Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/08/2023
La grande cazzata sugli “occupabili”. Quando un governo mente sapendo di mentire
Il 56 per cento degli occupati ha trovato lavoro tramite canali di ricerca informali, complice anche la digitalizzazione degli strumenti di ricerca, che ha facilitato i processi di networking e la possibilità di stabilire contatti in ambito lavorativo.
Questi dati emergono da un rapporto dell’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), presentato al Festival del Lavoro il 23 giugno 2022.
In pratica i Centri per l’Impiego ai quali dovrebbero rivolgersi i disoccupati “occupabili” non sono lo strumento per trovare lavoro.
“Fa sorridere poi chi parla di riformare i centri per l’impiego (che sono 556 in tutta Italia, con 8 mila dipendenti) in pochi mesi. Questi antichi strumenti di incontro tra offerta e domanda di lavoro non funzionano più ormai da tempo: su 2 milioni di persone che vi si rivolgono all’anno, solo 37 mila trovano lavoro, l’1,8%”.
Questo era quanto scriveva una nota esponente politica di centro-destra contraria al Reddito di Cittadinanza nel 2018. Nel 2019 questa percentuale era salita al... 2,1%.
Ma oggi, cinque anni dopo, la situazione è la stessa. Le occasioni di lavoro NON passano per i Centri per l’Impiego ma per vie dirette. In pratica i “datori di lavoro” (sic!) NON fanno passare le richieste di assunzione tramite i Centri per l’Impiego.
Da quando sono stati sciolti gli uffici di collocamento (era il 1997 e grazie al Pacchetto Treu, ndr) e introdotti i Centri per l’Impiego, il lavoro non ha più avuto nessuna sede di incontro tra domanda e offerta “regolata” da graduatorie e meccanismi verificabili.
Se non si obbligano le aziende a passare attraverso i Centri per l’Impiego per assumere – come avveniva con gli Uffici di Collocamento – non c’è alcuna riforma credibile né su questi strumenti né sul lavoro, tantomeno sulla “occupabilità”.
È questa la ragione per cui chi si è visto togliere il Reddito di Cittadinanza oggi non ha alcuna possibilità seria di occupazione.
Chi continua a ripetere la contrapposizione tra reddito e occupabilità è un infame e un bugiardo.
Fonte
02/12/2022
La riforma del RdC del Governo Meloni: comprimere i diritti e disciplinare i lavoratori
Ricordiamo, prima di addentrarci nei dettagli dell’intervento, che il RdC, nonostante i suoi limiti, ha rappresentato un argine alla povertà durante gli scorsi anni, e in particolar modo nei mesi più duri della crisi pandemica, caratterizzati da un crollo del PIL e dell’occupazione. Si stima che il RdC abbia permesso a circa un milione di persone di sfuggire alla povertà assoluta, garantendo un livello minimo di accesso a beni e servizi essenziali. Un importante risultato per quanto riguarda le condizioni materiali di vita di lavoratori a basso reddito e disoccupati, che, come vedremo, rischia di essere messo a repentaglio dalle modifiche che vi apporterà l’attuale esecutivo.
I dettagli della stretta sono contenuti nel disegno di legge di bilancio recentemente “bollinato” dalla Ragioneria dello Stato e presentato alla Camera. La principale modifica, nel brevissimo termine, riguarda la riduzione dei mesi di beneficio per i percettori considerati ‘occupabili’: se, fino a oggi, qualora una richiesta di RdC fosse stata accettata, si sarebbero percepite 12 mensilità in un anno (in un importo variabile in base alla propria condizione familiare), la nuova formula prevede per il 2023 un massimo di 8 mensilità per determinati soggetti. Si tratta di coloro che sono stati definiti dalla vulgata giornalistica e dal governo come “occupabili”, ma in sostanza sono semplicemente coloro che hanno tra i 18 e i 59 anni. Si salvano (per il momento) e, quindi, continueranno a percepire fino a un massimo di 12 mensilità l’anno, le famiglie con minorenni, disabili e anziani con almeno 60 anni d’età.
Ma non finisce qui, perché il RdC, in base al disegno di legge, sarà cancellato dal 2024. A parziale compensazione, si accenna all’introduzione di una nuova forma di sostegno, destinata solo a coloro che saranno ritenuti “non occupabili”. Per ora, però, di questo nuovo strumento non si sa nulla. Di certo, per ora, c’è soltanto che il RdC sarà abolito dal 1° gennaio 2024.
Si stima che il taglio previsto per il 2023 coinvolgerà circa un milione di persone, pari a circa 404 mila nuclei (attualmente – dati da gennaio a ottobre 2022 – a beneficiare di almeno una mensilità di RdC sono state circa 3,6 milioni di persone, pari a circa 1,7 milioni di famiglie). Da un lato, l’esistenza di inoccupabili rappresenta un limite naturale al taglio, in quanto si calcola che circa 2/3 degli attuali percettori non abbiano i requisiti di occupabilità (persone anziane o comunque inabili al lavoro). Tuttavia, limitare la platea di potenziali percettori delle 12 mensilità ai soli “inoccupabili” ha un significato politico ben preciso: di fatto, significa sposare l’idea balzana che un cinquantottenne sia occupabile quanto un ventenne e pensare che coloro che possiedono i requisiti anagrafici per lavorare potranno ‘risolvere’ i loro problemi (ossia trovare un reddito) vendendosi sul mercato del lavoro per un salario dignitoso. Nei fatti, invece, l’obiettivo è un altro: far sì che queste persone siano costrette ad accontentarsi di un salario indegno pur di sopravvivere.
La narrazione del Governo, infatti, cozza con la realtà dei fatti, in quanto il mercato del lavoro in Italia è ad oggi caratterizzato dalla presenza di circa 2 milioni di disoccupati, a cui si aggiungono gli scoraggiati, una significativa fetta di part-time involontari (ossia coloro che lavorano a tempo parziale ma che vorrebbero lavorare a tempo pieno) e circa 5 milioni di lavoratori poveri (spesso legati a contratti atipici) a testimonianza del fatto che non ci sono sufficienti caselle occupazionali da riempire.
Ma c’è di più: garantire un reddito a coloro che un lavoro non ce l’hanno, pur avendo le capacità di svolgerlo e cercarlo attivamente, significa dare al mercato del lavoro un segnale di quella che può essere una soglia minima salariale in assenza di una legge sul salario minimo. Togliere il sussidio ai disoccupati ‘occupabili’ significa di fatto togliere dal mercato l’indicazione di un pavimento inferiore nella retribuzione per il lavoratore medio. Si tratta di una misura, questa, che sottende un’idea ben specifica circa il funzionamento del mercato del lavoro: l’esistenza di disoccupati, in questa visione, dipenderebbe dalla prevalenza di salari reali troppo elevati, mentre a salari più bassi le imprese sarebbero incentivate ad assumere più lavoratori. Una concezione che, come abbiamo più volte osservato, è tipica dell’economia dominante. Una visione che è stata smentita dall’evidenza empirica, oltre che dalla logica e dell’analisi economica.
Oltre a queste considerazioni, gli esponenti della maggioranza ne paventano altre, di carattere ancor più classista, che si aggiungono al già ripugnante criterio della residenza nel Paese da almeno dieci anni introdotto su richiesta della Lega agli albori del RdC e accettato dal Movimento 5 Stelle. Tra queste, ne sottolineiamo due. La prima, contenuta nella legge di bilancio, riguarda la decadenza dal beneficio alla prima offerta rifiutata, mentre al momento il RdC sarebbe sospeso al secondo rifiuto: se la congruità dell’offerta fosse considerata su tutto il territorio nazionale, ciò significherebbe che basterebbe declinare un’offerta a 500km da casa per perdere il diritto al sussidio. La seconda, per ora soltanto ipotizzata dal ministro dell’Istruzione (e del merito!) Valditara, concerne la malsana idea di depennare punitivamente dai potenziali beneficiari coloro che non hanno completato gli studi dell’obbligo, come se la loro decisione di abbandonare precocemente gli studi fosse stata dettata da qualcosa di diverso dalle condizioni economiche e sociali che li hanno costretti a cercarsi da campare a 12 anni.
Un’ulteriore modifica presente nel ddl di bilancio riguarda l’obbligo dei percettori di prestare dei lavori socialmente utili presso i Comuni. Una scelta che delinea con ancora più forza il tratto della ‘condizionalità’ del reddito (se non lavori, non prendi il sussidio).
Dalle prime stime, la riduzione della platea dei beneficiari comporterà un risparmio di 743 milioni di euro per le casse dello Stato. Si tratta di un risparmio risibile in termini sia assoluti che relativi (per avere un ordine di grandezza, la spesa pubblica complessiva si aggira attorno ai 1000 miliardi di euro annui, di cui circa 600 per il welfare e, tra questi, circa 9 per il RdC). Un risparmio, dunque, neanche utile, se non in minima parte, a creare un tesoretto da offrire in sacrificio sull’altare dell’austerità. Per questo, come abbiamo avuto modo di vedere, i tagli più pesanti sono rivolti altrove (attraverso, tra l’altro, misure drammatiche alla voce sanità): il Governo Meloni si appresta a fare più austerità del Governo Draghi.
Ma l’obiettivo, stavolta, non è (solo) fare cassa, bensì dare il segnale che ‘la pacchia è finita’, con un atto che non comporta alcun beneficio per le casse dello Stato ma che fa molto, moltissimo danno a un gran numero di persone. È un segnale lanciato a pezzi di elettorato che da sempre hanno in odio il RdC. Un segnale che dice: ecco la manodopera di cui avete bisogno, a cui potrete ora offrire un salario da fame perché non ci sarà più neanche la tutela minima del RdC. Un regalo a padroni e padroncini italici. Una strenna natalizia affiancata all’allargamento del campo di applicazione dei voucher. In una logica, si noti bene, condivisa anche da una parte del cosiddetto centrosinistra, come ci ha ricordato il sempre illuminato Pietro Ichino.
Il Reddito di cittadinanza, così come originariamente congetturato, rappresentava uno strumento di assistenza minimale, e già di per sé con condizioni piuttosto stringenti, finalizzato a garantire un reddito ai meno facoltosi. L’attacco a questa forma di sussidio, già messa alla prova dalle revisioni apportate dal Governo Draghi, rappresenta un ulteriore tentativo di portare a zero gli strumenti di sostegno al reddito. Si tratta di un piano non troppo celato dell’attuale esecutivo, che, oltre agli attacchi mediatici e alle misure di riduzione del parterre dei beneficiari, ne ha infatti previsto la completa abrogazione a partire dal 2024. Un provvedimento che rappresenta la cifra dell’esecutivo Meloni e che più di ogni altra sparata o commento di colore deve farci tenere alta la guardia sulle reali intenzioni dell’attuale compagine governativa.
Fonte
08/06/2021
Frammenti di welfare: formare al lavoro nei piani di ripresa post-pandemica
Nell’Europa dei Recovery Plan la formazione è destinata a ricoprire un ruolo centrale nel welfare post-pandemico. Nella corsa dei governi nazionali per accedere ai fondi con cui ristrutturare i propri sistemi produttivi e sociali, il welfare assume il volto di una competizione tra progetti: quelli dei governi nazionali e quelli di lavoratori e lavoratrici alla ricerca di un’occupazione sempre più sfuggente e precaria, che richiede di accumulare costantemente quella condanna che è il capitale umano. Valorizzare sé stessi, aggiornare costantemente le proprie conoscenze e competenze diventa il motivetto che donne, precari e migranti dovranno ripetersi perché questo è il criterio sempre più stringente per accedere a una cittadinanza gerarchicamente differenziata secondo la quota di sapere sociale che ciascuno porta con sé.
Di fronte alla crisi pandemica che ha rimesso al centro del discorso politico la necessità di un intervento pubblico nella gestione della riproduzione sociale, e dunque della capacità di assicurare le condizioni economiche e sociali della produzione, l’Europa pianifica per la prima volta avendo a disposizione dei fondi per farlo. L’obiettivo dei suoi piani però non è una novità, anzi si pianifica quel che resta di un vecchio sogno europeo già perseguito in vari in modi negli ultimi vent’anni: fare della formazione e del lavoro un tutt’uno, legare a doppio filo il welfare con le politiche attive per il lavoro, a cui viene interamente piegata la formazione, normalizzare la precarizzazione rompendo il confine tra pubblico e privato. Non a caso, più che di novità si parla di «recupero»: il Recovery Plan deve recuperare quel progetto che la pandemia ha messo a nudo in tutte le sue contraddizioni. Non si pianifica a partire da un ripensamento complessivo della riproduzione sociale, la cui urgenza è come non mai davanti ai nostri occhi, ma si pianifica per negare tale urgenza, per scongiurare un orizzonte di novità che metterebbe in discussione i vecchi piani. Il welfare, che pure qualche decennio fa ha effettivamente garantito a lavoratori e lavoratrici una qualche forma di assicurazione sulle incertezze del futuro, fa quindi della formazione il suo nuovo abito da cerimonia, che dovrebbe garantire una maggiore occupabilità degli individui attraverso l’erogazione di conoscenze e competenze sempre più specializzate e di fatto frammentate. Un’erogazione che il più delle volte ha poco a che fare con la reale trasmissione di conoscenze. Le vetuste amministrazioni statali – anch’esse da aggiornare e (ri)formare ‒ dovranno quindi veicolare piani transnazionali di riarticolazione dei rapporti sociali addestrando una forza lavoro che dovrà sostenere la «transizione gemella», verde e digitale, che l’Unione Europea promette di intraprendere. La formazione in questo quadro è il re-skilling e l’up-skilling che ci chiede l’Europa: la riqualificazione di una forza lavoro che ha perso il suo tempo a inquinare il pianeta e ora minaccia di resistere al fascino del 4.0. Essa è anche una forma di adattamento imposta alla forza lavoro.
Mettere le mani sulla formazione di giovani e meno giovani – finora perlopiù materia di competenza degli Stati membri – è un’ambizione delle istituzioni europee da diversi anni ormai. A cominciare dal Consiglio di Lisbona del 2000, il Vocational Education and Training (VET) è diventato uno dei punti attraverso cui si snodano le riforme che mirano a rendere più mobile e flessibile la forza lavoro. Nasce in quel contesto, per esempio, l’idea degli individual learning accounts (ILA), dei crediti concessi a lavoratori e lavoratrici «occupabili» per pagarsi la formazione professionale, ovviamente dietro la stretta supervisione di un burocrate. Introdotti in Italia in via sperimentale nel 2006 in alcune province della Toscana, dell’Umbria e del Piemonte, questi voucher per la formazione prendevano il nome di «carta prepagata di credito formativo individuale», con la quale il lavoratore poteva andare a riscuotere la sua parte di formazione presso determinate agenzie.
Restando in tempi non pandemici, BusinessEurope – piattaforma lobbistica di cui fa parte la nostrana Confindustria – raccomandava all’European Social Fund di direzionare fondi e regolamenti destinati a formazione e istruzione verso la creazione di legami più solidi con le imprese, così da evitare che si formassero competenze «inutili» rispetto ai bisogni del mercato del lavoro. Competenze digitali e STEM (scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche) diventano dunque le parole d’ordine della formazione 2.0, dalla scuola primaria all’apprendistato, in un’Europa che ha solo il 6,5% di laureati in discipline STEM contro il 23% dei paesi asiatici.
Nella Proposta di Raccomandazione al Consiglio e nella European Skills Agenda del luglio 2020 emergono nello specifico i vari volti che dovrà assumere la ristrutturazione del welfare associato alla formazione. Si raccomanda in primo luogo l’implementazione dell’ECVET, un sistema di riconoscimento di crediti europei nell’istruzione e formazione. Quindi si avanza la proposta di creare moduli formativi sempre più specifici, «frammentando» in parti sempre più piccole quelle che saranno «qualifiche parziali» e articolandole in «microcredenziali», così da permettere l’aggiornamento costante delle competenze, personalizzandone i contenuti. Nel tentativo di trasformare lavoratori e lavoratrici sempre più, secondo il vecchio adagio, in «imprenditori di sé stessi», si investirà in nuove figure a cui dovremo nostro malgrado abituarci. Per fare un solo esempio: tra le righe dei documenti fanno capolino «insegnanti ibridi» occupati sia nelle scuole professionali sia nelle aziende, così da permettere una «divisione dei costi salariali». Il nome con cui la nuova strategia industriale europea chiama la forma che deve assumere il lavoro per il mondo post-pandemico è quello di «apprendistato permanente», che eleva la precarietà a destino e ne fa un orizzonte insuperabile, permanente appunto, chiudendo ogni possibilità di progettazione del futuro. Individui più competenti, ma sempre e soltanto su un ‘frammento’, possessori di un sapere sempre più parcellizzato e dunque ad alto tasso di obsolescenza.
Queste le poco nobili intenzioni europee. Ma come verranno tradotte in pratica in Italia? Finora il Fondo sociale europeo ha finanziato enti accreditati per la formazione che si sono limitati a erogare corsi perfettamente inutili per la ricollocazione di lavoratrici e lavoratori. Al termine del corso, questi enti si prodigano infatti per ‘contrattare’ con le imprese partner degli stage che forniscono loro forza lavoro a condizioni particolarmente favorevoli, creando un vero e proprio business della formazione, in cui i disoccupati vengono parcheggiati in attesa di tornare merce spendibile sul mercato del lavoro. Il valore dequalificante di questa formazione lo conoscono bene le donne che, soprattutto se migranti, nonostante le alte qualifiche, vengono «formate» per lavori compatibili con il lavoro domestico e familiare, come avviene nei corsi che sono costrette a frequentare durante il percorso di «accoglienza». La formazione non viene però solo appaltata a enti appositi. Le stesse imprese sono incoraggiate a erogare formazione ai propri dipendenti, per la gioia di Confindustria. Non solo le imprese possono accedere al Fondo Sociale Europeo, ma la legge di bilancio 2021 concede un credito d’imposta del 50% a quelle che erogano formazione 4.0. In più, il Fondo Nuove Competenze appena bandito dall’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal) spinge le imprese a dedicare una parte delle ore di lavoro del dipendente alla formazione perché è così che si favorisce la resilienza dei lavoratori. Quelle ore saranno pagate dallo Stato e poi, come già accade, le imprese potranno comunque recuperarle con gli straordinari (magari non pagati). La formazione ce la chiede l’Europa perché, a quanto pare, siamo insieme al Portogallo uno dei paesi UE con il più basso livello di qualificazione per la forza lavoro. Un’affermazione incredibile se pensiamo a quante lavoratrici e quanti lavoratori qualificati italiani trovano lavoro solo all’estero, ma che in realtà rivela la logica di un mercato del lavoro in cui una formazione di alto livello finisce per essere disfunzionale. Non è previsto un sapere che permetta a lavoratrici e lavoratori di liberarsi dalle maglie strette della precarietà dell’apprendistato permanente. Per alcuni, la formazione potrà effettivamente essere il canale d’accesso a lavori meglio retribuiti nei settori industriali emergenti, nonché una valida alternativa a un lavoro già dequalificante. Tuttavia, l’obiettivo con cui si pianifica la formazione non è la qualificazione (che di certo non è stata finora fornita dagli stage), ma la produzione di un sapere sociale medio duttile, multitasking e adattabile alla domanda delle imprese, le cui lamentele sul mismatch – il mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro – altro non esprimono che il malcelato desiderio di un lavoro occupabile secondo le esigenze del momento: un sapere pieghevole per un lavoro pieghevole.
Rendere più efficiente, ovvero più coatta e stringente, la formazione di lavoratrici e lavoratori resilienti è uno dei pilastri del Recovery Plan italiano, nella bozza appena licenziata dal governo. Non a caso essa compare frequentemente nel piano, soprattutto sotto la voce «politiche attive sul lavoro», con cui si punta a superare l’assegno di ricollocazione che, nella sua indeterminatezza, lasciava troppa libertà ai percettori, per stabilire una più minacciosa «Garanzia di occupabilità dei lavoratori» (GOL) e fissare «standard» più esigenti per i beneficiari di strumenti di sostegno al reddito (Dis-coll, NASPI, RdC, CIGS). Detta in soldoni, nessuno deve sognarsi di ricevere qualche briciola senza dare il proprio tempo in cambio. L’obiettivo rimane in fondo quello di accorciare la distanza tra le competenze del lavoro e i bisogni delle imprese. Per farvi fronte sono stati approntati nuovi strumenti pensati soprattutto per le nuove generazioni, quali l’introduzione dell’apprendistato duale, che unisce formazione e lavoro all’insegna di un inquietante motto «imparare sul lavoro» [learning on the job], e il servizio civile universale. Viene cioè rafforzata l’idea di una formazione tutta piegata al valore, nel quadro di una trasformazione complessiva del sistema di istruzione e formazione in una «industry academy» (cit.), che chiama in causa dalla scuola primaria sempre troppo indietro nel fornire competenze digitali fino alle università a cui è chiesto di offrire corsi professionali per disoccupati. Non si tratta però solo di colmare il mismatch, ma di supplire alle debolezze del capitale italiano, e alla sua cronica riluttanza all’investimento, finanziando con i soldi pubblici un’innovazione che, mentre alleggerisce le «responsabilità» del capitale, graverà sempre più sulle spalle di lavoratori e lavoratrici. A queste ultime è destinata una particolare attenzione, poiché la ‘parità di genere’ è criterio trasversale di erogazione dei fondi europei di recupero. Così, per sostenere l’occupabilità femminile, il PNRR prevede l’incoraggiamento di una formazione scientifica per le donne sin dalla giovane età – come se la divisione sessuale del lavoro intellettuale che le spinge verso una formazione umanistica fosse una colpa individuale ‒, fa della formazione permanente una delle risposte all’elevatissima disoccupazione femminile e indica la necessità di conciliare un «riconoscimento del valore sociale dell’attività di cura» con il sostegno all’attività imprenditoriale. Così, mentre milioni di donne dovranno sperare di poter beneficiare dei fondi – ridotti rispetto alla bozza precedente – destinati al rafforzamento di asili e scuole dell’infanzia, i 400milioni di euro destinati al «Fondo Impresa Donna» serviranno a concedere prestiti agevolati e crediti d’imposta ad alcune per trovare la propria emancipazione privata nel ‘farsi impresa’.
I piani nazionali che l’Europa ci chiede devono dunque mettere in conto un cambio di passo nel rapporto formazione-welfare-lavoro, perché adesso le cose si fanno serie e vanno fatte sul serio. Mentre la crescente digitalizzazione, l’automazione e la diffusione del comando degli algoritmi mettono a rischio il 14% dei posti di lavoro a bassa formazione nel manifatturiero e nella vendita al dettaglio – con punte del 18% solo nel primo ‒ l’urgenza della transizione verde e l’importanza della digitalizzazione sdoganano lo smart working che allunga la giornata lavorativa per tutti e, in special modo, per quelle donne che hanno visto dentro le mura domestiche assommarsi lavoro riproduttivo e produttivo. Se con la digitalizzazione una quota di lavoro si farà sempre più smart – e forse anche più cheap – il lavoro dequalificato dovrà sempre più fare i conti con i processi di formazione richiesti dal capitale. A guardar bene, non si tratta però solo di dare una spintarella a un mondo dell’industria che si attarda a compiere il salto tecnologico, ma di accelerare dei processi trasformativi che riguardano i canali d’accesso di lavoratori e lavoratrici ai diritti sociali, rafforzando le gerarchie interne alla cittadinanza. Chi vive sotto il ricatto del permesso di soggiorno conosce già molto bene il funzionamento del circuito formazione-precarietà-formazione, dove la quota di salario diretto e indiretto (vedi la voce welfare) che ti spetta dipende dalla tua disponibilità a sottometterti alla coazione al lavoro. La formazione, quando questa riguarda donne e uomini migranti, è infatti una condizione per poter firmare i patti d’accoglienza e ottenere così i documenti e non cadere nell’illegalità. Una costrizione che ha anticipato la trasformazione generale della cittadinanza in atto già da tempo, dove l’accesso alle prestazioni sociali dipende dalla propria disponibilità a ‘integrarsi’ partecipando a percorsi di formazione palesemente inutili quando non sono addirittura un ostacolo al miglioramento delle proprie condizioni.
Formare alla precarietà e dividere la forza lavoro, moltiplicandone le gerarchie all’interno anche attraverso percorsi di formazione e criteri d’accesso al welfare sempre più differenziati sono le mission europee che non troveremo dichiarate in nessun Recovery Plan. I piani europei affermano una logica di fondo: lavoro e formazione devono adeguarsi al comando algoritmico e ai suoi codici e frazioni di codici. Al lavoro è richiesta una formazione permanente che non procuri nessuna conoscenza qualificata e padroneggiabile da chi la possiede, bensì addestri a obbedire ad algoritmi in continuo aggiornamento. A questo sistema che impone un sapere sempre più frammentato e parziale, è necessario opporsi a partire da uno sguardo complessivo sulle trasformazioni della società per individuarne i punti di rottura. Per questo da qui in avanti diventa essenziale indagare le trasformazioni pianificate del welfare – di cui la formazione è un pezzo fondamentale – nel suo momento di riarticolazione transnazionale, con l’intento di individuare le contraddizioni praticabili da parte di chi rifiuta la resilienza che esso impone. Solo a partire da questo sguardo complessivo è possibile creare connessioni tra segmenti di lavoro in formazione altrimenti sparpagliati, per rovesciare i meccanismi di riproduzione della società.
04/03/2021
Il lavoro e i piani bellicosi del Governo Draghi
Ancora non ci sono certezze su quella che sarà la politica economica e sociale del governo Draghi. Allo stato attuale, l’esecutivo guidato dall’ex Presidente della BCE non ha ancora adottato provvedimenti tali da indicare quelle che saranno le sue mosse, sebbene alcune nomine di consiglieri economici non facciano dormire sonni tranquilli. Ben presto, però, ne sapremo di più.
Blocco dei licenziamenti e integrazioni salariali: si avvicinano le scadenze
Tra circa un mese, infatti, scadrà il blocco dei licenziamenti, da ultimo prorogato dalla Legge di bilancio fino al 31 marzo. Lo stesso giorno, inoltre, è il termine ultimo di copertura della cassa integrazione ordinaria con causale Covid-19, mentre per la cassa integrazione in deroga la scadenza è prevista, attualmente, per il 30 giugno. In entrambi i casi, però, il periodo massimo di cassa integrazione è fissato in dodici settimane.
Ricordiamo brevemente che cos’è la cassa integrazione. Si tratta di un meccanismo di integrazione salariale, pensato per garantire ai lavoratori un sostegno economico nel momento in cui, a causa delle ridotte esigenze produttive delle imprese presso le quali sono stati assunti o durante fasi di riorganizzazione e di crisi aziendale, vengono lasciati a casa per alcuni periodi, o il loro orario lavorativo si riduce. Durante questi periodi, ai lavoratori viene versato un trattamento economico che ammonta all’80% della retribuzione globale che sarebbe loro spettata per le ore di lavoro non prestate.
A seguito dello scoppio della pandemia, il Governo ha esteso di molto la portata delle integrazioni salariali, facendo sì che esse potessero applicarsi anche a settori e a lavoratori che prima risultavano scoperti, in deroga ai requisiti dimensionali, di anzianità contributiva e dell’esperimento di procedure di consultazione sindacale previsti a legislazione previgente. Inoltre, per gran parte del periodo successivo allo scoppio della pandemia, le aziende non hanno dovuto versare il contributo addizionale previsto in tempi normali quando, cioè, parte dell’importo della cassa integrazione, era corrisposto dall’impresa stessa.
L’eccezione è stata rappresentata da una parte delle settimane di cassa integrazione concesse dal cosiddetto “decreto Agosto”, che ha previsto un contributo addizionale pari al 9% della retribuzione per le aziende con fatturato ridotto in misura inferiore al 20% e pari al 18% per le aziende che non hanno subito cali di fatturato, ferma restando la gratuità per le aziende con una riduzione di fatturato pari o superiore al 20% e per quelle che hanno iniziato l’attività dopo il 1° gennaio 2018.
Sempre con il “decreto Agosto”, inoltre, era stato sperimentato un regime particolare, in cui il blocco dei licenziamenti era legato a doppio filo con la cassa integrazione: ai datori di lavoro i quali non avessero fruito per intero dei trattamenti di integrazione salariale (o dell’alternativo esonero contributivo) era impedito ricorrere ai licenziamenti. Un’esplicitazione di quello che era stato, sostanzialmente, il discorso soggiacente ai provvedimenti del Governo: lo Stato vi paga la cassa integrazione, ma voi, datori di lavoro, non licenziate.
Le priorità di Confindustria e quelle del governo Draghi
Due interventi, dunque, che, seppure straordinari, non sono andati a incidere sui meccanismi di fondo della legislazione sul lavoro e sugli ammortizzatori sociali. Si è trattato, semplicemente, della presa d’atto, della necessità di impedire che la crisi economica susseguente allo scoppio della pandemia portasse all’esplosione della disoccupazione. Interventi che, con tutti i limiti e le criticità che si possono sottolineare, non hanno di certo rappresentato un regime particolarmente punitivo per le imprese, i cui interessi sono stati tenuti debitamente in conto.
Nonostante la portata tutt’altro che rivoluzionaria di questi interventi, si fa sempre più insistente, complice l’insediamento del nuovo Governo, la voce di chi vorrebbe dare al più presto un taglio alla legislazione straordinaria. Da un lato, sono ben note le richieste degli industriali, che richiedono la fine del blocco dei licenziamenti per poter tornare ad avere le mani libere. Dall’altro, vi è chi ritiene che occorra superare il meccanismo della cassa integrazione e pensare a un sistema di ammortizzatori sociali che prescinda dalla prosecuzione del rapporto di lavoro e che sia più incentrato sulle ‘politiche attive’ del lavoro, volte a favorire la cosiddetta ‘occupabilità’ dei lavoratori. Una tesi propugnata soprattutto in ambito giuslavoristico, ma non estranea al linguaggio degli industriali, che nasconde la realtà del conflitto di classe, ovviamente a tutto vantaggio dei padroni.
Ma se le priorità degli industriali sono chiare, resta da chiedersi come opererà, al riguardo, il governo Draghi. Come detto in apertura, è presto per dirlo. Possono farsi delle ipotesi, figlie, da un lato, della conoscenza dell’ideologia che alimenta i discorsi di Draghi e dei suoi consiglieri e, dall’altro, di osservazione della realtà e della storia recente.
Queste considerazioni, da un lato, ci spingono a immaginare che, molto probabilmente, non ci sarà una conclusione netta del regime di blocco dei licenziamenti e della cassa integrazione per tutti. Sarebbe una decisione non solo totalmente inaccettabile dal punto di vista della tenuta sociale, ma anche probabilmente nociva per gli interessi di una buona parte degli imprenditori, in particolare di coloro i quali vivono di domanda interna.
Più probabile sembra un allentamento progressivo e selettivo delle tutele che abbiamo visto. Come ricordato, tra gli altri, da Emiliano Brancaccio, Draghi ha più volte fatto alcune distinzioni non di poco conto sui destinatari degli aiuti da parte dello Stato. Ha parlato, ad esempio, di debito buono e debito cattivo (quello cattivo, naturalmente, sarebbe quello destinato ai sussidi ai lavoratori e quello buono sarebbe da indirizzare a politiche in grado di favorire gli investimenti da parte delle aziende – si legga: elevandone i margini di profittabilità), ma anche di ‘imprese zombie’. Queste ultime sono le imprese che, nella visione di Draghi, non essendo in grado di stare sul mercato, devono chiudere, favorendo in tal modo il passaggio dei lavoratori a imprestasi con migliori prospettive. Non si tratta di una libera interpretazione, da parte di Brancaccio, delle parole dell’attuale presidente del Consiglio. È scritto, nero su bianco, nelle pagine di un articolo intitolato “Reviving and restructuring the Corporate Sector post-Covid”, a cura del Gruppo dei Trenta, un think tank il cui comitato direttivo era guidato, all’epoca della pubblicazione del paper, da Mario Draghi (in coabitazione con l’ex governatore della Banca centrale dell’India, Raghuram Rajan).
Il messaggio è che non si deve salvaguardare la situazione esistente, ma favorire una “allocazione ottimale delle risorse”. Fuori dal gergo della tecnocrazia, ciò significa soltanto una cosa: flessibilità dei rapporti di lavoro, distruzione delle aziende non in grado di stare sul mercato, politiche attive volte alla occupabilità, superamento delle politiche che presuppongono la continuità del rapporto di lavoro, come, per l’appunto, la cassa integrazione. Il paragrafo 1.4, dal titolo inequivocabile (“Fare scelte difficili”), parla chiaro: occorre ridurre il supporto diffuso alle imprese e limitarsi a misure concentrate a quelle imprese che, pur avendo oggi bisogno di sostegno, hanno buone prospettive di ripresa. Il supporto diretto alle imprese deve essere limitato ai casi di ‘fallimento di mercato’. Occorre favorire il finanziamento non tramite debito, ma tramite il reperimento di risorse via partecipazioni azionarie. Inoltre, tale processo dovrebbe essere in qualche modo guidato dai ‘suggerimenti’ delle banche e degli investitori privati, che non sono soggetti alle stesse ‘pressioni politiche’ che i governi, invece, devono affrontare.
Tradotto in termini pratici e ritagliati sulla situazione italiana, i suggerimenti di policy del Gruppo dei Trenta potrebbero essere così interpretati: progressiva limitazione del blocco dei licenziamenti e del sostegno della cassa integrazione, cominciando col ridurre o togliere il sostegno alle imprese maggiormente in difficoltà, in modo da spingerle fuori dal mercato. E i lavoratori? Niente paura, una volta liberati dall’insopportabile giogo del rapporto di lavoro con aziende improduttive, saranno ben lieti di essere formati per essere reinseriti, con successo, nel mondo del lavoro.
L’inganno retorico dei padroni
I fautori di quest’ultima impostazione utilizzano spesso una frase a effetto: “tutelare il lavoratore e non il posto di lavoro”. Una visione che potrebbe anche sembrare ammantata di sentimenti umanitari, se non fosse che si tratta di un artificio retorico. Tutelare il posto di lavoro, infatti, significa in primo luogo tutelare il lavoratore. Un mondo in cui la perdita del posto di lavoro non è poi un dramma così grande, se ci sono adeguati strumenti di sostegno al reddito e se lo Stato è pronto a sovvenzionare la formazione dei lavoratori, esiste, se esiste, soltanto nella mente di costoro.
Nella realtà, perdere il lavoro, soprattutto in tarda età, significa spesso dover affrontare lunghi periodi di disoccupazione, con prospettive poco favorevoli per quel che riguarda un reimpiego. C’è poco da sperare anche nelle cosiddette politiche attive del lavoro, volte a migliorare le prospettive di occupabilità dei lavoratori, attraverso percorsi di formazione, analisi dei fabbisogni formativi, aiuto alla ricerca di un’occupazione. L’obiettivo? Far sì che i lavoratori possano essere indirizzati verso quei posti di lavoro vacanti, per i quali le imprese cercano disperatamente candidati. Peccato, però, che si tratti di una favoletta destituita di qualsiasi veridicità.
I posti di lavoro vacanti e, in generale, le opportunità di lavoro, non nascono dal nulla. Sono il risultato delle necessità di manodopera delle imprese e, di conseguenza, aumentano quando l’economia cresce, quando la domanda di beni e servizi cresce. E, affinché la domanda aggregata cresca, servono consumi sostenuti, investimenti, spesa pubblica. Decenni di austerità hanno portato a una decelerazione della crescita e della creazione di posti di lavoro. La pandemia, infine ha determinato un’ulteriore battuta d’arresto alla domanda di lavoro in Italia, basti pensare che i posti di lavoro vacanti erano circa 250 mila alla fine del 2019 e poco più di 180 alla fine del 2020. Combinando questo dato con quello dell’occupazione, che ha registrato un saldo negativo di mezzo milione di posti, si comprende bene come non vi è alcun lavoro verso cui indirizzare né i vecchi disoccupati, né i nuovi che ne risulterebbero dallo sblocco dei licenziamenti.
Ecco che, fatte queste considerazioni, è possibile iniziare a intravedere l’idea di “tutelare il lavoratore, non il posto di lavoro”, come uno strumento nelle mani dei padroni, che non desiderano altro che veder rimuovere i vincoli che gli impediscono di disporre della forza lavoro a proprio piacimento. A ben vedere, è la stessa idea che ha permeato le riforme del lavoro operate dal governo Renzi e che ha portato al sostanziale abbandono delle tutele dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, e, quindi, all’abolizione diritto di reintegro in caso di licenziamento illegittimo (fatta eccezione per alcuni casi estremi) per tutti i nuovi assunti dal 7 marzo 2015: in questo modo, è stato fissato il prezzo che i datori di lavoro devono versare al lavoratore per sbarazzarsene, senza il rischio di essere condannati a riprenderseli.
Quello che i cosiddetti difensori “del lavoratore, non del posto di lavoro” vogliono è il disciplinamento dei lavoratori. Non ci stancheremo mai di ripeterlo: una forza lavoro che non teme il licenziamento per qualsivoglia ragione (perché sa che l’economia cresce, la disoccupazione è bassa e quindi troverà facilmente un nuovo lavoro, perché i sussidi di disoccupazione sono particolarmente generosi, perché i licenziamenti sono difficili) è una forza lavoro poco malleabile, che più difficilmente accetterà un peggioramento delle sue condizioni di lavoro e una riduzione della retribuzione. L’esatto contrario di quel che serve ai datori di lavoro, che hanno, invece, tutto l’interesse affinché i propri dipendenti temano il licenziamento e siano dunque disposti ad accontentarsi di poco.
25/07/2020
Il lavoro c'è, se non lo trovi è solo colpa tua
A nulla valgono tutti in tentativi di stare al passo coi tempi, cioè di praticare e sperimentare forme didattiche laboratoriali. Anzi, più ci si affanna ad adeguarsi al mondo del lavoro e più si percepisce che quel mondo tende a chiudere le porte, rinfacciando a chi bussa di non essere all’altezza del compito che dovrebbe svolgere. Alcune critiche nei confronti dei neolaureati e neodiplomati sono così aspre che sfiorano il ridicolo: questi soggetti non sarebbero in grado di scrivere un curriculum vitae, di sostenere un colloquio di lavoro.
Neolaureati e neodiplomati sono completamente smarriti e disorientati. A nulla valgono le conoscenze e le competenze che hanno sviluppato: per lo più finiscono per essere considerate solo carta straccia.
La frattura che si è aperta tra i sistemi formativi e i relativi mondi del lavoro si è trasformata in una falla o, meglio, è proprio il movimento sottostante al terreno su cui continuiamo a poggiare i piedi che alimenta costantemente quella rottura che noi vediamo in superficie.
Quando la terra balla sotto i propri piedi, anche le certezze assolute iniziano a tremare, e credo che non ci sia scampo nemmeno per quei baldanzosi oltranzisti che incarnano le vestigia del capitale. D’altronde, questi ultimi si vengono a trovare nella condizione simile a quei genitori che non riconoscono i propri figli: il capitalista, che incarna il capitale, non riconosce – o riconosce in modo del tutto parziale – quei figli che si presentano sulla soglia della propria azienda come salariati, in quanto per la propria sopravvivenza ha bisogno di manodopera gratis, al massimo sottopagata.
Gli imprenditori, molto spesso, non ammettono che non sono in grado di perpetuare quella relazione sociale che li rende vitali, e quindi attaccano il sistema formativo. Vorrebbero trasformarlo a loro immagine e somiglianza, cioè in un’azienda. Pertanto, avanzano la pretesa che le barriere in entrata, in quei mondi che gravitano nella loro sfera d’influenza, siano connesse alle scarse competenze di cui dispongono le nuove generazioni, beninteso, non solo per loro responsabilità, ma soprattutto per quella dei loro formatori. Ecco allora che si sentono chiamati in causa a salvare quei mondi, là dove si sentono a proprio agio, e di conseguenza autorizzati a entrare indirettamente nel sistema formativo, dettando a coloro che si trovano nelle scuole secondarie e negli atenei universitari, ma anche ai disoccupati, le norme morali per essere “appetibili” nel mercato del lavoro.
È su queste note che s’intreccia la raccolta di saggi, a cura di Rossana Cillo, disponibile gratuitamente in rete e che analizza in modo sistematico le condizioni di esistenza di milioni di persone che finiscono nel limbo degli stage e tirocini. Due parole diverse, nella lingua italiana, per indicare una condizione di vita simile, per esprimere in modo sintetico una situazione contraddittoria che diventa lacerante per chi la vive per un lungo periodo di tempo. Questi soggetti sono in una situazione di stallo: né lavoro, né formazione; entrano in competizione con se stessi, con gli altri tirocinanti e con i lavoratori a tempo determinato e indeterminato. Se i periodi di stage vengono reiterati, come si può osservare nella prassi, allora la maggior parte dei soggetti coinvolti imboccano un vortice depressivo che mette in discussione le risorse interne di cui dispongono, quindi inizia un lungo processo di auto-negazione, di perdita dell’autostima, di logoramento, in altre parole essi tendono a considerarsi dei falliti, specialmente se si confrontano con coloro che si trovano nel pieno della carriera.
Ma le peripezie del tirocinante non finiscono qui, infatti il quadro delineato qui sopra si aggrava per la scarsa o addirittura mancante retribuzione, il che significa negazione della gratificazione economica per far fronte ai bisogni della vita quotidiana.
Gli autori del libro forniscono una spiegazione che mette fortemente in dubbio la validità degli strumenti messi in campo dalle imprese, dagli enti pubblici e dalle associazioni no profit, come gli stage e i tirocini, al fine di risolvere il problema della disoccupazione giovanile, poiché affermano che solo una piccola percentuale di essi approda a un contratto di lavoro vero e proprio. (1)
Nel telaio principale di questa raccolta di ricerche (liberamente accessibili), è possibile cogliere una sfumatura molto sottile del problema che stiamo cercando di enucleare: nel contrasto tra capitale e lavoro, che ha animato la platea internazionale, nell’ultimo ventennio, le imprese, anche per via della ristrutturazione capitalistica avviata sul finire degli anni '70 del secolo scorso, sono riuscite a far passare il concetto che non esiste un problema di “occupazione” ma di “occupabilità”. (2)
L’occupazione implica di per sé l’essere occupati a svolgere un determinato lavoro in un determinato luogo e entrare in una relazione di dipendenza e indifferenza reciproca, nell’ottica di una divisione internazionale del lavoro, che prende corpo in quell’astrazione che noi chiamiamo mercato e mediante il quale noi soddisfiamo una serie di bisogni. Di solito sono i lavoratori a perdere il posto di lavoro e a diventare disoccupati. Forse, è il caso di precisare che anche le imprese e i lavoratori autonomi possano entrare a far parte del circolo dei disoccupati, ma in questi casi si preferisce utilizzare il termine fallimento, per intendere che necessitano di una fase riabilitativa, qualora decidessero di ritornare a condurre il mondo degli affari.
Con il temine occupabilità, invece, si fa riferimento alla distanza che sussiste tra la persona disponibile a lavorare e le condizioni di mercato. Quindi non ci sono posti(luoghi) da occupare, ma solo distanze da colmare, ogni luogo viene trasformato in un non luogo, accettando di divenire iper-flessibili, di adeguarsi ai capricci del mercato e autoconvincersi che se si rimane fuori gioco dipende in misura prevalente dalla propria volontà. In questa prospettiva niente è impossibile, ogni traguardo può essere raggiunto, è sufficiente seguire il filo nero delle forze magiche del mercato, poiché solo così possiamo moltiplicare le nostre occasioni di lavoro, come i funghi, che si moltiplicano dopo la pioggia in un terreno adeguato e con il clima favorevole. Ma c’è di più. C’è da sopportare l’atteggiamento di chi ti rinfaccia che se non riesci a trovare un lavoro è solo colpa tua, poiché non sei in grado di venderti, non sei capace di riqualificarti, ragion per cui necessiti di essere formato e ri-formato.
Dunque, non solo il concetto di disoccupazione involontaria è stato eclissato, ma si è affermato il principio che le imprese non assumono, in quanto non trovano il personale con quelle abilità specifiche di cui hanno bisogno per un utilizzo perentorio, lasciando intendere che le difficoltà, che incontrano nella riproduzione delle loro condizioni di esistenza (del capitale d'impresa), siano da attribuire alle scarse competenze che rilevano nei nuovi e vecchi dipendenti, i quali se vogliono stare al passo coi tempi devono intraprendere la strada della formazione permanente.
Tutta questa poltiglia ideologica è diventata una credenza dogmatica, al punto che si è modellato tutto il sistema educativo in base alle esigenze delle imprese, con l’obiettivo di sfornare «diplomati o laureati che, alla conclusione degli studi, posseggano oltre ad una solida preparazione teorica, anche le cosiddette “job-ready skills”», in modo che siano «pienamente produttivi fin dal primo giorno di lavoro» (3)
In un simile quadro dagli spazi angusti, la conoscenza del fenomeno della disoccupazione come problema sociale è evaporata, e il vuoto è stato riempito con una serie di cianfrusaglie che rimandano alle competenze del singolo individuo.
Il singolo individuo deve imparare a presentarsi come un “prodotto appetibile” nel mercato del lavoro, altrimenti non trova una corrispondenza a quelle che sono le prerogative delle politiche di reclutamento. In un certo senso, il singolo eroe, come d’incanto, è chiamato a seguire una sorta di profezia che si auto-realizza.
Ma le competenze professionali, ai giorni nostri, non sono più sufficienti. Pertanto gli aspiranti lavoratori devono conseguire anche le competenze trasversali. Su quest’ultimo tema esiste un’ampia pubblicistica che si basa su «studi che coniugano scienze economiche, scienze psicologiche e neuroscienze per intervenire sulla personalità dei lavoratori (e soprattutto dei futuri lavoratori) educandoli a diventare ciò che vogliono mercato e imprese». (4)
Sono queste le basi sulle quali s’innestano le politiche legislative della scuola pubblica italiana negli ultimi due decenni. Fermo restando che tale processo dev’essere inquadrato in un contesto internazionale.
Infatti, i “work based learning programs”, gli stage curriculari ed extra-curriculari, sono nati negli USA. Successivamente sono approdati in Europa e quindi si sono diffusi in quasi tutto il mondo. Un solo dato potrebbe darci l’idea del fenomeno che sto provando a delineare: «un terzo dei dipendenti della Foxconn sono stagisti, ossia circa 450.000 su 1.300.000». (5)
Sfortunatamente, questi folti eserciti di stagisti, disposti a fare qualsiasi cosa, pur di ottenere un’esperienza lavorativa, attirano le ire dei lavoratori con contratti atipici e tipici, i quali considerano gli sventurati, nella maggior parte dei casi, alla stessa stregua dei servi, persone senza dignità.
Eppure, malgrado la tendenza fideistica di coloro che premono per entrare a pieno titolo nel mondo del lavoro, pochi delegati sindacali sono a conoscenza delle dinamiche degli stage e tirocini extra-curriculari come strumenti di disciplinamento «dei futuri lavoratori alla precarietà, all’autosvalorizzazione, all’autosfruttamento». (6)
Ma è ancor più sorprendente che la pedagogia delle competenze lavorative abbia pervaso le scuole secondarie e gli atenei, senza che sia emerso, nel frattempo, un movimento in grado di contrastare questa tendenza storica, nonostante le evidenze catastrofiche delle politiche adottate.
L’introduzione degli stage e dei tirocini nei percorsi curriculari, con il benestare implicito ed esplicito di tutti i docenti coinvolti nel processo, non ha preparato il terreno per facilitare l’accesso dei giovani nel mondo della produzione di beni e servizi. Anzi, le barriere in entrata sono aumentate, poiché a tanti di loro viene proposto uno stage extra-curriculare. Pertanto, agli studenti, in qualche modo, viene insegnato come adattarsi a condizioni di vita precarie.
Nella prassi, ogni tentativo da parte delle imprese di avere forza lavoro pronta per l’uso, una volta terminati gli studi, non fa che alimentare quella frattura – qui sopra accennata – tra lo sviluppo delle forze produttive e il loro utilizzo all’interno di uno schema di rapporti sociali di produzione in via di disgregazione. Tra le altre cose, le imprese richiedono maggiore efficienza al sistema formativo e rispondono con degli espedienti, che trovano conferma nella produzione legislativa degli ultimi venti anni, per imporre forme di lavoro sottopagate o gratuite.
Dal loro canto, molti di coloro che seguono gli stage aziendali, non solo imparano velocemente la mansione lavorativa da svolgere, ma spesso si rendono conto che sono altrettanto produttivi come i lavoratori assunti con contratti regolari, senza tralasciare che alcuni stagisti, in molte situazioni, posseggono capacità analitiche, di sintesi ed operative più elevate degli stessi organizzatori del praticantato.
In definitiva, nello scorrere le pagine dei lavori che compongono questa grande “opera pubblica”, è possibile vivere l’esperienza di tutti quei soggetti che ricadono nel cerchio degli stagisti. Man mano si scopre la natura illusoria degli stage, essi assumono la struttura di quei riti propiziatori praticati nelle forme sociali arcaiche, quando, per esempio, si praticava la danza affinché piovesse. Oggi, allo stesso modo, mi sacrifico al capitale come tirocinante, poiché sarò assunto domani. E devo dire che si prova un certo grado di incredulità nell’ammettere le verità alle quali pervengono gli autori del libro, in quanto ognuno di noi, agendo come singolo individuo, si auto-convince della necessità di convalidare questo genere di riti. In fondo, è difficile dirlo, ma ogni atto legislativo in merito esprime “un linguaggio pedagogico” che mira a far interiorizzare tutte quelle azioni conformi allo svolgimento dei periodi di stage, mentre l’insieme delle norme formano un groviglio legislativo che abbaglia qualsiasi tentativo di esercitare il pensiero critico.
Note:
(1) Nel caso italiano, ad esempio, nel 2015 solo l’11,9% degli stagisti ospitati nelle imprese private – cioè 38.091 stagisti su 320.100 – sono stati assunti dalla stessa impresa che li ha ospitati per lo stage (Unioncamere 2015). Nuove frontiere della precarietà del lavoro. Stage, tirocini e lavoro degli studenti universitari, a cura di Rossana Cillo, Edizioni Ca’ Foscari - Digital Publishing 2017, p. 30.
,(2) Per ragioni di spazio lasciamo fuori l’articolato discorso dell’intervento pubblico in relazione al problema della disoccupazione, già affrontato in altri articoli.
(3) Cillo R., op. cit., p. 19.
(4) Ivi
(5) Cillo R., op. cit., p. 35.
6) Cillo R., op. cit., p. 36.
Fonte
03/01/2018
Il lavoro coatto. Uno scenario coercitivo contro i poveri. Intervista a Giuliana Commisso
Nel libro vengono analizzate le diverse misure a livello europeo contro la povertà. C’è il modello liberista britannico (quello restituitoci dal film di Ken Loach “Io sono Daniel Blake"), quello ordoliberista tedesco (il famigerato modello Hartz), infine c’è questa variante italiana a metà tra assistenza e patto di servizio obbligatorio tra beneficiari e istituzioni. Dove si somigliano e dove si differenziano questi modelli?
Nella spiegazione della disoccupazione si è passati nell’arco di pochi decenni dalla prevalenza delle cause strutturali a quella delle responsabilità individuali. Per il neoliberalismo, sia nella versione tedesca che in quella anglosassone, “i sussidi non legati al lavoro sono troppo generosi e sostengono una cultura della dipendenza”.
In Germania, il discorso sulla disoccupazione come “comportamento antisociale” piuttosto che come fallimento del mercato, è diventato egemone grazie alle riforme del welfare varate dal governo Schroeder, nel quadro dell’Agenda 2010. In linea con Blair, il socialdemocratico Schroeder ha legato il problema della disoccupazione alla mancanza di flessibilità nell’offerta di lavoro, alla crescita salariale più alta della produttività, a sussidi troppo elevati che non incentivavano il rientro nel lavoro.
Questo armamentario retorico si è tradotto, a livello di opinione pubblica, nel luogo comune secondo cui “chi vuole lavoro lo trova”; a livello normativo, nel principio della condizionalità, che informa tutte le misure di sostegno al reddito che abbiamo esaminato. La condizionalità ignora le cause da cui origina l’emarginazione, impone oneri e sanzioni ai beneficiari del sussidio con effetti che si riflettono sui famigliari, spinge ad accettare lavori precari e scarsamente retribuiti, andando contro le normative che regolavano il mercato del lavoro e le posizioni dei lavoratori rispetto ai datori di lavoro.
Il punto di convergenza delle misure varate nel Regno unito, in Germania e ora in Italia è l’attivazione al lavoro e l’assunzione che i disoccupati siano persone passive da obbligare ad attivarsi.
In Germania, i posti di lavoro marginali e precari, che sono stati implementati con le riforme Hartz, fanno concorrenza alle occupazioni considerate ancora regolari e ne abbattono il costo. Non si è ancora realizzato il lavoro coatto senza salario come nel Regno unito, ma in ogni caso si è sdoganata una forma di lavoro servile: lavoro a buon prezzo a cui ciascuno deve obbligarsi come condizione legale della sua propria esistenza. Il Reddito di Inclusione Sociale appena varato in Italia affronta solo gli aspetti più gravi dell’emarginazione, e fa restare i poveri nella povertà dopo averli costretti al lavoro coatto.
Nel libro si indica un approccio alle misure contro la povertà di tipo coercitivo verso i poveri, parlate addirittura di “lavoro coatto” con una immagine che rimanda a modelli ottocenteschi o alla lugubre scritta sul cancello di Auschwitz “Il lavoro rende liberi”. Come siete giunti ad una conclusione così drammatica?
In Gran Bretagna, chi non cerca attivamente lavoro e non dimostra che lo sta facendo incorre in sanzioni che variano da un mese a tre anni di sospensione del sussidio, a seconda della gravità della trasgressione e del numero di volte in cui si verifica. La condizionalità dei sussidi e le modalità di erogazione delle sanzioni hanno portato alla formazione di un sistema penale parallelo: le decisioni di bloccare i pagamenti sono prese in segreto dai funzionari, in assenza degli interessanti, i quali non sono neppure legalmente rappresentati. Chi si appella viene ascoltato solo dopo che la sanzione è stata applicata. I sussidi che i beneficiari ottengono a fronte del lavoro che obbligatoriamente devono fare sono tra un terzo e un quarto del minimo salariale, nel rapporto con il datore di lavoro non hanno protezione e se si dimettono incorrono in sanzioni.
In Germania, le famigerate riforme Hartz, che hanno introdotto il reddito minimo condizionato allo svolgimento di attività lavorative, hanno creato normativamente occasioni di lavoro che ampliano il precariato. L’obiettivo era flessibilizzare gli strati medio bassi del lavoro, contando sul fatto che il sussidio avrebbe abbassato i salari individuali fin sotto il livello della sussistenza. L’obbligatorietà di inserimento nell’attività lavorativa è stata facilitata dall’implementazione dei midi e mini jobs, che prevedono rispettivamente una remunerazione massima di 850 e 450 euro lordi mensili, oltre che degli ein-euro jobs, la cui paga oraria varia da 1 a 2,50 euro, per attività di pubblica utilità che servono a dimostrare la disponibilità del beneficiario all’inserimento. I mini jobs sono sette milioni e mezzo e costituiscono l’unica fonte di lavoro salariato per oltre quattro milioni e mezzo di persone. L’effetto della riforma è l’ampliamento senza precedenti del settore occupazionale a bassa retribuzione e l’incremento dei working poors. La paura di perdere il posto è cresciuta e i lavoratori si tengono stretti anche gli impieghi più desolanti. La paura di Hartz IV e della conseguente povertà e stigmatizzazione sociale sono più forti anche del meno dignitoso dei lavori.
Nel libro smonti categoricamente l’ipotesi dominante a livello europeo della flexsecurity. Che rapporto c’è tra questa e l’aumento dei working poors?
Con la revisione della strategia di Lisbona del 2005, la governance dell’Unione Europea si è concentrata sulla flexisecurity, che, nel quadro dell’Economia sociale di mercato altamente competitiva, subordina le politiche sociali alle politiche di attivazione al lavoro. L’obiettivo è abbassare il costo del lavoro e renderlo mobile e flessibile alle necessità delle imprese, come condizione necessaria per ripristinare la posizione competitiva degli Stati. Il concetto di flexisecurity fa convergere occupazione e disoccupazione nella formula dell’occupabilità del lavoratore, la cui responsabilità è acquisire, accumulare e investire il proprio “capitale umano” per tutto il corso della vita. Il disoccupato è considerato un ‘lavoratore in transito’, su e giù per la scala salariale, da un’attività a un’altra, da un mercato del lavoro all’altro. Le politiche sociali devono fornire alle imprese lavoratori adatti alle loro esigenze.
Cultura imprenditoriale, personalizzazione dei percorsi, logiche di progetto, enfasi sull’auto-attivazione nel lavoro e nella sua ricerca sono parte integrante di un ordine del discorso e di una logica di intervento che mirano a far interiorizzare a individui, gruppi e popolazioni, la precarietà lavorativa come condizione normale di esistenza.
La matrice ideologica della flexisecurity, come principio cardine della politica sociale europea, è rinvenibile nell’ordoliberalismo. Per gli ordoliberali la povertà non ha carattere materiale ma deriva dalla mancanza di iniziativa dei lavoratori proletarizzati; è una povertà di aspirazione, un’incapacità morale di provvedere a se stessi, che determina e aggrava le condizioni della loro povertà. “Invece di aiutare se stessi e gli altri a far fronte agli shock economici, i poveri che rimangono inetti sovvertono i sentimenti morali indispensabili al sistema della libertà” (Röpke). Chi non riesce a dimostrare tali capacità non è semplicemente disoccupato, ma è inoccupabile, quindi inadatto alla società.
Da tali presupposti deriva la de-socializzazione del diritto di assistenza e la sua concomitante contrattualizzazione individuale. L’obiettivo, antitetico e sostitutivo del welfare, che viene perseguito dalla governance europea mediante la flexisecurity, è piegare al lavoro coatto e/o servile coloro che si trovano in condizioni di povertà. Come ho detto in precedenza, in Germania la povertà è stata creata per "legge”, con Hartz IV. Il salario non è sufficiente per vivere, e rende necessaria l’integrazione pubblica. Questa è la condizione della massa degli Aufstocker, 1,3 milioni, continuamente riprodotta attraverso i jobcenter. Dunque, lavorano tutti o quasi, ma quella che nel 2005 era una massa disoccupata ora è una massa di working poors. Il loro numero è aumentato costantemente, mentre per lo stesso lavoro il guadagno diminuisce. Il 40 per cento dei lavoratori dipendenti riceveva nel 2015 un salario reale inferiore a quello di metà anni ’90. Da recenti indagini di associazioni sociali, richiamate anche da un recente articolo su questo quotidiano, emerge che circa 13 milioni di cittadini tedeschi vivono al livello di sussistenza. (Cfr. F. Poggi, La ricca Germania dei senzatetto e dei minijob)
L’automazione nella produzione inevitabilmente avrà un impatto su quella che chiamano la disoccupazione tecnologica. Quali misure andrebbero adottate per evitare che alla già precaria situazione si aggiungano nuovi disoccupati? È sufficiente operare sul fronte del reddito?
Gartner, una società statunitense di consulenza e di analisi nel campo della tecnologia, ha recentemente rilevato che nel 2021 l’intelligenza artificiale genererà 2,9 trilioni di dollari e farà risparmiare 6,2 miliardi di ore di lavoro. Questi dati evidenziano che siamo alla vigilia di una grande espulsione del lavoro umano dai processi produttivi.
Alla progressiva riduzione del lavoro complessivamente necessario alla riproduzione della società si contrappone la massima intensificazione dello sfruttamento per quella ridotta parte di forza lavoro che viene effettivamente impiegata. Questa contraddizione ha una portata senza precedenti e i suoi effetti degenerativi sono sotto gli occhi di tutti: una minoranza si è enormemente arricchita a scapito della stragrande maggioranza, che si è invece impoverita a vari livelli: passando dal ceto medio alla povertà, dalla povertà alla miseria, dalla miseria all’impossibilità di sopravvivere.
Le proposte sul terreno sono due, spesso date in contrapposizione: la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e il reddito universale incondizionato.
La proposta della riduzione del tempo di lavoro a parità di salario, condivisibile, è stata centrale nel dibattito negli anni Ottanta e Novanta del Novecento ma ha perso di centralità nel dibattito attuale. Mi chiedo se ciò non scaturisca dalla difficoltà di misurarsi con filiere produttive di valore che non obbediscono più al richiamo degli stati-nazione e in cui il salario, diretto o differito, è sempre più eroso. Non si tratta semplicemente dello smantellamento dello Stato sociale, o dell’arretramento dello Stato dalla funzione di mediazione del conflitto tra capitale e lavoro. Siamo dentro un dispositivo generale della governamentalità che, come ho cercato di argomentare nelle risposte precedenti, ridetermina le forme dello Stato e del sociale come proiezioni in superficie dell’economia imprenditoriale globalizzata. La proposta deve misurarsi con le diverse articolazioni di questo dispositivo. Può essere avanzata sul terreno del rapporto tra capitale e lavoro, ma a condizione di rompere definitivamente la gabbia concettuale del lavorismo, secondo cui l’emancipazione sociale può avvenire solo attraverso il lavoro salariato, entro i cui limiti battersi per l’espansione dei diritti.
D’altra parte, la proposta del reddito, come misura da corrispondere a ciascun individuo e sganciata dal lavoro, è oggi usata dai governi neoliberali di ogni latitudine come strumento per liquidare definitivamente i sistemi di protezione sociale e le tutele del lavoro conquistati attraverso le lotte. Al di fuori e contro questa ambiguità, è necessario porre l’affermazione di misure strutturali per la redistribuzione della ricchezza come terreno di lotta e di pratiche sociali che anche sui luoghi di lavoro rifiutano i ricatti e si battono per i diritti di esistenza, diritti che non sono più sostenibili nelle traiettorie di sviluppo e di crescita del capitalismo. È evidente la possibilità della riduzione del tempo individuale di lavoro al minimo necessario e questa evidenza chiama in causa l’esistenza o meno di una soggettività che si propone il superamento del modo di produzione capitalistico e che assuma questo mondo, e non quello del secolo scorso, come terreno di lotta per una trasformazione radicale dei rapporti sociali di produzione.
Dunque, oltre a tentare di capire come operare empiricamente, c’è da porsi il problema teorico e politico che Francesco Piccioni ha posto ricordando che: “Non si può evitare di sottolineare come il massimo di tensione mai registrata tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione corrisponda al punto forse più basso fatto segnare dalla soggettività rivoluzionaria da un secolo a questa parte. Un problema teorico, certo, ma anche decisamente politico. Perché se non c’è chi prende in mano la situazione, c’è solo la degenerazione...” (F. Piccioni, 100 anni dopo. Ascesa e crisi del movimento comunista internazionale nel ‘900)
* Giuliana Commisso è autrice tra gli altri di La genealogia della governance. Dal liberalismo all’economia sociale di mercato e di Soggettività al lavoro. Operai italiani e inglesi nel post-fordismo
Fonte
31/07/2017
Flessicurezza e lavoro coatto nel Reddito di cittadinanza del M5S
Dignità lesa e sconquasso del mercato del lavoro. È già successo. In Gran Bretagna i poveri sono costretti al lavoro coatto gratuito, altrimenti perdono il sussidio; in Germania devono accettare, per lavori che vengono loro imposti, salari miserevoli a cui viene aggiunto il sussidio. Un capitolo del libro Reddito di cittadinanza: emancipazione dal lavoro o lavoro coatto? (Asterios, giugno 2017) analizza ciascuna di queste due situazioni, perché alle loro normative hanno fatto riferimento gli estensori della proposta del M5S.
L’obiettivo del libro è di indurre coloro che valutano positivamente il messaggio del M5S a rendersi conto delle contraddizioni e della pericolosità insite nel disegno di legge, e, altresì, a sollecitare il M5S e la sinistra dormiente ad operare in maniera diversa in questo spazio politico. A fronte di un aumento, anno dopo anno, della povertà, si stanno diffondendo le iniziative per imporre un intervento: “mille piazze per il reddito di dignità” contesta esplicitamente in campo cattolico l’acquiescenza al governo dell’Alleanza contro la povertà che riunisce ACLI e sindacati confederali; Eurostop preme per un Reddito Sociale Minimo per disoccupati e precari per garantire una condizione di vita dignitosa per tutti.
Si tratta di individuare strade alternative a quella indicata in via esclusiva dal Movimento Cinque Stelle, capaci di valorizzare – pur con una attenzione prevalente al lavoro – la molteplicità di percorsi di vita nell’uscita dalle condizioni di povertà relativa. L’articolazione del disegno di legge del M5S va perciò conosciuta, discussa e contestata.
Il testo si apre con dichiarazioni di principio sulla necessità di muoversi nella direzione della liberazione dal lavoro. “Dobbiamo rivedere il concetto stesso di lavoro”. “Lavoriamo non per far crescere l’indice di produttività, ma per far crescere il benessere, per vivere una vita dignitosa e felice”.
“Ogni cittadino deve poter contare su un reddito minimo indispensabile per vivere dignitosamente, sul diritto alla casa, al riscaldamento, al cibo, all’istruzione, all’informazione: un reddito minimo utile ad ottenere un lavoro congruo, nel rispetto della formazione scolastica e delle competenze professionali acquisite”. “Altra esigenza, non meno importante delle precedenti, è quella di abbattere la condizione di schiavi moderni, cioè la condizione nella quale si trovano tanti individui, laureati e non, costretti ad accettare qualsiasi lavoro, sottopagato, precario, senza possibilità di crescita o, addirittura, senza un adeguato contratto”.
Questi principi sono stati più volti ribaditi nelle presentazioni del Reddito di cittadinanza che ha fatto Beppe Grillo.
“L’inizio è un reddito di cittadinanza, ma il sogno è un reddito universale per tutti. Per tutti, mettere al centro l’individuo, togliere il salario, perché il lavoro salariato sta finendo. Non c’è più (...). Il rapporto deve cambiare. Metti al centro l’individuo e non il mercato del lavoro. Io ho un reddito, decido io se lavorare, quanto lavorare, come lavorare. Magari non faccio niente. Magari sarò un creativo”.
E ancora: “Allora come si finanzia? Perché, sai quale è la reazione? Lui non fa un cazzo e io mi spacco il culo, e tu gli dai i soldi per senza far niente? Questa è l’invidia che c’è dentro di noi. Ma è l’unica soluzione. La finanzi con un progressivo sistema fiscale (...). L’80 per cento di persone ha detto: ‘io farei lo stesso lavoro perché amo il mio lavoro, anche senza un reddito’. Un altro 10 per cento: ‘farei quel lavoro lì, ma lavorerei di meno’, e un altro 10: ‘non farei niente, sarei creativo’. È la tua vita che metti al centro. Ti scegli il lavoro, non sei scelto dal lavoro. Milioni di persone sono convinte di avere un posto di lavoro, invece hanno un posto di reddito, e fanno qualsiasi tipo di lavoro per sopravvivere. Ma non è vita”.
Su questo orizzonte di emancipazione il disegno di legge del M5S erige, contraddittoriamente, il sistema di erogazione del Reddito di cittadinanza. Fa capo ai Centri per l’impiego per “dare alla proposta un peculiare orientamento verso il lavoro”.
“Chi aspira al reddito di cittadinanza, in età non pensionabile superiore a 18 anni, è tenuto a iscriversi al Centro per l’impiego (...), ad accettare espressamente di essere avviato a corsi di formazione o riqualificazione professionale, o ad un progetto individuale di inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro; a seguire il percorso di bilancio delle competenze previsto, nonché redigere, con il supporto dell’operatore addetto, il piano di azione individuale funzionale all’inserimento lavorativo”. “Deve intraprendere, entro sette giorni dall’iscrizione, percorsi di inserimento lavorativo; svolgere con continuità un’azione di ricerca attiva del lavoro (...), con la registrazione delle azioni intraprese anche attraverso l’utilizzo della pagina web personale”. Finché non trova lavoro, “l’azione documentata di ricerca attiva del lavoro non può essere inferiore a due ore giornaliere”. Sono previste esenzioni soltanto per chi si occupa di figli fino a 3 anni o di invalidi. Il lavoro che il Centro per l’impiego assegna deve essere ‘congruo’, attinente alle competenze segnalate dal beneficiario, avere una retribuzione oraria uguale o superiore all’80 per cento rispetto alle mansioni di provenienza o a quanto previsto dai contratti nazionali. Tuttavia chi riceve il reddito e dopo un anno non ha ancora trovato occupazione è tenuto ad accettare un lavoro qualsiasi per non perdere il sussidio.
Così si sconquassa il mercato del lavoro, anche se fosse realizzato il salario minimo garantito previsto dallo stesso disegno di legge. Si apre quella strada che in Germania costringe milioni di persone a sottostare al ricatto del famigerato Hartz IV.
Nella riforma ordoliberale dei sistemi di welfare, l’abbassamento del costo del lavoro e la mobilità dei fattori sono posti come condizioni necessarie per sostenere la posizione competitiva degli Stati e per tenere in equilibrio produzione e occupazione. La piena occupazione cui si fa riferimento nei documenti europei è da intendersi nel senso di garantire agli individui l’occupabilità per il corso della loro vita, prescindendo dai livelli salariali e dagli orientamenti soggettivi. Compito del welfare europeo è, dunque, di mettere tutti in condizione di avere le conoscenze e le qualifiche richieste dal mercato del lavoro, in competizione gli uni con gli altri.
La competitività, perseguita dalle politiche sociali europee ha un duplice significato. In primo luogo sta a significare che la ricchezza del sistema economico europeo e, di conseguenza, il benessere dei cittadini europei, dipendono dalla posizione nei mercati internazionali delle imprese europee. In secondo luogo, che le politiche sociali devono fornire alle imprese lavoratori adatti alle loro esigenze.
L’attivazione esclusiva al lavoro, pilastro del disegno di legge sul Reddito di cittadinanza, è conseguenza (oltre che – forse – della fretta nella sua redazione che risale al 2013) dell’incapacità degli estensori di sottrarsi a questi principi prodotti dalla governance dell’economia sociale di mercato, che escludono una esistenza al di fuori del mercato del lavoro imponendo i criteri di flessicurezza come condizione per l’inclusione sociale.
Nell’economia sociale di mercato, le politiche sociali sono orientate da un’interpretazione della sicurezza sociale in termini di colpevolizzazione dei comportamenti devianti. Invece di considerare le condizioni strutturali della disoccupazione, si incentrano sulle caratteristiche degli individui, e in particolare sui criteri di valutazione del comportamento morale dei disoccupati. Cultura imprenditoriale, personalizzazione dei percorsi, logiche di progetto, enfasi sull’auto-attivazione nel lavoro e nella sua ricerca sono parte integrante di un ordine del discorso e di una logica di intervento che mirano a far interiorizzare a individui, gruppi e popolazioni, la normalità della precarietà lavorativa. Chi non riesce a dimostrare tali capacità non è semplicemente disoccupato, ma è inoccupabile, quindi inadatto alla società.
Le politiche europee di contrasto alla povertà colpevolizzano comportamenti che sono il risultato della precarietà sociale. Sostengono pratiche punitive fondate sul lavoro obbligatorio per i poveri, alimentano la retorica della criminalizzazione morale della miseria e della disoccupazione, stigmatizzando come “mele marce” i soggetti che vi ricadono per effetto di comportamenti non cooperativi o antagonistici. Essi diventano esempi di azzardo morale, il cui rischio va scongiurato innalzando la soglia e la selettività nell’accesso alle prestazioni sociali e inasprendo i controlli. Fino al paradosso, in una situazione di disoccupazione diffusa, di obbligare chi ha bisogno del sussidio a dedicare la propria vita alla ricerca di una occupazione, e di registrarne sistematicamente i fallimenti, come è previsto anche dal disegno di legge del M5S.
In Italia i nuclei familiari giovani a rischio povertà sono quasi il doppio rispetto a quelli anziani. L’efficacia del contributo del Reddito di cittadinanza riguarda in primo luogo i single in età di lavoro, che raddoppierebbero il reddito medio attuale; le coppie giovani senza figli e i mono-genitori con figli minori lo innalzerebbero del 75-80 per cento; le altre categorie otterrebbero miglioramenti tra il 25 e il 50 per cento, con l’incidenza più bassa per i singoli anziani e per le coppie anziane. La precarietà lavorativa soprattutto giovanile è dunque all’origine di questa situazione. Con i livelli di disoccupazione giovanile che sono al 40 per cento, la coazione al lavoro è, quanto meno, anacronistica.
In una situazione di diffusa disoccupazione lo stesso Parlamento europeo, pur nel contesto della flessicurezza, nel 2009 e nel 2010 aveva posto con urgenza il problema dell’estensione del reddito minimo, sgombrando il terreno dalla condizionalità intesa come coazione al lavoro. Aveva invitato la Commissione e gli Stati membri “a esaminare in che modo i diversi modelli di reddito di base non condizionali e preclusivi della povertà per tutti possano contribuire all’inclusione sociale, culturale e politica, tenuto conto in particolare del loro carattere non stigmatizzante e della loro capacità di prevenire casi di povertà nascosta”.
Se si intende realizzare in Italia il Reddito di cittadinanza è necessario spostare il baricentro dalla coazione al lavoro alla predisposizione di strumenti idonei a incentivare e valorizzare l’autonomia delle scelte di vita anche alternative a quella del lavoro con l’impegno in tante altre attività: sociali, culturali, politiche, sportive, che possono alimentare le capacità personali e sociali di fuoruscita dalle condizioni di povertà. L’assunzione di responsabilità a fronte del reddito deve sostituire la condizionalità soprattutto nella prospettiva del lavoro. Un Reddito di cittadinanza sottoposto al principio della condizionalità svolge infatti al contempo una funzione di integrazione salariale in favore delle imprese, e di controllo e di ricatto sui lavoratori. Ignorando le cause da cui origina l’emarginazione, la condizionalità impone oneri e sanzioni che si riflettono sui familiari, spingendo ad accettare lavori precari, con l’effetto perverso di riprodurre una popolazione fluttuante di lavoratori doppiamente ricattabili, dallo Stato e dai datori di lavoro, come dimostrano emblematicamente i casi della Germania e del Regno Unito.
La sua erogazione a fronte di lavori la cui “congruità” non è imposta ma è soggettivamente definita sottrae ai ricatti delle imprese. Contribuisce a rafforzare i lavoratori sul piano salariale con conseguenze distributive che abbracciano l’intera società sia in termini di reddito sia di tempi di lavoro, consentendo di rivendicare su questo specifico terreno una loro riduzione generalizzata a parità di salario.
Anche la “cittadinanza” come condizione di accesso al reddito deve essere oggetto di attenzione e definita in termini di “residenza”. Lo status di cittadino è, altrimenti, generatore di emarginazione, e condanna gli immigrati ad una condizione di miseria e clandestinità, al di sotto dello standard di vita prevalente nel paese: un esercito di disperati che viene usato per disciplinare i lavoratori tutti.
Un Reddito di cittadinanza deve dunque trovare posto oltre i confini culturali che, attribuendo preminenza all’economico, emarginano il sociale, come avviene in Europa nel quadro dell’economia sociale di mercato, e del neoliberismo nel mondo. Per oltrepassare tali confini, occorre, nello specifico, smettere di recepire acriticamente il principio della condizionalità e quindi del welfare to work, ma coglierne la dinamica espropriativa e disciplinante. Occorre anche emanciparsi da quell’attitudine storicamente lavorista, diffusa a sinistra, che, nel porre il lavoro salariato come motore della storia, finisce per credere, contro ogni evidenza, che esso sia eternamente riproducibile.
Per produrre un terreno di cambiamento è necessario, per dirla con André Gorz, “liberare il pensiero e l’immaginazione dai luoghi comuni ideologici in cui si incatena il discorso sociale dominante; e, quindi, pensare, fino al loro termine logico, esperienze esemplari che esplorano effettivamente altri modi di cooperazione produttiva, di scambio, di solidarietà, di vita (...). Si tratta di far percepire l’attuale società in via di disintegrazione dal punto di vista della società e dell’economia radicalmente altre che si profilano all’orizzonte dei cambiamenti come loro senso ultimo”.
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