A fianco dell’autonomia differenziata sta marciando un altro processo che porterà alla “secessione reale” del paese.
Indicato già nel PNRR di Draghi ma sottraendo risorse alle zone interne in via di spopolamento, diventa operativo il progetto di fare nel Meridione una “Zona Economica Speciale”.
Prima concepita per territori specifici (privilegiando quelli in prossimità di porti e aeroporti) e poi per un'unica area, la Zes creerà nel Sud del paese le condizioni per attuare il disegno della gabbie salariali differenziando le condizioni di lavoro, salario e previdenziali nel Paese. Per molti aspetti si tratta di un progetto perfettamente complementare a quello dell’autonomia differenziata.
Secondo la presidente del Consiglio Meloni, il Piano “è un modello molto diverso dalle logiche assistenzialistiche che abbiamo visto in passato, e che hanno impedito al Sud di dimostrare appieno il suo valore. Il Mezzogiorno – ha proseguito Meloni – ha straordinarie ricchezze e potenzialità, che finora non sono state espresse appieno. Penso alla sua eccezionale posizione geografica, che lo rende una piattaforma naturale al centro del Mediterraneo, ma anche a ciò che rende il Sud famoso nel mondo, in termini di storia, cultura, bellezza, talenti e produzioni di eccellenza”.
Per la Presidente del Consiglio “è un mattone in più che noi mettiamo per costruire quel nuovo modello di cooperazione, sviluppo e partenariato con l’Africa che è alla base del Piano Mattei, che il Parlamento sta discutendo in queste ore, e che identifica l’Italia come ponte tra il continente africano e l’Europa. L’obiettivo strategico che ci poniamo – ha proseguito la Meloni– è rendere il Sud un luogo dove sia conveniente investire. Ed è un’occasione alla nostra portata, perché la Zes Unica del Mezzogiorno sarà la più grande zona economica speciale in Europa per numero di abitanti, e supererà il primato della Polonia, che pure costituisce una buona pratica a livello internazionale”.
In Polonia esistono infatti 14 Zone Economiche Speciali (Specjalne Strefy Ekonomiczne- SSE), istituite con la legge del 20 ottobre 1994 e cioè in piena fase di conquista dell’Est Europa da parte dei gruppi capitalisti occidentali. Le Zes sono state prorogate fino al 2026.
Si tratta di aree territoriali che assicurano sgravi fiscali e altri benefici per le imprese. In Polonia sono prevalentemente localizzate in aree poco abitate, dove gli imprenditori che vi insediano l’attività possono beneficiare di aiuti pubblici. L’ordine di grandezza delle agevolazioni alle imprese cambia di regione in regione: in alcune (Lubelskie, Podkarpackie, Podlaskie, Warminsko-Mazurskie) le agevolazioni per le piccole imprese raggiungono il 70%, mentre per le grandi aziende l’abbattimento della tassazione è del 50 per cento. In altre zone le agevolazioni sono più contenute: del 45% per le piccole imprese e del 25% per le grandi aziende (Dolnoslskie, Wielkopolskie, Slskie) oppure rispettivamente del 35% e del 15% per Varsavia (fino a 2017; successivamente passeranno al 30% e al 10%).
Altro elemento di indubbio interesse per le imprese è ovviamente “un costo del lavoro che resta ancora competitivo rispetto ai Paesi occidentali specialmente per quanto riguarda la manodopera qualificata”.
Standard sociali differenziati tra le regioni, agevolazioni fiscali e contributive per le imprese, differenziazioni salariali. Più chiaro di così!
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/07/2020
Il leghista Sala
Il sindaco di Milano vuole tornare alle “gabbie salariali”, quella discriminazione sociale e territoriale secondo la quale più al Sud si lavorava, più bassa era la paga. Ci vollero anni di lotte per superare questa infamia, come la definì Di Vittorio, ma in realtà le discriminazioni salariali non sono mai state davvero superate, perché le retribuzioni reali al Nord sono tuttora relativamente più alte che al Sud.
E tutte – ripeto: tutte – le retribuzioni dei lavoratori sono scandalosamente basse, a maggior ragione se confrontate con l’aumento del patrimonio dei ricchi.
Ma come tutti i reazionari, come i peggiori padroni, il sindaco di Milano Sala non giudica “troppe basse” le paghe dei lavoratori della sua città, ma si arrabbia per quelle “troppo alte” dei pochi che ancora riescono a trovare un lavoro decente in Calabria.
Invece di aumentare gli stipendi dei dipendenti del suo comune, come dovrebbe, insomma, egli vorrebbe abbassarli a quelli di Reggio Calabria. Invece che tener bassi i prezzi di merci e servizi nella sua città, Sala chiede di ridurre il potere d’acquisto dei lavoratori delle città del Sud.
Il sindaco Sala non vuole che crescano le retribuzioni dei lavoratori, ma solo che aumentino le differenze e le discriminazioni tra di essi.
Esattamente come Salvini fa coi migranti, Sala fa credere ai lavoratori milanesi che sia “loro interesse” che altri lavoratori, in questo caso i meridionali, abbiano meno diritti.
Come Salvini, Sala alimenta la guerra tra i poveri, con la sola differenza che il sindaco di Milano è rimasto alla Lega di Bossi, ce l’ha più coi “terroni” che con gli africani.
Il PD è solo il volto ipocrita della Lega e Sala è quel volto a Milano.
Fonte
E tutte – ripeto: tutte – le retribuzioni dei lavoratori sono scandalosamente basse, a maggior ragione se confrontate con l’aumento del patrimonio dei ricchi.
Ma come tutti i reazionari, come i peggiori padroni, il sindaco di Milano Sala non giudica “troppe basse” le paghe dei lavoratori della sua città, ma si arrabbia per quelle “troppo alte” dei pochi che ancora riescono a trovare un lavoro decente in Calabria.
Invece di aumentare gli stipendi dei dipendenti del suo comune, come dovrebbe, insomma, egli vorrebbe abbassarli a quelli di Reggio Calabria. Invece che tener bassi i prezzi di merci e servizi nella sua città, Sala chiede di ridurre il potere d’acquisto dei lavoratori delle città del Sud.
Il sindaco Sala non vuole che crescano le retribuzioni dei lavoratori, ma solo che aumentino le differenze e le discriminazioni tra di essi.
Esattamente come Salvini fa coi migranti, Sala fa credere ai lavoratori milanesi che sia “loro interesse” che altri lavoratori, in questo caso i meridionali, abbiano meno diritti.
Come Salvini, Sala alimenta la guerra tra i poveri, con la sola differenza che il sindaco di Milano è rimasto alla Lega di Bossi, ce l’ha più coi “terroni” che con gli africani.
Il PD è solo il volto ipocrita della Lega e Sala è quel volto a Milano.
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26/01/2020
Ichino, Boeri e il paese della cuccagna
Da ormai un decennio viviamo i postumi di
una massacrante crisi economica e finanziaria che ha lasciato
strascichi incommensurabili. Il nostro paese, come l’intera periferia
europea (e ormai anche le aree più ricche
del continente), è investito da una crisi di portata storica:
disoccupazione a due cifre, salari da fame, precarietà del lavoro,
carenza di servizi pubblici e di adeguati ammortizzatori sociali. In
questo scenario drammatico, tuttavia, emergono delle disparità
territoriali che mostrano tutte le contraddizioni del sistema economico
in cui viviamo. Nel caso dell’Italia, ad esempio, la disoccupazione al
Sud si attesta al 18%, coinvolgendo circa 1 milione e mezzo di persone.
Niente di comparabile a ciò che accade al Centro e al Nord dove, sebbene
sostenuta, la disoccupazione si ‘ferma’ rispettivamente al 9 e al 7
percento. Stesso discorso qualora facessimo riferimento al reddito
pro-capite: è infatti rilevante la forbice che esiste tra i circa 18mila
euro medi della Calabria (la regione più povera) e i 38mila della
Lombardia. Questo lo spaccato di un paese in cui la crisi e le
successive politiche di austerità in ossequio ai vincoli europei hanno
ampliato i differenziali tra individui residenti in diverse regioni, e,
da Siracusa a Bolzano, fatto impennare disuguaglianza e disoccupazione.
Un paese diviso in due, quindi, che a qualcuno ha ricordato la storica divisione tra Germania Est e Ovest. Stiamo parlando di Pietro Ichino e Tito Boeri, due personaggi che hanno spesso fatto capolino tra le pagine del nostro blog, mai per prendersi complimenti. Ci raccontano, i due economisti, che Italia e Germania presentano simili caratteristiche in termini di divisione territoriale: in Italia, la produttività del lavoro è più alta al Nord che al Sud, così come accade in Germania, con l’Ovest più produttivo dell’Est. Tuttavia, nella ‘moderna’ Germania opererebbe un meccanismo di contrattazione decentralizzata – l’esatto contrario della contrattazione collettiva, che Ichino bollina come perversa – che permetterebbe di ‘allineare’ i salari alla produttività del lavoro, così da rendere più efficiente il processo di allocazione delle risorse e, magicamente, favorire la crescita economica. Detta così sembra una questione maledettamente tecnica (e potenzialmente di buone speranze), ma ricostruiamo l’Ichino-Boeri pensiero per capire che, purtroppo, le cose stanno peggio di quello che sembrano.
Ichino & Boeri partono da due constatazioni. In prima battuta, dal loro punto di vista ad oggi in Italia esiste un’uguaglianza nominale dei salari tra Nord e Sud potenzialmente dannosa: lo stipendio di un insegnante, quantificato come euro in busta paga, è lo stesso tra Nord e Sud, ma l’insegnante del Sud ha un potere di acquisto maggiore rispetto al suo omologo del Nord perché al Sud la vita costa meno (dice Ichino che un insegnante di scuola elementare guadagna in termini reali il 32% in meno a Milano rispetto a Ragusa...). In secondo luogo, al Sud i salari sarebbero, sempre stando all’Ichino-Boeri pensiero, troppo alti rispetto alla produttività: in proporzione ai loro colleghi del Nord, i lavoratori del Sud si approprierebbero di una fetta più grande di quella che gli spetterebbe, contribuendo così a determinare l’alta disoccupazione in quanto tutto ciò incentiverebbe i padroni a cercare lavoratori in nero. L’occupazione non sarebbe, stando a questa impostazione, determinata dalla domanda di beni e servizi (e dunque, specialmente in tempi di vacche magre, dall’orientamento delle politiche fiscali e degli investimenti pubblici): piuttosto, la presenza di disoccupazione dipenderebbe da un livello del salario reale troppo elevato che scoraggerebbe le imprese ad assumere. Pertanto, ridurre i salari consentirebbe di ridurre anche la disoccupazione. È questa la logica che ha animato tutte le riforme liberiste del mercato del lavoro dell’ultimo trentennio: contenere i salari per aumentare l’occupazione, una strategia ampiamente smentita sia dal punto di vista teorico che empirico. Ma torniamo a noi, e vediamo dove vogliono andare a parere Boeri e Ichino.
La principale implicazione di policy del lavoro dei due economisti, afferma Ichino, sarebbe la seguente: “Se consentissimo che i salari si possano determinare (…) a livello di ciascuna azienda e senza restrizioni su base nazionale, il risultato sarebbe un aumento dell’occupazione al Sud”. Si stima, nello studio in questione, che la decentralizzazione della contrattazione avrebbe un effetto positivo sull’occupazione del Sud del 13%, e, udite udite, un effetto positivo anche sulle retribuzioni (di circa 100 euro). Ma non dovevano scendere queste retribuzioni al Sud...? Sembrerebbe, tutto sommato, la panacea di tutti i mali, e a riprova di ciò, i due alfieri del liberismo portano l’esempio della moderna Germania, in cui alla contrattazione collettiva è stata sostituita quella decentralizzata. All’indomani dell’unificazione, infatti, vennero uguagliate le retribuzioni nominali su tutto il territorio. Tuttavia, secondo Ichino, i tedeschi si accorsero che “questa soluzione aveva difetti gravi” (sic!). Fu allora che venne adottato un sistema di contrattazione salariale più flessibile con l’introduzione delle ‘clausole di apertura’: di fatto, con questa riforma si permetteva alle imprese e ai sindacati di trovare accordi a livello aziendale che potevano uscire dai binari dei contratti nazionali. Il risultato? Beh, per quanto i divari retributivi in Germania si siano allargati in termini nominali (vale a dire che un operaio della Germania dell’Est percepisce in busta paga meno euro del suo omologo bavarese), nella prospettiva di Ichino & Boeri ciò avrebbe portato benefici ad entrambe le aree tedesche in quanto si sarebbero allineati quelli in termini reali, e questo avrebbe avuto effetti anche sugli stipendi pubblici (dice sempre Ichino che un insegnante tedesco guadagna in termini reali solo il 5% in più in Baviera rispetto alla Sassonia).
Ad Ichino fa eco proprio Boeri, il quale afferma, senza troppe giri di parole, che il profondo divario tra le regioni italiane ha una semplice spiegazione: rapportati ai prezzi e alla produttività, i salari sono troppo bassi al Nord e troppo alti al Sud, e ciò dipenderebbe dall’esistenza di una contrattazione collettiva su base nazionale. In sostanza, le stesse conclusioni a cui arriva il suo collega e coautore.
Un’Italia, dunque, dipinta come divisa in due sul piano territoriale con il solito obiettivo di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri: giovani contro vecchi, precari contro ‘tutelati’, lavoratori del Nord contro lavoratori del Sud. Tutto, in barba alla realtà dei fatti, che ci racconta di una cronica emigrazione dal Sud al Nord del paese, dove gli standard di vita, le produzioni industriali e l’occupazione invece sono da sempre più alti.
Nessuna soluzione ‘progressista’ per uscire da questa situazione, quindi. Tutt’altro: l’esaltazione della contrattazione decentralizzata, delle logiche di mercato più spicciole al livello più basso possibile della partita distributiva. Ed ecco che, tanto per cambiare, la ricetta tedesca diventa buona anche per l’Italia: il Sud dovrebbe permetterebbe ai propri salari nominali di scendere, riallineandosi alla produttività e a livello dei prezzi. Così facendo, al Sud i salari in termini reali si ridurrebbero (in altri termini, ogni lavoratore vedrebbe diminuire il proprio potere d’acquisto) e le imprese delle aree più disagiate del paese sarebbero incentivate ad assumere lavoratori, contribuendo così a rilanciare occupazione e crescita economica. Come sarebbe possibile tutto ciò? Abolendo la contrattazione collettiva e lasciando che le retribuzioni siano determinate a livello aziendale, senza nessun ‘pavimento’ normativo o riferimento su base nazionale, frutto di anni di faticose lotte sindacali e operaie in cui si facevano le barricate per la difesa del lavoro e del salario. Così facendo dunque, i due economisti ci aiutano anche a gettare il velo che copre l’ipocrisia padronale e le proposte di politica economica che siamo abituati a sentire sbandierate su giornali e televisioni: diffondere la contrattazione aziendale, proposta spesso ammantata di tanti buoni propositi, non serve ad altro che ad indebolire il potere contrattuale dei lavoratori e favorire la riduzione dei salari. Ma, pur ammettendo che ciò avvenga, non è certo questo il viatico per aumentare l’occupazione.
Da un lato, recenti studi hanno dimostrato che i livelli salariali sono già inferiori al Sud di circa il 15-20% rispetto al Nord: reintrodurre le gabbie salariali pagando i lavoratori in base alla loro produttività su scala territoriale o aziendale non farebbe altro che aumentare questo differenziale, in quanto la produttività è già più bassa al Sud che al Nord, differenziale che riflette le diverse strutture produttive delle due aree del paese. Occorre inoltre precisare che, spostandoci appena al di fuori dallo schema più ortodosso di analisi economica, nessun economista si spinge a considerare la produttività del lavoro come esclusivamente dipendente dallo ‘sforzo’ del lavoratore, bensì una variabile connessa alle strategie di investimento delle imprese (se un’impresa investe in macchinari ad alto contenuto tecnologico, il lavoratore che li usa aumenterà il proprio prodotto per unità di tempo), del contesto in cui operano (presenza di strade, reti di comunicazione reali e informatiche, etc.) e da altri fattori di natura istituzionale. Questi elementi fanno sorgere un ulteriore problema di equità delle gabbie salariali: al Sud, tutti questi fattori (tecnologia, infrastrutture, etc.) latitano, contribuendo di fatto a frenare la crescita della produttività del lavoro.
Dall’altro, i servizi pubblici di cui un lavoratore del Sud dispone sono lungi dall’essere comparabili con quelli del Nord Italia. Se davvero vogliamo credere che le retribuzioni in termini reali siano più alte al Sud, la cronica mancanza di scuole, ospedali, strade e servizi di pubblica utilità non fa altro che peggiorare le condizioni materiali di un lavoratore del Mezzogiorno. In questa prospettiva, l’ultimo rapporto SVIMEZ, oltre a presentare un quadro esaustivo dei differenziali economici e sociali tra Nord e Sud, insiste sul fatto che lo Stato sta sistematicamente investendo meno nel meridione rispetto alle altre aree del paese (per il 2018 si calcolano 3,5 miliardi di investimenti in meno rispetto alle aree più ricche), contribuendo in questo modo ad aprire il divario con il Nord. Infine, in barba alla storiella dei ‘salari troppo alti’ al Sud, proprio nel rapporto SVIMEZ si indica che nel 2018 i consumi, sebbene stagnanti in tutto il Paese, sono cresciuti meno al Sud che al Nord (+0,2 contro il +0,7 nel resto del Paese), con il Mezzogiorno ancora al di sotto di 9 punti percentuali rispetto al livello di consumi del 2008, ad ulteriore conferma dell’anemica dinamica salariale. Del resto, viene da chiedersi perché se al Sud si sta così meglio e si percepiscono salari tanto più alti rispetto al Nord, i lavoratori del nord, ivi compresi Ichino e Boeri, non decidano di trasferirsi a Caltanissetta...
Ecco che allora la proposta dei due economisti, se spogliata dai tecnicismi di un’economia fintamente neutrale e dalla retorica dell’ammodernamento del Sud Italia, si presenta in tutta la sua veste demagogica e classista verso gli ultimi: siete meno produttivi, dovete pretendere di meno. È la frusta del padrone, il cui effetto sarebbe esacerbato, nella prospettiva di Ichino e Boeri, su scala aziendale.
Ma se ridurre i salari è il vero scopo dei due economisti, questo certo non servirebbe a risolvere la questione economica del Sud e in genere di tutto il paese. Quello che invece servirebbe per combattere disoccupazione e povertà (specialmente al Sud) è un intervento dello Stato in termini di sostegno diretto agli investimenti e all’occupazione, e una decisa politica di sostegno ai salari, invece che ridurli, che aiuterebbe a modificare la distribuzione iniqua del reddito e a dare sostegno alla domanda aggregata. Politiche incompatibili, quando non espressamente vietate, con l’assetto istituzionale dell’Unione Europea.
Fonte
Un paese diviso in due, quindi, che a qualcuno ha ricordato la storica divisione tra Germania Est e Ovest. Stiamo parlando di Pietro Ichino e Tito Boeri, due personaggi che hanno spesso fatto capolino tra le pagine del nostro blog, mai per prendersi complimenti. Ci raccontano, i due economisti, che Italia e Germania presentano simili caratteristiche in termini di divisione territoriale: in Italia, la produttività del lavoro è più alta al Nord che al Sud, così come accade in Germania, con l’Ovest più produttivo dell’Est. Tuttavia, nella ‘moderna’ Germania opererebbe un meccanismo di contrattazione decentralizzata – l’esatto contrario della contrattazione collettiva, che Ichino bollina come perversa – che permetterebbe di ‘allineare’ i salari alla produttività del lavoro, così da rendere più efficiente il processo di allocazione delle risorse e, magicamente, favorire la crescita economica. Detta così sembra una questione maledettamente tecnica (e potenzialmente di buone speranze), ma ricostruiamo l’Ichino-Boeri pensiero per capire che, purtroppo, le cose stanno peggio di quello che sembrano.
Ichino & Boeri partono da due constatazioni. In prima battuta, dal loro punto di vista ad oggi in Italia esiste un’uguaglianza nominale dei salari tra Nord e Sud potenzialmente dannosa: lo stipendio di un insegnante, quantificato come euro in busta paga, è lo stesso tra Nord e Sud, ma l’insegnante del Sud ha un potere di acquisto maggiore rispetto al suo omologo del Nord perché al Sud la vita costa meno (dice Ichino che un insegnante di scuola elementare guadagna in termini reali il 32% in meno a Milano rispetto a Ragusa...). In secondo luogo, al Sud i salari sarebbero, sempre stando all’Ichino-Boeri pensiero, troppo alti rispetto alla produttività: in proporzione ai loro colleghi del Nord, i lavoratori del Sud si approprierebbero di una fetta più grande di quella che gli spetterebbe, contribuendo così a determinare l’alta disoccupazione in quanto tutto ciò incentiverebbe i padroni a cercare lavoratori in nero. L’occupazione non sarebbe, stando a questa impostazione, determinata dalla domanda di beni e servizi (e dunque, specialmente in tempi di vacche magre, dall’orientamento delle politiche fiscali e degli investimenti pubblici): piuttosto, la presenza di disoccupazione dipenderebbe da un livello del salario reale troppo elevato che scoraggerebbe le imprese ad assumere. Pertanto, ridurre i salari consentirebbe di ridurre anche la disoccupazione. È questa la logica che ha animato tutte le riforme liberiste del mercato del lavoro dell’ultimo trentennio: contenere i salari per aumentare l’occupazione, una strategia ampiamente smentita sia dal punto di vista teorico che empirico. Ma torniamo a noi, e vediamo dove vogliono andare a parere Boeri e Ichino.
La principale implicazione di policy del lavoro dei due economisti, afferma Ichino, sarebbe la seguente: “Se consentissimo che i salari si possano determinare (…) a livello di ciascuna azienda e senza restrizioni su base nazionale, il risultato sarebbe un aumento dell’occupazione al Sud”. Si stima, nello studio in questione, che la decentralizzazione della contrattazione avrebbe un effetto positivo sull’occupazione del Sud del 13%, e, udite udite, un effetto positivo anche sulle retribuzioni (di circa 100 euro). Ma non dovevano scendere queste retribuzioni al Sud...? Sembrerebbe, tutto sommato, la panacea di tutti i mali, e a riprova di ciò, i due alfieri del liberismo portano l’esempio della moderna Germania, in cui alla contrattazione collettiva è stata sostituita quella decentralizzata. All’indomani dell’unificazione, infatti, vennero uguagliate le retribuzioni nominali su tutto il territorio. Tuttavia, secondo Ichino, i tedeschi si accorsero che “questa soluzione aveva difetti gravi” (sic!). Fu allora che venne adottato un sistema di contrattazione salariale più flessibile con l’introduzione delle ‘clausole di apertura’: di fatto, con questa riforma si permetteva alle imprese e ai sindacati di trovare accordi a livello aziendale che potevano uscire dai binari dei contratti nazionali. Il risultato? Beh, per quanto i divari retributivi in Germania si siano allargati in termini nominali (vale a dire che un operaio della Germania dell’Est percepisce in busta paga meno euro del suo omologo bavarese), nella prospettiva di Ichino & Boeri ciò avrebbe portato benefici ad entrambe le aree tedesche in quanto si sarebbero allineati quelli in termini reali, e questo avrebbe avuto effetti anche sugli stipendi pubblici (dice sempre Ichino che un insegnante tedesco guadagna in termini reali solo il 5% in più in Baviera rispetto alla Sassonia).
Ad Ichino fa eco proprio Boeri, il quale afferma, senza troppe giri di parole, che il profondo divario tra le regioni italiane ha una semplice spiegazione: rapportati ai prezzi e alla produttività, i salari sono troppo bassi al Nord e troppo alti al Sud, e ciò dipenderebbe dall’esistenza di una contrattazione collettiva su base nazionale. In sostanza, le stesse conclusioni a cui arriva il suo collega e coautore.
Un’Italia, dunque, dipinta come divisa in due sul piano territoriale con il solito obiettivo di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri: giovani contro vecchi, precari contro ‘tutelati’, lavoratori del Nord contro lavoratori del Sud. Tutto, in barba alla realtà dei fatti, che ci racconta di una cronica emigrazione dal Sud al Nord del paese, dove gli standard di vita, le produzioni industriali e l’occupazione invece sono da sempre più alti.
Nessuna soluzione ‘progressista’ per uscire da questa situazione, quindi. Tutt’altro: l’esaltazione della contrattazione decentralizzata, delle logiche di mercato più spicciole al livello più basso possibile della partita distributiva. Ed ecco che, tanto per cambiare, la ricetta tedesca diventa buona anche per l’Italia: il Sud dovrebbe permetterebbe ai propri salari nominali di scendere, riallineandosi alla produttività e a livello dei prezzi. Così facendo, al Sud i salari in termini reali si ridurrebbero (in altri termini, ogni lavoratore vedrebbe diminuire il proprio potere d’acquisto) e le imprese delle aree più disagiate del paese sarebbero incentivate ad assumere lavoratori, contribuendo così a rilanciare occupazione e crescita economica. Come sarebbe possibile tutto ciò? Abolendo la contrattazione collettiva e lasciando che le retribuzioni siano determinate a livello aziendale, senza nessun ‘pavimento’ normativo o riferimento su base nazionale, frutto di anni di faticose lotte sindacali e operaie in cui si facevano le barricate per la difesa del lavoro e del salario. Così facendo dunque, i due economisti ci aiutano anche a gettare il velo che copre l’ipocrisia padronale e le proposte di politica economica che siamo abituati a sentire sbandierate su giornali e televisioni: diffondere la contrattazione aziendale, proposta spesso ammantata di tanti buoni propositi, non serve ad altro che ad indebolire il potere contrattuale dei lavoratori e favorire la riduzione dei salari. Ma, pur ammettendo che ciò avvenga, non è certo questo il viatico per aumentare l’occupazione.
Da un lato, recenti studi hanno dimostrato che i livelli salariali sono già inferiori al Sud di circa il 15-20% rispetto al Nord: reintrodurre le gabbie salariali pagando i lavoratori in base alla loro produttività su scala territoriale o aziendale non farebbe altro che aumentare questo differenziale, in quanto la produttività è già più bassa al Sud che al Nord, differenziale che riflette le diverse strutture produttive delle due aree del paese. Occorre inoltre precisare che, spostandoci appena al di fuori dallo schema più ortodosso di analisi economica, nessun economista si spinge a considerare la produttività del lavoro come esclusivamente dipendente dallo ‘sforzo’ del lavoratore, bensì una variabile connessa alle strategie di investimento delle imprese (se un’impresa investe in macchinari ad alto contenuto tecnologico, il lavoratore che li usa aumenterà il proprio prodotto per unità di tempo), del contesto in cui operano (presenza di strade, reti di comunicazione reali e informatiche, etc.) e da altri fattori di natura istituzionale. Questi elementi fanno sorgere un ulteriore problema di equità delle gabbie salariali: al Sud, tutti questi fattori (tecnologia, infrastrutture, etc.) latitano, contribuendo di fatto a frenare la crescita della produttività del lavoro.
Dall’altro, i servizi pubblici di cui un lavoratore del Sud dispone sono lungi dall’essere comparabili con quelli del Nord Italia. Se davvero vogliamo credere che le retribuzioni in termini reali siano più alte al Sud, la cronica mancanza di scuole, ospedali, strade e servizi di pubblica utilità non fa altro che peggiorare le condizioni materiali di un lavoratore del Mezzogiorno. In questa prospettiva, l’ultimo rapporto SVIMEZ, oltre a presentare un quadro esaustivo dei differenziali economici e sociali tra Nord e Sud, insiste sul fatto che lo Stato sta sistematicamente investendo meno nel meridione rispetto alle altre aree del paese (per il 2018 si calcolano 3,5 miliardi di investimenti in meno rispetto alle aree più ricche), contribuendo in questo modo ad aprire il divario con il Nord. Infine, in barba alla storiella dei ‘salari troppo alti’ al Sud, proprio nel rapporto SVIMEZ si indica che nel 2018 i consumi, sebbene stagnanti in tutto il Paese, sono cresciuti meno al Sud che al Nord (+0,2 contro il +0,7 nel resto del Paese), con il Mezzogiorno ancora al di sotto di 9 punti percentuali rispetto al livello di consumi del 2008, ad ulteriore conferma dell’anemica dinamica salariale. Del resto, viene da chiedersi perché se al Sud si sta così meglio e si percepiscono salari tanto più alti rispetto al Nord, i lavoratori del nord, ivi compresi Ichino e Boeri, non decidano di trasferirsi a Caltanissetta...
Ecco che allora la proposta dei due economisti, se spogliata dai tecnicismi di un’economia fintamente neutrale e dalla retorica dell’ammodernamento del Sud Italia, si presenta in tutta la sua veste demagogica e classista verso gli ultimi: siete meno produttivi, dovete pretendere di meno. È la frusta del padrone, il cui effetto sarebbe esacerbato, nella prospettiva di Ichino e Boeri, su scala aziendale.
Ma se ridurre i salari è il vero scopo dei due economisti, questo certo non servirebbe a risolvere la questione economica del Sud e in genere di tutto il paese. Quello che invece servirebbe per combattere disoccupazione e povertà (specialmente al Sud) è un intervento dello Stato in termini di sostegno diretto agli investimenti e all’occupazione, e una decisa politica di sostegno ai salari, invece che ridurli, che aiuterebbe a modificare la distribuzione iniqua del reddito e a dare sostegno alla domanda aggregata. Politiche incompatibili, quando non espressamente vietate, con l’assetto istituzionale dell’Unione Europea.
Fonte
21/01/2020
La scuola di classe
Dietro la sua aura di progressismo e modernità, Tito Boeri
nasconde il peggior disprezzo per gli strati sociali più poveri che ha
sempre animato la cultura della classe dirigente, quel razzismo
selettivo che può rivolgersi a diversi colori della pelle e provenienze
geografiche, purché di poveri si tratti.
Così, dopo aver celatamente rivendicato lo sfruttamento dei migranti africani quale strumento per rimpinguare le casse previdenziali, più recentemente Boeri rivolge la sua attenzione agli studenti terroni e alle loro famiglie. Dalle pagine di Repubblica, Boeri si lancia in un’ambiziosa proposta per “Un’altra scuola per il Sud”. Il punto di partenza sono i risultati delle famigerate prove INVALSI, test sottoposti agli studenti dei vari ordini scolastici al fine di valutarne le cosiddette ‘competenze’ in Italiano, Matematica e Inglese. L’indagine INVALSI certifica che i punteggi del Sud e delle Isole, nel 2019, siano più bassi di circa il 15% di quelli del Nord. Tali verifiche finiscono per imputare agli studenti e ai docenti gli effetti che qualsiasi contesto socio-economico, in tutta la sua complessità, necessariamente produce sulla formazione delle persone che lo vivono, indipendentemente da meriti e colpe dei singoli. Non siamo nuovi all’utilizzo delle prove INVALSI come una mannaia sulle sorti e sulle scelte delle classi subalterne e dell’istruzione, banco di prova delle politiche reazionarie: leggendo i risultati di quei test unicamente come il frutto degli sforzi individuali dei soggetti analizzati, e non anche come il precipitato dei contesti sociali in cui quei soggetti studiano e vivono, si giunge facilmente alla conclusione che le scuole meridionali siano meno efficienti di quelle settentrionali.
Nel certificare la distanza tra Nord e Sud, Boeri elenca una serie di ipotesi esplicative: “Qualcuno la attribuisce alla bassa spesa per l’istruzione, insegnanti pagati troppo poco” ma, sostiene l’economista, questo qualcuno sbaglierebbe. A parità di remunerazione, dice Boeri, gli insegnanti del Sud hanno uno stipendio, in termini di potere d’acquisto, ben più alto di quelli del Nord, e dunque si dovrebbe assistere ad un risultato capovolto se davvero gli stipendi degli insegnanti contassero qualcosa in questa storia. Boeri introduce così nel discorso un suo cavallo di battaglia, le gabbie salariali: dal momento che vivono in regioni caratterizzate da prezzi più bassi, gli insegnanti meridionali dovrebbero essere pagati meno, in termini nominali, per avere il medesimo salario degli insegnanti del Nord in termini reali, cioè al netto delle differenze nei prezzi delle merci su cui quei salari sono spesi. Dimentica, Boeri, che gli insegnanti del Sud pagano già quella cronica carenza nei servizi pubblici essenziali, dalle infrastrutture alla sanità, che impoverisce i meridionali tutti, nonché una disoccupazione di massa che fa pesare spesso interi nuclei familiari su un singolo reddito da lavoro. E così il primo tassello di questa “altra scuola per il Sud” che sogna Boeri è la riduzione degli stipendi degli insegnanti meridionali.
Poi Boeri si chiede: sono forse i “divari socio-economici di partenza a spiegare questi enormi differenze negli esiti scolastici”? Meno che mai, è la sua risposta: a parità di situazione economica (cioè confrontando abitanti del Nord e del Sud che hanno il medesimo reddito) i risultati del Sud restano peggiori. Eppure questo risultato non ci stupisce affatto: il divario che si registra persino a parità di situazione economica non può che dipendere da variabili di contesto, che si riflettono negativamente anche sugli studenti di classe sociale più agiata. Tali variabili di contesto riguardano proprio la maggiore arretratezza economico-sociale del Mezzogiorno, non certo le capacità individuali di chi ha compilato i test INVALSI. Se un contesto territoriale è più povero ed emarginato, anche lo studente proveniente da una famiglia benestante ne risentirà, sotto forma di un livello di insegnamento medio più basso, o di punti di partenza più arretrati nei processi di apprendimento sociali e collettivi, processi da cui tutti gli studenti di una comunità traggono le proprie conoscenze.
Ma Boeri non fa menzione di tutto ciò e, scartate queste due ipotesi, presenta finalmente la sua chiave interpretativa, l’asso nella manica, il frutto di anni e anni di studi di scienza economica: la colpa è delle famiglie. Le famiglie meridionali non darebbero un adeguato valore all’istruzione. La prova? Il divario tra gli studenti meridionali e quelli settentrionali aumenterebbe al crescere dei gradi di istruzione: così, secondo Boeri, quando cresce l’impegno a casa richiesto agli studenti (più si va avanti nel percorso scolastico, più aumenta l’importanza dello studio lontano dai banchi), gli studenti meridionali non verrebbero sufficientemente supportati dalle famiglie e dunque si paleserebbe un maggiore divario Nord-Sud. Terroni cornuti e mazziati, insomma. Cornuti perché disoccupati, poveri e precari, mazziati perché ignoranti e poco attenti all’istruzione dei figli. Il livello dell’argomentazione, ammettiamolo, è talmente basso da richiedere uno sforzo sovrumano per rimanere nei ranghi di una critica puntuale.
Ma le mazzate di Boeri al Mezzogiorno non finiscono qui. Dopo aver proposto una riduzione degli stipendi degli insegnanti, e dopo aver detto che le famiglie meridionali non badano all’istruzione dei figli, rincara la dose suggerendo che le poche risorse disponibili siano sottratte alla stabilizzazione dei tanti precari della scuola e concentrate in premi per gli insegnanti le cui classi hanno ottenuto i migliori risultati INVALSI. Una provocazione che non deve essere sottovalutata perché avrebbe un portato materiale consistente: favorire l’introduzione del cottimo – questo è il vero nome dei loro ‘meccanismi premiali’ – in settori dove una simile forma di sfruttamento del lavoro non sembrava neanche immaginabile. Col risultato, infine, di sottrarre ulteriori risorse alle scuole che hanno mostrato i peggiori risultati negli INVALSI: colpire chi rimane indietro, peggiorare la situazione di chi sta peggio.
Occorre sottolineare che nessun dato parla da sé, e Boeri ha semplicemente piegato i dati INVALSI alla sua proposta politica neoliberista, concepita per alimentare lo sfruttamento e le disuguaglianze. Difatti, è lo stesso rapporto INVALSI 2019 a sottolineare che “In tutte le materie testate dall’INVALSI e in tutti i gradi scolari, dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado, è osservabile una correlazione positiva tra indice di status [socio-economico-culturale] e punteggio nelle prove”: migliore è il background sociale, migliori sono i risultati dei test. Inoltre, il retroterra economico-culturale incide anche sulla scelta del percorso scolastico: le famiglie con una situazione economica modesta orientano i figli verso gli istituti tecnico-professionali i quali, nelle prove, mostrano risultati sistematicamente peggiori dei licei.
I dati, insomma, ci restituiscono un Paese sì diviso a metà, ma in cui questa divisione non opera per caratteristiche geografiche, bensì di classe. Un quadro a tinte fosche da cui emergono tutti i tratti della scuola classista del secolo scorso che, forse ingenuamente, pensavamo di esserci lasciati alle spalle: una scuola funzionale a mantenere inalterate le divisioni di classe della società, in cui il figlio del ricco si candida a rimanere ricco e il figlio del povero è condannato a occupare, sempre e per sempre, la stessa casella sociale, la più bassa.
Se poi ci concentriamo sulle differenze territoriali, il rapporto SVIMEZ 2019 fotografa un continuo e drammatico aumento del flusso migratorio universitario dal Sud al Nord Italia che drena risorse al Sud sia direttamente, sia a causa del sistema di finanziamento universitario, che penalizza gli istituti meridionali. Gli atenei del Nord, infatti, attraggono più studenti e dunque più tasse universitarie perché inseriti in territori economicamente più prosperi, maggiormente prossimi ai luoghi dove il lavoro c’è, un enorme vantaggio competitivo rispetto agli atenei delle aree disagiate. Ma un vantaggio competitivo che nulla ha a che fare con la qualità di insegnamento e ricerca.
Paragonare, come fa Boeri, una scuola di via Monte Napoleone a Milano ad una scuola dello Zen di Palermo non solo non ha senso, ma risponde alla precisa volontà di perpetuare le disuguaglianze, scaricandone la colpa sugli stessi soggetti che quelle disuguaglianze tutti i giorni le subiscono. Benché sia travestita da analisi tecnica, quella di Boeri è un’operazione politica perfettamente coerente con la traiettoria imposta da oltre trent’anni al nostro Paese e al suo sistema formativo, una traiettoria fatta di tagli alla spesa pubblica e di smantellamento di quel presidio di democrazia e libertà che è la scuola pubblica. Faceva scandalo “l’operaio che vuole il figlio dottore”, un tempo, quando si lottava sulle barricate per conquistare il diritto ad un’istruzione pubblica e di massa. Faceva scandalo e spaventava i padroni. Per questo, forse, Boeri prova a convincerci che quel ragazzo non diventerà mai dottore per colpa del padre operaio, della madre meridionale. Mai per colpa del padrone.
Fonte
Così, dopo aver celatamente rivendicato lo sfruttamento dei migranti africani quale strumento per rimpinguare le casse previdenziali, più recentemente Boeri rivolge la sua attenzione agli studenti terroni e alle loro famiglie. Dalle pagine di Repubblica, Boeri si lancia in un’ambiziosa proposta per “Un’altra scuola per il Sud”. Il punto di partenza sono i risultati delle famigerate prove INVALSI, test sottoposti agli studenti dei vari ordini scolastici al fine di valutarne le cosiddette ‘competenze’ in Italiano, Matematica e Inglese. L’indagine INVALSI certifica che i punteggi del Sud e delle Isole, nel 2019, siano più bassi di circa il 15% di quelli del Nord. Tali verifiche finiscono per imputare agli studenti e ai docenti gli effetti che qualsiasi contesto socio-economico, in tutta la sua complessità, necessariamente produce sulla formazione delle persone che lo vivono, indipendentemente da meriti e colpe dei singoli. Non siamo nuovi all’utilizzo delle prove INVALSI come una mannaia sulle sorti e sulle scelte delle classi subalterne e dell’istruzione, banco di prova delle politiche reazionarie: leggendo i risultati di quei test unicamente come il frutto degli sforzi individuali dei soggetti analizzati, e non anche come il precipitato dei contesti sociali in cui quei soggetti studiano e vivono, si giunge facilmente alla conclusione che le scuole meridionali siano meno efficienti di quelle settentrionali.
Nel certificare la distanza tra Nord e Sud, Boeri elenca una serie di ipotesi esplicative: “Qualcuno la attribuisce alla bassa spesa per l’istruzione, insegnanti pagati troppo poco” ma, sostiene l’economista, questo qualcuno sbaglierebbe. A parità di remunerazione, dice Boeri, gli insegnanti del Sud hanno uno stipendio, in termini di potere d’acquisto, ben più alto di quelli del Nord, e dunque si dovrebbe assistere ad un risultato capovolto se davvero gli stipendi degli insegnanti contassero qualcosa in questa storia. Boeri introduce così nel discorso un suo cavallo di battaglia, le gabbie salariali: dal momento che vivono in regioni caratterizzate da prezzi più bassi, gli insegnanti meridionali dovrebbero essere pagati meno, in termini nominali, per avere il medesimo salario degli insegnanti del Nord in termini reali, cioè al netto delle differenze nei prezzi delle merci su cui quei salari sono spesi. Dimentica, Boeri, che gli insegnanti del Sud pagano già quella cronica carenza nei servizi pubblici essenziali, dalle infrastrutture alla sanità, che impoverisce i meridionali tutti, nonché una disoccupazione di massa che fa pesare spesso interi nuclei familiari su un singolo reddito da lavoro. E così il primo tassello di questa “altra scuola per il Sud” che sogna Boeri è la riduzione degli stipendi degli insegnanti meridionali.
Poi Boeri si chiede: sono forse i “divari socio-economici di partenza a spiegare questi enormi differenze negli esiti scolastici”? Meno che mai, è la sua risposta: a parità di situazione economica (cioè confrontando abitanti del Nord e del Sud che hanno il medesimo reddito) i risultati del Sud restano peggiori. Eppure questo risultato non ci stupisce affatto: il divario che si registra persino a parità di situazione economica non può che dipendere da variabili di contesto, che si riflettono negativamente anche sugli studenti di classe sociale più agiata. Tali variabili di contesto riguardano proprio la maggiore arretratezza economico-sociale del Mezzogiorno, non certo le capacità individuali di chi ha compilato i test INVALSI. Se un contesto territoriale è più povero ed emarginato, anche lo studente proveniente da una famiglia benestante ne risentirà, sotto forma di un livello di insegnamento medio più basso, o di punti di partenza più arretrati nei processi di apprendimento sociali e collettivi, processi da cui tutti gli studenti di una comunità traggono le proprie conoscenze.
Ma Boeri non fa menzione di tutto ciò e, scartate queste due ipotesi, presenta finalmente la sua chiave interpretativa, l’asso nella manica, il frutto di anni e anni di studi di scienza economica: la colpa è delle famiglie. Le famiglie meridionali non darebbero un adeguato valore all’istruzione. La prova? Il divario tra gli studenti meridionali e quelli settentrionali aumenterebbe al crescere dei gradi di istruzione: così, secondo Boeri, quando cresce l’impegno a casa richiesto agli studenti (più si va avanti nel percorso scolastico, più aumenta l’importanza dello studio lontano dai banchi), gli studenti meridionali non verrebbero sufficientemente supportati dalle famiglie e dunque si paleserebbe un maggiore divario Nord-Sud. Terroni cornuti e mazziati, insomma. Cornuti perché disoccupati, poveri e precari, mazziati perché ignoranti e poco attenti all’istruzione dei figli. Il livello dell’argomentazione, ammettiamolo, è talmente basso da richiedere uno sforzo sovrumano per rimanere nei ranghi di una critica puntuale.
Ma le mazzate di Boeri al Mezzogiorno non finiscono qui. Dopo aver proposto una riduzione degli stipendi degli insegnanti, e dopo aver detto che le famiglie meridionali non badano all’istruzione dei figli, rincara la dose suggerendo che le poche risorse disponibili siano sottratte alla stabilizzazione dei tanti precari della scuola e concentrate in premi per gli insegnanti le cui classi hanno ottenuto i migliori risultati INVALSI. Una provocazione che non deve essere sottovalutata perché avrebbe un portato materiale consistente: favorire l’introduzione del cottimo – questo è il vero nome dei loro ‘meccanismi premiali’ – in settori dove una simile forma di sfruttamento del lavoro non sembrava neanche immaginabile. Col risultato, infine, di sottrarre ulteriori risorse alle scuole che hanno mostrato i peggiori risultati negli INVALSI: colpire chi rimane indietro, peggiorare la situazione di chi sta peggio.
Occorre sottolineare che nessun dato parla da sé, e Boeri ha semplicemente piegato i dati INVALSI alla sua proposta politica neoliberista, concepita per alimentare lo sfruttamento e le disuguaglianze. Difatti, è lo stesso rapporto INVALSI 2019 a sottolineare che “In tutte le materie testate dall’INVALSI e in tutti i gradi scolari, dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado, è osservabile una correlazione positiva tra indice di status [socio-economico-culturale] e punteggio nelle prove”: migliore è il background sociale, migliori sono i risultati dei test. Inoltre, il retroterra economico-culturale incide anche sulla scelta del percorso scolastico: le famiglie con una situazione economica modesta orientano i figli verso gli istituti tecnico-professionali i quali, nelle prove, mostrano risultati sistematicamente peggiori dei licei.
I dati, insomma, ci restituiscono un Paese sì diviso a metà, ma in cui questa divisione non opera per caratteristiche geografiche, bensì di classe. Un quadro a tinte fosche da cui emergono tutti i tratti della scuola classista del secolo scorso che, forse ingenuamente, pensavamo di esserci lasciati alle spalle: una scuola funzionale a mantenere inalterate le divisioni di classe della società, in cui il figlio del ricco si candida a rimanere ricco e il figlio del povero è condannato a occupare, sempre e per sempre, la stessa casella sociale, la più bassa.
Se poi ci concentriamo sulle differenze territoriali, il rapporto SVIMEZ 2019 fotografa un continuo e drammatico aumento del flusso migratorio universitario dal Sud al Nord Italia che drena risorse al Sud sia direttamente, sia a causa del sistema di finanziamento universitario, che penalizza gli istituti meridionali. Gli atenei del Nord, infatti, attraggono più studenti e dunque più tasse universitarie perché inseriti in territori economicamente più prosperi, maggiormente prossimi ai luoghi dove il lavoro c’è, un enorme vantaggio competitivo rispetto agli atenei delle aree disagiate. Ma un vantaggio competitivo che nulla ha a che fare con la qualità di insegnamento e ricerca.
Paragonare, come fa Boeri, una scuola di via Monte Napoleone a Milano ad una scuola dello Zen di Palermo non solo non ha senso, ma risponde alla precisa volontà di perpetuare le disuguaglianze, scaricandone la colpa sugli stessi soggetti che quelle disuguaglianze tutti i giorni le subiscono. Benché sia travestita da analisi tecnica, quella di Boeri è un’operazione politica perfettamente coerente con la traiettoria imposta da oltre trent’anni al nostro Paese e al suo sistema formativo, una traiettoria fatta di tagli alla spesa pubblica e di smantellamento di quel presidio di democrazia e libertà che è la scuola pubblica. Faceva scandalo “l’operaio che vuole il figlio dottore”, un tempo, quando si lottava sulle barricate per conquistare il diritto ad un’istruzione pubblica e di massa. Faceva scandalo e spaventava i padroni. Per questo, forse, Boeri prova a convincerci che quel ragazzo non diventerà mai dottore per colpa del padre operaio, della madre meridionale. Mai per colpa del padrone.
Fonte
25/07/2019
Boeri e le gabbie salariali: l’incubo che ritorna
In un articolo pubblicato su Repubblica,
Tito Boeri, ex presidente dell’INPS, propone una delle sue tante
ricette, rigorosamente in salsa neoliberista, per far tornare a crescere
l’economia italiana e ridurre la disoccupazione: la reintroduzione
delle cosiddette “gabbie salariali”, cioè differenziali
tra le retribuzioni dei lavoratori in base al luogo di residenza,
ipocritamente giustificati sulla base di differenze nel costo della vita
nelle varie regioni d’Italia. Prima di addentrarci nei dettagli della
proposta, vediamo da cosa scaturisce questa nuova (nuova si fa per dire,
i neoliberisti sono persone molto banali) idea del Prof. Boeri.
Il predecessore di Tridico ci informa, preoccupato, che il Nord del Paese si sente tradito dalla Lega, che avrebbe lasciato troppo spazio alle ricette economiche del Movimento 5 Stelle e avrebbe rinunciato, in tutto o in parte, alle proprie. “L’agenda di Governo” – scrive Boeri – “ha del tutto ignorato le istanze del blocco sociale settentrionale”. Immediatamente, Boeri mette le cose in chiaro sulla sua visione del Paese, riferendosi a un Nord di lavoratori e pensionati che speravano nelle promesse della Lega – quota 100 e la flat tax, ad esempio – e a un Sud di disoccupati che avevano votato in massa Movimento 5 Stelle per ricevere il reddito di cittadinanza. Solo questi ultimi sarebbero stati davvero accontentati. Il produttivo Nord sarebbe stato fregato dalla Lega attraverso una quota 100 molto limitata, nella sua portata, rispetto alle aspettative dei lavoratori settentrionali prossimi alla pensione e una flat tax che, fino ad ora, non si è vista (se non attraverso una ben misera “flataxina”).
Secondo Boeri, un partito interessato ad affrontare i veri problemi del Paese dovrebbe partire dalla questione settentrionale, prendendo di petto quella che secondo lui è la vera grande ingiustizia territoriale: i salari reali (ovvero il rapporto tra i salari in termini monetari e i prezzi, che ci dice, in pratica, quante cose un lavoratore può comprare con il proprio stipendio) sono più alti al Sud che al Nord, a causa di prezzi molto più bassi nelle regioni meridionali rispetto a quelli nelle regioni del Settentrione. Sarebbe dunque necessario “allineare”, in termini reali, le retribuzioni del Nord e del Sud del Paese e, per farlo, bisognerebbe partire dagli stipendi dei lavoratori del settore pubblico. Questo dovrebbe avvenire, secondo Boeri, per due ragioni.
La prima riguarda considerazioni di “giustizia” distributiva. La seconda, scrive Boeri, consiste nella necessità di favorire l’occupazione nel Mezzogiorno. Secondo Boeri, infatti, salari reali troppo alti nel settore pubblico al Sud provocano salari reali troppo alti anche nel settore privato, rendendo i lavoratori del Mezzogiorno poco attrattivi per gli imprenditori. Questa sarebbe la causa di buona parte della disoccupazione al Sud. La ricetta consisterebbe, dunque, nell’immaginare e implementare, nel pubblico impiego, un sistema di retribuzioni che preveda, sostanzialmente, stagnazione dei salari nominali al Sud e una loro crescita (blanda, ça va sans dire, anche se su questo Boeri è piuttosto sfuggente) al Nord. Ciò, sempre nelle idee di Boeri, consentirebbe di unire, piuttosto che dividere, il Paese. Si tratta, come i più anziani ricorderanno, delle cosiddette “gabbie salariali”.
Aspetto di non secondaria importanza è il meccanismo attraverso il quale Boeri sembra immaginare che il riavvicinamento tra i salari reali dei dipendenti pubblici del Nord e di quelli del Sud possa favorire i disoccupati del Mezzogiorno. Su questo meccanismo, in realtà, l’ex presidente dell’INPS non spreca molte parole. Si limita a dire che il pubblico impiego “da sempre incide anche sulla contrattazione nel privato”. Si può dunque immaginare, cercando di interpretare il Boeri-pensiero, che i salari nel pubblico impiego costituiscano una sorta di pietra di paragone: un datore di lavoro dovrebbe offrire al disoccupato un salario alquanto vicino a quello che il disoccupato troverebbe nel settore pubblico per convincerlo a scegliere di lavorare in azienda, cosicché il salario nel settore pubblico influirebbe sulla contrattazione in quello privato.
Ora, se è del tutto ragionevole l’idea che il lavoratore preferisca uno stipendio più alto e che, quindi, se lo stipendio nel settore pubblico è più alto di quello nel settore privato, il lavoratore sceglierà quello pubblico, è molto più discutibile il discorso sull’incidenza che un meccanismo del genere può avere nel contesto economico-sociale del Mezzogiorno. In altri termini, la domanda è: quanti disoccupati del Mezzogiorno possono permettersi di scegliere tra il lavoro pubblico e quello privato, sottopagato e, magari, in nero? Per lavorare nel settore pubblico, a seconda dell’inquadramento per il quale si concorre, esistono dei requisiti, a partire dal livello d’istruzione richiesto. Non è un mistero che al Sud i dati sui titoli di studio siano impietosi. Dati Svimez ci raccontano che la quota media di laureati nel Mezzogiorno nella popolazione tra i 25 e i 64 anni è pari al 14,6 per cento: meno di un meridionale su sei è laureato. L’Istat, invece, certifica che nel 2017 il tasso di abbandono scolastico, misurato come la percentuale di giovani tra 18 e 24 anni che hanno solo la licenza media, al Mezzogiorno è stato pari al 18,5 per cento. Il dato supera il 20 per cento in comuni anche di grandi dimensioni, come Napoli (22,1 per cento), e in aree geografiche abbastanza ampie, come il nord della Sardegna. Fanalino di coda è Caltanissetta, in Sicilia, con oltre il 27 per cento di abbandoni scolastici.
Si aggiunga a questo il fatto che molti enti locali del Sud si trovano invischiati fino al collo nelle sabbie mobili dei vincoli di spesa imposti da riforme via via sempre più restrittive delle loro capacità di spesa e che per questi enti, dunque, è difficile immaginare una marcata espansione del personale alle proprie dipendenze. Così come è difficile immaginare che possa sopperire l’occupazione nel settore statale, essendo anche le amministrazioni centrali sottoposte agli stringenti vincoli di bilancio imposti dai Trattati europei.
Sembra dunque difficile immaginare, per ampie fasce della popolazione del Mezzogiorno, in che modo una riduzione del divario tra i salari reali del settore pubblico del Sud e quelli del Nord possa costituire un fattore di miglioramento. E ciò non solo per le ragioni appena esposte, e cioè perché la competizione pubblico/privato per accaparrarsi i disoccupati del Mezzogiorno necessaria al funzionamento del meccanismo pensato da Boeri è più teorica che pratica, ma anche perché, se anche ammettessimo il funzionamento di tale meccanismo, non è affatto detto che la riduzione dei divari nei salari reali nel settore privato nel Mezzogiorno rispetto a quelli del Nord porterebbe necessariamente a un aumento dell’occupazione.
Proviamo ad esulare dal fatto che un imprenditore che dovrà decidere se aprire una fabbrica nel Nord o nel Sud dell’Italia, a meno che non sia una fabbrica che produca merci da vendere prevalentemente sul mercato locale, cioè sul mercato geograficamente più vicino al luogo in cui è impiantata la fabbrica, guarderà più al salario monetario che a quello reale. Se, a parità di tutti gli altri fattori, ad esempio, un produttore di una merce venduta in tutta Europa dovesse decidere se impiantare una fabbrica a Pavia o a Crotone, poco gli importerebbe sapere quanti panini, quanti pacchi di pasta, quanti metri quadrati di affitto il lavoratore di Crotone e quello di Pavia potranno acquistare con lo stipendio che ricevono: andrebbe verosimilmente a produrre nell’area in cui i lavoratori guadagnano di meno in termini di salario monetario, in quanto sarebbe minore l’esborso per l’impresa. Se le imprese producono e assumono al Nord invece che al Sud, sembra difficile immaginare che la colpa sia da ricercare nel fatto che gli affitti al Sud sono troppo bassi rispetto ai salari monetari e un chilo di pane a Napoli costa la metà rispetto a Milano. È molto più facile pensare che ciò avvenga per ragioni totalmente diverse, come la cronica deficienza di infrastrutture che caratterizza ampie aree del Mezzogiorno, che rende particolarmente costoso portare sui mercati continentali le merci prodotte al Sud. Non è un caso che abbiamo assistito, negli anni del cosiddetto “boom economico”, e stiamo tornando ad assistere, in epoca recente, al fenomeno per il quale i disoccupati del Mezzogiorno emigrano in massa verso il Nord. la questione va ben oltre la disquisizione sull’esistenza di un nesso causale tra diminuzione dei salari reali o monetari ed aumento dell’occupazione al Sud. La questione, come dicevamo, va ben oltre la disquisizione sull’esistenza di un nesso causale tra diminuzione dei salari reali o monetari ed aumento dell’occupazione al Sud. Il punto centrale è che, se anche una misura di tal fattura riuscisse nel suo obiettivo, lo farebbe a scapito dell’occupazione al Nord. Con la beffa ulteriore che, a livello aggregato di Paese, il totale degli occupati potrebbe essere minore, a causa della minore domanda aggregata provocata dalla diminuzione delle retribuzioni e quindi dei consumi. E i problemi non sarebbero neanche finiti qui. Ci troveremmo, infatti, con l’aver importato anche a livello nazionale il perverso meccanismo che, a livello europeo, prevede come unica via per lo sviluppo di un Paese il ricercare un vantaggio di costo e convenienza rispetto al vicino, cosa che si traduce, in termini concreti, in una spirale di riduzione dei salari senza fine. L’Italia che ha in mente Boeri è un Paese dove il Sud, se vuole crescere, lo deve fare alle spese dei lavoratori del Nord e del Sud, a tutto vantaggio del capitale, in grado di spostarsi da una regione all’altra, da un paese all’altro, alla ricerca del profitto più alto. Questo ha consentito e ancora consente ai padroni di vivere nel migliore dei mondi possibili: avere manodopera a buon mercato, ma in fabbriche con condizioni logistiche favorevoli. Perché in questo consistono il ricatto della disoccupazione e la trappola dell’austerità: costringere i lavoratori ad accettare salari sempre più bassi pur di non perdere (o per ottenere) il posto di lavoro. Una strategia valida a qualsiasi livello di aggregazione territoriale, a livello nazionale così come a livello internazionale.
C’è un altro aspetto particolarmente odioso nella retorica di Boeri. Lo “scandalo” della differenza di retribuzioni reali tra impiegati pubblici del Nord e del Sud, in particolare dei docenti scolastici, sarebbe acuito dalla differenza di rendimento tra gli studenti delle due aree geografiche, rivelato dalle celeberrime prove Invalsi. Considerare le prove Invalsi come indicatore della produttività dei docenti del Sud è semplicemente ridicolo e palesemente in malafede, poiché vuol dire ignorare, ancora una volta, le differenze socio-economiche tra diverse regioni e sub-regioni italiane. La presunta scarsa preparazione degli studenti del Mezzogiorno, infatti, non può non risentire dei differenti contesti in cui l’apprendimento ha luogo. Si sa che molto diffuso, tra gli studenti del Sud, è il fenomeno del lavoro minorile nero o, comunque, del lavoro (nero) come attività ulteriore rispetto a quella scolastica. Inoltre, in un contesto sociale ed economico caratterizzato da un altissimo tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile e anche tra i laureati, la percezione dell’utilità dell’istruzione non può che essere particolarmente bassa. Se, dunque, la scuola e l’università non sono viste come strumenti capaci di migliorare, realisticamente, la situazione socio-economica di un giovane, tanto vale investirci poco, il meno possibile, compatibilmente con l’obbligatorietà degli studi per 10 anni e, comunque, fino al sedicesimo anno di età (o con l’obbligo formativo fino a 18 anni). Di conseguenza, invocare i risultati nelle prove Invalsi come ragione per introdurre le gabbie salariali e premiare i produttivi insegnanti del Nord rispetto a quelli del Sud è una bestialità, che può avere come unico risultato quello di acuire ulteriormente il gap nei livelli di istruzione tra regioni benestanti e regioni più problematiche.
L’introduzione delle gabbie salariali, dunque, in primo luogo si basa su presupposti teorici sbagliati. L’automatismo dell’aumento dell’occupazione derivante da una riduzione nei salari reali nel Mezzogiorno (o da una riduzione della differenza tra questi, visti come troppo alti, e quelli del Nord), come abbiamo cercato di argomentare, è tutt’altro che scontato. Le gabbie salariali finirebbero, infatti, per acuire, piuttosto che ridurre, le differenze territoriali. Nel mondo immaginato da Boeri, un mondo in cui i gialloverdi sguazzano serenamente, un euro in più di spesa pubblica da una parte vuol dire un euro in meno di spesa pubblica – o un euro in più di tasse – altrove (è l’austerità, bellezza!). Anche il più blando aumento delle retribuzioni al nord avverrebbe, quindi, a scapito di altre voci di spesa. Ad esempio, e questo sembra essere il suggerimento che scaturisce dalla strana idea di giustizia di Boeri, tagliando i trasferimenti verso il Sud inefficiente e dipendente dall’assistenzialismo in stile reddito di cittadinanza. Alimentando, cioè, ulteriormente ed artificialmente, gli antagonismi tra i lavoratori delle diverse aree del Paese, a tutto vantaggio dei padroni.
La strategia di dividere i lavoratori su base territoriale si basa su un ragionamento, si noti, non molto diverso da quello che riguarda i lavoratori stranieri in Italia. Non è un caso che tale ragionamento sia tipico della Lega (Nord). Il partito di Umberto Bossi nasceva come una formazione territoriale e spingeva sulla rivalità tra Nord e Sud per accumulare consensi nel Settentrione, mettendo i lavoratori delle due aree del Paese gli uni contro gli altri. Con l’estensione della portata territoriale degli interessi elettorali della Lega (non più Nord), la faglia tra Nord e Sud Italia sembra avere abbandonato i sogni delle camicie verdi. Sembra, perché i progetti di autonomia differenziata sono lì a ricordarci che chi nasce tondo non può morire quadrato e se hai avuto come ragione costituente, dalla tua fondazione, odio e razzismo verso meridionali di latitudini varie, non basta darsi una riverniciata tricolore per fare sparire queste pulsioni. È però indubbio che, nell’immaginario nuovo delle ormai ex camicie verdi, la linea di frattura più appariscente debba essere quella tra lavoratori italiani, da un lato, e lavoratori stranieri, dall’altro. Una visione truffaldina, nella quale a contare non sono le differenze di classe, non è il conflitto distributivo tra lavoratori, da un lato, e imprenditori, dall’altro, ma sono le differenze nella provenienza territoriale, prima tra regioni italiane, ora tra l’Italia e i Paesi d’origine degli immigrati. In questo abominevole progetto politico, la Lega pare riuscire comunque a cogliere i famosi due piccioni con una fava. Mentre Salvini se la prende con immigrati e dannati della terra, c’è sempre un utile idiota, questa volta con le vesti rassicuranti dello pseudo-progressista Boeri, pronto a bastonare e a rimettere al loro posto anche i ‘terroni’. È una storia vecchia quanto il capitalismo, e che dovrebbe anche servire da promemoria per i sedicenti sinistri che riscoprono, sulla via di Damasco, un insospettato amore per barriere e controlli alle frontiere: un sistema economico fondato sul profitto ha bisogno strutturale di qualcuno da sfruttare. Prima viene l’immigrato. In mancanza dell’immigrato, è la volta del meridionale, poi dello scarsamente istruito, del povero e così via, all’infinito.
Contro questa retorica, che intende mettere da parte il conflitto di classe alimentando il campanilismo e il razzismo, occorre ribadire che i lavoratori, siano essi del Nord o del Sud, siano essi italiani o cinesi o nigeriani, non sono nemici tra loro. I lavoratori, qualunque sia la loro provenienza, hanno un nemico comune, ovvero il capitale. Un modo per migliorare le condizioni di tutti i lavoratori, italiani e immigrati, meridionali e settentrionali, esiste e passa per una loro sindacalizzazione di classe e conflittuale. Sul piano macroeconomico, il miglioramento delle condizioni materiali dei lavoratori ha anche bisogno di un ulteriore tassello, che si chiama spesa pubblica in deficit per istruzione, sanità, infrastrutture, pensioni, salari pubblici etc., e che non a caso è diventata la nemica numero uno del capitale. L’artificiosa contrapposizione regionale o nazionale tra lavoratori e l’austerità sono due facce della stessa medaglia e hanno lo stesso obiettivo. Se si vuole creare occupazione al Sud non c’è alcun bisogno di prevedere salari differenziati, cervellotici e iniqui, per lavoratori che compiono le medesime mansioni: sarebbe necessario sostenere la domanda aggregata e l’investimento in infrastrutture attraverso la spesa pubblica. Più facile a dirsi che a farsi, ma è nostro compito smascherare le divisioni artificialmente create e sottolineare quelle che influiscono davvero sul tenore di vita dei lavoratori, riproponendo ancora una volta una visione delle relazioni economiche basata sul conflitto, tra lavoratori, da un lato, e imprenditori, dall’altro, per la spartizione del prodotto sociale.
Fonte
Il predecessore di Tridico ci informa, preoccupato, che il Nord del Paese si sente tradito dalla Lega, che avrebbe lasciato troppo spazio alle ricette economiche del Movimento 5 Stelle e avrebbe rinunciato, in tutto o in parte, alle proprie. “L’agenda di Governo” – scrive Boeri – “ha del tutto ignorato le istanze del blocco sociale settentrionale”. Immediatamente, Boeri mette le cose in chiaro sulla sua visione del Paese, riferendosi a un Nord di lavoratori e pensionati che speravano nelle promesse della Lega – quota 100 e la flat tax, ad esempio – e a un Sud di disoccupati che avevano votato in massa Movimento 5 Stelle per ricevere il reddito di cittadinanza. Solo questi ultimi sarebbero stati davvero accontentati. Il produttivo Nord sarebbe stato fregato dalla Lega attraverso una quota 100 molto limitata, nella sua portata, rispetto alle aspettative dei lavoratori settentrionali prossimi alla pensione e una flat tax che, fino ad ora, non si è vista (se non attraverso una ben misera “flataxina”).
Secondo Boeri, un partito interessato ad affrontare i veri problemi del Paese dovrebbe partire dalla questione settentrionale, prendendo di petto quella che secondo lui è la vera grande ingiustizia territoriale: i salari reali (ovvero il rapporto tra i salari in termini monetari e i prezzi, che ci dice, in pratica, quante cose un lavoratore può comprare con il proprio stipendio) sono più alti al Sud che al Nord, a causa di prezzi molto più bassi nelle regioni meridionali rispetto a quelli nelle regioni del Settentrione. Sarebbe dunque necessario “allineare”, in termini reali, le retribuzioni del Nord e del Sud del Paese e, per farlo, bisognerebbe partire dagli stipendi dei lavoratori del settore pubblico. Questo dovrebbe avvenire, secondo Boeri, per due ragioni.
La prima riguarda considerazioni di “giustizia” distributiva. La seconda, scrive Boeri, consiste nella necessità di favorire l’occupazione nel Mezzogiorno. Secondo Boeri, infatti, salari reali troppo alti nel settore pubblico al Sud provocano salari reali troppo alti anche nel settore privato, rendendo i lavoratori del Mezzogiorno poco attrattivi per gli imprenditori. Questa sarebbe la causa di buona parte della disoccupazione al Sud. La ricetta consisterebbe, dunque, nell’immaginare e implementare, nel pubblico impiego, un sistema di retribuzioni che preveda, sostanzialmente, stagnazione dei salari nominali al Sud e una loro crescita (blanda, ça va sans dire, anche se su questo Boeri è piuttosto sfuggente) al Nord. Ciò, sempre nelle idee di Boeri, consentirebbe di unire, piuttosto che dividere, il Paese. Si tratta, come i più anziani ricorderanno, delle cosiddette “gabbie salariali”.
Aspetto di non secondaria importanza è il meccanismo attraverso il quale Boeri sembra immaginare che il riavvicinamento tra i salari reali dei dipendenti pubblici del Nord e di quelli del Sud possa favorire i disoccupati del Mezzogiorno. Su questo meccanismo, in realtà, l’ex presidente dell’INPS non spreca molte parole. Si limita a dire che il pubblico impiego “da sempre incide anche sulla contrattazione nel privato”. Si può dunque immaginare, cercando di interpretare il Boeri-pensiero, che i salari nel pubblico impiego costituiscano una sorta di pietra di paragone: un datore di lavoro dovrebbe offrire al disoccupato un salario alquanto vicino a quello che il disoccupato troverebbe nel settore pubblico per convincerlo a scegliere di lavorare in azienda, cosicché il salario nel settore pubblico influirebbe sulla contrattazione in quello privato.
Ora, se è del tutto ragionevole l’idea che il lavoratore preferisca uno stipendio più alto e che, quindi, se lo stipendio nel settore pubblico è più alto di quello nel settore privato, il lavoratore sceglierà quello pubblico, è molto più discutibile il discorso sull’incidenza che un meccanismo del genere può avere nel contesto economico-sociale del Mezzogiorno. In altri termini, la domanda è: quanti disoccupati del Mezzogiorno possono permettersi di scegliere tra il lavoro pubblico e quello privato, sottopagato e, magari, in nero? Per lavorare nel settore pubblico, a seconda dell’inquadramento per il quale si concorre, esistono dei requisiti, a partire dal livello d’istruzione richiesto. Non è un mistero che al Sud i dati sui titoli di studio siano impietosi. Dati Svimez ci raccontano che la quota media di laureati nel Mezzogiorno nella popolazione tra i 25 e i 64 anni è pari al 14,6 per cento: meno di un meridionale su sei è laureato. L’Istat, invece, certifica che nel 2017 il tasso di abbandono scolastico, misurato come la percentuale di giovani tra 18 e 24 anni che hanno solo la licenza media, al Mezzogiorno è stato pari al 18,5 per cento. Il dato supera il 20 per cento in comuni anche di grandi dimensioni, come Napoli (22,1 per cento), e in aree geografiche abbastanza ampie, come il nord della Sardegna. Fanalino di coda è Caltanissetta, in Sicilia, con oltre il 27 per cento di abbandoni scolastici.
Si aggiunga a questo il fatto che molti enti locali del Sud si trovano invischiati fino al collo nelle sabbie mobili dei vincoli di spesa imposti da riforme via via sempre più restrittive delle loro capacità di spesa e che per questi enti, dunque, è difficile immaginare una marcata espansione del personale alle proprie dipendenze. Così come è difficile immaginare che possa sopperire l’occupazione nel settore statale, essendo anche le amministrazioni centrali sottoposte agli stringenti vincoli di bilancio imposti dai Trattati europei.
Sembra dunque difficile immaginare, per ampie fasce della popolazione del Mezzogiorno, in che modo una riduzione del divario tra i salari reali del settore pubblico del Sud e quelli del Nord possa costituire un fattore di miglioramento. E ciò non solo per le ragioni appena esposte, e cioè perché la competizione pubblico/privato per accaparrarsi i disoccupati del Mezzogiorno necessaria al funzionamento del meccanismo pensato da Boeri è più teorica che pratica, ma anche perché, se anche ammettessimo il funzionamento di tale meccanismo, non è affatto detto che la riduzione dei divari nei salari reali nel settore privato nel Mezzogiorno rispetto a quelli del Nord porterebbe necessariamente a un aumento dell’occupazione.
Proviamo ad esulare dal fatto che un imprenditore che dovrà decidere se aprire una fabbrica nel Nord o nel Sud dell’Italia, a meno che non sia una fabbrica che produca merci da vendere prevalentemente sul mercato locale, cioè sul mercato geograficamente più vicino al luogo in cui è impiantata la fabbrica, guarderà più al salario monetario che a quello reale. Se, a parità di tutti gli altri fattori, ad esempio, un produttore di una merce venduta in tutta Europa dovesse decidere se impiantare una fabbrica a Pavia o a Crotone, poco gli importerebbe sapere quanti panini, quanti pacchi di pasta, quanti metri quadrati di affitto il lavoratore di Crotone e quello di Pavia potranno acquistare con lo stipendio che ricevono: andrebbe verosimilmente a produrre nell’area in cui i lavoratori guadagnano di meno in termini di salario monetario, in quanto sarebbe minore l’esborso per l’impresa. Se le imprese producono e assumono al Nord invece che al Sud, sembra difficile immaginare che la colpa sia da ricercare nel fatto che gli affitti al Sud sono troppo bassi rispetto ai salari monetari e un chilo di pane a Napoli costa la metà rispetto a Milano. È molto più facile pensare che ciò avvenga per ragioni totalmente diverse, come la cronica deficienza di infrastrutture che caratterizza ampie aree del Mezzogiorno, che rende particolarmente costoso portare sui mercati continentali le merci prodotte al Sud. Non è un caso che abbiamo assistito, negli anni del cosiddetto “boom economico”, e stiamo tornando ad assistere, in epoca recente, al fenomeno per il quale i disoccupati del Mezzogiorno emigrano in massa verso il Nord. la questione va ben oltre la disquisizione sull’esistenza di un nesso causale tra diminuzione dei salari reali o monetari ed aumento dell’occupazione al Sud. La questione, come dicevamo, va ben oltre la disquisizione sull’esistenza di un nesso causale tra diminuzione dei salari reali o monetari ed aumento dell’occupazione al Sud. Il punto centrale è che, se anche una misura di tal fattura riuscisse nel suo obiettivo, lo farebbe a scapito dell’occupazione al Nord. Con la beffa ulteriore che, a livello aggregato di Paese, il totale degli occupati potrebbe essere minore, a causa della minore domanda aggregata provocata dalla diminuzione delle retribuzioni e quindi dei consumi. E i problemi non sarebbero neanche finiti qui. Ci troveremmo, infatti, con l’aver importato anche a livello nazionale il perverso meccanismo che, a livello europeo, prevede come unica via per lo sviluppo di un Paese il ricercare un vantaggio di costo e convenienza rispetto al vicino, cosa che si traduce, in termini concreti, in una spirale di riduzione dei salari senza fine. L’Italia che ha in mente Boeri è un Paese dove il Sud, se vuole crescere, lo deve fare alle spese dei lavoratori del Nord e del Sud, a tutto vantaggio del capitale, in grado di spostarsi da una regione all’altra, da un paese all’altro, alla ricerca del profitto più alto. Questo ha consentito e ancora consente ai padroni di vivere nel migliore dei mondi possibili: avere manodopera a buon mercato, ma in fabbriche con condizioni logistiche favorevoli. Perché in questo consistono il ricatto della disoccupazione e la trappola dell’austerità: costringere i lavoratori ad accettare salari sempre più bassi pur di non perdere (o per ottenere) il posto di lavoro. Una strategia valida a qualsiasi livello di aggregazione territoriale, a livello nazionale così come a livello internazionale.
C’è un altro aspetto particolarmente odioso nella retorica di Boeri. Lo “scandalo” della differenza di retribuzioni reali tra impiegati pubblici del Nord e del Sud, in particolare dei docenti scolastici, sarebbe acuito dalla differenza di rendimento tra gli studenti delle due aree geografiche, rivelato dalle celeberrime prove Invalsi. Considerare le prove Invalsi come indicatore della produttività dei docenti del Sud è semplicemente ridicolo e palesemente in malafede, poiché vuol dire ignorare, ancora una volta, le differenze socio-economiche tra diverse regioni e sub-regioni italiane. La presunta scarsa preparazione degli studenti del Mezzogiorno, infatti, non può non risentire dei differenti contesti in cui l’apprendimento ha luogo. Si sa che molto diffuso, tra gli studenti del Sud, è il fenomeno del lavoro minorile nero o, comunque, del lavoro (nero) come attività ulteriore rispetto a quella scolastica. Inoltre, in un contesto sociale ed economico caratterizzato da un altissimo tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile e anche tra i laureati, la percezione dell’utilità dell’istruzione non può che essere particolarmente bassa. Se, dunque, la scuola e l’università non sono viste come strumenti capaci di migliorare, realisticamente, la situazione socio-economica di un giovane, tanto vale investirci poco, il meno possibile, compatibilmente con l’obbligatorietà degli studi per 10 anni e, comunque, fino al sedicesimo anno di età (o con l’obbligo formativo fino a 18 anni). Di conseguenza, invocare i risultati nelle prove Invalsi come ragione per introdurre le gabbie salariali e premiare i produttivi insegnanti del Nord rispetto a quelli del Sud è una bestialità, che può avere come unico risultato quello di acuire ulteriormente il gap nei livelli di istruzione tra regioni benestanti e regioni più problematiche.
L’introduzione delle gabbie salariali, dunque, in primo luogo si basa su presupposti teorici sbagliati. L’automatismo dell’aumento dell’occupazione derivante da una riduzione nei salari reali nel Mezzogiorno (o da una riduzione della differenza tra questi, visti come troppo alti, e quelli del Nord), come abbiamo cercato di argomentare, è tutt’altro che scontato. Le gabbie salariali finirebbero, infatti, per acuire, piuttosto che ridurre, le differenze territoriali. Nel mondo immaginato da Boeri, un mondo in cui i gialloverdi sguazzano serenamente, un euro in più di spesa pubblica da una parte vuol dire un euro in meno di spesa pubblica – o un euro in più di tasse – altrove (è l’austerità, bellezza!). Anche il più blando aumento delle retribuzioni al nord avverrebbe, quindi, a scapito di altre voci di spesa. Ad esempio, e questo sembra essere il suggerimento che scaturisce dalla strana idea di giustizia di Boeri, tagliando i trasferimenti verso il Sud inefficiente e dipendente dall’assistenzialismo in stile reddito di cittadinanza. Alimentando, cioè, ulteriormente ed artificialmente, gli antagonismi tra i lavoratori delle diverse aree del Paese, a tutto vantaggio dei padroni.
La strategia di dividere i lavoratori su base territoriale si basa su un ragionamento, si noti, non molto diverso da quello che riguarda i lavoratori stranieri in Italia. Non è un caso che tale ragionamento sia tipico della Lega (Nord). Il partito di Umberto Bossi nasceva come una formazione territoriale e spingeva sulla rivalità tra Nord e Sud per accumulare consensi nel Settentrione, mettendo i lavoratori delle due aree del Paese gli uni contro gli altri. Con l’estensione della portata territoriale degli interessi elettorali della Lega (non più Nord), la faglia tra Nord e Sud Italia sembra avere abbandonato i sogni delle camicie verdi. Sembra, perché i progetti di autonomia differenziata sono lì a ricordarci che chi nasce tondo non può morire quadrato e se hai avuto come ragione costituente, dalla tua fondazione, odio e razzismo verso meridionali di latitudini varie, non basta darsi una riverniciata tricolore per fare sparire queste pulsioni. È però indubbio che, nell’immaginario nuovo delle ormai ex camicie verdi, la linea di frattura più appariscente debba essere quella tra lavoratori italiani, da un lato, e lavoratori stranieri, dall’altro. Una visione truffaldina, nella quale a contare non sono le differenze di classe, non è il conflitto distributivo tra lavoratori, da un lato, e imprenditori, dall’altro, ma sono le differenze nella provenienza territoriale, prima tra regioni italiane, ora tra l’Italia e i Paesi d’origine degli immigrati. In questo abominevole progetto politico, la Lega pare riuscire comunque a cogliere i famosi due piccioni con una fava. Mentre Salvini se la prende con immigrati e dannati della terra, c’è sempre un utile idiota, questa volta con le vesti rassicuranti dello pseudo-progressista Boeri, pronto a bastonare e a rimettere al loro posto anche i ‘terroni’. È una storia vecchia quanto il capitalismo, e che dovrebbe anche servire da promemoria per i sedicenti sinistri che riscoprono, sulla via di Damasco, un insospettato amore per barriere e controlli alle frontiere: un sistema economico fondato sul profitto ha bisogno strutturale di qualcuno da sfruttare. Prima viene l’immigrato. In mancanza dell’immigrato, è la volta del meridionale, poi dello scarsamente istruito, del povero e così via, all’infinito.
Contro questa retorica, che intende mettere da parte il conflitto di classe alimentando il campanilismo e il razzismo, occorre ribadire che i lavoratori, siano essi del Nord o del Sud, siano essi italiani o cinesi o nigeriani, non sono nemici tra loro. I lavoratori, qualunque sia la loro provenienza, hanno un nemico comune, ovvero il capitale. Un modo per migliorare le condizioni di tutti i lavoratori, italiani e immigrati, meridionali e settentrionali, esiste e passa per una loro sindacalizzazione di classe e conflittuale. Sul piano macroeconomico, il miglioramento delle condizioni materiali dei lavoratori ha anche bisogno di un ulteriore tassello, che si chiama spesa pubblica in deficit per istruzione, sanità, infrastrutture, pensioni, salari pubblici etc., e che non a caso è diventata la nemica numero uno del capitale. L’artificiosa contrapposizione regionale o nazionale tra lavoratori e l’austerità sono due facce della stessa medaglia e hanno lo stesso obiettivo. Se si vuole creare occupazione al Sud non c’è alcun bisogno di prevedere salari differenziati, cervellotici e iniqui, per lavoratori che compiono le medesime mansioni: sarebbe necessario sostenere la domanda aggregata e l’investimento in infrastrutture attraverso la spesa pubblica. Più facile a dirsi che a farsi, ma è nostro compito smascherare le divisioni artificialmente create e sottolineare quelle che influiscono davvero sul tenore di vita dei lavoratori, riproponendo ancora una volta una visione delle relazioni economiche basata sul conflitto, tra lavoratori, da un lato, e imprenditori, dall’altro, per la spartizione del prodotto sociale.
Fonte
12/07/2019
Gabbie salariali. Il perverso sogno di molti
Il vertice del governo sulla legge per l’autonomia differenziata ha prodotto una fumata nera, e fin qui tutto bene. Secondo fonti del M5S nella legge in discussione a Palazzo Chigi, “la Lega ha proposto di inserire le gabbie salariali, ovvero alzare gli stipendi al Nord e abbassarli al centro-Sud. Per il M5s è “totalmente inaccettabile”. “Una simile proposta spaccherebbe il Paese e la consideriamo discriminatoria e razzista – sottolineano fonti del M5s, le stesse che ricordano come il meccanismo della gabbie salariali sia stato in vigore in passato, “con pessimi risultati e fu abolito nel ’72. Reintrodurle significherebbe riportare l’Italia indietro di mezzo secolo. Follia pura”.
Le gabbie salariali che differenziavano i salari dei lavoratori tra Nord e Meridione, in realtà sono state cancellate nel 1969, dopo la potente stagione di lotta dei lavoratori che, giustamente, le consideravano discriminatorie. A quasi cinquant’anni dallo stop, (scattato concretamente nel 1972) la perversione delle gabbie salariali è tornata nuovamente ad accendere il dibattito politico. Questa dottrina vorrebbe che i salari fossero parametrati al costo della vita nelle diverse aree territoriali, un tema su cui la Lega insiste da tempo, tanto che nel 2005 avanzò questa ipotesi per il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici.
La realtà, come al solito, è ancora più spietata del dibattito pubblico. Un dato? Fino al 2004 gli operai della Fiat di Melfi (ora Fca), a parità di orario, per contratto guadagnavano meno degli operai degli stabilimenti Fiat al centro nord.
Né possiamo dimenticarci gli altri acronimi con cui le differenziazioni salariali tra Nord e Meridione hanno cercato di affermarsi negli anni '90, soprattutto attraverso i governi di centro-sinistra: si chiamavano i “contratti d’area” ed erano soprattutto nel Sud. Mentre la mano destra (la Lega) “abbaiava” sulla secessione, la mano sinistra (Ds/Pd-Margherita) cercava di realizzare i sogni perversi del padronato italiano.
Infine, e non certo per importanza, è impossibile non suonare l’allarme sull’atteggiamento con cui alcuni governatori e sindaci delle regioni del Sud sembrano voler rispondere alle spinte secessioniste di quelli del Nord attraverso l’autonomia differenziata. Si chiamano “Zes” ossia Zone Economiche Speciali attraverso cui attrarre investimenti esteri e “nordici” nel Meridione. Come? Con forti sconti fiscali e contributivi alle aziende che si insediano nelle Zes e, ovviamente, salari più bassi per chi ci lavora. È la stessa logica liberista della Lega ma applicata nelle regioni del Sud.
Del resto è anche difficile ignorare come una secessione reale agisca e si sia acutizzata da tempo nel nostro paese sul piano delle disuguaglianze sociali, retributive e nei servizi. Già oggi l’Italia vede velocità assi variabili nelle retribuzioni medie annue dei lavoratori dipendenti. Nel Nord la media salariale è di 24.356 euro, scende a 21.189 nel Centro e precipita a 16.113 euro nel Meridione.
Le disuguaglianze di reddito oggi
I dati dell’Istat tratteggiano un’Italia con forti divaricazioni fra Nord e Sud e fra singole regioni con la Lombardia in testa e la Calabria in coda, con Milano in cima alla classifica delle province con 29.627 euro di reddito medio e Vibo Valentia all’ultimo posto con 12.118 euro. E con le donne ancora più discriminate con un reddito massimo a Milano di 23.792 euro e il più basso a Vibo Valentia con 9.475 euro, lì dove i redditi medi degli uomini vedono i più alti a Milano con 34.096 euro, i più bassi a Vibo Valentia con 13.805 euro.
Una disaggregazione ancora più dettagliata sulla base delle città o delle aree metropolitane, vede in testa la Lombardia con una retribuzione media di 26.494 euro. Uomini con una media di 30.689 euro, donne con 20.920 euro. Fra le province guida la classifica Milano con 29.627 euro, seguita da Lecco a quota 25.150, mentre chiude Sondrio con 20.822 euro.
A Torino, la retribuzione media scende a 24.583 euro. In coda la provincia di Verbano-Cusio-Ossola con 20.021 euro. Bologna è l’area metropolitana con i redditi maggiori (25.663 euro), Rimini quella con i redditi minori (16.079 euro). In Liguria va peggio. Le retribuzione medie scendono a 21.920 euro. In testa Genova con 23.905 euro, chiude la classifica delle province Imperia con 16.731 euro.
Nel mitico nordest in testa c’è Trieste con 25.073 euro, mentre è in coda Gorizia con 20.641 euro. In Veneto il reddito medio è di 22.554 euro. In testa Vicenza con 23.902 euro, in coda Rovigo con 19.726 euro.
Per l’Italia centrale, secondo l’Istat, il reddito medio del Lazio a quota 22.243 euro con in testa Roma con 23.301 euro, in coda fra le province Viterbo con 16.567 euro. In Toscana si scende a 20.680 euro, nelle Marche a 19.422 euro, in Umbria è a quota 19.175 euro, in Abruzzo a 17.965 euro, in Molise a 16.675 euro.
E poi si arriva al Meridione vero e proprio: il reddito medio in Basilicata a 17.273 euro. In testa fra le due province Potenza con 18.175 euro, mentre Matera ha redditi medi di 15.234 euro. In Puglia siamo a 16.105 euro, fra le province guida la classifica dei redditi Taranto con 17.582 euro, chiude Lecce con 13.775 euro. Il Reddito medio in Campania è di 15.935 euro, in testa c’è Napoli con 17.009 euro, in coda Salerno con 14.085 euro.
In Sicilia siamo ad un reddito medio di 15.927 euro con Palermo a 17.319 euro scalzata però da Siracusa con 17.450 euro. Chiude la classifica dei redditi provinciali Trapani con 13.500 euro.
Il fanalino di coda per i redditi medi regionali è la Calabria con una media di 14.341 euro, in testa Reggio Calabria con 15.259 euro, chiude Vibo Valentia con 12.118 euro. In Sardegna si risale a 16.321 euro con Cagliari con 17.709 euro, in coda Nuoro con 13.819 euro.
Anche tra manager, dirigenti e impiegati ci sono differenze retributive
Il 26° Rapporto sulle retribuzioni di OD&M Consulting (che analizza un campione di alcune migliaia di buste paga) ha confermato però che con i dati del primo semestre del 2018, Lombardia, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige sono già adesso le regioni con le retribuzioni più alte. Andando ad esaminare i dati più da vicino, si scopre anche qui che è la Lombardia la regione con gli stipendi migliori per tutte le categorie professionali rispetto alla media nazionale.
In particolare, gli impiegati percepiscono una retribuzione decisamente superiore rispetto ai colleghi distribuiti nelle altre regioni della Penisola. I dirigenti di Milano possono contare su una retribuzione media di 140 mila 719 euro, seguiti da Bolzano dove i quadri arrivano ad una retribuzione annua media di 140 mila 386 euro.
Nel Nord-Est, invece, è l’Emilia-Romagna l’”isola felice” per quadri, impiegati e operai. In Trentino sorridono tutti tranne gli impiegati, che guadagnano leggermente meno rispetto alla media macro-regionale.
Nel Centro è il Lazio a vantare le retribuzioni migliori rispetto alle altre regioni del Centro-Italia, con stipendi per dirigenti e operai in alcuni casi superiori anche alla media nazionale. Gli operai toscani, invece, sono quelli pagati meglio.
Tutte le regioni del Mezzogiorno soffrono invece per una differenza retributiva inferiore alle regioni del Nord per tutte le professioni esaminate. I manager e impiegati campani, hanno stipendi mediamente superiori agli altri lavoratori meridionali, ancora meglio vanno i manager e gli impiegati abruzzesi. Particolarmente “penalizzati” sono invece le retribuzioni in Puglia, Sardegna e Calabria.
La Provincia dove risulta la retribuzione media dei dirigenti appare più bassa è quella di Brindisi (€ 102.625), che si distacca fortemente dalle altre province italiane: qui i dirigenti percepiscono il 21,3% in meno rispetto alla media nazionale (circa 27 mila 700 euro). Seguono Caserta, (113.989 euro), Bari (119.053 euro) e Salerno (119.831 euro).
Questa è la fotografia delle disuguaglianze retributive di fatto e già esistenti. La vision della Lega ma anche del Pd “centronordico” – o meglio ancora “sabaudo” – vorrebbero sancirle anche con una legge, quella sull’autonomia differenziata. Un sogno perverso a cui è meglio sbarrare il passo subito piuttosto che farlo diventare un fatto compiuto.
Fonte
Le gabbie salariali che differenziavano i salari dei lavoratori tra Nord e Meridione, in realtà sono state cancellate nel 1969, dopo la potente stagione di lotta dei lavoratori che, giustamente, le consideravano discriminatorie. A quasi cinquant’anni dallo stop, (scattato concretamente nel 1972) la perversione delle gabbie salariali è tornata nuovamente ad accendere il dibattito politico. Questa dottrina vorrebbe che i salari fossero parametrati al costo della vita nelle diverse aree territoriali, un tema su cui la Lega insiste da tempo, tanto che nel 2005 avanzò questa ipotesi per il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici.
La realtà, come al solito, è ancora più spietata del dibattito pubblico. Un dato? Fino al 2004 gli operai della Fiat di Melfi (ora Fca), a parità di orario, per contratto guadagnavano meno degli operai degli stabilimenti Fiat al centro nord.
Né possiamo dimenticarci gli altri acronimi con cui le differenziazioni salariali tra Nord e Meridione hanno cercato di affermarsi negli anni '90, soprattutto attraverso i governi di centro-sinistra: si chiamavano i “contratti d’area” ed erano soprattutto nel Sud. Mentre la mano destra (la Lega) “abbaiava” sulla secessione, la mano sinistra (Ds/Pd-Margherita) cercava di realizzare i sogni perversi del padronato italiano.
Infine, e non certo per importanza, è impossibile non suonare l’allarme sull’atteggiamento con cui alcuni governatori e sindaci delle regioni del Sud sembrano voler rispondere alle spinte secessioniste di quelli del Nord attraverso l’autonomia differenziata. Si chiamano “Zes” ossia Zone Economiche Speciali attraverso cui attrarre investimenti esteri e “nordici” nel Meridione. Come? Con forti sconti fiscali e contributivi alle aziende che si insediano nelle Zes e, ovviamente, salari più bassi per chi ci lavora. È la stessa logica liberista della Lega ma applicata nelle regioni del Sud.
Del resto è anche difficile ignorare come una secessione reale agisca e si sia acutizzata da tempo nel nostro paese sul piano delle disuguaglianze sociali, retributive e nei servizi. Già oggi l’Italia vede velocità assi variabili nelle retribuzioni medie annue dei lavoratori dipendenti. Nel Nord la media salariale è di 24.356 euro, scende a 21.189 nel Centro e precipita a 16.113 euro nel Meridione.
Le disuguaglianze di reddito oggi
I dati dell’Istat tratteggiano un’Italia con forti divaricazioni fra Nord e Sud e fra singole regioni con la Lombardia in testa e la Calabria in coda, con Milano in cima alla classifica delle province con 29.627 euro di reddito medio e Vibo Valentia all’ultimo posto con 12.118 euro. E con le donne ancora più discriminate con un reddito massimo a Milano di 23.792 euro e il più basso a Vibo Valentia con 9.475 euro, lì dove i redditi medi degli uomini vedono i più alti a Milano con 34.096 euro, i più bassi a Vibo Valentia con 13.805 euro.
Una disaggregazione ancora più dettagliata sulla base delle città o delle aree metropolitane, vede in testa la Lombardia con una retribuzione media di 26.494 euro. Uomini con una media di 30.689 euro, donne con 20.920 euro. Fra le province guida la classifica Milano con 29.627 euro, seguita da Lecco a quota 25.150, mentre chiude Sondrio con 20.822 euro.
A Torino, la retribuzione media scende a 24.583 euro. In coda la provincia di Verbano-Cusio-Ossola con 20.021 euro. Bologna è l’area metropolitana con i redditi maggiori (25.663 euro), Rimini quella con i redditi minori (16.079 euro). In Liguria va peggio. Le retribuzione medie scendono a 21.920 euro. In testa Genova con 23.905 euro, chiude la classifica delle province Imperia con 16.731 euro.
Nel mitico nordest in testa c’è Trieste con 25.073 euro, mentre è in coda Gorizia con 20.641 euro. In Veneto il reddito medio è di 22.554 euro. In testa Vicenza con 23.902 euro, in coda Rovigo con 19.726 euro.
Per l’Italia centrale, secondo l’Istat, il reddito medio del Lazio a quota 22.243 euro con in testa Roma con 23.301 euro, in coda fra le province Viterbo con 16.567 euro. In Toscana si scende a 20.680 euro, nelle Marche a 19.422 euro, in Umbria è a quota 19.175 euro, in Abruzzo a 17.965 euro, in Molise a 16.675 euro.
E poi si arriva al Meridione vero e proprio: il reddito medio in Basilicata a 17.273 euro. In testa fra le due province Potenza con 18.175 euro, mentre Matera ha redditi medi di 15.234 euro. In Puglia siamo a 16.105 euro, fra le province guida la classifica dei redditi Taranto con 17.582 euro, chiude Lecce con 13.775 euro. Il Reddito medio in Campania è di 15.935 euro, in testa c’è Napoli con 17.009 euro, in coda Salerno con 14.085 euro.
In Sicilia siamo ad un reddito medio di 15.927 euro con Palermo a 17.319 euro scalzata però da Siracusa con 17.450 euro. Chiude la classifica dei redditi provinciali Trapani con 13.500 euro.
Il fanalino di coda per i redditi medi regionali è la Calabria con una media di 14.341 euro, in testa Reggio Calabria con 15.259 euro, chiude Vibo Valentia con 12.118 euro. In Sardegna si risale a 16.321 euro con Cagliari con 17.709 euro, in coda Nuoro con 13.819 euro.
Anche tra manager, dirigenti e impiegati ci sono differenze retributive
Il 26° Rapporto sulle retribuzioni di OD&M Consulting (che analizza un campione di alcune migliaia di buste paga) ha confermato però che con i dati del primo semestre del 2018, Lombardia, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige sono già adesso le regioni con le retribuzioni più alte. Andando ad esaminare i dati più da vicino, si scopre anche qui che è la Lombardia la regione con gli stipendi migliori per tutte le categorie professionali rispetto alla media nazionale.
In particolare, gli impiegati percepiscono una retribuzione decisamente superiore rispetto ai colleghi distribuiti nelle altre regioni della Penisola. I dirigenti di Milano possono contare su una retribuzione media di 140 mila 719 euro, seguiti da Bolzano dove i quadri arrivano ad una retribuzione annua media di 140 mila 386 euro.
Nel Nord-Est, invece, è l’Emilia-Romagna l’”isola felice” per quadri, impiegati e operai. In Trentino sorridono tutti tranne gli impiegati, che guadagnano leggermente meno rispetto alla media macro-regionale.
Nel Centro è il Lazio a vantare le retribuzioni migliori rispetto alle altre regioni del Centro-Italia, con stipendi per dirigenti e operai in alcuni casi superiori anche alla media nazionale. Gli operai toscani, invece, sono quelli pagati meglio.
Tutte le regioni del Mezzogiorno soffrono invece per una differenza retributiva inferiore alle regioni del Nord per tutte le professioni esaminate. I manager e impiegati campani, hanno stipendi mediamente superiori agli altri lavoratori meridionali, ancora meglio vanno i manager e gli impiegati abruzzesi. Particolarmente “penalizzati” sono invece le retribuzioni in Puglia, Sardegna e Calabria.
La Provincia dove risulta la retribuzione media dei dirigenti appare più bassa è quella di Brindisi (€ 102.625), che si distacca fortemente dalle altre province italiane: qui i dirigenti percepiscono il 21,3% in meno rispetto alla media nazionale (circa 27 mila 700 euro). Seguono Caserta, (113.989 euro), Bari (119.053 euro) e Salerno (119.831 euro).
Questa è la fotografia delle disuguaglianze retributive di fatto e già esistenti. La vision della Lega ma anche del Pd “centronordico” – o meglio ancora “sabaudo” – vorrebbero sancirle anche con una legge, quella sull’autonomia differenziata. Un sogno perverso a cui è meglio sbarrare il passo subito piuttosto che farlo diventare un fatto compiuto.
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