Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/10/2022

Malati cronici? “Che muoiano il prima possibile…”

Cosa fa un governo di destra vera, di quelli che “non disturbano le imprese” e massacrano i più deboli? Taglia ogni spesa che possa anche minimamente servire l’interesse collettivo, anche se – o specie se – questo si tradurrà in una strage di “morti anticipate” (secondo l’espressione mengeliana di un dirigente della sanità lombarda, nella prima ondata del Covid).

Solo un governo lurido e truffatore, in più, riesce a prendere una decisione del genere mentre sta facendo gli scatoloni per uscire da Palazzo Chigi e lasciare il posto a chi ha ampiamente assicurato che andrà in “continuità” con la stessa “agenda”.

Senza dire niente a nessuno, nottetempo, con un tratto di pena che taglia le cure ai “malati cronici non autosufficienti”. Ossia ai più deboli tra gli ultimi, decretandone un’aspettativa di vita assai più limitata.

In gergo penale si chiamerebbe “omicidio multiplo”, con l’aggravante di essere perpetrato su larghissima scala (siamo mediamente una popolazione piuttosto anziana...). E le armi del potere sono in genere più letali di quelle da fuoco, anche se vengono usate con i guanti bianchi e non lasciano traccia di cordite alla prova del guanto di paraffina.

Maria Grazia Breda, della Fondazione Promozione Sociale, ha scoperchiato la fogna con un’intervista al Fatto Quotidiano. “Non ci aspettavamo questo colpo di mano all’ultimo consiglio dei ministri... far passare sotto la porta un provvedimento di tal portata!“

“Questa legge non dà nessuna risposta al 96% dei malati non autosufficienti e non la dà nemmeno agli altri, il 4% di anziani malati che risponde ai parametri Isee necessari per avere assistenza, perché il testo fa continuo riferimento alla disponibilità e ai limiti delle risorse economiche che non bastano.

Non c’è nessuna presa in carico del malato cronico non autosufficiente da parte del Servizio sanitario e salvo per le prestazioni sanitarie e socio-sanitarie già previste e la stragrande maggioranza delle famiglie che li cura a casa resta allo sbando: devono aggiustarsi da sole, improvvisarsi infermieri e oss...”
.

Il tutto è compreso nel cosiddetto del “Ddl Anziani”, approvato nel corso dell’ultima seduta del governo Draghi. Volendo, si può cogliere anche una macabra ironia del titolare un decreto stragista come se fosse un “aiuto”...

“C’è tanta propaganda nel presentare il provvedimento – spiega Maria Grazia Breda – ma la sostanza è una tragedia per le famiglie: diritti non ce ne sono, le famiglie continueranno ad essere in balia di se stesse. Novità non ce ne sono, a parte il rischio che venga intaccato l’assegno di accompagnamento.

Invece c’è un taglio discriminatorio, perché adesso tutti i cittadini hanno pari diritti sanitari, mentre nel Ddl si ipotizza l’istituzione a parte di un Servizio di assistenza solo per gli anziani malati cronici. Quindi una sorta di ghettizzazione per chi non viene considerato più produttivo, con la creazione di un serbatoio dove si scaricano le persone ritenute inutili, per le quali le risorse saranno sempre meno”
.

La motivazione ufficiale è come sempre la necessità di ridurre la spesa pubblica, destinando ai malati cronici quel che avanza del bilancio pubblico. Ma solo se avanza...

Per una classe dirigente che si sciacqua ogni giorno la bocca con i “diritti umani”, con “l’Europa che è un giardino mentre fuori c’è la jungla”, sembra così scomparire il primo diritto umano: quello alla vita. Una prova concreta si era avuta già con le prime fasi della pandemia, poi confermate ancora oggi: la vita di centinaia di migliaia di persone vale molto meno di una virgola di Pil e di profitto per le imprese.

“È un disegno che è partito da analisi e documenti del consiglio Superiore di sanità. L’obiettivo è scaricare dalla sanità tutti coloro che non guariscono e che creano la necessità di cure di lunga durata e quindi investimenti – ricostruisce Breda –. Hanno iniziato negli anni 2000 a ledere il diritto di cure senza limiti temporali che è invece previsto dalla legge 833 del 1978, con la previsione di termini oltre i quali il malato cronico deve pagare il 50% delle cure.

Siccome non è bastato, le Regioni hanno iniziato a inventare delle commissioni per valutare non tanto la tua malattia e la tua necessità di cure, quanto l’entità del patrimonio che ti permetterebbe di curarti da solo, per negarti il contributo della sanità. Così si sono impoverite e continueranno a impoverirsi le famiglie e le generazioni future”
.

In particolare il ceto medio, o medio basso come lo definisce Breda, i cui risparmi fanno gola alle compagnie di assicurazione che non a caso sono tra i sostenitori del provvedimento.

“Lo scopo è dimenticarsi di questo ambito: sarà l’ambito in cui se ci sono soldi bene, se non ci sono pazienza. Il socio-assistenziale, dove è collocato il disegno di legge delega per la non autosufficienza, non è come in sanità: si accede in base all’Isee e quando finiscono i soldi, finisce il diritto. Sempre meno sanità pubblica per spingere i cittadini a comperare polizze assicurative.

Ma, come è riportato nella nostra tessera sanitaria, la legge 833/1978 è già la nostra assicurazione, pagata con il versamento delle tasse, per avere le prestazioni a cui abbiamo diritto anche quando siamo inguaribili, ma sempre curabili”
.

Anche la presidentessa di Diana Onlus, Donatella Oliosi non risparmia le critiche: “Il diritto alla salute non può essere vincolato alla programmazione di bilancio, deve essere il contrario”.

Non è un caso, quindi, che nel provvedimento “la persona malata non autosufficiente non venga presentata per quello che è, cioè un malato cronico: vengono usati vari modi per indicare il destinatario del provvedimento, ma non viene mai usata la parola malato ed è fatto con malizia, perché riconoscere che si tratta di malati vorrebbe dire che la garanzia delle cure di queste persone sono i livelli essenziali di assistenza. Cure che non vengono erogate a lungo termine, ma erogate solo in base alle risorse”.

“Lo scopo è quello di normalizzare un comportamento che viola la normativa: mentre adesso è possibile ricorrere in giudizio per vedere tutelati i diritti del malato non autosufficiente, con questa normativa non lo sarà più. E sia i disabili che i malati non autosufficiente saranno fuori”.

Le associazioni e famiglie dei malati sono pronte a dar battaglia, ma è completamente assente qualsiasi sponda politica in Parlamento. Ricordiamo infatti che tutti i partiti hanno appoggiato il governo Draghi (i Cinque Stelle ne sono usciti a pochi mesi dalle elezioni, e i fascisti di FdI hanno già garantito – come dicevamo – la “continuità” in materia di rispetto dei vincoli di bilancio europei).

Come ricorda giustamente Il Fatto, “che in pentola non bollisse molto di buono era chiaro fin dalle premesse. Non solo per le previsioni delle missioni 5 e 6 del PNRR in tema ‘confusione’ tra livelli essenziali di assistenza e livelli essenziali di prestazioni sociali, ma anche nel fatto che all’interno della Commissione interministeriale per le politiche in favore della popolazione anziana costituita dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri a inizio anno al fine di assicurare un supporto tecnico scientifico al capo del governo, non erano stati previsti interventi dei rappresentanti di famiglie e malati.

C’era però un comitato tecnico-scientifico che ha incluso anche un rappresentante della lobby dei banchieri (Abi) e degli assicuratori (Ania).”


Non si tratta però di un “progetto di sterminio” partorito negli ultimi mesi. Come alcuni dei nostri lettori forse ricorderanno, l’ordine “dovete morire prima” era stato dato parecchi anni fa. Ora lo stanno facendo con gelida “efficienza” tecnocratica, con “cuore da banchiere”...

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09/07/2020

Il macabro sogno del Fmi si è realizzato a Bergamo. Diminuita l’aspettativa di vita

Mentre oggi in tanti festeggiano e sottolineano che la terapia intensiva dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, uno dei più colpiti dal coronavirus, è libera da Covid-19 e che non c’è più nessun paziente ricoverato dopo 137 giorni, su Bergamo e il suo territorio viene resa nota una informazione che merita riflessione. “Secondo stime molto ragionevoli, l’ipotetica tavola di mortalità del 2020 segnerebbe in provincia di Bergamo, un ritorno alla speranza di vita della tavola all’anno 2000, cioè torniamo indietro di 20 anni. In molte altre province torniamo indietro di 10/15 anni“.

A certificare quello che da anni è il sogno macabro del Fmi sulla riduzione delle spese previdenziali, è stato il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo parlando degli effetti della pandemia di Coronavirus al margine del Forum della Pubblica Amministrazione 2020.

“È stato veramente qualcosa di drammatico ma localizzato. E questo credo sia un elemento importante“, ha aggiunto Blangiardo. Secondo il presidente dell’Istituto di statistica, “non è il numero dei morti nazionali il dato macroscopico drammatico. Ma il vero problema è il dato locale”.

A tutt’oggi, ha spiegato, “abbiamo constatato un aumento di mortalità nazionale nell’ordine delle 40 mila unità circa. Ricordo che nel 2015, rispetto all’anno prima, l’aumento è stato di 50 mila unità delle morti e nel 1956, ai tempi dell’asiatica, ci sono stati 50 mila morti in più”.

Insomma la contabilità del presidente dell’Istat sembra cogliere solo l’aspetto particolare mentre su quello generale sembra quasi sconfinare sul terreno dei riduzionisti dell’impatto dell’emergenza pandemica Covid-19 in quanto tale.

Sono passati alcuni anni da quando, sulle pagine di questo giornale, lanciammo un avvertimento diventato poi una sorta di tormentone: “dovete morire prima”.

Quella che sembrava una battuta era in realtà una chiave di lettura dei ripetuti rapporti del Fmi sulla insostenibilità dei costi previdenziali dovuti proprio all’aumento dell’aspettativa di vita in alcuni paesi, tra cui l’Italia. Una sorta di macabro avvertimento sul fatto che la crescita della speranza di vita aveva creato una sorta di “quarta età” che scombinava i conti e andava ricondotta a “compatibilità”.

La pandemia di Covid-19 sembra abbia accelerato questo processo. Ma prima di essa è doveroso ricordare che l’aspettativa di vita aveva già cominciato a diminuire nei paesi più falcidiati dalle misure di austerity (Grecia, ma anche in Italia). Del resto se si aumenta l’età lavorativa e vengono ridotti gli standard sanitari (come è avvenuto concretamente) è evidente che l’aspettativa di vita diminuisca, per la gioia dei macabri tecnocrati del Fmi e delle istituzioni europee. E poi, ma solo poi, è arrivata anche la pandemia di coronavirus a seminare morte prima del tempo.

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27/02/2020

Abbassiamo l’aspettativa di vita, ce lo chiede l’Europa

“Se si va in pensione prima, quando si è ancora in buona salute, è un costo, perché qualcuno te la deve pagare“.

E giù la solita giaculatoria contro quota 100 ed in favore del famigerato sistema contributivo assoluto. Elsa Fornero, martedì sera, a La7, nel corso della trasmissione #DiMartedì, ha ripreso pari pari un leitmotiv tirato fuori per la prima volta, nel 2012, dall’attuale presidente della BCE Christine Lagarde: “La longevità è diventata un nemico, se non da combattere, almeno da rendere inoffensivo: troppe spese per lo stato in pensioni e assistenza sanitaria.”

E l’allora ultraliberista direttrice dell’FMI indicò la soluzione (finale) nello smantellamento del sistema previdenziale ed in una drastica riduzione della spesa pubblica dedicata agli altri istituti del welfare (sanità, assistenza, istruzione).

Nessun accenno, ovviamente, alla spesa militare.

Dunque, la longevità delle popolazioni occidentali – ossia il famoso “allungamento delle aspettative di vita” – mette a rischio i bilanci degli stati più sviluppati. In altre parole, per i pasdaran del neoliberismo, la longevità va ridotta perché “desiderabile, ma costosa” e per aiutare gli “investitori professionali” (fondi speculativi, fondi pensione, risparmio gestito, hedge fund, ecc.), a “trovare degli asset più affidabili”.

Insomma, dobbiamo morire prima e direi che in Italia ci siamo adeguati subito al monito della Lagarde facendo a pezzi il nostro Servizio Sanitario Nazionale al quale abbiamo tagliato 28 miliardi in 10 anni mentre assistiamo alla progressiva crescita di fondi integrativi sanitari privati (dati 4° Rapporto della Fondazione Gimbe) grazie anche all’aiutone dei sindacati complici (ed interessati, tramite la gestione dei fondi pensione).

Tempi troppo lunghi di attesa per accedere alle prestazioni, visite specialistiche e ticket sanitari costosi, mancanza di strutture ambulatoriali e carenza di medici sul territorio hanno fatto aumentare esponenzialmente, in Italia, gli ultrasessantacinquenni che, scoraggiati dalle difficoltà, rinunciano a curarsi o a sottoporsi ad accertamenti clinici: sono 3 milioni e 200mila (su 4 milioni di malati cronici) secondo il Rapporto OsservaSalute 2018. Tutti pensionati “costosi”.

E nel 2017 erano già più di 12 milioni gli italiani che avevano rinunciato o rinviato almeno una prestazione sanitaria per motivi economici.

Insomma, siamo sulla buona strada: Fornero, Lagarde e gli “investitori professionali” possono stare tranquilli. Noi meno.

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17/01/2019

Morire prima o lavorare più a lungo. Ce lo chiede il “Sistema”

C’è della perversione travestita da oggettività nella campagna che il quotidiano della Confindustria, il Sole 24 Ore, sta conducendo per allungare l’età pensionabile e, di fatto, ridurre soprattutto “l’età retribuibile” tramite le pensioni.

Il problema infatti sembra proprio questo, cioè ridurre al minimo il periodo nel quale lavoratrici e lavoratori possono vivere e recuperare quanto hanno versato in contributi durante la loro vita lavorativa. Ne abbiamo parlato spesso sul nostro giornale sintetizzandolo in quel “dovete morire prima” che, purtroppo, somiglia sempre meno ad una battuta.

Ne avevamo avuto la chiara percezione sbirciando un rapporto del Fmi alcuni anni fa (quel Fmi che Junker ha definito come il “kattivone”) e vedendo, materialmente, come si stava procedendo sul piano delle controriforme dei sistemi previdenziali imposte dalle misure di austerity all’Italia e ad altri paesi europei della “cintura debole”, i Pigs. In Grecia sta già accadendo, nella Russia post sovietica degli anni Novanta è accaduto.

In occasione della discussione su “quota 100” (per pochi e per poco come abbiamo scritto nei giorni scorsi), il Sole 24 Ore e i suoi mandanti hanno avviato una campagna di articoli tutti tesi a modificare il sistema pensionistico allungando l’età pensionabile. Hanno addirittura rispolverato Luigi Einaudi che già negli anni ‘50 (con una aspettativa di vita decisamente più bassa di oggi) riteneva che di dovesse lavorare fino a settanta anni. C’era tutta la perversione del liberista in quella tesi, e avrebbe prevalso se non ci fosse stata l’opposizione del Pci e del movimento operaio e forse, o anche soprattutto, la “minaccia sovietica” che costringeva anche i liberisti più disinibiti a più miti consigli per mantenere la coesione sociale e non offrire argomenti all’avversario strategico.

Ma dagli anni Novanta in poi questi freni inibitori sono saltati tutti. Lo stesso processo di edificazione dell’Unione Europea basata sul Trattato di Maastricht, poi su quello di Lisbona ed infine sulla raffica di trattati imposti dal 2010 approfittando della crisi (Two Pack, Six Pack, Fiscal Compact, Mse etc.), ha creato una gabbia di vincoli e di automatismi che utilizza come una clava l’oggettività dei numeri per trarne conseguenze che tutto hanno come obiettivo tranne il benessere della popolazione o la riduzione delle disuguaglianze sociali tornate a livelli ottocenteschi.

Se si continua a rimanere dentro la gabbia e i suoi automatismi, appare sempre più evidente che il destino che attende milioni di persone, quelle che vivono del proprio lavoro o peggio ancora di precarietà e disoccupazione, è una vita più breve e una vecchiaia più misera.

Il Sole 24 Ore scrive che secondo le previsioni governative, con “Quota 100”! andranno in pensione circa 300mila italiani con 62 anni, “forse vale la pena tornare a guardare qualche indicatore demografico... Ebbene solo negli ultimi 15 anni la speranza di vita a 65 anni è aumentata di due, da 18 anni e 7 mesi a 20 e 6 mesi. L’età media della popolazione, sempre tra il 2003 e il 2018, è aumentata di oltre tre anni, da 41 e nove mesi a 45 e due mesi”. Ovvio quindi che se si sposta l’età pensionabile a 70 anni, dal sistema si risparmiano quelle risorse che poi possono essere destinate alle banche, alle imprese e alle spese militari.

Di fronte a questi dati che indicano un miglioramento delle aspettative di vita della popolazione (ma che i dati più recenti proprio sulla mortalità crescente si stanno incaricando di smentire), attraverso l’elaborazione dei numeri di Infodata, a quale sintesi di cinismo arriva il Sole 24 Ore? Eccola qua: “Il rosario potrebbe continuare ed è tutto positivo, se lo si legge guardando alla vita che si allunga. Oppure negativo, se lo si legge dal punto di vista di chi paga. Ecco, chi paga? Lo Stato ci mette molto, naturalmente, il che significa prenotare un maggior carico fiscale in futuro (già oggi il disavanzo previdenziale pro capite è di 1.300 euro). Ma consideriamo i “produttori” cioè i residenti in età lavorativa che (sempre ammesso che lavorino tutti) pagano con i loro contributi le pensioni dei loro predecessori. Ebbene: nel 2003 i 15-64enni erano il 67% della popolazione, oggi sono il 64%, ogni 100 persone nel 2002 si contavano 27,9 anziani contro i 35,2 di oggi. Bello vero? Siamo uno dei paesi più vecchi e longevi del mondo, si sa. La mini-bussola interpretativa per valutare quanto sia equa e sostenibile, dal punto di vista intergenerazionale, “quota 100”, si ferma qui. Correndo con il cursore sulle grafiche potete completare la ricognizione logica anche da soli. Buon viaggio”.

Inutile dire che i grafici de Il Sole 24 Ore portano tutti nella stessa direzione e alla stessa conclusione: la retribuzione delle lavoratrici e dei lavoratori che vanno in pensione dura troppo a lungo, dunque la salute e la longevità delle persone sono un costo non sostenibile.

Non hanno ancora il coraggio di dire: dovete morire prima perdio!! Ma vorrebbero arrivarci, come in romanzo distopico. Quello in cui i ricchi si possono rigenerare sul pianeta-satellite Elisium e gli anziani poveri devono recarsi nella stanza dedicata per togliersi di torno quando lo decide il sistema.

Capite perché si deve combattere e vincere per la nostra classe? Sta diventando una questione di sopravvivenza o di “morte tra tutte le classi in lotta”, proprio come anticipava Marx tanti, tanti anni fa.

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20/04/2018

“Operaio di 69 anni” muore sul lavoro, ma si fa finta di niente

I lanci di agenzia sono sempre un po’ prudenti. E i giornali che li ricopiano si guardano bene dal cogliere aspetti sgraditi all’editore, per quanto evidenti.

Prendiamo dunque questa notizia di ieri:
Un operaio di 69 anni, Emanuele Di Paola, è morto in via Fortuna a Palermo cadendo da un’altezza di 8 metri. L’uomo, insieme al figlio, stava lavorando sul tetto in una palazzina quando ha perso l’equilibrio ed è caduto sull’asfalto. E’ morto sul colpo. Le indagini sono condotte dai carabinieri.
Notate niente di strano? Nessun particolare che dovrebbe far scattare nella testa di un giornalista l’allarme tipico del mestiere (“cazzo, questa è grossa!”)?

Beh, a noi sembra proprio che “un operaio di 69 anni” sia una frase che contiene un problema gigantesco, visto che persino con la “riforma Fornero” si va in questo momento in pensione a 66 anni e 7 mesi.

Che ci faceva un operaio di quell’età in cima ad un tetto? Non stava lavorando per se stesso, a quanto pare. Non è insomma il classico incidente di un padrone di casa anziano che si mette a riparare da solo qualcosa nella o sulla sua abitazione.

E’ certo, a legislazione vigente, che il povero Di Paola stessa lavorando in nero, come accade in larga parte dell’edilizia e non solo nel Sud. Chi lo ha “assunto” (parola grossa, senza contratto e con salario a giornata) ha commesso svariati reati. E’ presumibile quindi che l’operaio stesse cercando di arrotondare il reddito rappresentato da una pensione particolarmente magra, perché a quell’età non si va in giro per tetti se non costretti dal bisogno più stringente. Ma per l’informazione mainstream è tutto “normale”; una notizia così la si relega in taglio basso nelle pagine di cronaca locale, a fianco degli incidenti stradali occasionali.

Quando scriviamo che il progetto delle classi dominanti è “dovete morire prima, possibilmente sul lavoro” non scherziamo affatto. Non è una battuta esagerata scritta o detta per fare un po’ di scena.

E’ proprio così. Noi ci limitiamo a registrarlo. E a lavorare – con l’informazione e l’intervento sociale/politico – per mettere fine a questo progetto.

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23/03/2018

Fmi. Affamare i pensionati, le vedove, gli orfani. Come in un romanzo sociale dell’Ottocento

In Italia le persone oltre i 65 anni sono il 22% della popolazione, la percentuale più alta a livello europeo, seguita dalla Grecia (il 21,3%) e dalla Germania (il 21,1%). Poi ci sono il Portogallo (20,3%) e la Bulgaria (20,1%). E’ ovvio che, nonostante l’innalzamento dell’età pensionabile e le micidiali controriforme previdenziali quali la Fornero, la spesa pensionistica italiana resti più elevata di altri paesi. Con una spesa calcolata al 16% del Pil è la seconda più alta dopo quella della Grecia. Ad affermarlo, con un tono che non promette nulla di buono, è un ‘working paper’ del Fmi curato da Michael Andrle, Shafik Hebous, Alvar Kangur e Mehdi Raissi e dal titolo ‘Italy: toward a growth-friendly fiscal reform’.

Nel documento del Fmi si segnala come ci siano molte aree nel sistema pensionistico in cui l’Italia può agire per ridurre la spesa e quindi risparmiare. Il Fmi ovviamente sorvola sulla curva ormai discendente e non più ascendente dell’aspettativa di vita in Italia. Ormai infatti si va in pensione più tardi, ci si cura meno per motivi economici, aumenta il disagio sociale e quindi si muore di più e prima degli anni passati.

Senza ricorrere ancora all’eugenetica (dovete morire prima, ndr), una delle ipotesi che secondo il Fmi potrebbero essere seguite è quella dell’eliminazione della quattordicesima (in Italia appena introdotta sulle pensioni da luglio del 2017 e oscillante tra i 335 e i 655 euro) e di una riduzione della tredicesima sulle pensioni, che potrebbero essere sostituite con “interventi anti povertà”, un refrain questo che ormai sembra impazzare come unico modello di welfare per i miserabili compatibile con i brutali tagli alle spese sociali.

Un altro intervento possibile, secondo lo studio del Fmi, andrebbe portato avanti sulle pensioni di reversibilità e quindi, come nell’Ottocento, contro le vedove (e i vedovi ovviamente). Le pensioni che in Italia vengono assegnate a fronte della morte del congiunto equivalgono al 2,75% del Pil, e sono le più alte in Europa (forse perché, come dimostrato, ci sono più persone anziane? Ndr). Gli economisti del Fmi chiedono quindi di fissare un’età minima affinché il coniuge vedovo ne benefici e di eliminare la possibilità che ne beneficino altri familiari. Alzando l’età minima, il Fmi si augura probabilmente che il coniuge superstite si affretti a raggiungere quello deceduto “prima” di poter usufruire della pensione di reversibilità. E i figli, che magari restano orfani? Si arrangino, è un problema loro e si diano da fare.

Ma il ricettario del Fmi non è finito. In fondo c’è un’altra terapia dolorosa, destinata soprattutto – e guarda caso – a quei paesi euromediterranei dove c’è un alta componente di lavoro autonomo (Italia, Spagna, Grecia). Infatti in tema di contributi previdenziali lo studio evidenza la disparità tra i contributi pagati dei lavoratori dipendenti (al 33% del salario) e quelli dei lavoratori autonomi e chiede di alzare ad almeno il 27% dall’attuale 24% l’aliquota di questi ultimi. Nessun accenno, ovviamente, in termini di ritorno pensionistico.

Anche sul terreno dei trattamenti pensionistici i tecnocrati delle elites sembrano ormai aver perso i freni inibitori e non si preoccupano di nascondere le loro soluzioni che somigliano tanto a quelle naziste, come il medico che in un dibattito televisivo con Cremaschi e la Fornero sosteneva con supponenza insopportabile che oggi si può lavorare tranquillamente fino a 70 anni. Così il periodo di quiescenza e del trattamento previdenziale diventa corto corto, con grande risparmio sui costi. Non quelli umani evidentemente. Questi qui vanno fermati, con ogni mezzo necessario, ne va della nostra sopravvivenza.

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08/02/2018

Cala la popolazione e sale la mortalità. Ma non è un caso...



La funzione dell’Istat è dare le cifre, ripetiamo sempre. Le interpretazioni dei media sono un’altra cosa e quella dei politici di regime un’altra ancora, anche se spesso strettamente collegate.

E le cifre di stamattina illuminano sull’andamento demografico, segnalando una diminuzione della popolazione complessiva di quasi centomila abitanti in un solo anno.

Un risultato che è il distillato di numerosi processi, che è bene mettere in evidenza.

Partiamo da un dato incontrovertibile che smonta molte narrazioni: il calo avviene nonostante sia diminuita l’emigrazione di italiani all’estero (153mila, -2,6% rispetto all’anno precedente) e contemporaneamente ci sia stato un incremento dell’immigrazione (337mila, +12%), comunque inferiore a quello degli anni precedenti.

Dov’è dunque il baratro in cui scompare parte della popolazione? Aumenta considerevolmente la mortalità (647.000 persone, il 5,1% in più) mentre calano al minimo storico le nascite (appena 464.000, il 2% in meno). Questo dà un saldo naturale negativo pari a 183.00 abitanti in meno. Sulle cause dell’aumento della mortalità non vengono fornite indicazioni dall’Istat, ma è facile intuire che – se ci sono più di dieci milioni di persone che hanno seri problemi nel curarsi per motivi economici – questo incremento è dovuto alla povertà crescente, che falcidia soprattutto la fascia più anziana.

E in effetti la cosiddetta “aspettativa di vita” resta stabile (80,6 anni per gli uomini, 84,9 per le donne), ma va ricordato che si veniva da un anno in cui era addirittura calata (la causa era stata attribuita ad una stagione estiva eccezionalmente calda).

Ma anche il saldo naturale negativo non spiega tutto.

In teoria ci sono fenomeni addirittura in controtendenza, come il ritorno a casa di molti italiani prima emigrati (45.000, +19,9%), o le iscrizioni dall’estero di cittadini di cittadinanza straniera 292 mila (+10,9% sul 2016). “Straniero” vuol dire chiunque non sia di cittadinanza italiana (dunque anche americani, francesi, ecc. non solo “extracomunitari di pelle scura”). Eppure la popolazione totale scende...

A spopolarsi è soprattutto il Sud, naturalmente. Il picco viene registrato in Molise (-6,6%), seguito da Basilicata e Sicilia; ma anche Umbria (-5,3%) e Val d’Aosta presentano dinamiche fortemente negative evidentemente legate all’invecchiamento della popolazione e/o alla fuga dei giovani verso le metropoli o l’estero.

Il dato chiave è ovviamente quello relativo alla diminuzione continua delle nascite, che riguarda ormai anche gli immigrati; dunque non può avere motivazioni “culturali” (come la pretesa “voglia di rinviare a età indefinita l’assunzione di una responsabilità familiare”). Mentre diventano evidenti le motivazioni legate al reddito: se hai lavori saltuari, precari, pagati poco e male, non sei in condizione di progettare la genitorialità.

Il resto sono chiacchiere da bar o da ministri in carica...

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22/01/2018

Facciamo fuori i poveri, ma senza darlo a vedere...

“Mio dio, quanti poveri... Non se ne potrebbero eliminare un bel po’? Fa veramente impressione vederseli tra i piedi dalla mattina alla sera... Castriamoli, dài, così ne nascono di meno...”

Non è una battuta letteraria, non è una citazione del Dickens che descrive un aristocratico del primo Ottocento, ma il pensiero attuale di un giovanissimo e rampantissimo deputato inglese. Non un deputato qualsiasi, oltretutto, ma nientemeno che il vicepresidente del partito Tory, appena nominato da Theresa May come responsabile del dipartimento giovanile con l’obiettivo di riconquistare le fasce più “fresche” dell’elettorato, ormai conquistate dall’anziano progressista Jeremy Corbyn.

Il 28enne Ben Bradley, però, è stato subito preso dalla Rete con le mani nella palta: solo sei anni fa, nel suo blog, proponeva la vasectomia per i disoccupati. Come si fa per i cani o i gatti, insomma, per limitare la quantità dei randagi. Naturalmente si è affrettato a smentire i suoi ardori adolescenziali, fin troppo ottusi per non diventare il principale ostacolo al compito affidatogli (la narrazione “scusa, caro giovane disoccupato, vieni con noi conservatori; ti sterilizzeremo così potrai contribuire alla riduzione della povertà” non sembra la più attrattiva del mondo). La sua dichiarazione delle ultime ore, davanti all’incidente che minaccia di eliminarlo precocemente dalla carriera politica, è una classica dissociazione tardiva: “Il tempo che ho trascorso in politica da allora mi ha consentito di maturare e oggi comprendo che quel linguaggio non è appropriato”.

Il problema non è il linguaggio, ma il programma economico e la cultura politica – l’ideologia – incarnati dalle classi proprietarie. Oltre, ovviamente, a una gigantesca dose di ignoranza che appartiene in toto al giovane Bradley. Al di là della farsesca immaginazione giovanile del “torello” inglese, che si raffigura la povertà come una condizione biologica che si riproduce per via sessuale, tutte le politiche messe in campo all’indomani dell’esplosione della crisi globale (2007-2008) puntano esattamente nella stessa direzione: ridurre fisicamente la popolazione peggiorandone radicalmente le condizioni di vita.

La differenza “metodologica” tra castrazione chirurgica e affamamento è notevole, ma l’obiettivo è identico. Solo che quello di Bradley è irrealizzabile (mica dovremo metterci a spiegarvi che la povertà è una condizione sociale che dipende dal sistema economico, no? In Cina hanno tirato fuori dalla miseria quasi 600 milioni di persone creando sviluppo economico...), mentre la seconda funziona. Quanta gente non si cura più, solo per stare in Italia, visto l’aumento continuo dei ticket, ormai vicini al prezzo di mercato?

La “via economica” alla strage dei poveri, oltretutto, ha “il merito” di apparire neutra, quasi una fatalità inspiegabile, semi-divina. Colpisce di più e prima gli anziani, quindi si può persino tentare – come viene fatto da vent'anni – di metter su uno scontro generazionale tra poveri...

Non c’è dubbio. I Tory inglesi, come i più vicini Macron-Gentiloni-Merkel-Rajoy, si sbrigheranno a scaricare i coglioni alla Bradley per mascherare meglio il proprio programma criminale.

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04/11/2017

Usurati e da buttare. In fondo, dovete morire prima…

I media filogovernativi (tutti, di fatto) hanno presentato come una “grande concessione umanitaria” l’idea di non far scattare l’aumento automatico dell’età pensionabile per alcune categorie di lavoratori che sicuramente hanno mansioni più logoranti della media.

Contemporaneamente, viene presentato come “normale” lo stesso aumento automatico – da 66 anni e sette mesi a 67 anni – giustificandolo con un analogo aumento delle aspettative di vita registrato dall’Istat. Cinque mesi in più di vita, dunque cinque mesi in più di lavoro. Come se fosse la stessa cosa vivere e lavorare, o peggio ancora vivere per lavorare.

C’è una logica mortifera sotto questi ragionamenti che abbiamo messo in evidenza molte volte. Ma non abbiamo l’illusione che basti pubblicare un’analisi seria o ironica sulle nostre pagine per smontare una “narrazione” che giustifica un prevedibile sterminio di massa.

Proviamo dunque ad accendere i riflettori su alcuni trucchi statistici piuttosto grossolani, che nessun giornalista mainstream osa neppure menzionare.

I cinque mesi di “aumento dell’aspettativa di vita” sono infatti estrapolati dal raffronto tra il 2013 e il triennio successivo. Da cui risultano per l’appunto mediamente cinque mesi in più. Dov’è il trucco? Nel fatto che il 2016, per esempio, registra invece un calo dell’aspettativa di vita rispetto all’anno precedente, pienamente e drammaticamente confermato dal primo trimestre 2017. In pratica usando i grafici, si vedrebbe che la curva dell’età aumenta fino al 2015 e poi prende ad abbassarsi. Un governo serio – e un consiglio direttivo dell’Istat meno servile – si preoccuperebbero di una così clamorosa inversione di tendenza rispetto alle dinamiche precedenti, che mette in discussione tutta una serie di aspettative sul futuro prossimo.

Ma, come sappiamo, l’imperativo contenuto nelle indicazioni dell’Unione Europea è contenere la spesa pubblica per ridurre il debito, il deficit e raggiungere il pareggio di bilancio (diventato nel frattempo “obbligo costituzionale” senza neppure uno straccio di dibattito parlamentare).

Dunque l’impegno del governo (di tutte le forze “politiche”) e del sistema mediatico è per la giustificazione dell’aumento automatico dell’età pensionabile.

Per non apparire “prevenuti” riportiamo qui di seguito l’articolo pubblicato a ferragosto dal docente di demografia Gian Carlo Blangiardo sul quotidiano “sovversivo” L’Avvenire (organo della Cei, insomma i vescovi italiani).

Oltre ai numeri da lui presentati, ci sembra utile qui chiarire alcune dinamiche che preparano una tagliola mortifera.

L’aspettativa di vita – dipendendo dalle condizioni materiali di vita (lavoro, sicurezza sul lavoro, istruzione, diritti, sanità, frequenza fisiologica di ferie e riposi, ecc.) – può infatti anche scendere. E dai dati recentissimi sembra che questo stia già avvenendo. Ma il “meccanismo automatico” previsto dalla legge Fornero, oltre a essere criminale, non prevede retroazioni. Una volta fissata per legge una certa età pensionabile, questa non potrà essere “automaticamente” abbassata. E’ insomma un meccanismo predisposto solo per salire, non viceversa. Ne consegue che ci potremmo trovare nel giro di un decennio o poco più davanti a una situazione in cui l’età pensionabile è vicinissima o superiore alle aspettative di vita!

A quel punto i conti Inps sarebbero perfettamente in ordine, visto che non dovrebbe più erogare pensioni...

Nel frattempo l’età pensionabile delle donne – cui quotidianamente vengono rivolti alti apprezzamenti e propositi di “promozione sociale” – è aumentata di ben 7 anni. Per chi avrà iniziato a lavorare nel 1996 arriverà tranquillamente a 71 anni. Diciamo che è l’unico punto su cui è stata veramente raggiunta la parità di genere...

I giovani – che sono indicati in cima alle priorità in ogni discorso governativo – si trovano invece in una situazione ancora peggiore. Inchiodando gli anziani al lavoro finché morte non li liberi, infatti, ritardano progressivamente l’ingresso nel mondo del lavoro “vero” (diciamo mediamente stabile, nulla di più). Nel frattempo, grazie alla “decontribuzione previdenziale” messa come incentivo all’assunzione, si vedranno drasticamente decurtati i contributi validi ai fini pensionistici futuri, venendo così condannati a pensioni da fame (se ci arriveranno vivi).

Inutile aggiungere che, con la decontribuzione, intanto calano le entrate annue dell’Inps, il cui garrulo presidente potrà così continuare a dire che “non abbiamo i conti a posto” per giustificare altre e più infami modifiche al sistema (senza peraltro lamentarsi troppo delle aziende, che evadono contributi previdenziali per almeno 8 miliardi ogni anno).

Ultimo appunto. Aumentare l’età pensionabile non significa affatto che le persone avranno un lavoro fino a quell’età. Significa soltanto che prima di quell’età non verrà corrisposta loro una pensione. Il Jobs Act, abolendo l’art. 18 (che vietava i licenziamenti “senza giusta causa”), permette alle aziende di licenziare individualmente in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo. Dunque è facile prevedere – ma sta già avvenendo – che tenderanno a liberarsi in anticipo di dipendenti così invecchiati da non poter essere abbastanza “produttivi”. E naturalmente questo avviene ed avverrà soprattutto in quelle mansioni più “usuranti”.

Il cerchio si chiude. “Dovete morire prima”, come ha osato dire il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan...

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Morti in forte aumento e pochi nati: il vero deficit italiano

Gian Carlo Blangiardo – L’Avvenire, 13 agosto 2017

Nel primo trimestre 2017 le morti sono aumentate del 15 per cento, i nati sono in ancora in calo (-2,6%) e Il saldo naturale negativo è a livelli record: 346mila unità.

Parlare di demografia attorno alla metà del mese d’agosto, quando i ritmi della vita rallentano e si vorrebbe assaporare il piacere del meritato riposo, sembra un accanimento che solo Giovanni Sartori, con le sue vivaci (e francamente spesso discutibili) considerazioni sui temi della popolazione, si poteva permettere. Tuttavia, il recente aggiornamento del bilancio demografico della popolazione italiana, fornito dall’Istat per il primo trimestre del 2017, offre spunti che inducono a travalicare gli scrupoli nel proporre una riflessione impegnativa pur in presenza di un clima agostano e vacanziero.

Alla luce dei nuovi dati, ciò su cui conviene innanzitutto soffermarsi non è tanto il prosieguo della tendenza a perdere popolazione – altri 57mila residenti in meno tra il 1° gennaio e il 31 marzo 2017 che si aggiungono agli oltre 200mila persi nel biennio 2015-2016 – quanto le modalità con cui tale risultato è andato concretizzandosi. Ci troviamo infatti in presenza di un quadro statistico che anticipa la prospettiva di un nuovo anno contraddistinto da record negativi su tutti i fronti.

Partiamo dalle nascite.


La loro frequenza nel primo trimestre del 2017, pari a 112mila unità, è inferiore del 2,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Anno in cui – è bene ricordarlo – si era già registrato il più basso numero di nati dai tempi dell’Unità Nazionale (1862-1916). Se dovessimo estrapolare su base annua il dato parziale di questo inizio 2017 avremmo un bilancio finale di 461mila nascite. Un valore che, stando ai più recenti scenari previsionali diffusi dall’Istat, ben si concilia con una prospettiva di ulteriore estremo regresso sul piano della vitalità demografica del nostro Paese, lasciando intendere un calo di quasi 3 milioni di abitanti nel prossimo ventennio e una discesa del peso relativo della componente più giovane (i residenti in età 0-14 anni) dall’attuale 13,5% al 10,9%.


Ma il messaggio più impressionante che ci consegnano le statistiche di questo primo scorcio del 2017 è quello relativo alla frequenza dei decessi. Ne sono stati conteggiati 192mila nel trimestre in oggetto: il 14,9% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Con persino una crescita del 2% rispetto ai primi tre mesi del 2015, un anno che – come è ben noto – si era distinto negativamente per una sorprendente impennata della mortalità (a suo tempo messa tempestivamente in luce proprio sulle colonne di “Avvenire”). Siamo dunque in presenza di un nuovo improvviso peggioramento dei livelli di sopravvivenza della popolazione italiana, e soprattutto della sua componente più anziana e fragile?


Attualmente i dati disponibili non consentono ancora adeguati accertamenti sulle cause dei decessi e sulle caratteristiche dei soggetti coinvolti, ma è senz’altro da escludere che un aumento così consistente della frequenza di morti sia unicamente imputabile a cambiamenti quantitativi o strutturali dei residenti. L’invecchiamento della popolazione tra il 1° gennaio 2016 e la stessa data del 2017 potrebbe, infatti, spiegare al più un incremento dei decessi nell’ordine del 3%: non quel quasi 15% di cui si è detto! Per altro va rilevato che se la variazione osservata in questo primo trimestre dovesse valere per l’intero anno ci troveremmo a contabilizzare nel 2017 ben 707mila morti. Occorre risalire al 1944 per trovare un dato simile!


Nel complesso, estrapolando su base annua i primi dati trimestrali su natalità e mortalità avremmo un saldo naturale per il 2017 di segno negativo, più morti che nati, per 346mila unità: un valore quasi equivalente alla somma dei due saldi – già negativi e di dimensione preoccupante – che hanno caratterizzato il precedente biennio 2015-2016.

Che dire davanti a un tale scenario? Per prima cosa si può sperare che, trattandosi di dati ancora parziali, ci sia strada facendo una qualche correzione di rotta.

Tuttavia, affinché un cambiamento sia realisticamente configurabile sarebbe necessaria una strategia condivisa e tempestiva capace di rimettere al centro la famiglia, sia come protagonista delle scelte legate alla genitorialità, sia come rete di supporto ai membri fragili sul piano socio economico e sanitario. Ma quali novità ci sono, se ci sono, su questo fronte? Anche per questo è importante che sia stata confermata la terza Conferenza nazionale sulla famiglia (Roma 28 e 29 settembre 2017) e che essa possa essere, come previsto, l’occasione per discutere una versione aggiornata del ‘Piano nazionale per la famiglia’ e renderne operativi i contenuti.

Non dimentichiamo però che mentre la Seconda Conferenza (Milano, 2010) si interrogava – già allora con toni preoccupati – sul futuro demografico di un’Italia caratterizzata da 562mila nascite e da un saldo naturale negativo per ‘sole’ 25mila unità (dati 2010), l’edizione 2017 sembrerebbe capitare in un anno con circa 100mila nati in meno e con un ipotetico squilibrio naturale di quattordici volte più grande. Ce n’è dunque quanto basta per sottolineare l’urgenza che, sul fronte dei risultati, il nuovo Piano Nazionale sappia essere, diversamente dalla sua precedente versione, ben più che un bel ‘libro dei sogni’.

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21/10/2017

Vogliono farci morire prima? Serve una “operazione verità”

Le parole del ministro dell’Economia Padoan sono rivelatrici e non casuali. Quando il ministro che ha in mano i rubinetti dell’economia afferma che: “Gli Italiani muoiono troppo tardi e ciò incide negativamente sui conti dell’Inps”, è chiaro che ci troviamo di fronte al nocciolo del problema.

Al di là degli scongiuri e degli improperi che possono scattare in automatico (e pienamente giustificati), Padoan ha solo dato voce ad una dottrina che è diventata strategia di comportamento in molti paesi a capitalismo avanzato. Ne abbiamo scritto su questo giornale spesso e anche recentemente.

Il processo di disumanizzazione delle persone, ormai declinate nella migliore delle ipotesi come risorse umane o capitale umano, a fronte delle esigenze dei mercati, della ossessione della competitività e del dogma del pareggio di bilancio, da tempo sta producendo una eugenetica concreta e dal sapore un po’ nazista.

Aveva cominciato il Fmi nel settembre del 2014 affermando in un documento che “ulteriori risparmi saranno difficili senza affrontare l’elevata spesa per le pensioni”. La spesa pubblica per le pensioni, afferma il Fondo, è la più alta nell’area euro e rappresenta il 30% del totale della spesa”. Non solo, con una assonanza diabolica il Fmi sottolineava che: “Le riforme hanno aiutato a invertire il rapido aumento della spesa sanitaria nell’ultimo decennio ma ci sono spazi per migliorare”.

Nello stesso periodo in Italia si avviava una inquietante controtendenza: la mortalità cominciava ad aumentare e l’aspettativa di vita a diminuire. “L’Italia, entrata nel 2015 nella recessione demografica, anche l’anno scorso ha proseguito il trend negativo: la popolazione residente è infatti calata di 76mila unità (-0.13%)” sottolineava l’Infodata de il Sole 24 Ore del 21 agosto.

E perché si muore di più? La spesa sanitaria sostenuta di tasca propria dai cittadini italiani è salita a 34,5 miliardi di euro, mentre sono ormai diventati 11 milioni nel 2016 gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagarle di tasca propria. Sono 2 milioni in più rispetto al 2012. E’ quanto emerge da una ricerca Censis del 2017.

Tra questa drastica diminuzione delle persone che si curano o che hanno i soldi per curarsi e l’aumento dell’età pensionabile c’è una relazione? Certamente sì. E’ evidente che un organismo umano tenuto al lavoro per un tempo più lungo ne venga inevitabilmente logorato sul piano fisico e psicologico. Ed è altrettanto evidente che il combinato disposto tra un organismo umano più logorato e la diminuzione delle cure produca un accorciamento delle aspettative di vita.

Le minacce terroristiche di ministri come Padoan o dei tecnocrati del Fmi o dell’Ocse sulla insostenibilità dei sistemi previdenziali, sanitari e di welfare di fronte all’invecchiamento della popolazione (una volta ritenuto un indicatore di benessere mentre oggi lo fanno apparire una jattura), nasconde il fallimento del modello capitalista ipercompetitivo come modello ideale di società e manipola l’attenzione pubblica in una direzione estremamente inquietante: una volta che il capitale umano ha esaurito la sua funzione produttiva (portata magari fino a 70 anni), deve togliersi di torno il prima possibile per evitare che diventi “un costo insostenibile”.

Marx parlava profeticamente dell’esito della lotta di classe come “vittoria di una classe sull’altra” o della “rovina comune delle classi in lotta”. Il ministro Padoan, come il miliardario Warren Buffet, lavorano attivamente all’inveramento permanente del primo scenario, perché al momento dispongono di tutte le regole e gli apparati per imporlo. Spetta a coloro che essi vorrebbero togliere di torno il prima possibile ingaggiare la sfida, per l’uguaglianza e la giustizia sociale sicuramente, ma a questo punto anche per la sopravvivenza. Questo paese ha urgenza di una “operazione verità”.

Il 10 e 11 novembre c’è uno sciopero generale e una manifestazione a Roma per cominciare a raccontarla in tanti, senza sconti per nessuno.

vedi anche: lavoro, precarietà,disoccupazione. Serve una “operazione verità”

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12/10/2017

“Diritto all’eutanasia” o incentivo al suicidio?

Da qualche anno il tema dell’eutanasia è stato imposto al dibattito politico con una forza e un’insistenza che destavano sospetti. E’ scontato, nella nostra visione, che la volontà di porre fine alla propria vita sia un diritto semplicemente indiscutibile di una persona. Specie in condizioni invivibili. Ma c’era qualcosa di stonato e insincero nei tanti che cianciavano sull’argomento

L’ultimo caso, quello di Loris Bertocco, tra i fondatori dei Verdi italiani e attivista in materia di ambiente e diritti, alza il velo sul punto che fin qui era stato accuratamente nascosto: l’assistenza ai malati. Ovvero lo scarico sui malati e le loro famiglie di quasi tutto il peso economico delle cure.

Nel caso di Bertocco, infatti, questo peso è diventato così insostenibile da portarlo a scegliere di metter fine alla propria vita. Non perché stanco di vivere, ma semplicemente perché diventato troppo povero per potersi continuare a curare.

Stiamo parlando di un condizione doppiamente terribile – malattia ed esaurimento delle risorse economiche – che dovrebbe consigliare il silenzio a tanti “samaritani radicali” che invece blaterano anche in questo caso del “diritto al fine vita”, come se le parole di Bertocco non fossero abbastanza chiare: “Sono convinto che se avessi potuto usufruire di assistenza adeguata avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni, e forse avrei magari rinviato di un po’ la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze.”

Parole che invitano in primo luogo a migliorare l’assistenza, magari “elevando la soglia massima relativa all’Impegnativa di cura domiciliare e fisica oggi fissata a mille euro, ferma al 2004 e quindi anacronistica e del tutto insufficiente per assicurare le collaborazioni indispensabili”.

I tagli alla sanità, ormai dovrebbe essere evidente a tutti, sono una macchina infernale che toglie vita alle persone, in una spirale schizofrenica di dichiarazioni ministeriali puntualmente smentite dai fatti. Anche il più banale dei trucchi amministrativi – non adeguare un’indennità al crescere dell’inflazione reale – diventa così un dispositivo omicida. Una tragedia che da anni proviamo a raccontare con la formula “dovete morire prima”, sintesi di tutti i dispositivi normativi che accompagnano il taglio della spesa pubblica e soprattutto di quella sanitaria.

L’aspetto più insopportabile – lo ripetiamo – è che questo “incentivo alla morte” venga dipinto dai media come “una battaglia di civiltà”, strumentalizzando oscenamente alcuni casi-limite per narrare quasi un’“attenzione premurosa” per i diritti individuali. Come se venire spinti al suicidio – assistito, in questo caso, più “autogestito” nella maggioranza degli altri – fosse un modo di farci un favore...

Qui di seguito stralci della lettera di Loris Bertocco, così come sintetizzata dall’Ansa.

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“Mi è difficile immaginare il resto della mia vita in modo minimamente soddisfacente, essendo la sofferenza fisica e il dolore diventati per me insostenibili e la non autosufficienza diventata per me insopportabile. Sono arrivato quindi ad immaginare l’accompagnamento alla morte volontaria, che è il frutto di una lunghissima riflessione”.

È un passaggio di una lunga lettera con cui Loris Bertocco, originario di Fiesso D’Artico (Venezia), paralizzato in seguito a un incidente dall’età di 18 anni e cieco dall’età di 38, spiega a Repubblica le ragioni dell’addio e della scelta di suicidio assistito in Svizzera.

“Credo che sia giusto fare questa scelta prima di trovarmi nel giro di poco tempo a vivere come un vegetale”, afferma. “Il muro contro il quale ho continuato per anni a battermi è più alto che mai e continua a negarmi il diritto ad una assistenza adeguata”.

“È necessario alzare la soglia massima relativa all’Impegnativa di cura domiciliare e fisica oggi fissata a mille euro, ferma al 2004 e quindi anacronistica e del tutto insufficiente per assicurare le collaborazioni indispensabili.

Il mio impegno estremo, il mio appello, è adesso in favore di una legge sul ‘testamento biologico’ e sul ‘fine vita’. Vi sono situazioni che evolvono inesorabilmente verso l’insostenibilità.

Sono convinto che se avessi potuto usufruire di assistenza adeguata avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni, e forse avrei magari rinviato di un po’ la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze. Ora è arrivato il momento. Porto con me l’amore che ho ricevuto e lascio questo scritto augurandomi che possa essere di aiuto alle tante persone che stanno affrontando ogni giorno un vero e proprio calvario”.

“Avrei voluto che fosse il mio Paese, l’Italia, a garantirmi la possibilità di morire dignitosamente, senza dolore, accompagnato con serenità per quanto possibile. Invece devo cercare altrove questa ultima possibilità. Non lo trovo giusto. Il mio appello è che si approvi al più presto una buona legge sull’accompagnamento alla morte volontaria, perché fino all’ultimo la vita va rispettata e garantita nella sua dignità”.

E’ un passaggio dell’addio che Loris Bertocco, 59 anni, ha voluto lasciare prima di morire ieri a Zurigo in una clinica che pratica il suicidio assistito, come riportano anche Corriere Veneto, Gazzettino, Nuova Venezia. La richiesta di accompagnamento alla morte volontaria, spiega Bertocco nella sua lettera ‘testamento’, è frutto “di una lunghissima riflessione”, una scelta meditata da tempo “e alla quale è giunto progressivamente ma in modo irreversibile: sono stato e sono ancora convinto che la vita sia bella e sia giusto goderla in tutti i suoi vari aspetti, sia quelli positivi che quelli negativi”.

La lunga lettera cita i problemi, anche di natura economica, avuti negli ultimi tempi. Dalla ristrutturazione della casa familiare, diventata sempre più onerosa dopo la scomparsa del padre e la malattia della madre, alla separazione dalla moglie, alla malattia della sorella, affetta da una grave sclerosi multipla.

Bertocco, tra i fondatori dei Verdi italiani e attivista in materia di ambiente e diritti, nel suo messaggio parla in particolare dell’aspetto economico. “Dal 2005 ho percepito un contributo di mille euro dalla Regione Veneto per pagare parzialmente un’assistente che mi aiutava nei miei bisogni quotidiani e questo aiuto mi è stato di grande sollievo – sottolinea –. Dal 2011 in poi, mancando il supporto di mia moglie e avendo bisogno di assistenza 24 ore su 24 ho tentato di accedere ad ulteriori contributi straordinari della Regione Veneto per casi di particolare gravità”. E aggiunge: “ho lottato con la Regione per quasi due anni senza ottenere il risultato che speravo”. Duro il suo atto d’accusa: “sono convinto che, se avessi potuto usufruire di una assistenza adeguata, avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni e forse avrei magari rinviato la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze. Ma questa scelta l’avrei compiuta comunque, data la mia condizione fisica che continua progressivamente a peggiorare e le sue prospettive”.

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03/09/2017

A forza di “morire prima”, l’aspettativa di vita cala...

La demografia è una disciplina scientifica con pochi aficionados. Forse perché, mettendo insieme la somma delle conseguenze derivanti da scelte politiche, sistema economico, evoluzione antropologicica, dunque gli stili di vita e anche le scelte individuali, ci mette di fronte a un film che ci sbatte in faccia – tutte connesse tra loro – le follie che andiamo combinando.

Pochi hanno ripreso un articolo del prof. Gian Carlo Blangiardo, ordinario di demografia all’università Bicocca di Milano, apparso su L’Avvenire una ventina di giorni fa. Quell’articolo, infatti, dipinge un quadro horror del futuro prossimo di questo paese, con dinamiche negative cui nessuno – neanche il prof in questione o i vescovi italiani, editori di quel giornale – sa dare risposte efficaci.

Il quadro è così sintetizzabile: aumentano i morti e diminuiscono le nascite. Non ci vuole uno scienziato per dedurne che la popolazione “indigena” (compresi gli immigrati regolarizzati) cala.

Di quanto cala? I dati Istat relativi al primo trimestre 2017, su cui ha lavorato Blangiardo, sono devastanti: +15% i morti (rispetto al primo trimestre 2016), -2,6% le nascite. In termini assoluti è ancora più chiaro: 192.000 decessi in più a fronte di sole 112.000 nuovi nati. Sono 80.000 persone in meno, in appena tre mesi.

Peggio ancora. Il numero delle nascite è il più basso dall’unità d’Italia (1862), mentre il numero dei morti è quasi uguale a quello del 1944 (anno di guerra sul nostro territorio, con i tedeschi al nord e gli americani al centro-sud). Proprio il confronto aumenta la drammaticità di una situazione di cui nessuno si vuole occupare seriamente.

Non è la prima volta che accade: anche nel 2015 si era registrato un aumento dei decessi percentualmente simile (+14,9%), ma in molti lo avevano sbrigativamente derubricato ad “evento eccezionale”, praticamente irripetibile.

E infatti...

Si sa – ce lo dicono tutti i giorni – che la struttura demografica nazionale è da diversi decenni squilibrata, con un numero di anziani progressivamente maggiore delle generazioni più giovani, al contrario di quel che avveniva fino agli anni ‘60. E ce lo ripetono soprattutto per dirci che bisogna lavorare sempre di più, aumentando l’età lavorativa perché aumenta l’aspettativa di vita.

La sproporzione mostruosa tra morti e nascite ha però un effetto statistico inatteso: diminuisce l’aspettativa di vita. Dunque anche i meccanismi automatici inventati per rinviare indefinitamente l’età pensionabile vanno a farsi friggere. O almeno risultano assolutamente indifendibili. Non solo perché impediscono ai più giovani di trovare spazio nel mercato del lavoro, ma perché sono falsi. Con buona pace di Tito Boeri e di tutti gli altri professorini del taglio alle pensioni che, dal governo Dini in poi, si erano scatenati in schemini previsionali in cui le “aspettative di vita” crescevano indefinitamente nel tempo. Un po’ come nella finanza “creativa” o nelle proiezioni di borsa, in cui le controtendenze non esistono mai...

Ma questi schemini idioti sono falsi soprattutto perché l’alto numero di morti non riguarda soltanto – com’è fisiologico – i più anziani, ossia quelli già oltre la media delle “aspettative di vita” (83,49 anni, nel 2015), ma anche quelli al di sotto di quella soglia. Le ragioni dell’aumento dei decessi non sono quindi rintracciabili soltanto nell’invecchiamento della popolazione – se fosse così, spiega il prof. Blangiardo, avremmo avuto un aumento del 3%, invece che del 15 – ma vanno per forza cercate nelle peggiorate condizioni di vita. Che per gli anziani significa soprattutto maggiori difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari, livello infimo delle pensioni medie (la stragrande maggioranza è al di sotto dei 1.000 euro al mese).

Lo conferma lo stesso demografo, inperpellato dal Corriere della Sera: «Sì, credo che stia emergendo una debolezza del sistema sanitario, di cui fanno le spese i soggetti più deboli, a partire dagli anziani».

Le proiezioni demografiche sull’anno in corso, se si confermasse la tendenza dei primi tre mesi, descrivono un saldo negativo di 346.000 cittadini. Cifre da 1944, appunto.

E qui cause e rimedi andrebbero individuati con precisione, cosa che invece nessuno fa.

I cattolici (compreso il prof in questione) fanno grande o disperato affidamento sulle “politiche per la famiglia”, auspicando provvedimenti a favore della voglia di “genitorialità”. Il governo tace, il sistema delle imprese ovviamente se ne frega (l’identità etnica dei lavoratori è per loro indifferente, fino a quando non si innescano conflitti anche su questo piano, cui reagiscono in genere scappando da un’altra parte).

Ma anche i “singoli cittadini” astrattamente intesi se ne fregano ampiamente. Com’è giusto che sia, ognuno fa le proprie scelte di vita in modo (presuntamente) indipendente; ossia all’interno di un sistema economico che rende possibili certe cose e ne impedisce altre.

L’individualismo fomentato dalla cultura dominante ha un suo peso, ma tutto sommato relativo. Puoi decidere di far figli oppure no come libera scelta se hai un reddito oltre una certa soglia, altrimenti cadi sotto la mannaia di una condizione salariale ormai – proprio per i giovani, ossia quelli che i figli potrebbero anche farli – al di sotto del livello di riproduzione (tradotto: salari così bassi che non bastano a mantenere il lavoratore, figuriamoci una famiglia).

Con i 6-800 euro che si vedono offrire per la maggior parte dei lavori precari, che diavolo di progetti di vita possono fare?

Riassumiamo sinteticamente, scusandoci per la schematicità: i giovani non possono “riprodursi” (sono disoccupati, al 35,5%, hanno salari-mancia e discontinui, ecc), gli anziani sono spinti verso una morte anticipata e costretti a restare al lavoro sempre più a lungo (il programma che abbiamo da anni chiamato “dovete morire prima“, vedi qui, qui e qui), aumentano i residenti che emigrano e neanche gli immigrati ci vedono più come un approdo appetibile.


Come si vede, la demografia è una materia che “risulta” da molte altre, ma che ce le ripresenta senza scuse. Provate a chiedere a un governante o a un imprenditore una risposta concreta al problema. E li vedrete correre, in silenzio...

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Si prospettano scenari ucraini... 

22/08/2017

Italia. Si muore prima, si muore di più e “il sistema” è contento

Il dubbio di aver diffuso negli anni scorsi una battuta dal sapore cinico ancora ci perseguita, così come non riusciamo a toglierci dalla testa il fatto che Cassandra prevedeva il futuro ma era condannata a non essere creduta. Ma quando i dati statistici danno ragione alla tesi secondo cui “dobbiamo morire prima”, un brivido corre lungo la schiena.

Un brivido continuamente alimentato dalle dichiarazioni come quelle della Ragioneria Generale dello Stato o del presidente dell’Inps Boeri o del Fondo Monetario Internazionale. Tutti a ribadire che i costi per il sistema previdenziale sono insopportabili (ma i soldi per banche, F35, bonus elettorali li trovano sempre). Ma se i costi sono insopportabili a causa dell’aspettativa di vita della popolazione italiana, cosa c’è di meglio del ridurre proprio l’aspettativa di vita e i titolari delle prestazioni sociali? E’ la conseguenza che l'aumento dell’età pensionabile (che potrebbe arrivare a 70 anni) e la drastica riduzione delle cure mediche (milioni di persone hanno cessato di curarsi per motivi economici) prima o poi i suoi “effetti” li produce. Certo saranno anche una riduzione dei costi per il sistema, ma, lasciatecelo dire, sembra proprio l’anticipazione distopica di quel “racconto maledetto” di Francois Haine pubblicato alcune settimane fa dal nostro giornale.

Lasciamo parlare i dati riportati nel giugno scorso da Infodata sul Sole 24 Ore.

L’Italia, è entrata nel 2015 nella recessione demografica, ma anche nel 2016 ha proseguito il trend negativo: la popolazione residente è infatti calata di 76mila unità (-0.13%).

Questo risultato è sì il frutto della diminuzione delle nascite (sotto quota 500mila), in costante calo a partire dal 2009 quando erano 100mila nati più di oggi e più o meno proporzionali con il numero dei decessi. A partire da quella data, invece, oltre al un tracollo della natalità si è aggiunto un aumento delle morti, con un amaro conto finale nel 2016: -140mila in tutto, come se scomparisse una intera città delle dimensioni di Salerno. Ci sono poi 115mila italiani hanno deciso di lasciare l’Italia per andare all’estero e sono stati seguiti nella stessa scelta da 42mila stranieri che vivevano in Italia.

Come nel 2015, anche lo scorso anno questa crisi demografica dell’Italia è stata solo parzialmente mitigata fenomeni come l’immigrazione di 260mila cittadini stranieri e il rimpatrio di 40mila italiani che vivevano all’estero, ma questo non è bastato a salvare la stabilità demografica nel paese.

Le regioni la cui popolazione è maggiormente calata sono la Basilicata e il Molise: in soli dodici mesi hanno perso un abitante ogni 200, per cause naturali o per spostamenti, sul territorio o all’estero. La differenza tra nascite e morti, è positiva solo in Trentino-Alto Adige.

Fonte

Dovete morire prima. L’accelerazione di Maroni

Scorrendo i dati sul calo demografico della popolazione residente in Italia ci è capitato di ritrovare, nel nostro confuso archivio di appunti, un articolo apparso tre mesi fa su Il Fatto Quotidiano. L’autore, Vittorio Agnoletto, non è in cima ai nostri sogni come leader politico – ci è sembrata più che sufficiente la stagione di Genova 2001, in tandem con Bertinotti – ma è certamente un medico esperto. Quindi, quando analizza il sistema sanitario e i vari progetti di riforma, va preso molto sul serio.

In questo articolo coglie le infamie principali della “riforma sanitaria” in via di applicazione, ormai, nella Regione Lombardia e voluta da Roberto Maroni, la Lega e Forza Italia, ben supportati da tutta l’estrema destra che tanto dice di voler difendere “gli italiani”.

I punti principali sono più che evidenti:

a) Non sarà più un medico a decidere come dovrà essere curato un “malato cronico” rientrante nelle 65 tipologie individuate dal legislatore regionale. Questo ruolo passa a un “gestore” – un ente o una società, che potrà gestirne fino a 200.000 – cui la stessa Regione affiderà un budget pro capite cui attingere per analisi, diagnosi, cure, ricoveri, ecc.

b) Il “guadagno di impresa” del gestore dovrà essere scavato in questo budget predeterminato, risparmiando sulle prestazioni e/o sul loro costo.

c) Il medico di base avrà come unica funzione quella di “suggerire” a quale “gestore” potrà rivolgersi il paziente cronico. Un ruolo inutile sul piano pratico, ma non si poteva scrivere una riforma che lo eliminava perché troppo palesemente in contrasto con la Costituzione (art. 32: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”).

Le conseguenze pratiche di queste “innovazioni” sono facilmente immaginabili, e Agnoletto le descrive con precisione. I “gestori” mireranno a “creare valore per gli azionisti”, e dunque dichiareranno “inutili” tutta una serie di prestazioni che altrimenti avvicinerebbero il limite del budget. Un incentivo formidabile che dovrebbe permettere alla Regione di risparmiare qualcosa e ai “privati gestori” di introitare cifre favolose... A spese ovviamente della salute dei malati più deboli.

Non dobbiamo infatti perdere di vista che stiamo parlando di malati cronici, difficilmente avviabili sulla via della guarigione. Un numero sterminato, in Lombardia, che arriva a oltre 3 milioni di persone. Una riduzione anche non elevatissima delle prestazioni (analisi diagnostiche, ecc.) si traduce facilmente in un più alto numero di decessi. In piena sintonia con il programma “dovete morire prima” di cui abbiamo colto spesso i segni caratteristici nelle “riforme del welfare” che si susseguono da quasi 20 anni, senza apprezzabili differenze tra i “colori” esibiti dai vari governi.

Contro questa “riforma” criminale c’è una prima opposizione messa in piedi dagli addetti ai lavori (l’Unione dei medici italiani e Medicina Democratica, per ora), mentre nessun partito politico o sindacato “complice” ha fin qui profferito parola. Un “silenzio” che tutti – a cominciare dalla giunta fascio-leghista-berlusconiana – ha giustamente interpretato come un “assenso”.

A voi il giudizio finale...

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Regione Lombardia: sei malato? Non chiamare il medico, ora c’è il gestore

di Vittorio Agnoletto

Il titolo, purtroppo, non è uno scherzo, ma è quello che sta avvenendo in Regione Lombardia.

Per ora riguarda una sola Regione ma, se dovesse realizzarsi, è probabile che in pochi anni troverà estimatori anche in molte altre parti d’Italia. E’ una vicenda (volutamente) complicata ma proverò a spiegarla nel modo più semplice possibile, convinto che ognuno abbia diritto di essere pienamente informato su quello che riguarda il presente e il futuro della sua salute.

Con due delibere, la n. 6164 del 3 gennaio e la n. 6551 del 4 maggio 2017, la giunta regionale lombarda, senza nemmeno una discussione in Consiglio regionale, sta modificando totalmente l’assistenza sanitaria in Lombardia e cancellando alcuni dei pilastri fondativi della legge di riforma sanitaria la n. 833 del ’78.

La non costituzionalità di tali delibere è stata sollevata attraverso un ricorso al Tar dall’Unione Medici Italiani ed un altro ricorso è in arrivo da Medicina Democratica. Gli Ordini dei medici di Milano e della Lombardia sono insorti: la giunta regionale si è limitata ad inserire qualche modifica di facciata proseguendo a vele spiegate verso una terza delibera attuativa attesa in questi giorni (maggio 2017; l’approvazione definitiva è arrivata all’inizio di agosto, ndr).

La vicenda riguarda, secondo le stime della Regione, circa 3.350.000 cittadini “pazienti cronici e fragili” che sono stati suddivisi in tre livelli a seconda della gravità della loro condizione clinica. Costoro riceveranno in autunno una lettera attraverso la quale la Regione li inviterà a scegliersi un “gestore” (la delibera usa proprio questo termine) al quale affidare, attraverso un “Patto di Cura”, un atto formale con validità giuridica, la gestione della propria salute. Il gestore potrà essere loro consigliato dal medico di base o scelto autonomamente da uno specifico elenco.

Il gestore, seguendo gli indirizzi dettati dalla Regione, predisporrà il Piano di Assistenza Individuale (Pai) prevedendo le visite, gli esami e gli interventi ritenuti da lui necessari; “il medico di medicina generale (Mmg) può eventualmente integrare il Pai, provvedendo a darne informativa al Gestore, ma non modificarlo essendo il Pai in capo al Gestore”.

La Regione ha individuato 65 malattie, per le quali ha stabilito un corrispettivo economico da attribuire al gestore a secondo della patologia presentata da ogni persona da lui gestita. Se il gestore riuscirà a spendere meno della cifra attribuitagli dalla Regione potrà mantenere per sé una quota dell’avanzo, eventualmente da condividere con il Mmg che ha creato il contatto. Il gestore non deve per forza essere un medico, può essere un ente anche privato e deve avere una precisa conformazione giuridica e societaria e può gestire fino a… 200.000 persone.

E’ facile immaginare che nelle scelte dei gestori conterà maggiormente il possibile guadagno piuttosto che la piena tutela della salute del paziente, il quale potrà cambiare gestore ma solo dopo un anno. Scomparirà ogni personalizzazione del percorso terapeutico e ogni rapporto personale tipico della relazione con il medico curante. Per una società che gestirà 100/200.000 Pai (Piani di Assistenza) ogni cittadino è un numero asettico potenziale produttore di guadagno.

Il Mmg viene quindi privato di qualunque ruolo, sostituito da un manager e da una società; ed è questa una delle ragioni che ha fatto scendere sul piede di guerra i camici bianchi. Se avesse potuto la Lombardia avrebbe cancellato la figura dei Mmg, ma per ora una Regione non può modificare i pilastri di una legge nazionale come la legge 833. Ma all’orizzonte c’è il referendum sull’autonomia regionale voluto dal presidente leghista, un referendum consultivo ma che verrà fortemente enfatizzato. Ci sentiremo dire che l’autonomia da Roma permetterà di rendere pienamente operativa questa “eccellente riforma regionale”. Di bufale sulla sanità ne abbiamo già sentite molte, da Renzi alla Lorenzin e questa non sarà l’ultima.

Una “legge eccezionale”, sosterrà la Regione, perché eviterà che cittadini malati, in maggioranza anziani, debbano impazzire con le ricette, le telefonate interminabili ai centralini regionali per fissare le visite, le code agli sportelli, le liste di attesa ecc. ecc.

La Regione Lombardia non dirà che tutti questi disagi sono stati costruiti ad arte, prima da Roberto Formigoni e poi da Roberto Maroni, per spingere i cittadini verso la sanità privata che li aspetta con gioia per lucrare ulteriormente sulla loro pelle. Se il Tar non cancellerà queste delibere e se le organizzazione della società civile non si ribelleranno è forte il rischio che molti nostri concittadini accetteranno quasi con riconoscenza il piano della Regione; salvo poi accorgersi che ad essere trascurata sarà proprio la loro salute. Ma allora sarà troppo tardi.

Scritto in collaborazione con Albarosa Raimondi, medico, esperta in organizzazione sanitaria

da http://www.ilfattoquotidiano.it/ del 15/05/2017

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RETE LOMBARDA PER IL DIRITTO ALLA SALUTE

Il 14 luglio scorso si è svolto il presidio, promosso dalla Rete Lombarda per il diritto alla Salute, davanti alla Regione in coincidenza con l’inizio della discussione del pdl 228, sulla evoluzione del sistema sanitario regionale. Vi è stata una partecipazione, relativa al periodo in cui si è svolta, limitata, ma dignitosa. Del resto non si poteva in un’occasione simile fare nulla. O comunque lasciare il tutto alle opposizioni con i loro migliaia di emendamenti e di ordini del giorno.

Erano presenti associazioni, sindacati, movimenti e partiti, singoli compagni che hanno animato l’iniziativa, servendosi anche di un notevole altoparlante fornito da SDL di Varese. Presente anche un altro sindacato di base SIAL COBAS, varie associazioni: UNASAM (Salute Mentale), Medicina Democratica, Associazione Italiana Esposti Amianto, Andria (salute della donna), e fra i partiti Rifondazione e SEL; vi erano anche diversi operatori sanitari di alcuni ospedali e ASL milanesi (coordinamento degli operatori della sanità).

Si è approfittato dell’occasione per fare presente alcuni punti della piattaforma della RETE relativi alla critica del PDL regionale, nonché ad alcuni temi che in essa non appaiono in quanto rinviati ad altro provvedimento, annunciato a settembre. Si è discusso infatti di Salute Mentale, di Consultori, di Salute nei luoghi di lavoro.

L’idea è quella di costituire effettivamente una Rete che coinvolga tutti quelli che hanno i medesimi intendimenti senza discriminazione alcuna, alfine di portare avanti una piattaforma comune, considerando che ne la nostra iniziale mobilitazione, ne gli emendamenti delle opposizioni riusciranno a modificare la posizione della Giunta Regionale. Sappiamo che questa, nonostante le differenze interne, che sono differenze di potere, piuttosto che di merito, perseguirà con la sua linea che sinteticamente è stata definita quella di un ulteriore passaggio verso la privatizzazione della sanità. Ci vorrà tempo e fatica, occorrerà organizzare altre iniziative e manifestazioni, momenti di studio e di approfondimento, ma non possiamo dimenticarci che ne va della storia, proprio della storia del Servizio Sanitario Nazionale.

Vi è anche, in proposito, un problema di carattere culturale: la popolazione si accorge dei pur veri problemi che gli si pongono immediatamente davanti (come iticket e le liste di attesa), è meno interessata o non vede quello che ci sta dietro, per cui finisce per accettare quello che la Regione promette di fornire, e che in verità è frammentato e inadeguato, quando non corrisponde a necessità clientelari o corruttive.

Proponiamo a tutti di costruire una mailing list tramite la quale comunicare le iniziative di ciascuno e di tutti, di costruire iniziative comuni.
La prossima scadenza potrebbe essere quella legata al successivo progetto di legge sui temi che sono stati esclusi, quelli della prevenzione, della partecipazione, della salute mentale, dei consultori e dell’ivg, della salute nei luoghi di lavoro, della relazione ambiente-salute, della cronicità e non autosufficienza.

Facciamo inoltre presente che continua il corso sulla salute, organizzato dalla Rete ogni 15 giorni dalle 17,45 alle 20 presso la sala sindacale dei ferrovieri alla stazione centrale (Binario 21 scala E, quarto piano) a partire da mercoledì 12 settembre il cui tema sarà dedicato alla salute della donna. Si prevede un convegno finale per il 28 di novembre da organizzare con tutta la Rete.
Si fa anche presente che, sempre nel medesimo luogo, il 19 settembre (sabato), Medicina Democratica invita le associazioni e tutti gli altri ad un incontro preparatorio per il suo Congresso Nazionale, in quanto si vuole fare di questo congresso un momento comune di approfondimento, di discussione per tutto il movimento di lotta per la salute. Il Congresso si terrà all’Università di Firenze il 19, 20, 21 novembre prossimi.
A risentirci

Fulvio Aurora

Fonte

26/04/2016

Altra conferma: si muore prima

L’aveva già segnalato l’Istat, poche settimane fa. Ma la conferma che arriva dal rapporto Osservasalute – presentato oggi – è in qualche misura ancora più agghiacciante, perché meno “asettico” e mirato essenzialmente ai problemi generati dalla gestione del sistema sanitario: per la prima volta nella storia d’Italia l’aspettativa di vita degli italiani è in calo.

Nel 2015 la speranza di vita per gli uomini è stata 80,1 anni, 84,7 anni per le donne, spiega Walter Ricciardi, direttore dell’osservatorio sulla Salute delle Regioni. Nel 2014, la speranza di vita alla nascita era maggiore e pari a 80,3 anni per gli uomini e 85,0 anni per le donne. L’andamento ha riguardato tutte le regioni, e dunque non dipende dall’efficienza minore o maggiore delle strutture sanitarie.

È abbastanza scontato che il record positivo sia registrato in una delle province a più alto reddito (Trento, dove si riscontra, sia per gli uomini sia per le donne, la maggiore longevità: rispettivamente, 81,3 anni e 86,1 anni), mentre quello negativo riguardi la Campania (78,5 anni per gli uomini e 83,3 anni per le donne).

Per quanto riguarda le cause di morte, dai dati del 2012, quelle più frequenti sono le malattie ischemiche del cuore, responsabili da sole di 75.098 morti (poco più del 12% del totale dei decessi). Seguono le malattie cerebrovascolari (61.255 morti, pari a quasi il 10% del totale) e le altre malattie del cuore non di origine ischemica (48.384 morti, pari a circa l’8% del totale).

“Il calo è generalizzato per tutte le regioni – ha spiegato Ricciardi –. Normalmente un anno ogni quattro anni, è un segnale d’allarme, anche se dovremo aspettare l’anno prossimo per vedere se è un trend. Siamo il fanalino di coda nella prevenzione nel mondo, e questo ha un peso”.

Il rapporto boccia l’Italia in prevenzione, con una spesa per la salute in fondo alla classifica europea e che continua a scendere: “Anche quest’anno le analisi contenute nel Rapporto Osservasalute segnalano numerosi elementi di criticità, in quanto confermano il trend in diminuzione delle risorse pubbliche a disposizione per la sanità, le esigue risorse destinate alla prevenzione e le persistenti iniquità”.

La spesa sanitaria pubblica è in effetti passata dai 112,5 miliardi di euro del 2010 ai 110,5 del 2014, e la contrazione ha coinciso con una lenta ma costante riduzione dei deficit regionali, conseguita però in gran parte tramite il blocco o la riduzione del personale sanitario e il contenimento dei consumi, misure che, sottolineano gli esperti, difficilmente potranno funzionare ancora nel futuro, visto che quasi ovunque si stanno ampiamente sorpassando i limiti dell’operatività “normale”.

Il rapporto indica nella carenza di prevenzione la responsabilità primaria della diminuita speranza di vita. L’investimento in prevenzione è molto scarso, solo il 4,1% della spesa sanitaria totale. Nel 2014, la spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia è di 1.817 euro, del tutto in linea con il valore dell’anno precedente che pone l’Italia tra i Paesi che spendono meno.

Meno prevenzione significa meno controlli, un numero inferiore di analisi di vario tipo (con straordinario tempismo, a fine 2015, il governo ha varato un elenco di 205 prestazioni sanitarie che i medici di base dovrebbero considerare “inappropriate”, si va dalle analisi per colesterolo e trigliceridi ad altre indispensabili per chiarire – preventivamente – lo stato di salute generale e l’insorgere di problemi anche gravi, che non si possono poi risolvere in sede di crisi acuta) e che quindi ogni cittadino dovrebbe pagarsi integramente per proprio conto. Come se il servizio sanitario nazionale fosse stato abolito.

Il programma “dovete morire prima” segna dunque un altro straordinario “successo”. Ma c’è anche un risvolto che i governi della Troika potrebbero considerare “negativo”, dal loro punto di vista. Se l’aspettativa di vita cala, tutto il discorso fatto sull’allungamento dell’età pensionabile (“agganciata” in automatico alla prima) rischia di saltare in aria. Con buona pace delle Fornero, dei Poletti e dei Boeri...

Vedi anche:

http://contropiano.org/news/news-economia/2016/04/13/la-ricetta-del-fmi-la-crisi-dovete-morire-077817

http://contropiano.org/news/news-economia/2016/03/21/farmaci-diamanti-perche-dovete-morire-076895

http://contropiano.org/news/politica-news/2015/12/24/il-programma-dovete-morire-prima-sta-avendo-successo-034448

http://contropiano.org/news/politica-news/2014/10/28/sud-il-programma-ue-dovete-morire-si-realizza-alla-grande-027177

http://contropiano.org/news/news-economia/2014/04/12/il-fmi-dovete-morire-prima-anche-di-fame-se-necessario-023352

http://contropiano.org/news/aggiornamenti-in-breve/italia/2013/12/04/sanita-per-i-ricchi-il-governo-vara-il-programma-dovete-morire-020739

Fonte

13/04/2016

La ricetta del Fmi per la crisi: “dovete morire prima”

Nelle pieghe del Global Financial Stability Report, presentato ieri dal Fondo Monetario Internazionale, c’è un’avvertenza che ben pochi media hanno voluto segnalare e che è stata immediatamente cancellata anche da chi l’aveva in un primo momento raccolta (Repubblica, per esempio, sul cui sito non si trova più traccia di questa pagina).

Il punto è semplice: la longevità delle popolazioni occidentali – ossia il famoso “allungamento delle aspettative di vita” – mette a rischio i bilanci degli stati più sviluppati.

Il Fmi arriva a questa affermazione “di sguincio”, per vie traverse, quando prova a spiegare che “nessun asset può essere considerato veramente sicuro”. Che rapporto c’è tra investimenti finanziari e vecchiaia delle popolazioni? Quello tra affidabilità dei titoli di stato e, appunto, spesa pubblica dedicata agli istituti del welfare (pensioni, sanità, assistenza, istruzione). Silenzio assoluto sulla spesa militare, evidentemente considerata “utile” (“produttiva” sarebbe troppo anche per un neoliberista integralista).

Di recente le principali agenzie di rating (tutte statunitensi) hanno deciso un downgrade di titoli fin qui considerati sicuri, “virtualmente privi di rischio”, come i Bund tedeschi o i Treasury americani. Beni rifugio per eccellenza, che sembravano in grado di scalzare – in questo ruolo – persino il tradizionale oro (che infatti si è rivalutato del 20% in pochi mesi).

Si comprende facilmente che questi downgrade hanno seriamente preoccupato gli “investitori professionali” (fondi speculativi, fondi pensione, risparmio gestito, hedge fund, ecc.), che stanno dirottando altrove i propri investimenti o sono in procinto di farlo. Con ovvie e serissime conseguenze sulla stabilità degli stessi mercati finanzairi e conseguentemente anche per i bilanci stessi degli stati (quando cala l’affidabilità di un titolo, il prezzo scende; e di conseguenza sale il rendimento, ossia gli interessi che uno Stato deve pagare).

Il Fmi sottolinea inoltre che “l’offerta di asset sicuri è diminuita di pari passo alla capacità del settore pubblico e privato di produrre asset di questo tipo”. E la causa principale è individuata, dagli imperturbabili criminali alla guida del Fmi, nella longevità “eccessiva” delle relative popolazioni. “Se l’aspettativa di vita media crescesse di tre anni più di quanto atteso ora entro il 2050, i costi potrebbero aumentare di un ulteriore 50%.

E quindi i debiti pubblici potrebbero essere in varia misura sottoposti a una dinamica crescente. Il Fmi si preoccupa di non apparire tendenzialmente stragista, e cerca di trovare le parole più tranquillizzanti: che le persone vivono più a lungo è “molto desiderabile”, così come il fatto che lo sviluppo “abbia aumentato il benessere individuale”. Purtroppo, dicono i “tecnici” di Christine Lagarde, questo ha fatto aumentare i costi in termini di piani pensionistici e assistenza sanitaria.

Il rischio è considerato “notevole” sia per quanto riguarda la sostenibilità fiscale (potrebbe fare aumentare il rapporto debito/pil), sia sul fronte della solvibilità di istituti finanziari e fondi pensione. Queste dinamiche “potrebbero avere un ampio effetto negativo su settori pubblici e privati già indeboliti, rendendoli più vulnerabili ad altri shock e potenzialmente minando la stabilità finanziaria”. Il che, non sia mai detto, potrebbe “complicare gli sforzi fatti in risposta alle attuali difficoltà fiscali”.

Ma il Fondo sta lì per dare soluzioni, non per pettinare le bambole, e quindi “serve una combinazione di aumento dell’età pensionabile di pari passo con l’aumento dell’aspettativa di vita, più alti contributi pensionistici e una riduzione dei benefit da pagare“.

Quello che non è detto esplicitamente dal Fmi è che questa longevità va ridotta (è “desiderabile, ma costosa”) per aiutare gli “investitori professionali” a trovare degli asset più affidabili.

Dovete morire prima, abbiamo da tempo sintetizzato con questo slogan l’insieme di “ricette economiche” provenienti dalla Troika, che non hanno – all’evidenza – nulla a che spartire con la “tecnica” e moltissimo con le politiche.

Sul fatto che la maggiore longevità comporti costi maggiori non ci può essere dubbio. Oltre una certa età un essere umano non può e non deve essere obbligato a lavorare, quindi la collettività si deve assumere l’onere del suo mantenimento in vita in condizioni dignitose (nulla di straordinario, è previsto anche dalla Costituzione nata dalla resistenza). La questione non riguarda insomma se la longevità sia un costo o no, ma esclusivamente quale parte della società (quali classi) devono pagare questo costo. Per il Fmi lo devono pagare soltanto i lavoratori dipendenti (“più alti contributi pensionistici“) e i pensionati stessi (“più alti contributi pensionistici, ossia pensioni ancora più basse). E se neanche questo basta – e non può bastare, se dal pagamento del prezzo vengono esentati gli “investitori professionali” e tutte le classi dirigenti di ogni ordine e grado – allora non resta che tagliare drasticamente tutti gli istituti di welfare che hanno fin qui sostenuto l’allungamento delle aspettative di vita.

L’Italia sta già registrando i “primi successi” su questa strada, come ha certificato l’Istat nel suo rapporto pubblicato il 19 febbraio 2016: per gli uomini è infatti scesa da 80,3 a 80,1 anni, mentre per le done è diminuita da 85 a 84,7 anni.

Naturalmente si può far diminuire le aspettative di vita in molti modi. I nazisti procederebbero molto sbrigativamente con mattanze di massa; il capitalismo novecentesco facendo esplodere guerre mondiali e locali che “sfoltiscono” in modo considerevole la popolazione globale. Purtroppo, per il capitalismo, questa seconda via è diventata molto complicata a causa degli armamenti atomici in mano a una molteplicità incontrollata di stati. Quindi non può essere praticata senza conseguenze “eccessive”, tali da metter fine al capitale stesso. E le guerricciole contro stati di secondo piano (Somali, Libia, Siria, Iraq, Yemen, ecc) non risolvono il “problema” della longevità nelle metrooli del capitalismo maturo.

Dunque? Dunque non resta che tagliare la spesa sanitaria, le pensioni, l’assistenza, ecc. Così i finanzieri globali possono sentirsi più tranquilli sul ritorno dei loro investimenti in Bot...

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