di Evo Morales
Il Presidente Paz continua la sua campagna per screditare la gestione del Processo di Cambiamento sotto la mia presidenza. È necessario chiarire, per lui e per il popolo boliviano, che tra il 2006 e il 2019 la Bolivia ha registrato uno dei maggiori investimenti pubblici della sua storia.
Sanità: sono stati investiti oltre 2 miliardi di dollari, sono state costruite 1.061 strutture sanitarie, sono stati creati 18.550 posti di lavoro ed è stato lanciato il Piano Ospedali per la Bolivia, il più grande programma ospedaliero del Paese, con 49 ospedali previsti nei nove dipartimenti.
Istruzione: sono stati investiti 2,15 miliardi di dollari in 4.800 unità scolastiche nuove, ampliate o ristrutturate.
Edilizia abitativa: sono stati stanziati 1,15 miliardi di dollari e sono state consegnate 153.229 unità di edilizia sociale.
Strade: sono stati completati 5.983 chilometri e 3.500 chilometri sono ancora in costruzione.
Teleferica di La Paz: sono stati investiti 700 milioni di dollari e rese operative 10 linee.
Ferrovia metropolitana di Cochabamba: sono stati investiti 470 milioni di dollari in 12 treni elettrici.
Infrastrutture sportive: è stato investito circa 1 miliardo di dollari.
Le nostre politiche statali hanno trasformato le condizioni di vita della popolazione boliviana, sollevando 3 milioni di persone dalla povertà e rendendo la Bolivia il Paese con la crescita maggiore nella regione per sei anni consecutivi.
Inoltre, il processo costituente ha permesso l’inclusione di tutti i cittadini (popolazioni indigene, contadini, operai, donne e giovani), oltre a incorporare la dichiarazione dei diritti umani più completa in un testo costituzionale (diritti civili e politici; diritti economici, sociali e culturali; diritti collettivi delle popolazioni indigene; diritti ambientali; e diritti speciali per i gruppi vulnerabili).
Nella lotta al narcotraffico, l’eradicazione concertata, pacifica e con la salvaguardia dei diritti umani e la protezione dell’ambiente, hanno ridotto la coltivazione della coca a solo l’8% della Regione.
Analogamente, l’istituzione del Centro Regionale di Ricerca Antidroga (CERIAN) ha portato alla cattura di oltre venti pesci grossi del narcotraffico, tra cui sei dei dieci più ricercati dall’Interpol, con risultati eccezionali e riconosciuti dalle organizzazioni internazionali e dalla comunità internazionale.
Infine, sul piano internazionale, abbiamo assunto la Presidenza del G77+ Cina, la Presidenza pro tempore della CELAC e dell’UNASUR, e abbiamo ospitato e presieduto vertici internazionali come il Vertice per i Diritti di Madre Terra, tenutosi a Tiquipaya, nonché incontri bilaterali con presidenti e governi di diversi paesi della regione, svoltisi in otto dei nove dipartimenti della Bolivia.
Le menzogne non potranno mai cambiare i fatti, né cancellarci dalla memoria del popolo boliviano. Durante il processo di cambiamento in Bolivia, si sentiva la stabilità e il “vivir bien”!
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/08/2026
La Bolivia del “vivir bien” prima della destra
08/03/2026
La sanità pubblica fa un “balzo in avanti”. In Cina...
Il Plenum cinese di questi giorni ha elaborato il 15° Piano Quinquennale in cui, tra le altre cose, viene affrontato il problema della sanità. E non proprio secondo i canoni italiani.
La sanità è, infatt,i posta in posizione strategica con lo slogan “Costruzione di una Cina sana” e l’obiettivo di aumentare l’aspettativa di vita media a 80 anni. È il caso di ricordare che contrariamente a quanto avviene dalle nostre parti, gli slogan – per quanto non molto originali, come questo – non servono a nascondere politiche di segno opposto ma annunciano cambiamenti reali nella direzione indicata.
Il fulcro delle politiche cinesi si sposta così verso il potenziamento delle strutture di base, soprattutto a livello di contee e distretti, promuovendo servizi con medici di famiglia e la diffusione di risorse mediche di alta qualità (potendo contare su una struttura universitario da decenni arrivata ad alti livelli).
Per quanto riguarda i sussidi assicurativi lo standard del sussidio pro capite per l’assicurazione medica dei residenti sarà aumentato di 24 yuan, arrivando a 724 yuan, ovvero 90 euro circa. È il caso di ricordare che il salario medio cinese, nel 2024, era di 1016 euro e cresce di anno in anno ad un ritmo superiore a quello del Pil.
Proseguirà l’ottimizzazione degli acquisti centralizzati di farmaci e materiali di consumo, per garantire qualità e fornitura stabili.
È prevista un aumento del contrasto alle frodi assicurative, proteggendo il denaro destinato alla salute dei cittadini.
Si miglioreranno le politiche di sostegno alla natalità, erogando sussidi per l’infanzia, sviluppando servizi di assistenza all’infanzia a prezzi accessibili (ricordando che il primo requisito – un lavoro stabile e un salario adeguato – è stato già ampiamente raggiunto e superato).
Si prevede espansione e potenziamento dei servizi di riabilitazione e cura a lungo termine per gli anziani e miglioramento di assistenza e sostegno agli anziani con disabilità e disturbi cognitivi.
La biomedicina è stata chiaramente designata come un settore industriale emergente e pilastro da sviluppare prioritariamente, con un notevole innalzamento del suo status e dei finanziamenti pubblici relativi.
Un occhio anche a pianificare in anticipo settori come l’interfaccia cervello-computer, il biomanifatturiero e l’applicazione dell’intelligenza artificiale in sanità, come nuove forze produttive di qualità nel settore.
Nel 2026 è prevista l’attuazione di 10 azioni concrete di servizio sanitario per il popolo, tra cui:
1) Salute mentale con aggiunta di servizi ambulatoriali di salute mentale in 110 nuove contee e maggiore diffusione della linea di assistenza psicologica (12356).
2) Gestione del peso con copertura totale di ambulatori dedicati alla gestione del peso negli ospedali pubblici di terzo livello.
3) Riconoscimento reciproco degli esami, di referti e accertamenti tra ospedali pubblici di secondo livello e superiori, per almeno 300 voci.
4) Promuovere la piena copertura dei servizi di emodialisi in tutte le contee con una popolazione residente stabile superiore a 60.000 abitanti.
5) Consolidare la capacità dei servizi pediatrici a livello di base.
Un cenno, ovviamente, anche alla promozione dello sviluppo completo della Medicina Tradizionale Cinese in ambito di prevenzione, cura, riabilitazione, innovazione e formazione dei talenti.
Molte regioni propongono di realizzare la copertura completa di ospedali pubblici di MTC a livello di contea e di rafforzare la capacità di servizio delle cliniche di MTC a livello di base.
Favorire l’integrazione nell’industria della MTC con settori come la cura della salute e il turismo, creando anche cluster industriali di punta per la produzione di erbe officinali di qualità.
Per quanto riguarda il settore del lavoro, l’obiettivo previsto per il 2026 è la creazione di almeno 12 milioni di nuovi posti di lavoro nelle aree urbane.
Il tasso di disoccupazione urbana è previsto intorno al 5,5%.
La direzione politica principale tende a integrare le politiche prioritarie per l’occupazione in tutti i settori dello sviluppo economico e sociale, aumentando il sostegno politico.
Sostegno alla stabilità occupazionale nelle industrie e imprese a maggiore intensità di manodopera, parallelamente alla creazione di nuove professioni e posti di lavoro legati allo sviluppo di settori emergenti e futuri.
Definire politiche a sostegno dell’occupazione giovanile, in particolare per i neolaureati; rafforzare la stabilizzazione e l’assistenza ai lavoratori migranti; garantire il collocamento e i servizi per l’impiego dei militari in congedo; potenziare l’assistenza all’occupazione per le persone in difficoltà.
Formazione professionale su larga scala per dotare più lavoratori di competenze specifiche, migliorando l’occupabilità e il reddito.
Sviluppare programmi di formazione specializzati in settori legati alle nuove forze produttive di qualità, come l’intelligenza artificiale (IA) e i veicoli a nuova energia.
Sostenere le imprese leader nella creazione di ecosistemi formativi integrati che combinino istruzione, formazione professionale e certificazione delle competenze, adattando dinamicamente gli standard professionali per le nuove mansioni.
Tutele per le nuove forme di impiego: introdurre politiche per favorire la partecipazione all’assicurazione sociale dei lavoratori con forme di impiego flessibili e delle nuove piattaforme digitali (es. fattorini, corrieri, autisti di piattaforme), promuovendo in modo ordinato l’espansione della sperimentazione dell’assicurazione contro gli infortuni professionali.
Tutela dei diritti dei lavoratori: attuare pienamente i sistemi di garanzia del pagamento dei salari per i lavoratori migranti, rafforzare la lotta contro la discriminazione lavorativa e difendere fermamente i diritti e gli interessi legittimi dei lavoratori. Alcuni rappresentanti hanno suggerito di aumentare il salario minimo per i lavoratori con impieghi flessibili, introducendo una tariffa oraria minima.
Regolamentare il fenomeno dello “straordinario invisibile” (lavoro oltre l’orario tramite dispositivi digitali), garantire il diritto al riposo e alle ferie dei lavoratori e attuare il sistema di ferie retribuite e scaglionate.
Ottimizzare i prestiti per l’imprenditoria: valorizzare il ruolo di politiche come gli interessi agevolati sui prestiti per l’imprenditoria, con un importo massimo richiedibile di 300.000 yuan a persona, per rafforzare il sostegno e la guida all’avvio di imprese.
Affrontare l’impatto dell’IA sull’occupazione migliorando le misure per promuovere l’occupazione e l’imprenditoria in risposta allo sviluppo della tecnologia IA, istituendo un sistema di monitoraggio, valutazione e allerta precoce dell’impatto dell’IA sul lavoro.
Potenziamento delle competenze IA per tutti: alcuni rappresentanti hanno suggerito di promuovere un’azione nazionale per il potenziamento delle competenze e della consapevolezza legate all’IA per l’intera popolazione, istituendo un apposito fondo dedicato.
Tra gli argomenti correlati:
Equilibrio tra lavoro e cura dei figli: il governo centrale ha stanziato quasi 100 miliardi di yuan in sussidi per la cura dei figli, sviluppando servizi di assistenza all’infanzia a prezzi accessibili per alleviare la pressione familiare e sostenere i genitori nel bilanciare meglio lavoro e famiglia.
Riposo e ferie: sostenere, laddove le condizioni lo permettano, la promozione di vacanze primaverili e autunnali per le scuole primarie e secondarie, attuare il sistema di ferie retribuite e scaglionate per i dipendenti, al fine di stimolare i consumi e favorire la riunione familiare.
Non proprio un sistema da sogno, insomma, ma un sistema fatto per permettere a tutti di vivere in modo decente...
Fonte
La sanità è, infatt,i posta in posizione strategica con lo slogan “Costruzione di una Cina sana” e l’obiettivo di aumentare l’aspettativa di vita media a 80 anni. È il caso di ricordare che contrariamente a quanto avviene dalle nostre parti, gli slogan – per quanto non molto originali, come questo – non servono a nascondere politiche di segno opposto ma annunciano cambiamenti reali nella direzione indicata.
Il fulcro delle politiche cinesi si sposta così verso il potenziamento delle strutture di base, soprattutto a livello di contee e distretti, promuovendo servizi con medici di famiglia e la diffusione di risorse mediche di alta qualità (potendo contare su una struttura universitario da decenni arrivata ad alti livelli).
Per quanto riguarda i sussidi assicurativi lo standard del sussidio pro capite per l’assicurazione medica dei residenti sarà aumentato di 24 yuan, arrivando a 724 yuan, ovvero 90 euro circa. È il caso di ricordare che il salario medio cinese, nel 2024, era di 1016 euro e cresce di anno in anno ad un ritmo superiore a quello del Pil.
Proseguirà l’ottimizzazione degli acquisti centralizzati di farmaci e materiali di consumo, per garantire qualità e fornitura stabili.
È prevista un aumento del contrasto alle frodi assicurative, proteggendo il denaro destinato alla salute dei cittadini.
Si miglioreranno le politiche di sostegno alla natalità, erogando sussidi per l’infanzia, sviluppando servizi di assistenza all’infanzia a prezzi accessibili (ricordando che il primo requisito – un lavoro stabile e un salario adeguato – è stato già ampiamente raggiunto e superato).
Si prevede espansione e potenziamento dei servizi di riabilitazione e cura a lungo termine per gli anziani e miglioramento di assistenza e sostegno agli anziani con disabilità e disturbi cognitivi.
La biomedicina è stata chiaramente designata come un settore industriale emergente e pilastro da sviluppare prioritariamente, con un notevole innalzamento del suo status e dei finanziamenti pubblici relativi.
Un occhio anche a pianificare in anticipo settori come l’interfaccia cervello-computer, il biomanifatturiero e l’applicazione dell’intelligenza artificiale in sanità, come nuove forze produttive di qualità nel settore.
Nel 2026 è prevista l’attuazione di 10 azioni concrete di servizio sanitario per il popolo, tra cui:
1) Salute mentale con aggiunta di servizi ambulatoriali di salute mentale in 110 nuove contee e maggiore diffusione della linea di assistenza psicologica (12356).
2) Gestione del peso con copertura totale di ambulatori dedicati alla gestione del peso negli ospedali pubblici di terzo livello.
3) Riconoscimento reciproco degli esami, di referti e accertamenti tra ospedali pubblici di secondo livello e superiori, per almeno 300 voci.
4) Promuovere la piena copertura dei servizi di emodialisi in tutte le contee con una popolazione residente stabile superiore a 60.000 abitanti.
5) Consolidare la capacità dei servizi pediatrici a livello di base.
Un cenno, ovviamente, anche alla promozione dello sviluppo completo della Medicina Tradizionale Cinese in ambito di prevenzione, cura, riabilitazione, innovazione e formazione dei talenti.
Molte regioni propongono di realizzare la copertura completa di ospedali pubblici di MTC a livello di contea e di rafforzare la capacità di servizio delle cliniche di MTC a livello di base.
Favorire l’integrazione nell’industria della MTC con settori come la cura della salute e il turismo, creando anche cluster industriali di punta per la produzione di erbe officinali di qualità.
Per quanto riguarda il settore del lavoro, l’obiettivo previsto per il 2026 è la creazione di almeno 12 milioni di nuovi posti di lavoro nelle aree urbane.
Il tasso di disoccupazione urbana è previsto intorno al 5,5%.
La direzione politica principale tende a integrare le politiche prioritarie per l’occupazione in tutti i settori dello sviluppo economico e sociale, aumentando il sostegno politico.
Sostegno alla stabilità occupazionale nelle industrie e imprese a maggiore intensità di manodopera, parallelamente alla creazione di nuove professioni e posti di lavoro legati allo sviluppo di settori emergenti e futuri.
Definire politiche a sostegno dell’occupazione giovanile, in particolare per i neolaureati; rafforzare la stabilizzazione e l’assistenza ai lavoratori migranti; garantire il collocamento e i servizi per l’impiego dei militari in congedo; potenziare l’assistenza all’occupazione per le persone in difficoltà.
Formazione professionale su larga scala per dotare più lavoratori di competenze specifiche, migliorando l’occupabilità e il reddito.
Sviluppare programmi di formazione specializzati in settori legati alle nuove forze produttive di qualità, come l’intelligenza artificiale (IA) e i veicoli a nuova energia.
Sostenere le imprese leader nella creazione di ecosistemi formativi integrati che combinino istruzione, formazione professionale e certificazione delle competenze, adattando dinamicamente gli standard professionali per le nuove mansioni.
Tutele per le nuove forme di impiego: introdurre politiche per favorire la partecipazione all’assicurazione sociale dei lavoratori con forme di impiego flessibili e delle nuove piattaforme digitali (es. fattorini, corrieri, autisti di piattaforme), promuovendo in modo ordinato l’espansione della sperimentazione dell’assicurazione contro gli infortuni professionali.
Tutela dei diritti dei lavoratori: attuare pienamente i sistemi di garanzia del pagamento dei salari per i lavoratori migranti, rafforzare la lotta contro la discriminazione lavorativa e difendere fermamente i diritti e gli interessi legittimi dei lavoratori. Alcuni rappresentanti hanno suggerito di aumentare il salario minimo per i lavoratori con impieghi flessibili, introducendo una tariffa oraria minima.
Regolamentare il fenomeno dello “straordinario invisibile” (lavoro oltre l’orario tramite dispositivi digitali), garantire il diritto al riposo e alle ferie dei lavoratori e attuare il sistema di ferie retribuite e scaglionate.
Ottimizzare i prestiti per l’imprenditoria: valorizzare il ruolo di politiche come gli interessi agevolati sui prestiti per l’imprenditoria, con un importo massimo richiedibile di 300.000 yuan a persona, per rafforzare il sostegno e la guida all’avvio di imprese.
Affrontare l’impatto dell’IA sull’occupazione migliorando le misure per promuovere l’occupazione e l’imprenditoria in risposta allo sviluppo della tecnologia IA, istituendo un sistema di monitoraggio, valutazione e allerta precoce dell’impatto dell’IA sul lavoro.
Potenziamento delle competenze IA per tutti: alcuni rappresentanti hanno suggerito di promuovere un’azione nazionale per il potenziamento delle competenze e della consapevolezza legate all’IA per l’intera popolazione, istituendo un apposito fondo dedicato.
Tra gli argomenti correlati:
Equilibrio tra lavoro e cura dei figli: il governo centrale ha stanziato quasi 100 miliardi di yuan in sussidi per la cura dei figli, sviluppando servizi di assistenza all’infanzia a prezzi accessibili per alleviare la pressione familiare e sostenere i genitori nel bilanciare meglio lavoro e famiglia.
Riposo e ferie: sostenere, laddove le condizioni lo permettano, la promozione di vacanze primaverili e autunnali per le scuole primarie e secondarie, attuare il sistema di ferie retribuite e scaglionate per i dipendenti, al fine di stimolare i consumi e favorire la riunione familiare.
Non proprio un sistema da sogno, insomma, ma un sistema fatto per permettere a tutti di vivere in modo decente...
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09/01/2026
[Contributo al dibattito] - Il bilancio ancora modesto dell’IIT: laboratori pieni, mercati vuoti
Ci sono domande che, a un certo punto, smettono di essere scomode e diventano inevitabili.
Dopo oltre vent’anni di attività, una di queste riguarda l’Istituto Italiano di Tecnologia: che cosa ha realmente prodotto per il Paese?
Non in termini di pubblicazioni scientifiche, né di reputazione accademica, né di convegni internazionali. Ma in termini di prodotti sul mercato, imprese scalate, occupazione industriale, fatturato, competitività economica. In altre parole: valore misurabile.
La risposta, oggi, è difficile da aggirare: il bilancio industriale e di mercato resta modesto.
Dalla sua fondazione, l’IIT ha beneficiato di un finanziamento pubblico strutturale e continuativo senza eguali nel panorama italiano. La dotazione iniziale prevista dalla legge istitutiva era di 100 milioni di euro l’anno, poi stabilmente attestata tra 85 e 95 milioni annui.
Sommando i contributi annuali lungo un arco di circa ventidue anni, sulla base dei bilanci ufficiali pubblicati e delle serie storiche disponibili, la spesa pubblica complessiva stimata si colloca tra 1,9 e 2,1 miliardi di euro.
Quasi due miliardi di euro di risorse pubbliche.
Una cifra che non consente più valutazioni indulgenti, né giudizi basati sulle intenzioni. Una cifra che impone un bilancio severo, perché a questi livelli il tema non è più la qualità della ricerca, ma il ritorno per il Paese.
A fronte di questo investimento, non esiste oggi un singolo prodotto di largo mercato riconducibile all’IIT. Non esiste un campione industriale globale nato dai suoi laboratori. Non esiste una nuova filiera produttiva italiana che porti chiaramente il suo marchio. Non esistono ritorni fiscali, occupazionali o industriali proporzionati allo sforzo sostenuto dai contribuenti.
Questo va detto con onestà intellettuale, senza negare ciò che l’IIT ha fatto bene.
Ha prodotto ricerca di qualità. Ha attratto talenti internazionali. Ha sviluppato prototipi avanzati, soprattutto nella robotica, nei materiali e nelle neuroscienze. Ha generato startup, alcune promettenti, molte fragili, poche realmente arrivate a una scala industriale significativa.
Ma tra il laboratorio e il mercato continua a esserci un vuoto strutturale.
Ed è questo il punto che non può più essere eluso.
Il confronto internazionale rende questo dato ancora più evidente. Modelli consolidati di ricerca applicata come la Fraunhofer-Gesellschaft in Germania o il CEA-Leti in Francia non misurano il proprio successo solo in termini di eccellenza scientifica, ma soprattutto in tecnologie adottate dall’industria, contratti industriali, licenze, spin-off scalate sul mercato.
La Fraunhofer, in particolare, ha fatto del trasferimento tecnologico una parte strutturale del proprio mandato.
Un solo dato rende il confronto esplicito: la Fraunhofer opera con un budget annuale di circa 3,6 miliardi di euro, di cui una quota rilevante proviene direttamente da contratti di ricerca con l’industria.
Il CEA-Leti, a sua volta, ha dato origine nel tempo a decine di spin-off industriali nei settori della microelettronica, della fotonica e dei dispositivi medicali, molte delle quali sono oggi imprese mature, con centinaia o migliaia di addetti.
Non si tratta di modelli perfetti, ma di sistemi che legano esplicitamente il finanziamento pubblico a risultati industriali verificabili. Ed è proprio questo passaggio che, nel caso italiano, appare ancora debole.
L’IIT non era stato concepito come un centro di ricerca fine a se stesso. Era stato presentato come lo strumento per colmare il cronico fallimento italiano nel trasferimento tecnologico, come il ponte tra scienza e industria, come l’infrastruttura capace di trasformare conoscenza in crescita.
Dopo oltre vent’anni, quel ponte appare ancora incompiuto.
Il problema, va chiarito una volta per tutte, non è la ricerca.
Il problema è l’assenza di obiettivi industriali vincolanti, di metriche stringenti di impatto economico, di una cultura della responsabilità sul risultato. Perché quando il finanziamento è pubblico, stabile e di queste dimensioni, l’assenza di risultati non è neutrale.
La ricerca pubblica non può vivere solo di promesse future. Deve produrre valore oggi. Deve creare imprese, tecnologie adottate, occupazione qualificata, ritorni misurabili. Deve contribuire alla crescita della produttività nazionale.
Altrimenti diventa ciò che l’Italia conosce fin troppo bene: un’eccellenza isolata, costosa e incapace di cambiare il sistema.
Dopo ventidue anni e quasi due miliardi di euro spesi, è legittimo dirlo senza ipocrisie: il bilancio economico e industriale dell’Istituto Italiano di Tecnologia è ancora largamente al di sotto delle aspettative che ne avevano giustificato la nascita.
La domanda, ormai, non è più se l’IIT faccia buona ricerca.
La domanda è un’altra, ed è molto più scomoda: quanto ancora l’Italia può permettersi di investire senza pretendere risultati industriali proporzionati?
Continuare a evitarla non è prudenza.
È rinuncia.
Fonte
L'articolo per forma e contenuti lascia poco spazio alla critica. Il discorso, tuttavia, approfondisce in maniera insufficiente le cause profonde di una situazione incontestabile: i risultati "modesti" di IIT derivano dal fatto che l'Istituto, come il resto della ricerca in Italia è una isola nel nulla produttivo.
Perché a mancare da 40 anni è una idea generale e pianificata del ruolo che l'Italia – intesa come "sistema Paese" – può e vuole ottenere nella divisione internazionale del lavoro e, conseguentemente, una politica industriale di grande respiro per concretizzare quel ruolo.
Senza tutto questo non c'è ricerca e soprattutto, analisi su di essa e i suoi ritorni, che tengano, ma soltanto discorsi ormai troppo astratti per un Paese e una società che sprofondano sempre più velocemente nel sottosviluppo.
Dopo oltre vent’anni di attività, una di queste riguarda l’Istituto Italiano di Tecnologia: che cosa ha realmente prodotto per il Paese?
Non in termini di pubblicazioni scientifiche, né di reputazione accademica, né di convegni internazionali. Ma in termini di prodotti sul mercato, imprese scalate, occupazione industriale, fatturato, competitività economica. In altre parole: valore misurabile.
La risposta, oggi, è difficile da aggirare: il bilancio industriale e di mercato resta modesto.
Dalla sua fondazione, l’IIT ha beneficiato di un finanziamento pubblico strutturale e continuativo senza eguali nel panorama italiano. La dotazione iniziale prevista dalla legge istitutiva era di 100 milioni di euro l’anno, poi stabilmente attestata tra 85 e 95 milioni annui.
Sommando i contributi annuali lungo un arco di circa ventidue anni, sulla base dei bilanci ufficiali pubblicati e delle serie storiche disponibili, la spesa pubblica complessiva stimata si colloca tra 1,9 e 2,1 miliardi di euro.
Quasi due miliardi di euro di risorse pubbliche.
Una cifra che non consente più valutazioni indulgenti, né giudizi basati sulle intenzioni. Una cifra che impone un bilancio severo, perché a questi livelli il tema non è più la qualità della ricerca, ma il ritorno per il Paese.
A fronte di questo investimento, non esiste oggi un singolo prodotto di largo mercato riconducibile all’IIT. Non esiste un campione industriale globale nato dai suoi laboratori. Non esiste una nuova filiera produttiva italiana che porti chiaramente il suo marchio. Non esistono ritorni fiscali, occupazionali o industriali proporzionati allo sforzo sostenuto dai contribuenti.
Questo va detto con onestà intellettuale, senza negare ciò che l’IIT ha fatto bene.
Ha prodotto ricerca di qualità. Ha attratto talenti internazionali. Ha sviluppato prototipi avanzati, soprattutto nella robotica, nei materiali e nelle neuroscienze. Ha generato startup, alcune promettenti, molte fragili, poche realmente arrivate a una scala industriale significativa.
Ma tra il laboratorio e il mercato continua a esserci un vuoto strutturale.
Ed è questo il punto che non può più essere eluso.
Il confronto internazionale rende questo dato ancora più evidente. Modelli consolidati di ricerca applicata come la Fraunhofer-Gesellschaft in Germania o il CEA-Leti in Francia non misurano il proprio successo solo in termini di eccellenza scientifica, ma soprattutto in tecnologie adottate dall’industria, contratti industriali, licenze, spin-off scalate sul mercato.
La Fraunhofer, in particolare, ha fatto del trasferimento tecnologico una parte strutturale del proprio mandato.
Un solo dato rende il confronto esplicito: la Fraunhofer opera con un budget annuale di circa 3,6 miliardi di euro, di cui una quota rilevante proviene direttamente da contratti di ricerca con l’industria.
Il CEA-Leti, a sua volta, ha dato origine nel tempo a decine di spin-off industriali nei settori della microelettronica, della fotonica e dei dispositivi medicali, molte delle quali sono oggi imprese mature, con centinaia o migliaia di addetti.
Non si tratta di modelli perfetti, ma di sistemi che legano esplicitamente il finanziamento pubblico a risultati industriali verificabili. Ed è proprio questo passaggio che, nel caso italiano, appare ancora debole.
L’IIT non era stato concepito come un centro di ricerca fine a se stesso. Era stato presentato come lo strumento per colmare il cronico fallimento italiano nel trasferimento tecnologico, come il ponte tra scienza e industria, come l’infrastruttura capace di trasformare conoscenza in crescita.
Dopo oltre vent’anni, quel ponte appare ancora incompiuto.
Il problema, va chiarito una volta per tutte, non è la ricerca.
Il problema è l’assenza di obiettivi industriali vincolanti, di metriche stringenti di impatto economico, di una cultura della responsabilità sul risultato. Perché quando il finanziamento è pubblico, stabile e di queste dimensioni, l’assenza di risultati non è neutrale.
La ricerca pubblica non può vivere solo di promesse future. Deve produrre valore oggi. Deve creare imprese, tecnologie adottate, occupazione qualificata, ritorni misurabili. Deve contribuire alla crescita della produttività nazionale.
Altrimenti diventa ciò che l’Italia conosce fin troppo bene: un’eccellenza isolata, costosa e incapace di cambiare il sistema.
Dopo ventidue anni e quasi due miliardi di euro spesi, è legittimo dirlo senza ipocrisie: il bilancio economico e industriale dell’Istituto Italiano di Tecnologia è ancora largamente al di sotto delle aspettative che ne avevano giustificato la nascita.
La domanda, ormai, non è più se l’IIT faccia buona ricerca.
La domanda è un’altra, ed è molto più scomoda: quanto ancora l’Italia può permettersi di investire senza pretendere risultati industriali proporzionati?
Continuare a evitarla non è prudenza.
È rinuncia.
Fonte
L'articolo per forma e contenuti lascia poco spazio alla critica. Il discorso, tuttavia, approfondisce in maniera insufficiente le cause profonde di una situazione incontestabile: i risultati "modesti" di IIT derivano dal fatto che l'Istituto, come il resto della ricerca in Italia è una isola nel nulla produttivo.
Perché a mancare da 40 anni è una idea generale e pianificata del ruolo che l'Italia – intesa come "sistema Paese" – può e vuole ottenere nella divisione internazionale del lavoro e, conseguentemente, una politica industriale di grande respiro per concretizzare quel ruolo.
Senza tutto questo non c'è ricerca e soprattutto, analisi su di essa e i suoi ritorni, che tengano, ma soltanto discorsi ormai troppo astratti per un Paese e una società che sprofondano sempre più velocemente nel sottosviluppo.
20/12/2025
L’emergenza abitativa in Italia è strutturale, serve un cambio di paradigma
Nel 2024, circa il 5,1% della popolazione – più di 3 milioni di individui – viveva in condizioni di sovraccarico dei costi abitativi, ovvero spendendo oltre il 40% del proprio reddito netto per il mantenimento dell’abitazione. Sebbene in calo rispetto all’8,7% del 2019, il dato resta fortemente preoccupante.
Secondo l’Istat le criticità maggiori si osservano tra le persone sole, in particolare quelle con meno di 65 anni, dove la percentuale raggiunge il 19,9%. Anche i nuclei monogenitoriali risultano significativamente colpiti (7,1%), sebbene si registri una diminuzione rispetto al 2019 (meno 4,8 punti percentuali).
In generale, il sovraccarico abitativo è più diffuso tra i giovani: le famiglie in cui il percettore principale di reddito ha meno di 35 anni registrano un’incidenza del 7,6%, mentre tra gli over 65 la quota scende al 4,6%. Questi dati confermano l’esistenza di una correlazione tra disagio abitativo e precarietà economica.
Attualmente (con riferimento ai dati del 2023), circa un decimo della popolazione italiana, pari a quasi 6 milioni di persone, si trova in condizioni di povertà assoluta. Il lavoro intermittente, i salari bassi e la diffusione di contratti atipici rappresentano, infatti, fattori che compromettono gravemente la possibilità di condurre una vita dignitosa, alimentando una spirale di impoverimento che investe soprattutto giovani e famiglie con figli.
Tutti i dati confermano la crisi della condizione abitativa nel paese
Nel Rapporto Caritas 2025 viene ribadito che la questione abitativa coinvolge un numero crescente di famiglie, le quali si trovano in difficoltà sia nel reperire un alloggio dignitoso, sia nel mantenerlo. Le cause della crisi abitativa sono molteplici e interconnesse: tra queste si evidenziano l’aumento dei canoni di locazione, la cronica carenza di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP), la diffusione degli affitti brevi a fini turistici – particolarmente impattanti nei grandi centri urbani – e la stagnazione salariale in un contesto occupazionale sempre più frammentato e precario.
Le categorie sociali più colpite dal disagio abitativo si presentano estremamente eterogenee. Si va dai giovani adulti che faticano a emanciparsi dalla famiglia di origine, alle famiglie monoreddito, passando per cittadini stranieri, nuclei in situazione di vulnerabilità economica, persone con disabilità o con fragilità socio-sanitarie. Ciò che accomuna questi gruppi è l’impossibilità di accedere al mercato abitativo tradizionale, caratterizzato da dinamiche sempre meno inclusive.
Un importante riferimento teorico ripreso dal Rapporto Caritas 2025 è la classificazione ETHOS, elaborata dalla Federazione Europea delle Organizzazioni Nazionali che lavorano con i senzatetto (FEANTSA). Tale modello propone una tipologia articolata delle forme di esclusione abitativa, evidenziando come il diritto alla casa debba essere interpretato secondo una triplice dimensione: fisica, sociale e giuridica. L’assenza di uno di questi elementi comporta, secondo ETHOS, una condizione di disagio abitativo rilevante.
La classificazione consente di distinguere tra quattro macro-categorie di grave esclusione abitativa, che vanno dalla mancanza totale di un tetto alla condizione di insicurezza e inadeguatezza abitativa. L’adozione di tale paradigma rappresenta oggi il principale punto di riferimento a livello europeo per l’analisi della questione abitativa in termini di diritti fondamentali e inclusione sociale.
Un importante contributo istituzionale al tema è rappresentato dalla Delibera n. 59 della Corte dei Conti, approvata il 5 dicembre 2024. La relazione, che analizza lo stato di attuazione del PNRR con dati aggiornati al 31 ottobre 2024, dedica un’intera sezione – oltre 40 pagine – al disagio abitativo e alle politiche di edilizia pubblica.
Nel documento si evidenzia come, negli ultimi decenni, in Italia si sia assistito a un progressivo arretramento delle politiche abitative. Si registra un disinvestimento sostanziale nell’edilizia sociale, accompagnato da una distribuzione disomogenea delle risorse a favore delle famiglie a basso reddito. Il Rapporto Caritas viene citato per confermare non solo la scarsità dei fondi pubblici destinati alla casa, ma anche la frammentarietà della normativa in materia.
Pur riconoscendo che il PNRR e il Piano Nazionale Complementare abbiano introdotto alcune misure significative, la Corte osserva che queste si sono concentrate prevalentemente sulla riqualificazione degli spazi esistenti e sulla manutenzione del patrimonio di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP). La costruzione di nuovi alloggi è prevista in misura limitata e solo nell’ambito dell’edilizia sociale, che, seppur utile, non può sostituire la funzione strategica dell’ERP nella risposta strutturale alla domanda abitativa.
Le conclusioni della Corte sono inequivocabili: la questione abitativa, pur essendo entrata nella programmazione del PNRR, difficilmente potrà conoscere una vera inversione di tendenza se non verrà affrontata con un approccio più sistemico e incisivo.
Il 17° Rapporto sull’Abitare, pubblicato da Nomisma nel 2024 in collaborazione con CRIF e Confindustria, fornisce un ulteriore approfondimento sulle condizioni del mercato immobiliare italiano. Il report evidenzia che la domanda sostenuta nel mercato della locazione ha determinato una nuova crescita dei canoni (+3,4% nell’ultimo anno). Tuttavia, tale incremento è inevitabilmente condizionato dalla capacità di spesa delle famiglie, che negli ultimi anni è stata messa a dura prova.
L’inflazione ha eroso il reddito disponibile, rendendo sempre più difficile per le famiglie italiane – in particolare per quelle unipersonali e numerose – far fronte ai costi abitativi. Tre famiglie su cinque dichiarano che il proprio reddito è insufficiente o appena adeguato a coprire le spese primarie. Di conseguenza, l’acquisto della casa diventa un obiettivo sempre più irraggiungibile, e anche il mantenimento della locazione rappresenta un impegno economico gravoso.
Il quadro tracciato da Nomisma è coerente con quanto riportato dalle fonti precedenti: la casa si configura come un bene “impossibile” per una quota crescente della popolazione, e il disagio abitativo, in assenza di interventi pubblici efficaci, rischia di cronicizzarsi.
La riduzione dei fondi statali per il sostegno alla condizione abitativa
Fondo per la morosità incolpevole, istituito con l’art. 6, comma 5, del decreto-legge n. 102 del 2013. Il fondo, destinato agli inquilini impossibilitati a pagare l’affitto per cause indipendenti dalla propria volontà, ha ricevuto risorse pari a 9,5 milioni di euro nel 2020 e 50 milioni nel 2021. Tuttavia, a partire dal 2022, non ha più beneficiato di stanziamenti nel bilancio statale, fino al rifinanziamento previsto dalla legge di bilancio 2025 (L. n. 207/2024), che ha destinato 10 milioni per il 2025 e 20 milioni per il 2026.
Fondo per il contrasto al disagio abitativo, istituito dalla legge di bilancio 2024. Tale fondo prevede una dotazione di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028 e contempla l’adozione di un Piano Nazionale – denominato “Piano Casa Italia” – volto alla sperimentazione di modelli innovativi di edilizia residenziale pubblica, da attuarsi mediante un decreto ministeriale adottato in accordo con la Conferenza Unificata.
Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione, istituito con l’art. 11 della legge 431/1998. Per gli anni 2020–2022, il fondo ha beneficiato di significativi incrementi: da 50 milioni iniziali si è passati a 160 milioni (2020–2021) e 180 milioni (2022), per un totale di oltre 4 miliardi di euro spesi dalla sua istituzione. Tuttavia, a partire dal 2023, anche questo fondo è stato escluso dal bilancio statale, generando un evidente vuoto nella continuità degli interventi.
L’emergenza abitativa nelle aree metropolitane
Da un lato, si assiste allo spopolamento progressivo dei piccoli centri, in particolare delle aree montane e rurali; dall’altro, si registra un forte incremento della pressione abitativa nelle grandi metropoli, dove si concentrano le opportunità occupazionali, educative e sanitarie.
Questa polarizzazione ha prodotto un’emergenza abitativa che si è aggravata nel tempo anche a causa di precise scelte politiche. Dopo il grande piano casa Fanfani degli anni ’50 e ’60, l’Italia ha abbandonato una visione strategica sull’edilizia pubblica, privilegiando la liberalizzazione del mercato e la privatizzazione del patrimonio. L’abrogazione dell’equo canone, l’indebolimento degli enti previdenziali pubblici – che storicamente svolgevano una funzione calmieratrice – e l’incentivazione della rendita immobiliare privata hanno determinato un progressivo smantellamento della funzione pubblica dell’abitare.
Oggi, oltre 650.000 famiglie risultano in graduatoria per un alloggio popolare, mentre si contano circa 2,5 milioni di sfratti negli ultimi vent’anni. Le città sono sempre più trasformate in poli attrattivi per il turismo, con un’offerta residenziale ridotta e rincarata, costringendo i residenti in condizioni economiche svantaggiate a spostarsi in periferie sempre più marginalizzate.
Non c’è soluzione alla crisi abitativa senza l’intervento pubblico
Il quadro che emerge da questa analisi è chiaro: il diritto all’abitare in Italia è sotto pressione, minacciato da anni di disinvestimento pubblico, da politiche frammentarie e da un mercato sempre più escludente. La crisi abitativa non è soltanto una questione di povertà, ma un indicatore della fragilità del patto sociale e della debolezza dell’intervento pubblico in settori essenziali.
È necessario avviare una nuova stagione di politiche strutturali per l’abitare, capaci di ricostruire una visione organica del rapporto tra cittadino e territorio. Tra le priorità si impongono:
- un piano nazionale pluriennale per l’ampliamento dell’ERP;
- una riforma della legge sugli affitti che leghi il canone alla capacità economica dell’inquilino;
- la riattivazione di strumenti finanziari permanenti come un fondo Gescal moderno;
- una regolamentazione degli affitti brevi nelle aree urbane in tensione abitativa;
- una strategia di rigenerazione urbana che coniughi riuso, sostenibilità e accessibilità.
In assenza di un impegno sistemico e continuativo, il disagio abitativo rischia di trasformarsi in un fattore strutturale di esclusione sociale. Garantire a tutte e tutti il diritto a una casa adeguata, accessibile e sicura è condizione necessaria per il rafforzamento della democrazia e della coesione nazionale. Come ammonito anche dalle Nazioni Unite, non si tratta più di una questione tecnica o amministrativa, ma di un diritto umano fondamentale.
Fonte
Secondo l’Istat le criticità maggiori si osservano tra le persone sole, in particolare quelle con meno di 65 anni, dove la percentuale raggiunge il 19,9%. Anche i nuclei monogenitoriali risultano significativamente colpiti (7,1%), sebbene si registri una diminuzione rispetto al 2019 (meno 4,8 punti percentuali).
In generale, il sovraccarico abitativo è più diffuso tra i giovani: le famiglie in cui il percettore principale di reddito ha meno di 35 anni registrano un’incidenza del 7,6%, mentre tra gli over 65 la quota scende al 4,6%. Questi dati confermano l’esistenza di una correlazione tra disagio abitativo e precarietà economica.
Attualmente (con riferimento ai dati del 2023), circa un decimo della popolazione italiana, pari a quasi 6 milioni di persone, si trova in condizioni di povertà assoluta. Il lavoro intermittente, i salari bassi e la diffusione di contratti atipici rappresentano, infatti, fattori che compromettono gravemente la possibilità di condurre una vita dignitosa, alimentando una spirale di impoverimento che investe soprattutto giovani e famiglie con figli.
Tutti i dati confermano la crisi della condizione abitativa nel paese
Nel Rapporto Caritas 2025 viene ribadito che la questione abitativa coinvolge un numero crescente di famiglie, le quali si trovano in difficoltà sia nel reperire un alloggio dignitoso, sia nel mantenerlo. Le cause della crisi abitativa sono molteplici e interconnesse: tra queste si evidenziano l’aumento dei canoni di locazione, la cronica carenza di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP), la diffusione degli affitti brevi a fini turistici – particolarmente impattanti nei grandi centri urbani – e la stagnazione salariale in un contesto occupazionale sempre più frammentato e precario.
Le categorie sociali più colpite dal disagio abitativo si presentano estremamente eterogenee. Si va dai giovani adulti che faticano a emanciparsi dalla famiglia di origine, alle famiglie monoreddito, passando per cittadini stranieri, nuclei in situazione di vulnerabilità economica, persone con disabilità o con fragilità socio-sanitarie. Ciò che accomuna questi gruppi è l’impossibilità di accedere al mercato abitativo tradizionale, caratterizzato da dinamiche sempre meno inclusive.
Un importante riferimento teorico ripreso dal Rapporto Caritas 2025 è la classificazione ETHOS, elaborata dalla Federazione Europea delle Organizzazioni Nazionali che lavorano con i senzatetto (FEANTSA). Tale modello propone una tipologia articolata delle forme di esclusione abitativa, evidenziando come il diritto alla casa debba essere interpretato secondo una triplice dimensione: fisica, sociale e giuridica. L’assenza di uno di questi elementi comporta, secondo ETHOS, una condizione di disagio abitativo rilevante.
La classificazione consente di distinguere tra quattro macro-categorie di grave esclusione abitativa, che vanno dalla mancanza totale di un tetto alla condizione di insicurezza e inadeguatezza abitativa. L’adozione di tale paradigma rappresenta oggi il principale punto di riferimento a livello europeo per l’analisi della questione abitativa in termini di diritti fondamentali e inclusione sociale.
Un importante contributo istituzionale al tema è rappresentato dalla Delibera n. 59 della Corte dei Conti, approvata il 5 dicembre 2024. La relazione, che analizza lo stato di attuazione del PNRR con dati aggiornati al 31 ottobre 2024, dedica un’intera sezione – oltre 40 pagine – al disagio abitativo e alle politiche di edilizia pubblica.
Nel documento si evidenzia come, negli ultimi decenni, in Italia si sia assistito a un progressivo arretramento delle politiche abitative. Si registra un disinvestimento sostanziale nell’edilizia sociale, accompagnato da una distribuzione disomogenea delle risorse a favore delle famiglie a basso reddito. Il Rapporto Caritas viene citato per confermare non solo la scarsità dei fondi pubblici destinati alla casa, ma anche la frammentarietà della normativa in materia.
Pur riconoscendo che il PNRR e il Piano Nazionale Complementare abbiano introdotto alcune misure significative, la Corte osserva che queste si sono concentrate prevalentemente sulla riqualificazione degli spazi esistenti e sulla manutenzione del patrimonio di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP). La costruzione di nuovi alloggi è prevista in misura limitata e solo nell’ambito dell’edilizia sociale, che, seppur utile, non può sostituire la funzione strategica dell’ERP nella risposta strutturale alla domanda abitativa.
Le conclusioni della Corte sono inequivocabili: la questione abitativa, pur essendo entrata nella programmazione del PNRR, difficilmente potrà conoscere una vera inversione di tendenza se non verrà affrontata con un approccio più sistemico e incisivo.
Il 17° Rapporto sull’Abitare, pubblicato da Nomisma nel 2024 in collaborazione con CRIF e Confindustria, fornisce un ulteriore approfondimento sulle condizioni del mercato immobiliare italiano. Il report evidenzia che la domanda sostenuta nel mercato della locazione ha determinato una nuova crescita dei canoni (+3,4% nell’ultimo anno). Tuttavia, tale incremento è inevitabilmente condizionato dalla capacità di spesa delle famiglie, che negli ultimi anni è stata messa a dura prova.
L’inflazione ha eroso il reddito disponibile, rendendo sempre più difficile per le famiglie italiane – in particolare per quelle unipersonali e numerose – far fronte ai costi abitativi. Tre famiglie su cinque dichiarano che il proprio reddito è insufficiente o appena adeguato a coprire le spese primarie. Di conseguenza, l’acquisto della casa diventa un obiettivo sempre più irraggiungibile, e anche il mantenimento della locazione rappresenta un impegno economico gravoso.
Il quadro tracciato da Nomisma è coerente con quanto riportato dalle fonti precedenti: la casa si configura come un bene “impossibile” per una quota crescente della popolazione, e il disagio abitativo, in assenza di interventi pubblici efficaci, rischia di cronicizzarsi.
La riduzione dei fondi statali per il sostegno alla condizione abitativa
Fondo per la morosità incolpevole, istituito con l’art. 6, comma 5, del decreto-legge n. 102 del 2013. Il fondo, destinato agli inquilini impossibilitati a pagare l’affitto per cause indipendenti dalla propria volontà, ha ricevuto risorse pari a 9,5 milioni di euro nel 2020 e 50 milioni nel 2021. Tuttavia, a partire dal 2022, non ha più beneficiato di stanziamenti nel bilancio statale, fino al rifinanziamento previsto dalla legge di bilancio 2025 (L. n. 207/2024), che ha destinato 10 milioni per il 2025 e 20 milioni per il 2026.
Fondo per il contrasto al disagio abitativo, istituito dalla legge di bilancio 2024. Tale fondo prevede una dotazione di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028 e contempla l’adozione di un Piano Nazionale – denominato “Piano Casa Italia” – volto alla sperimentazione di modelli innovativi di edilizia residenziale pubblica, da attuarsi mediante un decreto ministeriale adottato in accordo con la Conferenza Unificata.
Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione, istituito con l’art. 11 della legge 431/1998. Per gli anni 2020–2022, il fondo ha beneficiato di significativi incrementi: da 50 milioni iniziali si è passati a 160 milioni (2020–2021) e 180 milioni (2022), per un totale di oltre 4 miliardi di euro spesi dalla sua istituzione. Tuttavia, a partire dal 2023, anche questo fondo è stato escluso dal bilancio statale, generando un evidente vuoto nella continuità degli interventi.
L’emergenza abitativa nelle aree metropolitane
Da un lato, si assiste allo spopolamento progressivo dei piccoli centri, in particolare delle aree montane e rurali; dall’altro, si registra un forte incremento della pressione abitativa nelle grandi metropoli, dove si concentrano le opportunità occupazionali, educative e sanitarie.
Questa polarizzazione ha prodotto un’emergenza abitativa che si è aggravata nel tempo anche a causa di precise scelte politiche. Dopo il grande piano casa Fanfani degli anni ’50 e ’60, l’Italia ha abbandonato una visione strategica sull’edilizia pubblica, privilegiando la liberalizzazione del mercato e la privatizzazione del patrimonio. L’abrogazione dell’equo canone, l’indebolimento degli enti previdenziali pubblici – che storicamente svolgevano una funzione calmieratrice – e l’incentivazione della rendita immobiliare privata hanno determinato un progressivo smantellamento della funzione pubblica dell’abitare.
Oggi, oltre 650.000 famiglie risultano in graduatoria per un alloggio popolare, mentre si contano circa 2,5 milioni di sfratti negli ultimi vent’anni. Le città sono sempre più trasformate in poli attrattivi per il turismo, con un’offerta residenziale ridotta e rincarata, costringendo i residenti in condizioni economiche svantaggiate a spostarsi in periferie sempre più marginalizzate.
Non c’è soluzione alla crisi abitativa senza l’intervento pubblico
Il quadro che emerge da questa analisi è chiaro: il diritto all’abitare in Italia è sotto pressione, minacciato da anni di disinvestimento pubblico, da politiche frammentarie e da un mercato sempre più escludente. La crisi abitativa non è soltanto una questione di povertà, ma un indicatore della fragilità del patto sociale e della debolezza dell’intervento pubblico in settori essenziali.
È necessario avviare una nuova stagione di politiche strutturali per l’abitare, capaci di ricostruire una visione organica del rapporto tra cittadino e territorio. Tra le priorità si impongono:
- un piano nazionale pluriennale per l’ampliamento dell’ERP;
- una riforma della legge sugli affitti che leghi il canone alla capacità economica dell’inquilino;
- la riattivazione di strumenti finanziari permanenti come un fondo Gescal moderno;
- una regolamentazione degli affitti brevi nelle aree urbane in tensione abitativa;
- una strategia di rigenerazione urbana che coniughi riuso, sostenibilità e accessibilità.
In assenza di un impegno sistemico e continuativo, il disagio abitativo rischia di trasformarsi in un fattore strutturale di esclusione sociale. Garantire a tutte e tutti il diritto a una casa adeguata, accessibile e sicura è condizione necessaria per il rafforzamento della democrazia e della coesione nazionale. Come ammonito anche dalle Nazioni Unite, non si tratta più di una questione tecnica o amministrativa, ma di un diritto umano fondamentale.
Fonte
14/08/2025
Dall’Italia milioni di euro alle startup israeliane
Nonostante le parole di condanna da parte del governo Meloni, l’Italia non cessa di fare affari con le aziende israeliane. I media israeliani hanno infatti rivelato che Cassa Depositi e Prestiti, fondo a partecipazione maggioritaria del Ministero dell’Economia, avrebbe intenzione di investire decine di milioni di euro in start-up israeliane, una delle categorie di imprese su cui Israele sta puntando maggiormente. Gli investimenti sarebbero rivolti ai settori relativi alla tecnologia, con l’obiettivo di portare l’attività delle aziende in Italia. Il primo di questi è già noto ed è stato condotto alla luce del sole: CDP ha partecipato alla terza grande tornata di investimenti a favore di Classiq, start-up israeliana che sviluppa software quantistici, fondata da un’ex comandante dell’unità di intelligence 8200 delle Forze di Difesa Israeliane. Il round di investimenti ha un valore totale di oltre 110 milioni di euro e, da quanto comunicano i media israeliani, il governo italiano sarebbe «ben consapevole» di questo e degli altri movimenti di CDP.
La notizia sui movimenti di CDP è stata data dal quotidiano israeliano specializzato in economia Globe, che cita fonti anonime di alto rilievo. Secondo Globe, CDP avrebbe in piano di investire decine di milioni di euro – «e forse ancora di più» – sulle start-up israeliane del settore tecnologico, puntando prevalentemente «nell’intelligenza artificiale e nel calcolo quantistico, con l’obiettivo di portare l’attività delle aziende in Italia, per sviluppare e far progredire l’industria tecnologica locale». Proprio a fine luglio è arrivato un investimento, condotto con la giapponese SoftBank, da un valore stimato tra i 20 e i 30 milioni di euro. «CDP Venture Capital investe nei campioni tecnologici di domani in aree come il calcolo quantistico, attraendo e coltivando talenti e facilitando l’integrazione della tecnologia nelle filiere industriali, con l’obiettivo di rendere il sistema economico italiano più competitivo a livello globale», ha dichiarato Alessandro Scortecci, responsabile degli investimenti di CDP. La tornata di finanziamenti a cui ha partecipato CDP era stata annunciata a maggio e comprendeva, tra i cosiddetti follower (ossia le imprese o fondi che partecipano a una tornata senza guidare l’offerta), anche Neva SGR, che fa capo a Intesa San Paolo. A maggio, Classiq sosteneva di avere radunato 110 milioni di euro.
Classiq è una start-up israeliana co-fondata nel 2020 da Nir Minerbi, ex comandante di un team di ricercatori dell’unità 8200, specializzata in attività di spionaggio e controspionaggio in ambito tecnologico. La start-up sostiene di avere «triplicato la sua base clienti e i suoi ricavi anno dopo anno», un destino che condividerebbe con diverse delle sue omologhe israeliane. Israele viene infatti detto spesso «Paese delle start-up». Nel suo rapporto sull’economia del genocidio, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, parla proprio di come le start-up rappresentino tra le maggiori fonti di profitto della macchina genocidaria, tanto che nel 2024 Israele ha registrato un aumento del 143% delle start-up di tecnologia militare, i cui prodotti hanno rappresentato il 64% delle esportazioni israeliane durante il genocidio. Nonostante ciò, l’Italia continua a finanziare le imprese israeliane con fondi, come CDP, a partecipazione maggioritaria ministeriale. Secondo Globe, inoltre, questi investimenti sarebbero fatti con il beneplacito della stessa premier Meloni, che ancora una volta confermerebbe la scarsa concretezza delle proprie condanne, forti a parole ma inconsistenti nei fatti.
Fonte
La notizia sui movimenti di CDP è stata data dal quotidiano israeliano specializzato in economia Globe, che cita fonti anonime di alto rilievo. Secondo Globe, CDP avrebbe in piano di investire decine di milioni di euro – «e forse ancora di più» – sulle start-up israeliane del settore tecnologico, puntando prevalentemente «nell’intelligenza artificiale e nel calcolo quantistico, con l’obiettivo di portare l’attività delle aziende in Italia, per sviluppare e far progredire l’industria tecnologica locale». Proprio a fine luglio è arrivato un investimento, condotto con la giapponese SoftBank, da un valore stimato tra i 20 e i 30 milioni di euro. «CDP Venture Capital investe nei campioni tecnologici di domani in aree come il calcolo quantistico, attraendo e coltivando talenti e facilitando l’integrazione della tecnologia nelle filiere industriali, con l’obiettivo di rendere il sistema economico italiano più competitivo a livello globale», ha dichiarato Alessandro Scortecci, responsabile degli investimenti di CDP. La tornata di finanziamenti a cui ha partecipato CDP era stata annunciata a maggio e comprendeva, tra i cosiddetti follower (ossia le imprese o fondi che partecipano a una tornata senza guidare l’offerta), anche Neva SGR, che fa capo a Intesa San Paolo. A maggio, Classiq sosteneva di avere radunato 110 milioni di euro.
Classiq è una start-up israeliana co-fondata nel 2020 da Nir Minerbi, ex comandante di un team di ricercatori dell’unità 8200, specializzata in attività di spionaggio e controspionaggio in ambito tecnologico. La start-up sostiene di avere «triplicato la sua base clienti e i suoi ricavi anno dopo anno», un destino che condividerebbe con diverse delle sue omologhe israeliane. Israele viene infatti detto spesso «Paese delle start-up». Nel suo rapporto sull’economia del genocidio, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, parla proprio di come le start-up rappresentino tra le maggiori fonti di profitto della macchina genocidaria, tanto che nel 2024 Israele ha registrato un aumento del 143% delle start-up di tecnologia militare, i cui prodotti hanno rappresentato il 64% delle esportazioni israeliane durante il genocidio. Nonostante ciò, l’Italia continua a finanziare le imprese israeliane con fondi, come CDP, a partecipazione maggioritaria ministeriale. Secondo Globe, inoltre, questi investimenti sarebbero fatti con il beneplacito della stessa premier Meloni, che ancora una volta confermerebbe la scarsa concretezza delle proprie condanne, forti a parole ma inconsistenti nei fatti.
Fonte
06/08/2025
«Il nucleare non è la soluzione»
Relazione al webinar “Energie rinnovabili per l’autonomia energetica, il nucleare che c’entra?” organizzato dal Comitato SÌ alle rinnovabili NO al nucleare.
*****
La reintroduzione del nucleare non è la soluzione
La questione fondamentale, che vorrei subito porre in chiaro, perché è importante anche dal punto di vista politico, è che noi, la sinistra, tutti quelli che si appongono al nucleare, devono evitare di presentarsi come il gruppo delle persone che dicono “no” a tutto. Cosa che non è assolutamente vera, ma è il modo con cui la stampa di destra tenta di presentarci. Dobbiamo invece fare capire che c’è un piano, c’è qualcosa di diverso che si può fare.
Ma questo qualcosa di diverso ha bisogno di cominciare ad essere attuato, perché è evidente che se la situazione continua come adesso e non si fa niente, ci possono essere in futuro dei problemi molto seri per quanto riguarda l’energia. Certamente non andremo nella direzione di una diminuzione della CO2 se restiamo con le mani incrociate, dobbiamo fare capire e dimostrare che iniziative diverse in campo energetico sono possibili.
La prima cosa che vorrei accennare molto velocemente – perché non ho le competenze né la capacità per fare di più, né mi sento sufficientemente preparato sull’argomento – riguarda il quadro generale del risparmio energetico. La domanda di energia non è qualcosa che si presenta come naturale, per cui in Italia dovremmo consumare per forza una certa quantità di energia. Questa dipende da quello che facciamo, da quanti sprechi vengono effettuati e di quanto siamo in grado di migliorare la situazione.
Contenere il consumo di energia
È chiaro che se diminuiamo il bisogno di energia di un gigawatt abbiamo bisogno di costruire un impianto di produzione di energia per un gigawatt di meno. Quindi ridurre la produzione di consumo energetico è qualcosa che da un lato diminuisce enormemente tutto lo stress e tutte le difficoltà di assicurarsi la produzione di energia in maniera pulita, senza CO2, e dall’altro canto ha un vantaggio estremamente importante che è costituito dal fatto che la maggior parte degli interventi che tendono a migliorare il risparmio energetico sono anche quelli stessi che migliorano la qualità della vita.
Facciamo un esempio tra i più semplici: i trasporti. È chiaro che noi impieghiamo una enorme quantità di benzina per i trasporti individuali. Passare da trasporti individuali a trasporti collettivi, possibilmente non soltanto in Italia, non solo diminuisce la quantità di benzina da acquistare, ma permette anche di migliorare la qualità della vita, perché le persone invece di stare su trasporti privati nel caos del traffico possono muoversi su trasporti pubblici.
Gli stessi vantaggi, o del tutto analoghi, si hanno diminuendo il consumo energetico delle industrie. Ovviamente per diminuirlo bisogna rifare molto spesso ex novo o parzialmente gli impianti produttivi, modernizzandoli, il che porta a dei vantaggi ambientali, perché i nuovi impianti potrebbero essere sicuramente meno inquinanti.
Aumentare la coibenza delle case
Un’altra cosa molto importante che abbiamo già visto nel passato, perché se ne è discusso ma si è fatto ancora pochissimo, è aumentare la coibenza delle case, per evitare d’inverno la perdita di calore delle case verso l’esterno o, d’estate, annullare o almeno limitare quello che va verso l’interno.
Migliorare la coibenza permette di diminuire gli impianti di riscaldamento, limitare nel tempo il loro funzionamento, quindi la quantità di metano usato nelle case. In questo modo si può diminuire, anche se lievemente, l’inquinamento prodotto nelle città dal consumo del gasolio. Come abbiamo visto anche la diminuzione dei trasporti va nella stessa direzione.
È evidente che tutte queste cose devono essere progettate e realizzate in modo che siano efficaci. I dati mi pare confermino che il piano del 110 per cento che è stato fatto nel passato si sia rivelato un grosso spreco.
Se bisogna coibentare quasi tutte le case d’Italia, nelle città e fuori, bisogna pensare a qualcosa di diverso rispetto a quello che è stato fatto. È necessario che le ditte, siano esse controllate, anche se parzialmente, dallo Stato, come quelle private svolgano i lavori a prezzi ragionevoli, ricevendo, per un certo periodo di anni, una percentuale sui soldi che vengono risparmiati grazie a una minore necessità di riscaldamento. Non si può immaginare di fare questa cosa mediante 10mila piccole industrie che fanno impianti per conto loro, senza alcun controllo e verifica da parte del pubblico.
I costi e i rischi del nucleare
Arriviamo ora al tema del nucleare.
È evidente che noi dobbiamo cominciare a parlare di nucleare facendo confronto tra il nucleare e le altre energie rinnovabili che ci sono, l’energia solare in particolare e anche l’energia eolica. L’energia eolica probabilmente non è estremamente importante per quanto riguarda l’Italia rispetto al solare, per via della configurazione del nostro paese – fatta eccezione per alcune zone – ove la possibilità di impiantare pale eoliche è relativamente limitata.
Quindi cercherò di concentrarmi sul fotovoltaico. Quello che è assolutamente evidente da tutte le stime di costi che sono state fatte è che l’energia prodotta da un impianto nucleare viene a costare sui 150 euro al megawatt, mentre quella prodotta dal solare è di tre volte inferiore. Una simile differenza è qualcosa di enorme dal punto di vista industriale, quindi è evidente che non c’è nessun motivo per cui si possa pensare che il nucleare sia conveniente dal punto di vista dei costi. La mia impressione è che anche il governo abbia qualche esitazione a dire che il nucleare costa di meno del solare.
Poi non dobbiamo dimenticare mai gli incidenti che sono occorsi nel passato in alcune centrali nucleari. Ci dicevano prima del disastro di Chernobyl, nel 1986, che non sarebbe stato possibile avere un incidente tipo quello che poi effettivamente si verificò a Chernobyl. Così come sostenevano prima dell’incidente di Fukushima, nel 2011, che non era possibile avere incidenti di quel genere, che ormai quello che era successo a Chernobyl apparteneva al passato, mentre invece quello che è successo a Fukushima – 25 anni dopo! – è stato un incidente molto brutto paragonabile a quello di Chernobyl.
Quest’ultimo ha provocato un certo numero di morti che sono difficili da calcolare, ma certamente le migliaia di morti che si sono poi verificate a causa dei tumori dovuti alla radiazione devono essere in qualche modo stimate. Senza contare che ci sono ancora quasi 3000 km quadrati intorno alla centrale che sono tuttora inabitabili. Provate a immaginarvi una zona di 3000 km quadri in Italia, ad esempio nella pianura padana, che diventa inabitabile: il danno di una cosa di questo genere sarebbe completamente assurdo e incalcolabile.
Ed anche a Fukushima c’è stata una evacuazione forzata. Quante siano state le morti, non tanto dovute all’incidente, al danno di radiazione, ma a effetti indiretti dell’evacuazione forzata non è chiarissimo. Ci sono fonti che oscillano intorno ai 300 morti, altre che ne conteggiano 1000 o 2000, ma in ogni caso l’evacuazione forzata che è stata fatta a Fukushima è stata qualcosa di estremamente grave. Il costo dello smantellamento è enorme e ci sono ancora quasi 400 km quadrati che sono inabitati.
Le conseguenze di un incidente nucleare crescono nelle zone più popolate
Quello di cui bisogna rendersi conto, quando si mette sul piatto della bilancia gli svantaggi e i vantaggi del nucleare, è che gli svantaggi che possono derivare dal dovere gestire un incidente tipo quello di Chernobyl o quello di Fukushima, o anche di scala molto più piccola, dipendono dai costi materiali, umani e sociali, i quali sono determinati essenzialmente da quanto una determinata zona è antropizzata, cioè da quanto è popolata.
Quello che è successo sia a Chernobyl che a Fukushima è avvenuto in una zona che aveva una densità di popolazione di 10-20 volte inferiore a quella del pianura padana o di altri possibili siti italiani, come nel Lazio. Quindi i danni di Chernobyl e Fukushima sono stati certamente molto inferiori di quelli che potrebbero verificarsi in una qualunque parte del nostro paese.
Quello che avverrebbe a seguito di un incidente tipo Chernobyl in Italia, probabilmente potrebbe comportare uno spostamento dell’ordine di circa un milione di persone, cosa che sarebbe praticamente impossibile. La nostra situazione è del tutto diversa da quella di altri paesi europei, come la Francia e anche la Germania, che hanno una densità di popolazione assai minore, specialmente in certe zone. Moltissime delle centrali francesi e tedesche sono state insediate in zone in cui i danni potenziali, in caso di incidente, potevano essere considerati bassi.
Dal punto di vista del rapporto costi-benefici, l’Italia è certamente il posto peggiore, escluso forse i Paesi Bassi, per costruire degli impianti nucleari perché è un paese tutto ad alta densità di popolazione. Dal punto di vista europeo gli impianti nucleari vanno messi in zone a bassa densità, non in zone ad alta densità. Quindi l’Italia non è certamente il posto adatto.
Le obiezioni al ricorso all’energia solare
Giunti a questo punto si può ben capire che uno si possa domandare perché mai dovremmo insediare nuovi impianti nucleari e non invece puntare sul solare? Le risposte, grossomodo, che sento venire dai sostenitori dell’energia nucleare sono di vario tipo. La prima è che non ci sarebbe posto sufficiente per fare il solare in Italia. Ovvero che il posizionamento dei pannelli fotovoltaici comporterebbe un consumo di suolo troppo elevato. L’altra obiezione che spesso viene fatta è che il solare fornisce energia non in modo continuo ma intermittente, mentre abbiamo bisogno di un flusso di energia che non subisca interruzioni.
In entrambi i casi non siamo affatto di fronte a obiezioni insormontabili. Per quanto riguarda l’Italia, basta andare su Google Maps, guardare con attenzione le immagini satellitari e ci si accorge immediatamente che le case delle città generalmente non hanno i tetti coperti da impianti solari. La percentuale di pannelli fotovoltaici installati sui tetti delle città è estremamente bassa. Basterebbe elevare sensibilmente la quantità di pannelli installati sui tetti, anche solo delle case nelle città, che si farebbe un grande passo avanti.
Ma ci sono anche altre possibilità non ancora sfruttate. Tutti i milioni di edifici residenziali che stanno in Italia forniscono una quantità di spazio molto grande dove possono essere piazzati serie di pannelli solari. O ancora, per esempio, i capannoni industriali potrebbero fornirci un’altra occasione per incrementare la presenza del fotovoltaico.
Attualmente però, se ricordo bene, solo il 7% dei capannoni industriali è dotato di pannelli solari, mentre potremmo moltiplicare queste cifre di un fattore almeno pari a sei. Ci sono tutta una serie di infrastrutture pubbliche, come le aree dedicate ai parcheggi, gli ex siti industriali e altro ancora: in tutti questi luoghi si possono mettere dei pannelli. Gli edifici pubblici, le scuole, i ministeri, le province, possono installare dei pannelli solari. Ora solo il 3% delle scuole ha pannelli solari installati.
L’utilità di sviluppare l’agrivoltaico
Un’altra possibilità – e qualche cosa si sta già facendo in questo campo, ma in modo insufficiente – ci viene offerta dall’agrivoltaico. Non è vero che l’impianto di pannelli solari sottrae completamente il terreno agricolo all’agricoltura.
L’agrivoltaico, se fatto in maniera intelligente può essere estremamente utile perché è provato che l’agricoltura convenzionale e il solare possano coesistere. Ci sono tutta una serie di studi che ci dicono che, per un certo tipo di coltivazioni, specialmente per i prodotti dell’orto, che hanno bisogno di una grande quantità di acqua e non hanno una necessità enorme di esposizione al sole, l’installazione di pannelli fotovoltaici, che riduce parzialmente l’esposizione al sole, crea un ambiente che può essere più favorevole alla crescita di un certo numero di piante, utilizzando nel contempo una minore quantità di acqua, cosa che non sarebbe nemmeno male dal momento che, come noi sappiamo, stiamo andando nella direzione di una ricorrente siccità.
La questione dei costi del fotovoltaico
Un altro elemento che va preso in considerazione sono i costi del fotovoltaico. Una delle cose che viene normalmente agitata come uno spauracchio è il fatto che i moduli del fotovoltaico devono essere importati dalla Cina, quindi noi staremmo facendo un enorme favore a questo paese, che non rientrerebbe nell’ambito dei paesi amici, anzi da più parti viene considerato come un nemico potenziale. In ogni caso il problema sarebbe che dobbiamo importare la strumentazione per il fotovoltaico dall’estero, e questo peserebbe sulla nostra bilancia dei pagamenti in modo seccamente negativo.
Ma le cose non stanno esattamente così. Naturalmente i costi variano a seconda del tipo di modulo fotovoltaico che si intende prendere, poiché vi è differenza fra moduli fotovoltaici per le case e moduli fotovoltaici per un utilizzo industriale, ma grosso modo possiamo dire che il costo del modulo fotovoltaico incide del 20-30%, mentre quello che determina il costo complessivo in modo prevalente sono altri fattori, tra cui ciò che serve, e in modo particolare il lavoro, per montare il tutto e rendere l’impianto perfettamente funzionante. Quindi i costi degli impianti fotovoltaici, dipendono relativamente poco dall’importazione.
Anche per quanto riguarda la produzione di silicio al momento attuale la Cina mantiene una posizione dominante e pensare di competere con il Dragone in questo campo appare assai difficile, visti i prezzi cinesi, ma dobbiamo tenere conto che appunto una parte importante del costo di un pannello solare viene dal montaggio.
Noi in Italia abbiamo una gigafattoria che l’Enel ha impiantato in Sicilia, che si può anche espandere, in cui vengono montati pannelli solari su wafer di silicio importati dalla Cina, quindi il grosso del costo del solare deriva da un lavoro che viene fatto in Italia, non viene importato dall’estero.
La situazione è completamente cambiata rispetto a quella di una decina di anni fa in cui i pannelli solari costavano tantissimo mentre poi l’installazione costituiva un costo marginale. In ogni caso il costo dei pannelli solari sta diminuendo al ritmo del 5% l’anno, quindi in pochi anni si abbasserà sempre di più e questo è del tutto evidente perché tutte le cose che vengono prodotte su grandissima scala tendono a costare sempre di meno.
L’Italia gode di una grande esposizione al sole
Un’altra ragione per cui è importante puntare sul fotovoltaico è che l’Italia è un posto eccezionale per sfruttare l’energia solare, in quanto ha una quantità di esposizione alla luce del sole molto maggiore della Germania, quindi lo stesso impianto solare installato in Italia produce il 40% di energia in più rispetto alla Germania e circa il 25% in più rispetto alla Francia. Rispetto alla Spagna o alla Grecia siamo invece più o meno agli stessi livelli.
Se guardiamo le cose da questo punto di vista sarebbe completamente folle trovarsi nella situazione in cui si installa il solare in Germania e non in Italia e, viceversa, si vuole rimettere il nucleare in Italia e lo si dismette in Germania. Nonostante tutto questo la Germania ha impianti per 70 gigawatt installati di solare mentre noi siamo fermi a 30. Quindi malgrado che noi siamo effettivamente migliorati, non siamo ai livelli tedeschi, anzi stiamo molto peggio.
I reattori nucleari di quarta generazione
Veniamo allora al fatto che ci dicono che il nucleare di adesso è completamente diverso da quello di una volta. Ma è vero? È completamente diverso? Questo non è affatto chiaro. Quello di cui si parla è di potere costruire i reattori nucleari “di quarta generazione”.
Certamente i reattori nucleari di quarta generazione hanno tutta una serie di vantaggi rispetto a quelli vecchi. Il vantaggio principale del nucleare di quarta generazione è che viene utilizzato essenzialmente con neutroni veloci e questi permettono – per motivi tecnici, che non è essenziale qui esaminare in dettaglio – che molte delle sostanze radioattive che fanno parte delle scorie nucleari vengano degradate dentro il reattore.
Quindi il plutonio, che è la cosa più pericolosa per quanto riguarda la conservazione negli impianti e nei siti delle scorie nucleari, verrebbe utilizzato dentro i reattori di quarta generazione come combustibile. Perciò a questo punto il problema di avere grandi quantità di scorie nucleari, che è uno degli aspetti più delicati dei vecchi reattori, sarebbe molto diminuito usando un reattore di quarta generazione.
In teoria, però. Il problema è che non c’è nessun reattore di quarta generazione che è commercialmente operativo al momento. Ci sono dei prototipi sperimentali che sono in fase di test, ma non ci sono reattori funzionanti. Ci sono almeno una decina di progetti diversi con tecniche differenti per questi reattori di quarta generazione, ma finché non vengono messi alla prova non si può dire che funzionino.
Il fallimento del Superphénix
Io vorrei ricordare a tutti il caso del famoso Superphénix (Spx), costruito dalla Società elettrica francese (Edf), con la partecipazione cospicua, circa un terzo dell’intero investimento, da parte dell’Enel, con la promessa di ricevere in cambio un terzo dell’elettricità che il reattore avrebbe prodotto. Alla fine quindi anche l’Enel ci ha perso un bel po’ di soldi.
Si tratta di un reattore che è stato costruito dal 1976 al 1985, quindi la sua costruzione è cominciata circa una cinquantina di anni fa ed è stata conclusa quaranta anni dopo, è costato l’equivalente di 20 miliardi di euro di adesso e ha avuto tutta una serie di incidenti. Nell’anno in cui ha funzionato meglio ha prodotto circa meno del 10% dell’energia che doveva produrre e poi dopo 12 anni di attività, in cui ha lavorato di fatto solo per qualche mese, è stato chiuso.
Quali erano i motivi di questo flop? La ragione stava nel fatto che tutte le tecniche che si basano su neutroni veloci non possono usare l’acqua come moderatore, mentre queste centrali nucleari hanno bisogno di qualcosa che porti via il calore dal nocciolo verso l’esterno e normalmente si usa l’acqua. Ma l’uso dell’acqua rallenta enormemente i neutroni, quindi un reattore a neutroni veloci non può usare l’acqua, deve ricorrere ad altre sostanze.
Per esempio, Superphénix aveva fatto la scelta di usare del sodio fuso, mentre ci sono altri reattori che puntano sul piombo fuso. Ma sia il sodio fuso che il piombo fuso sono da un lato delle sostanze molto corrosive dal punto di vista chimico e dall’altro lato devono essere impiegate a temperature di varie centinaia di gradi. Superphénix è morto per un problema molto semplice, che non si è riusciti a costruire delle tubature adatte a reggere l’urto, nonostante si dicesse che tutto il resto funzionava bene.
La cosa non deve stupire perché dentro il reattore veloce la quantità di materie radioattive che circolano è altissima, quindi le tubature e tutti i materiali vengono fortemente danneggiati dalle radiazioni con la conseguenza che ci possono essere fughe di materiale radioattivo.
Finché non si prova che i reattori di nuova generazione possono funzionare bene e senza incidenti, si rischia che il prototipo commerciale possa metterci una decina d’anni prima che si possa convintamente dire se le cose vanno bene o non vanno bene. Perciò i reattori di quarta generazione costituiscono un progetto per un futuro estremamente lontano.
I mini reattori
Viene avanzata anche la proposta dei mini reattori. Questi non sono particolarmente diversi dai reattori che ci sono adesso. L’unica cosa è che essendo dei reattori relativamente più piccoli, hanno un fattore di sicurezza più elevato, dunque è meno facile che possano avere incidenti. Ma i mini reattori non possono essere qualificati come di “quarta generazione”, fanno parte della vecchia generazione; solo che, si dice, potrebbero costare di meno perché questi reattori vengono costruiti in serie. Si farebbero degli impianti, non proprio con catena di montaggio, ma quasi, per costruire questi reattori.
Quindi il progetto, la sua realizzazione e tutto quanto connesso dovrebbero essere estremamente più semplici. Ma anche in questo caso la diminuzione del costo dei mini reattori la si potrà verificare solo una volta che si incomincia ad effettuare la produzione. Persino negli Stati Uniti c’è una certa esitazione a investire nei mini reattori perché non è evidente che possano essere convenienti rispetto al solare.
Il nucleare che abbiamo adesso non è particolarmente nuovo rispetto a quello vecchio e quindi non siamo in una situazione grandemente diversa da quando vennero fatti e vinti i referendum nel 1987.
Quindi, riassumendo: i reattori di quarta generazione non ci sono; il primo tentativo di fare reattori di quarta generazione, essenzialmente il Superphénix, ha avuto un pessimo esito ed ha fatto una brutta fine; i mini reattori dovrebbero essere un pochettino più sicuri e dovrebbero potere costare un po’ di meno, ma anche qui finché non si procede con la loro effettiva costruzione, finché non li si mette alla prova, è ben difficile considerarli un approdo sicuro.
Fatemi fare, per quanto riguarda il tema della sicurezza, una considerazione generale, attraverso un paragone con gli aerei. I primi aerei che volavano, non solo precedentemente alla prima o alla seconda guerra mondiale, ma anche nel dopoguerra, erano aerei che cascavano abbastanza frequentemente. Gli aerei di adesso hanno una sicurezza incredibilmente elevata rispetto a quella degli aerei di un tempo.
Il motivo per cui gli aerei di adesso sono estremamente sicuri è che ogni volta che avviene un incidente, grazie alle scatole nere e allo studio delle situazioni in cui è accaduto il disastro, si può fornire una informazione precisa a tutte le compagnie che hanno costruito gli aerei per favorire la comprensione di quello che è andato male e la possibilità di prendere le necessarie contromisure.
Quindi gli aerei sono diventati sicuri, non indipendentemente dagli incidenti, ma al contrario sono oggi tali solo perché c’è stata una rilevante quantità di incidenti aerei che hanno permesso di eliminare una buona parte delle cause che li avevano provocati. Molto spesso gli incidenti di adesso sono dovuti a modelli nuovi che sono ancora instabili.
Quindi è chiaro che se immaginiamo per i reattori nucleari lo stesso percorso per raggiungere la sicurezza che c’è per gli aerei, bisognerebbe passare tramite tutta una serie di incidenti che tendono a eliminare le varie possibili cause. Solo che nel caso degli incidenti nelle centrali e nei reattori nucleari le conseguenze sono assai più devastanti e protratte nel tempo.
Il superabile problema dell’intermittenza della illuminazione solare
Ritornando al confronto tra solare e nucleare, uno degli argomenti che viene presentato a favore del nucleare – forse quello principale – è quello della intermittenza dell’illuminazione solare. Del resto è evidente che la luce solare c’è di giorno e non di notte. Quindi a mezzogiorno si realizza un picco della presenza di illuminazione solare che diminuisce lungo l’arco della giornata.
Possiamo guardare all’esperienza californiana. In California il picco solare è sempre a mezzogiorno e in quella situazione il prezzo dell’energia diventa negativo. Una cosa fondamentale da capire, quando si fanno tutti i calcoli economici, è che il prezzo dell’energia viene messo in rete, c’è una borsa energetica, l’energia viene comprata dai vari attori che sono interessati al suo utilizzo e il costo dell’energia dipende tantissimo dall’ora del giorno.
Quindi si verifica un avanzo di energia durante le ore di giorno e i prezzi diventano addirittura negativi, dato che sarebbe davvero complicato bloccare il funzionamento degli impianti che producono energia sfruttando l’illuminazione solare.
La prima domanda da porsi è dunque la seguente: il ricorso al nucleare può essere utile per controbilanciare il problema della intermittenza solare? Ripeto, quello della intermittenza del solare è un tema certamente serio, perché non c’è solo intermittenza tra giorno e notte, ma anche quella da un giorno a un altro, vi sono giornate con più sole ed altre con molto meno, poi naturalmente vi è l’intermittenza su un più lungo periodo cioè quella determinata dalle variazioni stagionali, tra inverno ed estate.
Il ricorso al nucleare non risolve il problema
Ma il ricorso al nucleare non è assolutamente capace di risolvere questi problemi dell’intermittenza. Torniamo alla situazione che abbiamo preso ad esempio, quella della California. Cosa servirebbe veramente in quel caso, se volessimo ricorrere a impianti nucleari per ovviare ai periodi di inesistente o scarsa illuminazione solare? Bisognerebbe disporre di impianti nucleari che si spengono quando c’è il picco dell’illuminazione solare e si riaccendono la notte.
Fatemi fare una breve digressione: mentre gli impianti a gas sono praticamente un grande fornello – se mi passate la semplificazione – dove possiamo tranquillamente aumentare l’intensità del gas, altre fonti energetiche, per esempio quella del carbone, non ci offrono simili possibilità di modulazione perché sotto una certa quantità di energia prodotta, la centrale non può funzionare e per fare ripartire una centrale a carbone spenta ci vogliono uno o due giorni.
Il nucleare presenta un aspetto fondamentale per cui l’operazione accendi-spegni e viceversa non può essere fatta ed è un problema molto tecnico per quanto riguarda le centrali a nucleare standard, che non sono quelle di quarta generazione, ma i mini-reattori che sono l’unica cosa che è pensabile in un futuro non estremamente lontano e che però non sono facilmente bloccabili.
Il motivo è costituito da una ragione fisica molto semplice. Quando la reazione nucleare viene spenta, si formano, mediante tutta una serie di reazioni nucleari, dei prodotti che tendono in qualche modo ad avvelenare la reazione e bisogna aspettare che questi prodotti decadano prima di potere fare ripartire di nuovo la reazione. Quindi un impianto nucleare spento è un po’ come quello a carbone, ha bisogno di due o tre giorni di tempo per potere ripartire.
In una situazione come quella della California, il nucleare rimarrebbe attivo tutto il giorno e quindi a questo punto contribuirebbe anche lui a un eccesso di produzione durante la presenza di illuminazione solare.
La situazione europea e italiana è ancora lontana da quella della California, ma ci stiamo evolvendo in questa direzione.
Anche nel nostro continente il picco di richiesta dell’energia elettrica è di giorno: il consumo dell’energia è molto più alto di giorno, che durante la notte. Nel passato, fino a qualche anno fa, prima dell’introduzione massiccia del solare, i prezzi erano molto più alti di giorno e avevano un picco a mezzogiorno. L’Italia per molti anni, ma ora non più, acquistava energia dalla Francia di notte, l’accumulava – poi vediamo come avveniva l’accumulo – e gliela rivendeva di giorno.
Quindi la produzione nucleare francese di energia che non poteva essere interrotta di notte, e che costituiva un enorme avanzo di energia prodotta, veniva acquistata da chi poteva immagazzinarla per poi rivenderla di giorno. E su questo acquisto dell’energia nucleare di notte per poi rivenderla alla Francia di giorno, l’Italia ha realizzato una quantità enorme di guadagni.
In sintesi, l’eccesso di produzione di energia da parte della Francia poteva essere utilizzato grazie all’acquisto da parte di chi poteva immagazzinarlo.
Questo avveniva una volta, ma adesso è diverso. Grazie al grande aumento della produzione dalle rinnovabili, non solo in Italia, ma in tutta Europa, il quadro sta cambiando rapidamente e si sta passando ad una situazione in cui l’eccesso energetico è verso il mezzogiorno solare e non di notte, come era una volta a causa della produzione di energia da parte delle centrali nucleari francesi.
Ci vorrà molto tempo prima che si arrivi in Italia ad avere sempre una situazione di eccesso di produzione di giorno, tuttavia è già avvenuto una volta: il primo maggio del 2025, giorno festivo con fabbriche chiuse, quando il prezzo di vendita dell’energia elettrica è andato quasi a zero per qualche ora. Ci stiamo avvicinando ad una situazione californiana ed episodi di questo tipo diventeranno sempre più frequenti (come già incominciano ad esserlo in Germania e nei paesi scandinavi).
Ma in ogni caso il nucleare, essendo rigido, come una volta aveva problemi di notte quando c’era una sovra-produzione e non poteva essere spento, avrà molto probabilmente lo stesso problema di giorno quando dovrà comunque restare attivo. Non si può quindi immaginare di compensare l’intermittenza del solare con il ricorso al nucleare. Quindi l'Italia non ha nessuna necessità di rimettere il nucleare.
Come risolvere il problema dell’intermittenza
I progetti nucleari non sono particolarmente nuovi rispetto a quelli che già esistono. La quarta generazione potrebbe essere qualcosa di interessante, ma dalla realizzazione effettiva della quarta generazione per il momento siamo assolutamente lontani; invece, il problema dell’intermittenza del solare è un problema vero, specialmente una volta che si passa a una quantità di produzione molto più alta di energia elettrica tramite il solare. Il problema quindi non può essere ignorato, ma va però affrontato non certo con il ricorso al nucleare ma in maniera completamente diversa.
Ci sono varie cose che possono essere fatte. Ci sono due sistemi fondamentali per cui possiamo accumulare l’energia. Possiamo accumulare l’energia in batterie a litio. Il costo delle batterie di questo tipo sta diventando sempre più basso. Il litio non è particolarmente caro e quindi le tecniche di costruzione non presentano costi proibitivi.
Vi è poi l’altra tecnica, che è quella che veniva utilizzata nel passato e che può essere usata anche nel futuro: si tratta del cosiddetto idroelettrico pompato. Che cosa è e come funziona? Volendo esemplificare in modo semplice potremmo dire che può essere paragonato alla famosa tela di Penelope o all’inverso di questa. Partiamo dal funzionamento degli impianti idroelettrici: immaginiamo che piova, l’acqua nel bacino aumenta, arriva alla diga, quindi scende giù e questo movimento viene trasformato in energia elettrica.
Ma, trattandosi di motori elettrici, l’impianto può funzionare in modo esattamente opposto, ovvero si prende l’acqua in basso e la si porta sopra. Poi, quando c’è bisogno, la si fa di nuovo scendere. Per questo ho fatto l’esempio di Penelope che tesseva e poi disfaceva la tela. Nel nostro caso qual è il vantaggio? Il vantaggio è che l’acqua può essere portata in alto in un momento in cui il costo dell’energia elettrica è minore e può essere portata in basso, producendo quindi energia elettrica, al momento in cui questa serve.
Quindi, ed è esattamente quello che succede, l’idroelettrico può funzionare come un enorme accumulatore di energia elettrica, non sufficiente probabilmente per l’intera estate o per l’inverno, ma certamente per potere controbilanciare la differenza dell’illuminazione solare tra la mattina e la sera. Bisogna, ovviamente, a questo punto, costruire delle installazioni capaci di compiere questa operazione. Ci sono già tutta una serie di impianti installati che con il PNRR potrebbero e dovrebbero aumentare.
L’importanza dell’accumulazione
Quindi c’è un cospicuo e mirato investimento da fare in questa direzione, in modo di aumentare la possibilità di avere accumuli a basso costo e questo dovrebbe, in qualche modo, bilanciare nel futuro una situazione in cui ci fosse un’eccessiva produzione di energia elettrica solare di giorno.
A questo punto si può certamente immaginare di aumentare notevolmente la capacità dell’idroelettrico, tanto più che poi si possono anche utilizzare soluzioni completamente nuove dove potere immagazzinare l’acqua, come, per esempio, nelle miniere del tutto esaurite. Insomma ci sono diverse possibilità per incrementare la potenzialità di accumulo di energia elettrica.
Gli accumuli possono essere fatti anche in ambienti domestici. Anzi si può dire che un accumulo domestico è fondamentale perché se fatto in una situazione in cui c’è la produzione domestica di energia elettrica, permette di accumularla senza dovere passare per la rete. Quindi a questo punto il singolo produttore domestico di energia elettrica la accumula e poi la riutilizza la sera.
Inoltre dobbiamo ricordare che la produzione domestica di energia elettrica può essere combinata moltissimo con degli impianti di pompe di calore. D’inverno, ad esempio, si possono mettere delle pompe di calore che riescono ad assorbire l’energia elettrica prodotta. Non a caso, ci sono tutta una serie di sistemi di questo tipo che possono permettere di assorbire e poi utilizzare il picco di mezzogiorno di produzione energetica solare.
I carburanti sintetici
Un’altra soluzione che si sta profilando per il futuro è quella fornita dal carburante sintetico. I carburanti sintetici sono estremamente importanti perché mentre possiamo pensare di passare in un futuro più o meno lontano a una completa elettrificazione delle autovetture, diventa difficile pensare di avere un’elettrificazione dei Tir perché la quantità di batterie necessaria per ciascun Tir sarebbe estremamente elevata. E così si può dire anche per quanto riguarda una elettrificazione completa delle navi. Per non parlare degli aerei.
Quindi le navi, gli aerei, i Tir dovranno continuare ad utilizzare del carburante. L’opportunità che si apre per il fotovoltaico è che si può immaginare di realizzare dei processi chimici che convertono l’energia elettrica in carburante in modo da renderlo effettivamente utilizzabile.
Ma questi carburanti prodotti dall’elettrico ora sono relativamente costosi. Il costo attuale, per esempio, di un prodotto da un impianto medio cileno, si aggira attorno ai 5 euro al litro. È possibile che questi prezzi vengano ridotti a 2 euro al litro e in ogni caso abbiamo visto che tutte queste cose vanno nella direzione di avere dei costi sempre più bassi. Per esempio, anche all’Enel di Roma vi è un progetto il produrre cherosene dall’energia solare raccolta nel Lazio.
In sostanza siamo in una situazione in cui si tende sempre di più a trovare strade alternative per la produzione dell’energia elettrica che può essere accumulata o nelle batterie di litio, i cui i prezzi stanno crollando, o in un sistema di idroelettrico pompato. L’Italia è un posto magnifico in Europa per l’idroelettrico pompato, perché ha non solo le Alpi ma anche gli Appennini e quindi è in una situazione infinitamente migliore di quella del nord Europa in cui non ci sono montagne così elevate.
Il problema dei picchi di produzione non è affatto drammatico
Possiamo avere piccole batterie per conservare il surplus generato; possiamo produrre sia idrogeno che carburanti sintetici mediante il fotovoltaico e poi possiamo utilizzare tutto l’idroelettrico pompato per andare in reazione apposta. Quindi non dobbiamo considerare come drammatico il problema, che è ancora molto lontano, di avere un eccesso di produzione elettrica di giorno. Questo non ci deve preoccupare subito, casomai è un problema del futuro.
Ovviamente ci sono tutte una serie di investimenti che dobbiamo fare per quanto riguarda la produzione di energia elettrica. Le reti esistenti sono obsolete: la rete italiana dovrebbe essere digitalizzata in maniera tale da potere utilizzare una serie di piccoli impianti che vengono fatti. Abbiamo necessità di collegare bene tutto il sistema, per evitare i problemi di congestionamento che abbiamo visto. Se tutto questo si fa, non è impossibile immaginare che l’Italia possa diventare in futuro anche un esportatore di energia elettrica nelle ore di punta verso il nord d’Europa.
Per queste ragioni non vedo queste eccessive preoccupazioni che possono derivare dall’intermittenza della luce solare, a condizione però che si capisca che bisogna fare gli investimenti necessari. Ma è chiaro che se uno fa investimenti sul nucleare non riesce ad investire nella quantità dovuta in altri settori a questo alternativi e per giunta strategici.
La soluzione della geotermia
Una ultima considerazione riguarda la situazione della geotermia, che costituisce una ricchezza enorme dell’Italia rispetto ad altri paesi. C’è già un impianto geotermico che funziona molto bene a Larderello e ci sono tutta una serie di possibilità di fare impianti di geotermia in tanti altri posti. Questi impianti sono di due tipi diversi.
Uno è costituito da impianti di geotermia che producono l’energia elettrica direttamente, tipo quelle di Larderello, che si possono ampliare molto probabilmente di un fattore tre o quattro. L’altro consiste in impianti geotermici che vanno a profondità minore e che non vengono utilizzati per produrre l’energia elettrica, ma semplicemente per scaldare l’acqua, finalizzandola al riscaldamento delle case.
Quindi si può utilizzare la geotermia proprio per diminuire la quantità di combustibile che adesso è indispensabile per il riscaldamento domestico. Il grande vantaggio per cui la geotermia è estremamente importante, è che questa è l’unica risorsa rinnovabile esistente che è programmabile e non è intermittente.
Mentre, come abbiamo già visto, il solare è intermittente, quindi non potete programmarlo in anticipo come non è possibile fare neppure con l’eolico, la geotermia è programmabile, quindi si possono fare impianti geotermici che lavorino esattamente e solo nei momenti in cui serve l’energia elettrica. Perciò la geotermia è assolutamente complementare al solare. Il risultato finale è che non si vede nessun motivo per cui si debba ritenere che il nucleare possa essere utile.
Il solare è certamente a costi minori, il problema della intermittenza si può risolvere mediante l’idroelettico pompato, mediante tutta una serie di batterie, mediante la produzione di carburanti sintetici da elettrico – produzione che adesso è molto costosa ma pian piano lo diventerà sempre meno – e anche con il geotermico come alternativa per potere avere una produzione di energia elettrica in una situazione in cui non c’è presenza di illuminazione solare.
La necessità di una politica energetica per la transizione
Però tutto questo richiede una grande quantità di interventi, ovviamente una sperimentazione per quanto riguarda la produzione di carburanti dall’energia elettrica e un forte investimento per quanto riguarda la rete, perché tutte queste cose non erano state neppure immaginate al momento in cui veniva fatta la rete e quindi questa deve essere completamente rimodernata e bisogna investire nella produzione di tutto questo cercando poi di avere dei prodotti e dei risultati che siano sostenibili.
Ritornando un attimo alle considerazioni precedenti, non si capisce perché debba essere una società privata a mettere i pannelli solari sugli edifici pubblici. Bisogna invece costruire le condizioni per disporre di una struttura pubblica che sia in grado di fare questi interventi e che poi si possa gestire tutto questo senza causare tutte quelle oscillazioni di mercato che non fanno bene né ai produttori, né a coloro che svolgono i lavori di posizionamento dei pannelli o di funzionamento degli impianti, né ai consumatori di energia.
In conclusione direi che tutti gli argomenti che vengono o possono essere portati a favore della reintroduzione del nucleare non hanno senso. Bisogna invece puntare sul solare e, seppure in misura minore, sull’eolico e certamente sul geotermico. Ci vuole una politica economica che punti a investimenti pubblici in questi settori perché se questi non si fanno ci troveremmo di nuovo al punto di partenza.
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La relazione è pubblicata anche nella rivista trimestrale «Alternative per il Socialismo» numero 77, di imminente uscita.
Il presente testo è la trascrizione, rivista dall’Autore, della introduzione del professor Giorgio Parisi (Premio Nobel per la Fisica 2021) al webinar “Energie rinnovabili per l’autonomia energetica, il nucleare che c’entra?” organizzato dal Comitato SI’ alle rinnovabili NO al nucleare il 14 aprile 2025
I tre referendum del novembre 1987, i quali hanno sancito l’abrogazione della norma che consentiva ad Enel di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all’estero; della norma che prevedeva misure compensative in favore dei comuni che ospitavano centrali a carbone e nucleari; nonché della norma che prescriveva la competenza del Cipe a disciplinare la localizzazione degli impianti in caso di inerzia degli enti locali competenti (leggi 1983 n.8 e 856 del 1973), hanno di fatto comportato la cessazione delle attività e degli investimenti nel settore nucleare nel nostro paese. Parteciparono al voto oltre il 65% degli aventi diritto e la percentuale dei Sì all’abrogazione delle norme di legge sopra richiamate segnò una netta maggioranza (dal 71% all’85% a seconda dei vari quesiti).
Fonte
16/05/2025
“Come Xi ha innescato la rivoluzione elettrica della Cina”
Mentre i media “generalisti” – quelli che devono “addomesticare” l’opinione pubblica – parlano della Cina e di altri paesi come “autocrazie” con cui non bisognerebbe avere alcun rapporto, neanche commerciale, i giornali economici – quelli che devono fornire informazioni utili agli “investitori” senza perdersi in chiacchiere ideologiche – provvedono invece a stendere analisi serie sullo sviluppo industriale cinese, identificando anche con chiarezza le ragioni id successi sorprendenti. Senza uguali in Occidente.
La transizione ecologica qui è stata di fatto abbandonata dopo aver scoperto che occorrevano investimenti miliardari che gli Stati non potevano più fare (le regole dell'“austerità” possono essere ignorate solo per il riarmo, pare...) e i “privati” non avevano alcuna intenzione di fare.
In Cina, invece, una sapiente miscela di programmazione, pianificazione, investimenti pubblici, regole incentivanti, investimenti privati “orientati dall’interesse pubblico”, ecc., sta costruendo un sistema di produzione dell’energia basato sulle rinnovabili che garantisce non solo il potenziamento del sistema industriale ma anche la difesa dell’ambiente.
L’analisi è ovviamente piuttosto complessa, ma il Financial Times – la bibbia del neoliberismo occidentale – si è impegnato a delinearla. Il quadro che ne emerge illustra a sufficienza perché l’Occidente sia condannato al declino, anche se il FT non vuol sentirne parlare: lasciare la direzione di marcia in mano al profitto privato ormai garantisce inefficienza e fallimento.
Risultato: è la Cina che sta guidando la nuova “rivoluzione industriale”.
La transizione ecologica qui è stata di fatto abbandonata dopo aver scoperto che occorrevano investimenti miliardari che gli Stati non potevano più fare (le regole dell'“austerità” possono essere ignorate solo per il riarmo, pare...) e i “privati” non avevano alcuna intenzione di fare.
In Cina, invece, una sapiente miscela di programmazione, pianificazione, investimenti pubblici, regole incentivanti, investimenti privati “orientati dall’interesse pubblico”, ecc., sta costruendo un sistema di produzione dell’energia basato sulle rinnovabili che garantisce non solo il potenziamento del sistema industriale ma anche la difesa dell’ambiente.
L’analisi è ovviamente piuttosto complessa, ma il Financial Times – la bibbia del neoliberismo occidentale – si è impegnato a delinearla. Il quadro che ne emerge illustra a sufficienza perché l’Occidente sia condannato al declino, anche se il FT non vuol sentirne parlare: lasciare la direzione di marcia in mano al profitto privato ormai garantisce inefficienza e fallimento.
Risultato: è la Cina che sta guidando la nuova “rivoluzione industriale”.
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Quando Xi Jinping ha assunto la leadership del Partito Comunista Cinese alla fine del 2012, ha rapidamente individuato una grave vulnerabilità in materia di sicurezza nazionale. In quel momento la Cina aveva appena sorpassato il Giappone come seconda economia mondiale ed era destinata a diventare presto la principale rivale nucleare armata degli Stati Uniti. Eppure, il Paese con 1,4 miliardi di abitanti era fortemente dipendente dalle forniture energetiche straniere.
La sua dipendenza dalle importazioni di petrolio e carbone era salita a livelli record, esponendo la Cina a possibili interruzioni di approvvigionamento attraverso punti critici delle rotte commerciali, dalle acque contese dello Stretto di Taiwan e del Mar Cinese Meridionale fino allo Stretto di Malacca e all’Oceano Indiano.
Oggi, mentre il mondo è scosso dalla guerra commerciale scatenata da Donald Trump, la prospettiva all’interno del complesso del potere del PCC di Zhongnanhai a Pechino è drasticamente cambiata. La Cina si sta avviando a diventare il primo “elettrostato” al mondo, con una quota crescente della propria energia derivante dall’elettricità e un’economia sempre più trainata da tecnologie pulite.
Questo processo offre a Pechino un cuscinetto strategico contro il disaccoppiamento commerciale e l’aumento delle tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti.
La Cina non solo sta rapidamente avvicinandosi all’autosufficienza energetica da fonti interne sicure, ma esercita anche un enorme potere sui mercati delle risorse e dei materiali alla base delle tecnologie del futuro. Negli ultimi anni il governo ha promosso piani industriali di lungo termine e consistenti investimenti pubblici per far crescere la produzione nazionale di pannelli solari, turbine eoliche, batterie e veicoli elettrici, supportata da ingenti sussidi e politiche protezionistiche.
Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), i consumi di derivati del petrolio in Cina hanno ormai raggiunto una quota di saturazione con un potenziale di crescita futuro «molto limitato». Questa tendenza è dovuta in larga parte alla diffusione dei veicoli elettrici nel settore dei trasporti e al passaggio graduale della Cina da un modello economico basato sulla manifattura verso uno più orientato ai servizi.
“Nessuno si era seriamente preoccupato della sicurezza energetica o delle catene di approvvigionamento per armamenti, industrie critiche e cibo, perché tutti pensavano che fossero questioni legate alla Guerra Fredda”, afferma Andrew Gilholm, responsabile dell’analisi sulla Cina presso la società di consulenza Control Risks. “Nel frattempo, la Cina ci lavora da anni”.
Le precedenti rivoluzioni industriali furono guidate prima dal Regno Unito e poi dagli Stati Uniti, compresa la cosiddetta era dell’informazione più recente. Ma è la Cina che oggi guida l’ultima rivoluzione tecnologica globale nell’elettrificazione e nelle energie rinnovabili, affermano analisti del think tank energetico statunitense RMI e altri gruppi di ricerca indipendenti.
E proprio come il petrolio e il gas trainano l’economia degli Stati petroliferi, le tecnologie per l’energia pulita stanno dando un contributo significativo alla crescita cinese.
Questo è stato particolarmente gradito da Pechino in un contesto di rallentamento economico. Secondo un’analisi delle statistiche ufficiali governative condotta dal Centro di Ricerca su Energia e Aria Pulita con sede a Helsinki, i settori dell’energia pulita hanno rappresentato un record del 10% del PIL del paese e hanno trainato un quarto della sua crescita lo scorso anno.
Oltre alla sicurezza energetica, l’elettrificazione – il processo di sostituzione di tecnologie e processi dipendenti dai combustibili fossili con alternative alimentate a elettricità – giocherà un ruolo cruciale negli sforzi per affrontare il cambiamento climatico.
“Non vediamo alcuna via per un’economia a zero emissioni di carbonio se non attraverso una massiccia elettrificazione”, afferma Lord Adair Turner, capo della Commissione per la Transizione Energetica, un’alleanza di aziende globali focalizzate sulle emissioni nette zero.
L’elettricità è “molto più efficiente in numerose applicazioni”, aggiunge Turner, “in particolare nel trasporto su strada e nel riscaldamento residenziale”.
La Cina rimane il maggior produttore mondiale di gas serra e le emissioni del suo settore energetico hanno raggiunto un nuovo record lo scorso anno, trainato dall’aumento del consumo di carbone. Ma i progressi nell’elettrificazione significano che potrebbe compiere significativi passi avanti nella riduzione delle emissioni se iniziasse a eliminare gradualmente il carbone, ancora il combustibile dominante nel suo mix elettrico, nonostante il boom di nuove installazioni di capacità rinnovabile.
Il primo ordine diretto di Xi per “rivoluzionare” il sistema energetico della Cina risale alla metà del 2014, due anni dopo l’inizio della sua leadership.
Secondo i media statali dell’epoca, Xi disse ai leader di un importante gruppo di lavoro economico del partito che il sistema energetico della Cina soffriva di “arretratezza tecnologica” e che il Paese doveva rafforzare la propria sicurezza energetica. L’ascesa della Cina a potenza economica era stata sostenuta da petrolio e carbone. Per decenni, il Paese ha rappresentato oltre la metà della crescita della domanda mondiale di petrolio. Eppure, già dieci anni fa, il tasso di elettrificazione della Cina superava quello dell’Europa e degli Stati Uniti.
Da allora, in quelle economie concorrenti, la quota di elettricità come fonte finale di energia si è stabilizzata intorno al 22%, mentre in Cina è balzata al 30%.
«Molti Paesi occidentali stanno dedicando molto tempo e attenzione alla decarbonizzazione della produzione elettrica, ma sono in ritardo sull’elettrificazione dell’intero sistema», afferma Marie Claire Brisbois, docente di politiche energetiche all’Università del Sussex.
I requisiti chiave per l’elettrificazione – come le riforme di mercato, i cambiamenti nei comportamenti dei consumatori e le scelte di acquisto private – sono risultati molto più facili da attuare per Pechino, aggiunge.
I progressi della Cina riflettono un insieme articolato di politiche volte a soddisfare la richiesta di Xi di una rivoluzione energetica.
Pechino ha investito centinaia di miliardi di dollari nel settore delle tecnologie pulite, sia tramite aziende statali sia nel settore privato, con risorse quasi cinque volte superiori rispetto agli Stati Uniti e quindici volte superiori rispetto al Giappone. Questo ha innescato una nuova fase di crescita per le aziende produttrici di turbine eoliche, pannelli solari, batterie e per lo sviluppo di progetti di energia verde, accelerando l’elettrificazione dell’intero parco veicoli – auto, camion, treni, navi – e degli impianti industriali.
La manifestazione più evidente di questa crescita è il boom dei veicoli elettrici. Quest’anno, le vendite interne di EV – comprese le auto a batteria e gli ibridi plug-in – raggiungeranno circa 12,5 milioni di unità, più del doppio rispetto al 2022. Si tratterebbe della prima volta in cui le auto elettriche superano le vendite dei veicoli a combustione in un grande mercato automobilistico.
Il percorso verso l’elettrificazione è stato potenziato anche dalla rapida espansione della rete ferroviaria moderna del Paese. Secondo i dati ufficiali, lo scorso anno le ferrovie cinesi hanno gestito oltre 4 miliardi di viaggi passeggeri, un record assoluto.
La rete dell’alta velocità si estende per 45.000 km – cinque volte la dimensione di quella dell’UE – e si prevede che raggiungerà i 60.000 km entro il 2030.
Quest’anno, il gruppo ferroviario statale prevede di completare investimenti per oltre 80 miliardi di dollari in infrastrutture ferroviarie.
Ma il pilastro centrale dei piani cinesi per l’elettrificazione è il progetto pluridecennale per aggiornare ed espandere la rete elettrica del Paese. Secondo le previsioni, la Cina spenderà fino a 800 miliardi di dollari entro il 2030 per ammodernare hardware e software del sistema.
In molti Paesi, la spesa per le infrastrutture elettriche segue l’andamento della crescita economica. Tuttavia, Ken Liu, responsabile delle ricerche su rinnovabili, utilities ed energia per la Cina presso UBS, prevede per quest’anno investimenti nella rete pari al 10% del totale degli investimenti fissi, un ritmo di crescita annua composta di circa il 5% fino al 2030 – significativamente più rapido della crescita economica prevista – «a causa della tendenza all’elettrificazione», afferma.
Una parte importante di questa spesa sarà destinata alle linee ad altissima tensione (UHV): secondo UBS, si tratta di circa 100 miliardi di RMB (13,8 miliardi di dollari) quest’anno e 110 miliardi nei prossimi anni. La Cina possiede già oltre 40 di queste linee, che permettono di trasportare l’elettricità solare ed eolica prodotta nei deserti occidentali dello Xinjiang e del Gansu verso i centri industriali nel sud e nell’est del Paese.
Sostenuta da questi investimenti statali a lungo termine nella rete elettrica, la Cina è sulla buona strada per ottenere il 50% della propria energia da fonti a basse emissioni di carbonio – idroelettrico, solare, eolico, nucleare e sistemi di accumulo – entro il 2028. Circa dieci anni dopo, la capacità combinata di solare ed eolico dovrebbe superare, per la prima volta, quella della produzione elettrica a carbone.
La spinta all’elettrificazione ha modellato anche la politica industriale del Paese. Alcuni grandi gruppi cinesi nel solare stanno investendo miliardi ogni anno in ricerca e sviluppo.
Questo include anche un cambio di rotta dal polisilicio – di cui la Cina già controlla l’80% del mercato – verso nuovi materiali potenzialmente rivoluzionari, come le celle al perovskite, fino a 20 volte più sottili.
Allo stesso modo, nel settore eolico, diverse aziende cinesi concorrenti stanno cercando di produrre turbine sempre più grandi a costi inferiori.
A settembre scorso, il gruppo Ming Yang Wind Power, con sede nel Guangdong, ha annunciato quella che sostiene essere la più grande turbina eolica offshore al mondo, da 20 MW, nei pressi dell’isola di Hainan – più del doppio rispetto ai progetti all’avanguardia sviluppati da ingegneri europei e americani appena dieci anni fa. Un mese dopo, Dongfang Electric, con sede a Chengdu, ha dichiarato di aver costruito una turbina ancora più grande in uno stabilimento nel Fujian, nella Cina sudorientale.
Questa competizione ha ridotto significativamente i costi dei progetti eolici offshore: secondo i dati della società di consulenza Wood Mackenzie, il costo per megawattora è passato da 95 dollari nel 2020 a 55 dollari nel 2024, un livello inferiore rispetto alla produzione a carbone convenzionale.
È una storia simile anche per lo stoccaggio di energia. I due principali gruppi cinesi di batterie, CATL e BYD, destinano ciascuno circa il 5% dei loro ricavi annuali — rispettivamente 50 miliardi e 100 miliardi di dollari lo scorso anno — a iniziative mirate a ottenere progressi incrementali nei materiali all’avanguardia, nella chimica e nei processi produttivi, oltre che alla ricerca fondamentale a lungo termine.
I loro progressi tecnologici, uniti ai vantaggi derivanti dalle economie di scala, hanno portato a forti riduzioni dei costi delle batterie al litio, sia per i veicoli elettrici (EV) sia per lo stoccaggio di energia a supporto dell’uso di eolico e solare in Cina.
Queste politiche di successo sono supportate anche dall’istituzione di un sistema basato sul mercato per la distribuzione dell’elettricità tra le regioni cinesi. In una decisione storica, Pechino ha stabilito che, da giugno di quest’anno, i nuovi progetti di energia rinnovabile saranno soggetti a prezzi di mercato. Si prevede che ciò comporterà, nel breve termine, un impatto negativo su alcuni grandi progetti eolici, solari e di batterie, poiché i nuovi prezzi verranno inclusi nei piani di investimento.
Tuttavia, l’introduzione di mercati elettrici competitivi — che mettono in diretta concorrenza prezzi di fonti fossili e rinnovabili — è vista come un passo necessario per ridurre gradualmente l’uso di carbone e gas per la produzione di elettricità nei prossimi decenni.
L’impegno della Cina verso i combustibili fossili presenta un quadro misto. Da un lato, ci sono segnali che il Paese sia vicino al picco del consumo di petrolio, dato che nel 2023 le importazioni sono diminuite per la prima volta in decenni (escludendo il periodo della pandemia). Gli analisti dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) hanno osservato che gli usi del petrolio per combustione in Cina si sono stabilizzati, con “potenzialità di crescita molto limitate” in futuro, una tendenza dovuta soprattutto all’adozione di veicoli elettrici nel settore dei trasporti e al passaggio graduale dell’economia cinese dalla manifattura ai servizi.
Eppure, nello stesso anno, la Cina ha avviato la costruzione del maggior numero di centrali a carbone dell’ultimo decennio, secondo Global Energy Monitor, e continua a finanziare progetti a carbone all’estero nonostante l’impegno del 2021 del presidente Xi a fermarli.
Tuttavia, in seguito al doppio impegno di Xi secondo cui le emissioni di carbonio della Cina raggiungeranno il picco prima del 2030 e il Paese raggiungerà la neutralità carbonica entro il 2060, il carbone è destinato a essere sempre più usato come riserva per un sistema elettrico dominato dalle rinnovabili.
“Il mondo ha sottovalutato quanto siano diminuiti i costi dell’energia rinnovabile in Cina”, afferma Yanmei Xie, esperta indipendente di politica industriale cinese. “Hanno aperto il mercato delle rinnovabili al pricing di mercato perché erano fiduciosi che fosse competitivo rispetto all’energia tradizionale”.
Secondo una ricerca del Rocky Mountain Institute (RMI), prezzi dell’elettricità bassi sono essenziali per l’elettrificazione, come dimostra il caso cinese, dove tali prezzi hanno aumentato i consumi. L’analisi mostra che i Paesi che non riescono a ridurre i prezzi faticano a elettrificare i propri sistemi economici.
“È semplice economia di base: se qualcosa costa tanto, se ne usa meno”, dice Daan Walter, uno degli autori del rapporto RMI, oggi con il think tank climatico Ember.
Anche se la politica industriale cinese sta rafforzando la sicurezza energetica e delle risorse, ha portato a sovraccapacità produttiva, ha messo in ginocchio innumerevoli concorrenti stranieri e ha contribuito a un forte squilibrio commerciale.
Secondo Wood Mackenzie, la capacità produttiva cinese nel cleantech supera di gran lunga la domanda interna, portando sì a drastici cali di prezzo, ma anche a accuse da parte di Washington e Bruxelles secondo cui Pechino ha violato le regole del commercio internazionale con anni di sostegno statale sleale.
Immense eccedenze nell’offerta, ad esempio nel solare, hanno portato a magazzini pieni e all’uso di pannelli cinesi di bassa qualità come recinzioni in Europa. La dicotomia – cioè che una politica industriale possa essere enormemente inefficiente e al tempo stesso portare a risultati strategici di successo – non è sfuggita ai pianificatori politici di Pechino.
Elisa Hoerhager, rappresentante capo in Cina della Federazione delle Industrie Tedesche (BDI), prevede che i pianificatori economici dello Stato cinese intensificheranno gli sforzi per affrontare questo “scollamento” tra innovazione ed efficienza nel prossimo Piano Quinquennale, previsto per l’inizio del 2026.
“Questa sarà una delle sfide principali: riuscire a collegare la promozione dell’innovazione con l’aumento della produttività”, afferma.
Tra i responsabili politici occidentali, sta emergendo la consapevolezza che eguagliare le catene di fornitura cleantech della Cina potrebbe essere impossibile.
La Cina ha impiegato decenni a garantirsi l’accesso alle risorse critiche globali, costruendo infrastrutture di raffinazione e trasformazione e sovvenzionando la produzione e il consumo locali. Ora domina tutte le fasi della filiera, dalle miniere alle fabbriche.
Secondo una ricerca pubblicata quest’anno da AidData, presso il College of William & Mary negli Stati Uniti, tra il 2000 e il 2021 entità cinesi hanno erogato prestiti per quasi 57 miliardi di dollari per assicurarsi l’accesso a minerali critici come rame, cobalto, nichel, litio e terre rare nel mondo in via di sviluppo.
Oggi il Paese sta facendo leva su questa posizione dominante, esportando sempre più le sue tecnologie pulite, competenze ingegneristiche, catene di fornitura e capacità di finanziamento. Pechino sfrutta sempre più il proprio successo nella transizione verde per rivendicare una superiorità morale rispetto ai rivali occidentali.
“Da quando ho annunciato gli obiettivi della Cina per il picco di carbonio e la neutralità carbonica cinque anni fa, abbiamo costruito il sistema di energia rinnovabile più grande e in più rapida crescita al mondo, nonché la catena industriale dell’energia nuova più grande e completa”, ha dichiarato Xi Jinping durante una riunione virtuale convocata dalle Nazioni Unite ad aprile.
Secondo gli annunci aziendali e i bilanci raccolti da Climate Energy Finance, un gruppo di ricerca con sede a Sydney, dal 2023 le aziende cinesi hanno impegnato 156 miliardi di dollari in investimenti diretti all’estero, distribuiti in oltre 200 operazioni nel settore delle tecnologie pulite. Questo sforzo sta espandendo l’influenza politica ed economica di Pechino a livello globale, proprio mentre l’amministrazione Trump persegue una netta disconnessione dalle catene di approvvigionamento cinesi, sconvolgendo il commercio mondiale.
“Questa guerra commerciale ha davvero evidenziato l’importanza della sicurezza energetica e dell’elettrificazione, perché una delle merci più scambiate al mondo sono i combustibili fossili”, afferma Tim Buckley, direttore di CEF.
“I Paesi in tutto il mondo inizieranno a ragionare in modo molto simile [alla Cina]”, aggiunge Buckley. “Ovviamente la Cina è ben posizionata per aiutarli in questo, e uscire da questo caos geopolitico con un’arma commerciale strategica: collaborare con chiunque voglia lavorare su sicurezza energetica e decarbonizzazione”.
Mentre Pechino punta sulle tecnologie pulite per rafforzare le sue esportazioni, Washington sta adottando un approccio molto diverso. La Casa Bianca insiste affinché i Paesi aumentino le importazioni di gas americano per ridurre i loro surplus commerciali con gli Stati Uniti e ottenere condizioni commerciali favorevoli.
Per molti Paesi che stanno valutando i costi della guerra commerciale scatenata da Trump, la scelta tra gas naturale liquefatto americano e tecnologie cinesi per l’energia pulita potrebbe rivelarsi cruciale, sia dal punto di vista economico che per la decarbonizzazione, secondo Kingsmill Bond, stratega energetico di Ember.
“Basarsi sulle tecnologie di elettrificazione cinesi sarà più economico rispetto al tentativo di sostenere il vecchio sistema a combustibili fossili”, afferma Bond. “Il solare batte l’LNG in termini di costo, ed è un vantaggio per il clima. In pratica, ogni dollaro speso per importare pannelli solari equivale a un risparmio annuale di un dollaro in importazioni di gas, generando la stessa quantità di elettricità”.
Tuttavia, analisti e funzionari occidentali hanno anche identificato un rischio emergente per la sicurezza nazionale legato al crescente dominio cinese sulle catene di approvvigionamento e le tecnologie dell’energia verde, citando rischi potenziali legati alla dipendenza economica, allo spionaggio e a minacce militari.
In definitiva, secondo gli esperti, il successo della Cina nell’elettrificazione consente a Xi e alla sua amministrazione di gestire molto meglio eventuali shock alle catene di approvvigionamento e ai commerci che potrebbero verificarsi durante il secondo mandato di Trump.
Ironia della sorte, i dazi potrebbero fornire uno “stimolo involontario” che rafforza ulteriormente la transizione energetica cinese, osserva Yao Yi, responsabile di progetto di Greenpeace a Pechino.
Alla fine dello scorso anno, la capacità di sistemi di accumulo energetico in Cina aveva superato i 73 GW, più di venti volte il livello di quattro anni fa – ma ancora ben lontana dai 500 GW richiesti per supportare completamente l’espansione delle rinnovabili.
“Riorientare l’attenzione dalle esportazioni verso gli Stati Uniti al mercato interno potrebbe aiutare i governi locali e le industrie a raggiungere gli obiettivi in materia di sicurezza energetica”, aggiunge Yao.
E sebbene entrambi gli blocchi, Cina e Occidente, presentino punti deboli e colli di bottiglia nelle rispettive catene industriali, molti esperti ritengono che Trump e il suo entourage abbiano sottovalutato il livello di preparazione di Pechino a questa crisi.
“Per quanto un Paese possa minimizzare la propria esposizione rispetto al passato, la Cina è in una posizione molto più forte”, afferma Gilholm, di Control Risks. “Nessuno la chiama più neo-maoista o autarchica; la Cina era semplicemente molto avanti nel ridurre i rischi e nel rafforzare la propria resilienza”.
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