Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/08/2026

Il 62% degli italiani rinuncia a fare figli perchè costa troppo

di Domenico Moro

Nel 2025 sono nati in Italia circa 355mila bambini, il dato più basso dalla fine della Seconda guerra mondiale, e sono morte 652mila persone, con un saldo negativo di -297mila unità, come se fosse sparita l’intera città di Catania[i]. La Fondazione per la Natalità, in collaborazione con Istat e Inps, ha reso pubblico un dossier da cui risulta che il 62% degli italiani fa sempre meno figli perché questi costano troppo. Inoltre, il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sul lavoro con l’arrivo di un figlio. Solo il 5,5% dice di non volere figli[ii]. Il problema, quindi, non sono gli immigrati che sono troppi, ma gli italiani che stanno diventando troppo pochi.

In base alle proiezioni di Eurostat, la popolazione italiana, che nel 2026 è di 58,9 milioni, a pari condizioni (stesso tasso di natalità e stessa intensità del flusso migratorio di oggi), passerà nel 2050 a 55,7 milioni o a 49,5 milioni in caso di blocco totale dell’immigrazione (l’ipotesi vannacciana)[iii]. Questi dati dipendono anche dall’emigrazione di cittadini italiani. Nel 2026 oltre 6,5 milioni di questi, spesso giovani con alti titoli di studio, sono all’estero, alla ricerca di migliori salari e condizioni di vita. Visto che fare figli è difficile soprattutto per ragioni economiche, il vero problema è che i salari italiani negli ultimi decenni sono diminuiti e che il welfare per le famiglie e a favore delle donne che lavorano si è ridotto (a partire dagli asili nido e dalla assistenza ai genitori anziani).

Giusto qualche giorno fa l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), riportava che tra 1990 e 2024 il salario reale dei lavoratori italiani del settore privato (ma il settore pubblico non sta meglio) è diminuito del 6,6%, mentre mediamente i salari dei paesi Ocse sono aumentati del 35%[iv]. Le persone nel capitalismo sono considerate come possessori di una merce (sebbene particolare), la forza lavoro. La forza lavoro, come ogni merce, ha un proprio valore, che corrisponde non solo alle merci che servono per il mantenimento in vita giornaliero, ma anche al tempo/costo per farla crescere, istruirla, curarla, ecc. Oggi il tempo di preparazione della forza lavoro si è allungato e, di conseguenza, il costo della sua riproduzione è molto alto e le famiglie non ce la fanno a sostenerlo. Fare figli potrebbe voler dire ridursi in povertà o ritornare alla situazione dei nostri antenati della prima metà del Novecento, che mettevano al mondo tanti figli (oltre che essere dovuto alla più alta mortalità infantile, serviva carne da cannone per le mire imperialistiche di Mussolini e del capitale italiano), senza stare troppo a preoccuparsi di garantirgli un decente standard di vita.

Il valore della forza lavoro è, però, storicamente determinato. Ciò vuol dire che è dato dal livello delle merci (beni e servizi) che in un certo periodo storico, cioè in certe condizioni di produttività, di cultura e di rapporti di forza tra lavoratori e capitale, sono ritenute essenziali al mantenimento della forza lavoro. Quanto al salario, esso è il prezzo della merce forza lavoro e oscilla attorno al suo valore. Infatti, uno degli strumenti maggiormente utilizzati dal capitale per contrastare la caduta del saggio di profitto è proprio quello di ridurre il salario della forza lavoro al di sotto del suo valore[v]. Ciò significa ridurre il consumo del lavoratore al di sotto dello standard a cui si era arrivati, dato un certo sviluppo della società. Quindi, i lavoratori italiani, a fronte di salari diminuiti, resistono all’abbassamento dello standard di vita a cui si sono abituati, scegliendo di non riprodursi. Per tutte queste ragioni, il capitale importa immigrati da paesi più poveri, specie da paesi extra-comunitari, perché lì i salari reali sono più contenuti e il valore della forza lavoro è più basso, specialmente il suo costo di riproduzione. Quindi, stranieri a basso costo, al posto di italiani ad alto costo. Se non vogliamo ridurci a essere un paese di vecchi e garantirci il diritto alla genitorialità, non serve a nulla attaccare gli immigrati e progettare impossibili e costosissime remigrazioni di milioni di persone.

Quello che serve è fare una battaglia a livello nazionale per alzare i salari pubblici e privati sia degli italiani sia degli immigrati e per sviluppare un welfare adeguato per i bambini e i vecchi, in modo che l’attività di cura non pesi solo sulle famiglie, e in particolare sulle donne. La questione salariale è, però, legata al modo di produzione economico. Infatti, l’Upb dice anche che la causa dell’arretramento dei salari italiani risiede nell’aumento del part-time involontario, che in Italia è molto maggiore che negli altri paesi europei (falsando anche le statistiche sul tasso di occupazione, che aumenta con il giubilo della Meloni).

Un’altra causa sta nella deindustrializzazione, a sua volta dovuta alle delocalizzazioni all’estero, dove il costo del lavoro è più basso. Infatti, sono diminuiti i posti di lavoro nell’industria e sono aumentati quelli nei servizi, che in media offrono contratti più deboli e compensi più bassi. Oltre a questo, va ribadito che bisogna lottare contro il caporalato e il lavoro nero e che se un uomo o una donna lavorano precariamente o a tempo parziale, magari fino a 40 o anche a 50 anni, non possono certo pianificare di fare dei figli. Tutto questo dipende soprattutto dalle riforme del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu, alla riforma Biagi, a quella Fornero, al Jobs Act), che, votate da centro-destra e centro-sinistra, negli ultimi 40 anni hanno prodotto precarietà e abbassamento dei salari, allo scopo di rendere più competitive le merci italiane sul mercato globale e innalzare i profitti capitalistici. Va aggiunto, inoltre, che tali riforme e la riduzione del welfare sono dovute anche ai vincoli di bilancio dei Trattati europei e all’adozione dell’euro, che, impedendo di usare come leva competitiva sui mercati globali la svalutazione della moneta, favorisce il ricorso alla riduzione salariale.

In definitiva, la causa del calo dei salari sta nel modello economico orientato all’export e improntato al neoliberismo. Quindi, come dicevo in un mio articolo recente sul declino dell’auto europea e l’ascesa di quella cinese, va fatta una battaglia non solo per aumentare i salari, ma anche per superare il modello produttivo attuale e introdurre un sistema misto pubblico-privato, basato sui consumi interni e su di un ruolo maggiore dello Stato nell’economia, ad esempio rinazionalizzando quelle imprese che sono state privatizzate con esiti disastrosi, ad esempio Telecom e, come mostra la cronaca più recente, l’Ilva di Taranto.

Ciò, però, non può essere raggiunto attraverso una guerra fra poveri e meno poveri, tra immigrati e italiani, che ha l’effetto di dividere i lavoratori e deviare l’attenzione verso temi secondari. Ciò può essere fatto solo con una lotta unitaria, come sta già accadendo in alcuni settori lavorativi, malgrado molti italiani non ne siano coscienti, a causa del silenzio dei media. Basti solo pensare allo sciopero, organizzato da alcuni sindacati di base, che per giorni ha bloccato la distribuzione logistica di Bologna, per la protesta di lavoratori immigrati e italiani contro la morte di Farik. La lotta contro il razzismo e la xenofobia non è un vezzo da “sinistra fucsia”, ma un aspetto necessario alla ripresa e al dispiegamento della lotta di classe nel nostro paese.

Il problema, quindi, non è solo il ceto politico, ma il sistema capitalistico, specialmente quello puro, nella forma neoliberista e imperialista. Il ceto politico è subalterno (funzionale, meglio) agli interessi del grande capitale. Per contrastare questa situazione, bisogna darsi da fare e muoversi in prima persona. Votare alle elezioni non basta, bisogna mobilitarsi. E, invece, pare che molti italiani deleghino tutto alla politica. Ma la politica non può che essere il riflesso della società. E se la società oscilla tra pessimismo cosmico, apatia e perseguimento del proprio piccolo tornaconto individuale, c’è poco da meravigliarsi dello stato in cui versano i partiti e il paese.

Note

[i] https://www.statigeneralidellanatalita.it/wp-content/uploads/2026/07/VOLERE-O-POTERE-DOSSIER-2026-light-def.pdf

[ii] Barbara Gobbi, “Il 62% degli italiani rinuncia a fare più figli: costa troppo”, Il Sole24ore, 29 luglio 2026.

[iii] https://ec.europa.eu/eurostat/web/population-demography/population-projections/database

[iv] Gianni Trovati, “Il gelo dei redditi: -1,6% rispetto al ’90, l’Irpef frena la crisi ma non la risolve”, Il Sole24ore, 22 luglio 2026.

[v] K. Marx, Il capitale, Newton Compton editore, Roma, 1996, p.1073.

Fonte

24/07/2026

Salari in perdita da trent’anni: serve un salario minimo e abolire l’Iva sui beni necessari

Due notizie ci danno da pensare, una è quella della prima decisione del neo premier britannico Burnham di togliere l’IVA dalle bollette delle famiglie garantendo così un risparmio medio di circa 45 sterline annue, la seconda è la relazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio italiano che certifica quello che tutti noi sappiamo da tempo, cioè la perdita secca dei salari italiani dal 1990 ad oggi di fronte ad una crescita di oltre il 35% nei Paesi OCSE.

In particolare colpisce la suggestiva proposizione dell’UPB secondo cui a tale perdita hanno contribuito principalmente due fattori, la pratica di operare sulle aliquote Irpef per far crescere un po’ i salari e la moderazione salariale, ovviamente complici i sindacati concertativi Cgil Cisl e Uil che si sarebbero accontentati dello sgocciolamento economico che arrivava sulle buste paghe grazie agli sconti Irpef e hanno quindi ridotto dal 1990 la pressione per aumentare i salari.

Risultato, le imprese hanno risparmiato un sacco di soldi, i salari sono rimasti al palo e la collettività tutta ha pagato attraverso la riduzione delle tasse quello che avrebbero dovuto sborsare i datori di lavoro se il sindacato avesse fatto il suo mestiere.

Intanto siamo alla vigilia di un nuovo Patto di luglio. I segretari confederali Landini, Fumarola e Bombardieri dopo aver ritrovato repentinamente e magicamente l’unità fra loro, omaggiando, chi prima chi dopo, il governo Meloni che non è più nemico per nessuno, nemmeno per la Cgil, hanno proposto ai padroni di vedersi il 30 di luglio per concludere e sottoscrivere un nuovo Patto.

Oggi il pericolo viene dalla scricchiolante egemonia nelle relazioni sindacali a cui bisogna correre ai ripari chiedendo a gran voce nuove norme sulla rappresentanza sindacale e datoriale che blindi una volta e per sempre il loro ruolo di unici tenutari del diritto alla negoziazione.

Che in quell’occasione qualcuno alzi il ditino per proporre sommessamente la questione salariale è fuori discussione. Non si disturba il manovratore, soprattutto quando i padroni sono lì a brindare a champagne. Per i padroni, avere la certezza che ai tavoli di fronte a loro avranno sempre e solo CgilCislUil che non si sognano nemmeno lontanamente di scomodarsi a parlare di soldi è quanto di meglio possa capitare per continuare a lucrare sui salari.

USB da tempo sostiene l’esigenza di istituire un salario minimo orario, con salari e stipendi che debbano garantire almeno 2000 euro netti in paga base per tutti, da incrementare con la contrattazione e il ripristino di un meccanismo di adeguamento vero all’inflazione; allo stesso modo abolire l’IVA dai beni di prima necessità, che è un’imposta indiretta e di fatto regressiva, potrebbe restaurare in parte il principio di progressività nel sistema fiscale previsto dalla Costituzione.

Forse in questo modo le famiglie avrebbero un po’ di respiro, i soldi tornerebbero a circolare e l’economia ne trarrebbe giovamento; di certo serve un vero nuovo autunno di lotte con al centro il diritto a salari, stipendi e pensioni adeguate.

Fonte

23/07/2026

I salari in Italia sono diminuiti del 6,6%. Le manovre sull’Irpef non hanno cambiato la situazione

L’analisi sulla vergogna dei salari in Italia è, ancora una volta, impietosa e la fonte della denuncia è insospettabile.

La nuova Nota di lavoro pubblicata dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), ha analizzato tre decenni di evoluzione del mercato del lavoro, dei salari e del sistema fiscale italiano, arrivando alla conclusione che le misure di agevolazioni fiscali, da sole, non siano più sufficienti a sostenere i salari più bassi.

Tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni lorde dei lavoratori dipendenti del settore privato in Italia sono infatti diminuite in media del 6,6% in termini reali, mentre la loro distribuzione è diventata sempre più diseguale. È evidente come il punto di partenza crono-politico di questa analisi sia proprio l’inizio degli anni Novanta, quelli del Trattato di Maastricht, della concertazione tra governo, Confindustria e sindacati, dell'abolizione della scala mobile e della “politica dei redditi”.

Le riforme dell’Irpef hanno svolto un ruolo nel contenere le disparità, ma non sono bastate ad arrestare la tendenza alla perdita di potere d’acquisto dei salari.

L’analisi dell’Upb, ha utilizzato i dati dell’Inps e un modello di simulazione dell’Irpef, fotografando un mercato del lavoro mutato profondamente rispetto ai primi anni Novanta, quando flessibilità e precarietà si annunciavano ma ancora non erano diventate leggi dello Stato (1). Da allora non solo le retribuzioni medie hanno perso potere d’acquisto, ma la loro distribuzione è diventata sempre più diseguale.
Il peggioramento riguarda soprattutto la fascia più bassa dei redditi, penalizzata dalla diffusione del lavoro part-time, dall’aumento delle diverse forme contrattuali precarie, dalla crescente segmentazione tra le varie categorie. Questi fattori hanno ampliato la divaricazione salariale, rendendo più difficile ridurre le disuguaglianze attraverso la sola crescita economica.

In questo contesto, il sistema fondato sull’Irpef ha assunto un ruolo sempre più importante nel riequilibrare i redditi disponibili. Secondo lo studio, l’indice che misura la capacità redistributiva dell’Irpef è passato da 0,028 nel 1990 a 0,065 nel 2026, più che raddoppiando il proprio effetto.

Gran parte di questo risultato deriva dalle riforme fiscali introdotte negli ultimi anni, in particolare dal bonus Irpef del 2014 e dalla riforma del 2025, che ha trasferito nell’imposta parte degli sgravi contributivi destinati ai lavoratori dipendenti. Questi interventi hanno ridotto il prelievo sui redditi bassi e medi, mentre i redditi più elevati hanno registrato un incremento del carico fiscale effettivo, anche per effetto del cosiddetto fiscal drag, cioè il drenaggio fiscale prodotto dall’inflazione e dalla mancata indicizzazione dei parametri dell’imposta.
Il grafico qui sopra elaborato dall’UPB mostra come la crescita della capacità redistributiva sia riconducibile soprattutto agli interventi rivolti ai lavoratori con redditi bassi e medi. Le riforme dedicate a questa platea spiegano infatti oltre il 115% dell’incremento complessivo della capacità redistributiva. Al contrario, gli interventi riguardanti i redditi più elevati producono un effetto negativo pari a circa -37%, riducendo in parte il risultato complessivo.

Anche il drenaggio fiscale e i cambiamenti intervenuti nella composizione della popolazione lavorativa hanno fornito un contributo positivo, rispettivamente pari a circa 7% e 14%.

Lo studio evidenzia come il principale motore dell’aumento della redistribuzione sia stato il rafforzamento della progressività dell’imposta, mentre la riduzione dell’aliquota media, conseguente agli sgravi fiscali introdotti nel tempo, ha compensato solo in parte questo effetto.

La metodologia sviluppata dall’UPB distingue le diverse cause dell’evoluzione redistributiva dell’Irpef.

L’analisi separa infatti quattro componenti: le riforme rivolte ai redditi bassi e medi, gli interventi destinati ai redditi più elevati, il fiscal drag e le trasformazioni intervenute nel mercato del lavoro e nella distribuzione dei redditi.

Questo metodo, secondo l’UPB, ha consentito di misurare quanto del cambiamento dipenda dalle scelte legislative e quanto invece sia riconducibile all’inflazione o all’evoluzione dell’occupazione. Secondo l’UPB, circa l’80% dell’aumento della capacità redistributiva registrato negli ultimi trent’anni è attribuibile direttamente alle riforme dell’Irpef.

Ma lo studio sottolinea anche che il sistema fiscale mostri ormai segnali di saturazione. Il rafforzamento della redistribuzione è stato ottenuto principalmente alleggerendo il prelievo sui redditi medio-bassi e concentrando una quota crescente del carico fiscale sui contribuenti con redditi medio-alti. Questa impostazione rende il sistema più vulnerabile agli effetti dell’inflazione, accentua le differenze di trattamento tra lavoratori dipendenti e altre categorie di contribuenti e non affronta le cause strutturali della stagnazione salariale.

Su questo aspetto è severo il giudizio dell’Unione Sindacale di Base che in un commento allo studio dell’UPB scrive: “Colpisce la suggestiva proposizione dell’UPB secondo cui a tale perdita hanno contribuito principalmente due fattori, la pratica di operare sulle aliquote Irpef per far crescere un po’ i salari e la moderazione salariale, ovviamente complici i sindacati concertativi Cgil Cisl e Uil che si sarebbero accontentati dello sgocciolamento economico che arrivava sulle buste paghe grazie agli sconti Irpef e hanno quindi ridotto dal 1990 la pressione per aumentare i salari. Risultato, le imprese hanno risparmiato un sacco di soldi, i salari sono rimasti al palo e la collettività tutta ha pagato attraverso la riduzione delle tasse quello che avrebbero dovuto sborsare i datori di lavoro se il sindacato avesse fatto il suo mestiere”.

Per l’Ufficio parlamentare di bilancio, ulteriori incrementi della redistribuzione attraverso l’Irpef appaiono ormai limitati. Le possibili strategie dovrebbero comprendere un ampliamento della base imponibile attraverso il contrasto all’evasione fiscale, una revisione dei regimi agevolati che riducono il gettito del sistema ordinario e politiche capaci di rilanciare la dinamica salariale.

Accanto agli interventi fiscali, conclude lo studio dell’Upb, sarà sempre più necessario ricorrere anche a strumenti di sostegno ai redditi finanziati dal lato della spesa pubblica, poiché il solo utilizzo dell’Irpef sembra aver saturato il proprio potenziale redistributivo. In pratica l’UPB ci dice che la distruzione del welfare pubblico e il calo dei salari sono la conseguenza della stessa causa e che i bassi salari, per crescere, hanno bisogno di un welfare dignitoso. Tutto il resto sono chiacchiere, sia dei governi che di Cgil Cisl Uil.

Note

(1) lo diventeranno nel 1997 con il Pacchetto Treu, peggiorate nel 2003 con la Legge Biagi e peggiorate ancora nel 2015 con il Jobs Act.

Fonte

05/07/2026

La realtà che Vannacci, Cazzullo e i ‘rossobruni’ non raccontano

Dal blocco navale, ai centri di detenzione, alla remigrazione degli stranieri, la propaganda anti-immigrati si fa sempre più aggressiva. Le destre estreme vengono premiate e creano egemonia: anche i partiti moderati le inseguono e i governi le assecondano. In questo difficile scenario, c’è un intellettuale che sostiene una tesi controcorrente. Per Emiliano Brancaccio, le destre vanno sfidate sui terreni a loro più congeniali, a partire dalla questione dell’immigrazione.

Professor Brancaccio, grazie alle campagne anti-immigrati le destre estreme continuano a raccogliere consensi. Che ne pensa?

Che ormai non si tratta solo di destre estreme. Gli immigrati sono presi di mira anche da un numero crescente di liberali. Sul Corsera, Aldo Cazzullo ha parlato con disinvoltura di “dumping sociale” causato dall’immigrazione. E non è l’unico. Pezzi di mondo liberale si stanno appropriando di alcune falsificazioni tipiche dei movimenti reazionari.

Non vorrei sembrare malizioso, ma somigliano molto a prove di dialogo politico. Mi pare l’ennesimo segno della crisi profonda in cui oggi versa il liberalismo.

Lei quindi sta dicendo che il “dumping sociale” causato dai lavoratori immigrati non esiste? E che i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi non peggiorano?

Certo che peggiorano, ma non a causa degli immigrati. Soprattutto nell’epoca del calo delle nascite, l’idea che l’immigrazione causi il declino delle retribuzioni e delle condizioni di vita dei nativi non trova riscontri macroeconomici adeguati.

La più ampia meta-analisi disponibile, su 88 studi pubblicati, è giunta alla conclusione che l’impatto dell’immigrazione sui salari reali dei lavoratori nativi è mediamente zero, e nei rari casi in cui è significativamente diversa da zero, l’impatto positivo sui salari dei nativi è forte, mentre quello negativo è debole.

Persino George Borjas, l’economista citato da Trump per sostenere la campagna contro gli immigrati, non ha mai parlato di blocco dell’immigrazione, perché non avrebbe evidenze sufficienti per supportarlo.

Lei è un eminente studioso marxista. Alcuni sostengono che Marx riteneva che l’immigrazione abbattesse i salari dei nativi...

Di solito questi esegeti improvvisati citano una lettera a Meyer e Vogt in cui Marx accennò a un esercizio che noi economisti definiamo di ‘statica comparata’: vale a dire, notò che la concentrazione delle proprietà agricole irlandesi generava disoccupati ed emigranti che andavano poi a competere nel Regno Unito coi lavoratori inglesi, ma quel nesso lo esplicitava lasciando immutata l’enorme massa delle altre variabili che influiscono su di esso, e ne era pienamente consapevole.

Del resto, chi lo cita evita di aggiungere che in quella stessa lettera Marx precisava che l’antagonismo tra lavoratori inglesi e irlandesi era “alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa e da tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti”, e rappresentava “il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica”. Parole attuali, direi.

Usare il massimo teorico dell’unità internazionale dei lavoratori per sostenere le campagne anti-immigrati è dunque solo un patetico imbroglio.

Ma allora, se non è colpa degli immigrati, perché assistiamo a un declino delle retribuzioni dei lavoratori nativi?

Le analisi effettuate in questi anni chiariscono che il degrado delle condizioni salariali e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori nativi dipende dall’abbattimento delle tutele legali contro i licenziamenti, il precariato e il lavoro nero, dall’indebolimento degli ispettorati del lavoro, dalla legislazione anti-sindacale, dal crollo degli scioperi, dallo spostamento dei carichi fiscali dal capitale al lavoro, dalla monopolizzazione dei mercati da parte delle grandi imprese.

Insomma, dal fatto che la lotta di classe la stanno vincendo i capitalisti su tutti i fronti decisivi del conflitto sociale. In un tale attacco generalizzato al lavoro, prendersela con gli immigrati è ingenuo o in malafede. Significa farsi abbagliare da quello che io chiamo il perfetto “capro espiatorio del capitale”.

Ammetterà però che esiste un problema di immigrazione irregolare...

Teniamo presente che gli irregolari rappresentano appena il 6 percento degli immigrati in Europa. Ovviamente, queste irregolarità vanno risolte, ma per farlo bisogna mettere in luce alcune loro determinanti profonde, spesso nascoste.

L’ILO e i tribunali documentano che vari imprenditori sottopongono i lavoratori irregolari a vessazioni inaccettabili in uno stato di diritto. In altre parole, sussiste un preciso interesse padronale a creare vie di accesso illegali ai lavoratori stranieri, per ricattarli e sfruttarli meglio.

Ma se al posto della regolarizzazione venisse applicata la ricetta vannacciana della “remigrazione” degli stranieri, cosa accadrebbe?

Le curve del declino demografico indicano che entro dieci anni perderemo 13 milioni di cittadini europei in età di lavoro, di cui quasi due milioni e mezzo in Italia. Anche assumendo crescita asfittica, è piuttosto improbabile che una tale caduta possa esser compensata da un boom delle nascite o della produttività del lavoro. Avremo bisogno di lavoratori immigrati anche solo per mantenere le attuali capacità produttive.

Se dunque blocchiamo l’immigrazione, potremmo trovarci dinanzi a uno shock da scarsità di popolazione, un fenomeno raro in tempo di pace. La conseguenza andrebbe dall’inflazione, alla crisi, al crollo del potere d’acquisto dei lavoratori nativi. L’opposto di quel che sostengono i propugnatori della remigrazione.

Non c’è il rischio che gli immigrati esercitino pressione sul welfare e sulla sanità?

È vero l’opposto. I media ci hanno abituati a vedere l’immigrato come un fannullone avvezzo al crimine. In realtà, in Italia il tasso di occupazione degli immigrati è il 67 percento, pressoché identico a quello dei nativi: in larghissima maggioranza, gli immigrati sono lavoratori che pagano tasse e contributi, il loro apporto produttivo sostiene lo stato sociale di cui godono i nativi, in particolare gli anziani.

Però l’allarme sugli immigrati che commettono crimini esiste? O no?

Molti sono giovani, maschi, poveri e poco istruiti, che dal punto di vista statistico potrebbe essere un mix tale da aumentare la probabilità di violazioni della legge. Ma la realtà è che non esistono relazioni statistiche significative tra aumento degli immigrati e aumento dei reati.

Uno studio recente su 23 paesi europei esaminati in un arco di 15 anni mostra che, dall’omicidio al furto d’auto, la correlazione con l’immigrazione è zero. Addirittura, tra gli immigrati regolari si registra spesso una propensione a rispettare le regole superiore rispetto ai nativi.

Quanto al dato che gli immigrati siano presenti più nella popolazione carceraria che nella popolazione totale, si deve al fatto che gli irregolari sono contati nella carceraria e non nella totale, e soprattutto all’assenza di reti di protezione legale e familiare, più che a una indimostrata propensione dello straniero a delinquere.

Eppure i media e i social battono molto sui crimini commessi da immigrati...

Studi pubblicati sulla Review of Economics and Statistics e altrove mostrano che i media hanno enormemente sovra-rappresentato i reati commessi da immigrati, determinando così uno spostamento del consenso verso politiche reazionarie.

Sappiamo bene che molte redazioni considerano notizia “appetibile” solo i reati commessi da stranieri contro i nativi, mentre snobbano i reati commessi dai nativi, soprattutto quelli di imprenditori nostrani contro lavoratori stranieri. Così facendo, si crea una gigantesca distorsione della realtà. Il tambureggiamento xenofobo di media e social non è un termometro, è una malattia di questa fase storica.

A coloro che sono tentati dalla propaganda del generale Vannacci, cosa direbbe?

Che Vannacci e sodali insistono per bloccare gli afflussi di immigrati, ma guarda caso non osano proporre il blocco dei movimenti internazionali di capitali, che oggi possono spostarsi liberamente da un paese all’altro a caccia di bassi salari, tassazione favorevole e lassismo nelle regole a tutela del lavoro e dell’ambiente, e che rappresentano una causa documentata del degrado dei redditi e delle condizioni di vita dei lavoratori nativi.

Sarebbe ora di bloccare i flussi di capitali, non di immigrati. Ma questo Vannacci non lo dirà, perché lui è solo l’ennesimo cavalier servente dei più retrivi interessi padronali.

Professore, lei però affronta la questione da un punto di vista puramente razionale, usando dati scientifici. Magari il problema è proprio che l’irrazionalità imperversa...

È così. Ma l’unica arma per contrastare l’andazzo è portare alle estreme conseguenze la nostra razionalità critica. Dobbiamo tornare a indagare sui fattori introspettivi che alimentano la nuova psicologia di massa autoritaria, e che scatenano l’attrazione di tanta gente verso i pifferai della violenza dei forti contro i deboli, delle ronde notturne di quelli che vanno a spaccar teste allo straniero di turno e che invocano una ritornante ondata di pogrom e deportazioni.

Dobbiamo contrastare la tendenza ricordando il monito di Lukács, più che mai attuale: se non viene combattuto e sconfitto, questo dilagante irrazionalismo nero ci farà precipitare in una nuova epoca di orrore.

Quale proposta avanzerebbe in tema di immigrazione?

Un immediato “ius soli”, ma non basta. Bisogna portare avanti i programmi dell’ILO per la regolarizzazione di chi dimostri che svolge lavoro nero, per la responsabilità degli appaltatori lungo tutta la filiera del processo produttivo, e così via.

In altre parole: non solo pieni diritti civili e politici ma anche diritti del lavoro, sindacali e sociali. Solo così si ricaccia la xenofobia nel dimenticatoio della storia e si costruisce la coesione tra lavoratrici e lavoratori di ogni colore e provenienza, per l’unità di classe del futuro.

Fonte

23/06/2026

Cgil-Cisl-Uil approvano un’ipotesi di accordo per lasciare tutto inalterato

È stata resa pubblica la piattaforma di Cgil, Cisl e Uil su contratti e rappresentanza.

“Cgil, Cisl e Uil condividono la necessità di intervenire sui temi relativi al modello contrattuale, alla crescita dei salari, alla rappresentanza sindacale e datoriale e la sua certificazione”. Inizia così il documento per un accordo quadro che la triplice ha appena inviato alle associazioni datoriali, che sembrerebbe introdurre una serie di proposte o punti di qualche rilievo che possano produrre sostanziali modifiche al sistema dei contratti e favorire una ripresa del salario.

Nel resto del documento, però, in questa direzione c’è poco o niente. Il sistema contrattuale viene interamente confermato, con una dichiarazione di intenti ad allargare l’area delle aziende dove realizzare la contrattazione di secondo livello, non si sa bene con quali strumenti ed in base a quali passaggi concreti.

Sui salari la proposta, se così si può dire, è ancora più deprimente: viene confermato il riferimento all’indice IPCA NEI (cioè quello depurato dei prezzi dei prodotti energetici) che in passato la Cgil aveva respinto, e sostenuta una generica necessità di tenere agganciati i salari al costo della vita. In particolare si fa riferimento alla necessità di adeguare le retribuzioni all’andamento dei prezzi attraverso verifiche annuali, dimenticando che la maggioranza dei rinnovi contrattuali che hanno firmato queste stesse sigle sindacali si sono tenuti ben al di sotto dell’inflazione reale.

Nel testo c’è poi una parte dedicata a definire con più chiarezza cosa debba intendersi per TEM (trattamento economico minimo) e TEC (trattamento economico complessivo) e qui si scopre il vero intento dell’Accordo quadro: provare a rintuzzare l’operazione del governo Meloni, che con il decreto 1° maggio di quest’anno ha introdotto il “salario giusto” con il quale si santificano le retribuzioni attuali, comprese quelle dei contratti pirata.

In fondo a Cgil, Cisl e Uil non interessa produrre un rialzo dei salari ma solo garantirsi l’esclusiva della contrattazione e perciò provano a dare una definizione più stringente del TEC al fine di evitare l’equiparazione tra i loro contratti e quelli pirata.

Ma l’errore politico originale è stato accettare che il terreno del confronto si spostasse progressivamente dal salario diretto al trattamento economico complessivo (il TEC). In questo modo il TEM, cioè il nucleo salariale certo e comparabile, è stato messo in secondo piano proprio quando sarebbe servito un parametro semplice e trasparente, utile anche per una legge sul salario minimo.

Infine, sul tema della rappresentanza Cgil, Cisl e Uil confermano gli accordi precedenti e si impegnano “ad estendere le elezioni delle RSU anche nelle realtà di minori dimensioni”: che si siano accorti che per milioni di lavoratori il sindacato semplicemente non esiste?

Per il resto, il documento riproduce alcuni luoghi comuni e frasi di circostanza in un nulla di proporzioni cosmiche. Se per la Cisl in fondo si tratta di aver raggiunto l’obiettivo di tenere a freno qualsiasi ipotesi di conflittualità, per la Cgil è la pietra tombale su qualsiasi idea di sindacato vicino ai lavoratori.

Un sindacalismo così incapace di cogliere lo spirito dei tempi, e indisponibile a cogliere l’aumento esponenziale dello sfruttamento del lavoro, l’Italia non lo aveva mai avuto. Con questo accordo Cgil, Cisl e Uil toccano decisamente il punto più basso della loro storia.

Fonte 

20/06/2026

CGIL-CISL-UIL sostengono Meloni

di Giorgio Cremaschi

Il 17 giugno CGIL-CISL-UIL hanno sottoscritto tra loro un patto che peggiorerà ancora le condizioni delle lavoratrici dei lavoratori e che rappresenta un chiaro sostegno al governo Meloni e alla sua politica del lavoro.

Il documento delle segreterie confederali ha lo scopo di aprire un negoziato per giungere a un “accordo quadro” con tutte le principali controparti imprenditoriali, dalla Confindustria, alla Confcommercio, alla Confedilizia, eccetera. Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto, in modo, questo è ciò che enunciano le confederazioni, di evitare i cosiddetti “contratti pirata”.

Sostanzialmente CGIL-CISL-UIL propongono di estendere a tutti i settori lavorativi il “Patto della Fabbrica”, sottoscritto con la Confindustria nel 2018. A sua volta quell’accordo riassumeva (e peggiorava) trent’anni di patti di concertazione, a partire da quelli del ’92/’93 che abolirono la scala mobile, ridussero il contratto nazionale al recupero, in ritardo e parziale, del potere d’acquisto e la contrattazione aziendale alle elargizioni dell’impresa.

Come sappiamo i lavoratori italiani sono gli unici, tra quelli dei paesi dell’OCSE, ad aver perso potere d’acquisto negli ultimi decenni ed è evidente a tutti, tranne che ai gruppi dirigenti confederali, che i tanti accordi di concertazione centralizzata tra le “parti sociali” siano corresponsabili di questo disastro.

Dalla sigla del Patto della Fabbrica nel 2018 ad oggi, secondo l’Istat i salari dei lavoratori hanno perso dall’8,5 all’11% rispetto all’inflazione, una mensilità in meno.

Ebbene, invece che trarre un bilancio dal fallimentare accordo sottoscritto, le confederazioni si propongono di estenderlo a tutti i settori.

Nella proposta sindacale è ribadita la distinzione tra TEM, trattamento economico minimo, la paga base dei contratti nazionali, e TEC, trattamento economico complessivo, tutto il resto, compresa l’eventuale riduzione d’orario, i benefit, la sanità privata e quant’altro.

È bene sottolineare che questo concetto pseudo sindacale del trattamento economico complessivo è alla base del decreto del Governo Meloni sul “salario giusto”, che ha escluso il salario minimo di legge.

Se un contratto nazionale ha una paga contrattuale di 6 euro all’ora, ma poi si distribuisce nella paga oraria tutto ciò che il lavoratore percepisce, o ciò di cui usufruisce, in un anno, si arriva magari a 11 e più euro. Che in realtà sono fittizi.

Il TEC è un trucco contabile che serve a far sembrare i salari più alti di quello che sono davvero. Lo hanno inventato CGIL-CISL-UIL e Confindustria, ora lo adotta di buon grado il governo.

Il sistema riproposto da CGIL-CISL-UIL prevede che gli aumenti dei contratti nazionali siano determinati dal famigerato IPCA-NEI , un indice dell‘inflazione sempre in ritardo e che esclude i “beni energetici importati”. Si proprio così, i lavoratori pagano l’aumento del gasolio, ma non possono recuperarlo nei contratti. Tutto il resto va giustificato con l’aumento della produttività.

Insomma è vietato chiedere un aumento delle paghe dei lavoratori solo perché esse sono troppo basse. È il rifiuto del conflitto sociale e di classe che diviene sistema contrattuale; se nel 1969 ci fossero state le regole contrattuali di oggi, i lavoratori non avrebbero conquistato nulla.

L’accordo quadro e la centralizzazione della contrattazione non servono ai lavoratori, ma agli apparati di CGIL-CISL-UIL e anche a quelli delle loro controparti. Sindacati e imprese costruiscono un proprio sistema, che si autolegittima e che respinge interventi esterni, siano essi della politica che degli stessi lavoratori.

È un patto corporativo di contenimento dei salari, è il trionfo del modello CISL, che va benissimo a Giorgia Meloni, che ha pure assunto al governo l’ex segretario di quel sindacato.

Quanto alla CGIL, la sua è una resa, almeno rispetto a quanto essa stessa proclamava. La CGIL abbandona il salario minimo di legge, il rifiuto del decreto 62/2026 del governo Meloni, la radicalità conflittuale propagandata in questi mesi, che resterà pure in qualche comizio, ma non dove si fanno le scelte vere.

Il patto di CGIL-CISL-UIL conferma che per cambiare le condizioni del mondo del lavoro bisogna rompere il monopolio sindacale confederale, che da decenni scambia il peggioramento di salari e diritti con il riconoscimento del proprio ruolo, in un sistema sempre più corporativo e autoritario.

Sostenere il sindacalismo conflittuale oggi non serve solo ai lavoratori, ma alla democrazia.

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01/06/2026

Recessione industriale in Germania, bassi salari in Italia

La locomotiva d’Europa – la Germania – è da tempo in recessione. Su questo giornale ne avevamo colto i sintomi già nel 2019, dunque ben prima della crisi pandemica del 2020 e dello shock energetico del 2022. Ma la crisi si è palesata con maggior forza ed evidenza in questi ultimi quattro anni.

Quella della Germania è soprattutto una crisi del sistema produttivo e lo si comprende meglio guardando il dato della produzione industriale che negli ultimi quattro anni è scesa costantemente, con un calo che nel 2024 è stato addirittura del 4,5 per cento.

La crisi dell’industria tedesca vede colpiti i settori – dall’automotive alla meccanica – che per anni ne avevano definito la forza e la filosofia mercantilista tutta orientata all’export, anche a discapito del mercato interno. Una filosofia che ha pesantemente ispirato, condizionato e portato a sbattere l’intera Unione Europea ma in modo particolare l’Italia, che della subfornitura alle imprese tedesche aveva fatto uno dei suoi punti di forza industriali.

Il calo della domanda internazionale ha comportato una perdita rilevante di posti di lavoro in Germania: dalla fine del 2019 l’industria ha perso circa 341.500 occupati, più del 6 per cento del totale. Il settore più colpito è quello dell’automotive che ha visto circa 125.800 licenziamenti di cui 32mila solo nel 2025. A dicembre, per la prima volta nella sua storia, Volkswagen ha sospeso la produzione in uno dei suoi impianti, quello di Dresda, uno dei più importanti.

Tra le cause vi è indubbiamente l’esplosione dei costi dell’energia prima acquistata a prezzi vantaggiosi dalla Russia e oggi vaporizzata dalle sanzioni e dal sabotaggio del gasdotto North Stream. Infine c’è la concorrenza cinese nel settore dell’automotive che vede arrivare sui mercati europei auto ad alta tecnologia ma con una gamma di prezzi più accessibile alle fasce sociali anche con redditi più bassi. Al contrario, le rigidità introdotte dall’Unione Europea hanno indebolito le esportazioni in Cina che – diversamente dall’Europa – ha invece puntato molto proprio allo sviluppo del mercato interno.

Il Post ha consultato l’economista tedesco Daniel Gros, dell’Institute for European Policymaking della Bocconi, secondo il quale la Germania “sta soprattutto pagando un’eccessiva dipendenza della sua produzione da due comparti chiave: automotive e meccanica”.

Il problema è che questi sono i settori sui quali è più forte l’interscambio commerciale con l’Italia. L’industria italiana, come è noto, è la seconda in Europa per valore economico della produzione e ha da sempre rapporti e legami rilevanti sul piano industriale e commerciale con quella tedesca, soprattutto nella sub fornitura della componentistica.

La Germania è il primo mercato delle esportazioni italiane e il primo paese fornitore dell’Italia. Nel 2025 l’Italia ha esportato in Germania beni per 72,2 miliardi di euro e ne ha importati per 85,5 miliardi, con un saldo negativo di circa 13,4 miliardi.

I principali beni italiani venduti in Germania sono metalli e prodotti in metallo per 10,8 miliardi (tra questi rientra anche la componentistica auto) e poi macchinari e apparecchi industriali per 9,7 miliardi. A seguire ci sono poi mezzi di trasporto, alimentare, moda e chimica. Dalla Germania l’Italia importa soprattutto mezzi di trasporto, macchinari, chimica, metalli e apparecchi elettrici.

La catena del valore vede le imprese italiane vendere alla Germania beni finali e intermedi, componenti e macchinari e acquistare tecnologie, sistemi e parti che entrano nelle nostre produzioni.

La recessione industriale in Germania, dunque, non può che avere riflessi pesantissimi su alcune filiere italiane. Se scarseggiano le commesse dall’industria tedesca nei settori più in crisi, in particolare per tutto il Nord Est industriale italiano diventano guai seri.

Al momento però si getta acqua sul fuoco. Secondo l’Anfia, l’associazione che rappresenta le imprese della filiera automobilistica citata da Il Post, tra il 2020 e il 2025 l’export italiano di componenti auto in Germania è passato da circa 4 miliardi a quasi 5. La voce più importante è quella delle parti meccaniche – quindi componenti per freni, sospensioni, trasmissioni e altri sistemi – che da sola vale 3,6 miliardi di euro e che negli ultimi cinque anni è aumentata del 18 per cento.

Stando ai dati dell’Anfia, la crisi tedesca dell’automobile sta producendo effetti non lineari: una parte della filiera italiana ha sofferto il rallentamento dei volumi, ma un’altra ha sostituito fornitori tedeschi in difficoltà, soprattutto nelle componenti con un tasso di innovazione tecnologica elevato.

Anche nel settore della meccanica, stando ai dati di ANIMA, l’organizzazione di Confindustria che raggruppa le imprese del settore, il rallentamento tedesco ha sicuramente avuto nel complesso un effetto negativo. Le esportazioni del settore verso la Germania erano arrivate vicino ai 4 miliardi di euro nel 2023, e sono scese a 3,7 miliardi nel 2025 con un rimescolamento nei vari prodotti: c’è chi ha diminuito le esportazioni e c’è chi le ha aumentate, anche se alla fine il saldo risulta in negativo.

A “salvare” l’industria italiana potrebbe essere la spinta delle imprese tedesche ad accorciare le filiere di produzione e fornitura rispetto a quelle asiatiche. Il problema però è quello di come tenere il costo del lavoro basso, come o simile a quello asiatico.

E qui riemergono tutti i dolori e la maledizione dei bassi salari in Italia. Erano bassi, in modo indecente, e dovranno rimanere tali se saranno costretti a essere “competitivi” con quelli delle filiere asiatiche. Paradossalmente, per mantenere le commesse o ottenerne di nuove dalle imprese tedesche, i padroni agiranno, come sempre, solo sul contenimento dei salari in nome della competitività con i salari asiatici delle filiere precedenti. Un brutto scenario. Da mandare a monte.

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20/05/2026

Gli operai non sono un problema “umanitario” ma politico

Attualmente presso il Mimit ci sono 70 tavoli aperti sulle crisi industriali, una quarantina sono attivi e una trentina posti sotto monitoraggio. Riguardano le sorti di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici.

Ci sono nomi di aziende abbiamo imparato a conoscere: dall’ex Ilva alla Jabil, dalla Beko alla Riello, dalla Gkn all’Electrolux e tante altre.

Tra la crisi del 2007/2008 e il 2022, il valore aggiunto reale dell’attività manifatturiera italiana è sceso dell’8,4%, un dato peggiore di quello della Francia (-4,4%) e in netto contrasto con la Germania, che registrava una crescita del +16,4% fino alla recessione che attanaglia ormai anche la “locomotiva d’Europa”. La perdita di posti di lavoro è stata significativa: dal 2008 al 2024, l’industria ha perso oltre 103.000 posti di lavoro.

Gli operai di queste fabbriche talvolta hanno avuto l’occasione di finire in qualche servizio televisivo, molto più spesso si limitano ad essere citati nelle cronache locali. Le manifestazioni operaie sotto al Ministero, in occasione dei tavoli o degli incontri istituzionali, ricevono appena due minuti di attenzione in un Tg e venti secondi di intervista.

In un format spietato, spesso gli operai finiscono a fare da tappezzeria sullo sfondo di qualche talk show, che dà mostra così della sua “sensibilità sociale”, dando voce alle doglianze di chi vede a rischio il proprio posto di lavoro con tutto quello che ne consegue.

La comunicazione politica e il dibattito pubblico ci restituiscono dunque una immagine degli operai più come questione “umanitaria” che come priorità politica e questa è una narrazione che merita ormai di essere aggredita e poi rivoltata.

Gli operai disperati, rassegnati, speranzosi che vediamo quando ci sono le crisi industriali, ci appaiono come vittime di un combinato disposto di diversi fattori.

Ci sono infatti dei nomi che non sentiamo mai ma che compaiono spesso nella salvifica funzione del “compratore” della fabbrica in crisi: Algebris, Anthilia, Mittel, Clessidra, Alpha oppure i fondi statunitensi come Flacks Group o Bedrock Industries. Arrivano, comprano, ristrutturano, smembrano e rivendono. In cambio tagliano posti di lavoro, spezzettano le produzioni, eliminano tutto quello che non è immediatamente redditizio.

I fondi di investimento non hanno una logica industriale ma finanziaria. La loro preoccupazione è restituire dividendi consistenti ai loro azionisti non salvare posti di lavoro né progettare un rilancio industriale del paese. I governi non gli hanno mai fatto mancare finanziamenti pubblici, agevolazioni fiscali e contributive, facilitazioni affinché il “compratore” trovasse vantaggioso rilevare le aziende in crisi. In molti casi però, una volta incassato il malloppo se ne sono scappati all’estero lasciando fabbriche ridotte ormai ad archeologia industriale o poco più.

E poi c’è stata un’altra parola maledetta a pesare come un incubo: “delocalizzazione”.

Dai primissimi anni Novanta, appena dissolta l’URSS e integrati i mercati asiatici, grandi e piccole aziende sono andate a produrre a migliaia di chilometri di distanza “per ridurre il costo del lavoro”, spesso chiudendo qui e aprendo altrove, nell’Europa dell’est come in Asia.

Nel caso della Romania, a metà degli anni Novanta conducemmo una inchiesta che rivelava “l’iceberg industriale”, ovvero quelle che in Italia erano poco più che piccole imprese, a Timisoara magari avevano centinaia o migliaia di dipendenti, con tanto di voli speciali dall’aeroporto di Treviso. Lo stesso dicasi per calzaturifici o aziende tessili pugliesi in Albania e nei Balcani.

E spesso il ricatto è stato quello di accettare condizioni di lavoro e di salario sempre peggiori sotto la minaccia della delocalizzazione.

Questo micidiale combinato disposto di delocalizzazioni, chiusure, ristrutturazioni sanguinose, finanziamenti pubblici e fiducia malriposta ai compratori, è alla base di quella che ormai molti definiscono come “desertificazione industriale” del paese.

Decisioni sciagurate e visioni distorte sulla “vocazione” del paese stanno infatti trasformando l’Italia in un immenso turistificio a discapito di tutto il resto.

Nell’Ottocento eravamo un paese di contadini, nel Novecento di operai e tecnici, nel XXI Secolo lo saremo di camerieri, ristoratori e balneari. Quelli che hanno un po' di testa, titoli di studio e strumenti se ne vanno all’estero. Se a questi aggiungiamo un calo demografico che neanche l’immigrazione sembra riuscire a compensare, il quadro che ne emerge è desolante.

Ma se guardiamo alla visione, alla qualità e ai parametri di ragionamento dei decisòri (governo, amministrazioni locali, istituzioni economiche) possiamo verificare come sia del tutto assente ogni consapevolezza che il lavoro e gli operai rimangono decisivi per la ricchezza di un paese. Nonostante le amare lezioni che la realtà ci ha impartito durante la pandemia di Covid-19.

Sono infatti gli operai quelli che la ricchezza la producono e che, con sempre maggior rilevanza, sono anche quelli che la fanno circolare. Eppure gliene viene riconosciuta e restituita sempre meno, anzi a farla da padrone – in tutti i sensi – è sempre più la parassitaria rendita (finanziaria e immobiliare) o il capitalismo “bollettaro” (quelli che vivono sui profitti assicurati da utenze energetiche, concessioni autostradali, servizi privatizzati).

I salari da fame in Italia, ormai certificati come tali da decenni, da quei primissimi anni Novanta in cui la concertazione governo-padroni-sindacati – la politica dei redditi la definirono – sono stati bloccati per legge in base ai diktat dell’austerity imposta dall’Unione Europea. La contrattazione di Cgil Cisl Uil non si è mai sottratta dall’accettazione di questa logica,

La folle idea che si potesse deprimere il mercato interno (salari, investimenti, consumi) per puntare tutto sulle esportazioni nel mercato mondiale, adesso è arrivata alla resa dei conti.

Il resto del mondo non è più a disposizione, al contrario anche gli altri esportano, contendono, competono, e magari lo fanno anche meglio proprio perché hanno tutelato il loro mercato interno. I salari, i consumi e gli investimenti crescono infatti nei paesi emergenti ma diminuiscono in quelli occidentali a capitalismo avanzato.

E l’Italia dentro questo cambiamento di fase storica viene stritolata dai processi reali e imbrigliata da una classe dirigente imbelle e venduta che quando non è europeista e liberista convinta è al massimo bottegaia. E questa stessa classe dirigente sta scientemente trascinando il paese sul piano inclinato della guerra e dell’economia di guerra.

Sabato 23 maggio, l’USB ha convocato a Roma quella che potremmo definire una manifestazione nazionale “dell’orgoglio operaio”, una manifestazione che intende riscattare milioni di lavoratrici e lavoratori subalterni e spesso sottopagati per ridargli protagonismo, identità e centralità politica. Questo paese glielo deve e la storia glielo riconosce.

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05/05/2026

La truffa del salario giusto

di Mario Sommella

Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di «salario giusto», è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli.

Conviene osservarlo con calma, perché è in questi passaggi – quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario – che si misura la qualità democratica di un governo.

Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene.

Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100% per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES.

È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato sotto i piedi dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più.

I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato.

La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a «ringraziare gli italiani». Era difficile trovare una formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.

E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, «occupazionale». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa.

Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Sufficiente. In ogni caso.

Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di Cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali – è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.

La sentenza che il governo vuole cancellare

Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento – che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero – la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza.

Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.

Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari – un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata.

Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento.

Migliaia di lavoratori – secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi – hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.

È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative».

Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il «salario giusto» diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali.

Si trasforma cioè un parametro contrattuale – meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 – in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire “il giusto”, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di incostituzionalità.

Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del «mosaico di misure da comporre uniti».

Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa.

Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: «il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti – dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 – si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.

Il premio a chi non firma

Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento.

Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA – l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023.

Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana.

Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.

Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale.

Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al 30% dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo.

E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.

La catastrofe sociale dei salari italiani

Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione.

Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5% del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15% alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7% nel febbraio 2025, è risalita al 10% nel marzo successivo.

A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab – che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro – fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1% sul livello di partenza del gennaio 2021.

La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021.

L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate.

Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.

Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto.

Il Censis ha calcolato che oltre l’80% dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni – un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il «miracolo» occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia.

Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e si impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana – il working poor, il lavoratore povero – non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.

Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica

La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 – con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale – e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale.

Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al 6% spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il 12%. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021.

Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali – CISL FP fra le altre – che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di «autorità salariale». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 – risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.

La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del «salario giusto» alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte.

Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il «contratto pirata» mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.

La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto

C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di «salario giusto». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato.

Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro – in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi – più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041.

È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di «difesa del lavoro» e omette questi numeri commette una rimozione politica.

Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68.

Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena di montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile.

La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio.

Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro – un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tragitti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione.

Oltre il 37% delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.

In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato.

Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali.

Non un ritocco – neppure simbolico – del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il «badge di cantiere», la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni.

Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e – soprattutto – costruite intorno alla logica del «datore virtuoso» premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale.

Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.

La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo «gli interventi sulla sicurezza sul lavoro». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore – l’aumento dell’occupazione – più che al numeratore.

È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 – l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro – non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora.

È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano «per i lavoratori», è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.

Le due dimensioni – bassi salari e morti sul lavoro – non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite.

Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività.

L’articolo 36 della Costituzione – quello sulla retribuzione «sufficiente» – non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno «alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica.

Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.

Le complicità storiche e la regia europea

Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto «tasso di inflazione programmato».

Da quell’accordo in avanti – sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione – i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo.

La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3% medio annuo, contro l’1,2% europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.

Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati – che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 – chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale.

L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero.

Anziché trasporre la direttiva con coraggio – riconoscendo che il modello del «salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente» è clinicamente morto – il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.

Cosa significa rompere davvero

Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura.

Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e – quando la sicurezza viene meno – uccisi.

Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul «salario giusto» è un’operazione cosmetica.

Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni – qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava «scala mobile» e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano.

Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di «esistenza libera e dignitosa» diventa una crudeltà semantica.

La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.

Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL – oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano – e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore.

La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva.

Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia.

L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia.

Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate dei lavoratori. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe.

È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.

Il coraggio che manca, l’urgenza che resta

Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro?

Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente?

Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?

La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere – non chiedere – un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura.

Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.

Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo.

Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno – perché continueranno – a invocare l’articolo 36 come parametro vivo.

E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il «salario giusto» dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia.

La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.

Fonti

1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).

2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.

3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.

4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.

5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.

6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.

7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.

8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.

9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).

10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).

11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».

12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).

13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.

14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).

15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.

16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.

17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.

18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.

19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).

20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.

21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.

22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.

23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.

24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.

25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.

26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».

27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.

28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).

29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).

30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).

31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.

32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).

33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.

34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.

35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.

36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.

37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.

38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.

39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.

40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.

41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.

42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.

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01/05/2026

Il “decreto Primo Maggio” è contro i lavoratori

di Giorgio Cremaschi

Il cosiddetto decreto Primo Maggio del governo Meloni è una truffa e una doppia lesione, anche costituzionale, dei diritti del lavoro.

È una truffa perché non stanzia un solo centesimo per i lavoratori, mentre finanzia le imprese con circa un miliardo di euro, distribuito su tre anni. L’unica spesa del decreto è costituita dai soldi che vengono donati alle imprese che assumono o che confermano a tempo indeterminato i giovani e i lavoratori del mezzogiorno.

È la solita esenzione contributiva che in realtà viene pagata dagli stessi lavoratori, cui vengono a mancare i fondi per l’Inps. E forse abbiamo sbagliato a dire che il governo non dà nulla ai lavoratori, in realtà il governo Meloni toglie un miliardo ai lavoratori per finanziare le imprese.

Questa è la truffa, poi ci sono due gravissime lesioni a danno delle retribuzioni dei lavoratori, che il governo ha titolato sotto il nome beffardo di “salario giusto”.

La prima, gravissima, è lo stravolgimento dell’articolo 36 della Costituzione.

Il testo costituzionale recita che la retribuzione dei lavoratori debba essere: “…in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ed è proprio rifacendosi a questo principio costituzionale che molte sentenze della magistratura hanno annullato accordi e contratti con salari da fame.

Così ha fatto il tribunale di Milano per lavoratori che avevano paghe inferiori ai quattro euro all’ora, a seguito di regolari contratti sottoscritti da CGILCISLUIL. Anche la Corte di Cassazione ha ribadito che il principio della “equa retribuzione” non coincide affatto con quello della contrattazione e viene prima di essa.

Invece il governo Meloni ha ribaltato questo dettato costituzionale, come del resto ha fatto per diversi principi della costituzione antifascista, e ha affermato che i contratti, purché firmati da sindacati “comparativamente più rappresentativi”, siano già un’equa retribuzione. Quindi sono gli accordi firmati da CGILCISLUIL a definire cosa sia un salario giusto. Non è un caso che la segretaria della CISL abbia ringraziato il governo per il regalo incostituzionale ricevuto.

La seconda lesione ai diritti del lavoro è una correzione della prima. Infatti se a CGILCISLUIL viene concesso il potere di fare contratti che valgono come la Costituzione, alle imprese viene offerta la convenienza a non firmare gli accordi.

Il governo Meloni ha stabilito che se un contratto non venisse rinnovato da più di dodici mesi, allora le imprese dovrebbero pagare ai lavoratori un’indennità del 30% della rivalutazione delle paghe dovuta all’indice IPCA dell’inflazione. A parte che questo indice è già penalizzante per i lavoratori e CGILCISLUIL sono anche riusciti a peggiorarlo, eliminando da esso i costi del petrolio e del gas, con questo decreto si incentivano le imprese a non firmare.

Se non firmano il contratto, devono pagare meno di un terzo del già poco dovuto per recuperare l’aumento dei prezzi. Più allunghi il tempo del contratto, meno paghi.

Diverso sarebbe stato se il governo avesse approvato la norma, annunciata in precedenza, secondo la quale alla firma del contratto le imprese avrebbero dovuto pagare tutti gli arretrati dalla data di scadenza del contratto stesso. Firmi dopo due anni? In ogni caso mi paghi tutto fin dal primo giorno. Era una buona proposta che avrebbe messo pressione sulle aziende, era strano che fosse venuta a Meloni, che infatti l’ha abbandonata.

Cosi mentre i dati ufficiali ISTAT ci fanno sapere che i lavoratori dal 2021 hanno perso più del 7% per l’inflazione, quasi un mese di salario, il Governo Meloni incentiva il moderatismo rivendicativo di CGILCISLUIL e l’intransigenza contrattuale delle imprese.

Cosi il precipizio verso il basso dei salari sarà ancora più rapido. E anche come imprenditore il governo Meloni colpisce i salari. Nella sanità pubblica il governo offre un aumento dei salari attorno al 6%, di fronte ad una perdita di potere d’acquisto dei lavoratori del 12%. Un contratto che riduce le retribuzioni, con CGILCISLUIL che si dichiarano disponibili.

Ci vogliono un salario minimo di almeno 12 euro all’ora, il ripristino della scala mobile, una retribuzione effettiva di almeno 2000 euro netti al mese, per far uscire il mondo del lavoro dalla catastrofe sociale nella quale è affondato. Il decreto del Governo Meloni invece incentiva a continuare come nel passato e peggio del passato e il moderatismo contrattuale di CGILCISLUIL di tutto questo è complice.

Ci vuole una rottura sociale vera, prima di tutto contro il Governo Meloni, poi contro la trentennale politica dei bassi salari, infine per rovesciare la concertazione sindacale; altrimenti le paghe dei lavoratori continueranno a sprofondare. Questo è il messaggio che deve venire da questo Primo Maggio.

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