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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/01/2026

Siria - Regge il cessate il fuoco, ma le aree curde sono allo stremo

Continua l’evoluzione preoccupante degli eventi del nord-est della Siria. Al culmine dell’offensiva qaedista di metà mese e della defezione di massa delle tribù sunnite affiliate alle Forze Democratiche Siriane (FDS), queste ultime hanno perso quasi tutto il territorio che controllavano: permangono solo due enclavi, una nell’area di Qamishlo ed Al-Hasaka ed una nei dontorni di Kobane/Ain al Arab.

L’unico freno momentaneo nei confronti delle bande jihadiste viene posto, per il momento, dagli USA, che il 24 gennaio hanno imposto un prolungamento del cessate il fuoco di altri 15 giorni per effettuare il trasporto dei prigionieri dell’Isis in Iraq.

Durante la ritirata precipitosa delle milizie curde, infatti, si sono verificate fughe di prigionieri dell’ex stato islamico dalle prigioni di Al-Shaddadi eAl-Aqtan, la cui entità reale è impossibile da stabilire; inoltre, vi sono stati tentativi di fuga anche dal famigerato campo profughi di Al-Howl, un vero e proprio campo di concentramento in cui sono stipati in uno stato di prigionia di fatto migliaia di famiglie di diversa nazionalità – compresi bambini nati lì dentro – ritenute legate in qualche modo all’Isis, ma mai condannate da nessun tribunale.

I paesi di origine di questi prigionieri rifiutano i rimpatri e alle milizie curde era affidato il compito di controllarli e tenerli nel limbo legale in cui si trovano oramai da più di 10 anni.

Il controllo di questo campo, per altro, era uno dei motivi con cui il Pentagono giustificava il prolungarsi dell’“alleanza” con i Curdi e della presenza militare nel nord-est della Siria; infatti Washington ora sta valutando il ritiro completo dal paese.

Il fatto che ora si stia provvedendo a trasferire i prigionieri in Iraq la dice lunga, inoltre, sul reale livello di fiducia delle gerarchie militari statunitensi nei confronti del regime di Al-Jolani come partner della “coalizione anti-Isis”.

Cionondimeno, l’abbandono nei confronti delle Ypg/Ypj, seppur fra qualche mal di pancia, specie in ambienti neoconservatori e filo-israeliani, è ormai consolidato. Lo ha decretato l’inviato USA Tom Barrack, come al solito, con un lungo post su X
“Storicamente, la presenza militare statunitense nella Siria nord-orientale è stata giustificata principalmente come una partnership anti-ISIS. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), guidate dai curdi, si sono dimostrate il partner di terra più efficace nella sconfitta del califfato territoriale dell’ISIS entro il 2019, detenendo migliaia di combattenti e familiari dell’ISIS in prigioni e campi come al-Hol e al-Shaddadi. All’epoca, non esisteva uno stato siriano centrale funzionante con cui collaborare. 
Oggi la situazione è radicalmente cambiata. La Siria ha ora un governo centrale riconosciuto che ha aderito alla Coalizione Globale per Sconfiggere l’ISIS (divenendone il 90° membro alla fine del 2025), segnando una svolta verso ovest e una cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo.
Questo cambia la logica del partenariato USA-SDF: lo scopo originario delle SDF come principale forza anti-ISIS sul terreno è in gran parte venuto meno.
Abbiamo collaborato attivamente con il governo siriano e la leadership delle SDF per garantire un accordo di integrazione, firmato il 18 gennaio, e per definire un percorso chiaro per un’attuazione tempestiva e pacifica. L’accordo integra i combattenti delle SDF nell’esercito nazionale (come individui, il che rimane una delle questioni più controverse), cede infrastrutture chiave (giacimenti petroliferi, dighe, valichi di frontiera) e cede il controllo delle prigioni e dei campi dell’ISIS a Damasco. 
Questa integrazione, sostenuta dalla diplomazia statunitense, rappresenta la più grande opportunità finora per i curdi di garantire diritti e sicurezza duraturi all’interno di uno Stato-nazione siriano riconosciuto”.
Secondo diversi analisti, il cambio di linea statunitense sarebbe maturato il 6 gennaio a Parigi, quando il regime sionista e quello qaedista di Al-Jolani hanno stipulato un accordo di de-escalation ed hanno messo in piedi un meccanismo di comunicazione – quindi ancora un accordo completo di reciproco riconoscimento – grazie proprio alla mediazione USA. A quel punto anche Israele avrebbe abbandonato i curdi per “accontentarsi” del controllo dell’area drusa.

Su questo tema, l’avvocato di Ocalan – Faik Özgür Erol – ha riportato una dichiarazione del leader curdo durante un colloquio in carcere, che concorda con quest’analisi: “Il processo iniziato con l’Accordo di Parigi mira a trasformare la Siria settentrionale in Siria meridionale. È chiaro che mentre Israele ha preso le alture del Golan e Suwayda, ad al-Sharaa è stata promessa l’area tra i fiumi Eufrate e Tigri. Sarebbe un errore storico per la Turchia considerare questo processo a suo favore”.

La nuova linea degli USA, dunque, è l’integrazione delle milizie curde e delle sue strutture amministrative all’interno dello stato siriano. Facile da mettere su carta, ma non così facile da applicare: non si vede come si possano convincere migliaia di combattenti legati alla storia e identità del movimento di liberazione curdo a subordinarsi alle gerarchie militari dei loro carnefici salafiti.

Sia gli USA che la Turchia preferirebbero tale scenario a quello dello scontro finale, con la caduta delle due enclavi ancora in mano alle Ypg/Ypj dopo un assedio militare.

In particolare, Ankara non vuole tirare troppo la corda nei confronti della propria minoranza curda per non mettere a rischio il processo di disarmo del PKK, il cui scopo finale è attirare verso l’area governativa il consenso dei curdi, non alienarselo.

Tuttavia, nei giorni scorsi si sono riviste le scene di più di 10 anni fa, alla vigilia della rottura del precedente processo di pace: decine di migliaia di abitanti del sud-est del paese si sono riversati sul confine siriano per tentare di correre in aiuto dei curdi siriani, bloccati dalla polizia.

Del resto, la situazione di assedio in cui si trova Kobane/Ain-al-Arab non è così diversa rispetto al 2014: acqua ed elettricità sono state staccate e solo la mobilitazione internazionale, probabilmente, ha convinto le autorità qaediste ad aprire corridoi umanitari verso la città. Si segnalano casi di morti per fame e per freddo, proprio come avviene a Gaza.

I margini di manovra per Mazloum Abdi e le dirigenze curde sono però molto stretti: i rapporti di forza militari sono ampiamente sfavorevoli, dopo lo sfarinamento delle Forze Democratiche Siriane, in quanto sono rimasti legati al progetto confederale solo i nuclei originari delle Ypg/Ypj; un numero insufficiente per reggere lo scontro essendo anche venuto meno il supporto militare statunitense.

Al momento, stanno provando a guadagnare tempo e salvare qualche margine di autonomia sui territori ancora controllati, cercando sponde in quei settori degli apparati militari di Stati Uniti ed Israele che non hanno condiviso la linea dell’abbandono della causa curda. Al-Jolani, però, sembra disposto a concedere solo posizioni nei ministeri e nei governatorati, nell’ambito di una struttura statale molto centralizzata, senza concedere autonomie speciali al nord-est.

È fondamentale, ora, per la compagine curda, cercare di resistere, per poi rilanciarsi sul medio periodo, contando sull’incapacità, già ampiamente dimostrata, del governo centrale di controllare tutto il territorio, magari effettuando anche una ricalibratura delle alleanze regionali: gli USA hanno più volte dimostrato la loro totale inaffidabilità. Le forze che combattono davvero l’integralismo salafita sono altre.

In tal senso, un altro aspetto che va tenuto in considerazione è la possibile estensione del conflitto all’Iraq, dove le minacce di bloccare le entrate petrolifere e le pressioni statunitensi nell’ambito della partita che si sta giocando per la formazione del nuovo governo, potrebbero aver bisogno di un braccio armato jihadista.

Nello scontro in corso, le forze politiche filo-iraniane sono determinate a non cedere di un centimetro: continuano a proporre Maliki – l’esponente dei partiti sciiti più legato all’Iran – come Primo Ministro, in luogo del moderato Suidani, ed hanno dispiegato le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) al confine con la Siria per rispondere ad una serie di minacce diffuse via internet da milizie qaediste inquadrate nell’esercito siriano.

“Questa è propaganda debole e codarda. Ora siamo al confine. Lasciateli venire e tentare di nuovo la fortuna; si troveranno di fronte al ruolo eroico delle forze di sicurezza irachene e di Hashd al-Shaabi [PMF]” ha dichiarato all’agenzia curda Rudaw Abu al-Hassanein, comandante della Brigata al-Tufuf delle PMF.

In generale, gli sviluppi siriani vengono osservati con molta apprensione in Iraq, anche in riferimento alle minacce USA nei confronti dell’Iran: eventuali incursioni dal lato siriano potrebbero essere usate come un diversivo per tenere occupate le PMF, impedendo loro di concentrarsi sulle istallazioni militari americane, in caso di conflitto con l’Iran.

Ancora una volta, dunque, l’estremismo salafita si dimostra braccio armato degli interessi dell’imperialismo.

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20/11/2025

Iraq - Le elezioni stabilizzano il sistema

Sono stati resi noti i risultati delle elezioni politiche svoltesi in Iraq l’11 novembre, le seste dopo la caduta del regime baathista per mano dell’imperialismo statunitense che, si ricorda, da allora, mantiene una significativa presenza militare nel paese.

Rispetto al contesto e alle occasioni precedenti, gli elementi di tensione che hanno accompagnato la tornata elettorale sono stati minori, anche se non irrilevanti.

Gli USA hanno intensificato la loro pressione sulle autorità centrali affinché le Forze di Mobilitazione Popolari (PMF), emerse durante la lotta all’Isis, vengano definanziate e disarmate – similmente a come stanno facendo con il Libano per Hezbollah – in quanto ritenute strumento di influenza dell’Iran, nonché responsabili di attacchi contro i militari statunitensi; nei mesi precedenti, tali pressioni hanno fruttato il ritiro di una legge che avrebbe ulteriormente elevato lo status delle PMF, già ora regolarizzato, all’interno delle forze armate irachene. Tuttavia di disarmo non se ne parla.

Inoltre, il movimento sciita capeggiato da Moqtada al-Sadr, dopo aver fatto dimettere in massa nel 2022 i propri parlamentari, che costituivano la maggioranza relativa della camera uscente, ha effettuato un boicottaggio attivo di queste elezioni. Da notare che i sadristi hanno combattuto per anni, con la loro milizia, “l’esercito del Mahdi”, l’occupazione USA, ma si sono mostrati molto ostili anche nei confronti dell’Iran.

L’affluenza è stata quasi del 56%, corrispondente a circa 11,8 milioni di elettori, ancora non ai livelli dei picchi registrati alle prime tornate post-baathiste, ma in forte aumento rispetto al 41% registrato nel 2021, segnalando, così, una decisa stabilizzazione del sistema, dopo gli anni bui dell’emersione dell’Isis. Significativo che i picchi positivi di affluenza si siano verificati nell’area curda, mentre il boicottaggio sadrista si sia fatto sentire principalmente a Baghdad e nell’area di Sadr City.

I risultati, come atteso, hanno visto la netta prevalenza delle liste sciite, confessione maggioritaria nel paese. Secondo i principali analisti, il maggior peso lo avrà la “Coalizione per la Ricostruzione e lo Sviluppo”, guidata dal Primo Ministro Al Sudani, che ha ottenuto 46 seggi, presentandosi con un profilo autonomo, meno legato all’Iran, rispetto agli ex-alleati del “Quadro di Coordinamento”, i quali, nell’insieme, ottengono 126 seggi.

Le liste singole facenti parte di tale alleanza, tuttavia, sono ben al di sotto di Al Sudani: ad esempio, la “Lista legge e ordine” dell’ex-Primo Ministro Nouri al-Maliki è a quota 35–37 seggi, mentre “Alleanza Fatah” e “Movimento Sadiqoun”, più organici alle PMF, ne totalizzano una quarantina in due.

La minoranza sunnita ottiene 55 seggi, divisi fra Taqadum, 28, Al-Siyada 17 ed altri minori.

Sul fronte curdo, grande risultato per il Partito Democratico del Kurdistan (PDK) dei Barzani, egemone nelle province di Erbil e Duhok, che conquista 26 seggi, mentre sottotono, dopo gli scontri interni dei mesi precedenti, l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), egemone nella provincia di Sulaymaniyah, che si ferma a 15 seggi.

I punti di tensione fra PDK e PUK non mancano, in quanto il primo è più legato a Turchia e USA, mentre il secondo è più legato all’Iran ed ospita, nelle aree montuose sotto la sua amministrazione, il PKK. Questi due partiti, tuttavia, riescono a superare le divisioni quando si tratta di proteggere interessi comuni, quali mantenere il controllo a livello di governo regionale sulle risorse petrolifere dell’area curda, contrattare posti nel governo centrale e difendere la collocazione amministrativa nella Regione Autonoma Curda di alcune zone contese con altre province.

A proposito del PKK, nel 2024 sono stati resi illegali ben tre partiti ritenuti ad esso legati, impedendo ogni rappresentanza parlamentare alla sua area politica.

Nulla da fare anche per il Partito Comunista Iracheno ed altri partiti che si caratterizzano per essere al di sopra delle confessioni, penalizzati anche dal boicottaggio dei sadristi, i quali in passato li avevano accolti nella propria coalizione, permettendone l’elezione di qualche esponente.

Il sistema politico iracheno, infatti, come si è visto, si presenta come diviso su base confessionale de facto, anche se non de jure, come quello libanese, Ciò provocò, nel 2019, le dure proteste di massa del cosiddetto movimento tishreen, il quale, pur duramente represso, causò comunque la caduta di un governo dal profilo decisamente filoiraniano e la conseguente emersione, nel campo sciita, di figure “moderate” come Al-Sudani.

Ora si prospetta il solito esecutivo di coalizione ampissimo, guidato dallo stesso Al-Sudani, il quale potrà sicuramente contare su un consolidamento degli assetti di potere che lo sostengono, dato dalla maggiore affluenza elettorale ed anche dall’allontanamento dei tempi burrascosi delle guerre civili settarie.

Il primo esame serio da affrontare sarà, oltre alla gestione delle consuete schermagli fra PMF e truppe USA, la questione del ritiro di queste ultime dal paese, previsto per il momento per fine 2026, ma sempre soggetto a rinvii causati dall’emersione della “minaccia dell’Isis” di turno...

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04/08/2025

L’Occidente vuole disarmare la Resistenza, i regimi arabi si accordano

Il nuovo mantra della diplomazia occidentale per alleggerire le pressioni internazionali sul regime sionista è “la resistenza deve disarmare”. Questo è, infatti, il filo rosso che unisce le ultime mosse su tre terreni, quello palestinese, quello libanese e quello iracheno.

In tutti e tre i casi si cerca di ottenere con la pressione diplomatica quello che con le guerre imperialiste non si è riuscito ad ottenere, ovvero che rispettivamente le organizzazioni della Resistenza Palestinese, Hezbollah e le Forze di Mobilitazione Popolare depongano spontaneamente le armi; la motivazione “seducente” è il “ristabilimento della democrazia e della sovranità nazionale”, a beneficio delle rispettive autorità considerate legittime, ovvero l’Autorità Nazionale Palestinese, lo stato libanese e quello iracheno, che vengono attualmente dipinte come ostaggio, appunto, delle organizzazioni della resistenza e del loro agire come proxy dell’Iran.

Si tratta di una mistificazione totale perché la storia e la realtà sul terreno dicono che, nel caso in cui le varie organizzazioni della Resistenza dovessero lasciare indifese le loro comunità, queste verrebbero immediatamente fatte oggetto dell’espansionismo sionista o di massacri settari ancora di più di quanto non lo siano ora.

Senza che nessuno dei presunti difensori della della “sovranità nazionale” dei loro paesi faccia nulla per aiutarle. Si veda cosa sta succedendo agli alawiti e alle altre minoranze in Siria o, per guardare indietro nel tempo, cosa successe a Sabra e Shatila.

Ciò è vero anche perché, nel frattempo, le entità che dovrebbero essere depositarie di questa sovranità nazionale, ovvero, come detto, ANP, stato iracheno e stato libanese, nel frattempo non è che vengano aiutate e legittimate, bensì vengono a loro volta fatte oggetto di pressioni e sanzioni con il pretesto che non sono adeguate al compito di disarmare la Resistenza e ristabilire la propria autorità.

La cosa grave è che a questa narrativa si stanno accodando, per subalternità o interessi geopolitici, molti paesi arabai e islamici, i quali spingono per portarsi dietro anche i BRICS.

Martedì scorso, Francia e Arabia Saudita hanno promosso una conferenza presso le Nazioni Unite con lo scopo di riaprire il negoziato sulla questione palestinese. Ne è venuto fuori un documento dall’impronta chiaramente equidistante nell’attribuzione delle responsabilità del genocidio in atto a Gaza: “Condanniamo gli attacchi commessi da Hamas contro i civili il 7 ottobre. Condanniamo inoltre gli attacchi di Israele contro i civili a Gaza e le infrastrutture civili, l’assedio e la fame, che hanno provocato una devastante catastrofe umanitaria. Guerra, occupazione, terrore e sfollamenti forzati non possono garantire né la pace né la sicurezza. Solo una soluzione politica può farlo”.

La parte più importante, però riguarda la proposta politica: per una “una conclusione permanente delle ostilità”, ad Hamas viene chiesto di rilasciare tutti gli ostaggi (senza, dunque, negoziare scambi con le migliaia di ostaggi palestinesi nelle carceri sioniste) e di “porre fine al suo dominio su Gaza e consegnare le armi all’Autorità Palestinese, con il coinvolgimento e il sostegno della comunità internazionale, in linea con l’obiettivo di uno Stato palestinese sovrano e indipendente”.

Da parte sua l’ANP, con l’ausilio di una “missione internazionale temporanea di stabilizzazione sotto l’egida dell’ONU” dovrebbe impegnarsi a tenere “elezioni generali e presidenziali trasparenti e democratiche” entro un anno.

Sembra un piano di buon senso, ma in realtà è una replica di quelli già disattesi negli anni ‘90; inoltre, tutti sanno che l’ANP non ha la forza, l’autorevolezza ed il consenso per ottemperare ai compiti richiesti e che, nel caso in cui Hamas e le altre organizzazioni della Resistenza Palestinese disarmassero, immediatamente i loro membri e la popolazione di quelle che sono percepite come le loro roccaforti verrebbero fatti oggetto di massacri.

Per non parlare del fatto che sia la Striscia di Gaza che la Cisgiordania verrebbero immediatamente occupate completamente, senza dar modo a nessuna missione internazionali di insediarsi. Infatti, ovviamente, Netranyahu e la sua cricca di genocidiari hanno detto “no” a questo piano e nemmeno gli USA hanno aderito; anzi, nei giorni scorsi hanno sanzionato anche alcuni membri dell’ANP.

Fra i firmatari ci sono anche paesi che portano avanti la mediazione per il cessate a fuoco a Gaza con Hamas – l’Egitto e il Qatar – o dichiarano di sostenerlo (la Turchia) e, contemporaneamente, ora ne chiedono il disarmo. La motivazione che adducono questi paesi è che, in tal modo, si fermano la guerra ed i massacri.

In realtà, ponendo come condizione il disarmo della Resistenza, si fornisce l’alibi per continuare la guerra all’infinito, dando fiato alla retorica bugiarda dei filosionisti secondo cui “la guerra finirebbe immediatamente se Hamas liberasse gli ostaggi e posasse le armi”, mentre Netanyahu, Smotric, Ben Gvir e Trump parlano apertamente di deportazioni di massa e pulizia etnica quali veri scopi della guerra.

Stesso discorso, ma su scala, al momento, ridotta, riguarda il Libano. L’inviato americano Barrack continua a fare la spola fra Ankara, dove è ambasciatore, e Beirut per fare pressione sul presidente della Repubblica Aoun e sul Primo Ministro Salam affinché sia impostata una road map che porti al disarmo di Hezbollah entro l’anno. Altrimenti, dicono chiaramente i funzionari USA, gli attacchi sionisti continueranno (in spregio del cessate il fuoco raggiunto a novembre scorso, che appare già un lontano ricordo) e le istituzioni finanziarie internazionali continueranno a non aiutare il Libano ad uscire dalla sua crisi economica.

Il Presidente Aoun non può far altro che assecondare Barrack, nelle proprie dichiarazioni pubbliche, ma sa che l’esercito libanese non è minimamente in grado di esigere il disarmo di Hezbollah, che dovrebbe prendere autonomamente questa decisione.

Il movimento sciita ha ottemperato alla richiesta di ritirare le proprie milizie al nord del fiume Litani e ciò, di fatto, ha già comportato la consegna di alcuni depositi di armi all’esercito libanese. Tuttavia, per bocca del suo Segretario generale Naim Qassem, continua ad escludere categoricamente di voler disarmare: “Hezbollah non ha alcuna intenzione di consegnare le sue armi, né gradualmente né secondo alcun meccanismo proposto, soprattutto perché le circostanze e le dinamiche regionali rendono il disarmo una forma di suicidio. Siamo un popolo che rifiuta l’umiliazione, che non rinuncerà alla propria terra e che non consegnerà mai le proprie armi al nemico israeliano”, ha dichiarato a inizio luglio.

Altri esponenti affermano che la questione delle armi potrà essere trattata nell’ambito di un riassetto generale delle strategie difensive del Libano, dopo che vi sarà stata la completa adesione del regime sionista ai termini del cessate il fuoco; questi discorsi sembrano aprire a forme di integrazione delle milizie sciite all’interno dell’esercito nazionale. Tuttavia ogni discorso del genere è prematuro anche perché fino ad ora nessuno è in grado di garantire che, nel caso Hezbollah disarmasse domattina, poi il sud del Libano non verrebbe rioccupato e la minoranza sciita massacrata.

Il governo libanese, per il momento, continua a prendere tempo nella speranza che le pressioni internazionali pieghino Hezbollah. Sul paese incombe sempre lo spettro della guerra civile, che le componenti politiche post-falangiste e quelle filo-saudite potrebbero provocare proprio con il pretesto del mancato disarmo del movimento libanese.

Immediatamente dopo, data la sproporzione delle forze, seguirebbe la richiesta dell’intervento esterno, che arriverebbe a colpire Hezbollah con il finto scopo di “stabilire un disarmo generale delle milizie ed il monopolio dello stato centrale sulle armi”. Ci sono da attendersi provocazioni nei confronti di Hezbollah in tal senso, specie se si giungesse ad un cessate il fuoco a Gaza.

C’è poi il terzo fronte, quello dell’Iraq, che ha le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), milizie nate nel 2014 grazie ai finanziamenti e agli armamenti iraniani per combattere l’Isis e formate prevalentemente da unità sciite, affiancate da turkmeni, cristiani e dall’ala yezida del PKK. Ovviamente sono accusate dall’Occidente e dalle petromonarchie del golfo di essere uno strumento d’intervento dell’Iran nella politica irachena specie da quando, nel 2016, sono state formalmente inserite nell’esercito nazionale iracheno.

Gli USA stanno intensificando le loro pressioni affinché tali milizie vengano sciolte e, ovviamente, promettono sanzioni se ciò non dovesse verificarsi. Intanto, alcune forze politiche minacciano di boicottare le elezioni a causa di quello che ritengono essere il crescente potere delle PMF e la loro crescente integrazione negli apparati statali.

Il casus belli che potrebbe far precipitare la situazione, specie se continuasse a ripetersi, è il verificarsi di una serie di attacchi di droni, non rivendicati da nessuno, che hanno colpito molte infrastrutture nella regione autonoma curda. Immediatamente il dito è stato puntato contro le PMF, che hanno una serie di conti in sospeso con il clan Barzani.

In definitiva, tutte queste pressioni nei confronti delle organizzazioni dell’Asse della Resistenza sono effettuate col pretesto di “pacificare l’area” ma, in realtà, pongono le basi per continuare le guerre indefinitamente, addossando le responsabilità non alle forze genocide e a chi le sostiene, bensì a tali organizzazioni per il loro mancato disarmo.

Esse si stanno intensificando a causa della caduta del regime baathista, che consentiva massima agibilità politica sul proprio territorio a tutte queste organizzazioni, e a causa del minore supporto che il governo “riformista” dell’Iran fornisce loro rispetto ai precedenti governi. Tuttavia, il fatto più grave è costituito dal marcato collaborazionismo dei paesi arabi e islamici che emettono continue dichiarazioni contro i massacri sionisti, ma poi contribuiscono al loro protrarsi.

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