Il governo militare del Burkina Faso ha annunciato la rottura immediata e totale delle relazioni diplomatiche con la Francia. La proclamazione è giunta il 26 giugno, attraverso un comunicato ufficiale letto in televisione dal portavoce dalle autorità di Ouagadougou.
Da tre anni, ovvero da quando è andato al potere il capitano Ibrahim Traoré, le relazioni tra i due paesi si sono complicati, in virtù della netta posizione anticoloniale burkinabè. La scelta dello scorso venerdì arriva con l’accusa verso Parigi di “un attivismo incessante contro gli interessi del Faso, di ambizioni neocoloniali e di sostegno attivo a reti sovversive e terroristiche”.
Il pensiero va immediatamente alle formazioni fondamentaliste e separatiste dell’area, che hanno avuto di recente un ruolo significativo negli scontri avvenuti anche in Mali, con cui il Burkina Faso è unito nell’Alleanza degli Stati del Sahel. La rottura dei rapporti con Parigi è un altro tassello del collasso del sistema della Françafrique.
Ovviamente, la Francia nega tutto e ha dichiarato infondate le accuse provenienti da Ouagadougou, mentre annuncia lo studio di “misure di reciprocità”, senza ulteriori specifiche ad ora. Ad ogni modo, la portata effettiva di questa nuova svolta nel Sahel diventerà chiara nelle prossime settimane.
Basti pensare al fatto che il governo burkinabè ha sottolineato che la rottura “riguarda esclusivamente il quadro istituzionale delle relazioni tra i due Stati a livello diplomatico” e “non mette in alcun modo in discussione i legami storici, umani, culturali e sociali” che uniscono i due popoli.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/06/2026
Il Burkina Faso rompe le relazioni diplomatiche con la Francia
18/05/2026
Francia - La sinistra verso le presidenziali 2027
Il bilancio catastrofico di 10 anni di macronismo
Il contrasto tra le promesse iniziali e la realtà del bilancio è brutale. Mai gli ultra-ricchi hanno accumulato così tanto patrimonio in Francia, mentre una parte crescente della popolazione vede peggiorare le proprie condizioni di vita. Questa evoluzione non è soltanto il prodotto di tendenze globali: Macron ha fatto scelte politiche deliberate affinché ciò avvenisse.
L’abolizione dell’ISF (Imposta sulla Fortuna), i regali fiscali ai grandi patrimoni, la politica dell’offerta a favore dei grandi gruppi e la flessibilizzazione del lavoro hanno rafforzato una concentrazione della ricchezza già storica. Emmanuel Macron si era presentato come il presidente del merito; resterà invece come il presidente delle élite economiche.
Il macronismo si è costruito su una promessa di modernizzazione economica e di transizione ecologica. Ma dietro ai grandi discorsi, le contraddizioni si sono accumulate. La Francia ha continuato il suo processo di deindustrializzazione e oggi fatica a conservare la propria sovranità produttiva.
Il Paese, a lungo esportatore in diversi settori strategici, vede il suo deficit commerciale raggiungere livelli record. I servizi pubblici hanno continuato a indebolirsi, in particolare la sanità, la scuola e i trasporti. Sul piano ecologico, il potere ha moltiplicato gli annunci senza mai avviare la rottura necessaria.
Emmanuel Macron parlava di “pianificazione ecologica”, ma nei fatti le logiche di mercato e la ricerca della competitività hanno sempre prevalso. Le grandi imprese inquinanti hanno beneficiato di massicci aiuti pubblici senza vere contropartite. Nel frattempo, alle classi popolari è stato chiesto di fare sacrifici, come dimostrato dalla crisi dei Gilet gialli.
A ciò si aggiunge una politica internazionale ampiamente contestata. La vicinanza diplomatica del governo francese a Israele, nonostante il genocidio a Gaza e le violazioni del diritto internazionale, ha provocato una crescente indignazione dell’opinione pubblica.
La sinistra francese di fronte alla sfida delle elezioni presidenziali
Le elezioni del 2027 rappresentano per la sinistra l’occasione di prendere il potere. Ma di quale sinistra stiamo parlando in Francia? Si parla spesso di una “crisi della sinistra” in Francia. Tuttavia, questa lettura nasconde una realtà più profonda: la sinistra francese si è ricomposta attorno a un nuovo centro di gravità, La France insoumise (LFI). I risultati delle elezioni presidenziali del 2022 parlano chiaro.
Jean-Luc Mélenchon ha sfiorato il secondo turno con quasi il 22% dei voti. Dietro di lui, il Partito socialista di Anne Hidalgo è crollato sotto il 2%, mentre gli ecologisti di Yannick Jadot si sono fermati attorno al 4%. Senza LFI, la sinistra istituzionale sarebbe stata ridotta a uno spazio politico marginale.
È stata proprio la dinamica creata da Jean-Luc Mélenchon e dagli “insoumis” a permettere al Partito socialista e agli ecologisti di sopravvivere politicamente grazie alla NUPES nel 2022, poi al Nouveau Front Populaire (NFP) nel 2024. Senza questa alleanza costruita attorno a LFI, molti deputati socialisti ed ecologisti sarebbero scomparsi dall’Assemblea nazionale. In altre parole, lungi dall’essere una sinistra frammentata tra forze equivalenti, l’attuale sinistra francese è dominata politicamente, elettoralmente e ideologicamente da LFI.
Ma questa egemonia viene contestata continuamente da partiti che rifiutano di assumersi la rottura politica richiesta da una grande parte dell’elettorato di sinistra. Il NFP aveva suscitato un enorme entusiasmo durante le elezioni legislative. L’idea di unire le forze della sinistra attorno a un programma di rottura sembrava poter offrire un’alternativa credibile al macronismo e all’estrema destra. Ma molto rapidamente sono riemerse le fratture storiche.
Il Partito socialista ha tradito lo spirito del NFP rifiutandosi di votare la sfiducia al governo e preferendo accordarsi con il macronismo. L’esempio della riforma delle pensioni resta emblematico. Mentre oltre due milioni di persone scendevano in piazza per chiedere il ritiro totale del testo, alcuni parlamentari di sinistra parlavano già di compromessi.
Questo atteggiamento rivela l’incapacità di comprendere la rabbia popolare. Quando milioni di persone si mobilitano per mesi, non si tratta di negoziare qualche modifica o qualche “sconto”: bisogna assumere una linea di rottura chiara.
In questa fase, gli ecologisti di Marine Tondelier si sono ritrovati intrappolati tra il Partito socialista e La France Insoumise. Invece di aderire pienamente a una strategia di trasformazione radicale, sostenuta da LFI, preferiscono mantenere una linea social-liberale. Questa esitazione permanente illustra i limiti di una parte della sinistra che continua a credere che sia possibile trasformare profondamente il Paese senza scontrarsi con gli interessi economici dominanti.
Nonostante queste tensioni, diversi responsabili politici continuano a invocare una candidatura unica della sinistra per il 2027. L’argomento sembra semplice: sommare i risultati dei partiti permetterebbe meccanicamente di accedere al secondo turno. Ma questa lettura puramente aritmetica della politica è semplicistica e persino sprezzante verso gli elettori di sinistra. La realtà politica non funziona come un’addizione contabile.
Mettere insieme il diavolo e l’acqua santa non produce necessariamente una forza più grande; al contrario, restringe la base popolare. Molti elettori cercano coerenza, una direzione chiara, una linea politica esplicita, ed è proprio questo che incarna già il partito di Jean-Luc Mélenchon. Per gli “insoumis”, accettare un’alleanza “contro natura” significherebbe diluire il progetto politico in una sintesi debole, incapace di trasformare realmente il Paese.
La France insoumise pronta alla battaglia
La strategia sostenuta da La France Insoumise si basa su un’idea semplice: senza una rottura chiara con l’attuale sistema economico, nessuna trasformazione reale è possibile. Si tratta di comprendere ciò che costituisce la “Nouvelle France” (Nuova Francia): una società invecchiata, iperconnessa, figlia di diverse generazioni d’immigrazione, che si deve confrontare col pericolo di una guerra globale e forse nucleare, con l’estinzione di massa della biodiversità e la catastrofe climatica. E deve farlo per proporre la strategia politica più adatta a questa nuova realtà.
“Il programma, nient’altro che il programma”: questa formula riassume la linea difesa dal movimento. Basato sull’edizione 2022 di L’Avenir en commun, il progetto vuole essere partecipativo e sarà presto arricchito dai contributi dei cittadini.
Il movimento propone il ritorno della pensione a 60 anni, il blocco dei prezzi dei beni essenziali, un forte aumento del salario minimo e dei salari in generale, la pianificazione ecologica sotto controllo pubblico, la “regola verde”, il ripristino dell’ISF, una profonda redistribuzione delle ricchezze e un massiccio investimento nei servizi pubblici.
Ma la rottura non si limita all’economia. LFI propone anche una Sesta Repubblica per porre fine all’iper-presidenzializzazione del potere, per rafforzare il referendum cittadino e restituire al popolo un vero controllo democratico.
Sul piano internazionale, il movimento rivendica una politica estera indipendente, opposta alle logiche imperiali e agli allineamenti automatici. Infine, LFI rivendica il diritto di disobbedire alle regole europee quando queste impediscono l’applicazione del programma sociale ed ecologico scelto democraticamente dai francesi.
In fondo, gran parte delle critiche rivolte a LFI si concentra meno sul programma che sulla figura di Jean-Luc Mélenchon. I suoi avversari gli rimproverano una personalità giudicata troppo divisiva, uno stile conflittuale e il rifiuto di ritirarsi dalla scena politica.
Molti ricordano la sua frase: “Faites mieux” (“Fate meglio”), pronunciata dopo la sconfitta del 2022. Ma se il movimento “insoumis” considera che sia proprio “le vieux” (“il vecchietto”) ad avere più esperienza e la maggiore forza oratoria per affrontare l’arena della campagna elettorale, allora quel “Fate meglio” può essere interpretato come: “Fate meglio, ma non senza di me”.
Jean-Luc Mélenchon resta oggi una delle rare figure della sinistra capaci di strutturare uno spazio politico coerente attorno a un programma chiaramente identificabile. Ed è proprio questo che alimenta tanto il sostegno dei suoi ferventi sostenitori quanto il rifiuto dei suoi oppositori.
L’elezione presidenziale del 2027 si preannuncia come un momento di chiarimento storico. Più la scadenza si avvicina, più La France Insoumise è oggetto di una costante offensiva mediatica. Una parte dei media dominanti sembra terrorizzata dall’idea che possa arrivare al potere una vera sinistra di rottura, capace di mettere in discussione l’ordine neoliberale, le logiche predatorie del capitalismo contemporaneo e gli allineamenti imperialisti.
Di fronte a questa macchina politica, mediatica ed economica, LFI può contare soltanto su due forze: la propria organizzazione militante e la potenza del suo radicamento popolare. Eppure, questo basta già a produrre una dinamica unica nel panorama politico francese.
Quale altro partito oggi in Francia sarebbe capace, come ha fatto LFI, di raccogliere 150.000 firme di sostegno al progetto Mélenchon 2027 in appena ventitré ore? Quale altro movimento può rivendicare una tale densità di figure politiche combattive, popolari e riconoscibili all’Assemblea nazionale?
Perché, al di là di Jean-Luc Mélenchon stesso, LFI ha fatto emergere un’intera generazione di dirigenti politici capaci di portare avanti un progetto coerente e profondamente radicato nelle lotte sociali, ecologiche e democratiche.
La speranza “insoumise” probabilmente non è mai stata così forte. Nonostante gli attacchi, nonostante le caricature, nonostante i sondaggi branditi come verità assolute a quasi un anno dalle elezioni, un’altra dinamica sta prendendo forma.
Non bisogna né cedere allo scoraggiamento, né lasciarsi intrappolare in teorie elettorali astratte e scollegate dalla realtà sul terreno. Una campagna presidenziale non si vince negli editoriali o negli istituti di sondaggio: si vince tra il popolo.
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05/05/2026
La truffa del salario giusto
Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di «salario giusto», è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli.
Conviene osservarlo con calma, perché è in questi passaggi – quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario – che si misura la qualità democratica di un governo.
Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene.
Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100% per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES.
È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato sotto i piedi dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più.
I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato.
La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a «ringraziare gli italiani». Era difficile trovare una formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.
E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, «occupazionale». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa.
Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Sufficiente. In ogni caso.
Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di Cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali – è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.
La sentenza che il governo vuole cancellare
Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento – che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero – la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza.
Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.
Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari – un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata.
Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento.
Migliaia di lavoratori – secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi – hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.
È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative».
Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il «salario giusto» diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali.
Si trasforma cioè un parametro contrattuale – meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 – in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire “il giusto”, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di incostituzionalità.
Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del «mosaico di misure da comporre uniti».
Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa.
Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: «il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti – dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 – si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.
Il premio a chi non firma
Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento.
Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA – l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023.
Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana.
Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.
Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale.
Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al 30% dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo.
E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.
La catastrofe sociale dei salari italiani
Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione.
Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5% del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15% alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7% nel febbraio 2025, è risalita al 10% nel marzo successivo.
A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab – che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro – fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1% sul livello di partenza del gennaio 2021.
La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021.
L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate.
Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.
Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto.
Il Censis ha calcolato che oltre l’80% dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni – un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il «miracolo» occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia.
Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e si impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana – il working poor, il lavoratore povero – non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.
Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica
La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 – con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale – e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale.
Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al 6% spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il 12%. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021.
Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali – CISL FP fra le altre – che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di «autorità salariale». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 – risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.
La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del «salario giusto» alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte.
Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il «contratto pirata» mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.
La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto
C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di «salario giusto». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato.
Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro – in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi – più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041.
È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di «difesa del lavoro» e omette questi numeri commette una rimozione politica.
Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68.
Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena di montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile.
La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio.
Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro – un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tragitti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione.
Oltre il 37% delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.
In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.
Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato.
Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali.
Non un ritocco – neppure simbolico – del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il «badge di cantiere», la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni.
Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e – soprattutto – costruite intorno alla logica del «datore virtuoso» premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale.
Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.
La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo «gli interventi sulla sicurezza sul lavoro». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore – l’aumento dell’occupazione – più che al numeratore.
È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 – l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro – non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora.
È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano «per i lavoratori», è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.
Le due dimensioni – bassi salari e morti sul lavoro – non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite.
Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività.
L’articolo 36 della Costituzione – quello sulla retribuzione «sufficiente» – non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno «alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica.
Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.
Le complicità storiche e la regia europea
Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto «tasso di inflazione programmato».
Da quell’accordo in avanti – sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione – i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo.
La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3% medio annuo, contro l’1,2% europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.
Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati – che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 – chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale.
L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero.
Anziché trasporre la direttiva con coraggio – riconoscendo che il modello del «salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente» è clinicamente morto – il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.
Cosa significa rompere davvero
Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura.
Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e – quando la sicurezza viene meno – uccisi.
Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul «salario giusto» è un’operazione cosmetica.
Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni – qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava «scala mobile» e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano.
Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di «esistenza libera e dignitosa» diventa una crudeltà semantica.
La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.
Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL – oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano – e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore.
La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva.
Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia.
L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia.
Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate dei lavoratori. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe.
È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.
Il coraggio che manca, l’urgenza che resta
Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro?
Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente?
Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?
La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere – non chiedere – un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura.
Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.
Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo.
Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno – perché continueranno – a invocare l’articolo 36 come parametro vivo.
E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il «salario giusto» dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia.
La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.
Fonti
1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).
2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.
3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.
4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.
5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.
6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.
7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.
8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.
9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).
10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).
11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».
12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).
13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.
14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).
15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.
16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.
17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.
18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.
19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).
20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.
21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.
22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.
23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.
24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.
25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.
26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».
27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.
28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).
29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).
30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).
31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.
32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).
33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.
34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.
35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.
36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.
37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.
38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.
39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.
40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.
41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.
42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.
Fonte
16/02/2026
Come i Talk Talk usarono "It's My Life" come una protesta contro la Emi
I Talk Talk sono un classico esempio di band che visse due volte. Pochi gruppi, come quello di Mark Hollis, hanno saputo portare a termine una trasformazione sonora così radicale e spiazzante come quella messa in atto a partire dall’album spartiacque “Spirit Of Eden” del 1988. Pochissimi artisti, o band, sono passati in maniera così radicale da una completa aderenza alle mode musicali, nella prima parte della carriera, a una completa autonomia da queste, cosa avvenuta gradualmente nella seconda fase della loro vita artistica. Il passaggio dal suono relativamente lineare del 1982 all’astrazione quasi cameristica di “Laughing Stock” resta infatti uno degli scarti evolutivi più radicali compiuti da una band nell’arco di cinque dischi, nonché uno dei più influenti, con la creazione di quelle tessiture rarefatte destinate a influenzare la nuova generazione post-rock degli anni Novanta, dai Tortoise ai Godspeed You! Black Emperor.
Ma chi conosce i Talk Talk fin dall’inizio, forse, sarà rimasto meno sorpreso. È nota, infatti, sin dai primi passi discografici, la loro ricerca di un’autonomia creativa, che si traduceva nella sistematica riluttanza ad assecondare le aspettative. Ogni volta che l’industria sembrava averli incasellati, Hollis e soci cambiavano direzione. E se alcune hit ne hanno fatto dei campioni del pop degli anni '80, non è detto che il loro messaggio sia stato compreso appieno...
È il caso proprio della memorabile title track del loro album di maggior successo, “It’s My Life” (1984). All’inizio degli anni Ottanta, come tanti protagonisti di quella stagione, i Talk Talk era stati inseriti nella variegata galassia del synth-pop. Un'etichetta potente come la Emi aveva scommesso su di loro pubblicando il debutto, “The Party's Over”, che si muoveva in un territorio affine a quello di altre formazioni elettroniche dell’epoca. Ma i primi contrasti erano emersi già in quell’occasione. Ad esempio per quanto concerne la travagliata collaborazione con il produttore Colin Thurston, che aveva appena fatto centro con il debutto dei Duran Duran. Contrasti che porteranno Thurston a lasciare la produzione in corso d'opera, spingendo così Mark Hollis, Paul Weeb e Lee Harris a cercare da soli una direzione artistica più soddisfacente affidandosi anche ai consigli di Tim Friese-Greene, che non rientra nella line-up ufficiale della band, ma si può considerare da questo momento in poi il "quarto uomo" dei Talk Talk: diventa infatti produttore, tastierista e compositore insieme a Hollis di quasi tutti i brani. E gli effetti di questo inserimento maturano nel secondo album della band londinese, che affonda le radici ancora nel campo del synth-pop, seppur rivisitato a modo loro, con un’eleganza e un’originalità non comuni, e qualche inserto acustico, che avrebbe poi progressivamente guadagnato sempre più terreno nella loro produzione.
In superficie, “It’s My Life”, scelta anche come primo singolo dell’Lp, appare come un brano synth-pop elegante, costruito su un impianto melodico accessibile. Il testo sembra raccontare una frattura sentimentale, un dialogo interrotto. In realtà, come ha ricordato il magazine Far Out, la genesi del pezzo è legata a un conflitto con la casa discografica. Dopo l’uscita del disco d’esordio, infatti, i Talk Talk furono inseriti in un circuito promozionale intensivo, culminato in un tour insieme ai Duran Duran. L’abbinamento rispondeva a una logica industriale elementare: due gruppi synth-pop nello stesso cartellone. Per Hollis, però, interviste, obblighi televisivi e tournée forzate rappresentavano una distrazione dal lavoro in studio, l’unico che gli interessava davvero. Così il ritornello “It’s my life, don’t you forget” assume un significato diverso e molto chiaro: non un messaggio rivolto all’amata, ma una fiera rivendicazione di autonomia artistica. Hollis, in sostanza, rivendica che la direzione creativa spetta solo alla band, non agli uffici marketing della Emi.
Non è insomma la consueta dichiarazione sentimentale travestita da singolo pop. Qui il baricentro si sposta altrove: dedizione, disciplina interiore, determinazione. Hollis lascia filtrare un’esigenza di autonomia, il desiderio di sottrarsi al rumore, di ritagliarsi uno spazio di silenzio e concentrazione, con versi come “Funny how I blind myself, I never knew/ If I was sometimes played upon, afraid to lose/ I’d tell myself, what good do you do/ Convince myself”. Un disagio non soltanto affettivo, dunque, che riguarda prima di tutto la sfera mentale, il conflitto tra esposizione pubblica ed esigenza di intimità e riflessione.
La tensione latente nel brano si renderà ancora più esplicita nel videoclip, diretto da Tim Pope, figura chiave dell’estetica pop britannica anni Ottanta (dai Cure agli Wham!). Il regista, infatti, costruisce un dispositivo apertamente polemico contro il lip-synching, prendendo le distanze da una delle convenzioni più consolidate dell’industria musicale. Al posto della performance canonica, il montaggio alterna sequenze naturalistiche – con varie riprese di fenicotteri, leopardi, zebre, antilopi, canguri e struzzi, tratte dal documentario della BBC “Life on Earth” – a inquadrature di Mark Hollis isolato, privo dei compagni, immobile e con le labbra serrate. Come a voler rimarcare la distanza tra la libertà degli animali, osservati nel loro habitat in una dimensione incontaminata, e il senso di costrizione del frontman, con alcuni inserti animati che si sovrappongono alla sua bocca, creando l’illusione che stia cantando. Il video amplifica così il senso di incomunicabilità già presente nel brano, mettendo in scena un protagonista che sembra scegliere l’isolamento, forse proprio come via d’uscita – forse suggerita dall’occhiolino finale. Hollis, spesso con le mani affondate nelle tasche del cappotto, mantiene un’espressione accigliata, interrotta solo da brevi accenni di leggerezza. Un’alternanza che rende palpabile la schizofrenia del brano, scisso tra la melodia luminosa del ritornello e il senso di profonda malinconia che lo pervade.
Lo spirito polemico del videoclip non sfuggirà alla Emi, che chiederà di realizzarne una nuova versione più “convenzionale”. La risposta della band sarà un secondo video in cui Hollis mima il brano dal vivo in modo volutamente goffo davanti a un green screen che proietta le immagini originali, con immutata critica al playback. Una vera e propria parodia del format promozionale per antonomasia, concepita, di fatto, per svuotarlo dall’interno.
Il risultato sarà paradossale. “It’s My Life” otterrà un notevole riscontro negli Stati Uniti, diventando il primo vero successo del gruppo nel mercato americano e raggiungendo persino la vetta della classifica dance di Billboard. Proprio quel formidabile riscontro commerciale costringerà la Emi a concedere maggiore libertà operativa a Hollis e compagni. Così con il terzo album, “The Colour Of Spring”, i Talk Talk inizieranno a scrollarsi di dosso definitivamente l’etichetta synth-pop che l’industria aveva cercato di affibbiargli. Proprio l’apice del successo commerciale della band inglese conteneva in nuce i semi della futura rivoluzione anti-sistema che l’avrebbe allontanata dalle classifiche mainstream, garantendole però il sempiterno affetto dei suoi fan.
10/02/2026
La marcia sul posto dell’Unione Europea
“Andare avanti” significa – o significherebbe... – fare un salto deciso verso la “federazione”, come suggerito al solito da Mario Draghi, superando le resistenze permesse dal diritto di veto in capo ad ognuno del 27 paesi membri. Una mossa “logica” nel mondo astratto delle idee fisse, ma molto complicata da realizzare in quello reale.
Chiedere agli Stati di rinunciare per sempre a qualsiasi indipendenza su una lunga serie di questioni fondamentali, di peso “esistenziale”, è una mossa molto azzardata. Se ne sono resi conto anche molti sostenitori di questa svolta, costretti ad stilare liste dei paesi che sarebbero favorevoli su alcuni temi ma contrari su altri, ben oltre la solita stigmatizzazione di Ungheria e – a volte – Slovacchia, tacciati di “filo-putinismo” perché non vogliono rinunciare alle forniture di gas russo da cui dipende la loro sopravvivenza energetica.
Facendo i conti, per esempio, salta fuori che le importazioni di gas da Mosca, nel 2025, sono addirittura aumentate invece di diminuire per effetto degli ormai venti “pacchetti di sanzioni”: 7,2 miliardi di euro, rispetto ai 6,2 miliardi del 2024. Ma il primo acquirente non è uno dei due “reprobi” dell’est, bensì la Francia del “volenteroso” Macron, che ne ha acquistato il 41,7%, seguita da Belgio, Spagna e Olanda.
Uno scarto abissale tra dichiarazioni bellicose di rottura netta con Mosca e pratica quotidiana consigliata dal bisogno, che illumina da vicino la dimensione delle difficoltà che “l’Europa” si trova ad affrontare per la dabbenaggine della propria classe dirigente (tutta: sia l’ala politica che quella imprenditoriale).
Si può cambiare tema, ma il quadro non cambia. Persino sul riarmo, dove l’intesa sembra(va) totale, si deve ora registrare un’impasse molto seria. Si deve andare verso la costruzione di un esercito europeo (come la logica astratta vorrebbe), con armamenti tendenzialmente comuni e non differenziati, oppure verso eserciti nazionali di maggiori dimensioni e tecnologicamente avanzati?
Friedrich Merz, cancelliere tedesco e democristiano, ha spiegato già qualche mese fa che il suo obiettivo è costruire “l’esercito più forte d’Europa”, non un esercito comune più forte. E la conferma è arrivata in queste ore, con la sepoltura di fatto del progetto di “caccia del futuro” franco-tedesco, lanciato ai tempi di Angela Merkel.
Il progetto chiamato Sistema di Combattimento Aereo del Futuro (FCAS), sviluppato da Francia, Germania e Spagna, è – in questo momento secondo i soliti funzionari che parlano solo sotto anonimato – “morto, tutti lo sanno, ma nessuno vuole dirlo”.
Il problema è ovviamente di tipo industriale: il caccia pilotato è stato al centro delle aspre dispute industriali tra la francese Dassault e la “comunitaria” Airbus su chi dovesse averne la leadership, decidendo così anche su tecnologia, ripartizione del lavoro, dell’occupazione e dei profitti. Francia e Germania avevano fissato una scadenza al 17 dicembre dello scorso anno per raggiungere l’accordo, ma la data è passata senza trovare una soluzione.
A questo punto è anche venuto fuori che Berlino sta valutando per proprio conto un cambiamento radicale di progetto. Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz sta ponendo ora maggiore attenzione sul programma rivale, il Global Combat Air Programme (GCAP) guidato da Italia, Regno Unito e Giappone.
Dall’asse franco tedesco a quello cripto-statunitense, insomma, con buona pace dell’“indipendenza europea”.
È del resto la traccia indicata dal sempre improbabile segretario della Nato, Mark Rutte, che aveva già affossato l’idea di “difesa autonoma”, spalleggiato dal generale Cavo Dragone: «Chi pensa che l’Europa possa difendersi senza gli Stati Uniti, può continuare a sognare».
Olanda, Lettonia, Lituania, Estonia, Romania, Bulgaria, Grecia sono della stessa opinione. Mentre Germania, Francia, Finlandia, Svezia e Spagna, ritengono (con le riserve tedesche appena illustrate) che ci siano i margini per provare a costruire un apparato militare-industriale adeguato in tempi non biblici. Italia, Polonia e altri invece galleggiano a metà del guado, sempre sensibili alle sirene Usa.
Del resto molti paesi sono formalmente dentro la UE, ma hanno stretto intese bilaterali con gli Usa o ne vengono direttamente finanziati (i Baltici).
Un quadro molto mosso, come si vede, da interessi materiali – finanziari, militari, energetici, ecc. – che rendono ogni forzatura verso una integrazione più decisa un rebus senza soluzioni semplici da tradurre in trattati.
Una cosa è dire “l’unione fa la forza”, tutt’altra è costruire la forza interna non contraddittoria che permetta di realizzare almeno un briciolo di maggiore unità. Da questa strettoia non si esce con gli slogan e i luoghi comuni, specie se si devono investire centinaia di miliardi ogni anno per diversi anni.
Fonte
16/10/2025
People have the power
È ora di bussare forte al portone del potere. Mai come oggi – da qualche decennio a questa parte – la frattura tra classe dirigente (multinazionali, imprese, banche, classe politica, ecc.) e popoli è stata così evidente e netta.
Una frattura sottolineata non solo dalla dimensione delle manifestazioni contro il genocidio, le politiche guerrafondaie e il riarmo, l’impoverimento crescente dei ceti popolari fino al “ceto medio”, ma anche dalla riduzione ai minimi termini della partecipazione al rito elettorale.
Se fosse necessario lo stesso quorum preteso per i referendum (50% più uno) non ci sarebbe più una sola votazione valida. Europee, Marche, Calabria e persino la Toscana hanno registrato votanti nettamente inferiori alla metà degli aventi diritto.
È una sentenza: la rappresentanza politica non è più credibile per la maggioranza dei cittadini.
Chi vota ancora lo fa – in parte decrescente – per un residuo bisogno di esprimere almeno un’opinione, oppure perché è vincolato a clientele da cui ottiene, o spera di ottenere, qualche vantaggio personale o familiare. Gli altri possono anche stare a casa, tanto i loro interessi generali non trovano un riferimento attendibile.
Il voto in Toscana non cambia di molto questa valutazione, anche se il risultato di Antonella Bundu è stato decisamente straordinario (5,2%), proprio perché non esiste alcun automatismo tra ritorno della partecipazione alle mobilitazioni e risultati elettorali.
Giustamente lei stessa ha chiarito che “qualche persona magari ha fatto un collegamento” tra scendere in piazza e scegliere Toscana Rossa nell’urna. Ma la stragrande maggioranza dei milioni che hanno bloccato tutto il 22 settembre e poi di nuovo il 3 e il 4 ottobre è da tempo indifferente ai riti della politica istituzionale, percepita come distante e soprattutto nemica.
E quindi ci troviamo davanti a un bel paradosso da risolvere, se si vuol mettere insieme un progetto di alternativa complessiva – valoriale, ideologica, sindacale e politica – in grado di rovesciare l’assetto dominante in questo paese e in questo declinante continente.
Da un lato abbiamo visto il ritorno prepotente dell’indignazione di tanti che hanno voluto dire addio all’individualismo impotente degli ultimi 30 anni. Non si blocca un porto o una stazione o una tangenziale da soli. Tanto meno l’intero paese. Occorre essere in tanti, con un briciolo di organizzazione e un forte comun sentire. Tanti da scoraggiare in partenza qualsiasi malintenzionata repressione poliziesca, che resta lì, sempre pronta, in mano a governi terrorizzati.
Dall’altro, questa voglia di contare e mettersi insieme non ha a disposizione, per il momento, forme e strumenti per farsi valere al di fuori del puro manifestare.
La sfida è ovviamente molto più ampia. La “crisi della democrazia rappresentativa” non si risolve inventando un’altra lista da esporre sullo scaffale dell’“offerta politica” e che verrebbe guardata come tutte le altre. Se in tutto il mondo euro-atlantico la situazione è praticamente identica questo indica la fine di uno storico sistema politico-giuridico nato per ricondurre ogni conflittualità sociale dentro un quadro di compatibilità previste e che nessuno può pensare di infrangere, per quanto radicali siano le istanze che rappresenta.
L’Unione Europea e i suoi trattati vincolanti incentrati sul controllo dei bilanci statali hanno segnato il punto più alto di questo ferreo controllo di classe su ogni possibilità di cambiamento, sia pure solo “riformista” (l’esperienza della Grecia nel 2015 è esemplare).
Il trasferimento della “sovranità” dai popoli ai “mercati” ha certificato, nello stesso tempo, la sottrazione della decisione politica ai mutevoli equilibri sociali, svuotando così di senso ogni processo elettorale, a prescindere dai diversi sistemi (guardate la Francia, per decenni indicata come esempio di “stabilità bipolare”).
Che voti a fare Tizio o Caio se il programma di governo – curiosità locali a parte – non può cambiare mai?
Sembrava perfetto. In alto i tecnoburocrati raggiungibili solo dalle lobbie multinazionali e a seconda della loro potenza; in mezzo gli amministratori nazionali (regionali, comunali, circoscrizionali) vincolati con trattati non rivedibili; sotto tutti gli altri, comunque la pensassero e comunque si organizzassero.
La crisi economica, i salari in drastico calo, il welfare sempre più rachitico, hanno prodotto a lungo solo un mugugno impotente. La guerra alle porte e soprattutto il genocidio in diretta tv hanno fatto saltare il coperchio e l’ebollizione sociale è tornata a manifestarsi.
Gaza ci ha fatto vedere l’orizzonte verso cui tutti noi siamo nei fatti diretti. Ognuno di noi ha potuto riconoscersi in quella massa disperata e meravigliosa che persino sotto le bombe e la fame si comporta da popolo in lotta, non da individui con il prezzo incollato sulla fronte (i collaborazionisti, come ovunque, non sono mancati, ma finiscono tutti nello stesso modo).
Ognuno di noi ha perciò potuto imparare a dire basta, a muoversi, a sollevare lo sguardo dallo smartphone e scoprire lo sguardo dei nostri simili. Riconoscersi come essere umano e misurare la distanza siderale da “definisci bambino”. E riconoscere in quell’abiezione il risultato di un suprematismo razzista che è contemporaneamente anche un “razzismo di classe” che da secoli divide gli umani in “eletti” e “sacrificabili”.
È tutto in nuce, allo stato aurorale, certo. Ma già irriducibile ai tentativi di recupero verso una “normalità” che non risulta fisicamente possibile.
Non a Gaza o in Cisgiordania, dove Israele e i suoi coloni fremono per riprendere la mattanza e il furto di terra. Non nei programmi di riarmo che spudoratamente chiedono di eliminare la spesa sociale per nutrire quella militare, così da portarci il prima possibile nelle condizioni di Gaza, o peggio. Non nelle normali “relazioni industriali”, dove le imprese continuano a chiedere aiuti per sé e a rifiutare qualsiasi aumento salariale.
Non è questa la “normalità vivibile” che può far rientrare nelle case le coscienze che si sono sollevate per un moto di indignazione incontenibile. Va avanti la logica guerrafondaia e genocida, e quindi andrà avanti quel movimento. Fatto dopo fatto, orrore dopo orrore, traendo forse più forza ogni volta.
Ascoltare e supportare, sperimentare forme organizzative a ogni livello (quelle territoriali sono indispensabili, ma da sole non basterebbero), sviluppare visioni e culture convergenti, all’altezza della cambiamento radicale – davvero epocale – che l’inversione della direzione del mondo richiede.
Allargare le alleanze sociali e politiche che si sono fin qui create, favorire ogni processo aggregativo che non perda il senso totalmente alternativo di questa esplosione sociale improvvisa.
Un blocco sociale potenzialmente egemone non si aggrega e organizza da solo, ma non tollera nuove gabbie già preparate per altre stagioni. Si può e si deve provare anche la sfida della rappresentanza politica, ma non come fine in sé. Non esistono più, infatti, “deleghe in bianco” rilasciate su base puramente ideologica o simbolica.
Quando un popolo, un “blocco sociale in formazione”, torna a voler dire la sua, non si accontenta di parole prese in prestito. Cerca quelle che lo fanno esprimere appieno e riconosce solo chi parla la stessa lingua.
Hic Rhodus, hic salta.
Fonte
15/03/2024
È ora di rompere i “vincoli esterni”
Al massimo, come in tutte le legislature precedenti, potrebbe avvenire un rimescolamento che lascia le cose come stanno; una diversa maggioranza, insomma, ma non una diversa stagione politica.
Come sempre, un cambiamento reale richiede che si faccia avanti e si affermi un soggetto diverso, una presenza di massa – nelle piazze, nei luoghi di lavoro e di studio e di vita – in grado di mettere in discussione la “narrazione” dominante e riattivare un corpo sociale da troppo tempo sotto anestetici.
Il governo Meloni – come i precedenti – è un governo di crisi, guerra e declino. Una rovina per le classi popolari e per le prospettive stesse del Paese.
Questo governo rivendica per esempio di aver “aumentato l’occupazione”, ma se questo non si traduce in crescita della ricchezza prodotta e dei consumi di massa – sostanzialmente fermi al palo – significa che si tratta di “lavoretti”, in settori ad alta intensità di manodopera, con bassi salari e senza garanzie.
Si tratta insomma di crescita del lavoro povero, servile, di pura sopravvivenza. Spesso anche sotto questo livello.
Come i precedenti è un governo dell’austerità, che taglia la spesa sociale – dice – per diminuire il debito pubblico. Ma al tempo stesso aumenta forsennatamente la spesa militare. Gli obblighi Nato infatti richiedono più armi da mandare in Ucraina e nuove armi per un esercito da sviluppare in chiave europea.
La “coperta corta” di una spesa pubblica più sbilanciata verso gli armamenti viene ancora una volta tessuta progettando “privatizzazioni” del patrimonio pubblico. Questo mantra neoliberista che da quasi 30 anni sta distruggendo la capacità industriale del Paese viene ripetuto alla faccia degli innumerevoli e clamorosi fallimenti delle privatizzazioni nell’industria di proprietà pubblica. Ossia “nostra”, di tutta la cittadinanza.
Ricordiamo per brevità soltanto pochi casi. Quello delle acciaierie Italsider, regalate ai Riva, ribattezzate Ilva, poi passate agli indiani di ArcelorMittal, poi “commissariate” e ancora in cerca di un padrone qualsiasi. Mentre a Taranto si continua a morire di inquinamento...
Non parliamo neanche di quello che è avvenuto nella sanità pubblica, destrutturata a beneficio esclusivo di quella privata, ridotta a fortino su cui si scaricano tutti i malesseri sciali e che resta in piedi solo per lo spirito di servizio del personale meno pagato d’Europa e continuamente svillaneggiato dal potere.
E poi Telecom, nel settore strategico delle telecomunicazioni, regalata prima a Colaninno, poi a Tronchetti Provera, quindi spacchettata e con la rete fissa ormai venduta al fondo statunitense KKR, che ha ai suoi vertici anche il generale Petraeus, ex capo delle truppe Usa in Iraq, Afghanistan nonché – ciliegina sulla torta – ex capo della Cia. Le nostre comunicazioni private e pubbliche in mani davvero “sicure”, insomma...
Ma non possiamo dimenticare Alitalia, distrutta e svenduta prima alla cordata dei “capitani coraggiosi”, poi a Emirates, poi ridotta a una compagnia low cost per il business di Lufthansa.
Potremmo continuare a lungo, descrivendo un deserto industriale creato lì dove “gli imprenditori italiani” sono ormai degli estranei che trasferiscono le proprie attività – e le sedi fiscali – all’estero. L’esempio della Fiat e dell’ignobile famiglia Agnelli è ormai un format per tutti gli epigoni minori.
Ma il degrado divora da decenni anche l’istruzione pubblica, nel folle tentativo di inseguire le fantasie al ribasso di una classe imprenditoriale dalla vista cortissima – stile Briatore che chiede “più istituti alberghieri” – e che non sa che farsene delle competenze scientifiche o umanistiche di alto livello.
Generazioni di studenti vengono annientate con percorsi di studio sempre meno formativi e stimolanti, spinti al lavoro gratuito e mortale attraverso “l’alternanza scuola-lavoro”, incentivati dunque all’abbandono scolastico. Un percorso che priverà loro stessi, e dunque il Paese, di un futuro all’altezza delle speranze e della Storia.
Siamo in definitiva avviati verso un baratro da cui sarà tanto più difficile riemergere quanto più si tarderà ad arrestare la corsa al disastro.
Il quadro politico attuale non permette illusioni.
Le “alternative” sono quelle che hanno dato vita ai governi precedenti. Hanno praticato e predicato le stesse politiche di bilancio, le identiche politiche di privatizzazione e desertificazione industriale, i medesimi tagli al welfare, all’istruzione, alla ricerca.
Sono quelle che hanno preceduto i fascisti al governo anche nelle politiche repressive, tra daspo, “giustizia creativa”, poteri abnormi e incontrollati alle varie polizie, salvo lamentarsene quando poi invadono anche il recinto del potere politico.
Che hanno dissestato l’edificio costituzionale e le stesse istituzioni, la struttura dei diritti, fino a fare della parola “democrazia” un termine senza corrispettivo nella realtà quotidiana. E che ha nell’astensionismo al 50% la riprova di uno scollamento irrimediabile tra classe politica e Paese reale.
Fermare la corsa all’impoverimento popolare e al declino definitivo del paese richiede, in modo ormai evidente, davanti ai rischi di guerra mondiale che si sommano e superano quelli della crisi economica, una rottura decisa con il tran tran degli ultimi 40 anni.
Una rottura, in primo luogo, con i vincoli esterni che ogni governo – e ancora di più quello Meloni – ha rispettato, difeso, esteso, fino alla paralisi.
Parliamo del vincolo europeo all’austerità, che ha vanificato persino 30 anni di tagli e di “avanzo primario” senza mai ridurre il debito pubblico (che anzi è sempre cresciuto...). E del vincolo Nato che sta trascinando l’Europa e il mondo intero verso la notte nucleare, che rischia addirittura di anticipare quella ambientale e climatica.
Occorre una rottura decisa per determinare almeno la possibilità di decidere autonomamente, come classi popolari, le modalità per risollevare il Paese, dare un futuro alle nuove generazioni, costruire un equilibrio di giustizia sociale che spezzi il circolo vizioso delle diseguaglianze in perpetua crescita.
Fuori del sedicente “giardino” occidentale e neoliberista il mondo sperimenta nuove strade, percorsi, relazioni, progetti. E cresce, al contrario di quanto avviene qui.
C’è spazio per cambiare. Ma bisogna rompere quei vincoli, a cominciare dal governo Meloni, il più fascista della storia del dopoguerra.
È tempo che tutto questo si manifesti apertamente, nelle piazze di questo paese, dando visibilità e contenuti ad una rottura sempre più necessaria.
Fonte
01/03/2024
[Contributo al dibattito] - Se a questi mancano le basi (militari)…
L’Italia è, oggi più che mai, una colonia statunitense (lo ha detto persino Teresa Mannino a Sanremo) e l’Unione Europea un cartello di holding finanziarie e grandi banchieri che si accontentano di raccattare (per ora) quel che avanza dalla durissima competizione economica globale. Ma non basta più.
Non basta più inondare le economie di derivati, di junk bonds, di crediti facili al consumo: i margini si sono drammaticamente ristretti a tal punto che l’Europa dei padri fondatori “argine invalicabile al pericolo di guerre ed orrori simili a quelle/i prodottesi nel novecento e garanzia imperitura di pace per tutto il continente”, dopo essere caduta maldestramente nella trappola Ucraina, ora dice che bisogna, di nuovo, prepararsi a fare la guerra,
Direttamente, non più per procura.
D’altronde, dopo quelli statunitensi, anche i profitti dei fabbricanti d’armi europei si stanno moltiplicando in modo esponenziale: valanghe di miliardi dei bilanci di Stato vengono – rapidamente e senza alcuna discussione nei parlamenti – spostati dalle altre voci (in primis, dal welfare) alle spese militari. Chiedere in proposito ai lobbisti d’armi come Crosetto il quale si è fatto, addirittura, nominare ministro della difesa, pardon, della guerra.
È il vecchio trucco del capitalismo, negli USA lo praticano da almeno 40 anni: se l’economia dal lato dell’offerta langue perché i mercati non reggono i ritmi della sovrapproduzione, si alimenta artificialmente la domanda attraverso la spesa pubblica degli Stati che investono pesantemente in armi. E così gli azionisti che erano costretti ad accontentarsi di cedole modeste vedranno ricrescere i dividendi e saranno belli e contenti.
Prima è stato il banchiere Macròn a lanciare l’ipotesi di mettere sul campo in Ucraina i soldati dei paesi NATO. Poi, ieri, in un discorso al Parlamento europeo di Strasburgo, Ursula Von der Leyen ha dichiarato che “una guerra in seno all’Europa non è imminente, ma non è neppure impossibile”.
Praticamente una pre-dichiarazione di guerra. Crosetto ha subito rilanciato: l’Unione Europea sia veloce e meno burocratica nelle decisioni. Non vede l’ora...
Se non si chiudono le basi militari USA (in quella di Verona, negli anni Sessanta e Settanta, si organizzavano le stragi di civili e si addestravano neofascisti a tal fine) e se non si esce da quell’organizzazione criminale internazionale che, dal dopoguerra in poi, ha soltanto seminato morte, distruzione e miseria in ogni angolo della terra meglio nota sotto l’acronimo NATO (North Atlantic Treaty Organization), ogni nuovo o vecchio partito, ogni programma politico, ogni movimento di opinione è/sarà semplice operetta, avanspettacolo, vecchi e nuovi figuranti in cerca di una sistemazione.
Il problema non è cosa è la Russia, il problema è cosa stiamo diventando noi.
Fonte
23/02/2024
[Contributo al dibattito] - Per un New Deal europeo
C’è un problema che assilla la sinistra europea fin dagli anni della crisi del debito greco: come deve agire un governo popolare per evitare che l’UE faccia fare a un’altra nazione la fine che ha fatto fare alla Grecia? Le scelte effettuate all’epoca dai governi greci (sia quello di Papandreu, 2009-11, sia quello di Tsipras, 2015) causarono non solo una grande sofferenza economica ai loro cittadini, ma anche un grave danno politico alla sinistra europea. Secondo molti osservatori avrebbero dimostrato che i socialisti e i comunisti non hanno la soluzione ai problemi che le politiche e i trattati dell’Unione hanno causato ai popoli europei.
Io invece credo che la soluzione ce l’abbiano, e per dimostrarlo voglio proporre un esercizio di fantapolitica in cui ipotizzo che un governo di vera sinistra vada al potere in Italia.
Non bisogna essere un profeta per prevedere che, appena si sa nel mondo che c’è un ministro dell’economia di sinistra, i “mercati” cominciano a giocare al ribasso sul debito pubblico italiano. Le agenzie di rating declassano il nostro debito a spazzatura, la speculazione alza la testa e la situazione diventa difficile da gestire.
A quel punto interviene la Commissione Europea proponendo di usare la troika per salvare l’Italia dal default, chiedendo però che il governo somministri politiche che tranquillizzino i mercati, cioè propini al popolo una medicina “lacrime e sangue” fatta di tagli alla spesa pubblica, aumento delle tasse, riforme delle pensioni, abbassamento dei salari, aumento della disoccupazione e della povertà. Un governo di sinistra non può accettare queste condizioni.
Dovrebbe piuttosto approfittare della crisi per lanciare un forte programma di new deal. Ecco cosa dovrebbe fare secondo me.
New deal: I primi 100 giorni
Il compito più urgente sarà quello di fronteggiare gli attacchi speculativi al debito pubblico. Come primo provvedimento il governo emanerà un decreto di assicurazione dei conti titoli delle famiglie italiane per la parte consistente in titoli di stato nazionali e per un valore non superiore a 200.000 Euro. In questo modo tranquillizzerà i piccoli risparmiatori.
Poi aprirà un credito in c/c del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) presso la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) (o la sua controllata Bancoposta), la quale Cassa ha tra i suoi compiti quello di fornire credito alle istituzioni pubbliche e allo Stato. Ricordo che oggi il MEF controlla circa l’84% di CDP e, direttamente e tramite CDP, il 65% di Poste Italiane. Il governo porterà la proprietà pubblica di entrambe le aziende al 100%.
Nazionalizzerà anche la Banca d’Italia (BdI). A sinistra se ne parlava già nel secolo scorso. Nel 2016 è stata presentata dal Movimento 5 Stelle una proposta di legge di nazionalizzazione. Nel 2018 una proposta simile è stata presentata da Fratelli d’Italia.
In seguito al rifiuto del governo di sottostare al diktat della Commissione Europea e di accettare il “salvataggio” della troika, i “mercati” manifesteranno una forte aspettativa di default, i rating verranno portati in zona C e la speculazione si scatenerà. Lo spread schizzerà alle stelle, il che permetterà al governo di riacquistare i titoli in scadenza a bassissimo prezzo.
A questo punto il governo ordinerà a CDP di comprare sul mercato per conto del MEF titoli di stato italiani. L’operazione, almeno in parte, verrà finanziata dal MEF andando in rosso sul suo conto corrente presso CDP. Se il governo si indebita in questo modo, vuol dire che crea moneta.[1] Non è base monetaria, non essendo creata dalla Banca Centrale. CDP non è una banca, ma lo è Bancoposta. La moneta da essa creata è moneta bancaria. In pratica il MEF utilizzerebbe CDP come una pseudo banca centrale e le farebbe svolgere alcune delle funzioni che svolgeva BdI prima del “divorzio” del 1981.
L’espansione monetaria verrà utilizzata non solo per finanziare le “operazioni sul mercato aperto” con cui CDP ricomprerà i titoli di stato, ma anche per sostenere una forte crescita della spesa pubblica, in modo da evitare che la crisi finanziaria si trasmetta all’economia reale.
Un’istituzione simile alla CDP è già stata utilizzata in operazioni di finanziamento del governo, ad esempio in Germania, dove la Kreditanstalt für Wiederaufbau (un ente pubblico di cui è proprietario il governo federale per l’80% e i Länder per il 20%) è intervenuta nelle aste dei titoli di stato svolgendo la funzione di prestatore di ultima istanza tipica di una banca centrale.
Acquistava il residuo di titoli non collocati nel mercato primario al prezzo deciso dal governo. Poi li rivendeva gradualmente nel mercato secondario. Nella mia proposta di politica economica CDP svolgerà non solo questo tipo di azione, ma anche un’azione di finanziamento monetario diretto.
Se i mercati portassero i titoli al 20% del valore nominale, per ogni 100 Euro di moneta creata, si estinguerebbero 500 Euro di debito pubblico. A maggio 2023 il debito pubblico italiano era detenuto da: BdI (25,8%), banche italiane (24,5%), altre istituzioni finanziarie italiane (12,3%), istituzioni finanziarie straniere (26,5%) e famiglie italiane (10,9%).
A ottobre 2023 il debito pubblico italiano era di 2868 miliardi di Euro. Ne sottraiamo il 25,8% (la quota detenuta da BdI) e arriviamo a 2.128. La metà è 1.064. Se venisse acquistata al 20% del valore nominale, avremmo bisogno di 213 miliardi di Euro, una cifra più alta del valore del disavanzo pubblico del 2022 (153,5 miliardi di Euro). La liquidità della CDP (circa 150 miliardi di Euro) non sarebbe sufficiente, di qui la necessità di creare nuova moneta.
Durante la crisi BdI svolgerà due funzioni: 1) offrirà o domanderà titoli per stabilizzarne i prezzi attorno ai livelli auspicati dal MEF; 2) rifornirà di base monetaria le banche commerciali.[2] Alla fine della crisi, il debito pubblico residuale che si trova nel suo portafoglio verrà annullato, essendo debito di stato detenuto dallo stato.
È possibile che nel giro di 2-3 mesi il rapporto debito/pil arrivi al 60-70%. Dipende dal prezzo a cui i mercati (speculazione, BdI e CDP) spingono i prezzi dei titoli. Comunque andrebbe bene anche se si arrivasse a un rapporto intorno al 90%. Nessuno può prevedere con precisione l’esito finale del processo di mercato in presenza di una crisi, per cui non si può escludere che per arrivare al 90% debba essere necessario praticare un leggero haircut. Ma lo ritengo improbabile.
Va da sé che una crisi del debito come quella sopra descritta non sarebbe una passeggiata tra rose e fiori. Emergerebbero vari problemi, i principali dei quali sono i seguenti: 1) un aumento delle difficoltà finanziarie delle banche, 2) una probabile corsa agli sportelli, 3) una tendenza alla fuga dei capitali all’estero, 4) un crollo della borsa valori, soprattutto del settore finanziario.
Si tenga presente che a marzo 2023 Intesa Sanpaolo deteneva titoli di Stato italiani per un valore che pesava per circa il 7% sugli attivi di bilancio. In Unicredit il peso era del 4,4%, in Banco Bpm del 5,8%, in Bper del 6,6%. Il che vuol dire che queste banche sarebbero in grado di reggere abbastanza bene una forte svalutazione dei titoli di stato italiani. Sembra che le grandi banche si siano preparate da tempo per fronteggiare una crisi del debito pubblico.[3] Forse qualche piccola banca imprevidente incontrerebbe difficoltà più serie. E certamente tutte assisterebbero a una forte perdita di valore in borsa per effetto della speculazione. Ebbene il governo interverrà per salvare le banche eventualmente prossime al fallimento. Lo farà sottoscrivendo aumenti di capitale al valore di borsa, e ogni Euro così investito sarà un Euro di proprietà pubblica.
Quanto al secondo problema, già esistono norme di limitazione della quantità di contante che può essere prelevato agli sportelli. Queste norme andranno perfezionate e rese temporaneamente più severe, ponendo limiti alle quantità che possono essere prelevate settimanalmente (anche con bancomat e carte di credito). Allo stesso tempo BdI rifornirà le banche commerciali di base monetaria d’emergenza.
Il terzo problema va affrontato con l’introduzione di severi controlli delle fughe di capitale, cosa fattibile in quanto gran parte delle fughe passano per operazioni bancarie sull’estero. Finché dura la crisi dovrà essere proibito effettuare molti tipi di queste operazioni. La BdI è in grado di verificare le trasgressioni.[4]
Sul quarto problema c’è poco da fare, salvo approfittare del crollo dei valori per acquistare a prezzi di realizzo parti di proprietà di imprese private che il governo vuole controllare perché le considera strategiche.
Come che sia, tutti e quattro i problemi si risolvono spontaneamente appena l’economia esce dalla crisi finanziaria e soprattutto appena i “mercati” capiscono che la politica economica espansiva del governo ha successo nell’alimentare la crescita del pil mantenendo stabile il rapporto debito/pil.
New deal: i primi 5 anni
La creazione di moneta può essere proseguita nel tempo. Quindi si può fare una politica fiscale espansiva con forte aumento della spesa pubblica.
Per recuperare i 40 anni di stagnazione che ci stanno alle spalle, è necessario che il pil reale cresca al 5-6% l’anno per un po’ di tempo. Così si darà una forte spinta alla crescita dell’occupazione.[5]
Il disavanzo pubblico resterà elevato. Sarebbe soprattutto disavanzo primario, perché CDP interverrà alle aste dei titoli di stato per stabilizzarne il rendimento al livello deciso dal governo. Con un’alta crescita del pil e un basso tasso di rendimento dei titoli, il rapporto debito/pil tenderebbe naturalmente a diminuire in presenza di un elevato disavanzo pubblico, come dimostro in appendice. Comunque il disavanzo e i metodi di finanziamento (moneta e debito) verrebbero calibrati in modo da far crescere il debito pubblico al 5-6% l’anno (più il tasso d’inflazione) in modo da stabilizzare il rapporto debito/pil.
In forza della legge di Kaldor-Verdoorn la crescita del pil farà aumentare anche la produttività del lavoro, la quale, sommando la componente endogena e quella esogena, potrebbe crescere del 3-4% l’anno. Per innalzare il reddito potenziale forti investimenti (anche in R&D) verranno effettuati dal Ministero dell’Industria (il “Ministero delle Imprese e del Made in Italy” verrà ridenominato così, se non altro in ossequio al senso del ridicolo).
Se i sindacati collaborano, accettando una crescita dei salari reali del 2-3% l’anno (che per i lavoratori sarebbe una manna, rispetto alla tendenza alla diminuzione degli ultimi anni), il costo del lavoro decrescerebbe. Di conseguenza aumenterebbero le esportazioni, contribuendo ad allentare il vincolo estero.
Un possibile punto debole di questo schema di politica economica sta nella bilancia dei pagamenti. Se l’economia cresce a ritmi sostenuti, aumentano le importazioni; se le esportazioni non aumentano in misura adeguata la bilancia commerciale va in deficit e il governo sarà costretto ad abbandonare le politiche espansive.
La crescita dei salari al di sotto di quella della produttività potrebbe non essere sufficiente per equilibrare i conti esteri. Nel qual caso si dovrebbe far ricorso a politiche protezioniste nei confronti dei paesi extraeuropei.
Bisognerebbe escogitare barriere di tipo non tariffario, oppure tariffe difensive (alte nei confronti dei paesi che praticano qualche forma di dumping), oppure accordi commerciali bilaterali che mirino al pareggio delle bilance particolari (ad esempio con la Cina, con la quale nel 2022 abbiamo avuto un deficit commerciale di 41 miliardi di Euro). Una cosa importante da fare per allentare il vincolo estero è una politica industriale di sostituzione delle importazioni.
La politica fiscale espansiva avrà effetti positivi per gli altri ministeri, che potranno attuare vere riforme da lungo tempo auspicate (sanità, scuola, ambiente, edilizia popolare, infrastrutture eccetera).
Il governo dedicherà una parte rilevante del finanziamento alla riappropriazione pubblica delle imprese che operano in condizioni di monopolio naturale e di quelle che producono o gestiscono beni meritori, beni pubblici e risorse comuni. Un’altra parte egualmente rilevante la dedicherà a finanziare l’espansione del settore cooperativo.
Inoltre farà ampio uso politico delle partecipazioni statali per sostenere lo sviluppo e controllare l’inflazione. Ad esempio il MEF detiene (direttamente e/o tramite CDP) il 23,6% di ENEL, il 29,8% di Terna, il 31,3% di Snam, il 32,4% di ENI, il 41,8% di Italgas. Sono tutte aziende che producono o distribuiscono energia.
Queste partecipazioni statali sono pacchetti di controllo.[6] Ebbene è ora che il governo si decida a esercitare il controllo. Le aziende in questione dovranno rompere i cartelli in cui di fatto operano e adottare politiche di prezzi bassi, costringendo i concorrenti ad abbassare i loro. Inoltre dovranno fare forti investimenti per accelerare la transizione verde.
Problemi con l’UE
C’è da scommettere che un tale tipo di politica non sarebbe gradito a diversi paesi europei e alla Commissione. Ci criticherebbero perché avremmo fatto politiche fiscali basate su un forte deficit di bilancio, perché avremmo finanziato il disavanzo creando moneta, perché avremmo minacciato l’indipendenza della BdI, perché avremmo elargito aiuti di stato e perché avremmo messo un po’ in difficoltà qualche banca tedesca e olandese.
Il governo italiano reagirà alle critiche avviando negoziati per realizzare una triplice riforma dei trattati:
1) Bisogna abolire il vincolo sul rapporto deficit/pil: né il 3% né alcun’altra percentuale. Ciò perché, come dimostro in appendice, un elevato rapporto deficit/pil può contribuire alla riduzione del rapporto debito/pil.
2) Bisogna istituire un sistema di finanziamento federale che faccia sistematicamente ricorso all’emissione di eurobond. Inizialmente una quota del debito dei vari stati sarà mutualizzata. Successivamente parte delle spese nazionali potrà essere finanziata con eurobond.
3) Bisogna che la BCE assuma tra le proprie missioni sia quella di conseguire la piena occupazione sia quella di fungere da prestatore di ultima istanza per il collocamento del debito pubblico federale.
Durante le trattative il governo premerebbe per ottenere un allentamento immediato del rigore fiscale facendo leva sul fatto di aver dimostrato praticamente che un elevato deficit pubblico, in quanto contribuisce a sostenere la crescita del pil, può far diminuire, non aumentare, il rapporto debito/pil.
Ci sarà un braccio di ferro. Da una parte la Commissione, la Germania, l’Olanda e chissà chi altro faranno quadrato intorno alle vecchie regole e pretenderanno il rispetto della disciplina fiscale e monetaria; dall’altra l’Italia, forse sostenuta da qualche paese mediterraneo, premerà per una riforma coraggiosa dei trattati.
Va da sé che non sarebbe facile riformare i trattati europei in modo da consentire politiche monetarie mirate alla piena occupazione e rapporti deficit/pil sistematicamente e largamente più ampi del 3%. Non parliamo della possibilità di riformarli in modo da far diventare l’Unione uno stato democratico.
Alla fine, se si vedesse che ci avviamo a perdere il braccio di ferro, bisognerebbe prendere in considerazione l’italexit, che potrebbe anche essere brandita come una minaccia: se non si fanno le riforme, l’Italia sarà costretta a uscire. Non sarebbe un bluff. L’uscita dell’UE potrebbe diventare una scelta obbligata per un governo di sinistra che non vuole sottostare ai diktat restrittivi della Commissione, non vuole fare la fine di Syriza e non vuol far fare al popolo italiano la fine di quello greco... A meno che la semplice minaccia dell’uscita del nostro paese non riesca a far mettere giudizio ai falchi tedeschi. I quali potrebbero paventare il rischio che l’italexit sia seguita dalla frexit, dall’espexit eccetera. Se l’UE si disgregasse, la Germania è il paese che ci rimetterebbe di più.
Comunque il governo dovrebbe tenersi pronto a ogni evenienza. Un piano d’uscita andrebbe segretamente preparato da una commissione ristretta composta da tecnici del Tesoro, di BdI e di CDP.
Dopo la chiusura della crisi del debito, se la Commissione Europea ci metterà in procedura d’infrazione, se la BCE aumenterà i tassi d’interesse, se la Germania ci “suggerirà” di rispettare nel modo più rigoroso il nuovo patto di stabilità e di portare il rapporto deficit/pil all’1,5% in 4 anni, insomma se tutto il concertino europeo tenterà d’imporci l’innesco di un processo di altri 20 anni di stagnazione, il governo denuncerà i trattati europei e dichiarerà l’italexit. E lo farà fulmineamente: un venerdì sera c’è la denuncia, il lunedì mattina entra in vigore l’Euro/Lira.
Dopo l’eventuale uscita dell’Italia dall’UE il governo negozierebbe con la Commissione un regime di libera circolazione delle merci e delle persone in Europa. Su questo punto la Germania ci verrebbe incontro, visto che le catene del valore della sua manifattura si estendono ampiamente in Val Padana.
Inoltre il governo italiano aprirà negoziati per avviare un processo aggregativo mirante alla costituzione di una vera Federazione Europea, democratica e solidale, coinvolgendo inizialmente almeno i paesi dell’area mediterranea. Questa politica la porterebbe avanti comunque, anche se non ci fosse l’italexit. Il new deal dei primi cinque anni, di cui ho trattato sopra, sarebbe meglio che si realizzasse a livello continentale piuttosto che solo nazionale.
Appendice - Come ridurre il rapporto debito/pil aumentando il rapporto deficit/pil
Le variazioni del rapporto debito/pil sono spiegate dalla seguente formula: Δd=(G–T)/Y+[(r–y)/(1+y)]d, con: d=D/Y; D=debito pubblico; Y=prodotto interno lordo nominale; G=spesa pubblica; T=entrate pubbliche; G–T=disavanzo primario; r=tasso di interesse; y=ΔY/Y=tasso di crescita del pil nominale.
Facciamo un esempio: Se y=0,06, r=0,01, d=1,5, G/Y=0,46 e T/Y=0,40, sarà [(r-y)/(1+y)]d=-0,07 e G/Y-T/Y=0,06. Quindi Δd=-0,01. Con un tasso d’interesse dell’1%, una pressione fiscale del 40% e un rapporto debito/pil del 150%, la spesa pubblica e il disavanzo primario possono essere accresciuti a livelli tali da far aumentare il pil del 6%, così che il rapporto debito/pil diminuisca di un punto percentuale.7
Si noti che, nell’esempio, il disavanzo primario è il 6% del pil, quello totale il 7,5%. Si noti anche che non c’è creazione di nuova moneta. Ciò perché lo scopo del presente esercizio è di dimostrare che una politica fiscale espansiva può contribuire di per sé alla riduzione del rapporto debito/pil. Il segreto di questa magia sta nel fatto che le variabili che compaiono nella formula non sono tra loro indipendenti. In particolare, y è una funzione crescente di ΔG: una politica fiscale espansiva fa aumentare il reddito e il suo tasso di crescita.
L’argomento si capisce facilmente assumendo che il bilancio sia in pareggio. In tal caso vale un teorema che stabilisce ΔY=ΔG=ΔT. Più aumenta la spesa pubblica (e le tasse) e più alto sarà y=ΔY/Y.
Ovviamente, per evitare un eccessivo aumento della pressione fiscale, si manterrà un bilancio primario in disavanzo. Allora la politica fiscale sarà ancora più efficace, perché il moltiplicatore della spesa pubblica è più alto di quello delle tasse e maggiore di 1. Dunque, se ΔG>ΔT allora ΔY>ΔG. Se le autorità monetarie lavorano per mantenere basso r, gli aumenti di spese e tasse possono essere calibrati in modo da far sì che (G–T)/Y+[(r–y)/(1+y)]d minore di 0.
Una politica fiscale espansiva ben ponderata fa diminuire il rapporto debito/pil semplicemente perché fa aumentare la domanda aggregata. Nel lungo periodo può farlo diminuire di più se espande gli investimenti pubblici accrescendo il pil potenziale; e ancora di più se l’aumento della domanda aggregata fa crescere molto gli investimenti privati.
Ma c’è di meglio: se tasse e sussidi vengono redistribuiti in modo da eliminare la povertà e ridurre la disuguaglianza dei redditi, s’innalza il moltiplicatore, e quindi aumentano gli effetti espansivi della spesa pubblica.
Inoltre, non solo y, ma neanche r sono variabili indipendenti. Trattandosi del tasso di rendimento medio sui titoli di stato, dipende dal rischio di default e quindi è una funzione crescente di d. Più basso è il rapporto debito/pil più basso sarà lo spread e il rendimento medio dei titoli di stato. Certamente r è ancorato ai tassi d’interesse determinati dalla Banca Centrale. Ma c’è una certa variabilità, quale è osservabile nella dispersione degli spread dei vari paesi europei. Ne consegue che, se d decresce, e quindi il rischio di default tende a diminuire, anche r diminuirà.
Ebbene, in una situazione in cui la Banca Centrale o la CDP riescono a mantenere un basso tasso di rendimento dei titoli, una politica fiscale espansiva può innescare un circolo virtuoso del seguente tipo: aumenta la spesa pubblica e il disavanzo primario, quindi aumenta il tasso di crescita del pil; se y>r e l’aumento della spesa è ben calibrato, il rapporto debito/pil diminuisce; così diminuisce anche lo spread e r, il che dà un’ulteriore spinta alla diminuzione del rapporto debito/pil.
Un’ultima osservazione. Se un paese fa parte di un’area economica fortemente integrata, non tutto l’aumento di domanda aggregata generato da un aumento della spesa pubblica si risolve in una crescita della produzione nazionale. Una parte si risolverà in un aumento delle importazioni e quindi in una crescita della produzione dei paesi concorrenti.
Questo fenomeno indebolirebbe gli effetti positivi che una politica fiscale espansiva può avere sulla riduzione del rapporto debito/pil. Perciò è importante che: o le politiche fiscali espansive siano fatte da molti paesi dell’area; oppure il paese che le pratica singolarmente le accompagni con politiche mercantiliste.
Note
1) Se vuoi fare le riforme, la prima cosa che ti dicono i critici è: “dove trovi i soldi?” Si tratta una domanda retorica ma legittima, dati i vincoli e le proibizioni che i trattati europei pongono alle politiche economiche degli stati. Ebbene, con il tipo di politica che propongo i soldi il governo li crea. La seconda cosa che ti dicono è: “se crei moneta causi inflazione”. È un dogma della teoria monetarista, ma è falso. In un’economia con alta disoccupazione la crescita della domanda aggregata fa aumentare la produzione, non i prezzi. L’inflazione, se c’è, è causata dall’aumento dei costi.
2) BdI può creare liberamente base monetaria per rifornire le banche. Può farlo senza indebitarsi se emette una quantità non superiore al livello determinato dal capital key (la quota detenuta nel capitale della BCE). Può emetterne anche una quantità superiore, però indebitandosi sulla piattaforma Target2. Si tenga presente che il saldo italiano in Target2 tenderà a peggiorare durante la crisi del debito, se non altro perché CDP comprerà all’estero una parte dei titoli.
3) Nel 2015 il peso medio dei titoli di stato italiani sui bilanci delle 8 principali banche nazionali era di circa l’11%, con una punta del 17,7% per Banco Bpm.
4) Tra i vari provvedimenti temporanei di controllo delle fughe di capitale si possono considerare: la proibizione dell’acquisto di attività finanziarie all’estero (con l’eccezione degli acquisti di titoli di stato italiani da parte di CDP), l’autorizzazione preventiva per gli acquisti di beni o servizi all’estero, la proibizione dell’apertura di nuovi conti esteri e dei trasferimenti sui conti già esistenti, l’imposizione di un limite mensile massimo ai pagamenti sull’estero con carte di credito, l’imposizione di un limite massimo alla quantità di contante che i turisti possono portare all’estero.
5) Per raggiungere rapidamente la piena occupazione bisogna che la crescita del pil sia forte. In un secondo momento, quando i salari saranno arrivati almeno ai livelli francesi (come conseguenza dell’aumento dell’occupazione e della produttività, oltre che delle riforme del mercato del lavoro che aboliranno ogni tipo di precariato), si può pensare di abbassare il tasso di crescita del pil riducendo l’orario di lavoro. Ridurre l’orario di lavoro quando i salari sono a livelli di fame non farebbe diminuire le ore lavorate, farebbe aumentare il numero di individui che cercano il doppio lavoro.
6) L’attuale governo di destra sta programmando una svendita di azioni di queste imprese. Se la svendita portasse alla perdita di controllo pubblico, il governo di sinistra che sto ipotizzando reagirebbe riacquistando il controllo.
7) I valori dell’esempio sono prossimi a quelli che vigevano in Italia durante il rimbalzo post-COVID.
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