Due sere fa, sul programma Presadiretta, si è fatto un quadro della situazione del Meridione italiano che non può che suscitare un certo grado di sgomento, ma anche di rabbia. La trasmissione si è basata sui dati resi pubblici dagli ultimi studi dello Svimez.
Sappiamo già che è proprio il Sud Italia ad essere maggiormente interessato da quel fenomeno di desertificazione che risale la penisola insieme alla crisi climatica, messa sempre in secondo piano rispetto ai profitti. Ma quest’area ha vissuto anche altre forme di desertificazione.
Quella industriale e manifatturiera, che ha reso impossibile cercare un futuro nel Mezzogiorno. Il governo ha creato una narrazione tossica sulla volontà di costruire una Zona Economica Speciale nel Sud, che rappresenta solamente una misura complementare dell’autonomia differenziata.
Invece di garantire uno sviluppo equilibrato e attento ai consumi collettivi (il che significherebbe anche un miglioramento delle infrastrutture e dei servizi pubblici), a Palazzo Chigi pensano a come trasformare definitivamente il Sud in un terreno di speculazione per le imprese, millantando che ciò ridarà fiato a quest’area abbandonata da decenni.
Ma il dato che più di tutti è stato sottolineato dallo Svimez e poi da Presadiretta è il numero di laureati che è fuggito dal Mezzogiorno. Sono stati circa un milione coloro che, dopo il titolo accademico, se ne sono definitivamente andati dal Sud negli ultimi venti anni.
Le iscrizioni negli atenei meridionali sono crollate, con i giovani diretti verso le università più rinomate del Nord o verso l’estero. L’anno scorso lo Svimez aveva evidenziato come il Sud perdesse circa 40 mila laureati all’anno.
Una dinamica che non è una casualità, ma un vero e proprio “furto” di cervelli – più che fuga –, con una polarizzazione tra istituti di serie A e di serie B costruita ad arte coi meccanismi premiali del Fondo di Finanziamento Ordinario dell’istruzione accademica. E ovviamente una maggiore attrattività da parte dei paesi core della UE.
In generale, sono poi tutte le aree interne a perdere laureati. Negli ultimi vent’anni, oltre 330 mila laureati tra i 25 e i 39 anni le hanno abbandonate, diretti verso i centri urbani, mentre circa 45 mila si sono diretti verso mete straniere: le aree interne hanno perso in media 8 mila laureati l’anno.
Non solo i laureati, ma i giovani nel complesso decidono di andarsene dall’Italia. Negli ultimi due anni sono state 100 mila le persone tra i 18 e i 35 anni che se ne sono andate all’estero, secondo la Fondazione Nord Est (un forum economico presieduto da Confindustria).
Per la Fondazione, inoltre, poiché molti giovani mantengono la residenza in Italia, pur vivendo in un altro paese, il dato sarebbero nettamente sottodimensionato. Si stima che la sua grandezza possa essere tre volte superiore.
Per dare un futuro alle giovani generazioni non basta più la retorica di una classe politica tutta uguale, che continua da decenni con le stesse politiche e che non è mai messa alle strette di fronte al suo fallimento. Serve un’alternativa che tenga conto dei bisogni dei giovani e dei settori popolari.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/02/2023
Autonomia Differenziata. Pericolosa per il Sud come per la presunta “locomotiva del Nord”
La prima approvazione in Consiglio dei Ministri del “ddl Calderoli” segna un passaggio preoccupante e, pertanto, da non sottovalutare anche se, in parte, dovuto ad esigenze propagandistiche della Lega per le elezioni regionali in Lombardia.
Di fronte a questa prevedibile situazione, nell’assemblea nazionale del 29 gennaio dei Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata si è, opportunamente, fatto riferimento all’obiettivo di una manifestazione nazionale.
Quindi una manifestazione che non sia soltanto di realtà, Associazioni, Movimenti, forze politiche e sindacali meridionali ma che sappia parlare all’intero Paese perché, soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, l’autonomia differenziata è un pericolo per il sistema Paese e non è più un vero vantaggio nemmeno per alcune Regioni settentrionali.
Tuttavia per allargare il nostro angolo visuale, in modo da supportare meglio la mobilitazione in atto, è indispensabile non farsi trascinare nel teatrino politico che non ci viene risparmiato nemmeno su una tematica così importante e mirare ad analisi tendenzialmente strutturali.
Ad esempio, da anni la SVIMEZ, nei suoi rapporti annuali, fa riferimento ad un “doppio divario” quello tra il Nord Italia e il Sud e quello tra l’Italia e l’Europa.
In altri termini, se oggi è fondamentale avere una visione della “quistione meridionale” non più soltanto di tipo nazionale per il suo inevitabile intreccio con le politiche regionali e le strategie macroregionali europee, così la teoria della “locomotiva”, tanto cara ai liberisti nostrani, non si può vedere sganciata dal contesto europeo che dopo il 24 febbraio 2022 ha avuto un forte spinta alla meridionalizzazione in seguito all’accelerazione di processi geopolitici che, seppur già in atto, hanno avuto una prima intensificazione con la crisi pandemica.
Non a caso il Nobel statunitense Paul Krugman sin dal 1991 ha individuato una tendenza alla “mezzogiornificazione dell’Europa” [1] che oggi, però, non è più concentrata soprattutto nei Paesi del Sud Europa (i PIGS) ma si va progressivamente estendendo all’insieme del continente a partire dalla Germania, la nota “locomotiva” UE, che maggiormente risente le conseguenze negative in termini di competitività e produttività del proprio sistema economico per l’attuale crisi internazionale.
Quindi, a differenza di alcuni anni fa, uno dei pilastri dell’autonomia differenziata, ossia l’aggancio della locomotiva italiana (le tre Regioni battistrada) a quella tedesca è fortemente in crisi per le grosse difficoltà della “locomotiva-madre” che oggi faticosamente cerca di ridefinire una propria prospettiva strategica.
Tuttavia c’è un altro importante elemento che ha una data ben più lontana del febbraio dello scorso anno: le politiche liberiste da tempo hanno provocato un arretramento delle nostre “Regioni forti” rispetto alle analoghe Regioni europee.
Infatti già nel Rapporto SVIMEZ 2020 si fa presente che, in base al PIL pro-capite, la Lombardia dal 2000 al 2007 scivola dal 17° al 29° posto, nel 2009 è ancora al 29° posto e nel 2018 retrocede al 44° posto; l’Emilia-Romagna dal 25° posto del 2000 al 41° posto del 2007 e scende al 55° posto nel 2018; il Veneto passa dal 36° posto al 54° nel 2007 e al 74° nel 2018. [2]
A conferma di questi dati, con riferimento specifico ad una delle tre Regioni citate, si può leggere un articolo molto interessante e più recente pubblicato il mese scorso sul sito Sbilanciamoci dal significativo titolo “Meridionalizazione della Lombardia in Europa” dove l’ Autore – Roberto Romano – porta precise statistiche sulla divaricazione dell’economia lombarda rispetto a quella tedesca[3].
È questo arretramento che fa parlare di “meridionalizzazione” della Regione italiana più forte e del tendenziale allargamento dell’area meridionale del Paese aldilà dei suoi confini storici.
Il suggello alla situazione descritta è stato dato anche dal fatto che due Regioni dell’Italia centrale – Marche ed Umbria – corrono il rischio da alcuni anni di essere inserite tra i territori meno sviluppati per i cicli della programmazione europea.
Alla luce di quanto delineato, si comprende che oggi il peggioramento della situazione economico-sociale del Paese fa sì che la vera contraddizione – fuori e contro la propaganda leghista, dell’ideologia del merito e della pseudo-efficienza – è tra Regioni meno deboli e Regioni più deboli e, quindi, anche la nota e fortunata espressione di “secessione dei ricchi” – che molti di noi hanno condiviso – merita qualche ulteriore riflessione sulla sua integrale ed effettiva attualità perché, pur riferendosi ad un divario territoriale tuttora esistente, può generare degli equivoci con le classi subalterne settentrionali che sicuramente non si vedono tra i “ricchi”.
Insomma non si tratta solo di invitare qualche economista alle nostre iniziative da affiancare ai costituzionalisti ma comprendere che occorre rafforzare la lotta e la critica all’autonomia differenziata in termini di sfida sul modello di sviluppo anche perché sul breve-medio periodo la Germania intensificherà la tendenza che ha già manifestato negli ultimi anni agendo in proprio e cercando con ancora maggiore determinazione sbocchi extra-UE al proprio export (si veda il viaggio in Cina del suo Primo Ministro accompagnato da una folta delegazione della Confindustria tedesca) e, quindi, non è detto che voglia continuare ad essere una “locomotiva” prevalentemente europea.
Del resto, le posizioni di Bonomi e di vasti settori della Confindustria di estrema freddezza – se non di contrarietà – sull’autonomia differenziata significano che il padronato nostrano è ben cosciente che è necessaria una prospettiva per il sistema-Paese e non certo, come dicono, per l’unità della Repubblica anche se possiamo adoperare persino queste posizioni nelle argomentazioni contro l’autonomia differenziata verso quei settori di massa più incerti e moderati.
Un meridionalismo moderno e non soltanto rivendicativo comprende che non c’è soltanto il problema di accendere il motore meridionale accanto a quello settentrionale perché c’è la drammatica prospettiva che si vada spegnendo il motore del sistema-Paese e ciò per noi significa che questa situazione rende possibile parlare, con piena cognizione di causa, ai cittadini del Nord ad iniziare, come già accennato, ai proletari di quelle Regioni.
La battaglia contro le gabbie salariali degli anni '60 la vincemmo perchè riuscimmo a praticare la parola d’ordine del “Nord/Sud uniti nella lotta”. Seppur in un contesto interno e internazionale molto diverso, dobbiamo praticare la medesima strada perché solo così potremo sconfiggere l’autonomia differenziata.
La storia del Movimento operaio e popolare c’insegna che la differenziazione ha agito e agirà anche all’interno del Nord com’è già successo proprio con le citate gabbie salariali dove quelle dell’area milanese erano ben più elevate di quelle ad esempio, del bellunese e dove, nelle zone interne del Nord, c’erano delle gabbie salariali anche più basse di alcune aree meridionali più industrializzate.
Le gabbie salariali di allora, per quanto criticabili perché espressione della legge capitalistica dello sviluppo ineguale, avevano un forte aggancio con l’economia reale perché c’era la “locomotiva” del triangolo industriale, le gabbie salariali contrattuali che vogliono prospettarci non hanno un tale aggancio ma restano in un prevalente ambito di spesa pubblica e all’interno di un regime liberista che, data la situazione internazionale, si accinge a tagliare ulteriormente la spesa sociale per aumentare quella militare, perciò gli eventuali e molto limitati benefici non saranno per intere Regioni del Nord ma per le ristrette aree più forti dei territori meno deboli.
Comunque determinante sarà il tipo di modello alternativo di sviluppo che sapremo proporre e che non potrà prescindere da una riconsiderazione strategica dell’area mediterranea ma non in termini securitari, strumentali e da guerra fredda come vuole l’attuale governo di destra.
Note
[1] Cfr. Paul Krugman in Geografia e Commercio Internazionale del 1991 ma pubblicato in italiano dalla Garzanti nel 1995.
[2] Cfr, Rapporto SVIMEZ 2020 pag. 10
[3] Il citato Autore osserva che il rapporto investimenti/PIL in Lombardia passa dal 22% nel 2007 al 17,5% nel 2019; inoltre dal 2009 c’è un rallentamento della dinamica del valore aggiunto maturando un ritardo pari a 10 punti rispetto non solo alla Germania ma anche rispetto alla Francia nel 2021.
Fonte
Di fronte a questa prevedibile situazione, nell’assemblea nazionale del 29 gennaio dei Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata si è, opportunamente, fatto riferimento all’obiettivo di una manifestazione nazionale.
Quindi una manifestazione che non sia soltanto di realtà, Associazioni, Movimenti, forze politiche e sindacali meridionali ma che sappia parlare all’intero Paese perché, soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, l’autonomia differenziata è un pericolo per il sistema Paese e non è più un vero vantaggio nemmeno per alcune Regioni settentrionali.
Tuttavia per allargare il nostro angolo visuale, in modo da supportare meglio la mobilitazione in atto, è indispensabile non farsi trascinare nel teatrino politico che non ci viene risparmiato nemmeno su una tematica così importante e mirare ad analisi tendenzialmente strutturali.
Ad esempio, da anni la SVIMEZ, nei suoi rapporti annuali, fa riferimento ad un “doppio divario” quello tra il Nord Italia e il Sud e quello tra l’Italia e l’Europa.
In altri termini, se oggi è fondamentale avere una visione della “quistione meridionale” non più soltanto di tipo nazionale per il suo inevitabile intreccio con le politiche regionali e le strategie macroregionali europee, così la teoria della “locomotiva”, tanto cara ai liberisti nostrani, non si può vedere sganciata dal contesto europeo che dopo il 24 febbraio 2022 ha avuto un forte spinta alla meridionalizzazione in seguito all’accelerazione di processi geopolitici che, seppur già in atto, hanno avuto una prima intensificazione con la crisi pandemica.
Non a caso il Nobel statunitense Paul Krugman sin dal 1991 ha individuato una tendenza alla “mezzogiornificazione dell’Europa” [1] che oggi, però, non è più concentrata soprattutto nei Paesi del Sud Europa (i PIGS) ma si va progressivamente estendendo all’insieme del continente a partire dalla Germania, la nota “locomotiva” UE, che maggiormente risente le conseguenze negative in termini di competitività e produttività del proprio sistema economico per l’attuale crisi internazionale.
Quindi, a differenza di alcuni anni fa, uno dei pilastri dell’autonomia differenziata, ossia l’aggancio della locomotiva italiana (le tre Regioni battistrada) a quella tedesca è fortemente in crisi per le grosse difficoltà della “locomotiva-madre” che oggi faticosamente cerca di ridefinire una propria prospettiva strategica.
Tuttavia c’è un altro importante elemento che ha una data ben più lontana del febbraio dello scorso anno: le politiche liberiste da tempo hanno provocato un arretramento delle nostre “Regioni forti” rispetto alle analoghe Regioni europee.
Infatti già nel Rapporto SVIMEZ 2020 si fa presente che, in base al PIL pro-capite, la Lombardia dal 2000 al 2007 scivola dal 17° al 29° posto, nel 2009 è ancora al 29° posto e nel 2018 retrocede al 44° posto; l’Emilia-Romagna dal 25° posto del 2000 al 41° posto del 2007 e scende al 55° posto nel 2018; il Veneto passa dal 36° posto al 54° nel 2007 e al 74° nel 2018. [2]
A conferma di questi dati, con riferimento specifico ad una delle tre Regioni citate, si può leggere un articolo molto interessante e più recente pubblicato il mese scorso sul sito Sbilanciamoci dal significativo titolo “Meridionalizazione della Lombardia in Europa” dove l’ Autore – Roberto Romano – porta precise statistiche sulla divaricazione dell’economia lombarda rispetto a quella tedesca[3].
È questo arretramento che fa parlare di “meridionalizzazione” della Regione italiana più forte e del tendenziale allargamento dell’area meridionale del Paese aldilà dei suoi confini storici.
Il suggello alla situazione descritta è stato dato anche dal fatto che due Regioni dell’Italia centrale – Marche ed Umbria – corrono il rischio da alcuni anni di essere inserite tra i territori meno sviluppati per i cicli della programmazione europea.
Alla luce di quanto delineato, si comprende che oggi il peggioramento della situazione economico-sociale del Paese fa sì che la vera contraddizione – fuori e contro la propaganda leghista, dell’ideologia del merito e della pseudo-efficienza – è tra Regioni meno deboli e Regioni più deboli e, quindi, anche la nota e fortunata espressione di “secessione dei ricchi” – che molti di noi hanno condiviso – merita qualche ulteriore riflessione sulla sua integrale ed effettiva attualità perché, pur riferendosi ad un divario territoriale tuttora esistente, può generare degli equivoci con le classi subalterne settentrionali che sicuramente non si vedono tra i “ricchi”.
Insomma non si tratta solo di invitare qualche economista alle nostre iniziative da affiancare ai costituzionalisti ma comprendere che occorre rafforzare la lotta e la critica all’autonomia differenziata in termini di sfida sul modello di sviluppo anche perché sul breve-medio periodo la Germania intensificherà la tendenza che ha già manifestato negli ultimi anni agendo in proprio e cercando con ancora maggiore determinazione sbocchi extra-UE al proprio export (si veda il viaggio in Cina del suo Primo Ministro accompagnato da una folta delegazione della Confindustria tedesca) e, quindi, non è detto che voglia continuare ad essere una “locomotiva” prevalentemente europea.
Del resto, le posizioni di Bonomi e di vasti settori della Confindustria di estrema freddezza – se non di contrarietà – sull’autonomia differenziata significano che il padronato nostrano è ben cosciente che è necessaria una prospettiva per il sistema-Paese e non certo, come dicono, per l’unità della Repubblica anche se possiamo adoperare persino queste posizioni nelle argomentazioni contro l’autonomia differenziata verso quei settori di massa più incerti e moderati.
Un meridionalismo moderno e non soltanto rivendicativo comprende che non c’è soltanto il problema di accendere il motore meridionale accanto a quello settentrionale perché c’è la drammatica prospettiva che si vada spegnendo il motore del sistema-Paese e ciò per noi significa che questa situazione rende possibile parlare, con piena cognizione di causa, ai cittadini del Nord ad iniziare, come già accennato, ai proletari di quelle Regioni.
La battaglia contro le gabbie salariali degli anni '60 la vincemmo perchè riuscimmo a praticare la parola d’ordine del “Nord/Sud uniti nella lotta”. Seppur in un contesto interno e internazionale molto diverso, dobbiamo praticare la medesima strada perché solo così potremo sconfiggere l’autonomia differenziata.
La storia del Movimento operaio e popolare c’insegna che la differenziazione ha agito e agirà anche all’interno del Nord com’è già successo proprio con le citate gabbie salariali dove quelle dell’area milanese erano ben più elevate di quelle ad esempio, del bellunese e dove, nelle zone interne del Nord, c’erano delle gabbie salariali anche più basse di alcune aree meridionali più industrializzate.
Le gabbie salariali di allora, per quanto criticabili perché espressione della legge capitalistica dello sviluppo ineguale, avevano un forte aggancio con l’economia reale perché c’era la “locomotiva” del triangolo industriale, le gabbie salariali contrattuali che vogliono prospettarci non hanno un tale aggancio ma restano in un prevalente ambito di spesa pubblica e all’interno di un regime liberista che, data la situazione internazionale, si accinge a tagliare ulteriormente la spesa sociale per aumentare quella militare, perciò gli eventuali e molto limitati benefici non saranno per intere Regioni del Nord ma per le ristrette aree più forti dei territori meno deboli.
Comunque determinante sarà il tipo di modello alternativo di sviluppo che sapremo proporre e che non potrà prescindere da una riconsiderazione strategica dell’area mediterranea ma non in termini securitari, strumentali e da guerra fredda come vuole l’attuale governo di destra.
Note
[1] Cfr. Paul Krugman in Geografia e Commercio Internazionale del 1991 ma pubblicato in italiano dalla Garzanti nel 1995.
[2] Cfr, Rapporto SVIMEZ 2020 pag. 10
[3] Il citato Autore osserva che il rapporto investimenti/PIL in Lombardia passa dal 22% nel 2007 al 17,5% nel 2019; inoltre dal 2009 c’è un rallentamento della dinamica del valore aggiunto maturando un ritardo pari a 10 punti rispetto non solo alla Germania ma anche rispetto alla Francia nel 2021.
Fonte
06/11/2019
Lo Svimez e il reddito di cittadinanza. Verità e mistificazioni
Nel suo rapporto annuale la Svimez rileva che “Sembra che il Reddito di Cittadinanza stia allontanando dal mercato del lavoro anziché richiamare persone in cerca di occupazione“1. Ovviamente si dimentica che il reddito di cittadinanza non ha come obbiettivo né immediato né principale il richiamare persone in cerca di occupazione. La sua subordinazione a logiche di workfare infatti ne snatura la funzione.
Nel rapporto si aggiunge “Un secondo problema è che il trasferimento monetario spiazza il lavoro perché tende ad alzare il salario di riserva e, di conseguenza, disincentiva il beneficiario ad accettare posti precari, occasionali, a tempo parziale“. Un vero peccato. Eravamo così abituati a vedere giovani generazioni (e meno giovani) accettare qualsiasi tipo di lavoro. Eravamo così abituati ai donatori di lavoro, all’elemosina e alla sudditanza che vedere qualcuno che non accetta posti precari e occasionali ci sconcerta. Noi siamo infatti la Repubblica fondata sul lavoro (altrui).
Allarmato lo Svimez propone di uscire dalla “logica del sussidio monetario” e presenta subito un’alternativa all’insegna della dispersione delle risorse mirando a “rendere il Reddito di Cittadinanza parte di un progetto più ampio di inclusione sociale. Le risorse disponibili per il Reddito di Cittadinanza potrebbero finanziare, infatti, un sistema integrato di servizi per le fasce più deboli della popolazione, attraverso interventi mirati per contrastare l’abbandono scolastico, integrare i servizi socio-sanitari (asili nido, strutture socio-assistenziali per anziani) oggi carenti, rafforzare le politiche attive del lavoro, migliorando così la qualità della vita delle fasce più fragili della popolazione e attivando, al tempo stesso, anche attraverso il mondo della cooperazione, occasioni di lavoro“.
Qui si scoprono gli altarini. Alla fine quelli che il reddito lo odiano sono molti dei professionisti del volontariato e della cooperazione, che in realtà sono professionisti del precariato e dell’asservimento comunitario (a titolo religioso e non). Senza contare che appunto tutti questi mini-interventi di carattere vago sono l’ideale per disperdere (spesso nelle tasche di questi professionisti) le risorse che verrebbero stornate dal reddito. Ebbene, cari miei al reddito non c’è alternativa.
Anche se ricostruiste lo Stato sociale degli anni gloriosi, anche se faceste il miglior Piano di lavoro possibile, la disoccupazione tecnologica sarebbe sempre lì ad aspettarvi, riportandovi, come l’oca del famoso gioco, al punto di partenza. Ovvero all’alternativa tra l’elemosina e il salario sociale inteso come base imprescindibile.
Note:
1https://www.msn.com/it-it/money/storie-principali/il-reddito-di-cittadinanza-sta-allontanando-le-persone-dal-mondo-del-lavoro/ar-AAJOnpN?ocid=WidgetStore
Fonte
Nel rapporto si aggiunge “Un secondo problema è che il trasferimento monetario spiazza il lavoro perché tende ad alzare il salario di riserva e, di conseguenza, disincentiva il beneficiario ad accettare posti precari, occasionali, a tempo parziale“. Un vero peccato. Eravamo così abituati a vedere giovani generazioni (e meno giovani) accettare qualsiasi tipo di lavoro. Eravamo così abituati ai donatori di lavoro, all’elemosina e alla sudditanza che vedere qualcuno che non accetta posti precari e occasionali ci sconcerta. Noi siamo infatti la Repubblica fondata sul lavoro (altrui).
Allarmato lo Svimez propone di uscire dalla “logica del sussidio monetario” e presenta subito un’alternativa all’insegna della dispersione delle risorse mirando a “rendere il Reddito di Cittadinanza parte di un progetto più ampio di inclusione sociale. Le risorse disponibili per il Reddito di Cittadinanza potrebbero finanziare, infatti, un sistema integrato di servizi per le fasce più deboli della popolazione, attraverso interventi mirati per contrastare l’abbandono scolastico, integrare i servizi socio-sanitari (asili nido, strutture socio-assistenziali per anziani) oggi carenti, rafforzare le politiche attive del lavoro, migliorando così la qualità della vita delle fasce più fragili della popolazione e attivando, al tempo stesso, anche attraverso il mondo della cooperazione, occasioni di lavoro“.
Qui si scoprono gli altarini. Alla fine quelli che il reddito lo odiano sono molti dei professionisti del volontariato e della cooperazione, che in realtà sono professionisti del precariato e dell’asservimento comunitario (a titolo religioso e non). Senza contare che appunto tutti questi mini-interventi di carattere vago sono l’ideale per disperdere (spesso nelle tasche di questi professionisti) le risorse che verrebbero stornate dal reddito. Ebbene, cari miei al reddito non c’è alternativa.
Anche se ricostruiste lo Stato sociale degli anni gloriosi, anche se faceste il miglior Piano di lavoro possibile, la disoccupazione tecnologica sarebbe sempre lì ad aspettarvi, riportandovi, come l’oca del famoso gioco, al punto di partenza. Ovvero all’alternativa tra l’elemosina e il salario sociale inteso come base imprescindibile.
Note:
1https://www.msn.com/it-it/money/storie-principali/il-reddito-di-cittadinanza-sta-allontanando-le-persone-dal-mondo-del-lavoro/ar-AAJOnpN?ocid=WidgetStore
Fonte
11/09/2019
Autonomia differenziata, breve genesi di una necessità padronale
Il 28 febbraio del 2018, a soli quattro giorni dalle elezioni, l’allora Presidente del consiglio Paolo Gentiloni, a Camere sciolte e dunque formalmente incaricato del semplice disbrigo degli affari correnti, siglava il preaccordo con le regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna per la cosiddetta “Autonomia differenziata”, ossia l’annessione definitiva delle competenze legislative su alcune materie – come istruzione, tutela dell’ambiente, della salute e del lavoro, rapporti con l’Ue – da parte delle Regioni coinvolte a discapito dello Stato.
In breve, con l'autonomia differenziata si intende la possibilità da parte delle tre regioni più ricche d'Italia di trattenere e gestire una quota maggiore del gettito fiscale generato nei propri territori. Come sottolineato da più parti, la riduzione delle imposte a disposizione dello Stato porrebbe definitivamente la parola fine, venendo meno la condizione di redistribuzione solidale della ricchezza, alle possibilità di riduzione del gap che storicamente affligge le regioni del Mezzogiorno nei confronti di quelle de centro-nord del paese.
Tenendo per un momento da parte i rischi connessi a un’iniziativa del genere, per ora ciò che qui interessa è che le regioni menzionate, almeno nella storia della Repubblica, sono state caratterizzate da sviluppi e fortune differenti senza che questo, evidentemente, ne impedisca oggi una convergenza politico-programmatica. Un breve sguardo a questo e alla situazione odierna potrebbe aiutare nella comprensione della fase attuale che attraversa il paese, sempre considerando il perimetro dell’Ue.
Lo sviluppo industriale della Lombardia, che assieme al Piemonte e alla Liguria formava il famoso “triangolo industriale”, si è affermato perlopiù fuori dall’ombrello protezionista dello Stato italiano. A differenze delle altre due, qui gli aiuti statali sono stati minori, lasciando così spazio al protagonismo della struttura finanziaria (privata) delle banche, soprattutto milanesi. La minor dipendenza dai finanziamenti pubblici, sommata a una forte vocazione sia all’esportazione delle aziende più all’avanguardia, sia alla compenetrazione tra le varie imprese sparse nel territorio, ha rappresentato una sorta di cuscinetto salvavita una volta venuto meno il ruolo dello Stato con la svolta neoliberale e la quasi contemporanea accelerazione del processo di integrazione europea con la fine dell’era fordista e l’avanzare della globalizzazione. Non è stato così per la Liguria, oramai regione postindustriale (nonostante il porto di Genova) votata al settore terziario, né per il Piemonte del “dopo-Fiat”.
Per quanto riguarda l’industria veneta, la storica affiliazione ai flussi statali di marca democristiana ha permesso la trasformazione della struttura produttiva regionale in un pullulare di distretti industriali, fortemente specializzati e orientati anch’essi all’esportazione, organizzati secondo una logica di filiera “interna” alla regione stessa, che hanno saputo sfruttare il posizionamento geografico volto “naturalmente” all’aggancio con la l’Europa continentale “profonda” – elemento di nuovo decisivo una volta che il modello export-led si è/ è stato imposto in tutto il Vecchio continente.
In maniera simile, anche nella “rossa” Emilia Romagna il ruolo del pubblico è stato preponderante, ma con un segno diverso: qui il supporto non è avvenuto dalle istituzioni nazionali (ben presidiate dalla Dc), bensì da quelle locali, dapprima a livello municipale e poi anche regionale con l’istituzione delle Regioni nel 1970. Non solo finanziamenti alle imprese, ma una più coordinata gestione dei servizi in generale, da quelli finanziari a quelli universitari, passando per le cooperative, sono le condizioni peculiari registrate nella regione.
A cavallo del nuovo millennio tuttavia la musica cambia, perché con la convergenza europea nella forma datesi dall’Unione e la successiva crisi ereditata dal Nord America nel 2007/2008, tanto il sistema bancario italiano (e non solo) quanto l’intervento dello Stato nell’economia subiscono dei contraccolpi che mettono a rischio il ruolo conquistato nel mercato globalizzato dall’industria delle suddette regioni. In sintesi, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna vedono spuntarsi gli strumenti che avevano permesso il supporto finanziario necessario al mantenimento della competitività del proprio tessuto produttivo.
È qui, dunque, che entra in gioco l’autonomia differenziata: in un’architettura europea che ha sottratto alle competenze statali la leva monetaria e disciplina quelle fiscali per mezzo di raccomandazioni, parafrasando la celebre espressione de Il padrino, “che non si possono rifiutare” (soft right), la via individuata dalle amministrazioni è quella dell’accaparramento di risorse di norma destinate alle regioni meno sviluppate del paese, di fatto venendo meno al “principio di solidarietà” costitutivo delle architetture costituzionali cosiddette antifasciste.
E non sorprende che l’attenzione sia rivolta alla fiscalità regionale, considerando che il mondo del Lavoro (nord compreso) è già stato abbondantemente spolpato (ma l’attacco non è di certo finito) dall’offensiva padronale ed europeista, che ha fatto del riflusso del movimento operaio il terreno pratico e ideologico della propria fame predatoria, in termini di salari e diritti, nonché di rappresentanza sindacale.
Qual è la situazione, oggi?
Un anno e mezzo e due maggioranze parlamentari dopo, lo stesso Gentiloni viene nominato dalla neo Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen agli affari economici, un portafoglio di peso ma semplificato rispetto alla commissione precedente in cui la delega prevedeva anche gli affari finanziari, per questa stagione di competenza del vice ministro Dombrovskis, mentre l’autonomia differenziata è tra i 29 punti del programma che ha reso possibile il Conte bis.
Quella che in prima istanza poteva significare un’apertura a una possibile maggiore flessibilità per l’economia italiana, così come richiesto addirittura dal di-solito-ferreo Presidente Mattarella pochi giorni fa da Cernobbio, sembra invece esclusa dalle dichiarazioni della stessa presidenta circa la chiarezza (e cioè, la non modificabilità) delle regole del “Patto di stabilità”.
Di certo, è il gioco delle parti e il nuovo governo pare (il forse è d’obbligo) aver intuito che, in special modo in caso di Brexit, l’Italia potrebbe avere la forza contrattuale per strappare una posizione meno subordinata nelle gerarchie intra-europee.
Si potrebbero leggere così (siamo nel campo delle pure ipotesi) le nomine di Di Maio agli Esteri e Provenzano al Sud, il primo firmatario assieme a Mattarella dell’accordo quadro con la Cina nel marzo scorso (la cui esposizione pubblica ne permetterebbe un maggiore controllo) e il secondo di area Svimez, dove da anni si sostiene la necessità di una politica industriale italiana che riporti il meridione protagonista nel Mediterraneo come anello imprescindibile dei flussi commerciali che vanno dall’Indocina all’Atlantico – si legga, “lotta dura” alla Lega Anseatica del XXI secolo dei porti, e del potere, del nord Europa. In quest’ottica, Gualtieri all’economia invece sarebbe la carta testimone della “voglia di Europa”, ma a un prezzo diverso.
Speculazioni a parte, su cui non si può che delegare la realtà per la verifica, quanto appena detto non rappresenterebbe comunque niente di cui gioire, come mai non si potrebbe per l’eventuale maggiore responsabilizzazione in un progetto di natura imperialista, che seppur fatica nel suo completamento, tuttavia non accenna a indietreggiare, come testimoniato dai risultati delle elezioni di fine maggio.
Poiché, al netto della retorica politica, di questo si tratta. Per credere, vedere valore e durata di un contratto di un lavoratore (peggio ancora se lavoratrice), ammontare della pensione di un settantenne, destinazione del biglietto in mano a uno studente, composizione sociale di un carcere qualunque.
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In breve, con l'autonomia differenziata si intende la possibilità da parte delle tre regioni più ricche d'Italia di trattenere e gestire una quota maggiore del gettito fiscale generato nei propri territori. Come sottolineato da più parti, la riduzione delle imposte a disposizione dello Stato porrebbe definitivamente la parola fine, venendo meno la condizione di redistribuzione solidale della ricchezza, alle possibilità di riduzione del gap che storicamente affligge le regioni del Mezzogiorno nei confronti di quelle de centro-nord del paese.
Tenendo per un momento da parte i rischi connessi a un’iniziativa del genere, per ora ciò che qui interessa è che le regioni menzionate, almeno nella storia della Repubblica, sono state caratterizzate da sviluppi e fortune differenti senza che questo, evidentemente, ne impedisca oggi una convergenza politico-programmatica. Un breve sguardo a questo e alla situazione odierna potrebbe aiutare nella comprensione della fase attuale che attraversa il paese, sempre considerando il perimetro dell’Ue.
Lo sviluppo industriale della Lombardia, che assieme al Piemonte e alla Liguria formava il famoso “triangolo industriale”, si è affermato perlopiù fuori dall’ombrello protezionista dello Stato italiano. A differenze delle altre due, qui gli aiuti statali sono stati minori, lasciando così spazio al protagonismo della struttura finanziaria (privata) delle banche, soprattutto milanesi. La minor dipendenza dai finanziamenti pubblici, sommata a una forte vocazione sia all’esportazione delle aziende più all’avanguardia, sia alla compenetrazione tra le varie imprese sparse nel territorio, ha rappresentato una sorta di cuscinetto salvavita una volta venuto meno il ruolo dello Stato con la svolta neoliberale e la quasi contemporanea accelerazione del processo di integrazione europea con la fine dell’era fordista e l’avanzare della globalizzazione. Non è stato così per la Liguria, oramai regione postindustriale (nonostante il porto di Genova) votata al settore terziario, né per il Piemonte del “dopo-Fiat”.
Per quanto riguarda l’industria veneta, la storica affiliazione ai flussi statali di marca democristiana ha permesso la trasformazione della struttura produttiva regionale in un pullulare di distretti industriali, fortemente specializzati e orientati anch’essi all’esportazione, organizzati secondo una logica di filiera “interna” alla regione stessa, che hanno saputo sfruttare il posizionamento geografico volto “naturalmente” all’aggancio con la l’Europa continentale “profonda” – elemento di nuovo decisivo una volta che il modello export-led si è/ è stato imposto in tutto il Vecchio continente.
In maniera simile, anche nella “rossa” Emilia Romagna il ruolo del pubblico è stato preponderante, ma con un segno diverso: qui il supporto non è avvenuto dalle istituzioni nazionali (ben presidiate dalla Dc), bensì da quelle locali, dapprima a livello municipale e poi anche regionale con l’istituzione delle Regioni nel 1970. Non solo finanziamenti alle imprese, ma una più coordinata gestione dei servizi in generale, da quelli finanziari a quelli universitari, passando per le cooperative, sono le condizioni peculiari registrate nella regione.
A cavallo del nuovo millennio tuttavia la musica cambia, perché con la convergenza europea nella forma datesi dall’Unione e la successiva crisi ereditata dal Nord America nel 2007/2008, tanto il sistema bancario italiano (e non solo) quanto l’intervento dello Stato nell’economia subiscono dei contraccolpi che mettono a rischio il ruolo conquistato nel mercato globalizzato dall’industria delle suddette regioni. In sintesi, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna vedono spuntarsi gli strumenti che avevano permesso il supporto finanziario necessario al mantenimento della competitività del proprio tessuto produttivo.
È qui, dunque, che entra in gioco l’autonomia differenziata: in un’architettura europea che ha sottratto alle competenze statali la leva monetaria e disciplina quelle fiscali per mezzo di raccomandazioni, parafrasando la celebre espressione de Il padrino, “che non si possono rifiutare” (soft right), la via individuata dalle amministrazioni è quella dell’accaparramento di risorse di norma destinate alle regioni meno sviluppate del paese, di fatto venendo meno al “principio di solidarietà” costitutivo delle architetture costituzionali cosiddette antifasciste.
E non sorprende che l’attenzione sia rivolta alla fiscalità regionale, considerando che il mondo del Lavoro (nord compreso) è già stato abbondantemente spolpato (ma l’attacco non è di certo finito) dall’offensiva padronale ed europeista, che ha fatto del riflusso del movimento operaio il terreno pratico e ideologico della propria fame predatoria, in termini di salari e diritti, nonché di rappresentanza sindacale.
Qual è la situazione, oggi?
Un anno e mezzo e due maggioranze parlamentari dopo, lo stesso Gentiloni viene nominato dalla neo Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen agli affari economici, un portafoglio di peso ma semplificato rispetto alla commissione precedente in cui la delega prevedeva anche gli affari finanziari, per questa stagione di competenza del vice ministro Dombrovskis, mentre l’autonomia differenziata è tra i 29 punti del programma che ha reso possibile il Conte bis.
Quella che in prima istanza poteva significare un’apertura a una possibile maggiore flessibilità per l’economia italiana, così come richiesto addirittura dal di-solito-ferreo Presidente Mattarella pochi giorni fa da Cernobbio, sembra invece esclusa dalle dichiarazioni della stessa presidenta circa la chiarezza (e cioè, la non modificabilità) delle regole del “Patto di stabilità”.
Di certo, è il gioco delle parti e il nuovo governo pare (il forse è d’obbligo) aver intuito che, in special modo in caso di Brexit, l’Italia potrebbe avere la forza contrattuale per strappare una posizione meno subordinata nelle gerarchie intra-europee.
Si potrebbero leggere così (siamo nel campo delle pure ipotesi) le nomine di Di Maio agli Esteri e Provenzano al Sud, il primo firmatario assieme a Mattarella dell’accordo quadro con la Cina nel marzo scorso (la cui esposizione pubblica ne permetterebbe un maggiore controllo) e il secondo di area Svimez, dove da anni si sostiene la necessità di una politica industriale italiana che riporti il meridione protagonista nel Mediterraneo come anello imprescindibile dei flussi commerciali che vanno dall’Indocina all’Atlantico – si legga, “lotta dura” alla Lega Anseatica del XXI secolo dei porti, e del potere, del nord Europa. In quest’ottica, Gualtieri all’economia invece sarebbe la carta testimone della “voglia di Europa”, ma a un prezzo diverso.
Speculazioni a parte, su cui non si può che delegare la realtà per la verifica, quanto appena detto non rappresenterebbe comunque niente di cui gioire, come mai non si potrebbe per l’eventuale maggiore responsabilizzazione in un progetto di natura imperialista, che seppur fatica nel suo completamento, tuttavia non accenna a indietreggiare, come testimoniato dai risultati delle elezioni di fine maggio.
Poiché, al netto della retorica politica, di questo si tratta. Per credere, vedere valore e durata di un contratto di un lavoratore (peggio ancora se lavoratrice), ammontare della pensione di un settantenne, destinazione del biglietto in mano a uno studente, composizione sociale di un carcere qualunque.
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10/09/2019
Viene dallo Svimez il progetto per il sud di Conte
Ieri nel corso del suo discorso alla Camera il Presidente del Consiglio Conte ha dispiegato gli strumenti per rilanciare il sud. Ovverosia convogliare in un unico profilo la Banca del Mezzogiorno, i contratti istituzionali di sviluppo, i contratti di rete e i fondi europei.
L’obiettivo è quello di strutturare l’area meridionale di imprese e alta professionalità dediti all’export. Perno centrale è il porto di Taranto. L’idea è quella di farne una piattaforma produttiva e logistica dedita all’export. Gli strumenti sarebbero quelli accennati e verrebbero concentrati.
Questo progetto è stato pianificato 20 anni fa dal centro studi Svimez, che pensava e pensa di fare del sud una piattaforma logistica al servizio del Mediterraneo e dell’Asia. Già il ministro per il sud grillino Lezzi immaginava una pianificazione con una linea ferroviaria che unisse i principali porti del sud.
L’idea è dello Svimez, e ora al ministero del mezzogiorno c’è Giuseppe Provenzano, piddino che viene proprio dal centro studi Svimez. Giannola pensa ad una nuova stagione di industrializzazione per il sud. Questa volta non più come obiettivo il centro nord, da 20 anni quasi in stagnazione, se confrontato con altre aree, ma con i paesi rivieraschi del Mediterraneo, che crescono e cresceranno sempre più e soprattutto con la gigantesca piattaforma produttiva asiatica, in primis cinese.
Proprio ieri è arrivato l’ufficiale benvenuto a Di Maio, neo ministro degli Esteri e protagonista del memorandum con la Cina, da parte del portavoce del ministero degli esteri cinese.
Ma c’è anche il Giappone, la Corea del Sud, l’Asean, l’India e in medio oriente l’Iran. Svimez pianifica da anni questa nuova industrializzazione. Ancora non sono arrivati interviste e articoli del neo ministro del sud Provenzano, ma a leggere Giannola possiamo affermare che nelle idee c’è continuità tra Lezzi e Provenzano.
La Germania non crescerà più come una volta, l’eurozona è stagnante da decenni, i paesi rivieraschi e l’Asia crescono a ritmi forsennati.
È lì che bisogna guardare, non al nord. La Lega voleva accaparrare le risorse per i prossimi decenni con l'autonomia differenziata per essere ancora protagonista, ma la storia volge verso sud e l’Asia. In Usa ci sono 100 milioni di sbandati e l’economia cresce a debito.
Il futuro non è né in Usa né in Germania.
La storia cambia, Gheddafi l’aveva capito. È per questo che è stato trucidato.
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L’obiettivo è quello di strutturare l’area meridionale di imprese e alta professionalità dediti all’export. Perno centrale è il porto di Taranto. L’idea è quella di farne una piattaforma produttiva e logistica dedita all’export. Gli strumenti sarebbero quelli accennati e verrebbero concentrati.
Questo progetto è stato pianificato 20 anni fa dal centro studi Svimez, che pensava e pensa di fare del sud una piattaforma logistica al servizio del Mediterraneo e dell’Asia. Già il ministro per il sud grillino Lezzi immaginava una pianificazione con una linea ferroviaria che unisse i principali porti del sud.
L’idea è dello Svimez, e ora al ministero del mezzogiorno c’è Giuseppe Provenzano, piddino che viene proprio dal centro studi Svimez. Giannola pensa ad una nuova stagione di industrializzazione per il sud. Questa volta non più come obiettivo il centro nord, da 20 anni quasi in stagnazione, se confrontato con altre aree, ma con i paesi rivieraschi del Mediterraneo, che crescono e cresceranno sempre più e soprattutto con la gigantesca piattaforma produttiva asiatica, in primis cinese.
Proprio ieri è arrivato l’ufficiale benvenuto a Di Maio, neo ministro degli Esteri e protagonista del memorandum con la Cina, da parte del portavoce del ministero degli esteri cinese.
Ma c’è anche il Giappone, la Corea del Sud, l’Asean, l’India e in medio oriente l’Iran. Svimez pianifica da anni questa nuova industrializzazione. Ancora non sono arrivati interviste e articoli del neo ministro del sud Provenzano, ma a leggere Giannola possiamo affermare che nelle idee c’è continuità tra Lezzi e Provenzano.
La Germania non crescerà più come una volta, l’eurozona è stagnante da decenni, i paesi rivieraschi e l’Asia crescono a ritmi forsennati.
È lì che bisogna guardare, non al nord. La Lega voleva accaparrare le risorse per i prossimi decenni con l'autonomia differenziata per essere ancora protagonista, ma la storia volge verso sud e l’Asia. In Usa ci sono 100 milioni di sbandati e l’economia cresce a debito.
Il futuro non è né in Usa né in Germania.
La storia cambia, Gheddafi l’aveva capito. È per questo che è stato trucidato.
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15/08/2019
Il Sud Conta. E ora si vede pure...
I misteri ingloriosi dell'”autonomia differenziata” cominciano ad essere svelati, passando dal “dibattito” tra esperti (compresi i maneggioni leghisti che l’avevano quasi imposta prima al governo Pd (con Gentiloni) e poi, a maggior ragione, all’esecutivo gialloverde). Diventano pian piano consapevolezza sociale e politica, tema di intervento “tra la gente”, mettendo al corrente i diretti interessati della grande rapina che si va profilando sui loro già scarsi redditi.
Qui di seguito un articolo che, retorica a parte, dà conto dello svilupparsi di questo processo, con importanti spiegazioni delle conseguenze pratiche.
Nel corso degli ultimi dieci mesi, anche se solo in pochi se ne sono accorti, l’Italia è stata attraversata da una “guerra civile”, non nell’accezione storico-giuridico-politica del termine, ma in quella traslata di lotta condotta tramite le “armi” del dissenso civile – dibattiti, assemblee pubbliche, seminari, convegni, sit-in, cortei – di cui la tanta “vituperata” e “gommorroide” Napoli è stata la capitale morale e culturale, in cui si è concretizzata la mobilitazione contro il regionalismo differenziato richiesto “in gran segreto” dalle Regioni, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.
Come in ogni guerra, ci sono stati degli eroi che, anche a discapito dei loro interessi personali, si sono distinti per essersi opposti con lucidità, fermezza e tempestività al piano promosso dal “Grande Partito Trasversale del Nord” di istituzionalizzare prima la condizione del Mezzogiorno come “colonia interna estrattiva”, per poi, dopo averlo desertificato del tutto, mollarlo definitivamente al suo destino “africano”, dando, così, vita alla fuga della “locomotiva” del “Grande Nord” verso le tanto ambite ed agognate mete europee.
La posta in gioco era ed è tuttora altissima:
1) Legalizzare e perpetuare “il furto di Stato” di circa 60 miliardi di euro di spesa allargata l’anno, operato, grazie al “piede di porco” della spesa storica” dalle “virtuose” Regioni centro-settentrionali ai danni di quelle meridionali, che, invece, costituendo, il 34,3% della popolazione italiana, nel corso degli ultimi dieci anni hanno ottenuto soltanto il 28,3% dei finanziamenti pubblici complessivi loro spettanti. Il sistema statistico nazionale ha calcolato che in questo modo, nel solo quadriennio 2014/2017, sono stati sottratti al Sud 245 miliardi lordi, azzerandone e dimezzandone i più basilari diritti sociali e civili: asili nido, mense scolastiche, tempo pieno e prolungato, trasporti, assistenza sociale, cure sanitarie.
2) Estendere il “furto con destrezza” anche alla cassa ministeriale, affiancando al “piede di porco” della spesa storica quello vantaggioso per il Centro-Nord della media nazionale pro-capite della spesa pubblica centrale.
3) Modificare, tramite un “golpe bianco”, la forma Stato, per instaurare un federalismo estrattivo, iniquo, sperequato, asimmetrico e discriminatorio, che avrebbe riprodotto ancora di più le diseguaglianze sociali, economiche e territoriali, destinando stipendi, salari, diritti e servizi di serie A ai territori ricchi, “virtuosi” e “laboriosi” del Settentrione e stipendi, salari, diritti e servizi di serie B a quelli poveri, “spreconi” e “fannulloni” del Meridione. L’apartheid conclamato!
4) Minare definitivamente i pilastri della coesione, della solidarietà e dell’unità nazionale per realizzare, in prospettiva, il progetto secessionista della Lega Nord, ormai divenuto egemonico e fatto proprio da tutte le preponderanti forze sociali, economiche e culturali organiche al “Grande Partito Trasversale del Nord”.
Insomma, mors tua vita mea, delenda Mezzogiorno e finis Italiae, per consentire agli appetiti egoistici dei ricchi territori settentrionali di rimanere agganciati all’Europa che conta. Il sacrificio di 21 milioni di cittadini meridionali per consentire ai rimanenti 40 milioni di “virtuosi” di conservare livelli di vita e prospettive di sviluppo accettabili ed adeguate alla competizione globale capitalista. La dialettica sociale di marxiana memoria che si intreccia con quella territoriale.
Come in un suo recente post ha osservato l’artista Claudio Verde, la filosofia del liberismo in salsa “celtico-padana” è riassumibile nella seguente “massima”: “I soldi vanno dove stanno i soldi, i treni dove stanno i treni e gli asili nido dove stanno gli asili nido”.
Uno scandalo ed una vergogna etica, culturale, politica, giuridica e civile che, denunciata da pochi, dovrebbe indurre molti meridionali e tutte le forze laiche, democratiche, progressiste e radicali di questo Paese a riflettere sull’effettiva consistenza di tanta retorica unitaria. A riflettere per indignarsi e mobilitarsi contro le crescenti disparità sociali, economiche e civili tra Nord e Sud Italia, così come dimostrato dall’ultimo rapporto SVIMEZ.
La “guerra” contro questo disegno “eversivo” in “irrimediabile contrasto” con l’intero quadro costituzionale, ha avuto ed ha ancora i suoi eroi nei grandi “condottieri”, così come negli “ufficiali di linea e di collegamento”.
Tra i primi, i “condottieri”, si annoverano i nomi di eminenti studiosi e giornalisti, che hanno condotto e continuano a condurre una magistrale e rigorosa “operazione verità” contro le tesi ideologiche dei “ricchi”. Tra gli altri, si ricordano: gli economisti della prestigiosa SVIMEZ Luca Bianchi ed Adriano Giannola; il docente universitario della Federico II Giuliano Laccetti, che, in qualità di Presidente del Comitato scientifico dell’Associazione politico-culturale e-Laboriamo, ha promosso convegni e sit-in; il giornalista del Mattino Marco Esposito, autore di Zero al Sud; il direttore dell’autorevole Quotidiano del Sud Roberto Napoletano; il Presidente emerito della Corte costituzionale Giuseppe Tesauro, autore di saggi ed articoli fondamenti sull’argomento; il costituzionalista Sandro Staiano, promotore e coordinatore dell’Osservatorio sul regionalismo differenziato istituito presso il Dipartimento di Giurisprudenza della Federico II; l’economista Gianfranco Viesti, autore di Verso la secessione dei ricchi?; il costituzionalista Massimo Villone, autore di Italia, divisa e diseguale.
Giornalisti ed accademici che hanno profuso ed ancora oggi profondono un impegno pedagogico-civile basato sull’analisi critica rigorosa, sulla produzione scientifica e sulla divulgazione pubblicistica. Giornalisti ed accademici che per amore della verità, della giustizia, dell’uguaglianza e della solidarietà si sono messi umilmente al servizio della comunità, scendendo in “prima linea”, percorrendo instancabilmente il Paese da Sud a Nord, da Est ad Ovest, passando dalle aule accademiche e quelle dei centri di alta cultura, dalle sale consiliari dei Comuni a quelle delle associazioni culturali e dei nascenti comitati meridionalisti.
Affianco ed insieme ai grandi “condottieri”, che non hanno temuto di sporcarsi le mani, altri eroi, meno noti, ma altrettanto importanti. Giovani “ufficiali di linea e di collegamento”, che, in tempi non sospetti, hanno capito la portata della posta in gioco ed hanno preso decisamente posizione contro il regionalismo discriminatorio, contribuendo alla costruzione della rete Il Sud Conta. I loro nomi: Dario Franco, Bruno Martirani, Giovanni Pagano, Mario Raimondi.
Già impegnati a livello territoriale campano in numerose attività sindacali, sociali, politiche e culturali atte a favorire l’emancipazione delle classi meno abbienti – disoccupati, inoccupati, precari e senza casa – scevri da astratti ed inconcludenti schematismi ideologi, sulla base dello studio rigoroso e dell’analisi critica dei processi reali, sin dal mese di gennaio 2019 i nostri giovani eroi hanno lanciato petizioni, creato pagine facebook, piattaforme e blog informativi – http://www.ilsudconta.org/ https://www.facebook.com/groups/255111648565549/ – promosso sit-in, cortei, assemblee pubbliche nazionali, meetup, incontri dibattito a livello comunale e seminari di approfondimento con esperti, tesi a favorire da parte delle classi dirigenti locali e dei cittadini comuni la presa di coscienza dei danni provocati sia dalla “perversa attuazione del federalismo fiscale”, sia della sua definitiva istituzionalizzazione ed estensione attraverso l’approvazione del regionalismo differenziato.
In altri termini, facendo anche, ma non solo, tesoro degli studi proposti dai “condottieri” e dimostrando di sapere “fare sistema” ed a tratti “comunità”, i nostri giovani “ufficiali di linea e di collegamento” hanno contribuito dal “basso” sia alla promozione dei ricorsi presentati da settanta sindaci meridionali contro il dimezzamento del Fondo di perequazione comunale, sia alla costruzione di una fitta rete di comitati meridionalisti a livello interregionale, sia alla momentanea interruzione dell’approvazione del federalismo discriminatorio.
Aperti al dialogo ed al confronto critico e profondendo un impegno in termini di tempi e di energie che ne hanno fatto un punto di rifermento in tutto il Meridione, Franco, Martirani, Pagano e Raimondi hanno interloquito in modo costruttivo con tutte le forze mobilitatesi contro il “colpo di Stato” dei ricchi, rispettandone le posizioni anche quando non coincidevano con le loro tesi.
Scevri da personalismi, a fronte della retorica verbalistica e delle mere logiche di apparato di certe aree della cosiddetta sinistra radicale, ancora oggi la loro lettura dei processi in atto è il frutto di attente analisi critica, in cui intrecciano sapientemente la dimensione politica con quella sociale e territoriale, come quando in suo recente post Pagano osserva che: “Questa crisi di governo mette a nudo i veri interessi leghisti e la finzione del passaggio da partito del Nord a Partito nazionale (dove ci fossero delle differenze). La flat tax sarebbe servita a cementificare il consenso leghista al Nord, i beneficiari sarebbero stato in stragrande maggioranza i ceti medi residenti nelle regioni settentrionali, per farla però ci volevano i soldi, da dove prenderli? Dal Sud, ovviamente! Così come il welfare delle regioni settentrionali dopo la crisi del 2008 è stato garantito, dal 2011 in poi, con i miliardi di mancati trasferimenti, che spettavano da costituzione ai comuni del sud (vedi perequazione), così la flat tax e i nuovi assetti delle tre regioni che hanno richiesto l’autonomia si sarebbero retti con i 60 miliardi annui del famoso residuo fiscale. Questo avrebbe permesso alla Lega di tenere buono il ceto medio/basso, garantendo un welfare migliore di quello meridionale e un sistema di tassazione più basso, maggiori introiti nel pubblico da spostare nelle privatizzazioni (scuola e sanità) e soprattutto stare all’interno delle direttive europee. Anche se Salvini fa l’antieuropeista, il blocco di potere che lo sostiene (Gavio, Atlantia e tutte le grandi imprese del Nord) è fortemente europeista, anzi teme che la palla al piede del Meridione lo allontani dai ritmi produttivi centro europei”.
Alla domanda su chi lotterà nel Sud, col Sud e per il Sud, non si può non rispondere che, per la loro serietà, il loro rigore, il loro radicamento sociale, la loro umiltà e la costanza del loro impegno, Dario Franco, Bruno Martirani, Giovanni Pagano e Mario Raimondi sono, tra gli altri, dei punti di riferimento imprescindibili per la costruzione dal “basso” di un soggetto politico meridionalista di orientamento laico, democratico e radicale.
Quattro “rose nel deserto” da cui ripartire per infondere nuove speranze ai tanti meridionali che si sono allontanati dalla politica perché stanchi delle solite “promesse da marinai” fatte da classi dirigenti, per lo più, clientelari ed estrattive sia a livello locale che nazionale, come nel corso dei decenni, seppure a partire da prospettive non sempre sovrapponibili, è stato denunciato dai meridionalisti classici Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci e Guido Dorso e dai neomeridionalisti Nicola Zitara e Pietro Massimo Busetta.
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Qui di seguito un articolo che, retorica a parte, dà conto dello svilupparsi di questo processo, con importanti spiegazioni delle conseguenze pratiche.
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Come “rose nel deserto”: quattro giovani eroi napoletani della “guerra” contro il regionalismo discriminatorio
“Fratelli d’Italia”? Mors tua vita mea. Delenda Mezzogiorno e finis Italiae.
Nel corso degli ultimi dieci mesi, anche se solo in pochi se ne sono accorti, l’Italia è stata attraversata da una “guerra civile”, non nell’accezione storico-giuridico-politica del termine, ma in quella traslata di lotta condotta tramite le “armi” del dissenso civile – dibattiti, assemblee pubbliche, seminari, convegni, sit-in, cortei – di cui la tanta “vituperata” e “gommorroide” Napoli è stata la capitale morale e culturale, in cui si è concretizzata la mobilitazione contro il regionalismo differenziato richiesto “in gran segreto” dalle Regioni, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.
Come in ogni guerra, ci sono stati degli eroi che, anche a discapito dei loro interessi personali, si sono distinti per essersi opposti con lucidità, fermezza e tempestività al piano promosso dal “Grande Partito Trasversale del Nord” di istituzionalizzare prima la condizione del Mezzogiorno come “colonia interna estrattiva”, per poi, dopo averlo desertificato del tutto, mollarlo definitivamente al suo destino “africano”, dando, così, vita alla fuga della “locomotiva” del “Grande Nord” verso le tanto ambite ed agognate mete europee.
La posta in gioco era ed è tuttora altissima:
1) Legalizzare e perpetuare “il furto di Stato” di circa 60 miliardi di euro di spesa allargata l’anno, operato, grazie al “piede di porco” della spesa storica” dalle “virtuose” Regioni centro-settentrionali ai danni di quelle meridionali, che, invece, costituendo, il 34,3% della popolazione italiana, nel corso degli ultimi dieci anni hanno ottenuto soltanto il 28,3% dei finanziamenti pubblici complessivi loro spettanti. Il sistema statistico nazionale ha calcolato che in questo modo, nel solo quadriennio 2014/2017, sono stati sottratti al Sud 245 miliardi lordi, azzerandone e dimezzandone i più basilari diritti sociali e civili: asili nido, mense scolastiche, tempo pieno e prolungato, trasporti, assistenza sociale, cure sanitarie.
2) Estendere il “furto con destrezza” anche alla cassa ministeriale, affiancando al “piede di porco” della spesa storica quello vantaggioso per il Centro-Nord della media nazionale pro-capite della spesa pubblica centrale.
3) Modificare, tramite un “golpe bianco”, la forma Stato, per instaurare un federalismo estrattivo, iniquo, sperequato, asimmetrico e discriminatorio, che avrebbe riprodotto ancora di più le diseguaglianze sociali, economiche e territoriali, destinando stipendi, salari, diritti e servizi di serie A ai territori ricchi, “virtuosi” e “laboriosi” del Settentrione e stipendi, salari, diritti e servizi di serie B a quelli poveri, “spreconi” e “fannulloni” del Meridione. L’apartheid conclamato!
4) Minare definitivamente i pilastri della coesione, della solidarietà e dell’unità nazionale per realizzare, in prospettiva, il progetto secessionista della Lega Nord, ormai divenuto egemonico e fatto proprio da tutte le preponderanti forze sociali, economiche e culturali organiche al “Grande Partito Trasversale del Nord”.
Insomma, mors tua vita mea, delenda Mezzogiorno e finis Italiae, per consentire agli appetiti egoistici dei ricchi territori settentrionali di rimanere agganciati all’Europa che conta. Il sacrificio di 21 milioni di cittadini meridionali per consentire ai rimanenti 40 milioni di “virtuosi” di conservare livelli di vita e prospettive di sviluppo accettabili ed adeguate alla competizione globale capitalista. La dialettica sociale di marxiana memoria che si intreccia con quella territoriale.
Come in un suo recente post ha osservato l’artista Claudio Verde, la filosofia del liberismo in salsa “celtico-padana” è riassumibile nella seguente “massima”: “I soldi vanno dove stanno i soldi, i treni dove stanno i treni e gli asili nido dove stanno gli asili nido”.
Uno scandalo ed una vergogna etica, culturale, politica, giuridica e civile che, denunciata da pochi, dovrebbe indurre molti meridionali e tutte le forze laiche, democratiche, progressiste e radicali di questo Paese a riflettere sull’effettiva consistenza di tanta retorica unitaria. A riflettere per indignarsi e mobilitarsi contro le crescenti disparità sociali, economiche e civili tra Nord e Sud Italia, così come dimostrato dall’ultimo rapporto SVIMEZ.
Gli eroi della “guerra” contro l’egoismo dei ricchi: dai grandi “condottieri” agli “ufficiali di linea”.
La “guerra” contro questo disegno “eversivo” in “irrimediabile contrasto” con l’intero quadro costituzionale, ha avuto ed ha ancora i suoi eroi nei grandi “condottieri”, così come negli “ufficiali di linea e di collegamento”.
Tra i primi, i “condottieri”, si annoverano i nomi di eminenti studiosi e giornalisti, che hanno condotto e continuano a condurre una magistrale e rigorosa “operazione verità” contro le tesi ideologiche dei “ricchi”. Tra gli altri, si ricordano: gli economisti della prestigiosa SVIMEZ Luca Bianchi ed Adriano Giannola; il docente universitario della Federico II Giuliano Laccetti, che, in qualità di Presidente del Comitato scientifico dell’Associazione politico-culturale e-Laboriamo, ha promosso convegni e sit-in; il giornalista del Mattino Marco Esposito, autore di Zero al Sud; il direttore dell’autorevole Quotidiano del Sud Roberto Napoletano; il Presidente emerito della Corte costituzionale Giuseppe Tesauro, autore di saggi ed articoli fondamenti sull’argomento; il costituzionalista Sandro Staiano, promotore e coordinatore dell’Osservatorio sul regionalismo differenziato istituito presso il Dipartimento di Giurisprudenza della Federico II; l’economista Gianfranco Viesti, autore di Verso la secessione dei ricchi?; il costituzionalista Massimo Villone, autore di Italia, divisa e diseguale.
Giornalisti ed accademici che hanno profuso ed ancora oggi profondono un impegno pedagogico-civile basato sull’analisi critica rigorosa, sulla produzione scientifica e sulla divulgazione pubblicistica. Giornalisti ed accademici che per amore della verità, della giustizia, dell’uguaglianza e della solidarietà si sono messi umilmente al servizio della comunità, scendendo in “prima linea”, percorrendo instancabilmente il Paese da Sud a Nord, da Est ad Ovest, passando dalle aule accademiche e quelle dei centri di alta cultura, dalle sale consiliari dei Comuni a quelle delle associazioni culturali e dei nascenti comitati meridionalisti.
Affianco ed insieme ai grandi “condottieri”, che non hanno temuto di sporcarsi le mani, altri eroi, meno noti, ma altrettanto importanti. Giovani “ufficiali di linea e di collegamento”, che, in tempi non sospetti, hanno capito la portata della posta in gioco ed hanno preso decisamente posizione contro il regionalismo discriminatorio, contribuendo alla costruzione della rete Il Sud Conta. I loro nomi: Dario Franco, Bruno Martirani, Giovanni Pagano, Mario Raimondi.
Già impegnati a livello territoriale campano in numerose attività sindacali, sociali, politiche e culturali atte a favorire l’emancipazione delle classi meno abbienti – disoccupati, inoccupati, precari e senza casa – scevri da astratti ed inconcludenti schematismi ideologi, sulla base dello studio rigoroso e dell’analisi critica dei processi reali, sin dal mese di gennaio 2019 i nostri giovani eroi hanno lanciato petizioni, creato pagine facebook, piattaforme e blog informativi – http://www.ilsudconta.org/ https://www.facebook.com/groups/255111648565549/ – promosso sit-in, cortei, assemblee pubbliche nazionali, meetup, incontri dibattito a livello comunale e seminari di approfondimento con esperti, tesi a favorire da parte delle classi dirigenti locali e dei cittadini comuni la presa di coscienza dei danni provocati sia dalla “perversa attuazione del federalismo fiscale”, sia della sua definitiva istituzionalizzazione ed estensione attraverso l’approvazione del regionalismo differenziato.
In altri termini, facendo anche, ma non solo, tesoro degli studi proposti dai “condottieri” e dimostrando di sapere “fare sistema” ed a tratti “comunità”, i nostri giovani “ufficiali di linea e di collegamento” hanno contribuito dal “basso” sia alla promozione dei ricorsi presentati da settanta sindaci meridionali contro il dimezzamento del Fondo di perequazione comunale, sia alla costruzione di una fitta rete di comitati meridionalisti a livello interregionale, sia alla momentanea interruzione dell’approvazione del federalismo discriminatorio.
Aperti al dialogo ed al confronto critico e profondendo un impegno in termini di tempi e di energie che ne hanno fatto un punto di rifermento in tutto il Meridione, Franco, Martirani, Pagano e Raimondi hanno interloquito in modo costruttivo con tutte le forze mobilitatesi contro il “colpo di Stato” dei ricchi, rispettandone le posizioni anche quando non coincidevano con le loro tesi.
Scevri da personalismi, a fronte della retorica verbalistica e delle mere logiche di apparato di certe aree della cosiddetta sinistra radicale, ancora oggi la loro lettura dei processi in atto è il frutto di attente analisi critica, in cui intrecciano sapientemente la dimensione politica con quella sociale e territoriale, come quando in suo recente post Pagano osserva che: “Questa crisi di governo mette a nudo i veri interessi leghisti e la finzione del passaggio da partito del Nord a Partito nazionale (dove ci fossero delle differenze). La flat tax sarebbe servita a cementificare il consenso leghista al Nord, i beneficiari sarebbero stato in stragrande maggioranza i ceti medi residenti nelle regioni settentrionali, per farla però ci volevano i soldi, da dove prenderli? Dal Sud, ovviamente! Così come il welfare delle regioni settentrionali dopo la crisi del 2008 è stato garantito, dal 2011 in poi, con i miliardi di mancati trasferimenti, che spettavano da costituzione ai comuni del sud (vedi perequazione), così la flat tax e i nuovi assetti delle tre regioni che hanno richiesto l’autonomia si sarebbero retti con i 60 miliardi annui del famoso residuo fiscale. Questo avrebbe permesso alla Lega di tenere buono il ceto medio/basso, garantendo un welfare migliore di quello meridionale e un sistema di tassazione più basso, maggiori introiti nel pubblico da spostare nelle privatizzazioni (scuola e sanità) e soprattutto stare all’interno delle direttive europee. Anche se Salvini fa l’antieuropeista, il blocco di potere che lo sostiene (Gavio, Atlantia e tutte le grandi imprese del Nord) è fortemente europeista, anzi teme che la palla al piede del Meridione lo allontani dai ritmi produttivi centro europei”.
Alla domanda su chi lotterà nel Sud, col Sud e per il Sud, non si può non rispondere che, per la loro serietà, il loro rigore, il loro radicamento sociale, la loro umiltà e la costanza del loro impegno, Dario Franco, Bruno Martirani, Giovanni Pagano e Mario Raimondi sono, tra gli altri, dei punti di riferimento imprescindibili per la costruzione dal “basso” di un soggetto politico meridionalista di orientamento laico, democratico e radicale.
Quattro “rose nel deserto” da cui ripartire per infondere nuove speranze ai tanti meridionali che si sono allontanati dalla politica perché stanchi delle solite “promesse da marinai” fatte da classi dirigenti, per lo più, clientelari ed estrattive sia a livello locale che nazionale, come nel corso dei decenni, seppure a partire da prospettive non sempre sovrapponibili, è stato denunciato dai meridionalisti classici Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci e Guido Dorso e dai neomeridionalisti Nicola Zitara e Pietro Massimo Busetta.
Fonte
04/08/2019
Rinascita del Sud e questione Mediterranea
La pubblicazione delle anticipazioni del rapporto SVIMEZ hanno dato la stura (purtroppo) all’abituale cahiers de doléances che descrive periodicamente il costante peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro nel Sud.
Da tempo non solo lo SVIMEZ ma anche tutti gli istituti di rilevazione statistica fotografano la pesante permanenza di quella (storica) questione/contraddizione meridionale che si conferma come dato strutturale dei vigenti rapporti sociali e per di più – come affermano gli stessi ricercatori dello SVIMEZ – configura quel “doppio binario” con la contemporanea dinamica economica e sociale continentale.
Bene ha fatto Stefano Porcari – su Contropiano.org – ad elencare i punti salienti del campanello d’allarme suonato dallo SVIMEZ, rilanciando e commentando questa anticipazione.
Ma, ad onor del vero, dobbiamo registrare che tutta la stampa ha dato risalto a questo vero e proprio allarme sociale su cui occorre aprire una discussione pubblica ampia ed articolata, adeguata alla complessità e alla gravità dell’insieme delle questioni inerenti tale caratteristica dello sviluppo capitalistico nel nostro paese.
Evidentemente le teste d’uovo dell’economia e della finanza hanno preso atto che – con buona pace di tutte le cortine fumogene propagandistiche diffuse periodicamente – l’accentuarsi della questione/contraddizione meridionale potrà alimentare distorsioni economiche e relative conseguenze sociali i cui esiti, specie nel medio/lungo periodo, non potranno essere interamente prevedibili e, quindi, gestibili con le normali forme della governance finora conosciute.
Del resto tutta la querelle sull’Autonomia Differenziata (comunque declinata: da quella hard dei governatori del Nord/Italia alla versione soft, come quella avanzata dal governatore della Campania, Vincenzo De Luca) prefigura la perpetuazione del complesso dei dispositivi di rapina (neo-coloniale) che hanno manomesso il Meridione, determinando quei risultati antisociali che l’articolo di Porcari mette in evidenza. Una dinamica che l’azione dei settori più avveduti della borghesia continentale e della loro forma politica (l’Unione Europea) hanno ulteriormente accentuato, non solo in Italia ma anche negli altri paesi dell’Eurozona.
Anzi – come è oramai noto non solo negli ambienti militanti – è la complessiva azione di centralizzazione/concentrazione di capitali che la UE favorisce, nel suo procedere verso la costruzione del polo imperialista continentale, che rafforza i meccanismi di spoliazione e di sconvolgimento delle aree cosiddette arretrate nei singoli paesi, accentuando e cristallizzando il divario Nord/Sud con le relative polarizzazioni e disuguaglianze.
Si tratta, dunque, di cominciare ad interpretare gli abituali dati dello SVIMEZ in un quadrante geopolitico più ampio e – conseguentemente – prendere consapevolezza che qualsivoglia auspicio di riscatto/rinascita del Meridione non potrà avvenire dentro la gabbia dell’Unione Europea.
Un convincimento che dovrebbe rafforzarsi ancora di più se – correttamente – consideriamo che gli scenari economici internazionali che si approssimano sono segnati dall’aggravarsi delle forme di competizione monetaria, di accentuata concorrenza globale e di nuove turbolenze derivanti dal corso generale della crisi capitalistica.
Ritorna, allora, in maniera oggettiva e materialmente evidente la questione della necessità della rottura con questo parossistico meccanismo di coazione a ripetere che – nel Sud/Italia, ma anche negli altri paesi – sta determinando ferite sociali e fenomeni di disgregazione culturale, economica e territoriale che penalizzano, prioritariamente, le giovani generazioni.
Iniziare ad intercettare ed organizzare i settori sociali colpiti da queste politiche neo/coloniali mettendo in discussione i Trattati Europei, le compatibilità dei tetti di spesa e l’intera strumentazione antipopolare derivante dall’Unione Europea e dall’Euro, non sono più obiettivi immaginifici ma – alla luce della nuova dimensione delle condizioni dei settori popolari – possono costituire quel programma minimo su cui costruire orientamento, mobilitazione, vertenzialità e conflitto.
Da questo versante dell’azione politica, sociale e sindacale – sicuramente controcorrente e di non facile costruzione – apre la prospettiva di configurare/progettare una diversa collocazione geopolitica del nostro paese, in rottura con l’imperialismo di casa nostra e di apertura verso l’area Mediterranea e con quanti intendono sottrarsi al tritacarne del vecchio/nuovo colonialismo.
Un cambio di paradigma e di superamento (in avanti) di tutte quelle concezioni incartapecorite del mondo e della realtà che la “sinistra” in ogni salsa ha alimentato, con conseguenze – politiche e materiali – nefaste e foriere di arretramenti sociali per i settori subalterni della società.
L’urgenza di un nuovo ed inedito meridionalismo è sempre più connesso al dipanarsi di una azione popolare e di classe nell’area Mediterranea!
Fonte
Da tempo non solo lo SVIMEZ ma anche tutti gli istituti di rilevazione statistica fotografano la pesante permanenza di quella (storica) questione/contraddizione meridionale che si conferma come dato strutturale dei vigenti rapporti sociali e per di più – come affermano gli stessi ricercatori dello SVIMEZ – configura quel “doppio binario” con la contemporanea dinamica economica e sociale continentale.
Bene ha fatto Stefano Porcari – su Contropiano.org – ad elencare i punti salienti del campanello d’allarme suonato dallo SVIMEZ, rilanciando e commentando questa anticipazione.
Ma, ad onor del vero, dobbiamo registrare che tutta la stampa ha dato risalto a questo vero e proprio allarme sociale su cui occorre aprire una discussione pubblica ampia ed articolata, adeguata alla complessità e alla gravità dell’insieme delle questioni inerenti tale caratteristica dello sviluppo capitalistico nel nostro paese.
Evidentemente le teste d’uovo dell’economia e della finanza hanno preso atto che – con buona pace di tutte le cortine fumogene propagandistiche diffuse periodicamente – l’accentuarsi della questione/contraddizione meridionale potrà alimentare distorsioni economiche e relative conseguenze sociali i cui esiti, specie nel medio/lungo periodo, non potranno essere interamente prevedibili e, quindi, gestibili con le normali forme della governance finora conosciute.
Del resto tutta la querelle sull’Autonomia Differenziata (comunque declinata: da quella hard dei governatori del Nord/Italia alla versione soft, come quella avanzata dal governatore della Campania, Vincenzo De Luca) prefigura la perpetuazione del complesso dei dispositivi di rapina (neo-coloniale) che hanno manomesso il Meridione, determinando quei risultati antisociali che l’articolo di Porcari mette in evidenza. Una dinamica che l’azione dei settori più avveduti della borghesia continentale e della loro forma politica (l’Unione Europea) hanno ulteriormente accentuato, non solo in Italia ma anche negli altri paesi dell’Eurozona.
Anzi – come è oramai noto non solo negli ambienti militanti – è la complessiva azione di centralizzazione/concentrazione di capitali che la UE favorisce, nel suo procedere verso la costruzione del polo imperialista continentale, che rafforza i meccanismi di spoliazione e di sconvolgimento delle aree cosiddette arretrate nei singoli paesi, accentuando e cristallizzando il divario Nord/Sud con le relative polarizzazioni e disuguaglianze.
Si tratta, dunque, di cominciare ad interpretare gli abituali dati dello SVIMEZ in un quadrante geopolitico più ampio e – conseguentemente – prendere consapevolezza che qualsivoglia auspicio di riscatto/rinascita del Meridione non potrà avvenire dentro la gabbia dell’Unione Europea.
Un convincimento che dovrebbe rafforzarsi ancora di più se – correttamente – consideriamo che gli scenari economici internazionali che si approssimano sono segnati dall’aggravarsi delle forme di competizione monetaria, di accentuata concorrenza globale e di nuove turbolenze derivanti dal corso generale della crisi capitalistica.
Ritorna, allora, in maniera oggettiva e materialmente evidente la questione della necessità della rottura con questo parossistico meccanismo di coazione a ripetere che – nel Sud/Italia, ma anche negli altri paesi – sta determinando ferite sociali e fenomeni di disgregazione culturale, economica e territoriale che penalizzano, prioritariamente, le giovani generazioni.
Iniziare ad intercettare ed organizzare i settori sociali colpiti da queste politiche neo/coloniali mettendo in discussione i Trattati Europei, le compatibilità dei tetti di spesa e l’intera strumentazione antipopolare derivante dall’Unione Europea e dall’Euro, non sono più obiettivi immaginifici ma – alla luce della nuova dimensione delle condizioni dei settori popolari – possono costituire quel programma minimo su cui costruire orientamento, mobilitazione, vertenzialità e conflitto.
Da questo versante dell’azione politica, sociale e sindacale – sicuramente controcorrente e di non facile costruzione – apre la prospettiva di configurare/progettare una diversa collocazione geopolitica del nostro paese, in rottura con l’imperialismo di casa nostra e di apertura verso l’area Mediterranea e con quanti intendono sottrarsi al tritacarne del vecchio/nuovo colonialismo.
Un cambio di paradigma e di superamento (in avanti) di tutte quelle concezioni incartapecorite del mondo e della realtà che la “sinistra” in ogni salsa ha alimentato, con conseguenze – politiche e materiali – nefaste e foriere di arretramenti sociali per i settori subalterni della società.
L’urgenza di un nuovo ed inedito meridionalismo è sempre più connesso al dipanarsi di una azione popolare e di classe nell’area Mediterranea!
Fonte
02/08/2019
Meridione sottoposto ad un “doppio divario”. Ultima chiamata dal rapporto dello Svimez
Come previsto nel Rapporto Svimez dello scorso anno, se l’Italia rallenta, il Sud subisce una brusca frenata. Si sta consolidando sempre più il “doppio divario”: dell’Italia rispetto all’Unione Europea e del Sud rispetto al Centro-Nord. È nel problema italiano, dunque, che si accentua il problema meridionale, su cui grava ora lo spettro di una nuova recessione.
Secondo le anticipazioni diffuse alla stampa da Svimez, le persone che sono emigrate dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono state oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi, si legge nel rapporto, “66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati)”. La ripresa dei flussi migratori è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”.
Secondo lo Svimez, ormai sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.
In base alle elaborazioni dell’istituto, i cittadini stranieri iscritti nel Mezzogiorno provenienti dall’estero sono stati 64.952 nel 2015, 64.091 nel 2016 e 75.305 nel 2017. Invece i cittadini italiani cancellati dal Sud per il Centro-Nord e l’estero sono stati 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017.
Ma se la situazione di stagnazione economica dell’intero paese continua ad essere l’ipoteca sul presente e sul futuro, nel Meridione le cose vanno anche peggio. “Nel progressivo rallentamento dell’economia italiana, si è riaperta la frattura territoriale che arriverà a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito” sostiene lo Svimez. Nel 2019 l’Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1%. Al Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l’andamento previsto è del -0,3%”.
“Il dato più preoccupante, nel 2018, che segna la divergente dinamica territoriale, è il ristagno dei consumi nell’area (+0,2, contro il +0,7 del resto del Paese). Mentre il Centro-Nord ha ormai recuperato e superato i livelli pre crisi, nel decennio 2008-2018 la contrazione dei consumi meridionali risulta pari al -9%. A pesare nel 2018 è il debole contributo dei consumi privati delle famiglie (con i consumi alimentari che calano dello 0,5%), ma soprattutto è mancato l’apporto del settore pubblico”.
Alle difficoltà economiche, si aggiunge un peggioramento del situazione dal punto di vista del lavoro.
“La dinamica dell’occupazione meridionale presenta dalla metà del 2018 una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord: sulla base dei dati territoriali disponibili, gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati complessivamente di 107 mila unità (-1,7%); nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%). Nello stesso arco temporale, aumenta la precarietà al Sud e si riduce nel Centro-Nord: i contratti a tempo indeterminato nel Mezzogiorno sono stati 84 mila in meno (-2,3%), mentre nelle regioni centro-settentrionali sono aumentati di 54 mila (+0,5%), con un saldo italiano negativo di 30 mila unità, pari a -0,2%. Per converso, i dipendenti a tempo determinato sono cresciuti di 21 mila unità nel Mezzogiorno (+2,1%), mentre sono calati al Centro-Nord di 22 mila (-1,1%)”.
Ma sul declino del Meridione, pesa anche la riduzione dell’intervento pubblico che in passato era servito come fattore di riequilibrio verso il resto del paese.
“L’indebolimento delle politiche pubbliche nel Sud incide significativamente sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini. Il divario nei servizi è dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. Nel comparto sanitario vi è un divario già nell’offerta di posti letto ospedalieri per abitante: 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord. Tale divario diviene macroscopicamente più ampio nel settore socio-assistenziale, nel quale il ritardo delle regioni meridionali riguarda soprattutto i servizi per gli anziani. Infatti, per ogni 10.000 utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno, di cui addirittura 4 su 10 mila in Basilicata, 8 in Molise, 11 in Sardegna, 15 in Sicilia. Mentre i posti letto nelle strutture residenziali e semi residenziali, comprensivi degli istituti di riabilitazione, ogni 10 mila persone (non solo anziani) sono 73,47 al Centro-Nord, e 21,21 al Mezzogiorno, con punte di appena 9,85 in Sicilia e 14,28 in Campania. Ancor più drammatici sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise. Le carenze strutturali del sistema scolastico meridionale insieme all’assenza di politiche di supporto alle fasce più deboli della popolazione, in un contesto economico più sfavorevole, determinano dal 2016, per la prima volta nella storia repubblicana, un peggioramento dei dati sull’abbandono scolastico. Il numero di giovani che, conseguita la licenza media, resta fuori dal sistema di istruzione e formazione professionale raggiunge nel Sud il 18,8%, con punte oltre il 20% in Calabria, Sicilia e Sardegna. Tali dati fanno emergere, secondo la SVIMEZ, l’urgenza di un piano straordinario di investimenti sulle infrastrutture sociali del Mezzogiorno: scuole, ospedali, presidi socio-sanitari, asili nido”.
Le conclusioni annunciate dallo Svimez (e che rimandano al prossimo rapporto autunnale) sono pesanti come macigni: “Lo spettro della recessione si può evitare, l’allarme delle nostre previsioni rappresenta un’ultima chiamata per le politiche di sviluppo. Il problema meridionale non è la causa del problema italiano, ma nel problema italiano si accentua, configurando il “doppio divario” rispetto ai principali paesi europei”.
Fonte
Secondo le anticipazioni diffuse alla stampa da Svimez, le persone che sono emigrate dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono state oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi, si legge nel rapporto, “66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati)”. La ripresa dei flussi migratori è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”.
Secondo lo Svimez, ormai sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.
In base alle elaborazioni dell’istituto, i cittadini stranieri iscritti nel Mezzogiorno provenienti dall’estero sono stati 64.952 nel 2015, 64.091 nel 2016 e 75.305 nel 2017. Invece i cittadini italiani cancellati dal Sud per il Centro-Nord e l’estero sono stati 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017.
Ma se la situazione di stagnazione economica dell’intero paese continua ad essere l’ipoteca sul presente e sul futuro, nel Meridione le cose vanno anche peggio. “Nel progressivo rallentamento dell’economia italiana, si è riaperta la frattura territoriale che arriverà a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito” sostiene lo Svimez. Nel 2019 l’Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1%. Al Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l’andamento previsto è del -0,3%”.
“Il dato più preoccupante, nel 2018, che segna la divergente dinamica territoriale, è il ristagno dei consumi nell’area (+0,2, contro il +0,7 del resto del Paese). Mentre il Centro-Nord ha ormai recuperato e superato i livelli pre crisi, nel decennio 2008-2018 la contrazione dei consumi meridionali risulta pari al -9%. A pesare nel 2018 è il debole contributo dei consumi privati delle famiglie (con i consumi alimentari che calano dello 0,5%), ma soprattutto è mancato l’apporto del settore pubblico”.
Alle difficoltà economiche, si aggiunge un peggioramento del situazione dal punto di vista del lavoro.
“La dinamica dell’occupazione meridionale presenta dalla metà del 2018 una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord: sulla base dei dati territoriali disponibili, gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati complessivamente di 107 mila unità (-1,7%); nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%). Nello stesso arco temporale, aumenta la precarietà al Sud e si riduce nel Centro-Nord: i contratti a tempo indeterminato nel Mezzogiorno sono stati 84 mila in meno (-2,3%), mentre nelle regioni centro-settentrionali sono aumentati di 54 mila (+0,5%), con un saldo italiano negativo di 30 mila unità, pari a -0,2%. Per converso, i dipendenti a tempo determinato sono cresciuti di 21 mila unità nel Mezzogiorno (+2,1%), mentre sono calati al Centro-Nord di 22 mila (-1,1%)”.
Ma sul declino del Meridione, pesa anche la riduzione dell’intervento pubblico che in passato era servito come fattore di riequilibrio verso il resto del paese.
“L’indebolimento delle politiche pubbliche nel Sud incide significativamente sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini. Il divario nei servizi è dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. Nel comparto sanitario vi è un divario già nell’offerta di posti letto ospedalieri per abitante: 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord. Tale divario diviene macroscopicamente più ampio nel settore socio-assistenziale, nel quale il ritardo delle regioni meridionali riguarda soprattutto i servizi per gli anziani. Infatti, per ogni 10.000 utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno, di cui addirittura 4 su 10 mila in Basilicata, 8 in Molise, 11 in Sardegna, 15 in Sicilia. Mentre i posti letto nelle strutture residenziali e semi residenziali, comprensivi degli istituti di riabilitazione, ogni 10 mila persone (non solo anziani) sono 73,47 al Centro-Nord, e 21,21 al Mezzogiorno, con punte di appena 9,85 in Sicilia e 14,28 in Campania. Ancor più drammatici sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise. Le carenze strutturali del sistema scolastico meridionale insieme all’assenza di politiche di supporto alle fasce più deboli della popolazione, in un contesto economico più sfavorevole, determinano dal 2016, per la prima volta nella storia repubblicana, un peggioramento dei dati sull’abbandono scolastico. Il numero di giovani che, conseguita la licenza media, resta fuori dal sistema di istruzione e formazione professionale raggiunge nel Sud il 18,8%, con punte oltre il 20% in Calabria, Sicilia e Sardegna. Tali dati fanno emergere, secondo la SVIMEZ, l’urgenza di un piano straordinario di investimenti sulle infrastrutture sociali del Mezzogiorno: scuole, ospedali, presidi socio-sanitari, asili nido”.
Le conclusioni annunciate dallo Svimez (e che rimandano al prossimo rapporto autunnale) sono pesanti come macigni: “Lo spettro della recessione si può evitare, l’allarme delle nostre previsioni rappresenta un’ultima chiamata per le politiche di sviluppo. Il problema meridionale non è la causa del problema italiano, ma nel problema italiano si accentua, configurando il “doppio divario” rispetto ai principali paesi europei”.
Fonte
28/07/2017
Il Sud così, lentamente, affonda...
La matematica dei sogni è l’unica che venga applicata in questo paese. Il rapporto Svimez sulla situazione dell’economia del Mezzogiorno è un’opera sempre utile, perché descrive in termini scientifici una situazione che in troppi provano ad edulcorare.
Anche lo Svimez ha bisogno di veder confermati i finanziamenti per restare in funzione, ma non per questo si lascia andare a inserire delle “previsioni ottimistiche” sull’evoluzione futura.
Ma vediamo qualche dettaglio.
Il 2016 è stato positivo per il Sud, “il cui Pil è cresciuto dell’1%, più che nel Centro-Nord, dove è stato pari a +0,8%”. Una mezza buona notizia (la crisi nel Mezzogiorno ha ovviamente fatto più danni che altrove, dunque la via del recupero è particolarmente lunga). Ma naturalmente è un bene che la discesa si sia fermata, anche se non proprio invertita (l’1%, dopo anni di segni meno, è definito in economia come “il rimbalzo del gatto morto”).
E infatti lo stesso Svimez precisa che le stime per l’anno in corso ristabiliscono la solita differenza tra i due estremi della penisola, con il Pil che “dovrebbe aumentare dell’1,1% al Sud e dell’1,4 % nel Centro-Nord”. Idem per l’anno prossimo, in cui si prevede “un aumento del prodotto dello 0,9% nel Mezzogiorno e dell’1,2% al Centro Nord”.
Ci sarebbe da diventare inclini al pessimismo cosmico, ma questo è un rischio che va eliminato subito. I media mainstream che riportano la notizia puntano infatti molto su una stima che si vorrebbe presentare come “ottimistica”, ma in realtà non lo è affatto: se il Mezzogiorno proseguirà con gli attuali ritmi di crescita, “recupererà i livelli pre-crisi nel 2028, 10 anni dopo il Centro-Nord”.
Un disastro epocale, conclude lo Svimez, aggiungendo che si configurerebbe così un ventennio di “crescita zero”, che farebbe seguito “alla stagnazione dei primi anni duemila, con conseguenze nefaste sul piano economico, sociale e demografico”.
Va aggiunto, per completare il quadro, che la proiezione di un dato congiunturale (la crescita del 2016 e quella stimata per l’anno in corso) su un periodo molto più lungo (10 anni) è molto problematica. Non c’è infatti alcuna possibilità di prevedere che questo trend biennale possa confermarsi a lungo. Anche perché il principale driver della crescita meridionale nel 2017 dovrebbe essere la sola domanda interna: i consumi totali dovrebbero crescere dell’1,2% (quelli delle famiglie dell’1,4%) e gli investimenti al Sud del 2%. Ma dipenderà dall’andamento generale sia dell’economia nazionale sia dei salari, che invece risultano in rapida diminuzione per la prevalenza dei contratti precari.
Potrebbe andare meglio, certo, ma con la fuga delle attività economiche verso territori meglio dotati sul piano delle infrastrutture, è purtroppo probabile che possa andare peggio. In ogni caso, è un puro esercizio matematico. Che non può essere venduto come un “futuro più roseo”...
Fonte
Anche lo Svimez ha bisogno di veder confermati i finanziamenti per restare in funzione, ma non per questo si lascia andare a inserire delle “previsioni ottimistiche” sull’evoluzione futura.
Ma vediamo qualche dettaglio.
Il 2016 è stato positivo per il Sud, “il cui Pil è cresciuto dell’1%, più che nel Centro-Nord, dove è stato pari a +0,8%”. Una mezza buona notizia (la crisi nel Mezzogiorno ha ovviamente fatto più danni che altrove, dunque la via del recupero è particolarmente lunga). Ma naturalmente è un bene che la discesa si sia fermata, anche se non proprio invertita (l’1%, dopo anni di segni meno, è definito in economia come “il rimbalzo del gatto morto”).
E infatti lo stesso Svimez precisa che le stime per l’anno in corso ristabiliscono la solita differenza tra i due estremi della penisola, con il Pil che “dovrebbe aumentare dell’1,1% al Sud e dell’1,4 % nel Centro-Nord”. Idem per l’anno prossimo, in cui si prevede “un aumento del prodotto dello 0,9% nel Mezzogiorno e dell’1,2% al Centro Nord”.
Ci sarebbe da diventare inclini al pessimismo cosmico, ma questo è un rischio che va eliminato subito. I media mainstream che riportano la notizia puntano infatti molto su una stima che si vorrebbe presentare come “ottimistica”, ma in realtà non lo è affatto: se il Mezzogiorno proseguirà con gli attuali ritmi di crescita, “recupererà i livelli pre-crisi nel 2028, 10 anni dopo il Centro-Nord”.
Un disastro epocale, conclude lo Svimez, aggiungendo che si configurerebbe così un ventennio di “crescita zero”, che farebbe seguito “alla stagnazione dei primi anni duemila, con conseguenze nefaste sul piano economico, sociale e demografico”.
Va aggiunto, per completare il quadro, che la proiezione di un dato congiunturale (la crescita del 2016 e quella stimata per l’anno in corso) su un periodo molto più lungo (10 anni) è molto problematica. Non c’è infatti alcuna possibilità di prevedere che questo trend biennale possa confermarsi a lungo. Anche perché il principale driver della crescita meridionale nel 2017 dovrebbe essere la sola domanda interna: i consumi totali dovrebbero crescere dell’1,2% (quelli delle famiglie dell’1,4%) e gli investimenti al Sud del 2%. Ma dipenderà dall’andamento generale sia dell’economia nazionale sia dei salari, che invece risultano in rapida diminuzione per la prevalenza dei contratti precari.
Potrebbe andare meglio, certo, ma con la fuga delle attività economiche verso territori meglio dotati sul piano delle infrastrutture, è purtroppo probabile che possa andare peggio. In ogni caso, è un puro esercizio matematico. Che non può essere venduto come un “futuro più roseo”...
Fonte
03/08/2015
Il Mezzogiorno tra crisi e illusioni riformiste
Il rapporto Svimez 2015 è la descrizione dettagliata di come, all’interno di una questione meridionale ormai cronica, la crisi del 2007 e la crisi dell’euro a questa correlata abbiano dato luogo ad una drammatica accelerazione.
Lo sfondo da cui dobbiamo partire è quello proprio della tradizione politica comunista imperniato sul concetto di sviluppo economico capitalistico fondato sulla crisi (e sulle soluzioni imperialistiche della crisi) e non sull’equilibrio. All’interno di questo sfondo si articola il concetto di sottosviluppo di intere aree geoeconomiche più o meno correlato allo sviluppo capitalistico stesso. Questo sottosviluppo può essere un rapporto tra diversi modi di produzione, tra diverse fasi di uno stesso modo di produzione (in questo caso quello capitalistico) ma anche tra diversi livelli all’interno di una stessa fase.
L’andamento di tale rapporto è soggetto a squilibri di natura cumulativa già prefigurati dalla teoria dello sviluppo ineguale, dal ruolo del moltiplicatore nelle teorie keynesiane dello sviluppo squilibrato, dalla teoria della causazione cumulativa (teorizzata da Myrdal e formalizzata da Kaldor), dall’uso metaforicamente estensivo del termine mezzogiornificazione da parte di Paul Krugman.
Dunque ci sono già strumenti teorici raffinati che spiegano come l’assenza di dinamiche redistributive generi sul territorio fenomeni caotici e difficilmente reversibili con l’utilizzo degli strumenti ordinari di politica economica.
Per quanto riguarda il nostro paese, è stato notato da Luciano Vasapollo che i vari periodi dello sviluppo economico hanno creato una crescente differenziazione territoriale e sociale con aumento della disoccupazione e della marginalità sociale che ha colpito in particolar modo le aree più deboli della penisola (innanzitutto il Meridione). Il modello di sviluppo neoliberista, già prima della crisi, ha trasformato il Meridione nel laboratorio dell’economia marginale e sommersa, del lavoro nero e sottopagato funzionale al più generale processo di globalizzazione dell’economia.
Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo hanno poi, sulla base delle intuizioni di Augusto Graziani, riutilizzato il concetto di mezzogiornificazione per descrivere l’evoluzione dei rapporti tra i paesi centrali e quelli periferici dell’Unione Europea: essendosi l’UE formata su basi competitive tutto è stato affidato ai meccanismi di mercato e l’adozione della moneta unica più l’impossibilità di usare le tradizionali leve della politica economica da parte dei governi dei paesi membri, hanno favorito la divergenza economica tra questi ultimi, accentuando i divari economici già sussistenti prima della nascita stessa dell’euro. Si riproduce su scala continentale il tradizionale dualismo tra Nord e Sud dell’Italia: emerge una nuova questione meridionale che travalica i confini italiani e incide sui destini dell’intera Europa.
Questo processo si collega, secondo Brancaccio, al concetto marxiano di centralizzazione dei capitali per il quale accanto alla contrapposizione competitiva tra capitali e come effetto di quest’ultima vi è un processo di concentrazione di capitali già formati mediante liquidazioni, acquisizioni, fusioni. Tale processo può essere stimolato dalle autorità di politica economica le quali fissando condizioni di solvibilità più restrittive per i capitali in conflitto aggravano la posizione dei capitali più deboli e accelerano il processo stesso di centralizzazione. Si sono così create le condizioni per una resa dei conti definitiva tra i capitali più fragili dell’Europa periferica e i capitali più forti dell’Europa nord-continentale.
Ovviamente (come in ogni dinamica sistemica) la questione meridionale su scala estesa (europea) retroagisce sulla questione del Meridione d’Italia e il rapporto Svimez fotografa l’andamento di quest’ultimo processo.
L’introduzione di Riccardo Padovani evidenzia come si presentino due grandi emergenze, tra loro strettamente collegate, il crollo occupazionale e la desertificazione industriale. Mentre il centro nord dopo aver partecipato ad una ripresina nel 2010-2011 si avvia verso una lenta e fragile inversione di trend, il sud vede una recessione senza tregua: diminuzione di investimenti, dello stock di capitale, dell’occupazione, dei redditi, della domanda interna con un progressivo avvitamento a cascata. La conseguenza ultima è una crisi demografica per cui entro il prossimo cinquantennio il Mezzogiorno perderà più di un quinto della popolazione.
All’interno di un quadro in cui l’economia internazionale non è riuscita a riprendere il passo di crescita di prima della crisi (con le tradizionali locomotive, quali la Cina, che devono riprendere fiato), in cui l’economia europea ha una dinamica del Pil ancora negativa (-0,4% nel 2013), in cui l’economia italiana nel suo complesso segna ancora il passo (-1,9% nel 2013), l’economia meridionale vede il Pil scendere del 3,5% a livello annuale e del 13,3% dal 2007. Il meccanismo di aggiustamento demografico costituito dall’emigrazione, se contabilmente attenua la disoccupazione, toglie all’economia anche le energie necessarie per uscire dalla crisi. il divario di sviluppo tra Nord e Sud del paese ha ripreso ad allargarsi tornando ai livelli del 2003, con prospettive future di ulteriore allargamento, viste le previsioni comparate dell’andamento del Pil.
Dal 2007 al 2013 il settore manifatturiero meridionale ha ridotto il proprio prodotto del 25% (del 15% nel Centro nord), i proprio addetti del 24,8% (del 14% nel Centro nord) del 53,4% gli investimenti (del 24,6% nel Centro nord), del 12,7% i consumi (del 5,7% nel Centro nord) del 14,6% i consumi alimentari (del 10,7% nel Centro nord) del 16,2% i consumi legati alla cura della persona e dell’istruzione (del 5,4% nel Centro nord).
La riduzione degli investimenti ha aggravato la scarsa competitività dell’area e ridimensionato le dimensioni dell’apparato produttivo favorendo un processo di desertificazione industriale. L’integrazione esistente tra regioni settentrionali e meridionali però farà sì che una domanda meridionale così depressa avrà ripercussioni negative anche sull’economia del resto del paese.
A tal proposito è interessante notare che, mentre in Italia, sia prima che durante la crisi, l’andamento comparato delle diverse aree del paese è stato differenziato a svantaggio di quelle più povere, in Germania negli stessi periodi l’Est sta progredendo avvicinandosi ai livelli di sviluppo delle regioni tedesche occidentali. Ovviamente questa eccezione virtuosa è pagata dal resto d’Europa che subisce la politica commerciale aggressiva di quello che sulla carta è un paese fratello.
Anche le previsioni per il 2015 vedono i destini delle diverse aree geografiche del paese divaricarsi: a fronte di una modesta ripresa del Centro nord, il Meridione conoscerà un’ulteriore variazione di segno negativo, sia per quanto riguarda il Pil, sia per quanto riguarda consumi ed investimenti sia per quanto riguarda l’occupazione. Per ciò che concerne quest’ultimo aspetto si sta ridisegnando la geografia del lavoro del nostro paese con una esclusione strutturale del Mezzogiorno, dove a livello giovanile si verificano forti perdite di posti di lavoro non compensate da flussi in entrata sempre più esigui. Sul mercato del lavoro si è abbattuta una crisi che nell’area non ha conosciuto tregua e che, con il crollo della domanda determina un avvitamento recessivo. Il tasso di occupazione scende al 42% (dal 50% degli anni Settanta) mentre nel centro nord sale al 63% (dal 56% degli anni Settanta). Se a livello complessivo l’occupazione femminile dal 2007 non registra sostanziali variazioni, nel contesto meridionale la variazione è -2,7% contro un +0,7% al centro nord.
Tuttavia la soddisfazione circa la tenuta dell’occupazione femminile non è giustificabile del tutto: essa è spiegata in termini di segregazione settoriale di genere, ovvero all’incremento delle occupazioni precarie e delle professioni non qualificate mentre gli uomini sono tradizionalmente concentrati nei settori più colpiti dalla crisi (bancario/assicurativo, manifatturiero, edilizio). Infatti si riscontra una flessione dell’11,7% dell’occupazione femminile delle professioni qualificate e un incremento del 15% delle professioni non qualificate.
A questo contribuisce la segregazione lavorativa in particolare delle donne immigrate, le quali, pur essendo in percentuale più istruite delle donne italiane, sono coinvolte per più del 50% nelle sole professioni di assistente domiciliare e collaboratrice domestica.
Al dualismo territoriale nell’ambito occupazionale si collega il marcato dualismo generazionale per cui tra il 2008 e il 2013 l’occupazione giovanile si riduce di circa il 25,4% (nel Mezzogiorno del 29,3% contro il 23,8% del centro nord). L’occupazione giovanile del Meridione è in una situazione peggiore di Spagna e Grecia. Le difficoltà maggiori a livello territoriale complessivo riguardano i diplomati (tasso di occupazione 2013 del 40,8% contro il 56,9% dei laureati). Il progresso tecnico non ha favorito la domanda di lavoro istruito, soprattutto se questo si accompagna a carenza di esperienza di lavoro, con il rischio di innescare un altro effetto cumulativo (chi non ha già avuto esperienza di lavoro tenderà a non averne anche in futuro).
Il problema occupazionale retroagisce sul settore formativo dove il depauperamento di capitale umano determinato da inoccupazione persistente genera una crisi di fiducia che, associata alle difficoltà economiche delle famiglie, contribuisce a ridurre gli incentivi all’investimento da parte delle famiglie in formazione e conoscenza. La progressiva emarginazione dei giovani pure istruiti dai processi produttivi è confermata dalla dinamica crescente di giovani che non sono coinvolti né in attività lavorative né formative: il 56,2% sono donne mentre il 54,6% è meridionale. Si verifica poi un calo delle immatricolazioni all’università che rispecchia il peggioramento delle condizioni finanziarie delle famiglie e la percezione diffusa della scarso vantaggio (in termini di occupazione e reddito) dell’investimento nella formazione più avanzata.
Non aiuta il sistema di finanziamento delle università che sta, all’interno di una complessiva riduzione di risorse, determinando una vera e propria penalizzazione delle Università meridionali.
Il nuovo e crescente meccanismo di premialità, determinando un altro processo cumulativo (per cui i vincitori di oggi sono meglio posizionati per essere anche i vincitori di domani) ha determinato dal 2011 al 2013 uno spostamento di circa 160 milioni di euro dalle università del sud a quelle del centro nord. Per effetto di questo spostamento annuo di risorse, per rispondere alla domanda di formazione degli studenti meridionali, la già alta migrazione studentesca del sud dovrebbe crescere al ritmo di circa 30.000 studenti all’anno, determinando il circolo vizioso di perdita del capitale umano per il Mezzogiorno.
Il Mezzogiorno così invecchia: i giovani emigrano, le nascite diminuiscono. Il numero dei nuovi nati al sud nel 2013 ha toccato il minimo storico. La fecondità femminile è di 1,36 figli per donna lontano dal livello di sostituzione (necessario per la stabilità demografica) che è di 2,1. Le ondate migratorie dall’estero che potrebbe riequilibrare la situazione sono drenate verso il centro nord (di 5 milioni di immigrati, 4,2 milioni stanno al centro nord). La minore capacità di attrarre immigrati dall’estero da parte delle regioni meridionali rispecchia la persistenza del gap in termini di sviluppo economico tra le due macro aree.
In base alle previsioni Istat in un cinquantennio il Mezzogiorno perderebbe quasi 5 milioni di abitanti prevalentemente giovani mentre il resto del paese ne guadagnerà altrettanti.
La distribuzione del reddito pure ha effetti aggravanti. La recessione, infatti, ha prodotto effetti differenziati sul livello e la distribuzione del reddito disponibile. Nei paesi dell’UE dove il reddito è distribuito in modo più egualitario (con misure specifiche e universali di contrasto a povertà e disuguaglianza) vi sono più elevati tassi di crescita. Mentre in quelli dove la maggioranza del reddito è detenuta da una minoranza di percettori, il Pil procapite è andato diminuendo.
La cattiva distribuzione del reddito diventa cioè una forza destabilizzante dell’intero sistema economico con ricadute sullo stesso processo di accumulazione. Il divario di sviluppo tra centro nord e Mezzogiorno si riflette sia sul livello dei redditi che sulla sua distribuzione. Ciò in quanto la crisi nel Mezzogiorno ha comportato un drastico ridimensionamento dell’occupazione e un conseguente innalzamento del livello di povertà assoluta contro cui non si sono adottati efficaci provvedimenti: il numero delle famiglie assolutamente povere dal 2007 al 2013 è aumentato nel Meridione di quasi due volte e mezzo. Nel 2012 appena il 5% delle famiglie del centro nord è risultato incluso nella classe a più basso reddito contro il 13,4% del Mezzogiorno. All’estremo opposto il 44,1% delle famiglie del centro nord ha più di 3000 euro al mese contro il 25,4% di quelle meridionali. Ciò implica che al centro nord la distribuzione del reddito viene ad essere migliore che al Sud (questo era vero anche prima della crisi come si desume da un rapporto Istat del 2005 dove il centro nord vedeva il 6,9% delle famiglie nel quintile più povero e il 25,4% nel quintile più ricco, mentre per il Mezzogiorno le percentuali sono rispettivamente il 38,1% e il 9,7%) e questo ha ed avrà effetti anche sulle prospettive economiche future delle due differenti aree.
Questa situazione si concretizza anche in divari ampi per quanto riguarda gli indici di benessere con una notevole eterogeneità (tra Meridione e resto del paese) per quanto riguarda la salute, l’istruzione, la ricerca e la qualità dei servizi pubblici. Questa eterogeneità è minore di quella riguardante il livello del Pil in quanto c’è ancora una inerzia nella capacità del servizio pubblico di affrontare in maniera territorialmente relativamente uniforme i problemi sociali del paese. Gli effetti catastrofici combinati della crisi e della regionalizzazione del finanziamento del Welfare non hanno ancora dispiegato compiutamente i loro effetti.
Quanto alla situazione industriale nel 2013 la dinamica del valore aggiunto dell’industria italiana è stata -3,2%. Questo dato complessivo riflette una forte divaricazione tra gli andamenti territoriali (centro nord -2,6% e Meridione -6,7%). Il prolungarsi della crisi economica rende più estesi e profondi i fenomeni di desertificazione industriale, fa assumere alla caduta del prodotto una intensità e una persistenza che prescindono dal ciclo europeo (a cui invece il centro nord sembra più allineato) e fa temere che l’industria del Sud non riesca successivamente ad agganciare il treno di un’eventuale ripresa continentale.
Osservando gli andamenti del valore aggiunto dell’industria nei diversi aggregati europei emergono chiaramente le difficoltà specifiche del Mezzogiorno non solo nel recuperare il ritardo strutturale nei confronti delle regioni del centro nord, ma più in generale nel competere con le altre regioni europee meno avanzate ed in particolare con quelle dell’Europa dell’Est non ancora aderenti all’euro che hanno un più basso costo del lavoro ma anche una maggiore libertà nell’usare la leva fiscale e monetaria (proprio grazie al fatto che non aderiscono ancora all’euro).
La maggiore debolezza dell’industria del Sud rispecchia sia un’evoluzione più sfavorevole nella componente interna della domanda sia nella componente estera. Con la crisi economica si è accentuato il calo della quota delle esportazioni di beni del Mezzogiorno anche rispetto ad una quota già declinante dell’export nazionale. Nell’area meridionale la capacità di operare sui mercati internazionali, collegata com’è ad una capacità di investimento propria di imprese di medie e grandi dimensioni, è circoscritta ad un numero esiguo di imprese, essendo la dimensione media delle imprese meridionali minore che nel resto d’Italia.
Le difficoltà delle imprese manifatturiere meridionali ad adeguarsi ai cambiamenti dello scenario competitivo internazionale alla fine hanno colpito anche una parte rilevante della grandi imprese a controllo esterno (ossia con un capitale ed un cervello non a livello locale) tanto da far ipotizzare il loro abbandono dell’area in cerca di localizzazioni più competitive e profittevoli. L’aumento del numero degli esportatori del Mezzogiorno più che una tendenza strutturata può essere vista come una risposta un po’ disperata al crollo della domanda interna, risposta che potrebbe perdere slancio se mancassero i capitali per consolidarla e renderla competitiva.
L’analisi parla di progetto incompiuto di integrazione europea dove l’allargamento del mercato unico e l’introduzione dell’euro non hanno garantito né una crescita media paragonabile ad altri blocchi continentali né una distribuzione omogenea di benefici del processo di integrazione economica e finanziaria. Anzi i divari strutturali tra economie nazionali, a seguito delle politiche di svalutazione reale si sono inaspriti determinando una situazione di asimmetrie sistematiche tra centro e periferia. L’Unione resta strutturalmente votata a tale divergenza, si sottovalutano i costi sociali associati alle politiche di moderazione salariale associate a quelle di svalutazione reale e si affida la ripresa ai tempi lunghi, costellati da lacrime e sangue, del dispiegarsi degli effetti delle riforme strutturali.
L’effetto è che l’economia italiana che ha i suoi competitors nelle economie maggiori si trova al proprio interno un Mezzogiorno che compete invece con le aree marginali dell’Unione ed il risultato complessivo è una economia all’intersezione tra centro e periferia con il rischio di scivolare unitariamente ai margini dell’Unione.
La Svimez però articola anche una strategia di ripresa, strategia che deve essere nazionale per riavviare una dinamica di convergenza che consenta al Mezzogiorno di avere tassi di crescita più elevati rispetto a quelli del centro nord, abbandonando nei fatti un approccio di austerità fine a se stessa. Il filo conduttore di tale strategia sarebbe una politica attiva di sviluppo di cui lo Stato diventi regista e non solo regolatore dei mercati con il ripristino su scala nazionale del ruolo degli investimenti pubblici per la crescita e con forme di fiscalità compensativa europea per investimenti al Sud (visto che i fondi strutturali sono per circa il 50% appannaggio di paesi non aderenti all’euro). La Svimez parla anche di politiche attive del lavoro e di indifferibili politiche di Welfare che abbiano effetti redistributivi ed anticiclici all’interno di una unica strategia di sistema.
Non stiamo qui ad entrare nei dettagli delle proposte della Svimez.
L’impressione che se ne ha però è paradossale: parte della borghesia illuminata di impostazione prevalentemente meridionalistica, priva di adeguata base sociale e conseguentemente di sostegno politico, svolge una analisi e propone una strategia che non hanno corrispondenti in nessuno dei partiti politici all’interno del Parlamento, ma che sarebbe condivisa da partiti di sinistra cosiddetta radicale che non hanno attualmente rappresentanza parlamentare. La stessa classe imprenditoriale meridionale, ormai perdente all’interno del processo di divaricazione delle economie nazionali europee, non saprebbe effettivamente se adottare o meno questa prospettiva, lucida quanto impotente.
Non è un caso che, alla presentazione del rapporto Svimez, Claudio Velardi, uno dei più inquietanti e pittoreschi consiglieri del Principe che si siano mai affacciati in questi ultimi anni, si è retoricamente chiesto perché mai la Svimez continuasse ad esistere. In questo modo (al di là delle proposte che rimasticano il peggio del mainstream) la classe politica meridionale, lungi dal voler curare la febbre e di conseguenza la malattia, ha dichiarato che il problema della febbre è il termometro. Il punto è che essa vuole, pur confliggendo al suo interno, solo garantirsi un atterraggio il più possibile morbido all’interno del peggioramento complessivo della situazione economica generale.
Quanto a noi, è necessario essere consapevoli che, contrariamente alla sfondo europeista delle proposte riformiste ed impotenti della Svimez, in questa Europa è impossibile ogni riforma e chiunque a sinistra sostenga ancora il modello dell’altra Europa tende solo a differire nei fatti una ripresa del protagonismo delle classi subalterne.
Perciò, se da un lato, a livello locale, noi ci battiamo per un reddito minimo che abbia funzioni redistributive ed anticicliche (oltre ad essere associato ad una lotta più generale per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario), al tempo stesso pensiamo ad una rete solidale dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo e dunque ad una coalizione internazionalista che sia alternativa all’Europa del grande capitale finanziario.
Questo processo passa per una fuoriuscita dalla zona euro che non sia solo angustamente nazionalistica, ma che sia progettata ed effettuata di concerto da tutti i paesi PIIGS in modo da essere qualificata in termini di classe e di prospettiva possibile per il futuro.
Fonte
Lo sfondo da cui dobbiamo partire è quello proprio della tradizione politica comunista imperniato sul concetto di sviluppo economico capitalistico fondato sulla crisi (e sulle soluzioni imperialistiche della crisi) e non sull’equilibrio. All’interno di questo sfondo si articola il concetto di sottosviluppo di intere aree geoeconomiche più o meno correlato allo sviluppo capitalistico stesso. Questo sottosviluppo può essere un rapporto tra diversi modi di produzione, tra diverse fasi di uno stesso modo di produzione (in questo caso quello capitalistico) ma anche tra diversi livelli all’interno di una stessa fase.
L’andamento di tale rapporto è soggetto a squilibri di natura cumulativa già prefigurati dalla teoria dello sviluppo ineguale, dal ruolo del moltiplicatore nelle teorie keynesiane dello sviluppo squilibrato, dalla teoria della causazione cumulativa (teorizzata da Myrdal e formalizzata da Kaldor), dall’uso metaforicamente estensivo del termine mezzogiornificazione da parte di Paul Krugman.
Dunque ci sono già strumenti teorici raffinati che spiegano come l’assenza di dinamiche redistributive generi sul territorio fenomeni caotici e difficilmente reversibili con l’utilizzo degli strumenti ordinari di politica economica.
Per quanto riguarda il nostro paese, è stato notato da Luciano Vasapollo che i vari periodi dello sviluppo economico hanno creato una crescente differenziazione territoriale e sociale con aumento della disoccupazione e della marginalità sociale che ha colpito in particolar modo le aree più deboli della penisola (innanzitutto il Meridione). Il modello di sviluppo neoliberista, già prima della crisi, ha trasformato il Meridione nel laboratorio dell’economia marginale e sommersa, del lavoro nero e sottopagato funzionale al più generale processo di globalizzazione dell’economia.
Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo hanno poi, sulla base delle intuizioni di Augusto Graziani, riutilizzato il concetto di mezzogiornificazione per descrivere l’evoluzione dei rapporti tra i paesi centrali e quelli periferici dell’Unione Europea: essendosi l’UE formata su basi competitive tutto è stato affidato ai meccanismi di mercato e l’adozione della moneta unica più l’impossibilità di usare le tradizionali leve della politica economica da parte dei governi dei paesi membri, hanno favorito la divergenza economica tra questi ultimi, accentuando i divari economici già sussistenti prima della nascita stessa dell’euro. Si riproduce su scala continentale il tradizionale dualismo tra Nord e Sud dell’Italia: emerge una nuova questione meridionale che travalica i confini italiani e incide sui destini dell’intera Europa.
Questo processo si collega, secondo Brancaccio, al concetto marxiano di centralizzazione dei capitali per il quale accanto alla contrapposizione competitiva tra capitali e come effetto di quest’ultima vi è un processo di concentrazione di capitali già formati mediante liquidazioni, acquisizioni, fusioni. Tale processo può essere stimolato dalle autorità di politica economica le quali fissando condizioni di solvibilità più restrittive per i capitali in conflitto aggravano la posizione dei capitali più deboli e accelerano il processo stesso di centralizzazione. Si sono così create le condizioni per una resa dei conti definitiva tra i capitali più fragili dell’Europa periferica e i capitali più forti dell’Europa nord-continentale.
Ovviamente (come in ogni dinamica sistemica) la questione meridionale su scala estesa (europea) retroagisce sulla questione del Meridione d’Italia e il rapporto Svimez fotografa l’andamento di quest’ultimo processo.
L’introduzione di Riccardo Padovani evidenzia come si presentino due grandi emergenze, tra loro strettamente collegate, il crollo occupazionale e la desertificazione industriale. Mentre il centro nord dopo aver partecipato ad una ripresina nel 2010-2011 si avvia verso una lenta e fragile inversione di trend, il sud vede una recessione senza tregua: diminuzione di investimenti, dello stock di capitale, dell’occupazione, dei redditi, della domanda interna con un progressivo avvitamento a cascata. La conseguenza ultima è una crisi demografica per cui entro il prossimo cinquantennio il Mezzogiorno perderà più di un quinto della popolazione.
All’interno di un quadro in cui l’economia internazionale non è riuscita a riprendere il passo di crescita di prima della crisi (con le tradizionali locomotive, quali la Cina, che devono riprendere fiato), in cui l’economia europea ha una dinamica del Pil ancora negativa (-0,4% nel 2013), in cui l’economia italiana nel suo complesso segna ancora il passo (-1,9% nel 2013), l’economia meridionale vede il Pil scendere del 3,5% a livello annuale e del 13,3% dal 2007. Il meccanismo di aggiustamento demografico costituito dall’emigrazione, se contabilmente attenua la disoccupazione, toglie all’economia anche le energie necessarie per uscire dalla crisi. il divario di sviluppo tra Nord e Sud del paese ha ripreso ad allargarsi tornando ai livelli del 2003, con prospettive future di ulteriore allargamento, viste le previsioni comparate dell’andamento del Pil.
Dal 2007 al 2013 il settore manifatturiero meridionale ha ridotto il proprio prodotto del 25% (del 15% nel Centro nord), i proprio addetti del 24,8% (del 14% nel Centro nord) del 53,4% gli investimenti (del 24,6% nel Centro nord), del 12,7% i consumi (del 5,7% nel Centro nord) del 14,6% i consumi alimentari (del 10,7% nel Centro nord) del 16,2% i consumi legati alla cura della persona e dell’istruzione (del 5,4% nel Centro nord).
La riduzione degli investimenti ha aggravato la scarsa competitività dell’area e ridimensionato le dimensioni dell’apparato produttivo favorendo un processo di desertificazione industriale. L’integrazione esistente tra regioni settentrionali e meridionali però farà sì che una domanda meridionale così depressa avrà ripercussioni negative anche sull’economia del resto del paese.
A tal proposito è interessante notare che, mentre in Italia, sia prima che durante la crisi, l’andamento comparato delle diverse aree del paese è stato differenziato a svantaggio di quelle più povere, in Germania negli stessi periodi l’Est sta progredendo avvicinandosi ai livelli di sviluppo delle regioni tedesche occidentali. Ovviamente questa eccezione virtuosa è pagata dal resto d’Europa che subisce la politica commerciale aggressiva di quello che sulla carta è un paese fratello.
Anche le previsioni per il 2015 vedono i destini delle diverse aree geografiche del paese divaricarsi: a fronte di una modesta ripresa del Centro nord, il Meridione conoscerà un’ulteriore variazione di segno negativo, sia per quanto riguarda il Pil, sia per quanto riguarda consumi ed investimenti sia per quanto riguarda l’occupazione. Per ciò che concerne quest’ultimo aspetto si sta ridisegnando la geografia del lavoro del nostro paese con una esclusione strutturale del Mezzogiorno, dove a livello giovanile si verificano forti perdite di posti di lavoro non compensate da flussi in entrata sempre più esigui. Sul mercato del lavoro si è abbattuta una crisi che nell’area non ha conosciuto tregua e che, con il crollo della domanda determina un avvitamento recessivo. Il tasso di occupazione scende al 42% (dal 50% degli anni Settanta) mentre nel centro nord sale al 63% (dal 56% degli anni Settanta). Se a livello complessivo l’occupazione femminile dal 2007 non registra sostanziali variazioni, nel contesto meridionale la variazione è -2,7% contro un +0,7% al centro nord.
Tuttavia la soddisfazione circa la tenuta dell’occupazione femminile non è giustificabile del tutto: essa è spiegata in termini di segregazione settoriale di genere, ovvero all’incremento delle occupazioni precarie e delle professioni non qualificate mentre gli uomini sono tradizionalmente concentrati nei settori più colpiti dalla crisi (bancario/assicurativo, manifatturiero, edilizio). Infatti si riscontra una flessione dell’11,7% dell’occupazione femminile delle professioni qualificate e un incremento del 15% delle professioni non qualificate.
A questo contribuisce la segregazione lavorativa in particolare delle donne immigrate, le quali, pur essendo in percentuale più istruite delle donne italiane, sono coinvolte per più del 50% nelle sole professioni di assistente domiciliare e collaboratrice domestica.
Al dualismo territoriale nell’ambito occupazionale si collega il marcato dualismo generazionale per cui tra il 2008 e il 2013 l’occupazione giovanile si riduce di circa il 25,4% (nel Mezzogiorno del 29,3% contro il 23,8% del centro nord). L’occupazione giovanile del Meridione è in una situazione peggiore di Spagna e Grecia. Le difficoltà maggiori a livello territoriale complessivo riguardano i diplomati (tasso di occupazione 2013 del 40,8% contro il 56,9% dei laureati). Il progresso tecnico non ha favorito la domanda di lavoro istruito, soprattutto se questo si accompagna a carenza di esperienza di lavoro, con il rischio di innescare un altro effetto cumulativo (chi non ha già avuto esperienza di lavoro tenderà a non averne anche in futuro).
Il problema occupazionale retroagisce sul settore formativo dove il depauperamento di capitale umano determinato da inoccupazione persistente genera una crisi di fiducia che, associata alle difficoltà economiche delle famiglie, contribuisce a ridurre gli incentivi all’investimento da parte delle famiglie in formazione e conoscenza. La progressiva emarginazione dei giovani pure istruiti dai processi produttivi è confermata dalla dinamica crescente di giovani che non sono coinvolti né in attività lavorative né formative: il 56,2% sono donne mentre il 54,6% è meridionale. Si verifica poi un calo delle immatricolazioni all’università che rispecchia il peggioramento delle condizioni finanziarie delle famiglie e la percezione diffusa della scarso vantaggio (in termini di occupazione e reddito) dell’investimento nella formazione più avanzata.
Non aiuta il sistema di finanziamento delle università che sta, all’interno di una complessiva riduzione di risorse, determinando una vera e propria penalizzazione delle Università meridionali.
Il nuovo e crescente meccanismo di premialità, determinando un altro processo cumulativo (per cui i vincitori di oggi sono meglio posizionati per essere anche i vincitori di domani) ha determinato dal 2011 al 2013 uno spostamento di circa 160 milioni di euro dalle università del sud a quelle del centro nord. Per effetto di questo spostamento annuo di risorse, per rispondere alla domanda di formazione degli studenti meridionali, la già alta migrazione studentesca del sud dovrebbe crescere al ritmo di circa 30.000 studenti all’anno, determinando il circolo vizioso di perdita del capitale umano per il Mezzogiorno.
Il Mezzogiorno così invecchia: i giovani emigrano, le nascite diminuiscono. Il numero dei nuovi nati al sud nel 2013 ha toccato il minimo storico. La fecondità femminile è di 1,36 figli per donna lontano dal livello di sostituzione (necessario per la stabilità demografica) che è di 2,1. Le ondate migratorie dall’estero che potrebbe riequilibrare la situazione sono drenate verso il centro nord (di 5 milioni di immigrati, 4,2 milioni stanno al centro nord). La minore capacità di attrarre immigrati dall’estero da parte delle regioni meridionali rispecchia la persistenza del gap in termini di sviluppo economico tra le due macro aree.
In base alle previsioni Istat in un cinquantennio il Mezzogiorno perderebbe quasi 5 milioni di abitanti prevalentemente giovani mentre il resto del paese ne guadagnerà altrettanti.
La distribuzione del reddito pure ha effetti aggravanti. La recessione, infatti, ha prodotto effetti differenziati sul livello e la distribuzione del reddito disponibile. Nei paesi dell’UE dove il reddito è distribuito in modo più egualitario (con misure specifiche e universali di contrasto a povertà e disuguaglianza) vi sono più elevati tassi di crescita. Mentre in quelli dove la maggioranza del reddito è detenuta da una minoranza di percettori, il Pil procapite è andato diminuendo.
La cattiva distribuzione del reddito diventa cioè una forza destabilizzante dell’intero sistema economico con ricadute sullo stesso processo di accumulazione. Il divario di sviluppo tra centro nord e Mezzogiorno si riflette sia sul livello dei redditi che sulla sua distribuzione. Ciò in quanto la crisi nel Mezzogiorno ha comportato un drastico ridimensionamento dell’occupazione e un conseguente innalzamento del livello di povertà assoluta contro cui non si sono adottati efficaci provvedimenti: il numero delle famiglie assolutamente povere dal 2007 al 2013 è aumentato nel Meridione di quasi due volte e mezzo. Nel 2012 appena il 5% delle famiglie del centro nord è risultato incluso nella classe a più basso reddito contro il 13,4% del Mezzogiorno. All’estremo opposto il 44,1% delle famiglie del centro nord ha più di 3000 euro al mese contro il 25,4% di quelle meridionali. Ciò implica che al centro nord la distribuzione del reddito viene ad essere migliore che al Sud (questo era vero anche prima della crisi come si desume da un rapporto Istat del 2005 dove il centro nord vedeva il 6,9% delle famiglie nel quintile più povero e il 25,4% nel quintile più ricco, mentre per il Mezzogiorno le percentuali sono rispettivamente il 38,1% e il 9,7%) e questo ha ed avrà effetti anche sulle prospettive economiche future delle due differenti aree.
Questa situazione si concretizza anche in divari ampi per quanto riguarda gli indici di benessere con una notevole eterogeneità (tra Meridione e resto del paese) per quanto riguarda la salute, l’istruzione, la ricerca e la qualità dei servizi pubblici. Questa eterogeneità è minore di quella riguardante il livello del Pil in quanto c’è ancora una inerzia nella capacità del servizio pubblico di affrontare in maniera territorialmente relativamente uniforme i problemi sociali del paese. Gli effetti catastrofici combinati della crisi e della regionalizzazione del finanziamento del Welfare non hanno ancora dispiegato compiutamente i loro effetti.
Quanto alla situazione industriale nel 2013 la dinamica del valore aggiunto dell’industria italiana è stata -3,2%. Questo dato complessivo riflette una forte divaricazione tra gli andamenti territoriali (centro nord -2,6% e Meridione -6,7%). Il prolungarsi della crisi economica rende più estesi e profondi i fenomeni di desertificazione industriale, fa assumere alla caduta del prodotto una intensità e una persistenza che prescindono dal ciclo europeo (a cui invece il centro nord sembra più allineato) e fa temere che l’industria del Sud non riesca successivamente ad agganciare il treno di un’eventuale ripresa continentale.
Osservando gli andamenti del valore aggiunto dell’industria nei diversi aggregati europei emergono chiaramente le difficoltà specifiche del Mezzogiorno non solo nel recuperare il ritardo strutturale nei confronti delle regioni del centro nord, ma più in generale nel competere con le altre regioni europee meno avanzate ed in particolare con quelle dell’Europa dell’Est non ancora aderenti all’euro che hanno un più basso costo del lavoro ma anche una maggiore libertà nell’usare la leva fiscale e monetaria (proprio grazie al fatto che non aderiscono ancora all’euro).
La maggiore debolezza dell’industria del Sud rispecchia sia un’evoluzione più sfavorevole nella componente interna della domanda sia nella componente estera. Con la crisi economica si è accentuato il calo della quota delle esportazioni di beni del Mezzogiorno anche rispetto ad una quota già declinante dell’export nazionale. Nell’area meridionale la capacità di operare sui mercati internazionali, collegata com’è ad una capacità di investimento propria di imprese di medie e grandi dimensioni, è circoscritta ad un numero esiguo di imprese, essendo la dimensione media delle imprese meridionali minore che nel resto d’Italia.
Le difficoltà delle imprese manifatturiere meridionali ad adeguarsi ai cambiamenti dello scenario competitivo internazionale alla fine hanno colpito anche una parte rilevante della grandi imprese a controllo esterno (ossia con un capitale ed un cervello non a livello locale) tanto da far ipotizzare il loro abbandono dell’area in cerca di localizzazioni più competitive e profittevoli. L’aumento del numero degli esportatori del Mezzogiorno più che una tendenza strutturata può essere vista come una risposta un po’ disperata al crollo della domanda interna, risposta che potrebbe perdere slancio se mancassero i capitali per consolidarla e renderla competitiva.
L’analisi parla di progetto incompiuto di integrazione europea dove l’allargamento del mercato unico e l’introduzione dell’euro non hanno garantito né una crescita media paragonabile ad altri blocchi continentali né una distribuzione omogenea di benefici del processo di integrazione economica e finanziaria. Anzi i divari strutturali tra economie nazionali, a seguito delle politiche di svalutazione reale si sono inaspriti determinando una situazione di asimmetrie sistematiche tra centro e periferia. L’Unione resta strutturalmente votata a tale divergenza, si sottovalutano i costi sociali associati alle politiche di moderazione salariale associate a quelle di svalutazione reale e si affida la ripresa ai tempi lunghi, costellati da lacrime e sangue, del dispiegarsi degli effetti delle riforme strutturali.
L’effetto è che l’economia italiana che ha i suoi competitors nelle economie maggiori si trova al proprio interno un Mezzogiorno che compete invece con le aree marginali dell’Unione ed il risultato complessivo è una economia all’intersezione tra centro e periferia con il rischio di scivolare unitariamente ai margini dell’Unione.
La Svimez però articola anche una strategia di ripresa, strategia che deve essere nazionale per riavviare una dinamica di convergenza che consenta al Mezzogiorno di avere tassi di crescita più elevati rispetto a quelli del centro nord, abbandonando nei fatti un approccio di austerità fine a se stessa. Il filo conduttore di tale strategia sarebbe una politica attiva di sviluppo di cui lo Stato diventi regista e non solo regolatore dei mercati con il ripristino su scala nazionale del ruolo degli investimenti pubblici per la crescita e con forme di fiscalità compensativa europea per investimenti al Sud (visto che i fondi strutturali sono per circa il 50% appannaggio di paesi non aderenti all’euro). La Svimez parla anche di politiche attive del lavoro e di indifferibili politiche di Welfare che abbiano effetti redistributivi ed anticiclici all’interno di una unica strategia di sistema.
Non stiamo qui ad entrare nei dettagli delle proposte della Svimez.
L’impressione che se ne ha però è paradossale: parte della borghesia illuminata di impostazione prevalentemente meridionalistica, priva di adeguata base sociale e conseguentemente di sostegno politico, svolge una analisi e propone una strategia che non hanno corrispondenti in nessuno dei partiti politici all’interno del Parlamento, ma che sarebbe condivisa da partiti di sinistra cosiddetta radicale che non hanno attualmente rappresentanza parlamentare. La stessa classe imprenditoriale meridionale, ormai perdente all’interno del processo di divaricazione delle economie nazionali europee, non saprebbe effettivamente se adottare o meno questa prospettiva, lucida quanto impotente.
Non è un caso che, alla presentazione del rapporto Svimez, Claudio Velardi, uno dei più inquietanti e pittoreschi consiglieri del Principe che si siano mai affacciati in questi ultimi anni, si è retoricamente chiesto perché mai la Svimez continuasse ad esistere. In questo modo (al di là delle proposte che rimasticano il peggio del mainstream) la classe politica meridionale, lungi dal voler curare la febbre e di conseguenza la malattia, ha dichiarato che il problema della febbre è il termometro. Il punto è che essa vuole, pur confliggendo al suo interno, solo garantirsi un atterraggio il più possibile morbido all’interno del peggioramento complessivo della situazione economica generale.
Quanto a noi, è necessario essere consapevoli che, contrariamente alla sfondo europeista delle proposte riformiste ed impotenti della Svimez, in questa Europa è impossibile ogni riforma e chiunque a sinistra sostenga ancora il modello dell’altra Europa tende solo a differire nei fatti una ripresa del protagonismo delle classi subalterne.
Perciò, se da un lato, a livello locale, noi ci battiamo per un reddito minimo che abbia funzioni redistributive ed anticicliche (oltre ad essere associato ad una lotta più generale per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario), al tempo stesso pensiamo ad una rete solidale dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo e dunque ad una coalizione internazionalista che sia alternativa all’Europa del grande capitale finanziario.
Questo processo passa per una fuoriuscita dalla zona euro che non sia solo angustamente nazionalistica, ma che sia progettata ed effettuata di concerto da tutti i paesi PIIGS in modo da essere qualificata in termini di classe e di prospettiva possibile per il futuro.
Fonte
30/07/2015
Il Sud d'Italia sta molto peggio della Grecia
Si sapeva, certo, ma le parole con cui Riccardo Padovani, direttore dello Svimez, apre il suo rapporto annuale sullo stato del Mezzogiorno appaiono più drammatiche di un semplice allarme.
Una situazione che appare appesa a un filo sempre più sottile. E che un governo serio affronterebbe come un'emergenza nazionale. Poi uno guarda allo spettacolo indecente messo quotidianamente in scena tra Palazzo Chigi, la Camera e il Senato, e allora si rende conto che del Sud questi potranno salvare al massimo una persona (ieri Azzollini, col no all'arresto), non certo chi ci vive, con o - sempre più spesso - senza un lavoro.
I dati sono impietosi. Nel corso dell'ultimo quindicennio - ben oltre i limiti dell'inizio dell'attuale crisi - persino la disperata Grecia ha fatto molto meglio, in termini di crescita cumulata.
Uno sfacelo senza limiti,che riporta un terzo del paese a oltre 40 anni fa:
E anche la desertificazione produttiva viaggia in quest'area a velocità doppia. Tra il 2008 e il 2014, delle 811 mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro, ben 576 mila sono residenti a Sud. Per le donne tra i 15 e i 34 anni lavorare è una chimera: sono occupate solo una su cinque.
Ma è tra i giovani che il degrado economico colpisce in modo più duro, fino a produrre probabilmente anche un disastro antropologico. Qui, spiega il Rapporto, si è creata una "frattura senza paragoni in Europa". Il Sud negli anni 2008-2014 ha perso 622 mila posti di lavoro tra gli under 34 (-31,9%) e ne ha guadagnati 239 mila negli over 55 (le aziende residue, che non innovano più, preferiscono un lavoratore esperto nei vecchi sistemi piuttosto che un giovane da formare). Il tasso di disoccupazione under 24 raggiunge così il 56%.
Peggio. Questa situazione, sul lungo periodo, porta a credere che studiare non paghi più, "alimentando così una spirale di impoverimento del capitale umano, determinata da emigrazione, lunga permanenza in uno stato di disoccupazione e scoraggiamento a investire nella formazione avanzata". Ma se lo smettere di studiare, al Nord, ha prodotto una generazione di lavoratori giovani e sottopagati, addetti soprattutto a funzioni di basso livello, al Sud non è presente neanche questa alternativa impoverente. Solo il nulla.
Ne deriva "Un Paese diviso e diseguale, dove il Sud è alla deriva e scivola sempre più nell'arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%) e il Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 ha toccato il punto più basso degli ultimi 15 anni, con il 53,7%".
E infine lo scenario totalmente negativo che si apre in seguito alla rottura irrecuperabile tra stagnazione (o arretramento) e sviluppo: "Nel 2014 al Sud si sono registrate solo 174 mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l'Unità d'Italia: il Sud sarà interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili".
Il rapporto nelle anticipazioni del direttore.
Fonte
La crisi restituisce un Paese ancor più diviso del passato e sempre più diseguale. La flessione dell’attività produttiva è stata molto più profonda ed estesa nel Mezzogiorno che nel resto del Paese, con effetti negativi che appaiono non più solo transitori ma strutturali.Se poi - come nel nostro caso - non si vede alle porte nessuna "ripresa" dell'economia italiana ed europea, allora le possibilità che il Sud possa vincere la partita contro la desertificazione produttiva sembrano ancora minori.
La crisi ha depauperato le risorse del Sud e il suo potenziale produttivo: la forte riduzione degli investimenti ha diminuito la sua capacità industriale, che, non venendo rinnovata, ha perso ulteriormente in competitività. La lunghezza della recessione, la riduzione delle risorse per infrastrutture pubbliche, la caduta della domanda interna, sono fattori che hanno contribuito a “desertificare” l’apparato economico delle regioni del Mezzogiorno colpendo non solo le imprese inefficienti, ma espellendo dal mercato anche imprese sane e tuttavia non attrezzate a superare una crisi cosi lunga e impegnativa.
Risulta difficile a questo punto valutare se l’industria rimasta sia in condizioni di ricollegarsi alla ripresa nazionale e internazionale: il rischio è che il depauperamento di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire al Mezzogiorno di agganciare la possibile nuova crescita e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente.
Una situazione che appare appesa a un filo sempre più sottile. E che un governo serio affronterebbe come un'emergenza nazionale. Poi uno guarda allo spettacolo indecente messo quotidianamente in scena tra Palazzo Chigi, la Camera e il Senato, e allora si rende conto che del Sud questi potranno salvare al massimo una persona (ieri Azzollini, col no all'arresto), non certo chi ci vive, con o - sempre più spesso - senza un lavoro.
I dati sono impietosi. Nel corso dell'ultimo quindicennio - ben oltre i limiti dell'inizio dell'attuale crisi - persino la disperata Grecia ha fatto molto meglio, in termini di crescita cumulata.
Uno sfacelo senza limiti,che riporta un terzo del paese a oltre 40 anni fa:
"Il numero degli occupati nel Mezzogiorno, ancora in calo nel 2014, arriva a 5,8 milioni, il livello più basso almeno dal 1977, anno di inizio delle serie storiche Istat".Il tasso di disoccupazione, di conseguenza, raggiunge qui il 20,5%, a fronte di una media nazionale del 12,7 (già altissima) e di una media del centronord sotto il 10% (9,5).
E anche la desertificazione produttiva viaggia in quest'area a velocità doppia. Tra il 2008 e il 2014, delle 811 mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro, ben 576 mila sono residenti a Sud. Per le donne tra i 15 e i 34 anni lavorare è una chimera: sono occupate solo una su cinque.
Ma è tra i giovani che il degrado economico colpisce in modo più duro, fino a produrre probabilmente anche un disastro antropologico. Qui, spiega il Rapporto, si è creata una "frattura senza paragoni in Europa". Il Sud negli anni 2008-2014 ha perso 622 mila posti di lavoro tra gli under 34 (-31,9%) e ne ha guadagnati 239 mila negli over 55 (le aziende residue, che non innovano più, preferiscono un lavoratore esperto nei vecchi sistemi piuttosto che un giovane da formare). Il tasso di disoccupazione under 24 raggiunge così il 56%.
Peggio. Questa situazione, sul lungo periodo, porta a credere che studiare non paghi più, "alimentando così una spirale di impoverimento del capitale umano, determinata da emigrazione, lunga permanenza in uno stato di disoccupazione e scoraggiamento a investire nella formazione avanzata". Ma se lo smettere di studiare, al Nord, ha prodotto una generazione di lavoratori giovani e sottopagati, addetti soprattutto a funzioni di basso livello, al Sud non è presente neanche questa alternativa impoverente. Solo il nulla.
Ne deriva "Un Paese diviso e diseguale, dove il Sud è alla deriva e scivola sempre più nell'arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%) e il Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 ha toccato il punto più basso degli ultimi 15 anni, con il 53,7%".
E infine lo scenario totalmente negativo che si apre in seguito alla rottura irrecuperabile tra stagnazione (o arretramento) e sviluppo: "Nel 2014 al Sud si sono registrate solo 174 mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l'Unità d'Italia: il Sud sarà interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili".
Il rapporto nelle anticipazioni del direttore.
Fonte
13/05/2015
Svimez: "Il fisco distorto fa costare di più i lavoratori del Sud"
Se un governo - o una successione di governi tutti uguali - vuole deindustrializzare un territorio, sa come fare. E lo stanno facendo.
Riportiamo lo studio condotto dall'istituto di ricerca Svimez, pubblicato oggi.
In base a stime SVIMEZ negli anni 2011-2014 le continue manovre di modifica dell’IRAP hanno ridotto il costo del lavoro al Centro-Nord di 2.592 euro, al Sud di 2.263. La minore efficacia delle misure fiscali continua e si aggrava nel 2015, con una riduzione del costo del lavoro di 8.362 euro al Centro-Nord e di 8.144 al Sud. Rispetto a un lavoratore assunto a tempo indeterminato al Centro-Nord negli ultimi quattro anni, quello del Sud costa circa 450 euro in più. Sud che viene privato di 3,5 miliardi di euro prelevati dal Piano di Azione e Coesione per finanziare gli sgravi contributivi anche ad aziende del Centro-Nord.
Secondo la SVIMEZ la manovra IRAP, la decontribuzione degli oneri sociali e il Jobs Act non basteranno a rilanciare la domanda di lavoro, soprattutto al Sud; occorrerebbe invece ridurre l’onere tributario sul capitale sul modello tedesco, destinare maggiori incentivi fiscali agli investimenti privati e, soprattutto, rilanciare una politica economica di investimenti pubblici.
È quanto emerge dallo studio “Modifiche alla disciplina dell’IRAP ed effetti sul costo del lavoro e sul cuneo fiscale: un raffronto territoriale” dei professori Gaetano Stornaiuolo e Salvatore Villani di prossima pubblicazione sulla “Rivista Economica del Mezzogiorno”, trimestrale della SVIMEZ edito da Il Mulino, i cui principali risultati sono anticipati nella nota di ricerca omonima disponibile da oggi sul sito www.svimez.it.
Lo studio prende in esame l’impatto della normativa fiscale relativa all’IRAP sulle imprese del Centro-Nord e del Sud negli anni 2011-2014 e gli effetti potenziali sulle stesse imprese degli interventi sul costo del lavoro e sul cuneo fiscale contenuti nella Legge di Stabilità 2015.
Il testo della ricerca, in sintesi.
Fonte
Riportiamo lo studio condotto dall'istituto di ricerca Svimez, pubblicato oggi.
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In base a stime SVIMEZ negli anni 2011-2014 le continue manovre di modifica dell’IRAP hanno ridotto il costo del lavoro al Centro-Nord di 2.592 euro, al Sud di 2.263. La minore efficacia delle misure fiscali continua e si aggrava nel 2015, con una riduzione del costo del lavoro di 8.362 euro al Centro-Nord e di 8.144 al Sud. Rispetto a un lavoratore assunto a tempo indeterminato al Centro-Nord negli ultimi quattro anni, quello del Sud costa circa 450 euro in più. Sud che viene privato di 3,5 miliardi di euro prelevati dal Piano di Azione e Coesione per finanziare gli sgravi contributivi anche ad aziende del Centro-Nord.
Secondo la SVIMEZ la manovra IRAP, la decontribuzione degli oneri sociali e il Jobs Act non basteranno a rilanciare la domanda di lavoro, soprattutto al Sud; occorrerebbe invece ridurre l’onere tributario sul capitale sul modello tedesco, destinare maggiori incentivi fiscali agli investimenti privati e, soprattutto, rilanciare una politica economica di investimenti pubblici.
È quanto emerge dallo studio “Modifiche alla disciplina dell’IRAP ed effetti sul costo del lavoro e sul cuneo fiscale: un raffronto territoriale” dei professori Gaetano Stornaiuolo e Salvatore Villani di prossima pubblicazione sulla “Rivista Economica del Mezzogiorno”, trimestrale della SVIMEZ edito da Il Mulino, i cui principali risultati sono anticipati nella nota di ricerca omonima disponibile da oggi sul sito www.svimez.it.
Lo studio prende in esame l’impatto della normativa fiscale relativa all’IRAP sulle imprese del Centro-Nord e del Sud negli anni 2011-2014 e gli effetti potenziali sulle stesse imprese degli interventi sul costo del lavoro e sul cuneo fiscale contenuti nella Legge di Stabilità 2015.
Il testo della ricerca, in sintesi.
Fonte
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