Sarà una coincidenza ma la sindrome delle “mele marce” sembra voler continuare a riempire il cesto.
È passato poco più di una settimana dagli arresti per traffico di droga nella zona del Tufello in cui sono stati arrestati anche tre agenti di polizia che, sempre a Roma, tra le 44 persone iscritte nel registro degli indagati per furto aggravato nello store di Coin alla stazione Termini, quasi la metà di di essi, ben 21, risultano appartenenti alle forze dell’ordine, tra Polfer e carabinieri in servizio alla stazione.
L’indagine della magistratura ruota attorno a presunti furti nel negozio Coin di via Giolitti, a pochi passi da Termini.
Il fascicolo giudiziario prende le mosse da un ammanco di 184mila euro, emerso con l’inventario effettuato dal direttore dello store di Coin nel febbraio 2024. Sarebbe stato lo stesso direttore del punto vendita a segnalare le anomalie contabili che hanno fatto scattare gli approfondimenti investigativi da parte dei carabinieri.
Al centro dell’indagine ci sarebbe una cassiera dello store che viene ritenuta dai magistrati come la talpa interna. La cassiera avrebbe selezionato in anticipo, forse su commissione, i capi di abbigliamento, occultandoli in un armadio del negozio vicino alla propria postazione.
Il sistema ipotizzato prevedeva la rimozione delle placche antitaccheggio, il taglio delle etichette e la preparazione delle buste, così da consentire l’uscita della merce senza pagamento o senza una corretta registrazione in cassa.
Tra gli indagati nove risultano appartenenti alla Polizia Ferroviaria, tra cui una dirigente, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo e un’agente.
Risultano altresì coinvolti anche dodici militari dell’Arma dei carabinieri, tra cui un brigadiere, diversi vice brigadieri e un paio di appuntati scelti in servizio presso la stazione Termini.
L’inchiesta è in corso ed è nella fase delle indagini preliminari, solo dalle sue conclusioni si potranno chiarire le eventuali responsabilità individuali e le modalità di funzionamento del presunto sistema di furti alla Coin.
Ma, sempre a Roma, questa notizia è arrivata quando non era passata neanche una settimana dall’arresto di tre agenti di polizia accusati di complicità nel traffico di droga.
Ci sono infatti anche tre poliziotti tra i 7 arrestati il 17 febbraio scorso dalla Direzione investigativa antimafia nell’ambito di indagini della Dda di Roma su un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.
La Dia ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Roma nei confronti dei 7 indagati, tra cui tre appartenenti alla Polizia di Stato che, secondo quanto ricostruito, in numerose occasioni hanno detenuto e ceduto ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti e hanno fatto accesso abusivamente al sistema di consultazione Sdi delle forze dell’ordine, rivelando notizie d’ufficio e informazioni a un soggetto del quartiere Tufello.
L’indagine, che era stata avviata nel 2024 dal Centro operativo Dia di Roma con il coordinamento della Dda della Procura della Capitale, ha permesso di accertare l’esistenza e l’operatività di un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, i cui componenti si avvalevano di appartenenti alla Polizia di Stato al fine di rifornirsi di stupefacenti.
E dire che negli stessi giorni, tra il 16 e il 17 febbraio, la Questura di Roma riporta nel suo sito che 11 spacciatori (vengono però definiti pusher, ndr) “sono finiti in manette in distinte operazioni messe a segno dagli agenti dei Commissariati di zona dal quartiere Flaminio all’Eur, da Porta Maggiore a via Appia, all’area di Prenestino e Monteverde, fino a Civitavecchia e altri sette sono stati arrestati nelle piazze di spaccio della periferia est della Capitale, fino a Tor Pignattara”. Una dimostrazione di grande efficienza e operatività, ma su quanto avvenuto relativamente alla indagine relativa e agli esiti dell’operazione nella zona del Tufello non si rileva un comunicato. Neanche nei giorni successivi.
Il problema che sta emergendo tra polemiche spesso strumentali è esattamente questo: anche su chi indossa la divisa deve essere possibile per la magistratura poter svolgere le indagini per appurarne se ci siano o meno responsabilità penali, durante o fuori servizio. Lo scudo di impunità proposto dal governo risulta per questo una misura inaccettabile.
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