Avere i dati è fondamentale, ma perché abbiano un qualche valore è necessario che siano analizzati come risultati di processi, non come semplici fotografie dell’oggi. È così che emerge come i dati Eurostat sul rischio di povertà nella UE reinscrivono la tradizionale questione meridionale italiana nella dinamica centro produttivo-periferia sfruttata della UE.
Si tratta di una dinamica al limite del colonialismo, della colonizzazione interna, e a volte anche oltre questo limite. Perché, difatti, sul podio delle tre regioni di paesi europei la cui popolazione è maggiormente a rischio di povertà troviamo la Guyana francese, (53,3%), Ciudad de Melilla (41,4%), e poi la Calabria (37,2%). E subito dopo, ci sono anche la Campania (35,5%) e la Sicilia (35,3%).
In Italia, sono in generale 13 milioni le persone che si trovano a rischio povertà, che significa, per le famiglie, l’incapacità di affrontare spese impreviste, di farsi una settimana di vacanza annuale lontano da casa, di saldare le ratue del mutuo, l’affitto o le bollette, di comprare mobilio nuovo se quello vecchio è usurato. Per i single, significa difficoltà a pagare l’abbonamento a internet, abiti nuovi, o potersi dedicare ad attività ricreative.
Ma queste persone sono evidentemente distribuite in maniera diseguale, secondo una distribuzione geografica che ha una netta linea di demarcazione dal Lazio in giù. In Italia settentrionale, non c’è una regione che non sia nella fascia tra il 10 e il 15% di rischio di povertà, ovvero sotto la media UE del 16,2%. Tolte le province e le regioni autonome, l’Emilia-Romagna e le Marche sono persino sotto la 10% (rispettivamente 7,3% e 9,6%).
Con la mappa riportata qui a destra si ha la dimostrazione grafica di come la periferia della UE non sia tanto la periferia geografica, quanto quella economica e in un certo senso, di conseguenza, anche politica. Il Mezzogiorno è assimilabile ai territori “d’oltremare” – cioè i residui coloniali – di Francia e Spagna, e vive dinamiche di subalternità simili.
Territori abbandonati a se stessi o alla criminalità, dove salari e occupazione sono di bassa qualità, e da cui i centri economici prendono risorse, se ci sono, e manodopera a basso costo. Se questa dinamica aveva visto protagonista l’industria settentrionale negli scorsi decenni, con l’abbandono di strumenti per il riequilibrio dello sviluppo territoriale come la Cassa per il Mezzogiorno il divario è tornato ad ampliarsi, mentre i centri italiani sono diventati parte delle filiere comunitarie.
Ma la logica rimane la stessa. Un centro capitalistico procede con uno “scambio diseguale” nei confronti di un’altra area, per garantire i processi di valorizzazione e i profitti di una ristretta élite, e magari creando nel frattempo anche una frattura tra i lavoratori della propria e dell’altra zona, per essere sicuri che non ci siano alleanze tra subalterni che possano mettere in discussione questo processo.
Con la UE questa dinamica si è inscritta in un quadro continentale, dove è stata l’integrazione tra specifiche regioni a guidare il processo di sfruttamento della periferia da parte del core economico. Alcuni gruppi capitalistici italiani sono riusciti a trarne vantaggio, ma per il Mezzogiorno il futuro rimane lo stesso di quando migliaia di calabresi si ritrovavano a lavorare nelle fabbriche degli Agnelli.
I vincoli di bilanci europei amplificano questa divergenza, perché impongono una spesa che a Bruxelles chiamano “competitiva”, ma che nella realtà dei fatti, in Italia, significa ampi sussidi alle imprese che riescono a restare a galla nella crisi, togliendo fondi ad altri tipi di interventi, per non parlare poi della mancanza di una qualsiasi politica industriale. Il caso Ilva ne è l’esempio massimo.
Allo stesso tempo, per ristabilire un po’ di giustizia sulla mappa Eurostat, non si può non notare come, dalla roturra di questi vincoli, la periferia possa ottenerne grandi vantaggi. E con periferia, dunque, non si intende solo il Mezzogiorno, ma anche i residui coloniali prima accennati, o ancora i popoli dall’altra parte del Mediterraneo, imbrigliati anche loro nell’ingombrante presenza della UE. Le opportunità di lotta ci sono, vanno costruite con pazienza.
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16/02/2025
Il divario sui presidi residenziali sanitari e assistenziali in un’Italia già “differenziata”
La pandemia aveva mostrato da una parte lo stato colabrodo della sanità pubblica, al punto da dover contare su medici e aiuti cubani e russi. E dall’altra l’assoluta inutilità e persino pericolosità del privato in un momento emergenziale, con una sanità frammentata e non centralizzata.
Tutti, inoltre, ci ricordiamo delle stragi avvenute nelle strutture residenziali per anziani, e pensavamo che almeno qualcosa sarebbe cambiato in questo ambito. Invece, i dati pubblicati recentemente dall’Istat mostrano come il percorso di regionalizzazione continui a impattare largamente il reale accesso ai servizi sanitari nel nostro paese.
Lo studio dell’istituto di statistica si riferisce all’anno 2023 e riguarda le strutture residenziali socio-sanitarie e socio-assistenziali, che accolgono persone appartenenti a categorie fragili, per brevi periodi o a tempo indeterminato, e per i quali è necessaria una particolare attenzione da parte dell’autorità sanitaria.
Come leggiamo nel rapporto, le prime erogano servizi con “livelli di assistenza sanitaria bassa o assente a minori, stranieri, persone con dipendenze, donne vittime di violenza, adulti con disagio”, mentre le secondo forniscono “livelli di assistenza sanitaria medio alta a persone non autosufficienti, con disabilità o patologie psichiatriche”.
Le persone che hanno bisogno di questo tipo di sostegno stanno purtroppo aumentando in Italia: se nel 2022 ne hanno usufruito in 356.556, nel 2023 questo numero è aumentato a 362.850. E considerato che circa tre quarti dei residenti sono anziani, è facile collegare la dinamica anche all’invecchiamento progressivo della popolazione.
Ma, in maniera opposta, il numero dei presidi residenziali sta diminuendo. Infatti, se nel 2022 erano 12.576, nel 2023 erano 12.363, con l’offerta di posti letto che si è abbassata da circa 414 mila a quasi 408 mila, anche se per le dinamiche demografiche il numero di posti letto rimane stabile a 7 ogni mille abitanti.
Visti i numeri si potrebbe dunque pensare che il sistema riesce a garantire la copertura rispetto alle esigenze della popolazione. Ma se si va a guardare nel dettaglio la distribuzione regionale dei posti letto, ci si accorge che mentre nel Nord-Est essi sono 10 ogni mille abitanti, nel Meridione questi scendono a 3.
Risulta quindi evidente la disparità di accesso al servizio che deriva dalla frammentazione del paese in 20 sistemi sanitari regionali differenti, a cui si aggiunge la netta ritirata del pubblico tout court. Infatti, si legge nel rapporto, “la titolarità delle strutture è in carico ad enti non profit nel 45% dei casi, agli enti privati nel 24%, agli enti pubblici nel 19% e agli enti religiosi nel 12%”.
È il Terzo Settore a farla da padrone, ovvero quel mondo di enti senza scopo di lucro, che spesso sono in realtà vere e proprie macchine da soldi che si accaparrano bandi e fondi stornati dal pubblico per essere dati al privato. Per dare poi sostanzialmente lo stesso servizio, se non di qualità peggiore perché comunque legato a una logica di bilancio, con effetti anche sull’occupazione.
In questi presidi residenziali ci sono “373.462 unità di personale, di cui 32.896 volontari e 3.756 operatori di servizio civile”. Non solo questo mondo si fonda in maniera sostanziale sul volontariato e sul servizio civile, ma assorbe anche i lavoratori espulsi dal pubblico garantendo però meno tutele.
Infatti, tra il personale retribuito la maggioranza è fatta di professionisti in ambito sanitario, ma “è occupato con un regime orario ridotto il 41% dei dipendenti retribuiti, di cui ben il 17% con un impegno orario al di sotto del 50% rispetto al tempo pieno”. La quota di stranieri impiegati nelle strutture è del 12%, due su tre extraeuropei: sicuramente, tra le categorie più facilmente ricattabili.
Va inoltre sottolineato come, anche quando la struttura è pubblica, essa può finire in gestione a enti privati. E anche in questo caso c’è una netta distanza tra il Nord, dove il 26% delle strutture pubbliche sono gestite da enti no profit, e il Centro-Sud, dove questa percentuale viaggia sul 36-37%, con una crescente disarticolazione del sistema pubblico.
Oggi si continua a parlare di Autonomia Differenziata, ma la realtà è che bisognerebbe tornare indietro e ribaltare tutto il percorso cominciato sin dalla riforma del Titolo V della Costituzione per tornare a servizi pubblici davvero funzionali e funzionanti.
Fonte
Tutti, inoltre, ci ricordiamo delle stragi avvenute nelle strutture residenziali per anziani, e pensavamo che almeno qualcosa sarebbe cambiato in questo ambito. Invece, i dati pubblicati recentemente dall’Istat mostrano come il percorso di regionalizzazione continui a impattare largamente il reale accesso ai servizi sanitari nel nostro paese.
Lo studio dell’istituto di statistica si riferisce all’anno 2023 e riguarda le strutture residenziali socio-sanitarie e socio-assistenziali, che accolgono persone appartenenti a categorie fragili, per brevi periodi o a tempo indeterminato, e per i quali è necessaria una particolare attenzione da parte dell’autorità sanitaria.
Come leggiamo nel rapporto, le prime erogano servizi con “livelli di assistenza sanitaria bassa o assente a minori, stranieri, persone con dipendenze, donne vittime di violenza, adulti con disagio”, mentre le secondo forniscono “livelli di assistenza sanitaria medio alta a persone non autosufficienti, con disabilità o patologie psichiatriche”.
Le persone che hanno bisogno di questo tipo di sostegno stanno purtroppo aumentando in Italia: se nel 2022 ne hanno usufruito in 356.556, nel 2023 questo numero è aumentato a 362.850. E considerato che circa tre quarti dei residenti sono anziani, è facile collegare la dinamica anche all’invecchiamento progressivo della popolazione.
Ma, in maniera opposta, il numero dei presidi residenziali sta diminuendo. Infatti, se nel 2022 erano 12.576, nel 2023 erano 12.363, con l’offerta di posti letto che si è abbassata da circa 414 mila a quasi 408 mila, anche se per le dinamiche demografiche il numero di posti letto rimane stabile a 7 ogni mille abitanti.
Visti i numeri si potrebbe dunque pensare che il sistema riesce a garantire la copertura rispetto alle esigenze della popolazione. Ma se si va a guardare nel dettaglio la distribuzione regionale dei posti letto, ci si accorge che mentre nel Nord-Est essi sono 10 ogni mille abitanti, nel Meridione questi scendono a 3.
Risulta quindi evidente la disparità di accesso al servizio che deriva dalla frammentazione del paese in 20 sistemi sanitari regionali differenti, a cui si aggiunge la netta ritirata del pubblico tout court. Infatti, si legge nel rapporto, “la titolarità delle strutture è in carico ad enti non profit nel 45% dei casi, agli enti privati nel 24%, agli enti pubblici nel 19% e agli enti religiosi nel 12%”.
È il Terzo Settore a farla da padrone, ovvero quel mondo di enti senza scopo di lucro, che spesso sono in realtà vere e proprie macchine da soldi che si accaparrano bandi e fondi stornati dal pubblico per essere dati al privato. Per dare poi sostanzialmente lo stesso servizio, se non di qualità peggiore perché comunque legato a una logica di bilancio, con effetti anche sull’occupazione.
In questi presidi residenziali ci sono “373.462 unità di personale, di cui 32.896 volontari e 3.756 operatori di servizio civile”. Non solo questo mondo si fonda in maniera sostanziale sul volontariato e sul servizio civile, ma assorbe anche i lavoratori espulsi dal pubblico garantendo però meno tutele.
Infatti, tra il personale retribuito la maggioranza è fatta di professionisti in ambito sanitario, ma “è occupato con un regime orario ridotto il 41% dei dipendenti retribuiti, di cui ben il 17% con un impegno orario al di sotto del 50% rispetto al tempo pieno”. La quota di stranieri impiegati nelle strutture è del 12%, due su tre extraeuropei: sicuramente, tra le categorie più facilmente ricattabili.
Va inoltre sottolineato come, anche quando la struttura è pubblica, essa può finire in gestione a enti privati. E anche in questo caso c’è una netta distanza tra il Nord, dove il 26% delle strutture pubbliche sono gestite da enti no profit, e il Centro-Sud, dove questa percentuale viaggia sul 36-37%, con una crescente disarticolazione del sistema pubblico.
Oggi si continua a parlare di Autonomia Differenziata, ma la realtà è che bisognerebbe tornare indietro e ribaltare tutto il percorso cominciato sin dalla riforma del Titolo V della Costituzione per tornare a servizi pubblici davvero funzionali e funzionanti.
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05/12/2024
Il Meridione diventa una Zona Economica Speciale. Attenti alle trappole
Intervista a Franco Russo. Tra le pieghe del PNRR e non scritto nella legge che vorrebbe introdurre l’Autonomia Differenziata, c’è un convitato di pietra che ancora sfugge all’attenzione e al dibattito pubblico: la trasformazione del Meridione in una Zona Economica Speciale. Un modo “pulito” per introdurre ulteriori differenziazioni sociali, fiscali, contributive e probabilmente anche salariali nel nostro Paese. Non sempre tutto è visibile al primo colpo d’occhio, occorre guardare ai dettagli e individuare le tendenze.
Ne abbiamo parlato con Franco Russo, attivo da tempo nel comitato che si oppone all’autonomia differenziato e attento osservatore delle dinamiche di potere nell’Unione Europea.
Cosa significa concretamente trasformare un territorio in una Zona Economica Speciale?
Per avere un quadro di cosa comporta la ZES unica mi rifaccio alla Relazione svolta dal ministro Fitto nel Consiglio dei ministri del 29 novembre 2024 (Consiglio dei ministri n. 105), il giorno delle sue dimissioni per assumere l’incarico di Commissario e Vicepresidente della Commissione UE.
Afferma Fitto: ‘Le 8 ZES presenti fino al 31 dicembre 2023 in Italia, di cui 6 regionali e 2 interregionali, hanno rilasciato 279 autorizzazioni uniche (AU) tra giugno 2022 e dicembre 2023, con un investimento totale di 1,9 miliardi di euro e un incremento, secondo i commissari straordinari, di 6.027 unità lavorative. L’istituzione della ZES unica per il Mezzogiorno, operativa dal 1° gennaio 2024, che comprende tutte le regioni del Sud Italia, ha creato un quadro integrato e coerente per lo sviluppo economico del Mezzogiorno.
La ZES unica offre vantaggi significativi, come la riduzione degli squilibri competitivi tra le imprese operanti in territori limitrofi e la creazione di un’area attrattiva per gli investimenti, con incentivi differenziati per rispondere alle diverse esigenze produttive e strategiche degli investitori. Da gennaio a novembre 2024 sono state chiuse positivamente 401 AU, con investimenti totali di 2,3 miliardi di euro e un incremento di 7.428 unità lavorative. La Campania ha registrato il 54% delle AU, seguita da Puglia (17%) e Sicilia (12%)’.
Il governo, rispetto al PNRR originale che la prevedeva solo per alcuni territori del Sud, ha esteso la ZES (Zona Economica Speciale) a tutto il Meridione. Qual è l’obiettivo di questa forzatura?
Con il varo del Piano strategico della ZES unica sono state individuate nove filiere strategiche: Agroalimentare e Agroindustria, Turismo, Elettronica e ICT, Automotive, Made in Italy di qualità, Chimica e Farmaceutica, Navale e Cantieristica, Aerospazio e Ferroviario.
Per facilitare e semplificare le procedure burocratiche è stato istituito lo Sportello Unico Digitale ZES (SUD ZES) presso la Struttura di missione ZES. Dai dati forniti dal ministro risulta che sia stata ‘aumentata l’autorizzazione di spesa a 3,4 miliardi di euro (+1,6 miliardi di euro). La spesa per le infrastrutture gestite dalla Struttura di missione ZES ha visto un’accelerazione significativa, con un incremento del 71% rispetto al periodo delle 8 ZES’, la ZES unica comprende le regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna, ed è stata istituita il 1° gennaio 2024, con decreto-legge 19 settembre 2023, n. 124, convertito con la legge 13 novembre 2023, n. 162.
La ZES unica sostituisce le otto Zone Economiche Speciali previste dal decreto-legge 20 giugno 2017, n. 91, limitate alle aree retroportuali del Mezzogiorno, attribuendo alle aziende già operative o a quelle che si insedieranno benefici per gli investimenti e le attività di sviluppo d’impresa (art. 9, comma 1, d.l. n. 124/2023).
Quali i benefici previsti? Come ricorda la Corte dei Conti, nella sua deliberazione del 22 ottobre 2024, essi seguono due vie: ‘la semplificazione amministrativa e le agevolazioni fiscali (segnatamente: il credito d’imposta per gli investimenti nella ZES unica di cui all’articolo 16 del decreto-legge Sud (cioè il dl 124/2023), cui si aggiungono le ulteriori misure recentemente introdotte con decreto-legge 7 maggio 2024, n. 60, convertito con legge 4 luglio 2024, n. 95, recante “Ulteriori disposizioni urgenti in materia di politiche di coesione”).
In particolare, l’art. 24 del testo normativo da ultimo citato, prevede l’esonero, per un periodo massimo di 24 mesi, del 100% dal versamento dei contributi previdenziali dovuti dal datore di lavoro privato nel limite massimo di 650 euro su base mensile (con esclusione dei premi e contributi INAIL), per ciascun dipendente assunto quale lavoratore subordinato non dirigente, a tempo indeterminato, dal 1° settembre 2024 e fino al 31 dicembre 2025, al fine di sostenere lo sviluppo occupazionale della Zona Economica Speciale unica per il Mezzogiorno e contribuire alla riduzione dei divari territoriali’.
I paesi europei hanno il serio problema di accorciare le filiere internazionali per le forniture. La Zona Economica Speciale nel Meridione può diventare un fattore di competizione con le aree a bassi salari nel resto del mondo?
Il quadro che risulta è chiaro: il sostegno riguarda alcune filiere produttive volte a servire o come fornitrici di prodotti intermedi per le industrie del Nord o dell’UE o come esportatrici al pari delle grandi imprese nel campo petrolchimico e siderurgico negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso che furono al servizio delle industrie del Nord. Dunque avremo ancora una volta uno ‘sviluppo’ a macchia di leopardo che vedrà industrie di eccellenza in alcune zone – il polo aerospaziale napoletano e pugliese, la meccatronica barese o l’SMT di Catania – e per il resto avremo la desertificazione non solo delle aree interne ma di tutte quelle che non diverranno anelli delle catene del valore. L’elenco delle filiere rende chiaro che la maggior parte delle zone meridionali saranno tagliate fuori.
Che queste mie considerazioni critiche non siano frutto di pregiudizi ideologici antigovernativi è testimoniato dalla relazione del presidente della Confindustria Basilicata, Francesco Somma, nell’assemblea pubblica del 15 novembre 2024, dove chiede ‘con quali procedure si ritenga di garantire che gli investimenti più significativi non prendano, come sta accadendo, la strada verso agglomerazioni industriali già consolidate a prezzo della desertificazione delle altre aree e contesti, magari ben predisposti ma considerati periferici. Territori che attendono da sempre di concorrere all’equilibrio generale del Sud. E di ciò in Basilicata siamo preoccupati’.
Anche per le infrastrutture, oltre alla grande opera del Ponte di Messina, ci sono interventi finalizzati solo ad inserire il Mezzogiorno sulle grandi direttrici TEN-T dell’UE perché la logistica e le reti di trasmissione elettrica e dei flussi energetici siano garantiti sempre e solo alle produzioni del Nord Italia ed europee, mentre aree come la Basilicata, dove pure opera Stellantis, si vedono sempre più messe ai margini.
Alla domanda rispondo che certo i sostegni finanziari agli investimenti sono sostanziosi – il prof. Viesti ha calcolato che le aliquote di credito d’imposta arrivano al 60% per le piccole imprese (al 70% nell’area di Taranto). Tuttavia i sussidi per abbassare agli imprenditori il costo del lavoro non saranno mai tali da poter competere con i livelli salariali che si hanno in Polonia, in Serbia o in Marocco, paesi dove sono attivi per es. stabilimenti di Stellantis.
Dunque, tutta la narrazione del reshoring, del rientro delle filiere della componentistica dislocate tuttora nei paesi asiatici, non vedrà la loro riallocazione in Italia ma nei paesi in cui costo del lavoro e standard ambientali sono bassi (Nord-Africa, Est europeo). Il Mezzogiorno è destinato a seguire le vie di sempre: alcune zone con produzioni di eccellenza con merci destinate ai mercati internazionali, essendo utilizzato per il resto come hub energetico e logistico – sarà attraversato da gasdotti e reti di trasmissione elettrica con destinazione Nord Italia ed Europa.
La trasformazione del Meridione in una Zona Economica Speciale marcia parallelamente all’autonomia differenziata che metterà in competizione tra loro le regioni. A tuo avviso c’è una connessione tra i due provvedimenti?
Posso rispondere che il modello di governo della destra è di istituire un sistema di comando degli esecutivi, scopo sia dell’autonomia differenziata che del premierato. La destra vuole che il potere sia gestito dal ‘primo ministro’ nazionale, eletto direttamente, con la cooperazione dei ‘governatori’ regionali – questo ripeto il disegno.
La tendenza alla centralizzazione è netta, e proprio con la ZES unica se ne ha la riprova: tutto il potere è concentrato nella Cabina di Regia, prevista dall’art. 10, dl 124/2023, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, presieduta dal Ministro con delega al Sud, e poiché questa delega, dopo le dimissioni del ministro Fitto, è oggi nelle mani della presidente Meloni, si vede all’opera il processo di centralizzazione e personalizzazione del potere.
Altro che autonomia differenziata! Al più avremo un esercizio di potere differenziato nel senso che la Presidente del Consiglio detterà legge consultandosi ora con questo ora con l’altro ‘governatore’ a secondo della Regione interessata ai provvedimenti.
È bene ricordare che il modello di elezione e di funzionamento degli organi regionali – elezione diretta e riduzione dell’assemblea legislativa a organo sottomesso per via del simul stabunt simul cadent – è quello che guida anche il modello di premierato assoluto.
Questo il disegno politico, che intanto si è inceppato perché la Corte Costituzionale con la recentissima sentenza – la 192/2024 – ha demolito il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Speriamo con i referendum di cancellarlo completamente, così come con il referendum dovremo respingere il premierato assoluto, se mai la legge dovesse essere approvata.
Colgo l’occasione di queste risposte a Contropiano per auspicare una ripresa del meridionalismo di sinistra, elemento fondamentale di un’alternativa al capitalismo italiano, che in nome dell’integrazione europea continua a vedere nel Mezzogiorno un’area di servitù economiche e militari.
Se si costituisse un gruppo di lavoro – un Osservatorio Mezzogiorno, tanto per indicare una possibile sigla – avremo a disposizione almeno un luogo dove esaminare e confrontarci sulle tematiche meridionali, completamente perse di vista anche dalle forze della sinistra alternativa. Se non si interviene con determinazione e con risorse politiche nel Mezzogiorno, questo resterà terra di scorribanda di forze reazionarie e conservatrici, con al più qualche coloritura populista.
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Ne abbiamo parlato con Franco Russo, attivo da tempo nel comitato che si oppone all’autonomia differenziato e attento osservatore delle dinamiche di potere nell’Unione Europea.
Cosa significa concretamente trasformare un territorio in una Zona Economica Speciale?
Per avere un quadro di cosa comporta la ZES unica mi rifaccio alla Relazione svolta dal ministro Fitto nel Consiglio dei ministri del 29 novembre 2024 (Consiglio dei ministri n. 105), il giorno delle sue dimissioni per assumere l’incarico di Commissario e Vicepresidente della Commissione UE.
Afferma Fitto: ‘Le 8 ZES presenti fino al 31 dicembre 2023 in Italia, di cui 6 regionali e 2 interregionali, hanno rilasciato 279 autorizzazioni uniche (AU) tra giugno 2022 e dicembre 2023, con un investimento totale di 1,9 miliardi di euro e un incremento, secondo i commissari straordinari, di 6.027 unità lavorative. L’istituzione della ZES unica per il Mezzogiorno, operativa dal 1° gennaio 2024, che comprende tutte le regioni del Sud Italia, ha creato un quadro integrato e coerente per lo sviluppo economico del Mezzogiorno.
La ZES unica offre vantaggi significativi, come la riduzione degli squilibri competitivi tra le imprese operanti in territori limitrofi e la creazione di un’area attrattiva per gli investimenti, con incentivi differenziati per rispondere alle diverse esigenze produttive e strategiche degli investitori. Da gennaio a novembre 2024 sono state chiuse positivamente 401 AU, con investimenti totali di 2,3 miliardi di euro e un incremento di 7.428 unità lavorative. La Campania ha registrato il 54% delle AU, seguita da Puglia (17%) e Sicilia (12%)’.
Il governo, rispetto al PNRR originale che la prevedeva solo per alcuni territori del Sud, ha esteso la ZES (Zona Economica Speciale) a tutto il Meridione. Qual è l’obiettivo di questa forzatura?
Con il varo del Piano strategico della ZES unica sono state individuate nove filiere strategiche: Agroalimentare e Agroindustria, Turismo, Elettronica e ICT, Automotive, Made in Italy di qualità, Chimica e Farmaceutica, Navale e Cantieristica, Aerospazio e Ferroviario.
Per facilitare e semplificare le procedure burocratiche è stato istituito lo Sportello Unico Digitale ZES (SUD ZES) presso la Struttura di missione ZES. Dai dati forniti dal ministro risulta che sia stata ‘aumentata l’autorizzazione di spesa a 3,4 miliardi di euro (+1,6 miliardi di euro). La spesa per le infrastrutture gestite dalla Struttura di missione ZES ha visto un’accelerazione significativa, con un incremento del 71% rispetto al periodo delle 8 ZES’, la ZES unica comprende le regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna, ed è stata istituita il 1° gennaio 2024, con decreto-legge 19 settembre 2023, n. 124, convertito con la legge 13 novembre 2023, n. 162.
La ZES unica sostituisce le otto Zone Economiche Speciali previste dal decreto-legge 20 giugno 2017, n. 91, limitate alle aree retroportuali del Mezzogiorno, attribuendo alle aziende già operative o a quelle che si insedieranno benefici per gli investimenti e le attività di sviluppo d’impresa (art. 9, comma 1, d.l. n. 124/2023).
Quali i benefici previsti? Come ricorda la Corte dei Conti, nella sua deliberazione del 22 ottobre 2024, essi seguono due vie: ‘la semplificazione amministrativa e le agevolazioni fiscali (segnatamente: il credito d’imposta per gli investimenti nella ZES unica di cui all’articolo 16 del decreto-legge Sud (cioè il dl 124/2023), cui si aggiungono le ulteriori misure recentemente introdotte con decreto-legge 7 maggio 2024, n. 60, convertito con legge 4 luglio 2024, n. 95, recante “Ulteriori disposizioni urgenti in materia di politiche di coesione”).
In particolare, l’art. 24 del testo normativo da ultimo citato, prevede l’esonero, per un periodo massimo di 24 mesi, del 100% dal versamento dei contributi previdenziali dovuti dal datore di lavoro privato nel limite massimo di 650 euro su base mensile (con esclusione dei premi e contributi INAIL), per ciascun dipendente assunto quale lavoratore subordinato non dirigente, a tempo indeterminato, dal 1° settembre 2024 e fino al 31 dicembre 2025, al fine di sostenere lo sviluppo occupazionale della Zona Economica Speciale unica per il Mezzogiorno e contribuire alla riduzione dei divari territoriali’.
I paesi europei hanno il serio problema di accorciare le filiere internazionali per le forniture. La Zona Economica Speciale nel Meridione può diventare un fattore di competizione con le aree a bassi salari nel resto del mondo?
Il quadro che risulta è chiaro: il sostegno riguarda alcune filiere produttive volte a servire o come fornitrici di prodotti intermedi per le industrie del Nord o dell’UE o come esportatrici al pari delle grandi imprese nel campo petrolchimico e siderurgico negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso che furono al servizio delle industrie del Nord. Dunque avremo ancora una volta uno ‘sviluppo’ a macchia di leopardo che vedrà industrie di eccellenza in alcune zone – il polo aerospaziale napoletano e pugliese, la meccatronica barese o l’SMT di Catania – e per il resto avremo la desertificazione non solo delle aree interne ma di tutte quelle che non diverranno anelli delle catene del valore. L’elenco delle filiere rende chiaro che la maggior parte delle zone meridionali saranno tagliate fuori.
Che queste mie considerazioni critiche non siano frutto di pregiudizi ideologici antigovernativi è testimoniato dalla relazione del presidente della Confindustria Basilicata, Francesco Somma, nell’assemblea pubblica del 15 novembre 2024, dove chiede ‘con quali procedure si ritenga di garantire che gli investimenti più significativi non prendano, come sta accadendo, la strada verso agglomerazioni industriali già consolidate a prezzo della desertificazione delle altre aree e contesti, magari ben predisposti ma considerati periferici. Territori che attendono da sempre di concorrere all’equilibrio generale del Sud. E di ciò in Basilicata siamo preoccupati’.
Anche per le infrastrutture, oltre alla grande opera del Ponte di Messina, ci sono interventi finalizzati solo ad inserire il Mezzogiorno sulle grandi direttrici TEN-T dell’UE perché la logistica e le reti di trasmissione elettrica e dei flussi energetici siano garantiti sempre e solo alle produzioni del Nord Italia ed europee, mentre aree come la Basilicata, dove pure opera Stellantis, si vedono sempre più messe ai margini.
Alla domanda rispondo che certo i sostegni finanziari agli investimenti sono sostanziosi – il prof. Viesti ha calcolato che le aliquote di credito d’imposta arrivano al 60% per le piccole imprese (al 70% nell’area di Taranto). Tuttavia i sussidi per abbassare agli imprenditori il costo del lavoro non saranno mai tali da poter competere con i livelli salariali che si hanno in Polonia, in Serbia o in Marocco, paesi dove sono attivi per es. stabilimenti di Stellantis.
Dunque, tutta la narrazione del reshoring, del rientro delle filiere della componentistica dislocate tuttora nei paesi asiatici, non vedrà la loro riallocazione in Italia ma nei paesi in cui costo del lavoro e standard ambientali sono bassi (Nord-Africa, Est europeo). Il Mezzogiorno è destinato a seguire le vie di sempre: alcune zone con produzioni di eccellenza con merci destinate ai mercati internazionali, essendo utilizzato per il resto come hub energetico e logistico – sarà attraversato da gasdotti e reti di trasmissione elettrica con destinazione Nord Italia ed Europa.
La trasformazione del Meridione in una Zona Economica Speciale marcia parallelamente all’autonomia differenziata che metterà in competizione tra loro le regioni. A tuo avviso c’è una connessione tra i due provvedimenti?
Posso rispondere che il modello di governo della destra è di istituire un sistema di comando degli esecutivi, scopo sia dell’autonomia differenziata che del premierato. La destra vuole che il potere sia gestito dal ‘primo ministro’ nazionale, eletto direttamente, con la cooperazione dei ‘governatori’ regionali – questo ripeto il disegno.
La tendenza alla centralizzazione è netta, e proprio con la ZES unica se ne ha la riprova: tutto il potere è concentrato nella Cabina di Regia, prevista dall’art. 10, dl 124/2023, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, presieduta dal Ministro con delega al Sud, e poiché questa delega, dopo le dimissioni del ministro Fitto, è oggi nelle mani della presidente Meloni, si vede all’opera il processo di centralizzazione e personalizzazione del potere.
Altro che autonomia differenziata! Al più avremo un esercizio di potere differenziato nel senso che la Presidente del Consiglio detterà legge consultandosi ora con questo ora con l’altro ‘governatore’ a secondo della Regione interessata ai provvedimenti.
È bene ricordare che il modello di elezione e di funzionamento degli organi regionali – elezione diretta e riduzione dell’assemblea legislativa a organo sottomesso per via del simul stabunt simul cadent – è quello che guida anche il modello di premierato assoluto.
Questo il disegno politico, che intanto si è inceppato perché la Corte Costituzionale con la recentissima sentenza – la 192/2024 – ha demolito il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Speriamo con i referendum di cancellarlo completamente, così come con il referendum dovremo respingere il premierato assoluto, se mai la legge dovesse essere approvata.
Colgo l’occasione di queste risposte a Contropiano per auspicare una ripresa del meridionalismo di sinistra, elemento fondamentale di un’alternativa al capitalismo italiano, che in nome dell’integrazione europea continua a vedere nel Mezzogiorno un’area di servitù economiche e militari.
Se si costituisse un gruppo di lavoro – un Osservatorio Mezzogiorno, tanto per indicare una possibile sigla – avremo a disposizione almeno un luogo dove esaminare e confrontarci sulle tematiche meridionali, completamente perse di vista anche dalle forze della sinistra alternativa. Se non si interviene con determinazione e con risorse politiche nel Mezzogiorno, questo resterà terra di scorribanda di forze reazionarie e conservatrici, con al più qualche coloritura populista.
Fonte
22/10/2022
Reggio Calabria, 50 anni dopo. Un fuorviante ricordo da parte della CGIL
Il 21 ottobre del 1972 venti treni organizzati dalla CGIL e dall’allora FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici) raggiunsero la città calabrese per dare vita ad una manifestazione che doveva rappresentare “la risposta nazionale del movimento dei lavoratori” alla rivolta che da mesi scuoteva la città e – di conseguenza – il dibattito politico generale.
Le migliaia di lavoratori che arrivarono a Reggio Calabria – nonostante gli ordigni che i fascisti piazzarono lungo il percorso dei treni – sfilarono in una città diffidente, che viveva male quella “calata” e che – soprattutto – nutriva sfiducia verso le forze della sinistra politica e sindacale le quali non erano state in grado di interpretare correttamente quell’autentico moto sociale che si era sviluppato consegnandolo – praticamente – nelle mani delle forze reazionarie e fasciste.
Su quegli avvenimenti abbiamo scritto su Contropiano alcune considerazioni a cui rimandiamo e che, ovviamente, non volendo essere esaustive necessitano di ulteriori approfondimenti ed apporti critici.
A distanza di 50 anni la CGIL (particolarmente la FILLEA, la FLAI e la FIOM) ha convocato un momento di riflessione che, a detta degli organizzatori, dovrebbe – oltre il ricordo storico – fare il punto sull’azione sindacale odierna al Sud e prospettare un suo possibile rilancio.
Su tali “proponimenti” il segretario generale della FILLEA/CGIL, Alessandro Genovesi, ha scritto un articolo su il Manifesto di venerdì 21 ottobre che è un classico esempio di come – ieri come oggi – la CGIL è completamente avulsa dal comprendere il contesto in cui agisce riperpetuando – in virtù di una concezione politica tutta dentro le compatibilità dello sviluppo capitalistico – un metodo di analisi errato e non assolutamente in grado di difendere gli interessi dei settori popolari in questo quadrante territoriale del paese.
Per il dirigente CGIL Genovesi, la manifestazione sindacale di 50 anni fa fu utile e cita un dirigente autorevole del PCI, Pietro Ingrao, per suggellare questo convincimento: “il corteo di Reggio servì per riproporre la centralità di politiche nazionali finalizzate alla creazione di nuove industrie, infrastrutture e nuove forme di agricoltura cooperativistiche”.
Questa impostazione, a suo dire, ha posto le basi di un diverso modello di sviluppo a Reggio, in Calabria e nel Sud d’Italia che sicuramente, sempre a suo dire, disinnescò la “rivolta reazionaria e il ruolo eversivo dei fascisti”.
Dopo 50 anni sarebbe facile far notare che – con buona pace delle “politiche di sviluppo al Sud” declinate in ogni possibile versione lungo i decenni che stanno alle nostre spalle – tutti gli indicatori statistici ed economici (quelli accademici, delle organizzazioni padronali, delle Regioni, delle Università e quant’altro) rilevano lo sprofondamento dell’economia meridionale, una più accentuata polarizzazione sociale, l’aumento del divario tra “fascia costiera e zone interne” e – come se non bastasse – una crescente diffusione delle nuove forme di povertà anche tra quei segmenti di popolazione che – fino ad ora – erano riuscite a scansare gli effetti rovinosi della crisi.
In più – da alcuni anni – si sono rafforzati i dispositivi normativi e legislativi che puntano ad una nuova soglia della “rapina ai danni del Sud” attraverso le variegate politiche che – ben oltre le varie versioni dell’Autonomia Differenziata – si muovono in direzione di un ulteriore approfondimento del divario storico Nord/Sud scardinando anche quelle residue norme costituzionali che – almeno formalmente – garantivano un “quadro unitario nazionale nella gestione degli interventi e dei servizi pubblici”.
In un contesto simile – a 50 anni da quella rivolta che continua a simboleggiare un enorme questione/contraddizione meridionale lungi dall’essersi risolta – la CGIL si attarda ad offrire ricette subalterne ai desiderata dei Governi, di Confiundustria e dell’insieme del padronato o – nel “migliore dei casi” – insiste nel riproporre soluzioni completamente astratte dal contesto politico e materiale odierno.
Nelle “riflessioni reggine” della CGIL c’è – oltre allo stantio ed ingessato richiamo ad un antifascismo di maniera oramai ridotto ad una icona inoffensiva – la vuota invocazione ad un “nuovo ruolo del sindacato” (una pietosa invocazione al ritorno, fuori tempo massimo, ad una nuova stagione della concertazione) senza pronunciarsi, con nettezza, su quelle che sono le attuali direttrici di una nuova ed inedita fase dello storico saccheggio del Meridione che si sta approssimando.
Gli interventi legati ai progetti del PNRR che in barba ad una presunta “transizione ecologica” aprono la strada ad altre manomissioni ambientali ed urbanistico/territoriali, la richiesta ossessiva di “Zone Economiche Speciali” dove attuare tipologie contrattuali in deroga a quelle nazionali e dove non è prevista assolutamente la presenza di una attiva azione sindacale e la malsana idea che il Meridione d’Italia possa vivere solo con forme di turistificazione deregolamenta e selvaggia o facendo da mera “piattaforma logistica al centro del Mediterraneo” sono gli assi d’intervento capitalistico su cui occorrerebbe una adeguata risposta che manca, assolutamente, nei ragionamenti, nei programmi e nella pratica che la CGIL e l’insieme del sindacalismo collaborazionista (UGL compresa) ripropongono ancora oggi.
Anzi sul piano territoriale e/o aziendale, non solo CISL e UIL, ma anche la CGIL – in numerose località del Sud Italia – hanno avallato e firmato accordi che, di fatto, hanno aperto la strada all’offensiva capitalistica in temi di diritti, di tutela dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro e di organizzazione del regime degli orari e dei cicli produttivi.
L’urgenza di un nuovo Meridionalismo
Le “ragioni sociali” del movimento di popolo che caratterizzò la Rivolta di Reggio Calabria (come quelle di Eboli, Battipaglia, Caserta e L’Aquila di quegli anni e che l’informazione deviante del capitale ha espunto da ogni testo di storia contemporanea del nostro paese) furono chiare 50 anni fa e – fatto salvo le innegabili trasformazioni economiche, sociali e, persino, antropologiche intervenute negli ultimi cinquanta anni – sono ancora oggi presenti magari in forme inalveate nella società e nelle sua “moderna complessità” tipiche di questa congiuntura dello sviluppo capitalistico.
50 anni dopo quei mesi di rivolta popolare (è bene ricordare che i moti di Reggio Calabria non furono una jacquerie ma durarono mesi e mesi) resta il compito di rilanciare e riqualificare un Meridionalismo Popolare che, sempre più, si deve politicamente dislocare all’altezza della comprensione di una “Questione Meridionale” che si configura, inequivocabilmente, come “Questione Mediterranea” derivante dai palesi fattori di intreccio tra popoli, paesi, filiere economiche, segmenti di mercato, composizioni di classe e accertate questioni storiche che determinano l’area Mediterranea e la specifica collocazione dei vari Sud europei tra cui il Mezzogiorno d’Italia.
Da questo punto di vista le riflessioni tardive e malposte della CGIL e la conseguente attitudine al supino disciplinamento verso le direttive dell’Unione Europea e dei poteri forti dell’Azienda/Italia sono depistanti e non utili alla ripresa di una vera attivizzazione culturale, politica e sociale delle classi subalterne del Meridione.
Fonte
Le migliaia di lavoratori che arrivarono a Reggio Calabria – nonostante gli ordigni che i fascisti piazzarono lungo il percorso dei treni – sfilarono in una città diffidente, che viveva male quella “calata” e che – soprattutto – nutriva sfiducia verso le forze della sinistra politica e sindacale le quali non erano state in grado di interpretare correttamente quell’autentico moto sociale che si era sviluppato consegnandolo – praticamente – nelle mani delle forze reazionarie e fasciste.
Su quegli avvenimenti abbiamo scritto su Contropiano alcune considerazioni a cui rimandiamo e che, ovviamente, non volendo essere esaustive necessitano di ulteriori approfondimenti ed apporti critici.
A distanza di 50 anni la CGIL (particolarmente la FILLEA, la FLAI e la FIOM) ha convocato un momento di riflessione che, a detta degli organizzatori, dovrebbe – oltre il ricordo storico – fare il punto sull’azione sindacale odierna al Sud e prospettare un suo possibile rilancio.
Su tali “proponimenti” il segretario generale della FILLEA/CGIL, Alessandro Genovesi, ha scritto un articolo su il Manifesto di venerdì 21 ottobre che è un classico esempio di come – ieri come oggi – la CGIL è completamente avulsa dal comprendere il contesto in cui agisce riperpetuando – in virtù di una concezione politica tutta dentro le compatibilità dello sviluppo capitalistico – un metodo di analisi errato e non assolutamente in grado di difendere gli interessi dei settori popolari in questo quadrante territoriale del paese.
Per il dirigente CGIL Genovesi, la manifestazione sindacale di 50 anni fa fu utile e cita un dirigente autorevole del PCI, Pietro Ingrao, per suggellare questo convincimento: “il corteo di Reggio servì per riproporre la centralità di politiche nazionali finalizzate alla creazione di nuove industrie, infrastrutture e nuove forme di agricoltura cooperativistiche”.
Questa impostazione, a suo dire, ha posto le basi di un diverso modello di sviluppo a Reggio, in Calabria e nel Sud d’Italia che sicuramente, sempre a suo dire, disinnescò la “rivolta reazionaria e il ruolo eversivo dei fascisti”.
Dopo 50 anni sarebbe facile far notare che – con buona pace delle “politiche di sviluppo al Sud” declinate in ogni possibile versione lungo i decenni che stanno alle nostre spalle – tutti gli indicatori statistici ed economici (quelli accademici, delle organizzazioni padronali, delle Regioni, delle Università e quant’altro) rilevano lo sprofondamento dell’economia meridionale, una più accentuata polarizzazione sociale, l’aumento del divario tra “fascia costiera e zone interne” e – come se non bastasse – una crescente diffusione delle nuove forme di povertà anche tra quei segmenti di popolazione che – fino ad ora – erano riuscite a scansare gli effetti rovinosi della crisi.
In più – da alcuni anni – si sono rafforzati i dispositivi normativi e legislativi che puntano ad una nuova soglia della “rapina ai danni del Sud” attraverso le variegate politiche che – ben oltre le varie versioni dell’Autonomia Differenziata – si muovono in direzione di un ulteriore approfondimento del divario storico Nord/Sud scardinando anche quelle residue norme costituzionali che – almeno formalmente – garantivano un “quadro unitario nazionale nella gestione degli interventi e dei servizi pubblici”.
In un contesto simile – a 50 anni da quella rivolta che continua a simboleggiare un enorme questione/contraddizione meridionale lungi dall’essersi risolta – la CGIL si attarda ad offrire ricette subalterne ai desiderata dei Governi, di Confiundustria e dell’insieme del padronato o – nel “migliore dei casi” – insiste nel riproporre soluzioni completamente astratte dal contesto politico e materiale odierno.
Nelle “riflessioni reggine” della CGIL c’è – oltre allo stantio ed ingessato richiamo ad un antifascismo di maniera oramai ridotto ad una icona inoffensiva – la vuota invocazione ad un “nuovo ruolo del sindacato” (una pietosa invocazione al ritorno, fuori tempo massimo, ad una nuova stagione della concertazione) senza pronunciarsi, con nettezza, su quelle che sono le attuali direttrici di una nuova ed inedita fase dello storico saccheggio del Meridione che si sta approssimando.
Gli interventi legati ai progetti del PNRR che in barba ad una presunta “transizione ecologica” aprono la strada ad altre manomissioni ambientali ed urbanistico/territoriali, la richiesta ossessiva di “Zone Economiche Speciali” dove attuare tipologie contrattuali in deroga a quelle nazionali e dove non è prevista assolutamente la presenza di una attiva azione sindacale e la malsana idea che il Meridione d’Italia possa vivere solo con forme di turistificazione deregolamenta e selvaggia o facendo da mera “piattaforma logistica al centro del Mediterraneo” sono gli assi d’intervento capitalistico su cui occorrerebbe una adeguata risposta che manca, assolutamente, nei ragionamenti, nei programmi e nella pratica che la CGIL e l’insieme del sindacalismo collaborazionista (UGL compresa) ripropongono ancora oggi.
Anzi sul piano territoriale e/o aziendale, non solo CISL e UIL, ma anche la CGIL – in numerose località del Sud Italia – hanno avallato e firmato accordi che, di fatto, hanno aperto la strada all’offensiva capitalistica in temi di diritti, di tutela dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro e di organizzazione del regime degli orari e dei cicli produttivi.
L’urgenza di un nuovo Meridionalismo
Le “ragioni sociali” del movimento di popolo che caratterizzò la Rivolta di Reggio Calabria (come quelle di Eboli, Battipaglia, Caserta e L’Aquila di quegli anni e che l’informazione deviante del capitale ha espunto da ogni testo di storia contemporanea del nostro paese) furono chiare 50 anni fa e – fatto salvo le innegabili trasformazioni economiche, sociali e, persino, antropologiche intervenute negli ultimi cinquanta anni – sono ancora oggi presenti magari in forme inalveate nella società e nelle sua “moderna complessità” tipiche di questa congiuntura dello sviluppo capitalistico.
50 anni dopo quei mesi di rivolta popolare (è bene ricordare che i moti di Reggio Calabria non furono una jacquerie ma durarono mesi e mesi) resta il compito di rilanciare e riqualificare un Meridionalismo Popolare che, sempre più, si deve politicamente dislocare all’altezza della comprensione di una “Questione Meridionale” che si configura, inequivocabilmente, come “Questione Mediterranea” derivante dai palesi fattori di intreccio tra popoli, paesi, filiere economiche, segmenti di mercato, composizioni di classe e accertate questioni storiche che determinano l’area Mediterranea e la specifica collocazione dei vari Sud europei tra cui il Mezzogiorno d’Italia.
Da questo punto di vista le riflessioni tardive e malposte della CGIL e la conseguente attitudine al supino disciplinamento verso le direttive dell’Unione Europea e dei poteri forti dell’Azienda/Italia sono depistanti e non utili alla ripresa di una vera attivizzazione culturale, politica e sociale delle classi subalterne del Meridione.
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13/06/2020
Colonialismo italiano, un’eredità fetida da mettere in discussione
In questi giorni, sulla scorta delle immagini che arrivano dagli USA e dal Regno Unito, si è aperto un dibattito su statue e toponomastica coloniale.
Si è tornati a parlare ad esempio della statua di Montanelli a Milano, già giustamente sanzionata qualche tempo fa per la nota storia della sposa bambina etiope comprata dal “grande giornalista”, mentre questo partecipava ad una delle più sanguinarie avventure coloniali dell’Italia fascista. Varrebbe la pena parlare anche del monumento dedicato ai caduti della battaglia di Dogali a Roma, oppure del sacrario allo stragista Graziani, ad Affile, inaugurato nel 2012.
Esiste una nutrita toponomastica coloniale in Italia. Basti pensare alle tante piazze, strade e viali che in tutto il paese portano il nome di località africane dove trovò sfogo la folle proiezione imperiale nostrana: Libia, Adua, Addis Abeba, Amba Aradam... e così via fino ad arrivare a piazze dedicate ai “caduti di Nassirya”.
Gli italiani si sono sempre cullati in un immaginario mondo che li vede come “brava gente” a prescindere, quelli che alla fine sono sempre stati nel giusto della storia.
Anche la stessa colonizzazione brutale e violenta di Libia, Somalia, Eritrea ed Etiopia viene raccontata troppo spesso come un processo positivo: come se i “nostri” in fondo volessero bene a coloro che stavano conquistando.
Per non parlare poi delle aggressioni fasciste ad Albania e Grecia, dove i cattivi furono i tedeschi, non gli italiani che in fondo quella guerra la stavano perdendo perché bonaccioni che fraternizzavano con i locali.
Italiani quindi certo truffaldini, furbi, bonariamente disonesti, ma comunque “brava gente”. L’autoassoluzione passa direttamente dall’autocommiserazione nella narrazione nazionale italiana, anche quella ufficiale.
Non ci possiamo assolutamente limitare, però, a parlare delle avventure portate avanti dai nostri progenitori fuori dai confini della penisola: l’Italia è un paese che delle colonie “interne” ha fatto la sua fortuna.
Basti pensare alla cosiddetta “questione meridionale”, apertasi con la predazione delle risorse industriali, naturali e finanziarie del fu Regno delle Due Sicilie operato nel periodo post-unitario. Un processo che ha poi visto protagonisti delle sue conseguenze migliaia di migranti interni, che da un territorio reso depresso ad hoc sono dovuti partire per cercare lavoro nelle zone maggiormente industrializzate del nord della penisola.
Un destino di predazione ed emigrazione forzata che ha vissuto anche la Sardegna, che con l’Italia non aveva mai assolutamente avuto nulla a che fare fino a che il duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, in seguito alla guerra di successione spagnola e al trattato di Utrecht del 1713, non ne ottenne la corona nel 1720, per potersi fregiare di un titolo regio.
La storia coloniale d’Italia continua fino ad oggi, con forme ovviamente diverse ma comparabili: le dinamiche di frammentazione dell’amministrazione pubblica e il regionalismo differenziato, proposto sia da destra che “da sinistra”, possono essere lette anche in questo senso.
Favorire, in definitiva, le regioni core dell’accumulazione capitalista, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, andrebbe a inasprire ulteriormente quel processo di impoverimento e scientifica sottoproletarizzazione di intere aree del paese.
La questione è certo da esplorare con maggiore attenzione rispetto a queste poche righe, che vogliono essere, soprattutto, una provocazione ed uno stimolo alla riflessione. Il colonialismo italiano non è, infatti, il grande rimosso soltanto della retorica ufficiale: anche sinistra e movimenti troppo spesso hanno scientemente ignorato questi temi fondamentali.
Esistono, ad esempio, forze indipendentiste e genuinamente comuniste in Sardegna, ma a parte poche significative eccezioni (come a suo tempo la Democrazia Proletaria Sarda) gli italiani si sono rifiutati di dare anche il minimo riconoscimento a queste sensibilità.
Uno degli esempi più chiari viene di certo dalle dichiarazioni di Marco Rizzo che, durante la campagna elettorale delle ultime politiche, disse che la formula per rilanciare la Sardegna era una maggiore industrializzazione1.
Ma le industrie in Sardegna ci sono, basti pensare alla Sarlux di Moratti, oppure alla tristemente famosa fabbrica di bombe Rmw della tedesca Rheinmetal. Sono le industrie che mancano o è l’estroversione verso il continente di tante risorse produttive ad essere il problema?
La protesta dei pastori e gli sversamenti del latte, nel 2019, hanno messo sotto gli occhi di tutti proprio quel meccanismo neocoloniale che è la vendita di risorse a prezzi vantaggiosi soltanto per una parte, alla faccia di chi sostiene che i prezzi “si autoregolano nel libero mercato”.
Il processo di rimozione della questione coloniale italiana da parte della sinistra risale alla storia del PCI, vittima in parte anche di quella graduale socialdemocratizzazione che culminò nel compromesso storico berlingueriano.
Oggi ciò che resta dei movimenti italiani è decisamente esterofilo; si guarda a decine di esempi sparsi per il mondo di lotte e di modelli, ma non si guarda quasi mai in casa propria.
Questo momento in cui fioriscono le lotte antirazziste, mentre ci troviamo a dover riflettere su che tipo di Stato vogliamo costruire, dopo che l’epidemia di Covid-19 ha mostrato l’inadeguatezza del sistema vigente, è forse il miglior punto di partenza per rimettere in dubbio anche questi aspetti.
È fondamentale poter rimettere al centro, quindi, parole d’ordine di classe e che possano aggredire con forza anche la questione delle disparità interne, stimolare i movimenti affinché pongano un’alternativa di sistema forte, agire per confrontarsi con le forze dei territori. In questo modo sarà, forse, possibile mettere in campo percorsi che parlino di pianificazione economica e sociale fuori dalle pastoie coloniali del passato.
È una questione di volontà politica che l’attuale classe dirigente non può e non vuole raccogliere: troppi sono gli interessi economici, troppo importante anche da un punto di vista militare tenere sotto ricatto la popolazione di intere aree del paese e poter rifornire in questo modo esercito, polizia e carabinieri di giovani senza alternative lavorative.
Cambiare tutto significa anche aggredire le dinamiche coloniali interne italiane, senza dimenticare il ruolo svolto dall’Unione Europea in questo gioco perverso di impoverimento ed emigrazione tramite la policy del pareggio in bilancio e i tagli, che hanno ulteriormente massacrato la popolazione e aggravato la situazione di estroversione delle risorse.
Rompere con questo sistema oggi è una necessità, proposte come l’Alba Euromediterranea rappresentano alternative credibili, basandosi sulla solidarietà tra i popoli e non sulla competizione sfrenata.
Una sfida tutta da costruire e da cui non possiamo esimerci: rompere con il colonialismo italiano significa anche rompere con l’Unione Europea che di queste dinamiche si è fatta interprete, significa dire basta all’emigrazione, significa costruire un’alternativa sociale ed economica vera.
Per fare questo serve un’alternativa politica reale contro e fuori dalla mentalità coloniale che, anche a sinistra, ha fatto tanti e troppi danni.
Fonte
Si è tornati a parlare ad esempio della statua di Montanelli a Milano, già giustamente sanzionata qualche tempo fa per la nota storia della sposa bambina etiope comprata dal “grande giornalista”, mentre questo partecipava ad una delle più sanguinarie avventure coloniali dell’Italia fascista. Varrebbe la pena parlare anche del monumento dedicato ai caduti della battaglia di Dogali a Roma, oppure del sacrario allo stragista Graziani, ad Affile, inaugurato nel 2012.
Esiste una nutrita toponomastica coloniale in Italia. Basti pensare alle tante piazze, strade e viali che in tutto il paese portano il nome di località africane dove trovò sfogo la folle proiezione imperiale nostrana: Libia, Adua, Addis Abeba, Amba Aradam... e così via fino ad arrivare a piazze dedicate ai “caduti di Nassirya”.
Gli italiani si sono sempre cullati in un immaginario mondo che li vede come “brava gente” a prescindere, quelli che alla fine sono sempre stati nel giusto della storia.
Anche la stessa colonizzazione brutale e violenta di Libia, Somalia, Eritrea ed Etiopia viene raccontata troppo spesso come un processo positivo: come se i “nostri” in fondo volessero bene a coloro che stavano conquistando.
Per non parlare poi delle aggressioni fasciste ad Albania e Grecia, dove i cattivi furono i tedeschi, non gli italiani che in fondo quella guerra la stavano perdendo perché bonaccioni che fraternizzavano con i locali.
Italiani quindi certo truffaldini, furbi, bonariamente disonesti, ma comunque “brava gente”. L’autoassoluzione passa direttamente dall’autocommiserazione nella narrazione nazionale italiana, anche quella ufficiale.
Non ci possiamo assolutamente limitare, però, a parlare delle avventure portate avanti dai nostri progenitori fuori dai confini della penisola: l’Italia è un paese che delle colonie “interne” ha fatto la sua fortuna.
Basti pensare alla cosiddetta “questione meridionale”, apertasi con la predazione delle risorse industriali, naturali e finanziarie del fu Regno delle Due Sicilie operato nel periodo post-unitario. Un processo che ha poi visto protagonisti delle sue conseguenze migliaia di migranti interni, che da un territorio reso depresso ad hoc sono dovuti partire per cercare lavoro nelle zone maggiormente industrializzate del nord della penisola.
Un destino di predazione ed emigrazione forzata che ha vissuto anche la Sardegna, che con l’Italia non aveva mai assolutamente avuto nulla a che fare fino a che il duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, in seguito alla guerra di successione spagnola e al trattato di Utrecht del 1713, non ne ottenne la corona nel 1720, per potersi fregiare di un titolo regio.
La storia coloniale d’Italia continua fino ad oggi, con forme ovviamente diverse ma comparabili: le dinamiche di frammentazione dell’amministrazione pubblica e il regionalismo differenziato, proposto sia da destra che “da sinistra”, possono essere lette anche in questo senso.
Favorire, in definitiva, le regioni core dell’accumulazione capitalista, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, andrebbe a inasprire ulteriormente quel processo di impoverimento e scientifica sottoproletarizzazione di intere aree del paese.
La questione è certo da esplorare con maggiore attenzione rispetto a queste poche righe, che vogliono essere, soprattutto, una provocazione ed uno stimolo alla riflessione. Il colonialismo italiano non è, infatti, il grande rimosso soltanto della retorica ufficiale: anche sinistra e movimenti troppo spesso hanno scientemente ignorato questi temi fondamentali.
Esistono, ad esempio, forze indipendentiste e genuinamente comuniste in Sardegna, ma a parte poche significative eccezioni (come a suo tempo la Democrazia Proletaria Sarda) gli italiani si sono rifiutati di dare anche il minimo riconoscimento a queste sensibilità.
Uno degli esempi più chiari viene di certo dalle dichiarazioni di Marco Rizzo che, durante la campagna elettorale delle ultime politiche, disse che la formula per rilanciare la Sardegna era una maggiore industrializzazione1.
Ma le industrie in Sardegna ci sono, basti pensare alla Sarlux di Moratti, oppure alla tristemente famosa fabbrica di bombe Rmw della tedesca Rheinmetal. Sono le industrie che mancano o è l’estroversione verso il continente di tante risorse produttive ad essere il problema?
La protesta dei pastori e gli sversamenti del latte, nel 2019, hanno messo sotto gli occhi di tutti proprio quel meccanismo neocoloniale che è la vendita di risorse a prezzi vantaggiosi soltanto per una parte, alla faccia di chi sostiene che i prezzi “si autoregolano nel libero mercato”.
Il processo di rimozione della questione coloniale italiana da parte della sinistra risale alla storia del PCI, vittima in parte anche di quella graduale socialdemocratizzazione che culminò nel compromesso storico berlingueriano.
Oggi ciò che resta dei movimenti italiani è decisamente esterofilo; si guarda a decine di esempi sparsi per il mondo di lotte e di modelli, ma non si guarda quasi mai in casa propria.
Questo momento in cui fioriscono le lotte antirazziste, mentre ci troviamo a dover riflettere su che tipo di Stato vogliamo costruire, dopo che l’epidemia di Covid-19 ha mostrato l’inadeguatezza del sistema vigente, è forse il miglior punto di partenza per rimettere in dubbio anche questi aspetti.
È fondamentale poter rimettere al centro, quindi, parole d’ordine di classe e che possano aggredire con forza anche la questione delle disparità interne, stimolare i movimenti affinché pongano un’alternativa di sistema forte, agire per confrontarsi con le forze dei territori. In questo modo sarà, forse, possibile mettere in campo percorsi che parlino di pianificazione economica e sociale fuori dalle pastoie coloniali del passato.
È una questione di volontà politica che l’attuale classe dirigente non può e non vuole raccogliere: troppi sono gli interessi economici, troppo importante anche da un punto di vista militare tenere sotto ricatto la popolazione di intere aree del paese e poter rifornire in questo modo esercito, polizia e carabinieri di giovani senza alternative lavorative.
Cambiare tutto significa anche aggredire le dinamiche coloniali interne italiane, senza dimenticare il ruolo svolto dall’Unione Europea in questo gioco perverso di impoverimento ed emigrazione tramite la policy del pareggio in bilancio e i tagli, che hanno ulteriormente massacrato la popolazione e aggravato la situazione di estroversione delle risorse.
Rompere con questo sistema oggi è una necessità, proposte come l’Alba Euromediterranea rappresentano alternative credibili, basandosi sulla solidarietà tra i popoli e non sulla competizione sfrenata.
Una sfida tutta da costruire e da cui non possiamo esimerci: rompere con il colonialismo italiano significa anche rompere con l’Unione Europea che di queste dinamiche si è fatta interprete, significa dire basta all’emigrazione, significa costruire un’alternativa sociale ed economica vera.
Per fare questo serve un’alternativa politica reale contro e fuori dalla mentalità coloniale che, anche a sinistra, ha fatto tanti e troppi danni.
Fonte
28/09/2019
Contro lo stato coloniale, la cassetta degli attrezzi di Gramsci
Abbiamo formulato a Cristiano Sabino, attivista sardo, ricercatore politico/sociale, impegnato nei vari movimenti di lotta antimilitaristi ed anticolonialisti, alcune domande sul dibattito in corso attorno agli “studi gramsciani”. Di Cristiano Sabino è prossimamente in uscita un saggio su Antonio Gramsci su cui ritorneremo più ampiamente appena il libro sarà disponibile.
Su Contropiano, nei mesi scorsi, è stata pubblicata una recensione ad un lavoro editoriale precedente di Cristiano.
Da anni – particolarmente fuori dalla “provincia Italia” – si è riaccesa l’attenzione sul pensiero teorico e politico di Antonio Gramsci. In America Latina ed in Asia fioriscono autori, scuole di pensiero e seminari di approfondimento che affrontano l’opera del “rivoluzionario sardo” collocandola, a vario titolo, nel crogiuolo delle contraddizioni della moderna contemporaneità capitalistica. Come interpreti questa interessante e rinnovata attenzione?
Gramsci è una miniera inestimabile di riflessioni e studi sulla società a noi contemporanea perché ne ha analizzato alcune direttrici portanti proprio nel momento in cui questa si andava formando. In particolare Gramsci ha individuato nel tema della “rivoluzione passiva” un tratto distintivo tipico delle società moderne, cioè delle società che sviluppano la modernità in maniera autoritaria ed escludente e che la impongono in maniera coloniale o semi coloniale alle porzioni di mondo che vengono assoggettate.
La rivoluzione passiva è lo strumento tramite il quale la modernità viene sviluppata solamente in senso tecnico e tecnologico ma i cui vantaggi riguardano solamente minoranze di oligarchi o di stati privilegiati a tutto svantaggio della maggioranza della popolazione e della maggioranza dei popoli del mondo.
È un tema – come si può facilmente intuire – assai attuale e dalle infinite applicazioni in diverse realtà del pianeta dove la modernità si è presentata appunto sotto la forma della modernizzazione forzata e dove in effetti spesso ad oggettivi progressi in campo tecnico, infrastrutturale e scientifico non coincideva affatto alcun avanzamento nel campo sociale e culturale dei subalterni.
Non è un caso se leggendo Fanon e Said – giusto per fare due nomi eccellenti – la riflessione di Gramsci sia sempre sotto traccia e in diverse aree dei continenti africano e asiatico siano sorte vere e proprie scuole teoriche che si rifanno a Gramsci (Post-Colonial Studies statunitensi e i Subaltern Studies indiani, in particolare con l’opera di Ranajt Guha che ne è il fondatore).
Per comprendere il successo e la permanenza dell’opera di Gramsci nella nostra età dobbiamo capire che non si tratta solo di questioni intellettuali e di correnti di studi, perché Gramsci non era un “intellettuale” nel senso che noi diamo oggi a questo termine. Gramsci era un rivoluzionario e la sua stessa concezione di filosofia è completamente orientata alla creazione, diffusione e affermazione di concezioni del mondo nuove e quindi rivoluzionarie.
La maggior parte degli intellettuali a noi contemporanei, a partire da quelli di sinistra, sarebbe derubricata da Gramsci come “lorianesimo”, una categoria sotto la quale Gramsci includeva tutti gli stanchi ripetitori di idee pigre, passive, conformiste e trasformiste prive di reale coraggio e creatività.
È del tutto normale che il pensiero di Gramsci attecchisca in quelle parti di mondo dove non proliferi questo genere di intellettuali da cortile narcotizzati e magnetizzati dal sistema delle corti imperiali in via di disfacimento. Gramsci attecchisce là dove sono possibili nuove esperienze politiche e soprattutto nuovi rapporti di scambio reciproco tra intellettuali e popolo e quindi nuove direzioni della storia sociale e nazionale.
Ha ragione Giuseppe Vacca quando scrive che «l’incontro [con Gramsci] è più fecondo quando concorre a originare nuovi progetti politici e una nuova idea della politica». A Gramsci si torna quando si ha reale bisogno di reinterpretare dinamiche conflittuali e quando una cultura nazionale debba fare i conti con le lacerazioni lasciate dalla propria tradizione, dalla sofferenza di una modernità calata dall’alto o quando gruppi subalterni abbiano maturato il desiderio di porre fine a tale subalternità uscendo dal livello «economico-corporativo» delle proprie rivendicazioni puntuali per creare nuove visioni del mondo.
Sta qui il senso della «filosofia della prassi» che mantiene vivo il suo pensiero al di là e nonostante la riduzione all’erudizione a cui il pensiero di Gramsci viene sottoposto da epigoni e accademici.
Non so in Italia, ma in Sardegna credo che da questo punto di vista ci sia un enorme bisogno di tornare a Gramsci e di attingere a piene mani dalla sua cassetta degli attrezzi.
È oramai palesemente evidente che per un lunghissimo ciclo del corso politico del nostro paese l’interpretazione di Gramsci – da parte del Partito Comunista Italiano e dei suoi addentellati accademici – è stata quella di rendere la figura di Antonio una icona inoffensiva la quale veniva usata ed abusata per “giustificare” scelte politiche e collocazioni di campo che debordavano da ogni possibile orizzonte di trasformazione sociale e di rottura rivoluzionaria. Questa eredità negativa pesa tutt’ora nel dibattito attorno a Gramsci (vedi il paludato ambiente dell’Istituto Gramsci) dove continua ad affermarsi una griglia interpretativa che nega la valenza innovativa e rivoluzionaria del comunista dell’Ordine Nuovo, della Rivoluzione in Occidente e di Americanismo e Fordismo. A tuo giudizio quali possono essere i canovacci teorici che il pensiero di Gramsci ci trasmette per le battaglie adatte alla contemporaneità capitalistica?
Come detto Gramsci temeva di diventare un «cencio inamidato», cioè un oggetto inerte da mostrare nelle grandi occasioni ma privo di quella conflittualità che rende vitale qualunque forma di essere storico. Non solo è da confermare che Gramsci è stato fortemente depotenziato nel messaggio del PCI e utilizzato da sapienti ermeneuti del partito come un riformista ante litteram, ma le tesi stesse del Partito che lui aveva o scritto (Lione 1926) o fortemente influenzato (Colonia 1931) sono state completamente archiviate e la loro memoria storica del tutto cancellata.
Non è un caso che negli anni '70 molti compagni e intellettuali rivoluzionari che contestavano il PCI da sinistra abbiano rifiutato Gramsci le cui tesi infatti non si rintracciano minimamente né nelle analisi, né soprattutto nelle pratiche dei movimenti della cosiddetta “nuova sinistra”.
Fu un errore gravissimo perché permise a quello che stava diventando il Partito Comunista di seppellire in una sorta di sarcofago dorato una testimonianza di metodo dialettico profondamente matura e rara. I gramsciani del PCI e seguenti (sono sopravvissuti molti di essi perfino all’estinzione del PCI e dei suoi epigoni) si sono comportati come gli aristotelici cristiani con Aristotele, inventando di sana piana un Gramsci tutto a immagine e somiglianza delle esigenze pratiche di un partito che aveva fatto della tattica parlamentare una dottrina ideologica e del processo rivoluzionario un feticcio mitico.
Molti di questi signori hanno persino distinto tra il Gramsci prima del carcere e quello dell’esperienza carceraria, non nel senso dei giusti e doverosi rilievi sul maturare della sua ricerca filosofica e politica, quanto sulla frattura tra un giovane Gramsci sardista, utopista e intemperante rivoluzionario e un Gramsci moderato, riformista, ostile ad ogni discorso di ribaltamento dei rapporti di forza.
Persino la dicitura “riforma intellettuale e morale” in luogo di “rivoluzione” è stata utilizzata a tal scopo distorcendo il senso profondo di questa categoria legata ai grandi sommovimenti della storia moderna (Riforma Luterana e Rivoluzione Francese con annessa ascesa del giacobinismo, solo per fare due esempi ricorrenti).
Ma questo esercizio di riduzione in formalina del metodo gramsciano fa parte del gioco e lui ne era perfettamente conscio perché non dimentichiamo che egli si era formato proprio nel periodo in cui il messaggio dei testi di Marx era stato completamente distorto dal determinismo della Seconda Internazionale e in particolare dal revisionismo di Bernstein e dal «rinnegato Kautsky» che oggi forse non ricorda più nessuno ma che erano allora i pontefici del marxismo in terra.
La produzione di Gramsci e “su Gramsci” è enorme. Che indicazione ti senti di offrire, da attivista politico e sociale, per addentrarsi in una possibile comprensione di questo autore?
Innanzitutto un consiglio ai giovani: mollate i libri e gli articoli su Gramsci – compreso il mio ovviamente – e leggete Gramsci. Prendetevi qualche mese per immergervi nei suoi testi e studiatelo con tutta la concentrazione e la profondità che riservereste al viaggio più importante, all’amore della vita, al lavoro dei vostri sogni. Gramsci lo si legge così, per imparare qualche citazione da piazzare sui social sull’indifferenza o sul capodanno è meglio lasciar perdere.
Riguardo ai “canovacci” diffiderei, perché credo che gli elementi vitali di Gramsci non consistano appunto in un quadro che riassume o riepiloga le scene fondamentali del suo pensiero. Io penso che sia altamente consigliabile acquisire il suo metodo di analisi ed indagine, gli strumenti di lettura che ci portano a considerare la realtà in maniera articolata e complessa, dinamica e storicamente viva, a rifiutare ogni semplificazione deterministica e ogni riduzione semplificata dei processi di trasformazione e rinnovamento a bignami rivoluzionari.
E ci aiutano soprattutto a identificare e comprendere la natura e la sostanza dei rapporti di subalternità ovunque e sotto qualunque spoglia essi si presentino. Così come Hegel è stato salvato dalle grinfie degli hegeliani da un non hegeliano (per lo meno non in senso stretto), Marx dai marxisti ortodossi da un marxista eretico come Lenin, forse qualcuno riuscirà a rimettere in circolazione Gramsci strappandolo dalla mortifera presa degli istituti Gramsci, dei professoroni di Gramsci, dei libroni su Gramsci e dei gramsciani di professione.
In tempi di accentuazione della contraddizione Nord/Sud a scala interna e continentale, mentre lievita la discussione su “Autonomia Differenziata” e nuova polarizzazione delle disuguaglianze economiche e sociali, anche sul versante del territorio, quali possono essere i termini utili della “Questione Meridionale” (aggiungerei Mediterranea, nella fase del costruendo polo imperialista europeo) – che Antonio Gramsci sapientemente elaborò in contesti storici difficili – i quali tornano attuali per la nostra prospettiva di emancipazione e di liberazione dagli attuali rapporti sociali?
In un articolo del 1920 su Ordine Nuovo intitolato Operai e Contadini Gramsci ci dice come la pensa sul rapporto nord-sud-Sicilia e Sardegna (Gramsci differenziava sempre tra il sud e le due isole):
«La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento; il proletario settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitú capitalistica, emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca e all’industrialismo parassitario del Settentrione»
Su questo concetto Gramsci ha lavorato tutta la vita, da questa intuizione egli ha tratto alcune elaborazioni fondamentali:
1) Lo stato italiano «si è costituito imperialisticamente» e il cosiddetto Risorgimento non è altro che una rivoluzione passiva fondata sull’assoggettamento coloniale prima della Sardegna e poi del sud Italia e della Sicilia;
2) Al blocco (storico) di industriali del nord e agrari del sud si sarebbe dovuto contrapporre un blocco altrettanto ferreo tra operai del nord e contadini del sud. Solo così la decolonizzazione avrebbe avuto successo;
3) Il Partito Comunista d’Italia (e non Partito Comunista Italiano – e in quel “d’Italia” sta tutta l’enorme antitesi tra i due progetti) sarebbe dovuto essere il collante storico della decolonizzazione del meridione che, in fin dei conti, è per Gramsci una questione coloniale.
Nei giorni dell’arresto di Gramsci, in seguito alle leggi fascistissime, Gramsci stava lavorando proprio su questi temi. Ve lo immaginate oggi un dirigente intellettuale che con il fascismo al potere invece di invocare fronti uniti per battere le destre a scapito di qualunque contenuto progressivo si mette a studiare il rapporto coloniale che una parte dello stato intrattiene con le aree marginalizzate, spoliate e forzosamente acculturate?
Il manoscritto Alcuni temi della quistione meridionale andò smarrito nei giorni dell’arresto di Gramsci e fu ritrovato da Camilla Ravera tra le carte abbandonate nell’abitazione di via Morgagni e pubblicato solo nel gennaio 1930 a Parigi nella rivista Stato Operaio. Lo scritto non era completo, ma in nuce sono contenuti i temi centrali poi sviluppati nei Quaderni. Possiamo anzi dire che molti dei temi contenuti nei Quaderni non sono altro che lo svolgimento paziente e organico di questo testo.
Il ragionamento parte proprio da un incipit polemico rivolto contro gli autori della rivista Quarto Stato e con la citazione proprio del testo citato sopra sul Settentrione che soggioga il meridione e le isole riducendole a «colonie di sfruttamento».
Sette anni dopo, nei giorni in cui il fascismo era all’avvento, in riferimento al carattere coloniale del capitalismo italiano Gramsci scriveva quanto segue: «sono passati sette anni e noi siamo più anziani di sette anni anche politicamente»; qualche concetto potrebbe essere oggi espresso meglio, potrebbe e dovrebbe essere meglio distinto il periodo immediatamente successivo alla conquista dello Stato, caratterizzato dal semplice controllo operaio sull’industria, dai periodi successivi.
Ma quello che importa notare qui è che il concetto fondamentale dei comunisti torinesi non è stato la “formula magica” della divisione del latifondo, ma quello della alleanza politica tra operai del Nord e contadini del Sud per rovesciare la borghesia dal potere di Stato».
Decolonizzazione e lotta per la società socialista per Gramsci vanno di pari passo e sono aspetti della stessa medaglia.
Questo è importante da un lato perché ci aiuta a capire la genesi intellettuale e politica delle Tesi di Lione e di Colonia che riportano la eco di questa impostazione e addirittura la sviluppano fino al riconoscimento del «diritto all’autodeterminazione fino alla separazione» delle repubbliche confederate (Nord, Sud, Sicilia e Sardegna), dall’altro ci rende intellegibile come e perché Gramsci sia stato recepito dai Subaltern Studies.
Per quanto riguarda la condizione di subalternità della Sardegna (ma non solo, viaggiando e discutendo con tante realtà del sud e della Sicilia proprio di questi temi mi sono reso conto come in realtà la sofferenza coloniale del sud, della Sardegna e della Sicilia descritta da Gramsci sia solo cambiata di segno ma nella sostanza rimanga inalterata nonostante la forma repubblicana della dominazione che subiamo) credo che dobbiamo avere il coraggio di tornare a Gramsci e alla sua lettura.
Ovviamente non è riproponibile il nesso operai-contadini così come lo descriveva lui in tempi e contesti profondamente diversi e non è nemmeno riutilizzabile l’idea che la liberazione di una classe, fra l’altro geograficamente localizzabile, aiuterà tutti a liberarsi dai ceppi del capitalismo-colonialismo.
Ma sul piatto della nostra bilancia non ci sono formulette, intellettuali organici precostruiti la cui massima aspirazione è quella di mettere capo ad una pseudo repubblica pseudo antifascista fondata sullo pseudo lavoro e misticamente unita e indivisibile in sæcula sæculorum.
Sul piatto della nostra prospettiva di emancipazione e di liberazione dagli attuali rapporti sociali c’è l’idea che i rapporti di subalternità (tutti, da quello classico capitale-lavoro a quelli coloniali insiti nel contesto di un medesimo stato a quelli su cui si fondano i vincoli di austerità dell’Unione Europea e le glaciali logiche della ragione ultra liberale) vadano spezzati e il tavolo su cui si poggiano apparecchiato con corredo democratico, plurale, tollerante, civile e rispettoso delle differenze e delle minoranze, vada rovesciato. Con intelligenza, lungimiranza, senso della storia certo, ma sempre di un necessario rovesciamento stiamo parlando.
Nella tua ricerca neghi – a mio giudizio a ragione – la mistificante narrazione che vorrebbe Gramsci come un autore del lungo “risorgimento italiano”. Puoi articolare questa tua chiave interpretativa e descrivere meglio i tratti peculiari dell’attitudine gramsciana su questo versante della “storia nazionale”?
Per Gramsci il Risorgimento italiano era un caso emblematico di Rivoluzione Passiva e per questo lo stato italiano – che si regge su rapporti coloniali interni prima che esterni – tende naturalmente al fascismo, altro caso emblematico di Rivoluzione Passiva.
Risorgimento, colonialismo interno e fascismo sono tre fasi del medesimo processo, le loro conseguenze nefaste non sono separabili e non si tratta di errori o di parentesi buie archiviabili e correggibili come invece sosteneva Benedetto Croce.
La cosa curiosa è che anche i migliori gramsciani, quelli che meglio mettono in luce gli aspetti antideterministici del suo pensiero e della sua azione e che non riducono Gramsci ad un intellettuale astratto deprivandolo di tutti i suoi contenuti di classe, quando si discute di queste cose staccano la spina e vanno come in trance.
Succede per esempio ad un mio connazionale abbastanza quotato nella scena neogramsciana e autore di un bellissimo libro appena sfornato dal Brasile dove è professore di Filosofia politica alla Universidade Federal de Uberlandia, “Antonio Gramsci. L’uomo Filosofo”. Sul suo blog è sempre reperibile un interessante articolo intitolato Questione meridionale e questione sarda. I temi dell’Autonomia e l’elaborazione dei Comunisti pubblicato il giugno del 2011.
Qui il mio connazionale fa delle giravolte deterministiche veramente magistrali pur di fare aderire il pensiero e soprattutto il metodo di Gramsci al fatale destino di fusione permanete e definitiva della Sardegna con la Repubblica italiana.
Fresu, solitamente preciso e puntuale nell’opera di storicizzazione e ricostruzione del dibattito storiografico comunista, scrive quanto segue senza sentire il bisogno di far notare quanto queste posizioni fossero in completa e aperta antitesi non solo con la linea di Gramsci pocanzi descritta, ma con le tesi stessi del PCd’I degli anni Venti e Trenta:
«Bisogna infatti ricordare che nel dibattito dell’Assemblea costituente la posizione del PCI era più orientata verso il municipalismo, che rivendicava la continuità storica con la tradizione dei Comuni e intendeva mettere a valore il patrimonio delle «cento città». Secondo quella posizione, la creazione di una struttura federale o a forte regionalismo avrebbe invece portato al consolidarsi dei blocchi di potere che dominavano il Mezzogiorno acuendo la frattura tra Nord e Sud, ma soprattutto avrebbe impedito l’attuazione organica ed omogenea delle riforme a carattere generale, le cosiddette «riforme di struttura». Dunque solo per Sardegna e Sicilia si prevedeva un ipotesi di specialità nell’attribuzione di competenze, facendo però salva la capacità impositiva e d’intervento dello Stato, che era ritenuto il solo organo capace di reperire le risorse e approntare gli strumenti per le profonde trasformazioni economiche e sociali che le due Isole necessitavano»
Le famose cento città sarde! I famosi “comuni sardi”! Tutta l’elaborazione gramsciana sulla questione meridionale come questione coloniale: cancellata! Federazione di quattro repubbliche: cancellata! Scioglimento della questione coloniale: rimosso. La Repubblica federale degli operai e dei contadini diventa un generico «Stato, che era ritenuto il solo organo capace di reperire le risorse e approntare gli strumenti per le profonde trasformazioni economiche e sociali che le due Isole necessitavano».
Sta proprio qui il segno eclatante della mutazione genetica del pensiero di Gramsci sulla tanto citata “questione meridionale”: quella che in tutta l’attività e l’analisi del rivoluzionario sardo era una questione legata alla genesi dello Stato costituitosi in maniera imperiale e coloniale (Risorgimento, democrazia autoritaria di Crispi e poi il Fascismo) e che sarebbe stata sciolta soltanto da un’azione congiunta di tutte le forze economiche, sociali e politiche rivoluzionarie (comprese le istanze popolari che avevano dato vita al Partito Sardo), diventa nei gramsciani capitanati oggi da Fresu una questione astratta risolvibile dall’azione di una forma stato intesa come forza super partes che dall’alto avrebbe garantito le trasformazioni economiche e sociali necessarie per realizzare il bene della Sardegna.
Insomma, senza voler oltremodo annoiare e anticipare temi che tratterò in maniera più puntuale in un mio prossimo lavoro, all’insegna del gramscismo si è velocemente passati da un pensiero immanente, rivoluzionario, dialettico, storicistico ad una sorta di dispotismo illuminato che concepisce la Repubblica come buon padre che pensa al bene dei subalterni sub specie aeternitatis e che fa spallucce a quanti ricordano che la sostanza dello sfruttamento e dell’assoggettamento del Settentrione capitalista e colonialista verso il sud, la Sicilia e la Sardegna non è affatto cambiata e che anzi è in forte fase di recrudescenza.
Dietro tante belle parole e giri di valzer retorici si nasconde una idea di Gramsci come di un Garibaldi un po’ più colto e meno folkloristico che sta però a garanzia dei sacri valori dei numi patrii dello stato indivisibile e intoccabile. Insomma proprio quel cencio inamidato che Gramsci temeva di diventare.
Fonte
Su Contropiano, nei mesi scorsi, è stata pubblicata una recensione ad un lavoro editoriale precedente di Cristiano.
Da anni – particolarmente fuori dalla “provincia Italia” – si è riaccesa l’attenzione sul pensiero teorico e politico di Antonio Gramsci. In America Latina ed in Asia fioriscono autori, scuole di pensiero e seminari di approfondimento che affrontano l’opera del “rivoluzionario sardo” collocandola, a vario titolo, nel crogiuolo delle contraddizioni della moderna contemporaneità capitalistica. Come interpreti questa interessante e rinnovata attenzione?
Gramsci è una miniera inestimabile di riflessioni e studi sulla società a noi contemporanea perché ne ha analizzato alcune direttrici portanti proprio nel momento in cui questa si andava formando. In particolare Gramsci ha individuato nel tema della “rivoluzione passiva” un tratto distintivo tipico delle società moderne, cioè delle società che sviluppano la modernità in maniera autoritaria ed escludente e che la impongono in maniera coloniale o semi coloniale alle porzioni di mondo che vengono assoggettate.
La rivoluzione passiva è lo strumento tramite il quale la modernità viene sviluppata solamente in senso tecnico e tecnologico ma i cui vantaggi riguardano solamente minoranze di oligarchi o di stati privilegiati a tutto svantaggio della maggioranza della popolazione e della maggioranza dei popoli del mondo.
È un tema – come si può facilmente intuire – assai attuale e dalle infinite applicazioni in diverse realtà del pianeta dove la modernità si è presentata appunto sotto la forma della modernizzazione forzata e dove in effetti spesso ad oggettivi progressi in campo tecnico, infrastrutturale e scientifico non coincideva affatto alcun avanzamento nel campo sociale e culturale dei subalterni.
Non è un caso se leggendo Fanon e Said – giusto per fare due nomi eccellenti – la riflessione di Gramsci sia sempre sotto traccia e in diverse aree dei continenti africano e asiatico siano sorte vere e proprie scuole teoriche che si rifanno a Gramsci (Post-Colonial Studies statunitensi e i Subaltern Studies indiani, in particolare con l’opera di Ranajt Guha che ne è il fondatore).
Per comprendere il successo e la permanenza dell’opera di Gramsci nella nostra età dobbiamo capire che non si tratta solo di questioni intellettuali e di correnti di studi, perché Gramsci non era un “intellettuale” nel senso che noi diamo oggi a questo termine. Gramsci era un rivoluzionario e la sua stessa concezione di filosofia è completamente orientata alla creazione, diffusione e affermazione di concezioni del mondo nuove e quindi rivoluzionarie.
La maggior parte degli intellettuali a noi contemporanei, a partire da quelli di sinistra, sarebbe derubricata da Gramsci come “lorianesimo”, una categoria sotto la quale Gramsci includeva tutti gli stanchi ripetitori di idee pigre, passive, conformiste e trasformiste prive di reale coraggio e creatività.
È del tutto normale che il pensiero di Gramsci attecchisca in quelle parti di mondo dove non proliferi questo genere di intellettuali da cortile narcotizzati e magnetizzati dal sistema delle corti imperiali in via di disfacimento. Gramsci attecchisce là dove sono possibili nuove esperienze politiche e soprattutto nuovi rapporti di scambio reciproco tra intellettuali e popolo e quindi nuove direzioni della storia sociale e nazionale.
Ha ragione Giuseppe Vacca quando scrive che «l’incontro [con Gramsci] è più fecondo quando concorre a originare nuovi progetti politici e una nuova idea della politica». A Gramsci si torna quando si ha reale bisogno di reinterpretare dinamiche conflittuali e quando una cultura nazionale debba fare i conti con le lacerazioni lasciate dalla propria tradizione, dalla sofferenza di una modernità calata dall’alto o quando gruppi subalterni abbiano maturato il desiderio di porre fine a tale subalternità uscendo dal livello «economico-corporativo» delle proprie rivendicazioni puntuali per creare nuove visioni del mondo.
Sta qui il senso della «filosofia della prassi» che mantiene vivo il suo pensiero al di là e nonostante la riduzione all’erudizione a cui il pensiero di Gramsci viene sottoposto da epigoni e accademici.
Non so in Italia, ma in Sardegna credo che da questo punto di vista ci sia un enorme bisogno di tornare a Gramsci e di attingere a piene mani dalla sua cassetta degli attrezzi.
È oramai palesemente evidente che per un lunghissimo ciclo del corso politico del nostro paese l’interpretazione di Gramsci – da parte del Partito Comunista Italiano e dei suoi addentellati accademici – è stata quella di rendere la figura di Antonio una icona inoffensiva la quale veniva usata ed abusata per “giustificare” scelte politiche e collocazioni di campo che debordavano da ogni possibile orizzonte di trasformazione sociale e di rottura rivoluzionaria. Questa eredità negativa pesa tutt’ora nel dibattito attorno a Gramsci (vedi il paludato ambiente dell’Istituto Gramsci) dove continua ad affermarsi una griglia interpretativa che nega la valenza innovativa e rivoluzionaria del comunista dell’Ordine Nuovo, della Rivoluzione in Occidente e di Americanismo e Fordismo. A tuo giudizio quali possono essere i canovacci teorici che il pensiero di Gramsci ci trasmette per le battaglie adatte alla contemporaneità capitalistica?
Come detto Gramsci temeva di diventare un «cencio inamidato», cioè un oggetto inerte da mostrare nelle grandi occasioni ma privo di quella conflittualità che rende vitale qualunque forma di essere storico. Non solo è da confermare che Gramsci è stato fortemente depotenziato nel messaggio del PCI e utilizzato da sapienti ermeneuti del partito come un riformista ante litteram, ma le tesi stesse del Partito che lui aveva o scritto (Lione 1926) o fortemente influenzato (Colonia 1931) sono state completamente archiviate e la loro memoria storica del tutto cancellata.
Non è un caso che negli anni '70 molti compagni e intellettuali rivoluzionari che contestavano il PCI da sinistra abbiano rifiutato Gramsci le cui tesi infatti non si rintracciano minimamente né nelle analisi, né soprattutto nelle pratiche dei movimenti della cosiddetta “nuova sinistra”.
Fu un errore gravissimo perché permise a quello che stava diventando il Partito Comunista di seppellire in una sorta di sarcofago dorato una testimonianza di metodo dialettico profondamente matura e rara. I gramsciani del PCI e seguenti (sono sopravvissuti molti di essi perfino all’estinzione del PCI e dei suoi epigoni) si sono comportati come gli aristotelici cristiani con Aristotele, inventando di sana piana un Gramsci tutto a immagine e somiglianza delle esigenze pratiche di un partito che aveva fatto della tattica parlamentare una dottrina ideologica e del processo rivoluzionario un feticcio mitico.
Molti di questi signori hanno persino distinto tra il Gramsci prima del carcere e quello dell’esperienza carceraria, non nel senso dei giusti e doverosi rilievi sul maturare della sua ricerca filosofica e politica, quanto sulla frattura tra un giovane Gramsci sardista, utopista e intemperante rivoluzionario e un Gramsci moderato, riformista, ostile ad ogni discorso di ribaltamento dei rapporti di forza.
Persino la dicitura “riforma intellettuale e morale” in luogo di “rivoluzione” è stata utilizzata a tal scopo distorcendo il senso profondo di questa categoria legata ai grandi sommovimenti della storia moderna (Riforma Luterana e Rivoluzione Francese con annessa ascesa del giacobinismo, solo per fare due esempi ricorrenti).
Ma questo esercizio di riduzione in formalina del metodo gramsciano fa parte del gioco e lui ne era perfettamente conscio perché non dimentichiamo che egli si era formato proprio nel periodo in cui il messaggio dei testi di Marx era stato completamente distorto dal determinismo della Seconda Internazionale e in particolare dal revisionismo di Bernstein e dal «rinnegato Kautsky» che oggi forse non ricorda più nessuno ma che erano allora i pontefici del marxismo in terra.
La produzione di Gramsci e “su Gramsci” è enorme. Che indicazione ti senti di offrire, da attivista politico e sociale, per addentrarsi in una possibile comprensione di questo autore?
Innanzitutto un consiglio ai giovani: mollate i libri e gli articoli su Gramsci – compreso il mio ovviamente – e leggete Gramsci. Prendetevi qualche mese per immergervi nei suoi testi e studiatelo con tutta la concentrazione e la profondità che riservereste al viaggio più importante, all’amore della vita, al lavoro dei vostri sogni. Gramsci lo si legge così, per imparare qualche citazione da piazzare sui social sull’indifferenza o sul capodanno è meglio lasciar perdere.
Riguardo ai “canovacci” diffiderei, perché credo che gli elementi vitali di Gramsci non consistano appunto in un quadro che riassume o riepiloga le scene fondamentali del suo pensiero. Io penso che sia altamente consigliabile acquisire il suo metodo di analisi ed indagine, gli strumenti di lettura che ci portano a considerare la realtà in maniera articolata e complessa, dinamica e storicamente viva, a rifiutare ogni semplificazione deterministica e ogni riduzione semplificata dei processi di trasformazione e rinnovamento a bignami rivoluzionari.
E ci aiutano soprattutto a identificare e comprendere la natura e la sostanza dei rapporti di subalternità ovunque e sotto qualunque spoglia essi si presentino. Così come Hegel è stato salvato dalle grinfie degli hegeliani da un non hegeliano (per lo meno non in senso stretto), Marx dai marxisti ortodossi da un marxista eretico come Lenin, forse qualcuno riuscirà a rimettere in circolazione Gramsci strappandolo dalla mortifera presa degli istituti Gramsci, dei professoroni di Gramsci, dei libroni su Gramsci e dei gramsciani di professione.
In tempi di accentuazione della contraddizione Nord/Sud a scala interna e continentale, mentre lievita la discussione su “Autonomia Differenziata” e nuova polarizzazione delle disuguaglianze economiche e sociali, anche sul versante del territorio, quali possono essere i termini utili della “Questione Meridionale” (aggiungerei Mediterranea, nella fase del costruendo polo imperialista europeo) – che Antonio Gramsci sapientemente elaborò in contesti storici difficili – i quali tornano attuali per la nostra prospettiva di emancipazione e di liberazione dagli attuali rapporti sociali?
In un articolo del 1920 su Ordine Nuovo intitolato Operai e Contadini Gramsci ci dice come la pensa sul rapporto nord-sud-Sicilia e Sardegna (Gramsci differenziava sempre tra il sud e le due isole):
«La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento; il proletario settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitú capitalistica, emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca e all’industrialismo parassitario del Settentrione»
Su questo concetto Gramsci ha lavorato tutta la vita, da questa intuizione egli ha tratto alcune elaborazioni fondamentali:
1) Lo stato italiano «si è costituito imperialisticamente» e il cosiddetto Risorgimento non è altro che una rivoluzione passiva fondata sull’assoggettamento coloniale prima della Sardegna e poi del sud Italia e della Sicilia;
2) Al blocco (storico) di industriali del nord e agrari del sud si sarebbe dovuto contrapporre un blocco altrettanto ferreo tra operai del nord e contadini del sud. Solo così la decolonizzazione avrebbe avuto successo;
3) Il Partito Comunista d’Italia (e non Partito Comunista Italiano – e in quel “d’Italia” sta tutta l’enorme antitesi tra i due progetti) sarebbe dovuto essere il collante storico della decolonizzazione del meridione che, in fin dei conti, è per Gramsci una questione coloniale.
Nei giorni dell’arresto di Gramsci, in seguito alle leggi fascistissime, Gramsci stava lavorando proprio su questi temi. Ve lo immaginate oggi un dirigente intellettuale che con il fascismo al potere invece di invocare fronti uniti per battere le destre a scapito di qualunque contenuto progressivo si mette a studiare il rapporto coloniale che una parte dello stato intrattiene con le aree marginalizzate, spoliate e forzosamente acculturate?
Il manoscritto Alcuni temi della quistione meridionale andò smarrito nei giorni dell’arresto di Gramsci e fu ritrovato da Camilla Ravera tra le carte abbandonate nell’abitazione di via Morgagni e pubblicato solo nel gennaio 1930 a Parigi nella rivista Stato Operaio. Lo scritto non era completo, ma in nuce sono contenuti i temi centrali poi sviluppati nei Quaderni. Possiamo anzi dire che molti dei temi contenuti nei Quaderni non sono altro che lo svolgimento paziente e organico di questo testo.
Il ragionamento parte proprio da un incipit polemico rivolto contro gli autori della rivista Quarto Stato e con la citazione proprio del testo citato sopra sul Settentrione che soggioga il meridione e le isole riducendole a «colonie di sfruttamento».
Sette anni dopo, nei giorni in cui il fascismo era all’avvento, in riferimento al carattere coloniale del capitalismo italiano Gramsci scriveva quanto segue: «sono passati sette anni e noi siamo più anziani di sette anni anche politicamente»; qualche concetto potrebbe essere oggi espresso meglio, potrebbe e dovrebbe essere meglio distinto il periodo immediatamente successivo alla conquista dello Stato, caratterizzato dal semplice controllo operaio sull’industria, dai periodi successivi.
Ma quello che importa notare qui è che il concetto fondamentale dei comunisti torinesi non è stato la “formula magica” della divisione del latifondo, ma quello della alleanza politica tra operai del Nord e contadini del Sud per rovesciare la borghesia dal potere di Stato».
Decolonizzazione e lotta per la società socialista per Gramsci vanno di pari passo e sono aspetti della stessa medaglia.
Questo è importante da un lato perché ci aiuta a capire la genesi intellettuale e politica delle Tesi di Lione e di Colonia che riportano la eco di questa impostazione e addirittura la sviluppano fino al riconoscimento del «diritto all’autodeterminazione fino alla separazione» delle repubbliche confederate (Nord, Sud, Sicilia e Sardegna), dall’altro ci rende intellegibile come e perché Gramsci sia stato recepito dai Subaltern Studies.
Per quanto riguarda la condizione di subalternità della Sardegna (ma non solo, viaggiando e discutendo con tante realtà del sud e della Sicilia proprio di questi temi mi sono reso conto come in realtà la sofferenza coloniale del sud, della Sardegna e della Sicilia descritta da Gramsci sia solo cambiata di segno ma nella sostanza rimanga inalterata nonostante la forma repubblicana della dominazione che subiamo) credo che dobbiamo avere il coraggio di tornare a Gramsci e alla sua lettura.
Ovviamente non è riproponibile il nesso operai-contadini così come lo descriveva lui in tempi e contesti profondamente diversi e non è nemmeno riutilizzabile l’idea che la liberazione di una classe, fra l’altro geograficamente localizzabile, aiuterà tutti a liberarsi dai ceppi del capitalismo-colonialismo.
Ma sul piatto della nostra bilancia non ci sono formulette, intellettuali organici precostruiti la cui massima aspirazione è quella di mettere capo ad una pseudo repubblica pseudo antifascista fondata sullo pseudo lavoro e misticamente unita e indivisibile in sæcula sæculorum.
Sul piatto della nostra prospettiva di emancipazione e di liberazione dagli attuali rapporti sociali c’è l’idea che i rapporti di subalternità (tutti, da quello classico capitale-lavoro a quelli coloniali insiti nel contesto di un medesimo stato a quelli su cui si fondano i vincoli di austerità dell’Unione Europea e le glaciali logiche della ragione ultra liberale) vadano spezzati e il tavolo su cui si poggiano apparecchiato con corredo democratico, plurale, tollerante, civile e rispettoso delle differenze e delle minoranze, vada rovesciato. Con intelligenza, lungimiranza, senso della storia certo, ma sempre di un necessario rovesciamento stiamo parlando.
Nella tua ricerca neghi – a mio giudizio a ragione – la mistificante narrazione che vorrebbe Gramsci come un autore del lungo “risorgimento italiano”. Puoi articolare questa tua chiave interpretativa e descrivere meglio i tratti peculiari dell’attitudine gramsciana su questo versante della “storia nazionale”?
Per Gramsci il Risorgimento italiano era un caso emblematico di Rivoluzione Passiva e per questo lo stato italiano – che si regge su rapporti coloniali interni prima che esterni – tende naturalmente al fascismo, altro caso emblematico di Rivoluzione Passiva.
Risorgimento, colonialismo interno e fascismo sono tre fasi del medesimo processo, le loro conseguenze nefaste non sono separabili e non si tratta di errori o di parentesi buie archiviabili e correggibili come invece sosteneva Benedetto Croce.
La cosa curiosa è che anche i migliori gramsciani, quelli che meglio mettono in luce gli aspetti antideterministici del suo pensiero e della sua azione e che non riducono Gramsci ad un intellettuale astratto deprivandolo di tutti i suoi contenuti di classe, quando si discute di queste cose staccano la spina e vanno come in trance.
Succede per esempio ad un mio connazionale abbastanza quotato nella scena neogramsciana e autore di un bellissimo libro appena sfornato dal Brasile dove è professore di Filosofia politica alla Universidade Federal de Uberlandia, “Antonio Gramsci. L’uomo Filosofo”. Sul suo blog è sempre reperibile un interessante articolo intitolato Questione meridionale e questione sarda. I temi dell’Autonomia e l’elaborazione dei Comunisti pubblicato il giugno del 2011.
Qui il mio connazionale fa delle giravolte deterministiche veramente magistrali pur di fare aderire il pensiero e soprattutto il metodo di Gramsci al fatale destino di fusione permanete e definitiva della Sardegna con la Repubblica italiana.
Fresu, solitamente preciso e puntuale nell’opera di storicizzazione e ricostruzione del dibattito storiografico comunista, scrive quanto segue senza sentire il bisogno di far notare quanto queste posizioni fossero in completa e aperta antitesi non solo con la linea di Gramsci pocanzi descritta, ma con le tesi stessi del PCd’I degli anni Venti e Trenta:
«Bisogna infatti ricordare che nel dibattito dell’Assemblea costituente la posizione del PCI era più orientata verso il municipalismo, che rivendicava la continuità storica con la tradizione dei Comuni e intendeva mettere a valore il patrimonio delle «cento città». Secondo quella posizione, la creazione di una struttura federale o a forte regionalismo avrebbe invece portato al consolidarsi dei blocchi di potere che dominavano il Mezzogiorno acuendo la frattura tra Nord e Sud, ma soprattutto avrebbe impedito l’attuazione organica ed omogenea delle riforme a carattere generale, le cosiddette «riforme di struttura». Dunque solo per Sardegna e Sicilia si prevedeva un ipotesi di specialità nell’attribuzione di competenze, facendo però salva la capacità impositiva e d’intervento dello Stato, che era ritenuto il solo organo capace di reperire le risorse e approntare gli strumenti per le profonde trasformazioni economiche e sociali che le due Isole necessitavano»
Le famose cento città sarde! I famosi “comuni sardi”! Tutta l’elaborazione gramsciana sulla questione meridionale come questione coloniale: cancellata! Federazione di quattro repubbliche: cancellata! Scioglimento della questione coloniale: rimosso. La Repubblica federale degli operai e dei contadini diventa un generico «Stato, che era ritenuto il solo organo capace di reperire le risorse e approntare gli strumenti per le profonde trasformazioni economiche e sociali che le due Isole necessitavano».
Sta proprio qui il segno eclatante della mutazione genetica del pensiero di Gramsci sulla tanto citata “questione meridionale”: quella che in tutta l’attività e l’analisi del rivoluzionario sardo era una questione legata alla genesi dello Stato costituitosi in maniera imperiale e coloniale (Risorgimento, democrazia autoritaria di Crispi e poi il Fascismo) e che sarebbe stata sciolta soltanto da un’azione congiunta di tutte le forze economiche, sociali e politiche rivoluzionarie (comprese le istanze popolari che avevano dato vita al Partito Sardo), diventa nei gramsciani capitanati oggi da Fresu una questione astratta risolvibile dall’azione di una forma stato intesa come forza super partes che dall’alto avrebbe garantito le trasformazioni economiche e sociali necessarie per realizzare il bene della Sardegna.
Insomma, senza voler oltremodo annoiare e anticipare temi che tratterò in maniera più puntuale in un mio prossimo lavoro, all’insegna del gramscismo si è velocemente passati da un pensiero immanente, rivoluzionario, dialettico, storicistico ad una sorta di dispotismo illuminato che concepisce la Repubblica come buon padre che pensa al bene dei subalterni sub specie aeternitatis e che fa spallucce a quanti ricordano che la sostanza dello sfruttamento e dell’assoggettamento del Settentrione capitalista e colonialista verso il sud, la Sicilia e la Sardegna non è affatto cambiata e che anzi è in forte fase di recrudescenza.
Dietro tante belle parole e giri di valzer retorici si nasconde una idea di Gramsci come di un Garibaldi un po’ più colto e meno folkloristico che sta però a garanzia dei sacri valori dei numi patrii dello stato indivisibile e intoccabile. Insomma proprio quel cencio inamidato che Gramsci temeva di diventare.
Fonte
04/08/2019
Rinascita del Sud e questione Mediterranea
La pubblicazione delle anticipazioni del rapporto SVIMEZ hanno dato la stura (purtroppo) all’abituale cahiers de doléances che descrive periodicamente il costante peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro nel Sud.
Da tempo non solo lo SVIMEZ ma anche tutti gli istituti di rilevazione statistica fotografano la pesante permanenza di quella (storica) questione/contraddizione meridionale che si conferma come dato strutturale dei vigenti rapporti sociali e per di più – come affermano gli stessi ricercatori dello SVIMEZ – configura quel “doppio binario” con la contemporanea dinamica economica e sociale continentale.
Bene ha fatto Stefano Porcari – su Contropiano.org – ad elencare i punti salienti del campanello d’allarme suonato dallo SVIMEZ, rilanciando e commentando questa anticipazione.
Ma, ad onor del vero, dobbiamo registrare che tutta la stampa ha dato risalto a questo vero e proprio allarme sociale su cui occorre aprire una discussione pubblica ampia ed articolata, adeguata alla complessità e alla gravità dell’insieme delle questioni inerenti tale caratteristica dello sviluppo capitalistico nel nostro paese.
Evidentemente le teste d’uovo dell’economia e della finanza hanno preso atto che – con buona pace di tutte le cortine fumogene propagandistiche diffuse periodicamente – l’accentuarsi della questione/contraddizione meridionale potrà alimentare distorsioni economiche e relative conseguenze sociali i cui esiti, specie nel medio/lungo periodo, non potranno essere interamente prevedibili e, quindi, gestibili con le normali forme della governance finora conosciute.
Del resto tutta la querelle sull’Autonomia Differenziata (comunque declinata: da quella hard dei governatori del Nord/Italia alla versione soft, come quella avanzata dal governatore della Campania, Vincenzo De Luca) prefigura la perpetuazione del complesso dei dispositivi di rapina (neo-coloniale) che hanno manomesso il Meridione, determinando quei risultati antisociali che l’articolo di Porcari mette in evidenza. Una dinamica che l’azione dei settori più avveduti della borghesia continentale e della loro forma politica (l’Unione Europea) hanno ulteriormente accentuato, non solo in Italia ma anche negli altri paesi dell’Eurozona.
Anzi – come è oramai noto non solo negli ambienti militanti – è la complessiva azione di centralizzazione/concentrazione di capitali che la UE favorisce, nel suo procedere verso la costruzione del polo imperialista continentale, che rafforza i meccanismi di spoliazione e di sconvolgimento delle aree cosiddette arretrate nei singoli paesi, accentuando e cristallizzando il divario Nord/Sud con le relative polarizzazioni e disuguaglianze.
Si tratta, dunque, di cominciare ad interpretare gli abituali dati dello SVIMEZ in un quadrante geopolitico più ampio e – conseguentemente – prendere consapevolezza che qualsivoglia auspicio di riscatto/rinascita del Meridione non potrà avvenire dentro la gabbia dell’Unione Europea.
Un convincimento che dovrebbe rafforzarsi ancora di più se – correttamente – consideriamo che gli scenari economici internazionali che si approssimano sono segnati dall’aggravarsi delle forme di competizione monetaria, di accentuata concorrenza globale e di nuove turbolenze derivanti dal corso generale della crisi capitalistica.
Ritorna, allora, in maniera oggettiva e materialmente evidente la questione della necessità della rottura con questo parossistico meccanismo di coazione a ripetere che – nel Sud/Italia, ma anche negli altri paesi – sta determinando ferite sociali e fenomeni di disgregazione culturale, economica e territoriale che penalizzano, prioritariamente, le giovani generazioni.
Iniziare ad intercettare ed organizzare i settori sociali colpiti da queste politiche neo/coloniali mettendo in discussione i Trattati Europei, le compatibilità dei tetti di spesa e l’intera strumentazione antipopolare derivante dall’Unione Europea e dall’Euro, non sono più obiettivi immaginifici ma – alla luce della nuova dimensione delle condizioni dei settori popolari – possono costituire quel programma minimo su cui costruire orientamento, mobilitazione, vertenzialità e conflitto.
Da questo versante dell’azione politica, sociale e sindacale – sicuramente controcorrente e di non facile costruzione – apre la prospettiva di configurare/progettare una diversa collocazione geopolitica del nostro paese, in rottura con l’imperialismo di casa nostra e di apertura verso l’area Mediterranea e con quanti intendono sottrarsi al tritacarne del vecchio/nuovo colonialismo.
Un cambio di paradigma e di superamento (in avanti) di tutte quelle concezioni incartapecorite del mondo e della realtà che la “sinistra” in ogni salsa ha alimentato, con conseguenze – politiche e materiali – nefaste e foriere di arretramenti sociali per i settori subalterni della società.
L’urgenza di un nuovo ed inedito meridionalismo è sempre più connesso al dipanarsi di una azione popolare e di classe nell’area Mediterranea!
Fonte
Da tempo non solo lo SVIMEZ ma anche tutti gli istituti di rilevazione statistica fotografano la pesante permanenza di quella (storica) questione/contraddizione meridionale che si conferma come dato strutturale dei vigenti rapporti sociali e per di più – come affermano gli stessi ricercatori dello SVIMEZ – configura quel “doppio binario” con la contemporanea dinamica economica e sociale continentale.
Bene ha fatto Stefano Porcari – su Contropiano.org – ad elencare i punti salienti del campanello d’allarme suonato dallo SVIMEZ, rilanciando e commentando questa anticipazione.
Ma, ad onor del vero, dobbiamo registrare che tutta la stampa ha dato risalto a questo vero e proprio allarme sociale su cui occorre aprire una discussione pubblica ampia ed articolata, adeguata alla complessità e alla gravità dell’insieme delle questioni inerenti tale caratteristica dello sviluppo capitalistico nel nostro paese.
Evidentemente le teste d’uovo dell’economia e della finanza hanno preso atto che – con buona pace di tutte le cortine fumogene propagandistiche diffuse periodicamente – l’accentuarsi della questione/contraddizione meridionale potrà alimentare distorsioni economiche e relative conseguenze sociali i cui esiti, specie nel medio/lungo periodo, non potranno essere interamente prevedibili e, quindi, gestibili con le normali forme della governance finora conosciute.
Del resto tutta la querelle sull’Autonomia Differenziata (comunque declinata: da quella hard dei governatori del Nord/Italia alla versione soft, come quella avanzata dal governatore della Campania, Vincenzo De Luca) prefigura la perpetuazione del complesso dei dispositivi di rapina (neo-coloniale) che hanno manomesso il Meridione, determinando quei risultati antisociali che l’articolo di Porcari mette in evidenza. Una dinamica che l’azione dei settori più avveduti della borghesia continentale e della loro forma politica (l’Unione Europea) hanno ulteriormente accentuato, non solo in Italia ma anche negli altri paesi dell’Eurozona.
Anzi – come è oramai noto non solo negli ambienti militanti – è la complessiva azione di centralizzazione/concentrazione di capitali che la UE favorisce, nel suo procedere verso la costruzione del polo imperialista continentale, che rafforza i meccanismi di spoliazione e di sconvolgimento delle aree cosiddette arretrate nei singoli paesi, accentuando e cristallizzando il divario Nord/Sud con le relative polarizzazioni e disuguaglianze.
Si tratta, dunque, di cominciare ad interpretare gli abituali dati dello SVIMEZ in un quadrante geopolitico più ampio e – conseguentemente – prendere consapevolezza che qualsivoglia auspicio di riscatto/rinascita del Meridione non potrà avvenire dentro la gabbia dell’Unione Europea.
Un convincimento che dovrebbe rafforzarsi ancora di più se – correttamente – consideriamo che gli scenari economici internazionali che si approssimano sono segnati dall’aggravarsi delle forme di competizione monetaria, di accentuata concorrenza globale e di nuove turbolenze derivanti dal corso generale della crisi capitalistica.
Ritorna, allora, in maniera oggettiva e materialmente evidente la questione della necessità della rottura con questo parossistico meccanismo di coazione a ripetere che – nel Sud/Italia, ma anche negli altri paesi – sta determinando ferite sociali e fenomeni di disgregazione culturale, economica e territoriale che penalizzano, prioritariamente, le giovani generazioni.
Iniziare ad intercettare ed organizzare i settori sociali colpiti da queste politiche neo/coloniali mettendo in discussione i Trattati Europei, le compatibilità dei tetti di spesa e l’intera strumentazione antipopolare derivante dall’Unione Europea e dall’Euro, non sono più obiettivi immaginifici ma – alla luce della nuova dimensione delle condizioni dei settori popolari – possono costituire quel programma minimo su cui costruire orientamento, mobilitazione, vertenzialità e conflitto.
Da questo versante dell’azione politica, sociale e sindacale – sicuramente controcorrente e di non facile costruzione – apre la prospettiva di configurare/progettare una diversa collocazione geopolitica del nostro paese, in rottura con l’imperialismo di casa nostra e di apertura verso l’area Mediterranea e con quanti intendono sottrarsi al tritacarne del vecchio/nuovo colonialismo.
Un cambio di paradigma e di superamento (in avanti) di tutte quelle concezioni incartapecorite del mondo e della realtà che la “sinistra” in ogni salsa ha alimentato, con conseguenze – politiche e materiali – nefaste e foriere di arretramenti sociali per i settori subalterni della società.
L’urgenza di un nuovo ed inedito meridionalismo è sempre più connesso al dipanarsi di una azione popolare e di classe nell’area Mediterranea!
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08/11/2018
Scuola, laboratorio di secessione
Che l’Italia sia da sempre spaccata in due non è certo un segreto per nessuno, che la questione meridionale venga tirata fuori ad anni alterni nemmeno. Oggi, tuttavia, la questione del divario Nord- Sud è molto più rilevante e strategica che in passato in quanto è il riflesso di ciò che sta accadendo nell’intera zona euro.
Il Continente è ormai polarizzato, anche se con contraddizioni interne molto forti e crescenti, tra un Nord produttivo che detiene le chiavi dell’egemonia politica e finanziaria europea e un Sud mediterraneo che obbedisce, in un’ottica puramente ancillare, alle esigenze e alle direttive impartite dalle politiche economiche decise da Berlino e Bruxelles. Non è il caso di approfondire qui l’argomento, basterà rimandare ai dati dell’ultimo rapporto SVIMEZ che confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, la profonda cesura che separa il Nord dal Sud del nostro paese, mettendo in fila una serie di dati che evidenziano la situazione drammatica di un Meridione ormai omologabile alla Grecia devastata dalle politiche di austerità europee1.
Questo il contesto nel quale va compresa anche la politica scolastica inaugurata dal nuovo governo fasciostellato, auspice un leghista al Viminale e uno al ministero dell’istruzione. Si tratta della cosiddetta regionalizzazione dell’istruzione. È iniziata, infatti, in queste settimane una fitta trattativa tra governo centrale e alcune regioni del Nord (tra le quali spicca il Veneto) per la cessione di una serie di competenze alle Regioni in materia d’istruzione e di gestione dell’organico scolastico. Questo passaggio, certamente agevolato dai referendum sull’autonomia, tenutisi lo scorso anno in Veneto e Lombardia, è stato reso possibile grazie alla “riforma” del titolo V della Costituzione (in particolare degli artt. 116 – 117).
Il Veneto a guida leghista ha chiesto allo Stato le seguenti competenze in materia d’istruzione: programmazione generale; programmazione dell’offerta formativa e della rete scolastica; orientamento scolastico; disciplina dei percorsi di alternanza scuola-lavoro; programmazione dell’offerta formativa presso i Centri Provinciali Istruzione Adulti; valutazione del sistema educativo regionale (in coerenza con gli elementi di unitarietà del sistema scolastico nazionale e nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche); possibilità di disciplinare l’assegnazione di contributi alle istituzioni scolastiche paritarie con le correlate funzioni amministrative; regionalizzazione dei fondi statali per il sostegno del diritto allo studio e del diritto allo studio universitario; regionalizzazione del personale della scuola, compreso il personale dell’Ufficio scolastico regionale e delle sue articolazioni a livello provinciale.
A parte alcune tematiche retrograde e clientelari come quella riguardante l’assegnazione di fondi alle scuole private – possiamo già immaginare finanziamenti a pioggia alla miriade di istituti cattolici presenti in Veneto e in tutto il Nord – è importante sottolineare l’importanza delle competenze richieste in termini di offerta formativa, alternanza scuola – lavoro e personale scolastico. La Regione potrà forse stabilire anche una quota di discipline da insegnare nel percorso di studi, potrà normare e gestire i percorsi di alternanza scuola – lavoro in base agli interessi della piccola e media imprenditoria del Nordest, potrà applicare regolamenti per “selezionare” e nominare i lavoratori della scuola e conferire loro il diritto alla mobilità o meno, potrà infine stabilire nuovi contratti regionali, variando così la retribuzione dei lavoratori della scuola a livello territoriale. Il tutto potrà avvenire sulla base di futuri regolamenti e contratti regionali.
L’assessore all’istruzione del Veneto, la destrissima Elena Donazzan, è d’altronde molto chiara sul disegno complessivo che la sua giunta persegue: “Per me Trento è un modello al quale guardare. Lì bandiscono i concorsi, assumono i docenti, li stipendiano e li obbligano a stare lì per almeno cinque anni. Non esiste la degenerazione che c’è a Bolzano, dove con i soldi italiani assumono i docenti che devono sapere il tedesco. Il Veneto è una Regione con i conti in ordine, con ottime performance e servizi di prim’ordine. E’ naturale chiedere di più, perché abbiamo dimostrato di sapere fare di più. Semplice.”
E ancora “Sarà un caso, ma è risaputo che le Regioni del Nord sono ben amministrate e quelle del Sud – a parte qualche eccezione – non lo sono. Purtroppo l’Italia si sta spaccando sulla gestione amministrativa dei territori. Io non credo che tutte le Regioni possano sostenere i costi che l’autonomia richiede. Quindi occorre dare di più a chi ha dimostrato negli anni di sapere amministrare e meno a chi è peggiore.”
In queste dichiarazioni rilasciate in un’intervista a una rivista scolastica online2 sono presenti molti elementi che, al di là della propaganda spicciola, mettono in chiaro il disegno complessivo e i valori ispiratori della scelta politica autonomista. Accanto alla tirata nazionalistica e sciovinistica contro la provincia di Bolzano, rea di usare soldi italiani per assumere solo docenti che sanno il tedesco, il vero cuore del discorso politico sta tutto nella seconda parte. È qui infatti che vengono attaccate genericamente le Regioni cicale del Sud che non sanno amministrare le risorse e che, pertanto, devono essere punite con meno autonomia e, soprattutto, con meno fondi. Al Nord virtuoso più soldi, più poteri, più autonomia di spesa, al Sud spendaccione meno soldi e meno poteri decisionali.
Per il nostro Meridione e per i paesi mediterranei dell’eurozona, la narrazione dell’assessore veneto all’istruzione non rappresenta certo una novità. Fu lo stesso presidente dell’Eurogruppo – Dijsselbloem – che un anno fa accusò i popoli dell’Europa mediterranea di fare debito, spendendo in alcol e donne per poi chiedere aiuto alla UE. Una giunta leghista del Veneto non ha certo bisogno dell’ex capo dell’Eurogruppo per confezionare tali narrazioni che al Nord circolano già da decenni.
Il problemi che deve affrontare la piccola e media borghesia del Nord, base storica di massa del consenso leghista, sono oggi molto più complessi di quelli affrontati ai tempi di Bossi. Si tratta da un lato di restare aggrappati allo zoccolo duro della UE che, sempre più arroccata attorno alla Germania e ai suoi satelliti nordici, dirige dall’esterno le altre economie europee in base ai propri interessi, dall’altro bisogna tentare una rinegoziazione con la grande borghesia europea per riuscire a dare ossigeno alla piccola e media impresa settentrionale.
Da queste esigenze trae significato l’apparente schizofrenia tra una politica nazionale che finge di tuonare contro la UE dei burocrati e una politica regionale che vuole omogeneizzarsi al modello tedesco di gestione virtuosa del denaro e di asservimento sistemico ai dettami del capitale. Il peso considerevole in termini economici, finanziari e demografici dell’Italia, Sud compreso, serve al governo fasciostellato per giocare sul tavolo europeo una partita che è tutta in funzione della media borghesia del nord. A giustificare tale dualismo non ci sono solo dinamiche esogene, ma anche una serie di dinamiche endogene. Un’economia e un’istruzione a due velocità servono, infatti, anche a valorizzare “il capitale umano” che il sistema Italia esporta internamente ed esternamente da Sud a Nord, con vantaggi che vanno, neanche a dirlo, soprattutto all’economia settentrionale3.
Anche il sistema dell’istruzione deve dunque adeguarsi al dualismo italiano tra un Nord che cerca disperatamente di aggrapparsi alla produttiva Germania e un Sud che funge da riserva di manodopera a basso costo e da economia di complemento. D’altronde, il sistema economico dei distretti del Triveneto è fortemente ancorato alla zona UE e si basa su una politica mercantilista, omogenea e fortemente interfacciata alla filiera dei paesi forti dell’Europa produttiva4.
Non deve allora stupire la tendenza di regioni come il Veneto che perseguono ostinatamente una politica autonomista per cercare di scrollarsi di dosso la “zavorra” del “malgoverno” centralista e meridionale, al fine di rendersi più omogenee possibili al Nord Europa e meritevoli del club di serie A dell’eurozona.
La secessione scolastica non è solo il risultato del provincialismo, della xenofobia o della nostalgia delle piccole patrie, è la risultante di un processo materiale e politico messo in moto dalle trentennali politiche ordoliberiste della UE che stanno desertificando intere aree economiche dell’Europa mediterranea. In tale dinamica, intere classi sociali e intere regioni del continente sono giocate le une contro le altre in una lotta darwinista tra ultimi e penultimi. La speranza di salvarsi dal declino economico e politico e di accedere così all’Europa di serie A fa soffiare sempre più forte il vento della secessione materiale e rompe ogni residuo legame di solidarietà e condivisione tra aree disomogenee del nostro paese. Rompere la gabbia europea è la sola speranza di emancipazione delle classi popolari e la sola possibilità che abbiamo per riunire un paese ormai nettamente diviso.
Fonte
Il Continente è ormai polarizzato, anche se con contraddizioni interne molto forti e crescenti, tra un Nord produttivo che detiene le chiavi dell’egemonia politica e finanziaria europea e un Sud mediterraneo che obbedisce, in un’ottica puramente ancillare, alle esigenze e alle direttive impartite dalle politiche economiche decise da Berlino e Bruxelles. Non è il caso di approfondire qui l’argomento, basterà rimandare ai dati dell’ultimo rapporto SVIMEZ che confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, la profonda cesura che separa il Nord dal Sud del nostro paese, mettendo in fila una serie di dati che evidenziano la situazione drammatica di un Meridione ormai omologabile alla Grecia devastata dalle politiche di austerità europee1.
Questo il contesto nel quale va compresa anche la politica scolastica inaugurata dal nuovo governo fasciostellato, auspice un leghista al Viminale e uno al ministero dell’istruzione. Si tratta della cosiddetta regionalizzazione dell’istruzione. È iniziata, infatti, in queste settimane una fitta trattativa tra governo centrale e alcune regioni del Nord (tra le quali spicca il Veneto) per la cessione di una serie di competenze alle Regioni in materia d’istruzione e di gestione dell’organico scolastico. Questo passaggio, certamente agevolato dai referendum sull’autonomia, tenutisi lo scorso anno in Veneto e Lombardia, è stato reso possibile grazie alla “riforma” del titolo V della Costituzione (in particolare degli artt. 116 – 117).
Il Veneto a guida leghista ha chiesto allo Stato le seguenti competenze in materia d’istruzione: programmazione generale; programmazione dell’offerta formativa e della rete scolastica; orientamento scolastico; disciplina dei percorsi di alternanza scuola-lavoro; programmazione dell’offerta formativa presso i Centri Provinciali Istruzione Adulti; valutazione del sistema educativo regionale (in coerenza con gli elementi di unitarietà del sistema scolastico nazionale e nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche); possibilità di disciplinare l’assegnazione di contributi alle istituzioni scolastiche paritarie con le correlate funzioni amministrative; regionalizzazione dei fondi statali per il sostegno del diritto allo studio e del diritto allo studio universitario; regionalizzazione del personale della scuola, compreso il personale dell’Ufficio scolastico regionale e delle sue articolazioni a livello provinciale.
A parte alcune tematiche retrograde e clientelari come quella riguardante l’assegnazione di fondi alle scuole private – possiamo già immaginare finanziamenti a pioggia alla miriade di istituti cattolici presenti in Veneto e in tutto il Nord – è importante sottolineare l’importanza delle competenze richieste in termini di offerta formativa, alternanza scuola – lavoro e personale scolastico. La Regione potrà forse stabilire anche una quota di discipline da insegnare nel percorso di studi, potrà normare e gestire i percorsi di alternanza scuola – lavoro in base agli interessi della piccola e media imprenditoria del Nordest, potrà applicare regolamenti per “selezionare” e nominare i lavoratori della scuola e conferire loro il diritto alla mobilità o meno, potrà infine stabilire nuovi contratti regionali, variando così la retribuzione dei lavoratori della scuola a livello territoriale. Il tutto potrà avvenire sulla base di futuri regolamenti e contratti regionali.
L’assessore all’istruzione del Veneto, la destrissima Elena Donazzan, è d’altronde molto chiara sul disegno complessivo che la sua giunta persegue: “Per me Trento è un modello al quale guardare. Lì bandiscono i concorsi, assumono i docenti, li stipendiano e li obbligano a stare lì per almeno cinque anni. Non esiste la degenerazione che c’è a Bolzano, dove con i soldi italiani assumono i docenti che devono sapere il tedesco. Il Veneto è una Regione con i conti in ordine, con ottime performance e servizi di prim’ordine. E’ naturale chiedere di più, perché abbiamo dimostrato di sapere fare di più. Semplice.”
E ancora “Sarà un caso, ma è risaputo che le Regioni del Nord sono ben amministrate e quelle del Sud – a parte qualche eccezione – non lo sono. Purtroppo l’Italia si sta spaccando sulla gestione amministrativa dei territori. Io non credo che tutte le Regioni possano sostenere i costi che l’autonomia richiede. Quindi occorre dare di più a chi ha dimostrato negli anni di sapere amministrare e meno a chi è peggiore.”
In queste dichiarazioni rilasciate in un’intervista a una rivista scolastica online2 sono presenti molti elementi che, al di là della propaganda spicciola, mettono in chiaro il disegno complessivo e i valori ispiratori della scelta politica autonomista. Accanto alla tirata nazionalistica e sciovinistica contro la provincia di Bolzano, rea di usare soldi italiani per assumere solo docenti che sanno il tedesco, il vero cuore del discorso politico sta tutto nella seconda parte. È qui infatti che vengono attaccate genericamente le Regioni cicale del Sud che non sanno amministrare le risorse e che, pertanto, devono essere punite con meno autonomia e, soprattutto, con meno fondi. Al Nord virtuoso più soldi, più poteri, più autonomia di spesa, al Sud spendaccione meno soldi e meno poteri decisionali.
Per il nostro Meridione e per i paesi mediterranei dell’eurozona, la narrazione dell’assessore veneto all’istruzione non rappresenta certo una novità. Fu lo stesso presidente dell’Eurogruppo – Dijsselbloem – che un anno fa accusò i popoli dell’Europa mediterranea di fare debito, spendendo in alcol e donne per poi chiedere aiuto alla UE. Una giunta leghista del Veneto non ha certo bisogno dell’ex capo dell’Eurogruppo per confezionare tali narrazioni che al Nord circolano già da decenni.
Il problemi che deve affrontare la piccola e media borghesia del Nord, base storica di massa del consenso leghista, sono oggi molto più complessi di quelli affrontati ai tempi di Bossi. Si tratta da un lato di restare aggrappati allo zoccolo duro della UE che, sempre più arroccata attorno alla Germania e ai suoi satelliti nordici, dirige dall’esterno le altre economie europee in base ai propri interessi, dall’altro bisogna tentare una rinegoziazione con la grande borghesia europea per riuscire a dare ossigeno alla piccola e media impresa settentrionale.
Da queste esigenze trae significato l’apparente schizofrenia tra una politica nazionale che finge di tuonare contro la UE dei burocrati e una politica regionale che vuole omogeneizzarsi al modello tedesco di gestione virtuosa del denaro e di asservimento sistemico ai dettami del capitale. Il peso considerevole in termini economici, finanziari e demografici dell’Italia, Sud compreso, serve al governo fasciostellato per giocare sul tavolo europeo una partita che è tutta in funzione della media borghesia del nord. A giustificare tale dualismo non ci sono solo dinamiche esogene, ma anche una serie di dinamiche endogene. Un’economia e un’istruzione a due velocità servono, infatti, anche a valorizzare “il capitale umano” che il sistema Italia esporta internamente ed esternamente da Sud a Nord, con vantaggi che vanno, neanche a dirlo, soprattutto all’economia settentrionale3.
Anche il sistema dell’istruzione deve dunque adeguarsi al dualismo italiano tra un Nord che cerca disperatamente di aggrapparsi alla produttiva Germania e un Sud che funge da riserva di manodopera a basso costo e da economia di complemento. D’altronde, il sistema economico dei distretti del Triveneto è fortemente ancorato alla zona UE e si basa su una politica mercantilista, omogenea e fortemente interfacciata alla filiera dei paesi forti dell’Europa produttiva4.
Non deve allora stupire la tendenza di regioni come il Veneto che perseguono ostinatamente una politica autonomista per cercare di scrollarsi di dosso la “zavorra” del “malgoverno” centralista e meridionale, al fine di rendersi più omogenee possibili al Nord Europa e meritevoli del club di serie A dell’eurozona.
La secessione scolastica non è solo il risultato del provincialismo, della xenofobia o della nostalgia delle piccole patrie, è la risultante di un processo materiale e politico messo in moto dalle trentennali politiche ordoliberiste della UE che stanno desertificando intere aree economiche dell’Europa mediterranea. In tale dinamica, intere classi sociali e intere regioni del continente sono giocate le une contro le altre in una lotta darwinista tra ultimi e penultimi. La speranza di salvarsi dal declino economico e politico e di accedere così all’Europa di serie A fa soffiare sempre più forte il vento della secessione materiale e rompe ogni residuo legame di solidarietà e condivisione tra aree disomogenee del nostro paese. Rompere la gabbia europea è la sola speranza di emancipazione delle classi popolari e la sola possibilità che abbiamo per riunire un paese ormai nettamente diviso.
Fonte
14/03/2018
L’ordine che non c’è più. Nel mondo e in Italia
Due analisi su temi molto diversi tra loro – gli squilibri Nord-Sud in Italia e la guerra dei dazi scatenata da Trump – affrontano esattamente lo stesso problema “sistemico”: le diseguaglianze di sviluppo territoriale (dunque anche sociale) sono alla base di problemi politici e geopolitici di prima grandezza.
Per quanto riguarda il nostro paese, Giuseppe Berta, sul confindustriale Sole24Ore, affronta e spiega le disuguaglianze elettorali con le relative differenze di modello produttivo.
Il Nord, in estrema sintesi, è agganciato strettamente alle economie (alle filiere produttive) dell’Europa tedesca, ma non è più differenziato al suo interno secondo le caratteristiche degli anni ‘90 (grandi imprese nell’Ovest, a partire dalla Fiat, e “piccolo è bello” nel Nordest). Anzi, la media impresa – o comunque impresa non egemone nel proprio comparto – è la norma, allargata ormai anche a parti consistenti dell’Emilia e del centro.
Il Sud, invece, ha perso o sta per finire di perdere anche quelle “cattedrali nel deserto” (è rimasta ormai soltanto l’Ilva di Taranto, oltre alla Fiat di Melfi) che avrebbero dovuto far da volano per un indotto mai nato davvero.
Ne conseguono due aspettative di sintesi politico-economica che non possono essere giustapposte (schematizzando molto: meno presenza dello Stato al Nord, più presenza nel Mezzogiorno), e che in buona misura spiegano le difficoltà a creare un governo comune Lega-Cinque Stelle. Le distanze si sono allargate a dismisura e nessuna visione unitaria del futuro è fin qui apparsa all’orizzonte. Anche lo strisciante trasferimento della “capitale di fatto” da Roma a Milano è allo stesso tempo un effetto di quelle disuguaglianze e un loro fattore di aggravamento, perché contribuisce a far piovere sempre più capitali da investimento nella parte del paese che già ne attira il 90%.
A questa dicotomia invalidante hanno dato un enorme contributo le politiche europee di austerità, che hanno favorito esattamente la stessa dinamica a livello continentale (con la Germania nel ruolo del Nord e quasi tutto il resto d’Europa nella posizione del Mezzogiorno).
A bocce ferme – ossia secondo i trattati esistenti nella UE – questa polarizzazione è irrisolvibile perché utile a confermare il modello mercantilista tedesco (compressione salariale e del mercato interno per avere una capacità di esportazione più aggressiva).
Sul piano globale, invece, Adriana Cerretelli minimizza – nei limiti del possibile – lo scontro Usa-UE sui dazi doganali, trovando un filo di interesse comune tra due sponde dell’Atlantico: il contrasto delle capacità egemoniche della Cina.
Se il discorso fosse limitabile al solo aspetto geopolitico – tra grandi potenze, nazionali o plurinazionali – filerebbe pure. Ma c’è un ma, grande quanto la crisi di egemonia Usa. La sola superpotenza rimasta dopo il crollo del Muro è infatti tutt’altro che nel pieno delle sue forze. Lo stesso ricorso al protezionismo più sgangherato (non solo su acciaio e alluminio, ma soprattutto sulle tecnologie informatiche) ha un carattere molto “difensivo” e tutt’altro che vincente.
Basta infatti ragionare sul fatto che i dazi sono un limite posto all’interscambio, dunque hanno effetti più o meno depressivi e comunque creano ostacoli sia sul piano dello sviluppo economico, sia su quello della “collaborazione” internazionale. E questo vale sia per gli Usa sia per l’Unione Europea. Mentre al contrario la Cina è in grado di “allagare di liquidità da investimento” tutti quei paesi che vanno alla ricerca di relazioni internazionali meno improntate allo strozzinaggio.
Cosa lega le due dinamiche (quella nazionale e quella globale)? La fine del mito dei “ benefici illimitati del liberismo incontrollato”.
Non si tratta, nota giustamente Cerretelli, di una revisione “ideologica”, ma solo della presa d’atto che la via della “globalizzazione” ha prodotto alla lunga risultati inaccettabili per i paesi (le aree economiche) che ne erano stati i promotori. La delocalizzazione ha gonfiato i profitti delle multinazionali occidentali, ma ha svuotato di reddito disponibile le popolazioni (sempre occidentali); creando problemi enormi di gestione politica che hanno portato un Trump alla Casa Bianca e ventate “populiste” sempre meno arginabili senza cambiare indirizzo.
Quando le cose arrivano a questo punto (“Le cose si dissociano; il centro non può reggere”) nella Storia si danno poche alternative. L’emergere di una nuova visione più lungimirante, fondata su gambe robustissime (in pratica: un passaggio di ruolo egemonico da una potenza a un’altra), in grado di fare da “nuovo centro”. Oppure l’autonomizzazione delle parti, ovvero la competizione di tutti contro tutti (Usa, Unione Europea, Cina, Russia, in un vortice di alleanze che si fanno e si disfano continuamente).
Nelle parole del poeta (Yeats) questa situazione è descritta come “la pura anarchia si rovescia sul mondo”. Nella pratica del capitalismo reale, ahinoi, questa “anarchia” si presenta in genere come guerra.
di Giuseppe Berta
La «questione meridionale» è tornata, dopo una lunga stasi, a sollecitare l’attenzione dei commentatori, a causa dei risultati elettorali che sembrano aver riportato al centro un carattere costitutivo della storia d’Italia. Si riaffaccia così l’immagine di un Paese che scorge nella polarizzazione fra Nord e Sud una sorta di costante della sua identità.
In realtà, una lettura di questo genere rischia di far da velo anche alla comprensione effettiva degli esiti delle elezioni politiche. Riscoprire la questione meridionale nei termini di un tempo rischia d’essere fuorviante.
Perché la base del dualismo italiano non assomiglia più per nulla a quella di un tempo, non solo nelle forme tratteggiate dal meridionalismo storico, ma nemmeno a quelle più recenti, che descrivevano un «miracolo economico» trainato dalle grandi imprese industriali del Nord cui affluivano gli imponenti flussi di forza-lavoro dal Mezzogiorno, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta. Nel corso degli ultimi due decenni abbiamo invece assistito a una radicale mutazione che, in primo luogo, ha cambiato il profilo del Nord.
Anzitutto, quest’ultimo ha recuperato dei contorni più unitari, poiché è molto più vaga e incerta la distinzione fra le due macro aree del Nord Ovest e del Nord Est, che ha avuto grande successo, anche sul versante delle rappresentazioni politiche. Dov’è oggi, infatti, il Nord Ovest dominato dalla presenza delle grandi imprese di una volta? Da molte indagini, anche da quelle sulle economie regionali promosse dalla Banca d’Italia traspare il peso crescente delle imprese che hanno dimensioni intermedie, o che, se sono grandi per i criteri di classificazione, risultano invece occupare un ruolo intermedio nello spazio economico. D’altra parte, il Nord Est è adesso tutt’altro che il regno della piccola impresa, raccontato dalle cronache degli anni Ottanta ed esaltato dalle campagne politiche della Lega. Nord Est e Nord Ovest formano un invaso molto meno differenziato e dànno vita a una configurazione economica e imprenditoriale che trova alimento nell’Emilia e attraversa consistenti territori dell’Italia centrale. Se si vuole rintracciare un modello economico italiano valido per la nostra epoca, esso va rintracciato in una formazione economica e, in parte, sociale che si struttura nel nuovo blocco del Centro-Nord, in cui anche le appartenenze politiche tendono a essere molto meno nette del passato. Certo, il nuovo Nord ha un polo di convergenza riconoscibile in quella sorta di capitale di fatto che è Milano. La città pare ora voler sviluppare una funzione di leadership che in precedenza non ha cercato o voluto. Ma è chiaro che è il nuovo mix economico a dare risalto al suo ruolo, specie all’interno di un Paese smarrito com’è adesso il nostro.
A questa riconfigurazione del modello economico, e ancor più ai suoi processi di ricentraggio, il Mezzogiorno è rimasto estraneo. Con le conseguenze che ora possiamo osservare: nel suo complesso, l’economia italiana ne ricava un evidente effetto di debolezza, mentre la politica porta alla luce una domanda che è, al contempo, di cambiamento e di richiesta di intervento e di tutela. Quale può essere la reazione, nel Sud, alla notizia, riportata martedì scorso da questo giornale, che il 90% dei flussi d’investimento sollecitati da Industria 4.0 sono andati alle aree più forti del Paese? Ma sono i tanti segnali che fanno capire che i problemi vissuti dalla società meridionale sono affrontati con una logica differente da quella che s’impiega altrove: il caso dell’Ilva di Taranto, destinato presto a ritornare all’attenzione pubblica, ne è un esempio eloquente.
La governabilità dell’Italia non è soltanto messa a rischio da dinamiche della rappresentanza politica che stanno subendo un’accelerazione vertiginosa. Dipende in misura crescente dal venir meno dei legami d’integrazione tra la componente maggioritaria del Paese (che appunto sembra dar forma a un almeno embrionale “modello italiano”) e l’altra, quella meridionale e minoritaria, che sta diventando il luogo di massima condensazione dell’intero ventaglio delle nostre contraddizioni. L’esistenza di divari così gravi toglie ogni speranza che si possa arrivare a una sintesi politica. Non ci vuol molto a capire che essa non può venire dalla somma delle rivendicazioni politiche del Nord e del Sud. Forse solo Steve Bannon, l’ideologo della destra radicale di Trump che poco o nulla deve conoscere dell’Italia, può credere che la somma della “flat tax”, dall’abrogazione della legge pensionistica e del reddito di cittadinanza possa produrre quell’alleanza nazionalista in grado di abbattere Bruxelles e la moneta unica, com’è nei suoi auspici.
L’osservazione analitica della realtà italiana spinge invece in una direzione del tutto contraria, specie se si pensa che la deriva neo-nazionalista sia un pericolo. Occorre condurre una una rivisitazione delle politiche pubbliche, che vanno declinate in maniera diversa a seconda dei sistemi territoriali di riferimento. Il Paese ha sprecato un’occasione quando era di moda parlare di federalismo, un dibattito inconcludente che ha soltanto rimandato il momento di fare i conti con i problemi più urgenti. Se la politica vuole avere una chance di governare davvero l’Italia, per quella che essa è oggi, e di non disperdere tutte le proprie risorse alla ricerca di successi momentanei, è questa la via da perseguire.
di Adriana Cerretelli
Più crescita mondiale dice l’Ocse, 3,9% quest’anno e il prossimo, a patto che non esploda il protezionismo. Ma i venti di guerre commerciali e gli altolà agli investimenti cinesi in Occidente, la cronaca di questi giorni, sono solo protezionismo nudo e crudo o non invece il grimaldello di un sommovimento culturale?
Un sommovimento che fa i conti con il sistema del dopoguerra in frantumi e i contraccolpi della globalizzazione a ruota libera per ricostruire un nuovo ordine mondiale fatto di più equilibrio e meno Far West. L’interrogativo non ha una risposta immediata: arriverà solo quando la polvere delle attuali tensioni si sarà posata e se ne potranno misurare gli effetti concreti. Per ora colpisce un fatto paradossale: dietro i violenti scontri euro-americani si intravede una singolare ma sommersa unità di intenti. Che di fatto anima la comune politica di containment della Cina.
Tra Stati Uniti ed Europa oggi gli attriti appaiono insanabili. Impegnato nella campagna elettorale in Pennsylvania, Donald Trump sembra giocare a spararle sempre più grosse: non solo dazi imminenti sull’import di acciaio e alluminio da Ue, Canada e Giappone ma balzelli anche sulle auto tedesche, che pure sono ampiamente prodotte anche negli Stati Uniti.
L’Europa si prepara a rispondere prendendo in ostaggio quasi 3 miliardi di export Usa. Però prima di procedere aspetta le misure americane e continua a negoziare per ottenere sconti e ridurre i danni alla propria industria.
I segnali dalla Casa Bianca sono tanti e confusi: gli europei devono abbassare i dazi, agricoli in testa, aumentare i contributi alle spese militari in sede Nato, fare di più nei negoziati con la Cina per ridurne le enormi sovraccapacità produttive, prima di tutto nella siderurgia. Sono tutti i Leitmotiv dell’America First, dove però la supremazia suona più difensiva che offensiva, ansiosa di correzioni di squilibri mondiali consolidati più che di nuovi spazi di potenza da riempire. In fondo suona più europea che “gringa”.
Il parallelismo di interessi tra le sue sponde dell’Atlantico diventa più evidente se si guarda alle reazioni di Washington e Berlino di fronte alle scalate cinesi di imprese strategiche, il cui controllo rientra nella difesa della sicurezza nazionale.
Proprio perché avrebbe permesso alla Cina il sorpasso degli Stati Uniti nella tecnologia 5G, anticamera dell’intelligenza artificiale, Trump ha bloccato la scalata ostile di Broadcom al concorrente Qualcomm, n.2 americano nei semiconduttori, come aveva gia fatto nel 2017 con Lattice e prima di lui il presidente Barak Obama con Aixtron. Per le stesse ragioni il Congresso rafforzerà controlli e raggio di azione della potente commissione sugli investimenti esteri.
In Germania come in Europa le vulnerabilità sono maggiori perché le salvaguardie sono tradizionalmente minori. Anche se ora il modello americano sta diventando sempre più quello da imitare. Dopo aver digerito due anni fa lo shock della conquista di Kuka, il suo campione nella robotica, da parte della cinese Midea, Berlino ha subito in febbraio un colpo ancora più duro quando Geely è diventata con poco meno del 10% il maggior azionista di Daimler che controlla Mercedes-Benz, all’avanguardia nelle batterie per l’auto elettrica. Anche il n.1 nel capitale di Deutsche Bank è diventato cinese.
Per questo da liberista incrollabile la Germania ha cambiato verso: non solo si sta armando di difese più efficaci contro investimenti esteri ostili ma con Francia e Italia invoca una cintura di sicurezza anche europea. I timori dell’Unione vanno ormai oltre quelli della sistematica rapina delle sue supertecnologie destinate a foraggiare il Made in China 2025, il programma industriale per fare della Cina il numero 1 del mondo nel manifatturiero di punta. Passano per le intrusioni in casa propria che dividono e condizionano i partner Ue sommersi e comprati dagli investimenti a pioggia per costruire le infrastrutture della nuova Via della Seta, dai vertici annuali del gruppo 16+1 che lega a doppio filo Pechino con i paesi dell’Est e dei Balcani, di cui 11 Ue. Il tutto mentre da anni Bruxelles tenta invano di strappare a Pechino un accordo sugli investimenti che ne abbatta le troppe barriere.
Tutto protezionismo? Certo, la spirale di ritorsioni e contro-ritorsioni è dietro l’angolo. Per tutti. Ed è molto stretto e accidentato il sentiero per rifare un ordine mondiale più equo ed equilibrato per tutti. Ma è un rischio da correre. Se Stati Uniti ed Europa si stanno ricredendo sui benefici illimitati del liberismo incontrollato non è per sconfessione ideologica ma perché sono stufi di vederlo strumentalizzato da concorrenti spregiudicati che lo usano per giocare con le carte truccate. Per ora commerciale, certo...
Fonte
Per quanto riguarda il nostro paese, Giuseppe Berta, sul confindustriale Sole24Ore, affronta e spiega le disuguaglianze elettorali con le relative differenze di modello produttivo.
Il Nord, in estrema sintesi, è agganciato strettamente alle economie (alle filiere produttive) dell’Europa tedesca, ma non è più differenziato al suo interno secondo le caratteristiche degli anni ‘90 (grandi imprese nell’Ovest, a partire dalla Fiat, e “piccolo è bello” nel Nordest). Anzi, la media impresa – o comunque impresa non egemone nel proprio comparto – è la norma, allargata ormai anche a parti consistenti dell’Emilia e del centro.
Il Sud, invece, ha perso o sta per finire di perdere anche quelle “cattedrali nel deserto” (è rimasta ormai soltanto l’Ilva di Taranto, oltre alla Fiat di Melfi) che avrebbero dovuto far da volano per un indotto mai nato davvero.
Ne conseguono due aspettative di sintesi politico-economica che non possono essere giustapposte (schematizzando molto: meno presenza dello Stato al Nord, più presenza nel Mezzogiorno), e che in buona misura spiegano le difficoltà a creare un governo comune Lega-Cinque Stelle. Le distanze si sono allargate a dismisura e nessuna visione unitaria del futuro è fin qui apparsa all’orizzonte. Anche lo strisciante trasferimento della “capitale di fatto” da Roma a Milano è allo stesso tempo un effetto di quelle disuguaglianze e un loro fattore di aggravamento, perché contribuisce a far piovere sempre più capitali da investimento nella parte del paese che già ne attira il 90%.
A questa dicotomia invalidante hanno dato un enorme contributo le politiche europee di austerità, che hanno favorito esattamente la stessa dinamica a livello continentale (con la Germania nel ruolo del Nord e quasi tutto il resto d’Europa nella posizione del Mezzogiorno).
A bocce ferme – ossia secondo i trattati esistenti nella UE – questa polarizzazione è irrisolvibile perché utile a confermare il modello mercantilista tedesco (compressione salariale e del mercato interno per avere una capacità di esportazione più aggressiva).
Sul piano globale, invece, Adriana Cerretelli minimizza – nei limiti del possibile – lo scontro Usa-UE sui dazi doganali, trovando un filo di interesse comune tra due sponde dell’Atlantico: il contrasto delle capacità egemoniche della Cina.
Se il discorso fosse limitabile al solo aspetto geopolitico – tra grandi potenze, nazionali o plurinazionali – filerebbe pure. Ma c’è un ma, grande quanto la crisi di egemonia Usa. La sola superpotenza rimasta dopo il crollo del Muro è infatti tutt’altro che nel pieno delle sue forze. Lo stesso ricorso al protezionismo più sgangherato (non solo su acciaio e alluminio, ma soprattutto sulle tecnologie informatiche) ha un carattere molto “difensivo” e tutt’altro che vincente.
Basta infatti ragionare sul fatto che i dazi sono un limite posto all’interscambio, dunque hanno effetti più o meno depressivi e comunque creano ostacoli sia sul piano dello sviluppo economico, sia su quello della “collaborazione” internazionale. E questo vale sia per gli Usa sia per l’Unione Europea. Mentre al contrario la Cina è in grado di “allagare di liquidità da investimento” tutti quei paesi che vanno alla ricerca di relazioni internazionali meno improntate allo strozzinaggio.
Cosa lega le due dinamiche (quella nazionale e quella globale)? La fine del mito dei “ benefici illimitati del liberismo incontrollato”.
Non si tratta, nota giustamente Cerretelli, di una revisione “ideologica”, ma solo della presa d’atto che la via della “globalizzazione” ha prodotto alla lunga risultati inaccettabili per i paesi (le aree economiche) che ne erano stati i promotori. La delocalizzazione ha gonfiato i profitti delle multinazionali occidentali, ma ha svuotato di reddito disponibile le popolazioni (sempre occidentali); creando problemi enormi di gestione politica che hanno portato un Trump alla Casa Bianca e ventate “populiste” sempre meno arginabili senza cambiare indirizzo.
Quando le cose arrivano a questo punto (“Le cose si dissociano; il centro non può reggere”) nella Storia si danno poche alternative. L’emergere di una nuova visione più lungimirante, fondata su gambe robustissime (in pratica: un passaggio di ruolo egemonico da una potenza a un’altra), in grado di fare da “nuovo centro”. Oppure l’autonomizzazione delle parti, ovvero la competizione di tutti contro tutti (Usa, Unione Europea, Cina, Russia, in un vortice di alleanze che si fanno e si disfano continuamente).
Nelle parole del poeta (Yeats) questa situazione è descritta come “la pura anarchia si rovescia sul mondo”. Nella pratica del capitalismo reale, ahinoi, questa “anarchia” si presenta in genere come guerra.
*****
Risposte mirate per la nuova «Questione meridionale»
di Giuseppe Berta
La «questione meridionale» è tornata, dopo una lunga stasi, a sollecitare l’attenzione dei commentatori, a causa dei risultati elettorali che sembrano aver riportato al centro un carattere costitutivo della storia d’Italia. Si riaffaccia così l’immagine di un Paese che scorge nella polarizzazione fra Nord e Sud una sorta di costante della sua identità.
In realtà, una lettura di questo genere rischia di far da velo anche alla comprensione effettiva degli esiti delle elezioni politiche. Riscoprire la questione meridionale nei termini di un tempo rischia d’essere fuorviante.
Perché la base del dualismo italiano non assomiglia più per nulla a quella di un tempo, non solo nelle forme tratteggiate dal meridionalismo storico, ma nemmeno a quelle più recenti, che descrivevano un «miracolo economico» trainato dalle grandi imprese industriali del Nord cui affluivano gli imponenti flussi di forza-lavoro dal Mezzogiorno, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta. Nel corso degli ultimi due decenni abbiamo invece assistito a una radicale mutazione che, in primo luogo, ha cambiato il profilo del Nord.
Anzitutto, quest’ultimo ha recuperato dei contorni più unitari, poiché è molto più vaga e incerta la distinzione fra le due macro aree del Nord Ovest e del Nord Est, che ha avuto grande successo, anche sul versante delle rappresentazioni politiche. Dov’è oggi, infatti, il Nord Ovest dominato dalla presenza delle grandi imprese di una volta? Da molte indagini, anche da quelle sulle economie regionali promosse dalla Banca d’Italia traspare il peso crescente delle imprese che hanno dimensioni intermedie, o che, se sono grandi per i criteri di classificazione, risultano invece occupare un ruolo intermedio nello spazio economico. D’altra parte, il Nord Est è adesso tutt’altro che il regno della piccola impresa, raccontato dalle cronache degli anni Ottanta ed esaltato dalle campagne politiche della Lega. Nord Est e Nord Ovest formano un invaso molto meno differenziato e dànno vita a una configurazione economica e imprenditoriale che trova alimento nell’Emilia e attraversa consistenti territori dell’Italia centrale. Se si vuole rintracciare un modello economico italiano valido per la nostra epoca, esso va rintracciato in una formazione economica e, in parte, sociale che si struttura nel nuovo blocco del Centro-Nord, in cui anche le appartenenze politiche tendono a essere molto meno nette del passato. Certo, il nuovo Nord ha un polo di convergenza riconoscibile in quella sorta di capitale di fatto che è Milano. La città pare ora voler sviluppare una funzione di leadership che in precedenza non ha cercato o voluto. Ma è chiaro che è il nuovo mix economico a dare risalto al suo ruolo, specie all’interno di un Paese smarrito com’è adesso il nostro.
A questa riconfigurazione del modello economico, e ancor più ai suoi processi di ricentraggio, il Mezzogiorno è rimasto estraneo. Con le conseguenze che ora possiamo osservare: nel suo complesso, l’economia italiana ne ricava un evidente effetto di debolezza, mentre la politica porta alla luce una domanda che è, al contempo, di cambiamento e di richiesta di intervento e di tutela. Quale può essere la reazione, nel Sud, alla notizia, riportata martedì scorso da questo giornale, che il 90% dei flussi d’investimento sollecitati da Industria 4.0 sono andati alle aree più forti del Paese? Ma sono i tanti segnali che fanno capire che i problemi vissuti dalla società meridionale sono affrontati con una logica differente da quella che s’impiega altrove: il caso dell’Ilva di Taranto, destinato presto a ritornare all’attenzione pubblica, ne è un esempio eloquente.
La governabilità dell’Italia non è soltanto messa a rischio da dinamiche della rappresentanza politica che stanno subendo un’accelerazione vertiginosa. Dipende in misura crescente dal venir meno dei legami d’integrazione tra la componente maggioritaria del Paese (che appunto sembra dar forma a un almeno embrionale “modello italiano”) e l’altra, quella meridionale e minoritaria, che sta diventando il luogo di massima condensazione dell’intero ventaglio delle nostre contraddizioni. L’esistenza di divari così gravi toglie ogni speranza che si possa arrivare a una sintesi politica. Non ci vuol molto a capire che essa non può venire dalla somma delle rivendicazioni politiche del Nord e del Sud. Forse solo Steve Bannon, l’ideologo della destra radicale di Trump che poco o nulla deve conoscere dell’Italia, può credere che la somma della “flat tax”, dall’abrogazione della legge pensionistica e del reddito di cittadinanza possa produrre quell’alleanza nazionalista in grado di abbattere Bruxelles e la moneta unica, com’è nei suoi auspici.
L’osservazione analitica della realtà italiana spinge invece in una direzione del tutto contraria, specie se si pensa che la deriva neo-nazionalista sia un pericolo. Occorre condurre una una rivisitazione delle politiche pubbliche, che vanno declinate in maniera diversa a seconda dei sistemi territoriali di riferimento. Il Paese ha sprecato un’occasione quando era di moda parlare di federalismo, un dibattito inconcludente che ha soltanto rimandato il momento di fare i conti con i problemi più urgenti. Se la politica vuole avere una chance di governare davvero l’Italia, per quella che essa è oggi, e di non disperdere tutte le proprie risorse alla ricerca di successi momentanei, è questa la via da perseguire.
*****
In cerca di un nuovo ordine
di Adriana Cerretelli
Più crescita mondiale dice l’Ocse, 3,9% quest’anno e il prossimo, a patto che non esploda il protezionismo. Ma i venti di guerre commerciali e gli altolà agli investimenti cinesi in Occidente, la cronaca di questi giorni, sono solo protezionismo nudo e crudo o non invece il grimaldello di un sommovimento culturale?
Un sommovimento che fa i conti con il sistema del dopoguerra in frantumi e i contraccolpi della globalizzazione a ruota libera per ricostruire un nuovo ordine mondiale fatto di più equilibrio e meno Far West. L’interrogativo non ha una risposta immediata: arriverà solo quando la polvere delle attuali tensioni si sarà posata e se ne potranno misurare gli effetti concreti. Per ora colpisce un fatto paradossale: dietro i violenti scontri euro-americani si intravede una singolare ma sommersa unità di intenti. Che di fatto anima la comune politica di containment della Cina.
Tra Stati Uniti ed Europa oggi gli attriti appaiono insanabili. Impegnato nella campagna elettorale in Pennsylvania, Donald Trump sembra giocare a spararle sempre più grosse: non solo dazi imminenti sull’import di acciaio e alluminio da Ue, Canada e Giappone ma balzelli anche sulle auto tedesche, che pure sono ampiamente prodotte anche negli Stati Uniti.
L’Europa si prepara a rispondere prendendo in ostaggio quasi 3 miliardi di export Usa. Però prima di procedere aspetta le misure americane e continua a negoziare per ottenere sconti e ridurre i danni alla propria industria.
I segnali dalla Casa Bianca sono tanti e confusi: gli europei devono abbassare i dazi, agricoli in testa, aumentare i contributi alle spese militari in sede Nato, fare di più nei negoziati con la Cina per ridurne le enormi sovraccapacità produttive, prima di tutto nella siderurgia. Sono tutti i Leitmotiv dell’America First, dove però la supremazia suona più difensiva che offensiva, ansiosa di correzioni di squilibri mondiali consolidati più che di nuovi spazi di potenza da riempire. In fondo suona più europea che “gringa”.
Il parallelismo di interessi tra le sue sponde dell’Atlantico diventa più evidente se si guarda alle reazioni di Washington e Berlino di fronte alle scalate cinesi di imprese strategiche, il cui controllo rientra nella difesa della sicurezza nazionale.
Proprio perché avrebbe permesso alla Cina il sorpasso degli Stati Uniti nella tecnologia 5G, anticamera dell’intelligenza artificiale, Trump ha bloccato la scalata ostile di Broadcom al concorrente Qualcomm, n.2 americano nei semiconduttori, come aveva gia fatto nel 2017 con Lattice e prima di lui il presidente Barak Obama con Aixtron. Per le stesse ragioni il Congresso rafforzerà controlli e raggio di azione della potente commissione sugli investimenti esteri.
In Germania come in Europa le vulnerabilità sono maggiori perché le salvaguardie sono tradizionalmente minori. Anche se ora il modello americano sta diventando sempre più quello da imitare. Dopo aver digerito due anni fa lo shock della conquista di Kuka, il suo campione nella robotica, da parte della cinese Midea, Berlino ha subito in febbraio un colpo ancora più duro quando Geely è diventata con poco meno del 10% il maggior azionista di Daimler che controlla Mercedes-Benz, all’avanguardia nelle batterie per l’auto elettrica. Anche il n.1 nel capitale di Deutsche Bank è diventato cinese.
Per questo da liberista incrollabile la Germania ha cambiato verso: non solo si sta armando di difese più efficaci contro investimenti esteri ostili ma con Francia e Italia invoca una cintura di sicurezza anche europea. I timori dell’Unione vanno ormai oltre quelli della sistematica rapina delle sue supertecnologie destinate a foraggiare il Made in China 2025, il programma industriale per fare della Cina il numero 1 del mondo nel manifatturiero di punta. Passano per le intrusioni in casa propria che dividono e condizionano i partner Ue sommersi e comprati dagli investimenti a pioggia per costruire le infrastrutture della nuova Via della Seta, dai vertici annuali del gruppo 16+1 che lega a doppio filo Pechino con i paesi dell’Est e dei Balcani, di cui 11 Ue. Il tutto mentre da anni Bruxelles tenta invano di strappare a Pechino un accordo sugli investimenti che ne abbatta le troppe barriere.
Tutto protezionismo? Certo, la spirale di ritorsioni e contro-ritorsioni è dietro l’angolo. Per tutti. Ed è molto stretto e accidentato il sentiero per rifare un ordine mondiale più equo ed equilibrato per tutti. Ma è un rischio da correre. Se Stati Uniti ed Europa si stanno ricredendo sui benefici illimitati del liberismo incontrollato non è per sconfessione ideologica ma perché sono stufi di vederlo strumentalizzato da concorrenti spregiudicati che lo usano per giocare con le carte truccate. Per ora commerciale, certo...
Fonte
09/03/2018
Il popolo dei mezzogiorni uniti e l’Europa di Maastricht
Se tre mesi di visibilità della lista Potere al popolo hanno inciso sullo scenario politico italiano per l’1,qualcosa%, mentre ormai storiche e meglio finanziate formazioni parlamentari ed extraparlamentari hanno ottenuto risultati proporzionalmente più deludenti, come i radicali di +Europa (2,4%) e i neofascisti di Casapound (0,8%), è possibile ipotizzare che il futuro di questa lista e del movimento che l’ha incarnato possa essere più roseo di quanto si pensi.
Ciò non toglie però che Potere al popolo dovrà il prima possibile imparare sia dai punti di forza sia dalle debolezze delle istanze ad essa alternative, soprattutto da quelli del Movimento 5 stelle, il quale ci informa su tre dati di fatto: ancora una volta il Paese sembra essere disintegrato in due grosse macroregioni, quella Centro-Settentrionale e quella Meridionale e insulare; il Mezzogiorno sembrerebbe ancora una volta e ormai da più di 150 anni a questa parte ancora animata da un sogno di rivalsa, da un desiderio storico di emancipazione sociale ed economica; i risultati deludenti del Movimento 5 stelle nel Centro-Nord ci confermano che a lungo andare la mancanza di una teoria politica forte, di un progetto politico (che non va confuso con un mero programma elettorale) capace di organizzare e disciplinare, in altre parole di identificare, in un partito unico le forze della sinistra antagonista, potrebbe risultare un errore strategico, da cui non ci si potrebbe più rialzare.
L’antifascismo e il marxismo gramsciano non è più identificante e continuare a disperdere energie nell’ingenua credenza che il movimentismo e lo spontaneismo diano maggiore credibilità e affidabilità a Potere al popolo potrebbe a lungo andare rivelarsi distruttivo.
Il popolo dei mezzogiorni uniti e l’Europa di Maastricht. Per un pensiero dell’integrazione, di Angelo Calemme, Edisud Salerno, Salerno 2018, è un piccolo volume che sembrerebbe metterci in guardia proprio su quanto detto e, studiando l’attualità, propone soluzioni per nulla campate in aria, anzi, concrete e del tutto praticabili sia sul breve sia sul lungo periodo. Angelo Calemme ha studiato molto da vicino Potere al popolo e si è formato negli stessi ambienti in cui Viola Carofalo, il portavoce nazionale di Potere al popolo, ha mosso i suoi primi passi come leader della sinistra antagonista napoletana e cioè dall’Onda studentesca del 2008 fino all’Ex OPG “Je so’ pazz”.
Come nel 2008, secondo Calemme, negli ultimi anni la sinistra antagonista manca ancora di una teoria politica e di una disciplina di partito che formi criticamente le masse, che le renda omogenee, le identifichi, in una «cittadinanza come milizia» (Geymonat). Il pamphlet di Calemme risulta essere non un testo marxista nel senso stretto del termine, eppure tra i suoi riferimenti teorici prevalenti vi sono tutta una serie di autori che, convenzionalmente, si fanno risalire al marxismo internazionale, al meridionalismo e al terzomondismo. L’autore principale a cui il volume sembrerebbe maggiormente ispirarsi è Nicola Zitara, un economista calabrese di scuola gramsciana, negli ultimi decenni della sua vita un fervente neoborbonico, di recente scomparso, che, come scrive Calemme, comprese sin dagli anni ’70 che «per poter emancipare un popolo sconfitto, materialmente e moralmente sottosviluppato, come quello dei mezzogiorni italiani ed europei, occorre il prima possibile ritornare, politicamente, a pensare una coscienza di classe per coloro che per ragioni storiche determinate non ne hanno mai posseduta una e cioè quella del cosiddetto proletariato esterno.
Il pensiero politico di Zitara nasce infatti da una generale rilettura critica del socialismo scientifico italiano e in particolare dalle contraddizioni che la teoria gramsciana rivelò di sé nel momento in cui fu applicata all’annoso problema della mancata unificazione nazionale italiana e dell’annessa e connessa Questione meridionale». Calemme con passaggi semplici e appassionati ripropone e divulga il pensiero politico di Zitara nelle aggiornate vesti di un pensiero dell’attualità, non solo italiano ma europeo, che al tempo della spirale tecnocratica e del trionfo dell’ordoliberalismo si sforzi di ripensare un’emancipazione possibile per quelle masse di sfruttati, esterne a qualsiasi nazione, a qualsiasi razza, a qualsiasi classe, che come i barbari della Roma antica bramano ormai già da tempo non solo l’ospitalità ma una cittadinanza effettiva.
La categoria interpretativa nodale per dipanare il problema del proletariato esterno europeo è, secondo Calemme, quella dell’accumulazione ordoliberale che sia in Italia sia in Europa si sostiene sulla riproduzione di sempre nuovi mezzogiorni, sempre nuove aree di sottosviluppo indotto, nel cuore dell’Europa, funzionali al sistema dello sviluppo europeo.
Sulla base dei documenti raccolti e dei dati empirici ordinati, Calemme – con e oltre Zitara – spinge a credere che il futuro della sinistra antagonista è nella creazione di un pensiero politico capace di identificare in unico popolo i sottosviluppati d’Europa e, sulla base non tanto di un internazionalismo proletario ma di un europeismo dei mezzogiorni, indurre, se necessario con moti organizzati di massa contro il sistema di Maastricht, una reale integrazione europea che riparta non tanto dalle aree sviluppate e ora in sofferenza ma dalle aree storicamente deindustrializzate, che come i paesi del Terzo mondo oggigiorno investono solo nel turismo e nell’agricoltura. Questo perché la lotta non dovrà essere guidata dal proletariato industriale e neanche dal sottoproletariato urbano ma dal proto-proletariato delle aree sottosviluppate d’Europa (Italia meridionale, Germania orientale, Grecia, etc.).
Per chi volesse evitare che la sinistra antagonista, ancora una volta, si infranga sugli scogli dell’antifascismo identitario e su parole d’ordine ormai scadute, la lettura del piccolo scritto di Calemme potrebbe risultare molto utile, in quanto propone di rileggere la categoria di integrazione dal punto di vista dell’emancipazione materiale e morale; e cosa più curiosa lo fa con lo sguardo di chi, parafrasando Francesco II di Borbone, “non ha nemmeno gli occhi per piangere”, ovvero del lavoratore esterno al lavoro europeo e per questo migrante.
Ciò appare evidente non appena leggiamo la sinossi di questo volumetto, secondo la quale «in un’Europa priva di una carta costituzionale, in quest’Europa tecnocratica e neoliberale, l’unico vero popolo europeo è quello dei suoi mezzogiorni, ovvero di quelle masse di lavoratori che in quanto esterne, disintegrate, escluse dal lavoro e dallo sviluppo comunitario, rimangono fuori a qualsiasi ordine e grado di cittadinanza».
Il volume di Calemme «si rivolge a queste ultime, ponendo a loro disposizione tutta una serie di dati empirici e modelli interpretativi, al fine di ritornare a pensare politicamente la loro emancipazione sociale nella lotta politica per l’integrazione delle aree sottosviluppate all’interno del mercato unico; come ci insegna infatti la storia delle mancate unificazioni italiana e tedesca, nessuna forte identità, nessun sentito vincolo di appartenenza, legherà mai un greco a un tedesco, un francese a uno spagnolo, un olandese a un italiano, fino a quando non vi sarà una preliminare volontà politica costituente, che spinga ad esempio stati nazionali così diversi e tuttavia così simili tra loro, come quelli dell’Unione, ad integrarsi vicendevolmente.
Solo quando si otterrà una cittadinanza comunitaria del lavoro, sulla base cioè di una lotta politica e sociale per la costituzione di un potere pubblico e federale che sovraintenda agli interessi privati dei singoli paesi per lo sviluppo dei mezzogiorni, un unico popolo europeo nascerà alla storia, ponendo con ciò fine a questa nostra grande crisi e ricordando ai più che non è mai stata, come ingenuamente ancora si crede, meramente economica, ma innanzitutto sociale e istituzionale».
Per chi volesse provare a rileggere l’attualità con gli occhi di un neomeridionalismo per provare a immaginare un futuro possibile per la sinistra antagonista italiana ed europea, vale la pena dare un’occhiata a questo pamphlet alquanto sui generis.
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Ciò non toglie però che Potere al popolo dovrà il prima possibile imparare sia dai punti di forza sia dalle debolezze delle istanze ad essa alternative, soprattutto da quelli del Movimento 5 stelle, il quale ci informa su tre dati di fatto: ancora una volta il Paese sembra essere disintegrato in due grosse macroregioni, quella Centro-Settentrionale e quella Meridionale e insulare; il Mezzogiorno sembrerebbe ancora una volta e ormai da più di 150 anni a questa parte ancora animata da un sogno di rivalsa, da un desiderio storico di emancipazione sociale ed economica; i risultati deludenti del Movimento 5 stelle nel Centro-Nord ci confermano che a lungo andare la mancanza di una teoria politica forte, di un progetto politico (che non va confuso con un mero programma elettorale) capace di organizzare e disciplinare, in altre parole di identificare, in un partito unico le forze della sinistra antagonista, potrebbe risultare un errore strategico, da cui non ci si potrebbe più rialzare.
L’antifascismo e il marxismo gramsciano non è più identificante e continuare a disperdere energie nell’ingenua credenza che il movimentismo e lo spontaneismo diano maggiore credibilità e affidabilità a Potere al popolo potrebbe a lungo andare rivelarsi distruttivo.
Il popolo dei mezzogiorni uniti e l’Europa di Maastricht. Per un pensiero dell’integrazione, di Angelo Calemme, Edisud Salerno, Salerno 2018, è un piccolo volume che sembrerebbe metterci in guardia proprio su quanto detto e, studiando l’attualità, propone soluzioni per nulla campate in aria, anzi, concrete e del tutto praticabili sia sul breve sia sul lungo periodo. Angelo Calemme ha studiato molto da vicino Potere al popolo e si è formato negli stessi ambienti in cui Viola Carofalo, il portavoce nazionale di Potere al popolo, ha mosso i suoi primi passi come leader della sinistra antagonista napoletana e cioè dall’Onda studentesca del 2008 fino all’Ex OPG “Je so’ pazz”.
Come nel 2008, secondo Calemme, negli ultimi anni la sinistra antagonista manca ancora di una teoria politica e di una disciplina di partito che formi criticamente le masse, che le renda omogenee, le identifichi, in una «cittadinanza come milizia» (Geymonat). Il pamphlet di Calemme risulta essere non un testo marxista nel senso stretto del termine, eppure tra i suoi riferimenti teorici prevalenti vi sono tutta una serie di autori che, convenzionalmente, si fanno risalire al marxismo internazionale, al meridionalismo e al terzomondismo. L’autore principale a cui il volume sembrerebbe maggiormente ispirarsi è Nicola Zitara, un economista calabrese di scuola gramsciana, negli ultimi decenni della sua vita un fervente neoborbonico, di recente scomparso, che, come scrive Calemme, comprese sin dagli anni ’70 che «per poter emancipare un popolo sconfitto, materialmente e moralmente sottosviluppato, come quello dei mezzogiorni italiani ed europei, occorre il prima possibile ritornare, politicamente, a pensare una coscienza di classe per coloro che per ragioni storiche determinate non ne hanno mai posseduta una e cioè quella del cosiddetto proletariato esterno.
Il pensiero politico di Zitara nasce infatti da una generale rilettura critica del socialismo scientifico italiano e in particolare dalle contraddizioni che la teoria gramsciana rivelò di sé nel momento in cui fu applicata all’annoso problema della mancata unificazione nazionale italiana e dell’annessa e connessa Questione meridionale». Calemme con passaggi semplici e appassionati ripropone e divulga il pensiero politico di Zitara nelle aggiornate vesti di un pensiero dell’attualità, non solo italiano ma europeo, che al tempo della spirale tecnocratica e del trionfo dell’ordoliberalismo si sforzi di ripensare un’emancipazione possibile per quelle masse di sfruttati, esterne a qualsiasi nazione, a qualsiasi razza, a qualsiasi classe, che come i barbari della Roma antica bramano ormai già da tempo non solo l’ospitalità ma una cittadinanza effettiva.
La categoria interpretativa nodale per dipanare il problema del proletariato esterno europeo è, secondo Calemme, quella dell’accumulazione ordoliberale che sia in Italia sia in Europa si sostiene sulla riproduzione di sempre nuovi mezzogiorni, sempre nuove aree di sottosviluppo indotto, nel cuore dell’Europa, funzionali al sistema dello sviluppo europeo.
Sulla base dei documenti raccolti e dei dati empirici ordinati, Calemme – con e oltre Zitara – spinge a credere che il futuro della sinistra antagonista è nella creazione di un pensiero politico capace di identificare in unico popolo i sottosviluppati d’Europa e, sulla base non tanto di un internazionalismo proletario ma di un europeismo dei mezzogiorni, indurre, se necessario con moti organizzati di massa contro il sistema di Maastricht, una reale integrazione europea che riparta non tanto dalle aree sviluppate e ora in sofferenza ma dalle aree storicamente deindustrializzate, che come i paesi del Terzo mondo oggigiorno investono solo nel turismo e nell’agricoltura. Questo perché la lotta non dovrà essere guidata dal proletariato industriale e neanche dal sottoproletariato urbano ma dal proto-proletariato delle aree sottosviluppate d’Europa (Italia meridionale, Germania orientale, Grecia, etc.).
Per chi volesse evitare che la sinistra antagonista, ancora una volta, si infranga sugli scogli dell’antifascismo identitario e su parole d’ordine ormai scadute, la lettura del piccolo scritto di Calemme potrebbe risultare molto utile, in quanto propone di rileggere la categoria di integrazione dal punto di vista dell’emancipazione materiale e morale; e cosa più curiosa lo fa con lo sguardo di chi, parafrasando Francesco II di Borbone, “non ha nemmeno gli occhi per piangere”, ovvero del lavoratore esterno al lavoro europeo e per questo migrante.
Ciò appare evidente non appena leggiamo la sinossi di questo volumetto, secondo la quale «in un’Europa priva di una carta costituzionale, in quest’Europa tecnocratica e neoliberale, l’unico vero popolo europeo è quello dei suoi mezzogiorni, ovvero di quelle masse di lavoratori che in quanto esterne, disintegrate, escluse dal lavoro e dallo sviluppo comunitario, rimangono fuori a qualsiasi ordine e grado di cittadinanza».
Il volume di Calemme «si rivolge a queste ultime, ponendo a loro disposizione tutta una serie di dati empirici e modelli interpretativi, al fine di ritornare a pensare politicamente la loro emancipazione sociale nella lotta politica per l’integrazione delle aree sottosviluppate all’interno del mercato unico; come ci insegna infatti la storia delle mancate unificazioni italiana e tedesca, nessuna forte identità, nessun sentito vincolo di appartenenza, legherà mai un greco a un tedesco, un francese a uno spagnolo, un olandese a un italiano, fino a quando non vi sarà una preliminare volontà politica costituente, che spinga ad esempio stati nazionali così diversi e tuttavia così simili tra loro, come quelli dell’Unione, ad integrarsi vicendevolmente.
Solo quando si otterrà una cittadinanza comunitaria del lavoro, sulla base cioè di una lotta politica e sociale per la costituzione di un potere pubblico e federale che sovraintenda agli interessi privati dei singoli paesi per lo sviluppo dei mezzogiorni, un unico popolo europeo nascerà alla storia, ponendo con ciò fine a questa nostra grande crisi e ricordando ai più che non è mai stata, come ingenuamente ancora si crede, meramente economica, ma innanzitutto sociale e istituzionale».
Per chi volesse provare a rileggere l’attualità con gli occhi di un neomeridionalismo per provare a immaginare un futuro possibile per la sinistra antagonista italiana ed europea, vale la pena dare un’occhiata a questo pamphlet alquanto sui generis.
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