È chiaramente materiale per gli avvocati difensori degli arrestati, attuali e futuri, per i fatti di Torino. Oltre che per i magistrati chiamati ad occuparsene.
Però, anche come attivisti in qualche misura resi “esperti” da una vita di militanza, ci sembra che questa testimonianza di una giornalista de il manifesto getti una luce completamente diversa sull’episodio-chiave che sta orientando la “comunicazione” governativa, della destra post fascista, del cosiddetto “campo largo” e anche di qualche fesso sempre pronto a cadere nella distinzione tra “buoni” e “cattivi”, alimentando la retorica sugli “infiltrati” anche quando non ci sono (altre volte sì, e l’abbiamo anche denunciato spesso).
Partiamo dagli elementi certi: c’è un video, girato da un reporter – professionista o free lance non sappiamo, ma non importa – che mostra la sequenza completa del “pestaggio col martello”.
Quel video, che non vediamo l’ora di vedere per intero, secondo la giornalista mostra un poliziotto che si avventura in solitaria contro un gruppetto di manifestanti che si stanno ritirando per cominciare a manganellare due di loro che erano rimasti indietro, infierendo su uno caduto a terra.
A quel punto un gruppetto torna indietro per sottrarre i due compagni alla furia del manganellatore solitario, lo spinge via e solo a quel punto si comincia a veder quel che gira dappertutto – ma opportunamente tagliato – da ieri sera.
La paternità del video “aggiustato” viene rivendicata quasi contemporaneamente dall’ex senatore del Pd, Stefano Esposito (un anti-tav storico anche come autore di fake news, ora disperso in formazioni ignote) e dal ministro della difesa Guido Crosetto, che ne prende spunto per straparlare di “combatterli come le BR”. E dire che Crosetto passava per “quello serio” in una compagine un po’ risibile...
Ce n’è abbastanza, ci sembra, per vedere la scena in modo un po’ diverso e più simile a quel che vediamo in questa settimane a Minneapolis. Un “agente” che si crede Rambo, ma che nel picchiare i manifestanti sbaglia pesantemente approccio (rimane solo, sconsigliato da tutti i manuali) e viene respinto – in modi altrettanto bruschi, inevitabilmente – da diversi “Alex Pretti” nostrani. Per fortuna di tutti, qui, l’uso delle armi in piazza non è una pratica comunemente ammessa.
Chissà se è a questo che Matteo Salvini pensava quando, straparlando a sua volta, ha detto che “per questa gentaglia il carcere non basta”. Oppure preferisce la tortura?
P.s. Nel frattempo, il poliziotto “ridotto quasi in fin di vita”, è stato dimesso a meno di 24 ore dalla “terribile aggressione”. Giusto il tempo di fare da sfondo per un servizio fotografico con la presidente del consiglio, evidentemente dotata di poteri terapeutici miracolosi (dev’essere per questo che ad un certo angioletto in una chiesa è stato imposta la sua effigie...).
Però, anche come attivisti in qualche misura resi “esperti” da una vita di militanza, ci sembra che questa testimonianza di una giornalista de il manifesto getti una luce completamente diversa sull’episodio-chiave che sta orientando la “comunicazione” governativa, della destra post fascista, del cosiddetto “campo largo” e anche di qualche fesso sempre pronto a cadere nella distinzione tra “buoni” e “cattivi”, alimentando la retorica sugli “infiltrati” anche quando non ci sono (altre volte sì, e l’abbiamo anche denunciato spesso).
Partiamo dagli elementi certi: c’è un video, girato da un reporter – professionista o free lance non sappiamo, ma non importa – che mostra la sequenza completa del “pestaggio col martello”.
Quel video, che non vediamo l’ora di vedere per intero, secondo la giornalista mostra un poliziotto che si avventura in solitaria contro un gruppetto di manifestanti che si stanno ritirando per cominciare a manganellare due di loro che erano rimasti indietro, infierendo su uno caduto a terra.
A quel punto un gruppetto torna indietro per sottrarre i due compagni alla furia del manganellatore solitario, lo spinge via e solo a quel punto si comincia a veder quel che gira dappertutto – ma opportunamente tagliato – da ieri sera.
La paternità del video “aggiustato” viene rivendicata quasi contemporaneamente dall’ex senatore del Pd, Stefano Esposito (un anti-tav storico anche come autore di fake news, ora disperso in formazioni ignote) e dal ministro della difesa Guido Crosetto, che ne prende spunto per straparlare di “combatterli come le BR”. E dire che Crosetto passava per “quello serio” in una compagine un po’ risibile...
Ce n’è abbastanza, ci sembra, per vedere la scena in modo un po’ diverso e più simile a quel che vediamo in questa settimane a Minneapolis. Un “agente” che si crede Rambo, ma che nel picchiare i manifestanti sbaglia pesantemente approccio (rimane solo, sconsigliato da tutti i manuali) e viene respinto – in modi altrettanto bruschi, inevitabilmente – da diversi “Alex Pretti” nostrani. Per fortuna di tutti, qui, l’uso delle armi in piazza non è una pratica comunemente ammessa.
Chissà se è a questo che Matteo Salvini pensava quando, straparlando a sua volta, ha detto che “per questa gentaglia il carcere non basta”. Oppure preferisce la tortura?
P.s. Nel frattempo, il poliziotto “ridotto quasi in fin di vita”, è stato dimesso a meno di 24 ore dalla “terribile aggressione”. Giusto il tempo di fare da sfondo per un servizio fotografico con la presidente del consiglio, evidentemente dotata di poteri terapeutici miracolosi (dev’essere per questo che ad un certo angioletto in una chiesa è stato imposta la sua effigie...).
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Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.
La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.
Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.
Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.
In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.
A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.
Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde il casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).
Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.
Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.
Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.
Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli.
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