Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/05/2026
La truffa del salario giusto
Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di «salario giusto», è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli.
Conviene osservarlo con calma, perché è in questi passaggi – quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario – che si misura la qualità democratica di un governo.
Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene.
Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100% per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES.
È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato sotto i piedi dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più.
I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato.
La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a «ringraziare gli italiani». Era difficile trovare una formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.
E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, «occupazionale». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa.
Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Sufficiente. In ogni caso.
Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di Cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali – è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.
La sentenza che il governo vuole cancellare
Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento – che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero – la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza.
Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.
Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari – un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata.
Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento.
Migliaia di lavoratori – secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi – hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.
È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative».
Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il «salario giusto» diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali.
Si trasforma cioè un parametro contrattuale – meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 – in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire “il giusto”, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di incostituzionalità.
Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del «mosaico di misure da comporre uniti».
Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa.
Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: «il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti – dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 – si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.
Il premio a chi non firma
Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento.
Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA – l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023.
Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana.
Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.
Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale.
Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al 30% dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo.
E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.
La catastrofe sociale dei salari italiani
Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione.
Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5% del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15% alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7% nel febbraio 2025, è risalita al 10% nel marzo successivo.
A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab – che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro – fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1% sul livello di partenza del gennaio 2021.
La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021.
L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate.
Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.
Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto.
Il Censis ha calcolato che oltre l’80% dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni – un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il «miracolo» occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia.
Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e si impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana – il working poor, il lavoratore povero – non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.
Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica
La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 – con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale – e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale.
Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al 6% spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il 12%. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021.
Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali – CISL FP fra le altre – che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di «autorità salariale». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 – risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.
La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del «salario giusto» alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte.
Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il «contratto pirata» mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.
La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto
C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di «salario giusto». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato.
Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro – in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi – più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041.
È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di «difesa del lavoro» e omette questi numeri commette una rimozione politica.
Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68.
Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena di montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile.
La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio.
Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro – un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tragitti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione.
Oltre il 37% delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.
In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.
Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato.
Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali.
Non un ritocco – neppure simbolico – del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il «badge di cantiere», la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni.
Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e – soprattutto – costruite intorno alla logica del «datore virtuoso» premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale.
Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.
La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo «gli interventi sulla sicurezza sul lavoro». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore – l’aumento dell’occupazione – più che al numeratore.
È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 – l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro – non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora.
È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano «per i lavoratori», è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.
Le due dimensioni – bassi salari e morti sul lavoro – non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite.
Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività.
L’articolo 36 della Costituzione – quello sulla retribuzione «sufficiente» – non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno «alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica.
Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.
Le complicità storiche e la regia europea
Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto «tasso di inflazione programmato».
Da quell’accordo in avanti – sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione – i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo.
La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3% medio annuo, contro l’1,2% europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.
Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati – che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 – chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale.
L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero.
Anziché trasporre la direttiva con coraggio – riconoscendo che il modello del «salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente» è clinicamente morto – il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.
Cosa significa rompere davvero
Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura.
Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e – quando la sicurezza viene meno – uccisi.
Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul «salario giusto» è un’operazione cosmetica.
Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni – qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava «scala mobile» e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano.
Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di «esistenza libera e dignitosa» diventa una crudeltà semantica.
La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.
Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL – oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano – e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore.
La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva.
Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia.
L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia.
Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate dei lavoratori. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe.
È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.
Il coraggio che manca, l’urgenza che resta
Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro?
Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente?
Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?
La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere – non chiedere – un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura.
Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.
Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo.
Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno – perché continueranno – a invocare l’articolo 36 come parametro vivo.
E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il «salario giusto» dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia.
La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.
Fonti
1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).
2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.
3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.
4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.
5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.
6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.
7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.
8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.
9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).
10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).
11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».
12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).
13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.
14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).
15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.
16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.
17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.
18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.
19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).
20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.
21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.
22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.
23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.
24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.
25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.
26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».
27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.
28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).
29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).
30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).
31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.
32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).
33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.
34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.
35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.
36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.
37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.
38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.
39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.
40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.
41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.
42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.
Fonte
25/04/2026
Le scaramucce di cartapesta: Meloni e Schlein duellano sulla pelle dei lavoratori
Ad ascoltare il battibecco tra la leader del PD Elly Schlein e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni viene spontaneo pensare al verso del poeta che, nella sua ultima opera, scrive: «non so se il riso o la pietà prevale». È lo stesso sentimento che suscita la mancanza di pudore delle due presunte rivali della scena politica del Paese, entrambe impegnate a occultare la realtà e, senza esitazione, a tirare la corta coperta della narrazione sul mercato del lavoro ora da un lato ora dall’altro. A rimanere scoperti e indifesi, di fronte ai venti di guerra e a una precarizzazione ormai di lungo periodo, sono invece proprio i lavoratori e le lavoratrici di questo Paese. Come non ci stanchiamo mai di dire, tuttavia, i fatti hanno la testa dura e, anche in questo caso, non possono che inchiodare entrambi gli schieramenti alle loro responsabilità decennali. La segretaria del PD, in sfregio alla decenza, ha accusato il Governo di aver accentuato la precarietà. Proprio lei, che guida il partito che ha animato la trentennale disarticolazione del mercato del lavoro, anche raccogliendo il lascito dei partiti che l’hanno preceduto. Pronta la replica della Presidente del Consiglio che, approfittando della sciatteria dell’opposizione parlamentare, ha sottolineato come sotto il suo governo si sia registrato un aumento di circa 1,5 milioni di lavoratori a tempo indeterminato a fronte di una riduzione di circa mezzo milione di lavoratori a tempo determinato. Tutto vero, se non fosse che il diavolo si annida nei dettagli. Guardiamo quindi cosa è accaduto all’occupazione in questo Paese negli ultimi anni.
Se si osserva l’andamento complessivo, nel periodo successivo alla pandemia, l’occupazione è effettivamente cresciuta, anche se in misura moderata e con un evidente rallentamento negli anni più recenti. Dal 2022 al 2025 il numero totale di occupati è aumentato di poco meno di un milione di unità, passando da circa 23,3 a poco più di 24,1 milioni. Si tratta di una crescita reale ma contenuta, concentrata soprattutto nella fase di espansione post-Covid e dovuta alla crescita del PIL, sostenuta in quegli anni da programmi di spesa fiscali possibili grazie alla temporanea sospensione delle regole europee di bilancio. Ma siccome l’austerità è un tratto distintivo dell’UE, e non potrebbe essere altrimenti, dal 2023, con il ritorno in vigore del Patto di stabilità, si è assistito al rallentamento della crescita economica e dunque anche della dinamica occupazionale. Già da ciò, dovrebbe emergere che la premier ha ben pochi meriti da attribuirsi.
Prima di procedere nel dettaglio, vale la pena chiarire un punto: anche nella visione più ottimistica (o ingenua), sarebbe più corretto parlare di “recupero” piuttosto che di “aumento” dell’occupazione, perchè, se allarghiamo un po’ di più l’orizzonte temporale e prendiamo in considerazione il numero di ore lavorate (in modo da neutralizzare anche l’effetto degli accresciuti part-time più o meno involontari), i dati EUROSTAT indicano un ammontare di 44.837.909 ore nel 2007 (prima dello scoppio della crisi finanziaria) e 44.560.823 nel 2023 (ultima annualità disponibile). In mezzo, le ore lavorate sono state sempre di meno, per cui anche considerando un qualche ulteriore aumento nell’ultimo biennio (nel quale, come detto, la dinamica è comunque rallentata) si tratta, sostanzialmente e finalmente, solo degli stessi numeri di 20 anni fa.
Ma andiamo avanti. Scomponendo i più recenti dati ISTAT, emerge che l’aumento riguarda prevalentemente il lavoro dipendente. Tra il quarto trimestre del 2022, subito dopo l’insediamento del governo, e il quarto del 2025, gli occupati dipendenti sono cresciuti di circa 600 mila unità, mentre gli autonomi pur aumentando in misura più limitata (+240 mila), hanno comunque raggiunto la cifra record di 5 milioni e duecentomila. È dunque all’interno del lavoro dipendente che si concentra la dinamica recente. Ed è proprio qui che la narrazione governativa prova a trovare un appiglio: nello stesso periodo, infatti, i contratti a tempo determinato diminuiscono in modo quasi continuo, passando da circa 3 milioni a poco meno di 2,5 milioni, mentre i contratti a tempo indeterminato aumentano di oltre un milione, superando i 16,4 milioni. La quota di occupati stabili sul totale dei dipendenti cresce quindi in modo significativo.
Prima di addentrarci nell’analisi, ricordiamo anzitutto un elemento spesso rimosso nel dibattito pubblico: il contratto a tempo indeterminato oggi non coincide più con quello "tradizionale". Con il Jobs Act, introdotto nel 2014 dal governo guidato dal Partito Democratico, il contratto a tutele crescenti ha di fatto ridefinito il tempo indeterminato, riducendo in modo significativo le garanzie contro il licenziamento senza giusta causa. Si tratta quindi di una stabilità solo formale.
Questa evoluzione si inserisce in una traiettoria di lungo periodo che, a partire dalla metà degli anni Novanta, ha progressivamente deregolamentato il mercato del lavoro italiano. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, fino alle riforme degli anni successivi e al Jobs Act, la direzione è stata quella di ampliare la flessibilità in entrata e in uscita e di ridurre i vincoli al licenziamento. Sotto tutti i governi che si sono susseguiti – di centro sinistra, di centro destra, tecnici – l’attacco al mercato del lavoro è stato sistematico e, addirittura, se si guardano gli indicatori OCSE, l’Italia emerge come il paese che più di tutti ha precarizzato il mercato del lavoro. In questo contesto, l’aumento recente dei contratti a tempo indeterminato non segnala un rafforzamento delle tutele, ma si colloca all’interno di un assetto istituzionale in cui il tempo indeterminato stesso ha perso gran parte della sua funzione originaria di protezione contro la precarietà.
Chiarito questo, torniamo al decantato aumento del numero di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e chiediamoci da che dipende.
Dipenderà forse da un intervento deciso del Governo contro la precarietà? La risposta è presto data. No, tutt’altro!
A nostro avviso, sono due i fattori che spiegano questa dinamica.
Innanzitutto, è necessario guardare alla composizione dell’occupazione per età. L’aumento dei contratti a tempo indeterminato è infatti fortemente concentrato nelle classi di lavoratori più anziane, anche in conseguenza dell’innalzamento dell’età pensionabile, che ha determinato una maggiore permanenza in attività di lavoratori già occupati stabilmente. Questo produce un incremento quasi meccanico della quota di lavoratori a tempo indeterminato, per il semplice fatto che i lavoratori che restano più a lungo nel mercato del lavoro sono, nella grande maggioranza dei casi, già titolari di contratti stabili.
La crescita degli indeterminati, infatti, deriva in larga parte – per circa l’85 per cento – dall’aumento dell’occupazione tra gli over-50, e in particolare tra gli over-60, mentre le classi centrali risultano sostanzialmente stabili e quelle più giovani contribuiscono solo marginalmente. Nella fascia tra i 35 e i 49 anni si osserva addirittura una riduzione. La composizione dell’occupazione si sposta quindi verso lavoratori con maggiore anzianità lavorativa, che hanno una probabilità molto più elevata di essere occupati con contratti a tempo indeterminato.
In altre parole, una parte rilevante dell’aumento degli indeterminati non deriva da un cambio di passo delle politiche del governo in materia di precarietà, ma dal semplice fatto che una quota significativa della nuova domanda di lavoro, stimolata dalla crescita del PIL, sia stata assorbita dalla permanenza in attività dei lavoratori più anziani. Il loro peso relativo all’interno della forza lavoro dipendente, infatti, è aumentato in modo significativo, determinando un effetto di composizione che contribuisce a spiegare la crescita dei contratti stabili.
Una seconda componente rilevante è rappresentata dalle decontribuzioni per le assunzioni a tempo indeterminato, una delle varie forme di regali e sconti alle imprese che da decenni vengono costantemente approvati dai governi di ogni colore di questo paese. Negli ultimi anni, diversi interventi hanno ridotto il costo contributivo del lavoro stabile, incentivando trasformazioni contrattuali e nuove assunzioni formali a tempo indeterminato. Se ne trova ampia traccia sul sito del Ministero del Lavoro per quanto riguarda gli interventi di riduzione degli oneri contributivi, mentre più di recente il Governo ha optato per maxideduzioni a fini fiscali dei costi per il lavoro dipendente. Anche questo fattore contribuisce alla ricomposizione osservata nei dati, spingendo le imprese verso rapporti di lavoro nominalmente più stabili perché più economici. Si tratta, si badi bene, di una rivisitazione della mai abbastanza maledetta teoria del cuneo fiscale, secondo cui il problema dei bassi salari e della bassa occupazione starebbe nella differenza fra il costo che pagano le imprese e il netto che finisce nelle tasche dei lavoratori, su cui davvero non vale la pena tornare ancora, tanto è stata smentita dalla teoria e dai fatti. Ma stavolta c’è anche un altro aspetto: il Governo negli ultimi anni ha continuamente prodotto nuove misure di sostegno alle imprese (ad esempio: IRES premiale, iper ammortamenti, crediti d’imposta di varie natura e specie), talvolta di breve durata, alla ricerca della forma perfetta (cioè quella preferita dai padroni) per sostenere le imprese; gli interventi di agevolazione del lavoro dipendente sono solamente uno dei tanti modi con cui si è alimentato questo flusso.
Inoltre, soffermandosi sulla composizione della forza lavoro, essa ha effetti anche sulla dinamica dei salari reali. Abbiamo più volte sottolineato la difficile situazione distributiva del Paese. Anche l’OCSE e l’ILO hanno evidenziato come l’Italia rappresenti un caso problematico per l’andamento dei salari reali, con livelli che nel lungo periodo risultano stagnanti se non addirittura in riduzione.
Si potrà, tuttavia, sentire il Governo rivendicare aumenti salariali superiori alla media degli ultimi decenni e, anche in questo caso, occorrerà guardare con attenzione ai dati. È vero che, dopo la forte perdita di potere d’acquisto legata alla crisi inflazionistica del 2022, i salari reali in Italia hanno mostrato una lieve risalita. Tuttavia, questa ripresa resta modesta, inferiore a quella osservata nella maggior parte delle altre economie avanzate, e soprattutto insufficiente a riportare i salari sui livelli precedenti allo shock inflazionistico.
Guardando ai dati AMECO sulla compensazione reale per dipendente, si osserva infatti una riduzione significativa nel 2023, seguita da un recupero molto graduale: i salari reali crescono di circa l’1,4 per cento nel 2024, dello 0,9 per cento nel 2025 e dello 0,9 per cento nel 2026. Si tratta di incrementi assai contenuti e insufficienti a compensare la perdita subita durante la fase inflazionistica così che, anche nel 2025, i salari reali sono restati inferiori ai livelli pre-crisi. Parte di questi incrementi è stata inoltre annullata dal fiscal drag (cioè l’aumento del peso fiscale reale a causa dello spostamento verso scaglioni d’imposta con aliquota più alta in occasione di rinnovi contrattuali). Ed è esattamente in questa situazione che ci troviamo in una fase in cui l’inflazione prevedibilmente tornerà a crescere, a causa dell’aggressione statunitense all’Iran.
C’è ancora un ulteriore elemento: anche l’aumento dei salari medi, infatti, risente del cambiamento nella composizione della forza lavoro. La maggiore permanenza in attività dei lavoratori più anziani, che percepiscono retribuzioni mediamente più elevate, tende infatti a far crescere il salario medio anche in assenza di incrementi diffusi delle retribuzioni individuali. I differenziali per età sono rilevanti e relativamente stabili: guardando ai dati ISTAT fino al 2023 (ultimo dato disponibile), i lavoratori tra 30 e 49 anni guadagnano in media circa il 9-10 per cento in più rispetto ai 15-29 anni, mentre per gli over-50 il divario rispetto ai giovani supera il 15 per cento. L’aumento del peso relativo di queste classi contribuisce quindi a sostenere il salario medio aggregato, senza che ciò corrisponda necessariamente a un miglioramento generalizzato delle condizioni salariali.
Il triste teatrino della politica parlamentare, dunque, ci restituisce l’immagine di un’accozzaglia unanimemente impegnata in schermaglie demagogiche e baruffe sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, quando, al contrario, dovrebbe assumersi la responsabilità di un turpe e ben meno rivendicabile primato: quello di aver progressivamente smantellato tutte le tutele del mercato del lavoro, fiaccato da continue deregolamentazioni e da una dinamica della domanda aggregata strutturalmente anemica. Ancora una volta, quindi, per uscire da queste secche, occorre cambiare tutto.
27/02/2026
Per il Capitale “siamo tutti palestinesi”
È stato approvato nei giorni scorsi il decreto Omnibus, contenente, tra gli altri, norme sul lavoro. Uno potrebbe dire: “buona la flat tax su festivi, notturni e indennità di turno”. Così potrebbe essere, come la “partecipazione dei lavoratori ai profitti delle aziende” decisa lo scorso anno.
Poi però, siccome sono malizioso, vado a vedere cosa porta nei luoghi di lavoro, assieme a quell’Intelligenza Artificiale che Panetta, Banca d’Italia, e tutti, vorrebbero venisse adottata in Italia e Ue.
Rimaniamo a noi. La flat tax porterà ad accordi aziendali, magari di finte riduzioni di orari di lavoro, ma distribuite per 24 ore su 24, e 7 giorni su 7. Insomma, la produzione non si ferma mai, il lavoratore ed in specie la lavoratrice, vedrà magari alcuni giorni di riposo, ma a fine settimana, magari notturni, con i loro figli (non che la cura dei figli debba essere solo “femminile”) a casa o chissà dove.
Il capitale non si ferma mai, sia produttivo che finanziario, i flussi di produzione devono sottostare alle leggi del capitale che implicano una “durata di lavoro” che mai si ferma. Assieme all’Intelligenza Artificiale, che comporta “controllo” ed “intensificazione dei ritmi produttivi”, non vi è più una sottomissione solo “formale”, direbbe Marx, ma “sussunzione reale” del fattore lavoro, il tutto condito da salari che lascio a voi giudicare.
In un contesto di pluslavoro assoluto e di “riduzione fiscale del fattore lavoro” (da dove prenderanno i soldi per tamponare, a livello di bilancio statale, tale misura? sempre da lì, dal salario sociale globale di classe), l’individualismo “operaio”, “impiegatizio” porterà, sempre insieme all’IA, ad una competizione tra lavoratori e lavoratrici.
Insomma, il governo, voce dei padroni, risponde alla “crisi” con l’allungamento della giornata lavorativa, con la “porosità” dei fattori capitale lavoro, con il “rientro” (fiscalmente favorito) di gente in pensione, ma sempre con leggi sul mercato del lavoro che rimandano a Pacchetto Treu (1998), Legge Sacconi (2002), Jobs Act (2016) e altro ancora.
Chi avrà letto Il Capitale di Karl Marx – assieme al suo sodale Engels che scrisse una splendida opera sulle condizioni degli operai, lui che era industriale – si renderà conto che questi “trucchetti” erano già adottati nella Gran Bretagna dell’800.
L’autoritarismo, di cui gli italiani sembrano scandalizzati quando si manifesta altrove, trova una “base” nell’autoritarismo “soft”, “sottaciuto”, o magari “crudo nel suo reale” dei luoghi di lavoro. Ed è da lì che occorre ripartire.
Alcune settimane fa scrivevo che non servivano più “economisti”, ma occorrevano antropologi, psichiatri infantili, gente che bazzica le carceri, sociologi di inchiesta sociale e territoriale, capace di ascoltare qualche industriale (lo faccio, quando mi capita), gente del sociale, che sia cooperativa o volontaria, che abbia l’occhio su quanto succede nelle “strade”.
Dopo aver visto su Il Sole 24 Ore la notizia della flat tax del decreto Omnibus sento un compagno della Rete dei Comunisti. Gli ho detto: “in questi tre anni non ho seguito guerre, stermini, genocidi o altro. Seguivo tracce diverse, e ora i nodi vengono al pettine”. Mi riferivo al Decreto Omnibus.
Seguivo insomma cosa stava succedendo nel ciclo economico e quel che accadeva soprattutto nel mercato del lavoro italiano. Sarò stato controcorrente, forse poco empatico (anche se avevo già annunciato pubblicamente che non avrei seguito alcuna guerra guerreggiata), ma avevo i miei motivi.
Mi interessava la guerra al lavoro, alla base di tutto; la crisi capitalistica, alla base di tutto, la finanza internazionale, ancor più alla base di tutto.
Scavavo insomma come la vecchia talpa, come diceva Marx, ed ora molte cose mi sono chiare, ma già tre anni fa intuì ma stetti zitto. Il terzo morto – Piccola storia crotonese (mio terzo libro) mi impegnò per un bel po’, poi avevo il lavoro, ma un caro amico romano mi mandava e mi manda alcuni giornali, vedevo i titoli principali, scorrevo quello che mi interessava (sono stato interessato per diversi mesi alla finestra del Sole “Norme e tributi”). Non credo che con un governo di centrosinistra le cose sarebbero andate diversamente, anzi, dopo quello che avevano combinato mi aspettavo ancor peggio.
Per me il pacchetto sicurezza, la riforma costituzionale della giustizia, e altre cose, hanno a che fare con la costruzione di un Panopticon foucaltiano del mercato del lavoro. Il tutto condito da sorrisi, simpaticherie, feste, festicciole, e prime pagine di giornali di destra con un odio di classe che inorridiva.
Può darsi che con Vannacci gli italiani ci caschino ancora, e vinceranno ancora, ma il Panopticon sarebbe stato sia di destra sia “di sinistra”. Ma nella stessa sinistra antagonista, capisco impegnata nei genocidi, non ho visto coscienza di quel che stava per succedere.
Unica consolazione alcuni amici compagni, due imprenditrici, alcuni credenti, ed un Franco Ferlini che un anno e mezzo fa mi pose una questione: “Pasquale, qual è l’energia che fa muovere il mondo capitalistico?” Gli risposi: “non so, forse il profitto”. Lui disse: “no, Pasquale, il lavoro; siamo tutti palestinesi”.
Ecco, nel mentre si seguiva la tragedia palestinese, seguivo tracce dei “palestinesi lavoratrici e lavoratori di tutto l’Occidente”. Ed ora ecco il futuro.
Su Milano Finanza di due giorni fa compare una notizia: “Legittimo il licenziamento per introdurre la IA in azienda: la sentenza che fa discutere. La decisione del Tribunale di Roma legittima il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, quando l’IA permette un’efficienza aziendale tale da sopprimere posizioni lavorative”. E non c’è coscienza di quanto sta per accadere, ed è questo il dramma.
Fonte
26/10/2025
Pillole di bancarotta
La bolla dell’oro
La crisi profonda del capitalismo finanziario sta generando una mostruosa bolla costruita attorno all’oro, destinata a cambiare il quadro dell’economia internazionale.
Ci sono almeno tre ragioni, tra loro decisamente collegate, che favoriscono un prezzo dell’oro superiore ai 4000 dollari l’oncia.
La prima è la grande richiesta di oro da parte delle banche centrali, a cominciare da quella cinese: ormai sono scomparsi i due beni rifugi su cui costruire la tesaurizzazione del valore, rappresentati dal dollaro e soprattutto dai titoli del Debito Usa, e dunque l’oro resta il solo bene rifugio.
Ma non solo bene rifugio, l’oro diventa anche la sola reale garanzia di “conversione” monetaria per l’economia capitalista che non può permettersi una moneta in continuo deprezzamento come nel caso del dollaro. Quindi stiamo tornando rapidamente al gold standard, dove l’unica vera garanzia era costituita dalla piena convertibilità aurea.
La seconda ragione si lega alla prima. La ricerca di oro come bene rifugio non riguarda solo le banche centrali ma l’intero sistema finanziario, a cominciare dai grandi gestori del risparmio, che, in un momento di estrema incertezza come quello attuale, hanno bisogno di “stabilizzare” i loro impieghi avendo una solida riserva aurea.
La terza ragione è riconducibile alla ormai dominante struttura del sistema finanziario globale, dove i prezzi sono definiti attraverso gli strumenti derivati. In pratica, sul prezzo dell’oro si fanno milioni di scommesse, sganciate al possesso dell’oro in quanto tale, che finiscono per generare un’impennata molto più accentuata di quella, già forte, legata al mercato reale dell’oro.
Non a caso i futures sull’oro corrono di più del già altissimo prezzo dell’oro. La crisi del capitalismo finanziario, la sua scelta di puntare sulla dimensione militare stanno generando una dipendenza dall’oro che, per i suoi altissimi rendimenti, sta mangiandosi pezzi interi di economia reale.
Chi comanda in Europa
In Germania, BlackRock ha partecipazioni, sia direttamente sia attraverso fondi posseduti, comprese fra il 3 e il 10% in Commerzabank, Deutsche Bank, Continental, Adidas, Bayer, Lufthansa, Sofran, Daimler, Ag, Basf, Allianz, Siemens, Thyssen Krupp, Muniche Re, Rheinmetall, Hensholdt.
A questo complesso di partecipazioni si aggiunge una lunga lista di azioni possedute, al di sotto della soglia del 3%, in numerosissime altre società tedesche, a partire dal settore del credito e delle assicurazioni. In Francia, la società guidata da Larry Fink detiene pacchetti azionari, di nuovo fra il 3 e il 9%, in Sanofi, TotalEnergies, Lvhm, Schneider Electric, Société Générale, Orpea. Anche qui, come in Germania e in Italia, BlackRock possiede partecipazioni inferiori alla soglia del 3% in numerosissime società francesi, con una significativa incidenza nel comparto bancario.
In Inghilterra, la società americana gestisce una serie di fondi UCITS domiciliati nell’isola, che contengono importanti partecipazioni di società inglesi, mentre registra una presenza azionaria diretta in Shell, in Netwest group e in Preqin.
Le partecipazioni in Spagna di BlackRock sono concentrate nel sistema bancario, in Bbva, Banco Sabadell, Banco Santander, Caixa Banca, dove il capitale posseduto oscilla fra il 6 e l’8%, e in una serie di altri settori ambiti dove la quota posseduta è superiore al 5%, da Iberdola, a Repsol, Enagas, Redeia, Telefonica, Grifols, Fluidra, Merlin e AM-Deus.
Un peso particolare poi il fondo americano assume in Naturgy, di cui controlla il 10%.
A questi dati generali vanno aggiunte tre considerazioni ulteriori. La prima è rappresentata dal fatto che BlackRock è il principale azionista delle società che gestiscono la Borsa di Londra, quella di Francoforte e quella di Milano.
La seconda, già accennata per il caso italiano, è riconducibile alla massiccia presenza in quasi tutti gli Stati europei di un esteso circuito di vendita degli Etf prodotti da BlackRock volti a intercettare il risparmio diffuso; a tal riguardo è opportuno sottolineare che quello degli Etf è un settore in forte crescita, con un mercato complessivo in Europa di oltre 2800 miliardi di dollari, destinati, appunto, a “catturare” una larga fetta del risparmio gestito, con oltre 11 milioni di piani di risparmio solo in Etf.
La terza considerazione consiste nel mettere in evidenza che BlackRock rappresenta soltanto uno dei tre grandi fondi americani che dominano la scena europea perché considerazioni analoghe sarebbero possibili per Vanguard e State Street, la cui azione, rispetto alla società presieduta da Fink, è costruita soprattutto sulla produzione di Etf e di fondi in cui sono contenuti rilevanti pacchetti azionari di società italiane.
Grandi manovre
Il presidente di Jp Morgan, Jamie Dimon, intervistato dalla BBC inglese, ha dichiarato con nettezza che il rischio di uno scoppio della bolla finanziaria americana è particolarmente alto; non il 10% come sostengono molti analisti – sostiene Dimon – ma oltre il 30%. Dunque, sostiene il banchiere più influente del mondo occidentale, bisognerebbe trovare alternative ai listini Usa e non pensare di gonfiare ancora le big tech con la nuova bolla dell’Intelligenza artificiale.
Per Dimon meglio guardare ad impieghi più sicuri, magari non in dollari, a cominciare dall’oro e dalla finanza di guerra. La strategia di “diversificazione”e di parziale sganciamento dalla bolla americana è cominciato; i proprietari di Jp Morgan, i grandi fondi – BlackRock, Vanguard e State Street – stanno continuando la guerra contro Trump e hanno deciso di puntare sull’amico tedesco, il loro ex dipendente Friederich Merz. Forse qualcosa avevo capito...
Monopolio
Non serve sottolineare quanto l’intelligenza artificiale è e sarà centrale nei processi sociali, politici ed economici. Intanto, il dato più evidente è rappresentato dal fatto che nella finanza statunitense si è costituto un vero e proprio regime monopolistico.
Amd e Nvidia, le due società che dovrebbero farsi concorrenza, hanno come principali azionisti, con una percentuale complessiva non distante dal 30%, BlackRock, Vanguard e State Street. Peraltro Amd ha chiuso un accordo con Open Ai di Sam Altman, che prevede l’ingresso della stessa Open Ai nel capitale di Amd, dopo che la società guidata da Altman aveva già stabilito un’intesa con Oracle di Larry Ellison, nel cui capitale sono ampiamente presenti BlackRock, Vanguard e State Street.
Le Big Three, poi, insieme a Altman, Ellison, Thiel, Nvidia, hanno un ruolo decisivo nel progetto federale relativo all’Intelligenza artificiale Stargate. In estrema sintesi, la bolla del prossimo futuro ha già i suoi padroni.
Crisi politiche e borse che volano
La Francia è praticamente senza governo, l’Inghilterra di Starmer procede tra mille affanni, così come la maggioranza che sorregge Merz in Germania. I dati economici dei tre paesi sono decisamente stagnanti; una situazione questa condivisa anche dall’Italia, tenuta solo molto parzialmente a galla dal PNRR.
Nonostante questo le Borse di Parigi, Londra, Francoforte e Milano corrono. Perché?
La spiegazione è forse semplice; il valore delle società quotate è alimentato dalle iniezioni di liquidità provenienti dai grandi fondi, a cominciare da quelli Usa, dai profitti fatti dalle stesse società che si dedicano all’acquisto di prodotti finanziari forniti dagli stessi fondi, e dalla distribuzione di dividendi agli azionisti, costituiti proprio dai grandi fondi, e dalle numerose operazione di buy back, concepite per alleggerire ancora di più la tassazione dei proventi finanziari.
In altre parole le Borse vanno bene perché sono indifferenti alla politica e rispondono al potere unico dei grandi player finanziari in grado di stravolgere la realtà e di plasmarla a proprio piacimento. È difficile immaginare, in queste condizioni, strategie di programmazione economica legate a politiche creditizie e occupazionali.
Nella finanza occidentale, architrave della costruzione neoliberale, politica, produzione e lavoro sembrano essere sempre più residuali. Gli effetti sono inevitabili: una continua frammentazione della produzione in micro-imprese che faticano a generare reddito, una crescente indifferenza per le scadenze elettorali da parte della popolazione e la progressiva, totale dipendenza dalla “democrazia” finanziaria dei fondi, veri arbitri, attraverso la remunerazione del risparmio, delle sorti collettive.
Non a caso, il “gioiello” di BlackRock, Vanguard e State Street, la società con la maggiore capitalizzazione al mondo, pari a oltre 4000 miliardi di dollari [Nvidia, ndr], ha poco più di 35 mila dipendenti.
Non sono questioni tecniche!
Il governo Meloni sta procedendo a grandi passi verso un potenziamento della finanziarizzazione e della destinazione dei risparmi nazionali verso i grandi fondi Usa.
Due misure vanno chiaramente in tal senso.
Nei giorni scorsi, Meloni, Nordio e Giorgetti hanno varato la proposta di un nuovo Testo unico sulla Finanza, il cui principale obiettivo è rendere la Borsa di Milano più attraente e più fruibile per i grandi capitali esteri e soprattutto in grado di attirare i fondi internazionali che gestiscono il risparmio italiano.
Il progetto è chiaro: gli italiani e le italiane devono diventare soggetti finanziari attraverso la mediazione dei grandi fondi con una semplificazione delle procedure, una deregolamentazione e un abbattimento dei già scarsi controlli. Avranno salari sempre più bassi ma spereranno in un’integrazione del loro misero reddito attraverso una “democratizzazione”, guidata da governo e fondi, della finanza.
La seconda misura, ancora più clamorosa, riguarda la riforma del sistema pensionistico introducendo novità cruciali. Intanto il governo vuole introdurre l’obbligatorietà del trasferimento del Tfr a fondi privati defiscalizzati, a cui si unisce la possibilità per gli stessi fondi di scegliere, autonomamente con il silenzio assenso dei loro risparmiatori, cosa comprare, con una larga prevalenza per le azioni.
Infine, la proposta del governo contempla un processo rapido di smantellamento dei fondi pensione più piccoli per costruire “colossi”, inevitabilmente legati ai grandi gestori Usa.
Il sovranismo “italiano” si è trasformato nella più clamorosa costruzione di un processo che consegna il risparmio italiano alla finanza Usa per alimentare i titoli americani nella speranza che forniscano rendimenti sufficienti per supplire alla povertà salariale e alla fine dei servizi pubblici. Vi assicuro, non sono questioni tecniche.
La legge di bilancio e lo sceriffo di Nottingham
Fantastico. Il governo Meloni sta chiudendo la legge di bilancio che vale 16 miliardi di euro; in pratica è del tutto inconsistente, incapace di incidere sulle difficoltà della stragrande maggioranza della popolazione del paese. Anzi, di quei 16 miliardi, ben 10 provengono da tagli. Dunque, da nuova austerità e nuove privatizzazioni.
Ma c’è un aspetto che mi sembra davvero grottesco. Dei 6 miliardi di “entrate”, ben 3 dovrebbero venire dalle banche; ma in che cosa consiste realmente il “contributo” concordato dalle banche con il superministro Giorgetti? In un anticipo di imposte per 3 miliardi, appunto.
In pratica le banche pagano subito imposte future che, naturalmente, non pagheranno poi. In questo senso Meloni e Giorgetti hanno ottenuto, come massimo risultato nei confronti delle banche, un anticipo di liquidità che dovrà restituire il prossimo governo. Davvero fantastico se si pensa che le banche italiane dal 2022 al 2025 hanno realizzato quasi 165 miliardi di utili con un tax/rate medio (rapporto tra tasse pagate e utili) del 22%!!! È sempre più chiaro chi comanda.
È sempre più evidente che la Legge di bilancio ha come unico obiettivo quello di riportare il deficit al di sotto del 3% e uscire dalla procedura d’infrazione, operando tagli e inserendo misure che dovrebbero garantire benefici ma che in realtà sono di entità risibile e sostanzialmente ridotti a mere promesse, senza alcun provvedimento di carattere strutturale. Ma a cosa serve rientrare nel parametro del 3%?
Ad avere un voto migliore da parte delle agenzie di rating di proprietà dei grandi fondi Usa?
Direi di sì. Ma questo serve a pagare meno interessi sul debito? Non sembrerebbe proprio visto i rendimenti dei titoli di Stato italiani che restano decisamente assai alti? La riduzione del deficit serve ad avere più risorse dall’Unione europea?
Non sembrerebbe proprio visto peraltro che, tra poco, cesserà anche il PNRR il cui unico risultato è stato quello di portare le stime di crescita del Pil a neppure l’1%, e il nostro paese continua a versare al bilancio europeo più di quanto riceve. Ma allora perché questo feticismo del rigore che, di fatto, non consente neppure di adeguare la spesa pubblica all’inflazione?
Giorgia Meloni, quando era all’opposizione, lanciava strali contro il Patto di stabilità e ora ne è diventata la più zelante sacerdotessa di rito draghiano. Forse servirebbe una visione politica che partisse da un dato ormai insostenibile: in Italia le entrate fiscali totali derivano per quasi il 40 % dai salari, mentre provengono dai profitti per meno del 5%: ciò avviene nonostante i profitti siano arrivati ad essere pari al 40% del Pil italiano, con un aumento in vent’anni di quasi 7 punti rispetto ai salari.
Siamo il paese dello sceriffo di Nottingham dove alle banche e alle assicurazioni si chiede se, cortesemente, anticipano le tasse che non pagheranno in futuro, dimenticando i colossali profitti e, nel caso delle assicurazioni, non considerando che l’introduzione universale della polizza sulle calamità naturali è destinata a generare entrate per una cifra oscillante fra i 2 e i 4 miliardi di euro l’anno.
Ma le tasse le paga il lavoro dipendente a cui il Patto di stabilità toglie il Welfare.
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03/07/2025
Meno soldi alle famiglie in difficoltà, tanti sconti alle imprese. Ecco l’Inps della destra al governo
Non solo. Le spese per l’inclusione sociale sono rimaste sostanzialmente invariate (- 0,1 miliardi) ma, ha osservato il Consiglio di Vigilanza dell’Inps, “con un rilevante calo delle prestazioni di contrasto alla povertà (-1,9 miliardi sul 2023 e -3,3 miliardi nel biennio) e un aumento delle prestazioni per le pensioni assistenziali (+1,8 miliardi)”.
A salire in modo significativo sono state invece le erogazioni alle imprese per sgravi contributivi, “sottocontribuzioni” e agevolazioni per l’occupazione, che nel 2024 sono arrivate a 42,428 miliardi, con un incremento del 34% sul 2023. In sostanza i prenditori hanno potuto risparmiare 42 miliardi di contributi previdenziali a vario titolo.
L’Inps ha registrato lo scorso anno 284.047 milioni di entrate contributive (+5,5%) e 180.740 milioni di trasferimenti correnti da parte dello Stato. Nel complesso le uscite per prestazioni istituzionali hanno raggiunto i 417.408 milioni.
I dati emergono dal Rendiconto generale 2024 dell’Inps, approvato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Istituto. Un Rendiconto che presenta un saldo della gestione finanziaria di competenza di 15 miliardi, un risultato economico di esercizio positivo per 1,02 miliardi, e un avanzo patrimoniale netto lievitato da 29,78 a 35,31 miliardi.
Quando qualcuno afferma che le linee di indirizzo e le scelte materiali del governo in carica sono penalizzanti per i settori sociali deboli e privilegianti per quelli forti ha ragioni da vendere, e i dati dell’Inps lo dimostrano.
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11/10/2024
La grande truffa del “cuneo fiscale”
Quando ero all’inizio della mia militanza sindacale una delle prime cose che mi vennero insegnate era di contrastare il salario in nero, cioè la paga data ai lavoratori senza tasse e contributi.
Anche i lavoratori a volte erano tentati da questa insidia del padrone, che spiegava che essa era molto più conveniente, perché così si prendevano più soldi.
Allora la prima cosa che noi spiegavamo ai lavoratori era che il loro salario complessivo era quello lordo, che anche le tasse e i contributi erano loro soldi, e che quelli in nero ricevuti oggi erano pensioni in meno domani. Solo il padrone ci guadagnava, perché la sua apparente generosità nascondeva un risparmio sulla busta paga che finiva nei suoi profitti: pagava gli aumenti ai lavoratori coi soldi dei lavoratori.
Nel corso di questi decenni di trionfo dell’ideologia liberista e dei suoi interessi di classe, il salario dei lavoratori è diventato “costo del lavoro”. Cioè il lavoro, invece che essere la fonte del guadagno delle imprese, diveniva per esse un semplice costo. Povero padrone, egli manteneva i suoi dipendenti per puro altruismo, ma quanto gli pesavano!
Mentre i salari sprofondavano, valenti esperti, quasi tutti i politici e anche sindacalisti compiacenti facevano propria la spiegazione confindustriale di questo fenomeno. Esso non era dovuto, come si sarebbe potuto supporre, alla distruzione dei diritti dei lavoratori, alla precarietà, alla troppa moderazione dei grandi sindacati… No, il calo dei salari era dovuto alla crescita insopportabile del “costo del lavoro”. Era una falsità che diventava economia, politica e persino senso comune.
Secondo i dati ISTAT l’incidenza media del costo del lavoro sul fatturato delle imprese manifatturiere è attorno al 15%, in imprese come Stellantis arriva all’8%. Quindi l’incidenza della paga lorda del lavoratore sul bilancio delle imprese è tra le più basse del mondo OCSE. Non solo il salario netto è tra i più bassi tra i paesi sviluppati, ma anche quello che le imprese chiamano “costo del lavoro” lo è.
Poi si aggiunge l’iniquità del sistema fiscale che tutti conosciamo: lavoratori dipendenti e pensionati pagano da soli l’85-90% dell’IRPEF.
Quindi sarebbe stato giusto ridurre strutturalmente le tasse sulla busta paga del lavoratore, facendo pagare di più in proporzione ai ricchi in base al loro patrimonio reale. E naturalmente aumentare davvero i salari. Invece non è andata così.
Tutti i governi, da Renzi in poi, hanno pensato di far avere ai lavoratori incrementi parziali delle buste paga riducendo i contributi previdenziali e qualche tassa, ma lo hanno fatto allo stesso modo del padrone che dà la paga in nero. Tutto questo è stato chiamato “riduzione del cuneo fiscale”, cioè far crescere apparentemente il salario netto del lavoratore, riducendo tasse e contributi pensionistici pagati dal padrone.
Non c’è stata alcuna giustizia fiscale, le timidissime riduzioni delle tasse sulla busta paga non sono state compensate da un aumento della pressione fiscale sui profitti e sulla ricchezza accumulata degli imprenditori, anzi essi hanno goduto di ben più poderosi sgravi fiscali. Pensiamo alla riduzione dell’aliquota – o addirittura a casi di totale esenzione – dell’IRAP, la tassa regionale con cui si finanzia le sanità.
Insomma i pochi euro di aumento apparente delle retribuzioni dei lavoratori sono stati finanziati da loro stessi; e sono stati poi pagati con il peggioramento o il maggior costo di tutti i servizi pubblici.
Per dirla con il linguaggio di una volta, un piccolo aumento del salario netto è stato pagato da una forte riduzione del salario sociale.
Oggi il taglio del cuneo fiscale si identifica sostanzialmente con la riduzione dei contributi pensionistici. Cioè il lavoratore riceve qualche decina di euro in più al mese in cambio di minori versamenti all’INPS. Mancati versamenti che o sono coperti dallo stato, o creano un buco previdenziale il cui danno ricadrà sui lavoratori stessi.
La Banca d’Italia ha chiarito che questa operazione costa 11 miliardi all’anno, che diventeranno in proporzione meno pensioni o meno servizi pubblici, se lo Stato dovrà ripianare l’ammanco. E tutto questo mentre gli impegni assunti dal Governo Meloni con Bruxelles impongono 13 miliardi di tagli alla spesa pubblica all’anno, per tutti i prossimi anni.
Insomma tutta l’operazione “riduzione del costo del lavoro”, e taglio del cuneo fiscale, è una truffa ai danni delle lavoratrici e dei lavoratori.
Perché si aumenta la busta paga del lavoratore con i suoi stessi soldi.
Perché si assolvono le imprese dal dovere di aumentare davvero le retribuzioni.
Perché si colpiscono le pensioni, la sanità, i servizi pubblici.
Per aumentare i salari bisogna davvero aumentare i salari, netti e lordi. E non a caso i più accesi fautori della riduzione del cuneo fiscale sono anche i più fieri avversari del salario minimo di legge.
E se si vogliono davvero la giustizia fiscale e distributiva, si facciano pagare le tasse ai ricchi e agli evasori, invece che finanziare gli aumenti dei salari con i soldi dei lavoratori.
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27/07/2024
La secessione reale. Il governo vara la “Zona Economica Speciale unica” nel Meridione
Indicato già nel PNRR di Draghi ma sottraendo risorse alle zone interne in via di spopolamento, diventa operativo il progetto di fare nel Meridione una “Zona Economica Speciale”.
Prima concepita per territori specifici (privilegiando quelli in prossimità di porti e aeroporti) e poi per un'unica area, la Zes creerà nel Sud del paese le condizioni per attuare il disegno della gabbie salariali differenziando le condizioni di lavoro, salario e previdenziali nel Paese. Per molti aspetti si tratta di un progetto perfettamente complementare a quello dell’autonomia differenziata.
Secondo la presidente del Consiglio Meloni, il Piano “è un modello molto diverso dalle logiche assistenzialistiche che abbiamo visto in passato, e che hanno impedito al Sud di dimostrare appieno il suo valore. Il Mezzogiorno – ha proseguito Meloni – ha straordinarie ricchezze e potenzialità, che finora non sono state espresse appieno. Penso alla sua eccezionale posizione geografica, che lo rende una piattaforma naturale al centro del Mediterraneo, ma anche a ciò che rende il Sud famoso nel mondo, in termini di storia, cultura, bellezza, talenti e produzioni di eccellenza”.
Per la Presidente del Consiglio “è un mattone in più che noi mettiamo per costruire quel nuovo modello di cooperazione, sviluppo e partenariato con l’Africa che è alla base del Piano Mattei, che il Parlamento sta discutendo in queste ore, e che identifica l’Italia come ponte tra il continente africano e l’Europa. L’obiettivo strategico che ci poniamo – ha proseguito la Meloni– è rendere il Sud un luogo dove sia conveniente investire. Ed è un’occasione alla nostra portata, perché la Zes Unica del Mezzogiorno sarà la più grande zona economica speciale in Europa per numero di abitanti, e supererà il primato della Polonia, che pure costituisce una buona pratica a livello internazionale”.
In Polonia esistono infatti 14 Zone Economiche Speciali (Specjalne Strefy Ekonomiczne- SSE), istituite con la legge del 20 ottobre 1994 e cioè in piena fase di conquista dell’Est Europa da parte dei gruppi capitalisti occidentali. Le Zes sono state prorogate fino al 2026.
Si tratta di aree territoriali che assicurano sgravi fiscali e altri benefici per le imprese. In Polonia sono prevalentemente localizzate in aree poco abitate, dove gli imprenditori che vi insediano l’attività possono beneficiare di aiuti pubblici. L’ordine di grandezza delle agevolazioni alle imprese cambia di regione in regione: in alcune (Lubelskie, Podkarpackie, Podlaskie, Warminsko-Mazurskie) le agevolazioni per le piccole imprese raggiungono il 70%, mentre per le grandi aziende l’abbattimento della tassazione è del 50 per cento. In altre zone le agevolazioni sono più contenute: del 45% per le piccole imprese e del 25% per le grandi aziende (Dolnoslskie, Wielkopolskie, Slskie) oppure rispettivamente del 35% e del 15% per Varsavia (fino a 2017; successivamente passeranno al 30% e al 10%).
Altro elemento di indubbio interesse per le imprese è ovviamente “un costo del lavoro che resta ancora competitivo rispetto ai Paesi occidentali specialmente per quanto riguarda la manodopera qualificata”.
Standard sociali differenziati tra le regioni, agevolazioni fiscali e contributive per le imprese, differenziazioni salariali. Più chiaro di così!
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11/03/2024
La revisione del PNRR: un gioco delle tre carte per regalare soldi ai padroni
Nei giorni scorsi, mentre l’attenzione pubblica era concentrata sulle vistose crepe aperte nella maggioranza dalle elezioni regionali in Sardegna, il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo decreto-legge in materia di Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), il mirabolante programma messo in piedi dall’Unione Europea per fronteggiare le conseguenze economiche della pandemia. Abbiamo seguito fin dal suo avvio questo programma, non senza una certa curiosità: la classe dirigente europea, di cultura neoliberista e ideologicamente contraria alla spesa pubblica e alla pianificazione dell’economia (quante battute sulla politica economica sovietica e sui piani quinquennali?), varava un piano di investimenti addirittura sessennale (2021-2026) e annunciava una pioggia di centinaia di miliardi di euro di spesa pubblica per riparare i danni causati dalla pandemia.
Come abbiamo avuto modo di spiegare, si trattava di mera propaganda, mentre l’obiettivo politico del PNRR era legare le finanze dei Paesi europei ad una serie di condizionalità che li impegnano a varare riforme strutturali orientate alla deregolamentazione e alla liberalizzazione, nonché a vincolare il contenuto dei principali investimenti al negoziato con la Commissione europea, che così non si limita a imporci l’austerità, cioè i tagli alla spesa, ma anche il suo contenuto, ossia l’indicazione dei tagli e delle risorse da salvare. Ecco da cosa deriva il ritrovato favore verso la pianificazione: il PNRR è la pianificazione del neoliberismo e dell’austerità imposta alle economie europee nel momento in cui queste si trovavano nella necessità di spendere oltre i vincoli del Patto di stabilità e crescita per uscire dalla crisi pandemica.
Ma andiamo con ordine e ricostruiamo le caratteristiche essenziali del PNRR per comprendere il significato politico del recente decreto-legge approvato dal Governo.
Abbiamo detto che il PNRR non rappresenta affatto una sana politica di massicci investimenti pubblici. Da una parte, perché la maggioranza delle risorse del Piano italiano, ben 120 miliardi di euro sul totale di 190, sono conferite a prestito, e vanno semplicemente a sostituirsi all’equivalente prestito che l’Italia avrebbe comunque raccolto sui mercati. Sotto questo profilo, il PNRR è una mera operazione di maquillage del debito pubblico, che muta nella forma (da titoli del debito scambiati sui mercati, come BOT o BTP, a debito nei confronti della Commissione europea) ma non nella sostanza. Dietro alla cosmesi, resta lo stesso identico ammontare di investimenti che l’Italia avrebbe realizzato nei sei anni del Piano. A riprova di ciò, nel PNRR sono stati addirittura inseriti, all’epoca della sua adozione, circa 60 miliardi di euro di investimenti che erano già presenti nel bilancio dello Stato, cosiddetti “progetti in essere”.
Ci sono però circa 70 miliardi di euro di PNRR che sono effettivamente finanziati attraverso contributi a fondo perduto da parte dell’Unione europea, dunque in media poco più di 10 miliardi di euro all’anno per nuovi interventi: a tanto si riduce la marea di denaro pubblico promessa dall’Europa durante la pandemia.
Ma c’è di più. Il profilo temporale che il Governo Draghi ha dato da un lato all’articolazione dei progetti e dall’altro alla scansione dei finanziamenti da parte dell’Unione europea rende questa gigantesca operazione cosmetica anche un raffinato meccanismo per spostare il peso dell’austerità dai primi anni del Piano (quando era in carica lo stesso Governo Draghi) agli anni successivi. Infatti, come sottolineato da un interessante dossier della Camera dei Deputati di qualche tempo fa, nei primi due anni del Piano si concentrano sia i “progetti in essere” che la parte principale del contributo a fondo perduto, mentre negli anni successivi prevalgono sia nuovi progetti – che devono occupare uno spazio nel bilancio pubblico – che i finanziamenti a prestito che dovranno coprirli. Ciò significa che, in termini di saldi di finanza pubblica, l’architettura del Piano ha reso il PNRR un lenitivo dell’austerità nei primi due anni, quando l’Italia riceveva contributi a fondo perduto e portava avanti progetti già presenti nel bilancio dello Stato; al tempo stesso, negli anni successivi, cioè proprio quelli che abbiamo davanti ora, il Piano deve farsi strada negli spazi di finanza pubblica.
Più che il raffinato tecnicismo, usato dal Governo che ha sottoscritto il PNRR per far gravare solo sui successivi il peso finanziario del Piano, ci interessa la logica sottesa ad esso: il Piano si muove sul crinale del pareggio di bilancio, negli angusti spazi dell’austerità imposta dall’Unione europea, e riprova ne è proprio il decreto recentemente approvato dal Consiglio dei ministri. Vediamo perché.
Quel decreto porta a compimento la revisione del Piano voluta dall’attuale esecutivo e condivisa dalla Commissione europea, che l’ha approvata lo scorso dicembre. Come dichiara la Presidente del Consiglio Meloni, in toni trionfalistici, nella premessa alla IV Relazione del Governo sull’attuazione del PNRR, “con la revisione del PNRR, l’Italia si è dotata a tutti gli effetti di un nuovo Piano caratterizzato dall’introduzione della missione REPowerEU, da sette ulteriori riforme mirate all’ammodernamento e alla semplificazione normativa e dal finanziamento di investimenti aggiuntivi per circa 25 miliardi di euro, volti a rafforzare la competitività del tessuto produttivo, favorendo la transizione verso energie pulite e la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico dell’Italia e dell’Europa”.
Tuttavia, quei 25 miliardi di euro non sono affatto “investimenti aggiuntivi”, come dichiara Meloni, ma solo nuovi investimenti finanziati attraverso il taglio di altri investimenti, nel religioso rispetto di quel vincolo del pareggio del bilancio pubblico che è il dogma dell’Unione europea ed una delle leve fondamentali delle politiche atte a favorire i profitti e schiacciare i salari, le pensioni e lo stato sociale.
Per capirlo, occorre ricostruire il quadro finanziario della revisione del PNRR. Solo dopo aver chiarito che si tratta della solita operazione a somma zero, senza neanche un euro in più investito per il rilancio dell’occupazione e della produzione, potremo soffermarci su un ultimo aspetto della revisione del Piano, andando a illustrare quali sono questi nuovi investimenti voluti dal Governo Meloni al posto delle voci di spesa soppresse.
La revisione del PNRR ha consentito di finanziare 25 miliardi di nuovi investimenti grazie ad una serie di tagli. Il primo è quello di oltre 7 miliardi di euro di misure che vengono cancellate dal Piano o comunque ridimensionate: tra esse spiccano i tagli alla produzione di impianti di energie rinnovabili (eolico, fotovoltaico e impianti innovativi), alla digitalizzazione del sistema sanitario nazionale e delle aree periferiche del Paese, alle infrastrutture e alla sicurezza ferroviarie, all’istruzione e alla ricerca (fondo giovani ricercatori e dottorati innovativi) e al trasporto pubblico locale non inquinante.
La seconda fonte di finanziamento dei nuovi investimenti PNRR scaturisce dall’inserimento nel nuovo Piano di ulteriori “progetti in essere” per 2 miliardi di euro, che avevano già la loro copertura sul bilancio dello Stato. Si tratta di un’operazione cosmetica davvero squallida in questo caso, perché parliamo di risorse già destinate ai territori dell’Emilia-Romagna colpiti dall’alluvione dello scorso anno e alla messa in sicurezza degli edifici scolastici, che vengono spacciate per nuovi interventi. In pratica, fondi già stanziati sono stati “vestiti” da PNRR, con tanto di passerella per la Presidente della Commissione europea, Von der Leyen che, al simpatico grido di “Tin bota, l’Europa resta con voi”, è andata in Emilia Romagna ad offrire agli alluvionati risorse che in realtà erano già state stanziate dallo Stato a ridosso dell’emergenza.
La terza fonte di finanziamento della revisione del PNRR viene da circa 3 miliardi di ulteriori risorse a fondo perduto concesse dall’Unione europea. Queste sembrerebbero, finalmente, risorse fresche messe a disposizione del rilancio dell’economia. E invece no, pure queste sono finanziate attraverso i proventi ETS (Emissions Trading System’s) che l’Unione europea riceve dalle aste per la concessione delle cosiddette “quote CO2”. Tali proventi sono già destinati ai Paesi membri per finanziare spese “green” e l’Unione europea non ha fatto altro che trasferirci la nostra quota sotto forma di contributo a fondo perduto per il finanziamento del nuovo capitolo REPowerEU, inserito nella revisione del PNRR e dedicato alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico a seguito degli effetti del conflitto in Ucraina. Sono risorse che l’Italia avrebbe ricevuto e speso comunque, con la differenza che l’iniziativa REPowerEU è orientata molto meno alla transizione ecologica e molto più a stringere il legame tra l’Europa e gli Stati Uniti sul fronte degli approvvigionamenti energetici, anche fossili.
Siamo a circa 12 miliardi di euro di tagli, dunque a meno della metà di quelli necessari a finanziare i nuovi investimenti PNRR. Qui entra in gioco il nuovo decreto-legge PNRR, che individua nel bilancio dello Stato ulteriori 13 miliardi di euro di tagli necessari a coprire la revisione del Piano.
Per aprire gli spazi fiscali necessari a consentire al Governo Meloni di rimodellare il PNRR a sua immagine e somiglianza, il decreto-legge appena varato taglia le principali voci di investimento pubblico presenti all’interno del bilancio dello Stato. Oltre 5 miliardi vengono sottratti alle politiche di coesione, destinate alla riduzione dei divari territoriali, aprendo una voragine nella capacità dello Stato di affrontare la questione Meridionale. Più di 1 miliardo al fondo per l’edilizia e la tecnologia sanitarie. Poco meno di 2 miliardi tagliati ai Comuni per la messa in sicurezza degli edifici e del territorio, per l’edilizia pubblica, per la manutenzione della rete viaria, del dissesto idrogeologico, della prevenzione del rischio sismico e della valorizzazione dei beni culturali e ambientali.
Circa 4 miliardi vengono tagliati dal Fondo per le opere indifferibili (nato per coprire i rialzi nei costi delle materie prime per le opere pubbliche di primario interesse per i cittadini), dal Piano complementare al PNRR e da fondi pluriennali di investimento, la carne viva della spesa in conto capitale dei vari Ministeri: dunque si riducono risorse per i vigili del fuoco e la prevenzione degli incendi, per il contrasto al dissesto idrogeologico, per la rete idrica e fognaria, per l’edilizia pubblica, universitaria e scolastica, inclusa la messa in sicurezza delle scuole, per la prevenzione del rischio sismico, per la tutela del patrimonio culturale, per la manutenzione e la sicurezza di strade e autostrade, per l’abbattimento delle barriere architettoniche, per il rinnovo o l’acquisto di navi, bus e treni non inquinanti, per le reti ferroviarie, per la ricerca, per la mitigazione del rischio idrogeologico e per l’efficientamento energetico.
In buona sostanza, vengono tagliate le spese di investimento necessarie al Paese, quei servizi di cui beneficiano indistintamente tutti i cittadini, dalla sanità alle infrastrutture, dalla scuola alla ricerca. Per fare spazio a cosa?
Tutti questi tagli alla spesa pubblica permettono al Governo Meloni di regalare alle imprese oltre 6 miliardi di credito d’imposta “Transizione 5.0”, consentendogli così di pagare meno tasse a fronte di investimenti per l’ammodernamento delle tecnologie che le imprese ordinariamente fanno; 1 miliardo per l’autoproduzione di energia elettrica, a beneficio dei loro profitti; 2,5 miliardi per la riconversione “green” dei processi produttivi; 2 miliardi per i cosiddetti Contratti di filiera, che sostengono gli investimenti delle imprese in agricoltura. I sussidi a favore delle imprese contano più della metà del valore complessivo delle misure inserite nel PNRR con la revisione, accanto ad una serie di investimenti nelle reti di gas ed energia elettrica che risultano funzionali ad un affrancamento dall’asse di approvvigionamento energetico legato alla Russia.
In conclusione, oltre ad un groviglio di condizionalità che impone al Paese riforme strutturali orientate al predominio del mercato sullo Stato in ogni settore, il PNRR si rivela essere anche una sistematica opera di pianificazione dell’austerità, come svelato dal decreto-legge approvato in Consiglio dei ministri. Il Governo e la Commissione europea continuano a decantare le lodi del PNRR come un’occasione unica in termini di potenziale sviluppo del Paese. La realtà è ben diversa: il Governo, d’accordo con la Commissione, taglia spesa sociale, servizi ai cittadini, beni pubblici e infrastrutture per alimentare i profitti delle imprese.
Dicevamo, in apertura, che questo decreto è passato in sordina per la concomitante scossa politica delle elezioni sarde. Tuttavia, è probabile che le difficoltà nel suddividere il peso politico dei tagli contenuti nel decreto – una manovra di 25 miliardi di euro, dunque in tutto e per tutto paragonabile ad una legge finanziaria – abbia avuto un ruolo non di secondo piano nel determinare quelle crepe nella maggioranza di Governo in cui deve inserirsi, come un cuneo, la resistenza politica e sociale a questa nuova ondata di tagli alla spesa sociale.