Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta BCE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta BCE. Mostra tutti i post

09/08/2026

L’America sacrifica le colonie europee

di Alessandro Volpi

Le strategie monetarie nei prossimi mesi, di fronte ad un rischio di inflazione e di stagnazione sempre più evidente, saranno decisive. Saranno determinanti, in particolare, le azioni della Federal Reserve e della Bce. È utile allora soffermarsi, anche solo rapidamente, per cercare di capire cosa stia succedendo in tali istituzioni.

Alla Federal Reserve il neo presidente Kevin Warsh, nominato da Trump, ha deciso di costituire un “gruppo di lavoro” per definire la linea della banca centrale americana.

In tale gruppo sono presenti:

  • l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, membro del Group of Thirty (G30), un’organizzazione privata ed esclusiva che riunisce i vertici delle banche centrali e i CEO delle più grandi banche private (come Goldman Sachs e JPMorgan);
  • Marc Andreessen, co-fondatore di Andressen Horovitz , un venture capital da oltre 40 miliardi di dollari di masse in gestione, molto attivo sulle criptovalute;
  • l’economista (Fmi) ed ex governatore della Banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ora consulente senior per BDT & MSD Partners (una banca d’affari che gestisce i capitali di alcune delle famiglie più ricche del mondo, tra cui i Dell) e, come King, membro del Group of Thirty;
  • – il premio Nobel 2011 Thomas Sargent, molto attivo nel mondo dei Quantitative Hedge Funds;
  • – l’ex governatore della Banca centrale del Brasile, Arminio Fraga che, prima di guidare la banca centrale, è stato il braccio destro di George Soros, nelle vesti di managing director del Quantum Fund, e fondatore di Gávea Investimentos, una delle principali società di gestione patrimoniale e private equity in America Latina, in passato controllata da JP. Morgan Asset Management.

In sintesi, la strategia monetaria della più grande banca centrale del mondo, che definirà le sorti del dollaro, sarà concepita con il contributo fondamentale di una ristrettissima élite di grandi consulenti della finanza privata.

La vicenda della Bce è molto probabile invece che sia caratterizzata dalle dimissioni anticipate di Christine Lagarde per dare modo a Macron, prima della fine del suo mandato, di contribuire alla scelta della prossima guida dell’istituto di Francoforte che potrebbe essere uno tra Klaas Knot, presidente della banca centrale dei Paesi Bassi oltre che membro del Consiglio direttivo Bce, Isabel Schnabel, componente del comitato esecutivo, e Joachim Nagel, presidente Bundesbank.

In Europa dunque la strategia monetaria potrebbe essere quella definita da un falco dell’austerità.

Se proviamo a unire i puntini mettendo insieme queste due situazioni emerge un quadro dove la Fed asseconderà le operazioni dei colossi della finanza USA senza far mancare la liquidità alla bolla ipertrofica in corso, mentre il rigorismo della Bce faciliterà la colonizzazione ad opera degli stessi colossi della finanza Usa del risparmio del Vecchio Continente.

P.S. Ho utilizzato il termine “strategia” perché questa non è “politica” monetaria. Si tratta della strategia del capitalismo finanziario che per salvare il cuore dell’impero deve sacrificare le colonie, responsabili del resto di avere accettato questa subalternità e di averle affidato i destini economici delle proprie popolazioni.

Fonte

02/06/2026

La troika si mobilita, di nuovo

Io non so perché il conduttore della trasmissione televisiva “Che tempo che fa” abbia posto a Christine Lagarde, Presidente della Banca centrale europea, le domande che le ha posto. Lo avrà fatto per tanti motivi ma, comunque, non è importante rifletterci perché erano domande fuori luogo, nate da chi sa quale contorto processo mentale.

Il tema rilevante è un altro: Christine Lagarde non doveva essere lì a rispondere a quelle domande. Sembra incredibile che la Presidente della Banca centrale europea sia andata in una trasmissione televisiva italiana ad esprimere le proprie opinioni su un tema che non rientra nella sua sfera decisionale, bensì in quello della Commissione europea. Che abbia dichiarato la sua contrarietà a concedere all’Italia la possibilità di accedere alla ‘clausola di salvaguardia’ per derogare ai vincoli sul bilancio pubblico fissati dal “Patto di stabilità e crescita”.

Dov’è finita la mitica discrezione dei banchieri centrali?

Dov’è finita la mitica divisione dei poteri delle democrazie liberali europee?

I bilanci pubblici di gran parte dei Paesi membri dell’Unione europea sono sotto stress – e lo saranno per molti anni ancora – a causa del piano pluriennale di riarmo che è stato deciso di attuare. Lo sono persino i bilanci pubblici della Germania, della Francia e dell’Italia, le tre più grandi economie dell’Unione.

Per facilitare il riarmo riducendo lo stress (politico) che il consistente aumento della spesa militare comporta, la Commissione europea ha deciso di permettere ai Paesi di chiedere la deroga ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita”. 18 Paesi l’hanno chiesta e ottenuta, tra i quali Germania e Francia. L’ha chiesta anche l’Italia. E Christine Lagarde si precipita in Italia a dire in televisione che la Commissione europea non dovrebbe accettare la richiesta.

Pur trovandosi nella ‘procedura di infrazione’ per deficit pubblico eccessivo, l’Italia può chiedere di utilizzare la clausola di salvaguardia, e spetterà poi alla Commissione europea decidere se concederla o meno. Un deficit eccessivo di un niente, comunque: attualmente il suo disavanzo pubblico è stimato al 3,1%, lo 0,1% oltre il limite massimo. Ma la Presidente della Banca centrale europea ammonisce che le regole devono essere rispettate. In questo caso, tuttavia, non c’è nessuna regola da rispettare, piuttosto una valutazione complessiva che spetta alla Commissione europea.

L’Italia ha fatto richiesta di accedere alla clausola di salvaguardia e derogare ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita” – con la consueta confusione e vittimismo, certo, facendo finta di non sapere quanto sia grande, se solo lo volesse esercitare, il peso politico che avrebbe nel Consiglio europeo, considerata la sua dimensione demografica ed economica. Comunque, ora sta negoziando con la Commissione europea. La Presidente della Banca centrale europea non doveva permettersi nessun commento pubblico. Aveva canali istituzionali per esprimere direttamente alla Commissione europea la sua contrarietà alla concessione della deroga.

Ma di quali regole parla Christine Lagarde? L’Italia ha accumulato nel tempo un debito pubblico ben oltre il doppio di quello che secondo le regole del “Patto di stabilità e crescita” dovrebbe avere in proporzione al prodotto lordo. Dovrebbe essere il 60%, ma ha raggiunto il 143%. Però, la si tiene nella procedura di infrazione perché il suo disavanzo pubblico è dello 0,1% oltre il limite.

Ma, chi si è preoccupato delle regole quando, con l’approvazione del PNRR, si è permesso all’Italia di fare circa 120 miliardi di debito? Un’anomalia tanto clamorosa, ma passata inosservata nel dibattito pubblico: la Francia, la Germania e la Spagna (e molti altri Paesi membri) hanno formulato PNRR che non prevedevano neanche un euro di prestito dall’Unione europea.

In Italia la ‘crisi fiscale’ che si trascina da decenni è arrivata al punto di rottura con il Governo Draghi, e il Governo Meloni non ha capito che cosa aveva ereditato. Lo sta capendo in queste settimane, mentre inizia la fase finale della legislatura e si sta entrando in campagna elettorale. Il cerchio si stringe, e Meloni non sa che fare. A sottolineare il fallimento del Governo Meloni entra in gioco in modo irrituale la Banca centrale europea. Interviene anche il Fondo Monetario Internazionale che, preoccupato per bassa crescita e debito pubblico, suggerisce ‘decisive’ misure di politica economica. E, infine, la Commissione europea. La ‘troika’ si mobilita – di nuovo.

Puntualmente, con la ‘troika’ si mobilita anche la tecnostruttura giornalistico-accademica italiana. Leggo oggi su “La Stampa” uno dei suoi più autorevoli membri affermare, tempestivamente, che fare ora più debito peggiorerebbe la situazione delle “donne e dei giovani”. Quello fatto recentemente, invece? Nesso causale misterioso: verità sciamaniche. È iniziato il dibattito pre-elettorale, e la ‘troika’ ha già dettato i temi da svolgere.

L’Italia non è in grado di attuare il piano di riarmo che ha sottoscritto. Non ha le risorse per farlo. (Anche Paesi come Francia e Germania non le hanno e devono indebitarsi – e ridurre la spesa sociale). Inoltre, la crisi energetica ha peggiorato la situazione. In questi anni l’Italia si è indebitata per effettuare gli investimenti previsti dal PNRR ma non ha effettuato, se non in minima parte, quelli previsti dai Fondi strutturali.

La ‘troika’ fa notare che sono lì le risorse finanziare utilizzabili per attuare il piano di armamenti e per superare la crisi energetica. Ma, per realizzare quegli investimenti, l’Italia – come d’obbligo – deve cofinanziarli e le risorse non le ha.

L’Italia avrebbe ora bisogno di un dibattito pubblico – di un giornalismo – capace di declinare la drammaticità della situazione. 

Fonte

23/02/2026

Ragioni e falsi miti in merito al debito pubblico italiano che ha superato i 3.095 miliardi di euro

di Alessandro Volpi

Il debito pubblico italiano ha superato i 3.095 miliardi di euro e, soprattutto, ha registrato un incremento record di 128 miliardi nell’ultimo anno. La domanda che sorge spontanea è relativa alle cause di un simile incremento, davvero significativo. Le risposte potrebbero essere molteplici ma una, almeno sul piano numerico, è assolutamente chiara. Per oltre l’80% questo aumento è dipeso dalla crescita del costo degli interessi. Il tema diventa allora, in primo luogo, comprendere perché si è verificata tale lievitazione. Qui il campo di riflessione si allarga e include due aspetti centrali.

Il primo è costituito dalla nuova strategia della Banca centrale europea (Bce) che non solo ha deciso di abbandonare gli acquisti di nuovo debito dei singoli Stati ma ha stabilito di procedere, celermente, alla dismissione degli asset di debito nazionale ancora detenuto. Così, per l’Italia, tale scelta significa l’esigenza di ricomprare, in un solo anno, quasi 180 miliardi di euro di debito che la Bce aveva acquistato in passato.

Questo aspetto si lega direttamente al secondo perché il riacquisto deve essere operato dal Tesoro italiano in una fase in cui i tassi di interesse sono particolarmente alti e dunque l’operazione imposta dalla “austerità” creditizia voluta dalla presidente Christine Lagarde è ancora più onerosa.

A rendere i tassi costosi contribuisce ormai da qualche anno la politica della Federal reserve di Jerome Powell che, di fronte, alla clamorosa impennata del debito federale Usa, arrivato a sforare la cifra monstre di 40mila miliardi, deve remunerare i sempre più esigenti compratori con rendimenti non distanti dal 4%. In altre parole, la crisi del debito statunitense non può più essere gestita con la monetizzazione in dollari ma ha bisogno di interessi alti che, peraltro, non stanno impedendo la fuga dei compratori cinesi, indiani, arabi e di buona parte del Pianeta con l’effetto di un vero e proprio crollo della quota di debito Usa in mani estere precipitata al minimo storico del 25% del totale.

Agli alti tassi degli Stati Uniti si aggiungono poi quelli praticati da Regno Unito, Francia e persino Germania alle prese con massicci piani di spesa pubblica e quindi alla ricerca di compratori del debito a cui offrire rendimenti molto allettanti: i titoli decennali inglesi sfiorano il 5%, quelli francesi il 3,5% e quelli tedeschi si avvicinano al 3%. Si tratta di dati che rendono lo spread uno strumento del tutto inefficace proprio perché se è vero che si riduce il differenziale, è altrettanto chiaro che gli interessi aumentano per tutti e cresce la concorrenza al rialzo dei tassi.

Alla luce di questi numeri, pertanto, si comprende meglio perché il debito italiano cresca per l’80% a causa dell’aumento degli interessi: è in pieno corso la crisi del debito Usa e dei debiti europei che scatena una corsa al rialzo, alimentata dalla Bce, soprattutto nel caso dell’Italia, per effetto del ripristino della “strategia del rigore”. In merito a ciò può essere utile un’ulteriore considerazione legata al rapporto tra risparmio gestito e debito pubblico italiano. Negli ultimi anni, il peso preponderante acquisito dai grandi gestori del risparmio, a cominciare da quelli americani come BlackRock, ha drenato porzioni crescenti del risparmio italiano in direzione di titoli di debiti esteri, a cominciare da quello degli Stati Uniti, determinando una situazione per cui i risparmiatori del nostro Paese hanno titoli del debito nazionale per circa 350 miliardi di euro contro gli oltre 500 miliardi di debito di titoli di altri Paesi, di cui quelli statunitensi rappresentano quasi 400 miliardi di euro.

È naturale che questo fatto incida sulla difficoltà a collocare il debito italiano e dunque lo renda più costoso in termini di interessi. Una preoccupazione potrebbe provenire anche dagli Eurobond, sdoganati persino dalla Bundesbank come “safety asset” per creare un paracadute contro il tracollo del dollaro. La questione vera in merito è rintracciabile nella quantità di Eurobond che saranno realmente emessi: è probabile che a fine 2026 si arriverà a mille miliardi di euro, a fronte di un debito complessivo dei singoli Stati dell’Eurozona di oltre 14mila miliardi.

In un quadro del genere l’effetto dell’emissione degli Eurobond, data la loro maggiore solidità, sarà quello di rendere assai più difficile il collocamento dei titoli dei debiti nazionali, in particolare di quelli dei paesi più indebitati come nel caso dell’Italia. In tal modo il debito dei singoli Paesi crescerà ancora e per trovare un collocamento i singoli governi dovranno rivolgersi in misura maggiore agli stessi grandi fondi statunitensi. Pare evidente, allora, che il tema dell’aumento del debito non sia riducibile a singole voci del bilancio dello Stato senza considerare il macigno degli interessi e il loro legame con la crisi americana.

C’è poi una narrazione, spesso costruita sulla vicenda del debito, che dovrebbe essere contrastata: la costante litania dell’austerità che ha perseguito con una cura maniacale l’avanzo primario non è servita a ridurre in alcun modo il debito e, probabilmente, non lo ha neppure contenuto nonostante i tagli durissimi ai servizi. Perché è evidente che una simile linea politica, trasversale, ha generato, nel tempo un Prodotto interno lordo (Pil) sempre più vicino allo zero e sempre più distante dal tasso di interesse pagato sul debito ora superiore al 3%.

È chiaro che quei tre punti di differenza vanno colmati e in un Paese refrattario a ogni riforma fiscale nei confronti dei patrimoni e dei redditi alti ciò significa nuovo debito a tassi ancora maggiori. La questione del debito è, inevitabilmente, riconducibile al modello economico e sociale che la politica vuole perseguire.

Fonte

19/02/2026

Per fermare i nazisti una poltrona non basta

Le manovre intorno al vertice della Banca Centrale Europea (Bce) sarebbero ben poco interessanti, al pari di qualsiasi altro balletto sulle nomine, se non illuminassero – involontariamente, certo – le “normali” dinamiche politiche “liberal-liberiste” applicate in un momento per molti versi eccezionale.

Come noto, il Financial Times ha fatto sapere che l’attuale presidente, Christine Lagarde, potrebbe terminare l’incarico prima della scadenza naturale del mandato a ottobre 2027.

Lagarde è stata sicuramente la persona meno brillante, diciamo così, messa alla testa dell’unica istituzione europea ufficialmente indipendente (non totalmente) dal potere politico, in primo luogo franco-tedesco. Una sua lettera privata all’allora presidente francese Sarkozy evidenziava un servilismo fin troppo imbarazzante per una figura che già allora aveva occupato poltrone importanti.

Ma non è per questo che i vertici europei stanno pensando al quando e come sostituirla.

Il suo mandato scade infatti dopo che ci saranno state le elezioni presidenziali francesi – se pure Macron non sarà costretto a dimettersi anticipatamente – e stando ai sondaggi attuali sarà certamente un fascista a uscirne vincitore. L’incertezza riguarda soltanto il nome – Marine Le Pen o Bardella – perché dipende dal processo d’appello ancora in corso contro la prima, dove una condanna la confermerebbe come incandidabile.

Altrettanto barcollante è anche la coalizione che sostiene in cancelliere tedesco Friedrich Merz (democristiani, socialdemocratici e “verdi”). E l’idea che il prossimo presidente della Bce possa venire scelto da neofascisti dichiarati, sia a Parigi che a Berlino, è ovviamente una preoccupazione per i mercati finanziari. E non certo per motivi “ideologici”.

La Bce, infatti, oltre a determinare la politica monetaria ordinaria (tassi di interesse, acquisto o vendita di titoli di stato nazionali, ecc.), è in questo periodo di tensioni internazionali e di semi-rottura con gli Stati Uniti impegnata a varare l’euro digitale, una delle misure che renderebbe il capitale finanziario europeo meno dipendente dalle “mattane” di Washington, che controlla tramite il sistema di pagamenti Swift la totalità delle transazioni mediante carte di credito e bancomat nel mondo euro-atlantico e non solo.

Ma si tratterebbe anche di un un “riparo” dall’uso devastante delle stable coin che Trump & co. vorrebbero imporre, in modo da prolungare ed estendere il “privilegio esorbitante” del dollaro e quindi il dominio statunitense sui mercati e sui paesi.

Il mandato del presidente della Bce dura otto anni e poter decidere chi sarà il prossimo ora (o tra un anno al massimo) metterebbe al riparo almeno parziale un’istituzione senza cui la UE, al momento, è ben poca cosa a livello strategico.

Tutto normale e detto senza mezzi termini, anche se ovviamente da Francoforte sono stati obbligati a dire che “il presidente resta al suo posto e lavora come sempre”.

Evitare che una poltrona delicata sia determinata da gente che non sa dove mettere le mani, e quando pure lo sa agisce in modo scriteriato, sembra a prima vista un’idea ragionevole.

Ma bisogna pure far notare che una poltrona – sia da banchiere centrale che da presidente della Repubblica “guardiano della Costituzione” – non ha mai costituito un argine duraturo all’avanzata del neofascismo (o comunque si voglia definire l’ultradestra euro-americana attuale). Anzi.

Questo modo da azzeccagarbugli di tutelare poltrone anziché equilibri sociali è sempre stato un assist retorico per i reazionari di ogni epoca (la politica dell’establishment come “inciucio”), un modo per facilitare la loro presa su “opinioni pubbliche” nel frattempo decerebrate da un sistema mediatico dedicato a celebrare lo status quo.

La speranza dei liberal-liberisti europei – e del mondo degli affari che ne costituisce l’ossatura fisica e di interessi – è evidentemente quella di “prendere tempo” contando sul fatto che la stagione “Maga” possa tramontare prima che anche il nuovo presidente della Bce giunga a scadenza di mandato. O, in alternativa, di trovare anche tra i nazifascisti europei qualcuno che possa garantirne gli interessi e quindi “comportarsi responsabilmente” sulle poltrone che contano, a partire da quella della Bce.

Se dobbiamo guardare alla Storia, è sempre accaduto altro. I fascisti, una volta al potere, non si curano più tanto delle vecchie forme istituzionali ma ne stabiliscono di nuove. Sempre contro lavoratori, pensionati, giovani, ecc., sempre in favore del capitale, ma in modi e tempi che possono interferire con il business as usual del vecchio establishment.

I liberal-liberisti, insomma, non difendono “la democrazia” ma un grumo di interessi propri sui quali cercheranno un compromesso “ragionevole” con i nuovi padroncini della politica.

Entrambi i gruppi, infatti, temono le piazze e i popoli in lotta. Non quale culo sia seduto su una poltrona...

Fonte

23/12/2025

Pillole di bancarotta /4

Alessandro Volpi ci parla del doppio standard della BCE, che intima agli Stati europei di non tassare le banche ma lascia i loro debiti pubblici in balia dei grandi fondi internazionali. Ci offre una panoramica su proprietà dei giornali, “pluralismo” e “libertà di stampa”, e sul legame tossico fra fondi pensioni e settore immobiliare.

Infine, ci illustra le possibili conseguenze della paventata confisca delle riserve della Banca Centrale Russa, ennesima follia autolesionista dell’Unione europea pervicacemente impegnata nella ricerca del disastro.
Buona lettura!

A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui

*****

La follia della Bce

Due note sull’istituto presieduto da madame Lagarde. La prima è costituita dal richiamo che la Bce ha fatto ai governi degli Stati europei a non tassare le banche perché sarebbe estremamente pericoloso per la stabilità dei paesi.

Si tratta di un’affermazione davvero incredibile alla luce del fatto che solo le banche italiane hanno realizzato profitti in due anni per circa 100 miliardi di euro.

La seconda si riferisce agli interessi sul debito. Al di là dell’esultanza di Meloni e Giorgetti l’Italia paga nel 2025 106 miliardi di interessi sul debito pubblico contro gli 84 miliardi del 2024; una cifra folle dovuta in gran parte alla fine degli acquisti di debito da parte della Bce e dalla sua sostituzione con i grandi fondi internazionali che chiedono interessi più alti. Magari se la Bce svolgesse un ruolo diverso e non lasciasse i paesi nelle mani dei fondi non sarebbe male. Ma è certo che la Bce non è una banca centrale e, dunque, non si muove nell’interesse delle comunità.
 
A proposito di libertà di stampa, e di egemonia di sinistra

Può essere utile ricordare di chi sono i principali giornali italiani. Partirei dai casi più evidenti di conflitto di interessi e, certamente, espressione di una posizione decisamente filogovernativa. Si tratta dei giornali riconducibili a Gaetano Caltagirone, comprendenti tra gli altri Il Messaggero, il Mattino e il Gazzettino, e ad Antonio Angelucci, a cui appartengono il Giornale, Libero e Il Tempo. Caltagirone e Angellucci, come è noto, hanno un peso decisivo nel sistema bancario, in quello immobiliare e in quello della sanità privata. Angelucci è anche parlamentare della Lega.

Il Secolo XIX è diventato di proprietà dell’armatore Aponte, mentre il gruppo Monti-Riffeser controlla La Nazione, il Resto del Carlino e il Giorno. Il banchiere Enrico Marchi, presidente di Finint, ha acquistato da poco una filiera di giornali del Triveneto e ora punta alla Stampa che Gedi, di proprietà Exor vorrebbe cedere, in maniera separata da Repubblica, il cui compratore sarebbe l’armatore greco Kyriakou.

Il gruppo greco Antenna Group, che sta comprando La Repubblica e le radio GEDI, ha un socio molto ingombrante che dal 2022 è socio del PIF (Public Investment Fund), ovvero il fondo sovrano dell’Arabia Saudita controllato direttamente da Bin Salman.

Si aggiungono il Foglio di proprietà dell’immobiliarista Walter Mainetti, con una quota del banchiere Matteo Apre, Il Riformista e l’Unità dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo. Non mancano nell’elenco il quotidiano di Confindustria e quello del sempre imprendibile Carlo De Benedetti. Confindustria Verona e Confindustria Vicenza hanno, a loro volta, giornali propri come L’Arena, Il giornale di Vicenza e Brescia oggi.

Naturalmente non deve essere trascurato il quotidiano di proprietà di Maurizio Belpietro, La Verità. Infine è obbligatorio menzionare il più venduto quotidiano italiano, Il Corriere della Sera, di Urbano Cairo. Ora, scoprendo questa breve, ma densa lista, mi sembra molto chiaro che una parte rilevante del giornalismo italiano sia attraversata da evidenti conflitti di interessa e da un chiaro posizionamento compreso fra la destra più dura e i liberi moderati, con una evidente predilezione per il centro destra.

Dove sia lo spauracchio dell’egemonia della sinistra mi risulta difficile da capire; ma gridarla consente al monopolio della narrazione filogovernativa di apparire decisamente meno illiberale.
 
Risparmio pensionistico e settore immobiliare

È davvero impressionante constatare quanto ormai il risparmio pensionistico sia determinante nel settore immobiliare. In Italia esiste una decina di grandi società di gestione del risparmio che si occupano di immobili: hanno a disposizione buona parte dei 140 miliardi di euro che si indirizzano verso i fondi immobiliari.

Ma c’è un dato nuovo e davvero inquietante. In passato le società di gestione immobiliare si rivolgevano alla clientela retail direttamente, proponendo i propri fondi. Dunque i compratori erano in genere piccoli risparmiatori che decidevano di comprare quei fondi.
Oggi il 95% del “mercato” immobiliare è costituito dalla già citata decina di Società di risparmio gestito che trattano non più con i singoli risparmiatori ma con le grandi Casse di previdenza pensionistica, da quella degli architetti a quella dei medici a quella dei geometri a cui propongono o da cui ricevono proposte di natura immobiliare.

Il processo avviene, spesso, in questo modo: gli iscritti alla Cassa di previdenza versano i loro risparmi e la Cassa si rivolge alla società di gestione del risparmio per collocare quei risparmi collettivi in un fondo destinato a finanziare una grande operazione immobiliare. Naturalmente la Società di gestione in questione sceglierà progetti altamente remunerativi, in genere a Milano e nelle principali città italiane, dove il “mercato” immobiliare subisce, per effetto di ciò, un costante rialzo dei prezzi destinati a remunerare gli iscritti alla Cassa di previdenza.

È altrettanto naturale che la società di gestione costruisca il proprio fondo puntando ad aree da acquisire a prezzi bassi, con pochi oneri di urbanizzazione, con poche regole urbanistiche – o meglio con molte deroghe alle regole, o con particolari invenzioni “semantiche” – e con tempi di realizzazione molto stretti, magari con appalti, subappalti e cantieri non troppo sicuri.

In estrema sintesi l’affermazione di un binomio fra Società di gestione del risparmio, Casse di previdenza complementare e distorsione costante del settore immobiliare costituisce un elemento centrale del nuovo capitalismo finanziario sempre più basato sulle pensioni private.

Un’ultima considerazione. Di chi è questa decina di Società di gestione? Di pochi ricchissimi italiani – Caltagirone, Pignataro, Catella, Nattino – dei grandi gestori Usa – Blackstone, Apollo, Cerberus, e di qualche fondo sovrano arabo. 

La confisca delle risorse della Banca centrale russa

La vicenda dell’ipotesi di confisca delle risorse della Banca centrale russa da parte dell’Unione europea è davvero incredibile per varie ragioni che provo a mettere in fila.

1) Il totale degli asset della Banca centrale russa detenuti in Europa risulta molto vicino ai 300 miliardi di euro, dunque i 190 detenuti da Euroclear, domiciliata in Belgio, sono solo una parte di questa cifra, ma la Commissione europea sembra volersi concentrare solo su quelli, forse perché gli altri sono nelle mani di importanti e influenti società finanziarie e bancarie.

Bundesbank e Banque de France gestiscono asset sovrani russi per circa 30 miliardi di euro. Le banche svizzere una decina. Clearsteram, una società di proprietà di Deutsche Borse, con sede in Lussemburgo ne detiene un’altra decina di miliardi. Per non parlare del Regno Unito che, attraverso Bank of England ed altre banche private, controlla circa 30 miliardi di euro in asset russi. Appare evidente alla luce di ciò che la confisca solo di quelli detenuti in Belgio è un modo per evitare la confisca da parte degli altri paesi europei dei propri asset sovrani russi.

2) La confisca a titolo di future riparazioni di guerra che la Russia, sconfitta, dovrà pagare implica che il conflitto debba durare fino alla resa definitiva della Russia perché altrimenti i prestiti emessi con questi asset non sarebbero più coperti.

3) Tale confisca è illegale perché si tratta dell’esproprio di beni conservati da una società privata, Euroclear appunto, ad opera di un soggetto istituzionale come l’Unione europea. Peraltro non sarebbe legittimo neppure l’utilizzo per finalità belliche degli interessi maturati da tali asset durante la loro gestione ad opera di Euroclear e degli altri soggetti europei che li detengono.

4) Come ha rilevato persino la Bce tali asset sono in euro e sono detenuti da società e da istituzioni bancarie dell’Eurozona, che detengono gli asset di molti altri paesi. La loro confisca dunque sarebbe un segnale di inaffidabilità dell’euro e dei paesi dell’Eurozona con conseguenze pesanti per la svalutazione dell’euro e dei titoli emessi in euro costretti, per trovare compratori, a pagare interessi più alti.

5) Euroclear, che ha sede in Belgio, non è però di proprietà belga ma ha come soci circa 100 istituti finanziari fra cui spiccano JP Morgan (quindi BlackRock, Vanguard e State Street), Bnp Paribas e Société Genérale che sono interessati al mantenimento degli asset russi, oltre che per evitare cause, anche perché la loro gestione fornisce utili iscritti nel bilancio di Euroclear.

6) Un’eventuale confisca degli asset russi produrrebbe l’immediata, parallela, confisca degli asset europei in Russia il cui valore complessivo è superiore ai 300 miliardi di euro. 

7) È davvero interessante notare che l’operazione di confisca condotta dagli europei non coinvolgerebbe gli Stati Uniti dove la Banca centrale russa non ha praticamente mai depositato i propri asset. Mettere in sequenza questi elementi consente di comprendere l’ennesima follia autolesionista dell’Unione europea pervicacemente impegnata nella ricerca del disastro.

Fonte

07/12/2025

Chi garantisce per i “soldi russi” da girare all’Ucraina? Nessuno…

L’impressione di essere guidati – come Unione Europea e governanti nazionali – da un branco di incompetenti per quanto riguarda le questioni strategiche era già fortissima. Appena temperata dalla insana fiducia instillata nelle opinioni pubbliche circa la loro capacità di controllare le questioni economiche e finanziarie, ben rappresentate dai vincoli inseriti nei trattati che definiscono il “pilota automatico” dell’austerità sui conti pubblici.

Ora anche questa deve crollare davanti all’evidenza.

Sentiamo tutti i giorni che i vertici europei stanno da tempo pensando di sequestrare i fondi russi depositati in banche europee, per una cifra sempre un po’ ballerina ma stabilmente sopra i 140 miliardi per quanto riguarda il solo Belgio, e forse 210 in totale, o di più. Soldi che verrebbero utilizzati per sostenere la guerra dell’Ucraina contro la Russia e, se poi ne avanzano, anche per la ricostruzione dei territori che resteranno a Kiev.

Dal punto di vista commerciale e legale, si tratta di un vero e proprio furto che – fra l’altro – mette in discussione la “difesa della proprietà privata” nell’area del pianeta che più ha fatto di quest’ultima l’unica “libertà” che conti. Per non parlare del rischio che altri paesi, resi edotti dal comportamento piratesco dei poteri europei, portino via i loro soldi verso porti più sicuri (in Europa sono depositati soldi e beni di circa 90 paesi).

Ma, si potrebbe dire, cosa volete che sia un furto davanti ad una guerra e ai suoi orrori... 

Sia pure, ma almeno bisogna saper fare i ladri, no?

E invece quegli svalvolati al vertice della UE – von der Leyen, Kallas, Dombrovskis, ecc. – ogni giorni se ne inventano una nuova per arrivare al punto, man mano che scoprono i problemi che rendono un azzardo quell’idea.

Dopo aver deciso di prendersi quei fondi e farne quel che avevano in mente, si sono accorti che Euroclear Bank, il braccio finanziario dell’istituzione belga, è alquanto restia a farsi togliere i 140 miliardi russi che amministra con profitto (mica crederete che quei soldi stiano fermi in una cassaforte invece di essere investiti da qualche parte, no?).

Si sta andando verso una trattativa di pace – è l’argomento – anche se alla UE non piace il come questo possa avvenire. E nella trattativa c’è naturalmente anche la questione delle sanzioni alla Russia, che potrebbero subito dopo essere cancellate. A quel punto il “legale proprietario” potrebbe richiederli indietro e non ci sarebbe alcuna possibilità di negarglieli. Pena il chiudere i mercati finanziari europei ai “foresti”... 

Se la UE se li prende per pagare il conto in Ucraina, quando bisognerà restituirli saranno però i belgi a doverglieli dare. E per l’economia di quel piccolo paese 140 miliardi sono una cifra che può metterlo in ginocchio. Quindi chiede una “garanzia europea” che copra il rischio di una causa internazionale persa in partenza.

Ok, dicono i grandi pensatori al vertice della UE. Chiediamo alla Banca Centrale Europea (la Bce, presieduta da quell’anima buona sempre disponibile di Christine Lagarde) di fare da “prestatore di ultima istanza”, tanto è lì che si stampano gli euro...

Ma l’istituto di Francoforte spiega subito sottovoce che “la proposta della Commissione europea viola il suo mandato”. Non che non vorrebbe, insomma. È che proprio non può, non è previsto dalla legge (dal trattato europeo fondativo) – sarebbe un finanziamento diretto degli Stati, cosa vietatissima secondo i criteri dell’“austerità” ordoliberista.

È qui che i superbi geniacci dell’Unione Europea – quelli che manco conoscono i trattati che dovrebbero applicare – cominciano a somigliare a pugili suonati, quelli che dopo un ko si rialzano e vogliono riprendere il combattimento, ma inciampano nella nebbia.

E va beh, dicono subito, allora la garanzia la metteranno tutti e 27 i paesi membri. Cosa volete che siano 140 miliardi divisi tra loro? Al massimo ci dice “no” solo Orbàn, che ne dovrebbe mettere al massimo uno o due... 

Ma prima sarebbe bene che ascoltassero le perplessità degli altri ventisei. Sebbene i governi europei siano aperti a garantire una cifra predeterminata, infatti – secondo la confessione fatta qualche giorno fa a POLITICO sotto anonimato – sono però riluttanti a sottoscrivere quella che descrivono come una “carta bianca”. Qualche miliardo va bene, ma 140 proprio no. Perché, semplicemente, metterebbe la sostenibilità finanziaria del loro paese alla mercé di una sentenza giudiziaria, esponendoli potenzialmente a rimborsi per miliardi di euro anche per anni dopo la fine della guerra in Ucraina.

“Se le garanzie sono infinite e senza limiti, allora in cosa ci stiamo cacciando?”, ha sintetizzato un ministro finanziario rimasto anonimo.

“Per molti Stati membri, è politicamente difficile dare questa carta bianca”, ha detto un altro. Vagli a spiegare, poi, alla popolazione che devono stringere la cinghia perché bisogna ridare i soldi ai russi che hanno vinto la guerra e, come tutti i vincitori, non scuciono un centesimo... 

Per assicurarsi il consenso politico, la Commissione ha mostrato ad alcuni ambasciatori UE alcune sezioni della sua proposta giuridica, ma l’importo specifico delle garanzie è stato lasciato in bianco. Ti piace la macchina? Meglio che non ti dica quanto ti può costare... 

L’alternativa sarebbe allora emettere altro debito UE per coprire il deficit di bilancio dell’Ucraina. Ma l’idea è impopolare tra la maggior parte dei governi UE, perché anche questa ovviamente implica l’uso di denaro dei contribuenti. Che è già risucchiato nel riarmo e nel servizio del debito... 

Un ulteriore ostacolo è l’opposizione di qualche paese – non solo l’Ungheria di Orbàn... – perché certe decisioni vanno prese all’unanimità. I furbissimi membri della Commissione – tra un arresto per corruzione e l’altro – hanno scovato un codicillo dei trattati che permetterebbe, su alcune tematiche economiche, di procedere a “maggioranza qualificata”, aggirando i veti.

L’art. 122 dei trattati consentirebbe, secondo alcuni, «di vietare, su base temporanea, qualsiasi trasferimento diretto o indiretto alla Banca centrale di Russia o a suo beneficio» senza richiedere l’unanimità. In pratica è come piazzare una bomba a scoppio ritardato nel processo di costruzione della UE (se posso essere obbligato a fare quello che non voglio, tanto vale che me ne vado alla prima occasione). Ma oltretutto resterebbe comunque il problema del Belgio, sede fisico-legale della maggior parte dei fondi russi.

Un guazzabuglio che von der Leyen & co. vorrebbero comunque mettere in piedi d’autorità, pretendendo “poteri d’emergenza” (in Italia possiamo dare lezioni, in materia...). Ma è più facile far credere che siamo sorvolati tutti i giorni da sciami di “droni russi” piuttosto che realizzare un furto lasciando in brache di tela uno dei tuoi soci...

Nel frattempo la stampa “europeista” e guerrafondaia ha già cominciato a classificare il piccolo paese come “il più valido asset russo”. Con tanto di cancelliere tedesco, Merz, che va direttamente dal premier fiammingo per fornirgli qualche garanzia verbale in più. Ma quello: “niet”, vuole garanzie vere, nero su bianco ed esigibili in caso – ormai inevitabile, dice esplicitamente – che Mosca vinca la guerra e rivoglia tutti i suoi soldi indietro.

Ma se nessuno garantisce niente (al massimo qualche spicciolo) come si fa a portare a termine una rapina con mezzi legali? Il rischio, in una comunità di Stati, deve essere condiviso; non si può scaricare tutto addosso ad uno soltanto (come fatto con l’Ucraina: “vai avanti te, che poi ti copriamo...”). Perché quello, se non è uno stupido o un suprematista esaltato, non ci sta.

Il problema, insomma, non è la resistenza del Belgio, ma l’imbuto in cui si sono cacciati questi super-governanti scelti col manuale Cencelli tra i più obbedienti al “pensiero unico”. E che perciò ogni volta che sono chiamati ad elaborare un pensiero vero, adeguato a risolvere i problemi posti dalla situazione reale, dimostrano una capacità da asilo d’infanzia.

Non perché siano “scemi”, ovviamente. Sono semplicemente le persone sbagliate nei posti sbagliati in un momento molto complicato. Messe lì per difendere banali “interessi di classe” del capitalismo finanziario e multinazionale, al ritmo di un “pilota automatico” fissato in trattati, si ritrovano a ballare musiche che non hanno mai sentito né studiato...

Fonte

24/10/2025

Comici spaventati guerrieri europei

Se non fosse che stanno comunque prendendo decisioni di terribile portata, sarebbero una compagnia di comici a tratti irresistibile.

L’ultimo vertice europeo di giovedì aveva al centro, come previsto, il 19° pacchetto di sanzioni alla Russia – oggetto di esilaranti sfottò da parte di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli esteri di Mosca – nonché lo spinoso tema del sequestro o “utilizzo improprio” dei fondi russi congelati in banche del vecchio Continente.

L’idea è sempre quella: usarli come garanzia per un prestito da 140 miliardi all’Ucraina. Prestito per modo di dire, visto che Kiev non è in condizioni di restituire nulla, semmai di chiedere altri “aiuti”.

Il problema al momento insuperabile resta, però, il Belgio, sede di quelle banche, per nulla intenzionato a perdere il controllo di un asset che vale un quarto del suo Pil e rende un miliardo di entrate fiscali per il piccolo regno. Il Belgio teme ritorsioni legali e finanziarie da Mosca e vuole che altri condividano il rischio.

Ma comunque non ci sta a fare la parte del pauroso: “Un miliardo è un sacco di soldi, ma è un dettaglio se lo paragoni ai problemi legali che stiamo avendo e ai rischi che stiamo già affrontando”, ha detto il premier Bart De Wever, aggiungendo che “Sono andato a Kiev e ho detto: ho un miliardo di entrate fiscali, quindi puoi contare su un miliardo ogni anno”. Spiccioli...

D’altro canto il presidente ucraino Volodymyr Zelenskij aveva giurato ai leader europei che Kiev avrebbe dato priorità all’industria domestica ed europea quando avrebbe speso i soldi del prestito, ma allo stesso tempo ha insistito sulla possibilità di acquistare soprattutto armi americane. Per la UE, in pratica, un gioco tutto a perdere (prestare soldi propri a Kiev perché compri armi Usa, di qui l’idea di usare invece i fondi russi...)

Come per tutte le vicende europee di un certo peso si è deciso di rinviare la decisione. Se ne riparlerà al prossimo vertice, previsto a dicembre.

La situazione legale è tutt’altro che semplice, anche se gli sciroccati ai vertici della UE sarebbero pronti ad ignorarle. Al di là dei trattati internazionali esistenti, infatti, sequestrare beni depositati in Europa ma appartenenti ad un qualsiasi Stato extraeuropeo espone a due rischi certi: la ritorsione da parte dello Stato danneggiato (e ci sono molti beni europei basati in Russia, a cominciare da impianti industriali) e la fuga dei capitali appartenenti ad altri Stati, che temono di poter subire la stessa prassi per ragioni politiche.

Insomma, se si va a toccare la “proprietà privata” rischia di saltare un intero sistema costruito nei secoli. Qualcuno in effetti fa notare che neanche durante la Seconda guerra mondiale si era arrivati a proporre qualcosa del genere nei confronti della Germania nazista.

Così si capiscono meglio le cautele persino di Macron: “Dobbiamo procedere con metodo, perché non possiamo fare nulla che violi il diritto internazionale”, pur assicurando che il progetto di sequestro “Non è stato archiviato, siamo riusciti a discutere i dettagli tecnici”. Ma d’altro canto non ci sono sul tavolo altre soluzioni per finanziare direttamente l’Ucraina, visto che la UE è in recessione e si sta già indebitando a futura memoria per sostenere il riarmo continentale.

Sui “dettagli tecnici”, però, i leader hanno dovuto ascoltare Christine Lagarde, presidentessa della Bce, la quale ha detto che le attività immobilizzate che vengono sequestrate devono essere garantite, poiché “i mercati stanno osservando” (tradotto: “se cominciate a toccare i soldi di qualcuno scappiamo tutti”).

Se “la Russia dovesse effettivamente rivendicare i soldi per qualsiasi motivo... il contante deve esserci immediatamente”, ha spiegato poi il belga De Wever, aggiungendo che sarebbe in gioco “la fiducia dei mercati nell’intero sistema finanziario europeo Questa è una grande domanda: chi darà questa garanzia? [chi ci mette eventualmente i soldi, ndr] Ho chiesto ai miei colleghi: Sei tu? Sono gli stati membri?... Questa domanda non ha ricevuto una risposta con un’ondata di entusiasmo attorno al tavolo”.

Il silenzio di tomba può essere più eloquente di tante dichiarazioni vibranti patriottismo europeo...

Del resto anche l’entusiasmo per la decisione di Trump – sanzioni contro i colossi petroliferi russi Lukoil e Rosneft – è durato il tempo di ascoltare la notizia. Cinque minuti dopo il presunto “falco” antirusso, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, annunciava di aspettarsi “una corrispondente esenzione per la filiale tedesca di Rosneft”.

Cose che succedono quando ti metti a fare il bullo cretino unilaterale all’interno di un sistema economico altamente interconnesso in cui la “nazionalità dei capitali” è sfuggente, ma la loro operatività è decisiva.

Questi “leader europei” sono guerrafondai nel cervello, ma “gli manca il fisico”. E quindi tendono irresistibilmente a recitare un sequel de “L’armata Brancaleone”. Senza neanche riuscire a far ridere... 

Fonte

31/08/2025

L’UE non ha un ruolo perché ha scelto un modello sbagliato. Quello di Mario Draghi

di Alessandro Volpi

L’intervento di Mario Draghi al Meeting di Rimini il 22 agosto è stato, come di consueto, oggetto di infiniti elogi, dai “progressista di sinistra” alla Nicola Zingaretti fino ai liberal di destra. In realtà un latore forse meno encomiastico farebbe emergere almeno due elementi discutibili.

Il primo. Draghi sostiene che Trump e l’attuale situazione dimostrano che non basta all’Europa essere una potenza economica per avere un ruolo internazionale vero. Ora, a questo riguardo, verrebbe da obiettare proprio citando il noto “Piano Draghi” che l’Europa ha smesso da tempo di essere una potenza economica. I flussi finanziari europei, a partire dal risparmio, vanno nelle Borse americane e gli effetti della globalizzazione hanno trasferito i sistemi produttivi fuori dal continente spostandoli in Cina e nel cosiddetto “Sud globale”, dove ora albergano le potenze economiche. Il neoliberalismo, di cui Draghi è stato ed è un esponente chiave, ha assegnato all’Europa il ruolo di realtà terziarizzata, con servizi caratterizzati da bassissime retribuzioni, dipendente appunto dalle Borse Usa in termini finanziari e dal mercato estero per le proprie sempre più povere produzioni.

Quindi dov’è la potenza economica europea? I consumi sono diminuiti, gli investimenti anche e la concentrazione della ricchezza è esplosa. A reggere rimane solo il risparmio –costantemente drenato verso gli Stati Uniti – che è stato accumulato negli anni in cui non si era ancora affermato il modello neoliberale draghiano. Peraltro l’ex presidente della Banca centrale europea sembra trascurare che oggi come non mai sono centrali le risorse naturali: energia, materie prime, beni agricoli, terre rare di cui l’Europa è sprovvista. Forse, allora, l’irrilevanza europea dipende proprio dal fatto che non si è più una potenza economica per effetto dell’ubriacatura globalista.

Il secondo elemento assai poco comprensibile della mitizzata riflessione di Draghi è legata alla ricetta. Che cosa dovrebbe fare l’Europa per tornare ad avere un ruolo internazionale? Trasformarsi in maniera miracolistica in una realtà più unitaria e comunitaria dopo che per trent’anni le politiche europee hanno coltivato l’impossibilità di arrivare a una struttura realmente federativa? L’allargamento a Est, l’ignavia colpevole nella dissoluzione jugoslava, la totale subordinazione alla Germania, il massacro della Grecia, la costruzione dell’austerità a vantaggio esclusivo di Paesi “frugali” che erano e sono paradisi fiscali possono essere rimossi in nome di un’Europa unita reiterando il modello che ha prodotto il disastro e trovando solo nella guerra alla Russia il collante interno?

L’Europa non ha un ruolo internazionale perché ha scelto, pervicacemente, un modello sbagliato. Quello di Mario Draghi. Le note dell’ex presidente della Bce espresse a Rimini hanno trovato un seguito nell’intervento dell’attuale presidente dell’istituto di Francoforte per la quale l’impoverimento dei lavoratori diventa un dato positivo. Christine Lagarde è arrivata al simposio di Jackson Hole e, con un sorriso smagliante, ha dichiarato che nell’eurozona l’inflazione è calata senza generare troppi effetti negativi sul Pil dei vari Paesi europei.

Ora, a parte il fatto che il Pil europeo è decisamente stagnante, sono proprio i tre fattori indicati da Lagarde come punti di forza dell’economia dell’area euro a lasciare molto perplessi. Ad “alleviare” gli effetti delle politiche monetarie restrittive, adottate contro l’inflazione, sono stati un andamento dei salari non adeguato all’inflazione, la riduzione delle ore di lavoro e dalla permanenza al lavoro di lavoratori e lavoratrici pensionabili che, insieme alla manodopera immigrata, hanno calmierato il costo del lavoro. In sintesi le politiche restrittive della Bce contro l’inflazione sono state pagate dalla forza lavoro decisamente impoverita. Un bel modello davvero.

Dopo il rilancio del neoliberalismo di Draghi è arrivata la benedizione dello sfruttamento da parte di Christine Lagarde. Questa Europa è una realtà alla rovescia: per combattere l’inflazione che colpisce i redditi più bassi si riducono le retribuzioni in modo da non intaccare i profitti, tradotti in dividendi, che sorreggono il Pil. Quello dei ricchi.

Fonte

04/08/2025

La BCE analizza il possibile shock di importazioni cinesi a seguito dei dazi statunitensi

Alcuni analisti della BCE, sul blog dell’istituzione bancaria, hanno discusso i possibili effetti sul mercato comunitario della guerra dei dazi riaccesa da Trump contro la Cina. A loro avviso, e basandosi sulle dinamiche già osservate in passato, il risultato potrebbe essere quello del riversarsi dei prodotti del Dragone in Europa, abbassandone i prezzi medi.

Dopo il picco del 135%, ora le tariffe imposte sui beni cinesi all’ingresso negli States si attestano sul 30%, con le trattative tra Washington e Pechino che dovrebbero chiudersi entro il 12 agosto. Qualunque sarà il risultato, è evidente che le barriere commerciali saranno più alte di quelle imposte durante il primo mandato Trump, e gli effetti si prevedono perciò proporzionali.

Considerato che tra il 2018 e il 2019, durante la prima amministrazione del tycoon, le importazioni dalla Cina erano aumentate nell’area euro del 2-3%, gli analisti stimano che nel 2026, con dazi al 30%, l’impatto potrebbe essere intorno al 4%. Ci sono, inoltre, vari elementi che fanno pensare che l’eurozona possa assorbire più importazioni dal Dragone.

Dal 2018 a oggi, in realtà, i legami delle filiere tra Pechino e Bruxelles si sono rafforzati, nonostante tutti i proclami sul de-risking e sulla necessaria autonomia dal gigante asiatico. “Oltre due quinti delle imprese dell’area euro – dicono gli analisti – importano attualmente prodotti dalla Cina”, soprattutto per la rivendita al dettaglio.

“In generale – aggiungono – circa il 75% di tutti i prodotti importati dai grandi paesi dell’area euro ha già almeno un fornitore cinese”. Si tratta di un rapporto che apre la strada all’afflusso di beni cinesi prima destinati agli USA, considerate le somiglianze col mercato europeo, tanto più se si aggiunge il fatto che dal 2017 le aziende del Dragone hanno triplicato la loro presenza nel Vecchio Continente.

C’è infine il deprezzamento del renminbi, la moneta cinese, che anche se aiuterà ovviamente la formazione del prezzo sulle piazze al di là dell’Atlantico, aiuterà le esportazioni anche in UE. In sostanza, si prevede che uno ‘shock’ di importazioni dalla Cina sia inevitabile in un tale scenario. Ma gli effetti possono essere anche positivi nello stabilizzare l’economia europea.

Infatti, gli economisti prevedono che i più bassi prezzi dei prodotti cinesi potrebbero aiutare a ridurre dello 0,15% l’inflazione. Allo stesso tempo, però, si tratta di una previsione effettuata su uno degli scenari tariffari peggiori, e inoltre gli studiosi già mettono in guardia dal pensare che prezzi inferiori all’importazione si traducano immediatamente sul prezzo alla vendita.

La realtà è che, stando anche agli approfondimenti di alcuni economisti, uno ‘shock’ di importazioni potrebbe avere un effetto devastante su quel che rimane dell’industria europea, che dovrà fare i conti con una spinta competitiva che non è in grado di fronteggiare (se non stringendo ulteriormente la cinghia dei salari, già martoriati e con tutti gli effetti sociali conseguenti).

Bisogna ricordare che i vertici UE sono appena tornati da un viaggio in Estremo Oriente, in cui hanno trattato la Cina come una delle ultime colonie. Si sono, cioè, tolti ogni possibilità di trattare con Pechino per evitare i risvolti peggiori di questa vicenda. Come si suol dire, si sono dati ‘la zappa sui piedi’. Sono anni che questa classe dirigente mostra di saper fare solo questo.

Fonte

23/07/2025

Italia - Utili da record per le banche, hanno guadagnato sugli alti tassi di interesse

Con i dati economici del settore bancario per il 2024 alla mano, possiamo confermare quel che già è stato denunciato più volte: le banche hanno fatto utili da record approfittando della politica monetaria restrittiva della BCE, cioè degli alti tassi di interesse decisi a Francoforte, di cui a subire i peggiori effetti sono stati coloro che avevano da pagare un mutuo a tasso variabile.

Infatti, le banche italiane hanno raggiunto un nuovo record nell’anno passato: 46,5 miliardi di profitti, in aumento del 14% rispetto al 2023 per un totale di 5,7 miliardi di euro. Ancor più significativo è il dato aggregato per il triennio 2022-2024, in cui il guadagno ha superato la cifra straordinaria di 112 miliardi di euro.

Dal punto di vista dei ricavi totali, anche in questo caso si è raggiunta cifra da record: 110,1 miliardi di euro, in aumento del 7,2% rispetto all’anno precedente e del 33,8% rispetto al 2018. Viste le voci di entrata, a pesare più di tutto è il credito (58,5%), che è tornato a superare il valore delle commissioni (41,5%).

Queste percentuali sono l’indicatore più chiaro di come, a partire dal 2022, con le opportunità apertesi con gli alti tassi di interesse BCE, i vertici bancari hanno riorientato nettamente le attività dei propri istituti dai servizi ai prestiti. Ciò non significa che la parte commissionale sia in crisi: 45,7 miliardi di ricavi, in crescita del 12,4% rispetto al 2023, superando il picco del 2021.

In totale, un bel fiume di denaro per le banche, che tra il 2018 e il 2021 avevano avuto utili tra i 15 e i 16 miliardi, con l’affossamento nel 2020, anno della pandemia, a guadagni per soli 2 miliardi. Oggi, invece, migliora anche il rapporto tra costi operativi e ricavi, in continua diminuzione negli ultimi anni.

La Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI), che ha raccolto questi dati in un report, esprime soddisfazione per i risultati delle banche, ma sottolinea anche ora si apre una fase di normalizzazione di quanto possano crescere le entrate dal credito, con l’abbassamento dei tassi deciso negli ultimi mesi da parte di Francoforte.

L’obiettivo che ci si pone nel settore è dunque quello di rafforzare ulteriormente il guadagno dai servizi. Intanto, in tre anni gli alti tassi hanno strozzato una quota importante dei settori popolari, senza che ci sia parte politica che si prenda la responsabilità di scelte che hanno fatto arricchire sempre più gli istituti bancari.

Fonte

05/07/2025

La BCE ogni anno regala centinaia di miliardi di soldi pubblici alle banche private

Mentre l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto delle famiglie europee e a mettere pressione sul sistema produttivo, la Banca Centrale Europea (BCE) ha messo in moto un meccanismo che, di fatto, regala decine di miliardi di euro ogni anno alle banche commerciali. Un regalo pesante, che nessun cittadino ha scelto, ma che viene elargito con i soldi pubblici, prelevati da una fiscalità che grava sulle spalle dei contribuenti.

Come si è arrivati a questa situazione? Nel 2015, in piena crisi economica, la BCE ha dato il via a un massiccio programma di acquisto di titoli di Stato – il cosiddetto Quantitative Easing (QE). Questo intervento ha letteralmente inondato il sistema bancario di liquidità: le banche si sono viste accreditare enormi somme sui loro depositi presso la BCE, i cosiddetti “bank reserves”. Una mossa che ha permesso di evitare il collasso del sistema finanziario, ma che ha cambiato radicalmente il modo in cui la BCE gestisce la politica monetaria.

Fino a quel momento, la BCE poteva controllare i tassi di interesse semplicemente aggiustando la quantità di liquidità offerta, mantenendo il cosiddetto “corridor system” che permetteva ai tassi di mercato di fluttuare liberamente all’interno di un intervallo prestabilito. Dopo il QE, però, la liquidità è diventata abbondante in modo eccessivo, e questo sistema non funzionava più.

Il problema è che per aumentare i tassi d’interesse – considerati lo strumento chiave per combattere l’inflazione – la BCE non poteva più semplicemente limitare la liquidità. Infatti, dopo il QE, le banche si sono trovate a bilancio quantità impressionanti di liquidità in eccesso, grazie alla quale possono portare avanti le loro attività di prestito e investimento senza dipendere dall’offerta di ulteriore denaro da parte della Banca Centrale.

Ora, per alzare i tassi di interesse, la BCE deve aumentare il tasso di interesse che paga sui depositi delle banche commerciali. Tradotto: se la BCE vuole alzare i tassi per combattere l’inflazione, deve pagare di più le banche per convincerle a tenere i loro soldi presso di sé. Ed è così che, nel 2023, le banche europee si sono viste accreditare interessi intorno al 4%, un tasso più alto di quanto la maggior parte dei cittadini possa guadagnare da investimenti sicuri.

Questo meccanismo comporta trasferimenti annui di almeno 140 miliardi di euro dal bilancio della BCE – e quindi indirettamente dai contribuenti – direttamente nelle tasche delle banche. Una cifra enorme, che si avvicina al totale della spesa annuale dell’Unione Europea, un dato che dovrebbe far riflettere chiunque.

Non stiamo parlando di un vantaggio economico legittimo o di un premio per i rischi assunti dalle banche: questi depositi sono praticamente privi di rischio, garantiti dalla stessa BCE. Si tratta piuttosto di un sostanziale sussidio pubblico, che finanzia i profitti delle banche senza alcun controvalore per l’economia reale.

Questa situazione è tanto paradossale quanto ingiusta. I profitti che la BCE genera dalla creazione di moneta – il monopolio che le è stato concesso – dovrebbero tornare ai cittadini, tramite politiche redistributive o investimenti in servizi pubblici, e non finire nel portafoglio di istituti privati per il semplice fatto di esistere. Il frutto di un diritto pubblico viene dirottato in modo automatico e incondizionato verso una ristretta élite finanziaria.

Il problema non è solo di equità, ma anche di efficacia della politica monetaria. Gli economisti Paul De Grauwe e Yuemei Ji hanno spiegato che una remunerazione così generosa limita gli effetti delle strette monetarie, come quella effettuata dalla BCE prima di cominciare a tagliare i tassi di interesse lo scorso anno. In pratica, le banche hanno guadagnato due volte: facendo schizzare in alto gli interessi dei mutui a tasso variabile, e facendosi pagare percentuali da capogiro sui propri depositi.

Inoltre, questo sistema crea un pericoloso conflitto di interessi. La BCE stessa è responsabile della vigilanza sulle banche, ma remunerare i loro depositi significa fornire loro un’assicurazione implicita contro i rischi di tasso d’interesse. Ciò riduce l’incentivo delle banche a gestire correttamente i propri rischi e aumenta il pericolo di comportamenti irresponsabili, con possibili effetti destabilizzanti per l’intero sistema finanziario.

Va anche ricordato che le perdite che la BCE sta subendo per questi pagamenti non sono un rischio tecnico per la stabilità monetaria, ma rappresentano comunque un peso sulle finanze pubbliche. Alcune delle principali banche centrali europee stanno accumulando perdite ingenti, una situazione destinata a durare anni, con la conseguenza che i cittadini europei finanziano direttamente un sistema che favorisce i grandi gruppi bancari privati.

Per risolvere tale situazione, ad esempio, i due economisti prima citati hanno proposto di introdurre un sistema a due livelli per le riserve bancarie, congelando una parte dei depositi in conti non remunerati e pagando interessi solo sulle riserve eccedenti. Così si ridurrebbero drasticamente i trasferimenti di denaro pubblico verso le banche, mantenendo comunque strumenti efficaci per la politica monetaria.

È una proposta che non solo restituisce un minimo di giustizia in un sistema completamente sbilanciato a favore dei potenti, ma che potrebbe anche migliorare la capacità della BCE di controllare l’inflazione, tutelando al tempo stesso l’interesse generale. Ma è evidente che si tratta di una pezza messa un sistema che è esso stesso il problema.

Il nodo, tutto politico, è che questa misura sarebbe come una chiave inglese gettata negli ingranaggi impazziti della finanza europea, ormai abituata a condizioni di credito totalmente anormali, e perciò potrebbe rivelarsi difficile da realizzarsi malgrado la semplicità teorica. E ciò fa anche sorgere la domanda: la finanza del nostro continente reggerebbe senza questo trasferimento abnome e continuo di miliardi e miliardi di euro? È tenuta in piedi in maniera artificiale, mentre la crisi si fa sempre più profonda?

In definitiva, quello che va messo in discussione è questo sistema scandaloso. Non è più tollerabile che i soldi pubblici siano usati per finanziare profitti privati senza alcuna trasparenza o controllo democratico. La BCE deve smettere di essere un bancomat per le banche e servire il bene comune.

Fonte

07/06/2025

La BCE approva un altro taglio dei tassi d'interesse e avverte che potrebbe essere l’ultimo

Il 5 giugno la Banca Centrale Europea ha deciso l’ottavo taglio dei tassi dalla scorsa estate. A oggi, il tasso sui depositi scende così al 2%, quello sui rifinanziamenti principali al 2,15%, quello sui prestiti marginali al 2,40%. L’elevata incertezza economica, ha detto Christine Lagarde, è stata fondamentale per questa scelta.

Il riferimento è a investimenti deboli e alle tensioni commerciali legate ai dazi statunitensi: fenomeni che possono rallentare ulteriormente una crescita già in difficoltà. Ma, stando alle parole della presidente della BCE, ora l’istituto si trova in una “buona posizione per navigare nell’incertezza che è all’orizzonte”.

Infatti, secondo le proiezioni degli esperti, “l’inflazione complessiva si collocherebbe in media al 2,0% nel 2025, all’1,6% nel 2026 e al 2,0% nel 2027”, rientrando dunque definitivamente nel target del 2% posto come valore adeguato in un’economia capitalistica. Tali analisi “riflettono le ipotesi di prezzi dell’energia inferiori e di un rafforzamento dell’euro”.

Se le proiezioni sull’inflazione sono state riviste, quelle sulla crescita sono rimaste quasi invariate: +0,9% quest’anno, +1,1% da 1,2% nel 2026, +1,3% nel 2027. Per Lagarde, la manifattura si è in parte ripresa dagli ultimi terremoti, ma “i servizi più orientati al mercato domestico stanno rallentando” e “i dazi e l’euro più forte rendono più difficile per le aziende esportare”.

Il quadro delineato è ancora critico per il modello europeo, fondato sulle esportazioni. Per questo la decisione di abbassare ancora il costo del denaro, con Lagarde che ha fatto presente che la decisione è stata presa “quasi all’unanimità”, con un solo membro del Consiglio Direttivo che si è opposto.

Non è la prima volta che dentro la BCE le opinioni su come comportarsi riguardo all’andamento dei tassi non collimano, ma questa volta anche le parole della sua presidente sembrano indicare un possibile stop ai tagli. Lagarde ha detto che siamo “alla fine di un ciclo di politica monetaria che rispondeva a degli shock che si sono sommati l’un l’altro, incluso il Covid, la guerra in Ucraina e la crisi energetica”.

La prossima riunione del Consiglio si avrà il 24 luglio e secondo molti esperti del settore la BCE potrebbe lasciare invariati i tassi, per poi riprendere con un ulteriore taglio a settembre. È evidente, però, che Francoforte voglia attendere l’esito delle trattative sui dazi tra USA e UE, considerato che il 9 luglio dovrebbero entrare definitivamente in vigore.

Gli economisti della BCE hanno sottolineato che “un ulteriore acuirsi delle tensioni commerciali nei prossimi mesi determinerebbe livelli di crescita e di inflazione inferiori a quelli dello scenario di base delle proiezioni”. Con i dazi del 20% sulle merci europee, del 120% sulle merci cinesi, e con le ritorsioni UE, il PIL dell’area euro potrebbe calare dello 0,4% quest’anno e dello 0,5% il prossimo.

La BCE ha ribadito che continuerà a muoversi incontro per incontro, decidendo sui dati, ma il passaggio delle trattative sui dazi sarà centrale per capire se davvero la politica monetaria si stabilizzerà.

Fonte

28/05/2025

Per Lagarde l’euro può guadagnare un po’ del “privilegio esorbitante” che era del dollaro

Christine Lagarde, è intervenuta a un incontro organizzato dal Jacques Delors Centre, un think tank che ha la sede alla Hertie School di Berlino e che si occupa soprattutto del processo di integrazione europea. L’intervento della presidente della BCE è stato incentrato sul ruolo dell’euro in un mondo che va frammentandosi tra blocchi.

All’interno di questa dinamica, Lagarde ha individuato un’opportunità unica per il rafforzamento del peso globale della moneta unica in un frangente in cui invece il dollaro vive un periodo di incertezza. Il ‘biglietto verde’ oggi rappresenta il 58% delle riserve valutarie globali, il minimo dal 1994, mentre l’euro è poco sotto il 20%.

“I cambiamenti in corso aprono la strada a un ‘momento euro globale’”, ha affermato Lagarde, aggiungendo poi che “si tratta di un’opportunità primaria per l’Europa di assumere un maggiore controllo del proprio destino. Ma questo non è un privilegio che ci verrà semplicemente concesso. Dobbiamo guadagnarcelo”.

È insomma la stessa Lagarde a mettere in guardia dai facili entusiasmi: il fatto che diversi paesi continuino ad acquistare oro come riserva di valore, e non l’euro, mostra che la moneta europea “non ha convinto gli investitori”. L’occasione dell’euro potrebbe quindi andare persa, e per questo la presidente BCE dà alcune indicazioni per evitare che accada.

Per raggiungere il successo dell’euro, la UE deve esprimere solidità a livello geopolitico, economico e dell’architettura legale. La rete di accordi commerciali costruita da Bruxelles rende lo spazio comunitario un partner imprescindibile per le economie di decine di paesi, ma tale rete va ampliata ulteriormente se si vuole favorire la diffusione dell’euro – obiettivo a cui contribuirà anche l’euro digitale.

Lagarde sottolinea però che “una base geopolitica credibile deve poggiare anche su solide partnership militari”. La UE deve edificare un nuovo sistema di sicurezza internazionale incentrato su Bruxelles, almeno parzialmente autonomo da quello statunitense: è questo che sta dicendo la presidente della BCE.

Alla UE serve poi la definitiva integrazione dei mercati dei capitali, ma soprattutto servono dei safe asset comuni, ovvero gli Eurobond. Servono insomma dei titoli di debito pubblici totalmente sicuri, che attirino investitori e che possano anche facilitare il percorso di riarmo e transizione verso un’economia di guerra. Una difesa davvero europea deve essere finanziata a livello congiunto, ha detto.

Infine, dal punto di vista della cornice legale, la UE può avere un “vantaggio competitivo” secondo Lagarde, ma un passo avanti sarebbe l’adozione di un sistema di votazione che consideri “un aumento dei voti a maggioranza qualificata”, per evitare il potere di veto di singoli paesi. Un procedimento che blocca tante opportunità per una realtà che si evolve per geometrie variabili.

Riassumendo, l’euro può assumere un ruolo maggiore nella guerra monetaria della competizione interimperialistica. Sempre, però, che la UE si trasformi una volta per tutte in un soggetto politico a tutto tondo. È un passaggio determinante per il suo futuro, e anche Lagarde chiama le classi dirigenti del Vecchio Continente a cogliere il momento.

Fonte

25/05/2025

Per la BCE il riarmo può mettere in pericolo i conti pubblici

Nella Financial Stability Review pubblicata dalla BCE per questo mese di maggio, l’istituto sottolinea un pericolo che anche dalle pagine di questo giornale avevamo già denunciato – e con esso, la logica stessa dei vincoli europei, cosa che invece non ha ovviamente fatto la banca europea –: l’aumento delle spese militari può condurre molti paesi UE verso una nuova crisi del debito sovrano.

Si legge nel rapporto BCE: “gli aumenti della spesa per la difesa finanziati dal debito e l’ulteriore aumento della spesa per interessi potrebbero complicare il percorso verso il consolidamento fiscale in alcuni paesi nell’ambito del nuovo quadro di bilancio dell’UE e potrebbero far tornare ad aumentare i livelli di debito”.

Se a ciò si aggiungono le tensioni commerciali, la crisi industriale e il conseguente rischio di credito per banche e/o enti non bancari, il quadro si presenta come fertile per l’esplosione dell’instabilità finanziaria. Che ovviamente è intrinsecamente legata al rispetto del Patto di Stabilità e all’aumento del servizio sul debito.

La BCE ripete la retorica dell’economia di guerra, per cui “i piani per aumentare la spesa per la difesa hanno il potenziale di stimolare la crescita economica se concentrati sugli investimenti produttivi”, ma sottolinea che “potrebbero anche comportare rischi, dato il maggiore fabbisogno di emissioni in un periodo di crescenti costi di finanziamento”.

Mentre la crescita è già debole, l’istituto europeo ricorda che, accanto al nodo delle capacità militari, ci sono anche le sfide imposte “dal cambiamento climatico, dalla digitalizzazione e dall’invecchiamento della popolazione”. È evidente che Bruxelles è pronta a tagliare su ambiente e pensioni, ma il problema di fondo rimane.

Ciò vale soprattutto per alcuni paesi: Italia in primis, seguita da Spagna, Francia e Belgio. In tutti e quattro i casi il rapporto debito/PIL supera il 100%, ma come evidenzia la BCE nessuno di questi stati si è impegnato in un repentino aumento delle spese belliche. L’Italia, anzi, sta provando a inserire una gran quantità di voci diverse per raggiungere il 2% del PIL, come richiesto dalla NATO.

L’alternativa sarebbe naturalmente il finanziamento attraverso il debito comune, e strumenti come il SAFE – in quanto prestiti garantiti dal bilancio europeo – vanno in questa direzione. Ma come hanno palesato alcuni analisti, nemmeno gli Eurobond potrebbero davvero permettere il riarmo così com’è propagandato da Bruxelles.

Ad ogni modo, la BCE pone l’accento sul fatto che il debito e il costo del suo rifinanziamento è destinato a salire, ed è perciò necessario che ci sia una certa propensione al rischio da parte degli investitori, per assorbire l’emissione di nuovo titoli di debito. In pratica, si chiede al mercato di legare i propri profitti alla riuscita della trasformazione della UE in una potenza militare.

Che ci riesca o meno, la stessa architettura dei trattati europei è sostanzialmente una condanna sia per le velleità belliciste, sia per la tenuta di paesi come il nostro, e per la loro capacità di mettere in campo politiche che rispondano alle esigenze della maggioranza della popolazione.

Se la BCE parla di propensione al rischio degli investitori, non è difficile immaginare quale sia invece il rischio che corriamo, noi che facciamo parte degli sfruttati: il pericolo reale è che il risultato ultimo di queste politiche, pur di non ammettere il fallimento del modello europeo, sia la guerra totale e, forse, anche finale.

Fonte

21/03/2025

Riarmo, dazi e tassi: le conclusioni del Consiglio Europeo e il “whatever it takes” di Christine Lagarde

Il Consiglio Europeo è terminato ieri sera a Bruxelles, esaurendo i suoi lavori in una sola giornata. I temi sul tavolo erano competitività, migrazioni e ovviamente difesa, come pietra angolare del nuovo warfare con cui le classi dirigenti unioneuropeiste vogliono tentate di dare risposta alla crisi economica e a quella della loro egemonia.

Per ciò che riguarda i flussi migratori, il focus è stato sulla spinta a “facilitare, aumentare e accelerare i rimpatri”, associando a questa politica anche una maggiore attenzione sui partenariati con i paesi più vicini e su “l’allineamento delle politiche in materia di visti da parte dei paesi limitrofi”.

Alla chiusura della gabbia europea, in materia di energia la von der Leyen, durante la conferenza stampa finale, è stata chiara: “la risposta principale per ridurre i prezzi dell’energia è investire di più nelle energie a basse emissioni di carbonio, ovvero il nucleare e le energie rinnovabili, perché sono i combustibili fossili che importiamo a determinare i prezzi”.

Se da una parte si invoca la flessibilità sulle multe per il mancato raggiungimento degli obiettivi sulle emissioni, la riduzione dei costi dell’energia – che hanno dato un duro colpo alla competitività dell’industria europea – viene connesso al rilancio del nucleare. Con tutte le possibili ricadute dual use delle tecnologie ad esso legate.

Arrivando infine alla questione più dirimente, ovvero quella bellica, il primo elemento da sottolineare è che le conclusioni sull’Ucraina sono stato approvate da 26 membri della UE, senza l’Ungheria di Orban. Gli altri leader europei hanno ribadito la “necessità di continuare a sostenere l’Ucraina politicamente e militarmente”.

Scholz ha addirittura tirato fuori nuovamente una questione che si sente da tempo: quella di prendere “decisioni in politica estera nel Consiglio Europeo con una maggioranza qualificata di due terzi, anzichè all’unanimità”. Un passo nella revisione istituzionale della UE che diventa fondamentale per stare al passo con la velocizzazione dell’esplosione delle contraddizioni.

L’indirizzo adottato per l’Ucraina rimanda alla formula già usata da von der Leyen di raggiungere una “pace attraverso la forza”, mentre alcuni paesi hanno ribadito anche la volontà di accelerare i negoziati per l’ingresso del paese est-europeo nella UE. Intanto, Kiev potrà partecipare agli acquisti comuni per la difesa promossi attraverso il SAFE, il programma da 150 miliardi di prestiti promosso dalla Commissione Europea.

Anche Orban ha invece dato il via libera alle conclusioni che puntano “ad accelerare i lavori su tutti i fronti per aumentare in modo decisivo la prontezza di difesa dell’Europa entro i prossimi cinque anni”. Rimangono distanze importanti per quanto riguarda la modalità dei finanziamenti e le casse di chi il riarmo dovrebbero alla fine rimpinguare.

Dentro l’architettura dell’Unione Europea l’alto debito pubblico rimane una pesante ipoteca per qualsiasi opzione, anche con l’attivazione delle clausole di salvaguardia. Per questo mentre la Germania sicuramente ne approfitterà, altri paesi ad alto debito sembrano più riluttanti a percorrere questa strada.

Macron, invece, è il principale sostenitore del Buy European, mentre altri vorrebbero una maggiore integrazione con la catena del valore statunitense. Anche solo per ammansire Donald Trump, che sembra determinato a scavare il solco della guerra commerciale con gli alleati-vassalli della sponda est dell’Atlantico.

“Siamo in attiva discussione con l’amministrazione statunitense su questo tema – ha detto von der Leyen – e posso confermare che abbiamo deciso di modificare i tempi di entrata in vigore delle tariffe. Ma l’impatto della nostra risposta non cambia. Questo è molto importante, perché copre misure fino a 26 miliardi di euro”.

Un discorso che mostra in realtà profonda preoccupazione per la tenuta della fragile UE di fronte alle sollecitazioni della fase storica che viviamo. In un certo senso, questo passaggio storico è stato ribadito dalla presidente della BCE, Christine Lagarde, intervenuta in audizione alla Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento Europeo.

Il suo discorso ha spaziato su tutti i temi caldi dell’economia dell’Unione Europea, e ha sottolineato come l’istituto che presiede è pronto a fare “whatever it takes” per rispettare il suo mandato. Il richiamo alla famosa frase di Mario Draghi non può essere inteso solo come un gioco retorico.

Bisogna ricordare che il predecessore di Lagarde usò quell’espressione per annunciare ai mercati l’intenzione di impegnarsi in un largo e diversificato programma di acquisto di titoli di stato dei paesi UE, per combattere la speculazione a cui erano soggetti nel pieno della crisi del debito sovrano del 2012.

Oggi non è facile prevedere quali saranno le mosse della BCE, ma quello che è certo è che dire “whatever it takes” spinge a paragonare il passaggio storico che stiamo vivendo a quello affrontato dal progetto unioneuropeista poco più di un decennio fa, nei termini di pericoli per la sua tenuta e della necessità di ‘inventarsi’ soluzioni nuove per proiettarlo oltre la crisi.

Mentre Lagarde stima l’effetto dei dazi USA al 25% sull’import europeo in una riduzione della crescita dell’area euro dello 0,3% del PIL (quasi la metà della crescita registrata nel 2024), e quello dei contro-dazi per ora bloccati ad un ulteriore 0,2%, la politica monetaria si fa più prudente su ulteriori tagli dei tassi di interesse (la prossima riunione è a inizio aprile).

Rimangono nell’aria altre soluzioni per il finanziamento del riarmo, ad esempio gli Eurobond. Mentre non merita davvero commento il dibattito sulla volontà di rinominare il piano di Rearm Europe con formule che possano o rimandare a famosi fascisti europeist (Defend Europe) o con espressioni che sono più digeribili dall’opinione pubblica: la sostanza rimane la stessa.

Intanto, guardando ai prossimi appuntamenti di rilevanza internazionale, a margine del Consiglio Europeo Macron ha chiamato per giovedì prossimo un summit della ‘coalizione dei volenterosi’ vicina a Zelensky, per rilanciare il sostegno a Kiev.

Il presidente francese ha detto che metteranno a punto i “lavori di sostegno a breve termine all’esercito ucraino, di difesa di un modello di esercito ucraino durevole e sostenibile per prevenire le invasioni russe, e inoltre delle garanzie di sicurezza che possano fornire gli eserciti europei”.

Bruxelles vuole dunque continuare la guerra alla Russia sulla pelle degli ucraini, perché è l’unica giustificazione che riesce a trovare per legittimare il proprio tentativo di assumere pienamente un ruolo definitivamente imperialista.

Fonte

25/02/2025

L’inflazione ricomincia a salire, dubbi sulle prossime mosse della BCE

La stima flash appena pubblicata dall’Eurostat conferma che la dinamica inflazionistica torna a scaldarsi. Tra ottobre e gennaio, ultimo mese su cui l’istituto europeo ha reso disponibili i dati, l’inflazione ha infatti ricominciato a salire, lentamente, ma inesorabilmente, come in molti avevano già presagito.

Il tasso annuale, all’inizio del 2025, è passato a un +2,5% dal +2,4% di dicembre 2024 per l’area euro, mentre a +2,8% da +2,7% per l’intera UE. Si tratta ancora di incrementi di piccola entità, che risentono soprattutto degli alti livelli di alcuni paesi orientali (Ungheria, Romania e Croazia).

Ma se l’Italia è tra i paesi in cui l’inflazione, anche se in rialzo, si è mantenuta sotto il +2% considerato come soglia ottimale, non significa che la situazione sia rosea. I dati preliminari diffusi dall’Istat pochi giorni fa hanno segnalato il peso crescente dei beni energetici (quelli regolamentati sono passati da +12,7% a +27,5%, quelli non regolamentati hanno ridotto la flessione da -4,2% a -3,0%).

Inoltre, sono aumentati anche i prezzi dei beni ad alta frequenza di acquisto che, oltre ai generi alimentari e alle bevande, comprendono anche prodotti non durevoli per la casa, carburanti e trasporti urbani, spese di assistenza: insomma, spese di tutti i giorni che gravano in misura maggiore sui redditi più bassi.

Massimiliano Donà, presidente dell’Unione Nazionale dei Consumatori, ha espresso preoccupazione proprio per il balzo in avanti dei costi energetici, che si ripercuoterà sulle bollette, e anche per il rialzo degli alimentari. “Per una coppia con un figlio – ha detto – la spesa aggiuntiva annua è pari a 471 euro, ma 170 euro sono soltanto per cibo e bevande e 190 per i beni alimentari, per la cura della casa e della persona”.

Il governo ha promesso un nuovo intervento per alleviare il peso delle bollette, ma sembra di essere tornati al 2022: solo misure tampone, che non affrontano il vero problema, ovvero che è l’instabilità politica alimentata in prima battuta proprio dalla UE ad aver spinto al rialzo i prezzi energetici.

La guerra a tutti i costi condotta contro la Russia, conducendo alla chiusura del corridoio del gas che passava attraverso l’Ucraina, ne è la prima causa. La BCE ha cercato di supplire con le misure previste in qualsiasi manuale neoliberista: rialzo dei tassi di interesse per raffreddare l’economia e poi progressivo ritorno alla normalità.

Ma se questo ha fatto stringere la cinghia a chi aveva un mutuo da pagare, non ha assolutamente risolto i problemi di fondo del modello europeo, che sono strutturali e legati alla logica mercantilista che gli dà forma. Lo stesso governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha reso in maniera molto chiara come il nodo centrale sia l’asfittica domanda interna.

Senza domanda interna, e nella frammentazione del mercato globale, le aziende non investono perché non vedono ritorni sicuri, e perciò la dinamica del credito non è ripartita quando i tassi sono stati abbassati. Ora in molti scommettono su di un altro taglio a marzo, che li dovrebbe portare al 2,50%, ma le voci contrarie cominciano a farsi più forti.

Non solo la tedesca Isabel Schnabel, che siede nel direttivo della BCE, ma anche Pierre Wunsch, governatore della Banca del Belgio, ha detto in un’intervista al Financial Times che “l’Eurozona rischia di comportarsi da ‘sonnambula’ nel percorso di taglio dei tassi e deve invece essere pronta a fermarsi”.

A maggior ragione perché il differenziale con l’altra sponda dell’Atlantico rischia di far defluire velocemente capitali verso gli Stati Uniti, dove gli alti interessi permettono guadagni maggiori. E poi perché sanno bene che gli effetti che si possono ormai raggiungere con queste misure sono minimi.

Se a marzo ci sarà quest’ulteriore taglio, mancheranno solo 0,25 punti percentuali al tasso considerato neutrale, cioè né espansivo né restrittivo della dinamica economica. Ad ogni modo, siamo probabilmente vicini a un cambio di indirizzo da parte della BCE.

Fonte

20/02/2025

Panetta lancia l’allarme sulla domanda interna europea

Ieri il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, si è collegato in streaming al Comitato esecutivo dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI). La riunione è stata di grande importanza perché ha licenziato un piano che dovrà guidare gli istituti associati per il prossimo triennio, con al centro otto sfide che vanno dall’innovazione ai pericoli degli scenari geopolitici.

Sullo sfondo rimane la negoziazione che ancora va avanti per l’acquisizione di Commerzbank da parte di Unicredit. La Commissaria europea ai servizi finanziari Maria Luis Albuquerque, pur essendosi rifiutata di commentare il caso specifico, ha dato un’ulteriore spinta alla vicenda dicendo che le fusioni sono incoraggiate se permettono “una maggiore diversificazione delle attività o geografica”.

Ma ciò che ha attirato di più l’attenzione sono state proprio le parole del vertice di Banca d’Italia, perché hanno tratteggiato un’orizzonte fosco per la UE. Panetta ha, infatti, aperto i lavori osservando come “i segni di debolezza sono più persistenti di quanto ci aspettavamo. Ci si attendeva una ripresa trainata dai consumi che non c’è stata”, con tutte le ripercussioni del caso.

Dopo “due trimestri di crescita nulla nell’area euro e di tensioni nel settore manifatturiero l’occupazione inizia a dare segnali di indebolimento”. La preoccupazione principale riguarda l’industria, in primis la spina dorsale dell’automotive, che “soffre per ragioni congiunturali e strutturali”.

Il nodo centrale rimane proprio quello della domanda, con un’evidente sovracapacità di produzione di filiere che non hanno però mercati di sbocco nella crescente competizione globale. Se in Italia una nuova vettura costa intorno ai 30 mila euro e i salari nostrani sono quelli che, tra i paesi OCSE, si sono contratti di più in termini reali negli ultimi decenni, è chiaro che alla fine le vendite si riducano.

Bisogna sottolineare come questo non sia un problema caduto dal cielo. È il modello export oriented impostato da Bruxelles che ha spinto verso questo scenario: austerità e bassi salari per rendere competitive le merci, in una logica economica mercantilista. Salvo poi sbattere contro un muro di fronte alla frammentazione del mercato globale, e dunque alla fine della globalizzazione.

Il muro è stato costruito però anche dal prevalere, nelle dinamiche di mercato, dal peso dell’innovazione sui margini che può offrire la semplice guerra ai salari. Se lo stato ha le mani legate e non fa una reale politica industriale e non investe, a farlo dovrebbero essere i privati... che però sono più interessati alla rendita e allo sfruttamento intensivo, senza dotarsi di una visione strategica.

Si crea così un circolo vizioso di cui oggi vediamo gli effetti: se non dai retribuzioni dignitose ma non trovi più spazio nemmeno sui mercati esteri, vai in crisi e licenzi. Così si riduce ulteriormente la domanda interna, che è poi il motivo per cui, a detta di Panetta, soffre anche la dinamica del credito, soprattutto verso le piccole imprese.

Al riguardo dell’impianto regolatorio del mondo bancario, i governatori delle banche centrali italiana, francese, tedesca e spagnola hanno inviato pochi giorni fa una lettera alla Commissione Europea.

Al centro c’era il tema che Panetta ha così riassunto all’ABI: “dobbiamo evitare eccessi normativi perchè se il mondo marciava nella stessa direzione fino a ieri e l’eccesso normativo non generava svantaggi competitivi, oggi invece il rischio è concreto. È il momento di pensare seriamente alla semplificazione che non vuol dire deregolamentazione”.

Al di là della questione semplificazione/deregolamentazione, il nodo evidenziato è quello di una competizione che ormai travolge anche i vecchi alleati euroatlantici, e di come può reagire il modello europeo a questa nuova fase. Non è dunque tanto un problema di tassi di interesse, anche se pure questi hanno ovviamente influito sul credito. È un problema di sistema.

Ad ogni modo, il governatore di Bankitalia ha parlato anche dei pericoli di una nuova fiammata inflazionistica, e di come “occorre essere attenti ai rischi emergenti sull’energia”.

Insomma, le prospettive sono quelle della stagflazione: stagnazione economica con una persistente inflazione alta, nonostante la BCE abbia operato una netta riduzione dei tassi di interesse, proprio per sostenere la crescita. Ma ora, per i tassi, si sta raggiungendo quello che è stato individuato come il livello ‘neutrale’, e chi vuole una politica più restrittiva torna all’attacco.

Isabel Schnabel, componente tedesca del direttivo della BCE, ha ribadito al Financial Times di come “bisogna iniziare la discussione su quando sospendere o terminare il processo di allentamento monetario”. Tra l’altro, in opposizione alla linea spesso tenuta da Panetta stesso, che in passato ha tratteggiato una revisione profonda dei meccanismi europei, con riferimento anche all’istituzione di Eurobond.

Insomma, il discorso di Panetta parla della crisi senza uscita del modello europeo, e della necessità di trovare nuove soluzioni strategiche, non tappabuchi che permettano di galleggiare. Anche se la classe dirigente continentale sembra davvero incapace anche solo di capire in che mondo si trova, dalla pandemia in poi.

Fonte

16/02/2025

Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della BCE

In una pubblicità di qualche anno fa Tonino Guerra esclamava “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!” E pare che la BCE si sia ispirata fortemente a questo mood, a giudicare dal secondo ‘riquadro’ del bollettino economico n.1 del 2025 “Aumento dei redditi reali: vero o presunto? Il ruolo che le percezioni delle famiglie svolgono nei consumi”.

La tesi di ben 4 illustri economisti della BCE è che i redditi non si sono ridotti come pensiamo. In Italia si guadagna meno che nel 1990, l’unico paese UE dove i salari reali sono scesi, ma no, i redditi non si sono ridotti. Crisi che si susseguono dal 2007, inflazione, disoccupazione, tassi di interesse alle stelle, precarietà, ma no, non abbiamo capito niente, i redditi non si sono ridotti come crediamo. Perché per la BCE è solo una errata convinzione delle persone. È perché siamo pessimisti.

“Negli ultimi anni i consumi privati sono aumentati a un ritmo più lento rispetto al reddito disponibile reale. Secondo i dati di contabilità nazionale, il reddito reale delle famiglie è aumentato del 3,8 per cento tra il secondo trimestre del 2022 e il secondo trimestre del 2024. I consumi privati in termini reali non hanno tuttavia seguito la stessa tendenza, crescendo solo dell’1,2 per cento nello stesso periodo. (...) una possibile spiegazione del rallentamento della crescita dei consumi è che la recente impennata dell’inflazione abbia segnato le convinzioni delle persone, inducendo le famiglie a percepire il proprio reddito reale come inferiore a quello effettivo”.

Tralasciando il discutibile raffronto su base trimestrale (e poi perchè proprio il secondo?), per la BCE l’inflazione ha segnato le “convinzioni” delle persone rispetto al proprio reddito, portandole a ridurre la spesa per i consumi. Come se il reddito disponibile fosse qualcosa di cui potersi convincere.

Il bollettino prosegue riportando che anche dall’indagine CES – Consumer Expectations Survey – di settembre 2024 emerge che le persone “hanno una percezione molto più pessimistica di quanto suggerirebbe il reddito reale effettivo, sebbene tale percezione sia migliorata dal 2023. Ciò suggerisce che la recente impennata dell’inflazione abbia avuto un impatto negativo sulle percezioni delle famiglie”.

Chi l’avrebbe mai detto eh? E qui ci sono due questioni. La prima è che, se anche fosse vero (e non lo è) che i redditi non si sono ridotti come si pensa, evidentemente le persone stanno riducendo i propri consumi perché le aspettative per il futuro, tra tagli alla spesa sociale e instabilità economica e politica, non sono proprio ottimistiche. Oltre al fatto che 20 anni di crisi variegate hanno eroso i risparmi delle famiglie e i tassi di interesse e le politiche del credito restrittive rendono impossibile o quasi richiedere un finanziamento.

La seconda questione è che ovviamente nella media dei redditi considerata ci sono redditi alti e redditi bassi, oltre che diverse composizioni dei redditi. E, come noto, le crisi non colpiscono tutti allo stesso modo (alcuni ci si arricchiscono anche) ma impattano in misura maggiore i redditi e i consumi delle persone a basso reddito. Persone che invece per la BCE sono solo molto pessimiste.

“Il pessimismo riguardo ai redditi reali è più diffuso tra le famiglie a basso reddito. (…) Ciò riflette probabilmente le differenze nella composizione del loro reddito (da lavoro piuttosto che finanziario), nel loro paniere di consumi o nel livello di alfabetizzazione finanziaria”. In pratica, le famiglie a basso reddito – quelle che vivono del proprio lavoro (se lo hanno) e non di rendita – sono troppo pessimiste, ma anche ignoranti dal punto di vista finanziario, cosa che pare impedisca loro di leggere correttamente l’estratto conto a fine mese.

E, in merito alla riduzione nei consumi, la BCE riporta che la “differenza è visibile in tutte le categorie di consumo, ma è maggiore per i servizi rispetto ai beni di prima necessità e a quelli durevoli”, il che suggerisce che chi ha un reddito basso è costretto a rinunciare al superfluo, mentre per evidenti motivi deve salvaguardare il consumo di beni di prima necessità. Fattore che non fa che confermare che una riduzione dei redditi per le famiglie a basso reddito c’è, eccome.

Ci sono quindi due ipotesi. La prima è che alla BCE stanno a corto di economisti decenti o anche solo di persone dotate di buonsenso. La seconda è che la BCE è costretta, come tutto il resto dell’establishment, a usare qualsiasi mezzo per convincere dal punto di vista ideologico che il modello di società in cui viviamo, tutto sommato, funziona.

In entrambi i casi, c’è poco da essere ottimisti.

Fonte

04/02/2025

Quali prospettive dopo l’ennesimo taglio dei tassi della BCE?

La BCE ha da poco deciso il quinto taglio da giugno dei tassi di riferimento, di nuovo di 25 punti. Il tasso di deposito è arrivato al 2,75%, mentre quello sulle operazioni di rifinanziamento principali è al 2,90% e su quelle di rifinanziamento marginale al 3,15%.

La decisione era abbastanza attesa, e sono previsti effetti positivi sui prestiti. Il sindacato bancario FABI ha indicato che i “tassi sui mutui sono già diminuiti a una media del 3,23% a novembre, rispetto a livelli medi superiori al 5% del 2023 e potrebbero calare sotto quota 3%: una riduzione che comporterà, nel caso di un prestito immobiliare di 25 anni da 200 mila euro, un risparmio complessivo di quasi 83 mila euro (-22,8%)”.

Stando alle dichiarazioni di Christine Lagarde, gli operatori economici sono convinti che non sarà l’ultimo dei tagli, anche se la BCE continua a navigare a vista. Ma l’aver fatto presente che la politica monetaria di Francoforte è “ancora restrittiva” e che è “prematuro” parlare di tasso neutrale (quello che viene considerato né espansivo né restrittivo rispetto all’economia) lascia poco spazio a dubbi.

Tale tasso era stato indicato in una forchetta tra 1,75% e 2,5%, mentre Lagarde ha ridotto il secondo valore a 2,25% nel suo discorso al World Economic Forum a Davos. Perciò in molti scommettono su di un’altra sforbiciata a marzo, anche se è possibile che a quel punto i falchi che siedono nella BCE – la tedesca Isabel Schnabel in primis – spingano per rallentare il ritmo dei tagli.

Possibile, perché i responsabili dell’euro potrebbero decidere di mantenere basso il costo del denaro per tentare di far fronte a una serie di fattori che mettono in serio pericolo la UE. In primis, proprio il fatto che l’Eurostat ha certificato che nel quarto trimestre del 2024 la stessa Germania della Schnabel è andata in decrescita, e l’Eurozona è rimasta ferma.

Ci sono poi una serie di preoccupazioni sugli effetti delle decisioni di Trump. Il tycoon da una parte inasprisce la guerra commerciale, dall’altra ha chiesto al presidente della FED di tagliare ampiamente i tassi, per dare impulso all’economia stelle-e-strisce.

Eppure, i dati statunitensi viaggiano ufficialmente su livelli di gran lunga migliori di quelli europei, e questo fin qui ha spinto a non assecondare la politica monetaria voluta da Trump. Il 29 gennaio la FED ha deciso di fermare i tagli e di lasciare i tassi nella forchetta tra il 4,25% e il 4,5%, con Powell che ha detto esplicitamente che “non dobbiamo avere fretta di modificare l’orientamento monetario”.

Le due strade non sono necessariamente in contrapposizione, come potrebbe sembrare dalla dialettica politica tra i due vertici statunitensi. I tassi di interesse più alti negli States potrebbero spingere i capitali a migrare dall’altra parte dell’Atlantico, più di quanto già non facciano, in cerca dei benefici di un dollaro forte.

Questo porta però all’apprezzamento del dollaro sull’euro, che ha cambiato marcia proprio a partire dalla vittoria di Trump a novembre – il 4 novembre un euro valeva 1,09 dollari, al 3 febbraio ne vale 1,03. Il rialzo del prezzo dei beni energetici – scambiati in dollari – colpirà dunque in maniera ancora più pesante i paesi del Vecchio Continente.

Certo, anche la minaccia dei dazi fa il proprio lavoro, perché l’impegno a riequilibrare la bilancia commerciale statunitense, sul lungo periodo, tende già di per sé a indebolire la moneta dell’esportatore netto (cioè dei paesi UE, che vantano un surplus commerciale verso l’altra sponda dell’Atlantico).

Ma i dazi servono innanzitutto all’economia interna degli Stati Uniti, che gira abbastanza bene da potersi permettere il tentativo di riequilibro pur mantenendo alti tassi di interesse, compensati dal forte afflusso di capitali attratti da maggiori profitti. Il pericolo più concreto che i dazi pongono alla UE è quindi il fallimento definitivo del modello export-oriented.

Se crollano ancora le esportazioni – in un’economia di mercato come la nostra – la conseguenza ‘naturale’ è la stagnazione, l’aumento dei licenziamenti, la riduzione ulteriore della domanda interna, l’incancrenirsi della crisi. Dinamiche che di per sé hanno un effetto deflattivo, compensato però dall’aumento dei prezzi che a cascata passa dai beni energetici a tutti gli altri, per i motivi già spiegati.

Insomma, la prospettiva è la stagflazione, cioè tassi di crescita irrisori o persino nulli, e un’inflazione ancora non domata, non fluttuante stabilmente intorno al 2%. E i vertici comunitari, oltre ad evitare di instillare questo spauracchio nella gente, non possono dichiarare che è il mantenimento di politiche di austerità uno dei fattori principali che ci porta verso questo scenario.

La BCE sta ancora tentando di supplire con le politiche monetarie alla mancanza di politiche fiscali espansive. Lo ha fatto con Draghi – la spesa pubblica è aumentata con la pandemia – ma ora che la “seconda globalizzazione” è agli sgoccioli, è il modello produttivo e di sviluppo segnatamente mercantilista che mostra i suoi limiti.

Dirlo significherebbe però vanificare i sacrifici imposti a milioni di lavoratori, propagandati come “necessari” in cambio di conquiste future che sarebbero dovute venire col salto di qualità imperialistico della borghesia continentale, organizzata nelle istituzioni comunitarie. E rendere chiaro che la classe dirigente europea non ha altre idee, ora che quella propugnata per decenni è fallita.

Certo, tutti gli operatori navigano a vista in questa congiuntura complessa, gli sbocchi sono difficili da prevedere, data anche la complessità degli scenari geopolitici. Ma i governanti europei, in più, navigano secondo un “pilota automatico” ormai rotto ma che non può essere ancora bypassato.

Per questo il tentativo di un Musk di solleticare le forze che meno si adeguano a Bruxelles funziona. Gli interessi nazionali vanno divergendo, e chi sognava gli Stati Uniti d’Europa si dimena nella crisi. In molti sono disposti a essere vassalli, per guadagnarne qualche dividendo: comincia il “si salvi chi può”...

Fonte