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07/02/2026

Italia - Milioni di lavoratori in pensione, i bassi salari dietro al crollo demografico

Se volessimo delineare l'immagine del lavoratore italiano, potremmo benissimo tratteggiare quella di un soggetto sospeso a mezz’aria, tra la propria nascita e il meritato riposo. Alcuni dati pubblicati recentemente, infatti, da una parte lanciano l’allarme per 4 milioni di lavoratori che andranno in pensione in meno di dieci anni, e dall'altra accettano, con un’alzata di spalle, che il lavoro sottopagato sta impedendo ai più giovani di farsi una famiglia.

Vediamo alcuni di questi numeri. Secondo un’elaborazione di Adapt basata sui dati Istat, l’Italia vedrà oltre 4 milioni di persone andare finalmente in pensione entro il prossimo decennio. Nonostante i continui aumenti dell’età pensionabile e i tanti impedimenti per usufruire di un’uscita anticipata dal lavoro, alla fine circa un quinto degli attuali occupati potranno finalmente entrare in quiescenza.

Oggi, i lavoratori tra i 55 e i 64 anni rappresentano il 23% del totale. Non può dunque sorprendere che il pensionamento si avvicina per molti di loro. Mentre comparti come quelli legati a servizi digitali e attività con maggiori risvolti artistici può contare su una forza lavoro in genere più giovane, il cuore produttivo e amministrativo del paese si trova in tutt’altra condizione.

Nella Pubblica Amministrazione e nell’istruzione l’età media dei lavoratori supera i 50 anni. Nella manifattura ci sono 872 mila lavoratori tra i 55 e i 64 anni, il che significa che quasi un quinto del totale è prossimo alla pensione. Per riassumere, la PA, la scuola e l’industria perderanno il 18,6% di coloro che sono impegnati in questi settori.

Senza un ricambio generazionale adeguato, la loro uscita per pensionamento creerà voragini difficili da colmare. Al contrario, percorsi impossibili e costosi, insieme a prospettive retributive terribili spingono molti giovani a lasciare il paese, mentre, sul lungo termine, nemmeno i nuovi nati danno speranze.

Il numero di nascite è ormai stabilmente sotto la soglia delle 400mila unità l’anno, con un tasso di fecondità che nel 2024 ha toccato il minimo storico. Questo dato, unito alla difficoltà d’ingresso nel mercato del lavoro non solo dei giovani, ma nello specifico anche delle donne in generale, crea un corto circuito. Con un tasso di occupazione femminile al 54% (che precipita al 43,1% al Sud), l’Italia è 12 punti sotto la media UE.

C’è poi il nodo migranti. I prenditori italiani hanno usato a lungo gli stranieri, magari ancor più facilmente ricattabili se irregolari, per fare profitto pagando salari da fame. Ma lo spostamento a destra dell’opinione pubblica, attentamente alimentato per creare le condizioni di repressione di qualsiasi tentativo di alzare la testa, ha anche prodotto una narrazione ideologica in cui lo straniero è un problema.

Un altro cortocircuito di un sistema al degrado. Oggi, il 10,5% degli occupati è straniero, e quello che probabilmente si vedrà in futuro è il tentativo di tenere insieme la criminalizzazione dell’immigrato insieme alla volontà di attirare forza lavoro qualificata per colmare i gap che si andranno automaticamente a creare con i giovani italiani incentivati a fuggire da un paese che non gli offre nulla (già oggi ci sono 1,4 milioni NEET).

Infine, pochi giorni fa è uscito un articolo molto dettagliato su Il Sole 24 Ore che ha evidenziato un dato di fatto, che però la politica si ostina a voler nascondere (basta sentire le dichiarazioni di Giorgia Meloni): il crollo demografico deriva dal lavoro sottopagato. Lo mostra l’incrocio dei dati Istat e dei report dell’Area Studi di Mediobanca.

L’economia italiana non è affatto in crisi, se guardata dal lato dei capitali. Nel 2023, la quota dei profitti (il rapporto tra risultato lordo di gestione e valore aggiunto) ha superato il 46%, un picco storico. Il risultato lordo di gestione delle società finanziarie ha sfiorato i 480 miliardi di euro.

Di contro, la quota di ricchezza destinata ai salari è sprofondata al suo minimo storico, circa il 39% del PIL. Nonostante lo shock energetico e l’inflazione, gli imprenditori hanno saputo proteggere i propri margini di guadagno traslando i costi sui prezzi finali. E anche la storiella dei bassi salari a causa della bassa produttività viene smontata: visti i margini di profitto, vuol dire che una parte di quel “valore” prodotto potrebbe tranquillamente andare in tasca ai lavoratori.

A dirlo sono i paragoni con alcuni paesi altamente industrializzati dell’Asia, in genere visti come la punta di diamante della produttività. Se guardiamo al rapporto tra PIL e ore lavorate, l’Italia risulta statisticamente più produttiva di colossi come Giappone e Corea del Sud (il Belpaese produce 74/75 dollari ogni ora contro i 51/69 del Giappone e 47/64 della Corea del Sud).

La produttività italiana è addirittura cinque volte maggiore di quella cinese, ai primi posti per automazione dei processi produttivi e dove i salari nelle più importanti città ormai raggiungono livelli occidentali, ma con un minor costo della vita.

Scrivono su Il Sole: “poiché il PIL è, semplificando, la somma dei profitti, delle rendite e dei salari, se un’azienda ha un potere di mercato enorme (un monopolio, un marchio di lusso, o tariffe energetiche gonfiate), quella risulterà ‘produttiva’, anche se i suoi dipendenti lavorano esattamente come quelli di una ditta concorrente”.

Stando agli autori dell’articolo de Il Sole, in molti di questi paesi si preferisce una più alta occupazione al poter scrivere un numero alto sulle tabelle ministeriali. Non solo come strumento di ammortizzazione sociale, ma anche perché ciò permette di mantenere attivo il ciclo economico e di valorizzazione, con un ritorno sull’intera collettività. Insomma, la manfrina della produttività nasconde in realtà una scelta politica.

E tornando al tema del crollo demografico, anche questo non si risolve invocando i “valori della famiglia”, ma affrontando la questione salariale. Il valore aggiunto prodotto dall’Italia esiste, ma viene drenato da costi energetici folli, rendite immobiliari e margini aziendali record. Bisogna smettere di parlare di “scarsa produttività” e iniziare a parlare di relazioni industriali che favoriscano i salari al profitto.

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