Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/08/2026

Il fattorino come imprenditore di sé

C’è più di qualcosa che stride nel racconto di Marco Coppini, rider a 60 anni. La Nazione, quotidiano da poco entrato nella galassia di Leonardo Maria Del Vecchio (è sempre importante fare caso alla proprietà dei giornali su cui leggiamo questo tipo di storie), ci propone l’intervista ad un orafo che – in seguito alla crisi del settore in cui operava – ha scelto di cambiare vita.

Questo è il primo elemento: raccontare come scelta una scelta obbligata; vestire di libero arbitrio qualcosa che di base subiamo, come il repentino cambiamento di un mercato, è un elemento essenziale della retorica neoliberista. “Ho deciso di cambiare tutto”, eppure nell’articolo si parla distintamente di crisi del settore. Che viene subito riconvertita, sul piano narrativo, in ‘giro di boa’, ‘molla che lo ha spinto ad appendere il campionario al chiodo’. E così, si passa la palla alla capacità individuale di reagire o meno, di riorganizzarsi, di reinventarsi. A Marco, rimasto senza lavoro, non resta che – a sessant’anni – cercare un’opportunità di guadagno nella “gig economy” (letteralmente: economia dei lavoretti. Ancora una volta l’inglese ci aiuta a produrre una distanza semantica).

Il giornale costruisce attorno alla sua storia un modello di autoimprenditorialità.
Questo taglio trasforma una condizione materiale in una caratteristica della personalità: non rimane disoccupato perché è intraprendente; per converso, chi è disoccupato evidentemente è pigro.

La frustrazione di Marco, che era rimasto a casa, viene raccontata come spirito di azione irrefrenabile, nonché esemplare (se no, perché lo staremmo raccontando su un quotidiano? Per elevarlo a esempio). “Durante il lockdown non accettavo l’idea di restare chiuso in casa (…)” così ha mandato la candidatura a Deliveroo, e dopo appena venti giorni (!) ha cominciato a lavorarci. L’immediato riscontro, apparentemente il segnale dell’efficienza di un’azienda pronta a offrire delle opportunità, è invece il sintomo di un modello di reclutamento che, soprattutto durante il boom delle consegne a domicilio nel lockdown, aveva tutto l’interesse ad assorbire rapidamente grandi quantità di manodopera.

Il lavoro di fattorino, inoltre, ha delle barriere bassissime all’ingresso e, servendosi di persone che non devono essere particolarmente qualificate (i requisiti pubblicati da Deliveroo sono: maggiore età, diritto a lavorare in Italia, mezzo proprio, smartphone e IBAN), “butta dentro” chiunque. I motivi per cui di solito una persona che è rimasta disoccupata a sessant’anni fa fatica a trovare lavoro (perlopiù legati alla spendibilità delle sue competenze, o alla volontà dell’azienda di riconoscerle sul piano della retribuzione, ovvero di investire nella sua formazione), nel caso di Deliveroo, semplicemente vengono meno. E non perché Deliveroo sia un’azienda magnanima.

Il lavoro, che ci viene presentato in apertura come vantaggioso perché (cit.) “Marco facendo il fattorino è padrone del suo tempo”, viene dettagliatamente descritto di seguito. Ed è qui che l’articolo raggiunge vette inesplorate di dissociazione cognitiva. È ironico che il paragrafo s’intitoli proprio così, “i vantaggi del nuovo lavoro”, ed eccoli a voi: 25-30 ordini al giorno, si vive di corsa anche a costo di sacrificare i rapporti umani. E continua: “Marco costruisce il suo stipendio sul costo di ogni ordine che si aggira sui 4 euro”.

Il concetto di costruirsi lo stipendio racconta come autonomia quello che invece è un trasferimento del rischio sul lavoratore: il reddito non è garantito e, per aumentarlo, l’unica leva disponibile è moltiplicare numero di consegne e ore di lavoro. Infatti, subito dopo, dichiara di lavorare tutti i giorni 12 ore al giorno, o più; e aggiunge: ovviamente lavoro per ferragosto e per le feste comandate. Ferie? Qualche giorno quando lo decido io.

L’avverbio, “ovviamente”, è l’architrave del ragionamento: in questo modello di occupazione, che Marco ha profondamente interiorizzato, il riposo non è neppure contemplato. Sei padrone del tuo tempo ma sei obbligato a spenderlo tutto lavorando. La Nazione decide di far uscire questa dichiarazione sul giornale (“ovviamente lavoro a ferragosto”) esattamente nel giorno di ferragosto: la secolarizzazione di feste, un tempo sacre per i lavoratori, è coerente con l’impianto vagamente propagandistico dell’articolo.

L’azienda non paga tempi morti, non si accolla la possibilità che una sera, ad esempio, ci sia pochissima gente ad utilizzare la piattaforma (nel qual caso, Marco resterebbe probabilmente privo di una paga). Deliveroo non ha bisogno di obbligare Marco a lavorare 12 ore o più (neppure potrebbe): è sufficiente pagarlo in modo tale che dodici ore diventino per lui la scelta economicamente più sensata, probabilmente l’unica – se non ha altri lavori – per autosostenersi. Questo modello, oltretutto, è fortemente abilista: se ti ammali, e non lavori, non vieni pagato. Ed è un problema tuo. Però, hey: puoi sempre andare a fare consegne con 40 di febbre! O sei un mollaccione?

La ciliegina su questa torta di neoliberismo è la descrizione della consegna più bizzarra: un tubetto di maionese alle 2 di notte. Immaginate di descrivere come bizzarra e basta l’idea che qualcuno, per un tubetto di maionese alle 2 di notte - probabilmente l’emblema di assoluta inutilità e non necessarietà di qualcosa (cosa cazzo ci fai di tanto irrimandabile con la maionese?) – movimenti un’intera macchina: il fattorino che deve macinare chilometri, l’impatto ambientale di questo capriccio.

La cosa curiosa è che l’articolo sia corredato da tutta una serie di foto di Marco Coppini, con lo zainetto brandizzato ben in vista, in posa durante il proprio lavoro: sullo scooter, vicino al McDrive, persino insieme alle cameriere dei ristoranti in cui ritira gli ordini. Non possiamo fare a meno di domandarci come nasca questo tipo di notizia, che sembra frutto di un vero e proprio reportage. O di un comunicato stampa confezionato ad arte.

Il linguaggio che Coppini adotta è curiosamente identico a quello della pubblicità di Deliveroo in cui facilmente inciampi scrollando sui social: “E se fossi tu a decidere quando lavorare? Ti piacerebbe lavorare quando vuoi tu?”. Possiamo solo ipotizzare che Deliveroo sia un’inserzionista del giornale, date le somme cospicue che spende in pubblicità. Il che sarebbe consolatorio, in un certo senso: diversamente, significherebbe che facciamo pubblicità gratuita alla piattaforma, e che il suo linguaggio è entrato nelle nostre coscienze.

Il virgolettato nel titolo è tutto. “4 euro a consegna ma sono felice”. L’avversativa – ma sono felice – compensa la scarsità della paga con un piano emotivo di soddisfazione personale. Cosa accadrebbe se qualcuno fosse felice per una paga addirittura inferiore? Avremmo risolto ogni problema di sfruttamento? La ricattabilità del lavoratore e la forte disparità nel potere contrattuale fra azienda e lavoratore sta alla base del diritto del lavoro; il ragionamento per cui “sono felice” sottrae questo rapporto al potere della legge, e lo sposta totalmente, pericolosamente, sul piano privato.

“Ripartire dalle proprie potenzialità” è un’altra espressione alienante: le potenzialità di Marco erano altre; ha dovuto cedere ad un ribasso, e interpretare come potenzialità personali cose che grossomodo chiunque potrebbe fare; compiti estremamente semplici, tipici di un lavoro scarsamente qualificato. Le qualità e le competenze acquisite in un altro campo, qui semplicemente non servono né gli vengono riconosciute.

In conclusione, possiamo davvero dire che Marco sia padrone del proprio tempo? Il suo tempo appartiene a Deliveroo. Semplicemente perché, se non lo trascorresse quasi tutto a fare consegne, guadagnerebbe davvero molto poco. Però è felice.

Fonte 

20/08/2026

Il sistema mediatico è fuori di senno

La foia guerrafondaia dei media occidentali supera ormai per cialtroneria ed estremismo qualsiasi idiozia possa uscire dalla tastiera di Trump.

La dimostrazione solare è arrivata ieri da un presunto scoop del Financial Times – giornale attendibile “fino ad un certo punto” sui temi economici, ma inevitabilmente esposto come tutti alla stupidaggine quando copre temi geostrategici – che è stato ripreso, modificato, manipolato fino alla falsificazione da tutti i media italioti. Sia stampati che in video.

Andiamo con ordine perché è bene cogliere appieno la portata dell’operazione e quindi dello “spirito” che ormai domina in certe redazioni.

Il Financial Times, dicevamo, decide di pubblicare un articolo che raccoglie – a suo dire – alcune “indiscrezioni” provenienti da funzionari iraniani. Il titolo, nella foto qui di fianco, è abbastanza chiaro, seppur incomprensibilmente accompagnato con una foto dalla Russia: “Alcuni insider dicono che l’Iran osserva [possibili] obiettivi militari in Europa se Trump imprimerà un’escalation alla guerra”.

Lasciamo per ora perdere l’attendibilità della “fonte”, che in questi casi è sempre incerta, al limite del gioco delle spie. E restiamo alla lettera del titolo: se l’America riprenderà a bombardare, magari aumentando l’intensità degli attacchi, in quel caso l’Iran potrebbe dirigere i suoi missili verso le basi presumibilmente Usa e/o Nato presenti sul territorio europeo.

Dal punto di vista logico e strategico, in questa eventualità, è possibile. L’Iran ha adottato lo stesso criterio nei confronti dei paesi del Golfo Persico e in Medio Oriente, demolendo parecchi radar e basi americane – con qualche “danno collaterale” per i paesi che le ospitano.

Dunque potrebbe fare altrettanto con i paesi europei, che appoggiano materialmente lo sforzo americano ma con l’aria di chi non sa come funzionino le basi e cosa vi avvenga dentro (rifornimenti di munizioni e carburante, manutenzione, radar, ecc.).

Questa contro-escalation iraniana sarebbe peraltro subordinata ad una condizione precisa: l’escalation bellica, SE sarà decisa e praticata da un Trump sull’orlo della crisi di nervi per i fallimenti registrati in sei mesi.

I media italici avrebbero potuto quindi riprendere la notizia del Financial Times nella sua interezza, commentarla, “arricchirla” con dichiarazioni di qualsiasi provenienza attendibilità, ecc., evidenziando magari il rischio per le nostre popolazioni insito nella dinamica di guerra imposta da Usa e Israele a tutto il Medio Oriente e quindi anche al Mediterraneo.

Troppo facile, troppo deontologicamente corretto, troppo poco allarmante per “farci un titolo ad effetto”...

L’ordine che ha attraversato pressoché tutte le direzioni e le redazioni è stato univoco: eliminare dai titoli qualsiasi accenno alla “condizione” indicata dal FT (l’escalation Usa) e dare soltanto la parte dell’“attacco all’Europa”.

Ovviamente “ingiustificato”, “intollerabile”, e via sacramentando. Come si può vedere dal titolo di Repubblica qui di fianco (ma erano tutti simili, dal Corriere in giù, potete divertirvi su Internet), che si sbizzarrisce elencando subito i possibili obbiettivi e mettendo una foto per criminalizzare i pacifisti che chiedono la chiusura delle basi Usa.

Che questa unanimità sia “casuale” è ovviamente impossibile. Per quanto devastata sia la categoria “giornalaia” ci dovrà pur essere una singola testata che – se non altro per ragioni di concorrenza – rispetti la notizia originale. Niente, neanche Il Fatto stavolta dirazza rispetto al mainstream... Di fronte all’Iran tutti con l’elmetto.

È evidente che dire “l’Iran ci vuole attaccare” è completamente diverso dal dire “se Trump intensifica gli attacchi, allora la risposta di Teheran potrebbe arrivare fino a noi”.

Nel primo caso sono gli ayatollah o i pasdaran a rappresentare il pericolo per la pace, nel secondo è Trump – e l’America – a dover essere “contenuto”.

Nel primo caso l’unica cosa da fare è armarsi ed eventualmente partecipare fisicamente alle prossime iniziative di guerra; nel secondo l’Unione Europea e financo l’Italia potrebbero fare pressione sugli Usa – nei limiti delle loro scombiccherate direzioni politiche – per evitare che la guerra in Medio Oriente diventi semi-globale.

La scelta – nelle redazioni e soprattutto tra i proprietari dei giornali – è stata dunque una scelta di campo e di guerra. Non c’è nulla da capire e da fare se non combattere. Come per l’Ucraina, insomma.

La foia guerrafondaia del sistema mediatico “industriale” ormai ha assunto la stessa dinamica che alimenta i pogrom o la caccia alle streghe, con un rimbalzare di voci incontrollate che convergono sull’indicazione di un nemico da scuoiare vivo a furor di popolo (redazionale). Nel migliore dei casi, se l’innocente è debole, finisce con un omicidio immotivato. Se è abbastanza forte da resistere, invece, finisce malissimo...

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01/06/2026

L’Ucraina è un problema, per chi la sostiene

Nel caos quotidiano in cui siamo immersi può essere utile soffermarsi un attimo su come non funziona più l’informazione occidentale.

Ieri tv e media vari, sia cartacei che online, hanno detto che – secondo Rosatom, l’agenzia russa per l’energia atomica – un drone ucraino ha colpito la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, senza causare danni alle attrezzature principali, ma lasciando un buco nella parete di una sala macchine.

Il direttore generale della centrale, Alexei Likhachev ha rilevato che “le attrezzature principali non hanno subito danni, ma nella parete della sala macchine si è formato un buco. Colpisce il fatto che il drone fosse guidato tramite fibra ottica. Ciò esclude completamente l’ipotesi di un presunto colpo accidentale”.

I droni a fibra ottica, venendo guidati tramite un filo di fibra che si srotola in aria, hanno infatti il “difetto” di non avere una lunga gittata, ma anche il “pregio” militare di non essere “deviabili” mediante segnali di disturbo basati su onde radio. Sono peraltro facilissimi da riconoscere perché anche dopo l’esplosione restano parti del rotolo di fibra sul terreno e sono assenti le antenne radio.

I nostri media hanno dato la notizia sottolineando la smentita da parte ucraina sulla paternità del drone, per cui si è speso nientemeno che Zelenskij, abituato a recitare qualsiasi parte.

Colpire una centrale nucleare è militarmente facile, ma da pazzi scatenati per le possibili conseguenze, tanto più su un impianto collocati quasi sul fronte che divide truppe russe e ucraine. L’eventuale fall out di un’esplosione di materiale nucleare potrebbe infatti andare in qualsiasi direzione, a seconda dal vento che spira in quel momento.

Sarebbe anche un “crimine di guerra” secondo il diritto internazionale, ma ormai i sedicenti “liberali” si sono sbarazzati di questo concetto, ricordandosene al massimo quando possono o vogliono accusare qualcun altro...

Anche il responsabile pro tempre dell’Aiea (l’agenzia internazionale incaricata di vigilare), Raphael Grossi, si è esibito nello stesso numero circense, denunciando che “si gioca con il fuoco”, ma astenendosi dall’indicare il colpevole.

Riassumendo, secondo i “nostri” media, un drone non deviabile – quindi con proprio quell’obbiettivo – è caduto su una centrale nucleare, ma non si può sapere con certezza chi lo abbia sparato. Il tutto col tono neutro con cui si danno anche le previsioni del tempo...

Facciamo uno schemino logico semplice, alla portata anche di un “giornalista professionista” a contratto per la Rai o il Corriere.

Chi può esser stato?

La centrale di Zaporizhzhia, nella località di Energodar, è controllata fin dai primi giorni della guerra (24 febbraio 2022) dalle truppe russe. Ne consegue che, come in tutte le guerre, possa essere eventualmente un obbiettivo soltanto per le forze “nemiche”, anche se ovviamente farlo è una pazzia che si è però ripetuta diverse volte in questi quattro anni.

Dal punto di vista “informativo” va notato un lieve miglioramento. Fino a pochi mesi fa un drone o una cannonata sulla centrale di Zaporizhzhia era attribuito di default ad un “attacco russo”, stabilendo che le truppe di Mosca siano composte da deficienti che si bombardano da soli, per di più colpendo un impianto nucleare che spargerebbe radioattività su se stessi e magari anche qualcun altro. Oggi si lascia il lettore o l’ascoltatore nel dubbio, ma ammiccando – grazie a Zelenskij – sulla possibile paternità russa...

Un “giornalista professionista” sa che esistono, in tutte le guerre, operazioni chiamate “falsa bandiera”, ossia fatte apposta per far credere che l’autore sia diverso da quello autentico. Sono riconoscibili dal fatto che il danno è in genere molto limitato, o addirittura solo “evocativo”, come il drone (“russo”, ovviamente) che cade in Romania o in Lettonia o in Polonia. Ma sufficiente ad agitare la propaganda per qualche giorno.

Il caso della centrale di Zaporizhzhia è chiaramente opposto. Che il danno sia fortunatamente circoscritto è in questo frangente... un caso fortuito.

Riconoscere la paternità ucraina del drone, insomma, sarebbe abbastanza semplice, anche se in contraddizione con l’immagine patinata che si vuol dare in genere alle azioni Kiev. E dire che non mancherebbero certo i trucchi semantici per rendere possibile edulcorare anche l’attribuzione di un attacco fuori di cranio (“in una guerra può capitare”, ecc.).

Ancora più facile dovrebbe essere la descrizione della “direzione ideologica” dominante al vertice di Kiev. Anche chi non ha mai preso sul serio, infatti, la pretesa russa di voler “denazificare” l’Ucraina dovrebbe essersi accorto che i paesi confinanti – dal lato occidentale, peraltro – restano come minimo diffidenti.

Qualcuno, insomma, avrebbe anche potuto dare la notizia che il presidente polacco Karol Nawrocki – nazionalista sicuramente non “filo-russo” – nel motivare la sua contrarietà all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, ha accusato Kiev di “glorificare banditi e assassini”.

E non si tratta di un’accusa “generica”, ma a contorno della risepoltura in patria, con tutti gli onori immaginabili di una “figura centrale”, Andri Melnik, storico leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun), collaborazionista delle SS nella Seconda guerra mondiale, poi rifugiatosi in Canada.

“Purtroppo – ha denunciato Nawrocki – il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dimostrato che l’Ucraina ha una mentalità che glorifica i banditi e gli assassini dell’esercito insurrezionale ucraino (ala militare dell’Oun, ndr) e non è pronta a far parte della famiglia europea”, concludendo che “non c’è posto nella famiglia europea per banditi e assassini che hanno ucciso donne e bambini, che hanno assassinato polacchi”.

Qui nei “paesi fondatori” della UE si preferisce argomentare con ragioni economiche la non praticabilità dell’adesione rapida dell’Ucraina, come se fossero più “nobili” e neutre di quelle storiche.

Ma comunque la si giri, la “protezione” dell’attuale Ucraina è un disastro senza limiti. Lasciatoci in eredità dagli Stati Uniti, ma coltivato con poco invidiabile ottusità europea.  Ma vaglielo a spiegare, ai dattilografi pagati come giornalisti nelle redazioni che contano...

Per il PD e simili, invece, nessuna spiegazione è possibile. Incatenati a vita al “partito della guerra” statunitense, riescono spesso nel compito quasi impossibile di criticare il governo Meloni… da destra, perché “poco bellicoso”.

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27/03/2026

Le guerra delle parole e nelle parole

Ci sono parecchie cose a non quadrare nell’andamento della guerra in corso in Medio Oriente. Tra queste c’è la guerra delle e nelle parole utilizzate sui media mainstream per raccontare cosa sta accadendo.

Cominciamo dall’informazione secondo cui gli attacchi israeliani e statunitensi sull’Iran “colpiscono gli obiettivi”, mentre i missili iraniani in Israele sono caduti “in aree aperte” oppure “i detriti hanno causato danni”. E ancora leggiamo e sentiamo spesso che “Israele crea una zona cuscinetto in Libano”, mentre la Russia dal 2022 ha “occupato parte dell’Ucraina”.

A leggere i giornali o ascoltare i telegiornali in Italia – ma è così un po’ in tutti i paesi occidentali – l’idea che la gente si dovrebbe fare delle guerre in corso ne risulterebbe un po’ balzana. I mass media accettano servilmente di usare il linguaggio della propaganda senza mai azzardare un briciolo di dignità professionale o almeno di buonsenso.

Emblematico in tal senso è il Times of Israel, il quale il 25/03/2026 titola – testualmente – tre diverse corrispondenze dalle zone colpite in questo modo: “L’Iran sembra prendere di mira una centrale elettrica israeliana ma manca il bersaglio”. E ancora “Tre feriti mentre frammenti di missili iraniani cadono in un villaggio beduino non autorizzato”. Infine “Tre persone ferite leggermente, edifici distrutti mentre attacco iraniano prende di mira Tel Aviv”.

Altre fonti indicano invece una situazione ben diversa e assai meno rassicurante per il “fronte interno” israeliano.

Adesso dedichiamo un po’ di tempo a decostruire questo linguaggio della guerra nascosta dalle e nelle parole.

Cominciamo da “detriti”. I detriti danno ovviamente l’idea che il missile nemico sia stato intercettato e che siano caduti sul proprio territorio solo dei frammenti, in pratica solo un fastidioso danno marginale ma sempre meno grave di un missile “carico”.

I missili sono invece “caduti in un’area aperta”. Insomma il nemico spara sempre a casaccio e non coglie mai un obiettivo, non produce mai danni seri né – quasi – vittime.

Poi ci sono i “feriti”, che sono sempre “lievi” o “leggeri”. Niente di drammatico o che possa suscitare allarme. La precisazione sul fatto che il villaggio beduino in Israele colpito dai frammenti di missili non fosse “autorizzato” – non sionista, ma arabo, quindi “removibile” quando verrà deciso – è stato poi la ciliegina sulla torta.

Va avanti così da settimane. Ma poi, appena si apre una crepa in questo muro di disinformazione e censura, appaiono i dati oggettivi che parlano di più di 5mila feriti in Israele, 5.045 per l’esattezza. Ben 180 di questi ci sono stati solo nel recente bombardamento iraniano su Dimona e Arad nei pressi degli impianti nucleari israeliani.

Secondo l’AI, nel 2024, un rapporto globale ha calcolato un rapporto di circa 1,4 feriti per ogni civile ucciso. Questi numeri mostrano come per i civili l’evento letale sia statisticamente molto più frequente rispetto a quanto avvenga per i soldati. Ma Israele dichiara solo 14 morti, di cui 12 civili e 2 militari. Lo “scudo divino” ha strani effetti materiali...

Dal canto loro l’Iran dichiara oltre 1200 morti e 10.000 feriti tra civili e militari, mentre il Libano dichiara 1072 persone uccise e 2066 ferite.

Nei conflitti asimmetrici moderni ormai il numero delle vittime civili supera spesso abbondantemente – e drammaticamente – quello dei militari.

Ma è anche il fattore che impatta di più sulle opinioni pubbliche, che diffonde maggiormente il dolore nelle famiglie e abbassa il morale, sia nella società che nelle truppe al fronte. Motivo per il quale va tenuto nascosto, neutralizzato, mistificato dalle e con le parole. Fino a quando la verità viene fuori e strappa con violenza il velo della censura.

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02/02/2026

“Il martello” di Torino “aggiustato” da Crosetto

È chiaramente materiale per gli avvocati difensori degli arrestati, attuali e futuri, per i fatti di Torino. Oltre che per i magistrati chiamati ad occuparsene.

Però, anche come attivisti in qualche misura resi “esperti” da una vita di militanza, ci sembra che questa testimonianza di una giornalista de il manifesto getti una luce completamente diversa sull’episodio-chiave che sta orientando la “comunicazione” governativa, della destra post fascista, del cosiddetto “campo largo” e anche di qualche fesso sempre pronto a cadere nella distinzione tra “buoni” e “cattivi”, alimentando la retorica sugli “infiltrati” anche quando non ci sono (altre volte sì, e l’abbiamo anche denunciato spesso).

Partiamo dagli elementi certi: c’è un video, girato da un reporter – professionista o free lance non sappiamo, ma non importa – che mostra la sequenza completa del “pestaggio col martello”.

Quel video, che non vediamo l’ora di vedere per intero, secondo la giornalista mostra un poliziotto che si avventura in solitaria contro un gruppetto di manifestanti che si stanno ritirando per cominciare a manganellare due di loro che erano rimasti indietro, infierendo su uno caduto a terra.

A quel punto un gruppetto torna indietro per sottrarre i due compagni alla furia del manganellatore solitario, lo spinge via e solo a quel punto si comincia a veder quel che gira dappertutto – ma opportunamente tagliato – da ieri sera.

La paternità del video “aggiustato” viene rivendicata quasi contemporaneamente dall’ex senatore del Pd, Stefano Esposito (un anti-tav storico anche come autore di fake news, ora disperso in formazioni ignote) e dal ministro della difesa Guido Crosetto, che ne prende spunto per straparlare di “combatterli come le BR”. E dire che Crosetto passava per “quello serio” in una compagine un po’ risibile... 

Ce n’è abbastanza, ci sembra, per vedere la scena in modo un po’ diverso e più simile a quel che vediamo in questa settimane a Minneapolis. Un “agente” che si crede Rambo, ma che nel picchiare i manifestanti sbaglia pesantemente approccio (rimane solo, sconsigliato da tutti i manuali) e viene respinto – in modi altrettanto bruschi, inevitabilmente – da diversi “Alex Pretti” nostrani. Per fortuna di tutti, qui, l’uso delle armi in piazza non è una pratica comunemente ammessa.

Chissà se è a questo che Matteo Salvini pensava quando, straparlando a sua volta, ha detto che “per questa gentaglia il carcere non basta”. Oppure preferisce la tortura?

P.s. Nel frattempo, il poliziotto “ridotto quasi in fin di vita”, è stato dimesso a meno di 24 ore dalla “terribile aggressione”. Giusto il tempo di fare da sfondo per un servizio fotografico con la presidente del consiglio, evidentemente dotata di poteri terapeutici miracolosi (dev’essere per questo che ad un certo angioletto in una chiesa è stato imposta la sua effigie...).

*****

Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.

La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.

Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.

Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.

In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.

A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.

Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde il casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).

Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.

Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.

Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.

Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli.

Fonte

20/01/2026

Il liberticida Ddl Delrio verso la “discussione”. Ma antisionismo non è antisemitismo

L’avvio dell’esame in Commissione Affari costituzionali del Senato del Disegno di legge cosiddetto “contro l’antisemitismo”, segna un momento politicamente inquietante in un contesto mediatico e istituzionale di crescente demonizzazione e criminalizzazione dei movimenti di solidarietà con il popolo palestinese.

Il provvedimento, che vede come prima firma il senatore del Pd Graziano Delrio, è entrato nel vivo dell’iter parlamentare con l’obiettivo, indicato da una parte dei gruppi, di arrivare a un primo via libera entro il 27 gennaio ossia il Giorno della Memoria.

Il ddl è stato illustrato in Commissione dalla relatrice Daisy Pirovano (Lega) e viene esaminato congiuntamente ad altri tre disegni di legge del tutto analoghi presentati nelle settimane precedenti da Massimiliano Romeo (Lega), Ivan Scalfarotto (Italia Viva) e Maurizio Gasparri (Forza Italia). Un quadro che evidenzia una convergenza trasversale tra destra e Pd sul tema del contrasto all’antisemitismo come pretesto per silenziare – e sanzionare – l’antisionismo che, come è noto, è cosa ben diversa.

Forza Italia e Italia Viva spingono per adottare uno dei disegni di legge come testo base e avviare rapidamente la fase emendativa. Il Pd propone la creazione di un comitato ristretto incaricato di redigere un testo unificato che sintetizzi le diverse proposte, sul quale poi far confluire gli emendamenti.

La data del 27 gennaio diventa così non solo un riferimento simbolico, ma anche un banco di prova politico per misurare le convergenze destra-Pd in Parlamento sulla criminalizzazione della solidarietà con il popolo palestinese mistificando sull’antisemitismo.

Le piattaforme social e le università sono il bersaglio principale di questa torsione autoritaria e liberticida.

Nella presentazione del Disegno di legge è esplicitato che: “I contesti nell’ambito dei quali sono sempre più evidenti i fenomeni di antisemitismo sono le piattaforme on line e gli ambienti scolastici e universitari, nei quali la diffusione del linguaggio di odio e dell’intolleranza risulta in netta prevalenza rispetto al confronto tra punti di vista differenti”.

Il problema – e l’allarme democratico – emerge però dal fatto che l’articolo 1 del Ddl fa riferimento “alla definizione operativa di antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), in coerenza con la Risoluzione sulla lotta contro l’antisemitismo 2017/2692 (RSP) del Parlamento europeo del 1° giugno 2017 e alla delibera del Consiglio dei Ministri del 17 gennaio 2020.

In questi documenti, le posizioni politiche antisioniste – cioè contro l’ideologia sionista come progetto coloniale e suprematista – vengono equiparate all’antisemitismo cioè all’odio razziale verso tutti gli ebrei. Sono una forzatura a sostegno della visione ideologica del progetto coloniale israeliano e un evidente tentativo di azzittire ogni tentativo di contrastarla. Una sorta di legge ad paesem come denunciato recentemente da Alessandro Robecchi.

Dunque, nulla di più falso e nulla di più pericoloso per la vita democratica e il dibattito pubblico.

Ma è evidente che il Ddl Delrio ha l’obiettivo, in piena convergenza di vedute con la destra al governo, di normalizzare e zittire il dibattito politico su Palestina, Israele, sionismo etc dentro le università e le scuole che hanno visto migliaia di studenti e studentesse protagonisti delle mobilitazioni al fianco dei palestinesi.

Una particolare attenzione è volta a impedire la rottura delle relazioni tra università italiane e apparati israeliani (atenei, aziende, centri di ricerca etc.).

L’articolo 3 del Disegno di legge integra infatti l’articolo 1 della Legge 30 dicembre 2010, n. 240 con un ulteriore comma, “volto a rafforzare la tutela e la promozione dell’esercizio della libertà della ricerca e di insegnamento in ambito universitario e nello svolgimento delle attività di collaborazione con studiosi e dipartimenti di altre università italiane e straniere”.

Prepariamo e coordiniamo la mobilitazione contro questo ennesimo disegno di legge liberticida.

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06/01/2026

La diplomazia UE ha protetto Israele dalle sanzioni

C’è un deep state negli uffici degli Affari Esteri della UE, quelli di Kaja Kallas per capirci, che da due anni a questa parte ha lavorato in maniera certosina per manipolare le informazioni e nascondere il genocidio perpetrato da Israele, in modo tale da impedire qualsiasi tipo di iniziativa concreta contro Tel Aviv.

Questo è ciò che emerge da una recente inchiesta condotta dalla rivista indipendente francese Mediapart, pubblicata da Cédric Vallet e ripubblicata, tradotta, anche da Il Fatto Quotidiano. Sappiamo bene che, anche attraverso programmi come Horizon, la UE è totalmente complice dell’apartheid e della pulizia etnica a lungo termine portata avanti da Israele. Ma in questo caso, le informazioni rivelate da Medipart mostrano uno scenario inquietante rispetto alla presunta “dialettica democratica” di Bruxelles.

Stando alla rivista francese, ai vertici europei dopo il 7 ottobre 2023 si sarebbero scontrate due visioni: una totalmente appiattita su Israele, portata avanti da Ursula von der Leyen, l’altra rappresentata da Josep Borrell, allora Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, che aveva effettivamente perorato la causa di misure più nette contro Tel Aviv.

Sia chiaro, l’apartheid e la colonizzazione, seppur condannate a parole, non hanno mai visto interventi della UE che potessero esercitare davvero pressione sul governo israeliano. Borrell, il fautore del “giardino europeo”, si è schierato per sanzioni contro Israele solo riguardo alle stragi indiscriminate di civili, e sostenne l’esecuzione del mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu solo perché, come ebbe a dire verso la fine del suo mandato nel 2024, “non si possono fare differenze con Putin”.

Il doppio standard è stato usato largamente, ma anche per Borrell, una volta emesso il mandato, sarebbe stato esagerato far finta che non esistesse. Solo per interesse, da spendere su un altro fronte della deriva bellicista europea, di certo non a difesa dell’autodeterminazione dei palestinesi.

Tuttavia, anche solo un’adesione di facciata al diritto internazionale era troppo per un blocco importante di funzionari (e rappresentanti di interessi) all’interno della diplomazia europea. Sono state alcune figure centrali del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) a fare in modo che ai vertici europei passassero in maniera diretta le posizioni di Tel Aviv, se non addirittura dell’IDF.

Questi funzionari sarebbero Stefano Sannino, Segretario Generale del SEAE fino a inizio 2025, da dicembre indagato per frode ai fondi UE dalla Procura europea; Hélène Le Gal (ex ambasciatrice francese in Israele e direttrice del dipartimento Medio Oriente e Nord Africa); Frank Hoffmeister (il liberaldemocratico tedesco che è direttore del servizio legale).

I tre, nel complesso, sono accusati di aver smussato le dichiarazioni ufficiali, e di aver riscritto rapporti e analisi in modo tale che venissero nascosti o posti in dubbio i crimini israeliani. Avrebbero fatto in modo di far arrivare direttamente a Bruxelles la disinformazione sionista, alla faccia della lotta alle fake news – che riguarda sempre e solo la Russia, o l’Iran, il Venezuela... 

Nel novembre 2023 Le Gal avrebbe fatto in modo di insabbiare un documento di una ventina di pagine redatto dalla task force sulla comunicazione strategica del SEAE, con al centro proprio la disinformazione israeliana. “Ci è stato detto esplicitamente che, su ordine di Hélène Le Gal, era vietato lavorare sulla disinformazione di Israele e il rapporto venne bloccato. Questa è manipolazione dell’informazione a danno degli Stati membri”, denuncia un ex membro della task force.

Largo spazio è stato così lasciato alla diffusione della propaganda sionista sull’UNRWA, ad esempio. Allo stesso tempo, un parere legale della divisione di Hoffmeister, scritto appena un mese dopo il 7 ottobre 2023, sembrava “scritto da un avvocato dell’esercito israeliano”, ha dichiarato un’altra alta funzionaria. Era basato, in sostanza, solo su fonti dell’IDF, ignorando qualsiasi altro rapporto, anche dell’ONU.

Eppure, studi indipendenti ne sono usciti a iosa, da quello di The Lancet sull’entità delle vittime civili fino a quelli di organizzazioni non governative che hanno dimostrato i crimini di guerra e contro l’umanità. Ci sono stati poi i pronunciamenti della Corte Internazionale di Giustizia, della Corte Penale Internazionale, e della commissione di esperti ONU che hanno dichiarato che era in atto un genocidio in Palestina.

Insomma, bastava guardarsi intorno per avere tutte le prove necessarie attraverso cui imporre una qualche sanzione a Israele, a livello comunitario e nazionale. Ma questo di certo non riduce la gravità della manipolazione del deep state del SEAE verso le informazioni che sarebbero dovute diventare quelle ufficiali dei vertici UE.

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27/11/2025

La definizione di antisemitismo dell’IHRA, il Ddl Gasparri e non solo

Il presente articolo – che nasce a seguito di un’iniziativa sul DDL Gasparri organizzata in data 11 novembre 2025 da USB Pisa e Cambiare Rotta Pisa – si pone l’obiettivo di analizzare certe preoccupanti tendenze repressive nei confronti di chi si esprime e si mobilita in solidarietà con il popolo palestinese, a livello internazionale, europeo e anche italiano.

Per prima cosa, si prenderà in esame la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, sempre più diffusa in tutto il mondo, e si evidenzieranno i rischi che possono derivare – e che sono concretamente derivati – dalla sua adozione e implementazione. Si passerà poi all’analisi del DDL Gasparri, che intende recepire e applicare tale definizione, e si cercherà di capire che tipo di situazione potrebbe presentarsi in Italia a seguito dell’approvazione di un provvedimento simile. Si cercherà, inoltre, di comprendere quale sia il ruolo dell’Unione europea rispetto alle tendenze repressive di cui sopra. Infine, sarà possibile concludere ipotizzando i futuri scenari.

1. La problematica definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA.

Come anticipato, si parta dall’IHRA, ovverosia l’International Holocaust Remembrance Alliance, organizzazione internazionale intergovernativa fondata nel 1998 e avente 35 Stati membri, tra cui Germania, Israele, Italia, Regno Unito e Stati Uniti. In occasione della Plenaria tenutasi il 26 maggio 2016 a Bucarest, infatti, l’IHRA ha adottato una definizione operativa di antisemitismo quantomai problematica.

Essa presenta, da un lato, una parte descrittiva dal tenore assolutamente incontestabile, che recita come segue: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.

D’altro canto, sono invece presenti criticità negli “esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica”, che accompagnano la definizione al fine di orientarne l’interpretazione. Su undici esempi, ben sette riguardano lo Stato di Israele, e tra le condotte che vengono considerate antisemite figurano le seguenti: “Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo” (esempio n. 7); “Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico” (esempio n. 8). Si tornerà sul punto a breve.

La definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA è stata fortemente promossa dalle istituzioni dell’Unione europea: prima il Parlamento europeo, nella Risoluzione del 1° giugno 2017, e successivamente il Consiglio dell’Unione europea, nelle Conclusioni del 6 dicembre 2018, hanno invitato gli Stati membri dell’UE ad adottare e applicare la suddetta definizione (che, lo si precisa, non è infatti giuridicamente vincolante fino a quando i singoli Stati non decidono di abbracciarla).

Stando agli stessi dati dell’IHRA, al 1° febbraio 2025 ben 1.266 enti in tutto il mondo avevano adottato la definizione di cui sopra. Tra questi figuravano 45 paesi, inclusi Stati Uniti, Canada, Germania, Regno Unito e Francia.

2. Il rischio che siano considerate antisemite le denunce dei crimini israeliani, tra cui quello contro l’umanità di apartheid.

Come anticipato, tuttavia, la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA presenta aspetti altamente problematici. Alcuni dei principali rilievi sono stati efficacemente riassunti in una lettera indirizzata alle Nazioni Unite da parte di 104 organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani, tra cui le assai note e accreditate Amnesty International e Human Rights Watch, ma anche il Palestinian Centre for Human Rights, Law for Palestine, nonché B’Tselem (israeliana) e Jewish Voice for Peace. Tale documento, utile evidenziarlo, è antecedente rispetto al 7 ottobre 2023, in quanto datato 20 aprile dello stesso anno.

La lettera analizza puntualmente alcuni degli “esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica” più problematici. In primis, quello consistente nel “Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo” apre la strada a etichettare come antisemite le critiche secondo cui certe politiche e le pratiche del governo israeliano violano la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale del 1965 (ICERD), nonché l’affermazione in base alla quale le autorità israeliane commettono il crimine contro l’umanità di apartheid nei confronti dei palestinesi.

Il suddetto crimine, è sempre bene ricordarlo, è sancito da importanti fonti di diritto internazionale – tra cui la stessa ICERD (art. 3), la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione e la Repressione del Crimine di Apartheid del 1973 (art. II), nonché lo Statuto della Corte Penale Internazionale del 1998 (art. 7) – e consiste nella commissione di atti inumani nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione sistematica e di dominazione da parte di un gruppo razziale su un altro gruppo razziale.

Che Israele sia responsabile di apartheid ai danni del popolo palestinese è stato autorevolmente sostenuto da importanti ONG israeliane, palestinesi, ma anche internazionali, tra cui la già citata Amnesty International, che il 1° febbraio 2022 ha adottato il noto report “Israel’s apartheid against Palestinians: Cruel system of domination and crime against humanity”.

Inoltre, ancor più di recente e segnatamente in data 19 luglio 2024, perfino la Corte internazionale di giustizia, nel parere consultivo sulle conseguenze legali derivanti dalle politiche e dalle pratiche di Israele nei Territori Palestinesi Occupati, ha rilevato come le politiche e pratiche di Israele attuino una “separazione” tra la popolazione palestinese e quella israeliana. Nonostante ciò, tuttavia, criticare Israele per il fatto di commettere apartheid rischia di essere classificato come antisemita ai sensi della definizione dell’IHRA, in ragione del summenzionato esempio.

3. Il rischio che sia considerato antisemita auspicare il passaggio a uno Stato multietnico (segue).

Il medesimo esempio – continua la lettera – potrebbe anche essere usato per etichettare come antisemita la documentazione che mostra che la fondazione di Israele ha comportato l’espropriazione di molti palestinesi, oppure le argomentazioni – avanzate peraltro anche da alcuni membri della Knesset – che auspicano la trasformazione di Israele da Stato ebraico a Stato multietnico, che appartenga in egual misura a tutti i suoi cittadini, cioè uno Stato basato sull’identità civica anziché etnica.

In base alla definizione dell’IHRA, simili ragionamenti potrebbero essere qualificati come antisemiti, perché metterebbero in dubbio il “diritto all’esistenza” dello Stato di Israele. Tuttavia, aprendo una parentesi sul punto, non è irrilevante ricordare che “secondo l’opinione prevalente […] il diritto internazionale generale non disciplina il procedimento di formazione dello Stato, né quello della sua estinzione, ma si limita a constatarne l’esistenza o la sua cessazione e a regolarne semmai gli effetti” (in tal senso v., inter alios, E. Cannizzaro, p. 282).

In altri termini, uno Stato – nel momento in cui ne viene constatata l’esistenza – diventa titolare di diritti, ma nessuno Stato ha ex ante un “diritto all’esistenza”. E in effetti sono molti i casi – anche recenti – di paesi che hanno cessato di esistere, lasciando il posto a nuove situazioni: si pensi alla Cecoslovacchia, alla Jugoslavia, alla Repubblica democratica tedesca, all’Unione sovietica e a molti altri, in riferimento ai quali non si sente spesso parlare di “diritto all’esistenza”. Alla luce di ciò, perché ipotizzare come soluzione un avvicendamento – nel pieno rispetto del diritto internazionale, specie del diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli – tra un’organizzazione statuale e un’altra, avente caratteristiche diverse, dovrebbe essere ritenuto irragionevole, o addirittura antisemita?

4. Il rischio che sia considerato antisemita sostenere che Israele non sia una democrazia (segue).

Tornando alla lettera, un altro esempio che viene esaminato è quello che considera antisemita il fatto di “Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico”. Esso, secondo le ONG firmatarie, aprirebbe la strada a etichettare come antisemita chiunque si concentri sugli abusi israeliani fintanto che si ritiene che altrove vi siano abusi peggiori: secondo questa logica, una persona impegnata a difendere i diritti dei tibetani potrebbe essere accusata di razzismo anti-cinese, o un gruppo che promuove la democrazia e i diritti delle minoranze in Arabia Saudita potrebbe essere accusato di islamofobia.

Come evidenziato dalle ONG, l’esempio di cui sopra suggerisce inoltre che sia antisemita valutare Israele come qualcosa di diverso da una democrazia, anche quando si considerano le sue azioni nei Territori Palestinesi Occupati, dove da oltre mezzo secolo governa milioni di palestinesi privi di diritti civili fondamentali e senza alcuna voce sulle decisioni che influenzano le loro vite.

5. Rischi che si sono puntualmente concretizzati (segue).

La stessa lettera sottolinea, infine, come i rischi insiti nella definizione dell’IHRA non siano meramente astratti, ma si siano effettivamente concretizzati in più di un’occasione. I bersagli delle accuse di antisemitismo basate su tale definizione hanno incluso studenti e professori universitari, organizzazioni della società civile e pure politici che documentano o criticano le politiche israeliane e che parlano a favore dei diritti umani dei palestinesi. Ad esempio, dopo che il governo del Regno Unito ha adottato la definizione IHRA a livello nazionale, almeno due università britanniche nel 2017 hanno vietato alcune attività previste per la “Israeli Apartheid Week”, e.g. dibattiti sui boicottaggi di Israele.

Simili episodi venivano dunque denunciati già da prima del 7 ottobre 2023. Dopo tale data, come è sotto gli occhi di tutti, essi si sono poi ulteriormente moltiplicati in tutto il mondo.

6. E l’Italia? Il DDL Gasparri e l’intenzione di abbracciare la definizione dell’IHRA, applicandola effettivamente.

In Italia, la definizione di antisemitismo dell’IHRA è già stata accolta, a livello di Consiglio dei Ministri, in data 17 gennaio 2020 (dunque, durante il governo Conte II).

Tuttavia, con il c.d. “DDL Gasparri” – ovverosia il disegno di legge n. 1627 presentato in data 6 agosto 2025 dal senatore Maurizio Gasparri e contenente “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo” – si intende effettuare un vero e proprio “salto di qualità” sul tema.

Il DDL è – nel momento in cui si scrive – ancora in esame e le sue sorti potrebbero essere varie: potrebbe essere approvato con o senza emendamenti, oppure non approvato. O ancora, potrebbe essere approvato un diverso DDL sulla medesima tematica. L’analisi del DDL Gasparri è tuttavia assai utile per comprendere la direzione verso cui sta procedendo l’attuale maggioranza.

Il testo si compone di 4 articoli, ciascuno dei quali rappresenta uno dei “cardini” del provvedimento.

L’art. 1 opera una “adozione integrale della definizione operativa di antisemitismo” dell’IHRA, che verrebbe dunque abbracciata a livello legislativo, in modo assai più pregnante di significato rispetto a quanto fatto in passato.

L’art. 2 riguarda le “iniziative di formazione”. Esso prevede che vari Ministeri (difesa, giustizia, interno, istruzione e merito, università e ricerca) promuovano iniziative di formazione destinate “ai militari, ai magistrati, al personale della carriera prefettizia, alle Forze di polizia, ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado e ai docenti e ricercatori universitari”. Singolare il comma 2 di tale articolo, secondo cui il Ministro dell’istruzione e del merito istituisce corsi di formazione, al fine di “contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l’antisionismo”: quest’ultimo sarebbe dunque, stando al dato testuale, automaticamente qualificato come una forma di antisemitismo. Ciò finirebbe addirittura per andare oltre la definizione dell’IHRA.

L’art. 3 si occupa degli obblighi di “prevenzione e segnalazione di atti razzisti o antisemiti in ambito scolastico e universitario e relative sanzioni”, la cui violazione da parte del personale scolastico, nonché dei docenti e ricercatori universitari, comporterebbe l’applicazione di sanzioni.

Infine, l’art. 4 modifica l’art. 604-bis del codice penale – concernente la “Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa” – prevedendo la pena della reclusione da 2 a 6 anni quando la propaganda o l’istigazione si fonda, inter alia, “sulla negazione […] del diritto all’esistenza dello Stato di Israele”. Argomenti solidi e autorevolmente sostenuti, come quelli riportati sopra, rischierebbero dunque di essere perseguiti penalmente?

7. I possibili scenari futuri: un’Italia sempre più vicina al modello tedesco di criminalizzazione e repressione dell’attivismo di solidarietà con la Palestina?

Qualora il DDL Gasparri – o, comunque, un provvedimento simile – diventasse legge, sarebbe assai elevato il rischio di vedere anche in Italia quello che già da tempo è possibile osservare in Germania. Si ricorda che la Germania è il paese europeo che con Israele ha – anche dopo il 7 ottobre 2023 – i rapporti più stretti, tanto da essere chiamata in causa dal Nicaragua di fronte alla Corte internazionale di giustizia per complicità nel genocidio. Orbene, in Germania la definizione di antisemitismo dell’IHRA non solo è stata formalmente abbracciata, ma viene anche effettivamente implementata grazie a operatori – in primis, membri delle forze dell’ordine – particolarmente formati in tal senso.

Sul punto, si rileva che in data 16 ottobre 2025, vari relatori speciali ed esperti indipendenti delle Nazioni Unite (nominati dal Consiglio per i diritti umani ONU) hanno formalmente esortato la Germania a fermare la criminalizzazione e la violenza poliziesca contro l’attivismo di solidarietà con la Palestina.

Tali esperti hanno osservato che, dall’ottobre 2023, la Germania ha intensificato e ampliato le restrizioni nei confronti dell’attivismo e delle proteste di solidarietà con la Palestina, sebbene queste siano state complessivamente pacifiche e finalizzate a esprimere richieste legittime, come la sospensione delle esportazioni di armi verso Israele, la fine del genocidio e dell’occupazione illegale israeliana, la garanzia di accesso agli aiuti umanitari a Gaza, il riconoscimento dello Stato di Palestina e la responsabilità per coloro che hanno commesso crimini atroci.

I manifestanti pro-Palestina sarebbero stati sottoposti a violenze da parte della polizia, con alcuni feriti che hanno necessitato di cure mediche. Decine di persone sarebbero state arrestate, alcune semplicemente per aver scandito lo slogan “From the river to the sea, Palestine will be free” (“Dal fiume fino al mare, la Palestina sarà libera”). Tale slogan, è bene ricordarlo, mentre è stato ritenuto da alcuni tribunali un “incitamento alla violenza”, con conseguente conferma di sanzioni e divieti, è stato invece riconosciuto da altre corti come protetto dalla libertà di espressione.

Siamo dunque destinati a vedere un simile modello di violenza poliziesca anche in Italia?

8. Il ruolo (ambiguo) dell’Unione europea sul punto.

In chiusura, è doveroso dedicare alcune parole all’Unione europea, che negli ultimi anni ha applicato un palese “doppio standard”. L’UE – allo stato – non è infatti ancora riuscita a sanzionare Israele: solo in data 17 settembre 2025, la Commissione ha proposto un (timido) pacchetto di misure, tra cui soprattutto una proposta di sospensione parziale dell’accordo di associazione UE-Israele (entrato in vigore nel 2000 e oggetto di forti critiche già da ben prima del 7 ottobre 2023); tuttavia, dopo l’entrata in vigore del “cessate il fuoco”, il 10 ottobre 2025, la Commissione ha dichiarato di aver messo in stand-by le sanzioni, nonostante le violazioni di Israele stiano continuando. Il double standard, per l’appunto, emerge in tutta la sua evidenza se si pensa al fatto che nei confronti della Russia sono stati invece adottati – nel momento in cui si scrive – ben 19 pacchetti di sanzioni: essi comprendono sanzioni economiche, misure diplomatiche, ma anche sanzioni individuali, tra cui divieti di viaggio e congelamento dei beni.

Orbene, proprio alle sanzioni dell’UE nei confronti della Russia ci si vuole riagganciare per trattare, a titolo esemplificativo, un caso piuttosto emblematico e di particolare rilievo per il tema oggetto del presente contributo (la repressione della solidarietà con la Palestina).

Nell’ambito del 17esimo pacchetto adottato a maggio 2025, e segnatamente con la Decisione (PESC) 2025/966 adottata dal Consiglio all’unanimità, sono state infatti imposte sanzioni assai particolari nei confronti di tale Hüseyin Doğru (di nazionalità turca, ma ubicato in Germania) e di AFA Medya (alias RED), società del settore dei media di cui Doğru è fondatore e rappresentante.

Stando alla Decisione, tali soggetti avrebbero “stretti collegamenti finanziari e organizzativi con entità e attori della propaganda di Stato russa” e “profondi legami strutturali con organizzazioni statali russe nel settore dei media”. Ancor più nello specifico, però, le sanzioni vengono giustificate affermando che Doğru e RED avrebbero diffuso “le narrazioni di gruppi terroristici islamici radicali quali Hamas”, soprattutto “[nel] corso di una violenta occupazione di un’università tedesca da parte di facinorosi anti-israeliani”.

Il sospetto avanzato da taluno – ad esempio, dalla politica ed ex Europarlamentare irlandese Clare Daly – è però che certi collegamenti con i media russi siano stati utilizzati strumentalmente per sanzionare un giornalista che, in realtà, si concentrava prevalentemente sulla questione palestinese, denunciando le complicità della Germania nel genocidio e la repressione violenta delle proteste da parte delle autorità tedesche.

Per tale ragione, Doğru e RED sarebbero stati presi di mira su richiesta della Germania dall’Unione europea, attraverso sanzioni che – è bene precisarlo – sono adottate in assenza di processi o udienze, ma comportano comunque conseguenze assai pregiudizievoli sulle vite degli individui interessati (e.g. il congelamento dei beni). Qualcuno ha definito un simile caso come “senza precedenti”.

Per esprimere valutazioni più certe occorrerà ovviamente attendere gli sviluppi della vicenda, nonché constatare se e in quali altre occasioni un simile modus operandi sarà ripetuto. In ogni caso, tuttavia, l’utilizzo da parte dell’Unione europea di sanzioni destinate alla Russia anche per colpire chi si occupa in un certo modo di Palestina – affrontando le tematiche delle complicità e della repressione – è qualcosa che non può non suscitare quantomeno delle perplessità.

9. Conclusioni: tempi duri attendono – in Italia e non solo – chi si esprime e si mobilita per la Palestina... 

Da quanto sopra esposto, emerge un quadro più che mai inquietante.

In primis, abbiamo visto come stia sempre più prendendo piede, a livello internazionale, una definizione di antisemitismo – quella dell’IHRA – che nella pratica può finire per ricomprendere anche denunce di crimini e violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, nonché posizioni che pur sono sostenute da pronunce di corti internazionali, report di accreditate ONG, autorevole dottrina internazionalistica.

In seconda battuta, si è parlato di un’Italia che – con strumenti come il DDL Gasparri – intende non solo abbracciare tale nozione, ma anche implementarla concretamente, sensibilizzando in tal senso forze dell’ordine e altri operatori. Un’Italia che corre dunque il concreto rischio di avvicinarsi sempre più alla Germania, il cui modello di criminalizzazione e repressione dell’attivismo di solidarietà con la Palestina è già stato stigmatizzato pure da esperti delle Nazioni Unite.

Infine, alcune considerazioni sono state dedicate a un’Unione europea che, da un lato, non è riuscita ad adottare sanzioni nei confronti di Israele (a fronte di 19 pacchetti contro la Russia) e dall’altro lato, sembra invece almeno a tratti sostenere una simile deriva repressiva (il caso di Hüseyin Doğru e RED, quantomeno, induce a sospetti in tal senso).

Il cielo che incombe su chi si esprime e si mobilita – sia in Italia che altrove – per la causa palestinese, insomma, è in questo momento più che mai plumbeo. Uno scenario di fronte al quale si rende assolutamente necessario continuare a informarsi, informare e attivarsi concretamente.

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26/09/2025

La non-notizia degli aerei russi ‘intercettati’ vicino la Lettonia, fabbricata dai guerrafondai

Il segno dei tempi che viviamo è dato dal fatto di dover in continuazione spiegare come le notizie allarmistiche lanciate dai media nostrani riguardo minacce imminenti di sconfinamenti russi siano fabbricate ad arte dai guerrafondai europei, che devono legittimare la scelta di far scivolare l’intero continente in guerra.

Anche il delirio di titoli sugli aerei russi ‘intercettati’ ieri nei pressi della Lettonia va annoverato nella lista della disinformazione di guerra europeista. Innanzitutto, perché nessun aereo è stato ‘intercettato’, formula che nel linguaggio dell’aviazione rimanda più all’ingaggio tra velivoli. Per fortuna, ancora nessuno si è sparato addosso.

Però, i signori della guerra europei, che siedano a Bruxelles o parlino a nome della NATO, annunciano questa intenzione un giorno sì e l’altro pure. Così hanno fatto anche a margine di un evento che non ha nulla di straordinario, ma che è stato montato per escalare ancora i rapporti con Mosca.

I fatti sono questi: due caccia JAS-39 ungheresi, facenti parte dell’unità di sorveglianza NATO Baltic Air Policing, sono decollati ieri dalla base lituana di Siauliai, per seguire da vicino il percorso di un SU-30, un SU-35 e tre MiG-31 russi, che “volavano in prossimità dello spazio aereo lettone”, ha comunicato il Comando Alleato su X.

Il che, tradotto, significa che viaggiavano in cieli internazionali, rispettando tutte le disposizioni del caso. Ma l’occasione è stata colta al volo da varie voci europee per tornare a minacciare il Cremlino di una guerra imminente: il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha detto che le truppe del Patto Atlantico sono pronte ad abbattere droni e jet russi, se sconfinano nello spazio aereo dell’alleanza.

Peccato che questo non sia successo, e perciò annunciarlo così sembra più un modo di preparare l’opinione pubblica a un altro ‘incidente del Tonchino’ in salsa europea, piuttosto che un modo di comunicare correttamente, in un frangente tanto delicato, con i cittadini dei paesi che appartengono, nostro malgrado, alla NATO.

Com’era facilmente prevedibile, la Russia ha risposto per le rime alle minacce. L’ambasciatore russo in Francia, Alexey Meshkov, ha reso chiaro in un’intervista a Rtl France che se la NATO abbattesse aerei russi questo significherebbe lo scoppio di una guerra. Ed ha aggiunto anche un’altra cosa: “sapete, ci sono molti aerei della NATO che violano lo spazio aereo russo, succede abbastanza spesso. Dopodiché, non vengono abbattuti”.

Perché in un’epoca in cui l’Alleanza Atlantica e i suoi alleati finanziano, armano e scatenano guerre in mezzo mondo, è molto facile che eventi del genere accadano, ma solo chi cerca un pretesto per giustificare una guerra potrebbe pensare di scatenare un conflitto per brevi sconfinamenti. Paradossalmente, a evidenziare la questione è stato il ministro degli Esteri italiano.

Tajani ha infatti affermato al Corriere della Sera, commentando le parole di Rutte, che “bisogna lavorare per evitare mosse azzardate, che bisogna distinguere le provocazioni dagli attacchi, che si deve appunto ragionare senza perdere la testa”. Il ministro non ha comunque perso occasione per accodarsi anch’egli alla propaganda di guerra contro la Russia, distorcendo un’altra notizia.

Tajani ha dichiarato: “preoccupa che, appena Trump ha alzato la voce, siano arrivati aerei russi fino in Alaska... Putin sembra non volersi fermare”. Il riferimento è a quando, mercoledì scorso, quattro F-16 statunitensi, un aereo da sorveglianza e quattro aerei cisterna hanno sorvegliato il percorso di 4 bombardieri e caccia russi vicini allo spazio aereo dell’Alaska e del Canada.

Ma anche in questo caso basta ascoltare i diretti interessati per sgonfiare la notizia. Il NORAD (North American Aerospace Defense Command) ha rilasciato una dichiarazione in cui si legge: “gli aerei militari russi sono rimasti nello spazio aereo internazionale e non sono entrati nello spazio aereo sovrano statunitense o canadese. Questa attività russa nella ADIZ (Air Defence Identification Zone) dell’Alaska si verifica regolarmente e non è considerata una minaccia”.

Se persino il NORAD afferma che è qualcosa di normale e non si preoccupa, non si capisce perché dovrebbe farlo Tajani, a meno che non voglia instillare paura in chi lo ascolta e dipingere l’atteggiamento del Cremlino come sempre più spregiudicato. Quando in realtà sono le dichiarazioni come le sue a esacerbare le relazioni tra le capitali europee e Mosca.

Mentre scriviamo, continuano gli allarmi sui cieli danesi riguardo a droni non identificati che stanno costringendo la chiusura dello scalo aereo di Aalborg. Pur senza prove, Mette Frederiksen, che guida il governo di Copenaghen, ha denunciato che questi droni fanno parte di “attacchi ibridi” possibilmente legati alla Russia, smentendo il suo stesso ministro della Difesa.

Secondo alcune fonti, la Frederiksen potrebbe chiedere l’attivazione dell’articolo 4 del Patto Atlantico, che apre alla consultazione tra gli alleati per motivi di sicurezza, mentre oggi rappresentanti dei paesi UE dovrebbero vedersi in videoconferenza per discutere l’implementazione di un muro di droni di difesa sui confini orientali con la Russia.

Appare molto chiaro, ancora una volta, come il caso dei droni stia venendo montato ad arte per legittimare la militarizzazione della UE e dei suoi confini. Delle indagini, della verità, nel caso in cui venga davvero ricercata, non fregherà a nessuno. Ormai l’Europa è in mano a dei guerrafondai, che faranno di tutto per far apparire come necessario l’unico vero pericolo per la pace che affrontiamo oggi, ovvero il loro riarmo.

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23/09/2025

Una straordinaria giornata di indignazione stravolta sulle prime pagine dei giornali

Ecco come i principali quotidiani di oggi descrivono la straordinaria giornata di mobilitazione per Gaza di ieri. “Guerriglia a Milano su Gaza” (Corriere della Sera); “Piazze di pace e scontri a Milano” (Repubblica); “Palestina rivoluzione francese” e poi “Mezza Italia ferma per la pace a Gaza. Le famiglie in piazza e gli scontri a Milano” (La Stampa); “Marea pacifica, ma tutti parlano di 100 violenti” (Il Fatto); “Mezzo milione in piazza per Gaza L’urlo dell’Italia: “No al genocidio” (Il Domani).

Prevedibilmente più ignobili e con qualche torsione razzista i giornali della destra: “Centri sociali e giovani arabi. Delinquenti per Gaza” (Il Giornale); “Guerra a Gaza, guerriglia in Italia. Sinistra pacifista” (Libero). Per onestà occorre dire che anche il Corriere della Sera ha inseguito la stampa di destra su questo terreno accollando gli scontri di Milano ai “maranza”.

Se una persona in carne ed ossa dovesse valutare la straordinaria giornata di mobilitazione popolare di ieri in tutta Italia dai titoli di prima pagina dei quotidiani di oggi, sarebbe completamente portata fuori strada.

L’informazione mainstream, che tanto ha faticato nel cominciare a dare conto seriamente del genocidio dei palestinesi in corso a Gaza, sta cercando in tutti i modi di nascondere agli occhi dei propri lettori le responsabilità su quanto accade e il vero segnale di ripudio inviato dalle imponenti manifestazioni in occasione dello sciopero generale del 22 settembre.

Focalizzando l’attenzione e lo stigma sugli scontri di Milano dentro e intorno la stazione centrale, riescono ad assolvere ben tre soggetti dalle loro responsabilità e a rimuovere dati di fatto rilevanti.

Sparisce la complicità del governo Meloni con il genocidio e la politica israeliana che è stato il vero detonatore politico e morale dell’indignazione popolare vista nelle piazze.

Sparisce la responsabilità di editori, direttori e capi redattori che usano i fatti di Milano come tema principale per relativizzare il resto ed evitare di interrogarsi seriamente su quanto si è visto sulle piazze.

Sparisce ogni legittima domanda sul fatto che l’opposizione al governo si è manifestata al di fuori dei recinti e dei riti del “campo largo”, indicando una radicalità e partecipazione ben diversa dalla sterile e ossessiva richiesta “la premier venga in aula a riferire”.

Infine sparisce anche ogni domanda sull’atteggiamento della polizia alla stazione di Milano con quei lacrimogeni tirati in uno spazio chiuso e poi le cariche a spazzare la piazza antistante ma che ha visto migliaia di manifestanti tenere comunque la piazza. Un atteggiamento nella gestione dell’ordine pubblico sostanzialmente diverso da quello utilizzato in tutte le altre città dove pure alcune stazioni sono state bloccate dalle manifestazioni, ma emblematicamente diventato il centro delle feroci dichiarazioni degli esponenti del governo e della destra.

Quello che ogni serio giornalista avrebbe dovuto indagare e riferire, è la dimensione e la forza dell’indignazione popolare contro il genocidio dei palestinesi e il fatto che, per la prima volta, un’organizzazione sindacale abbia trovato il coraggio di convocare uno sciopero “politico” e combattivo su una questione apparentemente diversa e distante dai temi strettamente sindacali, infine diventa decisivo farsi qualche domanda sul come questa convocazione abbia raccolti consensi superiori ad uno sciopero tradizionale.

L’insopportabilità del genocidio del popolo palestinese e la spinta a fare qualcosa di fronte all’inerzia/complicità del governo, hanno fatto da detonatore ad una indignazione generale.

Di fronte all’evidenza di quanto i corrispondenti hanno visto davanti ai propri occhi (piazze stracolme di gente, grande determinazione nel bloccare le merci e snodi nevralgici delle città, enorme partecipazione giovanile e studentesca), i media mainstream non potevano nascondere le manifestazioni come avvenuto in altre occasioni, ma hanno strumentalizzato un singolo fatto – Milano – per relativizzare tutto il resto.

In troppi avevano dato per liquidata la dignità di lavoratrici e lavoratori e ritenuto definitiva la “letargia” del mondo del lavoro. Non solo. Lo sciopero e la straordinaria mobilitazione sociale sono nati dall’appello di un pezzo di quella classe operaia – i portuali – che molti ritenevano ormai incapace di dialogare e connettersi con il resto della società.

La giornata del 22 settembre è una smentita clamorosa, non è ancora un movimento ma è una rottura straordinaria che si è materializzata visibilmente. Sorprendentemente è avvenuta sul piano politico e non vertenziale, a conferma che le contraddizioni di questa fase storica chiedono un cambiamento politico e non un aggiustamento.

Ma è proprio questo che i giornali di oggi esorcizzano e che il governo Meloni comincia a temere seriamente.

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17/09/2025

Quando la destra si spara addosso

di Paolo Persichetti

I nipotini dello stragismo tentano di utilizzare la morte di Kirk per riscrivere la storia della destra fascista, additano i migranti come il male della società, lasciandoli annegare in mare o provando a rinchiuderli in carceri oltre-confine. Chiagni e fotti, odia, spara e fai la vittima, sono gli ingredienti di un trumpismo maccheronico a cui la Meloni da voce facendo la faccia cattiva


Odia, spara e poi fai la vittima è questo il credo della destra attuale che Giorgia Meloni interpreta sapientemente riprendendo l’antico adagio «chiagne e fotte». La nuova narrazione lanciata con forza dalla premier durante la festa nazionale dell’Udc e ripresa nel videomessaggio inviato alla kermesse EuropaViva di Vox, dove ha sostenuto che il «sacrificio di Charlie Kirk ci ricorda ancora una volta da che lato sta la violenza e l’intolleranza», ripropone l’autoassoluzione storica della destra fascista. Washing narrativo diffuso in un dossier, Chi soffia sull’odio politico, predisposto dall’organo di propaganda interna ad uso dei gruppi parlamentari di Fdl per istruirli sui contenuti da proporre nelle dichiarazioni pubbliche. Addossare alla sinistra, intesa in termini talmente dilatati da togliere significato alla parola stessa, le colpe di un supposto clima di tensione, odio, escalation verbale e piccoli episodi, al cospetto dei quali persino i boyscout apparirebbero una gang del narcotraffico, è la trama del documento che elenca dichiarazioni di politici, alcuni uomini di cultura (pochi a dire il vero), qualche presa di posizione di collettivi, commenti social (sic!) e alcune scaramucce di strada che ovviamente dimenticano quanto sul versante opposto la destra fa e ha fatto, considerando anche alcuni omicidi e tentati omicidi contro migranti (ricordiamo i 6 migranti feriti nel raid armato di Luca Traini a Macerata nel febbraio 2018, conclusosi al grido «l’Italia agli italiani» o i due migranti senegalesi uccisi a Firenze da Gianluca Casseri, ex militante di CasaPound, nel 2011; ed ancora la mappatura degli atti di violenza e delle aggressioni omofobe e razziste realizzate da sigle o altri soggetti di estrema destra dal 2014 ad oggi, ben oltre il centinaio). Una sbobba da caserma che mette insieme un improbabile Pd, passando per i 5S, Avs, i Centri sociali, generici ambienti antagonisti, gli anarchici, alcune testate social, evocando persino gli anni '70, definiti anni di piombo, la lotta armata e le immancabili Brigate rosse, tutti colpevoli di aver diffuso un tale clima di terrore e odio da aver armato – qui si passa improvvisamente dalla scala nazionale a quella mondiale – le mani del giovane Tyler Robinson, responsabile della morte, dell’agitatore politico Charlie Kirk, un rampante del trumpismo.

Un destro che spara sulla destra

Le notizie che giungono dagli Stati Uniti ci raccontano tuttavia una situazione molto diversa. Il giovane proviene da una famiglia Maga, di religione mormone, totalmente schierata con il trumpismo. Non vi è alcuna traccia, anche lontana di cultura o posizioni politiche in circolazione nella sinistra americana, tra radical, Woke o antifa, come imprudentemente o volutamente era stato diffuso nelle prime ore, spingendo i nostri conigli nazionali, Saviano in testa a fare distinguo e straparlare a sproposito degli anni '70, dimenticando quello che diceva alcuni anni fa. Le foto apparse sui media mondiali mostrano un nucleo familiare che trovava normale recarsi al poligono di tiro e lasciarsi raffigurare con mitragliatrici tra le braccia. Fin da piccolo Tyler Robinson si è addestrato all’uso delle armi, ha imparato a sparare con fucili di precisione anche a lunga distanza, circostanza che spiega l’abilità dimostrata nel centrare al primo colpo da circa 200 metri Kirk. Un personaggio che apparentemente detestava perché troppo moderato per i suoi gusti. C’è chi lo ha affiliato ai Groypers, una formazione dell’ultra destra, Alt-right, che prese parte all’assalto di Capitol Hill del gennaio 2021, in rotta con l’organizzazione di Kirk, Turning Point, perché in alcune foto era ritratto nella una posa di un pupazzo simbolo di quel movimento. In attesa di capirne di più, appare forse più probabile che questo background da destra profonda americana si sia fuso col mondo virtuale dei videogame. Le frasi incise sui proiettili, stando a quanto si è potuto leggere, rinviano a codici tipici dei gamer e di alcuni giochi specifici, persino le parole «Bella ciao», inizialmente interpretate come una rivendicazione antifascista, sembrano indicare la familiarità con un gioco, Far Cry 6, ambientato in una dittatura e inserita pure nelle playlist online dei gruppi alt-right. Insomma la realtà appare più complessa di quel che si voleva far apparire all’inizio. L’unica cosa certa è che non vi è traccia di alcun progetto politico di sinistra che punti ad una aggressione armata del trumpismo, semmai quel che si osserva nella realtà è il contrario con la creazione di milizie governative dedite alla caccia allo straniero, l’uso della guardia nazionale per accerchiare le città governate dall’opposizione.

Qui in Italia invece si tenta di utilizzare l’episodio per riscrivere la storia della destra fascista e si additano i migranti come il male della società, lasciandoli annegare in mare o provando a rinchiuderli in carceri oltre-confine. Chiagni e fotti, odia spara e fai la vittima sono gli ingredienti di un trumpismo maccheronico a cui la Meloni da voce facendo la faccia cattiva.

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04/08/2025

L’Occidente vuole disarmare la Resistenza, i regimi arabi si accordano

Il nuovo mantra della diplomazia occidentale per alleggerire le pressioni internazionali sul regime sionista è “la resistenza deve disarmare”. Questo è, infatti, il filo rosso che unisce le ultime mosse su tre terreni, quello palestinese, quello libanese e quello iracheno.

In tutti e tre i casi si cerca di ottenere con la pressione diplomatica quello che con le guerre imperialiste non si è riuscito ad ottenere, ovvero che rispettivamente le organizzazioni della Resistenza Palestinese, Hezbollah e le Forze di Mobilitazione Popolare depongano spontaneamente le armi; la motivazione “seducente” è il “ristabilimento della democrazia e della sovranità nazionale”, a beneficio delle rispettive autorità considerate legittime, ovvero l’Autorità Nazionale Palestinese, lo stato libanese e quello iracheno, che vengono attualmente dipinte come ostaggio, appunto, delle organizzazioni della resistenza e del loro agire come proxy dell’Iran.

Si tratta di una mistificazione totale perché la storia e la realtà sul terreno dicono che, nel caso in cui le varie organizzazioni della Resistenza dovessero lasciare indifese le loro comunità, queste verrebbero immediatamente fatte oggetto dell’espansionismo sionista o di massacri settari ancora di più di quanto non lo siano ora.

Senza che nessuno dei presunti difensori della della “sovranità nazionale” dei loro paesi faccia nulla per aiutarle. Si veda cosa sta succedendo agli alawiti e alle altre minoranze in Siria o, per guardare indietro nel tempo, cosa successe a Sabra e Shatila.

Ciò è vero anche perché, nel frattempo, le entità che dovrebbero essere depositarie di questa sovranità nazionale, ovvero, come detto, ANP, stato iracheno e stato libanese, nel frattempo non è che vengano aiutate e legittimate, bensì vengono a loro volta fatte oggetto di pressioni e sanzioni con il pretesto che non sono adeguate al compito di disarmare la Resistenza e ristabilire la propria autorità.

La cosa grave è che a questa narrativa si stanno accodando, per subalternità o interessi geopolitici, molti paesi arabai e islamici, i quali spingono per portarsi dietro anche i BRICS.

Martedì scorso, Francia e Arabia Saudita hanno promosso una conferenza presso le Nazioni Unite con lo scopo di riaprire il negoziato sulla questione palestinese. Ne è venuto fuori un documento dall’impronta chiaramente equidistante nell’attribuzione delle responsabilità del genocidio in atto a Gaza: “Condanniamo gli attacchi commessi da Hamas contro i civili il 7 ottobre. Condanniamo inoltre gli attacchi di Israele contro i civili a Gaza e le infrastrutture civili, l’assedio e la fame, che hanno provocato una devastante catastrofe umanitaria. Guerra, occupazione, terrore e sfollamenti forzati non possono garantire né la pace né la sicurezza. Solo una soluzione politica può farlo”.

La parte più importante, però riguarda la proposta politica: per una “una conclusione permanente delle ostilità”, ad Hamas viene chiesto di rilasciare tutti gli ostaggi (senza, dunque, negoziare scambi con le migliaia di ostaggi palestinesi nelle carceri sioniste) e di “porre fine al suo dominio su Gaza e consegnare le armi all’Autorità Palestinese, con il coinvolgimento e il sostegno della comunità internazionale, in linea con l’obiettivo di uno Stato palestinese sovrano e indipendente”.

Da parte sua l’ANP, con l’ausilio di una “missione internazionale temporanea di stabilizzazione sotto l’egida dell’ONU” dovrebbe impegnarsi a tenere “elezioni generali e presidenziali trasparenti e democratiche” entro un anno.

Sembra un piano di buon senso, ma in realtà è una replica di quelli già disattesi negli anni ‘90; inoltre, tutti sanno che l’ANP non ha la forza, l’autorevolezza ed il consenso per ottemperare ai compiti richiesti e che, nel caso in cui Hamas e le altre organizzazioni della Resistenza Palestinese disarmassero, immediatamente i loro membri e la popolazione di quelle che sono percepite come le loro roccaforti verrebbero fatti oggetto di massacri.

Per non parlare del fatto che sia la Striscia di Gaza che la Cisgiordania verrebbero immediatamente occupate completamente, senza dar modo a nessuna missione internazionali di insediarsi. Infatti, ovviamente, Netranyahu e la sua cricca di genocidiari hanno detto “no” a questo piano e nemmeno gli USA hanno aderito; anzi, nei giorni scorsi hanno sanzionato anche alcuni membri dell’ANP.

Fra i firmatari ci sono anche paesi che portano avanti la mediazione per il cessate a fuoco a Gaza con Hamas – l’Egitto e il Qatar – o dichiarano di sostenerlo (la Turchia) e, contemporaneamente, ora ne chiedono il disarmo. La motivazione che adducono questi paesi è che, in tal modo, si fermano la guerra ed i massacri.

In realtà, ponendo come condizione il disarmo della Resistenza, si fornisce l’alibi per continuare la guerra all’infinito, dando fiato alla retorica bugiarda dei filosionisti secondo cui “la guerra finirebbe immediatamente se Hamas liberasse gli ostaggi e posasse le armi”, mentre Netanyahu, Smotric, Ben Gvir e Trump parlano apertamente di deportazioni di massa e pulizia etnica quali veri scopi della guerra.

Stesso discorso, ma su scala, al momento, ridotta, riguarda il Libano. L’inviato americano Barrack continua a fare la spola fra Ankara, dove è ambasciatore, e Beirut per fare pressione sul presidente della Repubblica Aoun e sul Primo Ministro Salam affinché sia impostata una road map che porti al disarmo di Hezbollah entro l’anno. Altrimenti, dicono chiaramente i funzionari USA, gli attacchi sionisti continueranno (in spregio del cessate il fuoco raggiunto a novembre scorso, che appare già un lontano ricordo) e le istituzioni finanziarie internazionali continueranno a non aiutare il Libano ad uscire dalla sua crisi economica.

Il Presidente Aoun non può far altro che assecondare Barrack, nelle proprie dichiarazioni pubbliche, ma sa che l’esercito libanese non è minimamente in grado di esigere il disarmo di Hezbollah, che dovrebbe prendere autonomamente questa decisione.

Il movimento sciita ha ottemperato alla richiesta di ritirare le proprie milizie al nord del fiume Litani e ciò, di fatto, ha già comportato la consegna di alcuni depositi di armi all’esercito libanese. Tuttavia, per bocca del suo Segretario generale Naim Qassem, continua ad escludere categoricamente di voler disarmare: “Hezbollah non ha alcuna intenzione di consegnare le sue armi, né gradualmente né secondo alcun meccanismo proposto, soprattutto perché le circostanze e le dinamiche regionali rendono il disarmo una forma di suicidio. Siamo un popolo che rifiuta l’umiliazione, che non rinuncerà alla propria terra e che non consegnerà mai le proprie armi al nemico israeliano”, ha dichiarato a inizio luglio.

Altri esponenti affermano che la questione delle armi potrà essere trattata nell’ambito di un riassetto generale delle strategie difensive del Libano, dopo che vi sarà stata la completa adesione del regime sionista ai termini del cessate il fuoco; questi discorsi sembrano aprire a forme di integrazione delle milizie sciite all’interno dell’esercito nazionale. Tuttavia ogni discorso del genere è prematuro anche perché fino ad ora nessuno è in grado di garantire che, nel caso Hezbollah disarmasse domattina, poi il sud del Libano non verrebbe rioccupato e la minoranza sciita massacrata.

Il governo libanese, per il momento, continua a prendere tempo nella speranza che le pressioni internazionali pieghino Hezbollah. Sul paese incombe sempre lo spettro della guerra civile, che le componenti politiche post-falangiste e quelle filo-saudite potrebbero provocare proprio con il pretesto del mancato disarmo del movimento libanese.

Immediatamente dopo, data la sproporzione delle forze, seguirebbe la richiesta dell’intervento esterno, che arriverebbe a colpire Hezbollah con il finto scopo di “stabilire un disarmo generale delle milizie ed il monopolio dello stato centrale sulle armi”. Ci sono da attendersi provocazioni nei confronti di Hezbollah in tal senso, specie se si giungesse ad un cessate il fuoco a Gaza.

C’è poi il terzo fronte, quello dell’Iraq, che ha le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), milizie nate nel 2014 grazie ai finanziamenti e agli armamenti iraniani per combattere l’Isis e formate prevalentemente da unità sciite, affiancate da turkmeni, cristiani e dall’ala yezida del PKK. Ovviamente sono accusate dall’Occidente e dalle petromonarchie del golfo di essere uno strumento d’intervento dell’Iran nella politica irachena specie da quando, nel 2016, sono state formalmente inserite nell’esercito nazionale iracheno.

Gli USA stanno intensificando le loro pressioni affinché tali milizie vengano sciolte e, ovviamente, promettono sanzioni se ciò non dovesse verificarsi. Intanto, alcune forze politiche minacciano di boicottare le elezioni a causa di quello che ritengono essere il crescente potere delle PMF e la loro crescente integrazione negli apparati statali.

Il casus belli che potrebbe far precipitare la situazione, specie se continuasse a ripetersi, è il verificarsi di una serie di attacchi di droni, non rivendicati da nessuno, che hanno colpito molte infrastrutture nella regione autonoma curda. Immediatamente il dito è stato puntato contro le PMF, che hanno una serie di conti in sospeso con il clan Barzani.

In definitiva, tutte queste pressioni nei confronti delle organizzazioni dell’Asse della Resistenza sono effettuate col pretesto di “pacificare l’area” ma, in realtà, pongono le basi per continuare le guerre indefinitamente, addossando le responsabilità non alle forze genocide e a chi le sostiene, bensì a tali organizzazioni per il loro mancato disarmo.

Esse si stanno intensificando a causa della caduta del regime baathista, che consentiva massima agibilità politica sul proprio territorio a tutte queste organizzazioni, e a causa del minore supporto che il governo “riformista” dell’Iran fornisce loro rispetto ai precedenti governi. Tuttavia, il fatto più grave è costituito dal marcato collaborazionismo dei paesi arabi e islamici che emettono continue dichiarazioni contro i massacri sionisti, ma poi contribuiscono al loro protrarsi.

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03/08/2025

Bologna 2 agosto ’80. Fascisti stragisti e dediti ai depistaggi

Un certo Maurizio Gasparri assicura di aver letto i documenti dei servizi segreti italiani che “dimostrano la matrice mediorientale” della strage alla stazione di Bologna. E attacca lo storico Paolo Morando che su Il Domani aveva smontato questa tesi messa in giro dal Mossad israeliano già oltre venti anni fa e poi – ovviamente – fatta propria da fascisti e sedicenti postfascisti che non vedevano l’ora di ribaltare (seppure con un falso clamoroso) lo stigma che li contraddistingue da sempre. La strategia della tensioni, le stragi sui treni e nelle banche, hanno sempre avito progettazione Nato-Cia-servizi italiani e manovalanza fascista per l’esecuzione.

Ricordiamo il caso di Nico Azzi, iscritto al Movimento Sociale Italiano (quella “fiamma” che ancora figura nel logo dei Fratelli d’Italia meloniani), appartenente al gruppo La Felice, costola milanese di ON, che sul treno Torino-Genova-Roma del 7 aprile 1973, nascosto nel cesso (ma non c’è nulla da ridere...), rimase ferito dall’esplosione del detonatore che stava inserendo in una potente bomba destinata a compiere un’altra strage.

Oppure anche il caso del reo confesso Vincenzo Vinciguerra, che insieme a Carlo Cicuttini e Ivano Boccaccio – tutti membri Ordine Nuovo – aveva compiuto la strage di Peteano.

Insomma, di prove sul fatto che i fascisti allora servivano anche per realizzare stragi che avrebbero dovuto innescare una reazione tale da portare ad un colpo di stato militare in stile greco (allora la Grecia era in mano ai militari), ce ne sono a sufficienza.

Bologna è l’ultima e la più devastante di quelle stragi, chiude il cerchio della “restaurazione” alla fine degli anni ‘70, anticipando la sconfitta operaia dei 35 giorni alla Fiat, che aprì la stagione della perdita di diritti e salario che dura ancora oggi. I tempi erano cambiati, le dittature militari meno “presentabili”, il movimento operaio e variamente comunista in crisi...

Che siano stati materialmente i fascisti a fare la strage, nessun dubbio. Che siano stati quelli individuati dalla magistratura bolognese è un po’ più incerto, ma la “matrice politica” resta in ogni caso la stessa: Nato-Cia-servizi segreti italiani con “manodopera” di estrema destra.

Sulla cosiddetta “pista palestinese” la magistratura inquirente ha chiuso il discorso quasi subito, anche grazie a quei documenti che Gasparri giura di aver letto. Il che apre ipotesi inquietanti sulla sua capacità o volontà di comprendere un testo (propendiamo per la seconda ipotesi, a scanso di equivoci).

Resta la domanda, semmai, su quanto sia contorta la gestione dei servizi segreti in questo paese. La branca “interna” (il Sisde, erede Sid) organizza attentati, quella “esterna” (il Sismi) anni dopo – incaricata di verificare se ci fosse o no qualche connessione tra stragi e “mondo mediorientale” scopre che proprio non esiste.

Per chi vuole approfondire di seguito una serie di link con il resoconto di chi quei documenti non solo se li è letti davvero, ma li ha anche pubblicati, senza che Gasparri se ne accorgesse (non c’è più alcun vincolo al “segreto di Stato”).

https://insorgenze.net/2023/03/13/nelle-informative-di-giovannone-la-soluzione-negoziata-sulla-crisi-dei-lanciamissili-e-il-funzionamento-del-lodo-moro-seconda-puntata/

https://insorgenze.net/2023/03/11/i-documenti-desecretati-smetiscono-la-destra-sulla-strage-di-bologna/

https://insorgenze.net/2023/03/11/strage-di-bologna-ecco-i-cablo-di-giovannone-che-smentiscono-la-pista-palestinese-prima-puntata/

https://insorgenze.net/2023/03/23/strage-di-bologna-ennesima-bufala-sulla-pista-palestinese-gli-allarmi-dellucigos-e-del-capo-della-polizia-dell11-luglio-1980-non-erano-attuali-risalivano-a-una-nota-della-questura/

https://insorgenze.net/2023/08/01/strage-di-bologna-una-commissione-dinchiesta-per-cancellare-lo-stragismo-fascista/

https://insorgenze.net/2024/11/09/vecchie-documenti-desecretati-presentati-come-nuovi-i-trucchi-disperati-della-destra-per-tenere-aperta-la-pista-palestinese-sulla-strage-di-bologna/

https://insorgenze.net/2016/08/03/strage-di-bologna-come-e-stata-fabbricata-la-pista-palestinese/

Ma tornano utili anche alcuni articoli che resocontano i tentativi dei fascisti, e in particolare di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, di attribuire responsabilità nella strage addirittura... a una delle vittime, solo perché compagno della sinistra extraparlamentare.

https://insorgenze.net/2012/04/18/strage-di-bologna-in-arrivo-un-nuovo-depistaggio-enzo-raisi-fli-tira-in-ballo-una-delle-vittime-nel-disperato-tentativo-di-puntellare-la-sgangherata-pista-palestinese/

https://insorgenze.net/2012/08/02/strage-di-bologna-la-storia-di-mauro-di-vittorio-vittima-tra-le-altre-vittime-che-enzo-raisi-e-giusva-fioravanti-vorrebbero-trasformare-in-carnefice/

https://insorgenze.net/2012/10/18/strage-di-bologna-il-diario-di-viaggio-di-mauro-di-vittorio/

https://insorgenze.net/2012/10/18/strage-di-bologna-la-vera-storia-di-mauro-di-vittorio-crolla-il-castello-di-menzogne-messo-in-piedi-da-enzo-raisi/

https://insorgenze.net/2014/08/03/strage-di-bologna-ecco-i-documenti-di-mauro-di-vittorio-di-cui-raisi-negava-lesistenza/

https://insorgenze.net/2020/05/03/strage-di-bologna-fu-delle-chiaie-a-lanciare-per-primo-la-pista-di-sinistra-accusando-mauro-di-vittorio/

https://insorgenze.net/2020/08/03/enzo-raisi-lo-sciacallo-che-si-nutre-della-memoria-di-mauro-di-vittorio-vittima-della-strage-di-bologna/

https://insorgenze.net/2020/09/10/paolo-bolognesi-imprenditore-della-memoria-della-strage-di-bologna-fa-marcia-indietro-torna-la-foto-di-maria-fresu/

https://insorgenze.net/strage-di-bologna-il-depistaggio-di-raisi-fioravanti-pelizzaro-company-contro-mauro-di-vittorio/

https://insorgenze.net/2023/01/28/ecco-come-valerio-fioravanti-e-francesca-mambro-hanno-giocato-con-la-vita-dei-familiari-di-una-delle-vittime-della-strage-fine/

https://insorgenze.net/2023/01/25/sciacalli-e-agnelli-le-mail-di-fioravanti-mambro-a-anna-di-vittorio-e-giancarlo-calidori-1/

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