Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/04/2026
Gli Stati Uniti non stanno vincendo la guerra all'Iran: le quattro bugie e una verità di Trump
Bugia numero uno: gli Stati Uniti stanno vincendo la guerra contro l’Iran.
Gli Stati Uniti potrebbero avere la superiorità aerea e navale, ma il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz offre a Teheran un punto strategico chiave per fare pressione su USA e Israele. Inoltre, mentre gli Stati Uniti combattono una guerra voluta, il regime iraniano combatte una guerra per la propria sopravvivenza, il che gli conferisce un livello qualitativamente diverso di determinazione. Dopo aver speso oltre 38 miliardi di dollari per 33 giorni di guerra, il tasso di approvazione di Trump è sceso al 35% poiché il conflitto sta colpendo l’economia.
Bugia numero due: il petrolio bloccato nello Stretto di Hormuz non ha impatto sugli Stati Uniti.
La chiusura dello Stretto di Hormuz non colpisce solo i paesi che importano petrolio da quella via. Fa aumentare il prezzo globale del petrolio, contribuendo alle pressioni inflazionistiche e rallentando la crescita in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti. La guerra ha fatto salire i prezzi della benzina e ha fatto crollare la borsa americana.
Bugia numero tre: l’accordo dell’era Obama per denuclearizzare l’Iran è stata una perdita di tempo.
L’accordo dell’era Obama avrebbe limitato l’arricchimento dell’uranio iraniano al 3,67%, sufficiente per l’energia nucleare, per 15 anni. Quando Trump si ritirò dall’accordo nel 2018, pose fine a tutti questi impegni. Oggi, proprio mentre erano in corso i negoziati di pace tra USA e Iran, Trump ha attaccato l’Iran in malafede, accusandolo di un attacco imminente nonostante la mancanza di prove di intelligence. Se c’è qualcosa che le azioni arbitrarie di Trump hanno rafforzato, è la logica per cui “se hai la bomba, non vieni bombardato”.
Bugia numero quattro: eliminare gli “impianti di produzione di energia elettrica” dell’Iran farebbe vincere la guerra.
Non solo ciò costituirebbe un crimine di guerra contro milioni di civili, ma provocherebbe una massiccia rappresaglia iraniana contro i paesi esportatori di energia della regione, facendo sprofondare l’economia globale in una crisi energetica senza precedenti.
Una verità: i paesi dovrebbero garantire un accesso sicuro allo Stretto di Hormuz.
Ma dovrebbero farlo NON seguendo Trump in guerra. Persino un pragmatista convinto esiterebbe di fronte all’affermazione che le fregate sudcoreane possano garantire l’accesso con la forza quando nemmeno la potente marina statunitense ci riesce.
In realtà, dovremmo prenderne le distanze da questa guerra voluta, con i suoi atroci crimini di guerra. Il Giappone ha respinto le richieste di Trump di inviare navi nello Stretto di Hormuz e ha assicurato il transito attraverso negoziati diretti con l’Iran. Allo stesso modo, Cina, India e Pakistan hanno ottenuto l’accesso.
In definitiva, nonostante Trump sostenga che tutto ciò sia volto a beneficio del popolo iraniano, la sua guerra voluta sta semplicemente provocando uccisioni insensate e la distruzione del paese. Qualunque sia l’opinione sul governo iraniano, bombe e minacce non lo faranno crollare. Anzi, alimentano la resistenza e il martirio.
Così, nonostante l’affermazione di Trump secondo cui le missioni iniziali di decapitazione avrebbero avuto successo, l’Iran si era preparato con una struttura di leadership a quattro livelli di profondità. Se un capo del governo viene ucciso, un altro subentra immediatamente.
Negli Stati Uniti, la popolazione si sta sollevando contro la supremazia bianca di Trump, in patria e all’estero. Ora è arrivato il momento che i popoli di tutto il mondo chiedano ai propri governi di opporsi all’avventurismo militare di Trump. Per noi in Corea del Sud, questo dovrebbe iniziare con un deciso no all’invio di fregate sudcoreane per unirsi alla guerra di Trump.
Fonte
10/03/2026
Cosa non torna sul “video del martello” di Torino
A circa un mese dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata per VD News, basata su foto, video, testimonianze dirette e atti giudiziari, mette in discussione alcuni passaggi centrali della versione fornita da Calista in merito alla dinamica dell’evento.
La convocazione in solidarietà al centro sociale Askatasuna, sgomberato a dicembre, ha portato nel capoluogo piemontese circa cinquantamila persone. Dopo ore di corteo nel centro cittadino, una parte dei manifestanti si è diretta verso l’edificio che ha ospitato lo spazio per trent’anni, sviando dal percorso autorizzato per raggiungere l’area, fortemente militarizzata sin dalle settimane precedenti.
Nel tardo pomeriggio, si sono verificati i primi scontri nelle strade limitrofe a corso Regina Margherita e, mentre la manifestazione era ancora in corso, sui social già circolavano numerosi video di cariche e interventi delle forze di polizia molto violenti.
Eppure, il “video del martello” ha rapidamente catalizzato l’attenzione pubblica e politica. Quelle immagini, catturate alle ore 19:04 del 31 gennaio da un cronista di Torinoggi.it e rilanciate per primo nel governo dal ministro della Difesa Guido Crosetto alle ore 20:15 su X, hanno spinto l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, varato il 23 febbraio 2026, dopo giorni di interlocuzioni con il Quirinale.
Il provvedimento ha introdotto la possibilità per le forze di polizia di trattenere fino a 12 ore soggetti ritenuti potenzialmente “pericolosi per il pacifico svolgimento delle manifestazioni pubbliche”, consente al pubblico ministero di non iscrivere nel registro degli indagati agenti coinvolti nell’uso, ritenuto legittimo, delle armi e prevede un inasprimento delle sanzioni amministrative in caso di manifestazioni non preavvisate alle autorità (fino a dodicimila euro).
Nei giorni successivi agli scontri sono stati eseguiti tre arresti, ma l’unico collegato al video di Calista riguarda quello di A. S., 22 anni. Il giovane, facilmente riconoscibile per il vistoso giubbotto rosso indossato durante i disordini, è stato fermato il giorno successivo ai fatti e tradotto in carcere.
Lì è rimasto per qualche giorno per poi essere scarcerato e posto agli arresti domiciliari, misura tuttora in corso e recentemente confermata dal Tribunale del Riesame di Torino. Oggi, è indagato per concorso in lesioni aggravate a pubblico ufficiale (prognosticate in 20 giorni di malattia), mentre la prima contestazione di rapina aggravata – legata alla sottrazione di parte dell’equipaggiamento dell’agente – è stata già esclusa dal giudice per le indagini preliminari.
Nel corso del procedimento giudiziario a carico di A.S., Calista ha presentato formale querela, fornendo la sua ricostruzione dei fatti. «Insieme alla mia squadra del reparto mobile di Padova mi dirigevo nel controviale di corso Regina Margherita angolo Giardini Pozzo, ove effettuavamo alcune cariche di alleggerimento» ha dichiarato il 1° febbraio alla Digos di Torino.
Inoltre, sosteneva che, dopo il lancio di «pietre, bottiglie, artifici pirotecnici, tombini, martelli e altri oggetti» da parte di alcuni manifestanti, veniva «spinto e afferrato dalle braccia nonché preso a calci alle spalle» e «trascinato diversi metri più avanti la linea di squadra», dove «numerosi soggetti» gli sfilavano casco e scudo prima di colpirlo ripetutamente.
Questa sequenza – spinta, trascinamento oltre la linea del reparto e aggressione collettiva – è smentita da numerosi elementi.
Innanzitutto, nella tarda serata del 31 la giornalista freelance Rita Rapisardi ha diffuso, prima sui suoi canali social e poi in un articolo per il Manifesto, una versione alternativa dei fatti, fondata sulla sua testimonianza diretta. «Quella scena l’ho vista con i miei occhi, ero a cinque metri», ha scritto in un post. «Vedo arrivare una squadra di agenti in antisommossa che corre verso i manifestanti rimasti. A un certo punto uno esce dallo schieramento e si allontana di una quindicina di metri per inseguire un paio di persone».
Secondo la cronista è in quel momento che la situazione è cambiata: «Li manganella, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso, lo spingono e lui cade. Da lì partono i secondi del video virale».
Ulteriori elementi raccolti per VD News rafforzano questa ricostruzione. Un video realizzato dal manifestante G.V. mostra infatti gli attimi immediatamente precedenti alla sequenza diventata virale. Sono le 19:03 e G.V. si trova su corso Regina Margherita, all’altezza di via Giacinto Borelli, nei pressi di un semaforo.
Nelle immagini, una squadra di circa venti agenti in assetto antisommossa si compatta e parte alla carica dei manifestanti, dopo aver subito il lancio di alcuni oggetti. Tra loro – sebbene non sia possibile distinguerlo con certezza dagli altri agenti – ci sarebbe anche Calista.
La registrazione precede di circa un minuto il momento in cui viene documentata la caduta dell’agente e la comparsa del martello (19:04). Anche il luogo ripreso nel filmato, compatibile con quello indicato nelle testimonianze, suggerisce che si tratti proprio del momento in cui Calista si stacca dalla linea e parte all’inseguimento, come sostenuto da Rapisardi.
A rafforzare questa lettura ci sono anche le fotografie e la testimonianza del fotografo freelance Sebastiano Bacci, che ha assistito alla scena da pochi metri. «Mi trovavo sul viale principale di corso Regina Margherita quando ho visto la folla correre verso il parco. Mi giro e vedo persone scavalcare le recinzioni. Allora scavalco anche io la grata e mi posiziono dietro il guardrail».
Poco più avanti, fuori dall’inquadratura, una piccola squadra di agenti stava effettuando una carica per poi arrestarsi contro il muro di un palazzo accanto alla serranda della Regina Copisteria (la stessa del video di G.V.).
È in quel momento che Bacci ha notato un agente correre da solo. «All’inizio non sapevo chi fosse. L’ho visto inseguire due ragazzi, uno con una giacca rossa e uno vestito di nero. Correva brandendo il manganello e provando a colpirli». Per continuare a fotografare la scena il fotografo ha così raggiunto una posizione perpendicolare rispetto a una Ford bianca parcheggiata nel controviale, la stessa che fa capolino nello sfondo del celebre video del martello.
«A quel punto alcuni manifestanti si sono accorti dell’agente rimasto isolato e si sono diretti verso di lui», racconta. «Quando è arrivato all’altezza dell’auto era ormai molto avanti rispetto alla linea della sua squadra. Solo a quel punto è stato circondato».
Le fotografie di Bacci permettono anche di ricostruire con precisione la sequenza temporale: tra il primo scatto e l’ultimo passano circa venti secondi. «Per alcuni istanti nessun suo collega interviene», conclude il fotografo. «Solo dopo arriva un altro agente che lo protegge».
È in quell’arco di tempo che si consuma la scena del martello, poi diffusa ovunque: una manciata di secondi diventata un’immagine simbolo, rapidamente trasformata in materiale utile alla deriva securitaria ormai abbondantemente intrapresa dal Governo Meloni.
Fonte
07/11/2025
Governo Meloni: un esecutivo di contafrottole
In poche ore il governo Meloni ha preso due “musate” di rara chiarezza ed ha reagito nel suo stile standard: negare la realtà e darsi i pieni voti (è lo stile Trump, a livelli più stratosferici).
La prima figuraccia, diciamo così, è arrivata sul “caso Almasri”, il torturatore che nella Libia di Tripoli (il paese è diviso in due) gestisce il traffico dei migranti verso l’Italia sulle basi degli accordi firmati con i nostri governi (prima con Marco Minniti, ministro del PD, poi con Matteo Salvini, ministro nel Conte I, confermati e sviluppati poi dai governi Draghi e Meloni). Almasri è stato arrestato su ordine della procura della capitale libica.
È universalmente noto che questo Almasri, ricercato per “crimini di guerra” con mandato di cattura dalla Corte Penale Internazionale (Cpi), era stato fermato in Italia il 19 gennaio di quest’anno. Invece di essere consegnato alla Corte de L’Aja – come da trattati internazionali firmati dal nostro Paese – era stato riportato a casa con tanto di aereo di Stato. Da uomo libero. Sorvoliamo sulle innumerevoli polemiche, le richieste della magistratura, ecc.
È evidente che la ragione addotta dal governo Meloni per giustificare il rilascio ossequioso di Almasri (liberarsi di un «soggetto pericoloso sul nostro territorio») non sta più in piedi... Quindi ha cambiato versione alla velocità della luce: “il governo era bene a conoscenza dell’esistenza di un mandato di cattura della Procura di Tripoli a carico di Almasri, già dal 20 gennaio 2025” [il giorno prima del rimpatrio, ndr].
Come dire che “sapevamo che prima o poi l’avrebbero arrestato laggiù”. Certo, per dieci mesi ha continuato a guadagnare sui migranti, torturando e uccidendo, ma che gliene frega al governo italiano che ce lo aveva in mano e avrebbe potuto consegnarlo alla Cpi?
Lasciamo agli specialisti l’aspetto legale (davvero la Corte Penale Internazionale può essere considerata “secondaria” rispetto alla procura di Tripoli?), resta il fatto che un criminale di guerra ricercato in tutto il mondo sia stato rimesso in libertà e in condizione di “continuare il lavoro”.
Nessuno, infatti, a gennaio 2025, poteva sapere che la situazione a Tripoli sarebbe cambiata, tanto meno come. Lì, per chi segue un po’ l’evoluzione “politica” locale, non c’è uno “Stato”, ma una serie di milizie che si combattono tra loro (obbiettivo: controllare i proventi del petrolio e del traffico di migranti).
A gennaio-febbraio Almasri era ancora il capo temuto di una di queste milizie. A maggio (quattro mesi dopo) viene sconfitto sul campo da quelle di Al Khali, e quindi passa da “boss” a paria. Altri quattro mesi e viene messo in una di quelle galere su cui prima “governava”.
Quindi: o nel governo Meloni siedono dei veggenti migliori del mago Otelma, oppure quella giustificazione (“lo sapevamo...”) è una pietosa menzogna.
Non è finita però qui.
Sapete anche che la “manovra” – ossia la legge di bilancio da approvare entro il 31 dicembre – è stata come sempre campo di battaglia tra interessi di partito, interessi di gruppi sociali “privilegiati” e vincoli imposti dai trattati europei. Il “miracolo” – espressione del ministro dell’economia, il leghista Giorgetti – sarebbe consistito nel trovare un equilibrio tra “tenuta dei conti” (per metter fine alla procedura di infrazione decisa dalla Commissione Europea), aumento delle spese militari (preteso da Trump) e un po’ di sconti fiscali “al ceto medio” (dice sempre Giorgetti).
Istat e Banca d’Italia, chiamati in audizione parlamentare, dati e calcoli alla mano (fatti da chi li sa fare, leggendo tra le righe di testi scritti per nascondere più che per chiarire), hanno stabilito l’esatto opposto.
Intanto l’impatto generale dei “benefici” non è superiore all’uno percento del reddito disponibile, ovvero molto al di sotto di quanto perso per l’aumento dei prezzi.
Ma soprattutto, oltre l’85% delle risorse saranno destinate alle famiglie del 40% più ricco della popolazione. Di fatto: il 20% di famiglie più ricche riceverà 411 euro all’anno in più, appena 102 euro per il venti percento di famiglie più povere. Nulla agli “incapienti” (quelli che guadagnano così poco da non dover pagare le tasse).
Non è in effetti difficile da capire che se decidi sgravi fiscali in percentuale il risultato non può che essere questo: allargare la disuguaglianza tra chi ha di più e chi di meno. Non a caso, quasi 60 anni fa, i rinnovi contrattuali venivano fatti chiedendo aumenti uguali per tutti (in cifra assoluta, non in percentuale), in modo da ridurre quella forbice un po’ alla volta.
L’ostilità contro i poveri è confermata anche dalla prevista assenza di verifiche su eventuali aumenti contrattuali (si stanno rinnovando solo ora, fra l’altro, contratti che risultano già scaduti al momento della firma) cosicché, qualsiasi possa essere l’aumento concesso dalle imprese, lo sconto fiscale sarà a vantaggio di queste ultime più che dei lavoratori.
Ma è tutta la logica economica e politica della manovra che viene messa in discussione da un breve passaggio nell’intervento della Banca d’Italia (che non è certo famosa per “propensione al socialismo”...): “È improprio assegnare al bilancio pubblico il compito di recuperare il potere d’acquisto perduto dai lavoratori, soprattutto quando la redditività delle imprese può consentire che questo avvenga attraverso la contrattazione. In prospettiva, la crescita dei salari reali non può che essere sostenuta da un sistema di relazioni industriali ben funzionante e da un rilancio della produttività del lavoro (che si è ridotta di oltre un punto percentuale dalla fine del 2019)”.
La traduzione non ci sembra indispensabile, ma la facciamo lo stesso. I salari non sono sufficienti per sopravvivere dignitosamente, e gli aumenti ce li devono mettere le aziende, che hanno una redditività sufficiente per farlo; non è il governo che deve “grattare” un po’ di sconti fiscali per far entrare qualche spicciolo in più in busta paga. Mettendolo oltretutto a carico della contabilità generale dello Stato e quindi, in definitiva, sulle spalle di chi paga le tasse (notoriamente quasi soltanto i lavoratori dipendenti, che proprio non possono evaderle neanche volendo). Una partita di giro, insomma, e una presa per i fondelli...
Difficile essere più bugiardi di un governo come questo. Foss’anche solo per questa ragione – ma ce ne sono decine di altre, ed anche più forti – ci vediamo i piazza per lo sciopero generale, il 28 novembre.
Fonte
17/06/2025
Iran, da Repubblica manipolazioni atomiche
Il titolo è uno di quelli che servono ad acchiappare clic e a spingere il lettore a pagare per leggere il testo completo. Ma che intanto, passando sui principali canali social, permette di fare un po’ di allarmismo, tanto utile a chi deve presentare il mondo al di fuori del ‘giardino’ europeo come una ‘giungla’ pericolosa da portare alla civiltà.
Questo è la funzione che si è voluta attribuire a questo articolo, nonostante la realtà di un’intervista che non risponde alla linea editoriale di uno dei principali media atlantisti. Perché, infatti, la realtà è che se uno va a leggere le parole di Cotta-Ramusino, non solo non dice mai quel che gli viene messo in bocca dal titolo, ma il messaggio che manda è diametralmente opposto.
Ovviamente, se si parla di nucleare e di trattative internazionali nel complesso quadrante mediorientale, il discorso è pieno di articolazioni delicate e incroci di interessi esteri che non possono essere ignorati. E questo lo sa anche lo scienziato italiano, appena rientrato da Teheran, dove si è recato per il movimento internazionale di studiosi Pugwash, premio Nobel per la pace nel 1995.
Bisogna però sottolineare innanzitutto questo: Cotta-Ramusino era lì, in Iran, a parlare di nucleare con i vertici del paese segnalando la mancanza di ostacoli alla discussione. Considerato che Israele non vuole nemmeno far entrare giornalisti nella Striscia di Gaza, già si può avere un’idea della distanza negli atteggiamenti. Ma, appunto, la vera notizia sono le parole del fisico italiano.
“Il solo modo per impedire che l’Iran costruisca ordigni atomici – dice – è fare un accordo analogo a quello stipulato nel 2015 con l’Amministrazione Obama. Attaccando l’Iran lo si induce a costruirsi la bomba. È il contrario dell’obiettivo dichiarato”. È facile vedere la manipolazione fatta nel titolo: non dice una cosa ‘falsa’, ma la racconta eliminando tutto il contesto.
Perché, apriti cielo, l’esperto italiano ha detto che è la guerra di Israele che porta l’Iran a indurre la ricerca di uno strumento di deterrenza contro il terrorismo sionista. E che l’unico modo per impedirlo è fare un accordo come quello del 2015, che era poi quello che l’Iran stava trattando con gli Stati Uniti, prima che Washington decidesse che anche il nucleare civile doveva essere proibito all’Iran.
E poi Cotta-Ramusino continua con un’altra verità che alle nostre latitudini stanno tutti cercando di censurare: “Israele è l’unico paese che possiede armi nucleari senza dichiararle. E prende questa posizione nei confronti dell’Iran perché ha paura di essere aggredito?” Viene così svelato il doppio standard delle pretese di Tel Aviv, oltre a mostrare l’evidente pericolo per la pace che rappresenta Israele.
Continua lo scienziato: “faccio notare che il ritorno al JCPOA (l’accordo del 2015, stracciato da Trump, ndr) non l’ha voluto nemmeno l’amministrazione Biden. L’approccio occidentale alla vicenda del nucleare iraniano è stato, per essere gentili, scoordinato. Se invece vogliamo essere cattivi, potremmo dire che è stato malintenzionato”.
Non è l’Iran che non vuole trattare, è l’Occidente collettivo. E fa finta di nulla, mentre il braccio sionista ha bombardato le installazioni nucleari, con tutti i rischi annessi, appartenenti a un paese facente parte del Trattato di non proliferazione nucleare – a differenza di Israele – che appunto col suo protocollo aggiuntivo pone l’Iran sotto la completa supervisione dell’agenzia ONU per il nucleare, l’AIEA.
Nella redazione di Repubblica possono inventarsi tutti i titoli che vogliono, ma i fatti parlano chiaro su chi sia un pericolo per l’umanità.
Fonte
13/04/2025
Israele - Censura e verità: il caso dell’“eroe” del 7 ottobre Rami Davidian
Il protagonista della vicenda è Rami Davidian, paramedico e residente a Patish nel sud di Israele. Dopo l’attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre, era stato elevato ad eroe dai media per aver salvato centinaia di civili nel Kibbutz Be’eri e al rave party Supernova e per aver assistito – a suo dire – a stupri compiuti da militanti palestinesi. Una figura costruita mediaticamente che ha avuto il suo apice con l’accensione della torcia durante la cerimonia per il Giorno dell’Indipendenza, un’onorificenza riservata in Israele a figure di spicco della società.
Secondo le anticipazioni dell’inchiesta, firmata dal giornalista investigativo Itay Rom e sostenuta dall’editorialista di Haaretz Raviv Drucker, molte delle dichiarazioni di Davidian sono infondate, se non apertamente false. L’uomo ha detto nel film documentario Screams Before Silence (distribuito anche in Italia) della regista Sheryl Sandberg di aver visto donne israeliane brutalmente violentate il 7 ottobre.
L’inchiesta mette in dubbio anche le sue accuse rivolte ai generali in pensione Israel Ziv e Noam Tibon, che Davidian ha definito dei “fuggitivi” durante l’attacco e non come dei soccorritori.
“La domanda è molto semplice”, ha scritto Drucker in un lungo post su X, “è lecito trasmettere decine e centinaia di apparizioni pubbliche di Davidian che includono molte bugie, mentre è impossibile trasmettere 50 minuti in cui si è indagato fino all’ultimo centimetro per scoprire la verità?”. Il suo sfogo riflette una tensione crescente tra il diritto all’informazione e il nazionalismo sfrenato che ha investito la società israeliana dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre.
Il blocco dell’inchiesta da parte del Canale 13 ha suscitato proteste anche all’interno della stessa redazione. Rom, autore del servizio, ha parlato apertamente di una campagna volta a “insistere sul diritto di Davidian a mentire al pubblico in innumerevoli interviste e conferenze”, e ha denunciato le pressioni ricevute per evitare la diffusione del suo lavoro. “In un modo o nell’altro – prevede Rom – alla fine la verità verrà a galla”.
Intanto Davidian continua a godere di un ampio sostegno popolare e prosegue la sua attività pubblica, moltiplicando interviste e apparizioni in cui ha reiterato versioni dei fatti mai dimostrate.
Fonte
11/04/2025
L'“eroe” del 7 ottobre è un impostore
“Siamo consapevoli dei sentimenti del pubblico e delle conseguenze della trasmissione dell’episodio e preferiamo non trasmetterlo in questo momento”, ha scritto Canale 13 in una dichiarazione del 4 aprile. Un video promozionale pubblicato dal giornalista di Canale 13 Raviv Drucker su X il giorno prima ha attirato centinaia di commenti volgari e pieni di insulti da parte di coloni israeliani fanatici, con la risposta più apprezzata che si riferiva a Drucker come a un “pezzo di merda” e lo accusava di aver cercato di spingere Davidian a suicidarsi.
Drucker ha difeso l’indagine in un post su X, affermando che le bugie di Davidian “non erano delle piccole esagerazioni” come “gonfiare leggermente il numero di coloro che sono stati salvati, assolutamente no”. Invece, “queste sono storie inventate dall’inizio alla fine. Storie da brivido che non sono mai accadute”.
Una delle invenzioni più eclatanti è stata messa in evidenza nel film di propaganda di Sheryl Sandberg, “Urla Prima del Silenzio”, che mostra Davidian apparentemente sull’orlo delle lacrime in un campo nel Sud di Israele mentre dichiara: “Ho visto ragazze legate a ogni albero qui con le mani legate dietro la schiena”.
“Qualcuno le ha uccise, violentate e abusate, qui su questi alberi. Avevano le gambe divaricate”. Mentre la telecamera mostra una serie di alberi con corde legate attorno da attori sconosciuti, Davidian continua: “Tutti coloro che vedono questo sanno subito che le ragazze sono state abusate. Qualcuno le ha spogliate, qualcuno le ha violentate. Hanno inserito ogni genere di cose nei loro organi intimi, come assi di legno, barre di ferro”.
“Più di 30 ragazze sono state uccise e violentate qui. Ho dovuto ricomporle e coprire i loro corpi, così nessun altro avrebbe visto quello che ho visto io. Nessuno può vedere quel genere di cose”, afferma Davidian, mentre una Sandberg dall’aria affranta si china per un abbraccio commosso.
Le invenzioni di Davidian sono state immediatamente accolte dai media tradizionali, con Bret Stephens del New York Times che ha dichiarato in una recensione entusiastica del film di propaganda di Sandberg che “il rifiuto di così tante persone di riconoscere cosa è successo, spesso accompagnato da una derisione beffarda, rende necessario” pubblicare le affermazioni di Davidian.
Il giorno prima, un editoriale del Washington Post ha citato la falsa testimonianza di Davidian per insistere sul fatto che, rispetto al “terribile danno inflitto alla popolazione civile a Gaza”, la “violenza descritta nel documentario di Sandberg occupa un diverso piano di crudeltà calcolata, anzi, di malvagità”.
Le affermazioni di Davidian, ora smentite, sono persino entrate nel famigerato rapporto ONU del 2024 sulla violenza sessuale nei conflitti, che sembra essersi basato su Davidian come “fonte credibile” per l’affermazione chiaramente dubbia che ci sono stati “molteplici persone assassinate, per lo più donne, i cui corpi sono stati trovati nudi dalla vita in giù, alcuni completamente nudi, con alcuni fori di proiettile alla testa e/o legati, comprese le mani legate dietro la schiena e legate a strutture come alberi o pali”.
L’ONU era ben lungi dall’essere l’unico gruppo a prendere per buone le raccapriccianti invenzioni di Davidian. Come ha scritto Drucker, “Nell’anno e mezzo trascorso dagli attacchi del 7 ottobre, Davidian ha trasformato le sue storie in un’industria, con infinite conferenze pagate, in Israele e all’estero” e “decine o forse centinaia di interviste con i media, in cui ripete ancora e ancora storie di crimini mai accaduti”.
Nel 2024, Davidian è stato persino scelto per accendere la torcia nazionale nel Giorno dell’Indipendenza di Israele, un prestigioso onore conferitogli alla luce del suo presunto “eroismo”.
Meno di due mesi dopo gli attacchi di Hamas, Davidian stava già monetizzando le sue dubbie storie tramite un giro internazionale di conferenze, a partire da quello che l’agenzia di stampa ebraica Jewish News Services finanziata da Adelson ha descritto come “una serie di incontri e opportunità di parlare a Miami e New York per descrivere il ruolo che ha svolto come eroe civile durante gli attacchi terroristici del 7 ottobre”. A New York, Davidian ha posato accanto al notoriamente mendace ambasciatore israeliano all’ONU, Gilad Erdan.
L’anno successivo, Davidian ha intrapreso una Campagna Hasbara (Propaganda Sionista) nei plessi universitari degli Stati Uniti, apparendo in numerosi eventi sponsorizzati da Chabad, la setta ebraica di estrema destra nota per il suo virulento Razzismo anti-arabo.
Durante uno di questi eventi all’Università Duke, Davidian ha ripetutamente affermato di aver visto i corpi di numerose donne nude legate agli alberi nel sito del festival musicale. Una donna israeliana che traduceva in diretta per Davidian ha dichiarato: “Ha pianto, ha urlato, ‘Chi? Chi può fare questo?’ Ha cercato di slegare i corpi e coprirli. Lo ha fatto per 20 minuti, poi ha dovuto continuare con la sua missione”.
Altri aneddoti dubbi spacciati dall’uomo che i media israeliani ora chiamano “l’agricoltore eroico” includono il presunto salvataggio di Amit Parizer, una donna di 23 anni che è descritta in una pagina LinkedIn corrispondente alla sua età come un ex responsabile della comunicazione a tempo pieno del J6 & Direzione della Difesa Cibernetica dell’IDF. Davidian, che parla arabo, sostiene che Parizer è stata “rapita attivamente da cinque o sei terroristi” quando presumibilmente l’ha salvata fingendosi un musulmano yemenita.
A causa della mossa dell’ultimo minuto di Canale 13 di tagliare il proprio servizio, la piena portata delle bugie raccontate da Davidian potrebbe non essere mai conosciuta. Secondo Drucker, quella decisione è stata presa dall’amministratore delegato dell’emittente israeliana, Emiliano Kalamzuk, che non aveva nemmeno visto il servizio quando ha deciso di staccare la spina. Secondo Drucker, Kalamzuk ha dichiarato che stava partecipando a un matrimonio ma che avrebbe “cercato di abbreviare la sua permanenza lì e andare a vedere il programma” e poi “decidere nel pomeriggio dopo averlo guardato”.
Ma la decisione era apparentemente già stata presa. “Un’ora dopo mi ha scritto che l’episodio non sarebbe stato trasmesso e che la sua decisione era definitiva. Due minuti dopo è stata rilasciata una dichiarazione ai media”, ha scritto Drucker. Come ha spiegato l’emittente israeliana Walla, “le parole di Drucker sollevano il sospetto che l’amministratore delegato della rete, Emiliano Kalamzuk, non abbia nemmeno guardato l’inchiesta prima di censurarla”.
“È vero”, avrebbe detto una fonte di Canale 13 a Walla, pur riconoscendo che “c’è una piccola possibilità” che l’amministratore delegato non di lingua ebraica dell’emittente “abbia immediatamente lasciato il matrimonio, si sia seduto su una sedia di lato e abbia guardato l’inchiesta, che è in ebraico senza traduzione”. Tuttavia, la fonte ha osservato, “l’indagine dura 53 minuti e Kalamzuk ha fatto una dichiarazione dopo un’ora”.
Ora che il rapporto di Canale 13 è stato seppellito, la natura esatta e la quantità delle invenzioni di Davidian rimangono poco chiare. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che le sue storie colorite stanno avendo l’effetto desiderato. Mentre partecipava felicemente alla spinta della propaganda di Israele per fabbricare il consenso per il Genocidio in corso a Gaza, l'“eroico contadino” ha esortato in un programma radio Web (podcast) israeliano: “Spazzate via Gaza, non c’è niente di buono in loro”.
Fonte
03/03/2025
Guerra in Ucraina - Quello che Trump e i governi europei nascondono sugli aiuti militari a Kiev
Si tratta quindi di una cifra ben lontana dai 350 miliardi di dollari enunciati da Trump e dai 500 miliardi che gli USA vorrebbero incassare con lo sfruttamento delle risorse minerarie ucraine a titolo di risarcimento.
Occorre poi tenere conto che gli aiuti militari vengono stanziati in almeno tre ambiti: quelli Nato, quelli europei, quelli dei singoli stati.
Nella Ue sono Estonia e Danimarca i paesi che hanno destinato oltre il 2,5% all’assistenza Ucraina. Al contrario, potenze economiche come Germania, Regno Unito e Stati Uniti hanno speso meno dello 0,2% del loro Pil annuo. L’Economist ha fatto notare come Lettonia e Lituania hanno contribuito per il 2% al loro Pil prebellico.
Il contributo all’Ucraina di Francia, Italia e Spagna, viene quantificato intorno allo 0,1% del Pil. In valori assoluti, la Germania è stato il donatore più importante d’Europa, con un contributo complessivo di 17 miliardi di euro, seguita dal Regno Unito con 15 miliardi di euro e dalla Danimarca con 8 miliardi di euro.
L’11 febbraio fonti diplomatiche a Bruxelles hanno reso noto che nel corso del 2024 gli alleati della NATO hanno fornito all’Ucraina 51 miliardi di euro di aiuti militari, superando ampiamente la quota di 40 miliardi promessa al summit di Washington, con il 60% di queste forniture provenienti dagli alleati europei.
Il sito specializzato Analisi Difesa smentisce poi le false notizie sulla spesa militare della Russia. Si tratta di dati appositamente gonfiati per giustificare il riarmo e l’aumento delle spese militari nei paesi europei.
A tale scopo viene citato uno studio del 22 febbraio dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, diretto da Carlo Cottarelli, il quale ha smentito la recente narrativa, sostenuta soprattutto da fonti atlantiche come l’Istituto Internazionale di Studi Strategici favorevoli alla crescita dei budget militari europei, secondo cui la spesa militare russa nel 2024 (146 miliardi di dollari) avrebbe superato in termini reali quella europea (457 miliardi di dollari) raggiungendo i 461 miliardi.
Un’analisi più equilibrata del confronto sulle spese militari metterebbero in discussione la narrazione secondo cui l’Europa sarebbe impreparata a un confronto militare con Mosca, almeno sotto il profilo delle risorse finanziarie assegnate alla Difesa.
Secondo lo studio dell’Osservatorio, la spesa complessiva dei Paesi europei risulta superiore del 58% rispetto a quella russa, evidenziando un quadro ben diverso da quello diffuso da alcuni media internazionali.
La confusione – scrive l’OCPI – nasce dal confronto tra due dati non coerenti tra loro, la formula Defence Expenditure utilizzata per la Russia e Defence Budget utilizzata per l’Europa. Se si utilizzasse anche per l’Europa la definizione NATO (Defence Expenditures), la spesa europea salirebbe a 493,1 miliardi (1,9% del Pil), oltre trenta miliardi sopra la spesa russa.
L’OCPI rileva poi un secondo errore presente nello stesso studio dell’IISS in cui la spesa militare russa viene valutata a tassi di cambio PPP (dollari internazionali) mentre quella europea è espressa in dollari correnti. Questo sottovaluta la spesa europea perché il livello dei prezzi in Europa è più basso di quello statunitense per un importo significativo (anche se non così significativo come nel caso della Russia).
In un mondo che secondo l’IISS ha aumentato la spesa militare complessiva portandola nel 2024 alla cifra record di 2,46 trilioni di dollari, contro i 2,24 trilioni del 2023 (più 7,4%), Mosca spende in termini assoluti un terzo dei paesi europei (146 miliardi pari al 6,7 per cento del PIL), ma questi paesi affermano però di temere l’invasione russa.
Anche i dati per l’Europa dovrebbero quindi essere convertiti a tassi di cambio PPP. Così facendo, la spesa militare europea, nella definizione NATO, risulta di 730 miliardi di dollari internazionali nel 2024, ossia il 58% più alta rispetto ai 462 miliardi spesi dalla Russia, conclude l’OCPI.
Valutare la spesa militare russa a 462 miliardi di dollari, cioè ben 316 in più rispetto ai 146 effettivamente stanziati, sembra confermare che stia tornando in voga la tendenza, molto diffusa durante la prima Guerra Fredda, di gonfiare la spesa militare di Mosca per giustificare alte spese militari, sia perché le ragioni per cui armi e munizioni in Russia costano meno sono legate a valutazioni diverse: accesso ad ampie riserve di materie prime, basso costo dell’energia, produzioni quasi interamente nazionali e aziende a controllo pubblico che hanno azzerato i profitti poiché “lavorano per la patria”, non per gli azionisti come quelle occidentali.
Se poi alla spesa militare europea aggiungiamo quella statunitense nel 2024 si raggiungono i 1.343 miliardi e se aggiungiamo quella canadese la NATO supera i 1.350 miliardi di dollari, oltre nove volte la spesa russa che nel 2025 si prevede raggiungerà il 7,6% per PIL con una crescita rispetto all’anno scorso del 13,7 per cento.
Gli Stati Uniti chiedono all’Europa di spendere di più, fino al 5 per cento del PIL, proprio nel momento in cui Washington spende per la Difesa il 3,3% e prevede con l’attuale amministrazione di tagliare il budget del Pentagono già dal prossimo anno fiscale di 50 miliardi (l’8 per cento) annui fino a portarlo a fine mandato di Donald Trump da circa 900 a circa 600 miliardi di dollari: una cifra non lontana dalla spesa complessiva delle nazioni europee.
Secondo lo studio di Analisi Difesa l’obiettivo statunitense sembra quindi essere quello di “allargare il proprio mercato” e di vendere agli europei (sotto la minaccia dei dazi) i sistemi d’arma “made in USA” che in futuro verranno acquistati in misura ridotta dalle forze armate statunitensi.
Del resto se i Paesi europei aumentassero la loro spesa militare al tre per cento del PIL, come chiesto dal Segretario generale della NATO, Mark Rutte, il bilancio complessivo aumenterebbe di altri 250 miliardi di dollari superando i 700 miliardi. Se le spese dei Paesi raggiungessero il 5 per cento del PIL, come vorrebbe Trump, si aggiungerebbero 800 miliardi al bilancio complessivo che supererebbe il trilione, cifra mai raggiunta neppure dagli Stati Uniti.
Già oggi il rapporto tra USA ed Europa in termini di spesa militare appare meno squilibrato (in termini finanziari non di capacità militari espresse) se si osserva che i fondi stanziati dagli USA sono poco meno del doppio di quelli europei (886 miliardi contro 457) ma nel bilancio americano va inclusa una possente triade nucleare e il fatto che lo strumento militare è dispiegato in tutto il mondo, principalmente nell’Indo-Pacifico, non solo nel teatro europeo.
Le recenti tensioni negli Stati Uniti ed in Europa circa i negoziati che l’Amministrazione Trump ha varato per chiudere il conflitto in Ucraina, hanno riportato alla ribalta l’ipotesi che l’Europa debba provvedere da sola alla sua difesa.
Uno studio dell’Istituto Bruegel e del Kiel Institute stima che, senza gli Stati Uniti, per essere autosufficiente in materia di difesa, l’Unione Europea dovrebbe spendere 250 miliardi di euro in più all’anno nel breve termine per creare 50 nuove brigate con 300.000 nuovi soldati e compensare i soldati statunitensi oggi in Europa e quelli che arriverebbero nel caso di un attacco alla NATO.
Fonte
28/02/2025
Faccia a faccia tra Trump e Zelenski. Reciproco bluff sulle terre rare
Parlando di un “incontro molto positivo” con Zelensky – atteso oggi a Washington – e affermando che gli sforzi per raggiungere la pace “stanno procedendo molto rapidamente”, alla domanda se pensasse ancora che Zelensky fosse un “dittatore”, ha risposto: “L’ho detto io? Non ci posso credere”, negando quello che aveva scritto nero su bianco qualche giorno fa su X.
Secondo il giornale statunitense Politico, “Trump è apparso indifferente all’appello disperato di Starmer per un maggiore impegno degli Stati Uniti a proteggere l’Ucraina, se e quando la sua guerra con la Russia finirà”. Starmer, consapevole del fatto che Trump ha respinto le richieste di fornire “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina, ha chiesto qualcosa di meno: “un impegno degli Stati Uniti a “sostenere” gli sforzi europei per aiutare a difendere l’Ucraina da qualsiasi futura invasione da parte della Russia. Ma Trump ha detto no a tutto questo”.
Oggi dovrebbe anche essere l’occasione della firma dell’accordo tra Usa e Ucraina sulle cosiddette terre rare. Trump ha sottolineato che l’intesa che “firmeremo insieme” con Zelensky sulle terre rare sarà una “rete di sicurezza” per l’Ucraina.
Parlando ieri con il primo ministro britannico Starmer, Trump aveva affermato che “Il presidente Zelensky verrà da me venerdì mattina e firmeremo un accordo molto importante per entrambe le parti, perché ci farà entrare nel Paese e lavorare lì”.
L’accordo, secondo le bozze circolate e via via perfezionate, prevede l’apertura di un fondo a cui Kiev contribuirà al 50% degli introiti dello sfruttamento delle risorse minerarie di proprietà dello stato, grazie alla “futura monetizzazione” di litio, grafite, cobalto, titanio, terre rare come lo scandio, ma anche gas e petrolio, e delle logistiche associate.
Il fondo potrà essere usato anche per successivi progetti di investimento in Ucraina e gli Stati Uniti che si impegnano a sostenere il futuro sviluppo economico ucraino.
L’intesa non riguarda il flusso già attivo di proventi di attività di estrazione, quindi non le attività già in essere di Naftogaz e Ukrnafta sulle quali gli USA – già con Biden – hanno messo le mani da tempo. Non viene citata la quota degli Stati Uniti nel fondo. Ci si riferisce solo ad accordi di “proprietà congiunta” che dovranno essere dettagliati in accordi successivi. Non viene più citata la cifra di 500 miliardi di dollari di ‘debito’ che Trump aveva chiesto a Kiev in un primo momento come tetto massimo del contributo ucraino al fondo. Così come “il mantenimento, da parte degli Stati Uniti, del 100 per cento degli interessi finanziari” nel fondo.
Il problema è che di terre rare in Ucraina non ce ne sono. Ci sono minerali strategici ma è un’altra cosa.
L’analista di Bloomberg, Javier Blas, afferma che “Molti – non ultimo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – sembrano convinti che il paese abbia una ricca dotazione mineraria. È una follia”.
Secondo l’analista “Il clamore sulle terre rare ucraine è partito dagli stessi ucraini. Alla ricerca disperata di un modo per coinvolgere Trump, hanno fatto male i conti presentando all’allora presidente entrante, a novembre, un ‘piano di vittoria’ che parlava del potenziale – molto, molto elevato – delle risorse minerarie del paese. Ben presto hanno perso il controllo della narrazione. Al di là di qualche deposito di scandio, l’Ucraina non possiede giacimenti – non giacimenti noti, perlomeno – di terre rare”.
Nei database mondiali delle risorse minerarie, l’Ucraina non risulta detenere risorse importanti di terre rare nonostante Kiev dichiari che ci siano presenti importanti risorse di questo tipo L’Ucraina ha altri minerali, come il titanio o materiali come la grafite.
Nel sistema informativo sulle materie prime della Commissione Europea, l’Ucraina risulta avere un indice del contributo minerario considerevole, è 35° su un totale di 183 Paesi a livello mondiale. Ma non per la presenza di terre rare. Il database UE parla di gallio (per cui l’Ucraina è 3° produttrice al mondo), metallo di silicio (4° al mondo), titanio e metallo di titanio (5°), caolino (6°), ferro e acciaio (7°), manganese (7°), magnesio (7°), carbone da coke (8°) e germanio (8°).
C’è infine un “dettaglio”. Molti dei possibili giacimenti di questi minerali rari sono nelle zone controllate dalle forze armate russe o nelle repubbliche indipendentiste del Donbass annesse alla federazione russa. Il che riporta in primo piano la priorità di un accordo di pace ancora prima di parlare di business.
Fonte
25/02/2025
Il “nuovo” nucleare ha un punto in comune con il “vecchio”: spararle grosse
Un signore al quale invidio moltissimo il cognome, Salvatore Majorana (è un lontano pronipote di un cugino di quello vero, Ettore Majorana) se ne esce sul Corriere con un articolo-bomba: Majorana: «Nucleare, la terza via (tutta italiana) del reattore gentile che potremo tenere in casa»
Nella mia pur lunga carriera nel ramo (lavoro in questo periodo presso il Plasma Science and Fusion Center del MIT a Cambridge, USA), il reattore nucleare gentile, ‘nonviolento’, mi mancava.
Dice Salvatore (lo chiamerò così per evitare confusione con quello vero): “Oggi l’energia viene prodotta in grandi impianti, trasportata fino a noi con dispersioni enormi. Il mini reattore al quale lavorano i laboratori di Prometheus, all’interno del parco scientifico del Kilometro Rosso, sarà capace di generare energia direttamente in casa, o in auto, senza emissioni nocive e scorie radioattive. In sostanza, produce energia e idrogeno con acqua, elettricità e sale. Potrebbe sostituire il gas nei nostri scaldabagni, alimentare lavatrici e lavastoviglie in modo pulito e sicuro.
Ma questo sarà solo l’inizio, date le straordinarie possibilità di questa tecnologia. Il reattore è molto diverso da quanto si associa al nucleare: non è una centrale, non ha torri di raffreddamento e, come detto, non ha radiazioni. È un piccolo dispositivo che sfrutta un fenomeno definito LENR, che sta per Low energy nuclear reaction e funziona con un’onda impulsiva di energia che genera un plasma per pochi millisecondi”.
Continua: «Se nella fissione rompiamo un atomo con una reazione violenta e nella fusione cerchiamo di riprodurre le condizioni del Sole, qui il processo è completamente diverso: più dolce, naturale, senza scorie ed emissioni. Messe a confronto, fissione e fusione sono un urlo, mentre la LENR è un sussurro. Eppure, a volte, un sussurro può cambiare il mondo».
Dopo un moto di ammirazione per l’eloquio e l’inventiva di Salvatore, quella pochissima scienza che si è lasciato sfuggire in mezzo ad una serie di frasi ad effetto mi ha permesso di capirci qualcosa: son vecchio del mestiere, è dagli anni '80 che mi occupo di bufale e “sparate grosse” nel nostro campo. Ne ho viste tante.
Ebbene, con il termine “trasmutazione LENR” si definiscono delle ipotetiche trasmutazioni di alcune specie atomiche in altre, quale risultato di reazioni nucleari a bassa energia (Reazioni nucleari a bassa energia, LENR). Si tratta della nuova denominazione, adottata per sfuggire al discredito della denominazione precedente, per la FUSIONE NUCLEARE FREDDA.
La “fusione fredda”, esatto. Occorre tornare indietro al 1989, ed alla storia della più grande “sparata grossa” degli ultimi 40 anni, forse qualcuno la ricorderà. Secondo i sostenitori della Trasmutazione LENR, la quantità dei materiali che vengono a formarsi come sottoprodotto della reazione di fusione fredda, benché piccola, sarebbe comunque sufficientemente abbondante da poter essere individuata con le attuali tecniche di analisi.
Siamo ancora a livello di dispute sulla plausibilità scientifica del fenomeno, e sulla sua riproducibilità. Dopodiché, ‘trascurabile’ passaggio, occorre dimostrarne la fattibilità tecnologica (produzione industriale) e – altro trascurabile passaggio – la rilevanza commerciale, quella che permetterebbe di soppiantare i circa 440 reattori nucleari in funzione che producono il 10% dell’elettricità mondiale, oppure di mandare definitivamente in pensione le fonti fossili, senza dover ricorrere a metalli rari come il fotovoltaico.
Negli Stati Uniti il fenomeno LENR, nonostante le cocenti delusioni degli scorsi decenni ed un bando “de facto” dalla comunità scientifica, non è sottovalutato.
Salvatore dice che noi italiani saremo i primi. Duole informarlo che esiste da tempo negli USA la Advanced Research Projects Agency-Energy (ARPA-E) LENR Exploratory Topic.
Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) ha finanziato lo scorso anno la piccola, ma non trascurabile cifra di 10 milioni di dollari, per otto progetti che lavorano per determinare se le reazioni nucleari a bassa energia (LENR) potrebbero essere la base per una fonte di energia credibile.
I team selezionati, provenienti da università, laboratori nazionali e piccole imprese, mirano a rompere lo stallo della ricerca in questo campo. C’è un progetto ed un ente apposito, che si chiama ARPA-E e che ha – secondo me – un approccio così corretto, scientifico, equilibrato, da essere molto condivisibile e anche consolante, dopo decenni di cacciaballe.
“L’ARPA-E si occupa di finanziare tecnologie energetiche ad alto rischio e ad alto rendimento”, ha dichiarato Evelyn N. Wang, direttore dell’ARPA-E. “I team annunciati sono pronti a rispondere alla domanda ‘quest’area è promettente e, se sì, come? O possiamo dimostrare in modo conclusivo che non è così?’ Mentre altri si sono allontanati da questo spazio, ARPA-E vuole superare l’impasse della conoscenza e approfondire la nostra comprensione”.
Come potete leggere, nessun accenno a “nucleare gentile”, a “sussurri e grida”, o ad altre maniere per insultare l’intelligenza del lettore.
I team sono:
1) Amphionic (Dexter, MI) si concentrerà sull’esplorazione della produzione di LENR in potenziali pozzi esistenti tra due superfici su scala nanometrica, controllando la geometria, la separazione, la composizione e il carico di deuterio delle nanoparticelle metalliche (NP). (Importo del finanziamento: $ 295,924)
2) L’Energetics Technology Center (Indian Head, MD) utilizzerà la co-deposizione elettrochimica di un composto metallico di palladio deuterato su un substrato metallico conformato su uno scintillatore plastico per stabilire e sostenere LENR. (Importo del finanziamento: $ 1.500.000)
3) Il Lawrence Berkeley National Laboratory (Berkeley, CA) attingerà alle conoscenze basate su lavori precedenti che utilizzano fasci di ioni ad alta energia come fonte di eccitazione esterna per LENR su idruri metallici caricati elettrochimicamente con deuterio. Il team propone di variare sistematicamente materiali e condizioni, monitorando al contempo i tassi di eventi nucleari con una serie di diagnostiche. (Importo del finanziamento: $ 1.500.000)
4) Il Massachusetts Institute of Technology (Cambridge, MA) svilupperà una piattaforma sperimentale che testerà in modo approfondito e riproducibile le affermazioni di anomalie nucleari nei sistemi metallo-idrogeno caricati con gas. (Importo del finanziamento: $ 2.000.000)
5) La Stanford University (Redwood City, CA) esplorerà una soluzione tecnica basata su nanoparticelle LENR-attive e deuterio gassoso. (Importo del finanziamento: $ 1.500.000)
6) La Texas Tech University (Lubbock, TX) si concentrerà sulla fabbricazione, caratterizzazione e analisi di materiali avanzati, insieme al rilevamento avanzato di prodotti nucleari come risorsa per i team all’interno del LENR Exploratory Topic. (Importo del finanziamento: $ 1.150.000)
7) L’Università del Michigan (Ann Arbor, MI) utilizzerà un esperimento di ciclo del gas che fa passare il gas deuterio attraverso una camera riempita con campioni di palladio nanocristallino. Le variabili includeranno la temperatura, le dimensioni dei nanocristallini e la lunghezza d’onda del laser. (Importo del finanziamento: $ 1.108.412)
8) L’Università del Michigan (Ann Arbor, MI) fornirà la capacità di misurare ipotetiche emissioni di neutroni, gamma e ioni dagli esperimenti LENR. La strumentazione moderna sarà abbinata alle migliori pratiche nell’acquisizione dei dati, nell’analisi e nella comprensione dei background per interpretare i dati raccolti e valutare il segnale proposto. (Importo del finanziamento: $ 902,213)
Per ora, nessun risultato scientificamente difendibile è stato ottenuto, ma la ricerca continua, in maniera seria.
Personalmente, sono una piccola formichina nel Team numero 4, quello del MIT. Il mio contributo è stato finora quello di evitare un deleterio fenomeno di parentela, discendenza, continuità, fra il “vecchio nucleare” (fissione o fusione che sia) e queste nuove tecnologie: la tendenza a spararle grosse, a fare promesse di energia pulita, fresca, dolce, chiara, gentile, woke, illimitata, quando si è in una fase pre-pre-pre-pre-pre-pre-pre-preliminare.
I danni di questo approccio sciagurato sono già stati gravi, evitiamone ulteriori.
Fonte
15/01/2025
Il PD in prima fila nel sostegno a Israele… anche quando non ce n’è bisogno
L’associazione, che ha tenuto il suo battesimo a Milano il 5 maggio del 2024, sulla sua pagina Facebook, ha espresso la sua “solidarietà alla Comunità ebraica di Bologna per gli atti vandalici e le minacce contro la Sinagoga di Bologna che nel corso della manifestazione di ieri sera, indetta per la morte di Ramy a Milano, si sono verificati” aggiungendo che “Non ci sono cause giuste per attacchi antisemiti ad una sinagoga, così come evidentemente non ve ne sono per gli altri atti di violenza che si sono scatenati nella serata. Che tutti vanno condannati. Ma l’attacco contro la Sinagoga assume evidentemente un carattere di preoccupazione ulteriore, in quanto lega tra loro un atto antisemita con un argomento, come quello per cui era stata indetta la manifestazione, finita poi con vari atti di violenza. Tutto questo necessita di una presa di coscienza collettiva, e a noi interessa principalmente che lo faccia la sinistra, sulla pericolosa diffusione di pulsioni antisemite ad un livello mai visto prima”.
Il problema è che la sinagoga di Bologna non aveva subito alcun attacco, come poi ampiamente dimostrato. Persino la Questura di Bologna ha smentito che, sabato scorso, si sia verificato, a Bologna, un qualsiasi “assalto” alla locale Sinagoga da parte di chicchessia. E, tuttavia, è tale la foga che l’autore del post non ha voluto lasciarsi scappare l’occasione di ripetere il mantra dell’“antisemitismo” usato come una clava contro ogni manifestazione di protesta contro il genocidio che si sta consumando a Gaza e contro i crimini di guerra di Israele.
Ecco come si spiega l’assordante silenzio di Elly Schlein come degli altri membri della “nuova segreteria” del Partito Democratico i quali non hanno mai speso una parola di ferma condanna e di denuncia del genocidio in atto a Gaza. Di mobilitazioni per fermarlo, il genocidio, poi, manco a parlarne. Omertà assoluta.
La subordinazione di questi signori alla politica genocida sionista è tale che gente come Stefano Bonaccini o lo stesso Piero Fassino non si preoccupano minimamente di diffondere fake news via tweet su X.com scrivendo di un “attacco” alla Sinagoga di Bologna. Un attacco che non c’è mai stato. Bonaccini si è spinto, addirittura, ad utilizzare un’immagine – senza crediti peraltro – che devia ulteriormente dalla verità dei fatti.
E quando anche Gad Lerner non ha resistito alla tentazione di pubblicare un tweet di condanna dell’inesistente “attacco alla sinagoga” la misura è apparsa davvero colma. Lerner fa il giornalista di professione ed avrebbe dovuto, quanto meno, controllare le fonti prima di cedere, anche lui come Bonaccini e Fassino, all’irresistibile impulso di pubblicare un post emotivo e farneticante.
Nessun “assalto”, ma solo due innocue (e sacrosante) scritte sul muro di un palazzo Diocesano in una via dietro la sinagoga che chiedevano giustizia per Gaza e per Nahel Ramy. Ma tanto è bastato ai pasdaran filo-israeliani del PD per cogliere l’occasione di ostentare la propria totale adesione alla politica genocida sionista sulla tanto vituperata piattaforma, X.com con dei post totalmente privi di qualsiasi fondamento. Cristo, che figuraccia.
Ecco perché il metodo di Musk e Trump (soci europei inclusi) non trova ostacoli nel magico mondo mediatico e politico mainstream, perchè anche i loro presunti avversari ricorrono sempre più spesso a narrazioni di comodo alterando sistematicamente la verità dei fatti.
A quanto pare, il virus della post-verità è stato molto più contagioso e resiliente di quello del Covid-19.
Fonte
11/01/2025
I pagliacci criminali dell’Afd, da Hitler a Musk
La signora, com’è noto, nel corso dell’intervista su X, realizzata direttamente da Elon Musk, ha deciso che era ora di togliersi dalla spalla l’ingombrante eredità di Adolf Hitler definendolo “un comunista”.
Definirla dunque un pagliaccio demente potrebbe sembrare sufficiente, viste le migliaia di comunisti tedeschi morti o imprigionati da Hitler in Germania, a cominciare dal segretario Ernst Thälmann, ucciso nel ‘44 nel campo di concentramento di Buchenwald. Stiamo parlando del segretario di un partito che nel ‘32, nelle ultime elezioni celebrate e che videro i nazisti in testa, aveva ottenuto il 20%.
Per non parlare poi dei 22 milioni di sovietici, comunisti e non, che morirono nella Seconda Guerra Mondiale, prima sotto l’attacco nazista e poi – dopo la battaglia di Stalingrado – nell’offensiva che portò l’Armata Rossa fin dentro il Reichstag, a Berlino, ponendo fine all’esistenza del nazismo come regime e alla vita infame del suo capo/fondatore.
Ma non stiamo qui a misurare il grado dell’offesa che l’ennesimo pagliaccio demente ha fatto nei confronti di tanta parte dell’umanità, segnatamente la migliore. Per quell’offesa, come si dice da sempre, col nazifascismo non si parla, lo si combatte. Punto.
È importante invece mettere bene in luce l’operazione ideologica che sta alla base dello sproloquio di Weidel, perché involontariamente chiarisce quale sia la vera natura del risorto nazifascismo del Terzo Millennio, nelle pieghe della radicale crisi dell’imperialismo occidentale.
L’operazione si regge su due pilastri decisamente contemporanei.
In primo luogo Hitler, secondo lei, era “comunista” perché “ha nazionalizzato l’economia, voleva le grandi imprese collettive”, mentre lei e l’AfD sono “per il libero mercato”.
Come si vede, la realtà storica del nazifascismo così scompare quasi del tutto. La teoria della “razza ariana”, “geneticamente superiore”, il disprezzo per tutte le altre etnie – anche “bianche”, oltre che “colorate” – il suprematismo razzista, il Mein Kampf e qualsiasi altro carattere fondamentale del ventennio “nazional-socialista” viene dimenticato.
E soprattutto il “complotto demo-pluto-giudaico”, i “protocolli dei savi di sion” e tante altre invenzioni che hanno prodotto i lager...
La vera critica a Hitler sarebbe insomma solo la “nazionalizzazione” delle imprese.
Si comprende che un’ex funzionaria di Goldman Sachs sia rimasta colpita da quella scelta politica del “padre ignobile” del suo movimento.
Seppur ai “gradi bassi” – premette il Corriere della Sera – di una grande banca d’affari, ha comunque respirato a pieni polmoni il clima “intellettuale” che portava per esempio i colleghi di JP Morgan a stigmatizzare, già nel 2014, le Costituzioni dei paesi del Sud Europa perché “mostrano una forte influenza delle idee socialiste”.
Nel cervello bipolare di un finanziere, insomma, “socialismo” è sinonimo di “nazionalizzazione”. Il resto è contorno...
Si potrebbe parlare a lungo della Grande Depressione degli anni ‘30 del secolo scorso, conseguenza di lungo termine della “crisi del 1929”, esplosa con il crollo di Wall Street. Depressione particolarmente grave per la Germania, appesantita dal dover rimborsare i “danni di guerra” previsti dal Piano Dawes e dai Trattati di Versailles con cui si mise fine al primo conflitto mondiale.
Un “debito pubblico esorbitante”, anche quello, ma non certo dovuto ad una grande spesa sociale...
A quella crisi, tutti i principali paesi capitalistici reagirono ad un certo punto con “politiche keynesiane”. Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, indipendentemente dal regime politico vigente, “nazionalizzarono” parte del sistema economico.
L’Italia fascista, per esempio, lo fece in modo piuttosto radicale, nel tentativo (solo in parte riuscito, anche se a forza di olio di ricino) di modernizzare un paese ancora fondamentalmente agricolo.
Lo stesso New Deal rooseveltiano, pur senza toccare la proprietà privata delle grandi imprese, promosse i consumi popolari con grandi iniezioni di spesa pubblica, anche a costo di far lavorare milioni di persone “per scavare buche e poi riempirle”.
In Germania la “nazionalizzazione” fu molto parziale – altrimenti i Krupp non avrebbero finanziato il regime... – e concentrata soprattutto nella produzione di armamenti destinati ad allargare lo “spazio vitale” per il “popolo eletto” (un altro...).
Ma tutto questo è inutile spiegarlo a gente come Weidel, che ora deve solo legittimarsi agli occhi di un elettorato che potrebbe essere meno entusiasta del previsto (i grandi “padroni” non ci fanno più caso...). Via dunque il fantasma di Hitler, quel “comunista inconsapevole” che ha cercato di sterminarli...
Il secondo pilastro del nuovo nazifascismo è ancora più infame. Siamo nel 2025, c’è un genocidio a Gaza commesso da Israele, ovvero dallo Stato che ha preso vita su decisione dell’Onu per cercare di “rimediare” all’orrore dell’Olocausto. Creando sciaguratamente le premesse di un altro genocidio da parte di un altro “popolo eletto”...
Il peso dell’accusa di antisemitismo, per quanto screditata dall’uso strumentale quotidiano che ormai ne fanno i sionisti, soprattutto in Germania e soprattutto per gli eredi ufficiali del nazismo, è ancora decisamente invalidante.
Cosa c’è di meglio, dunque, che rigettarla sulla “sinistra” e quindi scaricare Hitler perché “antisemita in quanto comunista”? In fondo c’è l’aiuto di Musk, ex sudafricano con miniere di diamanti, che sa altrettanto bene come si trattano “i negri” e i sindacati...
Anche qui, è inutile elencare gli innumerevoli ebrei – russi e non – che hanno avuto ruoli di rilievo nel movimento comunista internazionale e in genere nel movimento operaio.
Con i nazifascisti non si parla, è uno spreco di tempo.
Con due frasette da avanspettacolo, insomma, Weidel (grazie a Musk) prova a scrollarsi di dosso una storia che non ha avuto eguali per livelli di infamia inumana.
Ma proprio questo – il fatto che sia possibile “aprire la bocca” e sparare la qualsiasi, senza trovare qualcuno che ti sputi in faccia togliendoti il microfono – spiega cosa sta avvenendo nel panorama ideologico della crisi di egemonia capitalistico-occidentale.
In ogni paese dell’Occidente ci sono movimenti o partiti nazifascisti che accrescono la propria presenza, influenza, presa elettorale. Tutti questi soggetti, nel loro paese e nel loro insieme, vengono quotidianamente “sdoganati” dal sistema mediatico, oltre che dal resto del panorama politico. Ovvero dai leccapiedi del capitale finanziario e industriale (che possiede quasi tutti i media e foraggia “la politica”).
Non è un caso, non è una tendenza fortuita, non è un imprevisto della Storia, né una disattenzione...
Il fiato del “sistema economico” è corto, le disuguaglianze sociali sono abissali, il mercato mondiale si va frammentando a velocità crescente, da nessuna parte c’è un’idea minima di come ricreare un “modello per il futuro” che sia appetibile per tutti gli strati sociali. O almeno per la maggioranza delle popolazioni.
Si va ad occhi chiusi verso la disoccupazione di massa (solo in questi giorni esce fuori che l’Intelligenza Artificiale farà prestissimo fuori almeno 200.000 funzionari di banca, a Wall Street e dintorni), salari sempre più bassi anche per le funzioni “cognitive”, servizi sociali solo a pagamento, ecc..
Per governare le prevedibili tensioni sociali in tutto l’Occidente la “democrazia” e i “diritti” sono un lusso non più funzionale. I nazisti, invece, tornano utili. Quindi “di moda”. Qualsiasi cazzata dicano...
Fonte
19/12/2024
Zelenskij verso l’ammaina-bandiera, i giornalisti verso il manicomio
A rendere decisamente meno “teatrale” il passaggio c’è sicuramente la situazione sul terreno, con l’esercito russo che avanza a velocità di crociera negli oblast russofoni e altrettanto fa nel Kursk, il pezzetto di territorio “invaso” dagli ucraini alla ricerca di un “contrappeso” da mettere sul tavolo dell’inevitabile trattativa.
Meglio fermarsi il prima possibile, insomma, piuttosto che attendere una situazione ancora peggiore. Come accade in tutte le guerre ormai perdute.
Cambia il copione, ma il nuovo testo non è ancora stato distribuito a tutta la troupe, sembra. E quindi c’è chi va avanti come prima, come gli ultimi soldati giapponesi nelle isole sperdute...
Certamente non è ancora arrivato ai media italiani, che da un lato ci ammanniscono la rivendicazione dell’attentato a Mosca contro il generale Kirillov come una “grande azione” contro un “obiettivo legittimo” (definizione del sedicente laburista Starmer, sempre più in bilico sulla poltrona da primo ministro britannico, ma patetico “guerriero indomabile” quando parla di Ucraina), dall’altro non sanno più che inventarsi per “condire” quel che avviene sul fronte militare, dove non c’è una buona notizia che sia una.
Tiene banco da mesi, ormai, il “mistero dei soldati nordcoreani”, che “certamente ci sono”, anzi “stanno combattendo” (a volte vengono dati nel Kursk, altre volte dalla parti di Pokrovsk, a 900 km di distanza) ma… non se trova uno da mostrare alle telecamere, né vivo né morto né prigioniero (gira da tempo una sola fotografia sfocata di un soldato dai tratti asiatici, come se la Russia non avesse popolazioni ai confini kazachi, azeri, uzbeki, cinesi, mongoli, ecc).
Per fugare il dubbio – o la certezza – che quella dei nordcoreani in Ucraina sia solo una delle tante panzane raccontate dai vertici di Kiev e megafonate dai media mainstream, a quelli del Corriere della Sera è venuta un’idea fulminante, nella sua semplicità: i soldati di Pyongyang ci sono, stanno combattendo, anzi muoiono a migliaia perché non conoscono le lingue, ma non ne viene fatto vedere neanche uno perché i mefistofelici russi “bruciano i loro volti per renderli irriconoscibili”. Che crudeltà verso così fedeli alleati…
Naturalmente per credere a questa ennesima variazione narrativa bisogna essere totalmente all’oscuro di cosa avviene in qualsiasi guerra (e magari non aver mai visto neanche un film di quel genere…).
In pratica ci viene detto che quando qualcuno dei tanti soldati coreani muore – tra un assalto a una trincea, un drone killer, un colpo di bazooka, in mezzo alla neve e ciabattando nel fango… – scatta un “cancellatore di volti” con la sua tanichetta di benzina che (sotto il fuoco ucraino, in mezzo al fango, ecc) corre a fare il suo terribile lavoro. Come se si stesse a sbianchettare un documento di testo seduti in redazione, no?
E questi “sbianchettatori di volti” sarebbe così bravi da non perdersi neanche un nordcoreano morto tra le migliaia di soldati russi e non che – secondo i bollettini stampa di Kiev – fanno la stessa fine ogni giorno.
Neanche il super-efficiente esercito ucraino – sempre stando alle note di quel ministero della difesa – riuscirebbe ad acchiapparne uno, né vivo né morto, prima che uno “sbianchettatore” compia la sua opera (rivelando con le fiamme anche la sua posizione, praticamente un suicida…).
Vabbè... Ormai lo abbiamo capito piuttosto bene che la “professionalità” del giornalismo mainstream è un ricordo di altri tempi, o un pregio di pochissimi e perciò notevoli inviati. Però anche come barzellettieri sono veramente arrivati alla frutta…
Ragazzi, se le sparate di così stupide i lettori finiranno con non credere più a nulla di quel che dite, neanche i risultati delle partite. Se non alzate il livello il direttore farà bene a licenziarvi...
Fonte
14/12/2024
Guerra in Ucraina - I soldati nordcoreani ci sono davvero?
La strana storia dei militari nordcoreani in Ucraina
Indiscrezione-notizia secondo cui Kim Jong Un avrebbe inviato in Russia, nella regione di Kursk, 11-12mila militari per aiutare il suo alleato, Vladimir Putin, a rimpinguare le fila del proprio esercito impegnato a combattere contro Kiev. Lo abbiamo rilanciato anche noi, Remocontro. Ora Federico Giuliani ci aiuta in una difficile verifica: «al netto di voci e avvertimenti, non sono fin qui emerse prove ufficiali in grado di confermare la reale presenza di migliaia di soldati nordcoreani in Ucraina, né, soprattutto, di accertare la loro rilevanza militare sul campo».
I dubbi della stessa BBC
Persino la BBC ha iniziato a farsi qualche domanda. «Nonostante settimane di resoconti secondo cui circa 10.000 soldati nordcoreani sarebbero stati inviati a Kursk per unirsi alla controffensiva russa, i soldati con cui siamo stati in contatto non li hanno ancora incontrati», ha scritto Paul Adams in un reportage realizzato in Ucraina. Adams ha cercato di capire meglio cosa stesse accadendo, ha chiesto informazioni ai militari ucraini ma si è sentito rispondere in maniera emblematica. «Non ho visto né sentito nulla sui coreani, vivi o morti. È molto difficile trovare un coreano nella foresta oscura di Kursk», gli ha spiegato un soldato ucraino.
Eppure l’esercito ucraino ha diffuso quelle che ha presentato come intercettazioni di comunicazioni radio nordcoreane. I militari di Kiev hanno poi ricevuto l’ordine di catturare prigionieri nordcoreani, preferibilmente con documenti, dietro le promesse di importanti ricompense.
L’ennesimo nuovo ministro ucraino
All’inizio di novembre il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, annunciava i primi scontri a fuoco con gruppi di soldati inviati da Kim. Zelensky aggiungeva che queste «prime battaglie con la Corea del Nord avrebbero aperto un nuovo capitolo di instabilità nel mondo». Sarebbero arrivate conferme da parte di non meglio specificate fonti statunitensi riprese da Reuters e altre agenzie, mentre Seoul specificava di «non credere che le truppe di entrambe le parti siano state impegnate in un combattimento diretto, bensì di ritenere che si fosse verificato un ‘incidente’ che avrebbe coinvolto un piccolo numero di soldati nordcoreani ‘vicino alla linea del fronte’». Ma ci sono o non ci sono?
«Indossano uniformi russe, stanno seguendo un addestramento tattico e vengono schierati sotto vari comandi dell’esercito russo in prima linea», ha insistito Umerov. La notizia dei soldati di Kim al fianco dei russi contro gli ucraini era stata confermata anche dalla Nato e dal suo neo segretario Mark Rutte. C’è però un piccolo, grande, problema: dove sono davvero i nordcoreani? Se, come ritengono alcune fonti, ci sono stati degli scontri, che fine hanno fatto i soldati asiatici uccisi? Nessuno li ha fotografati o ne ha recuperato i corpi? Ancora: perché non ci sono video chiari che dimostrino l’effettiva presenza di contingenti militari nordcoreani sulla linea del fronte? In rete circolano alcune clip molto ambigui. Insomma, non sono fin qui emerse prove ufficiali e nitide a confermare la presenza di militari nordcoreani in Ucraina.
La delegazione nord coreana che diventano esercito
«È probabile, quasi certo, che Kim abbia inviato alcuni alti funzionari in Russia – così come migliaia di lavoratori, forse impegnati nel Donbass – ma, da qui a parlare di “truppe nordcoreane in azione”, il salto in avanti è forse troppo precipitoso. La certezza è che Mosca ha quasi travolto gli ucraini a Kursk. Con o, come sembra, senza un decisivo contributo delle fantomatiche forze speciali di Kim» precisa Federico Giuliani.
«Certo, la narrazione dei nordcoreani al confine dell’Europa fa comodo a tutti: a Kiev, che così può sventolare l’ombra di un nuovo nemico; allo stesso Cremlino, che inganna la Nato su altro nemico in campo; alla Corea del Nord, che dal canto suo potrebbe aver inviato qualcuno – e qualche arma – in Ucraina per prendere nota su scontri e battaglie vere da cui imparare».
Fonte
20/11/2024
La legge di bilancio in tre bugie
Il dibattito sulla manovra di bilancio per il 2025 presenta alcuni aspetti paradossali. Essendo impostato su una strategia del Governo consistente nel rappresentare una realtà che non esiste, la discussione oscilla fra il surreale e la confusione (voluta) nel trattare aspetti tecnici complessi.
Proviamo a sfatare almeno qualche elemento principale di mistificazione.
1) Prima bugia: dice il Governo che la manovra condurrà a una maggiore crescita. Ma affinché una manovra stimoli l’economia, è necessario che sia espansiva. L’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche in realtà viene ridotto dal 3,8% del PIL nel 2024 al 3,3% nel 2025, dunque la politica di bilancio non è espansiva, bensì recessiva, ovvero avrà l’effetto di deprimere la crescita. Per di più, il 2025 è solo il primo anno di un percorso quinquennale, già individuato nel Piano strutturale di bilancio (PSB), che attraverso tagli successivi porterà l’indebitamento netto all’1,8% del PIL nel 2029, per rispettare le nuove regole europee. Lo stesso PSB lamenta il rischio che l’applicazione di politiche di riduzione del deficit in diversi paesi europei possa rendere l’impostazione delle politiche di bilancio dell’UE complessivamente restrittiva, mentre altrove ci si preoccupa di rispondere alle sfide tecnologiche e ambientali utilizzando ampiamente le risorse pubbliche. E, a conferma di questo “rischio” è la stessa Commissione Europea in questi giorni a dire che le stime di crescita dei Governi (a partire dall’Italia) sono troppo ottimistiche.
E allora perché il Governo parla di manovra per la crescita? Da un lato, perché si ripropone un vecchio mantra, in base al quale basta la riduzione delle tasse – anche tagliando la spesa pubblica – per generare maggiore crescita.
L’altra ragione è che nei documenti di finanza pubblica lo scenario programmatico, che comprende gli effetti della manovra, viene posto a raffronto con uno scenario ipotetico, ovvero la previsione del Governo sull’evoluzione dell’economia e della finanza pubblica qualora non si fosse intervenuti in alcun modo (quadro tendenziale a legislazione vigente, che non comprende nemmeno il finanziamento dei rinnovi contrattuali del personale). Lo scenario tendenziale per il 2025 e anni successivi appare, peraltro, del tutto particolare, perché alcune misure consistenti di riduzione del gettito adottate per il 2024, volte a diminuire il cuneo fiscale sui redditi da lavoro dipendente (attraverso la riduzione dei contributi previdenziali a carico del dipendente fino a 35 mila euro e l’accorpamento delle aliquote IRPEF su tre scaglioni), erano provvisorie, e in assenza di interventi avrebbero esaurito i loro effetti. In questo quadro ipotetico si sarebbero verificati un incremento rilevante delle entrate fiscali e contributive e una riduzione del deficit rispetto al 2024 pari a quasi un punto di PIL. Questa riduzione, con la manovra, si riduce a mezzo punto, perché la diminuzione del cuneo viene sostanzialmente confermata, sia pure attraverso una diversa modulazione del prelievo. Ma si tratta, comunque, a tutti gli effetti di una diminuzione del deficit – quindi di una diminuzione delle risorse messe a disposizione dell’economia – la quale, per un mero effetto ottico, risulta meno feroce di qualcosa che non è mai esistito.
Ciò non basta a rendere la politica di bilancio espansiva. Il Governo annuncia effetti slegati dalla realtà per nascondere la sua marcia indietro rispetto ai bellicosi proclami anti-UE di Lega e FdI durante la campagna elettorale. Affinché si abbiano davvero politiche fiscali espansive, infatti, è necessario un aumento della differenza tra spesa e prelievo fiscale tra un periodo e il periodo successivo. In questo caso, invece, la differenza tra spesa e prelievo fiscale relativa agli anni compresi nel periodo programmatico della manovra sarà maggiore rispetto a quanto previsto nei precedenti documenti di finanza pubblica, senza alcun riferimento al suo livello in relazione a quello dell’anno in corso.
2) Seconda bugia: dice il Governo che la manovra va principalmente a vantaggio delle famiglie, soprattutto quelle formate da lavoratori dipendenti. Questo avverrebbe grazie soprattutto alla riduzione del cuneo fiscale, ottenuta attraverso una detrazione sui redditi compresi tra 20.000 e 40.000 euro e un bonus per quelli inferiori a 20.000 euro, in modo da raggiungere anche i lavoratori più poveri, che potrebbero essere incapienti e dunque non avvantaggiarsi della detrazione. La bugia qui è clamorosa, in quanto – come detto in precedenza – il decantato “taglio del cuneo fiscale” è in realtà solamente la conferma dell’agevolazione già in vigore e sinora finanziata solamente per il 2024. Ora invece diventa strutturale, ma di fatto nelle tasche dei lavoratori da gennaio 2025 non entrerà neanche 1 euro in più rispetto all’anno precedente, semplicemente si eviterà che la tassazione per loro aumenti!
Ma la conferma di questo taglio è comunque una cosa positiva? Non proprio. Come detto tante volte, provvedimenti di questo tipo sono sostanzialmente una truffa, poiché mascherano la misura effettiva in cui tali interventi favoriscono effettivamente le imprese – che potranno garantire un salario netto più alto a spese dello Stato – e non i lavoratori. Un’imposta può essere traslata su altri soggetti (ad esempio dalle imprese ai consumatori attraverso prezzi più alti), ma anche una riduzione di imposta può essere trasferita (ad esempio dai lavoratori alle imprese attraverso salari più bassi). Nel frattempo, la spesa primaria netta (definita nell’ambito delle regole europee come spesa pubblica, esclusi gli oneri per interessi, al netto delle componenti legate al ciclo economico, come i sussidi per la disoccupazione, delle misure non strutturali o finanziate dall’UE e delle misure discrezionali sulle entrate) per il prossimo quinquennio dovrà crescere in media dell’1,5% (1,3% nel 2025 secondo il PSB), meno del tasso di inflazione, e questo implicherà oltre ogni possibile dubbio un ridimensionamento dei servizi pubblici erogabili.
Tagli di questa entità, è la stessa legge di bilancio a dircelo, si riflettono su minori disponibilità (e quindi minori servizi) per Regioni ed Enti Locali, cioè le realtà che erogano la maggior parte dei servizi concreti di cui usufruiscono i cittadini. L’entità dei sacrifici richiesti è da brividi, con tagli che arrivano a superare i 7 miliardi nei prossimi anni.
Tagliare vuol dire anche bloccare il turnover del pubblico impiego (cioè, non si garantisce neanche che ogni lavoratore che va in pensione sia sostituito), e ancora una volta basta lasciare la parola alle tabelle predisposte dallo stesso Governo e inserite nella legge di bilancio per mostrare che uno dei settori più colpiti sarà quello della scuola, con effetti che non si limiteranno al 2025.
Insomma, quei due spiccioli, neanche aggiuntivi, che resteranno nelle tasche dei lavoratori, saranno pagati dai lavoratori stessi attraverso meno servizi pubblici. Chi ci guadagnerà alla fine? Sicuramente, ad esempio, ci guadagneranno le banche (e anche qui smontiamo una bugia del Governo). Per loro infatti, nonostante i profitti da record accumulati negli ultimi anni, non si prevede alcun “sacrificio” ma solo un’anticipazione di versamenti, attraverso la sospensione di alcune deduzioni di imposta, con recupero dal 2027.
3) Terza bugia: il Governo millanta che la spesa sanitaria aumenterà come mai prima d’ora, c’è un piano di assunzioni, il tetto alla spesa per il personale nel settore sanitario non ci sarà più dal 2025, etc. etc. La spesa sanitaria aumenterà in valore assoluto (come sempre nell’ultimo decennio) e più della spesa primaria netta, ma se calcolata in rapporto al PIL, dopo aver toccato il minimo storico nel 2023 (6,2%), tornerà solo nel 2026 all’incidenza del 2019, un livello comunque assai misero e che ci fece trovare in braghe di tela di fronte alla pandemia (6,4%), dove era planata dopo anni di riduzione della quota di risorse dedicate al settore. Inoltre, ed è ben più grave, la spesa sanitaria espressa in termini reali (quindi al netto dell’inflazione) è in discesa già dallo scorso anno, essendo tornata addirittura a livelli inferiori a quelli del 2019.
La manovra, inoltre, non contempla alcun piano di assunzioni. Quelle che comunque si potranno fare dovranno rispettare una nuova metodologia di valutazione dei fabbisogni di personale, che dovrà essere coerente con il tetto indicato dal decreto-legge sulle liste di attesa del giugno scorso.
In conclusione, altro che manovra per la crescita: il Governo con questa manovra cala completamente la maschera e ci riporta indietro di oltre 10 anni a una stagione di pure austerità fatta di tagli operati a tutti i livelli, le cui conseguenze colpiscono in particolare i lavoratori e le fasce più povere della popolazione. Ed è da qui che occorre quindi ripartire, prendendo esempio dalle contestazioni degli studenti di questi giorni e costruendo la massima partecipazione in vista della manifestazione femminista del 23 novembre e infine degli scioperi generali con cui rispedire al mittente le bugie del Governo.
15/10/2024
Utilizziamo una notizia e un video di ieri per dimostrare quanto andiamo dicendo, dopo che l’esercito israeliano ha “rivelato” di aver trovato un tunnel al confine con il Libano che doveva servire – dicono – “per invadere e occupare l’alta Galilea”.
Un po’ sorprendente, diciamo, visto che tutto il mondo vede da giorni il movimento opposto: Israele che invade il Libano e spara anche sull’Onu e la Croce Rossa...
L’agenzia AdnKronos, così come l’Ansa e altre “fonti primarie” delle redazioni italiane riprendono però il comunicato dell’Idf senza farsi neanche una domanda.
“Le forze dell’Idf hanno individuato e fatto irruzione in un quartier generale sotterraneo della Forza Radwan” – l’unità operativa speciale di Hezbollah – nel sud del Libano.
“La base operativa scoperta si trovava all’interno di un tunnel sotterraneo lungo 800 metri, nel cuore di un villaggio libanese, nel quale sono state rinvenute molte armi, missili antiaerei, granate, motociclette, ulteriori pozzi sotterranei, mezzi di sopravvivenza, compreso cibo, e una cucina utilizzata dai terroristi. Tutti questi mezzi sarebbero dovuti essere utilizzati dalle forze Radwan come parte del piano per l’occupazione della Galilea”.
“Durante il raid mirato sul complesso le truppe hanno affrontato un terrorista all’interno del quartier generale, eliminato grazie a un raid dell’aeronautica militare israeliana. Le truppe stanno continuando la loro attività nell’area e stanno esaminando il percorso del tunnel”.
Il portavoce dell’Idf, Daniel Hagari, ha dichiarato che Hezbollah “stava pianificando di entrare con le motociclette a Kiryat Shemona, a Yiftah, nei villaggi all’interno di Israele e condurre un massacro. Erano qui solo un paio di giorni fa”.
Abbiamo visionato il video che mostra il tunnel e quindi facciamo noi le domande che ogni giornalista principiante dovrebbe porsi.
“Invadere e occupare l’alta Galilea” è un obiettivo decisamente ambizioso per qualsiasi esercito. Le stesse televisioni mostrano migliaia di soldati dell’Idf sul confine libanese o anche oltre, decine di carri armati Merkhava parcheggiati e pronti ad entrare in azione, elicotteri, ecc.
Contro uno spiegamento di forze simile ci si dovrebbe aspettare che “i tunnel” fossero molti più di uno. E ognuno di essi avrebbe dovuto essere delle dimensioni di una tangenziale a più corsie.
“Le motociclette” da impiegare si dovrebbero contare a centinaia, e così gli armamenti, necessariamente anche “pesanti” come missili, pezzi di artiglieria, ecc.
Invece vediamo 3 (tre) motorini di piccola cilindrata (dei “cinquantini”, insomma), in fondo a un tunnel chiuso che non porta da nessuna parte. Qualche brandina (forse tre o quattro), un paio di fucili, e un portavoce – Daniel Hagari, appunto – impegnato ad ingigantire con le parole le immagini di questa miseria di “capacità offensive”.
Potete anche voi controllare il video per esserne sicuri…
Non serve un pari grado di Rommel per capire che quel tunnel, sicuramente utile come le centinaia di altri, può al massimo ospitare una ventina di uomini, che sarebbero usciti in fila indiana (lo spazio è quello adatto a una sola persona per volta), probabilmente di notte, per condurre qualche azione di disturbo, magari per prendere alle spalle qualche pattuglia israeliana penetrata oltre il confine.
E che i motorini (solo tre, ricordiamo) venivano probabilmente utilizzati per percorrere più velocemente le centinaia di metri sottoterra, per portare rifornimenti di poco peso.
Ma con quei numeri non “si invade” nulla. Tanto meno un territorio vasto, sgomberato dalla presenza di civili (come decine di altri servizi mostrano) e presidiato da un pezzo rilevante di un esercito decisamente aggressivo e in pieno assetto operativo. Tant’è vero che quel “patrimonio per l’invasione” era sorvegliato... da un solo “terrorista”, “coraggiosamente” ucciso chiamando l’aviazione...
Stiamo dicendo delle banalità, sul piano militare. E anche un caporalmaggiore fuori servizio da anni potrà confermarlo.
Dunque a che servono i “giornalisti” mainstream se non a fare da megafono passivo alle clamorose cazzate inventate da Israele (e dagli Stati Uniti)?
Fonte




