Negata per oltre un anno, per non indebolire il “sostegno all’Ucraina” e la credibilità “deterrente” dell’alleanza euro-atlantica, la crisi tra le due sponde dell’oceano ha finalmente ricevuto la sua certificazione più autorevole.
Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco – nome da brividi, per chi conosce la Storia – il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha steso una lapide sull’ordine internazionale creato a partire dal 1989, dopo la “caduta del Muro” e lo scioglimento dell’Unione Sovietica.
“L’ordine internazionale basato su diritti e regole... non esiste più come una volta”, ha sentenziato Merz, riconoscendo addirittura che “La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse già perduta” e che “Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata”.
Al punto che viene fatto cadere l’ultimo tabù dell’epoca ormai conclusa: l’arsenale nucleare tedesco. “Ho parlato con Emmanuel Macron di una deterrenza nucleare europea”, ha detto Merz, suggerendo che la Germania sta apertamente lavorando ad alternative vista l’incertezza sulla protezione a lungo termine degli Stati Uniti.
La soluzione indicata per il momento, visto il rischio concreto di far esplodere contemporaneamente anche tutte le contraddizioni interne all’Unione Europea e nello stesso rapporto con gli Usa, viene indicata in una “Nato 3.0”, che prosegue la collaborazione euro-atlantica ma con una UE “patriottica”, più autonoma, che spende molto di più in armamenti.
Il tono generale del discorso di Merz, infatti, ha illuminato in modo particolare la “centralità tedesca” in questa “Europa” militarmente più “attiva”, confermando appieno la volontà di costruire rapidamente “l’esercito più potente d’Europa”. Che è l’esatto opposto di un “potente esercito europeo” e fa venire un brivido lungo la schiena a tutti i partner, specie nella prospettiva che – ad ammodernamento militare completato – quel potenziale distruttivo potrebbe essere nelle mani dei neonazisti dell’AfD, ancora in crescita nei sondaggi (al 26%) alla vigilia di ben sei elezioni regionali.
Mettendo in fila le dichiarazioni del Cancelliere – in picchiata nel consenso popolare interno – si possono vedere con estrema chiarezza tutti i punti di rottura del nuovo quadro strategico occidentale.
Conferma, come detto, dell’alleanza atlantica, ma con differenze profonde rispetto a Washington – soprattutto nell’attuale “versione Maga”, ma non solo – sia sul piano strettamente militare che, a maggior ragione, su quello economico. “Un profondo divario si è aperto tra Europa e Stati Uniti”, ha detto Merz. “Le guerre culturali degli USA non sono le nostre. E non crediamo nelle tariffe e nel protezionismo, ma nel libero scambio”.
La differenza di interessi è diventata enorme, specie da quando la dipendenza energetica nei confronti degli Usa è diventata un nodo scorsoio intorno al collo dell’economia continentale, notoriamente a “trazione germanica”.
La Germania vorrebbe uscirne, e lo dice, autonomizzandosi strategicamente ma senza esacerbare troppo le relazioni con gli Usa, mantenendo altissima la tensione con Mosca (“Questa guerra finirà solo quando la Russia sarà almeno economicamente, potenzialmente militarmente, esausta”), aumentando i contenziosi con la Cina (dove il cancelliere sta per andare in visita, oltretutto) che sta trovando nell’Europa una valida alternativa al mercato Usa.
Troppi nemici. E troppo potenti. E tutti nello stesso momento. Dunque è necessario, in quel disegno, aumentare il livello dell’“unità europea”. Ma anche qui l’atteggiamento tedesco attuale sta creando più problemi che soluzioni.
Sono passati pochi giorni dalla rottura dell’accordo con Francia e Spagna per realizzare il Sistema di Combattimento Aereo del Futuro (fra l’altro aderendo al progetto concorrente di Londra e Tokyo) e molti paesi dell’Est stanno rilevando problemi serissimi nei controlli alle frontiere interne di Shengen.
La ragione primaria è tutta interna alla politica tedesca (Merz cerca di contrastare l’avanzata dei neonazisti adottando i loro cavalli di battaglia, come la stretta ai flussi migratori; il che fa prevedere un loro più facile progresso, visto che il “senso comune” della popolazione ne viene stravolto).
Ma la sindrome del “controllo” è già così esasperata che a farne le spese – paradossalmente – sono gli immigrati ucraini (contraddicendo l’asserito “appoggio a Kiev”), a partire da quei soldati fatti prigionieri in guerra.
Le autorità ucraine avevano consegnato la lista degli ex prigionieri all’agenzia per l’applicazione della legge Europol, ma solo a scopo informativo. I loro nomi sono successivamente finiti nel Sistema d’informazione Schengen dell’UE – un database che collega le autorità di controllo frontaliero e di polizia in tutto il blocco – e quando hanno provato a ricongiungersi con le famiglie (spesso emigrate per sfuggire alla guerra) si sono visti respingere alla frontiera con la Germania.
Piccoli e grandi segnali di un caos crescente, perché le preoccupazioni “nazionalistiche” sono ovviamente in totale contraddizione con la pretesa di “patriottismo comunitario” che pure Merz e i suoi propugnano.
Per ora siamo alle dichiarazioni, certo. Così come sono state soltanto parole quelle spese nel “vertice informale” dei capi di stato o di governo, due giorni fa. Ma indicano percorsi che devono essere resi concreti.
E se fin dalle parole emergono problemi di logica, dunque di validità delle indicazioni strategiche, non ci si può aspettare altro che una moltiplicazione dei problemi.
E questo senza neanche mettere in conto l’auspicabile aumento della conflittualità sociale una volta che la spesa pubblica dell’intero continente vedrà aumentare esponenzialmente la quota destinata agli armamenti – e all’arsenale nucleare! – riducendo, per forza di cose, quella destinata a una spesa sociale che dovrà provare a contenere gli effetti di salari congelati e disoccupazione crescente (l’intelligenza artificiale ormai minaccia persino la finanza!)
Grande è il disordine sotto il cielo...
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