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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/06/2018

Il Fondo Monetario Europeo: stampella del Fiscal Compact e dell’euro di “made in Germany”

Non avremmo potuto descriverlo meglio. Eppure la lucida disamina di uno dei meccanismi su cui si va “rafforzando” il comando nell’Unione Europea nella visione franco-tedesca, non l’abbiamo trovata su un blog o un giornale “di sinistra”, ma su un giornale borghese: Milano Finanza. E’ il segno che anche un pezzo di borghesia visualizza e prende coscienza che così come si è andato costruendosi l’apparato di dominio dell’Unione Europea stia producendo danni a tutto campo. In basso sicuramente, tra i lavoratori, i disoccupati, gli utenti del welfare e settori crescenti di classi medie polarizzati e trascinati giù. Ma anche in alto, in quel mondo delle imprese piccole e medie che è stato centrifugato dalla busca concentrazione economica nei paesi del nucleo centrale europeo e dalla gabbia dei cambi fissi imposta dall’Eurozona. I precedenti e i riferimenti storici ci sono e sono numerosi, soprattutto perchè segnalano i danni provocati da scelte strategiche come quelle che oggi vengono imposte ai paesi membri dell’Unione Europea e dell’Eurozona.

Ma la proposta di ristrutturazione dell’eurozona proposta dall’asse franco-tedesco, che prefigura la creazione di un budget comune ha per ora sollevato l’opposizione di una serie di stati membri, che hanno inviato una lettera critica al presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno. La firma è quello del ministro delle finanze olandese, con l’appoggio di Belgio, Lussemburgo, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia, Lettonia, Lituania, Estonia, Irlanda e Malta

L’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza fattoci pervenire da un nostro lettore, è utile per molti motivi e invitiamo a leggerlo con attenzione.

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Fondo Monetario Europeo, involuzione della specie. L’Unione europea sta proseguendo nella strategia di raddoppiare le istituzioni multilaterali nate dopo la seconda guerra mondiale, secondo regole del tutto ellittiche. La Direzione Concorrenza si è arrogata da anni poteri di gran lunga superiori a quelli previsti nell’ambito del Wto, sulla base del divieto generalizzato di aiuti di Stato alle imprese. Si andrebbe anche verso la creazione di un Esercito europeo, sovrapposto alla Nato sia dal punto di vista politico che organizzativo, prendendo la scorciatoia della difesa delle frontiere esterne: obiettivo paradossale, perché gli unici a violarle sono i migranti che nessuno osa respingere per ragioni umanitarie.

Si propone anche di trasformare l’Esm (European Stability Mechanism) in Fme (Fondo monetario europeo): diverrebbe una istituzione autonoma ed indipendente di controllo, verifica e sostegno finanziario nei confronti degli Stati europei in difficoltà. Andrà a soppiantare la Troika, composta dai rappresentanti della Commissione europea, dal Fmi e dalla Bce, cui in questi anni è spettato procedere alla erogazione dei fondi messi a disposizione dell’ESM. Sarebbe una pessima imitazione del Fmi.

Quest’ultimo, infatti, nacque per affermare due principi fondamentali nelle relazioni internazionali, che avrebbero garantito tutti i Paesi aderenti: la necessità di bilance dei pagamenti correnti stabili, ed il divieto di svalutazioni competitive. Nel caso di crisi macroeconomica o finanziaria, la svalutazione del cambio è sempre stata una delle misure concesse dal Fmi a favore del Paese in difficoltà, ancorché accompagnata da aggiustamenti fiscali ed azioni volte a migliorare la competitività internazionale. Nell’ambito dell’eurozona, poiché una svalutazione monetaria è impossibile per definizione, gli aggiustamenti devono riguardare prezzi e salari da una parte, occupazione e capacità produttiva dall’altra: ma, così facendo, si finisce per ampliare il divario tra le diverse aree, a discapito di quelle più deboli.

Si ritorna alla contrapposizione che si presentò a livello globale dopo la prima Guerra mondiale: di fronte all’eccesso di capacità produttiva procurato dalle spese belliche finanziate in disavanzo, ed ai giganteschi debiti pubblici accumulati, in Italia si chiedeva un riequilibrio generale basato sulle esigenze dell’economia reale dei diversi paesi, partendo dai lavoratori e dalle capacità produttive in ciascuno disponibili. In Europa, il costo del ritorno al gold standard fu generalizzato, ma risultò ancor più pesante per i Paesi usciti sconfitti dal conflitto e per quelli più economicamente più deboli, come il nostro. Gli Stati Uniti, che si erano immensamente arricchiti con l’export verso l’Europa durante gli anni del conflitto, in nulla si sacrificarono: anzi, pur di continuare ad esportare, mantennero il dollaro sottovalutato rispetto all’oro che era affluito, e per difendersi dal calo dei prezzi agricoli internazionali avviarono una strategia di protezione commerciale basata sui dazi.

Poco o nulla è cambiato da allora. Chi ha il potere in mano, allora gli Usa a livello globale, ora la Germania all’interno dell’Eurozona, impone agli altri le correzioni politiche di deflazione interna di prezzi e salari, accompagnate da una forte correzione fiscale.

Il punto centrale, ed inaccettabile, è che con il Fme si darebbe vita ad un organismo che avrebbe tutti i poteri per imporre severe misure di condizionalità per la erogazione degli aiuti agli Stati in difficoltà, sulla falsariga del Fmi, senza aver riconsiderato a livello dell’Unione la necessità di porre rimedio agli squilibri originari, sempre più ampi, che hanno determinato le crisi recenti. Ancora una volta, si mettono sotto controllo solo i disavanzi ed i debiti pubblici, mentre non si considerano agli squilibri strutturali internazionali, macroeconomici e finanziari. Giappone, Cina e Germania esportano da anni deflazione e disoccupazione accumulando enormi attivi commerciali, che poi impiegano in modo sempre più rischioso. La crisi finanziaria europea è stata determinata dalla mole di titoli tossici americani detenuti dalle banche del nord Europa, dai prestiti insostenibili erogati alle banche irlandesi e spagnole con cui è stata alimentata una gigantesca bolla immobiliare, dalla mancata correzione del disavanzo delle partite correnti della Grecia, passive da tempo immemorabile come il suo bilancio pubblico.

Il Fme sarebbe solo una stampella del Fiscal Compact: servirebbe per imporre, in cambio di aiuti, le misure correttive agli Stati che si trovino in difficoltà nei confronti dei mercati finanziari per via di tassi di interesse sul debito che divengano insostenibili. Probabilmente, anche dopo la istituzione del Fme andrebbe mantenuto l’OMT, il programma della Bce che consente acquisti senza limite prefissato di titoli di Stato, seppure a condizione che sia stato preliminarmente richiesto l’intervento dell’Unione per la introduzione di misure correttive: le risorse del Fme, così come quelle del Fmi, sono del tutto inadeguate per intervenire a sostegno di Paesi di media grandezza. Né il Fmi, né tantomeno il Fme, avrebbero mai le risorse per sostenere un Paese in difficoltà del peso dell’Italia.

C’è un ulteriore paradosso di questa impostazione, che si riverbera sulla politica monetaria: la Bce, con il solo annuncio del Qe, ha fortemente influenzato il cambio dell’euro nei confronti del dollaro e delle altre principali valute, che si è svalutato favorendo ulteriormente una economia export-led come quella tedesca. Senza preordinare strumenti volti a far cessare questi squilibri nel commercio internazionale, che espongono l’intera Europa alle reazioni dell’Amministrazione Trump che impone dazi sulle importazioni, la istituzione del Fme suona ancora più beffarda.

A ruoli invertiti, ad un secolo esatto dal Trattato di Versailles, Inghilterra e Germania giocano la medesima partita a difesa della moneta come strumento di dominio e del loro ruolo di potenza economica e finanziaria. L’Unione europea ed il progettato Fme sostenuto dalla Germania, assomigliano tristemente alla Società delle Nazioni ed al suo Comitato finanziario, allora egemonizzato dall’Inghilterra: si voleva assicurare la pace tra i popoli, ma intanto si imponevano la sterlina come moneta di riserva, la stabilizzazione dei cambi e le finanze pubbliche in pareggio.

Non avendo affrontato il tema della equa distribuzione dello sviluppo sul piano globale, e nonostante gli immensi sacrifici sociali che vennero imposti all’Europa, fu tutto vano.

Fonte

17/01/2018

I conti pubblici italiani finiranno nelle mani della Germania. E per l’Italia saranno guai

Quale sarà il futuro dell’Europa e dell’economia italiana? A deciderlo come spesso accade sarà la Germania, il Paese più forte di tutti, ma non così forte come in passato: mai i due principali partiti sono stati così deboli nel Parlamento e nella società. Angela Merkel ha comunque convinto i socialdemocratici a formare una nuova “grande coalizione” strappando un accordo per governare la Germania nei prossimi tre anni e mezzo. Tasse e migranti sono stati i temi incendiari che hanno rischiato di fare deragliare le trattative, un po’ meno si è parlato di un dettaglio. Ma il diavolo, si sa, si nasconde nei dettagli.

L’importanza del Fme

Nell’accordo preliminare della Grande Coalizione si è conquistato una citazione il Fondo monetario europeo, Fme, che diventerà con il superministro dell’Economia il nuovo strumento per governare l’Unione, e quindi anche noi italiani, in maniera ancora più incisiva di quanto accaduto in passato.

La fine del Qe

Mentre il 31 ottobre del 2019, scadrà il mandato di presidente alla Banca centrale europea di Mario Draghi, salvatore dell’Italia con il Quantitative Easing (Qe) e della patria europea, si sta cominciando a mettere mano al Fondo Salva Stati che diventerà il Fondo monetario europeo (Fme). I lavori sull’istituzione dell’Fme inizieranno quest’anno e l’appuntamento non è certo casuale: il Quantitative Easing della Bce dovrebbe finire tra settembre e dicembre 2018, facendo venir meno l’importante supporto degli acquisti mensili di titoli di Stato di tutti i Paesi dell’Eurozona, in poche parole la stampella che tenuto in piedi i conti dell’Italia.

La novità

Come dice il nome, sarà una sorta di Fmi – il Fondo monetario internazionale, intervenuto nei recenti crac internazionali in cambio di riforme “lacrime e sangue” – ma rivolto esclusivamente ai paesi della Ue. E’ la principale novità introdotta a fine 2017 dalla Commissione europea e che ora ha ricevuto anche l’avallo, sia pure con alcune riserve, della potente Germania entrando nel programma di governo della Grande Coalizione.

Come si salva la stabilità

Il Meccanismo europeo di stabilità (Mese) e il Fondo salva stati sono i due strumenti che hanno tirato fuori dai guai Irlanda, Grecia, Portogallo, Cipro e Spagna, per un totale di 273 miliardi di prestiti erogati ma sono strumenti limitati perché intervengono solo quando il Paese è già in gravi difficoltà e ha perso l’accesso ai mercati per rifinanziare i debiti. Non è escluso che all’Fme venga riconosciuto un raggio di azione più ampio, come al Fondo monetario internazionale. Potrebbe avere quindi il compito della sorveglianza intervenendo prima dell’esplosione di un crisi e non solo ex-post.

Vigilanza sulle politiche fiscali

Cosa chiede però la Germania? Maggiori poteri di vigilanza per il Fme sulle politiche fiscali, cioè un ruolo di controllore dei conti pubblici. Su questo si dovrà ancora discutere ma intanto il Fondo monetario europeo avrà un ruolo di primo piano nell’attività di controllo sui bilanci statali dell’Eurozona.

Ad occuparsi dei bilanci nazionali sarà il superministro dell’euro, il ministro delle Finanze sotto la cui supervisione agirà il Fme. Il fondo non sarà più, quindi, un organismo intergovernativo, come è oggi il Fondo Salva-Stati, ma un’istituzione dell’Unione, come la Banca centrale europea, oggi in mano a Draghi.

Necessaria l’unanimità

Come funzionerà il Fondo? E qui per noi cominciano i dolori. Secondo i piani della Commissione di Bruxelles le decisioni più importanti, come il salvataggio di un Paese, dovranno essere prese all’unanimità. Ma come aprire i rubinetti del credito lo deciderà una maggioranza qualificata, pari all’85 per cento delle quote. Chi ha più del 15 per cento, inoltre, ha il diritto di veto.

Il problema del debito pubblico italiano

Il diritto di veto oggi sarebbe riservato solo a tre attori: Germania, Francia e Italia. Ma la platea dei soci potrebbe aumentare a tutti gli Stati che fanno parte dell’Unione bancaria e l’attuale quota del 17,9 per cento dell’Italia potrebbe scendere sotto il 15 per cento: se dovesse accadere, in caso di difficoltà, l’Italia – sorvegliato speciale di Bruxelles per l’enorme debito pubblico di 2000 miliardi di euro – sarebbe direttamente nelle mani di Berlino e Parigi. Ecco perché il diavolo si annida nei dettagli e soprattutto nella determinazione della Grande Coalizione tedesca di accelerare il nuovo super-governo dell’economia europea.

di Alberto Negri, oggi in pensione, è stato uno degli analisti internazionali più lucidi de Il Sole 24 Ore.

Fonte

06/01/2018

Il problema non sono le elezioni, ma quello che avviene dopo...

La campagna elettorale va prendendo corpo nel solito modo: promesse smodate (anche da parte di chi ha regalato alle imprese miliardi di aumenti su autostrada, luce, gas, ecc, negli ultimi giorni di governo), caccia al candidato smart (la “normalizzazione” dei Cinque Stelle si vede anche su questo fronte), finte contrapposizioni che dureranno fino alla sera del 4 marzo. Poi tutti insieme, tutti “responsabili”, tutti pronti ad osannare le virtù di un “governo del presidente”, inevitabilmente eterodiretto dall’Unione Europea.

Una prospettiva che – per una volta – preoccupa non poco anche il mondo economico. Lo testimonia con precisione questo editoriale di Guido Salerno Aletta apparso su Milano Finanza, che andrebbe letto anche dai tanti compagni che si stanno generosamente battendo per portare avanti la lista Potere Al Popolo. Perché fissa con estrema chiarezza i macroproblemi che il paese si troverà ad affrontare nei prossimi mesi e anni. Se non li si conosce, insomma, non si può né “governare bene” dal punto di vista capitalistico né fare “opposizione efficace” dal punto di vista dell’alternativa radicale.

I macroproblemi sono di livello quantomeno europeo, come sempre da almeno 30 anni, e costituiscono la “cornice” entro cui vanno letti, agitati, affrontati i problemi “solo” nazionali, locali, categoriali, vertenziali. Pena il costruire lodevoli elenchi di desideri dalla realizzazione improbabile e quindi forieri di delusioni cocenti.

Salerno Aletta ricorda a tutti i competitor che guardano alle urne (borghesi e non): “le elezioni non cambiano nulla rispetto agli impegni europei”. Mantra sempre ripetuto da Wolfgang Schaeuble e ampiamente dimostrato con la messa sotto torchio della derelitta Grecia da parte degli uomini che promettevano di salvarla (Tsipras e tutta Syriza).

Ma anche le regole europee stanno cambiando, nonostante la crisi politica della Germania. E il mondo delle imprese (e delle banche) è molto preoccupato dal loro contenuto, che potrebbe facilmente essere accettato senza neanche discutere da un governo debole, poco credibile, poco capace di contrattare alla pari sui tavoli di Bruxelles e Francoforte.

Le regole più pericolose in corso di cambiamento, secondo Salerno Aletta, sono almeno tre: l’incorporazione del Fiscal Compact all’interno dei Trattati europei; il completamento e la stabilizzazione della Banking Union; la revisione dello Statuto dell’Esm al fine di trasformarlo in un vero e proprio Fondo monetario europeo (Fme).

La prima – che abbiamo già affrontato diverse volte – potrebbe essere devastante se applicata alla lettera (meno 5% l’anno di debito pubblico, circa 50 miliardi ogni 12 mesi) sull’intero ammontare nominale del debito (quasi 2.300 miliardi, pari a circa il 133% del Pil). Un governo serio dovrebbe contrattare con i partner europei l’esclusione da questa somma sia dei titoli di stato acquistati dalla Banca d’Italia su indicazione della Bce (quasi 320 miliardi, durante il quantitative easing peraltro ancora aperto, nonostante una riduzione degli importi), sia di quelli detenuti dalle banche private italiane (altri 500 miliardi). In questo modo la base di partenza per i calcoli del Fiscal Compact scenderebbe quasi miracolosamente all’84% del Pil, con immediata drastica riduzione del servizio sul debito, rendendo la corsa alla riduzione verso l’obiettivo del 60% assai meno onerosa e invalidante per l’economia del paese.

La terza riforma riguarda la trasformazione del fondo salvastati (Esm) in un vero e proprio Fondo Monetario Europeo, che potrebbe – nella logica finanziaria mainstream – cominciare ad affrontare meno rudemente le evidenti disparità di sviluppo nell’Unione a 27.

Certo, servirebbe un governo autorevole e serio, e preso sul serio dai partner. Ma dove lo vai a trovare, con questa classe politica di parvenu che hanno adocchiato, come massimo obiettivo, uno stipendio favoloso e un vitalizio perenne?

Stabilito dunque che non ci sarà un governo con questo profilo, bisogna pensare allo scenario meno favorevole (un’aggressione contemporanea di regole europee più drastiche e speculazione dei mercati finanziari), che rischi di farci passare qualche anno da Grecia di grandi dimensioni.

Se questo è l’orizzonte più realistico, sarebbe bene che anche Potere Al Popolo ne cominci a misurare le coordinate.

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Le nuove regole europee che servono all’Italia

Da qui a marzo bisogna tenere bene a mente le parole che Wolfang Shaeuble, per anni inossidabile ministro delle finanze tedesco, rivolse ai Greci che si apprestavano a votare per il rinnovo del Parlamento di Atene, sperando in un ribaltone che rimescolasse finalmente le carte: “le elezioni non cambiano nulla rispetto agli impegni europei”.

Il fatto è però che, nonostante la vacatio in Germania, la faticosa gestione della Brexit e le polemiche mai sopite sulla distribuzione dei migranti, in questi mesi stanno maturando a Bruxelles molte regole fondamentali dell’Unione, tre delle quali sono cruciali per l’Italia: l’incorporazione del Fiscal Compact all’interno dei Trattati europei; il completamento e la stabilizzazione della Banking Union; la revisione dello Statuto dell’Esm al fine di trasformarlo in un vero e proprio Fondo monetario europeo (Fme).

Inutile nasconderselo: un governo a fine legislatura tratta a Bruxelles da posizioni di oggettiva debolezza. E’ necessario, quindi, che su questi temi si apra il confronto, e che si ricerchi un ampio sostegno politico e mediatico sulle soluzioni a noi favorevoli. Le istituzioni, pubbliche o private che siano, anche le più prestigiose come la Banca d’Italia o l’Abi, hanno necessità di sentire, e di mostrare, che dietro di sé hanno l’intero Paese.

Sui temi europei, le forze politiche italiane sono già tutte allineate e coperte, quasi remissive: hanno fatto tesoro dell’amara esperienza di Marine Le Pen, candidatasi alle presidenziali francesi come paladina dei cittadini contro l’Europa dei mercanti: con quella sola frase riuscì a mettersi contro tutti i poteri forti, visibili e non. Di uscire dall’euro non se ne parla più, se non come pistola poggiata su un tavolo che non c’è, come se fosse l’Isola di Peter Pan; della moneta parallela, analoga alle Am-lire, si sono perse le tracce; neppure si accenna alle diverse proposte di introdurre i titoli di credito fiscale, che pure avevano trovato un inatteso consenso financo da parte di Mediobanca Securities in un report che fece clamore nell’ormai lontano novembre 2015.

Tra i due opposti, adottare una postura elettorale tanto rivoluzionaria a parole quanto velleitaria nei fatti, oppure accettare supinamente tutto quanto si sta elaborando a Bruxelles sul futuro dell’Unione, c’è una saggia via di mezzo: elaborare e condividere proposte che tutelano l’interesse nazionale. Una campagna elettorale conflittuale sulle questioni di politica interna, ma convergente sulle future regole europee, sarebbe vantaggiosa per chiunque dovesse prevalere nel voto di marzo. Si eviterebbe una nuova resa senza condizioni, come invece accadde con il Trattato di Maastricht e poi con il Fiscal Compact, approvati in Italia dai Parlamenti frastornati dalle crisi del 1992 e del 2011.

Cominciamo dalle regole sul debito pubblico. Sarebbe una follia accettare senza discussioni la riproposizione nei Trattati europei della regola della sua riduzione di 1/20 l’anno, fino al raggiungimento dell’obiettivo del 60% del pil. Occorre affrontare due questioni: in primo luogo, il trattamento da dare ai titoli acquistati dalla Banca d’Italia per conto della Bce nell’ambito del Qe. Per l’Italia, a fine novembre, si trattava di 319 miliardi di euro: non è accettabile che questo argomento sia escluso dal tavolo delle trattative, affermando che si tratta di una questione di politica monetaria, da lasciare alla esclusiva discrezionalità delle Banche centrali. Questo debito, se non va anche formalmente cancellato, deve essere comunque oggetto di un regime speciale a lunghissimo termine, almeno cinquantennale. Non solo va escluso dal computo del Fiscal Compact, ma soprattutto va ottenuta la retrocessione integrale degli interessi pagati dal Tesoro, al netto delle commissioni d’uso per la gestione, così come avviene negli Usa per i rapporti analoghi tra Fed e Treasury, e così come avveniva in Italia prima del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro nel 1980. Non basta: occorre anche che, rispettando le regole relative all’obiettivo del pareggio a medio termine (MTO), ci sia un automatismo immediato negli interventi effettuabili direttamente dalla Banca d’Italia, illimitato nelle dimensioni sulla base dell’OMT già previsto dalla Bce, per evitare che ci siano nuove speculazioni sul nostro debito pubblico. Bisogna guardare lontano: le regole servono soprattutto nel medio periodo, per affrontare anche quelle emergenze che oggi appaiono improbabili. Non possiamo permettere che si ripetano le tensioni dell’estate del 2012: con l’Italia in ginocchio nonostante le manovre micidiali adottate dal governo Monti, i mercati ricominciarono come nulla fosse a fare baldoria. Fu necessario il diktat londinese di Mario Draghi, che il 26 luglio minacciò di fare “whatever it takes” per salvare l’euro dalla dissoluzione. Se c’è il rispetto di un impegno internazionale, verificato dalla Commissione europea, relativo ad una severa disciplina di bilancio, è assolutamente inammissibile lasciare che i mercati possano ancora brandire la loro mannaia. O il rispetto delle regole, o le sanzioni del mercato.

La seconda questione riguarda il sistema bancario, ed il nesso con il debito pubblico: occorre porre fine alla interminabile spola che ha caratterizzato queste relazioni. Non si tratta di obbligarle a costituire margini di capitale a fronte anche di questi impieghi, bensì di iniziare il processo di scorporo del sistema dei pagamenti dalla funzione bancaria, ponendo fine alla bicentenaria alchimia della trasformazione delle scadenze, con i depositi a vista cui corrispondono impieghi a medio e lungo termine. Serve dunque un sistema centralizzato, come è stato proposto da Paolo Savona su queste colonne, che operi sul modello blockchain, sotto il controllo pubblico: inizialmente avrebbe al passivo 500 miliardi di euro di depositi a vista, ed altrettanti titoli di Stato italiani all’attivo, pari alle detenzioni bancarie attuali. Cesserebbe così anche la temuta commistione tra banche e titoli di Stato. Anche in questo caso, si tratterà di detenzioni non smobilizzabili, da sottoporre al medesimo regime previsto per quelle della Bd’I: sarebbe curioso, infatti, che il sistema si facesse pagare cospicue commissioni per la gestione dei pagamenti e ricevesse anche gli interessi sui titoli di Stato in cui questa liquidità viene impiegata.

Le due operazioni appena descritte, che riguarderebbero un ammontare di debito pubblico di poco superiore agli 800 miliardi di euro, farebbero scendere all’84% del pil la percentuale in mano al mercato e ridurrebbero drasticamente l’onere netto per gli interessi. A queste condizioni potremmo discutere della riduzione del rapporto debito/pil nell’ambito di una direttiva dell’Unione che recepisca il Fiscal Compact.

Occorre discutere anche della stabilizzazione della Banking Union. E’ indispensabile una radicale deforestazione del groviglio di organi e di sovrapposte competenze che si sono affastellate, con le normative emanate quasi quotidianamente ed in modo disorganico. Vanno riviste, in particolare, per tener conto delle farraginosità riscontrate, sia la Decisione della Commissione europea del 1° agosto 2013 in materia di aiuti di Stato alle banche sia la direttiva BRRD.

Infine, va messa bene a fuoco la trasformazione dell’Esm in Fme: sembra una iniziativa volta unicamente ad assicurare un default ordinato dei debiti pubblici in caso di crisi. L’idea che eroghi fondi di sostegno condizionati alle riforme, o che agisca come la Banca mondiale degli investimenti, in sostituzione del Piano Junker ed in aggiunta alla Bei, sembra un guazzabuglio.

Questi sono i tre temi europei strategici per l’Italia, su cui occorre confrontarsi, elaborare proposte condivise, e battersi. Diversamente, a marzo sarà troppo tardi: per chiunque vinca, e soprattutto per l’Italia.

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