La scorsa settimana, le fondamenta degli sforzi climatici dell’Unione Europea hanno iniziato a scricchiolare.
Ricorderete certamente quando la “transizione ecologica” costituiva il nucleo del tentativo europeo di superare la crisi e rilanciare lo sviluppo puntando sulle “tecnologie verdi”, e Mario Draghi riceveva a Milano Greta Thunberg e altri attivisti ambientalisti per l’evento Youth4climate dicendo: «Avete ragione a chiedere una responsabilizzazione, a chiedere un cambiamento. La transizione ecologica non è una scelta, è una necessità. Abbiamo solo due possibilità. O affrontiamo adesso i costi di questa transizione. O agiamo dopo, il che vorrebbe dire pagare il prezzo molto più alto di un disastro climatico».
Era il settembre del 2021, appena quattro anni e mezzo fa. Tutto cancellato. Si torna a petrolio, gas, carbone e qualsiasi altra cosa si possa bruciare.
Ormai da mesi, le capitali europee stanno attaccando le politiche ambientali promosse dalla UE sostenendo che le normative verdi stiano soffocando le loro economie. Ma anche sotto questa offensiva il nocciolo duro della UE per rallentare il riscaldamento globale era rimasto fuori discussione.
Si tratta del Sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE (ETS), basato sul principio “chi inquina paga”, che obbliga più di 11.000 centrali elettriche e fabbriche a richiedere un permesso per ogni tonnellata di CO2 che emettono. Le industrie devono comprare queste quote attraverso aste e il prezzo segue le regole della domanda e dell’offerta.
Questo principio – e le relative norme – è stato ora esplicitamente messo in discussione la scorsa settimana durante due summit consecutivi incentrati sulla cura del malessere economico del continente. I leader europei hanno sostenuto che gli alti prezzi delle quote di emissione erano un sintomo preoccupante a cui porre rimedio.
Una larga parte dell’industria pesante del blocco si lamenta da tempo dell’ETS, ormai attivo da circa 20 anni. Durante l’incontro ad Anversa, mercoledì scorso, hanno sferrato il loro attacco chiedendo ai leader dell’UE di “ridurre il prezzo dell’inquinamento”. Non l’inquinamento, ma il suo peso nei loro bilanci. I profitti vengono prima di tutto, e se si accetta che vengano prima della vita di chi lavora le industrie non capiscono perché debbano venire dopo un po’ di inquinamento in più (che contribuisce sul lungo periodo a rendere inabitabile il pianeta e quindi anche a cancellare le industrie stesse).
“L’aumento dei costi del carbonio spinge le catene del valore fuori dall’Europa”, ha dichiarato Markus Kamieth, amministratore delegato del colosso chimico tedesco BASF, avvertendo che il danno è già in atto.
È stato il segnale finale per la revisione profonda – meglio ancora per la cancellazione totale – delle normative “climatiche”. Pochi dei principali politici europei si sono messi a difendere l’ETS, la maggior parte – come i rappresentanti del governo Meloni – hanno colto l’occasione per criticare il sistema.
In fondo, il rappresentante del paese europeo più industrializzato, il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è schierato a favore di riforme di vasta portata. Poi ha ridimensionato in parte le proprie affermazioni, visto che il suo traballante governo si regge anche sui voti dei verdi (guerrafondai come pochi, ma per forza di cose ancora ufficialmente “ambientalisti”). Ma il segnale intanto è stato dato: se ne può e se ne deve parlare.
Un primo risultato è stato registrato sui mercati: il prezzo del carbonio è crollato da 81 euro lunedì a meno di 72 euro venerdì.
Tutto il Green Deal europeo sta del resto venendo svuotato in tutti paesi della UE, privato com’della sua efficacia nell’ambito di una vasta spinta alla deregolamentazione. Finora, i politici hanno ritoccato la legislazione verde che stabilisce regole di rendicontazione per le aziende o obiettivi secondari per settori specifici particolarmente in crisi come l’automotive, ma non i pilastri portanti.
Quest’anno, tuttavia, questi pilastri sono in fase di revisione. La Commissione Europea proporrà modifiche alle norme di governance verde sottostanti, agli obiettivi nazionali di emissione e agli obiettivi di assorbimento del carbonio e dovrà rivalutare l’ETS entro luglio.
È il punto di arrivo di “una campagna piuttosto ben orchestrata contro l’ETS da parte di parti dell’industria europea, nel tentativo di abbassare l’asticella per la prossima revisione dell’ETS”, ha dichiarato Marcus Ferdinand, capo analista della società di analisi del mercato del carbonio Veyt. “Il mercato ha perso circa 10 euro in un periodo di tempo molto breve. Questo è chiaramente un segno di erosione della fiducia nella stabilità a lungo termine del sistema”.
Un ETS indebolito avrà conseguenze di vasta portata per l’economia dell’UE e per le sue ambizioni climatiche.
Il sistema regola circa la metà delle emissioni dell’UE e nonostante tutto aveva avuto un enorme successo: dalla sua introduzione nel 2005, l’inquinamento nei settori coperti (fabbriche, centrali elettriche, aviazione e trasporto marittimo) si è dimezzato. Al contrario, le emissioni non coperte dall’ETS sono diminuite di circa il 20 percento.
“In pratica, quel sistema dice: se vuoi inquinare, paghi. Se non vuoi pagare, innova. Ed è quello che è successo”.
Un meccanismo che oltre a trasferire i costi della gestione del danno climatico dall’intera società a chi materialmente lo causa, incoraggia gli investimenti nella produzione pulita. In Cina una politica simile ha portato non solo ad una drastica riduzione delle emissioni climalteranti dell’industria, ma addirittura alla leadership mondiale nelle tecnologie green (dalle auto elettriche ai pannelli solari, ecc.).
Dal punto di vista strettamente capitalistico, il sistema era amato anche dai critici conservatori della regolamentazione verde, perché, a differenza di altre politiche climatiche, l’ETS è uno strumento “basato sul mercato” e completamente neutrale dal punto di vista tecnologico: non dice alle aziende come ridurre le emissioni, ma le incentiva a trovare soluzioni funzionanti.
L’aumento dei prezzi delle quote ha però provocato una reazione negativa. Perché aumentano anche i costi operativi delle aziende, seppur marginalmente, dato che gli alti prezzi dell’energia in Europa, guidati dal costo dei combustibili fossili importati, rappresentano un problema ben più grande.
“Se abbiamo prezzi energetici elevati, rinunciare ai principi dell’ETS è come farsi la pipì addosso: dà un sollievo a breve termine, ma a lungo termine è una punizione per noi stessi”, ha dichiarato l’eurodeputata centrista svedese Emma Wiesner. “Mantenere la nostra dipendenza da petrolio e gas è davvero il modo più efficace per tenere l’industria intrappolata in prezzi alti e grandi vulnerabilità”.
Di fatto, la distruzione del gasdotto russo nel mar Baltico, che riforniva la Germania e altri paesi, unito all'“obbligo” di acquistare il GNL statunitense, tre o quattro volte più costoso, ha fatto saltare lo schema ed i conti.
E proprio la Germania – l’insieme industriale più colpito dalle scelte folli sulla guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia – ha innestato la retromarcia rispetto alle politiche ambientali. Merz, il cui paese era stato il principale sostenitore della tariffazione del carbonio, ha suggerito che l’ETS dovrebbe essere rivisto e che alcuni elementi dovrebbero essere posticipati, definendolo uno “strumento giusto”, ma che necessita di essere “riadattato continuamente”. Ossia dipendente dalla congiuntura economica e dalle esigenze di bilancio delle industrie.
Dopo le sue dichiarazioni, anche i leader di Austria e Repubblica Ceca hanno rinnovato gli attacchi al prezzo del carbonio, seguiti poi anche dalla Polonia.
Lamentele, peraltro, sono arrivate subito anche dai gestori del mercato delle quote (questa svolta compromette il loro business). I movimenti dei prezzi delle quote sono stati così violenti da turbare i trader di carbonio, che hanno implorato i politici di smettere di interferire. “L’ETS dell’UE deve rimanere protetto da interventi politici ad hoc che rischiano di minare la fiducia degli investitori e indebolire il percorso di decarbonizzazione dell’Europa”, ha dichiarato Dirk Forrister, amministratore delegato dell’International Emissions Trading Association.
A fare le spese del calo dei prezzi delle quote sono state anche le aziende che avevano investito nella decarbonizzazione e pianificato le loro strategie aziendali in base al prezzo del carbonio. I titoli del produttore di cemento Heidelberg Materials e della società danese di energia eolica Ørsted, per esempio, sono stati tra quelli che hanno perso valore la scorsa settimana. Se hai speso molto per “decarbonizzare” la produzione, ora quella spesa diventa meno recuperabile e quindi il valore azionario (fondato sull’attesa di profitti futuri) cala.
Di fatto, qualunque cosa si faccia – per andare avanti oppure indietro nelle politiche anti-inquinamento – si mette in difficoltà qualche settore industriale fondamentale.
Viene il sospetto che il difetto stia nel manico, ossia sull’impostazione di partenza: se pretendi di salvare contemporaneamente l’ambiente e il capitalismo ti stai ponendo obiettivi in contraddizione reciproca. Se vuoi far sopravvivere il pollaio, devi tenere lontane le volpi...
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