All’alba di oggi a Torino è arrivata l’ultima fase dell’ondata repressiva scatenatasi nel paese a seguito delle potenti manifestazioni di ottobre e settembre contro il genocidio in Palestina e la complicità del governo italiano.
Otto misure cautelari sono state eseguite a Torino dalla Polizia nell’ambito dell’operazione “Riot” contro alcuni giovani e giovanissimi accusati di essere responsabili dei disordini avvenuti il 3 ottobre scorso durante lo sciopero generale di USB, CGIL, sindacati di base e la manifestazione “Blocchiamo tutto”, promossa dal Coordinamento Torino per Gaza. In alcuni casi si tratta di giovani e giovanissimi immigrati di nuova generazione.
La sempre zelante Procura di Torino ha disposto l’arresto di 5 minorenni – di cui 2 messi addirittura in carcere e 3 collocati in comunità – e l’applicazione di misure cautelari nei confronti di 3 maggiorenni (2 finiti agli arresti domiciliari e 1 con divieto di dimora a Torino). L’ordinanza della Procura torinese parla addirittura di “Allarmante spregiudicatezza criminale, totale assenza di freni inibitori, sistematico disprezzo per le norme fondamentali per la convivenza civile”.
A Torino in questi giorni sono arrivate anche 10 sanzioni amministrative per i blocchi nelle stazioni, in particolare il blocco di Porta Susa del 24 settembre e quello di Porta Nuova del 1 ottobre. Poi ci sono altre 40/50 sanzioni che oltre a queste due date comprendono anche la data dello sciopero del 22 settembre. In alcuni casi oltre alla sanzione amministrativa, gestita dalla Polizia ferroviaria, sono in corso indagini per l’accertamento di violazioni sul piano penale.
Infine sempre a Torino ci sono stati altri arresti non strettamente legati alle manifestazioni per la Palestina, come l’arresto di 5 studenti minorenni per aver cacciato i fascisti dalla scuola Einstein e per l’iniziativa alla sede della Città Metropolitana del 14 novembre in occasione del NoMeloniDay.
Ma se l’accanimento repressivo è, come al solito, più evidente a Torino, anche in altre città stanno arrivando denunce per le manifestazioni di ottobre e i blocchi di porti e stazioni.
È il caso di Massa dove 37 persone hanno ricevuto nelle scorse ore un avviso di chiusura indagini. “Agendo in concorso tra loro – si legge nel dispositivo emesso dalla Procura – in esecuzione di un medesimo criminoso, causavano l’interruzione del pubblico trasporto ferroviario”.
A Taranto, sempre per le giornate di mobilitazione in difesa della Flotilla, 28 persone sono finite sotto indagine per il reato di blocco ferroviario.
A Bergamo sanzioni stanno giungendo a decine di manifestanti che lo scorso 3 ottobre sono scesi in piazza per la Palestina e hanno bloccato i binari della stazione.
Sono in corso di “censimento” le denunce e le sanzioni anche nelle altre città dove si è manifestato nelle straordinarie giornate di lotta di settembre e ottobre e dove gli apparati di potere intendono adesso realizzare la loro vendetta dopo “la grande paura” che gli ha tolto il sonno in quelle settimane.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/01/2026
14/08/2023
Covid-19: le archiviazioni non cancellino gli errori
Come associazione che riunisce familiari delle vittime del Covid di Bergamo e di diverse zone d’Italia non possiamo che essere grati delle dichiarazioni che il procuratore capo di Bergamo Antonio Chiappani ha rilasciato in un articolo pubblicato oggi (12 agosto 2023) su Il Giornale.
Da sempre la nostra Associazione #Sereniesempreuniti è vicina alla Procura di Bergamo che per tre anni ha condotto un’indagine storica grazie a professionisti competenti con il fine unico di restituire verità e giustizia.
Ora le archiviazioni dei diversi Tribunali non devono cancellare gli errori palesi nella gestione della pandemia e non devono far dimenticare le migliaia di morti, i nostri cari, come ha ricordato Chiappani:
“È come se i morti non esistessero più. Quando vedo la foto delle bare sui camion, penso al fatto che i morti di Bergamo al Tribunale dei ministri non hanno avuto voce. LA mia non è una censura giuridica, né procedurale, ripeto, ma nessuno ha pensato a loro. Nessuno lo ha fatto notare, neanche le Camere Penali, così sensibili a questi argomenti”.
Chiappani riporta anche l’attenzione alla Commissione parlamentare d’inchiesta, strumento previsto dalla Costituzione e da noi sempre rivendicato come necessario nel ricostruire l’impreparazione dell’Italia di fronte alla pandemia di Covid-19.
Auspichiamo dunque che la nuova Commissione indaghi tutte le responsabilità, al di là delle gravi dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha di fatto delegittimato uno strumento previsto dalla legge.
Come familiari infine non ci siamo fermati con l’accettazione delle archiviazioni e continuiamo a lottare in sede civile in attesa di sapere se gli indagati per la mancata attuazione del piano pandemico nazionale e del piano pandemico regionale saranno rinviati a giudizio dalla procura di Bergamo.
Il direttivo dell’Associazione familiari vittime Covid-19
#Sereniesempreuniti
Fonte
Nel frattempo, mentre si archivia, la gestione di quel che resta del Covid-19 continua ad essere portata avanti senza alcun criterio.
Da sempre la nostra Associazione #Sereniesempreuniti è vicina alla Procura di Bergamo che per tre anni ha condotto un’indagine storica grazie a professionisti competenti con il fine unico di restituire verità e giustizia.
Ora le archiviazioni dei diversi Tribunali non devono cancellare gli errori palesi nella gestione della pandemia e non devono far dimenticare le migliaia di morti, i nostri cari, come ha ricordato Chiappani:
“È come se i morti non esistessero più. Quando vedo la foto delle bare sui camion, penso al fatto che i morti di Bergamo al Tribunale dei ministri non hanno avuto voce. LA mia non è una censura giuridica, né procedurale, ripeto, ma nessuno ha pensato a loro. Nessuno lo ha fatto notare, neanche le Camere Penali, così sensibili a questi argomenti”.
Chiappani riporta anche l’attenzione alla Commissione parlamentare d’inchiesta, strumento previsto dalla Costituzione e da noi sempre rivendicato come necessario nel ricostruire l’impreparazione dell’Italia di fronte alla pandemia di Covid-19.
Auspichiamo dunque che la nuova Commissione indaghi tutte le responsabilità, al di là delle gravi dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha di fatto delegittimato uno strumento previsto dalla legge.
Come familiari infine non ci siamo fermati con l’accettazione delle archiviazioni e continuiamo a lottare in sede civile in attesa di sapere se gli indagati per la mancata attuazione del piano pandemico nazionale e del piano pandemico regionale saranno rinviati a giudizio dalla procura di Bergamo.
Il direttivo dell’Associazione familiari vittime Covid-19
#Sereniesempreuniti
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Nel frattempo, mentre si archivia, la gestione di quel che resta del Covid-19 continua ad essere portata avanti senza alcun criterio.
27/06/2023
Daspo del questore di Bergamo a un dirigente USB
Qualche giorno fa la Questura di Bergamo ha notificato al nostro compagno Alaa Nasser il foglio di via obbligatorio con divieto di entrare nel territorio del Comune di Calcio per la durata di un anno. A Calcio hanno sede i magazzini della Italtrans che sono teatro, da diversi mesi, di un conflitto sindacale molto duro per ridurre i ritmi massacranti di lavoro, rispettare le norme sulla sicurezza e la salute e ottenere aumenti salariali.
Nel provvedimento è lo stesso questore a specificare che il giudizio di pericolosità espresso dall’autorità di Pubblica Sicurezza “può prescindere dalla eventuale sussistenza di condanne penali”, che è come dire che il questore decide sulla base di fattori di altro tipo, che non sono le condanne riportate.
Alaa Nasser ha riportato nel corso della sua lunga militanza politica e sociale alcune denunce, per fatti non gravi e sempre e comunque connessi alla sua attività di militante. Per queste denunce o è risultato assolto oppure la vicenda è finita in prescrizione. È una persona riconosciuta da centinaia di cittadini e lavoratori per la sua dedizione disinteressata.
Alaa Nasser è un dirigente dell’organizzazione sindacale USB e da anni svolge attività sindacale sul territorio della provincia di Bergamo. Impedirgli di entrare a Calcio significa privare i lavoratori che operano in quel territorio di avere la rappresentanza sindacale che si sono scelti.
È gravissimo che una questura decida di entrare in un conflitto sindacale, preoccupandosi di estromettere uno degli attori più importanti, con il fine indiretto e oggettivo di indebolire l’azione sindacale e favorire gli interessi dell’azienda. L’attività sindacale è garantita dalla Costituzione, che è il riferimento normativo anche per la provincia di Bergamo!
Va notato poi che è proprio di questi giorni la notizia del sequestro di 48 milioni a Esselunga da parte della Procura di Milano per evasione fiscale, che è parte di una inchiesta molto più ampia che sta colpendo il mondo della logistica e il sistema degli appalti e dei subappalti utilizzato per evadere il fisco e abbassare le tutele ed il costo dei lavoratori. In questa vicenda, i sindacalisti USB stanno svolgendo una funzione molto importante ed infatti anche a Brescia è partita una denuncia della Questura di quella città contro i delegati USB, “rei” di non aver preavvisato uno sciopero. Tra la vicenda Esselunga e la situazione Italtrans esistono nessi molto stretti, che lasciano intendere che c’è un attacco a chi interpreta in modo coraggioso il ruolo del sindacato, senza farsi impaurire dai colossi multinazionali.
Non è possibile accettare questa prepotenza e assecondare comportamenti illegittimi e dal chiaro sapore reazionario. USB metterà in campo tutte le azioni sia sul piano legale che su quello della denuncia politica e della mobilitazione perché si ripristini al più presto la piena libertà di agibilità sindacale e perché venga riconosciuto ad Alaa Nasser il diritto a svolgere il suo ruolo di dirigente sindacale.
Unione Sindacale di Base
Fonte
Nel provvedimento è lo stesso questore a specificare che il giudizio di pericolosità espresso dall’autorità di Pubblica Sicurezza “può prescindere dalla eventuale sussistenza di condanne penali”, che è come dire che il questore decide sulla base di fattori di altro tipo, che non sono le condanne riportate.
Alaa Nasser ha riportato nel corso della sua lunga militanza politica e sociale alcune denunce, per fatti non gravi e sempre e comunque connessi alla sua attività di militante. Per queste denunce o è risultato assolto oppure la vicenda è finita in prescrizione. È una persona riconosciuta da centinaia di cittadini e lavoratori per la sua dedizione disinteressata.
Alaa Nasser è un dirigente dell’organizzazione sindacale USB e da anni svolge attività sindacale sul territorio della provincia di Bergamo. Impedirgli di entrare a Calcio significa privare i lavoratori che operano in quel territorio di avere la rappresentanza sindacale che si sono scelti.
È gravissimo che una questura decida di entrare in un conflitto sindacale, preoccupandosi di estromettere uno degli attori più importanti, con il fine indiretto e oggettivo di indebolire l’azione sindacale e favorire gli interessi dell’azienda. L’attività sindacale è garantita dalla Costituzione, che è il riferimento normativo anche per la provincia di Bergamo!
Va notato poi che è proprio di questi giorni la notizia del sequestro di 48 milioni a Esselunga da parte della Procura di Milano per evasione fiscale, che è parte di una inchiesta molto più ampia che sta colpendo il mondo della logistica e il sistema degli appalti e dei subappalti utilizzato per evadere il fisco e abbassare le tutele ed il costo dei lavoratori. In questa vicenda, i sindacalisti USB stanno svolgendo una funzione molto importante ed infatti anche a Brescia è partita una denuncia della Questura di quella città contro i delegati USB, “rei” di non aver preavvisato uno sciopero. Tra la vicenda Esselunga e la situazione Italtrans esistono nessi molto stretti, che lasciano intendere che c’è un attacco a chi interpreta in modo coraggioso il ruolo del sindacato, senza farsi impaurire dai colossi multinazionali.
Non è possibile accettare questa prepotenza e assecondare comportamenti illegittimi e dal chiaro sapore reazionario. USB metterà in campo tutte le azioni sia sul piano legale che su quello della denuncia politica e della mobilitazione perché si ripristini al più presto la piena libertà di agibilità sindacale e perché venga riconosciuto ad Alaa Nasser il diritto a svolgere il suo ruolo di dirigente sindacale.
Unione Sindacale di Base
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09/03/2023
Covid-19 - Lo strano caso delle archiviazioni a scoppio ritardato
Le archiviazioni di Roma, a scoppio ritardato, non toccano l’inchiesta di Bergamo: chi gestì la pandemia nel 2020 rimane indagato.
A scoppio ritardato, visto che il provvedimento è del 18 maggio 2021, sta facendo rumore l’archiviazione disposta dal Tribunale dei Ministri di Roma per l’ex premier Giuseppe Conte e gli ex ministri Roberto Speranza, Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede, Lorenzo Guerini, Roberto Gualtieri e Luciana Lamorgese, accusati in decine e decine di denunce di svariati reati in relazione alla gestione della pandemia da Covid-19.
USB sottolinea la sospetta tempestività della diffusione di una notizia con due anni di ritardo, proprio quando la Procura di Bergamo indaga – a seguito della denuncia presentata dall’avvocato Vincenzo Perticaro a nome di Asia USB nel marzo 2020 – 19 tra ministri, politici e alti dirigenti della Sanità e proprio sul tema della gestione della pandemia.
L’archiviazione disposta dai giudici del Tribunale dei Ministri accorpa tutte le denunce presentate da organizzazioni e privati di estrazioni le più disparate: dai no vax a Taormina, ai gilet arancioni etc. Nel mucchio è finita la denuncia di Asia USB, presentata oltre che a Roma in diverse altre procure italiane, compresa quella di Bergamo che ha invece ritenuto di dare seguito all’esposto.
L’antica archiviazione di Roma sostiene che “in nessun modo l’epidemia può dirsi provocata dai rappresentanti del governo” – fatto che nessuno ha mai contestato – e ribadisce che tutte le decisioni prese all’epoca sono politiche, quindi al di fuori del sindacato della magistratura.
In parallelo, però, i giudici romani si avventurano in improbabili assunti: “Deve ribadirsi che, soprattutto in una situazione di incertezza come quella sopra descritta non era esigibile da parte degli organi di governo l’adozione tout court di provvedimenti in grado di impedire ogni diffusione dei contagi che non tenessero conto della necessità di contemperare interessi diversi e in particolare la tutela della salute e la tenuta del tessuto socio economico della collettività”.
Insomma, se all’epoca governo, regioni e organismi tecnici non hanno proceduto con gli strumenti a disposizione, non hanno istituito zone rosse intorno ai focolai Covid, come accaduto in provincia di Bergamo, se non esisteva un piano pandemico aggiornato, se non c’erano scorte di dispositivi di protezione, se insomma i morti si sono contati a migliaia nella sola Lombardia, per i giudici di Roma è perché la politica aveva il diritto-dovere di tutelare la “tenuta del tessuto socio economico” e di “contemperare interessi diversi”, ovviamente sempre quelli dei più forti, dei più ricchi, dei più potenti.
Un altro modo per dire chi se ne frega se la gente muore, difendiamo prima di tutto bilanci e profitti. Per fortuna c’è un giudice a Bergamo che fa il suo lavoro.
Unione Sindacale di Base
A scoppio ritardato, visto che il provvedimento è del 18 maggio 2021, sta facendo rumore l’archiviazione disposta dal Tribunale dei Ministri di Roma per l’ex premier Giuseppe Conte e gli ex ministri Roberto Speranza, Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede, Lorenzo Guerini, Roberto Gualtieri e Luciana Lamorgese, accusati in decine e decine di denunce di svariati reati in relazione alla gestione della pandemia da Covid-19.
USB sottolinea la sospetta tempestività della diffusione di una notizia con due anni di ritardo, proprio quando la Procura di Bergamo indaga – a seguito della denuncia presentata dall’avvocato Vincenzo Perticaro a nome di Asia USB nel marzo 2020 – 19 tra ministri, politici e alti dirigenti della Sanità e proprio sul tema della gestione della pandemia.
L’archiviazione disposta dai giudici del Tribunale dei Ministri accorpa tutte le denunce presentate da organizzazioni e privati di estrazioni le più disparate: dai no vax a Taormina, ai gilet arancioni etc. Nel mucchio è finita la denuncia di Asia USB, presentata oltre che a Roma in diverse altre procure italiane, compresa quella di Bergamo che ha invece ritenuto di dare seguito all’esposto.
L’antica archiviazione di Roma sostiene che “in nessun modo l’epidemia può dirsi provocata dai rappresentanti del governo” – fatto che nessuno ha mai contestato – e ribadisce che tutte le decisioni prese all’epoca sono politiche, quindi al di fuori del sindacato della magistratura.
In parallelo, però, i giudici romani si avventurano in improbabili assunti: “Deve ribadirsi che, soprattutto in una situazione di incertezza come quella sopra descritta non era esigibile da parte degli organi di governo l’adozione tout court di provvedimenti in grado di impedire ogni diffusione dei contagi che non tenessero conto della necessità di contemperare interessi diversi e in particolare la tutela della salute e la tenuta del tessuto socio economico della collettività”.
Insomma, se all’epoca governo, regioni e organismi tecnici non hanno proceduto con gli strumenti a disposizione, non hanno istituito zone rosse intorno ai focolai Covid, come accaduto in provincia di Bergamo, se non esisteva un piano pandemico aggiornato, se non c’erano scorte di dispositivi di protezione, se insomma i morti si sono contati a migliaia nella sola Lombardia, per i giudici di Roma è perché la politica aveva il diritto-dovere di tutelare la “tenuta del tessuto socio economico” e di “contemperare interessi diversi”, ovviamente sempre quelli dei più forti, dei più ricchi, dei più potenti.
Un altro modo per dire chi se ne frega se la gente muore, difendiamo prima di tutto bilanci e profitti. Per fortuna c’è un giudice a Bergamo che fa il suo lavoro.
Unione Sindacale di Base
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La recente ordinanza della Procura di Bergamo sui gravi accadimenti avvenuti nel febbraio/aprile 2020 nella provincia orobica costituisce, se non un punto di arrivo, una tappa importante per cercare di ricostruire responsabilità politiche ed individuali della peggior catastrofe sanitaria dai tempi delle peste manzoniana.
Quello che ne emerge è il racconto di un sistema di potere nazionale, regionale e locale assolutamente impreparato a gestire una crisi pandemica di inusitata virulenza, un evento eccezionale, ma prevedibile e previsto da parte di chi ha come proprio compito quello di studiare il possibile sviluppo di eventi come questo. Ciò nonostante, non solo non hanno rinnovato il piano pandemico ma non hanno neppure applicato quanto previsto in quello fermo a quindici anni prima che, per quanto obsoleto e fuori dallo stato dell’arte, avrebbe potuto limitare i danni.
Ma ripercorriamo i fatti dall’inizio.
Il mese di febbraio inizia tranquillo, si sente qualche voce preoccupata e Confindustria gira uno spot: “Bergamo is running”, che rivisto solo pochi giorni dopo farà accapponare la pelle. Gori sta alla grancassa degli industriali e organizza pranzi, aperture straordinarie dei negozi del centro, biglietti dei bus gratuiti al grido di “tutti a Bergamo”.
Così si sono ignorati segnali di allarme che provenivano dal primo paese colpito, la Cina, in nome di una sufficienza razzista: cose da asiatici, qui noi abbiamo una sanità che il mondo intero ci invidia.
Ci si limitò quindi a vietare i voli diretti da e per la Cina sorvolando, è il caso di dirlo, le diverse triangolazioni possibili con scali europei intermedi. Infatti il tourbillon di viaggi sulla via della seta non cessò fino alla fine di febbraio e moltissimi uomini d’affari facevano spola. Una delle mete italiane di questo andirivieni era giusto giusto la Val Seriana il cui oro fu per secoli il tessile successivamente delocalizzato proprio in Cina. Quindi imprenditori italiani che avevano forti contatti con il paese asiatico andavano e tornavano tranquillamente.
Se la Val Seriana aveva conosciuto tempi migliori con l’industria tessile è pur vero che, una volta scomparsa o quasi, non se ne sarebbe stata con le mani in mano. La voglia “de laurà” è nell’aria da queste parti e quindi la vallata, di fatto una città lineare di centomila abitanti fortemente connessa con il comune di Bergamo, cominciò a pullulare di fabbriche e fabbrichette molte delle quali legate all’automotive. Una valle e una città ad altissimo tasso d’interazione sociale, uno scalo aeroportuale che è il terzo del Paese e una fortissima vocazione all’industria. L’industria ed il sistema produttivo bergamasco e bresciano, che hanno tra le più alte concentrazioni di lavoro operaio d’Italia, spiegano sia la velocità di diffusione del virus sia il perché si sia fatto di tutto affinché le attività produttive non si fermassero.
Siamo al 23 febbraio e, mentre da alcuni giorni è iniziato un lockdown a Codogno, all’ospedale di Alzano viene trovato un paziente positivo al Covid. Il pronto soccorso viene chiuso, astanti e parenti vengono radunati nella Chiesa del nosocomio. Dopo alcune ore il pronto soccorso viene riaperto e, nel volgere di pochi giorni, si riempirà di malati.
La fine di febbraio si consuma tra ventilate chiusure e pressioni inusitate sui politici locali da parte degli imprenditori per scongiurarle. In questo aspetto tutta l’inchiesta, che passa giustamente sotto la lente di ingrandimento le responsabilità dei politici e la catena di comando della sanità nazionale e lombarda, sembra non fornire alcuna risposta.
Era pronto l’esercito, carabinieri e polizia venuti da fuori e alloggiati a Zingonia, prove generali di blocchi stradali.
Blocchi che non scatteranno mai trascorrono quindici giorni, quindici giorni di sirene e campane a morto dove si attende la zona rossa come una benedizione.
Ma non fanno niente.
L’8 marzo il lockdown nazionale, da Siracusa ad Aosta.
Qui si continua a morire, molti negli ospedali, ma tanti anche a casa da soli. In due mesi la pandemia miete duemila vittime in Val Seriana e altre quattromila nel resto della provincia.
Si muore come mosche ma le fabbriche ancora non si fermano, devono passare altri giorni preziosi perché ufficialmente siano costrette a farlo e con le dovute eccezioni assai utili per aggirare la disposizione.
Basta dichiarare che produco imballaggi per medicinali e la scappatoia è trovata.
Si muore negli ospedali strapieni ma anche nelle RSA trasformate in lazzaretto e ricovero per malati dimessi, i balconi si riempiono di striscioni che recitano il rito apotropaico dell’andrà tutto bene.
Come è andata a finire lo sappiamo.
Quando tutto o quasi viene riaperto la voglia e la rabbia per quanto accaduto, la canalizzazione del lutto in un senso compiuto portano a diverse e pur piccole manifestazioni.
Nasce un piccolo presidio davanti all’ospedale di Alzano, attivisti e attiviste che si ritrovano tutti i sabati davanti al nosocomio con cartelli che chiedono conto della mancata zona rossa, solidarizzano con il personale sanitario e con il suo spirito di abnegazione, chiedono le dimissioni di Fontana, Gallera, direttore dell’ATS e dell’ASST, gli stessi oggi indagati.
Il primo provvedimento di iscrizione sul registro degli indagati non riguarderà però costoro. Infatti un anno dopo la polizia si renderà protagonista di una bruttissima pagina repressiva, perquisendo ed indagando due attivisti del comitato di denuncia per delle lettere minatorie ricevute da Confindustria. Lo fa sulla base della pregressa appartenenza di questi a gruppi della lotta armata negli anni '70, ipotizzando una fantomatica associazione sovversiva.
Anni dopo la cosa si sgonfierà, il PM chiederà l’archiviazione della quale però non si sa ancora nulla.
Il resto è storia di oggi, Fontana appena rieletto, con molti meno voti assoluti ma con alle spalle il vento di quelli che bisogna dimenticare e tornare al lavoro. Persino in Val Seriana le percentuali lo plebiscitano del sessanta per cento, anche ad Alzano e Nembro.
Vedremo cosa dirà il processo e se prevarrà l’attribuzione di responsabilità a livello nazionale o regionale.
Quello che è sicuro è che non ci saranno sfracelli e che cane non mangia cane.
Fonte
16/12/2022
Bergamo - La polizia carica i facchini in sciopero
Polizia e Carabinieri sono intervenuti duramente contro i lavoratori della logistica in sciopero con USB nello stabilimento Italtrans di Calcio (Bergamo), uno degli hub principali per il comparto alimentare del Nord Italia, dove operano un migliaio di facchini.
I lavoratori facenti capo alla cooperativa LaMeva – che ha la sede legale in uno studio di consulenza aziendale di Bergamo – sono scesi in sciopero alle prime luci dell’alba per protestare contro il licenziamento di un delegato USB e chiedere migliori condizioni di lavoro, sicurezza, applicazione del contratto e il riconoscimento dei buoni pasto, dando vita a un presidio nel piazzale di fronte alla Italtrans, mentre alcuni facchini sono riusciti a salire sul tetto in segno di protesta. Il presidio è stato violentemente caricato dalla polizia in assetto antisommossa, supportata dalla sicurezza Italtrans. Un lavoratore è stato ferito gravemente e prima di essere soccorso da un’ambulanza è rimasto a lungo a terra, sorvegliato a vista come un criminale dai Carabinieri e minacciato dagli addetti alla sicurezza.
I lavoratori LaMeva, che opera per conto di Italtrans, affrontano ogni giorno turni e carichi di lavoro disumani con buste paghe misere, subendo trasferimenti e licenziamenti punitivi, sanzioni disciplinari, vessazioni e discriminazioni se si iscrivono all’Unione Sindacale di Base.
USB da mesi chiede un incontro all’azienda, che evidentemente preferisce non ascoltare le richieste dei lavoratori, continuando ad accumulare profitti sulle schiene spezzate dei facchini. Perché un’altra inaccettabile criticità a Italtrans è l’assenza di sicurezza: se un lavoratore subisce un infortunio viene licenziato con motivazioni pretestuose.
Le cariche della polizia dimostrano, ancora una volta, che i dispositivi di sicurezza dello Stato sono posti a protezione dei profitti delle aziende e mai a difesa di diritti di chi lavora. La repressione e le manganellate non fermeranno le lotte dei lavoratori, pronti a scioperare ancora fino alle feste natalizie in difesa dei propri diritti, per un lavoro ed un salario dignitoso, per la sicurezza.
Lo sciopero a Italtrans continua. Sabato 17 manifestazione alle ore 11 alla Prefettura di Bergamo, in via Tasso.
Fonte
I lavoratori facenti capo alla cooperativa LaMeva – che ha la sede legale in uno studio di consulenza aziendale di Bergamo – sono scesi in sciopero alle prime luci dell’alba per protestare contro il licenziamento di un delegato USB e chiedere migliori condizioni di lavoro, sicurezza, applicazione del contratto e il riconoscimento dei buoni pasto, dando vita a un presidio nel piazzale di fronte alla Italtrans, mentre alcuni facchini sono riusciti a salire sul tetto in segno di protesta. Il presidio è stato violentemente caricato dalla polizia in assetto antisommossa, supportata dalla sicurezza Italtrans. Un lavoratore è stato ferito gravemente e prima di essere soccorso da un’ambulanza è rimasto a lungo a terra, sorvegliato a vista come un criminale dai Carabinieri e minacciato dagli addetti alla sicurezza.
I lavoratori LaMeva, che opera per conto di Italtrans, affrontano ogni giorno turni e carichi di lavoro disumani con buste paghe misere, subendo trasferimenti e licenziamenti punitivi, sanzioni disciplinari, vessazioni e discriminazioni se si iscrivono all’Unione Sindacale di Base.
USB da mesi chiede un incontro all’azienda, che evidentemente preferisce non ascoltare le richieste dei lavoratori, continuando ad accumulare profitti sulle schiene spezzate dei facchini. Perché un’altra inaccettabile criticità a Italtrans è l’assenza di sicurezza: se un lavoratore subisce un infortunio viene licenziato con motivazioni pretestuose.
Le cariche della polizia dimostrano, ancora una volta, che i dispositivi di sicurezza dello Stato sono posti a protezione dei profitti delle aziende e mai a difesa di diritti di chi lavora. La repressione e le manganellate non fermeranno le lotte dei lavoratori, pronti a scioperare ancora fino alle feste natalizie in difesa dei propri diritti, per un lavoro ed un salario dignitoso, per la sicurezza.
Lo sciopero a Italtrans continua. Sabato 17 manifestazione alle ore 11 alla Prefettura di Bergamo, in via Tasso.
Fonte
22/06/2022
Bergamo geemllata con Bucha. Una confessione sui crimini contro l’umanità durante la pandemia?
I reazionari sono degli idioti, specie quando pensano di essere furbissimi e di poter approfittare senza sforzo della disgrazie altrui.
Il sindaco di Bergamo, in quota Pd (o vai a sapere in quale scantinato “centrista” sia finito per il momento) ha promosso il gemellaggio tra la città che sciaguratamente governa e quella ucraina di Bucha, dove sarebbero stati commessi crimini di guerra e contro l’umanità da parte delle truppe russe. Esistono, come sempre in guerra, anche versioni opposte, ma non è questo il punto.
Il punto è nella motivazione che lo stesso Gori ha dato per la sua decisione: “Impossibile per noi non ritrovarvi alcuni tratti in comune con la vicenda della nostra città, a sua volta divenuta simbolo di un altro evento tragico, quello della pandemia di Covid19 che a Bergamo, tra marzo e aprile del 2020, ha causato 700 vittime, e oltre 6000 nella nostra provincia”.
In pratica, è l’ammissione che le istituzioni italiane si sono comportate verso la popolazione del proprio paese – Bergamo è solo uno degli esempi, anche se il più tragico – esattamente come i responsabili della “strage di Bucha”.
Ricordiamo sinteticamente l’opposizione di Gori e Sala (quota Pd), insieme ad Assolombarda e leghisti, contro ogni ipotesi di zona rossa in Val Seria, agli inizia della pandemia.
Quegli slogan finto libertari che arrivavano dai palazzi del potere – “Bergamo non si ferma”, “Milano non si ferma”, ecc. – erano il velo che copriva malamente l’intenzione di lasciar dilagare il virus e contare poi i morti a decine di migliaia, pur di non disturbare l’ansia di profitto degli industriali (lombardi ed europei).
Criminali contro l’umanità, insomma, con l’aggravante di essere in tempi di pace e di aver scientemente lasciato morire migliaia di persone che dovevano invece essere protette, dal punto di vista sanitario, dalle istituzioni di questo paese.
Geniali, nella propria perversa ottusità!
Qui di seguito il comunicato con cui i familiari delle vittime della pandemia a Bergamo sottolineano la “confessione” del sindaco Gori. In modo ovviamente sottilmente ironico...
Il sindaco di Bergamo, in quota Pd (o vai a sapere in quale scantinato “centrista” sia finito per il momento) ha promosso il gemellaggio tra la città che sciaguratamente governa e quella ucraina di Bucha, dove sarebbero stati commessi crimini di guerra e contro l’umanità da parte delle truppe russe. Esistono, come sempre in guerra, anche versioni opposte, ma non è questo il punto.
Il punto è nella motivazione che lo stesso Gori ha dato per la sua decisione: “Impossibile per noi non ritrovarvi alcuni tratti in comune con la vicenda della nostra città, a sua volta divenuta simbolo di un altro evento tragico, quello della pandemia di Covid19 che a Bergamo, tra marzo e aprile del 2020, ha causato 700 vittime, e oltre 6000 nella nostra provincia”.
In pratica, è l’ammissione che le istituzioni italiane si sono comportate verso la popolazione del proprio paese – Bergamo è solo uno degli esempi, anche se il più tragico – esattamente come i responsabili della “strage di Bucha”.
Ricordiamo sinteticamente l’opposizione di Gori e Sala (quota Pd), insieme ad Assolombarda e leghisti, contro ogni ipotesi di zona rossa in Val Seria, agli inizia della pandemia.
Quegli slogan finto libertari che arrivavano dai palazzi del potere – “Bergamo non si ferma”, “Milano non si ferma”, ecc. – erano il velo che copriva malamente l’intenzione di lasciar dilagare il virus e contare poi i morti a decine di migliaia, pur di non disturbare l’ansia di profitto degli industriali (lombardi ed europei).
Criminali contro l’umanità, insomma, con l’aggravante di essere in tempi di pace e di aver scientemente lasciato morire migliaia di persone che dovevano invece essere protette, dal punto di vista sanitario, dalle istituzioni di questo paese.
Geniali, nella propria perversa ottusità!
Qui di seguito il comunicato con cui i familiari delle vittime della pandemia a Bergamo sottolineano la “confessione” del sindaco Gori. In modo ovviamente sottilmente ironico...
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Familiari vittime covid: Con il gemellaggio a Bucha, il Comune di Bergamo ammette crimini contro l’umanità nella bergamasca durante la pandemia
Familiari vittime covid: Con il gemellaggio a Bucha, il Comune di Bergamo ammette crimini contro l’umanità nella bergamasca durante la pandemia
Come associazione dei familiari delle vittime del covid #sereniesempreuniti non possiamo che elogiare l’iniziativa di cui il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, si è fatto promotore in veste istituzionale e che prevede il gemellaggio tra il Comune di Bergamo e la cittadina ucraina di Bucha.
Ci hanno, infatti, molto colpito le parole con cui rilancia il suo imminente viaggio verso una comunità in cui sono stati recentemente commessi atroci crimini contro l’umanità per mano dell’esercito Russo: “Impossibile per noi non ritrovarvi alcuni tratti in comune con la vicenda della nostra città, a sua volta divenuta simbolo di un altro evento tragico, quello della pandemia di Covid19 che a Bergamo, tra marzo e aprile del 2020, ha causato 700 vittime, e oltre 6000 nella nostra provincia”, ha dichiarato il sindaco di Bergamo.
Un accostamento che rimanda ai mesi di febbraio, marzo ed aprile 2020 ed alla tragedia che l’intera comunità bergamasca ha dovuto affrontare per quello che inizialmente si credeva essersi riversata sull’intera provincia come una inaspettata calamità ma che una accurata ricerca documentale ha rilevato essere concomitante ad una interminabile catena di negligenze istituzionali in alcun modo, a nostro avviso, riconducibili a semplici “errori”.
Questo gemellaggio ha un valore simbolico molto forte per la nostra comunità, chiamata oggi ad essere solidale con chi ha dovuto attraversare ingiustamente il buio e la solitudine della morte.
Per questo motivo vogliamo esprimere la nostra gratitudine al sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che in questo ennesimo atto di generosità e di solidarietà (a cui i bergamaschi siamo certi non si sottrarranno) ha trovato il coraggio di un implicito atto di denuncia istituzionale per quanto avvenuto a Bergamo nel marzo 2020.
Un atto di denuncia che siamo certi saprà fungere da incoraggiamento e da incentivo anche alla laboriosa Procura di Bergamo, capace in questi anni di un’inchiesta tanto difficile quanto coraggiosa.
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19/07/2021
Sempre più difficile ottenere giustizia per le vittime bergamasche del Covid
Il comitato dei parenti delle vittime del Covid nel bergamasco denuncia l’ennesimo tentativo di non fare chiarezza su quanto è successo in quella zona durante la prima fase della pandemia.
Infatti, a colpi d’emendamento, si sta progressivamente riducendo il limite d’azione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle vicende legate alla pandemia.
Ieri, un emendamento di PD, 5 Stelle e LeU, votato dalla maggioranza, ha limitato il periodo temporale su cui la commissione indagherà al 30 gennaio 2020, escludendo quindi tutto quanto riguarda la successiva gestione della pandemia nel bergamasco.
In pratica, la commissione parlamentare è, a questo punto, incaricata d’indagare solo sulle origini della pandemia, verosimilmente collocate nella lontana Cina, ignorando tutto quanto è in seguito successo in Italia. Tra l’altro sulle origini della pandemia in Cina stanno già indagando organismi più adatti a farlo, come l’OMS.
Il parlamentare di LeU, Mimmo Stumpo, ha giustificato tale emendamento dicendo che il compito con cui nacque la commissione era l’indagine sulle origini della pandemia, mentre sulla sua gestione è già in atto un’indagine della Magistratura volta ad accertare le eventuali responsabilità nel disastro pandemico.
Di pare ben diverso l’avv. Consuelo Locati, del Comitato parenti delle vittime del Covid nel bergamasco, che ha denunciato l’approvazione dell’emendamento che limita l’indagine della commissione al 30 gennaio del 2020 come un accordo tra PD, LeU e Lega per coprire le responsabilità, per i primi del ministro Speranza e, per l’ultima, della regione Lombardia guidata dal leghista Fontana.
Ciò che appare certo è che sta diventando sempre più difficile per i familiari delle vittime della pandemia avere chiarezza sulle responsabilità della strage nel bergamasco. Infatti, il voto parlamentare sulla Commissione d’inchiesta giunge due giorni dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha impedito l’accesso ai documenti attraverso cui si potrebbe comprendere perché, all’inizio della pandemia, furono inviate in Val Seriana diverse centinaia di militari che dovevano vigilare sull’istituenda zona rossa, ma che furono ben presto ritirati quando essa non fu dichiarata.
Sappiamo che tale decisione causò la morte di migliaia di persone.
Ci chiediamo quando mai le vittime della strage nella bergamasca, di cui ricordiamo le agghiaccianti immagini dei camion militari che trasportavano corpi che il cimitero di Bergamo non poteva accogliere, avranno giustizia.
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09/07/2021
Bergamo chiede giustizia per le vittime del Covid
Nella mattinata dell’8 luglio una folta delegazione composta da una cinquantina di parenti delle vittime del Covid a Bergamo ha consegnato al Tribunale civile di Roma un atto di citazione in cui si chiede la condanna della Presidenza del Consiglio, del Ministero della salute e della Regione Lombardia a un risarcimento di 100 milioni di euro per le omissioni, gli errori e le gravi responsabilità nella gestione della pandemia nella bergamasca.
Le accuse del Comitato parenti delle vittime, contenute in un esposto redatto da un gruppo di legali coordinato dall’avv. Consuelo Locati, comprendono in particolare il mancato aggiornamento del piano pandemico, come era stato indicato dall’OMS e dal centro Europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive, la vicenda della mancata chiusura del pronto soccorso dell’Ospedale di Alzano Lombardo e il rifiuto di dichiarare la Valseriana “zona rossa” sin dall’inizio della pandemia.
Sulla gestione degli ospedali nella bergamasca, la zona più colpita in Italia nella prima ondata della pandemia, sono emersi nelle ultime settimane nuovi inquietanti dettagli, grazie alle dichiarazioni dell’ex direttore dell’ospedale di Alzano Lombardo e dei parenti del primo malato di Covid ricoverato ai Riuniti di Bergamo. Il primo, oggi in pensione, ha confermato di avere dato l’ordine di chiudere il pronto soccorso non appena avuta notizia del primo caso di Covid, ma di avere ricevuto dalla Regione Lombardia l’ordine perentorio di riaprirlo. Il secondo testimone ha dichiarato che dopo il ricovero del suo congiunto, diagnosticato come ammalato di Covid, la famiglia fu invitata a chiudersi in casa, senza avere altra indicazione se non di tacere con chiunque per “non allarmare la popolazione”. Esattamente il contrario di ciò che si doveva fare, cioè lanciare l’allarme assumendo le dovute misure di prevenzione.
I cittadini ora chiedono attraverso la magistratura quella giustizia che è stata loro negata dalla politica. Non parliamo solo dell’ignobile giunta lombarda, sostenuta da una maggioranza che pochi giorni fa ha abbandonato la commissione d’inchiesta del consiglio regionale sulla pandemia, bloccandone forse definitivamente i lavori. Ci riferiamo anche alle massime cariche istituzionali, ricordando come il presidente Mattarella, durante la sua visita a Bergamo nel giugno scorso, rifiutò di incontrare i parenti delle vittime, come era stato esplicitamente chiesto dall’avv. Locati.
Contemporaneamente alla causa civile, si sviluppa l’inchiesta penale che vede indagati Ranieri Guerra, dirigente italiano dell’OMS che chiese la cancellazione del rapporto sulla gestione italiana della pandemia, e l’ex direttore del welfare lombardo Cajazzo, sacrificato come capro espiatorio per salvare Gallera e Fontana a favore del formigoniano Marco Trivelli, sostituito pochi mesi dopo da Giovanni Pavesi, un pluricondannato per reati ambientali e corruzione che l’assessore Moratti è andato a cercare sino in Veneto, dove faceva parte dello staff dell’ex presidente Galan.
Fonte
Le accuse del Comitato parenti delle vittime, contenute in un esposto redatto da un gruppo di legali coordinato dall’avv. Consuelo Locati, comprendono in particolare il mancato aggiornamento del piano pandemico, come era stato indicato dall’OMS e dal centro Europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive, la vicenda della mancata chiusura del pronto soccorso dell’Ospedale di Alzano Lombardo e il rifiuto di dichiarare la Valseriana “zona rossa” sin dall’inizio della pandemia.
Sulla gestione degli ospedali nella bergamasca, la zona più colpita in Italia nella prima ondata della pandemia, sono emersi nelle ultime settimane nuovi inquietanti dettagli, grazie alle dichiarazioni dell’ex direttore dell’ospedale di Alzano Lombardo e dei parenti del primo malato di Covid ricoverato ai Riuniti di Bergamo. Il primo, oggi in pensione, ha confermato di avere dato l’ordine di chiudere il pronto soccorso non appena avuta notizia del primo caso di Covid, ma di avere ricevuto dalla Regione Lombardia l’ordine perentorio di riaprirlo. Il secondo testimone ha dichiarato che dopo il ricovero del suo congiunto, diagnosticato come ammalato di Covid, la famiglia fu invitata a chiudersi in casa, senza avere altra indicazione se non di tacere con chiunque per “non allarmare la popolazione”. Esattamente il contrario di ciò che si doveva fare, cioè lanciare l’allarme assumendo le dovute misure di prevenzione.
I cittadini ora chiedono attraverso la magistratura quella giustizia che è stata loro negata dalla politica. Non parliamo solo dell’ignobile giunta lombarda, sostenuta da una maggioranza che pochi giorni fa ha abbandonato la commissione d’inchiesta del consiglio regionale sulla pandemia, bloccandone forse definitivamente i lavori. Ci riferiamo anche alle massime cariche istituzionali, ricordando come il presidente Mattarella, durante la sua visita a Bergamo nel giugno scorso, rifiutò di incontrare i parenti delle vittime, come era stato esplicitamente chiesto dall’avv. Locati.
Contemporaneamente alla causa civile, si sviluppa l’inchiesta penale che vede indagati Ranieri Guerra, dirigente italiano dell’OMS che chiese la cancellazione del rapporto sulla gestione italiana della pandemia, e l’ex direttore del welfare lombardo Cajazzo, sacrificato come capro espiatorio per salvare Gallera e Fontana a favore del formigoniano Marco Trivelli, sostituito pochi mesi dopo da Giovanni Pavesi, un pluricondannato per reati ambientali e corruzione che l’assessore Moratti è andato a cercare sino in Veneto, dove faceva parte dello staff dell’ex presidente Galan.
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19/03/2021
Bergamo - Passerella di Draghi nella città simbolo della strage pandemica
Draghi oggi va in visita a Bergamo per ricordare le vittime della pandemia. La città diventata simbolo della strage pandemica in Italia – siamo ben oltre le centomila vittime – è anche quella in cui i familiari di chi spesso è stato lasciato morire di Covid, da mesi chiedono verità e giustizia su come sono andate effettivamente le cose.
La Procura ha una indagine aperta. La Confindustria ha alzato da subito un fuoco di sbarramento per allontanare da sé ogni responsabilità e giocare il ruolo della vittima. La scorsa settimana esponenti della sinistra alternativa e del comitato familiari delle vittime di Bergamo hanno subito perquisizioni con l’accusa di associazione sovversiva.
Con il discorso di Mattarella di ieri e la visita di Draghi oggi si cerca così di trasformare l’indignazione in celebrazione di concordia nazionale e depotenziarne così la forza.
La strage pandemica di Bergamo pesa infatti come un macigno sulla classe dirigente nazionale e regionale e sulle loro responsabilità nell’aver smantellato negli anni la sanità pubblica, abbassato la testa ai diktat della Confindustria sulle chiusure, ed ora nel caos sulla campagna vaccinale.
Si resta infatti in attesa che l’Ema, l’agenzia europea del farmaco, si pronunci nel pomeriggio sul nuovo via libera al vaccino AstraZeneca. La campagna di vaccinazione, secondo palazzo Chigi è costata 200 mila somministrazioni in meno dopo la frenata impressa dal ‘caso AstraZeneca’. In tal senso Draghi potrebbe aspettare il pomeriggio per andare a Bergamo, ovvero dopo che l’Ema si sarà pronunciata sull’argomento e si possa diffondere un “messaggio rassicurante” piuttosto che incertezza.
A Bruxelles sui vaccini ormai sono in pappa. La von der Leyen ha alzato i toni chiedendo lo stop all’export dei vaccini prodotti in Europa se non c’è reciprocità.
Da diversi paesi dell’Unione Europea infatti nell’ultimo mese sono partite troppe fiale verso altri Paesi “mentre a noi non torna nulla e la collaborazione non può essere una strada a senso unico” ha detto la presidente della Commissione europea, la quale sottolinea che “Se la situazione non cambia dovremmo riflettere se permettere esportazioni verso Stati che producono vaccini e Paesi che hanno un tasso di vaccinazione superiore al nostro”.
La decisione in questo caso era stata anticipata dal governo italiano, che poche settimane fa era stato il primo a chiedere alla Commissione europea di non autorizzare un esportazione di 250mila dosi di AstraZeneca dall’Italia all’Australia.
Eppure le scelte concrete in materia di controllo, contrasto e azione contro la pandemia sembrano indicare percorsi tutt’altro che corretti.
Con l’avvento di Draghi ci sono state delle epurazioni prima nella Protezione Civile ed ora nel Comitato Tecnico Scientifico. Hanno messo fuori gli esperti più invisi alla Lega, alle regioni leghiste e alla Confindustria e sono stati messi dentro esperti che non ne avevano azzeccata una ma di provata fede leghista e confindustriale. Era il 14 febbraio quando Salvini tuonò contro il Cts. “Non ho parole. Non se ne può più di ‘esperti’ che parlano ai giornali, seminando paure e insicurezze, fregandosene di tutto e tutti. Confidiamo che con Draghi la situazione torni alla normalità”. Aveva fatto il nome di Giorgio Palù (presidente dell’Aifa) da inserire nel Cts. Detto fatto. Draghi lo ha accontentato.
Ma la paura del virus non può mitigare ancora a lungo l’indignazione e la rabbia. Sulla gestione della pandemia ci sembra opportuno ricorrere alle considerazioni di un osservatore piuttosto acuto come Guido Salerno Aletta.
In un editoriale su TeleBorsa di qualche giorno fa ha scritto:
La Procura ha una indagine aperta. La Confindustria ha alzato da subito un fuoco di sbarramento per allontanare da sé ogni responsabilità e giocare il ruolo della vittima. La scorsa settimana esponenti della sinistra alternativa e del comitato familiari delle vittime di Bergamo hanno subito perquisizioni con l’accusa di associazione sovversiva.
Con il discorso di Mattarella di ieri e la visita di Draghi oggi si cerca così di trasformare l’indignazione in celebrazione di concordia nazionale e depotenziarne così la forza.
La strage pandemica di Bergamo pesa infatti come un macigno sulla classe dirigente nazionale e regionale e sulle loro responsabilità nell’aver smantellato negli anni la sanità pubblica, abbassato la testa ai diktat della Confindustria sulle chiusure, ed ora nel caos sulla campagna vaccinale.
Si resta infatti in attesa che l’Ema, l’agenzia europea del farmaco, si pronunci nel pomeriggio sul nuovo via libera al vaccino AstraZeneca. La campagna di vaccinazione, secondo palazzo Chigi è costata 200 mila somministrazioni in meno dopo la frenata impressa dal ‘caso AstraZeneca’. In tal senso Draghi potrebbe aspettare il pomeriggio per andare a Bergamo, ovvero dopo che l’Ema si sarà pronunciata sull’argomento e si possa diffondere un “messaggio rassicurante” piuttosto che incertezza.
A Bruxelles sui vaccini ormai sono in pappa. La von der Leyen ha alzato i toni chiedendo lo stop all’export dei vaccini prodotti in Europa se non c’è reciprocità.
Da diversi paesi dell’Unione Europea infatti nell’ultimo mese sono partite troppe fiale verso altri Paesi “mentre a noi non torna nulla e la collaborazione non può essere una strada a senso unico” ha detto la presidente della Commissione europea, la quale sottolinea che “Se la situazione non cambia dovremmo riflettere se permettere esportazioni verso Stati che producono vaccini e Paesi che hanno un tasso di vaccinazione superiore al nostro”.
La decisione in questo caso era stata anticipata dal governo italiano, che poche settimane fa era stato il primo a chiedere alla Commissione europea di non autorizzare un esportazione di 250mila dosi di AstraZeneca dall’Italia all’Australia.
Eppure le scelte concrete in materia di controllo, contrasto e azione contro la pandemia sembrano indicare percorsi tutt’altro che corretti.
Con l’avvento di Draghi ci sono state delle epurazioni prima nella Protezione Civile ed ora nel Comitato Tecnico Scientifico. Hanno messo fuori gli esperti più invisi alla Lega, alle regioni leghiste e alla Confindustria e sono stati messi dentro esperti che non ne avevano azzeccata una ma di provata fede leghista e confindustriale. Era il 14 febbraio quando Salvini tuonò contro il Cts. “Non ho parole. Non se ne può più di ‘esperti’ che parlano ai giornali, seminando paure e insicurezze, fregandosene di tutto e tutti. Confidiamo che con Draghi la situazione torni alla normalità”. Aveva fatto il nome di Giorgio Palù (presidente dell’Aifa) da inserire nel Cts. Detto fatto. Draghi lo ha accontentato.
Ma la paura del virus non può mitigare ancora a lungo l’indignazione e la rabbia. Sulla gestione della pandemia ci sembra opportuno ricorrere alle considerazioni di un osservatore piuttosto acuto come Guido Salerno Aletta.
In un editoriale su TeleBorsa di qualche giorno fa ha scritto:
“Per cautela sanitaria, si continua a mettere restrizioni alla popolazione, mentre le vaccinazioni procedono con esasperante lentezza e di “cure” non se ne parla affatto. Ed intanto, ad esempio in alcune zone della Francia, gli ospedali sono in difficoltà, con i reparti di terapia intensiva occupati all’80%: una soglia pericolosissima.Fonte
Ma questo significa mandare al massacro un intero sistema sociale ed economico: le risorse per gli aiuti pubblici non sono infinite, ed i conti delle imprese saranno catastrofici.
Serve aumentare la pressione mediatica sul numero dei contagi, dei morti e degli ospedali al collasso: solo la paura mitiga la rabbia. Ma nessuno può prevedere ancora per quanto tempo ci si riuscirà.
Quando saranno finiti i risparmi, quando gli stipendi non verranno più pagati e quando le pensioni non verranno più accreditate, la rabbia e l'esasperazione saranno incontenibili”.
09/07/2020
Il macabro sogno del Fmi si è realizzato a Bergamo. Diminuita l’aspettativa di vita
Mentre oggi in tanti festeggiano e sottolineano che la terapia intensiva dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, uno dei più colpiti dal coronavirus, è libera da Covid-19 e che non c’è più nessun paziente ricoverato dopo 137 giorni, su Bergamo e il suo territorio viene resa nota una informazione che merita riflessione. “Secondo stime molto ragionevoli, l’ipotetica tavola di mortalità del 2020 segnerebbe in provincia di Bergamo, un ritorno alla speranza di vita della tavola all’anno 2000, cioè torniamo indietro di 20 anni. In molte altre province torniamo indietro di 10/15 anni“.
A certificare quello che da anni è il sogno macabro del Fmi sulla riduzione delle spese previdenziali, è stato il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo parlando degli effetti della pandemia di Coronavirus al margine del Forum della Pubblica Amministrazione 2020.
“È stato veramente qualcosa di drammatico ma localizzato. E questo credo sia un elemento importante“, ha aggiunto Blangiardo. Secondo il presidente dell’Istituto di statistica, “non è il numero dei morti nazionali il dato macroscopico drammatico. Ma il vero problema è il dato locale”.
A tutt’oggi, ha spiegato, “abbiamo constatato un aumento di mortalità nazionale nell’ordine delle 40 mila unità circa. Ricordo che nel 2015, rispetto all’anno prima, l’aumento è stato di 50 mila unità delle morti e nel 1956, ai tempi dell’asiatica, ci sono stati 50 mila morti in più”.
Insomma la contabilità del presidente dell’Istat sembra cogliere solo l’aspetto particolare mentre su quello generale sembra quasi sconfinare sul terreno dei riduzionisti dell’impatto dell’emergenza pandemica Covid-19 in quanto tale.
Sono passati alcuni anni da quando, sulle pagine di questo giornale, lanciammo un avvertimento diventato poi una sorta di tormentone: “dovete morire prima”.
Quella che sembrava una battuta era in realtà una chiave di lettura dei ripetuti rapporti del Fmi sulla insostenibilità dei costi previdenziali dovuti proprio all’aumento dell’aspettativa di vita in alcuni paesi, tra cui l’Italia. Una sorta di macabro avvertimento sul fatto che la crescita della speranza di vita aveva creato una sorta di “quarta età” che scombinava i conti e andava ricondotta a “compatibilità”.
La pandemia di Covid-19 sembra abbia accelerato questo processo. Ma prima di essa è doveroso ricordare che l’aspettativa di vita aveva già cominciato a diminuire nei paesi più falcidiati dalle misure di austerity (Grecia, ma anche in Italia). Del resto se si aumenta l’età lavorativa e vengono ridotti gli standard sanitari (come è avvenuto concretamente) è evidente che l’aspettativa di vita diminuisca, per la gioia dei macabri tecnocrati del Fmi e delle istituzioni europee. E poi, ma solo poi, è arrivata anche la pandemia di coronavirus a seminare morte prima del tempo.
Fonte
A certificare quello che da anni è il sogno macabro del Fmi sulla riduzione delle spese previdenziali, è stato il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo parlando degli effetti della pandemia di Coronavirus al margine del Forum della Pubblica Amministrazione 2020.
“È stato veramente qualcosa di drammatico ma localizzato. E questo credo sia un elemento importante“, ha aggiunto Blangiardo. Secondo il presidente dell’Istituto di statistica, “non è il numero dei morti nazionali il dato macroscopico drammatico. Ma il vero problema è il dato locale”.
A tutt’oggi, ha spiegato, “abbiamo constatato un aumento di mortalità nazionale nell’ordine delle 40 mila unità circa. Ricordo che nel 2015, rispetto all’anno prima, l’aumento è stato di 50 mila unità delle morti e nel 1956, ai tempi dell’asiatica, ci sono stati 50 mila morti in più”.
Insomma la contabilità del presidente dell’Istat sembra cogliere solo l’aspetto particolare mentre su quello generale sembra quasi sconfinare sul terreno dei riduzionisti dell’impatto dell’emergenza pandemica Covid-19 in quanto tale.
Sono passati alcuni anni da quando, sulle pagine di questo giornale, lanciammo un avvertimento diventato poi una sorta di tormentone: “dovete morire prima”.
Quella che sembrava una battuta era in realtà una chiave di lettura dei ripetuti rapporti del Fmi sulla insostenibilità dei costi previdenziali dovuti proprio all’aumento dell’aspettativa di vita in alcuni paesi, tra cui l’Italia. Una sorta di macabro avvertimento sul fatto che la crescita della speranza di vita aveva creato una sorta di “quarta età” che scombinava i conti e andava ricondotta a “compatibilità”.
La pandemia di Covid-19 sembra abbia accelerato questo processo. Ma prima di essa è doveroso ricordare che l’aspettativa di vita aveva già cominciato a diminuire nei paesi più falcidiati dalle misure di austerity (Grecia, ma anche in Italia). Del resto se si aumenta l’età lavorativa e vengono ridotti gli standard sanitari (come è avvenuto concretamente) è evidente che l’aspettativa di vita diminuisca, per la gioia dei macabri tecnocrati del Fmi e delle istituzioni europee. E poi, ma solo poi, è arrivata anche la pandemia di coronavirus a seminare morte prima del tempo.
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01/07/2020
Covid-19. Boom di polmoniti prima dell’emergenza. A Bergamo la Procura vuole vederci chiaro
La magistratura di Bergamo vuole vederci chiaro sul boom di polmoniti registrato in quella zona tra dicembre e gennaio. I magistrati stanno indagando su come hanno reagito le autorità sanitarie regionali e ospedaliere di fronte all’anomalo picco di infezioni polmonari ed hanno acquisito le circolari emanate dal ministero con i criteri scelti per procedere con il tampone e quindi individuare i casi di coronavirus.
Nelle linee guida del 22 gennaio si raccomandava di considerare caso sospetto anche “una persona che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio, anche se è stata identificata un’altra eziologia che spiega pienamente la situazione clinica”.
Nella circolare emessa invece cinque giorni dopo, il 27 gennaio, i casi sospetti, oltre ai sintomi dovevano anche avere “una storia di viaggi nella città di Wuhan (e nella provincia di Hubei), Cina, nei 14 giorni precedenti l’insorgenza della sintomatologia” oppure aver “visitato o ha lavorato in un mercato di animali vivi a Wuhan e/o nella provincia di Hubei, Cina”. Quindi chi non era stato nell’Hubei non doveva essere ritenuto un malato sospetto di coronavirus.
Ma, da alcuni dati, emerge come segnali di una anomala impennata di infezioni polmonari si fossero verificati nella bergamasca quando il mondo ancora ignorava del tutto il nome e l’esistenza del coronavirus.
Tra novembre e gennaio infatti ci sono state 110 polmoniti “sospette” all’ospedale di Alzano Lombardo, finito poi al centro dell’inchiesta della Procura di Bergamo, che indaga sulla gestione del pronto soccorso durante l’emergenza Coronavirus.
Stando ai dati, le polmoniti sono state 18 a novembre, per poi passare alle 40 di dicembre e altre 52 a gennaio.
Dal confronto tra i ricoveri del 2019 e quelli del 2018 emerge inoltre che sono state “196 le polmoniti non riconosciute nel 2018, 256 tra gennaio e dicembre 2019”. Il 30% in più. Su questi dati, riferisce il quotidiano L’Eco di Bergamo, sta investigando la locale Procura “sia per indagare sulle procedure messe in atto all’ospedale di Alzano Lombardo nei giorni roventi dell’emergenza, sia per ricostruire se e come sono sfuggiti questi casi sospetti”.
Già a maggio alcuni medici di famiglia avevano reso pubbliche le anomalie che avevano registrato tra la fine dello scorso anno e quello in corso. “A noi medici di famiglia lombardi sono capitati tanti casi strani già da gennaio. Abbiamo pensato che potesse essere o una complicazione dell’influenza per i non vaccinati oppure che il vaccino non avesse funzionato bene in alcune persone. Il sintomo principale era una tosse micidiale” ha dichiarato in una intervista Pietro Poidomani, medico di famiglia del comune di Cividate al Piano, nella bergamasca, un dei comuni flagellato dal Covid-19.
Il dott. Poidomani è stato tra i primi a raccontare che il Covid da quelle parti aveva fatto la sua apparizione ben prima del fatidico 20 febbraio: c’era già da metà gennaio, se non da prima. “Sono il medico di Cividate più anziano, lavoro qui da 35 anni: conosco le persone e in questi contesti le cose strane si notano subito”.
Ad allarmare il medico era stata questa tosse che in alcuni soggetti non andava mai via: “Durava anche una settimana, dieci giorni e non si riusciva a risolvere in nessun modo. Nel dubbio quelli che sembravano più gravi li abbiamo mandati a fare delle radiografie al torace da cui emergevano quei segni tipici della polmonite interstiziale. Li abbiamo curati come avremmo curato qualsiasi altra polmonite”.
Fonte
Nelle linee guida del 22 gennaio si raccomandava di considerare caso sospetto anche “una persona che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio, anche se è stata identificata un’altra eziologia che spiega pienamente la situazione clinica”.
Nella circolare emessa invece cinque giorni dopo, il 27 gennaio, i casi sospetti, oltre ai sintomi dovevano anche avere “una storia di viaggi nella città di Wuhan (e nella provincia di Hubei), Cina, nei 14 giorni precedenti l’insorgenza della sintomatologia” oppure aver “visitato o ha lavorato in un mercato di animali vivi a Wuhan e/o nella provincia di Hubei, Cina”. Quindi chi non era stato nell’Hubei non doveva essere ritenuto un malato sospetto di coronavirus.
Ma, da alcuni dati, emerge come segnali di una anomala impennata di infezioni polmonari si fossero verificati nella bergamasca quando il mondo ancora ignorava del tutto il nome e l’esistenza del coronavirus.
Tra novembre e gennaio infatti ci sono state 110 polmoniti “sospette” all’ospedale di Alzano Lombardo, finito poi al centro dell’inchiesta della Procura di Bergamo, che indaga sulla gestione del pronto soccorso durante l’emergenza Coronavirus.
Stando ai dati, le polmoniti sono state 18 a novembre, per poi passare alle 40 di dicembre e altre 52 a gennaio.
Dal confronto tra i ricoveri del 2019 e quelli del 2018 emerge inoltre che sono state “196 le polmoniti non riconosciute nel 2018, 256 tra gennaio e dicembre 2019”. Il 30% in più. Su questi dati, riferisce il quotidiano L’Eco di Bergamo, sta investigando la locale Procura “sia per indagare sulle procedure messe in atto all’ospedale di Alzano Lombardo nei giorni roventi dell’emergenza, sia per ricostruire se e come sono sfuggiti questi casi sospetti”.
Già a maggio alcuni medici di famiglia avevano reso pubbliche le anomalie che avevano registrato tra la fine dello scorso anno e quello in corso. “A noi medici di famiglia lombardi sono capitati tanti casi strani già da gennaio. Abbiamo pensato che potesse essere o una complicazione dell’influenza per i non vaccinati oppure che il vaccino non avesse funzionato bene in alcune persone. Il sintomo principale era una tosse micidiale” ha dichiarato in una intervista Pietro Poidomani, medico di famiglia del comune di Cividate al Piano, nella bergamasca, un dei comuni flagellato dal Covid-19.
Il dott. Poidomani è stato tra i primi a raccontare che il Covid da quelle parti aveva fatto la sua apparizione ben prima del fatidico 20 febbraio: c’era già da metà gennaio, se non da prima. “Sono il medico di Cividate più anziano, lavoro qui da 35 anni: conosco le persone e in questi contesti le cose strane si notano subito”.
Ad allarmare il medico era stata questa tosse che in alcuni soggetti non andava mai via: “Durava anche una settimana, dieci giorni e non si riusciva a risolvere in nessun modo. Nel dubbio quelli che sembravano più gravi li abbiamo mandati a fare delle radiografie al torace da cui emergevano quei segni tipici della polmonite interstiziale. Li abbiamo curati come avremmo curato qualsiasi altra polmonite”.
Fonte
29/06/2020
Mattarella a Bergamo, ma i familiari delle vittime restano a casa
C’è un fatto importante, che è stato taciuto praticamente da tutta la stampa, nella cronaca della doverosa visita del Presidente Mattarella a Bergamo. Si tratta dell’assenza dalla commemorazione dei familiari delle vittime della pandemia, che non sono stati invitati, nemmeno attraverso una rappresentanza.
Eppure, il luogo in cui si è tenuta la cerimonia, il cimitero di Bergamo, uno spazio grande e aperto, avrebbe certamente consentito la partecipazione almeno di una rappresentanza dei familiari delle vittime. Si consideri tra l’altro che il posto per i ben 243 sindaci della provincia di è trovato.
Delle oltre 6000 famiglie – cifra ufficiale che si teme debba essere realisticamente raddoppiata – che hanno avuto dei morti nella provincia di Bergamo, era presente solo Luca Fusco, portavoce del comitato “Verità e Giustizia”, il quale ha chiarito che avrebbe partecipato per un sentimento istituzionale, ma che riteneva inopportuna la presenza di Attilio Fontana, presidente della Lombardia, responsabile delle scelte politiche e degli errori tecnici che hanno provocato oltre 16.000 decessi nella regione.
Quanto a Mattarella, Fusco ha dichiarato che, pur rispettandone gli impegni istituzionali, avrebbe preferito che il Presidente non si fosse limitato a una “toccata e fuga” a Bergamo, ma avesse scelto di fare una visita più approfondita, intima e raccolta.
Tra l’altro, l’avvocato Consuelo Locati, legale del comitato “Noi denunceremo” e figlia di una delle vittime, aveva esplicitamente richiesto che fosse previsto un incontro tra il Presidente e le famiglie che hanno perso i loro cari.
La cerimonia si è svolta così in un clima decisamente istituzionale, compresa la scopertura di una lapide su cui è incisa una preghiera-poesia del fondatore di un’associazione di volontariato cattolico di Bergamo.
Siamo purtroppo abituati a questa costante prepotenza istituzional-cattolica per cui esiste la presunzione che tutti gli italiani siano devoti alla Chiesa di Roma e gradiscano essere ricordati e commemorare i propri cari con preghiere.
In seguito, dopo l’esecuzione della Messa da Requiem di Donizetti, il Presidente ha pronunciato un breve discorso in cui ha accennato anche a “riflettere, seriamente, con rigorosa precisione, su ciò che non ha funzionato, sulle carenze di sistema, sugli errori da evitare di ripetere“. Un riferimento davvero troppo vago e disarmante rispetto a quanto successo in Lombardia.
Si è detto di Fontana che è stata una presenza davvero inopportuna sino all’indecenza, anche a fronte del fatto che il Presidente lombardo continua a ripetere che in regione tutto è stato fatto bene e che non ha nulla da rimproverarsi.
Ancor più indecenti le dichiarazioni di qualche giorno fa dell’assessore Gallera. Costui è giunto a rivolgere un ringraziamento alle cliniche private che, nell’emergenza, hanno ricoverato nelle loro “lussuose camere” dei pazienti “ordinari”. Una dichiarazione disgustosamente classista, ma soprattutto falsa, poiché il contributo dei privati è stato enormemente secondario rispetto a quanto fatto dalle strutture pubbliche, che hanno dovuto reggere la quasi totalità dell’impatto dell’epidemia.
Non va tra l’altro dimenticato che le strutture private, a parte alcuni posti di terapia intensiva, non sono adatte a fronteggiare un’epidemia, perché progettate per offrire solo prestazioni lucrative.
Tutte queste dichiarazioni fanno ben intendere che purtroppo la giunta regionale lombarda non ha nessuna intenzione di cambiare linea rispetto a quella, fallimentare, seguita negli ultimi decenni, che è la causa ultima della strage avvenuta in Lombardia.
Una regione quest’ultima, in cui ancora oggi, pure in una fase meno acuta della pandemia, si verifica circa la metà dei contagi di tutta Italia.
Siamo in un momento in cui la pandemia sembra, nel nostro paese, concedere un momento di relativa tregua. Ciò significa che sono importanti i pochi mesi che precedono l’autunno durante i quali – sottolineano gli esperti più avveduti – si deve approfittare del momento per cercare di predisporre le misure necessarie per un’eventuale, probabile recrudescenza autunnale.
In Lombardia nulla si sa di cosa stia facendo l’assessorato al welfare, salvo scappellarsi di fronte alle cliniche private e progettare, nel caso di Fontana, una nuova passerella mediatica a fianco del Papa.
Non si dica poi, in autunno, nel malaugurato caso di un’altra strage, che si è fatto tutto il possibile. L’impresentabile giunta Fontana deve andarsene, non può più tenere in ostaggio la salute di dieci milioni di cittadini.
Fonte
03/04/2020
Nei focolai pandemici di Bergamo e Brescia è boom di imprese ancora aperte
I bollettini dei contagiati e dei morti per coronavirus, ci spiegano quotidianamente come le città e le province più colpite siano quelle di Bergamo e Brescia. Eppure per i padroni questo continua a non essere un dato sensibile e di cui tener conto. Al contrario continuano a tenere aperte le loro imprese e a martellare le Prefetture per ottenere deroghe al decreto del governo che chiede la sospensione delle attività non essenziali.
A Bergamo, principale focolaio della pandemia di Covid-19, sono ben 1800 le aziende che hanno chiesto deroghe al decreto firmato da Giuseppe Conte. Significa che per loro, il blocco scattato il 25 marzo non è ancora operativo. Non hanno chiuso e continuano a produrre, nell’attesa che magari arrivino prima o poi la Guardia di Finanza e i Carabinieri a notificare una eventuale sospensione del lavoro. Queste aziende hanno semplicemente autocertificato che possono restare aperte perché – anche se diverse da quanto previsto nell’elenco degli 85 codici Ateco – svolgono attività riconducibili a filiere essenziali.
A Brescia, l’altro focolaio della pandemia, i dati sono più pesanti di quelli di Bergamo: le Pec inviate dalle imprese in prefettura che comunicano la prosecuzione della produzione sono ben 2980. Qualcuno parla di margine di errore ma ad esempio il numero di imprese del settore della difesa e dell’aerospaziale che hanno chiesto l’autorizzazione a riaprire sono ben 317 solo a Brescia.
Fonte
A Bergamo, principale focolaio della pandemia di Covid-19, sono ben 1800 le aziende che hanno chiesto deroghe al decreto firmato da Giuseppe Conte. Significa che per loro, il blocco scattato il 25 marzo non è ancora operativo. Non hanno chiuso e continuano a produrre, nell’attesa che magari arrivino prima o poi la Guardia di Finanza e i Carabinieri a notificare una eventuale sospensione del lavoro. Queste aziende hanno semplicemente autocertificato che possono restare aperte perché – anche se diverse da quanto previsto nell’elenco degli 85 codici Ateco – svolgono attività riconducibili a filiere essenziali.
A Brescia, l’altro focolaio della pandemia, i dati sono più pesanti di quelli di Bergamo: le Pec inviate dalle imprese in prefettura che comunicano la prosecuzione della produzione sono ben 2980. Qualcuno parla di margine di errore ma ad esempio il numero di imprese del settore della difesa e dell’aerospaziale che hanno chiesto l’autorizzazione a riaprire sono ben 317 solo a Brescia.
Fonte
29/03/2020
“A Bergamo hanno sacrificato operai ed anziani”
Fino a due settimane fa tutti lo negavano e gli davano del pazzo. Dicevano che i morti a Bergamo erano qualche decina. Allora, sui necrologi dell’Eco di Bergamo, c’erano 25-30 necrologi al giorno. Oggi sono 400. In città e nei piccoli e medi centri della bergamasca, gli anziani sono un terzo della popolazione e l’Eco di Bergamo non riceve più necrologi per telefono ma solo via mail, per cui molti desistono. Al giornale, ora, hanno la consegna di non pubblicare più di 20 pagine di necrologi al giorno.
I medici del posto dicono che il rapporto tra i morti ufficiali e le vittime effettive, in alcune aree, tocca le punte di 1 a 20. La provincia di Bergamo conta 1 milione e 100 mila abitanti e, se fosse confermata dalla versione di quei medici, significherebbe che lì, ogni famiglia, avrebbe almeno un morto.
Il 25 marzo, il capo della protezione civile, Angelo Borrelli, aveva ammesso, su Repubblica, che il contagio poteva essere dieci volte la stima ufficiale. Quel giorno stesso Borrelli, accusava sintomi febbrili e, a scopo precauzionale, lasciava la sede del Dipartimento. La Protezione Civile, dapprima sospendeva e poi confermava la quotidiana conferenza stampa sull’emergenza Coronavirus.
Intanto l’Istituto Superiore di Sanità aveva chiesto di dichiarare una zona rossa nei comuni focolaio di Bergamo e Brescia: la richiesta dell’ISS risale al 2 marzo, ma non fu presa in considerazione. Da lì in poi il virus è dilagato nelle due province, con migliaia di contagiati e di morti.
Eppure, il governatore lombardo e leghista Attilio Fontana piagnucolava, puntando il dito contro la comunità scientifica, che, secondo lui, gli aveva suggerito di non chiudere i focolai.
Francesco Macario è il segretario provinciale del PRC di Bergamo, città di cui è stato assessore comunale. Oggi è consigliere comunale in un piccolo centro della provincia dove la settimana scorsa è deceduto un numero di persone pari alla metà di quelle che di solito muoiono in un anno, ma ufficialmente non di COVID-19.
Un mese fa è stato anche l’unico politico ad accusare il sindaco di Bergamo di incoscienza, dopo il suo appello ai bergamaschi a uscire da casa e riempire locali e negozi. Erano i giorni in cui il sindaco di Milano, Beppe Sala, lanciava lo slogan ‘Milano non si ferma‘ ed il segretario del Partito Democratico Zingaretti accorreva nel capoluogo lombardo per un aperitivo a favore di telecamere.
E sempre Macario è stato tra i primi a denunciare la discrepanza tra le cifre ufficiali e le vittime effettive, che ora tutti ammettono e che sarebbero 5-10 volte quelle contabilizzati ufficialmente, cioè non 1.000 ma dalle 5.000 alle 10.000.
È una tesi che ormai rilanciano anche i media e lo stesso sindaco di Bergamo.
In un’intervista pubblicata dal sito glistatigenerali.com il 25 marzo scorso, Macario ha chiamato in causa le condizioni della sanità lombarda, il ruolo delle imprese e della politica, le relazioni tra Bergamo e la Cina, la condizione dei lavoratori oggi nelle fabbriche, quella dei medici in prima linea ed ha fatto, infine, alcune importanti riflessioni sul “dopo”.
Dal suo racconto emerge una verità molto diversa circa le cause dell’enorme diffusione del contagio e della lunghissima serie di decessi registrati nella provincia di Bergamo. Tra queste, una risalta, con estrema evidenza: un cedimento “sistemico” delle classi dirigenti bergamasche alle ragioni del profitto e della “produzione” accompagnati da uno scarso riguardo alla vita ed alla salute delle persone, in primis, quella di lavoratrici/ri ed anziane/i.
Eccone un ampio stralcio.
Quando ti riferisci ai morti che non vengono contabilizzati ufficialmente nelle statistiche, perché muoiono in casa cosa intendi, cioè perché non vanno in ospedale?
Le cose vanno così. Tu stai male, ti sale la febbre per 2-3 giorni e hai due possibilità: o ti riprendi e guarisci oppure peggiori. In questo caso dopo 5-6 giorni arriva una crisi respiratoria, che può essere terminale, cioè muori in meno di un’ora perché lo scambio tra ossigeno e anidride carbonica nei polmoni è insufficiente, non affluisce abbastanza ossigeno al cervello e muori nel tuo letto in preda alle convulsioni, un’esperienza terribile anche per i familiari.
Se invece il paziente sopravvive viene messo su un’ambulanza e portato nel triage, dove gli attaccano l’ossigeno e gli fanno il tampone. Se ha il COVID-19 va negli infettivi, sennò in un altro reparto. In altre parole se muore a casa non gli fanno il tampone e risulta perlopiù morto per infarto o polmonite.
Poi c’è l’altra ipotesi e cioè che portino l’ossigeno direttamente a casa del malato, perché non ci sono posti letto o il tuo caso viene giudicato relativamente meno grave. Anche in questo caso se poi il paziente muore il tampone non viene effettuato e quindi il decesso non viene attribuito al coronavirus. Sabato è morto mio zio. Lo avevano portato in ospedale ed è mancato in attesa che gli facessero il tampone. Ufficialmente è deceduto per polmonite, è stato seppellito, non cremato come i morti di COVID, e i parenti a contatto con lui non hanno l’obbligo della quarantena, perché lui non risulta contagiato.
La sanità lombarda in che condizioni affronta questa prova?
Qui la popolazione ha un’età media molto elevata. L’assistenza sanitaria è di buon livello, se ti ammali ti curano bene, mentre la medicina preventiva è decisamente insufficiente. Ma nel complesso si vive a lungo, anche 110 anni, però a una certa età si è molto vulnerabili, perché spesso si sovrappongono più patologie croniche.
In questo contesto le giunte di Formigoni e poi quelle leghiste, a partire dagli anni ’90 e poi, più rapidamente, dopo il 2000, hanno intrapreso una sistematica azione di chiusura o privatizzazione delle strutture pubbliche. Sono stati chiusi o privatizzati 28 ospedali, i posti letto per acuti sono stati trasformati in posti letto per riabilitazione, i reparti di pronto soccorso chiusi e due terzi dei posti di terapia intensiva cancellati.
Di recente Giorgetti ha dichiarato persino che bisogna abolire i medici di base perché non ci va più nessuno. Si è parlato di seguire i malati cronici a domicilio tramite call center privati. L’ultimo ospedale che hanno cercato di chiudere, l’anno scorso, era quello di San Giovanni Bianco, che serve alcune zone montane con una popolazione molto anziana e dove le strade sono impervie e più che l’ambulanza serve l’elicottero.
Se ci fossero riusciti l’alternativa sarebbe stata a 50 chilometri. Ma la gente ha reagito, ci sono state proteste a cui abbiamo partecipato e alla fine anche i sindaci si sono convinti e la chiusura è stata sventata. Ebbene oggi senza quell’ospedale saremmo al collasso.
L’ospedale Papa Giovanni a Bergamo invece è stato rifatto ex novo. I lavori sono terminati 10 anni fa, ma coi lavori sono diminuiti sensibilmente i posti letto, che oggi mancano. E così dobbiamo costruire un ospedale da campo dentro la fiera perché nessuno aveva previsto un’emergenza.
Tu sostieni che questo tipo di gestione rientra in una lunga tradizione di malasanità attribuibile alla politica.
Nella sanità lombarda scandali e inchieste non si contano. C’è stato il caso delle camere iperbariche in alcune cliniche, che lavoravano a ciclo continuo trattando un numero di pazienti ingiustificabile a spese del SSN. Poi c’è stato il caso della clinica milanese Santa Rita, ribattezzata la ‘clinica degli orrori’, perché si eseguivano operazioni inutili su pazienti perlopiù terminali facendosi rimborsare dalla ASL.
Questa è la sanità di Formigoni e della Lega. Il bilancio della regione equivale al budget di un paese come la Danimarca e la sanità rappresenta la prima voce di spesa. Le ASL sono rigorosamente lottizzate: nel bergamasco Treviglio alla Lega, Bergamo a Forza Italia/Comunione e Liberazione, mentre Seriate era prima di AN ora di FdI.
È qui che Giovanna Ciribelli, revisore dei conti, che era stata anche nostra consigliera comunale, ha denunciato alcune anomalie contabili innescando un’inchiesta che ha visto rinviato a giudizio un ex eurodeputato di AN, per 15 anni dg dell’ospedale di Seriate, accusato di peculato. Tra i suoi addebiti due viaggi andata e ritorno da Seriate alla Croazia effettuati d’estate con auto e autista di servizio. Poi si sono aggiunte altre accuse ed è stato costretto a dimettersi.
Insomma se all’ospedale di Alzano, nella ASL di Seriate, qualcuno è andato coi sintomi del virus e non se ne sono accorti possiamo dire che c’entra l’inefficienza strutturale di quell’ospedale, già al centro di polemiche.
Il secondo punto della tua denuncia riguarda l’arrivo del virus e la sua diffusione nel bergamasco. Che relazioni ci sono tra Bergamo e la Cina?
C’è un rapporto strutturale dettato dalla geografia. Bergamo è il terminale di una rotta commerciale che dalla Cina arriva nell’Adriatico, oggi tramite il Canale di Suez, e da lì nella nostra provincia e risale a Marco Polo e all’antica Via della Seta. La città era l’ultima fortezza veneziana che garantiva il transito di merci cinesi dirette in Francia e nel nord Europa. Per questo ci sono sempre state relazioni culturali e commerciali.
Quando ero assessore comunale avevo seguito un progetto sulle fortezze veneziane nel Mediterraneo finanziato dall’UNESCO. Tradizionalmente quando l’economia cinese tira questa via prospera e, viceversa, quando va in crisi si isterilisce.
Fatta questa premessa il vero nodo è che il bergamasco ospitava un importante distretto tessile concentrato soprattutto in Val Seriana. Col passare del tempo però le imprese tessili della zona hanno delocalizzato la produzione in Cina, creando joint-venture coi cinesi e fornendo loro telai e macchinari, per cui ci sono tecnici e manager cinesi che vengono in Italia e italiani che vanno in Cina. I nostri tecnici vanno là per fare manutenzione, corsi di formazione ecc.
L’aeroporto di Orio al Serio ospitava voli low cost diretti agli scali intermedi per la Cina e questo consentiva ai tecnici di fare avanti e indietro anche in settimana. Questo traffico probabilmente aveva già portato l’infezione in Italia a fine gennaio e probabilmente qualcuno coi sintomi del virus era stato all’ospedale di Alzano e la cosa era stata sottovalutata. Ma il fenomeno presumibilmente in quei giorni era circoscritto.
Il prestigioso sito finanziario Forbes domenica ha scritto che l’Italia "a febbraio nel punto più alto dell’epidemia spediva gente a fare la spola con le fabbriche di prodotti tessili nella provincia dell’Hubei".
A febbraio, quando l’Italia ha bloccato i voli diretti con la Cina, le aziende hanno continuato a far fare avanti e indietro ai propri dipendenti, facendo fare loro scalo a Mosca o a Bangkok. Perciò quando tornavano non risultavano in arrivo dalla Cina e non venivano sottoposti ai controlli né registrati. Tutti lo sapevano. Nelle fabbriche se ne parlava e la gente era preoccupata, ma nessuno è andato ad autodenunciarsi alle autorità sanitarie per timore delle conseguenze. E così l’infezione in Val Seriana ha galoppato per l’atteggiamento irresponsabile degli imprenditori.
Tra Bergamo a la Cina ci sono affari per 1,3 miliardi (BergamoNews), il che spiega la tesi del Fatto, cioè che gli imprenditori avrebbero messo sotto pressione i sindaci della zona: due della Lega, ad Alzano e Albino, e due del PD, a Villa di Serio e a Nembro. Il primo cittadino di Scanzorosciate, confinante con Alzano e Villa di Serio, è anche segretario provinciale del PD e amico del viceministro per l’economia Antonio Misiani (così ha scritto lui su Facebook dopo la nomina di Misiani), uomo forte del PD nel bergamasco. L’oggetto delle pressioni sarebbe stata l’ipotesi di istituire in quest’area una zona rossa come Codogno e Vo’.
A Nembro c’è la Persico Marine, che fa barche da regata come Luna Rossa. L’articolo del Fatto che hai citato riferisce che la Persico avrebbe avuto alcune consegne importanti tra febbraio e marzo, altri dicono che il 9 marzo doveva consegnare una barca in Sardegna. L’Azienda naturalmente ha smentito.
In zona poi ci sono molte altre imprese importanti come la Polini Motori e le cartiere Pigna. In ogni caso gli imprenditori della Val Seriana quando si è cominciato a parlare di zona rossa hanno cominciato a protestare dicendo che sarebbe stato un danno economico incalcolabile. Confindustria ha dato loro man forte.
Quindi se ho ben capito nella ipotetica zona rossa ci sono due sindaci del PD e due della Lega e anche il comune dove è sindaco il segretario provinciale del PD, vicino alla longa manus del Governo a Bergamo, rischia di essere incluso nella zona rossa. Fatto sta che il Governo decide di non istituirla...
Ma non lo fa neanche la Regione, che pure ne avrebbe l’autorità. I sindaci leghisti di Alzano e Albino, che a fine febbraio escludevano la zona rossa, oggi dicono che era necessaria ma non è stata fatta per colpa del Governo. Insomma Governo e Regione si rimpallano la responsabilità per non aver preso una decisione che ciascuno dei due avrebbe potuto prendere in autonomia. Poi ci sono le aggravanti.
Quali sono?
L’ultima settimana di febbraio qui c’è stata una situazione da matti, le persone muoiono già a mazzi, qualcuno dice che serve una zona rossa, ma imprenditori e sindaci sono contrari e tutto va avanti come nulla fosse. Il sindaco di Albino continua ad autorizzare il mercato rionale con le bancarelle, che viene sospeso solo la settimana scorsa.
Il 26 febbraio il sindaco di Bergamo Giorgio Gori va con la moglie Cristina Parodi a mangiare la pizza nel ristorante di un consigliere comunale del PD e invita i bergamaschi a uscire e a fare shopping e il weekend dopo sui bus c’è il biglietto unico per l’intera giornata per incentivare la gente a mettere in pratica i consigli del sindaco.
In provincia risiedono 1 milione e 100 mila persone. Il capoluogo ha una popolazione relativamente ristretta, 120.000 persone, ma la grande Bergamo, che è la ‘città reale’, è una conurbazione con 400.000 residenti, di cui fanno parte anche i 4 comuni più colpiti dal virus.
La gente arriva da tutto il circondario, scende dalle valli, attirata dallo spot del sindaco pro commercianti, trasformando l’intera zona in un grande lazzaretto a cielo aperto. E quando io attacco Gori, dandogli dell’incosciente, vengo coperto di insulti, coi militanti del PD che mi telefonano dicendo che così si ammazza l’economia.
Da lì in poi il contagio è dilagato verso Brescia e Cremona. Attraverso quali canali?
Siccome c’è il timore che il virus colpisca Milano, sulle strade tra Bergamo e Milano hanno fatto più controlli, c’erano i posti di blocco ai caselli autostradali e nei principali snodi. Verso Brescia invece i controlli erano decisamente più blandi. Tieni conto che tra le due province ci sono legami economici forti, mediati dalle aziende della siderurgia e dall’industria vinicola – qui c’è la zona del Franciacorta. Poi ci sono imprese che hanno cave sia nel bresciano sia nel bergamasco e c’è stata una fusione tra una banca di Bergamo e una di Brescia, per cui molti bancari da Bergamo vanno a lavorare a Brescia.
Cremona è un caso limite, sono pochi, circa 350.000 residenti, ma hanno la più alta percentuale di contagi, probabilmente perché sono stati aggrediti da due lati. A nord confinano con noi e ci sono diversi canali diretti. Tieni presente che la parte meridionale del bergamasco è provincia di Brescia ma diocesi di Cremona e anche la loro agricoltura gravita più sul cremonese. A ovest invece confinano col lodigiano, dove si è manifestato il primo focolaio.
La produzione nel frattempo continua ad andare avanti.
Le fabbriche di vernici e quelle del settore della gomma-plastica, che producono guarnizioni per auto, fanno parte della chimica e quindi sono aperte. Ma anche qui i paradossi non mancano.
Ad esempio la Regione ha stabilito che le aziende artigiane devono chiudere. Perciò ci sono aziende artigiane con 200 dipendenti che fanno guarnizioni per auto che chiudono e imprese industriali con lo stesso numero di dipendenti che producono le stesse guarnizioni che invece rimangono in attività.
Un’azienda che ha una produzione sia di vernici ad acqua per tinteggiare sia di vernici per carrozzerie ha deciso di fermare la prima mettendo i dipendenti in ferie forzate. L’altro reparto continuerà a lavorare chiedendo la deroga perché le sue vernici possono essere usate anche per le carrozzerie delle ambulanze. E finita l’emergenza avrà i magazzini pieni.
I lavoratori come reagiscono?
I lavoratori hanno fatto scioperi spontanei, in particolare nel settore metalmeccanico e chimico. Il sindacato finora ha fatto poco, in alcuni casi la FIOM, soprattutto, ha dato la copertura ad alcuni di quegli scioperi innescati dall’assenza di sicurezza.
Nel settore delle vernici, ad esempio, si lavora sempre con la mascherina perché ci sono emissioni dannose. Ora che le mascherine non si trovano più, i lavoratori devono usare la stessa mascherina monouso per una settimana, col rischio di intossicarsi con la polvere di talco che dopo un po’ ci rimane appiccicata sopra.
Perciò i lavoratori italiani col posto fisso o si mettono in malattia o trovano il modo per farsi mettere in quarantena – il decreto Cura Italia parifica la quarantena alla malattia – e tante fabbriche in realtà sono costrette a chiudere per questo.
Il problema sono gli immigrati e i precari, che rischiano di perdere il posto di lavoro e se sono stranieri anche il permesso di soggiorno. Se hai 45 anni, un contratto a tempo con un mutuo da pagare e una famiglia da mantenere cosa fai? Vai a lavorare. Ho visto gente andare in fabbrica piangendo. Sanno che loro probabilmente non si ammaleranno, ma porteranno il virus a casa, dove magari hanno genitori o suoceri, col rischio di condannarli a morte.
Tra i lavoratori ci sono anche i medici, i farmacisti e gli infermieri. È vero che in corsia si è costretti a scegliere chi curare e chi no?
Come ti dicevo prima ci sono pazienti che vengono ricoverati e altri a cui viene mandato l’ossigeno a casa. Se tu ti trovassi a scegliere tra ricoverare un padre di famiglia di 45 anni coi bambini piccoli e un ottantenne che magari ha già 2-3 malattie cronache e sai che al 70% non ce la farà, che cosa faresti?
Qui sono tutti sotto shock, perché situazioni come queste ti cambiano il modo in cui vedi la vita. E si accumula una profonda rabbia sociale, perché c’è la coscienza che tutto questo si poteva evitare. Se poi ti fanno vedere la gente sui balconi che canta Fratelli d’Italia e tu hai genitori, zii e nonni che muoiono ti incazzi.
Torniamo ai medici.
Mia sorella è medico di base in Valcalepio e ha 1.500 mutuati, ma ora che il suo collega è a letto, probabilmente col coronavirus, ne ha ereditati altri 1.500. Gli è arrivato un documento di 10 pagine in cui le spiegano per filo e per segno come deve usare mascherina, occhiali e tuta protettiva, che però non le vengono forniti.
Lei è un medico di quelli di una volta, visita i pazienti a casa, ora ne ha tantissimi in quarantena a letto con la bombola dell’ossigeno. Deve andare a visitarli, ma non ha una mascherina. Il suo compagno è arrivato a pubblicare un appello in FB chiedendo se qualcuno gliene può dare una. Mia moglie invece è farmacista e di mascherine gliene hanno date tre.
Per il resto non si trovano oppure si trovano a prezzi esorbitanti. I prezzi li fanno i grossisti e se tu le compri e le vendi a quelle cifre la gente se la prende con te. Dico io, vuoi fare la sanità privata? Falla, ma senza contributi pubblici.
Qui mancano letti e ci sono strutture private che tengono aperti solo i posti letto convenzionati e gli altri li chiudono per ragioni economiche. Abbiamo buttato i soldi pubblici nelle cliniche per rifare i nasi alle ragazzine e non abbiamo scorte strategiche per le emergenze.
Qui siamo alle riflessioni più politiche. Secondo te la rabbia di cui parlavi poco fa potrà essere incanalata per cambiare le cose e far sì che non succeda mai più?
La gente vuole cambiare. Chiede una commissione di inchiesta e voglio vedere se la politica acconsentirà. Diciamo che ci sono due possibili esiti. La rabbia può sfociare in una presa di coscienza, soprattutto nelle fabbriche, perché qui i lavoratori si sono resi conto di essere sacrificabili coi loro cari sull’altare della produzione. Un operaio mi ha detto: "Ho scoperto che non lavoro per vivere ma vivo per lavorare e quindi sono sacrificabile". Dicevano che la classe operaia era scomparsa, ma oggi riscopriamo che tra Bergamo e Brescia ci sono 500.000 operai, un quarto dei residenti. Perciò i lavoratori possono giocare un grande ruolo.
Qual è la seconda possibilità?
Che a cavalcare la rabbia sia la destra. In questi giorni abbiamo visto crescere un clima di intolleranza verso i moderni ‘untori’. Ho sentito simpatizzanti leghisti dire che bisogna sparare a chi è in strada senza motivo. Altri invocano i militari in strada coi mitra e più in generale circola l’idea che la democrazia sia troppo complicata e inadatta ad affrontare le emergenze. Si parla di app per tracciare gli spostamenti, droni e virus che possono mettere i nostri telefoni sotto controllo. La vera minaccia per la democrazia è questa.
Fonte
I medici del posto dicono che il rapporto tra i morti ufficiali e le vittime effettive, in alcune aree, tocca le punte di 1 a 20. La provincia di Bergamo conta 1 milione e 100 mila abitanti e, se fosse confermata dalla versione di quei medici, significherebbe che lì, ogni famiglia, avrebbe almeno un morto.
Il 25 marzo, il capo della protezione civile, Angelo Borrelli, aveva ammesso, su Repubblica, che il contagio poteva essere dieci volte la stima ufficiale. Quel giorno stesso Borrelli, accusava sintomi febbrili e, a scopo precauzionale, lasciava la sede del Dipartimento. La Protezione Civile, dapprima sospendeva e poi confermava la quotidiana conferenza stampa sull’emergenza Coronavirus.
Intanto l’Istituto Superiore di Sanità aveva chiesto di dichiarare una zona rossa nei comuni focolaio di Bergamo e Brescia: la richiesta dell’ISS risale al 2 marzo, ma non fu presa in considerazione. Da lì in poi il virus è dilagato nelle due province, con migliaia di contagiati e di morti.
Eppure, il governatore lombardo e leghista Attilio Fontana piagnucolava, puntando il dito contro la comunità scientifica, che, secondo lui, gli aveva suggerito di non chiudere i focolai.
Francesco Macario è il segretario provinciale del PRC di Bergamo, città di cui è stato assessore comunale. Oggi è consigliere comunale in un piccolo centro della provincia dove la settimana scorsa è deceduto un numero di persone pari alla metà di quelle che di solito muoiono in un anno, ma ufficialmente non di COVID-19.
Un mese fa è stato anche l’unico politico ad accusare il sindaco di Bergamo di incoscienza, dopo il suo appello ai bergamaschi a uscire da casa e riempire locali e negozi. Erano i giorni in cui il sindaco di Milano, Beppe Sala, lanciava lo slogan ‘Milano non si ferma‘ ed il segretario del Partito Democratico Zingaretti accorreva nel capoluogo lombardo per un aperitivo a favore di telecamere.
E sempre Macario è stato tra i primi a denunciare la discrepanza tra le cifre ufficiali e le vittime effettive, che ora tutti ammettono e che sarebbero 5-10 volte quelle contabilizzati ufficialmente, cioè non 1.000 ma dalle 5.000 alle 10.000.
È una tesi che ormai rilanciano anche i media e lo stesso sindaco di Bergamo.
In un’intervista pubblicata dal sito glistatigenerali.com il 25 marzo scorso, Macario ha chiamato in causa le condizioni della sanità lombarda, il ruolo delle imprese e della politica, le relazioni tra Bergamo e la Cina, la condizione dei lavoratori oggi nelle fabbriche, quella dei medici in prima linea ed ha fatto, infine, alcune importanti riflessioni sul “dopo”.
Dal suo racconto emerge una verità molto diversa circa le cause dell’enorme diffusione del contagio e della lunghissima serie di decessi registrati nella provincia di Bergamo. Tra queste, una risalta, con estrema evidenza: un cedimento “sistemico” delle classi dirigenti bergamasche alle ragioni del profitto e della “produzione” accompagnati da uno scarso riguardo alla vita ed alla salute delle persone, in primis, quella di lavoratrici/ri ed anziane/i.
Eccone un ampio stralcio.
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Quando ti riferisci ai morti che non vengono contabilizzati ufficialmente nelle statistiche, perché muoiono in casa cosa intendi, cioè perché non vanno in ospedale?
Le cose vanno così. Tu stai male, ti sale la febbre per 2-3 giorni e hai due possibilità: o ti riprendi e guarisci oppure peggiori. In questo caso dopo 5-6 giorni arriva una crisi respiratoria, che può essere terminale, cioè muori in meno di un’ora perché lo scambio tra ossigeno e anidride carbonica nei polmoni è insufficiente, non affluisce abbastanza ossigeno al cervello e muori nel tuo letto in preda alle convulsioni, un’esperienza terribile anche per i familiari.
Se invece il paziente sopravvive viene messo su un’ambulanza e portato nel triage, dove gli attaccano l’ossigeno e gli fanno il tampone. Se ha il COVID-19 va negli infettivi, sennò in un altro reparto. In altre parole se muore a casa non gli fanno il tampone e risulta perlopiù morto per infarto o polmonite.
Poi c’è l’altra ipotesi e cioè che portino l’ossigeno direttamente a casa del malato, perché non ci sono posti letto o il tuo caso viene giudicato relativamente meno grave. Anche in questo caso se poi il paziente muore il tampone non viene effettuato e quindi il decesso non viene attribuito al coronavirus. Sabato è morto mio zio. Lo avevano portato in ospedale ed è mancato in attesa che gli facessero il tampone. Ufficialmente è deceduto per polmonite, è stato seppellito, non cremato come i morti di COVID, e i parenti a contatto con lui non hanno l’obbligo della quarantena, perché lui non risulta contagiato.
La sanità lombarda in che condizioni affronta questa prova?
Qui la popolazione ha un’età media molto elevata. L’assistenza sanitaria è di buon livello, se ti ammali ti curano bene, mentre la medicina preventiva è decisamente insufficiente. Ma nel complesso si vive a lungo, anche 110 anni, però a una certa età si è molto vulnerabili, perché spesso si sovrappongono più patologie croniche.
In questo contesto le giunte di Formigoni e poi quelle leghiste, a partire dagli anni ’90 e poi, più rapidamente, dopo il 2000, hanno intrapreso una sistematica azione di chiusura o privatizzazione delle strutture pubbliche. Sono stati chiusi o privatizzati 28 ospedali, i posti letto per acuti sono stati trasformati in posti letto per riabilitazione, i reparti di pronto soccorso chiusi e due terzi dei posti di terapia intensiva cancellati.
Di recente Giorgetti ha dichiarato persino che bisogna abolire i medici di base perché non ci va più nessuno. Si è parlato di seguire i malati cronici a domicilio tramite call center privati. L’ultimo ospedale che hanno cercato di chiudere, l’anno scorso, era quello di San Giovanni Bianco, che serve alcune zone montane con una popolazione molto anziana e dove le strade sono impervie e più che l’ambulanza serve l’elicottero.
Se ci fossero riusciti l’alternativa sarebbe stata a 50 chilometri. Ma la gente ha reagito, ci sono state proteste a cui abbiamo partecipato e alla fine anche i sindaci si sono convinti e la chiusura è stata sventata. Ebbene oggi senza quell’ospedale saremmo al collasso.
L’ospedale Papa Giovanni a Bergamo invece è stato rifatto ex novo. I lavori sono terminati 10 anni fa, ma coi lavori sono diminuiti sensibilmente i posti letto, che oggi mancano. E così dobbiamo costruire un ospedale da campo dentro la fiera perché nessuno aveva previsto un’emergenza.
Tu sostieni che questo tipo di gestione rientra in una lunga tradizione di malasanità attribuibile alla politica.
Nella sanità lombarda scandali e inchieste non si contano. C’è stato il caso delle camere iperbariche in alcune cliniche, che lavoravano a ciclo continuo trattando un numero di pazienti ingiustificabile a spese del SSN. Poi c’è stato il caso della clinica milanese Santa Rita, ribattezzata la ‘clinica degli orrori’, perché si eseguivano operazioni inutili su pazienti perlopiù terminali facendosi rimborsare dalla ASL.
Questa è la sanità di Formigoni e della Lega. Il bilancio della regione equivale al budget di un paese come la Danimarca e la sanità rappresenta la prima voce di spesa. Le ASL sono rigorosamente lottizzate: nel bergamasco Treviglio alla Lega, Bergamo a Forza Italia/Comunione e Liberazione, mentre Seriate era prima di AN ora di FdI.
È qui che Giovanna Ciribelli, revisore dei conti, che era stata anche nostra consigliera comunale, ha denunciato alcune anomalie contabili innescando un’inchiesta che ha visto rinviato a giudizio un ex eurodeputato di AN, per 15 anni dg dell’ospedale di Seriate, accusato di peculato. Tra i suoi addebiti due viaggi andata e ritorno da Seriate alla Croazia effettuati d’estate con auto e autista di servizio. Poi si sono aggiunte altre accuse ed è stato costretto a dimettersi.
Insomma se all’ospedale di Alzano, nella ASL di Seriate, qualcuno è andato coi sintomi del virus e non se ne sono accorti possiamo dire che c’entra l’inefficienza strutturale di quell’ospedale, già al centro di polemiche.
Il secondo punto della tua denuncia riguarda l’arrivo del virus e la sua diffusione nel bergamasco. Che relazioni ci sono tra Bergamo e la Cina?
C’è un rapporto strutturale dettato dalla geografia. Bergamo è il terminale di una rotta commerciale che dalla Cina arriva nell’Adriatico, oggi tramite il Canale di Suez, e da lì nella nostra provincia e risale a Marco Polo e all’antica Via della Seta. La città era l’ultima fortezza veneziana che garantiva il transito di merci cinesi dirette in Francia e nel nord Europa. Per questo ci sono sempre state relazioni culturali e commerciali.
Quando ero assessore comunale avevo seguito un progetto sulle fortezze veneziane nel Mediterraneo finanziato dall’UNESCO. Tradizionalmente quando l’economia cinese tira questa via prospera e, viceversa, quando va in crisi si isterilisce.
Fatta questa premessa il vero nodo è che il bergamasco ospitava un importante distretto tessile concentrato soprattutto in Val Seriana. Col passare del tempo però le imprese tessili della zona hanno delocalizzato la produzione in Cina, creando joint-venture coi cinesi e fornendo loro telai e macchinari, per cui ci sono tecnici e manager cinesi che vengono in Italia e italiani che vanno in Cina. I nostri tecnici vanno là per fare manutenzione, corsi di formazione ecc.
L’aeroporto di Orio al Serio ospitava voli low cost diretti agli scali intermedi per la Cina e questo consentiva ai tecnici di fare avanti e indietro anche in settimana. Questo traffico probabilmente aveva già portato l’infezione in Italia a fine gennaio e probabilmente qualcuno coi sintomi del virus era stato all’ospedale di Alzano e la cosa era stata sottovalutata. Ma il fenomeno presumibilmente in quei giorni era circoscritto.
Il prestigioso sito finanziario Forbes domenica ha scritto che l’Italia "a febbraio nel punto più alto dell’epidemia spediva gente a fare la spola con le fabbriche di prodotti tessili nella provincia dell’Hubei".
A febbraio, quando l’Italia ha bloccato i voli diretti con la Cina, le aziende hanno continuato a far fare avanti e indietro ai propri dipendenti, facendo fare loro scalo a Mosca o a Bangkok. Perciò quando tornavano non risultavano in arrivo dalla Cina e non venivano sottoposti ai controlli né registrati. Tutti lo sapevano. Nelle fabbriche se ne parlava e la gente era preoccupata, ma nessuno è andato ad autodenunciarsi alle autorità sanitarie per timore delle conseguenze. E così l’infezione in Val Seriana ha galoppato per l’atteggiamento irresponsabile degli imprenditori.
Tra Bergamo a la Cina ci sono affari per 1,3 miliardi (BergamoNews), il che spiega la tesi del Fatto, cioè che gli imprenditori avrebbero messo sotto pressione i sindaci della zona: due della Lega, ad Alzano e Albino, e due del PD, a Villa di Serio e a Nembro. Il primo cittadino di Scanzorosciate, confinante con Alzano e Villa di Serio, è anche segretario provinciale del PD e amico del viceministro per l’economia Antonio Misiani (così ha scritto lui su Facebook dopo la nomina di Misiani), uomo forte del PD nel bergamasco. L’oggetto delle pressioni sarebbe stata l’ipotesi di istituire in quest’area una zona rossa come Codogno e Vo’.
A Nembro c’è la Persico Marine, che fa barche da regata come Luna Rossa. L’articolo del Fatto che hai citato riferisce che la Persico avrebbe avuto alcune consegne importanti tra febbraio e marzo, altri dicono che il 9 marzo doveva consegnare una barca in Sardegna. L’Azienda naturalmente ha smentito.
In zona poi ci sono molte altre imprese importanti come la Polini Motori e le cartiere Pigna. In ogni caso gli imprenditori della Val Seriana quando si è cominciato a parlare di zona rossa hanno cominciato a protestare dicendo che sarebbe stato un danno economico incalcolabile. Confindustria ha dato loro man forte.
Quindi se ho ben capito nella ipotetica zona rossa ci sono due sindaci del PD e due della Lega e anche il comune dove è sindaco il segretario provinciale del PD, vicino alla longa manus del Governo a Bergamo, rischia di essere incluso nella zona rossa. Fatto sta che il Governo decide di non istituirla...
Ma non lo fa neanche la Regione, che pure ne avrebbe l’autorità. I sindaci leghisti di Alzano e Albino, che a fine febbraio escludevano la zona rossa, oggi dicono che era necessaria ma non è stata fatta per colpa del Governo. Insomma Governo e Regione si rimpallano la responsabilità per non aver preso una decisione che ciascuno dei due avrebbe potuto prendere in autonomia. Poi ci sono le aggravanti.
Quali sono?
L’ultima settimana di febbraio qui c’è stata una situazione da matti, le persone muoiono già a mazzi, qualcuno dice che serve una zona rossa, ma imprenditori e sindaci sono contrari e tutto va avanti come nulla fosse. Il sindaco di Albino continua ad autorizzare il mercato rionale con le bancarelle, che viene sospeso solo la settimana scorsa.
Il 26 febbraio il sindaco di Bergamo Giorgio Gori va con la moglie Cristina Parodi a mangiare la pizza nel ristorante di un consigliere comunale del PD e invita i bergamaschi a uscire e a fare shopping e il weekend dopo sui bus c’è il biglietto unico per l’intera giornata per incentivare la gente a mettere in pratica i consigli del sindaco.
In provincia risiedono 1 milione e 100 mila persone. Il capoluogo ha una popolazione relativamente ristretta, 120.000 persone, ma la grande Bergamo, che è la ‘città reale’, è una conurbazione con 400.000 residenti, di cui fanno parte anche i 4 comuni più colpiti dal virus.
La gente arriva da tutto il circondario, scende dalle valli, attirata dallo spot del sindaco pro commercianti, trasformando l’intera zona in un grande lazzaretto a cielo aperto. E quando io attacco Gori, dandogli dell’incosciente, vengo coperto di insulti, coi militanti del PD che mi telefonano dicendo che così si ammazza l’economia.
Da lì in poi il contagio è dilagato verso Brescia e Cremona. Attraverso quali canali?
Siccome c’è il timore che il virus colpisca Milano, sulle strade tra Bergamo e Milano hanno fatto più controlli, c’erano i posti di blocco ai caselli autostradali e nei principali snodi. Verso Brescia invece i controlli erano decisamente più blandi. Tieni conto che tra le due province ci sono legami economici forti, mediati dalle aziende della siderurgia e dall’industria vinicola – qui c’è la zona del Franciacorta. Poi ci sono imprese che hanno cave sia nel bresciano sia nel bergamasco e c’è stata una fusione tra una banca di Bergamo e una di Brescia, per cui molti bancari da Bergamo vanno a lavorare a Brescia.
Cremona è un caso limite, sono pochi, circa 350.000 residenti, ma hanno la più alta percentuale di contagi, probabilmente perché sono stati aggrediti da due lati. A nord confinano con noi e ci sono diversi canali diretti. Tieni presente che la parte meridionale del bergamasco è provincia di Brescia ma diocesi di Cremona e anche la loro agricoltura gravita più sul cremonese. A ovest invece confinano col lodigiano, dove si è manifestato il primo focolaio.
La produzione nel frattempo continua ad andare avanti.
Le fabbriche di vernici e quelle del settore della gomma-plastica, che producono guarnizioni per auto, fanno parte della chimica e quindi sono aperte. Ma anche qui i paradossi non mancano.
Ad esempio la Regione ha stabilito che le aziende artigiane devono chiudere. Perciò ci sono aziende artigiane con 200 dipendenti che fanno guarnizioni per auto che chiudono e imprese industriali con lo stesso numero di dipendenti che producono le stesse guarnizioni che invece rimangono in attività.
Un’azienda che ha una produzione sia di vernici ad acqua per tinteggiare sia di vernici per carrozzerie ha deciso di fermare la prima mettendo i dipendenti in ferie forzate. L’altro reparto continuerà a lavorare chiedendo la deroga perché le sue vernici possono essere usate anche per le carrozzerie delle ambulanze. E finita l’emergenza avrà i magazzini pieni.
I lavoratori come reagiscono?
I lavoratori hanno fatto scioperi spontanei, in particolare nel settore metalmeccanico e chimico. Il sindacato finora ha fatto poco, in alcuni casi la FIOM, soprattutto, ha dato la copertura ad alcuni di quegli scioperi innescati dall’assenza di sicurezza.
Nel settore delle vernici, ad esempio, si lavora sempre con la mascherina perché ci sono emissioni dannose. Ora che le mascherine non si trovano più, i lavoratori devono usare la stessa mascherina monouso per una settimana, col rischio di intossicarsi con la polvere di talco che dopo un po’ ci rimane appiccicata sopra.
Perciò i lavoratori italiani col posto fisso o si mettono in malattia o trovano il modo per farsi mettere in quarantena – il decreto Cura Italia parifica la quarantena alla malattia – e tante fabbriche in realtà sono costrette a chiudere per questo.
Il problema sono gli immigrati e i precari, che rischiano di perdere il posto di lavoro e se sono stranieri anche il permesso di soggiorno. Se hai 45 anni, un contratto a tempo con un mutuo da pagare e una famiglia da mantenere cosa fai? Vai a lavorare. Ho visto gente andare in fabbrica piangendo. Sanno che loro probabilmente non si ammaleranno, ma porteranno il virus a casa, dove magari hanno genitori o suoceri, col rischio di condannarli a morte.
Tra i lavoratori ci sono anche i medici, i farmacisti e gli infermieri. È vero che in corsia si è costretti a scegliere chi curare e chi no?
Come ti dicevo prima ci sono pazienti che vengono ricoverati e altri a cui viene mandato l’ossigeno a casa. Se tu ti trovassi a scegliere tra ricoverare un padre di famiglia di 45 anni coi bambini piccoli e un ottantenne che magari ha già 2-3 malattie cronache e sai che al 70% non ce la farà, che cosa faresti?
Qui sono tutti sotto shock, perché situazioni come queste ti cambiano il modo in cui vedi la vita. E si accumula una profonda rabbia sociale, perché c’è la coscienza che tutto questo si poteva evitare. Se poi ti fanno vedere la gente sui balconi che canta Fratelli d’Italia e tu hai genitori, zii e nonni che muoiono ti incazzi.
Torniamo ai medici.
Mia sorella è medico di base in Valcalepio e ha 1.500 mutuati, ma ora che il suo collega è a letto, probabilmente col coronavirus, ne ha ereditati altri 1.500. Gli è arrivato un documento di 10 pagine in cui le spiegano per filo e per segno come deve usare mascherina, occhiali e tuta protettiva, che però non le vengono forniti.
Lei è un medico di quelli di una volta, visita i pazienti a casa, ora ne ha tantissimi in quarantena a letto con la bombola dell’ossigeno. Deve andare a visitarli, ma non ha una mascherina. Il suo compagno è arrivato a pubblicare un appello in FB chiedendo se qualcuno gliene può dare una. Mia moglie invece è farmacista e di mascherine gliene hanno date tre.
Per il resto non si trovano oppure si trovano a prezzi esorbitanti. I prezzi li fanno i grossisti e se tu le compri e le vendi a quelle cifre la gente se la prende con te. Dico io, vuoi fare la sanità privata? Falla, ma senza contributi pubblici.
Qui mancano letti e ci sono strutture private che tengono aperti solo i posti letto convenzionati e gli altri li chiudono per ragioni economiche. Abbiamo buttato i soldi pubblici nelle cliniche per rifare i nasi alle ragazzine e non abbiamo scorte strategiche per le emergenze.
Qui siamo alle riflessioni più politiche. Secondo te la rabbia di cui parlavi poco fa potrà essere incanalata per cambiare le cose e far sì che non succeda mai più?
La gente vuole cambiare. Chiede una commissione di inchiesta e voglio vedere se la politica acconsentirà. Diciamo che ci sono due possibili esiti. La rabbia può sfociare in una presa di coscienza, soprattutto nelle fabbriche, perché qui i lavoratori si sono resi conto di essere sacrificabili coi loro cari sull’altare della produzione. Un operaio mi ha detto: "Ho scoperto che non lavoro per vivere ma vivo per lavorare e quindi sono sacrificabile". Dicevano che la classe operaia era scomparsa, ma oggi riscopriamo che tra Bergamo e Brescia ci sono 500.000 operai, un quarto dei residenti. Perciò i lavoratori possono giocare un grande ruolo.
Qual è la seconda possibilità?
Che a cavalcare la rabbia sia la destra. In questi giorni abbiamo visto crescere un clima di intolleranza verso i moderni ‘untori’. Ho sentito simpatizzanti leghisti dire che bisogna sparare a chi è in strada senza motivo. Altri invocano i militari in strada coi mitra e più in generale circola l’idea che la democrazia sia troppo complicata e inadatta ad affrontare le emergenze. Si parla di app per tracciare gli spostamenti, droni e virus che possono mettere i nostri telefoni sotto controllo. La vera minaccia per la democrazia è questa.
Fonte
25/03/2020
Dai medici dell’ospedale di Bergamo un duro atto di accusa
La lettera dei medici dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo al New England Journal of Medicine, che Fabio Sabatini, professore associato alla Sapienza di Roma, ha tradotto.
Un grido di allarme struggente e un atto di accusa durissimo.
“Lavoriamo all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, una struttura all’avanguardia con 48 posti di terapia intensiva. Nonostante Bergamo sia una città relativamente piccola, è l’epicentro dell’epidemia con 4305 casi, più di Milano e di qualsiasi altro comune nel paese.
Il nostro ospedale è altamente contaminato e siamo già oltre il punto del collasso: 300 letti su 900 sono occupati da malati di Covid-19. Più del 70% dei posti in terapia intensiva sono riservati ai malati gravi di Covid-19 che abbiano una ragionevole speranza di sopravvivere.
La situazione è così grave che siamo costretti a operare ben al di sotto dei nostri standard di cura. I tempi di attesa per un posto in terapia intensiva durano ore. I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative. Le famiglie non possono avere alcun contatto coi malati terminali e sono avvisate del decesso dei loro cari per telefono, da medici benintenzionati ma esausti ed emotivamente distrutti.
Nelle zone circostanti la situazione è anche peggiore. Gli ospedali sono sovraffollati e prossimi al collasso, e mancano le medicazioni, i ventilatori meccanici, l’ossigeno e le mascherine e le tute protettive per il personale sanitario. I pazienti giacciono su materassi appoggiati sul pavimento.
Il sistema sanitario fatica a fornire i servizi essenziali come l’ostetricia, mentre i cimiteri sono saturi e (l’accumulazione dei cadaveri, ndt) crea un ulteriore problema di salute pubblica.
Il personale sanitario è abbandonato a se stesso mentre tenta di mantenere gli ospedali in funzione. Fuori dagli ospedali, le comunità sono parimenti abbandonate, i programmi di vaccinazione sono sospesi e la situazione nelle prigioni sta diventando esplosiva a causa della mancanza di qualsiasi distanziamento sociale.
Siamo in quarantena dal 10 marzo. Purtroppo il resto del mondo sembra non essersi accorto che a Bergamo l’epidemia è fuori controllo.
I sistemi sanitari occidentali sono stati costruiti intorno al concetto di patient-centered care (un approccio per cui le decisioni cliniche sono guidate dai bisogni, dalle preferenze e dai valori del paziente, ndt). Ma un’epidemia richiede un cambio di prospettiva verso un approccio community-centered care. Stiamo dolorosamente imparando che c’è bisogno di esperti di salute pubblica ed epidemie. A livello nazionale, regionale e di ogni singolo ospedale ancora non ci si è resi conto della necessità di coinvolgere nei processi decisionali chi abbia le competenze appropriate per contenere i comportamenti epidemiologicamente pericolosi.
Per esempio, stiamo imparando che gli ospedali possono essere i principali veicoli di trasmissione del Covid-19, poiché si riempiono rapidamente di malati infetti che contagiano i pazienti non infetti. Lo stesso sistema sanitario regionale contribuisce alla diffusione del contagio, poiché le ambulanze e il personale sanitario diventano rapidamente dei vettori. I sanitari sono portatori asintomatici della malattia o ammalati senza alcuna sorveglianza.
Alcuni rischiano di morire, compresi i più giovani, aumentando ulteriormente le difficoltà e lo stress di quelli in prima linea.
Questo disastro poteva essere evitato soltanto con un massiccio spiegamento di servizi alla comunità, sul territorio. Per affrontare la pandemia servono soluzioni per l’intera popolazione, non solo per gli ospedali.
Cure a domicilio e cliniche mobili evitano spostamenti non necessari e allentano la pressione sugli ospedali. Ossigenoterapia precoce, ossimetri da polso, e approvvigionamenti adeguati possono essere forniti a domicilio ai pazienti con sintomi leggeri o in convalescenza. Bisogna creare un sistema di sorveglianza capillare che garantisca l’adeguato isolamento dei pazienti facendo affidamento sugli strumenti della telemedicina.
Un tale approccio limiterebbe l’ospedalizzazione a un gruppo mirato di malati gravi, diminuendo così il contagio, proteggendo i pazienti e il personale sanitario e minimizzando il consumo di equipaggiamenti protettivi.
Negli ospedali si deve dare priorità alla protezione del personale medico. Non si possono fare compromessi sui protocolli; l’equipaggiamento deve essere disponibile. Le misure per prevenire il contagio devono essere implementate massicciamente, in tutti i luoghi compresi i veicoli. Abbiamo bisogno di strutture ospedaliere interamente dedicate al Covid-19 e separate dalle aree non contagiate.
Questa epidemia non è un fenomeno che riguarda soltanto la terapia intensiva, è una crisi umanitaria e di salute pubblica. Richiede l’intervento di scienziati sociali, epidemiologi, esperti di logistica, psicologi e assistenti sociali. Abbiamo urgente bisogno di agenzie umanitarie che operino a livello locale.
L’OMS ha lanciato l’allarme sugli allarmanti livelli di inazione (dei paesi occidentali, ndt). Sono necessarie misure coraggiose per rallentare l’infezione. Il lockdown è fondamentale: in Cina il distanziamento sociale ha ridotto la trasmissione del contagio di circa il 60%. Ma non appena le misure restrittive saranno rilassate per evitare di fermare l’economia, il contagio ricomincerà a diffondersi.
Abbiamo bisogno di un piano di lungo periodo per contrastare la pandemia.
Il coronavirus è l’Ebola dei ricchi e richiede uno sforzo coordinato e transnazionale. Non è particolarmente letale, ma è molto contagioso. Più la società è medicalizzata e centralizzata, più si diffonde il virus.
La catastrofe che sta travolgendo la ricca Lombardia potrebbe verificarsi ovunque.”
Nota: la lettera originale si trova qui: https://catalyst.nejm.org/doi/full/10.1056/CAT.20.0080
da BergamoNews
Gli autori sono:
Mirco Nacoti,
Andrea Ciocca,
Angelo Giupponi,
Pietro Brambillasca,
Federico Lussana,
Michele Pisano,
Giuseppe Goisis,
Daniele Bonacina,
Francesco Fazzi,
Richard Naspro,
Luca Longhi,
Maurizio Cereda
Carlo Montaguti
Fonte
Un grido di allarme struggente e un atto di accusa durissimo.
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“Lavoriamo all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, una struttura all’avanguardia con 48 posti di terapia intensiva. Nonostante Bergamo sia una città relativamente piccola, è l’epicentro dell’epidemia con 4305 casi, più di Milano e di qualsiasi altro comune nel paese.
Il nostro ospedale è altamente contaminato e siamo già oltre il punto del collasso: 300 letti su 900 sono occupati da malati di Covid-19. Più del 70% dei posti in terapia intensiva sono riservati ai malati gravi di Covid-19 che abbiano una ragionevole speranza di sopravvivere.
La situazione è così grave che siamo costretti a operare ben al di sotto dei nostri standard di cura. I tempi di attesa per un posto in terapia intensiva durano ore. I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative. Le famiglie non possono avere alcun contatto coi malati terminali e sono avvisate del decesso dei loro cari per telefono, da medici benintenzionati ma esausti ed emotivamente distrutti.
Nelle zone circostanti la situazione è anche peggiore. Gli ospedali sono sovraffollati e prossimi al collasso, e mancano le medicazioni, i ventilatori meccanici, l’ossigeno e le mascherine e le tute protettive per il personale sanitario. I pazienti giacciono su materassi appoggiati sul pavimento.
Il sistema sanitario fatica a fornire i servizi essenziali come l’ostetricia, mentre i cimiteri sono saturi e (l’accumulazione dei cadaveri, ndt) crea un ulteriore problema di salute pubblica.
Il personale sanitario è abbandonato a se stesso mentre tenta di mantenere gli ospedali in funzione. Fuori dagli ospedali, le comunità sono parimenti abbandonate, i programmi di vaccinazione sono sospesi e la situazione nelle prigioni sta diventando esplosiva a causa della mancanza di qualsiasi distanziamento sociale.
Siamo in quarantena dal 10 marzo. Purtroppo il resto del mondo sembra non essersi accorto che a Bergamo l’epidemia è fuori controllo.
I sistemi sanitari occidentali sono stati costruiti intorno al concetto di patient-centered care (un approccio per cui le decisioni cliniche sono guidate dai bisogni, dalle preferenze e dai valori del paziente, ndt). Ma un’epidemia richiede un cambio di prospettiva verso un approccio community-centered care. Stiamo dolorosamente imparando che c’è bisogno di esperti di salute pubblica ed epidemie. A livello nazionale, regionale e di ogni singolo ospedale ancora non ci si è resi conto della necessità di coinvolgere nei processi decisionali chi abbia le competenze appropriate per contenere i comportamenti epidemiologicamente pericolosi.
Per esempio, stiamo imparando che gli ospedali possono essere i principali veicoli di trasmissione del Covid-19, poiché si riempiono rapidamente di malati infetti che contagiano i pazienti non infetti. Lo stesso sistema sanitario regionale contribuisce alla diffusione del contagio, poiché le ambulanze e il personale sanitario diventano rapidamente dei vettori. I sanitari sono portatori asintomatici della malattia o ammalati senza alcuna sorveglianza.
Alcuni rischiano di morire, compresi i più giovani, aumentando ulteriormente le difficoltà e lo stress di quelli in prima linea.
Questo disastro poteva essere evitato soltanto con un massiccio spiegamento di servizi alla comunità, sul territorio. Per affrontare la pandemia servono soluzioni per l’intera popolazione, non solo per gli ospedali.
Cure a domicilio e cliniche mobili evitano spostamenti non necessari e allentano la pressione sugli ospedali. Ossigenoterapia precoce, ossimetri da polso, e approvvigionamenti adeguati possono essere forniti a domicilio ai pazienti con sintomi leggeri o in convalescenza. Bisogna creare un sistema di sorveglianza capillare che garantisca l’adeguato isolamento dei pazienti facendo affidamento sugli strumenti della telemedicina.
Un tale approccio limiterebbe l’ospedalizzazione a un gruppo mirato di malati gravi, diminuendo così il contagio, proteggendo i pazienti e il personale sanitario e minimizzando il consumo di equipaggiamenti protettivi.
Negli ospedali si deve dare priorità alla protezione del personale medico. Non si possono fare compromessi sui protocolli; l’equipaggiamento deve essere disponibile. Le misure per prevenire il contagio devono essere implementate massicciamente, in tutti i luoghi compresi i veicoli. Abbiamo bisogno di strutture ospedaliere interamente dedicate al Covid-19 e separate dalle aree non contagiate.
Questa epidemia non è un fenomeno che riguarda soltanto la terapia intensiva, è una crisi umanitaria e di salute pubblica. Richiede l’intervento di scienziati sociali, epidemiologi, esperti di logistica, psicologi e assistenti sociali. Abbiamo urgente bisogno di agenzie umanitarie che operino a livello locale.
L’OMS ha lanciato l’allarme sugli allarmanti livelli di inazione (dei paesi occidentali, ndt). Sono necessarie misure coraggiose per rallentare l’infezione. Il lockdown è fondamentale: in Cina il distanziamento sociale ha ridotto la trasmissione del contagio di circa il 60%. Ma non appena le misure restrittive saranno rilassate per evitare di fermare l’economia, il contagio ricomincerà a diffondersi.
Abbiamo bisogno di un piano di lungo periodo per contrastare la pandemia.
Il coronavirus è l’Ebola dei ricchi e richiede uno sforzo coordinato e transnazionale. Non è particolarmente letale, ma è molto contagioso. Più la società è medicalizzata e centralizzata, più si diffonde il virus.
La catastrofe che sta travolgendo la ricca Lombardia potrebbe verificarsi ovunque.”
Nota: la lettera originale si trova qui: https://catalyst.nejm.org/doi/full/10.1056/CAT.20.0080
da BergamoNews
Gli autori sono:
Mirco Nacoti,
Andrea Ciocca,
Angelo Giupponi,
Pietro Brambillasca,
Federico Lussana,
Michele Pisano,
Giuseppe Goisis,
Daniele Bonacina,
Francesco Fazzi,
Richard Naspro,
Luca Longhi,
Maurizio Cereda
Carlo Montaguti
Fonte
18/03/2020
La sporca coscienza dei padroni
Ieri Il Giornale di Brescia ha fatto il titolo che non ti aspetti su parole pronunciate da chi non ti aspetti.
Il sindaco della città, in un’intervista sull’epidemia coronavirus, non ha usato mezze parole: la diffusione e la virulenza del contagio, l’alto numero di morti oramai una strage, nel bresciano sono causati anche dai “padroni delle industrie”.
Le due province di Bergamo e Brescia hanno da sole un quarto di tutti i contagi e quasi il trenta per cento dei morti di tutto il paese.
La spiegazione è semplice. Bergamo e Brescia sono le due province più industrializzate d’Italia, chiedere di stare tutti a casa e lasciare aperte le fabbriche, qui significa non chiudere niente e affollare decine di migliaia di persone al chiuso per ore e ore.
Le fabbriche a Bergamo e Brescia sono dunque state la fonte principale del dilagare senza controllo del contagio, con una pressione violenta ed improvvisa sulle strutture sanitarie che sono andate quasi al collasso.
Il sindaco Del Bono fa un’affermazione gravissima e cioè che questa catastrofe si sarebbe potuta evitare, o almeno contenere, se si fosse fermato tutto prima.
Non è sapienza del poi, il sindaco afferma di avere chiesto già dal 7 marzo la chiusura di ogni attività produttiva non essenziale, ma che la sua richiesta, assieme a quella di altri colleghi lombardi, è stata respinta dal governo. E la giunta regionale non ha fatto nulla di diverso.
Si sono fatte sentire a Roma e a Milano le pressioni della Confindustria, afferma il sindaco, che in Lombardia è guidata da un industriale bresciano. Il cavaliere del Lavoro Marco Bonometti.
Ora quasi tutte le fabbriche della bergamasca e del bresciano si stanno fermando, nonostante il vergognoso “protocollo delle parti sociali” che le autorizzava ad andare avanti.
Le fabbriche hanno chiuso o stanno chiudendo perché gli operai si sono ribellati, o con gli scioperi dove c’era la forza, o semplicemente mettendosi in malattia e comunque rendendo impossibile la produzione.
Le fabbriche hanno chiuso perché anche alcuni industriali hanno dimostrato di avere più coscienza dei padroni che li rappresentano.
Ed infine hanno chiuso perché al loro interno cominciavano ad esplodere i contagi. Contagi rilevati in persone con gravi sintomi, perché in Lombardia i tamponi si fanno solo a chi sta molto male e a nessuno altro.
Le province di Bergamo e Brescia contano oggi circa 8000 contagiati ufficiali, quelli veri saranno molti di più, e quasi 800 morti, su poco più di 2 milioni di abitanti. È una condizione tra le più gravi a livello mondiale e non è certo alla conclusione.
Se la fermata fosse stata decisa dieci giorni fa, quando già tutte le condizioni epidemiche erano gravi, ci sarebbero meno contagiati e meno morti e la sanità avrebbe retto meglio l’impatto con l’epidemia. Quando sarà finita, dovremo fare l’impossibile affinché i padroni dell’industria paghino tutto il prezzo del male causato dalle loro sporche coscienze.
Fonte
Il sindaco della città, in un’intervista sull’epidemia coronavirus, non ha usato mezze parole: la diffusione e la virulenza del contagio, l’alto numero di morti oramai una strage, nel bresciano sono causati anche dai “padroni delle industrie”.
Le due province di Bergamo e Brescia hanno da sole un quarto di tutti i contagi e quasi il trenta per cento dei morti di tutto il paese.
La spiegazione è semplice. Bergamo e Brescia sono le due province più industrializzate d’Italia, chiedere di stare tutti a casa e lasciare aperte le fabbriche, qui significa non chiudere niente e affollare decine di migliaia di persone al chiuso per ore e ore.
Le fabbriche a Bergamo e Brescia sono dunque state la fonte principale del dilagare senza controllo del contagio, con una pressione violenta ed improvvisa sulle strutture sanitarie che sono andate quasi al collasso.
Il sindaco Del Bono fa un’affermazione gravissima e cioè che questa catastrofe si sarebbe potuta evitare, o almeno contenere, se si fosse fermato tutto prima.
Non è sapienza del poi, il sindaco afferma di avere chiesto già dal 7 marzo la chiusura di ogni attività produttiva non essenziale, ma che la sua richiesta, assieme a quella di altri colleghi lombardi, è stata respinta dal governo. E la giunta regionale non ha fatto nulla di diverso.
Si sono fatte sentire a Roma e a Milano le pressioni della Confindustria, afferma il sindaco, che in Lombardia è guidata da un industriale bresciano. Il cavaliere del Lavoro Marco Bonometti.
Ora quasi tutte le fabbriche della bergamasca e del bresciano si stanno fermando, nonostante il vergognoso “protocollo delle parti sociali” che le autorizzava ad andare avanti.
Le fabbriche hanno chiuso o stanno chiudendo perché gli operai si sono ribellati, o con gli scioperi dove c’era la forza, o semplicemente mettendosi in malattia e comunque rendendo impossibile la produzione.
Le fabbriche hanno chiuso perché anche alcuni industriali hanno dimostrato di avere più coscienza dei padroni che li rappresentano.
Ed infine hanno chiuso perché al loro interno cominciavano ad esplodere i contagi. Contagi rilevati in persone con gravi sintomi, perché in Lombardia i tamponi si fanno solo a chi sta molto male e a nessuno altro.
Le province di Bergamo e Brescia contano oggi circa 8000 contagiati ufficiali, quelli veri saranno molti di più, e quasi 800 morti, su poco più di 2 milioni di abitanti. È una condizione tra le più gravi a livello mondiale e non è certo alla conclusione.
Se la fermata fosse stata decisa dieci giorni fa, quando già tutte le condizioni epidemiche erano gravi, ci sarebbero meno contagiati e meno morti e la sanità avrebbe retto meglio l’impatto con l’epidemia. Quando sarà finita, dovremo fare l’impossibile affinché i padroni dell’industria paghino tutto il prezzo del male causato dalle loro sporche coscienze.
La SPAGNA requisisce la sanità privata. Cosa aspettiamo qui a fare la stessa cosa? Il decreto “Cura” del governo requisisce gli alberghi e apre a quello degli impianti privati ma molto timidamente, che affari e poteri agiscono? Sono i Padroni responsabili del super contagio al NORD? Ne parliamo alle 1430 nella DIRETTA Facebook DIARIO DALLA ZONA ROSSA con il medico Elisabetta Canitano. Poi parliamo di lavoro e del decreto del governo con l’avvocato ANTONIO CARBONELLI, poi ancora di lavoro di Ex ILVA con Francesco Rizzo e delle fabbriche in lotta, poi con RUGGERO MARRA dalla Calabria della condizione dei braccianti nei campi. Non mancate #restiamoacasa restiamo socialmente assieme, restiamo umani.Pubblicato da Giorgio Cremaschi su Martedì 17 marzo 2020
Fonte
17/03/2020
La realtà dal fronte di Bergamo
Sono bergamasca e sono ammalata, presumibilmente di #Coronavirus.
Leggo ancora post in cui si citano esperti che tranquillizzano: “L’80% della popolazione sarà colpita ma non preoccupiamoci, per buona parte sarà solo un’influenza. La #mortalità è bassa e colpisce soprattutto anziani e persone con patologie pregresse“.
Oggi 14 marzo. Ancora queste #stronzate.
Non sono #scienziata né statistica, ma sono incazzata nera: ho il terrore che fuori da qui non si stia capendo cosa ci succede.
Qui si muore come mosche. È chiaro?
#Decine di morti al giorno. Decine e decine.
Il cimitero della città non riesce a smaltire i corpi. I campanili dei paesi non suonano più le campane a morto perché lo farebbero ininterrottamente. I medici sono esauriti o contagiati, e cominciano a morire a loro volta.
Siamo tutti #malati, o quasi. Tre quarti dei miei conoscenti sono malati, amici, parenti, colleghi, medici di famiglia stessi.
Abbiamo febbri molto lunghe e resistenti, molto provanti, dolori forti in varie parti del corpo, mancanza di respiro, tossi e raffreddori portentosi. Non per tutti è così, per fortuna.
Ma questo non vuol dire che si possa parlare di “banale influenza”. #Banale influenza sto cazzo.
Tre settimane di febbre, stanchezza allucinante, mal di testa, respiro corto, resistenza a qualsiasi medicina, il fantasma della terapia intensiva sempre sulla spalla come un corvo malefico e, ovviamente, isolamento e solitudine: non è una banale influenza. E mi considero altamente fortunata.
Le giornate passano in buona parte al telefono: bollettini medici continui. Come stai, oggi un po’ meglio, domani un po’ peggio, come sta il papà, la zia, l’amico, l’amica, ma tu cos’hai, io ho questo, ah ecco sì me l’hanno detto in tanti allora probabilmente ce l’hai, sì sì mi sa che ce l’ho.
Qui ci auto-curiamo, da soli, quando va bene riusciamo ad avere qualche indicazione telefonica, perché anche i medici di famiglia non ce la fanno a seguirci tutti.
Le sirene non si fermano mai fuori dalla finestra, notte e giorno, e se chiami il 112 non riescono a risponderti prima di chissà quanto tempo. E ti portano in ospedale quando ormai sei grave.
Perché non c’è posto. Perché non ce la fanno a curarci.
I tamponi sono riservati a chi arriva in pronto soccorso (e a segretari di partito e calciatori), gli altri devono desumere, immaginare e, nel dubbio, isolarsi in quarantena, così anche chi potrebbe magari avere davvero una “banale influenza” deve rinunciare ad aiutare chi ha bisogno, i genitori anziani ad esempio.
Certo che il tasso di mortalità di questo virus è basso, certo. Se siamo tutti malati e muoiono “solo” decine di persone al giorno certo che il tasso di mortalità è basso. Ma siamo tutti ammalati, e si muore senza sosta, continuamente, in grandi numeri.
È una tragedia. Banale influenza sto cazzo.
E certo che in larga parte muoiono persone non giovani e magari con qualche patologia pregressa.
E allora????!!!????
60-70enni che avrebbero potuto vivere altri anni, cosa sono, merce scaduta di cui fregarcene? Non sono forse esseri umani che lasciano affetti e amori, nel dolore?!?
Ma che cazzo di misura è diventata la vita??
E lo scrivo io, irrimediabilmente atea, convinta che la vita non è affatto sacra ed è vita solo quando è degna. Ma ogni vita è amore e legami intorno a sé, e dolore profondo quando manca.
L’Italia è un paese di vecchi. Non prendeteci per il culo: all’improvviso non potete raccontarci i nostri vecchi come pezzi scaduti di cui possiamo liberarci con leggerezza.
NO.
Ognuno di noi, qui, conosce qualcuno che sta messo tra la vita e la morte in terapia intensiva, molti di noi hanno perso famigliari o sono in attesa di notizie attaccati al telefono.
Quasi 1500 morti in due settimane e stiamo qui a dirci “andrà tutto bene”??? “stiamo tranquilli”???
No, non stiamo tranquilli.
STIAMO A CASA.
Perché non ci hanno offerto altra soluzione per gestire questo disastro immane. Perché se in altre parti d’Italia ci si concia come ci siamo conciati a Bergamo, grazie a due settimane perse senza prendere decisioni, dicendoci un giorno si chiude tutto e il giorno dopo uscite e andate a mangiarvi la pizza non fermiamo la città, sarà un’ecatombe ancora peggiore di quella che è già.
Perché in quelle due settimane di tempo perso, per incapacità, irresponsabilità, impreparazione e probabilmente anche perché in gioco ci sono tanti e grossi interessi economici, NOI CI SIAMO AMMALATI TUTTI.
Signori qui non stiamo scherzando: proprio perché non è una banale influenza e proprio perché moriranno migliaia di persone, ci preoccupiamo.
Basta con questi messaggi da dissociati, che tranquillizzano sminuendo quanto sta accadendo: basta.
Bisogna sapere le cose come stanno, davvero, cosa si rischia, davvero, per potersi comportare da responsabili e RISPARMIARE VITE E DOLORE.
Continuando a domandarci se non c’era un altro modo per gestire questo disastro, perché forse c’era o ancora ci sarebbe ma come possiamo saperlo, preoccupiamoci e facciamolo seriamente: perché solo preoccupati, molto preoccupati, abbiamo la possibilità di fare qualcosa di sensato per noi e per gli altri: evitare quanti più morti possibile.
Smettiamo di prenderci per il culo e raccontiamo come stanno le cose: preoccupatevi, e state a casa.
E a casa leggete e ascoltate e fatevi domande, oltre a prendervi cura di voi e di chi vi è vicino, perché adesso l’obiettivo è sopravvivere ma quando questo disastro sarà “finito”, e dovremo rialzarci, avremo bisogno di essere lucidi, tanto lucidi.
Dovremo capire perché siamo arrivati a questo punto, e come. Pensare ai nostri ospedali, alle nostre scuole, ai nostri vecchi e ai nostri giovani, al nostro lavoro.
Dovremo renderci conto che non è possibile smantellare il sistema sanitario di un paese pezzo per pezzo per poi ritrovarsi a morire a grappoli con medici e infermieri che si massacrano rischiando la vita per tentare di tenere in piedi la nostra.
Che non si può ridurre alla miseria migliaia di precari e “liberi professionisti” che vivono appesi solo e soltanto al proprio penoso fatturato e che, quando si blocca giustamente tutto per paura della #morte, si ritrovano davanti un deserto lavorativo che sarà lungo mesi o forse anni.
Dovremo capire se questa tragedia ci ha aiutati a migliorare o ci ha gettati ancora di più nel baratro in cui già eravamo: un popolo di completi sfasati, che lo stesso giorno vede da una parte un esercito di sottopagati in camice bianco che si ammazza di lavoro e rischia il contagio e dall’altra, A POCHI METRI O APPENA QUALCHE KILOMETRO di distanza, branchi di menefreghisti che fanno la coda appiccicati per salire sulla seggiovia, per passeggiare nel centro storico o per provarsi i vestiti al centro commerciale (lasciato aperto, apertissimo, mentre scuole e eventi culturali erano tutti chiusi e cancellati da mo’).
Se ci sono i #menefreghisti è un problema di tutti.
Se gli ospedali non hanno i letti è un problema di tutti.
Se centinaia di persone muoiono e sembra quasi normale perché “erano vecchi o con altre patologie” è un problema di tutti, ed è un grosso problema.
Non sta andando per niente bene e non “andrà tutto bene”.
Solo se ce ne rendiamo conto, ma davvero, possiamo limitare i danni e potremo fare qualcosa di diverso quando ne verremo fuori. Perché ne verremo fuori, e non dovremo fare sconti.
Fonte
Leggo ancora post in cui si citano esperti che tranquillizzano: “L’80% della popolazione sarà colpita ma non preoccupiamoci, per buona parte sarà solo un’influenza. La #mortalità è bassa e colpisce soprattutto anziani e persone con patologie pregresse“.
Oggi 14 marzo. Ancora queste #stronzate.
Non sono #scienziata né statistica, ma sono incazzata nera: ho il terrore che fuori da qui non si stia capendo cosa ci succede.
Qui si muore come mosche. È chiaro?
#Decine di morti al giorno. Decine e decine.
Il cimitero della città non riesce a smaltire i corpi. I campanili dei paesi non suonano più le campane a morto perché lo farebbero ininterrottamente. I medici sono esauriti o contagiati, e cominciano a morire a loro volta.
Siamo tutti #malati, o quasi. Tre quarti dei miei conoscenti sono malati, amici, parenti, colleghi, medici di famiglia stessi.
Abbiamo febbri molto lunghe e resistenti, molto provanti, dolori forti in varie parti del corpo, mancanza di respiro, tossi e raffreddori portentosi. Non per tutti è così, per fortuna.
Ma questo non vuol dire che si possa parlare di “banale influenza”. #Banale influenza sto cazzo.
Tre settimane di febbre, stanchezza allucinante, mal di testa, respiro corto, resistenza a qualsiasi medicina, il fantasma della terapia intensiva sempre sulla spalla come un corvo malefico e, ovviamente, isolamento e solitudine: non è una banale influenza. E mi considero altamente fortunata.
Le giornate passano in buona parte al telefono: bollettini medici continui. Come stai, oggi un po’ meglio, domani un po’ peggio, come sta il papà, la zia, l’amico, l’amica, ma tu cos’hai, io ho questo, ah ecco sì me l’hanno detto in tanti allora probabilmente ce l’hai, sì sì mi sa che ce l’ho.
Qui ci auto-curiamo, da soli, quando va bene riusciamo ad avere qualche indicazione telefonica, perché anche i medici di famiglia non ce la fanno a seguirci tutti.
Le sirene non si fermano mai fuori dalla finestra, notte e giorno, e se chiami il 112 non riescono a risponderti prima di chissà quanto tempo. E ti portano in ospedale quando ormai sei grave.
Perché non c’è posto. Perché non ce la fanno a curarci.
I tamponi sono riservati a chi arriva in pronto soccorso (e a segretari di partito e calciatori), gli altri devono desumere, immaginare e, nel dubbio, isolarsi in quarantena, così anche chi potrebbe magari avere davvero una “banale influenza” deve rinunciare ad aiutare chi ha bisogno, i genitori anziani ad esempio.
Certo che il tasso di mortalità di questo virus è basso, certo. Se siamo tutti malati e muoiono “solo” decine di persone al giorno certo che il tasso di mortalità è basso. Ma siamo tutti ammalati, e si muore senza sosta, continuamente, in grandi numeri.
È una tragedia. Banale influenza sto cazzo.
E certo che in larga parte muoiono persone non giovani e magari con qualche patologia pregressa.
E allora????!!!????
60-70enni che avrebbero potuto vivere altri anni, cosa sono, merce scaduta di cui fregarcene? Non sono forse esseri umani che lasciano affetti e amori, nel dolore?!?
Ma che cazzo di misura è diventata la vita??
E lo scrivo io, irrimediabilmente atea, convinta che la vita non è affatto sacra ed è vita solo quando è degna. Ma ogni vita è amore e legami intorno a sé, e dolore profondo quando manca.
L’Italia è un paese di vecchi. Non prendeteci per il culo: all’improvviso non potete raccontarci i nostri vecchi come pezzi scaduti di cui possiamo liberarci con leggerezza.
NO.
Ognuno di noi, qui, conosce qualcuno che sta messo tra la vita e la morte in terapia intensiva, molti di noi hanno perso famigliari o sono in attesa di notizie attaccati al telefono.
Quasi 1500 morti in due settimane e stiamo qui a dirci “andrà tutto bene”??? “stiamo tranquilli”???
No, non stiamo tranquilli.
STIAMO A CASA.
Perché non ci hanno offerto altra soluzione per gestire questo disastro immane. Perché se in altre parti d’Italia ci si concia come ci siamo conciati a Bergamo, grazie a due settimane perse senza prendere decisioni, dicendoci un giorno si chiude tutto e il giorno dopo uscite e andate a mangiarvi la pizza non fermiamo la città, sarà un’ecatombe ancora peggiore di quella che è già.
Perché in quelle due settimane di tempo perso, per incapacità, irresponsabilità, impreparazione e probabilmente anche perché in gioco ci sono tanti e grossi interessi economici, NOI CI SIAMO AMMALATI TUTTI.
Signori qui non stiamo scherzando: proprio perché non è una banale influenza e proprio perché moriranno migliaia di persone, ci preoccupiamo.
Basta con questi messaggi da dissociati, che tranquillizzano sminuendo quanto sta accadendo: basta.
Bisogna sapere le cose come stanno, davvero, cosa si rischia, davvero, per potersi comportare da responsabili e RISPARMIARE VITE E DOLORE.
Continuando a domandarci se non c’era un altro modo per gestire questo disastro, perché forse c’era o ancora ci sarebbe ma come possiamo saperlo, preoccupiamoci e facciamolo seriamente: perché solo preoccupati, molto preoccupati, abbiamo la possibilità di fare qualcosa di sensato per noi e per gli altri: evitare quanti più morti possibile.
Smettiamo di prenderci per il culo e raccontiamo come stanno le cose: preoccupatevi, e state a casa.
E a casa leggete e ascoltate e fatevi domande, oltre a prendervi cura di voi e di chi vi è vicino, perché adesso l’obiettivo è sopravvivere ma quando questo disastro sarà “finito”, e dovremo rialzarci, avremo bisogno di essere lucidi, tanto lucidi.
Dovremo capire perché siamo arrivati a questo punto, e come. Pensare ai nostri ospedali, alle nostre scuole, ai nostri vecchi e ai nostri giovani, al nostro lavoro.
Dovremo renderci conto che non è possibile smantellare il sistema sanitario di un paese pezzo per pezzo per poi ritrovarsi a morire a grappoli con medici e infermieri che si massacrano rischiando la vita per tentare di tenere in piedi la nostra.
Che non si può ridurre alla miseria migliaia di precari e “liberi professionisti” che vivono appesi solo e soltanto al proprio penoso fatturato e che, quando si blocca giustamente tutto per paura della #morte, si ritrovano davanti un deserto lavorativo che sarà lungo mesi o forse anni.
Dovremo capire se questa tragedia ci ha aiutati a migliorare o ci ha gettati ancora di più nel baratro in cui già eravamo: un popolo di completi sfasati, che lo stesso giorno vede da una parte un esercito di sottopagati in camice bianco che si ammazza di lavoro e rischia il contagio e dall’altra, A POCHI METRI O APPENA QUALCHE KILOMETRO di distanza, branchi di menefreghisti che fanno la coda appiccicati per salire sulla seggiovia, per passeggiare nel centro storico o per provarsi i vestiti al centro commerciale (lasciato aperto, apertissimo, mentre scuole e eventi culturali erano tutti chiusi e cancellati da mo’).
Se ci sono i #menefreghisti è un problema di tutti.
Se gli ospedali non hanno i letti è un problema di tutti.
Se centinaia di persone muoiono e sembra quasi normale perché “erano vecchi o con altre patologie” è un problema di tutti, ed è un grosso problema.
Non sta andando per niente bene e non “andrà tutto bene”.
Solo se ce ne rendiamo conto, ma davvero, possiamo limitare i danni e potremo fare qualcosa di diverso quando ne verremo fuori. Perché ne verremo fuori, e non dovremo fare sconti.
Fonte
10/03/2020
Coronavirus, la testimonianza di un medico di Bergamo
Pubblichiamo integralmente, porgendo le nostre inutili scuse a tutto il personale medico che lavora giorno e notte nella sanità privata, che si è sentito offeso anche dalle nostre parole. Abbiamo infatti ogni giorno criticato la privatizzazione della sanità, e continueremo a farlo. Ma questo riguarda la proprietà – gli “imprenditori” – non certo professionisti e lavoratori che stanno in trincea. Letteralmente.
In una delle costanti mail che ricevo dalla mia direzione sanitaria a cadenza più che quotidiana ormai in questi giorni, c’era anche un paragrafo intitolato “fare social responsabilmente”, con alcune raccomandazioni che possono solo essere sostenute.
Dopo aver pensato a lungo se e cosa scrivere di ciò che ci sta accadendo, ho ritenuto che il silenzio non fosse affatto da responsabili. Cercherò quindi di trasmettere alle persone “non addette ai lavori” e più lontane alla nostra realtà, cosa stiamo vivendo a Bergamo in questi giorni di pandemia da Covid-19.
Capisco la necessità di non creare panico, ma quando il messaggio della pericolosità di ciò che sta accadendo non arriva alle persone, e sento ancora chi se ne frega delle raccomandazioni, e gente che si raggruppa lamentandosi di non poter andare in palestra o poter fare tornei di calcetto... rabbrividisco.
Capisco anche il danno economico e sono anch’io preoccupato di quello. Dopo l’epidemia il dramma sarà ripartire. Però, a parte il fatto che stiamo letteralmente devastando anche dal punto di vista economico il nostro SSN, mi permetto di mettere più in alto l’importanza del danno sanitario che si rischia in tutto il paese e trovo a dir poco “agghiacciante” ad esempio che non si sia ancora istituita una zona rossa già richiesta dalla regione, per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro (tengo a precisare che trattasi di pura opinione personale). [Come sappiamo, la decisione è poi stata tramutata in “zona rossa per tutta la Lombardia, ndr]
Io stesso guardavo con un po’ di stupore le riorganizzazioni dell’intero ospedale nella settimana precedente, quando il nostro nemico attuale era ancora nell’ombra: i reparti piano piano letteralmente “svuotati”, le attività elettive interrotte, le terapie intensive liberate per creare quanti più posti letto possibili. I container in arrivo davanti al pronto soccorso per creare percorsi diversificati ed evitare eventuali contagi. Tutta questa rapida trasformazione portava nei corridoi dell’ospedale un’atmosfera di silenzio e vuoto surreale che ancora non comprendevamo, in attesa di una guerra che doveva ancora iniziare e che molti (tra cui me) non erano così certi sarebbe mai arrivata con tale ferocia.
(Apro una parentesi: tutto ciò in silenzio e senza pubblicizzazioni, mentre diverse testate giornalistiche avevano il coraggio di dire che la sanità privata non stava facendo niente).
Ricordo ancora la mia guardia di notte di una settimana fa passata inutilmente senza chiudere occhio, in attesa di una chiamata dalla microbiologia del Sacco. Aspettavo l’esito di un tampone sul primo paziente sospetto del nostro ospedale, pensando a quali conseguenze ci sarebbero state per noi e per la clinica. Se ci ripenso mi sembra quasi ridicola e ingiustificata la mia agitazione per un solo possibile caso, ora che ho visto quello che sta accadendo.
Bene, la situazione ora è a dir poco drammatica. Non mi vengono altre parole in mente.
La guerra è letteralmente esplosa e le battaglie sono ininterrotte giorno e notte.
Uno dopo l’altro i poveri malcapitati si presentano in pronto soccorso. Hanno tutt’altro che le complicazioni di un’influenza. Piantiamola di dire che è una brutta influenza. In questi 2 anni ho imparato che i bergamaschi non vengono in pronto soccorso per niente. Si sono comportati bene anche stavolta. Hanno seguito tutte le indicazioni date: una settimana o dieci giorni a casa con la febbre senza uscire e rischiare di contagiare, ma ora non ce la fanno più. Non respirano abbastanza, hanno bisogno di ossigeno.
Le terapie farmacologiche per questo virus sono poche. Il decorso dipende prevalentemente dal nostro organismo. Noi possiamo solo supportarlo quando non ce la fa più. Si spera prevalentemente che il nostro organismo debelli il virus da solo, diciamola tutta. Le terapie antivirali sono sperimentali su questo virus e impariamo giorno dopo giorno il suo comportamento. Stare al domicilio sino a che peggiorano i sintomi non cambia la prognosi della malattia.
Ora però è arrivato quel bisogno di posti letto in tutta la sua drammaticità. Uno dopo l’altro i reparti che erano stati svuotati, si riempiono a un ritmo impressionante. I tabelloni con i nomi dei malati, di colori diversi a seconda dell’unità operativa di appartenenza, ora sono tutti rossi e al posto dell’intervento chirurgico c’è la diagnosi, che è sempre la stessa maledetta: polmonite interstiziale bilaterale.
Ora, spiegatemi quale virus influenzale causa un dramma così rapido. Perché quella è la differenza (ora scendo un po’ nel tecnico): nell’influenza classica, a parte contagiare molta meno popolazione nell’arco di più mesi, i casi si possono complicare meno frequentemente, solo quando il VIRUS – distruggendo le barriere protettive delle nostre vie respiratorie – permette ai BATTERI normalmente residenti nelle alte vie di invadere bronchi e polmoni, provocando casi più gravi.
Il Covid-19 causa una banale influenza in molte persone giovani, ma in tanti anziani (e non solo) una vera e propria SARS, perché arriva direttamente negli alveoli dei polmoni e li infetta rendendoli incapaci di svolgere la loro funzione. L’insufficienza respiratoria che ne deriva è spesso grave e dopo pochi giorni di ricovero il semplice ossigeno che si può somministrare in un reparto può non bastare.
Scusate, ma a me come medico non tranquillizza affatto che i più gravi siano prevalentemente anziani con altre patologie. La popolazione anziana è la più rappresentata nel nostro paese e si fa fatica a trovare qualcuno che, sopra i 65 anni, non prenda almeno la pastiglia per la pressione o per il diabete. Vi assicuro poi che quando vedete gente giovane che finisce in terapia intensiva intubata, pronata o peggio in ECMO (una macchina per i casi peggiori, che estrae il sangue, lo ri-ossigena e lo restituisce al corpo, in attesa che l’organismo, si spera, guarisca i propri polmoni), tutta questa tranquillità per la vostra giovane età vi passa.
E mentre ci sono sui social ancora persone che si vantano di non aver paura ignorando le indicazioni, protestando perché le loro normali abitudini di vita sono messe “temporaneamente” in crisi, il disastro epidemiologico si va compiendo.
E non esistono più chirurghi, urologi, ortopedici, siamo unicamente medici che diventano improvvisamente parte di un unico team per fronteggiare questo tsunami che ci ha travolto. I casi si moltiplicano, arriviamo a ritmi di 15-20 ricoveri al giorno tutti per lo stesso motivo. I risultati dei tamponi ora arrivano uno dopo l’altro: positivo, positivo, positivo.
Improvvisamente il pronto soccorso è al collasso. Le disposizioni di emergenza vengono emanate: serve aiuto in pronto soccorso. Una rapida riunione per imparare come funziona il software di gestione del pronto soccorso e pochi minuti dopo sono già di sotto, accanto ai guerrieri che stanno al fronte della guerra.
La schermata del pc con i motivi degli accessi è sempre la stessa: febbre e difficoltà respiratoria, febbre e tosse, insufficienza respiratoria ecc... Gli esami, la radiologia sempre con la stessa sentenza: polmonite interstiziale bilaterale, polmonite interstiziale bilaterale, polmonite interstiziale bilaterale. Tutti da ricoverare. Qualcuno già da intubare e va in terapia intensiva. Per altri invece è tardi...
La terapia intensiva diventa satura, e dove finisce la terapia intensiva se ne creano altre. Ogni ventilatore diventa come oro: quelli delle sale operatorie che hanno ormai sospeso la loro attività non urgente diventano posti da terapia intensiva che prima non esistevano.
Ho trovato incredibile, o almeno posso parlare per l’HUMANITAS Gavazzeni (dove lavoro), come si sia riusciti a mettere in atto in così poco tempo un dispiego e una riorganizzazione di risorse così finemente architettata per prepararsi a un disastro di tale entità. E ogni riorganizzazione di letti, reparti, personale, turni di lavoro e mansioni viene costantemente rivista giorno dopo giorno per cercare di dare tutto e anche di più.
Quei reparti che prima sembravano fantasmi ora sono saturi, pronti a cercare di dare il meglio per i malati, ma esausti. Il personale è sfinito. Ho visto la stanchezza su volti che non sapevano cosa fosse, nonostante i carichi di lavoro già massacranti che avevano. Ho visto le persone fermarsi ancora oltre gli orari a cui erano soliti fermarsi già, per straordinari che erano ormai abituali. Ho visto una solidarietà di tutti noi, che non abbiamo mai mancato di andare dai colleghi internisti per chiedere “cosa posso fare adesso per te?”, oppure “lascia stare quel ricovero che ci penso io”. Medici che spostano letti e trasferiscono pazienti, che somministrano terapie al posto degli infermieri. Infermieri con le lacrime agli occhi perché non riusciamo a salvare tutti e i parametri vitali di più malati contemporaneamente rilevano un destino già segnato.
Non esistono più turni, orari. La vita sociale per noi è sospesa.
Io sono separato da alcuni mesi, e vi assicuro che ho sempre fatto il possibile per vedere costantemente mio figlio anche nelle giornate di smonto notte, senza dormire e rimandando il sonno a quando sono senza di lui; ma è da quasi 2 settimane che volontariamente non vedo né mio figlio né i miei familiari per la paura di contagiarli, e di contagiare a sua volta una nonna anziana o parenti con altri problemi di salute. Mi accontento di qualche foto di mio figlio che riguardo tra le lacrime e qualche videochiamata.
Perciò abbiate pazienza anche voi che non potete andare a teatro, nei musei o in palestra. Cercate di aver pietà per quella miriade di persone anziane che potreste sterminare. Non è colpa vostra, lo so, ma di chi vi mette in testa che si sta esagerando e anche questa testimonianza può sembrare proprio un’esagerazione per chi è lontano dall’epidemia, ma per favore, ascoltateci, cercate di uscire di casa solo per le cose indispensabili.
Non andate in massa a fare scorte nei supermercati: è la cosa peggiore perché così vi concentrate ed è più alto il rischio di contatti con contagiati che non sanno di esserlo. Ci potete andare come fate di solito. Magari se avete una normale mascherina (anche quelle che si usano per fare certi lavori manuali) mettetevela. Non cercate le ffp2 o le ffp3. Quelle dovrebbero servire a noi e iniziamo a far fatica a reperirle. Ormai abbiamo dovuto ottimizzare il loro utilizzo anche noi solo in certe circostanze, come ha recentemente suggerito l’OMS in considerazione del loro depauperamento pressoché ubiquitario.
Eh sì, grazie allo scarseggiare di certi dispositivi, io e tanti altri colleghi siamo sicuramente esposti nonostante tutti i mezzi di protezione che abbiamo. Alcuni di noi si sono già contagiati nonostante i protocolli. Alcuni colleghi contagiati hanno a loro volta familiari contagiati e alcuni dei loro familiari lottano già tra la vita e la morte.
Siamo dove le vostre paure vi potrebbero far stare lontani. Cercate di fare in modo di stare lontani. Dite ai vostri familiari anziani o con altre malattie di stare in casa. Portategliela voi la spesa per favore.
Noi non abbiamo alternativa. È il nostro lavoro. Anzi quello che faccio in questi giorni non è proprio il lavoro a cui sono abituato, ma lo faccio lo stesso e mi piacerà ugualmente finché risponderà agli stessi principi: cercare di far stare meglio e guarire alcuni malati, o anche solo alleviare le sofferenze e il dolore a chi non purtroppo non può guarire.
Non spendo invece molte parole riguardo alle persone che ci definiscono eroi in questi giorni e che fino a ieri erano pronti a insultarci e denunciarci. Tanto ritorneranno a insultare e a denunciare appena tutto sarà finito. La gente dimentica tutto in fretta.
E non siamo nemmeno eroi in questi giorni. È il nostro mestiere. Rischiavamo già prima tutti i giorni qualcosa di brutto: quando infiliamo le mani in una pancia piena di sangue di qualcuno che nemmeno sappiamo se ha l’HIV o l’epatite C; quando lo facciamo anche se lo sappiamo che ha l’HIV o l’epatite C; quando ci pungiamo con quello con l’HIV e ci prendiamo per un mese i farmaci che ci fanno vomitare dalla mattina alla sera. Quando apriamo con la solita angoscia gli esiti degli esami ai vari controlli dopo una puntura accidentale sperando di non esserci contagiati. Ci guadagniamo semplicemente da vivere con qualcosa che ci regala emozioni. Non importa se belle o brutte, basta portarle a casa.
Alla fine cerchiamo solo di renderci utili per tutti. Ora cercate di farlo anche voi però: noi con le nostre azioni influenziamo la vita e la morte di qualche decina di persone. Voi con le vostre, molte di più.
Per favore condividete e fate condividere il messaggio. Si deve spargere la voce per evitare che in tutta Italia succeda ciò che sta accadendo qua.
Fonte
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In una delle costanti mail che ricevo dalla mia direzione sanitaria a cadenza più che quotidiana ormai in questi giorni, c’era anche un paragrafo intitolato “fare social responsabilmente”, con alcune raccomandazioni che possono solo essere sostenute.
Dopo aver pensato a lungo se e cosa scrivere di ciò che ci sta accadendo, ho ritenuto che il silenzio non fosse affatto da responsabili. Cercherò quindi di trasmettere alle persone “non addette ai lavori” e più lontane alla nostra realtà, cosa stiamo vivendo a Bergamo in questi giorni di pandemia da Covid-19.
Capisco la necessità di non creare panico, ma quando il messaggio della pericolosità di ciò che sta accadendo non arriva alle persone, e sento ancora chi se ne frega delle raccomandazioni, e gente che si raggruppa lamentandosi di non poter andare in palestra o poter fare tornei di calcetto... rabbrividisco.
Capisco anche il danno economico e sono anch’io preoccupato di quello. Dopo l’epidemia il dramma sarà ripartire. Però, a parte il fatto che stiamo letteralmente devastando anche dal punto di vista economico il nostro SSN, mi permetto di mettere più in alto l’importanza del danno sanitario che si rischia in tutto il paese e trovo a dir poco “agghiacciante” ad esempio che non si sia ancora istituita una zona rossa già richiesta dalla regione, per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro (tengo a precisare che trattasi di pura opinione personale). [Come sappiamo, la decisione è poi stata tramutata in “zona rossa per tutta la Lombardia, ndr]
Io stesso guardavo con un po’ di stupore le riorganizzazioni dell’intero ospedale nella settimana precedente, quando il nostro nemico attuale era ancora nell’ombra: i reparti piano piano letteralmente “svuotati”, le attività elettive interrotte, le terapie intensive liberate per creare quanti più posti letto possibili. I container in arrivo davanti al pronto soccorso per creare percorsi diversificati ed evitare eventuali contagi. Tutta questa rapida trasformazione portava nei corridoi dell’ospedale un’atmosfera di silenzio e vuoto surreale che ancora non comprendevamo, in attesa di una guerra che doveva ancora iniziare e che molti (tra cui me) non erano così certi sarebbe mai arrivata con tale ferocia.
(Apro una parentesi: tutto ciò in silenzio e senza pubblicizzazioni, mentre diverse testate giornalistiche avevano il coraggio di dire che la sanità privata non stava facendo niente).
Ricordo ancora la mia guardia di notte di una settimana fa passata inutilmente senza chiudere occhio, in attesa di una chiamata dalla microbiologia del Sacco. Aspettavo l’esito di un tampone sul primo paziente sospetto del nostro ospedale, pensando a quali conseguenze ci sarebbero state per noi e per la clinica. Se ci ripenso mi sembra quasi ridicola e ingiustificata la mia agitazione per un solo possibile caso, ora che ho visto quello che sta accadendo.
Bene, la situazione ora è a dir poco drammatica. Non mi vengono altre parole in mente.
La guerra è letteralmente esplosa e le battaglie sono ininterrotte giorno e notte.
Uno dopo l’altro i poveri malcapitati si presentano in pronto soccorso. Hanno tutt’altro che le complicazioni di un’influenza. Piantiamola di dire che è una brutta influenza. In questi 2 anni ho imparato che i bergamaschi non vengono in pronto soccorso per niente. Si sono comportati bene anche stavolta. Hanno seguito tutte le indicazioni date: una settimana o dieci giorni a casa con la febbre senza uscire e rischiare di contagiare, ma ora non ce la fanno più. Non respirano abbastanza, hanno bisogno di ossigeno.
Le terapie farmacologiche per questo virus sono poche. Il decorso dipende prevalentemente dal nostro organismo. Noi possiamo solo supportarlo quando non ce la fa più. Si spera prevalentemente che il nostro organismo debelli il virus da solo, diciamola tutta. Le terapie antivirali sono sperimentali su questo virus e impariamo giorno dopo giorno il suo comportamento. Stare al domicilio sino a che peggiorano i sintomi non cambia la prognosi della malattia.
Ora però è arrivato quel bisogno di posti letto in tutta la sua drammaticità. Uno dopo l’altro i reparti che erano stati svuotati, si riempiono a un ritmo impressionante. I tabelloni con i nomi dei malati, di colori diversi a seconda dell’unità operativa di appartenenza, ora sono tutti rossi e al posto dell’intervento chirurgico c’è la diagnosi, che è sempre la stessa maledetta: polmonite interstiziale bilaterale.
Ora, spiegatemi quale virus influenzale causa un dramma così rapido. Perché quella è la differenza (ora scendo un po’ nel tecnico): nell’influenza classica, a parte contagiare molta meno popolazione nell’arco di più mesi, i casi si possono complicare meno frequentemente, solo quando il VIRUS – distruggendo le barriere protettive delle nostre vie respiratorie – permette ai BATTERI normalmente residenti nelle alte vie di invadere bronchi e polmoni, provocando casi più gravi.
Il Covid-19 causa una banale influenza in molte persone giovani, ma in tanti anziani (e non solo) una vera e propria SARS, perché arriva direttamente negli alveoli dei polmoni e li infetta rendendoli incapaci di svolgere la loro funzione. L’insufficienza respiratoria che ne deriva è spesso grave e dopo pochi giorni di ricovero il semplice ossigeno che si può somministrare in un reparto può non bastare.
Scusate, ma a me come medico non tranquillizza affatto che i più gravi siano prevalentemente anziani con altre patologie. La popolazione anziana è la più rappresentata nel nostro paese e si fa fatica a trovare qualcuno che, sopra i 65 anni, non prenda almeno la pastiglia per la pressione o per il diabete. Vi assicuro poi che quando vedete gente giovane che finisce in terapia intensiva intubata, pronata o peggio in ECMO (una macchina per i casi peggiori, che estrae il sangue, lo ri-ossigena e lo restituisce al corpo, in attesa che l’organismo, si spera, guarisca i propri polmoni), tutta questa tranquillità per la vostra giovane età vi passa.
E mentre ci sono sui social ancora persone che si vantano di non aver paura ignorando le indicazioni, protestando perché le loro normali abitudini di vita sono messe “temporaneamente” in crisi, il disastro epidemiologico si va compiendo.
E non esistono più chirurghi, urologi, ortopedici, siamo unicamente medici che diventano improvvisamente parte di un unico team per fronteggiare questo tsunami che ci ha travolto. I casi si moltiplicano, arriviamo a ritmi di 15-20 ricoveri al giorno tutti per lo stesso motivo. I risultati dei tamponi ora arrivano uno dopo l’altro: positivo, positivo, positivo.
Improvvisamente il pronto soccorso è al collasso. Le disposizioni di emergenza vengono emanate: serve aiuto in pronto soccorso. Una rapida riunione per imparare come funziona il software di gestione del pronto soccorso e pochi minuti dopo sono già di sotto, accanto ai guerrieri che stanno al fronte della guerra.
La schermata del pc con i motivi degli accessi è sempre la stessa: febbre e difficoltà respiratoria, febbre e tosse, insufficienza respiratoria ecc... Gli esami, la radiologia sempre con la stessa sentenza: polmonite interstiziale bilaterale, polmonite interstiziale bilaterale, polmonite interstiziale bilaterale. Tutti da ricoverare. Qualcuno già da intubare e va in terapia intensiva. Per altri invece è tardi...
La terapia intensiva diventa satura, e dove finisce la terapia intensiva se ne creano altre. Ogni ventilatore diventa come oro: quelli delle sale operatorie che hanno ormai sospeso la loro attività non urgente diventano posti da terapia intensiva che prima non esistevano.
Ho trovato incredibile, o almeno posso parlare per l’HUMANITAS Gavazzeni (dove lavoro), come si sia riusciti a mettere in atto in così poco tempo un dispiego e una riorganizzazione di risorse così finemente architettata per prepararsi a un disastro di tale entità. E ogni riorganizzazione di letti, reparti, personale, turni di lavoro e mansioni viene costantemente rivista giorno dopo giorno per cercare di dare tutto e anche di più.
Quei reparti che prima sembravano fantasmi ora sono saturi, pronti a cercare di dare il meglio per i malati, ma esausti. Il personale è sfinito. Ho visto la stanchezza su volti che non sapevano cosa fosse, nonostante i carichi di lavoro già massacranti che avevano. Ho visto le persone fermarsi ancora oltre gli orari a cui erano soliti fermarsi già, per straordinari che erano ormai abituali. Ho visto una solidarietà di tutti noi, che non abbiamo mai mancato di andare dai colleghi internisti per chiedere “cosa posso fare adesso per te?”, oppure “lascia stare quel ricovero che ci penso io”. Medici che spostano letti e trasferiscono pazienti, che somministrano terapie al posto degli infermieri. Infermieri con le lacrime agli occhi perché non riusciamo a salvare tutti e i parametri vitali di più malati contemporaneamente rilevano un destino già segnato.
Non esistono più turni, orari. La vita sociale per noi è sospesa.
Io sono separato da alcuni mesi, e vi assicuro che ho sempre fatto il possibile per vedere costantemente mio figlio anche nelle giornate di smonto notte, senza dormire e rimandando il sonno a quando sono senza di lui; ma è da quasi 2 settimane che volontariamente non vedo né mio figlio né i miei familiari per la paura di contagiarli, e di contagiare a sua volta una nonna anziana o parenti con altri problemi di salute. Mi accontento di qualche foto di mio figlio che riguardo tra le lacrime e qualche videochiamata.
Perciò abbiate pazienza anche voi che non potete andare a teatro, nei musei o in palestra. Cercate di aver pietà per quella miriade di persone anziane che potreste sterminare. Non è colpa vostra, lo so, ma di chi vi mette in testa che si sta esagerando e anche questa testimonianza può sembrare proprio un’esagerazione per chi è lontano dall’epidemia, ma per favore, ascoltateci, cercate di uscire di casa solo per le cose indispensabili.
Non andate in massa a fare scorte nei supermercati: è la cosa peggiore perché così vi concentrate ed è più alto il rischio di contatti con contagiati che non sanno di esserlo. Ci potete andare come fate di solito. Magari se avete una normale mascherina (anche quelle che si usano per fare certi lavori manuali) mettetevela. Non cercate le ffp2 o le ffp3. Quelle dovrebbero servire a noi e iniziamo a far fatica a reperirle. Ormai abbiamo dovuto ottimizzare il loro utilizzo anche noi solo in certe circostanze, come ha recentemente suggerito l’OMS in considerazione del loro depauperamento pressoché ubiquitario.
Eh sì, grazie allo scarseggiare di certi dispositivi, io e tanti altri colleghi siamo sicuramente esposti nonostante tutti i mezzi di protezione che abbiamo. Alcuni di noi si sono già contagiati nonostante i protocolli. Alcuni colleghi contagiati hanno a loro volta familiari contagiati e alcuni dei loro familiari lottano già tra la vita e la morte.
Siamo dove le vostre paure vi potrebbero far stare lontani. Cercate di fare in modo di stare lontani. Dite ai vostri familiari anziani o con altre malattie di stare in casa. Portategliela voi la spesa per favore.
Noi non abbiamo alternativa. È il nostro lavoro. Anzi quello che faccio in questi giorni non è proprio il lavoro a cui sono abituato, ma lo faccio lo stesso e mi piacerà ugualmente finché risponderà agli stessi principi: cercare di far stare meglio e guarire alcuni malati, o anche solo alleviare le sofferenze e il dolore a chi non purtroppo non può guarire.
Non spendo invece molte parole riguardo alle persone che ci definiscono eroi in questi giorni e che fino a ieri erano pronti a insultarci e denunciarci. Tanto ritorneranno a insultare e a denunciare appena tutto sarà finito. La gente dimentica tutto in fretta.
E non siamo nemmeno eroi in questi giorni. È il nostro mestiere. Rischiavamo già prima tutti i giorni qualcosa di brutto: quando infiliamo le mani in una pancia piena di sangue di qualcuno che nemmeno sappiamo se ha l’HIV o l’epatite C; quando lo facciamo anche se lo sappiamo che ha l’HIV o l’epatite C; quando ci pungiamo con quello con l’HIV e ci prendiamo per un mese i farmaci che ci fanno vomitare dalla mattina alla sera. Quando apriamo con la solita angoscia gli esiti degli esami ai vari controlli dopo una puntura accidentale sperando di non esserci contagiati. Ci guadagniamo semplicemente da vivere con qualcosa che ci regala emozioni. Non importa se belle o brutte, basta portarle a casa.
Alla fine cerchiamo solo di renderci utili per tutti. Ora cercate di farlo anche voi però: noi con le nostre azioni influenziamo la vita e la morte di qualche decina di persone. Voi con le vostre, molte di più.
Per favore condividete e fate condividere il messaggio. Si deve spargere la voce per evitare che in tutta Italia succeda ciò che sta accadendo qua.
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