Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Famiglie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Famiglie. Mostra tutti i post

20/12/2025

L’emergenza abitativa in Italia è strutturale, serve un cambio di paradigma

Nel 2024, circa il 5,1% della popolazione – più di 3 milioni di individui – viveva in condizioni di sovraccarico dei costi abitativi, ovvero spendendo oltre il 40% del proprio reddito netto per il mantenimento dell’abitazione. Sebbene in calo rispetto all’8,7% del 2019, il dato resta fortemente preoccupante.

Secondo l’Istat le criticità maggiori si osservano tra le persone sole, in particolare quelle con meno di 65 anni, dove la percentuale raggiunge il 19,9%. Anche i nuclei monogenitoriali risultano significativamente colpiti (7,1%), sebbene si registri una diminuzione rispetto al 2019 (meno 4,8 punti percentuali).

In generale, il sovraccarico abitativo è più diffuso tra i giovani: le famiglie in cui il percettore principale di reddito ha meno di 35 anni registrano un’incidenza del 7,6%, mentre tra gli over 65 la quota scende al 4,6%. Questi dati confermano l’esistenza di una correlazione tra disagio abitativo e precarietà economica.

Attualmente (con riferimento ai dati del 2023), circa un decimo della popolazione italiana, pari a quasi 6 milioni di persone, si trova in condizioni di povertà assoluta. Il lavoro intermittente, i salari bassi e la diffusione di contratti atipici rappresentano, infatti, fattori che compromettono gravemente la possibilità di condurre una vita dignitosa, alimentando una spirale di impoverimento che investe soprattutto giovani e famiglie con figli.

Tutti i dati confermano la crisi della condizione abitativa nel paese

Nel Rapporto Caritas 2025 viene ribadito che la questione abitativa coinvolge un numero crescente di famiglie, le quali si trovano in difficoltà sia nel reperire un alloggio dignitoso, sia nel mantenerlo. Le cause della crisi abitativa sono molteplici e interconnesse: tra queste si evidenziano l’aumento dei canoni di locazione, la cronica carenza di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP), la diffusione degli affitti brevi a fini turistici – particolarmente impattanti nei grandi centri urbani – e la stagnazione salariale in un contesto occupazionale sempre più frammentato e precario.

Le categorie sociali più colpite dal disagio abitativo si presentano estremamente eterogenee. Si va dai giovani adulti che faticano a emanciparsi dalla famiglia di origine, alle famiglie monoreddito, passando per cittadini stranieri, nuclei in situazione di vulnerabilità economica, persone con disabilità o con fragilità socio-sanitarie. Ciò che accomuna questi gruppi è l’impossibilità di accedere al mercato abitativo tradizionale, caratterizzato da dinamiche sempre meno inclusive.

Un importante riferimento teorico ripreso dal Rapporto Caritas 2025 è la classificazione ETHOS, elaborata dalla Federazione Europea delle Organizzazioni Nazionali che lavorano con i senzatetto (FEANTSA). Tale modello propone una tipologia articolata delle forme di esclusione abitativa, evidenziando come il diritto alla casa debba essere interpretato secondo una triplice dimensione: fisica, sociale e giuridica. L’assenza di uno di questi elementi comporta, secondo ETHOS, una condizione di disagio abitativo rilevante.

La classificazione consente di distinguere tra quattro macro-categorie di grave esclusione abitativa, che vanno dalla mancanza totale di un tetto alla condizione di insicurezza e inadeguatezza abitativa. L’adozione di tale paradigma rappresenta oggi il principale punto di riferimento a livello europeo per l’analisi della questione abitativa in termini di diritti fondamentali e inclusione sociale.

Un importante contributo istituzionale al tema è rappresentato dalla Delibera n. 59 della Corte dei Conti, approvata il 5 dicembre 2024. La relazione, che analizza lo stato di attuazione del PNRR con dati aggiornati al 31 ottobre 2024, dedica un’intera sezione – oltre 40 pagine – al disagio abitativo e alle politiche di edilizia pubblica.

Nel documento si evidenzia come, negli ultimi decenni, in Italia si sia assistito a un progressivo arretramento delle politiche abitative. Si registra un disinvestimento sostanziale nell’edilizia sociale, accompagnato da una distribuzione disomogenea delle risorse a favore delle famiglie a basso reddito. Il Rapporto Caritas viene citato per confermare non solo la scarsità dei fondi pubblici destinati alla casa, ma anche la frammentarietà della normativa in materia.

Pur riconoscendo che il PNRR e il Piano Nazionale Complementare abbiano introdotto alcune misure significative, la Corte osserva che queste si sono concentrate prevalentemente sulla riqualificazione degli spazi esistenti e sulla manutenzione del patrimonio di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP). La costruzione di nuovi alloggi è prevista in misura limitata e solo nell’ambito dell’edilizia sociale, che, seppur utile, non può sostituire la funzione strategica dell’ERP nella risposta strutturale alla domanda abitativa.

Le conclusioni della Corte sono inequivocabili: la questione abitativa, pur essendo entrata nella programmazione del PNRR, difficilmente potrà conoscere una vera inversione di tendenza se non verrà affrontata con un approccio più sistemico e incisivo.

Il 17° Rapporto sull’Abitare, pubblicato da Nomisma nel 2024 in collaborazione con CRIF e Confindustria, fornisce un ulteriore approfondimento sulle condizioni del mercato immobiliare italiano. Il report evidenzia che la domanda sostenuta nel mercato della locazione ha determinato una nuova crescita dei canoni (+3,4% nell’ultimo anno). Tuttavia, tale incremento è inevitabilmente condizionato dalla capacità di spesa delle famiglie, che negli ultimi anni è stata messa a dura prova.

L’inflazione ha eroso il reddito disponibile, rendendo sempre più difficile per le famiglie italiane – in particolare per quelle unipersonali e numerose – far fronte ai costi abitativi. Tre famiglie su cinque dichiarano che il proprio reddito è insufficiente o appena adeguato a coprire le spese primarie. Di conseguenza, l’acquisto della casa diventa un obiettivo sempre più irraggiungibile, e anche il mantenimento della locazione rappresenta un impegno economico gravoso.

Il quadro tracciato da Nomisma è coerente con quanto riportato dalle fonti precedenti: la casa si configura come un bene “impossibile” per una quota crescente della popolazione, e il disagio abitativo, in assenza di interventi pubblici efficaci, rischia di cronicizzarsi.

La riduzione dei fondi statali per il sostegno alla condizione abitativa

Fondo per la morosità incolpevole, istituito con l’art. 6, comma 5, del decreto-legge n. 102 del 2013. Il fondo, destinato agli inquilini impossibilitati a pagare l’affitto per cause indipendenti dalla propria volontà, ha ricevuto risorse pari a 9,5 milioni di euro nel 2020 e 50 milioni nel 2021. Tuttavia, a partire dal 2022, non ha più beneficiato di stanziamenti nel bilancio statale, fino al rifinanziamento previsto dalla legge di bilancio 2025 (L. n. 207/2024), che ha destinato 10 milioni per il 2025 e 20 milioni per il 2026.

Fondo per il contrasto al disagio abitativo, istituito dalla legge di bilancio 2024. Tale fondo prevede una dotazione di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028 e contempla l’adozione di un Piano Nazionale – denominato “Piano Casa Italia” – volto alla sperimentazione di modelli innovativi di edilizia residenziale pubblica, da attuarsi mediante un decreto ministeriale adottato in accordo con la Conferenza Unificata.

Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione, istituito con l’art. 11 della legge 431/1998. Per gli anni 2020–2022, il fondo ha beneficiato di significativi incrementi: da 50 milioni iniziali si è passati a 160 milioni (2020–2021) e 180 milioni (2022), per un totale di oltre 4 miliardi di euro spesi dalla sua istituzione. Tuttavia, a partire dal 2023, anche questo fondo è stato escluso dal bilancio statale, generando un evidente vuoto nella continuità degli interventi.

L’emergenza abitativa nelle aree metropolitane

Da un lato, si assiste allo spopolamento progressivo dei piccoli centri, in particolare delle aree montane e rurali; dall’altro, si registra un forte incremento della pressione abitativa nelle grandi metropoli, dove si concentrano le opportunità occupazionali, educative e sanitarie.

Questa polarizzazione ha prodotto un’emergenza abitativa che si è aggravata nel tempo anche a causa di precise scelte politiche. Dopo il grande piano casa Fanfani degli anni ’50 e ’60, l’Italia ha abbandonato una visione strategica sull’edilizia pubblica, privilegiando la liberalizzazione del mercato e la privatizzazione del patrimonio. L’abrogazione dell’equo canone, l’indebolimento degli enti previdenziali pubblici – che storicamente svolgevano una funzione calmieratrice – e l’incentivazione della rendita immobiliare privata hanno determinato un progressivo smantellamento della funzione pubblica dell’abitare.

Oggi, oltre 650.000 famiglie risultano in graduatoria per un alloggio popolare, mentre si contano circa 2,5 milioni di sfratti negli ultimi vent’anni. Le città sono sempre più trasformate in poli attrattivi per il turismo, con un’offerta residenziale ridotta e rincarata, costringendo i residenti in condizioni economiche svantaggiate a spostarsi in periferie sempre più marginalizzate.

Non c’è soluzione alla crisi abitativa senza l’intervento pubblico

Il quadro che emerge da questa analisi è chiaro: il diritto all’abitare in Italia è sotto pressione, minacciato da anni di disinvestimento pubblico, da politiche frammentarie e da un mercato sempre più escludente. La crisi abitativa non è soltanto una questione di povertà, ma un indicatore della fragilità del patto sociale e della debolezza dell’intervento pubblico in settori essenziali.

È necessario avviare una nuova stagione di politiche strutturali per l’abitare, capaci di ricostruire una visione organica del rapporto tra cittadino e territorio. Tra le priorità si impongono:
- un piano nazionale pluriennale per l’ampliamento dell’ERP;
- una riforma della legge sugli affitti che leghi il canone alla capacità economica dell’inquilino;
- la riattivazione di strumenti finanziari permanenti come un fondo Gescal moderno;
- una regolamentazione degli affitti brevi nelle aree urbane in tensione abitativa;
- una strategia di rigenerazione urbana che coniughi riuso, sostenibilità e accessibilità.

In assenza di un impegno sistemico e continuativo, il disagio abitativo rischia di trasformarsi in un fattore strutturale di esclusione sociale. Garantire a tutte e tutti il diritto a una casa adeguata, accessibile e sicura è condizione necessaria per il rafforzamento della democrazia e della coesione nazionale. Come ammonito anche dalle Nazioni Unite, non si tratta più di una questione tecnica o amministrativa, ma di un diritto umano fondamentale.

Fonte

16/02/2025

Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della BCE

In una pubblicità di qualche anno fa Tonino Guerra esclamava “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!” E pare che la BCE si sia ispirata fortemente a questo mood, a giudicare dal secondo ‘riquadro’ del bollettino economico n.1 del 2025 “Aumento dei redditi reali: vero o presunto? Il ruolo che le percezioni delle famiglie svolgono nei consumi”.

La tesi di ben 4 illustri economisti della BCE è che i redditi non si sono ridotti come pensiamo. In Italia si guadagna meno che nel 1990, l’unico paese UE dove i salari reali sono scesi, ma no, i redditi non si sono ridotti. Crisi che si susseguono dal 2007, inflazione, disoccupazione, tassi di interesse alle stelle, precarietà, ma no, non abbiamo capito niente, i redditi non si sono ridotti come crediamo. Perché per la BCE è solo una errata convinzione delle persone. È perché siamo pessimisti.

“Negli ultimi anni i consumi privati sono aumentati a un ritmo più lento rispetto al reddito disponibile reale. Secondo i dati di contabilità nazionale, il reddito reale delle famiglie è aumentato del 3,8 per cento tra il secondo trimestre del 2022 e il secondo trimestre del 2024. I consumi privati in termini reali non hanno tuttavia seguito la stessa tendenza, crescendo solo dell’1,2 per cento nello stesso periodo. (...) una possibile spiegazione del rallentamento della crescita dei consumi è che la recente impennata dell’inflazione abbia segnato le convinzioni delle persone, inducendo le famiglie a percepire il proprio reddito reale come inferiore a quello effettivo”.

Tralasciando il discutibile raffronto su base trimestrale (e poi perchè proprio il secondo?), per la BCE l’inflazione ha segnato le “convinzioni” delle persone rispetto al proprio reddito, portandole a ridurre la spesa per i consumi. Come se il reddito disponibile fosse qualcosa di cui potersi convincere.

Il bollettino prosegue riportando che anche dall’indagine CES – Consumer Expectations Survey – di settembre 2024 emerge che le persone “hanno una percezione molto più pessimistica di quanto suggerirebbe il reddito reale effettivo, sebbene tale percezione sia migliorata dal 2023. Ciò suggerisce che la recente impennata dell’inflazione abbia avuto un impatto negativo sulle percezioni delle famiglie”.

Chi l’avrebbe mai detto eh? E qui ci sono due questioni. La prima è che, se anche fosse vero (e non lo è) che i redditi non si sono ridotti come si pensa, evidentemente le persone stanno riducendo i propri consumi perché le aspettative per il futuro, tra tagli alla spesa sociale e instabilità economica e politica, non sono proprio ottimistiche. Oltre al fatto che 20 anni di crisi variegate hanno eroso i risparmi delle famiglie e i tassi di interesse e le politiche del credito restrittive rendono impossibile o quasi richiedere un finanziamento.

La seconda questione è che ovviamente nella media dei redditi considerata ci sono redditi alti e redditi bassi, oltre che diverse composizioni dei redditi. E, come noto, le crisi non colpiscono tutti allo stesso modo (alcuni ci si arricchiscono anche) ma impattano in misura maggiore i redditi e i consumi delle persone a basso reddito. Persone che invece per la BCE sono solo molto pessimiste.

“Il pessimismo riguardo ai redditi reali è più diffuso tra le famiglie a basso reddito. (…) Ciò riflette probabilmente le differenze nella composizione del loro reddito (da lavoro piuttosto che finanziario), nel loro paniere di consumi o nel livello di alfabetizzazione finanziaria”. In pratica, le famiglie a basso reddito – quelle che vivono del proprio lavoro (se lo hanno) e non di rendita – sono troppo pessimiste, ma anche ignoranti dal punto di vista finanziario, cosa che pare impedisca loro di leggere correttamente l’estratto conto a fine mese.

E, in merito alla riduzione nei consumi, la BCE riporta che la “differenza è visibile in tutte le categorie di consumo, ma è maggiore per i servizi rispetto ai beni di prima necessità e a quelli durevoli”, il che suggerisce che chi ha un reddito basso è costretto a rinunciare al superfluo, mentre per evidenti motivi deve salvaguardare il consumo di beni di prima necessità. Fattore che non fa che confermare che una riduzione dei redditi per le famiglie a basso reddito c’è, eccome.

Ci sono quindi due ipotesi. La prima è che alla BCE stanno a corto di economisti decenti o anche solo di persone dotate di buonsenso. La seconda è che la BCE è costretta, come tutto il resto dell’establishment, a usare qualsiasi mezzo per convincere dal punto di vista ideologico che il modello di società in cui viviamo, tutto sommato, funziona.

In entrambi i casi, c’è poco da essere ottimisti.

Fonte

14/12/2024

Italia - Per sei famiglie su dieci il reddito non è più sufficiente

Quasi il 60% delle famiglie sostiene che il proprio reddito sia inadeguato rispetto alle necessità primarie. È quanto emerge dall’Osservatorio sguardi familiari di Nomisma.

Secondo il rapporto infatti quasi sei famiglie italiane su dieci ritengono che il proprio reddito sia insufficiente rispetto alle necessità primarie. E a fronte di questa realtà anche il welfare in Italia è in caduta libera per essere sostituito da un welfare fai da te in cui il 58% trova sostegno nella rete familiare e solo il 29% nei servizi pubblici.

Inoltre, 1 famiglia su 6 ha responsabilità di cura verso familiari non autosufficienti mentre solo 1 famiglia su 10 non riuscirebbe ad affrontare la nascita di un figlio. Al contempo cresce il disagio psicologico giovanile.

“La congiuntura economica è favorevole e il tasso di occupazione è positivo, ma questo non sembra più sufficiente per garantire il benessere di tutti. Facciamo attenzione alle nuove solitudini perché c’è molta fragilità. Pertanto, le imprese sono chiamate a fare di più per i bisogni di chi lavora” – è la sintesi, dati alla mano, di Marco Marcatili, Direttore Sviluppo di Nomisma e Responsabile dell’Osservatorio Sguardi Familiari, aggiornato con le nuove rilevazioni 2024.

Malgrado l’occupazione, compresa quella femminile, sia cresciuta fino ad attestarsi al 62,5%, ampliando la platea di lavoratrici e lavoratori e contribuendo a ridurre quella dei disoccupati, ben oltre la metà delle famiglie italiane (59%) considera inadeguato il proprio reddito.

Nello specifico, lo studio di Nomisma rileva che a un 15% di famiglie che giudicano il proprio reddito insufficiente per far fronte alle necessità primarie, si somma un altro 44% di famiglie che valuta le proprie entrate appena sufficienti per arrivare a fine mese. Tra queste, a denunciare la sproporzione tra redditi e costo della vita è il 62%, a cui si aggiungono le famiglie (1 su 5) che accusano spese per la casa particolarmente elevate.

Questa quota copre oltre l’80% delle famiglie in difficoltà (percentuale in crescita di 3 punti rispetto alla scorsa rilevazione). Al contempo, diminuiscono dal 10% all’8% le famiglie che denunciano difficoltà lavorative come elemento determinante della condizione di insufficienza del reddito.

Secondo Nomisma, sebbene siano stati recuperati 10 punti percentuali rispetto al momento del picco dell’inflazione, a cavallo tra 2022 e 2023, ancora oggi ad apparire decisamente squilibrato è il rapporto tra costo della vita e redditi da lavoro.

L’Italia paga la mancata crescita delle retribuzioni, che tra il 2013 e il 2023 sono cresciute la metà rispetto alla media europea (16% contro il 30,8%), mentre il potere d’acquisto risulta addirittura calato (-4,5%) con la recente ondata inflattiva.

“Il rinnovo dei contratti collettivi e gli adeguamenti Ipca non colmano, se non parzialmente, la misura di quanto perso in termini di potere d’acquisto con l’inflazione, che ha determinato una vera e propria erosione dei risparmi, a danno di molte famiglie. L’aumento del ricorso alla cassa integrazione (+23% nei primi nove mesi 2024) sulla carta lascia invariata l’occupazione, ma incide negativamente sui redditi e sulle aspettative verso il futuro” – spiega Marcatili. “Non a caso, malgrado gli indicatori positivi del mercato del lavoro, ben il 42% delle famiglie ritiene che la propria condizione economica sia peggiorata negli ultimi 12 mesi (nettamente peggiorata per l’11%), mentre solo l’8% ritiene sia migliorata”.

L’85% delle famiglie ha tagliato le spese per il tempo libero, il 72% ha ridotto i consumi culturali, il 67% le attività sportive e ben 1 famiglia su 2 ha dovuto ridurre le spese sanitarie, il 28% ha tagliato sulle spese per l’istruzione.

Al contempo,1 famiglia su 10 dichiara che non potrebbe far fronte economicamente alla nascita di un figlio e 1 famiglia su 6 non riuscirebbe ad affrontare la perdita di autonomia di un proprio componente, tanto che il 60% degli intervistati ritiene che alla base del calo nelle nascite ci siano questioni di natura economica.

Quanto emerge dall’Osservatorio Sguardi Familiari dimostra come non siano solo i consumi considerati voluttuari a venire tagliati. Quando si arriva a comprimere le spese per la propria salute o per l’istruzione dei figli, quando la sostenibilità finanziaria della quotidianità è così fragile da essere compromessa da una nascita, risulta evidente la situazione di vulnerabilità, denunciata soprattutto da alcune categorie familiari.

Il rapporto di Nomisma indica che le rinunce più gravose risultano doverle farle le cosiddette famiglie sandwich, strette tra la cura dei figli piccoli e dei genitori anziani. Ben il 70% delle famiglie che tagliano sulle spese sanitarie sono famiglie sandwich, seguite poi, con ampie sovrapposizioni, dai genitori soli con figli (60%) e dalle famiglie che vivono nel Meridione (60%), ad indicare ambiti sociali caratterizzati da elevata fragilità.

“La questione è sistemica perché i bisogni delle famiglie, tradizionalmente legati al welfare pubblico, non trovano risposta adeguata se non dentro la famiglia stessa. Nello scenario attuale, assistiamo ad un welfare sempre più fai da te, tanto che il 58% degli intervistati dichiara di trovare il principale supporto nella rete familiare, mentre solo il 29% dichiara di ricevere supporto dai servizi sociali pubblici messi a disposizione dal territorio” – chiarisce Marcatili.

Le imprese poi non aiutano di certo le famiglie ad affrontare le difficoltà. Complessivamente solo il 12% degli intervistati dichiara di trovare un supporto sostanziale in azienda. Viene poi evidenziata la questione relativa alle nuove solitudini: le tipologie di nuclei familiari più esposti a debolezza e bisogni sono quelli composti da una sola persona.

Lo studio condotto da Nomisma riscontra, in ogni fascia di età, l’aggravarsi delle condizioni e un peggioramento delle prospettive future per le persone sole.

I giovani soli (under 45) sono particolarmente esposti all’instabilità occupazionale e vulnerabili quando non possono ricorrere alla protezione della rete familiare (oltre il 31% degli intervistati non riuscirebbe a sopportare l’impatto economico della perdita del lavoro di un componente della propria famiglia, contro una media del 14%).

Gli adulti soli (45-69 anni) hanno meno supporto familiare e in questo segmento di popolazione aumentano i casi di vissuti difficoltosi (divorzi, separazioni) che spesso si traducono in forme di fragilità, anche economica (quasi doppia la quota di adulti soli che percepiscono come insufficiente il proprio reddito rispetto alla media).

Gli anziani soli (over 70) sono più solidi economicamente (la quota di chi dichiara insufficiente il proprio reddito è inferiore del 50% alla media), ma pesa l’esposizione al cronicizzarsi delle patologie e la forte dipendenza dalla rete familiare (66%).

Soffrono pesantemente i genitori soli con figli a carico, che necessitano in primis di supporto economico, anche e soprattutto in forma di assegnazione di alloggi pubblici e offerta di servizi sociali dedicati. In un quadro complessivo di aumento del disagio psicologico, la quota di genitori soli con figli che manifestano forme di disagio si attesta al 19%, contro una media del 7%, a indicare una condizione particolare di fragilità.

Fonte

02/09/2024

Assegno unico familiare sotto tiro nella manovra di bilancio?

La prossima manovra di bilancio potrebbe mettere sotto tiro l’assegno unico familiare, anche se al momento una nota del Mef ha smentito la volontà di intervenire su questa prestazione sociale per le famiglie. Eppure sarà bene non dare nulla per scontato.

L’assegno unico universale, ovvero la principale misura di sostegno per le famiglie è entrato in vigore da marzo 2022, sostituendo i precedenti assegni familiari che erano però legati alla posizione contributiva. Lo percepivano solo i lavoratori dipendenti (anche in Naspi) e i lavoratori a progetto. Tutti gli altri, inclusi i disoccupati, no.

Il nuovo assegno unico familiare era così diventato – giustamente – una misura universale legata alla presenza di figli nei nuclei familiari, minorenni soprattutto, ma con qualche eccezione sopra i 18 anni per i nuclei numerosi.

La platea dei beneficiari, con il nuovo assegno familiari, si era dunque allargata. Secondo gli ultimi dati Inps sono oltre 6 milioni i nuclei familiari che ne hanno beneficiato per un totale di 9.549.571 figli che percepiscono il contributo.

Va ricordato però che l’assegno unico ingloba e sostituisce le detrazioni fiscali per i figli a carico oltre ad assorbire una serie di bonus sociali previsti per le famiglie. Non può sfuggire il dato che nella relazione di accompagnamento alla misura nel 2021 veniva previsto un risparmio rispetto al precedente istituto degli assegni familiari.

In sostanza le famiglie che lo ricevono sono più numerose ma gli introiti sono più bassi di quelli precedenti, come hanno scoperto molti percettori quando hanno cominciato a vedere la differenza tra quanto arriva come pagamento diretto dall’Inps e quanto percepivano prima direttamente sulle buste paga.

A meno di due anni dall’introduzione dell’assegno unico già si sta discute però di come mandarlo in soffitta o di una revisione della misura. La verifica sullo stato delle cose sarà nella manovra di bilancio di fine anno, per cui fino all’approvazione del testo di legge definitivo poco o nulla sarà certo.

La Repubblica del 29 agosto ha lanciato l’allarme, smentito però sia dal Mef che dalla ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella.

Ad esempio, ancora oggi, manca il decreto attuativo della legge delega sull’Isee che avrebbe dovuto escludere dal calcolo dell’indicatore della situazione economica equivalente dei nuclei familiari gli importi erogati per l’assegno unico.

Quest’anno, dato che l’Isee 2024 prende come riferimento le entrate 2022 delle famiglie (inclusi gli importi percepiti dall'Inps per l’assegno stesso), secondo alcune stime dei patronati i valori degli Isee sono lievitati.

Le famiglie con un Isee più elevato si sono viste quindi escludere da altre misure ancorata all’indicatore, come ad esempio i bonus gas e luce oppure il bonus nido. Il Governo nei mesi scorsi ha dichiarato di voler “correggere” questo errore. La seconda rogna sull’assegno unico universale è la procedura di infrazione europea: a luglio l’Italia è stata deferita alla Corte Ue per i requisiti legati alla residenza.

Il Dlgs 230/2021 istitutivo dell’assegno unico prevede che i richiedenti debbano essere residenti sul territorio italiano al momento della domanda ed essere stati residenti in Italia per almeno 2 anni (anche se non continuativi) oppure avere un permesso di soggiorno di lunga durata (almeno sei mesi).

La Commissione ritiene che questo regime non sia compatibile con il diritto europeo in quanto costituisce una discriminazione nei confronti dei lavoratori mobili di altri Stati membri dell’Ue che in questo modo non possono beneficiare della prestazione familiare. Ma il problema, per il governo, non sono gli europei quanto gli extracomunitari. A luglio la Meloni ha dichiarato che “Bruxelles ci apre una procedura di infrazione sostenendo la bizzarra tesi che noi dovremmo riconoscere l’assegno unico a tutti i lavoratori stranieri” ed ha definito la richiesta “insostenibile”, dichiarando di voler dare battaglia contro la richiesta europea.

I correttivi all’Isee, l’eventuale l’infrazione europea e il ritorno alle politiche di tagli alle spese sociali, in qualche modo ipotecano i conti dell’assegno unico. Per il 2024 la misura prevede uno stanziamento pari a 19,2 miliardi di euro, per cui si sono dovuti aggiungere 500 milioni nel budget per coprire gli aumenti introdotti con la legge di Bilancio 2023. Eppure ci sono stati dei risparmi legati alla misura, che hanno addirittura permesso al Governo di dirottare ad altri capitoli di spesa alcuni dei fondi residui a fine 2023 per gli assegni familiari.

Secondo gli ultimi dati Inps, aggiornati a giugno (quindi al primo semestre), finora sono stati erogati 9.862.400 euro per l’assegno unico. Nel secondo semestre, si potrebbero toccare i 19,7 miliardi a fine anno, sforando quindi i fondi previsti dal budget per la prestazione.

Ad aver fatto lievitare la spesa in questi anni è stato inoltre l’adeguamento – previsto per legge – del contributo all’inflazione che nel 2023 ha visto un aumento dell’8,1% per effetto delle boom dei prezzi del 2022. Nel 2024 l’aumento è stato più contenuto, al 5,4%. Per 2025 si stima possa esserci un aumento intorno all’1 per cento.

Con la prossima legge di bilancio il Governo dovrà rimettere mano a questa misura di welfare universale, una delle poche esistente come tale nel nostro paese. Si parla di nuovo Piano nazionale per le famiglie che potrebbe rivedere il quadro degli aiuti alle famiglie, incluso l’assegno unico.

Fonte