I Talk Talk sono un classico esempio di band che visse due volte. Pochi gruppi, come quello di Mark Hollis, hanno saputo portare a termine una trasformazione sonora così radicale e spiazzante come quella messa in atto a partire dall’album spartiacque “Spirit Of Eden” del 1988. Pochissimi artisti, o band, sono passati in maniera così radicale da una completa aderenza alle mode musicali, nella prima parte della carriera, a una completa autonomia da queste, cosa avvenuta gradualmente nella seconda fase della loro vita artistica. Il passaggio dal suono relativamente lineare del 1982 all’astrazione quasi cameristica di “Laughing Stock” resta infatti uno degli scarti evolutivi più radicali compiuti da una band nell’arco di cinque dischi, nonché uno dei più influenti, con la creazione di quelle tessiture rarefatte destinate a influenzare la nuova generazione post-rock degli anni Novanta, dai Tortoise ai Godspeed You! Black Emperor.
Ma chi conosce i Talk Talk fin dall’inizio, forse, sarà rimasto meno sorpreso. È nota, infatti, sin dai primi passi discografici, la loro ricerca di un’autonomia creativa, che si traduceva nella sistematica riluttanza ad assecondare le aspettative. Ogni volta che l’industria sembrava averli incasellati, Hollis e soci cambiavano direzione. E se alcune hit ne hanno fatto dei campioni del pop degli anni '80, non è detto che il loro messaggio sia stato compreso appieno...
È il caso proprio della memorabile title track del loro album di maggior successo, “It’s My Life” (1984). All’inizio degli anni Ottanta, come tanti protagonisti di quella stagione, i Talk Talk era stati inseriti nella variegata galassia del synth-pop. Un'etichetta potente come la Emi aveva scommesso su di loro pubblicando il debutto, “The Party's Over”, che si muoveva in un territorio affine a quello di altre formazioni elettroniche dell’epoca. Ma i primi contrasti erano emersi già in quell’occasione. Ad esempio per quanto concerne la travagliata collaborazione con il produttore Colin Thurston, che aveva appena fatto centro con il debutto dei Duran Duran. Contrasti che porteranno Thurston a lasciare la produzione in corso d'opera, spingendo così Mark Hollis, Paul Weeb e Lee Harris a cercare da soli una direzione artistica più soddisfacente affidandosi anche ai consigli di Tim Friese-Greene, che non rientra nella line-up ufficiale della band, ma si può considerare da questo momento in poi il "quarto uomo" dei Talk Talk: diventa infatti produttore, tastierista e compositore insieme a Hollis di quasi tutti i brani. E gli effetti di questo inserimento maturano nel secondo album della band londinese, che affonda le radici ancora nel campo del synth-pop, seppur rivisitato a modo loro, con un’eleganza e un’originalità non comuni, e qualche inserto acustico, che avrebbe poi progressivamente guadagnato sempre più terreno nella loro produzione.
In superficie, “It’s My Life”, scelta anche come primo singolo dell’Lp, appare come un brano synth-pop elegante, costruito su un impianto melodico accessibile. Il testo sembra raccontare una frattura sentimentale, un dialogo interrotto. In realtà, come ha ricordato il magazine Far Out, la genesi del pezzo è legata a un conflitto con la casa discografica. Dopo l’uscita del disco d’esordio, infatti, i Talk Talk furono inseriti in un circuito promozionale intensivo, culminato in un tour insieme ai Duran Duran. L’abbinamento rispondeva a una logica industriale elementare: due gruppi synth-pop nello stesso cartellone. Per Hollis, però, interviste, obblighi televisivi e tournée forzate rappresentavano una distrazione dal lavoro in studio, l’unico che gli interessava davvero. Così il ritornello “It’s my life, don’t you forget” assume un significato diverso e molto chiaro: non un messaggio rivolto all’amata, ma una fiera rivendicazione di autonomia artistica. Hollis, in sostanza, rivendica che la direzione creativa spetta solo alla band, non agli uffici marketing della Emi.
Non è insomma la consueta dichiarazione sentimentale travestita da singolo pop. Qui il baricentro si sposta altrove: dedizione, disciplina interiore, determinazione. Hollis lascia filtrare un’esigenza di autonomia, il desiderio di sottrarsi al rumore, di ritagliarsi uno spazio di silenzio e concentrazione, con versi come “Funny how I blind myself, I never knew/ If I was sometimes played upon, afraid to lose/ I’d tell myself, what good do you do/ Convince myself”. Un disagio non soltanto affettivo, dunque, che riguarda prima di tutto la sfera mentale, il conflitto tra esposizione pubblica ed esigenza di intimità e riflessione.
La tensione latente nel brano si renderà ancora più esplicita nel videoclip, diretto da Tim Pope, figura chiave dell’estetica pop britannica anni Ottanta (dai Cure agli Wham!). Il regista, infatti, costruisce un dispositivo apertamente polemico contro il lip-synching, prendendo le distanze da una delle convenzioni più consolidate dell’industria musicale. Al posto della performance canonica, il montaggio alterna sequenze naturalistiche – con varie riprese di fenicotteri, leopardi, zebre, antilopi, canguri e struzzi, tratte dal documentario della BBC “Life on Earth” – a inquadrature di Mark Hollis isolato, privo dei compagni, immobile e con le labbra serrate. Come a voler rimarcare la distanza tra la libertà degli animali, osservati nel loro habitat in una dimensione incontaminata, e il senso di costrizione del frontman, con alcuni inserti animati che si sovrappongono alla sua bocca, creando l’illusione che stia cantando. Il video amplifica così il senso di incomunicabilità già presente nel brano, mettendo in scena un protagonista che sembra scegliere l’isolamento, forse proprio come via d’uscita – forse suggerita dall’occhiolino finale. Hollis, spesso con le mani affondate nelle tasche del cappotto, mantiene un’espressione accigliata, interrotta solo da brevi accenni di leggerezza. Un’alternanza che rende palpabile la schizofrenia del brano, scisso tra la melodia luminosa del ritornello e il senso di profonda malinconia che lo pervade.
Lo spirito polemico del videoclip non sfuggirà alla Emi, che chiederà di realizzarne una nuova versione più “convenzionale”. La risposta della band sarà un secondo video in cui Hollis mima il brano dal vivo in modo volutamente goffo davanti a un green screen che proietta le immagini originali, con immutata critica al playback. Una vera e propria parodia del format promozionale per antonomasia, concepita, di fatto, per svuotarlo dall’interno.
Il risultato sarà paradossale. “It’s My Life” otterrà un notevole riscontro negli Stati Uniti, diventando il primo vero successo del gruppo nel mercato americano e raggiungendo persino la vetta della classifica dance di Billboard. Proprio quel formidabile riscontro commerciale costringerà la Emi a concedere maggiore libertà operativa a Hollis e compagni. Così con il terzo album, “The Colour Of Spring”, i Talk Talk inizieranno a scrollarsi di dosso definitivamente l’etichetta synth-pop che l’industria aveva cercato di affibbiargli. Proprio l’apice del successo commerciale della band inglese conteneva in nuce i semi della futura rivoluzione anti-sistema che l’avrebbe allontanata dalle classifiche mainstream, garantendole però il sempiterno affetto dei suoi fan.
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