A luglio erano stati 159 mila i nuclei familiari che avevano ricevuto il ferale sms che annunciava la sospensione dell’erogazione del Reddito di cittadinanza. Ieri è stato comunicato a chi ha la settima mensilità in agosto che il reddito non ci sarà più e il nuovo taglio riguarda altri 32.850 nuclei familiari.
“Gentile utente, il 31 agosto terminerà il suo periodo di fruizione del Rdc. Dal 1° settembre parte la nuova misura Supporto Formazione e Lavoro. Info e Faq sui siti Inps e Ministero Lavoro”: questo il testo del messaggio che è stato inviato ieri a migliaia di famiglie.
Da qui a dicembre si aggiungeranno altri tagli per circa 40 mila nuclei familiari. Alla fine del 2023 saranno 240 mila i nuclei ai quali è stata imposta la fine del Reddito di Cittadinanza.
“Tre quarti delle persone che avevano il reddito lo continueranno a percepire fino al 31 dicembre e poi potranno fare la domanda di assegno di inclusione” ha spiegato in televisione il dirigente dell’Inps Diego De Felice. L’assegno di inclusione previsto per un nucleo familiare di 4 persone è di 471 euro.
Le persone ritenute invece “occupabili” (anche se il lavoro non c’è e non ne passa certo attraverso i centri per l’impiego) e alle quali è stato tolto il Reddito di cittadinanza, dovranno utilizzare dei corsi di formazione professionalizzanti durante i quali si arriva ad avere un beneficio di ben 350 euro! È il welfare dei miserabili che comincia a seminare disperazione, come nel caso della donna a Baronissi.
Come cantava Claudio Lolli, non sappiamo dire se quelli al governo fanno “più pena, schifo o malinconia”.
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26/08/2023
30/09/2018
6 punti sulla bozza di manovra del governo: rischi, benefici e obiettivi politici
Facciamo una premessa. La scelta del governo è un rischio più o meno calcolato all’interno del sistema vigente e quindi molto complessa e non riassumibile con un festeggiamento sul terrazzino. Dichiarazioni come quella sull’ “abolizione della povertà”, che ricordano quelle della “Waterloo della precarietà” dopo il decreto Dignità, sono slogan efficaci per l’elettorato ma che poi incidono poco nella realtà, sperando che non la complichino. Le elezioni europee sono vicine ed il governo ha scelto di arrivarci con la realizzazione di parte delle promesse elettorali, costi quel che costi.
Il governo, dunque, ha “trovato” 30 miliardi. Li ha trovati facendo debito e non dentro “gli sprechi” che Di Maio prima delle elezioni aveva quantificato in 70 miliardi tagliando, ad esempio, qualche spesa militare o facendo una patrimoniale o colpendo quei capitali/profitti che si sono arricchiti dalla crisi del 2008 ad oggi oppure congelando alcuni debiti definendoli non esigibili. Si tratta di miliardi quasi tutti a debito che quindi dovranno essere chiesti ai mercati, quelli che Salvini dice “dovranno farsene una ragione” come se poi i soldi avessimo da averli e non da darli. E quindi sono soldi su cui dovremo pagare altri interessi. Niente di rivoluzionario ma in linea con ciò che è sempre stato, con la differenza che quando andremo a chiedere soldi rischiamo di pagare interessi ancora più alti.
Tuttavia in sé, i 30 miliardi non sono certo una notizia brutta per tutte quelle persone che si trovano in difficoltà economica e sociale e quindi il contesto merita una attenta riflessione ed una analisi seria sull’impatto di questa bozza di manovra. Ma guardiamo gli elementi positivi e i possibili risvolti negativi di questa manovra in cui il governo ha deciso di rischiare tutto.
1. Per vedere la reale incidenza della manovra bisognerà attendere i dettagli delle misure. Il Reddito di Cittadinanza (chiamato così anche se non lo è) dovrebbe prendere una platea inferiore a quella annunciata e bisognerà vedere quali misure verranno abolite per fargli posto, oltre che l’importo. In poche parole viene ampliato il REI (reddito di inclusione) di Gentiloni e ci saranno tanti paletti (come la casa di proprietà) per restringere la platea dei percettori. Ingenti risorse invece andranno ad aumentare le pensioni minime fino a 780 euro su cui non c’è niente da eccepire e che sarà la prima misura messa in campo (d’altronde gli anziani votano in massa i giovani molto meno e comunque gli interessi graveranno sulle loro teste in futuro). Caposaldo della manovra è poi la quota 100 per le pensioni. Una misura attesa da quasi mezzo milione di persone. Vedremo anche qui nel dettaglio quali paletti verranno messi e quindi quanti potranno essere i beneficiari della misura in comparazione con quelli andati in pensione con 2-3 anni di anticipo sulla riforma Fornero grazie all’Ape social di Gentiloni.
2. Bene quindi mettere soldi nelle tasche dei cittadini (poi ci sarà da vedere quanto e a quante persone) ma come tutte le SCELTE portano con sé delle conseguenze.
I “mercati” sono nostri nemici, ma contano. Il governo non ha SCELTO di far pagare più tasse a chi ha soldi e risorse, non ha SCELTO di fermare l’aspirazione di soldi dai territori verso mondo finanziario e paradisi fiscali, non ha SCELTO di trovare soldi combattendo chi li ha fatti a palate in questi anni di crisi per darli a chi non li ha. Ha scelto di fare debito e quindi per un Paese che ogni giorno deve andare sui mercati a chiedere soldi in prestito non è un fatto neutro. Quindi i cosiddetti mercati potrebbero portare un conto salato al Paese. A quel punto la scelta di forzare i conti ed il debito potrebbe poi portare con sé la necessità di tagli a spesa pubblica e servizi. Per ora i mercati hanno reagito male e ci sarà da contare i miliardi bruciati. Potenziali problemi? Tassi di interesse alti e mancanza di liquidità (vedi difficoltà dei titoli bancari ieri in borsa)
3. Questa politica di spesa è fatta in contemporanea alla flat tax (che flat tax non è e che riguarderà solo le piccole imprese), e quindi ad un progressivo abbassamento delle tasse ma anche delle entrate. Si capisce bene che si va incontro ad un sistema che se non genera un aumento di produzione, investimenti e PIL nel breve periodo, rischia di fare la botta. Poi c’è il condono fiscale sotto i 100.000 euro da cui si pensa di prendere parecchi miliardi. Al di là dell’incoerenza politica della scelta, le stime paiono parecchio ottimistiche. Infine secondo il governo tutto questo porterà ad un aumento della domanda interna e quindi del PIL facendo scendere (invece di far salire) il rapporto col deficit. È vero in teoria, ma l’economia oggi è più complessa dei tempi di Keynes. E con le politiche BCE di calmierazione dei tassi di interesse che sono finite, i tassi saranno salati.
4. Il vero obiettivo del governo sono le elezioni europee che sono alle porte ed un governo che punta tutto su comunicazione e marketing ha ritenuto che avrebbe dovuto fare ALL IN subito. Vedremo già dalle prossime settimane i dettagli della manovra e le conseguenze. È una situazione fuori dall’ordinario in cui il governo si gioca molto, per sé e per il Paese. Non servono battute o tifosi della politica ma analisi serie.
5. Se dovesse andare male si tornerà a parlare di immigrazione h24.
6. Le reazioni come quella del Pd e dell’opposizione istituzionale che continua a fare politica con la cieca fede nel sistema europeo vigente e nei mercati sono la migliore assicurazione sulla vita di questo governo.
Segnaliamo anche questo interessante post di Potere Al Popolo Livorno che pone l’accento su un paio di aspetti tralasciati da altre analisi.
https://www.facebook.com/PotereAlPopoloLivorno/posts/757649317910463?__tn__=K-R
vedi anche
http://contropiano.org/news/politica-news/2018/09/28/mercati-in-fiamme-di-maio-e-salvini-vincono-come-pirro-0108010
Redazione, 29 settembre 2018
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Il governo, dunque, ha “trovato” 30 miliardi. Li ha trovati facendo debito e non dentro “gli sprechi” che Di Maio prima delle elezioni aveva quantificato in 70 miliardi tagliando, ad esempio, qualche spesa militare o facendo una patrimoniale o colpendo quei capitali/profitti che si sono arricchiti dalla crisi del 2008 ad oggi oppure congelando alcuni debiti definendoli non esigibili. Si tratta di miliardi quasi tutti a debito che quindi dovranno essere chiesti ai mercati, quelli che Salvini dice “dovranno farsene una ragione” come se poi i soldi avessimo da averli e non da darli. E quindi sono soldi su cui dovremo pagare altri interessi. Niente di rivoluzionario ma in linea con ciò che è sempre stato, con la differenza che quando andremo a chiedere soldi rischiamo di pagare interessi ancora più alti.
Tuttavia in sé, i 30 miliardi non sono certo una notizia brutta per tutte quelle persone che si trovano in difficoltà economica e sociale e quindi il contesto merita una attenta riflessione ed una analisi seria sull’impatto di questa bozza di manovra. Ma guardiamo gli elementi positivi e i possibili risvolti negativi di questa manovra in cui il governo ha deciso di rischiare tutto.
1. Per vedere la reale incidenza della manovra bisognerà attendere i dettagli delle misure. Il Reddito di Cittadinanza (chiamato così anche se non lo è) dovrebbe prendere una platea inferiore a quella annunciata e bisognerà vedere quali misure verranno abolite per fargli posto, oltre che l’importo. In poche parole viene ampliato il REI (reddito di inclusione) di Gentiloni e ci saranno tanti paletti (come la casa di proprietà) per restringere la platea dei percettori. Ingenti risorse invece andranno ad aumentare le pensioni minime fino a 780 euro su cui non c’è niente da eccepire e che sarà la prima misura messa in campo (d’altronde gli anziani votano in massa i giovani molto meno e comunque gli interessi graveranno sulle loro teste in futuro). Caposaldo della manovra è poi la quota 100 per le pensioni. Una misura attesa da quasi mezzo milione di persone. Vedremo anche qui nel dettaglio quali paletti verranno messi e quindi quanti potranno essere i beneficiari della misura in comparazione con quelli andati in pensione con 2-3 anni di anticipo sulla riforma Fornero grazie all’Ape social di Gentiloni.
2. Bene quindi mettere soldi nelle tasche dei cittadini (poi ci sarà da vedere quanto e a quante persone) ma come tutte le SCELTE portano con sé delle conseguenze.
I “mercati” sono nostri nemici, ma contano. Il governo non ha SCELTO di far pagare più tasse a chi ha soldi e risorse, non ha SCELTO di fermare l’aspirazione di soldi dai territori verso mondo finanziario e paradisi fiscali, non ha SCELTO di trovare soldi combattendo chi li ha fatti a palate in questi anni di crisi per darli a chi non li ha. Ha scelto di fare debito e quindi per un Paese che ogni giorno deve andare sui mercati a chiedere soldi in prestito non è un fatto neutro. Quindi i cosiddetti mercati potrebbero portare un conto salato al Paese. A quel punto la scelta di forzare i conti ed il debito potrebbe poi portare con sé la necessità di tagli a spesa pubblica e servizi. Per ora i mercati hanno reagito male e ci sarà da contare i miliardi bruciati. Potenziali problemi? Tassi di interesse alti e mancanza di liquidità (vedi difficoltà dei titoli bancari ieri in borsa)
3. Questa politica di spesa è fatta in contemporanea alla flat tax (che flat tax non è e che riguarderà solo le piccole imprese), e quindi ad un progressivo abbassamento delle tasse ma anche delle entrate. Si capisce bene che si va incontro ad un sistema che se non genera un aumento di produzione, investimenti e PIL nel breve periodo, rischia di fare la botta. Poi c’è il condono fiscale sotto i 100.000 euro da cui si pensa di prendere parecchi miliardi. Al di là dell’incoerenza politica della scelta, le stime paiono parecchio ottimistiche. Infine secondo il governo tutto questo porterà ad un aumento della domanda interna e quindi del PIL facendo scendere (invece di far salire) il rapporto col deficit. È vero in teoria, ma l’economia oggi è più complessa dei tempi di Keynes. E con le politiche BCE di calmierazione dei tassi di interesse che sono finite, i tassi saranno salati.
4. Il vero obiettivo del governo sono le elezioni europee che sono alle porte ed un governo che punta tutto su comunicazione e marketing ha ritenuto che avrebbe dovuto fare ALL IN subito. Vedremo già dalle prossime settimane i dettagli della manovra e le conseguenze. È una situazione fuori dall’ordinario in cui il governo si gioca molto, per sé e per il Paese. Non servono battute o tifosi della politica ma analisi serie.
5. Se dovesse andare male si tornerà a parlare di immigrazione h24.
6. Le reazioni come quella del Pd e dell’opposizione istituzionale che continua a fare politica con la cieca fede nel sistema europeo vigente e nei mercati sono la migliore assicurazione sulla vita di questo governo.
Segnaliamo anche questo interessante post di Potere Al Popolo Livorno che pone l’accento su un paio di aspetti tralasciati da altre analisi.
https://www.facebook.com/PotereAlPopoloLivorno/posts/757649317910463?__tn__=K-R
vedi anche
http://contropiano.org/news/politica-news/2018/09/28/mercati-in-fiamme-di-maio-e-salvini-vincono-come-pirro-0108010
Redazione, 29 settembre 2018
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25/09/2018
Reddito di cittadinanza? Mangiati la casa, piuttosto...
Tutti distratti dalle fanfaronate salviniane sulla guerra ai poveri, specie se “scuretti” di pelle, ben pochi si sono accorti della immane presa per i fondelli che si va preparando sul famoso e strombazzatissimo “reddito di cittadinanza”.
I problemi di partenza sono noti. Dare davvero 780 euro al mese a chi non ha un lavoro, oppure ce l’ha ma non arriva a un salario con quella cifra, implica un aumento di spesa pubblica incompatibile con le “regole europee”. Si potrebbero violarle, ma scatterebbero sanzioni e soprattutto la speculazione dei “mercati”, veri detentori della sovranità sugli Stati (tutti, sia quelli nazionali che quelli sovranazionali, come l’Unione Europea).
Sia la Lega che i Cinque Stelle, in campagna elettorale, avevano promesso che non avrebbero rispettato i famosi parametri di Maastricht e le “prescrizioni” di Bruxelles, ma una volta entrati a palazzo Chigi hanno cambiato idea e obbiettivi, diventando obbedienti cagnolini della tecnoburocrazia.
Sul costo del reddito di cittadinanza in versione hard i calcoli sono differenti quanto le teste che se ne occupano. Secondo alcuni ci vogliono almeno 15 miliardi, secondo Tito Boeri (presidente dell’Inps messo lì da Renzi per chiudere l’istituto) ce ne vorrebbero 35. Si va insomma da uno a due punti di Pil, ed è decisamente troppo per un governo che deve ballare sugli 0,1% in più o meno. Quel poveretto di Di Maio ha preso fiato per un attimo quando, ieri, Macron ha deciso di presentare una manovra in deficit al 2,8% pur di coprire un maxi taglio delle tasse (quasi tutto destinato alle imprese): “facciamolo pure noi”, ha sussurrato prima di venir coperto di calcoli devastanti sulle conseguenze per il debito già inarrivabile dello Stato italiano.
Fallito anche l’attacco ai tecnici del ministero dell’economia (con il sondaggio delle reazioni possibili affidato al “grande comunicatore” Casalino), gli esperti grillini al governo si sono messi a cercare una soluzione che consentisse di varare ufficialmente il “reddito di cittadinanza”, ma senza incidere troppo sui conti.
Come accade sempre con la matematica, se la somma finale deve essere zero o quasi, gli addendi da sommare o sottrarre devono produrre quella cifra.
E quindi giù con le proposte di esclusione dal possibile reddito di cittadinanza. La vicinanza quotidiana con Salvini ha prodotto il primo taglio: “solo agli itaGliani”, così si potrebbe escludere un bel 30% della platea potenziale. Ma anche così ancora non basta.
Qualcuno ha messo sul tavolo il costo del “reddito di inclusione” – la misura brodino-tiepido elaborata dal governo Gentiloni – suggerendo che quei 2,5 miliardi potevano essere riassorbiti nel nuovo istituto.
Ma anche così, poca roba... Ramazzando nelle pieghe del bilancio, qualcun altro si è accorto che già si spendono 1,5 miliardi per la Naspi, ossia l’assegno di disoccupazione. Basta farlo sparire e voilà, siamo già a 4 miliardi...
Pochi, troppo pochi. A questo punto l’idea geniale: “escludiamo dal reddito di cittadinanza chi è proprietario di una casa!”.
In questo modo, in effetti, si fa fuori un fettone enorme di potenziali beneficiari. Ricordiamo infatti che in Italia quasi 20 milioni di famiglie sono proprietarie della casa in cui abitano, il 77,4% del totale. E molti sono i soggetti, anche poverissimi e disoccupati, che si ritrovano “proprietari” per eredità di piccoli appartamenti in paesi desertificati dall’emigrazione verso le città o l’estero.
Se sarà questa la scelta, il “reddito di cittadinanza” sarà erogato a ben poca gente, certamente poverissima. E forse neppure nella misura promessa (780 euro), ma molto meno.
Va sottolineata a questo punto la logica del provvedimento in via di preparazione. Si suppone che la casa sia un bene liquido, facile da vendere, mettendo dunque i disoccupati con questo asset in portafoglio di fronte all’unica scelta possibile: venditi quella casa e mangiati il ricavato.
Le obiezioni possibili sono innumerevoli, ovviamente. Molte di quelle case avranno già un valore basso (i poveri notoriamente, fanno fatica a fare manutenzione adeguata), molti soldi se ne andranno nel prendere una casa in affitto (l’edilizia popolare è stata abolita di fatto 40 anni fa), il mercato immobiliare è in una situazione di stanca e una gran massa di appartamenti messi improvvisamente in vendita contribuirebbe ad abbassare ancora di più i prezzi (già precipitati a partire dal 2008).
Ironia della storia, oltretutto, un “reddito di cittadinanza” così concepito sarebbe addirittura meno “generoso” del “reddito di inclusione” del Pd in versione Gentiloni. In quel caso, infatti, serve presentare soltanto un Isee al di sotto dei 6.000 euro. Senza neanche calcolare la casa di proprietà...
Del reddito di cittadinanza, insomma, resta soltanto la parola, usata come la carota sventolata davanti al muso dell’asino, perché continui a tirare la carretta.
Pasticcioni, menzogneri, incapaci e razzisti, tutti insieme appassionatamente a prenderci per il culo...
Fonte
I problemi di partenza sono noti. Dare davvero 780 euro al mese a chi non ha un lavoro, oppure ce l’ha ma non arriva a un salario con quella cifra, implica un aumento di spesa pubblica incompatibile con le “regole europee”. Si potrebbero violarle, ma scatterebbero sanzioni e soprattutto la speculazione dei “mercati”, veri detentori della sovranità sugli Stati (tutti, sia quelli nazionali che quelli sovranazionali, come l’Unione Europea).
Sia la Lega che i Cinque Stelle, in campagna elettorale, avevano promesso che non avrebbero rispettato i famosi parametri di Maastricht e le “prescrizioni” di Bruxelles, ma una volta entrati a palazzo Chigi hanno cambiato idea e obbiettivi, diventando obbedienti cagnolini della tecnoburocrazia.
Sul costo del reddito di cittadinanza in versione hard i calcoli sono differenti quanto le teste che se ne occupano. Secondo alcuni ci vogliono almeno 15 miliardi, secondo Tito Boeri (presidente dell’Inps messo lì da Renzi per chiudere l’istituto) ce ne vorrebbero 35. Si va insomma da uno a due punti di Pil, ed è decisamente troppo per un governo che deve ballare sugli 0,1% in più o meno. Quel poveretto di Di Maio ha preso fiato per un attimo quando, ieri, Macron ha deciso di presentare una manovra in deficit al 2,8% pur di coprire un maxi taglio delle tasse (quasi tutto destinato alle imprese): “facciamolo pure noi”, ha sussurrato prima di venir coperto di calcoli devastanti sulle conseguenze per il debito già inarrivabile dello Stato italiano.
Fallito anche l’attacco ai tecnici del ministero dell’economia (con il sondaggio delle reazioni possibili affidato al “grande comunicatore” Casalino), gli esperti grillini al governo si sono messi a cercare una soluzione che consentisse di varare ufficialmente il “reddito di cittadinanza”, ma senza incidere troppo sui conti.
Come accade sempre con la matematica, se la somma finale deve essere zero o quasi, gli addendi da sommare o sottrarre devono produrre quella cifra.
E quindi giù con le proposte di esclusione dal possibile reddito di cittadinanza. La vicinanza quotidiana con Salvini ha prodotto il primo taglio: “solo agli itaGliani”, così si potrebbe escludere un bel 30% della platea potenziale. Ma anche così ancora non basta.
Qualcuno ha messo sul tavolo il costo del “reddito di inclusione” – la misura brodino-tiepido elaborata dal governo Gentiloni – suggerendo che quei 2,5 miliardi potevano essere riassorbiti nel nuovo istituto.
Ma anche così, poca roba... Ramazzando nelle pieghe del bilancio, qualcun altro si è accorto che già si spendono 1,5 miliardi per la Naspi, ossia l’assegno di disoccupazione. Basta farlo sparire e voilà, siamo già a 4 miliardi...
Pochi, troppo pochi. A questo punto l’idea geniale: “escludiamo dal reddito di cittadinanza chi è proprietario di una casa!”.
In questo modo, in effetti, si fa fuori un fettone enorme di potenziali beneficiari. Ricordiamo infatti che in Italia quasi 20 milioni di famiglie sono proprietarie della casa in cui abitano, il 77,4% del totale. E molti sono i soggetti, anche poverissimi e disoccupati, che si ritrovano “proprietari” per eredità di piccoli appartamenti in paesi desertificati dall’emigrazione verso le città o l’estero.
Se sarà questa la scelta, il “reddito di cittadinanza” sarà erogato a ben poca gente, certamente poverissima. E forse neppure nella misura promessa (780 euro), ma molto meno.
Va sottolineata a questo punto la logica del provvedimento in via di preparazione. Si suppone che la casa sia un bene liquido, facile da vendere, mettendo dunque i disoccupati con questo asset in portafoglio di fronte all’unica scelta possibile: venditi quella casa e mangiati il ricavato.
Le obiezioni possibili sono innumerevoli, ovviamente. Molte di quelle case avranno già un valore basso (i poveri notoriamente, fanno fatica a fare manutenzione adeguata), molti soldi se ne andranno nel prendere una casa in affitto (l’edilizia popolare è stata abolita di fatto 40 anni fa), il mercato immobiliare è in una situazione di stanca e una gran massa di appartamenti messi improvvisamente in vendita contribuirebbe ad abbassare ancora di più i prezzi (già precipitati a partire dal 2008).
Ironia della storia, oltretutto, un “reddito di cittadinanza” così concepito sarebbe addirittura meno “generoso” del “reddito di inclusione” del Pd in versione Gentiloni. In quel caso, infatti, serve presentare soltanto un Isee al di sotto dei 6.000 euro. Senza neanche calcolare la casa di proprietà...
Del reddito di cittadinanza, insomma, resta soltanto la parola, usata come la carota sventolata davanti al muso dell’asino, perché continui a tirare la carretta.
Pasticcioni, menzogneri, incapaci e razzisti, tutti insieme appassionatamente a prenderci per il culo...
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11/09/2018
Lega-Cinque Stelle, più problemi che sintonie
Lasciamo perdere gli ululati di Repubblica, che un giorno sì e l’altro pure prova a ingigantire le differenze tra pentastellati e leghisti, facendo un favore soprattutto a questi ultimi. Però è abbastanza evidente che l’alleanza di governo ha qualche serio problema.
L’agenda politica, da quattro mesi a questa parte, continua a esser dettata da Salvini, che ha fatto della questione migranti l’alfa e l’omega del suo torrenziale twittare quotidiano, mentre il suo sodale Giorgetti sistema le relazioni col mondo delle imprese alla democristiana maniera. L’andamento dei sondaggi – ufficialmente irrisi – preoccupa comunque i vertici grillini, perché se pure una perdita del 4% circa può essere considerata fisiologica (nemmeno il più ingenuo dei loro fan poteva pensare di avere tutto e subito), il quasi raddoppio dei consensi alla Lega mostra plasticamente chi è che sta guadagnando dagli attuali equilibri.
Inevitabile, dunque, cercare qualche tema che possa riportare in auge il “programma” pentastellato, per dimostrare che non sono gli utili idioti dei fascioleghisti.
La vicenda dei 49 milioni “zottati” dalla Lega quando ancora comandava Bossi è troppo indigesta per lo stomaco dei grillini della prima ora, e a maggior ragione per un elettorato che – ingenuamente o meno – crede davvero che il principale problema del paese sia la corruzione, altrimenti tutto andrebbe splendidamente. Era insomma un obbligo attaccare, prima o poi, su questo fronte. Non a caso l’incarico è stato assunto (o dato) dal grillino più popolare ma (o perché) privo di incarichi di governo o parlamentari. Alessandro Di Battista ha sparato ad alzo zero dal lontano Guatemala, invitando Salvini e i suoi a “restituire fino all’ultimo centesimo il maltolto”, demolendo con poche parole i fantasmi del “complotto” o del “processo politico”, continuamente riproposti dal cosiddetto ministro dell’interno.
Tattica democristiana anche questa, e pure scoperta: Di Battista può parlare a titolo individuale, senza coinvolgere più di tanto la formazione di governo. Ma è un segnale di insofferenza piuttosto chiaro.
Più seri i contrasti che si squadernano sui singoli dossier, visto che il “terzo governo” (i ministri che devono “rassicurare l’Unione Europea e i mercati”) non perde occasione nel fissare paletti economici o geopolitici che aumentano le differenze, invece di appianarle.
Il “reddito di cittadinanza”, ormai è palese, sarà una mezza delusione, se mai ci sarà. Le due indiscrezioni che vanno per la maggiore parlano di 780 euro al mese (la misura promessa...), ma soltanto per un milione di persone, con criteri dunque molto restrittivi; oppure di 300 euro per 4 milioni di cittadini al di sotto dei limiti della povertà assoluta (proprio come il “reddito di inserimento” varato dal governo Gentiloni e dal Pd). Ma entrambe sono fortemente a rischio, perché in ogni caso “pesano” per 10 miliardi annui sui conti pubblici.
Un po’ meno di quanto costerebbe la flat tax che tanto vogliono Salvini e Berlusconi, che comunque non può essere rimessa nel cassetto senza provocare mal di pancia nel referente sociale principale del centrodestra (imprese di ogni dimensione) e quindi nel consenso elettorale.
C’è poi la scabrosa faccenda della revoca della concessione ad Autostrade, che solleva l’ira del berlusconian-leghista governatore della Liguria, Giovanni Toti: “Se il Governo pensa in un rigurgito di centralismo della passata legislatura di fare una battaglia nazionale passando su Genova o imporre a Genova qualche ritardo pur di conquistare altri obbiettivi o di dettare l’agenda alle istituzioni locali siamo in un territorio opposto. Due anni per far partire l’infrastruttura è intollerabile e non succederà a Genova perché per farlo dovranno passare sulla mia faccia, sul mio corpo e su questa Regione”. Qualcuno si farà male, probabilmente...
Problemi seri anche sul ddl anticorruzione, che i leghisti vedono come il fumo negli occhi (anche perché metterebbe sassi negli ingranaggi dell’alleanza con Berlusconi, fondamentale in caso – non improbabile – di una crisi di governo ed elezioni anticipate).
E frizioni rilevanti persino sul decreto che dovrebbe limitare le aperture domenicali di negozi e centri commerciali, voluto dai Cinque Stelle per provare di essere dalla parte dei lavoratori più penalizzati. E’ un tema su cui, negli anni scorsi, i grillini si erano in qualche modo spesi (con promesse), fiancheggiando furbescamente le mobilitazioni di alcuni sindacati di base. Anche qui la Lega punta i piedi, pressata dagli interessi della “grande distribuzione”. Il ministro dell’agricoltura e del turismo (singolare accoppiamento...), Gian Marco Centinaio, ha tirato fuori l’eccezione che vanificherebbe qualsiasi nuova regola: “La proposta che abbiamo è di non bloccare le aperture domenicali nelle città turistiche”. In un paese come l’Italia, praticamente tutte...
Mancano, come si vede, i dossier che scottano davvero, come le nomine per enti,società partecipate, istituti vari… Quelle dove si misurano i rapporti di potere concreti e volano le coltellate che, se mal tollerate, possono portare a una crisi di governo.
Ricordando comunque che è Salvini ad avere il coltello dalla parte manico, in base ai sondaggi, perché dei due “contraeneti” è l’unico ad avere un’alleanza esterna potenzialmente in grado di produrre una maggioranza politicamente più coesa. Altrettanto di destra...
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L’agenda politica, da quattro mesi a questa parte, continua a esser dettata da Salvini, che ha fatto della questione migranti l’alfa e l’omega del suo torrenziale twittare quotidiano, mentre il suo sodale Giorgetti sistema le relazioni col mondo delle imprese alla democristiana maniera. L’andamento dei sondaggi – ufficialmente irrisi – preoccupa comunque i vertici grillini, perché se pure una perdita del 4% circa può essere considerata fisiologica (nemmeno il più ingenuo dei loro fan poteva pensare di avere tutto e subito), il quasi raddoppio dei consensi alla Lega mostra plasticamente chi è che sta guadagnando dagli attuali equilibri.
Inevitabile, dunque, cercare qualche tema che possa riportare in auge il “programma” pentastellato, per dimostrare che non sono gli utili idioti dei fascioleghisti.
La vicenda dei 49 milioni “zottati” dalla Lega quando ancora comandava Bossi è troppo indigesta per lo stomaco dei grillini della prima ora, e a maggior ragione per un elettorato che – ingenuamente o meno – crede davvero che il principale problema del paese sia la corruzione, altrimenti tutto andrebbe splendidamente. Era insomma un obbligo attaccare, prima o poi, su questo fronte. Non a caso l’incarico è stato assunto (o dato) dal grillino più popolare ma (o perché) privo di incarichi di governo o parlamentari. Alessandro Di Battista ha sparato ad alzo zero dal lontano Guatemala, invitando Salvini e i suoi a “restituire fino all’ultimo centesimo il maltolto”, demolendo con poche parole i fantasmi del “complotto” o del “processo politico”, continuamente riproposti dal cosiddetto ministro dell’interno.
Tattica democristiana anche questa, e pure scoperta: Di Battista può parlare a titolo individuale, senza coinvolgere più di tanto la formazione di governo. Ma è un segnale di insofferenza piuttosto chiaro.
Più seri i contrasti che si squadernano sui singoli dossier, visto che il “terzo governo” (i ministri che devono “rassicurare l’Unione Europea e i mercati”) non perde occasione nel fissare paletti economici o geopolitici che aumentano le differenze, invece di appianarle.
Il “reddito di cittadinanza”, ormai è palese, sarà una mezza delusione, se mai ci sarà. Le due indiscrezioni che vanno per la maggiore parlano di 780 euro al mese (la misura promessa...), ma soltanto per un milione di persone, con criteri dunque molto restrittivi; oppure di 300 euro per 4 milioni di cittadini al di sotto dei limiti della povertà assoluta (proprio come il “reddito di inserimento” varato dal governo Gentiloni e dal Pd). Ma entrambe sono fortemente a rischio, perché in ogni caso “pesano” per 10 miliardi annui sui conti pubblici.
Un po’ meno di quanto costerebbe la flat tax che tanto vogliono Salvini e Berlusconi, che comunque non può essere rimessa nel cassetto senza provocare mal di pancia nel referente sociale principale del centrodestra (imprese di ogni dimensione) e quindi nel consenso elettorale.
C’è poi la scabrosa faccenda della revoca della concessione ad Autostrade, che solleva l’ira del berlusconian-leghista governatore della Liguria, Giovanni Toti: “Se il Governo pensa in un rigurgito di centralismo della passata legislatura di fare una battaglia nazionale passando su Genova o imporre a Genova qualche ritardo pur di conquistare altri obbiettivi o di dettare l’agenda alle istituzioni locali siamo in un territorio opposto. Due anni per far partire l’infrastruttura è intollerabile e non succederà a Genova perché per farlo dovranno passare sulla mia faccia, sul mio corpo e su questa Regione”. Qualcuno si farà male, probabilmente...
Problemi seri anche sul ddl anticorruzione, che i leghisti vedono come il fumo negli occhi (anche perché metterebbe sassi negli ingranaggi dell’alleanza con Berlusconi, fondamentale in caso – non improbabile – di una crisi di governo ed elezioni anticipate).
E frizioni rilevanti persino sul decreto che dovrebbe limitare le aperture domenicali di negozi e centri commerciali, voluto dai Cinque Stelle per provare di essere dalla parte dei lavoratori più penalizzati. E’ un tema su cui, negli anni scorsi, i grillini si erano in qualche modo spesi (con promesse), fiancheggiando furbescamente le mobilitazioni di alcuni sindacati di base. Anche qui la Lega punta i piedi, pressata dagli interessi della “grande distribuzione”. Il ministro dell’agricoltura e del turismo (singolare accoppiamento...), Gian Marco Centinaio, ha tirato fuori l’eccezione che vanificherebbe qualsiasi nuova regola: “La proposta che abbiamo è di non bloccare le aperture domenicali nelle città turistiche”. In un paese come l’Italia, praticamente tutte...
Mancano, come si vede, i dossier che scottano davvero, come le nomine per enti,società partecipate, istituti vari… Quelle dove si misurano i rapporti di potere concreti e volano le coltellate che, se mal tollerate, possono portare a una crisi di governo.
Ricordando comunque che è Salvini ad avere il coltello dalla parte manico, in base ai sondaggi, perché dei due “contraeneti” è l’unico ad avere un’alleanza esterna potenzialmente in grado di produrre una maggioranza politicamente più coesa. Altrettanto di destra...
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14/05/2018
Organizziamoci! Tutte e tutti all’assemblea del 26 e del 27 maggio a Napoli
Dopo oltre due mesi di impasse e di lotte fra gruppi di potere, in queste ore si va sempre di più delineando un governo Lega-5 Stelle, con l’appoggio esterno di Forza Italia.
Una soluzione che ha del paradossale: nati intorno all’antiberlusconismo, è con il beneplacito di Berlusconi che i 5 Stelle arrivano al governo – previa rinuncia ad affrontare il conflitto di interessi. Votati al Sud, è con la forza più antimeridionale che i 5 Stelle hanno scelto di dividere il potere. Votati da tante persone che si sentono anti-sistema, ambientaliste, e “di sinistra”, è con una forza di sistema – che è già stata tre volte al governo, che è per le grandi opere, che è stata oggetto di scandali e corruzione, che è palesemente razzista – che si sono alleati i 5 Stelle.
Difficile aspettarsi, da questo governo, un qualche cambiamento a favore delle classi popolari. Lega e 5 Stelle hanno già da ora moderato la posizione sull’Europa, parlano di “superamento” o “revisione” della Riforma Fornero senza chiarire se ci sarà un ritorno alla situazione precedente, e moderato il Reddito di Cittadinanza (diventato il vecchio reddito di inclusione del PD un po’ allargato). Invece di attaccare chi possiede la ricchezza, promettono di portare avanti una repressione spietata dell’immigrazione e dell’accoglienza, cementando il proprio consenso sull’odio contro chi sta peggio e sulla guerra fra poveri.
Impossibile però aspettarsi anche una vera opposizione. Chi ha generato con le sue politiche anti-popolari questa situazione, come il PD, di cui parte è confluita in LeU, chi condivide nella sostanza le stesse politiche neoliberiste, non potrà offrire nessuna vera alternativa di cambiamento.
L’opposizione a questo governo e soprattutto a queste politiche è tutta da costruire, nel sociale, sui territori e sui posti di lavoro, per far sentire la voce delle classi popolari, i loro bisogni, oggi inevasi dalla politica.
Potere al Popolo! nasce a fine novembre proprio per rispondere a quello che immaginavamo sarebbe stato il voto più a destra della storia repubblicana, per preparare la Resistenza. In questi nemmeno sei mesi di vita abbiamo costruito una forza ancora piccola ma molto determinata, che non ha paura di far sentire idee differenti da quelle dominanti, che sostiene le lotte sociali, che si sta radicando sempre di più sui territori, aprendo Case del Popolo e avviando percorsi di mutualismo.
Si tratta ora di continuare questo processo, di allargarlo, strutturarlo, consolidarlo.
Allargarlo a tutte le persone che sono curiose, che hanno voglia di lottare e partecipare, che fanno attività sociale, che vogliono impegnarsi per cambiare le cose.
Strutturalo attraverso un dibattito nel merito e meccanismi di partecipazione democratica, che consentano a tutti di prendere parola nelle assemblee, di potersi esprimere e decidere attraverso un’adesione e una piattaforma online.
Consolidarlo attraverso la pratica, perché è finito il tempo delle chiacchiere o dei lamenti, delle parole senza conseguenze: Potere al Popolo! è un’organizzazione che vuole essere utile per le masse, che vuole produrre da subito cambiamenti reali, nelle piccole cose come nei grandi dibattiti. La nostra bandiera deve stare ovunque ci sia uno sfruttato, un oppresso, un’ingiustizia.
Per questo facciamo appello a tutti i singoli le associazioni, i comitati e i collettivi che non c’è stato modo di coinvolgere durante la campagna elettorale, a tutti i singoli che pensavano fossimo solo un cartello elettorale, a partecipare a questo processo costituente, aperto, che ci vedrà arrivare a fine settembre a scrivere insieme uno statuto, eleggere un nuovo Coordinamento Nazionale e i portavoce.
Invitiamo tutte le militanti e i militanti di Potere al Popolo! a far girare quanto più possibile l’evento facebook (LINK) e il programma (LINK).
Invitiamo tutte le assemblee territoriali a riconvocarsi subito per incentivare e organizzare la partecipazione alla due giorni, per discutere dei temi proposti. E per organizzare la raccolta per la LIP sulla scuola e sull’articolo 81, campagna nazionale su cui ci siamo impegnati e che sarà messa a verifica nel tavolo su Welfare, Istruzione, Sanità di sabato pomeriggio.
La situazione è drammatica, c’è bisogno dell’intelligenza e delle braccia di tutte e tutti. Di uno spirito costruttivo, pragmatico, determinato, innovativo. Di coordinare bene gli sforzi per mettere fine alla frammentazione che ci rende tutti più deboli. E di far sentire un po’ di passione, in un’Italia sempre più asfittica.
Ci vediamo a Napoli!
Fonte
Una soluzione che ha del paradossale: nati intorno all’antiberlusconismo, è con il beneplacito di Berlusconi che i 5 Stelle arrivano al governo – previa rinuncia ad affrontare il conflitto di interessi. Votati al Sud, è con la forza più antimeridionale che i 5 Stelle hanno scelto di dividere il potere. Votati da tante persone che si sentono anti-sistema, ambientaliste, e “di sinistra”, è con una forza di sistema – che è già stata tre volte al governo, che è per le grandi opere, che è stata oggetto di scandali e corruzione, che è palesemente razzista – che si sono alleati i 5 Stelle.
Difficile aspettarsi, da questo governo, un qualche cambiamento a favore delle classi popolari. Lega e 5 Stelle hanno già da ora moderato la posizione sull’Europa, parlano di “superamento” o “revisione” della Riforma Fornero senza chiarire se ci sarà un ritorno alla situazione precedente, e moderato il Reddito di Cittadinanza (diventato il vecchio reddito di inclusione del PD un po’ allargato). Invece di attaccare chi possiede la ricchezza, promettono di portare avanti una repressione spietata dell’immigrazione e dell’accoglienza, cementando il proprio consenso sull’odio contro chi sta peggio e sulla guerra fra poveri.
Impossibile però aspettarsi anche una vera opposizione. Chi ha generato con le sue politiche anti-popolari questa situazione, come il PD, di cui parte è confluita in LeU, chi condivide nella sostanza le stesse politiche neoliberiste, non potrà offrire nessuna vera alternativa di cambiamento.
L’opposizione a questo governo e soprattutto a queste politiche è tutta da costruire, nel sociale, sui territori e sui posti di lavoro, per far sentire la voce delle classi popolari, i loro bisogni, oggi inevasi dalla politica.
Potere al Popolo! nasce a fine novembre proprio per rispondere a quello che immaginavamo sarebbe stato il voto più a destra della storia repubblicana, per preparare la Resistenza. In questi nemmeno sei mesi di vita abbiamo costruito una forza ancora piccola ma molto determinata, che non ha paura di far sentire idee differenti da quelle dominanti, che sostiene le lotte sociali, che si sta radicando sempre di più sui territori, aprendo Case del Popolo e avviando percorsi di mutualismo.
Si tratta ora di continuare questo processo, di allargarlo, strutturarlo, consolidarlo.
Allargarlo a tutte le persone che sono curiose, che hanno voglia di lottare e partecipare, che fanno attività sociale, che vogliono impegnarsi per cambiare le cose.
Strutturalo attraverso un dibattito nel merito e meccanismi di partecipazione democratica, che consentano a tutti di prendere parola nelle assemblee, di potersi esprimere e decidere attraverso un’adesione e una piattaforma online.
Consolidarlo attraverso la pratica, perché è finito il tempo delle chiacchiere o dei lamenti, delle parole senza conseguenze: Potere al Popolo! è un’organizzazione che vuole essere utile per le masse, che vuole produrre da subito cambiamenti reali, nelle piccole cose come nei grandi dibattiti. La nostra bandiera deve stare ovunque ci sia uno sfruttato, un oppresso, un’ingiustizia.
Per questo facciamo appello a tutti i singoli le associazioni, i comitati e i collettivi che non c’è stato modo di coinvolgere durante la campagna elettorale, a tutti i singoli che pensavano fossimo solo un cartello elettorale, a partecipare a questo processo costituente, aperto, che ci vedrà arrivare a fine settembre a scrivere insieme uno statuto, eleggere un nuovo Coordinamento Nazionale e i portavoce.
Invitiamo tutte le militanti e i militanti di Potere al Popolo! a far girare quanto più possibile l’evento facebook (LINK) e il programma (LINK).
Invitiamo tutte le assemblee territoriali a riconvocarsi subito per incentivare e organizzare la partecipazione alla due giorni, per discutere dei temi proposti. E per organizzare la raccolta per la LIP sulla scuola e sull’articolo 81, campagna nazionale su cui ci siamo impegnati e che sarà messa a verifica nel tavolo su Welfare, Istruzione, Sanità di sabato pomeriggio.
La situazione è drammatica, c’è bisogno dell’intelligenza e delle braccia di tutte e tutti. Di uno spirito costruttivo, pragmatico, determinato, innovativo. Di coordinare bene gli sforzi per mettere fine alla frammentazione che ci rende tutti più deboli. E di far sentire un po’ di passione, in un’Italia sempre più asfittica.
Ci vediamo a Napoli!
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11/05/2018
La Confindustria contraria al reddito di cittadinanza
La vera preoccupazione del padronato sulla questione del reddito viene finalmente alla luce con un documento esplicito e chiarificatore. Sul sito di Confindustria è apparso un documento intitolato “REI e Reddito di cittadinanza a confronto” ( https://bit.ly/2KMeccJ ) nel quale un gruppo di ricercatori dell’associazione padronale chiarisce i veri motivi dell’avversione che Confindustria nutre verso il reddito di cittadinanza. “Facciamo un semplice esempio – scrivono gli studiosi di Confindustria – se lo Stato garantisse un reddito di €800 al mese, sarebbe forte il disincentivo ad accettare un’offerta o mantenere un lavoro che paga meno di questa cifra”. Senza tanti giri di parole i padroni fanno capire che una misura di questo tipo andrebbe a colpire proprio la diffusione dei bassi salari e spingerebbe verso l’alto tutto il sistema delle retribuzioni.
Il documento di Confindustria è anche molto chiaro sulla vera natura del REI, la misura introdotta dal governo Gentiloni, che invece ai padroni piace proprio perché è bassa e quindi non competitiva con eventuali offerte di lavoro anche a basso salario. Sono gli stessi ricercatori a riconoscere che i 2,1 miliardi stanziati per il REI non andranno a coprire che appena la metà dei poveri assoluti stimati in Italia ormai vicini ai 5 milioni. Confindustria non dice che per ora il REI è arrivato ad appena 317mila persone e che in media sono stati distribuiti sussidi per 297 euro mensili. Ma riconosce però che la povertà in Italia è cresciuta molto e che è legata a doppio filo con la “bassa partecipazione al mercato del lavoro”.
Quindi la ricetta che propone il padronato è piuttosto chiara: sviluppiamo il REI, perché qualcosa ai poveri bisognerà pur darla (siamo rimasti l’unico paese in Europa che non prevede forme di sostegno al reddito), ma teniamolo basso e condizioniamolo all’accettazione di un qualche lavoro, a bassissimo salario, consentendo il cumulo tra sussidio e salario. In questo modo, paradossalmente, il REI diventerebbe un incentivo ai bassi salari, una integrazione (che paga lo Stato) alle basse retribuzioni.
La parte progressiva contenuta nella proposta del Movimento Cinque Stelle, cioè l’idea di contrastare efficacemente la povertà facendo in modo che nessuno si trovi più al di sotto della soglia minima individuale di 780 euro mensili, verrebbe così spazzata via. E il reddito, da misura effettiva di contrasto alla precarietà, al sotto impiego e alle retribuzioni da fame, si trasformerebbe in uno sprone ulteriore ad allargare la fascia dei lavoratori a bassissimo reddito.
L’allargamento della povertà nel nostro paese è legato alla mancanza di lavori degnamente retribuiti e non semplicemente alla mancanza di lavoro tout court. Di lavoro a basso costo, al nero e/o decontrattualizzato invece ce n’è sempre di più e l’introduzione di un’elemosina come è il REI non può che avere l’effetto di incentivare questa dinamica. Un reddito dignitoso e incondizionato avrebbe invece l’effetto di redistribuire parte delle ricchezze e metterebbe migliaia di persone in una condizione di minore ricattabilità.
Prendere l’iniziativa per rivendicare un cambio di rotta nell’agenda di governo ed una lotta seria alle disuguaglianze sociali è una urgenza e non più rinviabile, come è stato riaffermato nell’assemblea nazionale di Napoli del 29 aprile u.s. organizzata dalla Federazione del Sociale.
Il quaderno della Federazione del sociale “ Reddito di base contro reddito di inclusione”
è scaricabile gratuitamente al link: https://bit.ly/2jLI7FF
Fonte
Il documento di Confindustria è anche molto chiaro sulla vera natura del REI, la misura introdotta dal governo Gentiloni, che invece ai padroni piace proprio perché è bassa e quindi non competitiva con eventuali offerte di lavoro anche a basso salario. Sono gli stessi ricercatori a riconoscere che i 2,1 miliardi stanziati per il REI non andranno a coprire che appena la metà dei poveri assoluti stimati in Italia ormai vicini ai 5 milioni. Confindustria non dice che per ora il REI è arrivato ad appena 317mila persone e che in media sono stati distribuiti sussidi per 297 euro mensili. Ma riconosce però che la povertà in Italia è cresciuta molto e che è legata a doppio filo con la “bassa partecipazione al mercato del lavoro”.
Quindi la ricetta che propone il padronato è piuttosto chiara: sviluppiamo il REI, perché qualcosa ai poveri bisognerà pur darla (siamo rimasti l’unico paese in Europa che non prevede forme di sostegno al reddito), ma teniamolo basso e condizioniamolo all’accettazione di un qualche lavoro, a bassissimo salario, consentendo il cumulo tra sussidio e salario. In questo modo, paradossalmente, il REI diventerebbe un incentivo ai bassi salari, una integrazione (che paga lo Stato) alle basse retribuzioni.
La parte progressiva contenuta nella proposta del Movimento Cinque Stelle, cioè l’idea di contrastare efficacemente la povertà facendo in modo che nessuno si trovi più al di sotto della soglia minima individuale di 780 euro mensili, verrebbe così spazzata via. E il reddito, da misura effettiva di contrasto alla precarietà, al sotto impiego e alle retribuzioni da fame, si trasformerebbe in uno sprone ulteriore ad allargare la fascia dei lavoratori a bassissimo reddito.
L’allargamento della povertà nel nostro paese è legato alla mancanza di lavori degnamente retribuiti e non semplicemente alla mancanza di lavoro tout court. Di lavoro a basso costo, al nero e/o decontrattualizzato invece ce n’è sempre di più e l’introduzione di un’elemosina come è il REI non può che avere l’effetto di incentivare questa dinamica. Un reddito dignitoso e incondizionato avrebbe invece l’effetto di redistribuire parte delle ricchezze e metterebbe migliaia di persone in una condizione di minore ricattabilità.
Prendere l’iniziativa per rivendicare un cambio di rotta nell’agenda di governo ed una lotta seria alle disuguaglianze sociali è una urgenza e non più rinviabile, come è stato riaffermato nell’assemblea nazionale di Napoli del 29 aprile u.s. organizzata dalla Federazione del Sociale.
Il quaderno della Federazione del sociale “ Reddito di base contro reddito di inclusione”
è scaricabile gratuitamente al link: https://bit.ly/2jLI7FF
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29/03/2018
I truffatori del “reddito di inclusione”
Gentiloni e Poletti lucrano ancora una volta sulla povertà, aiutati da Boeri nella presentazione dei risultati del primo trimestre del Reddito di inclusione sociale, i cui sussidi sono erogati dal’INPS. Per mascherare esiti al di sotto delle aspettative, Boeri ha gonfiato le cifre in una tabella introduttiva dal titolo “Già raggiunto il 50% della platea potenziale”, indicando in 900 mila le persone “beneficiarie di misure di contrasto alla povertà collegate al Rei”. Ed è così che le agenzie di stampa e i quotidiani titolano la notizia.
In realtà la cifra riguarda una grande ammucchiata, a cui il Rei concorre per poco più di un terzo, essendo gli altri interventi sostenuti con i fondi SIA (Sostegno per l’inclusione attiva) e soprattutto coperti da molteplici fondi regionali.
Il governo aveva accelerato l’avvio del Rei a dicembre per ragioni elettoralistiche. L’obiettivo enunciato era di intervenire entro luglio 2018 in favore di 500 mila famiglie e 1 milione 800 mila persone. Le domande pervenute al 23 marzo riguardano 110.138 famiglie e 316.693 persone.
Boeri a queste ha aggiunto i beneficiari del Sia (119.226 nuclei e 476.868 persone), ma non quelli che sono passati al Rei dal SIA che si è estinto il 31 dicembre scorso, bensì tutti quelli che percepivano il sussidio nell’ultimo bimestre del 2017. Così ha potuto magnificare il raggiungimento del 50 per cento dell’obiettivo, e annunciarne il nuovo, da luglio in poi, di 700 mila famiglie e 2 milioni e mezzo di persone.
Rossini, presidente dell’Alleanza contro la povertà, ha avuto la faccia tosta, dopo Poletti, di affermare che il Rei è “misura flessibile ragionevole e completa” e che “su questa strada bisogna continuare per portare la persona fuori dalla povertà”. Come sia possibile, lo sa solo lui, dal momento che il sostegno finanziario dura al massimo 18 mesi e può essere eventualmente rinnovato per 12 mesi dopo 6 mesi di intervallo.
E che sia misura completa, poi! Anche quando arrivasse a regime riguarderebbe il 43 per cento del milione seicentomila famiglie che versano in condizioni di povertà assoluta. E’ un approccio intollerabile, che facendo proprie le indicazioni dell’Alleanza contro la povertà, alla quale aderisce la triplice sindacale, ha portato per legge a stratificare la povertà secondo il principio ‘di dare prima a chi sta peggio’ o, come si legge nel suo progetto, “detto altrimenti si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po meno peggio’ sino a rivolgersi dal quarto anno a chiunque sperimenti la povertà assoluta”.
Per questa logica il PD, che aveva mobilitato le sezioni per trar vantaggio dal Rei, ha ben pagato. Di un intervento diverso c’è bisogno. La denuncia del Rei viene dalla cronaca quotidiana.
“Dodicimila richieste presentate, poco più di mille quelle accettate: È molto stretta la porta per accedere al Reddito d’inclusione, che dall’inizio di dicembre ha sostituito l’assegno di disoccupazione e il sostegno per l’inclusione attiva” (cronaca di Bergamo, Corriere della Sera, 18 marzo).
“Reddito di inclusione 8 mila famiglie in coda: dicevamo di 8 mila domande fra dicembre e gennaio. Di queste, una su otto non ha superato la prima scrematura, non possedeva cioè i requisiti. I restanti 7 mila sono invece finiti negli elenchi dell’Inps che ha il compito di erogare i fondi e nel 50% circa dei casi le domande sono state accolte” (edizione di Torino, La Stampa, 27 marzo).
“Palermo. Il Comune azzera gli appuntamenti per il reddito di inclusione: si riparte da zero. Tutti gli appuntamenti già fissati per fare i colloqui con gli assistenti sociali del Comune e avviare il percorso personalizzato previsto dal Reddito di inclusione sono stati azzerati. Perché in questi mesi in tanti, dopo il colloquio, sono stati mandati indietro dal momento che di fatto non avevano i requisiti per accedere al Rei (cronaca di Palermo, La Repubblica, 16 marzo).
Fonte
In realtà la cifra riguarda una grande ammucchiata, a cui il Rei concorre per poco più di un terzo, essendo gli altri interventi sostenuti con i fondi SIA (Sostegno per l’inclusione attiva) e soprattutto coperti da molteplici fondi regionali.
Il governo aveva accelerato l’avvio del Rei a dicembre per ragioni elettoralistiche. L’obiettivo enunciato era di intervenire entro luglio 2018 in favore di 500 mila famiglie e 1 milione 800 mila persone. Le domande pervenute al 23 marzo riguardano 110.138 famiglie e 316.693 persone.
Boeri a queste ha aggiunto i beneficiari del Sia (119.226 nuclei e 476.868 persone), ma non quelli che sono passati al Rei dal SIA che si è estinto il 31 dicembre scorso, bensì tutti quelli che percepivano il sussidio nell’ultimo bimestre del 2017. Così ha potuto magnificare il raggiungimento del 50 per cento dell’obiettivo, e annunciarne il nuovo, da luglio in poi, di 700 mila famiglie e 2 milioni e mezzo di persone.
Rossini, presidente dell’Alleanza contro la povertà, ha avuto la faccia tosta, dopo Poletti, di affermare che il Rei è “misura flessibile ragionevole e completa” e che “su questa strada bisogna continuare per portare la persona fuori dalla povertà”. Come sia possibile, lo sa solo lui, dal momento che il sostegno finanziario dura al massimo 18 mesi e può essere eventualmente rinnovato per 12 mesi dopo 6 mesi di intervallo.
E che sia misura completa, poi! Anche quando arrivasse a regime riguarderebbe il 43 per cento del milione seicentomila famiglie che versano in condizioni di povertà assoluta. E’ un approccio intollerabile, che facendo proprie le indicazioni dell’Alleanza contro la povertà, alla quale aderisce la triplice sindacale, ha portato per legge a stratificare la povertà secondo il principio ‘di dare prima a chi sta peggio’ o, come si legge nel suo progetto, “detto altrimenti si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po meno peggio’ sino a rivolgersi dal quarto anno a chiunque sperimenti la povertà assoluta”.
Per questa logica il PD, che aveva mobilitato le sezioni per trar vantaggio dal Rei, ha ben pagato. Di un intervento diverso c’è bisogno. La denuncia del Rei viene dalla cronaca quotidiana.
“Dodicimila richieste presentate, poco più di mille quelle accettate: È molto stretta la porta per accedere al Reddito d’inclusione, che dall’inizio di dicembre ha sostituito l’assegno di disoccupazione e il sostegno per l’inclusione attiva” (cronaca di Bergamo, Corriere della Sera, 18 marzo).
“Reddito di inclusione 8 mila famiglie in coda: dicevamo di 8 mila domande fra dicembre e gennaio. Di queste, una su otto non ha superato la prima scrematura, non possedeva cioè i requisiti. I restanti 7 mila sono invece finiti negli elenchi dell’Inps che ha il compito di erogare i fondi e nel 50% circa dei casi le domande sono state accolte” (edizione di Torino, La Stampa, 27 marzo).
“Palermo. Il Comune azzera gli appuntamenti per il reddito di inclusione: si riparte da zero. Tutti gli appuntamenti già fissati per fare i colloqui con gli assistenti sociali del Comune e avviare il percorso personalizzato previsto dal Reddito di inclusione sono stati azzerati. Perché in questi mesi in tanti, dopo il colloquio, sono stati mandati indietro dal momento che di fatto non avevano i requisiti per accedere al Rei (cronaca di Palermo, La Repubblica, 16 marzo).
Fonte
21/02/2018
Il reddito sociale minimo, strumento contro le disuguaglianze
“Basta briciole, vogliamo il reddito di dignità!”, aveva protestato La Rete dei numeri pari, quando era stato approvato il Reddito di inclusione sociale. “La legge è più simile ad una ‘poor law’ di fine Ottocento che ad una moderna legge sul reddito minimo di respiro europeo come previsto dall’articolo 34 della Carta di Nizza. La povertà sembra essere una colpa, piuttosto che una responsabilità politica di chi sta gestendo la crisi amplificando la forbice delle disuguaglianze. Oggi la povertà è un fenomeno strutturale che colpisce soprattutto donne, giovani e migranti, a cui bisogna rispondere con misure di welfare strutturali. Il governo propone invece un Reddito di Inclusione fondato sull’esclusione e sull’assistenzialismo”.
La Rete dei numeri pari, che unisce realtà sociali impegnate in attività cooperativistiche solidaristiche e mutualistiche, è nata lo scorso anno per consolidare le esperienze fatte con la campagna ‘Miseria ladra’ avviata nel 2013 da Libera, Gruppo Abele, Sbilanciamoci!, Arci e Rete della Conoscenza. In una prima fase si è posta l’obiettivo di sollecitare drastiche misure sociali “per rendere illegale la povertà”, chiedendo all’UE di escludere dal Patto di stabilità la spesa sociale, in analogia con quanto deciso per le spese per la sicurezza e l’acquisto di armi a seguito degli attentati di Parigi. In una seconda fase si è concentrata soprattutto sul reddito minimo, nel 2015 con “100 giorni per un reddito di dignità”, e nel giugno 2017 con “mille piazze per il reddito di dignità”, accompagnandola con questa denuncia: “Nonostante la nostra Costituzione preveda l’obbligo di garantire la dignità umana attraverso politiche sociali e di sostegno al reddito adeguate, le misure messe in campo da governo e parlamento introducono una forma incostituzionale di ‘universalismo selettivo’ che divide ultimi e penultimi”.
In vista delle elezioni, la Rete, insieme con Libertà e Giustizia e Basic Income Network (BIN) ma senza Sbilanciamoci e ARCI, rilancia il reddito minimo, con l’obiettivo di sensibilizzare quel mondo cattolico, che, seppur sensibile ai valori del mutualismo, della solidarietà e della giustizia sociale e ambientale, è allo stesso tempo ancora fortemente intriso di un’etica lavorista. Enuncia i principi per una proposta di legge che dovrà riguardare coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia del 60 per cento del reddito mediano, con l’erogazione di un beneficio individuale in denaro che consenta a tutti i residenti sul territorio nazionale di raggiungere quella soglia, e che sia mantenuto fino a che la soglia non venga superata. Fin qui c’è una analogia con quanto proposto dal Reddito di cittadinanza del Movimento Cinque Stelle. Ma rispetto ad esso, come rispetto al Rei, che prevedevano per i beneficiari del reddito la sottomissione al lavoro coatto e ad altre forme di controllo, si realizza una rivoluzione copernicana, con la rimozione di tutte le forme di condizionalità, e la previsione, anzi, del sostegno ai molteplici percorsi individuali possibili.
I principi che devono informare la proposta di legge sono, in sintesi, i seguenti.
“Il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale, e chiunque deve poter disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità, a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”.
“Incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale può evitare la ricattabilità dei soggetti in difficoltà economica. In questo caso il concetto di ‘congruità dell’offerta di lavoro’, e non dunque di ‘obbligatorietà del lavoro purché sia’, può ben riferirsi alla necessità di valorizzare il soggetto beneficiario e di individuare tutti gli strumenti utili affinché l’integrazione al lavoro tenga conto delle sue esperienze, delle sue capacità e competenze e dunque a non generare comportamenti di vessazione e imposizione verso il beneficiario. Perché la causa di un’apparente esclusione dal mondo del lavoro può risiedere nella mancanza di sufficienti opportunità occupazionali dignitose piuttosto che nella mancanza di sforzi individuali”.
“Affiancare il Reddito Minimo o di Cittadinanza all’individuazione di un progetto di integrazione sociale individuale condiviso con il beneficiario che lo richiede”, tenendo conto che per alcuni destinatari “è uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta del proprio percorso di vita, per altri sono necessarie misure di reinserimento sociale, e per altri ancora è necessario attivare forme di promozione dell’occupazione”.
“Rafforzare i servizi e il sistema dei centri per l’impiego pubblici destinandoli a ‘centri per l’impiego ed i diritti’, ai quali potersi rivolgere per l’erogazione del Reddito Minimo o di Cittadinanza”, e per “individuare eventualmente ulteriori interventi specifici, come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari, compresi coloro che sono in formazione, così da garantire il diritto allo studio e, in particolare, per contrastare la dispersione scolastica e universitaria”.
Accanto al Reddito minimo la Rete manifesta altre esigenze: Sfratti zero; Livelli Essenziali di Assistenza senza discriminazioni regionali e locali; asili nido, prescolarità e diritto allo studio; spesa sociale fuori dal patto di stabilità.
Alla base di queste richieste c’è una denuncia. “L’intervento dello Stato, attraverso le sue articolazioni, non è riuscito a rispondere alle disuguaglianze sociali provocate dall’economia di mercato. Le politiche pubbliche non si sono rivelate all’altezza della ricerca di una nuova coesione e del rilancio di nuove forme di protagonismo sociale, non centrate sulla “dittatura del denaro”. Né sembrano riuscire a conciliare economia e rispetto dell’ambiente e conservazione della “madre terra”.
Riferendosi allo Stato, la denuncia non sembra accorgersi dei condizionamenti che subisce per la sua appartenenza all’Unione Europea. Non a caso tra le nuove adesioni la Rete conta anche Diem25. La proposta fa riferimento esplicito alle Risoluzioni del 2009 e 2010 del Parlamento Europeo, che configurano il Reddito minimo garantito “come diritto sociale fondamentale” e come “strumento di promozione di una società inclusiva”. Si tratterebbe di capire, nel momento di definire l’articolato della proposta di legge, se il richiamo alle Risoluzioni del Parlamento Europeo sia sufficiente a sostenere il principio della incondizionalità, in considerazione del fatto che il paradigma della flessicurezza sottopone gli schemi di reddito minimo al principio dell’attivazione al lavoro, facendone strumenti di integrazione salariale in favore delle imprese, e di controllo e di ricatto sui lavoratori. Si è avuto modo di dimostrare analizzando i casi della Germania e del Regno Unito, come il principio della condizionalità imponga oneri e sanzioni obbligando ad accettare lavori precari, con l’effetto perverso di riprodurre una popolazione fluttuante di lavoratori doppiamente ricattabili, dallo Stato e dai datori di lavoro1.
La Rete si limita a leggere le povertà come conseguenza dell’austerità, e propone rimedi che non intaccano l’austerità. Ha difficoltà a farlo perché vive nel grande spazio sociale che la governance europea produce come alibi per la sua propria esistenza.
Diversa è la prospettiva in cui si muovono altre due proposte di reddito minimo.
Nel programma di Potere al Popolo, “è previsto l’istituzione del reddito minimo garantito, contro l’esclusione sociale e la precarietà della vita, per persone disoccupate e precarie: un reddito che consenta di superare la soglia di povertà relativa, che sia a carattere personale ed erogato fino al superamento della condizione di disagio”. È una proposta di lotta alla povertà che rientra in un ampio e articolato programma che ha come capisaldi la difesa e il rilancio della Costituzione e la rottura dell’Unione Europea dei trattati. Va rilevato che nell’enunciazione c’è una paradossale limitazione dell’erogazione del reddito a favore di ‘persone disoccupate e precarie’, come se la condizione di povertà debba essere attestata dallo stato occupazionale. Si tratta di una assurda concessione al lavorismo, lo stesso contro cui si batte la Rete dei numeri pari. È ormai evidente che la povertà (di diritti, di tempo per sé e di reddito) investe pesantemente ogni tipo di lavoro, anche quello che nella contrattazione collettiva le confederazioni sindacali hanno smesso di tutelare.
L’Unione Sindacale di Base ha maturato l’esigenza di un reddito minimo a partire dalle lotte sociali. Dal momento che “la povertà materiale è l’effetto di un problema strutturale che origina dal modello di sviluppo sociale ed economico neoliberista imposto a tutti i paesi della UE”, il reddito minimo è uno strumento “per sottrarre donne e uomini al ricatto della precarietà che ormai attraversano tutto l’arco della vita” ridando dignità al lavoro. La piattaforma programmatica dell’USB sostiene il principio ‘nessun reddito da lavoro sotto la soglia del reddito minimo’, e questo diventa un vincolo oggettivo che qualifica il lavoro anche nell’ambito del Reddito minimo, accompagnandosi a quello soggettivo della sua congruità.
Ci sono analogie tra i principi dell’USB e quelli della Rete, a partire dal reddito incondizionato. “La libertà di autodeterminazione delle persone deve essere garantita anche nella scelta di accesso ad un progetto di inserimento sociale e lavorativo gestito esclusivamente dai servizi pubblici”. “I servizi sociali e i servizi pubblici per l’impiego, opportunamente rafforzati in termini di risorse umane, competenze e infrastrutture tecnologiche, in caso di richiesta da parte degli individui dovrebbero essere tenuti ad attivarsi nella costruzione di un progetto sociale personalizzato e nella ricerca di un impiego le cui congruità rispetto alle aspirazioni e competenze individuali è esclusiva prerogativa della persona interessata”.
USB e Rete propongono che il contributo monetario sia integrato da servizi. Anziché limitarsi agli ‘sfratti zero’ della Rete, USB sottolinea la necessaria complementarietà tra contributo economico e fruizione abitativa, prevedendo un sostegno indiretto al reddito attraverso l’accesso gratuito agli alloggi pubblici, anche con il pagamento dell’affitto e del mutuo.
Ambedue le proposte non puntano a soluzioni strabilianti. Il reddito, l’alloggio, i servizi, sono previsti da diversi altri sistemi europei di Reddito minimo. Che tuttavia producono pesanti ricadute sociali. La diversità qui consiste nella rimozione della condizionalità, che altrove serve per utilizzare i poveri come forza lavoro flessibile e fungibile, e i sussidi come sostegno indiretto alle imprese.
Note
1 Cfr. Commisso G. e Sivini G., Il reddito di cittadinanza: Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?, Asterios, 2017.
Fonte
La Rete dei numeri pari, che unisce realtà sociali impegnate in attività cooperativistiche solidaristiche e mutualistiche, è nata lo scorso anno per consolidare le esperienze fatte con la campagna ‘Miseria ladra’ avviata nel 2013 da Libera, Gruppo Abele, Sbilanciamoci!, Arci e Rete della Conoscenza. In una prima fase si è posta l’obiettivo di sollecitare drastiche misure sociali “per rendere illegale la povertà”, chiedendo all’UE di escludere dal Patto di stabilità la spesa sociale, in analogia con quanto deciso per le spese per la sicurezza e l’acquisto di armi a seguito degli attentati di Parigi. In una seconda fase si è concentrata soprattutto sul reddito minimo, nel 2015 con “100 giorni per un reddito di dignità”, e nel giugno 2017 con “mille piazze per il reddito di dignità”, accompagnandola con questa denuncia: “Nonostante la nostra Costituzione preveda l’obbligo di garantire la dignità umana attraverso politiche sociali e di sostegno al reddito adeguate, le misure messe in campo da governo e parlamento introducono una forma incostituzionale di ‘universalismo selettivo’ che divide ultimi e penultimi”.
In vista delle elezioni, la Rete, insieme con Libertà e Giustizia e Basic Income Network (BIN) ma senza Sbilanciamoci e ARCI, rilancia il reddito minimo, con l’obiettivo di sensibilizzare quel mondo cattolico, che, seppur sensibile ai valori del mutualismo, della solidarietà e della giustizia sociale e ambientale, è allo stesso tempo ancora fortemente intriso di un’etica lavorista. Enuncia i principi per una proposta di legge che dovrà riguardare coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia del 60 per cento del reddito mediano, con l’erogazione di un beneficio individuale in denaro che consenta a tutti i residenti sul territorio nazionale di raggiungere quella soglia, e che sia mantenuto fino a che la soglia non venga superata. Fin qui c’è una analogia con quanto proposto dal Reddito di cittadinanza del Movimento Cinque Stelle. Ma rispetto ad esso, come rispetto al Rei, che prevedevano per i beneficiari del reddito la sottomissione al lavoro coatto e ad altre forme di controllo, si realizza una rivoluzione copernicana, con la rimozione di tutte le forme di condizionalità, e la previsione, anzi, del sostegno ai molteplici percorsi individuali possibili.
I principi che devono informare la proposta di legge sono, in sintesi, i seguenti.
“Il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale, e chiunque deve poter disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità, a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”.
“Incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale può evitare la ricattabilità dei soggetti in difficoltà economica. In questo caso il concetto di ‘congruità dell’offerta di lavoro’, e non dunque di ‘obbligatorietà del lavoro purché sia’, può ben riferirsi alla necessità di valorizzare il soggetto beneficiario e di individuare tutti gli strumenti utili affinché l’integrazione al lavoro tenga conto delle sue esperienze, delle sue capacità e competenze e dunque a non generare comportamenti di vessazione e imposizione verso il beneficiario. Perché la causa di un’apparente esclusione dal mondo del lavoro può risiedere nella mancanza di sufficienti opportunità occupazionali dignitose piuttosto che nella mancanza di sforzi individuali”.
“Affiancare il Reddito Minimo o di Cittadinanza all’individuazione di un progetto di integrazione sociale individuale condiviso con il beneficiario che lo richiede”, tenendo conto che per alcuni destinatari “è uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta del proprio percorso di vita, per altri sono necessarie misure di reinserimento sociale, e per altri ancora è necessario attivare forme di promozione dell’occupazione”.
“Rafforzare i servizi e il sistema dei centri per l’impiego pubblici destinandoli a ‘centri per l’impiego ed i diritti’, ai quali potersi rivolgere per l’erogazione del Reddito Minimo o di Cittadinanza”, e per “individuare eventualmente ulteriori interventi specifici, come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari, compresi coloro che sono in formazione, così da garantire il diritto allo studio e, in particolare, per contrastare la dispersione scolastica e universitaria”.
Accanto al Reddito minimo la Rete manifesta altre esigenze: Sfratti zero; Livelli Essenziali di Assistenza senza discriminazioni regionali e locali; asili nido, prescolarità e diritto allo studio; spesa sociale fuori dal patto di stabilità.
Alla base di queste richieste c’è una denuncia. “L’intervento dello Stato, attraverso le sue articolazioni, non è riuscito a rispondere alle disuguaglianze sociali provocate dall’economia di mercato. Le politiche pubbliche non si sono rivelate all’altezza della ricerca di una nuova coesione e del rilancio di nuove forme di protagonismo sociale, non centrate sulla “dittatura del denaro”. Né sembrano riuscire a conciliare economia e rispetto dell’ambiente e conservazione della “madre terra”.
Riferendosi allo Stato, la denuncia non sembra accorgersi dei condizionamenti che subisce per la sua appartenenza all’Unione Europea. Non a caso tra le nuove adesioni la Rete conta anche Diem25. La proposta fa riferimento esplicito alle Risoluzioni del 2009 e 2010 del Parlamento Europeo, che configurano il Reddito minimo garantito “come diritto sociale fondamentale” e come “strumento di promozione di una società inclusiva”. Si tratterebbe di capire, nel momento di definire l’articolato della proposta di legge, se il richiamo alle Risoluzioni del Parlamento Europeo sia sufficiente a sostenere il principio della incondizionalità, in considerazione del fatto che il paradigma della flessicurezza sottopone gli schemi di reddito minimo al principio dell’attivazione al lavoro, facendone strumenti di integrazione salariale in favore delle imprese, e di controllo e di ricatto sui lavoratori. Si è avuto modo di dimostrare analizzando i casi della Germania e del Regno Unito, come il principio della condizionalità imponga oneri e sanzioni obbligando ad accettare lavori precari, con l’effetto perverso di riprodurre una popolazione fluttuante di lavoratori doppiamente ricattabili, dallo Stato e dai datori di lavoro1.
La Rete si limita a leggere le povertà come conseguenza dell’austerità, e propone rimedi che non intaccano l’austerità. Ha difficoltà a farlo perché vive nel grande spazio sociale che la governance europea produce come alibi per la sua propria esistenza.
Diversa è la prospettiva in cui si muovono altre due proposte di reddito minimo.
Nel programma di Potere al Popolo, “è previsto l’istituzione del reddito minimo garantito, contro l’esclusione sociale e la precarietà della vita, per persone disoccupate e precarie: un reddito che consenta di superare la soglia di povertà relativa, che sia a carattere personale ed erogato fino al superamento della condizione di disagio”. È una proposta di lotta alla povertà che rientra in un ampio e articolato programma che ha come capisaldi la difesa e il rilancio della Costituzione e la rottura dell’Unione Europea dei trattati. Va rilevato che nell’enunciazione c’è una paradossale limitazione dell’erogazione del reddito a favore di ‘persone disoccupate e precarie’, come se la condizione di povertà debba essere attestata dallo stato occupazionale. Si tratta di una assurda concessione al lavorismo, lo stesso contro cui si batte la Rete dei numeri pari. È ormai evidente che la povertà (di diritti, di tempo per sé e di reddito) investe pesantemente ogni tipo di lavoro, anche quello che nella contrattazione collettiva le confederazioni sindacali hanno smesso di tutelare.
L’Unione Sindacale di Base ha maturato l’esigenza di un reddito minimo a partire dalle lotte sociali. Dal momento che “la povertà materiale è l’effetto di un problema strutturale che origina dal modello di sviluppo sociale ed economico neoliberista imposto a tutti i paesi della UE”, il reddito minimo è uno strumento “per sottrarre donne e uomini al ricatto della precarietà che ormai attraversano tutto l’arco della vita” ridando dignità al lavoro. La piattaforma programmatica dell’USB sostiene il principio ‘nessun reddito da lavoro sotto la soglia del reddito minimo’, e questo diventa un vincolo oggettivo che qualifica il lavoro anche nell’ambito del Reddito minimo, accompagnandosi a quello soggettivo della sua congruità.
Ci sono analogie tra i principi dell’USB e quelli della Rete, a partire dal reddito incondizionato. “La libertà di autodeterminazione delle persone deve essere garantita anche nella scelta di accesso ad un progetto di inserimento sociale e lavorativo gestito esclusivamente dai servizi pubblici”. “I servizi sociali e i servizi pubblici per l’impiego, opportunamente rafforzati in termini di risorse umane, competenze e infrastrutture tecnologiche, in caso di richiesta da parte degli individui dovrebbero essere tenuti ad attivarsi nella costruzione di un progetto sociale personalizzato e nella ricerca di un impiego le cui congruità rispetto alle aspirazioni e competenze individuali è esclusiva prerogativa della persona interessata”.
USB e Rete propongono che il contributo monetario sia integrato da servizi. Anziché limitarsi agli ‘sfratti zero’ della Rete, USB sottolinea la necessaria complementarietà tra contributo economico e fruizione abitativa, prevedendo un sostegno indiretto al reddito attraverso l’accesso gratuito agli alloggi pubblici, anche con il pagamento dell’affitto e del mutuo.
Ambedue le proposte non puntano a soluzioni strabilianti. Il reddito, l’alloggio, i servizi, sono previsti da diversi altri sistemi europei di Reddito minimo. Che tuttavia producono pesanti ricadute sociali. La diversità qui consiste nella rimozione della condizionalità, che altrove serve per utilizzare i poveri come forza lavoro flessibile e fungibile, e i sussidi come sostegno indiretto alle imprese.
Note
1 Cfr. Commisso G. e Sivini G., Il reddito di cittadinanza: Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?, Asterios, 2017.
Fonte
19/02/2018
La presa in giro del “Reddito di inclusione”
Anche il Reddito di inclusione sociale contribuisce al crollo del PD, il quale subisce i contraccolpi delle aspettative di alcuni milioni di persone che da dicembre sperimentano le difficoltà di accesso ai sussidi e i ritardi nell’avvio dei pagamenti. Ma è soprattutto l’Alleanza contro la povertà – l’Armada messa in campo da 30 organizzazioni cattoliche del terzo settore con Cgil Cisl Uil – che è preoccupata, tanto da lanciare un appello alle forze politiche per assicurare un futuro alla riforma che ha sponsorizzato e gestito. Invita ad estendere la copertura dell’utenza e ad incrementare il contributo economico, beninteso “gradualmente, attraverso un percorso pluriennale compatibile con le esigenze del bilancio pubblico” (i poveri sono abituati ad aspettare, anche se – come attesta l’Istat – privi di beni e servizi essenziali). L’Alleanza si raccomanda soprattutto di “evitare la tentazione della ‘riforma della riforma’”. Chi può fomentare questa tentazione?
Ecco pronto il Rapporto sulla politica di bilancio 2018, appena pubblicato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, organismo costituito per legge nel 2014 in attuazione delle normative europee sulla nuova governance economica. Per missione l’Upb “contribuisce ad assicurare la trasparenza e l’affidabilità dei conti pubblici, al servizio del Parlamento e dei cittadini”.
Punti nodali del rapporto sono questi:
1. La povertà assoluta riguarda, secondo l’ISTAT, un milione 600 mila famiglie. Considerando le condizioni ristrette di ammissibilità fissate dal governo, al Rei avrà accesso solo il 43 per cento di esse. Un impatto, rileva l’Upb, “ancora insufficiente a superare il fenomeno”.
2. “La soglia di reddito cui si perviene grazie all’integrazione [da 187,5 euro per un componente a 534 per cinque e più] non sembra tale da consentire la fuoriuscita dalla condizione di povertà assoluta e quindi tale da ridurre il numero di nuclei poveri, mentre interviene ad alleviare il disagio”.
3. Il sostegno durerà al massimo 18 mesi e potrà essere eventualmente rinnovato per 12 mesi dopo 6 mesi di intervallo. L’Upb valuta negativamente “la durata limitata, anche in caso di permanenza dei requisiti e dei bisogni”.
4. Per il Rei il governo ha stanziato 2059 milioni per il 2018, 2545 per il 2019, 2745 per il 2020, e 2745 per il 2021. Se lo stanziamento viene assorbito dalla prima tornata di famiglie richiedenti (che riceveranno il sussidio per 18 mesi), non ci sarà quasi più disponibilità finanziaria fino al luglio 2019. Problemi analoghi si porranno successivamente. L’Upb evidenzia la gravità di una situazione di questo tipo, rilevando che in caso di esaurimento delle risorse, il governo ha previsto di rimodulare il beneficio, anche per coloro che già sono percettori, e, nell’attesa, di sospendere l’erogazione e l’accettazione di nuove domande. “Il ridimensionamento del beneficio economico determinerebbe un diverso trattamento di soggetti con uguali caratteristiche socioeconomiche che sono stati ammessi in momenti diversi”.
Esiste infine per l’Upb una contraddizione di fondo: “Se da lato il Rei andrà a costituire un livello essenziale delle prestazioni (LEP) ai sensi dell’art. 117 della Costituzione, dall’altro si tratterà di un LEP vincolato alle risorse disponibili”.
Sono osservazioni che minano la riforma alle radici. Corrispondono puntualmente alle critiche che da tempo avevamo avanzato al Rei:
1. E’ stato adottato un approccio che, seguendo le indicazioni dell’Alleanza contro la povertà, stratifica la povertà secondo il principio ‘di dare prima a chi sta peggio’ o, come si legge nel suo progetto, “detto altrimenti si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po meno peggio’ sino a rivolgersi dal quarto anno a chiunque sperimenti la povertà assoluta”.
2. In relativa costanza degli stanziamenti di bilancio, la disponibilità di spesa per far fronte alle nuove domande sarà progressivamente ridotta. Tenendo conto che il sussidio viene erogato per 18 mesi, quasi metà dei 2,5 miliardi del 2019 saranno già stati impegnati per coprire le famiglie entrate nel Rei in questa tornata. E’ così di seguito per gli anni successivi.
3. L’erogazione del sussidio è condizionato alla sottomissione dell’intera famiglia beneficiaria sia al lavoro coatto (i maggiorenni abili al lavoro) sia all’assolvimento di obblighi decisi dai servizi sociali relativi ai comportamenti personali, familiari e sociali, prescrivendo che, se anche uno solo dei componenti non si attiva, all’intera famiglia viene ridotto e persino tolto il sussidio.
4. L’intervento non ha un impatto strutturale. Il sussidio viene erogato per 18 mesi, rinnovato – forse – per altri 12 ma con un intervallo di 6 mesi durante il quale le famiglie devono arrangiarsi.
5. Il sostegno economico è irrisorio e per metà vincolato alla carta di credito. Oggi la stessa Alleanza contro la povertà lo considera insufficiente per superare anche solo temporaneamente la soglia della povertà assoluta: circa 177 euro col Rei rispetto a 316 euro necessari per una persona, 244 contro 373 per due, 282 rispetto a 382 per tre, 327 contro 454 quattro, 330 invece di 710 per cinque e più.
Il Rei è espressione di un associazionismo cattolico con esperienze di assistenza caritatevole e di un sindacalismo collaborativo che porta all’interno delle istituzioni una logica di assistenza minimale, accomodante circa gli investimenti finanziari. “Non punta ad altro che a mitigare temporaneamente con i sussidi gli effetti della povertà estrema, disciplinando ogni famiglia ad esercitare la buona cittadinanza entro le condizioni date di emarginazione sociale. Lavora non contro la povertà ma nella povertà”1.
Sul piano dei principi, infine, il Rei va affondato. Il perché lo indica Elena Granaglia in un articolo, che Sbilanciamnoci.info subdolamente titola ‘Il Rei è un passo avanti ma molto resta da fare’(25 gennaio 2018): “Il reddito è de facto posto fuori dai diritti fondamentali. Diventa la contropartita di un comportamento, questione di do ut des. I diritti fondamentali, invece, rappresentano uno status di non contrattabilità, a prescindere dai comportamenti. L’obbligo riflette, altresì, una visione del povero come cittadino di seconda classe, che va obbligato a lavorare (a differenza di “noi”), nella sottovalutazione delle responsabilità sociali nella creazione della povertà, riguardino esse l’uguaglianza di opportunità intergenerazionale e/o la disponibilità di lavoro decente”.
1 Commisso G., Sivini G., Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?, Trieste, Asterios, 2017.
Fonte
Ecco pronto il Rapporto sulla politica di bilancio 2018, appena pubblicato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, organismo costituito per legge nel 2014 in attuazione delle normative europee sulla nuova governance economica. Per missione l’Upb “contribuisce ad assicurare la trasparenza e l’affidabilità dei conti pubblici, al servizio del Parlamento e dei cittadini”.
Punti nodali del rapporto sono questi:
1. La povertà assoluta riguarda, secondo l’ISTAT, un milione 600 mila famiglie. Considerando le condizioni ristrette di ammissibilità fissate dal governo, al Rei avrà accesso solo il 43 per cento di esse. Un impatto, rileva l’Upb, “ancora insufficiente a superare il fenomeno”.
2. “La soglia di reddito cui si perviene grazie all’integrazione [da 187,5 euro per un componente a 534 per cinque e più] non sembra tale da consentire la fuoriuscita dalla condizione di povertà assoluta e quindi tale da ridurre il numero di nuclei poveri, mentre interviene ad alleviare il disagio”.
3. Il sostegno durerà al massimo 18 mesi e potrà essere eventualmente rinnovato per 12 mesi dopo 6 mesi di intervallo. L’Upb valuta negativamente “la durata limitata, anche in caso di permanenza dei requisiti e dei bisogni”.
4. Per il Rei il governo ha stanziato 2059 milioni per il 2018, 2545 per il 2019, 2745 per il 2020, e 2745 per il 2021. Se lo stanziamento viene assorbito dalla prima tornata di famiglie richiedenti (che riceveranno il sussidio per 18 mesi), non ci sarà quasi più disponibilità finanziaria fino al luglio 2019. Problemi analoghi si porranno successivamente. L’Upb evidenzia la gravità di una situazione di questo tipo, rilevando che in caso di esaurimento delle risorse, il governo ha previsto di rimodulare il beneficio, anche per coloro che già sono percettori, e, nell’attesa, di sospendere l’erogazione e l’accettazione di nuove domande. “Il ridimensionamento del beneficio economico determinerebbe un diverso trattamento di soggetti con uguali caratteristiche socioeconomiche che sono stati ammessi in momenti diversi”.
Esiste infine per l’Upb una contraddizione di fondo: “Se da lato il Rei andrà a costituire un livello essenziale delle prestazioni (LEP) ai sensi dell’art. 117 della Costituzione, dall’altro si tratterà di un LEP vincolato alle risorse disponibili”.
Sono osservazioni che minano la riforma alle radici. Corrispondono puntualmente alle critiche che da tempo avevamo avanzato al Rei:
1. E’ stato adottato un approccio che, seguendo le indicazioni dell’Alleanza contro la povertà, stratifica la povertà secondo il principio ‘di dare prima a chi sta peggio’ o, come si legge nel suo progetto, “detto altrimenti si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po meno peggio’ sino a rivolgersi dal quarto anno a chiunque sperimenti la povertà assoluta”.
2. In relativa costanza degli stanziamenti di bilancio, la disponibilità di spesa per far fronte alle nuove domande sarà progressivamente ridotta. Tenendo conto che il sussidio viene erogato per 18 mesi, quasi metà dei 2,5 miliardi del 2019 saranno già stati impegnati per coprire le famiglie entrate nel Rei in questa tornata. E’ così di seguito per gli anni successivi.
3. L’erogazione del sussidio è condizionato alla sottomissione dell’intera famiglia beneficiaria sia al lavoro coatto (i maggiorenni abili al lavoro) sia all’assolvimento di obblighi decisi dai servizi sociali relativi ai comportamenti personali, familiari e sociali, prescrivendo che, se anche uno solo dei componenti non si attiva, all’intera famiglia viene ridotto e persino tolto il sussidio.
4. L’intervento non ha un impatto strutturale. Il sussidio viene erogato per 18 mesi, rinnovato – forse – per altri 12 ma con un intervallo di 6 mesi durante il quale le famiglie devono arrangiarsi.
5. Il sostegno economico è irrisorio e per metà vincolato alla carta di credito. Oggi la stessa Alleanza contro la povertà lo considera insufficiente per superare anche solo temporaneamente la soglia della povertà assoluta: circa 177 euro col Rei rispetto a 316 euro necessari per una persona, 244 contro 373 per due, 282 rispetto a 382 per tre, 327 contro 454 quattro, 330 invece di 710 per cinque e più.
Il Rei è espressione di un associazionismo cattolico con esperienze di assistenza caritatevole e di un sindacalismo collaborativo che porta all’interno delle istituzioni una logica di assistenza minimale, accomodante circa gli investimenti finanziari. “Non punta ad altro che a mitigare temporaneamente con i sussidi gli effetti della povertà estrema, disciplinando ogni famiglia ad esercitare la buona cittadinanza entro le condizioni date di emarginazione sociale. Lavora non contro la povertà ma nella povertà”1.
Sul piano dei principi, infine, il Rei va affondato. Il perché lo indica Elena Granaglia in un articolo, che Sbilanciamnoci.info subdolamente titola ‘Il Rei è un passo avanti ma molto resta da fare’(25 gennaio 2018): “Il reddito è de facto posto fuori dai diritti fondamentali. Diventa la contropartita di un comportamento, questione di do ut des. I diritti fondamentali, invece, rappresentano uno status di non contrattabilità, a prescindere dai comportamenti. L’obbligo riflette, altresì, una visione del povero come cittadino di seconda classe, che va obbligato a lavorare (a differenza di “noi”), nella sottovalutazione delle responsabilità sociali nella creazione della povertà, riguardino esse l’uguaglianza di opportunità intergenerazionale e/o la disponibilità di lavoro decente”.
1 Commisso G., Sivini G., Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?, Trieste, Asterios, 2017.
Fonte
03/01/2018
Il lavoro coatto. Uno scenario coercitivo contro i poveri. Intervista a Giuliana Commisso
Giuliana Commisso* è una docente dell’Università della Calabria. Recentemente, insieme a Giordano Sivini, ha pubblicato il libro “Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?” per le edizioni Asterios. Alcune settimane fa abbiamo intervistato Giordano Sivini, oggi torniamo con una intervista con Giuliana Commisso sul tema della povertà e del carattere coercitivo delle misure messe in campo da governo e Ue per “contrastarla”.
Nel libro vengono analizzate le diverse misure a livello europeo contro la povertà. C’è il modello liberista britannico (quello restituitoci dal film di Ken Loach “Io sono Daniel Blake"), quello ordoliberista tedesco (il famigerato modello Hartz), infine c’è questa variante italiana a metà tra assistenza e patto di servizio obbligatorio tra beneficiari e istituzioni. Dove si somigliano e dove si differenziano questi modelli?
Nella spiegazione della disoccupazione si è passati nell’arco di pochi decenni dalla prevalenza delle cause strutturali a quella delle responsabilità individuali. Per il neoliberalismo, sia nella versione tedesca che in quella anglosassone, “i sussidi non legati al lavoro sono troppo generosi e sostengono una cultura della dipendenza”.
In Germania, il discorso sulla disoccupazione come “comportamento antisociale” piuttosto che come fallimento del mercato, è diventato egemone grazie alle riforme del welfare varate dal governo Schroeder, nel quadro dell’Agenda 2010. In linea con Blair, il socialdemocratico Schroeder ha legato il problema della disoccupazione alla mancanza di flessibilità nell’offerta di lavoro, alla crescita salariale più alta della produttività, a sussidi troppo elevati che non incentivavano il rientro nel lavoro.
Questo armamentario retorico si è tradotto, a livello di opinione pubblica, nel luogo comune secondo cui “chi vuole lavoro lo trova”; a livello normativo, nel principio della condizionalità, che informa tutte le misure di sostegno al reddito che abbiamo esaminato. La condizionalità ignora le cause da cui origina l’emarginazione, impone oneri e sanzioni ai beneficiari del sussidio con effetti che si riflettono sui famigliari, spinge ad accettare lavori precari e scarsamente retribuiti, andando contro le normative che regolavano il mercato del lavoro e le posizioni dei lavoratori rispetto ai datori di lavoro.
Il punto di convergenza delle misure varate nel Regno unito, in Germania e ora in Italia è l’attivazione al lavoro e l’assunzione che i disoccupati siano persone passive da obbligare ad attivarsi.
In Germania, i posti di lavoro marginali e precari, che sono stati implementati con le riforme Hartz, fanno concorrenza alle occupazioni considerate ancora regolari e ne abbattono il costo. Non si è ancora realizzato il lavoro coatto senza salario come nel Regno unito, ma in ogni caso si è sdoganata una forma di lavoro servile: lavoro a buon prezzo a cui ciascuno deve obbligarsi come condizione legale della sua propria esistenza. Il Reddito di Inclusione Sociale appena varato in Italia affronta solo gli aspetti più gravi dell’emarginazione, e fa restare i poveri nella povertà dopo averli costretti al lavoro coatto.
Nel libro si indica un approccio alle misure contro la povertà di tipo coercitivo verso i poveri, parlate addirittura di “lavoro coatto” con una immagine che rimanda a modelli ottocenteschi o alla lugubre scritta sul cancello di Auschwitz “Il lavoro rende liberi”. Come siete giunti ad una conclusione così drammatica?
In Gran Bretagna, chi non cerca attivamente lavoro e non dimostra che lo sta facendo incorre in sanzioni che variano da un mese a tre anni di sospensione del sussidio, a seconda della gravità della trasgressione e del numero di volte in cui si verifica. La condizionalità dei sussidi e le modalità di erogazione delle sanzioni hanno portato alla formazione di un sistema penale parallelo: le decisioni di bloccare i pagamenti sono prese in segreto dai funzionari, in assenza degli interessanti, i quali non sono neppure legalmente rappresentati. Chi si appella viene ascoltato solo dopo che la sanzione è stata applicata. I sussidi che i beneficiari ottengono a fronte del lavoro che obbligatoriamente devono fare sono tra un terzo e un quarto del minimo salariale, nel rapporto con il datore di lavoro non hanno protezione e se si dimettono incorrono in sanzioni.
In Germania, le famigerate riforme Hartz, che hanno introdotto il reddito minimo condizionato allo svolgimento di attività lavorative, hanno creato normativamente occasioni di lavoro che ampliano il precariato. L’obiettivo era flessibilizzare gli strati medio bassi del lavoro, contando sul fatto che il sussidio avrebbe abbassato i salari individuali fin sotto il livello della sussistenza. L’obbligatorietà di inserimento nell’attività lavorativa è stata facilitata dall’implementazione dei midi e mini jobs, che prevedono rispettivamente una remunerazione massima di 850 e 450 euro lordi mensili, oltre che degli ein-euro jobs, la cui paga oraria varia da 1 a 2,50 euro, per attività di pubblica utilità che servono a dimostrare la disponibilità del beneficiario all’inserimento. I mini jobs sono sette milioni e mezzo e costituiscono l’unica fonte di lavoro salariato per oltre quattro milioni e mezzo di persone. L’effetto della riforma è l’ampliamento senza precedenti del settore occupazionale a bassa retribuzione e l’incremento dei working poors. La paura di perdere il posto è cresciuta e i lavoratori si tengono stretti anche gli impieghi più desolanti. La paura di Hartz IV e della conseguente povertà e stigmatizzazione sociale sono più forti anche del meno dignitoso dei lavori.
Nel libro smonti categoricamente l’ipotesi dominante a livello europeo della flexsecurity. Che rapporto c’è tra questa e l’aumento dei working poors?
Con la revisione della strategia di Lisbona del 2005, la governance dell’Unione Europea si è concentrata sulla flexisecurity, che, nel quadro dell’Economia sociale di mercato altamente competitiva, subordina le politiche sociali alle politiche di attivazione al lavoro. L’obiettivo è abbassare il costo del lavoro e renderlo mobile e flessibile alle necessità delle imprese, come condizione necessaria per ripristinare la posizione competitiva degli Stati. Il concetto di flexisecurity fa convergere occupazione e disoccupazione nella formula dell’occupabilità del lavoratore, la cui responsabilità è acquisire, accumulare e investire il proprio “capitale umano” per tutto il corso della vita. Il disoccupato è considerato un ‘lavoratore in transito’, su e giù per la scala salariale, da un’attività a un’altra, da un mercato del lavoro all’altro. Le politiche sociali devono fornire alle imprese lavoratori adatti alle loro esigenze.
Cultura imprenditoriale, personalizzazione dei percorsi, logiche di progetto, enfasi sull’auto-attivazione nel lavoro e nella sua ricerca sono parte integrante di un ordine del discorso e di una logica di intervento che mirano a far interiorizzare a individui, gruppi e popolazioni, la precarietà lavorativa come condizione normale di esistenza.
La matrice ideologica della flexisecurity, come principio cardine della politica sociale europea, è rinvenibile nell’ordoliberalismo. Per gli ordoliberali la povertà non ha carattere materiale ma deriva dalla mancanza di iniziativa dei lavoratori proletarizzati; è una povertà di aspirazione, un’incapacità morale di provvedere a se stessi, che determina e aggrava le condizioni della loro povertà. “Invece di aiutare se stessi e gli altri a far fronte agli shock economici, i poveri che rimangono inetti sovvertono i sentimenti morali indispensabili al sistema della libertà” (Röpke). Chi non riesce a dimostrare tali capacità non è semplicemente disoccupato, ma è inoccupabile, quindi inadatto alla società.
Da tali presupposti deriva la de-socializzazione del diritto di assistenza e la sua concomitante contrattualizzazione individuale. L’obiettivo, antitetico e sostitutivo del welfare, che viene perseguito dalla governance europea mediante la flexisecurity, è piegare al lavoro coatto e/o servile coloro che si trovano in condizioni di povertà. Come ho detto in precedenza, in Germania la povertà è stata creata per "legge”, con Hartz IV. Il salario non è sufficiente per vivere, e rende necessaria l’integrazione pubblica. Questa è la condizione della massa degli Aufstocker, 1,3 milioni, continuamente riprodotta attraverso i jobcenter. Dunque, lavorano tutti o quasi, ma quella che nel 2005 era una massa disoccupata ora è una massa di working poors. Il loro numero è aumentato costantemente, mentre per lo stesso lavoro il guadagno diminuisce. Il 40 per cento dei lavoratori dipendenti riceveva nel 2015 un salario reale inferiore a quello di metà anni ’90. Da recenti indagini di associazioni sociali, richiamate anche da un recente articolo su questo quotidiano, emerge che circa 13 milioni di cittadini tedeschi vivono al livello di sussistenza. (Cfr. F. Poggi, La ricca Germania dei senzatetto e dei minijob)
L’automazione nella produzione inevitabilmente avrà un impatto su quella che chiamano la disoccupazione tecnologica. Quali misure andrebbero adottate per evitare che alla già precaria situazione si aggiungano nuovi disoccupati? È sufficiente operare sul fronte del reddito?
Gartner, una società statunitense di consulenza e di analisi nel campo della tecnologia, ha recentemente rilevato che nel 2021 l’intelligenza artificiale genererà 2,9 trilioni di dollari e farà risparmiare 6,2 miliardi di ore di lavoro. Questi dati evidenziano che siamo alla vigilia di una grande espulsione del lavoro umano dai processi produttivi.
Alla progressiva riduzione del lavoro complessivamente necessario alla riproduzione della società si contrappone la massima intensificazione dello sfruttamento per quella ridotta parte di forza lavoro che viene effettivamente impiegata. Questa contraddizione ha una portata senza precedenti e i suoi effetti degenerativi sono sotto gli occhi di tutti: una minoranza si è enormemente arricchita a scapito della stragrande maggioranza, che si è invece impoverita a vari livelli: passando dal ceto medio alla povertà, dalla povertà alla miseria, dalla miseria all’impossibilità di sopravvivere.
Le proposte sul terreno sono due, spesso date in contrapposizione: la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e il reddito universale incondizionato.
La proposta della riduzione del tempo di lavoro a parità di salario, condivisibile, è stata centrale nel dibattito negli anni Ottanta e Novanta del Novecento ma ha perso di centralità nel dibattito attuale. Mi chiedo se ciò non scaturisca dalla difficoltà di misurarsi con filiere produttive di valore che non obbediscono più al richiamo degli stati-nazione e in cui il salario, diretto o differito, è sempre più eroso. Non si tratta semplicemente dello smantellamento dello Stato sociale, o dell’arretramento dello Stato dalla funzione di mediazione del conflitto tra capitale e lavoro. Siamo dentro un dispositivo generale della governamentalità che, come ho cercato di argomentare nelle risposte precedenti, ridetermina le forme dello Stato e del sociale come proiezioni in superficie dell’economia imprenditoriale globalizzata. La proposta deve misurarsi con le diverse articolazioni di questo dispositivo. Può essere avanzata sul terreno del rapporto tra capitale e lavoro, ma a condizione di rompere definitivamente la gabbia concettuale del lavorismo, secondo cui l’emancipazione sociale può avvenire solo attraverso il lavoro salariato, entro i cui limiti battersi per l’espansione dei diritti.
D’altra parte, la proposta del reddito, come misura da corrispondere a ciascun individuo e sganciata dal lavoro, è oggi usata dai governi neoliberali di ogni latitudine come strumento per liquidare definitivamente i sistemi di protezione sociale e le tutele del lavoro conquistati attraverso le lotte. Al di fuori e contro questa ambiguità, è necessario porre l’affermazione di misure strutturali per la redistribuzione della ricchezza come terreno di lotta e di pratiche sociali che anche sui luoghi di lavoro rifiutano i ricatti e si battono per i diritti di esistenza, diritti che non sono più sostenibili nelle traiettorie di sviluppo e di crescita del capitalismo. È evidente la possibilità della riduzione del tempo individuale di lavoro al minimo necessario e questa evidenza chiama in causa l’esistenza o meno di una soggettività che si propone il superamento del modo di produzione capitalistico e che assuma questo mondo, e non quello del secolo scorso, come terreno di lotta per una trasformazione radicale dei rapporti sociali di produzione.
Dunque, oltre a tentare di capire come operare empiricamente, c’è da porsi il problema teorico e politico che Francesco Piccioni ha posto ricordando che: “Non si può evitare di sottolineare come il massimo di tensione mai registrata tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione corrisponda al punto forse più basso fatto segnare dalla soggettività rivoluzionaria da un secolo a questa parte. Un problema teorico, certo, ma anche decisamente politico. Perché se non c’è chi prende in mano la situazione, c’è solo la degenerazione...” (F. Piccioni, 100 anni dopo. Ascesa e crisi del movimento comunista internazionale nel ‘900)
* Giuliana Commisso è autrice tra gli altri di La genealogia della governance. Dal liberalismo all’economia sociale di mercato e di Soggettività al lavoro. Operai italiani e inglesi nel post-fordismo
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Nel libro vengono analizzate le diverse misure a livello europeo contro la povertà. C’è il modello liberista britannico (quello restituitoci dal film di Ken Loach “Io sono Daniel Blake"), quello ordoliberista tedesco (il famigerato modello Hartz), infine c’è questa variante italiana a metà tra assistenza e patto di servizio obbligatorio tra beneficiari e istituzioni. Dove si somigliano e dove si differenziano questi modelli?
Nella spiegazione della disoccupazione si è passati nell’arco di pochi decenni dalla prevalenza delle cause strutturali a quella delle responsabilità individuali. Per il neoliberalismo, sia nella versione tedesca che in quella anglosassone, “i sussidi non legati al lavoro sono troppo generosi e sostengono una cultura della dipendenza”.
In Germania, il discorso sulla disoccupazione come “comportamento antisociale” piuttosto che come fallimento del mercato, è diventato egemone grazie alle riforme del welfare varate dal governo Schroeder, nel quadro dell’Agenda 2010. In linea con Blair, il socialdemocratico Schroeder ha legato il problema della disoccupazione alla mancanza di flessibilità nell’offerta di lavoro, alla crescita salariale più alta della produttività, a sussidi troppo elevati che non incentivavano il rientro nel lavoro.
Questo armamentario retorico si è tradotto, a livello di opinione pubblica, nel luogo comune secondo cui “chi vuole lavoro lo trova”; a livello normativo, nel principio della condizionalità, che informa tutte le misure di sostegno al reddito che abbiamo esaminato. La condizionalità ignora le cause da cui origina l’emarginazione, impone oneri e sanzioni ai beneficiari del sussidio con effetti che si riflettono sui famigliari, spinge ad accettare lavori precari e scarsamente retribuiti, andando contro le normative che regolavano il mercato del lavoro e le posizioni dei lavoratori rispetto ai datori di lavoro.
Il punto di convergenza delle misure varate nel Regno unito, in Germania e ora in Italia è l’attivazione al lavoro e l’assunzione che i disoccupati siano persone passive da obbligare ad attivarsi.
In Germania, i posti di lavoro marginali e precari, che sono stati implementati con le riforme Hartz, fanno concorrenza alle occupazioni considerate ancora regolari e ne abbattono il costo. Non si è ancora realizzato il lavoro coatto senza salario come nel Regno unito, ma in ogni caso si è sdoganata una forma di lavoro servile: lavoro a buon prezzo a cui ciascuno deve obbligarsi come condizione legale della sua propria esistenza. Il Reddito di Inclusione Sociale appena varato in Italia affronta solo gli aspetti più gravi dell’emarginazione, e fa restare i poveri nella povertà dopo averli costretti al lavoro coatto.
Nel libro si indica un approccio alle misure contro la povertà di tipo coercitivo verso i poveri, parlate addirittura di “lavoro coatto” con una immagine che rimanda a modelli ottocenteschi o alla lugubre scritta sul cancello di Auschwitz “Il lavoro rende liberi”. Come siete giunti ad una conclusione così drammatica?
In Gran Bretagna, chi non cerca attivamente lavoro e non dimostra che lo sta facendo incorre in sanzioni che variano da un mese a tre anni di sospensione del sussidio, a seconda della gravità della trasgressione e del numero di volte in cui si verifica. La condizionalità dei sussidi e le modalità di erogazione delle sanzioni hanno portato alla formazione di un sistema penale parallelo: le decisioni di bloccare i pagamenti sono prese in segreto dai funzionari, in assenza degli interessanti, i quali non sono neppure legalmente rappresentati. Chi si appella viene ascoltato solo dopo che la sanzione è stata applicata. I sussidi che i beneficiari ottengono a fronte del lavoro che obbligatoriamente devono fare sono tra un terzo e un quarto del minimo salariale, nel rapporto con il datore di lavoro non hanno protezione e se si dimettono incorrono in sanzioni.
In Germania, le famigerate riforme Hartz, che hanno introdotto il reddito minimo condizionato allo svolgimento di attività lavorative, hanno creato normativamente occasioni di lavoro che ampliano il precariato. L’obiettivo era flessibilizzare gli strati medio bassi del lavoro, contando sul fatto che il sussidio avrebbe abbassato i salari individuali fin sotto il livello della sussistenza. L’obbligatorietà di inserimento nell’attività lavorativa è stata facilitata dall’implementazione dei midi e mini jobs, che prevedono rispettivamente una remunerazione massima di 850 e 450 euro lordi mensili, oltre che degli ein-euro jobs, la cui paga oraria varia da 1 a 2,50 euro, per attività di pubblica utilità che servono a dimostrare la disponibilità del beneficiario all’inserimento. I mini jobs sono sette milioni e mezzo e costituiscono l’unica fonte di lavoro salariato per oltre quattro milioni e mezzo di persone. L’effetto della riforma è l’ampliamento senza precedenti del settore occupazionale a bassa retribuzione e l’incremento dei working poors. La paura di perdere il posto è cresciuta e i lavoratori si tengono stretti anche gli impieghi più desolanti. La paura di Hartz IV e della conseguente povertà e stigmatizzazione sociale sono più forti anche del meno dignitoso dei lavori.
Nel libro smonti categoricamente l’ipotesi dominante a livello europeo della flexsecurity. Che rapporto c’è tra questa e l’aumento dei working poors?
Con la revisione della strategia di Lisbona del 2005, la governance dell’Unione Europea si è concentrata sulla flexisecurity, che, nel quadro dell’Economia sociale di mercato altamente competitiva, subordina le politiche sociali alle politiche di attivazione al lavoro. L’obiettivo è abbassare il costo del lavoro e renderlo mobile e flessibile alle necessità delle imprese, come condizione necessaria per ripristinare la posizione competitiva degli Stati. Il concetto di flexisecurity fa convergere occupazione e disoccupazione nella formula dell’occupabilità del lavoratore, la cui responsabilità è acquisire, accumulare e investire il proprio “capitale umano” per tutto il corso della vita. Il disoccupato è considerato un ‘lavoratore in transito’, su e giù per la scala salariale, da un’attività a un’altra, da un mercato del lavoro all’altro. Le politiche sociali devono fornire alle imprese lavoratori adatti alle loro esigenze.
Cultura imprenditoriale, personalizzazione dei percorsi, logiche di progetto, enfasi sull’auto-attivazione nel lavoro e nella sua ricerca sono parte integrante di un ordine del discorso e di una logica di intervento che mirano a far interiorizzare a individui, gruppi e popolazioni, la precarietà lavorativa come condizione normale di esistenza.
La matrice ideologica della flexisecurity, come principio cardine della politica sociale europea, è rinvenibile nell’ordoliberalismo. Per gli ordoliberali la povertà non ha carattere materiale ma deriva dalla mancanza di iniziativa dei lavoratori proletarizzati; è una povertà di aspirazione, un’incapacità morale di provvedere a se stessi, che determina e aggrava le condizioni della loro povertà. “Invece di aiutare se stessi e gli altri a far fronte agli shock economici, i poveri che rimangono inetti sovvertono i sentimenti morali indispensabili al sistema della libertà” (Röpke). Chi non riesce a dimostrare tali capacità non è semplicemente disoccupato, ma è inoccupabile, quindi inadatto alla società.
Da tali presupposti deriva la de-socializzazione del diritto di assistenza e la sua concomitante contrattualizzazione individuale. L’obiettivo, antitetico e sostitutivo del welfare, che viene perseguito dalla governance europea mediante la flexisecurity, è piegare al lavoro coatto e/o servile coloro che si trovano in condizioni di povertà. Come ho detto in precedenza, in Germania la povertà è stata creata per "legge”, con Hartz IV. Il salario non è sufficiente per vivere, e rende necessaria l’integrazione pubblica. Questa è la condizione della massa degli Aufstocker, 1,3 milioni, continuamente riprodotta attraverso i jobcenter. Dunque, lavorano tutti o quasi, ma quella che nel 2005 era una massa disoccupata ora è una massa di working poors. Il loro numero è aumentato costantemente, mentre per lo stesso lavoro il guadagno diminuisce. Il 40 per cento dei lavoratori dipendenti riceveva nel 2015 un salario reale inferiore a quello di metà anni ’90. Da recenti indagini di associazioni sociali, richiamate anche da un recente articolo su questo quotidiano, emerge che circa 13 milioni di cittadini tedeschi vivono al livello di sussistenza. (Cfr. F. Poggi, La ricca Germania dei senzatetto e dei minijob)
L’automazione nella produzione inevitabilmente avrà un impatto su quella che chiamano la disoccupazione tecnologica. Quali misure andrebbero adottate per evitare che alla già precaria situazione si aggiungano nuovi disoccupati? È sufficiente operare sul fronte del reddito?
Gartner, una società statunitense di consulenza e di analisi nel campo della tecnologia, ha recentemente rilevato che nel 2021 l’intelligenza artificiale genererà 2,9 trilioni di dollari e farà risparmiare 6,2 miliardi di ore di lavoro. Questi dati evidenziano che siamo alla vigilia di una grande espulsione del lavoro umano dai processi produttivi.
Alla progressiva riduzione del lavoro complessivamente necessario alla riproduzione della società si contrappone la massima intensificazione dello sfruttamento per quella ridotta parte di forza lavoro che viene effettivamente impiegata. Questa contraddizione ha una portata senza precedenti e i suoi effetti degenerativi sono sotto gli occhi di tutti: una minoranza si è enormemente arricchita a scapito della stragrande maggioranza, che si è invece impoverita a vari livelli: passando dal ceto medio alla povertà, dalla povertà alla miseria, dalla miseria all’impossibilità di sopravvivere.
Le proposte sul terreno sono due, spesso date in contrapposizione: la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e il reddito universale incondizionato.
La proposta della riduzione del tempo di lavoro a parità di salario, condivisibile, è stata centrale nel dibattito negli anni Ottanta e Novanta del Novecento ma ha perso di centralità nel dibattito attuale. Mi chiedo se ciò non scaturisca dalla difficoltà di misurarsi con filiere produttive di valore che non obbediscono più al richiamo degli stati-nazione e in cui il salario, diretto o differito, è sempre più eroso. Non si tratta semplicemente dello smantellamento dello Stato sociale, o dell’arretramento dello Stato dalla funzione di mediazione del conflitto tra capitale e lavoro. Siamo dentro un dispositivo generale della governamentalità che, come ho cercato di argomentare nelle risposte precedenti, ridetermina le forme dello Stato e del sociale come proiezioni in superficie dell’economia imprenditoriale globalizzata. La proposta deve misurarsi con le diverse articolazioni di questo dispositivo. Può essere avanzata sul terreno del rapporto tra capitale e lavoro, ma a condizione di rompere definitivamente la gabbia concettuale del lavorismo, secondo cui l’emancipazione sociale può avvenire solo attraverso il lavoro salariato, entro i cui limiti battersi per l’espansione dei diritti.
D’altra parte, la proposta del reddito, come misura da corrispondere a ciascun individuo e sganciata dal lavoro, è oggi usata dai governi neoliberali di ogni latitudine come strumento per liquidare definitivamente i sistemi di protezione sociale e le tutele del lavoro conquistati attraverso le lotte. Al di fuori e contro questa ambiguità, è necessario porre l’affermazione di misure strutturali per la redistribuzione della ricchezza come terreno di lotta e di pratiche sociali che anche sui luoghi di lavoro rifiutano i ricatti e si battono per i diritti di esistenza, diritti che non sono più sostenibili nelle traiettorie di sviluppo e di crescita del capitalismo. È evidente la possibilità della riduzione del tempo individuale di lavoro al minimo necessario e questa evidenza chiama in causa l’esistenza o meno di una soggettività che si propone il superamento del modo di produzione capitalistico e che assuma questo mondo, e non quello del secolo scorso, come terreno di lotta per una trasformazione radicale dei rapporti sociali di produzione.
Dunque, oltre a tentare di capire come operare empiricamente, c’è da porsi il problema teorico e politico che Francesco Piccioni ha posto ricordando che: “Non si può evitare di sottolineare come il massimo di tensione mai registrata tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione corrisponda al punto forse più basso fatto segnare dalla soggettività rivoluzionaria da un secolo a questa parte. Un problema teorico, certo, ma anche decisamente politico. Perché se non c’è chi prende in mano la situazione, c’è solo la degenerazione...” (F. Piccioni, 100 anni dopo. Ascesa e crisi del movimento comunista internazionale nel ‘900)
* Giuliana Commisso è autrice tra gli altri di La genealogia della governance. Dal liberalismo all’economia sociale di mercato e di Soggettività al lavoro. Operai italiani e inglesi nel post-fordismo
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22/12/2017
Le proposte sul reddito perpetuano l’esclusione sociale. Intervista a Giordano Sivini
Giordano Sivini * è stato docente di Sociologia alla facoltà di Economia dell’Università della Calabria. Recentemente, insieme a Giuliana Commisso, ha pubblicato il libro “Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?” per le edizioni Asterios. Del libro abbiamo già parlato sul nostro giornale.
Due settimane fa, anche l’Eurostat ha certificato che in Italia ci sono ormai 18 milioni di persone a rischio povertà, contemporaneamente il governo ha varato l’ennesimo, risibile, provvedimento contro la povertà con l’introduzione del Rei (Reddito di inclusione). Il M5S continua a parlare di Reddito di Cittadinanza ma i contorni di questa proposta sfumano sempre più al peggio dentro il processo di normalizzazione di questo movimento. Siamo tornati a parlarne con Giordano Sivini, per approfondire le questioni sollevate nel suo libro e soprattutto la loro relazione con una realtà dai costi sociali sempre più pesanti per milioni di persone a crescente rischio povertà ed esclusione sociale. Una spirale che va spezzata, con forza e con urgenza.
Cominciamo da un giudizio sul Rei o Reddito di Inclusione entrato recentemente in vigore. Come giudichi questo provvedimento del governo?
Il Reddito di Inclusione (Rei) è innanzi tutto una misura elettorale, per l’accelerazione del suo avvio dopo la lunga gestazione accompagnata dai ripetuti mirabolanti annunci dell’ineffabile ministro Poletti. Raccontava che con il Rei anche l’Italia attiva un sistema di reddito minimo. Gli altri paesi europei che da tempo ne dispongono, intervengono generalmente sulle persone che si trovano sotto la soglia della povertà relativa. Il Rei invece è rivolto alle famiglie che si trovano in stato di povertà assoluta. Sono un milione 600 mila con 4 milioni 600 mila componenti che non hanno beni e servizi che l’ISTAT considera essenziali. E’ una catastrofe sociale. Ma il governo ha altre priorità di spesa e per il Rei ha stanziato 2 miliardi per il 2018, 2,5 per il 2019 e 2,7 per il 2020, con cui potranno essere alleviate le condizioni di un quarto di esse.
Sono state invitate a mettersi in graduatoria, e dal primo dicembre, gli sportelli dei comuni e quelli dei CAF a cui le funzioni sono state in gran parte delegate, sono intasati. Il sussidio dovrebbe essere erogato dal primo gennaio ma, date le procedure, è improbabile; le elezioni dovrebbero farle accelerare, perché il PD ne fa strumento per acquisire voti. Ne fa una propaganda malaccorta, perché in sede di prima applicazione non tutti possono accedervi, e dal prossimo luglio tutti si accorgeranno del grande bluff.
Nell’immediato, le famiglie oltre ad essere in povertà assoluta devono avere al loro interno bambini, infermi, donne gravide, pensionati con più di 55 anni senza altri sussidi. Le altre famiglie potranno aspirare al reddito a partire dal luglio 2018, quando il Rei assurgerà al rango di miserabile misura di reddito minimo aperta a tutte quelle che sono le condizioni di povertà assoluta. Ma, attenzione,nessuno rileva che per esse a luglio 2018, così come negli anni successivi, la disponibilità finanziaria sarà molto più ridotta. Tenendo conto che il sussidio viene erogato per 18 mesi, quasi metà dei 2,5 miliardi saranno già stati impegnati per coprire le famiglie entrate nel Rei in questa tornata. E’ così di seguito per gli anni successivi. Quindi fino al 2021 non ci sarà alcun sostanziale allargamento dell’intervento.
Il sussidio, poi, è basso, e assorbe eventuali altri sussidi già percepiti (Sia, Asdi); persino la Caritas pensa di ridurre il proprio sostegno. Sono 187 euro al mese per le famiglie con un componente, 294 per due, 383 per tre, 461 per 4, 485 per quelle più numerose. Viene erogato con carta di credito del circuito delle Poste, e per il 50 per cento usato per fare la spesa.
Nel libro sostieni che le misure contro la povertà in realtà cristallizzano nello stato di povertà le persone invece di portarle fuori. Perché?
Mi soffermo ancora sul Ris. Nel caso della proposta del Movimento Cinque Stelle l’effetto di cristallizzazione c’è ma il meccanismo è diverso e mira a realizzare un cambiamento strutturale. Il Ris invece strutturalmente non incide per niente; non è più di una ‘boccata di ossigeno’ come dicono gli operatori sociali.
Il Ris enuncia l’obiettivo di far uscire le famiglie dallo stato di povertà assoluta. Sta scritto nella legge. Ma è un obiettivo che non sta in piedi, anche per quelle famiglie che riescono ad accedere alle graduatorie. Il sussidio viene infatti erogato solo per 18 mesi, rinnovato – forse – per altri 12, ma con un intervallo di 6 mesi durante il quale le famiglie devono arrangiarsi. Non c’è alcuna continuità di prospettiva. Questa tempistica indebolisce l’efficacia degli interventi di accompagnamento, ammesso che possano averla.
Lo strumento centrale del Rei è costituito proprio da questi interventi – se saranno realizzati – non dal sussidio. L’ipotesi implicita è che la povertà è una colpa. Pertanto la colpevolezza va indagata nella multidimensionalità delle carenze e dei bisogni. Il sistema prevede che ogni famiglia sia sottoposta a questa indagine. Letteralmente, come dice la legge, la famiglia viene presa in carico dall’ente locale preposto alla gestione del Ris, e ciascun suo componente viene indagato su questi fronti: 1. condizioni personali e sociali, 2. situazione economica, 3. situazione lavorativa e occupabilità, 4. educazione, istruzione e formazione, 5. condizione abitativa, 6. reti familiari e sociali di prossimità. Conclusa l’indagine viene emesso un giudizio sulla cui base viene formulato un ‘progetto personalizzato’ relativo alla famiglia e ad ogni suo componente, con cui si definisce il loro impegno a realizzare le pratiche di attivazione prescritte. Tutti gli adulti abili devono inoltre impegnarsi con il centro per l’impiego a lavorare.
Per quanto pazzescamente anticostituzionale sia questa pretesa, la normativa prevede che se anche uno solo dei componenti non si attiva nel senso indicato dal progetto personalizzato, il sussidio (che viene interamente erogato a chi ha domandato il Rei a nome dell’intero nucleo familiare) viene ridotto e persino tolto.
Il bisogno del sussidio, insomma, è un’arma di cui ci si appropria tramite il Rei per normalizzare i componenti della famiglia e per rafforzarne la gerarchia.
Cosa ne pensi dell’azione messa in campo dall’Alleanza contro la povertà?
L’Alleanza contro la povertà ha concepito il Ris fin nei particolari. Il governo lo ha fatto proprio in tutta la sua articolazione, salvo il finanziamento. Ma anche per la limitatezza dei fondi stanziati la responsabilità è dell’Alleanza contro la povertà. Al fine di rendere accettabile il progetto da parte del governo, ha proposto che venga realizzato un po’ alla volta e che i 7 miliardi di costo previsti a regime siano scaglionati in un crescendo nel tempo.
Quattro milioni e seicentomila mila persone senza accesso a beni e servizi essenziali è una catastrofe? Si, ma non ci sono i soldi... Allora, i think thank dell’Alleanza hanno pensato di stratificare la povertà adottando il principio di ‘dare prima a chi sta peggio’. “Detto altrimenti si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po[1] meno peggio’ sino a rivolgersi dal quarto anno – a chiunque sperimenti la povertà assoluta”. Una soluzione, dopotutto, consustanziale all’assistenza caritatevole, e l’Alleanza contro la povertà comprende una trentina di associazioni cattoliche. Non tutte, perché c’è una parte che fa capo alla Rete dei numeri pari (don Ciotti), a cui il Ris fa vomitare. Quanto a CGIL, CISL e UIL, che si sono accodate nella rete dell’Alleaza, che dire? Non c’è un limite al loro collaborazionismo e alla loro inettitudine.
Nel libro dai un giudizio estremamente severo e negativo della proposta di Reddito di Cittadinanza del M5S. Puoi spiegarne i motivi?
Abbiamo svolto un lavoro attento e senza pregiudiziali per risalire alle fonti del Reddito di Cittadinanza. Di primo acchito non era facile, perché Grillo lo ha presentato come una svolta epocale, un liberazione dalla schiavitù del lavoro. Nella parte illustrativa della proposta, viene addirittura considerato come primo passo per arrivare al reddito universale incondizionato, e si cita in questa prospettiva persino un suo guru, l’economista Andrea Fumagalli. Questa premessa ci ispirava qualche simpatia. Ma, col percorso relativo agli schemi di reddito minimo in Gran Bretagna e in Germania (sono due capitoli del libro estremamente chiarificatori) e all’analisi degli articoli del disegno di legge, siamo arrivati alla conclusione che il Reddito di Cittadinanza è una trappola estremamente pericolosa.
Di Maio preannuncia in caso di vittoria uno shock economico, ma non dice quale. L’attuazione della proposta di Reddito di Cittadinanza potrebbe produrre un effetto analogo all’introduzione di misure comprendenti Hartz 4 in Germania. Un eminente economista tedesco, Hans-Werner Sinn, le ha definite “un vero toccasana” che ha consentito al paese di superare la crisi in cui si trovava all’inizio del secolo.
Nella proposta dei Cinque Stelle, dietro l’erogazione del sussidio per far uscire dalla condizione di povertà relativa dieci milioni di persone, portando il loro reddito complessivo a crescere c’è un meccanismo che realizza il risultato opposto. Non si fa fatica a scoprirlo. Basta leggere gli articoli 11 e 12.
L’articolo 11 è finalizzato a sottomettere l’aspirante al reddito ad un rapporto stretto con il centro per l’impiego, a cui va rivolta la domanda di sussidio. E’ la stessa logica della Gran Bretagna e della Germania dove i sistemi di reddito minimo funzionano con l’assoggettamento dei beneficiari ai centri per l’impiego, che lavorano in modo efficiente ma del tutto discrezionale. Io, Daniel Blake, il film di Ken Loach, nella sua straordinaria efficacia è solo una delle molte denunce in proposito.
Tra le tante prescrizioni dell’articolo 11 c’è l’obbligo di “svolgere con continuità un’azione di ricerca attiva del lavoro, secondo modalità d’intesa con i servizi competenti (...). L’azione documentata di ricerca attiva di lavoro non può essere inferiore a due ore giornaliere“. I senza lavoro sono in via di principio colpevoli di negligenza!
L’articolo 12 costringe, con un giro di parole e rinvio da un comma ad un altro, ad accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi salario, pena la perdita del sussidio. Al comma 2 lettera a) si definisce lavoro congruo, “quello attinente alle propensioni agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario”. Ma è una definizione ‘a tempo’, vale per un anno. Al comma 3 sta infatti scritto: “Il beneficiario al fine di poter mantenere i benefici di cui alla presente legge è tenuto ad accettare proposte di lavoro anche in deroga a quanto stabilito dal comma 2, lettera a) qualora sia trascorso un anno dall’iscrizione al centro per l’impiego e il medesimo beneficiario non abbia accettato nessuna proposta di lavoro”.
Colpa sua, se le proposte non erano congrue. Del resto il comma 7 lo avverte che “è libero di accettare proposte di lavoro non rispondenti ai principi di congruità di cui al comma 2. Tra questi principi c’è al comma b) uno importante dal quale si è esonerati, che il salario non sia inferiore all’80 per cento di quello contrattuale.
Al comma 1 invece si sanziona con la perdita del beneficio chi nel primo anno rifiuta più di tre proposte ritenute congrue (da chi se non dal centro per l’impiego?), e chi nell’arco solare recede senza giusta causa dal contratto di lavoro per due volte.
Insomma, lavoro coatto: chi vuole il reddito deve accettare il lavoro che gli viene assegnato, qualsiasi sia l’attività, qualsiasi sia il salario, qualsiasi sia la durata.
Ne deriva una contraddizione di fondo. L’obiettivo enunciato dai Cinque Stelle è di erogare il reddito per far uscire i beneficiari dalla povertà relativa. Invece li si caccia nel grande pantano del lavoro qualsiasi, configurando una situazione come quella tedesca: “chi entra in Hartz 4 non ne esce più”.
Il Reddito di Cittadinanza è un’operazione gigantesca di disciplinamento di milioni di persone che vivono al di sotto del reddito di povertà relativa. Sconquassa la struttura occupazionale e salariale, attribuisce ai centri per l’impiego la gestione del lavoro senza imporre limiti di garanzia, salvo il salario orario minimo che la proposta prevede. Come avviene con Hartz 4 abbassa il costo del lavoro sotto il livello di sussistenza e fa dipendere dal sussidio il diritto di vivere. Nello stesso tempo immette 15-20 miliardi di euro nell’economia stimolando i consumi e rendendo felici piccoli e medi imprenditori e commercianti fulcro di un blocco sociale che si rianima grazie al lavoro servile.
*Giordano Sivini è anche l’autore del libro “La fine del capitalismo. Dieci scenari” pubblicato nel 2016 sempre per le edizioni Asterios
[1] IL reddito di inclusione sociale (Reis): La proposta dell’Alleanza contro la povertà in Italia, Bologna, Il Mulino, 2016, p. 246.
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Due settimane fa, anche l’Eurostat ha certificato che in Italia ci sono ormai 18 milioni di persone a rischio povertà, contemporaneamente il governo ha varato l’ennesimo, risibile, provvedimento contro la povertà con l’introduzione del Rei (Reddito di inclusione). Il M5S continua a parlare di Reddito di Cittadinanza ma i contorni di questa proposta sfumano sempre più al peggio dentro il processo di normalizzazione di questo movimento. Siamo tornati a parlarne con Giordano Sivini, per approfondire le questioni sollevate nel suo libro e soprattutto la loro relazione con una realtà dai costi sociali sempre più pesanti per milioni di persone a crescente rischio povertà ed esclusione sociale. Una spirale che va spezzata, con forza e con urgenza.
Cominciamo da un giudizio sul Rei o Reddito di Inclusione entrato recentemente in vigore. Come giudichi questo provvedimento del governo?
Il Reddito di Inclusione (Rei) è innanzi tutto una misura elettorale, per l’accelerazione del suo avvio dopo la lunga gestazione accompagnata dai ripetuti mirabolanti annunci dell’ineffabile ministro Poletti. Raccontava che con il Rei anche l’Italia attiva un sistema di reddito minimo. Gli altri paesi europei che da tempo ne dispongono, intervengono generalmente sulle persone che si trovano sotto la soglia della povertà relativa. Il Rei invece è rivolto alle famiglie che si trovano in stato di povertà assoluta. Sono un milione 600 mila con 4 milioni 600 mila componenti che non hanno beni e servizi che l’ISTAT considera essenziali. E’ una catastrofe sociale. Ma il governo ha altre priorità di spesa e per il Rei ha stanziato 2 miliardi per il 2018, 2,5 per il 2019 e 2,7 per il 2020, con cui potranno essere alleviate le condizioni di un quarto di esse.
Sono state invitate a mettersi in graduatoria, e dal primo dicembre, gli sportelli dei comuni e quelli dei CAF a cui le funzioni sono state in gran parte delegate, sono intasati. Il sussidio dovrebbe essere erogato dal primo gennaio ma, date le procedure, è improbabile; le elezioni dovrebbero farle accelerare, perché il PD ne fa strumento per acquisire voti. Ne fa una propaganda malaccorta, perché in sede di prima applicazione non tutti possono accedervi, e dal prossimo luglio tutti si accorgeranno del grande bluff.
Nell’immediato, le famiglie oltre ad essere in povertà assoluta devono avere al loro interno bambini, infermi, donne gravide, pensionati con più di 55 anni senza altri sussidi. Le altre famiglie potranno aspirare al reddito a partire dal luglio 2018, quando il Rei assurgerà al rango di miserabile misura di reddito minimo aperta a tutte quelle che sono le condizioni di povertà assoluta. Ma, attenzione,nessuno rileva che per esse a luglio 2018, così come negli anni successivi, la disponibilità finanziaria sarà molto più ridotta. Tenendo conto che il sussidio viene erogato per 18 mesi, quasi metà dei 2,5 miliardi saranno già stati impegnati per coprire le famiglie entrate nel Rei in questa tornata. E’ così di seguito per gli anni successivi. Quindi fino al 2021 non ci sarà alcun sostanziale allargamento dell’intervento.
Il sussidio, poi, è basso, e assorbe eventuali altri sussidi già percepiti (Sia, Asdi); persino la Caritas pensa di ridurre il proprio sostegno. Sono 187 euro al mese per le famiglie con un componente, 294 per due, 383 per tre, 461 per 4, 485 per quelle più numerose. Viene erogato con carta di credito del circuito delle Poste, e per il 50 per cento usato per fare la spesa.
Nel libro sostieni che le misure contro la povertà in realtà cristallizzano nello stato di povertà le persone invece di portarle fuori. Perché?
Mi soffermo ancora sul Ris. Nel caso della proposta del Movimento Cinque Stelle l’effetto di cristallizzazione c’è ma il meccanismo è diverso e mira a realizzare un cambiamento strutturale. Il Ris invece strutturalmente non incide per niente; non è più di una ‘boccata di ossigeno’ come dicono gli operatori sociali.
Il Ris enuncia l’obiettivo di far uscire le famiglie dallo stato di povertà assoluta. Sta scritto nella legge. Ma è un obiettivo che non sta in piedi, anche per quelle famiglie che riescono ad accedere alle graduatorie. Il sussidio viene infatti erogato solo per 18 mesi, rinnovato – forse – per altri 12, ma con un intervallo di 6 mesi durante il quale le famiglie devono arrangiarsi. Non c’è alcuna continuità di prospettiva. Questa tempistica indebolisce l’efficacia degli interventi di accompagnamento, ammesso che possano averla.
Lo strumento centrale del Rei è costituito proprio da questi interventi – se saranno realizzati – non dal sussidio. L’ipotesi implicita è che la povertà è una colpa. Pertanto la colpevolezza va indagata nella multidimensionalità delle carenze e dei bisogni. Il sistema prevede che ogni famiglia sia sottoposta a questa indagine. Letteralmente, come dice la legge, la famiglia viene presa in carico dall’ente locale preposto alla gestione del Ris, e ciascun suo componente viene indagato su questi fronti: 1. condizioni personali e sociali, 2. situazione economica, 3. situazione lavorativa e occupabilità, 4. educazione, istruzione e formazione, 5. condizione abitativa, 6. reti familiari e sociali di prossimità. Conclusa l’indagine viene emesso un giudizio sulla cui base viene formulato un ‘progetto personalizzato’ relativo alla famiglia e ad ogni suo componente, con cui si definisce il loro impegno a realizzare le pratiche di attivazione prescritte. Tutti gli adulti abili devono inoltre impegnarsi con il centro per l’impiego a lavorare.
Per quanto pazzescamente anticostituzionale sia questa pretesa, la normativa prevede che se anche uno solo dei componenti non si attiva nel senso indicato dal progetto personalizzato, il sussidio (che viene interamente erogato a chi ha domandato il Rei a nome dell’intero nucleo familiare) viene ridotto e persino tolto.
Il bisogno del sussidio, insomma, è un’arma di cui ci si appropria tramite il Rei per normalizzare i componenti della famiglia e per rafforzarne la gerarchia.
Cosa ne pensi dell’azione messa in campo dall’Alleanza contro la povertà?
L’Alleanza contro la povertà ha concepito il Ris fin nei particolari. Il governo lo ha fatto proprio in tutta la sua articolazione, salvo il finanziamento. Ma anche per la limitatezza dei fondi stanziati la responsabilità è dell’Alleanza contro la povertà. Al fine di rendere accettabile il progetto da parte del governo, ha proposto che venga realizzato un po’ alla volta e che i 7 miliardi di costo previsti a regime siano scaglionati in un crescendo nel tempo.
Quattro milioni e seicentomila mila persone senza accesso a beni e servizi essenziali è una catastrofe? Si, ma non ci sono i soldi... Allora, i think thank dell’Alleanza hanno pensato di stratificare la povertà adottando il principio di ‘dare prima a chi sta peggio’. “Detto altrimenti si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po[1] meno peggio’ sino a rivolgersi dal quarto anno – a chiunque sperimenti la povertà assoluta”. Una soluzione, dopotutto, consustanziale all’assistenza caritatevole, e l’Alleanza contro la povertà comprende una trentina di associazioni cattoliche. Non tutte, perché c’è una parte che fa capo alla Rete dei numeri pari (don Ciotti), a cui il Ris fa vomitare. Quanto a CGIL, CISL e UIL, che si sono accodate nella rete dell’Alleaza, che dire? Non c’è un limite al loro collaborazionismo e alla loro inettitudine.
Nel libro dai un giudizio estremamente severo e negativo della proposta di Reddito di Cittadinanza del M5S. Puoi spiegarne i motivi?
Abbiamo svolto un lavoro attento e senza pregiudiziali per risalire alle fonti del Reddito di Cittadinanza. Di primo acchito non era facile, perché Grillo lo ha presentato come una svolta epocale, un liberazione dalla schiavitù del lavoro. Nella parte illustrativa della proposta, viene addirittura considerato come primo passo per arrivare al reddito universale incondizionato, e si cita in questa prospettiva persino un suo guru, l’economista Andrea Fumagalli. Questa premessa ci ispirava qualche simpatia. Ma, col percorso relativo agli schemi di reddito minimo in Gran Bretagna e in Germania (sono due capitoli del libro estremamente chiarificatori) e all’analisi degli articoli del disegno di legge, siamo arrivati alla conclusione che il Reddito di Cittadinanza è una trappola estremamente pericolosa.
Di Maio preannuncia in caso di vittoria uno shock economico, ma non dice quale. L’attuazione della proposta di Reddito di Cittadinanza potrebbe produrre un effetto analogo all’introduzione di misure comprendenti Hartz 4 in Germania. Un eminente economista tedesco, Hans-Werner Sinn, le ha definite “un vero toccasana” che ha consentito al paese di superare la crisi in cui si trovava all’inizio del secolo.
Nella proposta dei Cinque Stelle, dietro l’erogazione del sussidio per far uscire dalla condizione di povertà relativa dieci milioni di persone, portando il loro reddito complessivo a crescere c’è un meccanismo che realizza il risultato opposto. Non si fa fatica a scoprirlo. Basta leggere gli articoli 11 e 12.
L’articolo 11 è finalizzato a sottomettere l’aspirante al reddito ad un rapporto stretto con il centro per l’impiego, a cui va rivolta la domanda di sussidio. E’ la stessa logica della Gran Bretagna e della Germania dove i sistemi di reddito minimo funzionano con l’assoggettamento dei beneficiari ai centri per l’impiego, che lavorano in modo efficiente ma del tutto discrezionale. Io, Daniel Blake, il film di Ken Loach, nella sua straordinaria efficacia è solo una delle molte denunce in proposito.
Tra le tante prescrizioni dell’articolo 11 c’è l’obbligo di “svolgere con continuità un’azione di ricerca attiva del lavoro, secondo modalità d’intesa con i servizi competenti (...). L’azione documentata di ricerca attiva di lavoro non può essere inferiore a due ore giornaliere“. I senza lavoro sono in via di principio colpevoli di negligenza!
L’articolo 12 costringe, con un giro di parole e rinvio da un comma ad un altro, ad accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi salario, pena la perdita del sussidio. Al comma 2 lettera a) si definisce lavoro congruo, “quello attinente alle propensioni agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario”. Ma è una definizione ‘a tempo’, vale per un anno. Al comma 3 sta infatti scritto: “Il beneficiario al fine di poter mantenere i benefici di cui alla presente legge è tenuto ad accettare proposte di lavoro anche in deroga a quanto stabilito dal comma 2, lettera a) qualora sia trascorso un anno dall’iscrizione al centro per l’impiego e il medesimo beneficiario non abbia accettato nessuna proposta di lavoro”.
Colpa sua, se le proposte non erano congrue. Del resto il comma 7 lo avverte che “è libero di accettare proposte di lavoro non rispondenti ai principi di congruità di cui al comma 2. Tra questi principi c’è al comma b) uno importante dal quale si è esonerati, che il salario non sia inferiore all’80 per cento di quello contrattuale.
Al comma 1 invece si sanziona con la perdita del beneficio chi nel primo anno rifiuta più di tre proposte ritenute congrue (da chi se non dal centro per l’impiego?), e chi nell’arco solare recede senza giusta causa dal contratto di lavoro per due volte.
Insomma, lavoro coatto: chi vuole il reddito deve accettare il lavoro che gli viene assegnato, qualsiasi sia l’attività, qualsiasi sia il salario, qualsiasi sia la durata.
Ne deriva una contraddizione di fondo. L’obiettivo enunciato dai Cinque Stelle è di erogare il reddito per far uscire i beneficiari dalla povertà relativa. Invece li si caccia nel grande pantano del lavoro qualsiasi, configurando una situazione come quella tedesca: “chi entra in Hartz 4 non ne esce più”.
Il Reddito di Cittadinanza è un’operazione gigantesca di disciplinamento di milioni di persone che vivono al di sotto del reddito di povertà relativa. Sconquassa la struttura occupazionale e salariale, attribuisce ai centri per l’impiego la gestione del lavoro senza imporre limiti di garanzia, salvo il salario orario minimo che la proposta prevede. Come avviene con Hartz 4 abbassa il costo del lavoro sotto il livello di sussistenza e fa dipendere dal sussidio il diritto di vivere. Nello stesso tempo immette 15-20 miliardi di euro nell’economia stimolando i consumi e rendendo felici piccoli e medi imprenditori e commercianti fulcro di un blocco sociale che si rianima grazie al lavoro servile.
*Giordano Sivini è anche l’autore del libro “La fine del capitalismo. Dieci scenari” pubblicato nel 2016 sempre per le edizioni Asterios
[1] IL reddito di inclusione sociale (Reis): La proposta dell’Alleanza contro la povertà in Italia, Bologna, Il Mulino, 2016, p. 246.
Fonte
31/08/2017
Lumpenproletariat ed esercito salariale di riserva
Le due definizioni marxiane che seguono si adattano benissimo alla situazione italiana così come questa si sta profilando e in relazione a come si sta muovendo il capitalismo europeo, la Comunità e il governo italiano in un quadro internazionale nel quale la guerra appare l’elemento maggiormente probante in zone delicatissime dello scacchiere strategico.
Quando si legge di 650 euro, 490 euro: si confrontano queste cifre con le percentuali della disoccupazione e della povertà ci si dovrebbe interrogare sul clamoroso deficit di politica economica, di struttura industriale, di prospettive di lavoro, di sfruttamento e di sopraffazione che rappresentano la cifra egemonica in cui si esprime la classe dominante.
Senza alcun ulteriore commento, se non riguardante non soltanto l’assenza di un serio contrasto a questo stato di cosa ma soprattutto la mancanza di una organizzazione politica capace di affrontare la realtà di queste contraddizioni.
LUMPENPROLETARIAT
Il sottoproletariato (in tedesco Lumpenproletariat, lett. “proletariato cencioso”), nelle moderne società industriali, è la classe sociale economicamente e culturalmente più degradata, priva di coscienza politica e non organizzata sindacalmente, i cui componenti traggono il loro reddito da occupazioni vicine a quelle del proletariato ma tuttavia occasionali o talvolta invece sfocianti nell’illegalità. Il termine sorge per definire la classe sociale economicamente più debole rispetto al proletariato, che, invece, può fare affidamento su un reddito stabile e sicuro, benché basso, e può vantare una maggiore consapevolezza di classe e una maggiore organizzazione dovuta all’inquadramento sindacale.
ESERCITO SALARIALE DI RISERVA
L’esercito industriale di riserva rappresenta un elemento indispensabile del meccanismo sociale capitalistico, esattamente uguale alle macchine di scorta e alle materie prime nei magazzini degli stabilimenti o ai prodotti finiti già immessi nelle botteghe. Né la generale espansione della produzione né l’adattamento del capitale al periodico flusso e riflusso del ciclo industriale sarebbero possibili senza una riserva di forza-lavoro. Dalla tendenza generale dello sviluppo capitalistico, l’aumento di capitale fisso (macchine e materie prime) a spese del capitale variabile (forza-lavoro), Marx trasse la conclusione: “Più grande la ricchezza sociale... maggiore l’esercito industriale di riserva... più grande la massa in eccesso di popolazione consolidata... maggiore il pauperismo ufficiale. Questa è la legge generale assoluta dell’accumulo capitalistico”.
Questa tesi, indissolubilmente legata alla “teoria della miseria crescente” e per decenni tacciata di “esagerazione”, “tendenziosità”, “demagogia”, è divenuta ora l’impeccabile immagine teorica delle cose quali sono tanto più in considerazione dell’aumento della disponibilità a farne parte di larga parte della massa dei migranti.
650 EURO
Prende forma la proposta del governo per garantire ai giovani, che andranno in pensione integralmente con il sistema contributivo, una rete di sicurezza che garantisca loro un assegno minimo da 650 euro, in caso i contributi versati non siano sufficienti a raggiungere questa soglia.
485 EURO (MASSIMO)
Parte ufficialmente, dopo il secondo definitivo esame di ieri in Consiglio dei ministri, un nuovo strumento mirato a combattere la povertà delle famiglie: il Reddito d’inclusione (ReI). Il ReI – richiesto da tempo dalle Ong dell’Alleanza contro la Povertà – scatta dal primo gennaio del 2018, e consiste in un assegno mensile da 190 fino a 485 euro per un massimo di 18 mesi.
POVERTA’ IN ITALIA
Nel 2016 si stima siano 1 milione e 619mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta, nelle quali vivono 4 milioni e 742mila individui.
Nel 2016 l’incidenza della povertà assoluta sale al 26,8% dal 18,3% del 2015 tra le famiglie con tre o più figli minori, coinvolgendo nell’ultimo anno 137mila 771 famiglie e 814mila 402 individui; aumenta anche fra i minori, da 10,9% a 12,5% (1 milione e 292mila nel 2016).
La povertà relativa nel 2016 riguarda il 10,6% delle famiglie residenti (10,4% nel 2015), per un totale di 2 milioni 734mila, e 8 milioni 465mila individui, il 14,0% dei residenti (13,7% l’anno precedente).
DISUGUAGLIANZE
La classe operaia e il ceto medio “sono sempre state le più radicate nella struttura produttiva del nostro Paese ma oggi la prima – osserva l’Istat – ha abbandonato il ruolo di spinta all’equità sociale mentre la seconda non è più alla guida del cambiamento e dell’evoluzione sociale”. Si assiste quindi a una “perdita dell’identità di classe, legata alla precarizzazione e alla frammentazione dei percorsi lavorativi”.
Per l’Istituto ci sono interi segmenti di popolazione che “non rientrano più nelle classiche partizioni: giovani con alto titolo di studio sono occupati in modo precario, stranieri di seconda generazione che non hanno il background culturale dei genitori, stranieri di prima generazione cui non viene riconosciuto il titolo di studio conseguito, una fetta sempre più grande di esclusi dal mondo del lavoro dovuta – sottolinea l’Istituto – anche al progressivo invecchiamento della popolazione”.
Ecco che nella nuova geografia dell’Istat “la classe operaia, che ha perso il suo connotato univoco, si ritrova per quasi la metà dei casi nel gruppo dei ‘giovani blue-collar'”, composto da molte coppie senza figli, e “per la restante quota nei due gruppi di famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri”. Anche la piccola borghesia si distribuisce su più gruppi sociali, in particolare “tra le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia”. Secondo l’Istituto “la classe media impiegatizia è invece ben rappresentabile nella società italiana, ricadendo per l’83,5% nelle ‘famiglie di impiegati'”.
I SENZA REDDITO – In Italia nel 2016 si contano circa 3 milioni 590 mila famiglie senza redditi da lavoro, ovvero dove non ci sono occupati o pensionati da lavoro. Si tratta del 13,9% del totale, con la percentuale più alta che si registra nel Mezzogiorno (22,2%) Si tratta di tutti nuclei ‘jobless’ dove si va avanti grazie a rendite diverse, affitti o aiuti sociali. Nel 2008 queste famiglie erano 3 milioni 172 mila, il 13,2% del totale.
GIOVANI NEET – In Italia i Neet, acronimo inglese che sta per giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano, sono scesi a 2,2 milioni nel 2016, con un’incidenza che passa al 24,3% dal 25,7% dell’anno prima. Nonostante il calo si tratta ancora della quota “più elevata tra i paesi dell’Unione” europea, dove la media si ferma al 14,2%.
Fonte
30/08/2017
Reddito di inclusione, un piatto vuoto
Rimaste vuote persino le sedie nella sala della festa del PD di Modena preparate per il comizio del ministro Poletti1, l’ennesimo annuncio dell’istituzione del Reddito di Inclusione Sociale è stato lasciato a Gentiloni. E Gentiloni ha ripetuto le stesse cose che Poletti aveva detto altre volte in precedenza, sempre per annunciare l’istituzione del RIS. Ma c’è un fatto nuovo: entrerà in funzione nel gennaio 2018 e consisterà da 190 a 490 euro mensili per famiglia, a seconda della sua composizione, sempreché abbia un reddito ISEE non superiore a 6 mila euro annui. L’erogazione avrà la durata di un anno e sarà condizionata alla realizzazione di “un progetto personalizzato volto al superamento della condizione di povertà”.
Ci vuole una buona dose di faccia tosta per legare esplicitamente l’assegno a questo obiettivo.
Comunque, le disponibilità di bilancio non basteranno per far fronte a tutte le domande, e sarà data priorità ai nuclei familiari con figli piccoli o in attesa di figli o con disabili o con disoccupati con più di 55 anni. Così che, anche formalmente, perderà il carattere di un reddito minimo di inserimento rivolto al superamento della povertà, bensì una misura di intervento su condizioni specifiche.
Resta un buon passo in avanti per l’Alleanza contro la povertà, con le sue 37 organizzazioni coalizzate tra cui le ACLI e le tre confederazioni sindacali. Rientra nel suo obiettivo di realizzare l’intervento nel tempo, tenendo conto della buona volontà del governo. Nel progetto dell’Alleanza c’è scritto testualmente: “si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po' meno peggio’ sino a rivolgersi – a partire dal quarto anno – a chiunque sperimenti la povertà assoluta”.
Però, affinché questo avvenga, occorre correggere atteggiamenti e comportamenti dei nuclei che ‘sperimentano’ la povertà assoluta, obbligandoli a sottoscrivere un ‘patto di integrazione’ che attribuisce ad un funzionario (definito case manager) la gestione del nucleo familiare, e un ‘patto di servizio’ che obbliga tutti i componenti attivi a lavorare, gestiti da un funzionario del Centro per l’impiego, che lavorerà di intesa con il case manager.
Le confederazioni sindacali sono schierate dietro questo scandaloso progetto; nessuno a sinistra lo denuncia. Ci sono però vivaci gruppi di base cattolici della ‘Rete dei numeri pari’ che cercano di contrastarlo promuovendo il rilancio di una campagna per un ‘reddito di dignità’ volto ad affrontare la povertà relativa in cui versano oltre 8 milioni di persone. L’obiettivo è analogo a quello del ‘reddito di cittadinanza’ del Movimento Cinque stelle, ma rimuovono quelle forme di condizionalità al lavoro coatto che lo caratterizzano, che introdurrebbero surrettiziamente in Italia il famigerato Hartz IV2.
Note
1 http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/29/poletti-lincontro-alla-festa-dellunita-di-modena-e-un-flop-sala-deserta-e-sedie-vuote-per-il-ministro-del-lavoro/3823486/
2 cfr. G. Commisso e G. Sivini. Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?, Asterios luglio 2017.
Fonte
Ci vuole una buona dose di faccia tosta per legare esplicitamente l’assegno a questo obiettivo.
Comunque, le disponibilità di bilancio non basteranno per far fronte a tutte le domande, e sarà data priorità ai nuclei familiari con figli piccoli o in attesa di figli o con disabili o con disoccupati con più di 55 anni. Così che, anche formalmente, perderà il carattere di un reddito minimo di inserimento rivolto al superamento della povertà, bensì una misura di intervento su condizioni specifiche.
Resta un buon passo in avanti per l’Alleanza contro la povertà, con le sue 37 organizzazioni coalizzate tra cui le ACLI e le tre confederazioni sindacali. Rientra nel suo obiettivo di realizzare l’intervento nel tempo, tenendo conto della buona volontà del governo. Nel progetto dell’Alleanza c’è scritto testualmente: “si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po' meno peggio’ sino a rivolgersi – a partire dal quarto anno – a chiunque sperimenti la povertà assoluta”.
Però, affinché questo avvenga, occorre correggere atteggiamenti e comportamenti dei nuclei che ‘sperimentano’ la povertà assoluta, obbligandoli a sottoscrivere un ‘patto di integrazione’ che attribuisce ad un funzionario (definito case manager) la gestione del nucleo familiare, e un ‘patto di servizio’ che obbliga tutti i componenti attivi a lavorare, gestiti da un funzionario del Centro per l’impiego, che lavorerà di intesa con il case manager.
Le confederazioni sindacali sono schierate dietro questo scandaloso progetto; nessuno a sinistra lo denuncia. Ci sono però vivaci gruppi di base cattolici della ‘Rete dei numeri pari’ che cercano di contrastarlo promuovendo il rilancio di una campagna per un ‘reddito di dignità’ volto ad affrontare la povertà relativa in cui versano oltre 8 milioni di persone. L’obiettivo è analogo a quello del ‘reddito di cittadinanza’ del Movimento Cinque stelle, ma rimuovono quelle forme di condizionalità al lavoro coatto che lo caratterizzano, che introdurrebbero surrettiziamente in Italia il famigerato Hartz IV2.
Note
1 http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/29/poletti-lincontro-alla-festa-dellunita-di-modena-e-un-flop-sala-deserta-e-sedie-vuote-per-il-ministro-del-lavoro/3823486/
2 cfr. G. Commisso e G. Sivini. Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?, Asterios luglio 2017.
Fonte
29/08/2017
Arriva il Reddito di Inclusione. Propaganda e realtà dei fatti
Il governo ha deciso di varare il “reddito di inclusione” propagandato come “un sostegno alle famiglie più deboli”. Ma abbiamo imparato da decenni a diffidare di ogni annuncio di questo tipo. In fondo, anche il Jobs Act viene ancora spacciato come un incentivo alle assunzioni e alla “buona occupazione”, anche se dopo tre anni è chiarissima la sua funzione di precarizzazione totale del lavoro, libertà di licenziamento, compressione dei salari, ecc.
Proprio per questo vi proponiamo una doppia lettura. La prima, vaghissima ed esultante, è quella di Repubblica, organo ufficiale del governo che rende praticamente inutile l’ufficio stampa di Palazzo Chigi.
La seconda è quella – sintetica ma precisa – fatta dall’Usb, il sindacato di base che più di tutti si candida a ricoprire il ruolo di sindacato generale, concretamente alternativo alla “triplice dei complici”.
Gli elementi che dovrebbero mettere tutti in sospetto sono facili da individuare.
a) Il Reddito di inclusione (Rei) sostituisce altre due forme di sostegno al reddito (il Sostegno all’inclusione attiva – Sia – e l’Asdi, l’Assegno di disoccupazione), ricalcando di fatto le caratteristiche del primo.
b) L’importo del Rei è decisamente miserevole – dai 190 fino ai 485 euro – e molto inferiore all’attuale (e insufficiente) Assegno di disoccupazione, che corrisponde invece “al 75% della retribuzione media mensile imponibile ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni”; un cifra variabile con il livello della perduta retribuzione, tanto che la stessa legge imponeva un limite (“l’importo della prestazione non può superare il limite massimo di 1.300 euro”) e una riduzione del 3% ogni mese per “incentivare la ricerca di una nuova occupazione”).
c) I requisiti particolarmente restrittivi per l’accesso alla prestazione (come per l’attuale Sia; unica differenza il livello dell’Isee, ora a 6.000 euro invece che a 3.000) e le “condizionalità” (mettersi in mano ai servizi sociali, nel frattempo ridotti alla paralisi a causa dei tagli al bilancio).
d) Le risorse finanziarie ridicole (1,7 miliardi), sufficienti per poco più di mezzo milione di famiglie (il “familismo” è la filosofia dominante di questa misura); lo stesso governo dice di sperare bastino per “660mila”.
In pratica, il Rei non si discosta molto dalla famosa “social card” di Giulio Tremonti. Con la differenza che quella misura ridicola, se non altro, non era sostitutiva di altre forme di sostegno al reddito ben più consistenti.
La propaganda di Repubblica
Con il via libera definitivo dopo il secondo esame in consiglio dei ministri decolla ufficialmente il Reddito d’inclusione (ReI), lo strumento di contrasto alla povertà che sostituisce il Sostegno all’inclusione attiva (Sia) e anche l’Asdi, l’Assegno di disoccupazione e che partirà il prossimo primo gennaio. La misura consiste in un assegno mensile di importo variabile dai 190 fino ai 485 euro in caso di famiglie molto numerose per una durata massima di 18 mesi e sarà necessario che trascorrano almeno 6 mesi dall’ultima erogazione prima di poterlo richiedere nuovamente.
Beneficiarie della misura saranno le famiglie con un Isee non superiore ai 6mila euro, un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla prima casa, non superiore ai 20 mila euro e un patrimonio mobiliare massimo tra i 6 mila e i 10 mila euro a seconda del numero dei componenti del nucleo. Priorità, almeno nella fase iniziale di introduzione, alle famiglie con figli minorenni o disabili, donne in stato di gravidanza o disoccupati over 55.
Nelle intenzioni del governo, aveva spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti dopo il primo via libera a giugno, lo strumento dovrebbe coinvolgere circa 660 mila famiglie, di cui 560 mila con figli minori. Sul tavolo il governo ha messo 1,7 miliardi di euro destinati a crescere ad almeno 2 miliardi l’anno. Lo strumento di accesso al beneficio sarà la carta Rei, dove verrà materialmente caricato l’importo. Si tratta di una carta con cui sarà possibile acquistare una serie di beni, utilizzabile anche come bancomat per prelevare fino alla metà dell’importo erogato mensilmente. Contestualmente alla ricezione del sostegno, i beneficiari dovranno però partecipare a un progetto di reinserimento sociale e nel mondo del lavoro.
Il provvedimento fissa però dei paletti per l’accesso alla misura. Non potranno ottenere il Rei i proprietari di imbarcazioni, o auto e moto immatricolati nei 24 mesi precedenti la richiesta del sussidio.
Soddisfatto il premier che su Twitter ha commentato: “Via libera definitivo al Reddito di Inclusione. Un aiuto a famiglie più deboli, un impegno di Governo Parlamento e Alleanza contro povertà”.
La realtà del provvedimento, nell’analisi critica dell’Usb, che prende in esame anche il “reddito di cittadinanza” proposto dai Cinque Stelle ed avanza una proposta alternativa originale e realistica.
Quanti sono i poveri in Italia
L’ISTAT calcola la stima della povertà secondo due distinte misure: povertà assoluta e povertà relativa. I dati del 2016 stimano che:
• gli individui che vivono in povertà assoluta ammontano a 4 milioni e 742mila (7,9% della popolazione) e riguardano 1 milione e 619mila famiglie (6,3% delle famiglie residenti);
• gli individui che vivono in povertà relativa ammontano a 8 milioni 465mila (14,0% della popolazione), per un totale di 2 milioni 734mila famiglie (10,6% delle famiglie
Chi colpisce di più
La povertà, sia assoluta che relativa, colpisce soprattutto la famiglie numerose, con 4 o 5 e più componenti e con minori, la famiglie giovani dove la persona di riferimento ha meno di 35 anni e il cui titolo di studio posseduto è al massimo la licenza elementare.
I working poor
Le famiglie in povertà assoluta la cui persona di riferimento può contare su un’occupazione (working poor) rappresentano il 6,4% (il 10,2% se si considera la povertà relativa) e particolarmente sfavorite risultano le famiglie di operai assimilati (12,6% in povertà assoluta e il 18,7% in povertà relativa), mentre tra i non occupati è colpito soprattutto chi è in cerca di occupazione (23,2% in povertà assoluta e il 31,0% in povertà relativa).
Punti di partenza
Vi è una proposta del parlamento europeo che verrà votata dalla Commissione europea a fine settembre: istituzione di un regime RM in tutti i paesi costituito da misure (prestazione economica + accesso agevolati ai servizi) per coloro che hanno un reddito insufficiente.
- La relazione mette in luce la difficoltà di tutti gli schemi di risolvere i problemi dei cittadini in difficoltà: tendenza all’irrigidimento delle condizionalità, aumento della selettività.
- Le riforme sul MDL e il consolidamento dei bilanci hanno acuito le disparità tra paesi. La riduzione della spesa pubblica (sanità, alloggi, istruzione e protezione sociale) ha aggravato le condizioni dei più fragili.
- Il RM funge da stabilizzatore automatico in caso di importanti crisi (effetto anticiclico).
- Gli studi della Banca mondiale concludono che la povertà incide negativamente sulla crescita economica
Perché conviene
- Le politiche a sostegno delle fasce più svantaggiate andranno a vantaggio di tutta l’economia dell’UE e saranno tendenzialmente stabili sul bilancio
- L’FMI (Fondo Monetario Internazionale) sottolinea che: se la quota di reddito aumenta di 1 punto per il 20% delle persone che si collocano nella fascia superiore dei redditi, il tasso d crescita del PIL si riduce dello 0,08 punti percentuali nei successivi 5 anni. Viceversa, ad un aumento di reddito di un punto percentuale per quelle persone che si collocano nel 20% di reddito più basso, è associato un tasso di crescita del PIL dello 0,38% .
Conclude
In sede di definizione delle politiche macro-economiche tenere conto di garantire l’accesso ai servizi sociali pubblici finanziati adeguatamente e sistemi di sostegno economico ai più fragili.
Che cosa è il Reddito di inclusione e come si compone
E’ una misura nazionale di contrasto alla povertà presentata come universale, ma nei fatti categoriale (selettiva)
Si compone di 2 parti:
a) Beneficio economico erogato attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta REI)
b) Progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e lavorativa.
Il REI condiziona l’erogazione del sostegno economico all’adesione di un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa. La misura entrerà in funzione dal 1° gennaio 2018.
Beneficiari
Beneficiari della misura non sono gli individui, ma i nuclei familiari che risultano al di sotto della soglia di stima della povertà assoluta: circa 500 mila famiglie, di cui 420 mila con minori. Le persone potenzialmente coperte dal REI sono complessivamente quasi 1,8 milioni, di cui 700 mila minori.
Risorse finanziarie
Per finanziare il Reddito di inclusione è stato istituito il Fondo nazionale per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, con una dotazione strutturale che l’ultima legge di bilancio ha portato a circa 1,7 miliardi di euro dal 2018 fino ad arrivare a oltre 2 miliardi di euro dal 2019.
Non meno del 15% del Fondo povertà verrà destinato al rafforzamento degli interventi e servizi sociali per il contrasto alla povertà per i servizi di informazione alle persone, l’organizzazione delle procedure di accesso per gli aventi diritto così come i percorsi d’inserimento sociale (262 milioni di euro per l’anno 2018 e 277 milioni di euro per il 2019 – art 7 comma 3).
Le Regioni e le Province autonome possono concorrere con risorse proprie a rafforzare il REI con riferimento ai propri residenti.
Entità del beneficio economico
Il beneficio per ogni nucleo familiare non potrà essere superiore all’assegno sociale (485,411 euro al mese). Se i componenti del nucleo familiare ricevono altri trattamenti assistenziali, il valore del REI è ridotto del valore dei trattamenti, esclusi quelli non sottoposti alla prova dei mezzi (indennità di accompagnamento).
Il beneficio massimo mensile del REI per numero di componenti il nucleo familiare è il seguente:
Durata del beneficio economico
Il beneficio è concesso per un periodo massimo di 18 mesi e non potrà essere rinnovato prima di 6 mesi. In caso di rinnovo, la durata è fissata in 12 mesi.
Requisiti dei nuclei familiari
Nuclei familiari con almeno una delle seguenti condizioni (priorità alla famiglie con minori):
- presenza di figli minorenni
- presenza di una persona con disabilità e di almeno un suo genitore
In assenza di figli minori:
- presenza di una donna in stato di gravidanza accertata (la documentazione medica deve essere rilasciata da una struttura pubblica e allegata alla richiesta di beneficio non prima di 4 mesi dalla data presunta del parto);
- presenza di almeno un disoccupato che abbia compiuto 55 anni che si trovi in stato di disoccupazione con cessazione da almeno 3 mesi e che non percepiscano ammortizzatori sociali.
Requisiti di residenza e soggiorno
Il componente che richiede il beneficio deve essere residente in Italia da almeno 2 anni e può essere:
- cittadino italiano o comunitario;
- familiare di cittadini italiani o comunitari titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente;
- cittadino straniero in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo;
- titolare di protezione internazionale (asilo politico, protezione sussidiaria).
Requisiti economici
Il nucleo familiare deve essere in possesso congiuntamente di:
- un valore ISEE in corso di validità non superiore a 6 mila euro
- un valore ISRE (indicatore reddituale ISEE diviso la scala di equivalenza) non superiore a 3 mila euro
- un valore patrimoniale immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20 mila euro
- un valore patrimoniale mobiliare (depositi, conto correnti) non superiore a 10 mila euro (ridotto a 8 mila per una coppia e a 6 mila per una persona sola )
Nessun componente del nucleo familiare deve:
- possedere autoveicoli e /o motoveicoli immatricolati la prima volta nei 24 mesi antecedenti la richiesta (sono esclusi gli autoveicoli/ motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità)
Come funziona la Carta REI
Il beneficio economico viene erogato mensilmente attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta REI) gratuita. La carta può essere usata solo dal titolare e anche per prelevare contante entro il limite mensile non superiore alla metà del beneficio attribuito.
La carta permette di effettuare:
- acquisti in tutti i supermercati, negozi alimentari, farmacie e parafarmacie abilitate al circuito Mastercard;
- il pagamento delle bollette elettriche e del gas presso gli uffici postali.
Progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e lavorativa
- Il Progetto personalizzato è preceduto da una valutazione multidisciplinare che consiste in è un’analisi preliminare effettuata da operatori sociali identificati dai servizi competenti. Sono oggetto di analisi dei beneficiari: le condizioni personali e sociali, la situazione economica, la situazione lavorativa e il profilo di occupabilità, l’istruzione e la formazione, la condizione abitativa, le reti familiari, di prossimità e sociali
- Se la situazione di povertà è connessa alla mancanza di lavoro, il progetto personalizzato è sostituito dal Patto di servizio o dal programma di ricerca intensiva di occupazione (previsti dal Dlgs.150/2015, art.20).
- Il Progetto di attivazione sociale e lavorativa deve essere sottoscritto dai componenti del nucleo familiare e individua, sulla base dei bisogni, una figura di riferimento che cura la realizzazione e il monitoraggio del progetto (assistente sociale: case manager). La sottoscrizione è obbligatoria anche per ricevere il beneficio economico (condizionalità del REI)
- Se successivamente all’analisi preliminare emerge l’esigenza di sviluppare un quadro di analisi approfondito, si costituisce una équipe multidisciplinare composta da un operatore sociale appartenente al servizio sociale competente e da altri operatori afferenti alla rete dei servizi territoriali (servizi per l’impiego, la formazione, le politiche abitative, la tutela della salute e l’istruzione)
- I progetti personalizzati di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa sono avviati dai Comuni che esercitano le funzioni a livello di Ambiti territoriali.
Che cosa è il Reddito di cittadinanza e come si compone
La proposta di reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle è costituita da un insieme di misure volte al sostegno del reddito per tutti i soggetti residenti nel territorio nazionale che vivono al di sotto della soglia di rischio di povertà relativa calcolato dall’ISTAT. La proposta si compone di diverse parti:
a) Beneficio economico
b) Progetto personalizzati di inserimento (condizionalità)
c) Misure integrative di sostegno per casa, istruzione e la formazione dei giovani, servizi sociali e socio-sanitari, trasporti pubblici, utenze, ecc.
Il Reddito di cittadinanza è condizionato dalla disponibilità del beneficiario, in età non pensionabile, ad iscriversi ai centri per l’impiego, a dare la propria disponibilità al lavoro, ad intraprendere, entro sette giorni, percorsi di inserimento lavorativo.
Beneficiari
Beneficiari della misura sono le famiglie di residenti italiani, europei e stranieri, che non raggiungono un reddito pari a 6/10 del reddito mediano equivalente (pari a 15.514 euro all’anno), ossia con un reddito annuo al di sotto di 9.360 euro all’anno (soglia per un individuo).). L’importo è comunque variabile poiché va ad integrazione del reddito ( anche per gli occupati)
Risorse finanziarie
Il costo totale della misura è stato valutato da Istat per 14,9 miliardi di euro. Dalla simulazione effettuata dall’ISTAT la misura è destinata a 2 milioni e 759mila famiglie (10,6% delle famiglie residenti in Italia
Entità del beneficio economico
Il beneficio economico medio per famiglia è pari a 12.175 euro l’anno per le famiglie molto povere e decresce all’aumentare del reddito fino ad un minimo di circa 2.500 euro. Il sussidio mensile massimo erogato alle famiglie senza reddito è:
Che cosa è il Reddito minimo garantito e come si compone
Il reddito minimo garantito è uno misura di contrasto alle vecchie e nuove povertà. E’ uno strumento di autonomia e valorizzazione delle persona, finalizzato a contrastare le disuguaglianze ed esclusioni sociali, a garantire la libera scelta del lavoro sottraendo i cittadini al ricatto del lavoro sottopagato e della precarietà, a contribuire alla redistribuzione della ricchezza. Si compone di:
a) un beneficio economico;
b) in diverse forme di sostegno indiretto al reddito attraverso l’accesso gratuito ai servizi socio-sanitari, di istruzione, trasporti pubblici e diritto all’abitare (anche attraverso il sostegno al pagamento di affitto o mutuo).
L’erogazione del beneficio economico è incondizionato alla adesione/non adesione del beneficiario ad un progetto di inserimento sociale e lavorativo stipulato con gli enti preposti (servizi pubblici per l’impiego). Tali servizi son comunque tenuti a proporre un progetto ed eventualmente “un’offerta congrua” di lavoro che sarà valutata dal beneficiario.
Beneficiari e durata
È rivolto a tutte le persone che hanno un reddito al di sotto della soglia di povertà relativa calcolata convenzionalmente come il 60% del reddito mediano nazionale. E’ una misura soggettiva cui possono accedere tutti i residenti sul territorio italiano, indipendentemente dalla loro condizione sul mercato del lavoro (occupati/non occupati; attivi e inattivi) nazionalità, genere e età anagrafica. La residenza è l’unica soglia di accesso per gli immigrati.
La durata del beneficio è vincolata al tempo di garanzia del diritto e dunque della dignità della persona. Viene a cessare nel caso di un lavoro o pensione che garantiscano una vita dignitosa al di sopra della soglia di povertà relativa.
Risorse finanziarie
Il costo del dispositivo può essere assimilato a quello del reddito di cittadinanza 15 miliardi circa.
Entità del beneficio economico
Il beneficio economico non può essere inferiore a 780 euro per un singolo (senza reddito), il valore è aggiornato annualmente. Al beneficio economico si sommano una serie di strumenti di sostegno indiretto al reddito: servizi socio-sanitari, scuola, trasporto gratuiti e sostegno al canone di affitto o mutuo nel caso di possessori di abitazione. Nel caso di famiglie, il beneficio economico viene calcolato sulla base della scala di equivalenza standard.
Fonte
Proprio per questo vi proponiamo una doppia lettura. La prima, vaghissima ed esultante, è quella di Repubblica, organo ufficiale del governo che rende praticamente inutile l’ufficio stampa di Palazzo Chigi.
La seconda è quella – sintetica ma precisa – fatta dall’Usb, il sindacato di base che più di tutti si candida a ricoprire il ruolo di sindacato generale, concretamente alternativo alla “triplice dei complici”.
Gli elementi che dovrebbero mettere tutti in sospetto sono facili da individuare.
a) Il Reddito di inclusione (Rei) sostituisce altre due forme di sostegno al reddito (il Sostegno all’inclusione attiva – Sia – e l’Asdi, l’Assegno di disoccupazione), ricalcando di fatto le caratteristiche del primo.
b) L’importo del Rei è decisamente miserevole – dai 190 fino ai 485 euro – e molto inferiore all’attuale (e insufficiente) Assegno di disoccupazione, che corrisponde invece “al 75% della retribuzione media mensile imponibile ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni”; un cifra variabile con il livello della perduta retribuzione, tanto che la stessa legge imponeva un limite (“l’importo della prestazione non può superare il limite massimo di 1.300 euro”) e una riduzione del 3% ogni mese per “incentivare la ricerca di una nuova occupazione”).
c) I requisiti particolarmente restrittivi per l’accesso alla prestazione (come per l’attuale Sia; unica differenza il livello dell’Isee, ora a 6.000 euro invece che a 3.000) e le “condizionalità” (mettersi in mano ai servizi sociali, nel frattempo ridotti alla paralisi a causa dei tagli al bilancio).
d) Le risorse finanziarie ridicole (1,7 miliardi), sufficienti per poco più di mezzo milione di famiglie (il “familismo” è la filosofia dominante di questa misura); lo stesso governo dice di sperare bastino per “660mila”.
In pratica, il Rei non si discosta molto dalla famosa “social card” di Giulio Tremonti. Con la differenza che quella misura ridicola, se non altro, non era sostitutiva di altre forme di sostegno al reddito ben più consistenti.
*****
La propaganda di Repubblica
Reddito di inclusione, dal primo gennaio arriva il sostegno per le famiglie più deboli
Con il via libera definitivo dopo il secondo esame in consiglio dei ministri decolla ufficialmente il Reddito d’inclusione (ReI), lo strumento di contrasto alla povertà che sostituisce il Sostegno all’inclusione attiva (Sia) e anche l’Asdi, l’Assegno di disoccupazione e che partirà il prossimo primo gennaio. La misura consiste in un assegno mensile di importo variabile dai 190 fino ai 485 euro in caso di famiglie molto numerose per una durata massima di 18 mesi e sarà necessario che trascorrano almeno 6 mesi dall’ultima erogazione prima di poterlo richiedere nuovamente.
Beneficiarie della misura saranno le famiglie con un Isee non superiore ai 6mila euro, un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla prima casa, non superiore ai 20 mila euro e un patrimonio mobiliare massimo tra i 6 mila e i 10 mila euro a seconda del numero dei componenti del nucleo. Priorità, almeno nella fase iniziale di introduzione, alle famiglie con figli minorenni o disabili, donne in stato di gravidanza o disoccupati over 55.
Nelle intenzioni del governo, aveva spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti dopo il primo via libera a giugno, lo strumento dovrebbe coinvolgere circa 660 mila famiglie, di cui 560 mila con figli minori. Sul tavolo il governo ha messo 1,7 miliardi di euro destinati a crescere ad almeno 2 miliardi l’anno. Lo strumento di accesso al beneficio sarà la carta Rei, dove verrà materialmente caricato l’importo. Si tratta di una carta con cui sarà possibile acquistare una serie di beni, utilizzabile anche come bancomat per prelevare fino alla metà dell’importo erogato mensilmente. Contestualmente alla ricezione del sostegno, i beneficiari dovranno però partecipare a un progetto di reinserimento sociale e nel mondo del lavoro.
Il provvedimento fissa però dei paletti per l’accesso alla misura. Non potranno ottenere il Rei i proprietari di imbarcazioni, o auto e moto immatricolati nei 24 mesi precedenti la richiesta del sussidio.
Soddisfatto il premier che su Twitter ha commentato: “Via libera definitivo al Reddito di Inclusione. Un aiuto a famiglie più deboli, un impegno di Governo Parlamento e Alleanza contro povertà”.
*****
La realtà del provvedimento, nell’analisi critica dell’Usb, che prende in esame anche il “reddito di cittadinanza” proposto dai Cinque Stelle ed avanza una proposta alternativa originale e realistica.
1 La povertà in Italia
Quanti sono i poveri in Italia
L’ISTAT calcola la stima della povertà secondo due distinte misure: povertà assoluta e povertà relativa. I dati del 2016 stimano che:
• gli individui che vivono in povertà assoluta ammontano a 4 milioni e 742mila (7,9% della popolazione) e riguardano 1 milione e 619mila famiglie (6,3% delle famiglie residenti);
• gli individui che vivono in povertà relativa ammontano a 8 milioni 465mila (14,0% della popolazione), per un totale di 2 milioni 734mila famiglie (10,6% delle famiglie
Chi colpisce di più
La povertà, sia assoluta che relativa, colpisce soprattutto la famiglie numerose, con 4 o 5 e più componenti e con minori, la famiglie giovani dove la persona di riferimento ha meno di 35 anni e il cui titolo di studio posseduto è al massimo la licenza elementare.
I working poor
Le famiglie in povertà assoluta la cui persona di riferimento può contare su un’occupazione (working poor) rappresentano il 6,4% (il 10,2% se si considera la povertà relativa) e particolarmente sfavorite risultano le famiglie di operai assimilati (12,6% in povertà assoluta e il 18,7% in povertà relativa), mentre tra i non occupati è colpito soprattutto chi è in cerca di occupazione (23,2% in povertà assoluta e il 31,0% in povertà relativa).
2 Il dibattito in UE sul reddito minimo europeo
Punti di partenza
Vi è una proposta del parlamento europeo che verrà votata dalla Commissione europea a fine settembre: istituzione di un regime RM in tutti i paesi costituito da misure (prestazione economica + accesso agevolati ai servizi) per coloro che hanno un reddito insufficiente.
- La relazione mette in luce la difficoltà di tutti gli schemi di risolvere i problemi dei cittadini in difficoltà: tendenza all’irrigidimento delle condizionalità, aumento della selettività.
- Le riforme sul MDL e il consolidamento dei bilanci hanno acuito le disparità tra paesi. La riduzione della spesa pubblica (sanità, alloggi, istruzione e protezione sociale) ha aggravato le condizioni dei più fragili.
- Il RM funge da stabilizzatore automatico in caso di importanti crisi (effetto anticiclico).
- Gli studi della Banca mondiale concludono che la povertà incide negativamente sulla crescita economica
Perché conviene
- Le politiche a sostegno delle fasce più svantaggiate andranno a vantaggio di tutta l’economia dell’UE e saranno tendenzialmente stabili sul bilancio
- L’FMI (Fondo Monetario Internazionale) sottolinea che: se la quota di reddito aumenta di 1 punto per il 20% delle persone che si collocano nella fascia superiore dei redditi, il tasso d crescita del PIL si riduce dello 0,08 punti percentuali nei successivi 5 anni. Viceversa, ad un aumento di reddito di un punto percentuale per quelle persone che si collocano nel 20% di reddito più basso, è associato un tasso di crescita del PIL dello 0,38% .
Conclude
In sede di definizione delle politiche macro-economiche tenere conto di garantire l’accesso ai servizi sociali pubblici finanziati adeguatamente e sistemi di sostegno economico ai più fragili.
3 Principali elementi del Reddito di inclusione
Che cosa è il Reddito di inclusione e come si compone
E’ una misura nazionale di contrasto alla povertà presentata come universale, ma nei fatti categoriale (selettiva)
Si compone di 2 parti:
a) Beneficio economico erogato attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta REI)
b) Progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e lavorativa.
Il REI condiziona l’erogazione del sostegno economico all’adesione di un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa. La misura entrerà in funzione dal 1° gennaio 2018.
Beneficiari
Beneficiari della misura non sono gli individui, ma i nuclei familiari che risultano al di sotto della soglia di stima della povertà assoluta: circa 500 mila famiglie, di cui 420 mila con minori. Le persone potenzialmente coperte dal REI sono complessivamente quasi 1,8 milioni, di cui 700 mila minori.
Risorse finanziarie
Per finanziare il Reddito di inclusione è stato istituito il Fondo nazionale per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, con una dotazione strutturale che l’ultima legge di bilancio ha portato a circa 1,7 miliardi di euro dal 2018 fino ad arrivare a oltre 2 miliardi di euro dal 2019.
Non meno del 15% del Fondo povertà verrà destinato al rafforzamento degli interventi e servizi sociali per il contrasto alla povertà per i servizi di informazione alle persone, l’organizzazione delle procedure di accesso per gli aventi diritto così come i percorsi d’inserimento sociale (262 milioni di euro per l’anno 2018 e 277 milioni di euro per il 2019 – art 7 comma 3).
Le Regioni e le Province autonome possono concorrere con risorse proprie a rafforzare il REI con riferimento ai propri residenti.
Entità del beneficio economico
Il beneficio per ogni nucleo familiare non potrà essere superiore all’assegno sociale (485,411 euro al mese). Se i componenti del nucleo familiare ricevono altri trattamenti assistenziali, il valore del REI è ridotto del valore dei trattamenti, esclusi quelli non sottoposti alla prova dei mezzi (indennità di accompagnamento).
Il beneficio massimo mensile del REI per numero di componenti il nucleo familiare è il seguente:
4. Requisiti per beneficiare del Reddito di inclusione
Durata del beneficio economico
Il beneficio è concesso per un periodo massimo di 18 mesi e non potrà essere rinnovato prima di 6 mesi. In caso di rinnovo, la durata è fissata in 12 mesi.
Requisiti dei nuclei familiari
Nuclei familiari con almeno una delle seguenti condizioni (priorità alla famiglie con minori):
- presenza di figli minorenni
- presenza di una persona con disabilità e di almeno un suo genitore
In assenza di figli minori:
- presenza di una donna in stato di gravidanza accertata (la documentazione medica deve essere rilasciata da una struttura pubblica e allegata alla richiesta di beneficio non prima di 4 mesi dalla data presunta del parto);
- presenza di almeno un disoccupato che abbia compiuto 55 anni che si trovi in stato di disoccupazione con cessazione da almeno 3 mesi e che non percepiscano ammortizzatori sociali.
Requisiti di residenza e soggiorno
Il componente che richiede il beneficio deve essere residente in Italia da almeno 2 anni e può essere:
- cittadino italiano o comunitario;
- familiare di cittadini italiani o comunitari titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente;
- cittadino straniero in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo;
- titolare di protezione internazionale (asilo politico, protezione sussidiaria).
Requisiti economici
Il nucleo familiare deve essere in possesso congiuntamente di:
- un valore ISEE in corso di validità non superiore a 6 mila euro
- un valore ISRE (indicatore reddituale ISEE diviso la scala di equivalenza) non superiore a 3 mila euro
- un valore patrimoniale immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20 mila euro
- un valore patrimoniale mobiliare (depositi, conto correnti) non superiore a 10 mila euro (ridotto a 8 mila per una coppia e a 6 mila per una persona sola )
Nessun componente del nucleo familiare deve:
- possedere autoveicoli e /o motoveicoli immatricolati la prima volta nei 24 mesi antecedenti la richiesta (sono esclusi gli autoveicoli/ motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità)
5 Principali elementi del Reddito di inclusione
Come funziona la Carta REI
Il beneficio economico viene erogato mensilmente attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta REI) gratuita. La carta può essere usata solo dal titolare e anche per prelevare contante entro il limite mensile non superiore alla metà del beneficio attribuito.
La carta permette di effettuare:
- acquisti in tutti i supermercati, negozi alimentari, farmacie e parafarmacie abilitate al circuito Mastercard;
- il pagamento delle bollette elettriche e del gas presso gli uffici postali.
Progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e lavorativa
- Il Progetto personalizzato è preceduto da una valutazione multidisciplinare che consiste in è un’analisi preliminare effettuata da operatori sociali identificati dai servizi competenti. Sono oggetto di analisi dei beneficiari: le condizioni personali e sociali, la situazione economica, la situazione lavorativa e il profilo di occupabilità, l’istruzione e la formazione, la condizione abitativa, le reti familiari, di prossimità e sociali
- Se la situazione di povertà è connessa alla mancanza di lavoro, il progetto personalizzato è sostituito dal Patto di servizio o dal programma di ricerca intensiva di occupazione (previsti dal Dlgs.150/2015, art.20).
- Il Progetto di attivazione sociale e lavorativa deve essere sottoscritto dai componenti del nucleo familiare e individua, sulla base dei bisogni, una figura di riferimento che cura la realizzazione e il monitoraggio del progetto (assistente sociale: case manager). La sottoscrizione è obbligatoria anche per ricevere il beneficio economico (condizionalità del REI)
- Se successivamente all’analisi preliminare emerge l’esigenza di sviluppare un quadro di analisi approfondito, si costituisce una équipe multidisciplinare composta da un operatore sociale appartenente al servizio sociale competente e da altri operatori afferenti alla rete dei servizi territoriali (servizi per l’impiego, la formazione, le politiche abitative, la tutela della salute e l’istruzione)
- I progetti personalizzati di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa sono avviati dai Comuni che esercitano le funzioni a livello di Ambiti territoriali.
6 Principali elementi del Reddito di Cittadinanza del M5S
Che cosa è il Reddito di cittadinanza e come si compone
La proposta di reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle è costituita da un insieme di misure volte al sostegno del reddito per tutti i soggetti residenti nel territorio nazionale che vivono al di sotto della soglia di rischio di povertà relativa calcolato dall’ISTAT. La proposta si compone di diverse parti:
a) Beneficio economico
b) Progetto personalizzati di inserimento (condizionalità)
c) Misure integrative di sostegno per casa, istruzione e la formazione dei giovani, servizi sociali e socio-sanitari, trasporti pubblici, utenze, ecc.
Il Reddito di cittadinanza è condizionato dalla disponibilità del beneficiario, in età non pensionabile, ad iscriversi ai centri per l’impiego, a dare la propria disponibilità al lavoro, ad intraprendere, entro sette giorni, percorsi di inserimento lavorativo.
Beneficiari
Beneficiari della misura sono le famiglie di residenti italiani, europei e stranieri, che non raggiungono un reddito pari a 6/10 del reddito mediano equivalente (pari a 15.514 euro all’anno), ossia con un reddito annuo al di sotto di 9.360 euro all’anno (soglia per un individuo).). L’importo è comunque variabile poiché va ad integrazione del reddito ( anche per gli occupati)
Risorse finanziarie
Il costo totale della misura è stato valutato da Istat per 14,9 miliardi di euro. Dalla simulazione effettuata dall’ISTAT la misura è destinata a 2 milioni e 759mila famiglie (10,6% delle famiglie residenti in Italia
Entità del beneficio economico
Il beneficio economico medio per famiglia è pari a 12.175 euro l’anno per le famiglie molto povere e decresce all’aumentare del reddito fino ad un minimo di circa 2.500 euro. Il sussidio mensile massimo erogato alle famiglie senza reddito è:
7 Reddito minimo garantito. La nostra proposta
Che cosa è il Reddito minimo garantito e come si compone
Il reddito minimo garantito è uno misura di contrasto alle vecchie e nuove povertà. E’ uno strumento di autonomia e valorizzazione delle persona, finalizzato a contrastare le disuguaglianze ed esclusioni sociali, a garantire la libera scelta del lavoro sottraendo i cittadini al ricatto del lavoro sottopagato e della precarietà, a contribuire alla redistribuzione della ricchezza. Si compone di:
a) un beneficio economico;
b) in diverse forme di sostegno indiretto al reddito attraverso l’accesso gratuito ai servizi socio-sanitari, di istruzione, trasporti pubblici e diritto all’abitare (anche attraverso il sostegno al pagamento di affitto o mutuo).
L’erogazione del beneficio economico è incondizionato alla adesione/non adesione del beneficiario ad un progetto di inserimento sociale e lavorativo stipulato con gli enti preposti (servizi pubblici per l’impiego). Tali servizi son comunque tenuti a proporre un progetto ed eventualmente “un’offerta congrua” di lavoro che sarà valutata dal beneficiario.
Beneficiari e durata
È rivolto a tutte le persone che hanno un reddito al di sotto della soglia di povertà relativa calcolata convenzionalmente come il 60% del reddito mediano nazionale. E’ una misura soggettiva cui possono accedere tutti i residenti sul territorio italiano, indipendentemente dalla loro condizione sul mercato del lavoro (occupati/non occupati; attivi e inattivi) nazionalità, genere e età anagrafica. La residenza è l’unica soglia di accesso per gli immigrati.
La durata del beneficio è vincolata al tempo di garanzia del diritto e dunque della dignità della persona. Viene a cessare nel caso di un lavoro o pensione che garantiscano una vita dignitosa al di sopra della soglia di povertà relativa.
Risorse finanziarie
Il costo del dispositivo può essere assimilato a quello del reddito di cittadinanza 15 miliardi circa.
Entità del beneficio economico
Il beneficio economico non può essere inferiore a 780 euro per un singolo (senza reddito), il valore è aggiornato annualmente. Al beneficio economico si sommano una serie di strumenti di sostegno indiretto al reddito: servizi socio-sanitari, scuola, trasporto gratuiti e sostegno al canone di affitto o mutuo nel caso di possessori di abitazione. Nel caso di famiglie, il beneficio economico viene calcolato sulla base della scala di equivalenza standard.
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