di Alberto Negri
Forse la generazione Z dell’Iran non lo conosce e lo ignora. Il più noto studioso di storia contemporanea dell’Iran, Ervand Abrahamian, antico oppositore dello Shah, sosteneva qualche tempo fa sulla New Yorker Review di ritenere «improbabile» una terza rivoluzione dopo quella del 1905 e del 1979.
Ma Abrahamian suggeriva anche un’altra cosa: finora l’Iran si è retto più che sulla religione su un sistema di welfare state e sussidi che grazie alle rendite del petrolio ha assicurato il consenso reale. Ed è questo pilastro, nato dall’ideologia di populismo sociale della rivoluzione e dallo sciismo “rosso” del filosofo Alì Shariati, che da tempo ha cominciato a vacillare e in piazza non vanno più solo i giovani e le giovani iraniane, ma ci sono scioperi dei commercianti e in diversi settori economici.
La crisi di questo sistema in Iran si incrocia con le proteste contro il velo delle donne e un potente cambio generazionale che vede in piazza giovani che non hanno visto ovviamente né la rivoluzione khomeinista del ‘79 né la guerra Iran-Iraq (1980-1988).
Gli iraniani oggi sono 86 milioni, di questi oltre 40 milioni sono nati dopo la rivoluzione e la metà (fonte Undp) hanno tra i 10 e i 24 anni. Per avere un confronto, alla vigilia della rivoluzione la popolazione iraniana era di 38 milioni di abitanti ma allora la produzione petrolifera era il doppio di quella di oggi, 2,5 milioni barili al giorno, in gran parte diretti in Cina.
Le sanzioni hanno colpito duramente dal 2012, quando ci fu l’ultima tornata, e la valuta iraniana ha perso da allora i due terzi del suo valore sul dollaro mentre l’inflazione supera il 50%. Il welfare state iraniano, insieme ai prezzi sussidiati di beni alimentari ed energetici, che costava circa 100 miliardi di dollari l’anno, quasi la metà del Pil stimato nel 2020 di 231 miliardi dollari, ha subito un crollo del 40%.
Ma in che cosa consiste questo sistema, di cui il presidente Ebrahim Raisi ha annunciato in maggio un taglio clamoroso sui prezzi calmierati di grano e farina?
Fare profitti e non pagare tasse: è stato il sogno coltivato per due decenni dai bazarì iraniani che finanziarono generosamente la rivoluzione islamica dell’Imam Khomeini.
Dopo la caduta dello Shah nel’79 si è in parte avverato con le Bonyad, le Fondazioni esentasse che hanno incamerato non solo le proprietà immense della corona imperiale, ma anche la maggior parte dei conglomerati e delle attività economiche che facevano capo alle famose 100 famiglie introdotte alla corte dei Palhevi.
Le nazionalizzazioni non avevano nulla a che vedere con il socialismo o il marxismo, che pure facevano parte insieme all’Islam sciita delle correnti ideologiche della rivoluzione: una nuova classe dominante rovesciava quella vecchia.
Era così che con l’alone dell’utopia rivoluzionaria il turbante dei mullah si sostituiva alla corona imperiale. Tutto questo – così almeno avrebbe voluto Khomeini – doveva andare a beneficio dei mostazafin, letteralmente i senza scarpe, i diseredati e gli oppressi in nome dei quali era stata fatta la rivoluzione. In realtà religiosi, ex rivoluzionari, Pasdaran e uomini d’affari, si sono impadroniti del business di un Paese con enormi riserve di gas e petrolio.
Oggi non solo i più poveri sono sempre più poveri, ma anche la classe media è in crisi.
L’ayatollah economy delle Fondazioni è la spina dorsale del potere, una rete clientelare e di welfare state che si ramifica nella società e si prolunga oltre i confini della repubblica islamica.
Le Bonyad – un centinaio, di cui una dozzina quelle che contano davvero – hanno fini istituzionali caritatevoli e di assistenza, ma non rinunciano ai profitti e coinvolgono più o meno direttamente cinque milioni di iraniani: sono quindi state essenziali in questi decenni nella fabbrica del consenso del regime.
Non c’è dubbio che le Bonyad siano il cuore di questa economia: detengono almeno il 30-40% del Pil e hanno sottratto spazio ai privati favorendo soltanto alcuni di loro, quelli vicini alla cerchia del potere.
Ed è esattamente questo il problema. Lo spiega bene Ahmad Zeidabadi, giornalista riformista ed ex prigioniero politico, in una recente intervista all’Ilna, agenzia semi-ufficiale dei sindacati: «Buona parte del sistema al potere pensa che la dignità e il benessere appartengano soltanto agli insider e ai fedelissimi, mentre il resto della popolazione non ha diritto a parteciparvi. Ma questa nuova generazione iraniana cresciuta con Internet e le tv satellitari – dice Zeidabadi – non riconosce più nessuna autorità, né in famiglia né a scuola né all’università, vede il suo orizzonte buio, senza posti di lavoro qualificati, senza alcuno spazio politico o di espressione alternativi».
La domanda di fondo è questa: è possibile riformare una società e un’economia come queste? Quando ci ha provato il presidente Mohammed Khatami, nel 1997, le riforme sono durate un breve stagione, poi Hassan Rohani ha firmato nel 2015 l’accordo sul nucleare con gli Usa, promettendo una nuova era di benessere, e Trump lo ha annullato nel 2018.
Pochi si fanno illusioni. Come dicono in Iran, il sistema per cambiare dovrebbe tagliare il ramo dell’albero dove sta seduto da oltre 40 anni. E, al momento, non sembra possibile.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/12/2022
06/11/2019
Lo Svimez e il reddito di cittadinanza. Verità e mistificazioni
Nel suo rapporto annuale la Svimez rileva che “Sembra che il Reddito di Cittadinanza stia allontanando dal mercato del lavoro anziché richiamare persone in cerca di occupazione“1. Ovviamente si dimentica che il reddito di cittadinanza non ha come obbiettivo né immediato né principale il richiamare persone in cerca di occupazione. La sua subordinazione a logiche di workfare infatti ne snatura la funzione.
Nel rapporto si aggiunge “Un secondo problema è che il trasferimento monetario spiazza il lavoro perché tende ad alzare il salario di riserva e, di conseguenza, disincentiva il beneficiario ad accettare posti precari, occasionali, a tempo parziale“. Un vero peccato. Eravamo così abituati a vedere giovani generazioni (e meno giovani) accettare qualsiasi tipo di lavoro. Eravamo così abituati ai donatori di lavoro, all’elemosina e alla sudditanza che vedere qualcuno che non accetta posti precari e occasionali ci sconcerta. Noi siamo infatti la Repubblica fondata sul lavoro (altrui).
Allarmato lo Svimez propone di uscire dalla “logica del sussidio monetario” e presenta subito un’alternativa all’insegna della dispersione delle risorse mirando a “rendere il Reddito di Cittadinanza parte di un progetto più ampio di inclusione sociale. Le risorse disponibili per il Reddito di Cittadinanza potrebbero finanziare, infatti, un sistema integrato di servizi per le fasce più deboli della popolazione, attraverso interventi mirati per contrastare l’abbandono scolastico, integrare i servizi socio-sanitari (asili nido, strutture socio-assistenziali per anziani) oggi carenti, rafforzare le politiche attive del lavoro, migliorando così la qualità della vita delle fasce più fragili della popolazione e attivando, al tempo stesso, anche attraverso il mondo della cooperazione, occasioni di lavoro“.
Qui si scoprono gli altarini. Alla fine quelli che il reddito lo odiano sono molti dei professionisti del volontariato e della cooperazione, che in realtà sono professionisti del precariato e dell’asservimento comunitario (a titolo religioso e non). Senza contare che appunto tutti questi mini-interventi di carattere vago sono l’ideale per disperdere (spesso nelle tasche di questi professionisti) le risorse che verrebbero stornate dal reddito. Ebbene, cari miei al reddito non c’è alternativa.
Anche se ricostruiste lo Stato sociale degli anni gloriosi, anche se faceste il miglior Piano di lavoro possibile, la disoccupazione tecnologica sarebbe sempre lì ad aspettarvi, riportandovi, come l’oca del famoso gioco, al punto di partenza. Ovvero all’alternativa tra l’elemosina e il salario sociale inteso come base imprescindibile.
Note:
1https://www.msn.com/it-it/money/storie-principali/il-reddito-di-cittadinanza-sta-allontanando-le-persone-dal-mondo-del-lavoro/ar-AAJOnpN?ocid=WidgetStore
Fonte
Nel rapporto si aggiunge “Un secondo problema è che il trasferimento monetario spiazza il lavoro perché tende ad alzare il salario di riserva e, di conseguenza, disincentiva il beneficiario ad accettare posti precari, occasionali, a tempo parziale“. Un vero peccato. Eravamo così abituati a vedere giovani generazioni (e meno giovani) accettare qualsiasi tipo di lavoro. Eravamo così abituati ai donatori di lavoro, all’elemosina e alla sudditanza che vedere qualcuno che non accetta posti precari e occasionali ci sconcerta. Noi siamo infatti la Repubblica fondata sul lavoro (altrui).
Allarmato lo Svimez propone di uscire dalla “logica del sussidio monetario” e presenta subito un’alternativa all’insegna della dispersione delle risorse mirando a “rendere il Reddito di Cittadinanza parte di un progetto più ampio di inclusione sociale. Le risorse disponibili per il Reddito di Cittadinanza potrebbero finanziare, infatti, un sistema integrato di servizi per le fasce più deboli della popolazione, attraverso interventi mirati per contrastare l’abbandono scolastico, integrare i servizi socio-sanitari (asili nido, strutture socio-assistenziali per anziani) oggi carenti, rafforzare le politiche attive del lavoro, migliorando così la qualità della vita delle fasce più fragili della popolazione e attivando, al tempo stesso, anche attraverso il mondo della cooperazione, occasioni di lavoro“.
Qui si scoprono gli altarini. Alla fine quelli che il reddito lo odiano sono molti dei professionisti del volontariato e della cooperazione, che in realtà sono professionisti del precariato e dell’asservimento comunitario (a titolo religioso e non). Senza contare che appunto tutti questi mini-interventi di carattere vago sono l’ideale per disperdere (spesso nelle tasche di questi professionisti) le risorse che verrebbero stornate dal reddito. Ebbene, cari miei al reddito non c’è alternativa.
Anche se ricostruiste lo Stato sociale degli anni gloriosi, anche se faceste il miglior Piano di lavoro possibile, la disoccupazione tecnologica sarebbe sempre lì ad aspettarvi, riportandovi, come l’oca del famoso gioco, al punto di partenza. Ovvero all’alternativa tra l’elemosina e il salario sociale inteso come base imprescindibile.
Note:
1https://www.msn.com/it-it/money/storie-principali/il-reddito-di-cittadinanza-sta-allontanando-le-persone-dal-mondo-del-lavoro/ar-AAJOnpN?ocid=WidgetStore
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05/01/2019
Il rito apotropaico dell’antirenzismo
È vero. Ha distrutto il centrosinistra italiano, fatto a pezzi il Pd, allontanato militanti ed elettori: senza di lui non sarebbero neanche entrati in Parlamento, figuriamoci andare al governo. Gli dovrebbero essere grati. Ma la gratitudine non è una categoria della politica.
Infatti continuano a nominarlo e maledirlo semplicemente perché hanno bisogno di riti tribali: come antichi sciamani, lo evocano per esorcizzare l’incarnazione del male e suggestionare gli abitanti del villaggio con magiche cerimonie.
Si può esorcizzare la paura di fallire agitando, come in una danza macabra, il fantoccio del fallito. Come quando si brucia “la vecchia”, per scacciare l’inverno, il rito apotropaico per eccellenza, lungo le tradizioni contadine della penisola.
Tuttavia, il fallimento di una leadership non è la sconfitta di una politica. Infatti, una volta al governo, ecco che ne seguono le orme, il “governo del cambiamento” ogni giorno che passa sembra il Renzi bis: il reddito di cittadinanza sembra il reddito di inclusione, quota cento sembra l’Ape.
Il fatto è che sono le politiche che vanno combattute e sconfitte, non le persone. La Storia insegna. Sì, proprio quella i cui insegnamenti vorrebbero togliere dalla scuola pubblica.
Renzi lo hanno assurto a icona mitologica della cattiva politica. Ma così gli hanno dato un posto d’onore nella liturgia del consenso. Nel frattempo, ne hanno fatto uno spettro che appare nei loro incubi. Lui se n’è accorto – lo dice ormai apertamente – loro ancora no. Il Pd non riesce più a liberarsene, come fosse un anatema. Alla sua sinistra, buio pesto: senza qualcuno con cui prendersela non sanno più che dire, figuriamoci che fare.
Sembra scritto per lui il paradigma creato da Oscar Wild in “Il ritratto di Dorian Gray”, secondo cui «There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about», che tradotto in soldoni suona “bene o male purché se ne parli”: è per Renzi linfa politica vitale.
Il problema cronico della politica italiana non è mai stato “a volte ritornano”, quanto piuttosto “non mi muovo di qui”. Dunque, Renzi c’è.
E ci sarà fintanto che l’idea di poter gestire il neoliberismo con politiche sociali compassionevoli avrà ancora un posto nel dibattito e nella proposta politica.
Alle leggi si possono cambiare i nomi, ma la sostanza è precisa: trasformare i diritti, sanciti dal patto sociale nel welfare state in concessioni da erogare a gruppi sociali, selezionati in base al consenso elettorale, sempre e soltanto compatibilmente al bilancio pubblico. Non è forse quello che stanno facendo ora? Non è forse quello che è stato fatto prima da Renzi?
Anche il ciarliero e vorace Salvini, eroe dei panini, è una macchietta unta e bisunta al cospetto di Minniti, il Fouché di Reggio Calabria.
Non è vero che il centrosinistra ha rincorso le politiche di destra. È vero che gli uni e gli altri si sono alternati all’inseguimento del neoliberismo, come levrieri dopati alla pazza rincorsa del coniglietto di pezza.
È questa la sostanza del discorso sociale che ha determinato il fallimento in tutta Europa dei governi di centrosinistra, spingendo il centrodestra sempre più a destra, verso la xenofobia, l’autoritarismo, la rinascita delle oligarchie e le corporazioni.
Se non cambia la politica è inutile cambiare governo. Gli elettori hanno ancora qualche mese di tempo per accorgersene.
Prossima fermata: elezioni europee. E come dice insistentemente la voce pre-registrata nella metropolitana di Roma: uscita lato destro.
Fonte
Infatti continuano a nominarlo e maledirlo semplicemente perché hanno bisogno di riti tribali: come antichi sciamani, lo evocano per esorcizzare l’incarnazione del male e suggestionare gli abitanti del villaggio con magiche cerimonie.
Si può esorcizzare la paura di fallire agitando, come in una danza macabra, il fantoccio del fallito. Come quando si brucia “la vecchia”, per scacciare l’inverno, il rito apotropaico per eccellenza, lungo le tradizioni contadine della penisola.
Tuttavia, il fallimento di una leadership non è la sconfitta di una politica. Infatti, una volta al governo, ecco che ne seguono le orme, il “governo del cambiamento” ogni giorno che passa sembra il Renzi bis: il reddito di cittadinanza sembra il reddito di inclusione, quota cento sembra l’Ape.
Il fatto è che sono le politiche che vanno combattute e sconfitte, non le persone. La Storia insegna. Sì, proprio quella i cui insegnamenti vorrebbero togliere dalla scuola pubblica.
Renzi lo hanno assurto a icona mitologica della cattiva politica. Ma così gli hanno dato un posto d’onore nella liturgia del consenso. Nel frattempo, ne hanno fatto uno spettro che appare nei loro incubi. Lui se n’è accorto – lo dice ormai apertamente – loro ancora no. Il Pd non riesce più a liberarsene, come fosse un anatema. Alla sua sinistra, buio pesto: senza qualcuno con cui prendersela non sanno più che dire, figuriamoci che fare.
Sembra scritto per lui il paradigma creato da Oscar Wild in “Il ritratto di Dorian Gray”, secondo cui «There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about», che tradotto in soldoni suona “bene o male purché se ne parli”: è per Renzi linfa politica vitale.
Il problema cronico della politica italiana non è mai stato “a volte ritornano”, quanto piuttosto “non mi muovo di qui”. Dunque, Renzi c’è.
E ci sarà fintanto che l’idea di poter gestire il neoliberismo con politiche sociali compassionevoli avrà ancora un posto nel dibattito e nella proposta politica.
Alle leggi si possono cambiare i nomi, ma la sostanza è precisa: trasformare i diritti, sanciti dal patto sociale nel welfare state in concessioni da erogare a gruppi sociali, selezionati in base al consenso elettorale, sempre e soltanto compatibilmente al bilancio pubblico. Non è forse quello che stanno facendo ora? Non è forse quello che è stato fatto prima da Renzi?
Anche il ciarliero e vorace Salvini, eroe dei panini, è una macchietta unta e bisunta al cospetto di Minniti, il Fouché di Reggio Calabria.
Non è vero che il centrosinistra ha rincorso le politiche di destra. È vero che gli uni e gli altri si sono alternati all’inseguimento del neoliberismo, come levrieri dopati alla pazza rincorsa del coniglietto di pezza.
È questa la sostanza del discorso sociale che ha determinato il fallimento in tutta Europa dei governi di centrosinistra, spingendo il centrodestra sempre più a destra, verso la xenofobia, l’autoritarismo, la rinascita delle oligarchie e le corporazioni.
Se non cambia la politica è inutile cambiare governo. Gli elettori hanno ancora qualche mese di tempo per accorgersene.
Prossima fermata: elezioni europee. E come dice insistentemente la voce pre-registrata nella metropolitana di Roma: uscita lato destro.
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08/10/2018
Reddito di cittadinanza: un altro modo per dire “deprimiti e non ribellarti”
Anni fa a Marsiglia ho incontrato un ragazzo anarchico che prendeva il reddito minimo di sussistenza (RMI, oggi si chiama RSA, Reddito di solidarietà attiva): 400 euro al mese. Mi spostai a Toulouse per poche settimane. Nella piazzetta dove abitavo c’era un gruppo di ragazzi e ragazze che stazionavano quasi tutto il giorno lì: qualcuno aveva spesso bottiglie di birra e di vino, forse qualche spinello e forse droghe pesanti.
Però quello che mi colpiva era che avevano un aspetto “lucido”: non sembravano né barboni né tossici ma semplicemente persone che avevano la possibilità di scegliere quello che facevano senza preoccuparsi più di tanto, cioè non chiedevano l’elemosina, perché avevano un reddito minimo che permetteva di sopravvivere. Come il ragazzo anarchico di Marsiglia, il quale definiva quel reddito “anti-emoute” cioè anti rivolta, anti sommossa, una specie di sonnifero e di ricatto che lo Stato ti propone: io ti dò i soldi per sopravvivere, e quindi tu non ti devi lamentare né ribellare.
Vediamo quali sono le conseguenze profonde di tutto ciò. Due mie amiche italiane e aspiranti teatranti, in quel periodo vivevano in Francia (una ci vive ancora, l’altra è tornata in Italia). Entrambe negli ultimi anni non hanno prodotto quasi niente a livello di elaborazione artistica, sempre molto poco rispetto alle loro potenzialità. Una di loro mi ha detto che per percepire l’RMI (ora RSA) doveva andare in un Pole Emploi (Centro per l’Impiego) e fare una trafila, spesso aspettare lì per ore insieme ad altre persone in condizioni visibilmente degradate, nell’abbigliamento o nell’aspetto; e questo comporta farsi condizionati nell’umore, sentirsi degradati: provate a immaginarlo.
A me viene un esempio similare: dopo la laurea ho rifiutato qualunque tipo di concorso e di trafila che degradasse la mia dignità e la mia autonomia, ma siccome ero tornato nel mio paese in Sicilia ho dovuto attenermi – per pochissime volte (e quasi sempre sono scappato) – a situazioni di attesa in cui molte persone aspettano, per esempio, per fare una specie di domanda o concorso per lavorare con i progetti di Sviluppo Locale finanziati dalla Comunità Europea.
Una volta in quell’attesa, in un ufficio del Centro Storico di Caltanissetta, sono scappato letteralmente: non sopportavo questa sensazione di “bestie da soma che aspettano il loro turno per andare al macello”. Ovviamente quel concorso (e altri come quello) era già “truccato”: si sapeva chi lo avrebbe vinto e comunque non è che ti dessero un lavoro dignitoso e duraturo. Di questo passo mi rifiutai di fare il Concorsone per insegnare nelle scuole (un po' più “dignitoso” rispetto a quello del GAL Sviluppo Locale Leader II).
Tempo dopo incontrai una ragazza a Bruxelles che mi illustrò, esplicitandomelo, quello che avevo “fiutato” osservando le mie amiche italiane in Francia. Lei si chiama Laure, è di origine spagnola. Mi disse che percepisce uno Statut d’Artiste di 800 euro al mese, cioè uno stipendio per gli artisti. Per averlo devi dimostrare di aver realizzato un tot di spettacoli pagati (e fiscalizzati) ogni anno e devi fare carte false; la stessa cosa per avere il sussidio di disoccupazione e quello per pagarti l’affitto: me lo spiegò un ragazzo di Bruxelles anche lui libertario. Laure mi disse che si sentiva depressa (e poi me lo dimostrò) per questo motivo: mi danno i soldi però io non riesco a fare spettacoli per vivere, per il semplice fatto che già ho uno stipendio e quindi non mi stimola a produrre.
Infatti Laure se ne andò una settimana al mare con una sua collega per “lavorare” su uno spettacolo che stava scrivendo, un conte cioè un racconto teatrale; quello che io per scriverlo ci metto poche settimane, materialmente e poi comincio a proporlo, perché ho l’urgenza e la necessità di vivere con i miei spettacoli. Laure stava lavorando da sei mesi a quello spettacolo, come la ragazza italiana che stava a Marsiglia faceva “residenze” teatrali in Italia con i colleghi ma non quagliava, se non dopo molto tempo. E ovviamente non vive dei suoi spettacoli: accumula frustrazione che spesso sfocia nello schiacciamento dell’autonomia e della creatività.
Ultimo esempio illuminante e liberatorio: nel 2011 a Bruxelles incontrai Marcelo, un musicista brasiliano che stava per ottenere il famoso “statut d’artiste”. Mi invitò a fare domanda: “ci sono artisti italiani e spagnoli che lo fanno, ti trovi un domicilio finto in Belgio e lo chiedi”. Tornai a Bruxelles nel 2015 e rividi Marcelo. Mi disse che aveva ottenuto lo stipendio d’artista (1200 o 1400 euro al mese, non ricordo di preciso: mica cotiche, era anche sposato con due figli piccoli) però sorprendentemente mi raccontò che da poco lo aveva fatto decadere, cioè lo aveva rifiutato. Cose da pazzi!
Quando gli chiesi il perché mi rispose così: «Anziché spendere tempo e le mie energie a farmi prendere in giro dai sindacati belgi e dagli impiegati degli Uffici del lavoro che ti fanno aspettare ore e ore e poi dopo che sei tornato due o tre volte ti dicono di tornare l’indomani perché non trovano il tuo dossier o perché il tuo dossier lo sta curando ‘un altro impiegato’ che adesso non c’è, ecco, ho preferito riprendermi quelle ore di tempo ‘passivizzato mortificato’ e lavorare un po' di più».
Da ciò deduco che:
– le burocrazie di certi Paesi del Nord Europa non sono più avanzate e veloci (e poco corrotte) rispetto a quelle del Sud Europa, come ci piace spesso ripetere.
– bisogna rivedere un po' di luoghi comuni al riguardo.
Senza scomodare Ivan Illich e la disoccupazione creativa, «lavorare meno per lavorare tutti», «lavorare a tempo scelto» ecc, è chiaro che a Di Maio (o a Beppe Grillo e company) nulla importa di questi discorsi, ma interessa solo lucrare sulla disperazione di milioni di persone, farne carne da macello perché diventino sempre più depressi e dipendenti, quindi sudditi di un sistema che svuota sempre di più la dignità e l’autonomia degli individui (quindi aumenta il potere di Di Maio e compagnia bella).
La cosa più interessante è che la tendenza al reddito di cittadinanza come panacea di tutti i mali è vecchia come il cucco. E anche putrida, come si è visto dagli esempi francesi e belgi. Paradossalmente lo “spirito italico” è forse in Europa è il più libero da depressioni e addormentamenti provocati da leggi governative di questo tipo. Niente di nuovo sotto il sole, ma solo orrore sempre più camuffato e «perdita di autonomia e creatività che si ingenera quando la dipendenza da Istituzioni supera una certa soglia». Le ultime parole virgolettate sono prese dal libro «Disoccupazione creativa» di Ivan Illich. Che torna ancora attuale, per chi se lo ricorda o lo vuole scoprire.
Un amico di Illich che ho conosciuto personalmente, Jean Robert, ha scritto un testo che doveva essere inserito nel libro di Mahid Ranhema, «La puissance des pauvres», uscito nel 2008 in Francia ma non fu pubblicato perché secondo la casa editrice era “scomodo”. Diceva in modo più approfondito e articolato quello che ho accennato qui sulla perdita di autonomia e creatività degli “amici” francesi e belgi.
Fonte
Però quello che mi colpiva era che avevano un aspetto “lucido”: non sembravano né barboni né tossici ma semplicemente persone che avevano la possibilità di scegliere quello che facevano senza preoccuparsi più di tanto, cioè non chiedevano l’elemosina, perché avevano un reddito minimo che permetteva di sopravvivere. Come il ragazzo anarchico di Marsiglia, il quale definiva quel reddito “anti-emoute” cioè anti rivolta, anti sommossa, una specie di sonnifero e di ricatto che lo Stato ti propone: io ti dò i soldi per sopravvivere, e quindi tu non ti devi lamentare né ribellare.
Vediamo quali sono le conseguenze profonde di tutto ciò. Due mie amiche italiane e aspiranti teatranti, in quel periodo vivevano in Francia (una ci vive ancora, l’altra è tornata in Italia). Entrambe negli ultimi anni non hanno prodotto quasi niente a livello di elaborazione artistica, sempre molto poco rispetto alle loro potenzialità. Una di loro mi ha detto che per percepire l’RMI (ora RSA) doveva andare in un Pole Emploi (Centro per l’Impiego) e fare una trafila, spesso aspettare lì per ore insieme ad altre persone in condizioni visibilmente degradate, nell’abbigliamento o nell’aspetto; e questo comporta farsi condizionati nell’umore, sentirsi degradati: provate a immaginarlo.
A me viene un esempio similare: dopo la laurea ho rifiutato qualunque tipo di concorso e di trafila che degradasse la mia dignità e la mia autonomia, ma siccome ero tornato nel mio paese in Sicilia ho dovuto attenermi – per pochissime volte (e quasi sempre sono scappato) – a situazioni di attesa in cui molte persone aspettano, per esempio, per fare una specie di domanda o concorso per lavorare con i progetti di Sviluppo Locale finanziati dalla Comunità Europea.
Una volta in quell’attesa, in un ufficio del Centro Storico di Caltanissetta, sono scappato letteralmente: non sopportavo questa sensazione di “bestie da soma che aspettano il loro turno per andare al macello”. Ovviamente quel concorso (e altri come quello) era già “truccato”: si sapeva chi lo avrebbe vinto e comunque non è che ti dessero un lavoro dignitoso e duraturo. Di questo passo mi rifiutai di fare il Concorsone per insegnare nelle scuole (un po' più “dignitoso” rispetto a quello del GAL Sviluppo Locale Leader II).
Tempo dopo incontrai una ragazza a Bruxelles che mi illustrò, esplicitandomelo, quello che avevo “fiutato” osservando le mie amiche italiane in Francia. Lei si chiama Laure, è di origine spagnola. Mi disse che percepisce uno Statut d’Artiste di 800 euro al mese, cioè uno stipendio per gli artisti. Per averlo devi dimostrare di aver realizzato un tot di spettacoli pagati (e fiscalizzati) ogni anno e devi fare carte false; la stessa cosa per avere il sussidio di disoccupazione e quello per pagarti l’affitto: me lo spiegò un ragazzo di Bruxelles anche lui libertario. Laure mi disse che si sentiva depressa (e poi me lo dimostrò) per questo motivo: mi danno i soldi però io non riesco a fare spettacoli per vivere, per il semplice fatto che già ho uno stipendio e quindi non mi stimola a produrre.
Infatti Laure se ne andò una settimana al mare con una sua collega per “lavorare” su uno spettacolo che stava scrivendo, un conte cioè un racconto teatrale; quello che io per scriverlo ci metto poche settimane, materialmente e poi comincio a proporlo, perché ho l’urgenza e la necessità di vivere con i miei spettacoli. Laure stava lavorando da sei mesi a quello spettacolo, come la ragazza italiana che stava a Marsiglia faceva “residenze” teatrali in Italia con i colleghi ma non quagliava, se non dopo molto tempo. E ovviamente non vive dei suoi spettacoli: accumula frustrazione che spesso sfocia nello schiacciamento dell’autonomia e della creatività.
Ultimo esempio illuminante e liberatorio: nel 2011 a Bruxelles incontrai Marcelo, un musicista brasiliano che stava per ottenere il famoso “statut d’artiste”. Mi invitò a fare domanda: “ci sono artisti italiani e spagnoli che lo fanno, ti trovi un domicilio finto in Belgio e lo chiedi”. Tornai a Bruxelles nel 2015 e rividi Marcelo. Mi disse che aveva ottenuto lo stipendio d’artista (1200 o 1400 euro al mese, non ricordo di preciso: mica cotiche, era anche sposato con due figli piccoli) però sorprendentemente mi raccontò che da poco lo aveva fatto decadere, cioè lo aveva rifiutato. Cose da pazzi!
Quando gli chiesi il perché mi rispose così: «Anziché spendere tempo e le mie energie a farmi prendere in giro dai sindacati belgi e dagli impiegati degli Uffici del lavoro che ti fanno aspettare ore e ore e poi dopo che sei tornato due o tre volte ti dicono di tornare l’indomani perché non trovano il tuo dossier o perché il tuo dossier lo sta curando ‘un altro impiegato’ che adesso non c’è, ecco, ho preferito riprendermi quelle ore di tempo ‘passivizzato mortificato’ e lavorare un po' di più».
Da ciò deduco che:
– le burocrazie di certi Paesi del Nord Europa non sono più avanzate e veloci (e poco corrotte) rispetto a quelle del Sud Europa, come ci piace spesso ripetere.
– bisogna rivedere un po' di luoghi comuni al riguardo.
Senza scomodare Ivan Illich e la disoccupazione creativa, «lavorare meno per lavorare tutti», «lavorare a tempo scelto» ecc, è chiaro che a Di Maio (o a Beppe Grillo e company) nulla importa di questi discorsi, ma interessa solo lucrare sulla disperazione di milioni di persone, farne carne da macello perché diventino sempre più depressi e dipendenti, quindi sudditi di un sistema che svuota sempre di più la dignità e l’autonomia degli individui (quindi aumenta il potere di Di Maio e compagnia bella).
La cosa più interessante è che la tendenza al reddito di cittadinanza come panacea di tutti i mali è vecchia come il cucco. E anche putrida, come si è visto dagli esempi francesi e belgi. Paradossalmente lo “spirito italico” è forse in Europa è il più libero da depressioni e addormentamenti provocati da leggi governative di questo tipo. Niente di nuovo sotto il sole, ma solo orrore sempre più camuffato e «perdita di autonomia e creatività che si ingenera quando la dipendenza da Istituzioni supera una certa soglia». Le ultime parole virgolettate sono prese dal libro «Disoccupazione creativa» di Ivan Illich. Che torna ancora attuale, per chi se lo ricorda o lo vuole scoprire.
Un amico di Illich che ho conosciuto personalmente, Jean Robert, ha scritto un testo che doveva essere inserito nel libro di Mahid Ranhema, «La puissance des pauvres», uscito nel 2008 in Francia ma non fu pubblicato perché secondo la casa editrice era “scomodo”. Diceva in modo più approfondito e articolato quello che ho accennato qui sulla perdita di autonomia e creatività degli “amici” francesi e belgi.
Fonte
24/09/2018
Condono, pace fiscale, deficit
Il governo, in questa fase convulsa di preparazione della manovra, gioca sulle parole tra “Condono” e “Pace Fiscale”: in realtà si sta preparando un grosso premio a quella che è stata l’enormità dell’evasione fiscale accumulata nel corso degli anni.
Si parla di 1.050 miliardi.
Arrivano al pettine i nodi creati dal modello economico – produttivo ispirato dal centro-destra nella sua versione “classica” degli ultimi anni ’90 del XX secolo e del primo decennio del secolo che stiamo vivendo: quello degli “spiriti animali del capitalismo”, della “imprenditoria rampante”, di un in molti casi ingiustificato e avventuristico, “spirito imprenditoriale” alimentato dalla filosofia del “sogno”, stile “american way of life”.
Tutto questo emerge benissimo, ad esempio, in un’intervista rilasciata dall’ex-sindaco di Padova e attuale sottosegretario, Bitonci, che in un assoluto crescendo giustificazionista parla di “ci hanno imposto il nero o non abbiamo potuto lavorare, aiutateci”.
E’ la filosofia del considerare lo stato criminogeno e di considerare quindi l’evasione un “diritto naturale”, del resto proclamata dallo stesso Berlusconi nel suo famoso discorso di giustificazione dell’evasione e dell’elusione tenuto all’ANCE il 2 aprile del 2008 nel corso della campagna elettorale che registrò una rimonta del centrodestra, superato dall’eterogenea “Unione” per soli 24.000 voti.
Il centrosinistra dell’epoca ebbe le sue pesanti responsabilità sotto quest’aspetto per aver espresso una contraddittorietà di fondo tra la “bellezza delle tasse” evocata da Padoa Schioppa e l’adesione complessiva al modello che, a partire dal discorso sulle privatizzazioni dell’industria pubblica, approdò all’accettazione piena e supina del neo – liberismo.
Sono risultati profondamente sbagliati i modelli dei “distretti del Nord – est”, della “fabbrichetta”, del “sciur Brambilla” anni ’80: è lì che nasce la questione dell’evasione fiscale a dimensioni gigantesche, equilibrata drammaticamente dall’esplosione del debito pubblico e fautrice di disuguaglianza, sfruttamento, lavoro nero svolto in particolare dagli immigrati (pensiamo alle concerie di Vicenza), di arricchimenti indebiti.
Così sono stati distrutti i settori portanti e decisivi dell’industria italiana, si è abdicato a qualsiasi idea di programmazione economica, si è data via libera a un mercato selvaggio del quale – appunto – i 1.050 miliardi di evasione e contenzioso fiscale rappresentano l’espressione più evidente, si sono impoveriti interi pezzi di società, demoliti settori portanti come quelli dell’amministrazione pubblica, della scuola, dell’Università.
La differenza tra centro destra e centro sinistra, a suo tempo, è stata quella che il centro destra ha perseguito ferocemente la strategia dell’arricchimento per poco e della disarticolazione e anestetizzazione della società italiana, mentre il centro sinistra in alcune sue parti ha perseguito una stupida politica di accreditamento a palazzo e in altre sedi esaltando la necessità di unirsi contro il pericolo della destra facendo finta di non accorgersi di contribuire a sviluppare proprio la politica della destra (un classico “storico”).
So bene che la giustificazione a tutto ciò è stata data dal procedere della tecnologia, dalla necessità di scrostare imposizioni corporative, dall’irrompere della globalizzazione, dallo spostarsi dell’economia verso la finanziarizzazione da cui la scaturigine della crisi del 2008. Non mi è parso però il caso di starci dentro all’epoca, accumulando anche una buona quota di propaganda espressa da luoghi comuni, in una sorta di adeguamento continuo al ribasso, come è stato fatto anche attraverso il tirar fuori come alternativa“i beni comuni”, il “mutualismo” in attesa di riscoprire i falansteri di Fourier e i pre-marxisti. Tutte belle cose ma del tutto insufficienti rispetto alla bisogna che stava esprimendosi pesantemente sulle condizioni materiali di vita, di lavoro, di ambiente.
Sono questi i punti sui quali riflettere, così come sarebbe il caso di pronunciarci sulla questione del deficit.
Abbiamo sempre sostenuto la necessità di utilizzo del “deficit – spending” e osteggiato fortemente le politiche rigoriste imposte dall’UE.
Adesso è il caso di affermare che la questione risiede nell’utilizzo dei margini di deficit (al di là della trattativa con Bruxelles): un conto è l’utilizzo del deficit allo scopo di varare un forte piano di programmazione economica e di intervento pubblico destinato all’innovazione tecnologica, alla creazione di lavoro “vivo e vero”, di adeguamento delle infrastrutture, di difesa ambientale (come dimostra purtroppo ancora Taranto); ben diverso è il quadro che si presenta di utilizzo del deficit per misure assistenziali come il reddito di cittadinanza.
Questo va detto chiaro: il reddito di cittadinanza contiene in sé il rischio di rivelarsi una misura assistenziale che nasconde anche una idea negativa del lavoro (ben diversa dall’idea marxiana del “liberarsi” del lavoro); ricordando anche e sempre che, ad esempio, il tema delle pensioni dovrebbe essere legato, per quel che riguarda l’INPS, alla scissione tra assistenza e previdenza di cui si parla dal 1958 e adesso sparita dall’agenda.
Così come è sicuramente una misura di ulteriore agevolazione verso i ricchi l’altra faccia della medaglia per la quale si vorrebbe utilizzare il “deficit – spending”.
Assistenzialismo, “pro ricchi”, aumento delle diseguaglianze questa pare essere, in pratica, la cifra che esprime attualmente il governo italiano anche oltre il tema politico generale dello spostamento a destra insito nelle logiche razziste – sovraniste.
Personalmente con nessun timore, anzi con orgoglio, rivendico di essere definito un retrogrado cultore delle “magnifiche sorti e progressive” e dell’antico scontro di classe: ma rimane questo il punto vero di distinzione filosofica e politica.
Fonte
Si parla di 1.050 miliardi.
Arrivano al pettine i nodi creati dal modello economico – produttivo ispirato dal centro-destra nella sua versione “classica” degli ultimi anni ’90 del XX secolo e del primo decennio del secolo che stiamo vivendo: quello degli “spiriti animali del capitalismo”, della “imprenditoria rampante”, di un in molti casi ingiustificato e avventuristico, “spirito imprenditoriale” alimentato dalla filosofia del “sogno”, stile “american way of life”.
Tutto questo emerge benissimo, ad esempio, in un’intervista rilasciata dall’ex-sindaco di Padova e attuale sottosegretario, Bitonci, che in un assoluto crescendo giustificazionista parla di “ci hanno imposto il nero o non abbiamo potuto lavorare, aiutateci”.
E’ la filosofia del considerare lo stato criminogeno e di considerare quindi l’evasione un “diritto naturale”, del resto proclamata dallo stesso Berlusconi nel suo famoso discorso di giustificazione dell’evasione e dell’elusione tenuto all’ANCE il 2 aprile del 2008 nel corso della campagna elettorale che registrò una rimonta del centrodestra, superato dall’eterogenea “Unione” per soli 24.000 voti.
Il centrosinistra dell’epoca ebbe le sue pesanti responsabilità sotto quest’aspetto per aver espresso una contraddittorietà di fondo tra la “bellezza delle tasse” evocata da Padoa Schioppa e l’adesione complessiva al modello che, a partire dal discorso sulle privatizzazioni dell’industria pubblica, approdò all’accettazione piena e supina del neo – liberismo.
Sono risultati profondamente sbagliati i modelli dei “distretti del Nord – est”, della “fabbrichetta”, del “sciur Brambilla” anni ’80: è lì che nasce la questione dell’evasione fiscale a dimensioni gigantesche, equilibrata drammaticamente dall’esplosione del debito pubblico e fautrice di disuguaglianza, sfruttamento, lavoro nero svolto in particolare dagli immigrati (pensiamo alle concerie di Vicenza), di arricchimenti indebiti.
Così sono stati distrutti i settori portanti e decisivi dell’industria italiana, si è abdicato a qualsiasi idea di programmazione economica, si è data via libera a un mercato selvaggio del quale – appunto – i 1.050 miliardi di evasione e contenzioso fiscale rappresentano l’espressione più evidente, si sono impoveriti interi pezzi di società, demoliti settori portanti come quelli dell’amministrazione pubblica, della scuola, dell’Università.
La differenza tra centro destra e centro sinistra, a suo tempo, è stata quella che il centro destra ha perseguito ferocemente la strategia dell’arricchimento per poco e della disarticolazione e anestetizzazione della società italiana, mentre il centro sinistra in alcune sue parti ha perseguito una stupida politica di accreditamento a palazzo e in altre sedi esaltando la necessità di unirsi contro il pericolo della destra facendo finta di non accorgersi di contribuire a sviluppare proprio la politica della destra (un classico “storico”).
So bene che la giustificazione a tutto ciò è stata data dal procedere della tecnologia, dalla necessità di scrostare imposizioni corporative, dall’irrompere della globalizzazione, dallo spostarsi dell’economia verso la finanziarizzazione da cui la scaturigine della crisi del 2008. Non mi è parso però il caso di starci dentro all’epoca, accumulando anche una buona quota di propaganda espressa da luoghi comuni, in una sorta di adeguamento continuo al ribasso, come è stato fatto anche attraverso il tirar fuori come alternativa“i beni comuni”, il “mutualismo” in attesa di riscoprire i falansteri di Fourier e i pre-marxisti. Tutte belle cose ma del tutto insufficienti rispetto alla bisogna che stava esprimendosi pesantemente sulle condizioni materiali di vita, di lavoro, di ambiente.
Sono questi i punti sui quali riflettere, così come sarebbe il caso di pronunciarci sulla questione del deficit.
Abbiamo sempre sostenuto la necessità di utilizzo del “deficit – spending” e osteggiato fortemente le politiche rigoriste imposte dall’UE.
Adesso è il caso di affermare che la questione risiede nell’utilizzo dei margini di deficit (al di là della trattativa con Bruxelles): un conto è l’utilizzo del deficit allo scopo di varare un forte piano di programmazione economica e di intervento pubblico destinato all’innovazione tecnologica, alla creazione di lavoro “vivo e vero”, di adeguamento delle infrastrutture, di difesa ambientale (come dimostra purtroppo ancora Taranto); ben diverso è il quadro che si presenta di utilizzo del deficit per misure assistenziali come il reddito di cittadinanza.
Questo va detto chiaro: il reddito di cittadinanza contiene in sé il rischio di rivelarsi una misura assistenziale che nasconde anche una idea negativa del lavoro (ben diversa dall’idea marxiana del “liberarsi” del lavoro); ricordando anche e sempre che, ad esempio, il tema delle pensioni dovrebbe essere legato, per quel che riguarda l’INPS, alla scissione tra assistenza e previdenza di cui si parla dal 1958 e adesso sparita dall’agenda.
Così come è sicuramente una misura di ulteriore agevolazione verso i ricchi l’altra faccia della medaglia per la quale si vorrebbe utilizzare il “deficit – spending”.
Assistenzialismo, “pro ricchi”, aumento delle diseguaglianze questa pare essere, in pratica, la cifra che esprime attualmente il governo italiano anche oltre il tema politico generale dello spostamento a destra insito nelle logiche razziste – sovraniste.
Personalmente con nessun timore, anzi con orgoglio, rivendico di essere definito un retrogrado cultore delle “magnifiche sorti e progressive” e dell’antico scontro di classe: ma rimane questo il punto vero di distinzione filosofica e politica.
Fonte
24/07/2018
Tra governo e Boeri è finto scontro sulle pensioni, il problema è difendere l’Inps
Lo scontro tra governo e Boeri è rilevatore della precarietà istituzionale che vive il paese determinata dalle tentazioni autoritarie ammantate da propaganda da permanente campagna elettorale da parte dei partiti al governo e dall’arroganza dei postumi renziani da parte del presidente dell’Inps. Boeri andava bene quando assecondava la revisione dei vitalizi dei parlamentari e il taglio delle pensioni cosiddette d’oro.
Entrambi i provvedimenti aprono la strada per il ricalcolo contributivo delle pensioni in atto. Boeri non va più bene quando attacca la nebulosità del decreto dignità o la quota 100 e osa affermare che gli immigrati regolari e regolarizzati in termini di contribuzione previdenziale sono essenziali per il pagamento delle pensioni attuali. È un pessimo gioco delle parti in cui entrambi i giocatori imputano all’avversario i propri insuccessi, ma tutti agiscono contro il sistema previdenziale pubblico e non solo.
I vitalizi non sono assimilabili alle pensioni, lo hanno sancito Corte Costituzionale e Cassazione, e non sono erogati dall’Inps, ma da Camera, Senato e Regioni per quanto di competenza. Di fatto sono aboliti dal 2012, l’operazione in atto, attua un ricalcolo contributivo per il pregresso, quando in realtà era in vigore il sistema di calcolo retributivo per le pensioni, e i vitalizi non lo sono. Il risparmio di 40 milioni annui va a beneficio del bilancio della camera e non dell’Inps, tuttavia Boeri ha fornito i propri tecnici per calcolare il montante e l’aspettativa di vita dei deputati, per poi criticare la delibera della Camera perché troppo blanda e comunque non includente i senatori.
Cos’è che raccoglie l’interesse di Boeri? Il ricalcolo contributivo del pregresso e quindi delle pensioni in atto, suo obiettivo strategico. Maggiore interesse da parte di Boeri riscuote anche il taglio delle cosiddette pensioni d’oro oltre i 4000/5000 euro. Stessa modalità con il ricalcolo contributivo introdotto laddove vigeva il calcolo retributivo. Paradosso dell’improvvisazione a fronte di un taglio delle pensioni d’oro si potrebbe assistere ad un loro incremento ben superiore al taglio grazie all’introduzione della flat tax.
Il procedere in maniera frammentaria e demagogica da parte del governo determina anche queste amenità.
Boeri afferma che gli immigrati producono 8 miliardi di entrate contributive a fronte di 3 miliardi restituiti in forma di servizi. A parte il fatto che dimentica di dire che sta parlando di immigrati regolarizzati, mentre migliaia di altri sono affidati al sommerso che i servizi ispettivi, ora unificati, non riescono a vedere. La mancanza di tutele di questi ultimi consente al ministro dell’interno di costruire le proprie campagne politiche di attacco all’immigrazione distinguendo tra immigrati buoni e cattivi. Non interessa il finanziamento delle previdenza pubblica? Sicuramente no se il mentore della Lega per le pensioni è il professor Brambilla da sempre fautore della previdenza integrativa privata, dei fondi pensione e così via. L’ultima trovata del Prof. Brambilla è la proposta di effettuare, sotto forma di prelievo di solidarietà lo 0.35% da ogni pensione per aumentare le pensioni minime.
Ora stiamo parlando di aumentare il carico fiscale sulle pensioni perché di questo si tratta anche se viene mascherato da prelievo di solidarietà per impedire i ricorsi dei pensionati come hanno suggerito le sentenze della Corte Costituzionale, definendo legittimi tali prelievi per un presunto interesse generale. È bene tuttavia ricordare che sulla spesa pensionistica (168 mld) lo stato preleva ogni anno 53 miliardi di irpef, il mancato rimborso delle perequazione (come sancito dalla CEDU) ha consentito un risparmio di circa 16 miliardi di arretrati non più da versare, se a questo aggiungiamo le spese sanitarie private, i ticket sanitari, l’incremento delle bollette delle utenze domestiche e così via, ci domandiamo è proprio il caso di aumentare il carico fiscale sulle pensioni? O forse non sarebbe il casi di cominciare l’applicazione della flat tax, da pensionati e lavoratori dipendenti anziché dalle imprese?
Il prof. Boeri che si erge a paladino della lotta alla povertà, tanto da presagire la modifica della funzione dell’Inps da istituto previdenziale a agenzia per la protezione sociale, in realtà introduce, all’interno di una rigida compatibilità finanziaria, il criterio togliere ai molti (pensionati) per dare ai pochi (assistenza social ). Nel mirino rientrano poi tutte le forme di pensioni come la reversibilità, le pensioni di invalidità, la quattordicesima, ecc. Il governo con la flat tax mira a togliere deduzioni e detrazioni producendo un taglio analogo a quello proposto dal prof. Boeri sulle pensioni in atto.
Al di là della propaganda non solo non si combatte la povertà, affrontandone le vere cause, ma la si istituzionalizza come livello di vita sociale. Non è un caso che si parla di incremento delle pensioni minime fino a 780 euro mensili definiti come soglia di povertà, mentre analogamente si determina il reddito di cittadinanza sulla cifra di 780 euro e la presunta pensione di garanzia per i giovani, sempre a 780 euro. Vale a dire la soglia di povertà è il reddito a cui aspirare, ma non solo. Il reddito di cittadinanza, così come vagamente annunciato, con l’obbligo di accettare le proposte di lavoro che vengono offerte dal mercato, inevitabilmente fisserà nei fatti, come salario minimo i 780 euro di povertà. Quindi possiamo aspettarci un decremento salariale stabilizzato sulla soglia di povertà. Questa è vera decrescita, non sappiamo ancora quanto felice.
Il prof. Boeri per realizzare questo processo di trasformazione dell’Inps, ha gestito l’Ente in maniera sempre più autocratica destrutturando progressivamente l’Istituto e liberando servizi e prestazioni nel mercato privato inevitabilmente speculativo. L’obiettivo è rendere progressivamente le prestazioni dell’Ente totalmente a carico dell’utente.
Che significa: NOI SCEGLIAMO COMUNQUE L’INPS?
Vuol dire assumere una campagna di difesa della previdenza pubblica, delle pensioni e del diritto ad andare in pensione dignitosamente. Vuol dire pretendere che l’Inps sia restituita in termini si possibilità di accesso, controllo, prestazioni e funzioni, ai lavoratori e ai pensionati contro ogni forma di tecnicismo falsamente efficientista. Vuol dire costruire gli strumenti organizzativi per ricomporre intorno al lavoro e alla pensione i settori sociali frammentati e sottoposti al continuo ricatto della precarietà lavorativa e sociale. Per tutto questo i pensionati ci sono e ribadiscono che non c’è età pensionabile per le lotte sociali.
Fonte
Entrambi i provvedimenti aprono la strada per il ricalcolo contributivo delle pensioni in atto. Boeri non va più bene quando attacca la nebulosità del decreto dignità o la quota 100 e osa affermare che gli immigrati regolari e regolarizzati in termini di contribuzione previdenziale sono essenziali per il pagamento delle pensioni attuali. È un pessimo gioco delle parti in cui entrambi i giocatori imputano all’avversario i propri insuccessi, ma tutti agiscono contro il sistema previdenziale pubblico e non solo.
I vitalizi non sono assimilabili alle pensioni, lo hanno sancito Corte Costituzionale e Cassazione, e non sono erogati dall’Inps, ma da Camera, Senato e Regioni per quanto di competenza. Di fatto sono aboliti dal 2012, l’operazione in atto, attua un ricalcolo contributivo per il pregresso, quando in realtà era in vigore il sistema di calcolo retributivo per le pensioni, e i vitalizi non lo sono. Il risparmio di 40 milioni annui va a beneficio del bilancio della camera e non dell’Inps, tuttavia Boeri ha fornito i propri tecnici per calcolare il montante e l’aspettativa di vita dei deputati, per poi criticare la delibera della Camera perché troppo blanda e comunque non includente i senatori.
Cos’è che raccoglie l’interesse di Boeri? Il ricalcolo contributivo del pregresso e quindi delle pensioni in atto, suo obiettivo strategico. Maggiore interesse da parte di Boeri riscuote anche il taglio delle cosiddette pensioni d’oro oltre i 4000/5000 euro. Stessa modalità con il ricalcolo contributivo introdotto laddove vigeva il calcolo retributivo. Paradosso dell’improvvisazione a fronte di un taglio delle pensioni d’oro si potrebbe assistere ad un loro incremento ben superiore al taglio grazie all’introduzione della flat tax.
Il procedere in maniera frammentaria e demagogica da parte del governo determina anche queste amenità.
Boeri afferma che gli immigrati producono 8 miliardi di entrate contributive a fronte di 3 miliardi restituiti in forma di servizi. A parte il fatto che dimentica di dire che sta parlando di immigrati regolarizzati, mentre migliaia di altri sono affidati al sommerso che i servizi ispettivi, ora unificati, non riescono a vedere. La mancanza di tutele di questi ultimi consente al ministro dell’interno di costruire le proprie campagne politiche di attacco all’immigrazione distinguendo tra immigrati buoni e cattivi. Non interessa il finanziamento delle previdenza pubblica? Sicuramente no se il mentore della Lega per le pensioni è il professor Brambilla da sempre fautore della previdenza integrativa privata, dei fondi pensione e così via. L’ultima trovata del Prof. Brambilla è la proposta di effettuare, sotto forma di prelievo di solidarietà lo 0.35% da ogni pensione per aumentare le pensioni minime.
Ora stiamo parlando di aumentare il carico fiscale sulle pensioni perché di questo si tratta anche se viene mascherato da prelievo di solidarietà per impedire i ricorsi dei pensionati come hanno suggerito le sentenze della Corte Costituzionale, definendo legittimi tali prelievi per un presunto interesse generale. È bene tuttavia ricordare che sulla spesa pensionistica (168 mld) lo stato preleva ogni anno 53 miliardi di irpef, il mancato rimborso delle perequazione (come sancito dalla CEDU) ha consentito un risparmio di circa 16 miliardi di arretrati non più da versare, se a questo aggiungiamo le spese sanitarie private, i ticket sanitari, l’incremento delle bollette delle utenze domestiche e così via, ci domandiamo è proprio il caso di aumentare il carico fiscale sulle pensioni? O forse non sarebbe il casi di cominciare l’applicazione della flat tax, da pensionati e lavoratori dipendenti anziché dalle imprese?
Il prof. Boeri che si erge a paladino della lotta alla povertà, tanto da presagire la modifica della funzione dell’Inps da istituto previdenziale a agenzia per la protezione sociale, in realtà introduce, all’interno di una rigida compatibilità finanziaria, il criterio togliere ai molti (pensionati) per dare ai pochi (assistenza social ). Nel mirino rientrano poi tutte le forme di pensioni come la reversibilità, le pensioni di invalidità, la quattordicesima, ecc. Il governo con la flat tax mira a togliere deduzioni e detrazioni producendo un taglio analogo a quello proposto dal prof. Boeri sulle pensioni in atto.
Al di là della propaganda non solo non si combatte la povertà, affrontandone le vere cause, ma la si istituzionalizza come livello di vita sociale. Non è un caso che si parla di incremento delle pensioni minime fino a 780 euro mensili definiti come soglia di povertà, mentre analogamente si determina il reddito di cittadinanza sulla cifra di 780 euro e la presunta pensione di garanzia per i giovani, sempre a 780 euro. Vale a dire la soglia di povertà è il reddito a cui aspirare, ma non solo. Il reddito di cittadinanza, così come vagamente annunciato, con l’obbligo di accettare le proposte di lavoro che vengono offerte dal mercato, inevitabilmente fisserà nei fatti, come salario minimo i 780 euro di povertà. Quindi possiamo aspettarci un decremento salariale stabilizzato sulla soglia di povertà. Questa è vera decrescita, non sappiamo ancora quanto felice.
Il prof. Boeri per realizzare questo processo di trasformazione dell’Inps, ha gestito l’Ente in maniera sempre più autocratica destrutturando progressivamente l’Istituto e liberando servizi e prestazioni nel mercato privato inevitabilmente speculativo. L’obiettivo è rendere progressivamente le prestazioni dell’Ente totalmente a carico dell’utente.
Che significa: NOI SCEGLIAMO COMUNQUE L’INPS?
Vuol dire assumere una campagna di difesa della previdenza pubblica, delle pensioni e del diritto ad andare in pensione dignitosamente. Vuol dire pretendere che l’Inps sia restituita in termini si possibilità di accesso, controllo, prestazioni e funzioni, ai lavoratori e ai pensionati contro ogni forma di tecnicismo falsamente efficientista. Vuol dire costruire gli strumenti organizzativi per ricomporre intorno al lavoro e alla pensione i settori sociali frammentati e sottoposti al continuo ricatto della precarietà lavorativa e sociale. Per tutto questo i pensionati ci sono e ribadiscono che non c’è età pensionabile per le lotte sociali.
Fonte
21/02/2018
Il reddito sociale minimo, strumento contro le disuguaglianze
“Basta briciole, vogliamo il reddito di dignità!”, aveva protestato La Rete dei numeri pari, quando era stato approvato il Reddito di inclusione sociale. “La legge è più simile ad una ‘poor law’ di fine Ottocento che ad una moderna legge sul reddito minimo di respiro europeo come previsto dall’articolo 34 della Carta di Nizza. La povertà sembra essere una colpa, piuttosto che una responsabilità politica di chi sta gestendo la crisi amplificando la forbice delle disuguaglianze. Oggi la povertà è un fenomeno strutturale che colpisce soprattutto donne, giovani e migranti, a cui bisogna rispondere con misure di welfare strutturali. Il governo propone invece un Reddito di Inclusione fondato sull’esclusione e sull’assistenzialismo”.
La Rete dei numeri pari, che unisce realtà sociali impegnate in attività cooperativistiche solidaristiche e mutualistiche, è nata lo scorso anno per consolidare le esperienze fatte con la campagna ‘Miseria ladra’ avviata nel 2013 da Libera, Gruppo Abele, Sbilanciamoci!, Arci e Rete della Conoscenza. In una prima fase si è posta l’obiettivo di sollecitare drastiche misure sociali “per rendere illegale la povertà”, chiedendo all’UE di escludere dal Patto di stabilità la spesa sociale, in analogia con quanto deciso per le spese per la sicurezza e l’acquisto di armi a seguito degli attentati di Parigi. In una seconda fase si è concentrata soprattutto sul reddito minimo, nel 2015 con “100 giorni per un reddito di dignità”, e nel giugno 2017 con “mille piazze per il reddito di dignità”, accompagnandola con questa denuncia: “Nonostante la nostra Costituzione preveda l’obbligo di garantire la dignità umana attraverso politiche sociali e di sostegno al reddito adeguate, le misure messe in campo da governo e parlamento introducono una forma incostituzionale di ‘universalismo selettivo’ che divide ultimi e penultimi”.
In vista delle elezioni, la Rete, insieme con Libertà e Giustizia e Basic Income Network (BIN) ma senza Sbilanciamoci e ARCI, rilancia il reddito minimo, con l’obiettivo di sensibilizzare quel mondo cattolico, che, seppur sensibile ai valori del mutualismo, della solidarietà e della giustizia sociale e ambientale, è allo stesso tempo ancora fortemente intriso di un’etica lavorista. Enuncia i principi per una proposta di legge che dovrà riguardare coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia del 60 per cento del reddito mediano, con l’erogazione di un beneficio individuale in denaro che consenta a tutti i residenti sul territorio nazionale di raggiungere quella soglia, e che sia mantenuto fino a che la soglia non venga superata. Fin qui c’è una analogia con quanto proposto dal Reddito di cittadinanza del Movimento Cinque Stelle. Ma rispetto ad esso, come rispetto al Rei, che prevedevano per i beneficiari del reddito la sottomissione al lavoro coatto e ad altre forme di controllo, si realizza una rivoluzione copernicana, con la rimozione di tutte le forme di condizionalità, e la previsione, anzi, del sostegno ai molteplici percorsi individuali possibili.
I principi che devono informare la proposta di legge sono, in sintesi, i seguenti.
“Il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale, e chiunque deve poter disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità, a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”.
“Incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale può evitare la ricattabilità dei soggetti in difficoltà economica. In questo caso il concetto di ‘congruità dell’offerta di lavoro’, e non dunque di ‘obbligatorietà del lavoro purché sia’, può ben riferirsi alla necessità di valorizzare il soggetto beneficiario e di individuare tutti gli strumenti utili affinché l’integrazione al lavoro tenga conto delle sue esperienze, delle sue capacità e competenze e dunque a non generare comportamenti di vessazione e imposizione verso il beneficiario. Perché la causa di un’apparente esclusione dal mondo del lavoro può risiedere nella mancanza di sufficienti opportunità occupazionali dignitose piuttosto che nella mancanza di sforzi individuali”.
“Affiancare il Reddito Minimo o di Cittadinanza all’individuazione di un progetto di integrazione sociale individuale condiviso con il beneficiario che lo richiede”, tenendo conto che per alcuni destinatari “è uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta del proprio percorso di vita, per altri sono necessarie misure di reinserimento sociale, e per altri ancora è necessario attivare forme di promozione dell’occupazione”.
“Rafforzare i servizi e il sistema dei centri per l’impiego pubblici destinandoli a ‘centri per l’impiego ed i diritti’, ai quali potersi rivolgere per l’erogazione del Reddito Minimo o di Cittadinanza”, e per “individuare eventualmente ulteriori interventi specifici, come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari, compresi coloro che sono in formazione, così da garantire il diritto allo studio e, in particolare, per contrastare la dispersione scolastica e universitaria”.
Accanto al Reddito minimo la Rete manifesta altre esigenze: Sfratti zero; Livelli Essenziali di Assistenza senza discriminazioni regionali e locali; asili nido, prescolarità e diritto allo studio; spesa sociale fuori dal patto di stabilità.
Alla base di queste richieste c’è una denuncia. “L’intervento dello Stato, attraverso le sue articolazioni, non è riuscito a rispondere alle disuguaglianze sociali provocate dall’economia di mercato. Le politiche pubbliche non si sono rivelate all’altezza della ricerca di una nuova coesione e del rilancio di nuove forme di protagonismo sociale, non centrate sulla “dittatura del denaro”. Né sembrano riuscire a conciliare economia e rispetto dell’ambiente e conservazione della “madre terra”.
Riferendosi allo Stato, la denuncia non sembra accorgersi dei condizionamenti che subisce per la sua appartenenza all’Unione Europea. Non a caso tra le nuove adesioni la Rete conta anche Diem25. La proposta fa riferimento esplicito alle Risoluzioni del 2009 e 2010 del Parlamento Europeo, che configurano il Reddito minimo garantito “come diritto sociale fondamentale” e come “strumento di promozione di una società inclusiva”. Si tratterebbe di capire, nel momento di definire l’articolato della proposta di legge, se il richiamo alle Risoluzioni del Parlamento Europeo sia sufficiente a sostenere il principio della incondizionalità, in considerazione del fatto che il paradigma della flessicurezza sottopone gli schemi di reddito minimo al principio dell’attivazione al lavoro, facendone strumenti di integrazione salariale in favore delle imprese, e di controllo e di ricatto sui lavoratori. Si è avuto modo di dimostrare analizzando i casi della Germania e del Regno Unito, come il principio della condizionalità imponga oneri e sanzioni obbligando ad accettare lavori precari, con l’effetto perverso di riprodurre una popolazione fluttuante di lavoratori doppiamente ricattabili, dallo Stato e dai datori di lavoro1.
La Rete si limita a leggere le povertà come conseguenza dell’austerità, e propone rimedi che non intaccano l’austerità. Ha difficoltà a farlo perché vive nel grande spazio sociale che la governance europea produce come alibi per la sua propria esistenza.
Diversa è la prospettiva in cui si muovono altre due proposte di reddito minimo.
Nel programma di Potere al Popolo, “è previsto l’istituzione del reddito minimo garantito, contro l’esclusione sociale e la precarietà della vita, per persone disoccupate e precarie: un reddito che consenta di superare la soglia di povertà relativa, che sia a carattere personale ed erogato fino al superamento della condizione di disagio”. È una proposta di lotta alla povertà che rientra in un ampio e articolato programma che ha come capisaldi la difesa e il rilancio della Costituzione e la rottura dell’Unione Europea dei trattati. Va rilevato che nell’enunciazione c’è una paradossale limitazione dell’erogazione del reddito a favore di ‘persone disoccupate e precarie’, come se la condizione di povertà debba essere attestata dallo stato occupazionale. Si tratta di una assurda concessione al lavorismo, lo stesso contro cui si batte la Rete dei numeri pari. È ormai evidente che la povertà (di diritti, di tempo per sé e di reddito) investe pesantemente ogni tipo di lavoro, anche quello che nella contrattazione collettiva le confederazioni sindacali hanno smesso di tutelare.
L’Unione Sindacale di Base ha maturato l’esigenza di un reddito minimo a partire dalle lotte sociali. Dal momento che “la povertà materiale è l’effetto di un problema strutturale che origina dal modello di sviluppo sociale ed economico neoliberista imposto a tutti i paesi della UE”, il reddito minimo è uno strumento “per sottrarre donne e uomini al ricatto della precarietà che ormai attraversano tutto l’arco della vita” ridando dignità al lavoro. La piattaforma programmatica dell’USB sostiene il principio ‘nessun reddito da lavoro sotto la soglia del reddito minimo’, e questo diventa un vincolo oggettivo che qualifica il lavoro anche nell’ambito del Reddito minimo, accompagnandosi a quello soggettivo della sua congruità.
Ci sono analogie tra i principi dell’USB e quelli della Rete, a partire dal reddito incondizionato. “La libertà di autodeterminazione delle persone deve essere garantita anche nella scelta di accesso ad un progetto di inserimento sociale e lavorativo gestito esclusivamente dai servizi pubblici”. “I servizi sociali e i servizi pubblici per l’impiego, opportunamente rafforzati in termini di risorse umane, competenze e infrastrutture tecnologiche, in caso di richiesta da parte degli individui dovrebbero essere tenuti ad attivarsi nella costruzione di un progetto sociale personalizzato e nella ricerca di un impiego le cui congruità rispetto alle aspirazioni e competenze individuali è esclusiva prerogativa della persona interessata”.
USB e Rete propongono che il contributo monetario sia integrato da servizi. Anziché limitarsi agli ‘sfratti zero’ della Rete, USB sottolinea la necessaria complementarietà tra contributo economico e fruizione abitativa, prevedendo un sostegno indiretto al reddito attraverso l’accesso gratuito agli alloggi pubblici, anche con il pagamento dell’affitto e del mutuo.
Ambedue le proposte non puntano a soluzioni strabilianti. Il reddito, l’alloggio, i servizi, sono previsti da diversi altri sistemi europei di Reddito minimo. Che tuttavia producono pesanti ricadute sociali. La diversità qui consiste nella rimozione della condizionalità, che altrove serve per utilizzare i poveri come forza lavoro flessibile e fungibile, e i sussidi come sostegno indiretto alle imprese.
Note
1 Cfr. Commisso G. e Sivini G., Il reddito di cittadinanza: Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?, Asterios, 2017.
Fonte
La Rete dei numeri pari, che unisce realtà sociali impegnate in attività cooperativistiche solidaristiche e mutualistiche, è nata lo scorso anno per consolidare le esperienze fatte con la campagna ‘Miseria ladra’ avviata nel 2013 da Libera, Gruppo Abele, Sbilanciamoci!, Arci e Rete della Conoscenza. In una prima fase si è posta l’obiettivo di sollecitare drastiche misure sociali “per rendere illegale la povertà”, chiedendo all’UE di escludere dal Patto di stabilità la spesa sociale, in analogia con quanto deciso per le spese per la sicurezza e l’acquisto di armi a seguito degli attentati di Parigi. In una seconda fase si è concentrata soprattutto sul reddito minimo, nel 2015 con “100 giorni per un reddito di dignità”, e nel giugno 2017 con “mille piazze per il reddito di dignità”, accompagnandola con questa denuncia: “Nonostante la nostra Costituzione preveda l’obbligo di garantire la dignità umana attraverso politiche sociali e di sostegno al reddito adeguate, le misure messe in campo da governo e parlamento introducono una forma incostituzionale di ‘universalismo selettivo’ che divide ultimi e penultimi”.
In vista delle elezioni, la Rete, insieme con Libertà e Giustizia e Basic Income Network (BIN) ma senza Sbilanciamoci e ARCI, rilancia il reddito minimo, con l’obiettivo di sensibilizzare quel mondo cattolico, che, seppur sensibile ai valori del mutualismo, della solidarietà e della giustizia sociale e ambientale, è allo stesso tempo ancora fortemente intriso di un’etica lavorista. Enuncia i principi per una proposta di legge che dovrà riguardare coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia del 60 per cento del reddito mediano, con l’erogazione di un beneficio individuale in denaro che consenta a tutti i residenti sul territorio nazionale di raggiungere quella soglia, e che sia mantenuto fino a che la soglia non venga superata. Fin qui c’è una analogia con quanto proposto dal Reddito di cittadinanza del Movimento Cinque Stelle. Ma rispetto ad esso, come rispetto al Rei, che prevedevano per i beneficiari del reddito la sottomissione al lavoro coatto e ad altre forme di controllo, si realizza una rivoluzione copernicana, con la rimozione di tutte le forme di condizionalità, e la previsione, anzi, del sostegno ai molteplici percorsi individuali possibili.
I principi che devono informare la proposta di legge sono, in sintesi, i seguenti.
“Il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale, e chiunque deve poter disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità, a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”.
“Incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale può evitare la ricattabilità dei soggetti in difficoltà economica. In questo caso il concetto di ‘congruità dell’offerta di lavoro’, e non dunque di ‘obbligatorietà del lavoro purché sia’, può ben riferirsi alla necessità di valorizzare il soggetto beneficiario e di individuare tutti gli strumenti utili affinché l’integrazione al lavoro tenga conto delle sue esperienze, delle sue capacità e competenze e dunque a non generare comportamenti di vessazione e imposizione verso il beneficiario. Perché la causa di un’apparente esclusione dal mondo del lavoro può risiedere nella mancanza di sufficienti opportunità occupazionali dignitose piuttosto che nella mancanza di sforzi individuali”.
“Affiancare il Reddito Minimo o di Cittadinanza all’individuazione di un progetto di integrazione sociale individuale condiviso con il beneficiario che lo richiede”, tenendo conto che per alcuni destinatari “è uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta del proprio percorso di vita, per altri sono necessarie misure di reinserimento sociale, e per altri ancora è necessario attivare forme di promozione dell’occupazione”.
“Rafforzare i servizi e il sistema dei centri per l’impiego pubblici destinandoli a ‘centri per l’impiego ed i diritti’, ai quali potersi rivolgere per l’erogazione del Reddito Minimo o di Cittadinanza”, e per “individuare eventualmente ulteriori interventi specifici, come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari, compresi coloro che sono in formazione, così da garantire il diritto allo studio e, in particolare, per contrastare la dispersione scolastica e universitaria”.
Accanto al Reddito minimo la Rete manifesta altre esigenze: Sfratti zero; Livelli Essenziali di Assistenza senza discriminazioni regionali e locali; asili nido, prescolarità e diritto allo studio; spesa sociale fuori dal patto di stabilità.
Alla base di queste richieste c’è una denuncia. “L’intervento dello Stato, attraverso le sue articolazioni, non è riuscito a rispondere alle disuguaglianze sociali provocate dall’economia di mercato. Le politiche pubbliche non si sono rivelate all’altezza della ricerca di una nuova coesione e del rilancio di nuove forme di protagonismo sociale, non centrate sulla “dittatura del denaro”. Né sembrano riuscire a conciliare economia e rispetto dell’ambiente e conservazione della “madre terra”.
Riferendosi allo Stato, la denuncia non sembra accorgersi dei condizionamenti che subisce per la sua appartenenza all’Unione Europea. Non a caso tra le nuove adesioni la Rete conta anche Diem25. La proposta fa riferimento esplicito alle Risoluzioni del 2009 e 2010 del Parlamento Europeo, che configurano il Reddito minimo garantito “come diritto sociale fondamentale” e come “strumento di promozione di una società inclusiva”. Si tratterebbe di capire, nel momento di definire l’articolato della proposta di legge, se il richiamo alle Risoluzioni del Parlamento Europeo sia sufficiente a sostenere il principio della incondizionalità, in considerazione del fatto che il paradigma della flessicurezza sottopone gli schemi di reddito minimo al principio dell’attivazione al lavoro, facendone strumenti di integrazione salariale in favore delle imprese, e di controllo e di ricatto sui lavoratori. Si è avuto modo di dimostrare analizzando i casi della Germania e del Regno Unito, come il principio della condizionalità imponga oneri e sanzioni obbligando ad accettare lavori precari, con l’effetto perverso di riprodurre una popolazione fluttuante di lavoratori doppiamente ricattabili, dallo Stato e dai datori di lavoro1.
La Rete si limita a leggere le povertà come conseguenza dell’austerità, e propone rimedi che non intaccano l’austerità. Ha difficoltà a farlo perché vive nel grande spazio sociale che la governance europea produce come alibi per la sua propria esistenza.
Diversa è la prospettiva in cui si muovono altre due proposte di reddito minimo.
Nel programma di Potere al Popolo, “è previsto l’istituzione del reddito minimo garantito, contro l’esclusione sociale e la precarietà della vita, per persone disoccupate e precarie: un reddito che consenta di superare la soglia di povertà relativa, che sia a carattere personale ed erogato fino al superamento della condizione di disagio”. È una proposta di lotta alla povertà che rientra in un ampio e articolato programma che ha come capisaldi la difesa e il rilancio della Costituzione e la rottura dell’Unione Europea dei trattati. Va rilevato che nell’enunciazione c’è una paradossale limitazione dell’erogazione del reddito a favore di ‘persone disoccupate e precarie’, come se la condizione di povertà debba essere attestata dallo stato occupazionale. Si tratta di una assurda concessione al lavorismo, lo stesso contro cui si batte la Rete dei numeri pari. È ormai evidente che la povertà (di diritti, di tempo per sé e di reddito) investe pesantemente ogni tipo di lavoro, anche quello che nella contrattazione collettiva le confederazioni sindacali hanno smesso di tutelare.
L’Unione Sindacale di Base ha maturato l’esigenza di un reddito minimo a partire dalle lotte sociali. Dal momento che “la povertà materiale è l’effetto di un problema strutturale che origina dal modello di sviluppo sociale ed economico neoliberista imposto a tutti i paesi della UE”, il reddito minimo è uno strumento “per sottrarre donne e uomini al ricatto della precarietà che ormai attraversano tutto l’arco della vita” ridando dignità al lavoro. La piattaforma programmatica dell’USB sostiene il principio ‘nessun reddito da lavoro sotto la soglia del reddito minimo’, e questo diventa un vincolo oggettivo che qualifica il lavoro anche nell’ambito del Reddito minimo, accompagnandosi a quello soggettivo della sua congruità.
Ci sono analogie tra i principi dell’USB e quelli della Rete, a partire dal reddito incondizionato. “La libertà di autodeterminazione delle persone deve essere garantita anche nella scelta di accesso ad un progetto di inserimento sociale e lavorativo gestito esclusivamente dai servizi pubblici”. “I servizi sociali e i servizi pubblici per l’impiego, opportunamente rafforzati in termini di risorse umane, competenze e infrastrutture tecnologiche, in caso di richiesta da parte degli individui dovrebbero essere tenuti ad attivarsi nella costruzione di un progetto sociale personalizzato e nella ricerca di un impiego le cui congruità rispetto alle aspirazioni e competenze individuali è esclusiva prerogativa della persona interessata”.
USB e Rete propongono che il contributo monetario sia integrato da servizi. Anziché limitarsi agli ‘sfratti zero’ della Rete, USB sottolinea la necessaria complementarietà tra contributo economico e fruizione abitativa, prevedendo un sostegno indiretto al reddito attraverso l’accesso gratuito agli alloggi pubblici, anche con il pagamento dell’affitto e del mutuo.
Ambedue le proposte non puntano a soluzioni strabilianti. Il reddito, l’alloggio, i servizi, sono previsti da diversi altri sistemi europei di Reddito minimo. Che tuttavia producono pesanti ricadute sociali. La diversità qui consiste nella rimozione della condizionalità, che altrove serve per utilizzare i poveri come forza lavoro flessibile e fungibile, e i sussidi come sostegno indiretto alle imprese.
Note
1 Cfr. Commisso G. e Sivini G., Il reddito di cittadinanza: Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?, Asterios, 2017.
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