, come appare dalle dichiarazioni di Standard & Poor e Fitch, ha un’unica preoccupazione: durerà il governo? La risposta dipende in parte dal M5s. Più precisamente dipende dal fatto se cederà sulle questioni più decisive rispetto a quella che, con tutta evidenza, appare essere una posizione di egemonia del Pd. Per ora sulle nomine ad alcune caselle più importanti, come quella del rappresentante alla Commissione europea e su quella del ministro dell’economia e delle finanze ha già ceduto. Vedremo quello che accadrà sui temi più caldi, a partire dalle concessioni autostradali.
Tuttavia, come abbiamo detto, la risposta sulla durata del governo dipende solo in parte dal M5s. In buona parte dipende dal rallentamento dell’economia, in particolare di quella italiana. Questo rallentamento dipende dal riemergere della crisi economica strutturale, acuita dall’austerity europea e dalle varie guerre commerciali in atto. In mancanza di decise politiche espansive in deficit e in presenza di politiche di contenimento del debito, è probabile che la crisi economica si aggravi, determinando una crisi politica che potrebbe pregiudicare la durata della coalizione di governo. Nel contesto appena descritto, il nuovo ministro dell’economia non potrà esimersi dal fare quello che, secondo Monti, sarebbe il compito inerente al suo ruolo, “scontentare la gente”. Se così sarà, come è probabile, in mancanza di un tecnico cui addossare le colpe, sarà il Pd e il governo tutto a doverne pagare le conseguenze.
(9 settembre 2019)
Fonte
di Domenico Moro
Ogni epoca ha i suoi uomini, che ne esprimono il carattere e le forze sociali prevalenti. Questo vale anche per il governo Conte bis e i ministri che ne fanno parte. In particolare, vale, a causa della centralità del ruolo e della sua storia personale, per il neoministro dell’economia Roberto Gualtieri.
Il governo Conte bis nasce con l’endorsement, all’incontro di Biarritz del G7, di Trump, Macron e Merkel. La sua nascita è salutata, come titola il Sole 24ore, dall’applauso dei mercati: la borsa di Milano cresce dell’1,58%, precedendo Parigi, Francoforte e Madrid, mentre lo spread cala a 148 punti, ritornando ai livelli precedenti la nascita del governo Lega-M5s.
Grazie soprattutto alle garanzie offerte agli investitori internazionali da Roberto Gualtieri, per le ragioni che vedremo, anche le maggiori agenzie di rating internazionali danno un giudizio positivo. Secondo Standard & Poor: “la nuova coalizione di governo può spianare la strada a importanti adeguamenti politici compreso il nodo critico della Legge di Bilancio 2020”. Fitch rileva che l’uscita della Lega dalla compagine di governo “riduce il rischio che le autorità italiane si svincolino dalle regole e dai processi europei, cosa che avrebbe potuto causare instabilità sui mercati finanziari”. Più di recente anche le maggiori imprese italiane, riunite per il loro incontro annuale a Cernobbio, hanno espresso la propria soddisfazione per il nuovo governo.
Tutti questi giudizi positivi dipendono dal fatto che la collocazione di questo nuovo governo all’interno della Nato e all’alleanza con gli Usa e soprattutto all’interno della Ue e dell’area euro è chiara e senza dubbi. Tale collocazione è garantita non solo dal M5s che sembra aver fatto una inversione di 180° rispetto al proprio precedente anti-europeismo, impegnandosi nei suoi punti programmatici a “perseguire una politica economica espansiva senza compromettere l’equilibrio di finanza pubblica”. La collocazione euroatlantica è garantita soprattutto dalla sostituzione della Lega col nuovo partner di governo, il Pd, che controlla le caselle più importanti per interfacciarsi con la Ue e i mercati e che rappresenta storicamente il garante degli impegni internazionali italiani con la Nato e la Ue. Del resto, il Pd fa parte del Partito socialista europeo (Pse), che è stato, insieme e forse anche più del Partito popolare europeo, la gamba su cui sono state portate avanti l’integrazione europea e l’austerity.
Il Pd offre garanzie alle istituzioni europee e ai mercati tramite una serie di uomini collocati fuori e all’interno del governo. All’esterno del governo troviamo David Sassoli, presidente dell’Europarlamento, e soprattutto Paolo Gentiloni che è stato nominato da Conte come rappresentante italiano nella Commissione europea sotto Ursula von der Leyen. All’interno del governo troviamo Vincenzo Amendola, ministro degli Affari europei, e soprattutto Roberto Gualtieri, ministro dell’economia e delle finanze, che, al momento in cui ancora non ne era sicura la nomina, ha incassato l’endorsement addirittura di Christine Lagarde, la neonominata presidente della Banca centrale europea: “La nomina di Roberto Gualtieri a ministro dell’economia sarebbe un bene per l’Europa e per l’Italia”.
Gualtieri presenta una storia politica che è emblematica della trasformazione interna della sinistra, in particolare del passaggio della parte maggioritaria dell’ultimissimo Pci a partito neoliberista, che mascheratosi di una patina di sinistra, ha finito per adottare sui temi più decisivi, a livello economico e sociale, politiche sempre più di destra.
Gualtieri, professore di storia alla Sapienza, dopo “molti tecnici” è il primo politico e il primo non economista da molto tempo ad occupare la poltrona di ministro dell’economia. Ha iniziato come iscritto alla Federazione dei giovani comunisti a metà anni ‘80. Tra 2001 e 2006 è stato membro dalemiano della segreteria romana dei Ds e dal 2008 è nella direzione nazionale del Pd. Inoltre, tra 2001 e 2016 è stato vicedirettore del più prestigioso istituto culturale della sinistra, l’Istituto Gramsci, di cui dal 2016 continua a essere membro del comitato dei garanti. Significativo è il ruolo rivestito da Gualtieri nella nascita del Pd. È stato uno dei tre relatori del convegno di Orvieto che ha dato vita alla costruzione del nuovo partito e in seguito ha fatto parte della commissione di saggi nominati da Romano Prodi che ha redatto il “manifesto” per il partito democratico.
Ma è a livello europeo che Gualtieri ha spiccato il volo, entrando nel 2009 nel Parlamento europeo. In particolare, Gualtieri tra 2014 e 2019 ha occupato l’importante poltrona di Presidente della Commissione per i Problemi Economici e Monetari del Parlamento europeo. Nello stesso periodo, però, è stato anche Presidente del Banking Union Working Group e del Financial Assistance Working Group del Parlamento europeo. Più di recente è entrato a far parte del gruppo negoziale con il Regno Unito per la Brexit. Questi ruoli lo hanno condotto a interessarsi, come uomo di punta del Pse, di tutti i dossier più importanti, cosa che oggi evidentemente i mercati giudicano positivamente.
A questo proposito è da rimarcare che Gualtieri ha legato il suo nome al trattato più famigerato mai varato dalla Ue. Infatti, nel 2011 è stato negoziatore per conto del Parlamento europeo del Fiscal compact, che ha obbligato l’Italia a inserire in Costituzione l’obbligo di pareggio di bilancio. La riforma del Trattato di stabilità del 2011, ricordiamolo, ha inasprito i vincoli previsti in precedenza, introducendo misure più rigide e penalizzazioni automatiche per chi violi i parametri del 3% al deficit e di riduzione progressiva del debito al 60%. È il Fiscal compact che, in concomitanza con la crisi peggiore dell’Europa dal 1929, ha impedito qualsiasi politica espansiva anticiclica. In questo modo il Fiscal compact ha trascinato a picco le economie di molti Paesi europei, e ha contratto pesantemente il welfare e l’assistenza sanitaria con risultati devastanti per le persone, specie in Grecia ma non solo lì.
Oggi, è proprio grazie alla sua esperienza con il Fiscal compact e ai buoni rapporti con le istituzioni e il personale (politico e burocratico) europeo che Gualtieri tranquillizza i mercati, che poi non sono altro che il grande capitale internazionalizzato. Questo settore dell’economia, come appare dalle dichiarazioni di Standard & Poor e Fitch, ha un’unica preoccupazione: durerà il governo? La risposta dipende in parte dal M5s. Più precisamente dipende dal fatto se cederà sulle questioni più decisive rispetto a quella che, con tutta evidenza, appare essere una posizione di egemonia del Pd. Per ora sulle nomine ad alcune caselle più importanti, come quella del rappresentante alla Commissione europea e su quella del ministro dell’economia e delle finanze ha già ceduto. Vedremo quello che accadrà sui temi più caldi, a partire dalle concessioni autostradali.
Tuttavia, come abbiamo detto, la risposta sulla durata del governo dipende solo in parte dal M5s. In buona parte dipende dal rallentamento dell’economia, in particolare di quella italiana. Questo rallentamento dipende dal riemergere della crisi economica strutturale, acuita dall’austerity europea e dalle varie guerre commerciali in atto. In mancanza di decise politiche espansive in deficit e in presenza di politiche di contenimento del debito, è probabile che la crisi economica si aggravi, determinando una crisi politica che potrebbe pregiudicare la durata della coalizione di governo. Nel contesto appena descritto, il nuovo ministro dell’economia non potrà esimersi dal fare quello che, secondo Monti, sarebbe il compito inerente al suo ruolo, “scontentare la gente”. Se così sarà, come è probabile, in mancanza di un tecnico cui addossare le colpe, sarà il Pd e il governo tutto a doverne pagare le conseguenze.
(9 settembre 2019)
Fonte
20/03/2019
Germania-Italia: in conflitto da trenta anni
Ancora un testo molto informativo che mettiamo a disposizione dei nostri lettori. Soprattutto di quei compagni – sempre meno, per fortuna – che ancora pensano all’“Europa” come una sintesi di Erasmus e libertà di viaggiare, senza mai riuscire a vedere l’osceno meccanismo economico-giuridico-semistatuale che toglie ricchezza ad alcune figure sociali (e anche ad interi paesi) per consegnarle nelle mani dei mercati finanziari e delle imprese multinazionali, oltre che di alcuni Stati nazionali “forti”.
Si tratta di una precisa ricostruzione storica ed economica degli ultimi 30 anni, a far data dalla caduta del Muro e dalla riunificazione della Germania.
L’autore dovrebbe essere ormai noto anche dalle nostre parti, visto che ospitiamo spesso i suoi editoriali impietosi. Scrive per Milano Finanza e Teleborsa, chiaramente due testate specialistiche e piuttosto fuori dal ventaglio delle letture abituali “a sinistra”.
Eppure, o forse proprio per questo, l’ideologia non appanna affatto l’analisi. Interessi, profitti, numeri, distribuzione dei vantaggi, non sono materia su cui si possano spargere lacrime e cortine fumogene. Quelli sono, e i fatti – dicono gli inglesi – hanno la testa dura...
Il quadro che emerge è molto meno idilliaco di quanto raccontato nelle narrazioni europeiste, e ne vien fuori un film di guerra – in senso stretto – in cui qualcuno vince (Berlino, naturalmente) e qualcuno perde tantissimo (l’Italia, per chi si sa fare due conti nelle tasche).
La cosa più sorprendente, per chi non ha seguito con ostinazione la costruzione della gabbia Ue, è che questa rapina mostruosa è avvenuto con la gioiosa compartecipazione della nostra classe politica e anche dell’imprenditoria italica, ansiosa di togliersi dagli impicci della produzione e potersi infine dedicare alla coltivazione della rendita finanziaria.
Per i dettagli, buona lettura...
Le guerre moderne non si combattono più con i cannoni.
Questi ultimi, noi Occidentali, ormai li vendiamo ai Paesi poveri, affinché i loro popoli si scannino senza pietà.
In Occidente, si combattono sul piano dell’economia, della finanza, e soprattutto con le regole imposte attraverso gli accordi internazionali.
1989 – LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO FU LA PRIMA RIVINCITA TEDESCA.
Esattamente trenta anni fa, nel 1989. La Germania era stata divisa in due: la Repubblica federale tedesca con capitale a Bonn, sotto il controllo di Usa, Gran Bretagna e Francia; la Repubblica democratica tedesca con capitale a Pankow, sotto il tallone dell’URSS. Per oltre quarant’anni, l’occupazione militare dei vincitori era stata la punizione, con la perdita della sovranità nella condotta interna e negli affari internazionali.
Gli Usa, con Ronald Reagan, decisero di mettere alle strette l’URSS: mai come allora la pressione americana per abbatterla fu così forte. Riunificare la Germania, sotto il controllo occidentale, era la strategia per far cadere la Cortina di ferro, sfruttando il diffuso malcontento che spirava nei Paesi dell’Est europeo, aderenti al Patto di Varsavia. Dopo la rivolta di Budapest del ’56, e quella di Praga del ’68, c’era Varsavia che guidava la rivolta di Solidarnosch, guidata da Lech Walesa con l’appoggio politico e finanziario degli Usa e del Vaticano. Anche il Papa Giovanni Paolo II, al secolo Karol Józef Wojtyla nato il 18 maggio 1920 a Wadowice in Polonia, voleva la caduta della dittatura comunista, per riportare la libertà religiosa.
Nel 1984, il Papa polacco aveva deciso di consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Maria, per dar seguito al mistero di Fatima, secondo cui Mosca sarebbe finalmente tornata a Cristo con la caduta del Comunismo.
Per l’Occidente, il Comunismo era il nemico da abbattere, in qualsiasi modo.
La caduta del Muro di Berlino, e l’annessione della Germania Orientale da parte occidentale, era solo il primo passo per disgregare il blocco sovietico, e così fu.
L’illusione era di conquistare la Russia, prendendo in mano tutte le sue immense risorse minerarie: doveva esser fatta a pezzi, resa ingovernabile, e comprata per un tozzo di pane. Questo era il disegno americano; annichilirla dal punto di vista geopolitico, militare, economico.
La Germania riunificata era solo la mossa di partenza. E Bonn, per prepararsi alla Riunificazione, intanto accumulava risorse finanziarie, senza fare la locomotiva d’Europa, come pure avrebbero voluto gli americani. Caduto il Muro, servivano risorse immense per reindustrializzare l’est: partì la più grande operazione di privatizzazione delle industrie di Stato della Germania democratica, che furono acquisite per un tozzo di pane. Per acquisire risorse sui mercati finanziari internazionali, la Bundesbank alzò i tassi di interesse ad un livello inusitato, mentre si decise di cambiare alla pari i marchi orientali con quelli occidentali.
1992 – FU UNA CATASTROFE, BEN ORGANIZZATA, TRA BERLINO E WASHINGTON: mentre i capitali italiani volavano in Germania, provocando la caduta del cambio della lira, la speculazione internazionale guidata da Soros si aggiunse, per mascherare tutto e stendere un velo pietoso.
Gli Usa dovevano appoggiare il piano tedesco, per dominare una Europa che puntava all’ampliamento a Nord-Est: così facendo, intanto sgranavano lo Sme, che già allora voleva fare blocco contro il dollaro. Presero così due piccioni con una fava, indebolendo la strategia che avrebbe portato alla moneta unica e rafforzando il disegno geopolitico che puntava sulla Germania per sbriciolare il Patto di Varsavia e l’URSS.
Berlino aveva bisogno di risorse, e soprattutto di indebolire l’Italia, che era la concorrente industriale più agguerrita. L’Attacco alla lira, che culminò con la svalutazione ed una profonda recessione, era quello che serviva. Le manovre correttive del Governo Amato piegarono l’economia italiana, ma soprattutto gli alti tassi di interesse, necessari per bloccare la fuga di capitali in Germania, ebbero un effetto drammatico sul debito pubblico. Questo crebbe ancora, dopo la follia del Divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, deciso all’inizio degli Anni Ottanta. Era fatta, con l’Italia in ginocchio, ma era solo il primo tassello.
La seconda rivincita tedesca avvenne con il Trattato di Maastricht, che entrò in vigore il 1° gennaio 1993: oltre alle famosa regola sul limite del 3% al deficit pubblico, c’erano due pillole avvelenate. La prima era il divieto di qualsiasi sostegno delle Banche centrali agli Stati, e la seconda era il divieto di aiuti di Stato alle imprese. La Germania estese a tutta l’Europa la costituzione monetaria che le era stata imposta dalle Forze Alleate dopo la Guerra.
Per l’Italia, che aveva le grandi imprese concentrate nelle Partecipazioni Statali, fu un massacro: i Fondi di dotazione con cui venivano rimpolpati ogni anni i loro capitali, servivano per fronteggiare i maggiori oneri per interessi e per procedere allo sviluppo degli investimenti. Inutile ricordare che mentre in Italia il Fascismo lasciò fallire le imprese private colpite dall’onda di recessione che seguì la crisi finanziaria americana del ’29, portando poi alla nazionalizzazione di quello che ne rimaneva, il Nazismo supportò in ogni modo il capitalismo industriale e finanziario privato tedesco. Nessuna impresa o banca tedesca fu lasciata fallire dal Fuhrer, che in ogni modo sostenne l’occupazione dopo le follie recessive decise dal Cancelliere Bruning, che portarono la disoccupazione tedesca ad oltre 4 milioni di unità.
La conseguenza del Trattato di Maastricht, per l’Italia, fu lo smantellamento dell’industria e delle banche pubbliche. Il Patto Andreatta-Van Miert, l’allora Commissario europeo alla concorrenza, fu una lapide.
Tutto venne svenduto in malo modo, nel tripudio degli eredi della classe dirigente italiana che pensava di riprendersi tutto a mezzo secolo di distanza, per un tozzo di pane. Non avevano soldi né per comprare né per investire: fu un massacro.
Guarda caso, nel Trattato di Maastricht la Germania fu esonerata dal divieto di aiuti di Stato per la ricostruzione dei Lander orientali: per noi, il danno e la beffa. I tedeschi utilizzarono la ex-Germania orientale come miniera di occupazione a basso costo.
2000 – L’EURO E’ STATA LA TERZA RIVINCITA TEDESCA.
Il Presidente francese Francois Mitterand era terrorizzato dalla prospettiva di una Germania riunificata, che avrebbe continuato a fare il comodo suo con la politica monetaria, come era successo nel periodo a partire dal 1989. Pensò che togliere il marco alla Germania sarebbe stata la soluzione migliore. Peccato che la BCE avrebbe avuto sede a Francoforte e che il suo Statuto sarebbe stato identico a quello della Bundesbank: con un unico obiettivo, la stabilità della moneta.
Con l’euro, nessuno avrebbe più potuto svalutare la propria moneta rispetto al marco, riconquistando competitività internazionale dopo aver fatto lievitare i prezzi interni con l’inflazione, con una dinamica superiore a quella dei tassi di interesse nominali, e così avvantaggiando gli imprenditori ed i debitori rispetto ai rentier creditori. Si mise così la parola fine su un modello di crescita economica che aveva dato prosperità a tutta l’Europa.
La Germania, dopo la Riunificazione, è cresciuta solo drenando risorse finanziarie dagli altri Paesi, ed indebitando il resto del Continente. E’ una crescita marcia, che ora mina la solidità delle sue banche, che investono in asset esteri ad alto rischio.
2012, LA FOLLIA DEL FISCAL COMPACT.
Dopo la crisi americana del 2008, la Germania ha rischiato di perdere tutti i crediti accumulati verso la Grecia e la Spagna: ha imposto misure draconiane con il Fiscal Compact che stanno portando l’Unione europea al disfacimento. E’ roba di questi mesi, che ormai tutti conoscono perfettamente.
Il modello di crescita tedesco è squilibrato per definizione: vive sul debito altrui, che deve ampliarsi ogni anno di più, accumulando attivi commerciali. Una follia.
Prospera sul terrore che salti in aria il debito italiano: lo spread è la clava con cui si arricchisce, pagando il suo debito pubblico un’inezia. Sarebbe un porto sicuro, rispetto al pericolo di fallimento degli altri.
Fonte
Si tratta di una precisa ricostruzione storica ed economica degli ultimi 30 anni, a far data dalla caduta del Muro e dalla riunificazione della Germania.
L’autore dovrebbe essere ormai noto anche dalle nostre parti, visto che ospitiamo spesso i suoi editoriali impietosi. Scrive per Milano Finanza e Teleborsa, chiaramente due testate specialistiche e piuttosto fuori dal ventaglio delle letture abituali “a sinistra”.
Eppure, o forse proprio per questo, l’ideologia non appanna affatto l’analisi. Interessi, profitti, numeri, distribuzione dei vantaggi, non sono materia su cui si possano spargere lacrime e cortine fumogene. Quelli sono, e i fatti – dicono gli inglesi – hanno la testa dura...
Il quadro che emerge è molto meno idilliaco di quanto raccontato nelle narrazioni europeiste, e ne vien fuori un film di guerra – in senso stretto – in cui qualcuno vince (Berlino, naturalmente) e qualcuno perde tantissimo (l’Italia, per chi si sa fare due conti nelle tasche).
La cosa più sorprendente, per chi non ha seguito con ostinazione la costruzione della gabbia Ue, è che questa rapina mostruosa è avvenuto con la gioiosa compartecipazione della nostra classe politica e anche dell’imprenditoria italica, ansiosa di togliersi dagli impicci della produzione e potersi infine dedicare alla coltivazione della rendita finanziaria.
Per i dettagli, buona lettura...
*****
Germania-Italia: in conflitto da trenta anni
Le guerre moderne non si combattono più con i cannoni.
Questi ultimi, noi Occidentali, ormai li vendiamo ai Paesi poveri, affinché i loro popoli si scannino senza pietà.
In Occidente, si combattono sul piano dell’economia, della finanza, e soprattutto con le regole imposte attraverso gli accordi internazionali.
1989 – LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO FU LA PRIMA RIVINCITA TEDESCA.
Esattamente trenta anni fa, nel 1989. La Germania era stata divisa in due: la Repubblica federale tedesca con capitale a Bonn, sotto il controllo di Usa, Gran Bretagna e Francia; la Repubblica democratica tedesca con capitale a Pankow, sotto il tallone dell’URSS. Per oltre quarant’anni, l’occupazione militare dei vincitori era stata la punizione, con la perdita della sovranità nella condotta interna e negli affari internazionali.
Gli Usa, con Ronald Reagan, decisero di mettere alle strette l’URSS: mai come allora la pressione americana per abbatterla fu così forte. Riunificare la Germania, sotto il controllo occidentale, era la strategia per far cadere la Cortina di ferro, sfruttando il diffuso malcontento che spirava nei Paesi dell’Est europeo, aderenti al Patto di Varsavia. Dopo la rivolta di Budapest del ’56, e quella di Praga del ’68, c’era Varsavia che guidava la rivolta di Solidarnosch, guidata da Lech Walesa con l’appoggio politico e finanziario degli Usa e del Vaticano. Anche il Papa Giovanni Paolo II, al secolo Karol Józef Wojtyla nato il 18 maggio 1920 a Wadowice in Polonia, voleva la caduta della dittatura comunista, per riportare la libertà religiosa.
Nel 1984, il Papa polacco aveva deciso di consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Maria, per dar seguito al mistero di Fatima, secondo cui Mosca sarebbe finalmente tornata a Cristo con la caduta del Comunismo.
Per l’Occidente, il Comunismo era il nemico da abbattere, in qualsiasi modo.
La caduta del Muro di Berlino, e l’annessione della Germania Orientale da parte occidentale, era solo il primo passo per disgregare il blocco sovietico, e così fu.
L’illusione era di conquistare la Russia, prendendo in mano tutte le sue immense risorse minerarie: doveva esser fatta a pezzi, resa ingovernabile, e comprata per un tozzo di pane. Questo era il disegno americano; annichilirla dal punto di vista geopolitico, militare, economico.
La Germania riunificata era solo la mossa di partenza. E Bonn, per prepararsi alla Riunificazione, intanto accumulava risorse finanziarie, senza fare la locomotiva d’Europa, come pure avrebbero voluto gli americani. Caduto il Muro, servivano risorse immense per reindustrializzare l’est: partì la più grande operazione di privatizzazione delle industrie di Stato della Germania democratica, che furono acquisite per un tozzo di pane. Per acquisire risorse sui mercati finanziari internazionali, la Bundesbank alzò i tassi di interesse ad un livello inusitato, mentre si decise di cambiare alla pari i marchi orientali con quelli occidentali.
1992 – FU UNA CATASTROFE, BEN ORGANIZZATA, TRA BERLINO E WASHINGTON: mentre i capitali italiani volavano in Germania, provocando la caduta del cambio della lira, la speculazione internazionale guidata da Soros si aggiunse, per mascherare tutto e stendere un velo pietoso.
Gli Usa dovevano appoggiare il piano tedesco, per dominare una Europa che puntava all’ampliamento a Nord-Est: così facendo, intanto sgranavano lo Sme, che già allora voleva fare blocco contro il dollaro. Presero così due piccioni con una fava, indebolendo la strategia che avrebbe portato alla moneta unica e rafforzando il disegno geopolitico che puntava sulla Germania per sbriciolare il Patto di Varsavia e l’URSS.
Berlino aveva bisogno di risorse, e soprattutto di indebolire l’Italia, che era la concorrente industriale più agguerrita. L’Attacco alla lira, che culminò con la svalutazione ed una profonda recessione, era quello che serviva. Le manovre correttive del Governo Amato piegarono l’economia italiana, ma soprattutto gli alti tassi di interesse, necessari per bloccare la fuga di capitali in Germania, ebbero un effetto drammatico sul debito pubblico. Questo crebbe ancora, dopo la follia del Divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, deciso all’inizio degli Anni Ottanta. Era fatta, con l’Italia in ginocchio, ma era solo il primo tassello.
La seconda rivincita tedesca avvenne con il Trattato di Maastricht, che entrò in vigore il 1° gennaio 1993: oltre alle famosa regola sul limite del 3% al deficit pubblico, c’erano due pillole avvelenate. La prima era il divieto di qualsiasi sostegno delle Banche centrali agli Stati, e la seconda era il divieto di aiuti di Stato alle imprese. La Germania estese a tutta l’Europa la costituzione monetaria che le era stata imposta dalle Forze Alleate dopo la Guerra.
Per l’Italia, che aveva le grandi imprese concentrate nelle Partecipazioni Statali, fu un massacro: i Fondi di dotazione con cui venivano rimpolpati ogni anni i loro capitali, servivano per fronteggiare i maggiori oneri per interessi e per procedere allo sviluppo degli investimenti. Inutile ricordare che mentre in Italia il Fascismo lasciò fallire le imprese private colpite dall’onda di recessione che seguì la crisi finanziaria americana del ’29, portando poi alla nazionalizzazione di quello che ne rimaneva, il Nazismo supportò in ogni modo il capitalismo industriale e finanziario privato tedesco. Nessuna impresa o banca tedesca fu lasciata fallire dal Fuhrer, che in ogni modo sostenne l’occupazione dopo le follie recessive decise dal Cancelliere Bruning, che portarono la disoccupazione tedesca ad oltre 4 milioni di unità.
La conseguenza del Trattato di Maastricht, per l’Italia, fu lo smantellamento dell’industria e delle banche pubbliche. Il Patto Andreatta-Van Miert, l’allora Commissario europeo alla concorrenza, fu una lapide.
Tutto venne svenduto in malo modo, nel tripudio degli eredi della classe dirigente italiana che pensava di riprendersi tutto a mezzo secolo di distanza, per un tozzo di pane. Non avevano soldi né per comprare né per investire: fu un massacro.
Guarda caso, nel Trattato di Maastricht la Germania fu esonerata dal divieto di aiuti di Stato per la ricostruzione dei Lander orientali: per noi, il danno e la beffa. I tedeschi utilizzarono la ex-Germania orientale come miniera di occupazione a basso costo.
2000 – L’EURO E’ STATA LA TERZA RIVINCITA TEDESCA.
Il Presidente francese Francois Mitterand era terrorizzato dalla prospettiva di una Germania riunificata, che avrebbe continuato a fare il comodo suo con la politica monetaria, come era successo nel periodo a partire dal 1989. Pensò che togliere il marco alla Germania sarebbe stata la soluzione migliore. Peccato che la BCE avrebbe avuto sede a Francoforte e che il suo Statuto sarebbe stato identico a quello della Bundesbank: con un unico obiettivo, la stabilità della moneta.
Con l’euro, nessuno avrebbe più potuto svalutare la propria moneta rispetto al marco, riconquistando competitività internazionale dopo aver fatto lievitare i prezzi interni con l’inflazione, con una dinamica superiore a quella dei tassi di interesse nominali, e così avvantaggiando gli imprenditori ed i debitori rispetto ai rentier creditori. Si mise così la parola fine su un modello di crescita economica che aveva dato prosperità a tutta l’Europa.
La Germania, dopo la Riunificazione, è cresciuta solo drenando risorse finanziarie dagli altri Paesi, ed indebitando il resto del Continente. E’ una crescita marcia, che ora mina la solidità delle sue banche, che investono in asset esteri ad alto rischio.
2012, LA FOLLIA DEL FISCAL COMPACT.
Dopo la crisi americana del 2008, la Germania ha rischiato di perdere tutti i crediti accumulati verso la Grecia e la Spagna: ha imposto misure draconiane con il Fiscal Compact che stanno portando l’Unione europea al disfacimento. E’ roba di questi mesi, che ormai tutti conoscono perfettamente.
Il modello di crescita tedesco è squilibrato per definizione: vive sul debito altrui, che deve ampliarsi ogni anno di più, accumulando attivi commerciali. Una follia.
Prospera sul terrore che salti in aria il debito italiano: lo spread è la clava con cui si arricchisce, pagando il suo debito pubblico un’inezia. Sarebbe un porto sicuro, rispetto al pericolo di fallimento degli altri.
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16/03/2019
Rottamare la Bce! E licenziate Mario Draghi...
Ai compagni ripiegati sul proprio orticello, probabilmente, non interessa granché l’analisi che consente di trovare una direzione di marcia non puramente “a naso”.
Ma noi siamo ostinati nel cercar di guardare al di là del muro, ché altrimenti non ci resterebbe che prenderlo a testate per la disperazione. Il risultato, com’è ovvio, sarebbe uno solo.
Così continuiamo a guardare a quel che succede, anche “in campo nemico”, per capire qualcosa di più di quel che viene raccontato – letteralmente: l’informazione è ormai stata sostituita dalla narrazione.
E questo editoriale apparso sull’Agenzia Teleborsa, organo di informazione per coloro che operano direttamente sul mercato finanziario (insomma, nessuno dei “nostri”), espone un giudizio drasticamente negativo della più incensata istituzione dell’Unione Europea: la Bce, ancora per qualche mese guidata da Mario Draghi.
Neanche nei nostri commenti più acidi eravamo arrivati a questo punto: “rottamare la Bce!”.
Il motivo scatenante, negli ultimi giorni, è in una frase pronunciata dal presidente della banca centrale europea durante la conferenza stampa convocata per spiegare la decisione appena presa (lasciare i tassi a zero per tutto l’anno e ricominciare a spargere denaro sui mercati, come da molti anni a questa parte). Una frase da comune cittadino di questo continente, alle prese con qualcosa di più grande di lui, che lo sconcerta, sorprende, sovrasta.
Ossia: “Ci muoviamo a piccoli passi in una stanza buia!“
Chi di noi non si è sentito in questa condizione, diverse volte nella vita? Chi di noi non avrebbe il brivido alla schiena, se gli venisse chiesto “come e quando finirà questa crisi infinita?”.
Il problema sta nel fatto che il presidente della Bce non è uno qualsiasi. Non è “uno di noi”. Ossia una persona cui mancano, se non i concetti base (per chi ha studiato, almeno), sicuramente le informazioni e i dati macroeconomici su cui si prendono le decisioni più razionali (ricordiamo che secondo il pensiero liberale, ogni agente sul mercato – dall’ultimo dei consumatori al primo degli amministratori delegati – è o dovrebbe essere un agente razionale).
No, Draghi è al vertice della piramide cui affluiscono le informazioni e da cui discendono le decisioni che determinano, in buona parte, la vita di mezzo miliardo di persone. Se non un semidio, insomma, sicuramente l’uomo più informato d’Europa in materia finanziaria.
E’ colui che nel 2011, insieme al predecessore Jean-Claude Trichet scrisse una lettera in cui indicava al governo italiano cosa avrebbe dovuto fare negli anni successivi in materia di “riforme strutturali” (le fecero Monti, Fornero, Letta, Padoan, Renzi e Gentiloni, visto che il duo Berlusconi-Tremonti proprio non ci riusciva).
E’ colui che ha chiuso il flusso di contanti ai bancomat della Grecia nei giorni precedenti il referendum contro il Memorandum imposto dalla Troika (vinse il “no”, ma Tsipras si arrese lo stesso), gettando col ricatto un popolo nella disperazione.
E’ l’uomo che solo dicendo “faremo tutto ciò che è necessario” tranquillizzò i mercati in tempesta, promettendo di usare “il bazooka” (quantitative easing a strafottere) per impedire il crollo finanziario del Vecchio Continente.
E’ l’uomo che ogni giorno, e a ogni governo di ogni paese, dice cosa si può e cosa non si può fare in termini di politica fiscale, economica, industriale, ecc.
E’ l’uomo che indica quali spese (sociali) tagliare e quali investimenti (infrastrutturali) si possono fare.
Potremmo andare avanti, certamente. Ma Mario Draghi è uno di quelli che proprio non può dire, farfugliando in mezzo ad altre frasette insignificanti, che lui non sa niente di quel che si muove intorno a tutti noi. “A piccoli passi in una stanza buia”...
Un continente dignitoso e minimamente coerente ne pretenderebbe le immediate dimissioni e l’esclusione perenne da qualsiasi incarico di responsabilità futuro (dalla gestione di un bar in su).
E invece se ne parla insistentemente come un possibile presidente del consiglio di un governo “tecnico” dopo che quello gialloverde, ormai in stato comatoso, avrà tirato le cuoia.
Un cieco in una stanza buia è proprio l’uomo perfetto per guidare un paese come questo...
Guido Salerno Aletta – Editorialista dell’Agenzia Teleborsa
Per anni ha gettato al vento migliaia di miliardi, senza che l’economia reale ne traesse alcun beneficio: il QE è stato il programma più inutile della storia della politica monetaria mondiale.
Per anni ha bacchettato i governi sulle riforme strutturali, per adottare un modello di competizione economica basata sui bassi salari e la precarizzazione del lavoro.
Per anni ha sottoposto le banche ad una vigilanza preventiva del tutto inutile, con le Asset Quality Rewiew e gli Stress Test, adottando decisioni precipitose sulle ricapitalizzazioni e lo smaltimento dei Non Performing Loans. Tra i tassi a zero e le perdite per la svendita degli NPL, hanno sfondato il sistema bancario italiano. Senza capire, poi, che era proprio la politica economica restrittiva adottata con il Fiscal Compact a provocare i fallimenti di migliaia di imprese, la disoccupazione di massa e quindi le crisi bancarie.
L’impostazione di politica monetaria e la vigilanza bancaria centralizzata a Francoforte si sono dimostrate un clamoroso fallimento.
Ora, finalmente qualcuno si è svegliato ai piani alti, e critica il bail-in affermando che è stato adottato senza le necessarie cautele e che rende ingestibili le crisi. Quando lo abbiamo sostenuto noi, su questa testata, siamo rimasti soli, inascoltati: “Bail-in una barbarie“, “Banche, chi soffia sul fuoco?“, “Banche sotto assedio“, “La Banca è sfinita!“
Gli Illuminati, proprio coloro che pretendono di avere in sé la luce della Ragione, ora si rendono conto di non capire niente, ma proprio niente di ciò che accade intorno a loro.
“Ci muoviamo a piccoli passi in una stanza buia!”
Queste sono le parole che hanno accompagnato la decisione della BCE di lasciare i tassi a zero ancora fino alla fine del 2019 e di lanciare una asta per liquidità a lungo termine (LTRO) a settembre. L’economia rallenta, l’inflazione non si è mai fatta viva, i fattori di rischio si moltiplicano: la solita Italia, che non può mai mancare, ed il comparto automobilistico tedesco. Guarda un po’!
La BCE si dimostra ancora una volta una istituzione vuota, priva di qualsiasi senso della realtà ed a maggior ragione della Storia, incapace di prevedere le dinamiche economiche ed ancor più di indirizzarle.
Il Qe, con l’acquisto sul mercato di oltre 2600 miliardi di titoli di Stato, non ha aumentato affatto la liquidità del sistema bancario.
Siamo ritornati al dicembre 2011.
In Italia, il credito al settore privato è diminuito ed il rallentamento della economia si deve a questo. Le banche, intanto, vedono aumentare i depositi a vista e ridurre continuamente la sottoscrizione delle obbligazioni: i risparmiatori non hanno più fiducia nella solidità del sistema. Il bail-in fa paura.
A settembre scorso li abbiamo visti tutti all’opera, all’attacco dell’Italia. E’ stato strumentalizzato lo spread, è stata evocata l’ira dei mercati, e tutto questo solo per una decina di miliardi di deficit nel 2019.
La sola ipotesi di spendere una decina di miliardi in più per investimenti ha scatenato l’inferno. Si sono mossi i diavoloni, quelli che hanno incassato gli oltre 2600 miliardi di euro di liquidità con il QE.
Economie in difficoltà, banche in debito di ossigeno.
Hanno sbagliato tutto.
Vadano a casa.
Fonte
Ma noi siamo ostinati nel cercar di guardare al di là del muro, ché altrimenti non ci resterebbe che prenderlo a testate per la disperazione. Il risultato, com’è ovvio, sarebbe uno solo.
Così continuiamo a guardare a quel che succede, anche “in campo nemico”, per capire qualcosa di più di quel che viene raccontato – letteralmente: l’informazione è ormai stata sostituita dalla narrazione.
E questo editoriale apparso sull’Agenzia Teleborsa, organo di informazione per coloro che operano direttamente sul mercato finanziario (insomma, nessuno dei “nostri”), espone un giudizio drasticamente negativo della più incensata istituzione dell’Unione Europea: la Bce, ancora per qualche mese guidata da Mario Draghi.
Neanche nei nostri commenti più acidi eravamo arrivati a questo punto: “rottamare la Bce!”.
Il motivo scatenante, negli ultimi giorni, è in una frase pronunciata dal presidente della banca centrale europea durante la conferenza stampa convocata per spiegare la decisione appena presa (lasciare i tassi a zero per tutto l’anno e ricominciare a spargere denaro sui mercati, come da molti anni a questa parte). Una frase da comune cittadino di questo continente, alle prese con qualcosa di più grande di lui, che lo sconcerta, sorprende, sovrasta.
Ossia: “Ci muoviamo a piccoli passi in una stanza buia!“
Chi di noi non si è sentito in questa condizione, diverse volte nella vita? Chi di noi non avrebbe il brivido alla schiena, se gli venisse chiesto “come e quando finirà questa crisi infinita?”.
Il problema sta nel fatto che il presidente della Bce non è uno qualsiasi. Non è “uno di noi”. Ossia una persona cui mancano, se non i concetti base (per chi ha studiato, almeno), sicuramente le informazioni e i dati macroeconomici su cui si prendono le decisioni più razionali (ricordiamo che secondo il pensiero liberale, ogni agente sul mercato – dall’ultimo dei consumatori al primo degli amministratori delegati – è o dovrebbe essere un agente razionale).
No, Draghi è al vertice della piramide cui affluiscono le informazioni e da cui discendono le decisioni che determinano, in buona parte, la vita di mezzo miliardo di persone. Se non un semidio, insomma, sicuramente l’uomo più informato d’Europa in materia finanziaria.
E’ colui che nel 2011, insieme al predecessore Jean-Claude Trichet scrisse una lettera in cui indicava al governo italiano cosa avrebbe dovuto fare negli anni successivi in materia di “riforme strutturali” (le fecero Monti, Fornero, Letta, Padoan, Renzi e Gentiloni, visto che il duo Berlusconi-Tremonti proprio non ci riusciva).
E’ colui che ha chiuso il flusso di contanti ai bancomat della Grecia nei giorni precedenti il referendum contro il Memorandum imposto dalla Troika (vinse il “no”, ma Tsipras si arrese lo stesso), gettando col ricatto un popolo nella disperazione.
E’ l’uomo che solo dicendo “faremo tutto ciò che è necessario” tranquillizzò i mercati in tempesta, promettendo di usare “il bazooka” (quantitative easing a strafottere) per impedire il crollo finanziario del Vecchio Continente.
E’ l’uomo che ogni giorno, e a ogni governo di ogni paese, dice cosa si può e cosa non si può fare in termini di politica fiscale, economica, industriale, ecc.
E’ l’uomo che indica quali spese (sociali) tagliare e quali investimenti (infrastrutturali) si possono fare.
Potremmo andare avanti, certamente. Ma Mario Draghi è uno di quelli che proprio non può dire, farfugliando in mezzo ad altre frasette insignificanti, che lui non sa niente di quel che si muove intorno a tutti noi. “A piccoli passi in una stanza buia”...
Un continente dignitoso e minimamente coerente ne pretenderebbe le immediate dimissioni e l’esclusione perenne da qualsiasi incarico di responsabilità futuro (dalla gestione di un bar in su).
E invece se ne parla insistentemente come un possibile presidente del consiglio di un governo “tecnico” dopo che quello gialloverde, ormai in stato comatoso, avrà tirato le cuoia.
Un cieco in una stanza buia è proprio l’uomo perfetto per guidare un paese come questo...
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Rottamare la BCE
Solo sussiego, ostentato tecnicismo, superiorità intellettuale fondata sul nulla
Guido Salerno Aletta – Editorialista dell’Agenzia Teleborsa
Per anni ha gettato al vento migliaia di miliardi, senza che l’economia reale ne traesse alcun beneficio: il QE è stato il programma più inutile della storia della politica monetaria mondiale.
Per anni ha bacchettato i governi sulle riforme strutturali, per adottare un modello di competizione economica basata sui bassi salari e la precarizzazione del lavoro.
Per anni ha sottoposto le banche ad una vigilanza preventiva del tutto inutile, con le Asset Quality Rewiew e gli Stress Test, adottando decisioni precipitose sulle ricapitalizzazioni e lo smaltimento dei Non Performing Loans. Tra i tassi a zero e le perdite per la svendita degli NPL, hanno sfondato il sistema bancario italiano. Senza capire, poi, che era proprio la politica economica restrittiva adottata con il Fiscal Compact a provocare i fallimenti di migliaia di imprese, la disoccupazione di massa e quindi le crisi bancarie.
L’impostazione di politica monetaria e la vigilanza bancaria centralizzata a Francoforte si sono dimostrate un clamoroso fallimento.
Ora, finalmente qualcuno si è svegliato ai piani alti, e critica il bail-in affermando che è stato adottato senza le necessarie cautele e che rende ingestibili le crisi. Quando lo abbiamo sostenuto noi, su questa testata, siamo rimasti soli, inascoltati: “Bail-in una barbarie“, “Banche, chi soffia sul fuoco?“, “Banche sotto assedio“, “La Banca è sfinita!“
Gli Illuminati, proprio coloro che pretendono di avere in sé la luce della Ragione, ora si rendono conto di non capire niente, ma proprio niente di ciò che accade intorno a loro.
“Ci muoviamo a piccoli passi in una stanza buia!”
Queste sono le parole che hanno accompagnato la decisione della BCE di lasciare i tassi a zero ancora fino alla fine del 2019 e di lanciare una asta per liquidità a lungo termine (LTRO) a settembre. L’economia rallenta, l’inflazione non si è mai fatta viva, i fattori di rischio si moltiplicano: la solita Italia, che non può mai mancare, ed il comparto automobilistico tedesco. Guarda un po’!
La BCE si dimostra ancora una volta una istituzione vuota, priva di qualsiasi senso della realtà ed a maggior ragione della Storia, incapace di prevedere le dinamiche economiche ed ancor più di indirizzarle.
Il Qe, con l’acquisto sul mercato di oltre 2600 miliardi di titoli di Stato, non ha aumentato affatto la liquidità del sistema bancario.
Siamo ritornati al dicembre 2011.
In Italia, il credito al settore privato è diminuito ed il rallentamento della economia si deve a questo. Le banche, intanto, vedono aumentare i depositi a vista e ridurre continuamente la sottoscrizione delle obbligazioni: i risparmiatori non hanno più fiducia nella solidità del sistema. Il bail-in fa paura.
A settembre scorso li abbiamo visti tutti all’opera, all’attacco dell’Italia. E’ stato strumentalizzato lo spread, è stata evocata l’ira dei mercati, e tutto questo solo per una decina di miliardi di deficit nel 2019.
La sola ipotesi di spendere una decina di miliardi in più per investimenti ha scatenato l’inferno. Si sono mossi i diavoloni, quelli che hanno incassato gli oltre 2600 miliardi di euro di liquidità con il QE.
Economie in difficoltà, banche in debito di ossigeno.
Hanno sbagliato tutto.
Vadano a casa.
Fonte
14/07/2018
Da un Matteo all’altro, il bersaglio resta la Costituzione
Diciamo subito che questo articolo non parla di Salvini. Qui si registrano semplicemente una serie di strappi con la cultura politica consolidata nell’Occidente capitalistico in regime di democrazia parlamentare.
Da quando si è insediato il governo grillin-leghista, infatti, la retorica abituale della destra contro immigrati, istituzioni sovranazionali, moneta unica, ecc, è diventata fattore pesantemente in conflitto con le responsabilità istituzionali di un qualsiasi ministro facente parte di un governo.
Elenchiamo qui soltanto alcuni dei passaggi che ci sembrano più rilevanti al fine di individuare un senso in questa apparente follia:
– le Organizzazioni non governative (Ong), che per un quarto di secolo erano servite da “testa di ponte” in una serie di paesi “non allineati” per giustificare successive aggressioni militari in nome della “difesa dei diritti umani”, sono state velocemente inscritte nella lista dei “complici degli scafisti”;
– il salvataggio in mare dei naufraghi è diventato quasi un reato, anziché un obbligo previsto da leggi e consuetudini millenarie (“il codice del mare”);
– le competenze specifiche del ministero dell’interno sono state verbalmente (e in qualche caso anche praticamente) estese ad ambiti propri di altri ministeri (le infrastrutture nel caso dei porti, la difesa nel caso delle navi militari, la giustizia nel caso degli “arresti” da effettuare su una nave in base a voci di “dirottamento e ammutinamento”, ecc);
– la “chiusura dei porti” ha toccato il vertice con il blocco per giorni di una nave della Marina Militare Italiana – un mezzo delle “nostre” Forze armate, non una nave da diporto privato – che ha costretto Mattarella a premere su Giuseppe Conte (presidente del consiglio a sua insaputa) per metter fine a una situazione ridicola su cui mezzo mondo ci stava perculando;
– le minacce del ministro dell’interno – palesemente rivolte contro presidente della Repubblica e del consiglio – per aver preso decisioni “al posto mio”.
Non ne abbiamo elencate altre decine per non tediare i lettori, anche perché ogni giorno ha la sua croce e quindi anche la sua puttanata governativa.
La domanda cui vorremmo provare a rispondere è però precisa: chi inanella una serie così devastante di “incidenti di percorso”, “scontri istituzionali”, “invasioni di campo”, c'è o ci fa?
Le violazioni palesi degli equilibri tra poteri dello Stato sono così tante, infatti, che si possono spiegare o con l’ignoranza totale dei fondamentali di “educazione civica” (una volta insegnata nelle scuole di ogni ordine e grado), o con la lucida volontà di mettere in discussione – definitivamente – un assetto costituzionale.
“A sinistra”, per riflesso quasi pavloviano, si tende istintivamente a privilegiare la prima ipotesi, altamente autoconsolatoria. Se il nemico è stupido o ignorante, è semplice sentirsi migliori di lui e, operativamente, non fare nulla perché tanto “cadranno presto da soli” (un po’ come “il capitale lavora per noi” di negriana memoria...).
Una variante della stessa tendenza liquida frettolosamente questa resistibile ascesa del “ministro delle interiora” come fascismo. Le assonanze linguistiche e la scala dei valori, in effetti, hanno forti somiglianze con il montare della reazione di quasi un secolo fa. Ma il contesto entro cui vengono attivate parole d’ordine in qualche modo simili è del tutto diverso. Anzi, opposto.
Il fascismo storico è stata una reazione capitalistica all’avanzare del movimento operaio in tutta Europa; movimento che poteva contare finalmente su un caposaldo di grande potenza ideale e anche militare come l’Unione Sovietica, appena sorta dalla Rivoluzione del ‘17. Il fascismo storico, di conseguenza, doveva realizzare due obiettivi: sconfiggere il movimento operaio organizzato (partiti e sindacati conflittuali) e modernizzare la società e lo Stato con grandi piani di ricostruzione-riconversione-ristrutturazione su base nazionale. I metodi, è noto, sono stati brutali e criminali; la Storia non è del resto un pranzo di gala...
Oggi il movimento operaio organizzato (partiti e sindacati conflittuali) è ridotto da tempo al lumicino, altamente frammentato e spesso pago della polverizzazione in orticelli quasi sempre sterili (le differenze tra “sterili e non” si vedono nelle rare mobilitazioni di piazza, non nei documenti programmatici). La legislazione del lavoro non prevede quasi più diritti esigibili, così come le norme conferiscono alle innumerevoli polizie poteri abnormi e quasi totale impunità (solo i casi di omicidio possono diventare “problematici”, come nel caso di Stefano Cucchi, ma a volte neppure in questi...). Il diritto di manifestare per l’opposizione è già così ristretto (scelta dei percorsi, modalità di svolgimento, identificazione totale degli arrivi da fuori città, ecc.) che difficilmente si può ridurre ancora senza finire per somigliare come una goccia d’acqua alla Turchia del neo-sultano Erdogan.
Soprattutto, la tendenza generale non è quella della “modernizzazione” reazionaria in vista di una crescita economica forzata mediante investimenti pubblici e su base nazionale. Al contrario, i governi nazionali obbediscono ciecamente a un programma “europeo” di taglio alla spesa pubblica, privatizzazioni-liberalizzazioni-delocalizzazioni che stanno velocemente desertificando questo e altri paesi, trasformandolo in una sorta di landa deindustrializzata e riconvertita a mega-Disneyland turistico-culturale-gastronomica. Stanno gestendo i passaggi, insomma, verso la riconversione in “paese minore”, ospitale con i capitali da investimento e i flussi turistici e dunque fondato su salari da fame, contratti precari (per “indigeni” come per gli immigrati, comunque pagati ancor meno), “tolleranza zero” con i deboli.
Tutto questo col “fascismo storico” c’entra poco, anche quando gli somiglia fortissimo, perché non c’è nessuna ambizione imperialistica da straccioni, nessun piano di sviluppo militarizzato, nessuna capacità egemonico-culturale (Marinetti e il futurismo sembrerebbero dei giganti del pensiero, oggi). Nessuna “fosca grandezza”, insomma, per quanto disegnata su fondali di cartone, “otto milioni baionette” e “spezzeremo le reni” all’ultimo della fila... Solo declino, emigrazione giovanile, impoverimento dei poveri e disuguaglianze in crescita. Con il fallimento sullo sfondo.
Sul piano strettamente economico-finanziario, infatti, il governo grillin-leghista è assolutamente appecoronato alle disposizioni della Troika. L’incarico di dirlo esplicitamente tocca sempre e solo al ministro mediaticamente meno esposto, ossia a quello dell’economia, il “tecnico” Giovanni Tria (un altro “politicamente irresponsabile”, non eletto e non depositario di alcun pacchetto di voti), che al massimo – come i predecessori Padoan, ecc. – si barcamena tra richieste di maggiore spesa provenienti dai “colleghi” ministri e pretese di “manovre correttive” emanate da Bruxelles.
Se così, dunque, a che servono le sparate quotidiane dei ministro dello strillo?
A preparare le prossime elezioni, dicono in molti. E in effetti è difficile immaginare una felice e lunga coabitazione tra leghisti rampanti e pentastellati in debito d’ossigeno. Ma anche volendo accettare questa lettura, per fare cosa?
E’ evidente che anche un probabile futuro governo monocolore di destra si troverebbe davanti gli stessi limiti dell’attuale, anche se con qualche competizione interna in meno. I “vincoli esterni” restano lì ad impedire di realizzare qualsiasi promessa elettorale, sia questa la flat tax o la “cancellazione della Fornero”. Lo sanno tutti, anche i leghisti al governo...
E allora, a nostro avviso, non resta che una spiegazione.
Tutte queste forzature istituzionali preparano un terreno e un momento: quello in cui anche questo governo (o la sua parte più trombonesca), davanti al montare dei mugugni sociali che avranno verificato lo scarto tra promesse elettorali e fatti concreti, arriverà a dire: “con queste regole costituzionali è impossibile governare, dunque proponiamo una riforma costituzionale”. Nel solco di quella renziana-piduista bocciata il 4 dicembre 2016, o una versione anche più reazionaria.
Del resto, l’Unione Europea si sta dimostrando largamente “accogliente” per quelli descritti fin qui come “pericolosi populismi”. Una volta accettate le regole finanziario-economiche non ci sono altre vere pregiudiziali. Volete buttare a mare i “negri”? Potete farlo. Anzi, come ministri dell’interno di altri paesi (Germania e Austria, ma anche Francia e gruppo di Visegrad) vi diamo anche una mano... Basta che rispettiate alla lettera il Fiscal Compact, l’obbligo al pareggio di bilancio, lo squilibrio strutturale tra le varie economie del continente.
L’opposizione a questo esito non esiste, lo sappiamo. Non lo sarà Sergio Mattarella, che agisce solo sulle situazioni pericolosamente ridicole o per ricordare la forza del condizionamento sovranazionale; la sua figura, per chi ama le analogie, comincia a somigliare a quella di Hindenburg. Non lo farà “l’Europa”, che da sempre non prevede il rispetto della volontà popolare e deve gestire interessi concreti, non valori ideali. Non lo farà, naturalmente, la “sinistra europeista”, che ha gestito il processo di declino reazionario fino a sei mesi fa, inciampando e cominciando a declinare proprio sulla “riforma costituzionale” che non è riuscita a far passare.
Senza alcuna suggestione “complottistica”, ci sembra proprio che – fallito quell’obbiettivo – “i mercati” e la Ue abbiano deciso di spostare con oculatezza il proprio investimento, abbandonando a se stessa sia l’antica opzione democristiana che – soprattutto – quella “socialdemocratica” (ormai esaurite proprio a causa del loro “europeismo”), e puntando sull’avanzata delle destre razziste e xenofobe, ma tenute “sotto controllo”.
Da un Matteo all’altro, per ottenere lo stesso risultato.
L’opposizione reale va tutta costruita, ma con qualche idea chiara in testa.
Fonte
Da quando si è insediato il governo grillin-leghista, infatti, la retorica abituale della destra contro immigrati, istituzioni sovranazionali, moneta unica, ecc, è diventata fattore pesantemente in conflitto con le responsabilità istituzionali di un qualsiasi ministro facente parte di un governo.
Elenchiamo qui soltanto alcuni dei passaggi che ci sembrano più rilevanti al fine di individuare un senso in questa apparente follia:
– le Organizzazioni non governative (Ong), che per un quarto di secolo erano servite da “testa di ponte” in una serie di paesi “non allineati” per giustificare successive aggressioni militari in nome della “difesa dei diritti umani”, sono state velocemente inscritte nella lista dei “complici degli scafisti”;
– il salvataggio in mare dei naufraghi è diventato quasi un reato, anziché un obbligo previsto da leggi e consuetudini millenarie (“il codice del mare”);
– le competenze specifiche del ministero dell’interno sono state verbalmente (e in qualche caso anche praticamente) estese ad ambiti propri di altri ministeri (le infrastrutture nel caso dei porti, la difesa nel caso delle navi militari, la giustizia nel caso degli “arresti” da effettuare su una nave in base a voci di “dirottamento e ammutinamento”, ecc);
– la “chiusura dei porti” ha toccato il vertice con il blocco per giorni di una nave della Marina Militare Italiana – un mezzo delle “nostre” Forze armate, non una nave da diporto privato – che ha costretto Mattarella a premere su Giuseppe Conte (presidente del consiglio a sua insaputa) per metter fine a una situazione ridicola su cui mezzo mondo ci stava perculando;
– le minacce del ministro dell’interno – palesemente rivolte contro presidente della Repubblica e del consiglio – per aver preso decisioni “al posto mio”.
Non ne abbiamo elencate altre decine per non tediare i lettori, anche perché ogni giorno ha la sua croce e quindi anche la sua puttanata governativa.
La domanda cui vorremmo provare a rispondere è però precisa: chi inanella una serie così devastante di “incidenti di percorso”, “scontri istituzionali”, “invasioni di campo”, c'è o ci fa?
Le violazioni palesi degli equilibri tra poteri dello Stato sono così tante, infatti, che si possono spiegare o con l’ignoranza totale dei fondamentali di “educazione civica” (una volta insegnata nelle scuole di ogni ordine e grado), o con la lucida volontà di mettere in discussione – definitivamente – un assetto costituzionale.
“A sinistra”, per riflesso quasi pavloviano, si tende istintivamente a privilegiare la prima ipotesi, altamente autoconsolatoria. Se il nemico è stupido o ignorante, è semplice sentirsi migliori di lui e, operativamente, non fare nulla perché tanto “cadranno presto da soli” (un po’ come “il capitale lavora per noi” di negriana memoria...).
Una variante della stessa tendenza liquida frettolosamente questa resistibile ascesa del “ministro delle interiora” come fascismo. Le assonanze linguistiche e la scala dei valori, in effetti, hanno forti somiglianze con il montare della reazione di quasi un secolo fa. Ma il contesto entro cui vengono attivate parole d’ordine in qualche modo simili è del tutto diverso. Anzi, opposto.
Il fascismo storico è stata una reazione capitalistica all’avanzare del movimento operaio in tutta Europa; movimento che poteva contare finalmente su un caposaldo di grande potenza ideale e anche militare come l’Unione Sovietica, appena sorta dalla Rivoluzione del ‘17. Il fascismo storico, di conseguenza, doveva realizzare due obiettivi: sconfiggere il movimento operaio organizzato (partiti e sindacati conflittuali) e modernizzare la società e lo Stato con grandi piani di ricostruzione-riconversione-ristrutturazione su base nazionale. I metodi, è noto, sono stati brutali e criminali; la Storia non è del resto un pranzo di gala...
Oggi il movimento operaio organizzato (partiti e sindacati conflittuali) è ridotto da tempo al lumicino, altamente frammentato e spesso pago della polverizzazione in orticelli quasi sempre sterili (le differenze tra “sterili e non” si vedono nelle rare mobilitazioni di piazza, non nei documenti programmatici). La legislazione del lavoro non prevede quasi più diritti esigibili, così come le norme conferiscono alle innumerevoli polizie poteri abnormi e quasi totale impunità (solo i casi di omicidio possono diventare “problematici”, come nel caso di Stefano Cucchi, ma a volte neppure in questi...). Il diritto di manifestare per l’opposizione è già così ristretto (scelta dei percorsi, modalità di svolgimento, identificazione totale degli arrivi da fuori città, ecc.) che difficilmente si può ridurre ancora senza finire per somigliare come una goccia d’acqua alla Turchia del neo-sultano Erdogan.
Soprattutto, la tendenza generale non è quella della “modernizzazione” reazionaria in vista di una crescita economica forzata mediante investimenti pubblici e su base nazionale. Al contrario, i governi nazionali obbediscono ciecamente a un programma “europeo” di taglio alla spesa pubblica, privatizzazioni-liberalizzazioni-delocalizzazioni che stanno velocemente desertificando questo e altri paesi, trasformandolo in una sorta di landa deindustrializzata e riconvertita a mega-Disneyland turistico-culturale-gastronomica. Stanno gestendo i passaggi, insomma, verso la riconversione in “paese minore”, ospitale con i capitali da investimento e i flussi turistici e dunque fondato su salari da fame, contratti precari (per “indigeni” come per gli immigrati, comunque pagati ancor meno), “tolleranza zero” con i deboli.
Tutto questo col “fascismo storico” c’entra poco, anche quando gli somiglia fortissimo, perché non c’è nessuna ambizione imperialistica da straccioni, nessun piano di sviluppo militarizzato, nessuna capacità egemonico-culturale (Marinetti e il futurismo sembrerebbero dei giganti del pensiero, oggi). Nessuna “fosca grandezza”, insomma, per quanto disegnata su fondali di cartone, “otto milioni baionette” e “spezzeremo le reni” all’ultimo della fila... Solo declino, emigrazione giovanile, impoverimento dei poveri e disuguaglianze in crescita. Con il fallimento sullo sfondo.
Sul piano strettamente economico-finanziario, infatti, il governo grillin-leghista è assolutamente appecoronato alle disposizioni della Troika. L’incarico di dirlo esplicitamente tocca sempre e solo al ministro mediaticamente meno esposto, ossia a quello dell’economia, il “tecnico” Giovanni Tria (un altro “politicamente irresponsabile”, non eletto e non depositario di alcun pacchetto di voti), che al massimo – come i predecessori Padoan, ecc. – si barcamena tra richieste di maggiore spesa provenienti dai “colleghi” ministri e pretese di “manovre correttive” emanate da Bruxelles.
Se così, dunque, a che servono le sparate quotidiane dei ministro dello strillo?
A preparare le prossime elezioni, dicono in molti. E in effetti è difficile immaginare una felice e lunga coabitazione tra leghisti rampanti e pentastellati in debito d’ossigeno. Ma anche volendo accettare questa lettura, per fare cosa?
E’ evidente che anche un probabile futuro governo monocolore di destra si troverebbe davanti gli stessi limiti dell’attuale, anche se con qualche competizione interna in meno. I “vincoli esterni” restano lì ad impedire di realizzare qualsiasi promessa elettorale, sia questa la flat tax o la “cancellazione della Fornero”. Lo sanno tutti, anche i leghisti al governo...
E allora, a nostro avviso, non resta che una spiegazione.
Tutte queste forzature istituzionali preparano un terreno e un momento: quello in cui anche questo governo (o la sua parte più trombonesca), davanti al montare dei mugugni sociali che avranno verificato lo scarto tra promesse elettorali e fatti concreti, arriverà a dire: “con queste regole costituzionali è impossibile governare, dunque proponiamo una riforma costituzionale”. Nel solco di quella renziana-piduista bocciata il 4 dicembre 2016, o una versione anche più reazionaria.
Del resto, l’Unione Europea si sta dimostrando largamente “accogliente” per quelli descritti fin qui come “pericolosi populismi”. Una volta accettate le regole finanziario-economiche non ci sono altre vere pregiudiziali. Volete buttare a mare i “negri”? Potete farlo. Anzi, come ministri dell’interno di altri paesi (Germania e Austria, ma anche Francia e gruppo di Visegrad) vi diamo anche una mano... Basta che rispettiate alla lettera il Fiscal Compact, l’obbligo al pareggio di bilancio, lo squilibrio strutturale tra le varie economie del continente.
L’opposizione a questo esito non esiste, lo sappiamo. Non lo sarà Sergio Mattarella, che agisce solo sulle situazioni pericolosamente ridicole o per ricordare la forza del condizionamento sovranazionale; la sua figura, per chi ama le analogie, comincia a somigliare a quella di Hindenburg. Non lo farà “l’Europa”, che da sempre non prevede il rispetto della volontà popolare e deve gestire interessi concreti, non valori ideali. Non lo farà, naturalmente, la “sinistra europeista”, che ha gestito il processo di declino reazionario fino a sei mesi fa, inciampando e cominciando a declinare proprio sulla “riforma costituzionale” che non è riuscita a far passare.
Senza alcuna suggestione “complottistica”, ci sembra proprio che – fallito quell’obbiettivo – “i mercati” e la Ue abbiano deciso di spostare con oculatezza il proprio investimento, abbandonando a se stessa sia l’antica opzione democristiana che – soprattutto – quella “socialdemocratica” (ormai esaurite proprio a causa del loro “europeismo”), e puntando sull’avanzata delle destre razziste e xenofobe, ma tenute “sotto controllo”.
Da un Matteo all’altro, per ottenere lo stesso risultato.
L’opposizione reale va tutta costruita, ma con qualche idea chiara in testa.
Fonte
24/06/2018
Il Fondo Monetario Europeo: stampella del Fiscal Compact e dell’euro di “made in Germany”
Non avremmo potuto descriverlo meglio. Eppure la lucida disamina di uno dei meccanismi su cui si va “rafforzando” il comando nell’Unione Europea nella visione franco-tedesca, non l’abbiamo trovata su un blog o un giornale “di sinistra”, ma su un giornale borghese: Milano Finanza. E’ il segno che anche un pezzo di borghesia visualizza e prende coscienza che così come si è andato costruendosi l’apparato di dominio dell’Unione Europea stia producendo danni a tutto campo. In basso sicuramente, tra i lavoratori, i disoccupati, gli utenti del welfare e settori crescenti di classi medie polarizzati e trascinati giù. Ma anche in alto, in quel mondo delle imprese piccole e medie che è stato centrifugato dalla busca concentrazione economica nei paesi del nucleo centrale europeo e dalla gabbia dei cambi fissi imposta dall’Eurozona. I precedenti e i riferimenti storici ci sono e sono numerosi, soprattutto perchè segnalano i danni provocati da scelte strategiche come quelle che oggi vengono imposte ai paesi membri dell’Unione Europea e dell’Eurozona.
Ma la proposta di ristrutturazione dell’eurozona proposta dall’asse franco-tedesco, che prefigura la creazione di un budget comune ha per ora sollevato l’opposizione di una serie di stati membri, che hanno inviato una lettera critica al presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno. La firma è quello del ministro delle finanze olandese, con l’appoggio di Belgio, Lussemburgo, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia, Lettonia, Lituania, Estonia, Irlanda e Malta
L’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza fattoci pervenire da un nostro lettore, è utile per molti motivi e invitiamo a leggerlo con attenzione.
Fondo Monetario Europeo, involuzione della specie. L’Unione europea sta proseguendo nella strategia di raddoppiare le istituzioni multilaterali nate dopo la seconda guerra mondiale, secondo regole del tutto ellittiche. La Direzione Concorrenza si è arrogata da anni poteri di gran lunga superiori a quelli previsti nell’ambito del Wto, sulla base del divieto generalizzato di aiuti di Stato alle imprese. Si andrebbe anche verso la creazione di un Esercito europeo, sovrapposto alla Nato sia dal punto di vista politico che organizzativo, prendendo la scorciatoia della difesa delle frontiere esterne: obiettivo paradossale, perché gli unici a violarle sono i migranti che nessuno osa respingere per ragioni umanitarie.
Si propone anche di trasformare l’Esm (European Stability Mechanism) in Fme (Fondo monetario europeo): diverrebbe una istituzione autonoma ed indipendente di controllo, verifica e sostegno finanziario nei confronti degli Stati europei in difficoltà. Andrà a soppiantare la Troika, composta dai rappresentanti della Commissione europea, dal Fmi e dalla Bce, cui in questi anni è spettato procedere alla erogazione dei fondi messi a disposizione dell’ESM. Sarebbe una pessima imitazione del Fmi.
Quest’ultimo, infatti, nacque per affermare due principi fondamentali nelle relazioni internazionali, che avrebbero garantito tutti i Paesi aderenti: la necessità di bilance dei pagamenti correnti stabili, ed il divieto di svalutazioni competitive. Nel caso di crisi macroeconomica o finanziaria, la svalutazione del cambio è sempre stata una delle misure concesse dal Fmi a favore del Paese in difficoltà, ancorché accompagnata da aggiustamenti fiscali ed azioni volte a migliorare la competitività internazionale. Nell’ambito dell’eurozona, poiché una svalutazione monetaria è impossibile per definizione, gli aggiustamenti devono riguardare prezzi e salari da una parte, occupazione e capacità produttiva dall’altra: ma, così facendo, si finisce per ampliare il divario tra le diverse aree, a discapito di quelle più deboli.
Si ritorna alla contrapposizione che si presentò a livello globale dopo la prima Guerra mondiale: di fronte all’eccesso di capacità produttiva procurato dalle spese belliche finanziate in disavanzo, ed ai giganteschi debiti pubblici accumulati, in Italia si chiedeva un riequilibrio generale basato sulle esigenze dell’economia reale dei diversi paesi, partendo dai lavoratori e dalle capacità produttive in ciascuno disponibili. In Europa, il costo del ritorno al gold standard fu generalizzato, ma risultò ancor più pesante per i Paesi usciti sconfitti dal conflitto e per quelli più economicamente più deboli, come il nostro. Gli Stati Uniti, che si erano immensamente arricchiti con l’export verso l’Europa durante gli anni del conflitto, in nulla si sacrificarono: anzi, pur di continuare ad esportare, mantennero il dollaro sottovalutato rispetto all’oro che era affluito, e per difendersi dal calo dei prezzi agricoli internazionali avviarono una strategia di protezione commerciale basata sui dazi.
Poco o nulla è cambiato da allora. Chi ha il potere in mano, allora gli Usa a livello globale, ora la Germania all’interno dell’Eurozona, impone agli altri le correzioni politiche di deflazione interna di prezzi e salari, accompagnate da una forte correzione fiscale.
Il punto centrale, ed inaccettabile, è che con il Fme si darebbe vita ad un organismo che avrebbe tutti i poteri per imporre severe misure di condizionalità per la erogazione degli aiuti agli Stati in difficoltà, sulla falsariga del Fmi, senza aver riconsiderato a livello dell’Unione la necessità di porre rimedio agli squilibri originari, sempre più ampi, che hanno determinato le crisi recenti. Ancora una volta, si mettono sotto controllo solo i disavanzi ed i debiti pubblici, mentre non si considerano agli squilibri strutturali internazionali, macroeconomici e finanziari. Giappone, Cina e Germania esportano da anni deflazione e disoccupazione accumulando enormi attivi commerciali, che poi impiegano in modo sempre più rischioso. La crisi finanziaria europea è stata determinata dalla mole di titoli tossici americani detenuti dalle banche del nord Europa, dai prestiti insostenibili erogati alle banche irlandesi e spagnole con cui è stata alimentata una gigantesca bolla immobiliare, dalla mancata correzione del disavanzo delle partite correnti della Grecia, passive da tempo immemorabile come il suo bilancio pubblico.
Il Fme sarebbe solo una stampella del Fiscal Compact: servirebbe per imporre, in cambio di aiuti, le misure correttive agli Stati che si trovino in difficoltà nei confronti dei mercati finanziari per via di tassi di interesse sul debito che divengano insostenibili. Probabilmente, anche dopo la istituzione del Fme andrebbe mantenuto l’OMT, il programma della Bce che consente acquisti senza limite prefissato di titoli di Stato, seppure a condizione che sia stato preliminarmente richiesto l’intervento dell’Unione per la introduzione di misure correttive: le risorse del Fme, così come quelle del Fmi, sono del tutto inadeguate per intervenire a sostegno di Paesi di media grandezza. Né il Fmi, né tantomeno il Fme, avrebbero mai le risorse per sostenere un Paese in difficoltà del peso dell’Italia.
C’è un ulteriore paradosso di questa impostazione, che si riverbera sulla politica monetaria: la Bce, con il solo annuncio del Qe, ha fortemente influenzato il cambio dell’euro nei confronti del dollaro e delle altre principali valute, che si è svalutato favorendo ulteriormente una economia export-led come quella tedesca. Senza preordinare strumenti volti a far cessare questi squilibri nel commercio internazionale, che espongono l’intera Europa alle reazioni dell’Amministrazione Trump che impone dazi sulle importazioni, la istituzione del Fme suona ancora più beffarda.
A ruoli invertiti, ad un secolo esatto dal Trattato di Versailles, Inghilterra e Germania giocano la medesima partita a difesa della moneta come strumento di dominio e del loro ruolo di potenza economica e finanziaria. L’Unione europea ed il progettato Fme sostenuto dalla Germania, assomigliano tristemente alla Società delle Nazioni ed al suo Comitato finanziario, allora egemonizzato dall’Inghilterra: si voleva assicurare la pace tra i popoli, ma intanto si imponevano la sterlina come moneta di riserva, la stabilizzazione dei cambi e le finanze pubbliche in pareggio.
Non avendo affrontato il tema della equa distribuzione dello sviluppo sul piano globale, e nonostante gli immensi sacrifici sociali che vennero imposti all’Europa, fu tutto vano.
Fonte
Ma la proposta di ristrutturazione dell’eurozona proposta dall’asse franco-tedesco, che prefigura la creazione di un budget comune ha per ora sollevato l’opposizione di una serie di stati membri, che hanno inviato una lettera critica al presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno. La firma è quello del ministro delle finanze olandese, con l’appoggio di Belgio, Lussemburgo, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia, Lettonia, Lituania, Estonia, Irlanda e Malta
L’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza fattoci pervenire da un nostro lettore, è utile per molti motivi e invitiamo a leggerlo con attenzione.
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Fondo Monetario Europeo, involuzione della specie. L’Unione europea sta proseguendo nella strategia di raddoppiare le istituzioni multilaterali nate dopo la seconda guerra mondiale, secondo regole del tutto ellittiche. La Direzione Concorrenza si è arrogata da anni poteri di gran lunga superiori a quelli previsti nell’ambito del Wto, sulla base del divieto generalizzato di aiuti di Stato alle imprese. Si andrebbe anche verso la creazione di un Esercito europeo, sovrapposto alla Nato sia dal punto di vista politico che organizzativo, prendendo la scorciatoia della difesa delle frontiere esterne: obiettivo paradossale, perché gli unici a violarle sono i migranti che nessuno osa respingere per ragioni umanitarie.
Si propone anche di trasformare l’Esm (European Stability Mechanism) in Fme (Fondo monetario europeo): diverrebbe una istituzione autonoma ed indipendente di controllo, verifica e sostegno finanziario nei confronti degli Stati europei in difficoltà. Andrà a soppiantare la Troika, composta dai rappresentanti della Commissione europea, dal Fmi e dalla Bce, cui in questi anni è spettato procedere alla erogazione dei fondi messi a disposizione dell’ESM. Sarebbe una pessima imitazione del Fmi.
Quest’ultimo, infatti, nacque per affermare due principi fondamentali nelle relazioni internazionali, che avrebbero garantito tutti i Paesi aderenti: la necessità di bilance dei pagamenti correnti stabili, ed il divieto di svalutazioni competitive. Nel caso di crisi macroeconomica o finanziaria, la svalutazione del cambio è sempre stata una delle misure concesse dal Fmi a favore del Paese in difficoltà, ancorché accompagnata da aggiustamenti fiscali ed azioni volte a migliorare la competitività internazionale. Nell’ambito dell’eurozona, poiché una svalutazione monetaria è impossibile per definizione, gli aggiustamenti devono riguardare prezzi e salari da una parte, occupazione e capacità produttiva dall’altra: ma, così facendo, si finisce per ampliare il divario tra le diverse aree, a discapito di quelle più deboli.
Si ritorna alla contrapposizione che si presentò a livello globale dopo la prima Guerra mondiale: di fronte all’eccesso di capacità produttiva procurato dalle spese belliche finanziate in disavanzo, ed ai giganteschi debiti pubblici accumulati, in Italia si chiedeva un riequilibrio generale basato sulle esigenze dell’economia reale dei diversi paesi, partendo dai lavoratori e dalle capacità produttive in ciascuno disponibili. In Europa, il costo del ritorno al gold standard fu generalizzato, ma risultò ancor più pesante per i Paesi usciti sconfitti dal conflitto e per quelli più economicamente più deboli, come il nostro. Gli Stati Uniti, che si erano immensamente arricchiti con l’export verso l’Europa durante gli anni del conflitto, in nulla si sacrificarono: anzi, pur di continuare ad esportare, mantennero il dollaro sottovalutato rispetto all’oro che era affluito, e per difendersi dal calo dei prezzi agricoli internazionali avviarono una strategia di protezione commerciale basata sui dazi.
Poco o nulla è cambiato da allora. Chi ha il potere in mano, allora gli Usa a livello globale, ora la Germania all’interno dell’Eurozona, impone agli altri le correzioni politiche di deflazione interna di prezzi e salari, accompagnate da una forte correzione fiscale.
Il punto centrale, ed inaccettabile, è che con il Fme si darebbe vita ad un organismo che avrebbe tutti i poteri per imporre severe misure di condizionalità per la erogazione degli aiuti agli Stati in difficoltà, sulla falsariga del Fmi, senza aver riconsiderato a livello dell’Unione la necessità di porre rimedio agli squilibri originari, sempre più ampi, che hanno determinato le crisi recenti. Ancora una volta, si mettono sotto controllo solo i disavanzi ed i debiti pubblici, mentre non si considerano agli squilibri strutturali internazionali, macroeconomici e finanziari. Giappone, Cina e Germania esportano da anni deflazione e disoccupazione accumulando enormi attivi commerciali, che poi impiegano in modo sempre più rischioso. La crisi finanziaria europea è stata determinata dalla mole di titoli tossici americani detenuti dalle banche del nord Europa, dai prestiti insostenibili erogati alle banche irlandesi e spagnole con cui è stata alimentata una gigantesca bolla immobiliare, dalla mancata correzione del disavanzo delle partite correnti della Grecia, passive da tempo immemorabile come il suo bilancio pubblico.
Il Fme sarebbe solo una stampella del Fiscal Compact: servirebbe per imporre, in cambio di aiuti, le misure correttive agli Stati che si trovino in difficoltà nei confronti dei mercati finanziari per via di tassi di interesse sul debito che divengano insostenibili. Probabilmente, anche dopo la istituzione del Fme andrebbe mantenuto l’OMT, il programma della Bce che consente acquisti senza limite prefissato di titoli di Stato, seppure a condizione che sia stato preliminarmente richiesto l’intervento dell’Unione per la introduzione di misure correttive: le risorse del Fme, così come quelle del Fmi, sono del tutto inadeguate per intervenire a sostegno di Paesi di media grandezza. Né il Fmi, né tantomeno il Fme, avrebbero mai le risorse per sostenere un Paese in difficoltà del peso dell’Italia.
C’è un ulteriore paradosso di questa impostazione, che si riverbera sulla politica monetaria: la Bce, con il solo annuncio del Qe, ha fortemente influenzato il cambio dell’euro nei confronti del dollaro e delle altre principali valute, che si è svalutato favorendo ulteriormente una economia export-led come quella tedesca. Senza preordinare strumenti volti a far cessare questi squilibri nel commercio internazionale, che espongono l’intera Europa alle reazioni dell’Amministrazione Trump che impone dazi sulle importazioni, la istituzione del Fme suona ancora più beffarda.
A ruoli invertiti, ad un secolo esatto dal Trattato di Versailles, Inghilterra e Germania giocano la medesima partita a difesa della moneta come strumento di dominio e del loro ruolo di potenza economica e finanziaria. L’Unione europea ed il progettato Fme sostenuto dalla Germania, assomigliano tristemente alla Società delle Nazioni ed al suo Comitato finanziario, allora egemonizzato dall’Inghilterra: si voleva assicurare la pace tra i popoli, ma intanto si imponevano la sterlina come moneta di riserva, la stabilizzazione dei cambi e le finanze pubbliche in pareggio.
Non avendo affrontato il tema della equa distribuzione dello sviluppo sul piano globale, e nonostante gli immensi sacrifici sociali che vennero imposti all’Europa, fu tutto vano.
Fonte
11/05/2018
Nuovo Governo: gli attori cambiano, l’austerità resta
Interrogato da un giornalista circa la possibilità che forze politiche contrarie all’austerità conquistino il potere in Italia, Mario Draghi – il governatore della Banca Centrale Europea – risponde nel 2013 che non c’è nulla da temere: “Il percorso di consolidamento fiscale proseguirà, come se fosse stato inserito il pilota automatico”. In buona sostanza, la realizzazione delle politiche dettate dall’Europa – dalle fatidiche riforme alla riduzione del debito pubblico – sarebbe impermeabile al processo democratico: l’austerità non può essere fermata.
Ricordare queste parole di Draghi può essere utile per iniziare a districare la matassa dell’attuale situazione politica italiana. Seguendo il filo rosso del pilota automatico, scopriremo che questa fase politica risulta meno complicata di quel che sembra. Le apparenze ingannano e, contrariamente a quello che si potrebbe pensare seguendo pedissequamente le concitate trattative di queste ore, solide certezze dominano l’orizzonte politico di quella che, sebbene tanto bistrattata, resta la terza potenza europea. Certezze che pesano circa 18 miliardi di euro, tenendo l’Italia saldamente ancorata al porto dell’austerità.
Pende infatti sulla testa del prossimo governo, qualsiasi esso sia, l’impegno a sottrarre all’economia italiana circa l’1% del suo prodotto tramite tagli alla spesa pubblica e aumenti delle imposte. Si tratta di un impegno verso la Commissione Europea che assume due forme distinte. Poco meno di 13 miliardi di euro servono a coprire spese già stanziate per il 2018, ma le cui coperture erano affidate ad entrate che non si sono verificate: specifiche ‘clausole di salvaguardia’, imposte dai vincoli europei, prevedono un aumento del gettito IVA esattamente corrispondente alle coperture venute a mancare, in modo da assicurare che la spesa pubblica in disavanzo non aumenti. A questa cifra vanno poi aggiunti circa 5 miliardi di riduzione del disavanzo strutturale che l’Italia si era impegnata a realizzare per avvicinarsi agli obiettivi imposti dal Fiscal Compact, un trattato che disegna la disciplina fiscale dei Paesi europei definendo rigidi schemi di riduzione del debito pubblico.
In assenza di un governo con pieni poteri sarà impossibile procedere a riduzioni del disavanzo strutturale, come vorrebbe l’Europa, mentre le clausole di salvaguardia scatterebbero automaticamente determinando un incremento dell’IVA progressivo – tra il 2019 e il 2021 – che porterebbe l’aliquota al 25% danneggiando i consumi, dunque la domanda interna, la produzione e l’occupazione. “Disinnescare le clausole di salvaguardia” è diventata quindi la parola d’ordine di queste ore: che sia un governo tecnico, invocato dai ‘responsabili’ del PD, o un governo politico, rivendicato da Di Maio, tutti si affrettano a dire che occorre impedire l’aumento dell’IVA. Ma come?
Nel rispondere a questa domanda, possiamo giungere a comprendere quale sia il significato politico del pilota automatico definito da Draghi nel 2013: nonostante le apparenti differenze tra le varie compagini politiche attualmente in Parlamento, emerge un’unità d’intenti che ha il suo centro nella compatibilità con l’Europa, ovvero nella passiva accettazione delle politiche di austerità imposte all’Italia dalle istituzioni europee. Per tutte le forze politiche in campo, infatti, disinnescare l’aumento dell’IVA significa individuare coperture alternative a quella prevista dalla clausola di salvaguardia: in parole povere, significa sottrarre all’economia lo stesso ammontare di risorse, ma con misure diverse da un aumento dell’IVA e principalmente tramite tagli alla spesa pubblica. È evidente come non vi sia nulla di particolarmente virtuoso nella scelta di sostituire all’aumento dell’IVA altre equivalenti (o peggiori!) misure restrittive: tagliare la spesa pubblica significa ridurre sanità, istruzione, sicurezza, infrastrutture, investimenti, ossia alimentare la depressione dell’economia italiana. Le clausole di salvaguardia sono una minaccia per il nostro Paese non tanto perché prevedono un aumento dell’IVA, quanto piuttosto perché – più in generale – sono l’espressione di un ricatto apparentemente senza uscita imposto all’Italia: che sia attraverso un aumento dell’IVA o drastici tagli alla spesa, il prossimo governo dovrà sottrarre 13 miliardi di euro all’economia. Per scongiurare la minaccia, dunque, occorre rifiutare l’applicazione di quell’aumento automatico delle tasse accettando l’idea che a fronte di minori entrate registrate vi sia una maggiore spesa pubblica in disavanzo. Nel proporre tagli alla spesa pubblica o forme alternative di aumento della tassazione, le forze politiche in campo dimostrano tutta la loro conformità allo schema dell’austerità, e dunque l’impossibilità di individuare nell’attuale Parlamento alcuna via d’uscita dalla crisi che quell’austerità continuamente riproduce. Il partito che ha raccolto più voti proprio perché si è presentato come una forza anti-sistema, il Movimento Cinque Stelle, ha precisato subito dopo le elezioni che intende semplicemente sostituire all’aumento dell’IVA dei tagli alla spesa: “la spending review è importante”, ha detto Di Maio, e “prima di parlare di sforamento del deficit, andiamo a recuperare i soldi spesi male e investiti male”. Certo, l’idea di recuperare soldi “spesi male” sembra nobile, ma la storia degli ultimi anni di austerità ci insegna che queste operazioni di spending review portano invariabilmente a colpire i capitoli più consistenti del Bilancio dello Stato, quelli che finanziano lo stato sociale, l’istruzione, le infrastrutture e le pensioni. Infine, dal punto di vista del funzionamento del sistema economico, occorre sottolineare che persino i soldi “spesi male” hanno un ruolo di stimolo dell’economia, poiché l’eventuale parassita che li riceve li utilizza poi per acquistare beni di consumo, spendendoli bene e dunque alimentando i redditi, la produzione e l’occupazione: è questo il motivo per cui qualsiasi politica restrittiva è un passo in più verso la crisi, la disoccupazione e la povertà. Le attuali forze politiche non propongono di cambiare la rotta dell’austerità ma si differenziano solo nella misura in cui propongono diverse varianti dell’austerità, suggerendo diverse composizioni per misure di austerità che nessuno ha la volontà politica di combattere. Non vi è alcuna distinzione tra ‘responsabili’ e pericolosi sovversivi nel nostro Parlamento, ma una convergenza di fatto circa l’adesione al progetto politico neoliberista imposto dalle istituzioni europee.
Le clausole di cui tanto si discute oggi sono poste a salvaguardia dell’austerità, ed è il pilota automatico che deve essere disinnescato, non è tanto l’aumento dell’IVA in sé. Una seria prospettiva di rilancio della produzione e dell’occupazione passa necessariamente per il rifiuto di qualsiasi ulteriore politica restrittiva. Abbiamo precisi impegni con l’Europa: ci siamo impegnati a ridurre la spesa pubblica, ad aumentare le tasse, a smantellare lo stato sociale, ad accentuare ulteriormente la precarietà del lavoro. Rispettare questi impegni significa alimentare la povertà e la disoccupazione, la desertificazione industriale del Paese e la sua marginalizzazione politica: questo è il programma politico che unisce tutte le forze politiche sedute in Parlamento, il cemento che rende coese le diverse sensibilità politiche – da Salvini a Grasso passando per Di Maio. A dispetto dell’apparente disordine, delle scaramucce tra questi comprimari della politica europea, regna oggi in Italia tutta quella stabilità che serve all’Europa per portare avanti le sue politiche neoliberiste.
Lo spettro dell’aumento dell’IVA sarà quindi persino più importante dell’aumento dell’imposta in sé, restituendoci il senso profondo del pilota automatico di Draghi: il prossimo governo, che si profila composto da Movimento Cinque Stelle e Lega, potrà presentare i tagli alla spesa pubblica, cioè la propria declinazione dell’austerità, come il suo opposto, come un salvifico intervento che si oppone alla scure dell’IVA. È la pacificazione politica del massacro sociale, è il nostro primo problema da oggi.
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Ricordare queste parole di Draghi può essere utile per iniziare a districare la matassa dell’attuale situazione politica italiana. Seguendo il filo rosso del pilota automatico, scopriremo che questa fase politica risulta meno complicata di quel che sembra. Le apparenze ingannano e, contrariamente a quello che si potrebbe pensare seguendo pedissequamente le concitate trattative di queste ore, solide certezze dominano l’orizzonte politico di quella che, sebbene tanto bistrattata, resta la terza potenza europea. Certezze che pesano circa 18 miliardi di euro, tenendo l’Italia saldamente ancorata al porto dell’austerità.
Pende infatti sulla testa del prossimo governo, qualsiasi esso sia, l’impegno a sottrarre all’economia italiana circa l’1% del suo prodotto tramite tagli alla spesa pubblica e aumenti delle imposte. Si tratta di un impegno verso la Commissione Europea che assume due forme distinte. Poco meno di 13 miliardi di euro servono a coprire spese già stanziate per il 2018, ma le cui coperture erano affidate ad entrate che non si sono verificate: specifiche ‘clausole di salvaguardia’, imposte dai vincoli europei, prevedono un aumento del gettito IVA esattamente corrispondente alle coperture venute a mancare, in modo da assicurare che la spesa pubblica in disavanzo non aumenti. A questa cifra vanno poi aggiunti circa 5 miliardi di riduzione del disavanzo strutturale che l’Italia si era impegnata a realizzare per avvicinarsi agli obiettivi imposti dal Fiscal Compact, un trattato che disegna la disciplina fiscale dei Paesi europei definendo rigidi schemi di riduzione del debito pubblico.
In assenza di un governo con pieni poteri sarà impossibile procedere a riduzioni del disavanzo strutturale, come vorrebbe l’Europa, mentre le clausole di salvaguardia scatterebbero automaticamente determinando un incremento dell’IVA progressivo – tra il 2019 e il 2021 – che porterebbe l’aliquota al 25% danneggiando i consumi, dunque la domanda interna, la produzione e l’occupazione. “Disinnescare le clausole di salvaguardia” è diventata quindi la parola d’ordine di queste ore: che sia un governo tecnico, invocato dai ‘responsabili’ del PD, o un governo politico, rivendicato da Di Maio, tutti si affrettano a dire che occorre impedire l’aumento dell’IVA. Ma come?
Nel rispondere a questa domanda, possiamo giungere a comprendere quale sia il significato politico del pilota automatico definito da Draghi nel 2013: nonostante le apparenti differenze tra le varie compagini politiche attualmente in Parlamento, emerge un’unità d’intenti che ha il suo centro nella compatibilità con l’Europa, ovvero nella passiva accettazione delle politiche di austerità imposte all’Italia dalle istituzioni europee. Per tutte le forze politiche in campo, infatti, disinnescare l’aumento dell’IVA significa individuare coperture alternative a quella prevista dalla clausola di salvaguardia: in parole povere, significa sottrarre all’economia lo stesso ammontare di risorse, ma con misure diverse da un aumento dell’IVA e principalmente tramite tagli alla spesa pubblica. È evidente come non vi sia nulla di particolarmente virtuoso nella scelta di sostituire all’aumento dell’IVA altre equivalenti (o peggiori!) misure restrittive: tagliare la spesa pubblica significa ridurre sanità, istruzione, sicurezza, infrastrutture, investimenti, ossia alimentare la depressione dell’economia italiana. Le clausole di salvaguardia sono una minaccia per il nostro Paese non tanto perché prevedono un aumento dell’IVA, quanto piuttosto perché – più in generale – sono l’espressione di un ricatto apparentemente senza uscita imposto all’Italia: che sia attraverso un aumento dell’IVA o drastici tagli alla spesa, il prossimo governo dovrà sottrarre 13 miliardi di euro all’economia. Per scongiurare la minaccia, dunque, occorre rifiutare l’applicazione di quell’aumento automatico delle tasse accettando l’idea che a fronte di minori entrate registrate vi sia una maggiore spesa pubblica in disavanzo. Nel proporre tagli alla spesa pubblica o forme alternative di aumento della tassazione, le forze politiche in campo dimostrano tutta la loro conformità allo schema dell’austerità, e dunque l’impossibilità di individuare nell’attuale Parlamento alcuna via d’uscita dalla crisi che quell’austerità continuamente riproduce. Il partito che ha raccolto più voti proprio perché si è presentato come una forza anti-sistema, il Movimento Cinque Stelle, ha precisato subito dopo le elezioni che intende semplicemente sostituire all’aumento dell’IVA dei tagli alla spesa: “la spending review è importante”, ha detto Di Maio, e “prima di parlare di sforamento del deficit, andiamo a recuperare i soldi spesi male e investiti male”. Certo, l’idea di recuperare soldi “spesi male” sembra nobile, ma la storia degli ultimi anni di austerità ci insegna che queste operazioni di spending review portano invariabilmente a colpire i capitoli più consistenti del Bilancio dello Stato, quelli che finanziano lo stato sociale, l’istruzione, le infrastrutture e le pensioni. Infine, dal punto di vista del funzionamento del sistema economico, occorre sottolineare che persino i soldi “spesi male” hanno un ruolo di stimolo dell’economia, poiché l’eventuale parassita che li riceve li utilizza poi per acquistare beni di consumo, spendendoli bene e dunque alimentando i redditi, la produzione e l’occupazione: è questo il motivo per cui qualsiasi politica restrittiva è un passo in più verso la crisi, la disoccupazione e la povertà. Le attuali forze politiche non propongono di cambiare la rotta dell’austerità ma si differenziano solo nella misura in cui propongono diverse varianti dell’austerità, suggerendo diverse composizioni per misure di austerità che nessuno ha la volontà politica di combattere. Non vi è alcuna distinzione tra ‘responsabili’ e pericolosi sovversivi nel nostro Parlamento, ma una convergenza di fatto circa l’adesione al progetto politico neoliberista imposto dalle istituzioni europee.
Le clausole di cui tanto si discute oggi sono poste a salvaguardia dell’austerità, ed è il pilota automatico che deve essere disinnescato, non è tanto l’aumento dell’IVA in sé. Una seria prospettiva di rilancio della produzione e dell’occupazione passa necessariamente per il rifiuto di qualsiasi ulteriore politica restrittiva. Abbiamo precisi impegni con l’Europa: ci siamo impegnati a ridurre la spesa pubblica, ad aumentare le tasse, a smantellare lo stato sociale, ad accentuare ulteriormente la precarietà del lavoro. Rispettare questi impegni significa alimentare la povertà e la disoccupazione, la desertificazione industriale del Paese e la sua marginalizzazione politica: questo è il programma politico che unisce tutte le forze politiche sedute in Parlamento, il cemento che rende coese le diverse sensibilità politiche – da Salvini a Grasso passando per Di Maio. A dispetto dell’apparente disordine, delle scaramucce tra questi comprimari della politica europea, regna oggi in Italia tutta quella stabilità che serve all’Europa per portare avanti le sue politiche neoliberiste.
Lo spettro dell’aumento dell’IVA sarà quindi persino più importante dell’aumento dell’imposta in sé, restituendoci il senso profondo del pilota automatico di Draghi: il prossimo governo, che si profila composto da Movimento Cinque Stelle e Lega, potrà presentare i tagli alla spesa pubblica, cioè la propria declinazione dell’austerità, come il suo opposto, come un salvifico intervento che si oppone alla scure dell’IVA. È la pacificazione politica del massacro sociale, è il nostro primo problema da oggi.
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