A Torino due giovani coinvolti nelle inchieste sulle manifestazioni per la Palestina si sono tolti la vita. Tra divieti di dimora, misure cautelari sproporzionate e il diniego a partecipare a un funerale, emerge una riflessione più ampia sul potere della magistratura, sul diritto penale come strumento di controllo e sulla progressiva criminalizzazione del dissenso.
Talvolta episodi apparentemente marginali o circoscritti mettono in luce dinamiche sociali consolidate e consentono di apprezzare come le rigidità culturali si radichino non solo nelle grandi questioni, ma anche nelle piccole pratiche quotidiane.
In alcuni settori della magistratura sembra esservi, non da oggi, una scarsa consapevolezza di quel “potere terribile” di cui la stessa è titolare, un potere il cui esercizio discrezionale incide profondamente sui diritti fondamentali, sulla libertà e sulle condizioni personali dei soggetti che lo subiscono.
La capacità di soppesare attentamente le conseguenze delle proprie azioni, cardine di quell’etica della responsabilità su cui ci si interroga da almeno un paio di secoli, richiede, per evitare di prendere decisioni incongrue, anche un minimo di empatia con la vita reale delle persone, con le loro relazioni, con le loro fragilità, anche.
Partiamo dall’inizio. Ho conosciuto F. alcuni mesi fa, perché era uno dei giovani denunciati dalla polizia per le manifestazioni a favore della Palestina dell’autunno scorso. Con sorprendente velocità, a F. e a diversi suoi compagne e compagni sono state applicate nel febbraio di quest’anno una serie di misure cautelari.
F., originario della provincia di Savona, a differenza di tutti gli altri e le altre, si è visto applicare la misura del divieto di dimora a Torino, città dove viveva da diversi anni, dove aveva studiato, dove aveva le sue più importanti relazioni amicali e affettive.
Questa decisione, confermata dal Tribunale del riesame, l’aveva gettato nello sconforto. Nell’ultima conversazione telefonica che aveva avuto con il mio studio gli era stato spiegato che si trattava di una misura temporanea, destinata ad essere modificata o revocata nel giro di qualche mese.
Dopo un paio di giorni F. ha deciso di togliersi la vita. Non so dire che peso gli orrori del mondo, di questo mondo sempre più plasmato dal linguaggio e dalla grammatica della guerra, segnato da diseguaglianze e sopraffazioni, possano avere avuto sulla sua scelta così definitiva e radicale. Certo è che dal biglietto che ha lasciato sull’auto, prima di gettarsi da un dirupo, sembra di capire che il provvedimento giudiziario, che riteneva profondamente iniquo, abbia avuto un peso non irrilevante.
Non ho conosciuto, invece, direttamente C. Anche lui è stato di recente denunciato a Torino per le manifestazioni e i cortei a favore della Palestina e purtroppo anche lui, a sua volta, pochi giorni fa, ha deciso di mettere fine alla sua esistenza.
Le sue compagne e i suoi compagni gli hanno dedicato la scorsa settimana un commosso ricordo collettivo. Alcuni tra loro, colpiti a loro volta dalla misura dell’obbligo di dimora a Torino (tra l’altro proprio nello stesso procedimento in cui anche F. era coinvolto) hanno urgentemente chiesto alla giudice di poter partecipare sabato 6 giugno al suo funerale. Le esequie si sarebbero tenute a Settimo Torinese, un comune che confina con Torino, ma a cui, visti gli obblighi cautelari in corso, avrebbero potuto accedere solo previa autorizzazione della giudice che aveva in carico il fascicolo.
Costei, preventivamente contattata nella mattinata di venerdì, si era detta disponibile a concedere tale autorizzazione, salvo poi allontanarsi dall’ufficio nel pomeriggio, senza dare indicazioni di sorta. L’istanza è stata così assegnata al magistrato di turno che ha ritenuto di respingerla con una laconica motivazione, fondata su “l’assenza di legame parentale, nonché l’inesistenza di comprovate ragioni, quali quelle ad esempio di salute, rilevanti dal punto di vista costituzionale”, una motivazione che, in tutta evidenza, trascura quella dimensione profonda ed etica dei rapporti affettivi che sfugge alla rigidità delle norme.
Anche il colloquio esplicativo che chi scrive ha avuto sabato mattina con lo stesso giudice, a decisione già presa, non ha minimamente inciso sulle sue convinzioni.
Vale la pena allora di formulare alcune brevi considerazioni.
La prima rimanda alla stessa misura applicata: un obbligo di dimora, accompagnato dall’obbligo di fare rientro a casa nelle ore serali e notturne. Il minimo che si può dire è che appare altamente illogica la scelta di applicare un presidio cautelare di tal fatta a fronte di reati che, in ipotesi d’accusa, sarebbero stati commessi in orario non serale e nella stessa città dove viene imposto l’obbligo.
Ci si trova di fronte, come pare ovvio, a una misura meramente punitiva, scarsamente adeguata rispetto alle esigenze cautelari che pretenderebbe di neutralizzare. Peraltro, sul fronte della risposta giudiziaria ai reati di piazza, da tempo Torino riveste un ruolo di avanguardia in ambito nazionale.
Da una, ancora parziale, raccolta di dati sui processi in corso contro i manifestanti Pro Palestina, fatta da avvocate e avvocati della Rete di resistenza legale, risulta che a differenza di molti altri circondari, dove in genere si procede con imputati a piede libero, a Torino i procedimenti avviati sono non solo decisamente più numerosi, ma anche caratterizzati da una pletora di misure cautelari.
In diversi casi, 27 in totale, la Procura ha richiesto l’applicazione di misure di particolare afflittività, dagli arresti domiciliari sino alla custodia in carcere, in contrasto con il principio del minimo sacrificio necessario, ribadito in più occasioni dalla Corte di Cassazione e dalla Corte Costituzionale. Per fortuna tali richieste nella quasi totalità dei casi sono state respinte dai giudici, che hanno però applicato numerose misure non custodiali, modulandole diversamente a seconda dei reati contestati.
La seconda osservazione, invece, riguarda la decisione del giudice di respingere la richiesta di partecipazione al funerale. Una giustizia che espunge da sé ogni sentimento di umana compassione e sensibilità finisce per assumere i tratti morali dell’ingiustizia.
In astratto la funzione delle norme (per paradossale che possa sembrare, anche di quella di natura meramente cautelare), e della loro applicazione giudiziale, deve essere finalizzate alla costruzione di migliori relazioni sociali.
La vicenda in esame appare paradigmatica di un’idea del diritto penale governato da una visione punitiva, una visione, come è stato detto, verticale e autoritaria, che privilegia l’applicazione rigidamente formale della legge, indifferente a qualsiasi comprensione del contesto umano, delle dinamiche e delle interazioni che lo sostanziano.
“L’intelligenza delle emozioni” applicata alle decisioni giudiziarie e amministrative significa anche questo, saper riconoscere il dolore e la vulnerabilità altrui, essere capace di tener conto della storia concreta delle persone, rispettare la loro dignità e i loro bisogni emotivi ed esistenziali.
Lunga è la strada da percorrere se solo si pone mente alla circostanza che, solo poche settimane fa, attraverso l’uso di quella vergognosa norma sul fermo preventivo introdotta con l’ultimo decreto sicurezza, 91 aderenti ai movimenti anarchici sono stati bloccati, portati e trattenuti in questura per diverse ore, perché volevano partecipare ad un presidio a ricordo di due loro compagni morti.
Infine, mi pare che l’intero episodio ponga, a prescindere dal caso concreto, una serie di interrogativi di non poco conto. Senza scomodare impervi paragoni con vicende dell’antichità, in cui pure erano a confronto le ragioni dello Stato e la pietà verso i defunti, il tema è quello del dovere o meno di rispettare decisioni (o leggi) ingiuste o che si ritiene contrastino con la propria coscienza.
La questione ha risonanze antiche e richiama il conflitto tra diritto e morale, tra l’osservanza del comando giuridico e l’autodeterminazione delle persone. Quantomeno dal secondo dopoguerra del secolo scorso, il tema della disobbedienza è entrato nel lessico della politica e viene costantemente praticato dai più svariati movimenti, ambientalisti ed ecologisti, ma anche antagonisti e/o territoriali.
Da tempo, ad esempio, gli attivisti del Movimento No Tav, a fronte delle decine di ordinanze prefettizie, che da eccezionali sono ormai divenuti la normalità della militarizzazione del territorio valsusino e che individuano attorno al cantiere una zona rossa inaccessibile ai cittadini, hanno deciso coscientemente di trasgredirle.
Parimenti, di fronte all’emissione di fogli di via obbligatori dalla Valle per le persone non residenti, nell’ovvio tentativo di allontanarle, neutralizzandone la partecipazione politica, hanno deciso di violarli, rivendicando pubblicamente tali violazioni.
Non è un caso che nel 2023 questo Governo, così attento alla repressione di tutto ciò che si connette con la protesta sociale, abbia, con l’ennesimo decreto legge poi convertito in legge, inasprito fortemente le sanzioni per la violazione del foglio di via, portandole da sei a diciotto mesi di reclusione e prevedendo una multa fino a 10.000 euro, trasformando anche il reato da contravvenzione a delitto, per evitare possibili future prescrizioni.
Con altro decreto di legge di qualche anno fa, emanato da un Governo di altro colore politico, sono state inserite, tra i parametri per stabilire la pericolosità sociale dei proposti alle misure di prevenzione come la sorveglianza speciale, “le reiterate violazioni del foglio di via”.
Così, una violazione di un mero precetto, quello che in dottrina viene definito un reato di mera disobbedienza, appunto, in cui la condotta incriminata consiste nell’inosservanza di un obbligo o di un semplice divieto formale, in contrasto con il fondamentale principio di offensività, diventa l’ennesimo tassello di quella progressiva torsione del sistema penale verso le misure di prevenzione, che assicurano, non a caso, maggior velocità decisionale e minor tassatività dei presupposti normativi.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/06/2026
Quando la giustizia esclude e uccide
27/05/2026
I fucilieri della polizia italiana
Il ferimento di Marco Basoccu durante i tafferugli precedenti il derby della Mole è stato liquidato come la conseguenza delle schermaglie tra i tifosi delle due squadre. Uno scontro tra tifoserie organizzate, sempre dipinte come masse informi, ai limiti della civilizzazione, di natura pericolosa. Le testimonianze portano in un’altra direzione: sia il padre del ferito, sia l’amico che era accanto a lui, affermano che il giovane è stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo dalle forze dell’ordine.
Una versione che richiama altri recenti episodi. Lo scorso 2 ottobre, nel corso di una manifestazione per la Palestina, nei pressi della stazione centrale di Bologna, una ragazza era stata colpita da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo, venendo in seguito manganellata dagli agenti invece di essere soccorsa. Lince, come si fa chiamare la ragazza per questioni di anonimato, è rimasta cieca da un occhio in conseguenza di questo episodio.
Sempre nella città felsinea, testimoni e dimostranti, raccontano che nei mesi scorsi, durante le manifestazioni contro la costruzione del Museo dei Bambini al Pilastro, la pratica dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo sarebbe stata ricorrente, e solo la perizia di alcuni dimostranti esperti ha evitato il peggio.
Cosa sta succedendo alla polizia italiana? O meglio, alle autorità preposte al mantenimento dell’ordine pubblico?
Ci viene di rispondere che si tratta di segni tangibili dell’involuzione autoritaria impressa dal governo in carica. Testimoni affermano che il tifoso juventino sarebbe stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. Una versione che richiama altri recenti episodi di azioni di massa, non filtrate da alcuna modalità addomesticabile. Che si muovono in controtendenza rispetto alle aggregazioni ordinate, disciplinate, o convenzionali, come quelle dei villaggi turistici.
Tanto basta per suscitare la preoccupazione di un governo che fin dall’inizio si è distinto per il decreto anti-rave, e che, attraverso i decreti sicurezza, punta a scongiurare le aggregazioni spontanee o politicamente connotate, aumentando i poteri di polizia, incentivando le zone rosse, punendo i blocchi stradali e i sit-in, reintroducendo il fermo preventivo. Anche attraverso l’estensione del DASPO, un provvedimento all’inizio pensato proprio per gli ultrà calcistici, ad altre tipologie di condotte.
Siamo di fronte a una vera e propria paura delle masse, come incubatrici di interazioni ed elaborazioni che potrebbero seriamente disturbare il manovratore.
Per questo si sceglie di operare sia sul piano simbolico, per esempio schierando gli agenti in tenuta anti-sommossa e presidiando le stazioni.
Per convogliare verso l’esterno il messaggio che le aggregazioni di massa sono pericolose. Sia lanciando un messaggio intimidatorio ai dimostranti. Dove non riesce la repressione preventiva, arrivano i lacrimogeni ad altezza d’uomo.
Si tratta di una deriva pericolosa, lesiva delle libertà civili e politiche, che necessiterebbe una mobilitazione articolata per contrastarla. Prima che sia troppo tardi.
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26/05/2026
A Torino la polizia ha rischiato di uccidere
Ma il fatto centrale è un altro: un tifoso juventino di 45 anni è stato ricoverato in codice rosso dopo essere stato colpito alla testa da un lacrimogeno che, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato sparato ad altezza persona dalla polizia. Alcune cronache riportano che alla base della protesta degli ultras bianconeri ci sarebbe proprio l’intervento degli agenti con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, uno dei quali avrebbe colpito il tifoso, poi trasportato prima al Mauriziano e successivamente al CTO per un trauma cranico.
Ancora una volta, un atto pericolosissimo, vietato dagli standard internazionali sull’uso della forza e incompatibile con qualsiasi principio di proporzionalità, ha rischiato di trasformarsi in tragedia. I lacrimogeni non sono strumenti da puntare contro i corpi. Non sono proiettili da sparare contro teste, volti, occhi. Sono armi “meno letali” solo nella definizione burocratica: quando vengono usate ad altezza uomo possono mutilare, accecare, uccidere.
Eppure sta diventando una pratica sempre più ordinaria. Lo abbiamo visto nelle piazze, nei cortei, nelle manifestazioni per la Palestina, nelle proteste sociali, negli sgomberi, negli stadi. Negli ultimi mesi il caso di Lince, giovane manifestante bolognese colpita da un lacrimogeno durante una manifestazione per la Palestina, ha mostrato in modo drammatico cosa significhi questa violenza: un occhio perso, la vita cambiata per sempre. Lo stesso schema si è ripetuto con un lavoratore romano ferito da un lacrimogeno. Ora Torino.
E non è un dettaglio che accada proprio a Torino. Una città che il ministro Piantedosi ha trasformato in laboratorio permanente di militarizzazione: quartieri occupati dalle forze dell’ordine, gestione muscolare dell’ordine pubblico, uso massiccio di lacrimogeni, pressione continua sui luoghi del conflitto sociale. Dopo lo sgombero di Askatasuna, un intero pezzo di città è stato trattato come territorio nemico. Non come spazio urbano abitato da persone, ma come zona da presidiare, controllare, intimidire.
Il derby della Mole diventa così l’ennesimo episodio di una deriva più ampia. La questione non è difendere questa o quella tifoseria. La questione è impedire che la polizia possa usare strumenti potenzialmente letali come se fossero normali mezzi di gestione della folla. Perché quando un lacrimogeno viene sparato ad altezza persona, non siamo più davanti a una tecnica di contenimento: siamo davanti a un’aggressione.
La narrazione dominante, invece, assolve sempre lo stesso copione. Prima si parla di “scontri”. Poi si elencano oggetti lanciati, tensioni, fermati, feriti tra gli agenti. Infine scompare il punto decisivo: chi ha sparato? Con quale ordine? A quale altezza? Con quale traiettoria? Chi risponde se una persona finisce in codice rosso per un trauma cranico?
Sono domande che dovrebbero essere poste immediatamente da ogni redazione, da ogni istituzione, da ogni garante dei diritti. Invece il riflesso automatico è coprire la violenza della polizia dentro la parola magica “ordine pubblico”.
Ma ordine pubblico non significa licenza di colpire. Non significa impunità. Non significa poter trasformare un lacrimogeno in un proiettile contro il corpo di una persona. Se un tifoso, un manifestante, un lavoratore o una ragazza in corteo possono perdere un occhio, finire in ospedale o rischiare la vita per una scelta operativa della polizia, allora il problema non è più l’ordine pubblico. Il problema è la violenza di Stato.
La domanda, allora, è semplice: chi sono i violenti?
Quelli che manifestano, protestano, tifano, attraversano una piazza? O quelli che sparano lacrimogeni ad altezza persona, militarizzano interi quartieri e poi pretendono di chiamare tutto questo “sicurezza”?
#Tout le monde déteste la police.
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05/05/2026
Le sirene del riarmo per una Torino in crisi industriale cronica
Sono meno di dieci chilometri in linea d’aria quelli che a Torino separano la “Porta 2”, storico ingresso del fu stabilimento Fiat nel Sud della città, dalla cancellata che circonda la sede da oltre 116mila metri quadrati della Leonardo Spa, in Corso Francia. In questi due luoghi si “vedono” localmente tante dinamiche che si osservano anche su scala globale.
Il capoluogo piemontese, simbolo della crisi dell’automotive e del rilancio del settore militare, è un punto di osservazione privilegiato per analizzare gli effetti quotidiani del declino produttivo sul tessuto sociale e per studiare come quel “pubblico” svuotato di risorse provi a stringere alleanze con il privato per sopravvivere. Ma è anche un territorio che subisce decisioni prese a centinaia di chilometri di distanza. C’è tutto questo, oggi, nella città che vive una crisi industriale senza precedenti.
Oltre quella “Porta 2” dello stabilimento di Mirafiori la situazione è infatti drammatica. Dalla fusione tra Peugeot société anonyme (Psa) e Fca in Stellantis del 2021 le fuoriuscite di personale sono state più di seimila con bonus fino ai 100mila euro lasciando in attività poco più di 12mila lavoratori e lavoratrici, di cui circa 5.500 impiegati. Lo stesso vale per l’indotto: si stima in vent’anni un crollo di 30mila lavoratori solo per il settore meccanico. “La fine è vicina: se Stellantis non annuncerà la produzione di nuovi modelli in meno di due anni servirà di nuovo la cassa integrazione”, spiega Gianni Mannori, sindacalista della Fiom Cgil. In poco più di cinquant’anni il cuore industriale del capoluogo piemontese ha ridotto dell’80% le persone impiegate rispetto al picco di 60mila operai del 1971.
Ma non è l’unica strategia messa in atto da Exor Nv, società della famiglia Agnelli e socia di riferimento di Stellantis, che ha avuto impatto sul territorio. A metà luglio 2025 il colosso di diritto olandese ha venduto per 3,8 miliardi di euro la divisione veicoli di Iveco Group, che vede attivi a Torino oltre seimila dipendenti, all’indiana Tata Motors. Il loro posto è “salvo” per due anni – l’accordo di vendita prevede per questo periodo il divieto di riorganizzazione aziendale – ma il futuro è incerto. Ed è in questo contesto che il presente in città ha un nome ben identificabile: Leonardo, che conta in totale quattromila addetti divisi tra i 2.200 nella sede di Caselle e i restanti nello stabilimento cittadino di Corso Francia.
A questi si aggiungono, secondo i dati comunicati dalla società stessa ad Altreconomia, 1.200 dipendenti a Cameri (NO) e circa 1.100 addetti di Thales Alenia Space (joint venture tra Leonardo e la società francese Thales Sa che opera nel settore spaziale), mentre non è noto quanti siano gli impiegati diretti di Mbda Spa, uno dei più importanti consorzi europei che costruisce missili e tecnologie per la difesa di cui Leonardo detiene il 25% della proprietà insieme ad Airbus e Bae systems. Proprio da Mbda arriva il nuovo amministratore delegato Lorenzo Mariani, al posto di Roberto Cingolani.
Per quanto riguarda l’impatto territoriale Leonardo stima per il Piemonte 400 piccole e medie imprese coinvolte nella produzione, per un totale di 14.500 addetti tra diretti, indiretti e indotto. Tra gennaio 2024 e agosto 2025 Leonardo ha assunto in Piemonte 766 persone, di cui 395 laureati (per la grande maggioranza in discipline Stem, ovvero scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), mentre i restanti sono “in larga parte profili sperimentati grazie alla collaborazione strutturata con gli istituti tecnici del territorio piemontese”, tecnici ad alta e altissima specializzazione. La “presa” della società sui giovani è forte.
“Garantiscono stipendi iniziali altissimi per fidelizzarli e questo ha creato, tra l’altro, malcontento anche tra chi ha una certa anzianità”, racconta un lavoratore dell’azienda che preferisce mantenere l’anonimato. Fidelizzazione che sembra essere comunque necessaria: Leonardo ci ha infatti comunicato che, tra il 2024 e il 2025 (al 31 dicembre), gli addetti erano aumentati di 400 unità ma le assunzioni in 20 mesi sono quasi il doppio.
“C’è una narrazione che sta cercando di convincere la città che l’aerospazio e il militare possano sostituire l’industria dell’automotive. Combattiamo questa disinformazione perché non è vero e questi numeri lo dimostrano”, ha sottolineato Ugo Bolognesi, responsabile della Fiom Torino, durante un dibattito pubblico svoltosi nel capoluogo lo scorso 9 aprile presso il Centro studi Sereno Regis, in cui rappresentanti della politica, dei sindacati e delle Università si sono confrontati proprio sul tema della produzione di armi in città.
Il sito di Caselle, a circa 20 chilometri da Torino, “si è evoluto in un vero e proprio centro di ingegneria, ricerca e sviluppo” ed è il luogo dove “si sta costruendo il futuro delle tecnologie aeronautiche di nuova generazione”. Leonardo cita nei dati comunicati ad Altreconomia il Global combat air programme (Gcap), un programma multinazionale congiunto tra Italia, Regno Unito e Giappone per sviluppare entro il 2035 un nuovo caccia e il “Clean Sky” che mira a ridurre gli impatti ambientali dell’aviazione.
Dal punto di vista ingegneristico nel polo di Caselle la società rivendica una produzione di 125 Eurofighter, oltre a 650 semi-ali dello stesso velivolo, a cui si aggiungono 90 C-27J Spartan (aereo da trasporto tattico) e 21 velivoli Atr special mission per clienti nazionali e internazionali. E poi più di 80 sistemi Atos (Airborne tactical observation system) venduti in dieci Paesi per supportare operazioni militari e di sicurezza nazionale.
Cameri è invece il “fulcro della partecipazione italiana al programma F-35, essendo stato scelto da Lockheed Martin, società statunitense leader nel settore della Difesa, come unica linea di assemblaggio e di collaudo finale in Europa e come centro per le attività di manutenzione, revisione e aggiornamento (Mro&U) dei velivoli F-35 destinati a operare nell’area mediterranea/europea”. Nei 124mila metri quadrati dello stabilimento novarese, che presto diventeranno quasi 180mila, si producono 18 velivoli F-35 e 55 assiemi ala (ovvero, tutte le parti che compongono l’ala di un velivolo) della versione F-35A all’anno: in totale sono già stati consegnati 75 velivoli, realizzate duemila parti di ali industrializzate e più di 300 ali complete.
Queste forniture sono proprio il punto in cui il globale si incrocia con il locale a Torino. “Quando da dentro lo stabilimento vedevo i manifestanti lanciare addosso alle nostre macchine i fumogeni, mi sono chiesto che cosa stessi facendo”, racconta un altro lavoratore di Leonardo – che sceglie l’anonimato –, ricordando il pomeriggio del 3 ottobre 2025 quando durante una manifestazione per la Palestina alcuni attivisti hanno lanciato contro lo stabilimento di Corso Francia pietre e fumogeni. “Spesso non ci rendiamo neanche conto del prodotto finale – aggiunge, in linea con quanto già riportato da un altri dipendenti dell’azienda ad Altreconomia – ma certo vedere rappresentanti delle aziende militari israeliane che facevano avanti e indietro dallo stabilimento per attività di manutenzione sui caccia mi ha fatto riflettere”. Secondo entrambi i lavoratori il tema della mancata interruzione delle collaborazioni con Israele non trova dal punto di vista numerico grande seguito all’interno dell’azienda, soprattutto tra i neoassunti.
C’è poi il capitolo ricerca e sviluppo. Leonardo ha comunicato ad Altreconomia che gli investimenti della società in questo settore rappresentano quasi il 10% della spesa totale in ricerca delle imprese sul territorio, per un totale di 232 milioni di euro (dati al 2021).
“L’azienda è impegnata in Piemonte nello sviluppo di nuove tecnologie abilitanti per la crescita e la competitività del settore aerospazio e Difesa, anche attraverso collaborazioni con le principali realtà del mondo della formazione accademica e della ricerca, a partire dal Politecnico e dall’Università di Torino, l’Istituto tecnico superiore Aerospazio Piemonte e il Competence center per il manufacturing avanzato Cim 4.0, il distretto Aerospaziale Piemonte e la Fondazione AI4I”. Il Cim 4.0 è un centro promosso dal ministero delle Imprese e del Made in Italy che si occupa di trasformazione tecnologica, mentre la Fondazione AI4I gestisce a Torino il Centro italiano per l’intelligenza artificiale, anche grazie al contributo di 20 milioni di euro l’anno dal ministero dell’Economia.
A questo si aggiungono anche i “Leonardo innovation labs”, situati nelle Officine grandi riparazioni (Ogr) dietro la stazione di Porta Susa, incubatori tecnologici che “supportano trasversalmente l’ingegneria delle aree di business di Leonardo nella ricerca e sviluppo delle tecnologie di frontiera”. Infine presso lo stabilimento di Corso Francia è stato sviluppato il “fiore all’occhiello della Leonardo Hi-Tech”: il Product capability and concept laboratory (Pc2Lab), un luogo “dove, grazie all’utilizzo dei cosiddetti ‘gemelli digitali’ (in inglese, digital twins) e sofisticate sperimentazioni algoritmiche all’interno di scenari operativi simulati, è possibile controllare il complesso processo di sviluppo dei sistemi aerei di futura generazione e svilupparne caratteristiche e configurazioni ben prima che possano essere sperimentati in volo”.
In questo contesto la relazione con il mondo universitario ricopre sicuramente un aspetto centrale, soprattutto con il Politecnico di Torino su cui però la multinazionale nega informazioni dettagliate: “Non è disponibile un dato pubblico consolidato sul numero complessivo dei singoli progetti attivi né sul valore economico totale delle commesse, che varia nel tempo in funzione dei programmi”. L’assenza di trasparenza continua.
Intanto l’apice della collaborazione pubblico-privato troverà casa nella Città dell’Aerospazio. Le informazioni sono scarse e frammentate ma i lavori sono in ritardo rispetto alla tabella di marcia. Corso Francia è però pronto ad accogliere un luogo in cui, grazie a Regione e Comune, l’Ateneo e Leonardo diventeranno coinquilini. “Un cambio di paradigma importante non solo per gli enti coinvolti ma per la città intera – sottolinea il geografo Michele Lancione, professore del Politecnico di Torino –. Viene creato uno spazio fisico e relazionale in cui far funzionare una dimensione ‘politica’ prima ancora che industriale: si costruisce il sapere da utilizzare e mettere al servizio di un’economia piegata al militare”.
Leonardo dichiara che “dopo aver registrato 20mila nuove assunzioni tra il 2023 e il 2025” prevede in Italia tra quest’anno e il 2030 “28mila nuovi ingressi di cui il 55% giovani under30, il 70% profili Stem e il 30% donne”. Non è noto, invece, il dato specifico sulle assunzioni che interesseranno Torino. Intanto il cardinale Roberto Repole, vescovo di Torino, in occasione del primo maggio ha indirizzato una lettera aperta alla città. “Dobbiamo fermarci e riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi – si legge –. So che si preferisce parlare di industria della Difesa ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?”.
Il 9 agosto 1956 il caccia Fiat G-91, prodotto dall’azienda aeronautica italiana Fiat Aviazione (divenuta poi Aeritalia), decollava per la prima volta dall’aeroporto di Caselle Torinese. Settant’anni dopo quel luogo si candida a diventare nuovamente crocevia centrale della produzione militare.
10/03/2026
Cosa non torna sul “video del martello” di Torino
A circa un mese dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata per VD News, basata su foto, video, testimonianze dirette e atti giudiziari, mette in discussione alcuni passaggi centrali della versione fornita da Calista in merito alla dinamica dell’evento.
La convocazione in solidarietà al centro sociale Askatasuna, sgomberato a dicembre, ha portato nel capoluogo piemontese circa cinquantamila persone. Dopo ore di corteo nel centro cittadino, una parte dei manifestanti si è diretta verso l’edificio che ha ospitato lo spazio per trent’anni, sviando dal percorso autorizzato per raggiungere l’area, fortemente militarizzata sin dalle settimane precedenti.
Nel tardo pomeriggio, si sono verificati i primi scontri nelle strade limitrofe a corso Regina Margherita e, mentre la manifestazione era ancora in corso, sui social già circolavano numerosi video di cariche e interventi delle forze di polizia molto violenti.
Eppure, il “video del martello” ha rapidamente catalizzato l’attenzione pubblica e politica. Quelle immagini, catturate alle ore 19:04 del 31 gennaio da un cronista di Torinoggi.it e rilanciate per primo nel governo dal ministro della Difesa Guido Crosetto alle ore 20:15 su X, hanno spinto l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, varato il 23 febbraio 2026, dopo giorni di interlocuzioni con il Quirinale.
Il provvedimento ha introdotto la possibilità per le forze di polizia di trattenere fino a 12 ore soggetti ritenuti potenzialmente “pericolosi per il pacifico svolgimento delle manifestazioni pubbliche”, consente al pubblico ministero di non iscrivere nel registro degli indagati agenti coinvolti nell’uso, ritenuto legittimo, delle armi e prevede un inasprimento delle sanzioni amministrative in caso di manifestazioni non preavvisate alle autorità (fino a dodicimila euro).
Nei giorni successivi agli scontri sono stati eseguiti tre arresti, ma l’unico collegato al video di Calista riguarda quello di A. S., 22 anni. Il giovane, facilmente riconoscibile per il vistoso giubbotto rosso indossato durante i disordini, è stato fermato il giorno successivo ai fatti e tradotto in carcere.
Lì è rimasto per qualche giorno per poi essere scarcerato e posto agli arresti domiciliari, misura tuttora in corso e recentemente confermata dal Tribunale del Riesame di Torino. Oggi, è indagato per concorso in lesioni aggravate a pubblico ufficiale (prognosticate in 20 giorni di malattia), mentre la prima contestazione di rapina aggravata – legata alla sottrazione di parte dell’equipaggiamento dell’agente – è stata già esclusa dal giudice per le indagini preliminari.
Nel corso del procedimento giudiziario a carico di A.S., Calista ha presentato formale querela, fornendo la sua ricostruzione dei fatti. «Insieme alla mia squadra del reparto mobile di Padova mi dirigevo nel controviale di corso Regina Margherita angolo Giardini Pozzo, ove effettuavamo alcune cariche di alleggerimento» ha dichiarato il 1° febbraio alla Digos di Torino.
Inoltre, sosteneva che, dopo il lancio di «pietre, bottiglie, artifici pirotecnici, tombini, martelli e altri oggetti» da parte di alcuni manifestanti, veniva «spinto e afferrato dalle braccia nonché preso a calci alle spalle» e «trascinato diversi metri più avanti la linea di squadra», dove «numerosi soggetti» gli sfilavano casco e scudo prima di colpirlo ripetutamente.
Questa sequenza – spinta, trascinamento oltre la linea del reparto e aggressione collettiva – è smentita da numerosi elementi.
Innanzitutto, nella tarda serata del 31 la giornalista freelance Rita Rapisardi ha diffuso, prima sui suoi canali social e poi in un articolo per il Manifesto, una versione alternativa dei fatti, fondata sulla sua testimonianza diretta. «Quella scena l’ho vista con i miei occhi, ero a cinque metri», ha scritto in un post. «Vedo arrivare una squadra di agenti in antisommossa che corre verso i manifestanti rimasti. A un certo punto uno esce dallo schieramento e si allontana di una quindicina di metri per inseguire un paio di persone».
Secondo la cronista è in quel momento che la situazione è cambiata: «Li manganella, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso, lo spingono e lui cade. Da lì partono i secondi del video virale».
Ulteriori elementi raccolti per VD News rafforzano questa ricostruzione. Un video realizzato dal manifestante G.V. mostra infatti gli attimi immediatamente precedenti alla sequenza diventata virale. Sono le 19:03 e G.V. si trova su corso Regina Margherita, all’altezza di via Giacinto Borelli, nei pressi di un semaforo.
Nelle immagini, una squadra di circa venti agenti in assetto antisommossa si compatta e parte alla carica dei manifestanti, dopo aver subito il lancio di alcuni oggetti. Tra loro – sebbene non sia possibile distinguerlo con certezza dagli altri agenti – ci sarebbe anche Calista.
La registrazione precede di circa un minuto il momento in cui viene documentata la caduta dell’agente e la comparsa del martello (19:04). Anche il luogo ripreso nel filmato, compatibile con quello indicato nelle testimonianze, suggerisce che si tratti proprio del momento in cui Calista si stacca dalla linea e parte all’inseguimento, come sostenuto da Rapisardi.
A rafforzare questa lettura ci sono anche le fotografie e la testimonianza del fotografo freelance Sebastiano Bacci, che ha assistito alla scena da pochi metri. «Mi trovavo sul viale principale di corso Regina Margherita quando ho visto la folla correre verso il parco. Mi giro e vedo persone scavalcare le recinzioni. Allora scavalco anche io la grata e mi posiziono dietro il guardrail».
Poco più avanti, fuori dall’inquadratura, una piccola squadra di agenti stava effettuando una carica per poi arrestarsi contro il muro di un palazzo accanto alla serranda della Regina Copisteria (la stessa del video di G.V.).
È in quel momento che Bacci ha notato un agente correre da solo. «All’inizio non sapevo chi fosse. L’ho visto inseguire due ragazzi, uno con una giacca rossa e uno vestito di nero. Correva brandendo il manganello e provando a colpirli». Per continuare a fotografare la scena il fotografo ha così raggiunto una posizione perpendicolare rispetto a una Ford bianca parcheggiata nel controviale, la stessa che fa capolino nello sfondo del celebre video del martello.
«A quel punto alcuni manifestanti si sono accorti dell’agente rimasto isolato e si sono diretti verso di lui», racconta. «Quando è arrivato all’altezza dell’auto era ormai molto avanti rispetto alla linea della sua squadra. Solo a quel punto è stato circondato».
Le fotografie di Bacci permettono anche di ricostruire con precisione la sequenza temporale: tra il primo scatto e l’ultimo passano circa venti secondi. «Per alcuni istanti nessun suo collega interviene», conclude il fotografo. «Solo dopo arriva un altro agente che lo protegge».
È in quell’arco di tempo che si consuma la scena del martello, poi diffusa ovunque: una manciata di secondi diventata un’immagine simbolo, rapidamente trasformata in materiale utile alla deriva securitaria ormai abbondantemente intrapresa dal Governo Meloni.
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05/02/2026
Torino - Scarcerati i tre arrestati per gli scontri di sabato, il governo va in testacoda
A decidere in tal senso è stata la giudice Irene Giani che, alla luce delle dichiarazioni rese durante gli interrogatori di garanzia, ha convalidato gli arresti, disponendo però misure cautelari alternative al carcere.
Per il più giovane dei tre, il 22enne Angelo Simionato sono stati disposti gli arresti domiciliari. Gli altri due arrestati, il 31enne Pietro Desideri e il 34enne Matteo Campaner, hanno l’obbligo di presentazione quotidiano alla polizia giudiziaria.
“La montagna repressiva partorisce topolini giudiziari” – commenta l’Osservatorio Repressione che da anni monitora l’escalation autoritaria nel nostro paese – “Dopo giorni di titoli urlati, accuse iperboliche e una campagna politica-mediatica costruita sul mito dell’“emergenza Torino”, arrivano le prime decisioni dei giudici. E raccontano una storia molto diversa da quella agitata dal governo”.
Sugli scontri risultano poi esserci altri 24 indagati sui quali le indagini proseguiranno le prossime settimane. Per ora sono denunce a piede libero per resistenza, violenza a pubblico ufficiale, travisamento, inosservanza ai provvedimenti delle autorità. Tra i reati che potrebbero essere contestati la Procura ipotizza anche quello di devastazione che prevede pene pesanti, ma per ora procedono contro ignoti.
Per i manifestanti scarcerati l’accusa è di resistenza e violenza contro pubblico ufficiale, in un caso vengono aggiunti la rapina in concorso e lesioni. Gli agenti della Digos di Torino hanno riconosciuto uno dei tre, incensurato, dal giaccone rosso che indossava. Viene individuato nel gruppo che colpisce l’agente di polizia ma piuttosto nitidamente si vede che è piuttosto distanziato.
Negli altri due casi non c’è alcuna prova che abbiano colpito i poliziotti. Per uno dei due imputati “Il livello di offensibilità della sua condotta risulta contenuto, visto che nessun agente è stato ferito dalla sua condotta. Serve un presidio cautelare, ma l’obbligo di presentazione quotidiano alla polizia giudiziario è maggiormente adeguato rispetto alla detenzione in carcere, idoneo a costituire un valido monito disincentivante alla reiterazione delittuosa” è scritto nel dispositivo che ha portato alla decisione della scarcerazione sostituita dall’obbligo quotidiano di firma.
“È la dimostrazione plastica dello scarto tra la narrazione repressiva e la tenuta giuridica delle accuse. Se davvero fossimo stati di fronte a un quadro di terrorismo, eversione, devastazione organizzata, le misure cautelari sarebbero state ben altre” – segnala l’Osservatorio – “Invece, mentre i tribunali ridimensionano, la politica rilancia. Perché l’obiettivo non è la giustizia, ma l’intimidazione”.
Contro la decisione della giudice torinese ha subito tuonato Salvini definendola una vergogna, mentre la Meloni domenica aveva addirittura chiesto ai magistrati di procedere per “tentato omicidio”, una accusa contraddetta dalle stesse telecamere e fotografie che ritraevano l’agente di polizia in ospedale coccolato dalla premier ma in ottime condizioni, tanto da essere rapidamente dimesso.
Una “invasione di campo”, quello della Meloni, finalizzato strumentalmente all’ennesimo attacco contro i magistrati e al referendum sulla riforma della giustizia del prossimo marzo.
In secondo luogo per commettere il reato di tentato omicidio, secondo il codice penale, bisogna infatti compiere “atti idonei, diretti in modo non equivoco, a commettere un delitto”. I magistrati torinesi, sulla base dei primi riscontri investigativi, non ipotizzano questo reato. Il servizio televisivo e fotografico apparecchiato dalla Meloni in ospedale con gli agenti “feriti” si è rivelato a tale scopo come un boomerang fattuale.
Di aver esagerato nelle speculazioni sugli scontri di Torino, sembra essersene accorto anche il ministro degli Interni Piantedosi, il quale nelle comunicazioni al Senato ha rettificato non poco il tiro contro chi partecipa alle manifestazioni rispetto al discorso fatto il giorno prima alla Camera. Le affermazioni di Piantedosi sui manifestanti con gli ombrelli come fiancheggiatori hanno suscitato una diffusa ironia, mentre le critiche arrivate al ministro anche da ambienti legati al mondo dell’ordine pubblico devono avergli suggerito maggiore cautela.
L’esecutivo comunque vorrebbe mantenere il suo ruolino di marcia sul nuovo, ennesimo, decreto sicurezza, una misura che – insieme ad altre come i ddl sull’antisemitismo – sembra avere come ossessione repressiva proprio le manifestazioni, ossia quello che rimane l’unico strumento di espressione politica pubblica per chi non dispone di visibilità nei mass media mainstream o nelle sedi istituzionali.
“Quando la repressione non regge nelle aule di giustizia, si sposta fuori: nelle misure preventive, nelle indagini a strascico, nei fogli di via, nei Daspo urbani, negli interrogatori ai minorenni, nella costruzione permanente di un clima di paura” – afferma l’Osservatorio Repressione – “Torino è diventata un laboratorio. Non di sicurezza, ma di governo autoritario del conflitto sociale”.
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Le minacce a Rita Rapisardi e l’attacco frontale al diritto di cronaca
È presidio di democrazia. Proprio per questo il lavoro di Rita Rapisardi, giornalista de il manifesto, è diventato bersaglio di una campagna d’odio violenta e organizzata.
Da giorni Rapisardi è oggetto di minacce, insulti, attacchi personali e intimidazioni, soprattutto sul web ma non solo. Una caccia alimentata da leoni da tastiera, da ex appartenenti alle forze dell’ordine e – fatto ancora più grave – da alcuni giornalisti che hanno scelto di mettere in dubbio la sua professionalità invece di confrontarsi con i fatti.
Non è una polemica: è un tentativo di delegittimazione. Non è critica: è intimidazione.
Il messaggio è chiaro e inquietante: chi rompe la narrazione unica, chi mostra ciò che viene sistematicamente rimosso – le violenze poliziesche, la gestione repressiva della piazza, la sproporzione nell’uso della forza – deve pagare un prezzo.
È il metodo classico delle stagioni autoritarie: non smentire i fatti, colpire chi li racconta.
Il diritto di cronaca non può essere messo al rogo ogni volta che la realtà non coincide con una versione precostituita, comoda al potere e rassicurante per chi invoca ordine e repressione. Colpire una giornalista perché ha fatto bene il suo lavoro non è un attacco individuale: è censura.
È un attacco alla libertà di stampa e al diritto dei cittadini a essere informati in modo corretto e completo.
Non è un caso isolato. È il clima. È il risultato di anni di criminalizzazione del dissenso e di delegittimazione di chi prova a raccontarlo. Quando la cronaca diventa un problema di ordine pubblico e il giornalismo viene trattato come un atto ostile, la linea è già stata superata.
A Rita Rapisardi è arrivata la solidarietà del quotidiano il manifesto, del Comitato di redazione di Radio Popolare, testata con cui collabora, e di Alberto Deambrogio per Rifondazione Comunista. Segnali importanti, ma non sufficienti se restano isolati.
Le compagne e i compagni dell’Osservatorio Repressione sono vicini, complici e solidali con Rita Rapisardi. Perché difendere chi racconta la verità non è un atto di cortesia: è una necessità politica. O si difende il diritto di cronaca adesso, o domani resterà solo la versione dei manganelli.
Manifestazione di Torino: la solidarietà dell’ordine alla giornalista vittima di una campagna di odio
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, riunito a Roma nei giorni di martedì 3 e mercoledì 4 febbraio, nel condividere la solidarietà già espressa dall’esecutivo del Consiglio ai colleghi della troupe della Rai aggrediti durante la manifestazione organizzata a Torino contro lo sgombero di un centro sociale. Il Consiglio esprime piena solidarietà a Rita Rapisardi che in queste ore è oggetto di offese e minacce per aver fatto cronaca puntuale di quanto accaduto a Torino nella manifestazione di sabato 31 gennaio 2026. Che la descrizione della verità sostanziale dei fatti possa scatenare una campagna di odio è un segnale preoccupante dello stato della libertà d’informazione in Italia.
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04/02/2026
Intifada a Torino
La manifestazione nazionale di Torino per Askatasuna, che poteva tradursi in un ulteriore momento di crescita e di graduale unificazione, ha segnato invece un punto di arresto e di contrasti interni. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. In genere, dopo questi episodi, c’è il rischio di un avvitamento del dibattito, mentre la reazione impazza perché può permettersi ulteriori giri di vite. Per evitare la paralisi, bisogna alzare lo sguardo e guardarsi attorno.
Punto primo: Torino è un epicentro del disastro industriale italiano, disastro che oggi sta arrivando a un punto di svolta e nessuno pare accorgersene: quel formidabile strumento, l’ammortizzatore chiamato Cassa Integrazione, che ha consentito di far passare quasi inosservata la trasformazione dell’Italia da paese industriale a paese di grandi eventi e di schiavismo, non funziona più. Se una fabbrica, se un’azienda, sono in crisi, si tratta di solito sul monte ore di CIG, poi si riprende, lasciando per strada sempre qualcosa. Così si è andati avanti finora. Oggi si chiude, e basta. E la reazione operaia e sindacale non c’è e se anche ci fosse, avrebbe scarsa visibilità.
Ma non è questo il punto. Il problema è che una cultura, una civiltà del conflitto se ne sta andando, assieme all’Italia industriale. Il 31 gennaio questo è venuto alla luce.
Punto secondo: Torino è anche un epicentro del sistema informativo ed editoriale italiano. Che cosa ne resta? La vicenda de La Stampa è significativa, era una potenza, poi è scaduta ma restando ancora un pilastro del potere, poi è diventata un pilastrino e adesso fa quasi tenerezza vedere come se la rimpallano i padroni: “Dài prendila tu!”, “Grazie non m’interessa”. La Torino che invoca l’ordine, una Torino che non ha connotati di classe, socialmente simile a quella che negli USA sta con Trump, non sembra dolersene. Se muore l’industria, può anche andare in pensione La Stampa. La massa indistinta che chiede ordine è oltre il capitalismo, perché il capitalismo dice che se sarai bravo starai meglio. Questi sanno di non poter mai star meglio, a loro basta veder messi in galera quelli di Askatasuna.
Punto terzo. Qui è la procuratrice generale del Tribunale di Torino a parlare: “sempre più imprese ricorrono alle cosche mafiose per appaltare servizi di logistica, di security, di smaltimento rifiuti e di recupero crediti”. Finita la manfrina che i poveri imprenditori sono taglieggiati dalla mafia. Imprese, anche multinazionali, chiedono aiuto alla mafia per pagar meno la gente. E nessuno fa qualcosa perché ciò non accada, men che meno Confindustria.
In questo quadro di generale declino, così simile a tante altre città italiane – alcune messe molto peggio, come Milano – avviene un fatto nuovo, un qualcosa che squarcia l’atmosfera asfittica: il movimento trasversale per fermare lo sterminio del popolo palestinese. Sembra a prima vista un movimento capace di realizzare una saldatura con le generazioni dei centri sociali, generazioni al plurale, perché alcuni hanno ormai i capelli bianchi e altri hanno vent’anni. La spinta di questo movimento suscita una disponibilità all’opposizione che si manifesta proprio in difesa di Askatasuna, incrina la compattezza di chi invoca l’ordine, contagia chi si oppone alla censura di certi intellettuali, rilancia le occupazioni dell’Università, risveglia un certo interesse per la condizione operaia, per il precariato. Insomma, sembrano venire a galla tante cose in grado alla fine di cambiare le carte in tavola, di pulire l’aria che si respira, di rendere meno facile la logica Piantedosi. Sembra di assistere a quel fenomeno rarissimo della ricomposizione, ossia del convergere spontaneo di tante resistenze in un unico fronte, dove il comportamento pacifico è segno di forza, non di paura. Pacifico non significa inerme, se uno pensa ai siderurgici genovesi. Almeno, questo è il tipo di interpretazione proprio di quella cultura del conflitto, che affonda le sue radici nella tradizione socialista e comunista, nella soggettività operaia degli anni '70, cioè in tutte le visioni che hanno nel loro orizzonte una possibile riuscita, una vittoria, e sanno di non doverla sprecare con forzature.
Tutto questo s’infrange con gli scontri del 31 gennaio?
Meloni è già a Torino la mattina dopo. Chiede ai magistrati di procedere per tentato omicidio. La scena di un gruppo di persone che menano un poliziotto a terra, che cerca di ripararsi la testa dai colpi, ricorda le migliaia di volte che abbiamo visto immagini simili di gruppi di poliziotti accanirsi su manifestanti isolati. Forse non le conviene.
Nel campo di coloro che si erano decisi a scendere in piazza prima per la Palestina e poi anche per Askatasuna, e a maggior ragione nel campo cosiddetto “antagonista”, non sembra regnare chiarezza, perché ormai le due culture del conflitto, quella della ricomposizione e quella che ha come modello l’intifada non riescono a convivere. La forma del conflitto, la forma della protesta di piazza, corrispondono sempre a una determinata cultura e ci sembra di poter dire che l’intifada non prevede un processo di crescita né ha orizzonti di vittoria. È una testimonianza, un urlo di rabbia e di dolore. L’intifada importata poi, sradicata dal contesto palestinese, è ancora più spoglia di visione strategica, sia pure di brevissimo termine. Ma rientra in problematiche che i movimenti rivoluzionari conoscono da decenni, almeno dagli Anni Sessanta, si pensi alla “teoria dei fuochi” di un certo guevarismo rispetto a una lotta di popolo di lunga durata. Per questo l’intifada importata non si può liquidare con il termine di provocazione, anche se la provocazione fa parte del gioco. È qualcosa che le proteste di piazza si porteranno dietro ancora a lungo. Perché le proteste, malgrado l’aumento della pressione repressiva, continueranno. Per la semplice ragione che questo Paese slitta verso l’abisso come le case di Niscemi. E il governo Meloni non è in grado di fermare la crisi, anche volendo, perché le forze che ci stanno dietro sono sovrastanti, sono le forze dell’alta finanza. Loro son capaci soltanto di partorire decreti sicurezza.
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“Guerra ai civili”. Per farla bene ci vuole una Tv obbediente...
Una denuncia dei giornalisti RAI.
Sul racconto delle violenze a Torino la TGR Piemonte non valorizza il lavoro giornalistico.
Le immagini del poliziotto preso a calci e martellate da incappucciati a #Torino hanno colpito e indignato tutta l’Italia che crede nelle Istituzioni e nella democrazia.
Non ci può essere nessuna giustificazione o relativismo di fronte alla violenza.
Detto questo, il ruolo del servizio pubblico è quello di informare. Con equilibrio, imparzialità, obiettività e completezza, come previsto dal contratto di servizio.
Nel racconto della #TgrPiemonte, nonostante l’impegno e il lavoro profuso da colleghe e colleghi per la copertura di un evento così complesso, è mancata in parte la completezza.
Un collega aveva raccolto il giorno successivo alla manifestazione l’intervista a una componente del centro sociale Askatasuna.
Il collega aveva fatto domande: dure, dirette e senza fronzoli, mettendola di fronte alla violenza degli incappucciati contro un poliziotto.
Quell’intervista i telespettatori non l’hanno mai potuta vedere. Nemmeno in piccola parte.
La motivazione addotta dal direttore della Tgr al Comitato di Redazione di Torino è totalmente non condivisibile: la persona intervistata – che ha risposto alle domande guardando la telecamera – non ha fornito nome e cognome.
Decine di volte abbiamo mandato in onda portavoce di associazioni che, legittimamente, non hanno voluto il proprio nome nella grafica sottopancia.
Decine e decine di volte abbiamo trasmesso interviste di persone di spalle per tutelare l’anonimato loro o dei familiari.
È il lavoro del giornalista: valutare l’attendibilità dell’intervistato, verificare le fonti e fare domande.
Intermediazione giornalistica che, invece, non c’è stata nella pubblicazione del video arrivato preconfezionato con l’intervista al poliziotto ferito. In questo caso nessuno ha potuto porre domande.
Non parliamo né di par condicio, né di censura, ma di svilimento del lavoro giornalistico.
E questo fa male alla Tgr e a tutta la Rai servizio pubblico.
Usigrai Coordinamento Cdr Tgr
Cdr Tgr Piemonte
Fonte
03/02/2026
Guerra ai civili. Meloni toglie la maschera
Lo sgombero di Askatasuna, annunciato da anni, da tutti i governi, è stato messo in atto con un pretesto risibile (sei persone che dormivano in un’ala dichiarata inagibile) e durante le feste natalizie, in modo da non avere “resistenze” adeguate nel momento scelto.
Era ovvio e previsto che ci sarebbero state proteste, ma di certo non era stata immaginata la portata: oltre 50.000 manifestanti, in una città non facilmente raggiungibile a livello nazionale, per dare solidarietà ad un centro sociale classificato da sempre tra i “cattivi”. E tantissimi, come sempre più spesso accade, erano stati fermati sulle autostrade bloccando pullman, fermando macchine, controllando le stazioni...
Quella massa di gente inconsueta per Torino è l’eredità diretta dell’ondata di piena che si è vista in autunno, con oltre un milione di persone in due scioperi generali ravvicinatissimi, e poi nell’immensa manifestazione del 4 ottobre a Roma, a sostegno del popolo palestinese sottoposto a genocidio da Israele con la complicità diretta di tutta l’area euro-atlantica.
Un’ondata che ha preoccupato la classe dirigente italiota – tutta, dal centrodestra parafascista a chi ha provato goffamente a metterci un cappello sopra – al punto da far immediatamente progettare nuovi “decreti sicurezza”, nuovi reati e vecchissime soluzioni (il “fermo anticipato” applicato dal fascismo verso chiunque fosse sospettato di poter contestare il passaggio del “duce” nei paraggi).
Per imporre una simile svolta era indispensabile un episodio, uno scontro vero (quelli registrati come tali negli ultimi anni erano stati pestaggi di polizia contro manifestanti inermi), qualcosa che potesse far scattare la retorica “chiagn’e fotte” tipica dei fascisti in ogni variante, a cominciare ovviamente dai nazi-sionisti.
Bisognava provocarla con qualsiasi mezzo e per questo – come si desume da tutte le testimonianze anche giornalistiche – era stato dato un evidente ordine ai reparti schierati in piazza: manganellate chiunque non porti una divisa.
L’ordine è stato eseguito, come direbbe uno storico famoso. Fotografi, passanti, turisti (come si vede nell’articolo riproposto qui sotto), manifestanti e no, erano destinati a cadere sotto i candelotti sparati ad altezza d’uomo e i manganelli. Nel caos della violenza poliziesca era prevedibile che qualche forma di resistenza si sarebbe resa evidente. È nella logica del conflitto politico, spiega lucidamente anche Piergiorgio Odifreddi.
E se non si fosse manifestata, o non fosse stato possibile “certificarla” in immagini o video, erano pronti anche i soliti agenti camuffati da “black bloc” attivi fin dai tempi di Cossiga. Che, a quanto pare, stavolta sono riusciti soltanto a supportare la caccia al manifestante, visto che di caos ne era stato seminato parecchio già dai loro colleghi in divisa.
Un video incompleto è diventato “il braccio violento” della retorica governativa, mentre la testimonianza che lo contestualizzava in ben altro scenario è stata silenziata nel circuito mainstream, nonostante venisse da una professionista dell’informazione.
Guerra ai civili, tutti. Come a Genova 2001, dicono tutti quelli che hanno potuto vedere i due momenti ad un quarto di secolo di distanza. La “caccia ai rossi” è arrivata fin nelle corsie dei pronto soccorso, alla ricerca di chi era rimasto ferito e aveva bisogno di cure.
Abolita dal governo stesso la distinzione tra “buoni” e “cattivi” che qualche stolido “tardo-democratico” ha rispolverato anche questa volta come uno straccio ammuffito.
È addirittura il facente funzione di ministro dell’interno, Piantedosi, a spiegare che quella distinzione non serve più. Persino “la velocità” con cui si è mosso il corteo diventa per lui “la prova” che tutto era stato preparato per arrivare sul luogo prescelto “all’ora giusta” (senza neanche accorgersi dell’assurdità che dice: se serviva il buio, si poteva arrivare a qualsiasi ora...). Il post con cui accusa chiunque fosse in piazza di aver agito consapevolmente per coprire “i violenti” è una dichiarazione programmatica di guerra alle mobilitazioni future. Come il “fermo preventivo” o la “cauzione” da versare per poter scendere in piazza...
Non è una conclusione difficile da trarre. Un governo che non ha nulla da offrire alla popolazione, ma anzi le sfila ogni giorno qualcosa per garantire i profitti di un numero sempre minore di “benestanti”, comincia a sentire che nel fondo della società qualcosa si sta muovendo.
Per ora si è manifestato in due modi diversi: un’astensione elettorale che supera ormai stabilmente il 50%, sollevando chiari dubbi di legittimità democratica per qualsiasi maggioranza di governo, e una partecipazione alle mobilitazioni magari un po’ a singhiozzo, ma con dimensioni che non si vedevano da anni, specie tra i giovani.
E quando sente il fiato della popolazione sul collo, un governo reazionario – che sia in Italia o negli Stati Uniti – reagisce sempre allo stesso modo. Violento. Sul piano legislativo e costituzionale, ma soprattutto con i corpi armati.
Il volto insanguinato di Claudio Francavilla è diventato, suo malgrado, uno dei simboli della guerriglia durante la manifestazione in sostegno ad Askatasuna di sabato scorso. Francavilla ha raccontato a La Stampa di essere finito in mezzo a una carica pure essendo sceso in piazza pacificamente. Soccorso da due fotografi che chiedevano un’ambulanza alla forze dell’ordine, è rimasto sul ciglio della strada abbandonato per molto tempo.
Sono decine i manifestanti rimasti feriti sabato, diversi video si trovano sul web, uno di questi ritrae il fotografo Federico Guarino buttato a terra e manganellato da diversi agenti mentre, nonostante la maschera antigas, gridava «stampa!». «Ero lì a fare le foto, è partita una carica e l’ho fatta sfilare finendo dietro le forze dell’ordine, poi si sono girati e altri agenti sono arrivati dalla direzione opposta».
Si accorge che hanno preso una persona. Erano andati tutti via mentre il fotografo continuava a scattare: «All’improvviso mi hanno buttato a terra e si sono accaniti. Urlavo, ma penso che con la maschera non si sentisse. Ho dato per scontato che con la macchina fotografica capissero, avevo anche fatto una foto con il flash poco prima».
Guarino dice di essere stato trattato come un delinquente violento. Mentre lo portano via viene colpito con scappellotti sulla testa, manate sul volto e schernito, mentre ripete di essere un fotografo.
«L’atteggiamento era provocatorio», racconta, fino a quando non hanno capito che effettivamente fosse lì solo per lavoro: perquisizione, foto identificative e controlli. È rimasto in mano alla polizia per un’ora.
Il giorno dopo è andato in ospedale avendo ricevuto diversi colpi in testa: cinque giorni di prognosi, ghiaccio e antidolorifico a esigenza. «Zoppico e sono ammaccato ma sto bene, ho chiesto i nomi degli agenti, ma mi hanno detto che non ne danno».
In piazza è arrivata una pioggia di lacrimogeni sparati spesso ad altezza uomo. Francesco Anselmi fotografo dell’agenzia Contrasto racconta: «Ho ricevuto un lacrimogeno dritto all’inguine, per fortuna ho solo un livido sulla gamba perché avevo tre strati che mi coprivano. Tutti lanci ad altezza uomo, una pratica sdoganata con i No Tav».
Per questo ha deciso di rimanere dietro la linea delle cariche, spiega, nascondendosi dietro un’auto. Anche nelle vie limitrofe, dove le persone si raggruppavano per sfuggire ai fumi densi, schizzavano lacrimogeni. Uno, su largo Montebello, ha colpito un passeggino.
Sempre sulla piazza all’improvviso sono arrivate due camionette a tutta velocità: «Una con un agente con il portellone aperto che brandiva un manganello – racconta un testimone –. Poi si è bloccata e tornata indietro, credevo sarebbero scesi in venti a massacrarci».
A fine manifestazione molti lacrimogeni sono stati lanciati sui palazzi e sono finiti contro le finestre dei residenti e sui balconi. «La sensazione è che stessero cercando lo scontro, l’incidente. Ho assistito ad alcune manovre azzardate, non pareva che lo scopo delle forze di polizia fosse ridurre il danno», racconta un altro fotografo che vuole rimanere anonimo, che ha partecipato anche al G8 di Genova.
«Ad esempio sono avanzati in una carica con la camionetta e sono venuti in contatto con una barricata con le fiamme, hanno abbandonato la camionetta lì che poi ha preso fuoco. Sicuramente una di quelle foto che poi resta».
In molti rievocano quella che è stata Genova 2001 per il movimento e per la gestione dell’ordine pubblico. In tanti video e testimonianze si vedono manifestanti colpiti mentre scappano via, alcuni inciampano, cadono a terra e vengono trascinati dalle forze di polizia.
In sei sono finiti in questura fino alle due di notte, ne sono poi usciti con un’accusa di resistenza a pubblico ufficiale aggravata, raccontano di essere stati presi a caso tra la folla. Una turista francese con un braccio rotto è stata mandata via velocemente, forse così non sporgerà denuncia.
Un video in particolare, ripreso da un palazzo di corso Regina, dove c’è Askatasuna, vede protagonisti più di dieci agenti intorno a due persone disarmate che cercano una via di fuga dai lacrimogeni: vengono circondati e manganellati. In un altro filmato un manifestante che scappa riceve diversi colpi alle spalle mentre è a terra.
Una quarantina di persone sono ricorse alle cure mediche. Ma molti evitano i pronto soccorso per il rischio di essere denunciati. Arianna, studentessa di 19 anni, è finita in ospedale perché svenuta per i troppi lacrimogeni: «Una mia amica ha notato che non respiravo più, per fortuna c’erano le squadre mediche volontarie che mi hanno soccorsa, non riuscivo a muovere la gamba sinistra e la mano destra. Sono svenuta, poi ho avuto le convulsioni, hanno dovuto chiamare l’ambulanza».
Al Giovanni Bosco, con la flebo al braccio, si ritrova due poliziotti in divisa che le chiedono i documenti. È lenta, i poliziotti le dicono di muoversi: foto ai documenti a lei e all’amico, minorenne, che viene cacciato fuori. Di fianco a lei un ragazzo insanguinato con la testa aperta: «Sono andati anche da lui per i documenti, nonostante le condizioni».
Anche all’ospedale Gradenigo gli agenti sono entrati, questa volta in borghese: «I pazienti avevano fatto il triage e si trovavano in un’area sanitaria, non andrebbe fatto. I medici purtroppo non hanno detto nulla», racconta l’avvocato Gianluca Vitale.
«Hanno preso il cellulare di un ferito su una barella e l’hanno messo in una busta intimandogli che non avrebbe potuto più usarlo. Ma non glielo hanno sequestrato». Poi hanno detto al personale medico: «Aspettate a dimetterlo che dobbiamo tornare. Una pratica largamente usata a Genova durante il G8», conclude Vitale.
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02/02/2026
“Il martello” di Torino “aggiustato” da Crosetto
Però, anche come attivisti in qualche misura resi “esperti” da una vita di militanza, ci sembra che questa testimonianza di una giornalista de il manifesto getti una luce completamente diversa sull’episodio-chiave che sta orientando la “comunicazione” governativa, della destra post fascista, del cosiddetto “campo largo” e anche di qualche fesso sempre pronto a cadere nella distinzione tra “buoni” e “cattivi”, alimentando la retorica sugli “infiltrati” anche quando non ci sono (altre volte sì, e l’abbiamo anche denunciato spesso).
Partiamo dagli elementi certi: c’è un video, girato da un reporter – professionista o free lance non sappiamo, ma non importa – che mostra la sequenza completa del “pestaggio col martello”.
Quel video, che non vediamo l’ora di vedere per intero, secondo la giornalista mostra un poliziotto che si avventura in solitaria contro un gruppetto di manifestanti che si stanno ritirando per cominciare a manganellare due di loro che erano rimasti indietro, infierendo su uno caduto a terra.
A quel punto un gruppetto torna indietro per sottrarre i due compagni alla furia del manganellatore solitario, lo spinge via e solo a quel punto si comincia a veder quel che gira dappertutto – ma opportunamente tagliato – da ieri sera.
La paternità del video “aggiustato” viene rivendicata quasi contemporaneamente dall’ex senatore del Pd, Stefano Esposito (un anti-tav storico anche come autore di fake news, ora disperso in formazioni ignote) e dal ministro della difesa Guido Crosetto, che ne prende spunto per straparlare di “combatterli come le BR”. E dire che Crosetto passava per “quello serio” in una compagine un po’ risibile...
Ce n’è abbastanza, ci sembra, per vedere la scena in modo un po’ diverso e più simile a quel che vediamo in questa settimane a Minneapolis. Un “agente” che si crede Rambo, ma che nel picchiare i manifestanti sbaglia pesantemente approccio (rimane solo, sconsigliato da tutti i manuali) e viene respinto – in modi altrettanto bruschi, inevitabilmente – da diversi “Alex Pretti” nostrani. Per fortuna di tutti, qui, l’uso delle armi in piazza non è una pratica comunemente ammessa.
Chissà se è a questo che Matteo Salvini pensava quando, straparlando a sua volta, ha detto che “per questa gentaglia il carcere non basta”. Oppure preferisce la tortura?
P.s. Nel frattempo, il poliziotto “ridotto quasi in fin di vita”, è stato dimesso a meno di 24 ore dalla “terribile aggressione”. Giusto il tempo di fare da sfondo per un servizio fotografico con la presidente del consiglio, evidentemente dotata di poteri terapeutici miracolosi (dev’essere per questo che ad un certo angioletto in una chiesa è stato imposta la sua effigie...).
Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.
La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.
Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.
Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.
In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.
A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.
Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde il casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).
Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.
Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.
Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.
Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli.
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01/02/2026
Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze
Con un governo post-fascista ma fortemente nostalgico, le cose vanno assumendo contorni decisamente più netti. “Trumpiani”, si potrebbe dire, ossia senza il velo delle “regole democratiche”, dei “diritti umani” a targhe alterne ed altre giustificazioni un po’ fasulle...
Ieri sera a Torino, dopo una grande e pacifica manifestazione di oltre 50.000 persone (dati ammessi persino da qualche televisione molto mainstream, ma non dalla questura, come al solito), uno sbarramento abnorme di polizia ha impedito al corteo di raggiungere l’oggetto della manifestazione, ovvero la sede sgomberata del centro sociale Askatasuna.
Non stiamo parlando di un “obiettivo sensibile”, di un “centro del potere” da proteggere, ecc., ma di un palazzo vuoto, parzialmente dichiarato inagibile, dal valore – si direbbe nel mondo immobiliarista – puramente “affettivo e simbolico”.
Affetto peraltro testimoniato dagli abitanti del quartiere che hanno scoperto – chi prima, chi solo dopo lo sgombero – che quel luogo era l’unico che fornisse qualche “servizio sociale e culturale” nella zona.
Bene. Sia lo sgombero “natalizio”, sia l’esercito schierato ieri “a protezione dell’immobile”, sono stati due atti di provocazione politica miranti a innescare una risposta già incasellata – secondo facili schemi consolidati – tra gli atti di “guerriglia” e via delirando (chi ha visto qualche guerriglia, in giro per il mondo o anche nell’Italia di qualche decennio fa, sa che non c’è paragone possibile con i fatti di ieri a Torino).
A gettare benzina sul fuoco è arrivato poi anche un video postato dall’ex parlamentare del cosiddetto “partito democratico”, Roberto Esposito, un tempo autodichiaratosi nemico assoluto dei NoTav e massimo amico dei costruttori impegnati a sventrare la Val Susa.
Il video mostra un gruppo di “antagonisti” prendere a calci un poliziotto rimasto isolato nelle cariche, paradossalmente ostacolato nei movimenti da tutte le protezioni che trasformano in robocop le “forze dell’ordine” e quindi finito a terra.
In un attimo tutta la politica e la stampa manistream cancellano manifestazione, ragioni, interessi e obiettivi di una protesta popolare ampiamente partecipata. Tutto quel che c’è da “discutere” è quella scena. Senza un prima, senza storia, senza “ragioni”, cause, azioni e ritorsioni...
Eppure nella stessa strada, poco prima, era stata registrata una scena assolutamente uguale, ma a parti invertire. Un manifestante caduto a terra, circondato prima da alcuni poliziotti (o carabinieri, non si capisce bene) che lo manganellano ad libitum e poi da uno solo, apparentemente preso da un raptus irrefrenabile.
E, man mano che vengono pubblicati altri video, emergono altri episodi di “pestaggio di gruppo” da parte di agenti contro manifestanti palesemente disarmati. Per esempio questo...
Persino un innocuo fotografo ha subito la stessa sorte. Forse i poliziotti hanno imparato dall’Idf a Gaza: “niente testimoni”...
Il pestaggio dell’agente è stato qualificato dalla presidente del consiglio addirittura come “attacco allo Stato”, come supporto all’ennesimo “pacchetto sicurezza” da approvare in tempi rapidi (“un pacchetto sicurezza al giorno leva le proteste di torno”...). Quello dei manifestanti indifesi e senza “protezioni”, quindi sicuramente usciti peggio dal pestaggio, non viene neanche nominato. E nel caso sarebbe rivendicato come “legittimo” (lo hanno detto persino del rapimento di un presidente in carica come Nicolas Maduro).
La conclusione è semplice.
Non conta nulla “l’atto in sé”, ma solo chi lo agisce. Quelli del potere – che sia il governo italico o quello statunitense – sono sempre “giusti” e comunque giustificati. Quelli di chi resiste – la Resistenza è un comportamento vitale – sempre da condannare. Addirittura “terrorismo” (altra parola che si è dimostrata un semplice adesivo da appiccicare ai “nemici”).
È una logica alla “israeliana”. È un salto di qualità nelle pratiche di governo… Un’escalation di “sicurezza” per svuotare le piazze, sapendo bene che non si ha niente da offrire se non bassi salari, pensioni solo alla morte, sanità a pagamento, una scuola-caserma e, sullo sfondo, una bella guerra.
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31/01/2026
Migliaia in piazza con Torino partigiana
Decine di migliaia di persone hanno oggi attraversato Torino, per il corteo chiamato da Askatasuna dopo lo sgombero del 18 dicembre. Erano tre i concentramenti (da Palazzo Nuovo, l’università; da Porta Nuova, dove era presente soprattutto il movimento Notav; e da Porta Susa), una scommessa rischiosa che però è nettamente riuscita, vista la marea di persone presenti.
Già dalla mattina la città è stata militarizzata, come era successo al momento dello sgombero. Una militarizzazione a cui aveva risposto in massa la città nei giorni successivi, con intere famiglie, compresi i bambini, scesi in piazza a difendere il centro sociale. Eppure, Lucia Musti, Procuratrice generale del Piemonte, ha voluto ribaltare i fatti, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario svoltasi il 30 gennaio.
“I torinesi patiscono una limitazione della propria libertà di vita in una città blindata e sotto scacco di pochi e violenti facinorosi”, ha detto all’evento, aggiungendo inoltre che, a suo avviso, esisterebbe “un’area grigia di matrice colta e borghese che ha una benevola tolleranza verso queste manifestazioni”, attaccando in sostanza i “ceti medi” che nella socialità creata dal centro sociale vedono un fattore positivo.
Il dispiegamento repressivo e preventivo ha raggiunto livelli che palesano l’attacco profondo condotto contro il diritto a manifestare e a esprimere dissenso. Stando ai dati forniti dalla questura, sono state 747 le persone identificate a partire già da ieri, con 236 veicoli e persino 4 voli controllati. 24 persone sono state colpite da fogli di via con divieto di ritorno nel comune di Torino, per periodi che variano da 1 a 3 anni, mentre 7 sono i Daspo urbani.
Ad ogni modo, tornando alla manifestazione, i tre cortei si sono mossi in contemporanea verso Piazza Vittorio, dove si sono ricongiunti dietro lo striscione “Askatasuna vuol dire libertà. Torino è partigiana. Contro governo, guerra e attacchi agli spazi sociali”. Parole d’ordine chiare rispetto alle responsabilità politiche di uno sgombero, quello del centro sociale torinese, che è solo un tassello di una deriva più generale di guerra, esterna e interna.
I manifestanti si sono diretti verso Viale Regina Margherita, in Vanchiglia, come già avevano dichiarato di voler fare e dove si trova appunto lo stabile ora sgomberato, in un quartiere ancora militarizzato. Già da Corso San Maurizio un ingente dispositivo poliziesco ha provato a confinare il corteo, chiudendo anche gli accessi ai vicini parchi pubblici. Ma una parte di esso è riuscito ad arrivare deciso nel viale dove c’è lo stabile dell’Askatasuna.
Cercando di avanzare verso l’edificio, è partito il lancio di lacrimogeni e l’uso di idranti mentre dalle prime file del corteo venivano lanciati fuochi d’artificio. Sono seguite cariche della celere, mentre un lacrimogeno (alcuni lanciati anche ad altezza uomo) ha colpito una redattrice di Radio Onda d’Urto, si legge sul loro sito.
I manifestanti hanno resistito, con la polizia che si è mossa anche sulle vie laterali, procedendo con manganelli e fermi. Un corteo fatto da migliaia di persone si è infine ricompattato su Corso Regio Parco, portando a conclusione la manifestazione.
Si segnala una violenta attività delle forze dell’ordine.
Prevedibili e pesanti le dichiarazioni come quella dell’assessora regionale di Fratelli d’Italia, Elena Chiorino, che ha detto: “qui non c’è dissenso, non c’è protesta: ci sono solo odio organizzato e terrorismo politico”. Anche in questo caso, la categoria di “terrorismo” torna ad essere usata per demonizzare chi continua a mobilitarsi da mesi. Ma è merce ormai scaduta...
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14/01/2026
Vendetta del governo contro le manifestazioni di ottobre. Arresti a Torino, decine di denunce in tutta Italia
Otto misure cautelari sono state eseguite a Torino dalla Polizia nell’ambito dell’operazione “Riot” contro alcuni giovani e giovanissimi accusati di essere responsabili dei disordini avvenuti il 3 ottobre scorso durante lo sciopero generale di USB, CGIL, sindacati di base e la manifestazione “Blocchiamo tutto”, promossa dal Coordinamento Torino per Gaza. In alcuni casi si tratta di giovani e giovanissimi immigrati di nuova generazione.
La sempre zelante Procura di Torino ha disposto l’arresto di 5 minorenni – di cui 2 messi addirittura in carcere e 3 collocati in comunità – e l’applicazione di misure cautelari nei confronti di 3 maggiorenni (2 finiti agli arresti domiciliari e 1 con divieto di dimora a Torino). L’ordinanza della Procura torinese parla addirittura di “Allarmante spregiudicatezza criminale, totale assenza di freni inibitori, sistematico disprezzo per le norme fondamentali per la convivenza civile”.
A Torino in questi giorni sono arrivate anche 10 sanzioni amministrative per i blocchi nelle stazioni, in particolare il blocco di Porta Susa del 24 settembre e quello di Porta Nuova del 1 ottobre. Poi ci sono altre 40/50 sanzioni che oltre a queste due date comprendono anche la data dello sciopero del 22 settembre. In alcuni casi oltre alla sanzione amministrativa, gestita dalla Polizia ferroviaria, sono in corso indagini per l’accertamento di violazioni sul piano penale. Infine sempre a Torino ci sono stati altri arresti non strettamente legati alle manifestazioni per la Palestina, come l’arresto di 5 studenti minorenni per aver cacciato i fascisti dalla scuola Einstein e per l’iniziativa alla sede della Città Metropolitana del 14 novembre in occasione del NoMeloniDay.
Ma se l’accanimento repressivo è, come al solito, più evidente a Torino, anche in altre città stanno arrivando denunce per le manifestazioni di ottobre e i blocchi di porti e stazioni.
È il caso di Massa dove 37 persone hanno ricevuto nelle scorse ore un avviso di chiusura indagini. “Agendo in concorso tra loro – si legge nel dispositivo emesso dalla Procura – in esecuzione di un medesimo criminoso, causavano l’interruzione del pubblico trasporto ferroviario”.
A Taranto, sempre per le giornate di mobilitazione in difesa della Flotilla, 28 persone sono finite sotto indagine per il reato di blocco ferroviario.
A Bergamo sanzioni stanno giungendo a decine di manifestanti che lo scorso 3 ottobre sono scesi in piazza per la Palestina e hanno bloccato i binari della stazione.
Sono in corso di “censimento” le denunce e le sanzioni anche nelle altre città dove si è manifestato nelle straordinarie giornate di lotta di settembre e ottobre e dove gli apparati di potere intendono adesso realizzare la loro vendetta dopo “la grande paura” che gli ha tolto il sonno in quelle settimane.
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31/12/2025
Sei studenti torinesi ai domiciliari. La vendetta contro le mobilitazioni di questi mesi
La vendetta del governo Meloni si continua a scagliare contro chi ha animato le piazze per rompere ogni complicità con il genocidio e con lo stato di Israele, un’escalation di azioni repressive preparate e giustificate dalla potente macchina mediatica dei giornali di destra che da mesi ha lavorato per creare un nemico pubblico.
Ricordiamo solo pochi giorni fa gli arresti ai danni degli attivisti palestinesi incriminati con prove direttamente fornite solo dai servizi di sicurezza israeliani, lo sgombero del centro sociale Askatasuna e la minaccia di sgomberi in tutta Italia, le denunce arrivate a tante e tanti attivisti, le sanzioni al sindacato USB per lo sciopero generale del 3 ottobre.
Dopo un autunno in cui centinaia di migliaia di persone in ogni città d’Italia hanno lottato unite contro il genocidio, la guerra e le complicità dell’Occidente, mentre studenti e lavoratori hanno dimostrato che esiste un’opposizione al governo Meloni e ai piani di guerra occidentali, ora si tenta di chiudere una stagione di mobilitazione con la repressione. In particolare, si rafforza l’attacco ai giovani che in massa hanno riempito le strade al fianco dei lavoratori scioperando, occupando le scuole e organizzandosi contro questo governo di fascisti dentro.
“Non possiamo accettare che 6 studenti non potranno tornare a scuola. Vogliamo il ritiro immediato delle misure cautelari e che sia garantito il diritto allo studio di tutti e tutte!” scrive l’organizzazione studentesca OSA in un comunicato diffuso in queste ore.
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25/12/2025
Viva Askatasuna!
Una volta chiamavano Torino la città dell’automobile. Se la definizione era sbrigativa, è pur vero che il settore dell’automotive non solo ha rappresentato storicamente una componente importante dell’occupazione, ma è stato, come dire, un tratto del DNA della città quanto a Genova il know how marittimo-portuale. Dubito però che Genova, se le chiudessero il porto, se ne starebbe zitta e tranquilla. A Torino il buon Elkann e soci chiude il settore automotive e Torino non brucia, anzi si barcamena, s’attacca alle smentite di Stellantis, sembra non avere il coraggio di accettare la realtà. Non contento, il buon Elkann vende il quotidiano “La Stampa”, giornalisti inclusi nel pacchetto, come fossero carne di porco o fazzoletti Tempo. Dimostrando quanta stima avesse il padrone per i suoi servi ubbidienti che poche settimane prima erano stati esaltati come custodi della libertà di stampa, colonne della democrazia, dopo che un gruppo di studenti un po’ vivaci aveva osato buttare all’aria un po’ di carte posate sulle loro scrivanie. Hanno buttato all’aria delle carte, non hanno dato fuoco al palazzo.
A rivederla, questa sequenza, ha del grottesco. Elkann chiude il settore automotive. Non succede nulla. Ragazzi buttano all’aria delle carte nella redazione di un giornale. Apriti cielo! interviene anche Mattarella. Elkann pochi giorni dopo vende quel giornale, una testata che fa parte dell’identità di Torino. Non succede ancora nulla, sì i giornalisti fanno gli offesi (“Come, a noi colonne della democrazia, questa partaccia, sig. Elkann!”) in sostanza tutti zitti, perché è vero che si vende, ma a un amico della Meloni. Qualche giorno dopo dei ragazzi vengono trovati a dormire nel centro sociale Askatasuna. Dormivano, non stavano confezionando ordigni esplosivi. E succede il finimondo, il Ministro dell’Interno scatena le sue truppe, il sindaco con fare solenne indossa la fascia tricolore e dichiara che quei ragazzi non sono più cittadini rispettabili. E quando mai lo sono stati, quando mai lo hanno voluto essere!
Un ricordo personale. Il tema è la Torino-Lione e il movimento di rivolta nella Val di Susa. Una tema che fa parte dell’identità di Askatasuna. Siamo al volgere del secolo, da più di un anno mi hanno inserito in un comitato di esperti che deve tracciare al Ministero le linee guida del nuovo Piano dei Trasporti e della Logistica. Tutto il trasporto merci è di mia competenza, autostrade del mare, trasporto intermodale su rotaia, come si fa a ridurre l’impatto del traffico di camion sulle strade ecc.. Per questo la Torino-Lione non serve, i colleghi che sono responsabili dei problemi infrastrutturali, ambientali, regolativi, sono d’accordo. Diremo diplomaticamente che “non è una priorità”. Il nostro documento va al CIPE, in Parlamento passa con voto bipartisan, ma poco dopo ci sono le elezioni, Berlusconi rivince e il nostro bel Piano finisce nel cestino. Passo dal Ministero alle FS, consulente dell’AD di Trenitalia, e lì ho informazioni di prima mano su come stanno le cose nel traffico merci su ferrovia. Tra tutti i diversi (sono cinque) valichi alpini su rotaia il Fréjus sembra il meno importante rispetto al Gottardo, al Brennero, a Tarvisio e financo Opicina. Prima di lavorare per Trenitalia però mi capita di andare a Torino, per un evento di associazioni d’imprenditori. Ricordo che avevo Pininfarina (buonanima) in prima fila seduto accanto a Virano (buonanima), che è stato per decenni il principale promotore della Torino-Lione. Io faccio il mio ragionamento, la Torino-Lione non serve. E spiego perché. In economia dei trasporti – che io non ho mai studiato ma che mi è stata insegnata dai lavoratori – le caratteristiche del traffico dipendono dalla composizione merceologica dell’interscambio tra due paesi. Tra Francia e Italia c’era molta merce di massa (cereali per esempio), soprattutto in import. Le merci di massa si trasportano su carri particolari ma fanno parte ancora di un’epoca fordista, il trasporto merci del futuro sarà sempre più intermodale (container, casse mobili, semirimorchi) per portare componenti, semilavorati, beni di consumo. Un traffico che ha spedizioni molto più frequenti, dunque il carico sulla linea aumenta. Sul Gottardo, sul Brennero, stava già diventando l’unico traffico, dunque era sotto gli occhi di tutti la tendenza del mercato. È vero che la linea ferroviaria del Fréjus era quasi satura, ma la sua crescita era gestibile, non era necessario fare una nuova linea, con lunghe gallerie e tempi lunghissimi di realizzazione. Se il governo italiano avesse dovuto scegliere quali investimenti erano più urgenti, avrebbe dovuto investire sul Gottardo, sul Brennero, tanto più che Svizzera ed Austria, ben consapevoli dell’evoluzione del mercato, ci sollecitavano a farlo. Mentre ai francesi non importava gran che e nemmeno adesso, dopo vent’anni, hanno fretta di fare la Torno-Lione. Ero andato anche a Parigi, accompagnato da un alto funzionario del CNEL, per capire come la pensavano. Ci ricevettero al Senato nel Jardin du Luxembourg e li trovammo piuttosto freddi.
Dissi queste cose e vidi gli sguardi allibiti di Pininfarina e di Virano, ma ero pur sempre un consulente del Ministero, inghiottirono in silenzio, anzi, Pininfarina mi ringraziò per averli informati su come la pensavano a Roma (magari subito dopo avranno telefonato al Ministro, era Bersani se non sbaglio, “ma che razza di consulente si è preso”?). Passai poco dopo alle FS e lì mi convinsi ancor più di avere ragione. Divenni amico addirittura della funzionaria che aveva la responsabilità della circolazione sulla linea del Fréjus, coi suoi dati di prima mano sbaragliavo qualunque avversario. Come vicepresidente dell’Associazione Italiana di Logistica (per pochi mesi) avevo fatto amicizia coi colleghi tedeschi, erano allora i leader mondiali, mi nominarono socio onorario della loro Associazione. Potevo parlare con il direttore del traffico merci della Deutsche Bahn, coi manager dei più potenti spedizionieri europei, Schenker, Kühne&Nagel, DSV. A quei livelli si decide il mercato, chi li frequenta non ha bisogno di grandi studi. La forza del consulente vero – poi ci sono i faccendieri, ma è un altro discorso – sono le informazioni riservate. Così mi convinsi che la battaglia degli abitanti della Val di Susa era una battaglia sacrosanta, per impedire un’opera inutile o, nel migliore dei casi, non prioritaria. Invece le lobby del cemento, gli sventra-montagne, hanno vinto una volta ancora e il potenziamento del Gottardo e del Brennero lo hanno dovuto fare gli svizzeri e gli austriaci, con gli italiani assenti o a rimorchio.
In Val di Susa questo nostro paese ha rischiato la guerra civile per imporre un’opera inutile e oggi minaccia d’infliggere anni e anni di carcere a chi ha combattuto una battaglia giusta.
Per questo gridiamo “Viva Askatasuna”! Ci sono andato una volta sola a parlare di lotte nella logistica e mi dispiace. Era il tempo del Covid e ci passò davanti un corteo di No Vax, uscimmo per vederli passare, ci fischiarono, un esaltato mi venne quasi addosso, “traditori!”. Tanto per non farmi mancare nulla.
Quando penso alla storia della Torino-Lione mi coglie una tristezza infinita. Gli avversari di allora avevano un’altra statura rispetto alle mezze calzette di oggi. Penso alle merducole di Stellantis, che mettono sul lastrico migliaia di famiglie e si beccano i bonus. Al loro confronto Pininfarina sembra un gigante.
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