Sono stati resi noti i risultati delle elezioni politiche svoltesi in Iraq l’11 novembre, le seste dopo la caduta del regime baathista per mano dell’imperialismo statunitense che, si ricorda, da allora, mantiene una significativa presenza militare nel paese.
Rispetto al contesto e alle occasioni precedenti, gli elementi di tensione che hanno accompagnato la tornata elettorale sono stati minori, anche se non irrilevanti.
Gli USA hanno intensificato la loro pressione sulle autorità centrali affinché le Forze di Mobilitazione Popolari (PMF), emerse durante la lotta all’Isis, vengano definanziate e disarmate – similmente a come stanno facendo con il Libano per Hezbollah – in quanto ritenute strumento di influenza dell’Iran, nonché responsabili di attacchi contro i militari statunitensi; nei mesi precedenti, tali pressioni hanno fruttato il ritiro di una legge che avrebbe ulteriormente elevato lo status delle PMF, già ora regolarizzato, all’interno delle forze armate irachene. Tuttavia di disarmo non se ne parla.
Inoltre, il movimento sciita capeggiato da Moqtada al-Sadr, dopo aver fatto dimettere in massa nel 2022 i propri parlamentari, che costituivano la maggioranza relativa della camera uscente, ha effettuato un boicottaggio attivo di queste elezioni. Da notare che i sadristi hanno combattuto per anni, con la loro milizia, “l’esercito del Mahdi”, l’occupazione USA, ma si sono mostrati molto ostili anche nei confronti dell’Iran.
L’affluenza è stata quasi del 56%, corrispondente a circa 11,8 milioni di elettori, ancora non ai livelli dei picchi registrati alle prime tornate post-baathiste, ma in forte aumento rispetto al 41% registrato nel 2021, segnalando, così, una decisa stabilizzazione del sistema, dopo gli anni bui dell’emersione dell’Isis. Significativo che i picchi positivi di affluenza si siano verificati nell’area curda, mentre il boicottaggio sadrista si sia fatto sentire principalmente a Baghdad e nell’area di Sadr City.
I risultati, come atteso, hanno visto la netta prevalenza delle liste sciite, confessione maggioritaria nel paese. Secondo i principali analisti, il maggior peso lo avrà la “Coalizione per la Ricostruzione e lo Sviluppo”, guidata dal Primo Ministro Al Sudani, che ha ottenuto 46 seggi, presentandosi con un profilo autonomo, meno legato all’Iran, rispetto agli ex-alleati del “Quadro di Coordinamento”, i quali, nell’insieme, ottengono 126 seggi.
Le liste singole facenti parte di tale alleanza, tuttavia, sono ben al di sotto di Al Sudani: ad esempio, la “Lista legge e ordine” dell’ex-Primo Ministro Nouri al-Maliki è a quota 35–37 seggi, mentre “Alleanza Fatah” e “Movimento Sadiqoun”, più organici alle PMF, ne totalizzano una quarantina in due.
La minoranza sunnita ottiene 55 seggi, divisi fra Taqadum, 28, Al-Siyada 17 ed altri minori.
Sul fronte curdo, grande risultato per il Partito Democratico del Kurdistan (PDK) dei Barzani, egemone nelle province di Erbil e Duhok, che conquista 26 seggi, mentre sottotono, dopo gli scontri interni dei mesi precedenti, l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), egemone nella provincia di Sulaymaniyah, che si ferma a 15 seggi.
I punti di tensione fra PDK e PUK non mancano, in quanto il primo è più legato a Turchia e USA, mentre il secondo è più legato all’Iran ed ospita, nelle aree montuose sotto la sua amministrazione, il PKK. Questi due partiti, tuttavia, riescono a superare le divisioni quando si tratta di proteggere interessi comuni, quali mantenere il controllo a livello di governo regionale sulle risorse petrolifere dell’area curda, contrattare posti nel governo centrale e difendere la collocazione amministrativa nella Regione Autonoma Curda di alcune zone contese con altre province.
A proposito del PKK, nel 2024 sono stati resi illegali ben tre partiti ritenuti ad esso legati, impedendo ogni rappresentanza parlamentare alla sua area politica.
Nulla da fare anche per il Partito Comunista Iracheno ed altri partiti che si caratterizzano per essere al di sopra delle confessioni, penalizzati anche dal boicottaggio dei sadristi, i quali in passato li avevano accolti nella propria coalizione, permettendone l’elezione di qualche esponente.
Il sistema politico iracheno, infatti, come si è visto, si presenta come diviso su base confessionale de facto, anche se non de jure, come quello libanese, Ciò provocò, nel 2019, le dure proteste di massa del cosiddetto movimento tishreen, il quale, pur duramente represso, causò comunque la caduta di un governo dal profilo decisamente filoiraniano e la conseguente emersione, nel campo sciita, di figure “moderate” come Al-Sudani.
Ora si prospetta il solito esecutivo di coalizione ampissimo, guidato dallo stesso Al-Sudani, il quale potrà sicuramente contare su un consolidamento degli assetti di potere che lo sostengono, dato dalla maggiore affluenza elettorale ed anche dall’allontanamento dei tempi burrascosi delle guerre civili settarie.
Il primo esame serio da affrontare sarà, oltre alla gestione delle consuete schermagli fra PMF e truppe USA, la questione del ritiro di queste ultime dal paese, previsto per il momento per fine 2026, ma sempre soggetto a rinvii causati dall’emersione della “minaccia dell’Isis” di turno...
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20/11/2025
04/08/2025
L’Occidente vuole disarmare la Resistenza, i regimi arabi si accordano
Il nuovo mantra della diplomazia occidentale per alleggerire le pressioni internazionali sul regime sionista è “la resistenza deve disarmare”. Questo è, infatti, il filo rosso che unisce le ultime mosse su tre terreni, quello palestinese, quello libanese e quello iracheno.
In tutti e tre i casi si cerca di ottenere con la pressione diplomatica quello che con le guerre imperialiste non si è riuscito ad ottenere, ovvero che rispettivamente le organizzazioni della Resistenza Palestinese, Hezbollah e le Forze di Mobilitazione Popolare depongano spontaneamente le armi; la motivazione “seducente” è il “ristabilimento della democrazia e della sovranità nazionale”, a beneficio delle rispettive autorità considerate legittime, ovvero l’Autorità Nazionale Palestinese, lo stato libanese e quello iracheno, che vengono attualmente dipinte come ostaggio, appunto, delle organizzazioni della resistenza e del loro agire come proxy dell’Iran.
Si tratta di una mistificazione totale perché la storia e la realtà sul terreno dicono che, nel caso in cui le varie organizzazioni della Resistenza dovessero lasciare indifese le loro comunità, queste verrebbero immediatamente fatte oggetto dell’espansionismo sionista o di massacri settari ancora di più di quanto non lo siano ora.
Senza che nessuno dei presunti difensori della della “sovranità nazionale” dei loro paesi faccia nulla per aiutarle. Si veda cosa sta succedendo agli alawiti e alle altre minoranze in Siria o, per guardare indietro nel tempo, cosa successe a Sabra e Shatila.
Ciò è vero anche perché, nel frattempo, le entità che dovrebbero essere depositarie di questa sovranità nazionale, ovvero, come detto, ANP, stato iracheno e stato libanese, nel frattempo non è che vengano aiutate e legittimate, bensì vengono a loro volta fatte oggetto di pressioni e sanzioni con il pretesto che non sono adeguate al compito di disarmare la Resistenza e ristabilire la propria autorità.
La cosa grave è che a questa narrativa si stanno accodando, per subalternità o interessi geopolitici, molti paesi arabai e islamici, i quali spingono per portarsi dietro anche i BRICS.
Martedì scorso, Francia e Arabia Saudita hanno promosso una conferenza presso le Nazioni Unite con lo scopo di riaprire il negoziato sulla questione palestinese. Ne è venuto fuori un documento dall’impronta chiaramente equidistante nell’attribuzione delle responsabilità del genocidio in atto a Gaza: “Condanniamo gli attacchi commessi da Hamas contro i civili il 7 ottobre. Condanniamo inoltre gli attacchi di Israele contro i civili a Gaza e le infrastrutture civili, l’assedio e la fame, che hanno provocato una devastante catastrofe umanitaria. Guerra, occupazione, terrore e sfollamenti forzati non possono garantire né la pace né la sicurezza. Solo una soluzione politica può farlo”.
La parte più importante, però riguarda la proposta politica: per una “una conclusione permanente delle ostilità”, ad Hamas viene chiesto di rilasciare tutti gli ostaggi (senza, dunque, negoziare scambi con le migliaia di ostaggi palestinesi nelle carceri sioniste) e di “porre fine al suo dominio su Gaza e consegnare le armi all’Autorità Palestinese, con il coinvolgimento e il sostegno della comunità internazionale, in linea con l’obiettivo di uno Stato palestinese sovrano e indipendente”.
Da parte sua l’ANP, con l’ausilio di una “missione internazionale temporanea di stabilizzazione sotto l’egida dell’ONU” dovrebbe impegnarsi a tenere “elezioni generali e presidenziali trasparenti e democratiche” entro un anno.
Sembra un piano di buon senso, ma in realtà è una replica di quelli già disattesi negli anni ‘90; inoltre, tutti sanno che l’ANP non ha la forza, l’autorevolezza ed il consenso per ottemperare ai compiti richiesti e che, nel caso in cui Hamas e le altre organizzazioni della Resistenza Palestinese disarmassero, immediatamente i loro membri e la popolazione di quelle che sono percepite come le loro roccaforti verrebbero fatti oggetto di massacri.
Per non parlare del fatto che sia la Striscia di Gaza che la Cisgiordania verrebbero immediatamente occupate completamente, senza dar modo a nessuna missione internazionali di insediarsi. Infatti, ovviamente, Netranyahu e la sua cricca di genocidiari hanno detto “no” a questo piano e nemmeno gli USA hanno aderito; anzi, nei giorni scorsi hanno sanzionato anche alcuni membri dell’ANP.
Fra i firmatari ci sono anche paesi che portano avanti la mediazione per il cessate a fuoco a Gaza con Hamas – l’Egitto e il Qatar – o dichiarano di sostenerlo (la Turchia) e, contemporaneamente, ora ne chiedono il disarmo. La motivazione che adducono questi paesi è che, in tal modo, si fermano la guerra ed i massacri.
In realtà, ponendo come condizione il disarmo della Resistenza, si fornisce l’alibi per continuare la guerra all’infinito, dando fiato alla retorica bugiarda dei filosionisti secondo cui “la guerra finirebbe immediatamente se Hamas liberasse gli ostaggi e posasse le armi”, mentre Netanyahu, Smotric, Ben Gvir e Trump parlano apertamente di deportazioni di massa e pulizia etnica quali veri scopi della guerra.
Stesso discorso, ma su scala, al momento, ridotta, riguarda il Libano. L’inviato americano Barrack continua a fare la spola fra Ankara, dove è ambasciatore, e Beirut per fare pressione sul presidente della Repubblica Aoun e sul Primo Ministro Salam affinché sia impostata una road map che porti al disarmo di Hezbollah entro l’anno. Altrimenti, dicono chiaramente i funzionari USA, gli attacchi sionisti continueranno (in spregio del cessate il fuoco raggiunto a novembre scorso, che appare già un lontano ricordo) e le istituzioni finanziarie internazionali continueranno a non aiutare il Libano ad uscire dalla sua crisi economica.
Il Presidente Aoun non può far altro che assecondare Barrack, nelle proprie dichiarazioni pubbliche, ma sa che l’esercito libanese non è minimamente in grado di esigere il disarmo di Hezbollah, che dovrebbe prendere autonomamente questa decisione.
Il movimento sciita ha ottemperato alla richiesta di ritirare le proprie milizie al nord del fiume Litani e ciò, di fatto, ha già comportato la consegna di alcuni depositi di armi all’esercito libanese. Tuttavia, per bocca del suo Segretario generale Naim Qassem, continua ad escludere categoricamente di voler disarmare: “Hezbollah non ha alcuna intenzione di consegnare le sue armi, né gradualmente né secondo alcun meccanismo proposto, soprattutto perché le circostanze e le dinamiche regionali rendono il disarmo una forma di suicidio. Siamo un popolo che rifiuta l’umiliazione, che non rinuncerà alla propria terra e che non consegnerà mai le proprie armi al nemico israeliano”, ha dichiarato a inizio luglio.
Altri esponenti affermano che la questione delle armi potrà essere trattata nell’ambito di un riassetto generale delle strategie difensive del Libano, dopo che vi sarà stata la completa adesione del regime sionista ai termini del cessate il fuoco; questi discorsi sembrano aprire a forme di integrazione delle milizie sciite all’interno dell’esercito nazionale. Tuttavia ogni discorso del genere è prematuro anche perché fino ad ora nessuno è in grado di garantire che, nel caso Hezbollah disarmasse domattina, poi il sud del Libano non verrebbe rioccupato e la minoranza sciita massacrata.
Il governo libanese, per il momento, continua a prendere tempo nella speranza che le pressioni internazionali pieghino Hezbollah. Sul paese incombe sempre lo spettro della guerra civile, che le componenti politiche post-falangiste e quelle filo-saudite potrebbero provocare proprio con il pretesto del mancato disarmo del movimento libanese.
Immediatamente dopo, data la sproporzione delle forze, seguirebbe la richiesta dell’intervento esterno, che arriverebbe a colpire Hezbollah con il finto scopo di “stabilire un disarmo generale delle milizie ed il monopolio dello stato centrale sulle armi”. Ci sono da attendersi provocazioni nei confronti di Hezbollah in tal senso, specie se si giungesse ad un cessate il fuoco a Gaza.
C’è poi il terzo fronte, quello dell’Iraq, che ha le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), milizie nate nel 2014 grazie ai finanziamenti e agli armamenti iraniani per combattere l’Isis e formate prevalentemente da unità sciite, affiancate da turkmeni, cristiani e dall’ala yezida del PKK. Ovviamente sono accusate dall’Occidente e dalle petromonarchie del golfo di essere uno strumento d’intervento dell’Iran nella politica irachena specie da quando, nel 2016, sono state formalmente inserite nell’esercito nazionale iracheno.
Gli USA stanno intensificando le loro pressioni affinché tali milizie vengano sciolte e, ovviamente, promettono sanzioni se ciò non dovesse verificarsi. Intanto, alcune forze politiche minacciano di boicottare le elezioni a causa di quello che ritengono essere il crescente potere delle PMF e la loro crescente integrazione negli apparati statali.
Il casus belli che potrebbe far precipitare la situazione, specie se continuasse a ripetersi, è il verificarsi di una serie di attacchi di droni, non rivendicati da nessuno, che hanno colpito molte infrastrutture nella regione autonoma curda. Immediatamente il dito è stato puntato contro le PMF, che hanno una serie di conti in sospeso con il clan Barzani.
In definitiva, tutte queste pressioni nei confronti delle organizzazioni dell’Asse della Resistenza sono effettuate col pretesto di “pacificare l’area” ma, in realtà, pongono le basi per continuare le guerre indefinitamente, addossando le responsabilità non alle forze genocide e a chi le sostiene, bensì a tali organizzazioni per il loro mancato disarmo.
Esse si stanno intensificando a causa della caduta del regime baathista, che consentiva massima agibilità politica sul proprio territorio a tutte queste organizzazioni, e a causa del minore supporto che il governo “riformista” dell’Iran fornisce loro rispetto ai precedenti governi. Tuttavia, il fatto più grave è costituito dal marcato collaborazionismo dei paesi arabi e islamici che emettono continue dichiarazioni contro i massacri sionisti, ma poi contribuiscono al loro protrarsi.
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In tutti e tre i casi si cerca di ottenere con la pressione diplomatica quello che con le guerre imperialiste non si è riuscito ad ottenere, ovvero che rispettivamente le organizzazioni della Resistenza Palestinese, Hezbollah e le Forze di Mobilitazione Popolare depongano spontaneamente le armi; la motivazione “seducente” è il “ristabilimento della democrazia e della sovranità nazionale”, a beneficio delle rispettive autorità considerate legittime, ovvero l’Autorità Nazionale Palestinese, lo stato libanese e quello iracheno, che vengono attualmente dipinte come ostaggio, appunto, delle organizzazioni della resistenza e del loro agire come proxy dell’Iran.
Si tratta di una mistificazione totale perché la storia e la realtà sul terreno dicono che, nel caso in cui le varie organizzazioni della Resistenza dovessero lasciare indifese le loro comunità, queste verrebbero immediatamente fatte oggetto dell’espansionismo sionista o di massacri settari ancora di più di quanto non lo siano ora.
Senza che nessuno dei presunti difensori della della “sovranità nazionale” dei loro paesi faccia nulla per aiutarle. Si veda cosa sta succedendo agli alawiti e alle altre minoranze in Siria o, per guardare indietro nel tempo, cosa successe a Sabra e Shatila.
Ciò è vero anche perché, nel frattempo, le entità che dovrebbero essere depositarie di questa sovranità nazionale, ovvero, come detto, ANP, stato iracheno e stato libanese, nel frattempo non è che vengano aiutate e legittimate, bensì vengono a loro volta fatte oggetto di pressioni e sanzioni con il pretesto che non sono adeguate al compito di disarmare la Resistenza e ristabilire la propria autorità.
La cosa grave è che a questa narrativa si stanno accodando, per subalternità o interessi geopolitici, molti paesi arabai e islamici, i quali spingono per portarsi dietro anche i BRICS.
Martedì scorso, Francia e Arabia Saudita hanno promosso una conferenza presso le Nazioni Unite con lo scopo di riaprire il negoziato sulla questione palestinese. Ne è venuto fuori un documento dall’impronta chiaramente equidistante nell’attribuzione delle responsabilità del genocidio in atto a Gaza: “Condanniamo gli attacchi commessi da Hamas contro i civili il 7 ottobre. Condanniamo inoltre gli attacchi di Israele contro i civili a Gaza e le infrastrutture civili, l’assedio e la fame, che hanno provocato una devastante catastrofe umanitaria. Guerra, occupazione, terrore e sfollamenti forzati non possono garantire né la pace né la sicurezza. Solo una soluzione politica può farlo”.
La parte più importante, però riguarda la proposta politica: per una “una conclusione permanente delle ostilità”, ad Hamas viene chiesto di rilasciare tutti gli ostaggi (senza, dunque, negoziare scambi con le migliaia di ostaggi palestinesi nelle carceri sioniste) e di “porre fine al suo dominio su Gaza e consegnare le armi all’Autorità Palestinese, con il coinvolgimento e il sostegno della comunità internazionale, in linea con l’obiettivo di uno Stato palestinese sovrano e indipendente”.
Da parte sua l’ANP, con l’ausilio di una “missione internazionale temporanea di stabilizzazione sotto l’egida dell’ONU” dovrebbe impegnarsi a tenere “elezioni generali e presidenziali trasparenti e democratiche” entro un anno.
Sembra un piano di buon senso, ma in realtà è una replica di quelli già disattesi negli anni ‘90; inoltre, tutti sanno che l’ANP non ha la forza, l’autorevolezza ed il consenso per ottemperare ai compiti richiesti e che, nel caso in cui Hamas e le altre organizzazioni della Resistenza Palestinese disarmassero, immediatamente i loro membri e la popolazione di quelle che sono percepite come le loro roccaforti verrebbero fatti oggetto di massacri.
Per non parlare del fatto che sia la Striscia di Gaza che la Cisgiordania verrebbero immediatamente occupate completamente, senza dar modo a nessuna missione internazionali di insediarsi. Infatti, ovviamente, Netranyahu e la sua cricca di genocidiari hanno detto “no” a questo piano e nemmeno gli USA hanno aderito; anzi, nei giorni scorsi hanno sanzionato anche alcuni membri dell’ANP.
Fra i firmatari ci sono anche paesi che portano avanti la mediazione per il cessate a fuoco a Gaza con Hamas – l’Egitto e il Qatar – o dichiarano di sostenerlo (la Turchia) e, contemporaneamente, ora ne chiedono il disarmo. La motivazione che adducono questi paesi è che, in tal modo, si fermano la guerra ed i massacri.
In realtà, ponendo come condizione il disarmo della Resistenza, si fornisce l’alibi per continuare la guerra all’infinito, dando fiato alla retorica bugiarda dei filosionisti secondo cui “la guerra finirebbe immediatamente se Hamas liberasse gli ostaggi e posasse le armi”, mentre Netanyahu, Smotric, Ben Gvir e Trump parlano apertamente di deportazioni di massa e pulizia etnica quali veri scopi della guerra.
Stesso discorso, ma su scala, al momento, ridotta, riguarda il Libano. L’inviato americano Barrack continua a fare la spola fra Ankara, dove è ambasciatore, e Beirut per fare pressione sul presidente della Repubblica Aoun e sul Primo Ministro Salam affinché sia impostata una road map che porti al disarmo di Hezbollah entro l’anno. Altrimenti, dicono chiaramente i funzionari USA, gli attacchi sionisti continueranno (in spregio del cessate il fuoco raggiunto a novembre scorso, che appare già un lontano ricordo) e le istituzioni finanziarie internazionali continueranno a non aiutare il Libano ad uscire dalla sua crisi economica.
Il Presidente Aoun non può far altro che assecondare Barrack, nelle proprie dichiarazioni pubbliche, ma sa che l’esercito libanese non è minimamente in grado di esigere il disarmo di Hezbollah, che dovrebbe prendere autonomamente questa decisione.
Il movimento sciita ha ottemperato alla richiesta di ritirare le proprie milizie al nord del fiume Litani e ciò, di fatto, ha già comportato la consegna di alcuni depositi di armi all’esercito libanese. Tuttavia, per bocca del suo Segretario generale Naim Qassem, continua ad escludere categoricamente di voler disarmare: “Hezbollah non ha alcuna intenzione di consegnare le sue armi, né gradualmente né secondo alcun meccanismo proposto, soprattutto perché le circostanze e le dinamiche regionali rendono il disarmo una forma di suicidio. Siamo un popolo che rifiuta l’umiliazione, che non rinuncerà alla propria terra e che non consegnerà mai le proprie armi al nemico israeliano”, ha dichiarato a inizio luglio.
Altri esponenti affermano che la questione delle armi potrà essere trattata nell’ambito di un riassetto generale delle strategie difensive del Libano, dopo che vi sarà stata la completa adesione del regime sionista ai termini del cessate il fuoco; questi discorsi sembrano aprire a forme di integrazione delle milizie sciite all’interno dell’esercito nazionale. Tuttavia ogni discorso del genere è prematuro anche perché fino ad ora nessuno è in grado di garantire che, nel caso Hezbollah disarmasse domattina, poi il sud del Libano non verrebbe rioccupato e la minoranza sciita massacrata.
Il governo libanese, per il momento, continua a prendere tempo nella speranza che le pressioni internazionali pieghino Hezbollah. Sul paese incombe sempre lo spettro della guerra civile, che le componenti politiche post-falangiste e quelle filo-saudite potrebbero provocare proprio con il pretesto del mancato disarmo del movimento libanese.
Immediatamente dopo, data la sproporzione delle forze, seguirebbe la richiesta dell’intervento esterno, che arriverebbe a colpire Hezbollah con il finto scopo di “stabilire un disarmo generale delle milizie ed il monopolio dello stato centrale sulle armi”. Ci sono da attendersi provocazioni nei confronti di Hezbollah in tal senso, specie se si giungesse ad un cessate il fuoco a Gaza.
C’è poi il terzo fronte, quello dell’Iraq, che ha le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), milizie nate nel 2014 grazie ai finanziamenti e agli armamenti iraniani per combattere l’Isis e formate prevalentemente da unità sciite, affiancate da turkmeni, cristiani e dall’ala yezida del PKK. Ovviamente sono accusate dall’Occidente e dalle petromonarchie del golfo di essere uno strumento d’intervento dell’Iran nella politica irachena specie da quando, nel 2016, sono state formalmente inserite nell’esercito nazionale iracheno.
Gli USA stanno intensificando le loro pressioni affinché tali milizie vengano sciolte e, ovviamente, promettono sanzioni se ciò non dovesse verificarsi. Intanto, alcune forze politiche minacciano di boicottare le elezioni a causa di quello che ritengono essere il crescente potere delle PMF e la loro crescente integrazione negli apparati statali.
Il casus belli che potrebbe far precipitare la situazione, specie se continuasse a ripetersi, è il verificarsi di una serie di attacchi di droni, non rivendicati da nessuno, che hanno colpito molte infrastrutture nella regione autonoma curda. Immediatamente il dito è stato puntato contro le PMF, che hanno una serie di conti in sospeso con il clan Barzani.
In definitiva, tutte queste pressioni nei confronti delle organizzazioni dell’Asse della Resistenza sono effettuate col pretesto di “pacificare l’area” ma, in realtà, pongono le basi per continuare le guerre indefinitamente, addossando le responsabilità non alle forze genocide e a chi le sostiene, bensì a tali organizzazioni per il loro mancato disarmo.
Esse si stanno intensificando a causa della caduta del regime baathista, che consentiva massima agibilità politica sul proprio territorio a tutte queste organizzazioni, e a causa del minore supporto che il governo “riformista” dell’Iran fornisce loro rispetto ai precedenti governi. Tuttavia, il fatto più grave è costituito dal marcato collaborazionismo dei paesi arabi e islamici che emettono continue dichiarazioni contro i massacri sionisti, ma poi contribuiscono al loro protrarsi.
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26/07/2025
Iraq - È scontro tra Moqtada al Sadr e le milizie filoiraniane
È alta la tensione politica e militare tra il leader sciita iracheno Moqtada al Sadr e le milizie filoiraniane, sempre di osservanza sciita, che si richiamano alla denominazione comune di “resistenza” (muqawama), a causa di opposte posizioni sulla questione della sovranità dello Stato e del controllo sugli armamenti.
Il confronto rischia di degenerare in uno scontro aperto alla vigilia delle elezioni di novembre, in un contesto in cui il ruolo delle formazioni paramilitari resta al centro del dibattito.
Il 26 giugno, in un sermone pronunciato a Karbala, Abdul Mahdi al Karbalai – rappresentante della massima autorità religiosa sciita in Iraq, l’ayatollah Ali al Sistani – ha invocato riforme profonde e il rafforzamento dell’autorità dello Stato. Il messaggio, chiaramente indirizzato anche alle milizie legate a Teheran, ha chiesto il disarmo delle organizzazioni non statali, il rispetto dello stato di diritto e il contrasto alla corruzione.
Una settimana più tardi, il 4 luglio, Moqtada al Sadr ha rilanciato la linea con toni ancora più diretti: «Le armi fuori controllo vanno consegnate allo Stato, le milizie devono essere sciolte e l’esercito e la polizia rafforzati. Solo così l’Iraq potrà restare indipendente e libero dai corrotti», ha dichiarato. La reazione dei gruppi armati filo-iraniani è stata immediata. Il 5 luglio, un account Telegram riconducibile ad Abu Ali al Askari – pseudonimo di un portavoce del gruppo Kataib Hezbollah – ha accusato Sadr di «tradire il sangue dei martiri» e ha definito i suoi sostenitori «vigliacchi e femminucce».
Il messaggio è stato interpretato come una conferma del disprezzo che il fronte delle milizie filoiraniane nutre nei confronti di Sadr. A rincarare la dose, il 16 luglio è intervenuto Ali Turki, deputato e membro del gruppo Asaib Ahl al Haq, che ha definito le parole di Sadr una “eco” del vero riferimento religioso, ovvero Sistani, sostenendo che le Forze di mobilitazione popolare (Hashd al Shaabi) «resteranno fino all’apparizione del Mahdi».
Secondo alcuni osservatori i combattenti vicini a Sadr, in particolare quelli delle Saraya al Salam, erano pronti a lanciare una rappresaglia contro le postazioni di Kataib Hezbollah a Baghdad, ma l’azione sarebbe stata bloccata all’ultimo momento.
Fonte
Il confronto rischia di degenerare in uno scontro aperto alla vigilia delle elezioni di novembre, in un contesto in cui il ruolo delle formazioni paramilitari resta al centro del dibattito.
Il 26 giugno, in un sermone pronunciato a Karbala, Abdul Mahdi al Karbalai – rappresentante della massima autorità religiosa sciita in Iraq, l’ayatollah Ali al Sistani – ha invocato riforme profonde e il rafforzamento dell’autorità dello Stato. Il messaggio, chiaramente indirizzato anche alle milizie legate a Teheran, ha chiesto il disarmo delle organizzazioni non statali, il rispetto dello stato di diritto e il contrasto alla corruzione.
Una settimana più tardi, il 4 luglio, Moqtada al Sadr ha rilanciato la linea con toni ancora più diretti: «Le armi fuori controllo vanno consegnate allo Stato, le milizie devono essere sciolte e l’esercito e la polizia rafforzati. Solo così l’Iraq potrà restare indipendente e libero dai corrotti», ha dichiarato. La reazione dei gruppi armati filo-iraniani è stata immediata. Il 5 luglio, un account Telegram riconducibile ad Abu Ali al Askari – pseudonimo di un portavoce del gruppo Kataib Hezbollah – ha accusato Sadr di «tradire il sangue dei martiri» e ha definito i suoi sostenitori «vigliacchi e femminucce».
Il messaggio è stato interpretato come una conferma del disprezzo che il fronte delle milizie filoiraniane nutre nei confronti di Sadr. A rincarare la dose, il 16 luglio è intervenuto Ali Turki, deputato e membro del gruppo Asaib Ahl al Haq, che ha definito le parole di Sadr una “eco” del vero riferimento religioso, ovvero Sistani, sostenendo che le Forze di mobilitazione popolare (Hashd al Shaabi) «resteranno fino all’apparizione del Mahdi».
Secondo alcuni osservatori i combattenti vicini a Sadr, in particolare quelli delle Saraya al Salam, erano pronti a lanciare una rappresaglia contro le postazioni di Kataib Hezbollah a Baghdad, ma l’azione sarebbe stata bloccata all’ultimo momento.
Fonte
05/07/2025
Iraq, prossima tappa del “riassetto sionista” del Medio Oriente?
Dopo l’ultima aggressione armata all’Iran, conclusasi con una rapida tregua dopo aver decapitato i più alti e validi esponenti militari e scientifici del paese, molti analisti militari arabi e internazionali, focalizzano nell’Iraq la prossima mossa di Israele, in quanto, quello iracheno “è l’ultimo fronte rimasto”, al momento non coinvolto negli obbiettivi sionisti.
Infatti, mentre Israele sta compiendo il genocidio e la pulizia etnica a Gaza, mentre sta destrutturando militarmente e territorialmente la Cisgiordania e i Territori occupati palestinesi, dopo aver sfibrato militarmente e politicamente Hezbollah e le forze della Resistenza in Libano, dopo aver partecipato alla distruzione della Siria araba e sovrana, occupandone poi grandi aree e mentre continua la conflittualità militare a distanza, per ora, con lo Yemen di Sana’a, molti analisti stanno riflettendo e valutando se il prossimo tassello, per finire il lavoro di destabilizzazione regionale, sia quello di mettere in ginocchio l’Iraq, destrutturandolo a proprio interesse strategico.
Questo perché lì è presente il PMF, le “Forze di Mobilitazione Popolari”, l’ultima forza consistente dell’“Asse della resistenza”, al momento gravemente sfibrata.
Le PMF, sono una coalizione di milizie, in gran parte sciite irachene di circa 136.000 uomini, che diventano circa 170.000, sommando altre forze resistenti locali, tra cui Kata’ib Hezbollah, Nujabaa, Kataib Sayyed al-Shuhada, Ansarullah al-Awfiyaa, l’Organizzazione Badr ed una minoranza di brigate sunnite, cristiane, yazide e shabak, tutte unificatesi per combattere contro le forze statunitensi durante l’invasione USA dell’Iraq.
Una cosa è certa: il paese mediorientale è oggettivamente in un momento critico, una situazione di delicatissimi equilibri, a rischio di tentativi, neanche nascosti, di destabilizzazione, circondato da guerre e sovvertimenti forzati.
L’Iraq, rappresenta oggi un fronte divenuto, dopo gli ultimi eventi, fondamentale, per l’Iran dato che Israele ha lavorato in questi anni per distruggere l’“Asse della Resistenza”, indebolendolo, colpendolo nelle varie sue realtà, da Gaza alla Cisgiordania, dal Libano alla Siria, allo Yemen, con il contributo degli USA.
Lo dimostra l’estrema cautela nelle dichiarazioni delle autorità di Baghdad, che hanno condannato i bombardamenti sull’Iran, la situazione a Gaza e in Palestina, senza però alzare eccessivamente i toni e tornando poi sotto traccia.
C’è anche da rilevare che l’Iraq, dopo la sua distruzione, l’assassinio di Saddam Hussein e la fine del governo baathista, continua a NON essere uno stato sovrano e indipendente ma frantumato e parcellizzato, con i partiti mafiosi e corrotti dell’entità curda, al servizio degli interessi politici ed economici degli USA, con alcune aree ancora intrise della presenza di unità dell’ISIS, ampi territori senza alcun controllo, che di fatto sono una realtà estranea alle autorità centrali. Un esercito debole e disorganizzato, una economia ancora distrutta e non ricostruito industrialmente, a 22 anni dalla cosiddetta “liberazione”...
In questo quadro le PMF sono la spina dorsale e più strutturata e organizzata, dell’apparato militare iracheno, con equipaggiamenti e dotazioni anche moderne, grazie alla storica alleanza con l’Iran ed Hezbollah in Libano finora e la Siria di Assad prima.
Dal premier iracheno ai leader religiosi più moderati, l’ordine è impedire che le voci e le spinte più radicali all’interno del paese, portino ad un confronto militare con Israele. Già dall’inizio dell’anno i gruppi combattenti avevano congelato le operazioni contro Usa e Israele, come parte di un accordo sancito col governo centrale di Baghdad. Va ricordato che per due anni, fra il 2023 e il 2024, le milizie irachene avevano partecipato al conflitto multi-fronte, lanciando droni verso Israele e prendendo di mira le Alture siriane del Golan occupate ed Eilat. Nell’ottobre dello scorso anno due soldati israeliani dell’Idf erano stati uccisi in un attacco di droni lanciato dalle milizie locali.
Un alto esponente della milizia al-Nujaba, una delle fazioni irachene, ha confermato al quotidiano libanese Al-Akhbar, che a dicembre era stato raggiunto un “patto” per fermare le attività militari.
Inoltre, il 14 giugno il quotidiano saudita Asharq Al-Awsat ha rivelato che le autorità di Baghdad avrebbero trasmesso un messaggio simile a quello che Beirut ha inviato a Hezbollah: stare fuori dalla guerra tra Israele e Iran.
Il primo ministro iracheno Mohammed al-Sudani ha parlato coi capi delle milizie e, nella partita è entrato anche l’influente Muqtada al-Sadr, non nuovo a capovolgimenti improvvisi, il quale avrebbe esercitato pressioni sulle milizie per il blocco delle operazioni. “L’Iraq e il suo popolo non hanno bisogno di nuove guerre” ha scritto il leader sciita il 13 giugno. “Chiediamo di far tacere le voci spericolate che chiedono il coinvolgimento dell’Iraq nella guerra e di ascoltare la voce della saggezza e le direttive dei capi religiosi più saggi...”.
Ad AsiaNews, lo studioso giordano Al Sabaileh definisce “credibili” le voci di una forte e massiccia richiesta di disarmo, perlomeno parziale, delle milizie attive in Iraq. Decisiva la pressione ed i ricatti degli Stati Uniti e la minaccia israeliana dell’apertura di un ultimo fronte di guerra dopo Gaza, Siria, Libano e Yemen. Ma se il piano di disarmo avvenisse è oggettivo che, con la fine della Resistenza contro il sionismo e le intimazioni statunitensi, il loro peso politico e l'influenza nel paese, in prospettiva non sarebbe più lo stesso e andrebbe disperso.
Infatti gli emissari di Washington hanno pubblicamente avvertito le autorità di Baghdad, che, senza un decisivo intervento per bloccare e disarmare le milizie filo-iraniane, la risposta sarebbe di natura militare con attacchi e raid aerei sul paese, in una deriva di guerra con conseguenze inevitabili sui civili.
Il ruolo e la progettualità di lunga data della CIA in Iraq, ha inizio nel 2001, infatti il progetto statunitense di destabilizzare il paese prima di invaderlo, iniziò in quel periodo, con sabotaggi, omicidi, guerre psicologiche, corrompendo e asservendo i capi locali della minoranza curda, come affermato da Colin Powell, i due leader curdi Barzani e Talabani, è dall’aprile 2002, che entrarono a libro paga degli USA.
Secondo la testimonianza dell’allora segretario di stato Colin Powell alla Commissione sull’11 settembre, “Wolfowitz, sosteneva che l’Iraq era in definitiva la fonte del problema terroristico e doveva quindi essere attaccato”. L’11 settembre, l’allora direttore della CIA George Tenet autorizzò la creazione dell’Iraq Operations Group (IOG) e nel giro di 24 ore, fu pianificato il progetto per il sovvertimento dell’Iraq. Nome in codice DB/ANABASIS (“DB” era il criptonimo della CIA per l’Iraq), il piano fu attivato molto prima di qualsiasi dichiarazione formale di guerra, e ben prima che l’opinione pubblica statunitense fosse preparato circa la falsa accusa di armi di distruzione di massa detenute dall'Iraq.
Ed oggi, la domanda di molti analisti ed esperti di Medio Oriente, è se potrebbe arrivare la violenta tappa finale di quella progettualità.
Intanto le PMF hanno lanciato nel paese una serie di marce popolari con centinaia di migliaia di partecipanti, pacifiche ma con parole d’ordine dure e determinate, di condanna delle aggressioni sioniste nella regione mediorientale, in ultimo l’Iran.
Fonte
Infatti, mentre Israele sta compiendo il genocidio e la pulizia etnica a Gaza, mentre sta destrutturando militarmente e territorialmente la Cisgiordania e i Territori occupati palestinesi, dopo aver sfibrato militarmente e politicamente Hezbollah e le forze della Resistenza in Libano, dopo aver partecipato alla distruzione della Siria araba e sovrana, occupandone poi grandi aree e mentre continua la conflittualità militare a distanza, per ora, con lo Yemen di Sana’a, molti analisti stanno riflettendo e valutando se il prossimo tassello, per finire il lavoro di destabilizzazione regionale, sia quello di mettere in ginocchio l’Iraq, destrutturandolo a proprio interesse strategico.
Questo perché lì è presente il PMF, le “Forze di Mobilitazione Popolari”, l’ultima forza consistente dell’“Asse della resistenza”, al momento gravemente sfibrata.
Le PMF, sono una coalizione di milizie, in gran parte sciite irachene di circa 136.000 uomini, che diventano circa 170.000, sommando altre forze resistenti locali, tra cui Kata’ib Hezbollah, Nujabaa, Kataib Sayyed al-Shuhada, Ansarullah al-Awfiyaa, l’Organizzazione Badr ed una minoranza di brigate sunnite, cristiane, yazide e shabak, tutte unificatesi per combattere contro le forze statunitensi durante l’invasione USA dell’Iraq.
Una cosa è certa: il paese mediorientale è oggettivamente in un momento critico, una situazione di delicatissimi equilibri, a rischio di tentativi, neanche nascosti, di destabilizzazione, circondato da guerre e sovvertimenti forzati.
L’Iraq, rappresenta oggi un fronte divenuto, dopo gli ultimi eventi, fondamentale, per l’Iran dato che Israele ha lavorato in questi anni per distruggere l’“Asse della Resistenza”, indebolendolo, colpendolo nelle varie sue realtà, da Gaza alla Cisgiordania, dal Libano alla Siria, allo Yemen, con il contributo degli USA.
Lo dimostra l’estrema cautela nelle dichiarazioni delle autorità di Baghdad, che hanno condannato i bombardamenti sull’Iran, la situazione a Gaza e in Palestina, senza però alzare eccessivamente i toni e tornando poi sotto traccia.
C’è anche da rilevare che l’Iraq, dopo la sua distruzione, l’assassinio di Saddam Hussein e la fine del governo baathista, continua a NON essere uno stato sovrano e indipendente ma frantumato e parcellizzato, con i partiti mafiosi e corrotti dell’entità curda, al servizio degli interessi politici ed economici degli USA, con alcune aree ancora intrise della presenza di unità dell’ISIS, ampi territori senza alcun controllo, che di fatto sono una realtà estranea alle autorità centrali. Un esercito debole e disorganizzato, una economia ancora distrutta e non ricostruito industrialmente, a 22 anni dalla cosiddetta “liberazione”...
In questo quadro le PMF sono la spina dorsale e più strutturata e organizzata, dell’apparato militare iracheno, con equipaggiamenti e dotazioni anche moderne, grazie alla storica alleanza con l’Iran ed Hezbollah in Libano finora e la Siria di Assad prima.
Dal premier iracheno ai leader religiosi più moderati, l’ordine è impedire che le voci e le spinte più radicali all’interno del paese, portino ad un confronto militare con Israele. Già dall’inizio dell’anno i gruppi combattenti avevano congelato le operazioni contro Usa e Israele, come parte di un accordo sancito col governo centrale di Baghdad. Va ricordato che per due anni, fra il 2023 e il 2024, le milizie irachene avevano partecipato al conflitto multi-fronte, lanciando droni verso Israele e prendendo di mira le Alture siriane del Golan occupate ed Eilat. Nell’ottobre dello scorso anno due soldati israeliani dell’Idf erano stati uccisi in un attacco di droni lanciato dalle milizie locali.
Un alto esponente della milizia al-Nujaba, una delle fazioni irachene, ha confermato al quotidiano libanese Al-Akhbar, che a dicembre era stato raggiunto un “patto” per fermare le attività militari.
Inoltre, il 14 giugno il quotidiano saudita Asharq Al-Awsat ha rivelato che le autorità di Baghdad avrebbero trasmesso un messaggio simile a quello che Beirut ha inviato a Hezbollah: stare fuori dalla guerra tra Israele e Iran.
Il primo ministro iracheno Mohammed al-Sudani ha parlato coi capi delle milizie e, nella partita è entrato anche l’influente Muqtada al-Sadr, non nuovo a capovolgimenti improvvisi, il quale avrebbe esercitato pressioni sulle milizie per il blocco delle operazioni. “L’Iraq e il suo popolo non hanno bisogno di nuove guerre” ha scritto il leader sciita il 13 giugno. “Chiediamo di far tacere le voci spericolate che chiedono il coinvolgimento dell’Iraq nella guerra e di ascoltare la voce della saggezza e le direttive dei capi religiosi più saggi...”.
Ad AsiaNews, lo studioso giordano Al Sabaileh definisce “credibili” le voci di una forte e massiccia richiesta di disarmo, perlomeno parziale, delle milizie attive in Iraq. Decisiva la pressione ed i ricatti degli Stati Uniti e la minaccia israeliana dell’apertura di un ultimo fronte di guerra dopo Gaza, Siria, Libano e Yemen. Ma se il piano di disarmo avvenisse è oggettivo che, con la fine della Resistenza contro il sionismo e le intimazioni statunitensi, il loro peso politico e l'influenza nel paese, in prospettiva non sarebbe più lo stesso e andrebbe disperso.
Infatti gli emissari di Washington hanno pubblicamente avvertito le autorità di Baghdad, che, senza un decisivo intervento per bloccare e disarmare le milizie filo-iraniane, la risposta sarebbe di natura militare con attacchi e raid aerei sul paese, in una deriva di guerra con conseguenze inevitabili sui civili.
Il ruolo e la progettualità di lunga data della CIA in Iraq, ha inizio nel 2001, infatti il progetto statunitense di destabilizzare il paese prima di invaderlo, iniziò in quel periodo, con sabotaggi, omicidi, guerre psicologiche, corrompendo e asservendo i capi locali della minoranza curda, come affermato da Colin Powell, i due leader curdi Barzani e Talabani, è dall’aprile 2002, che entrarono a libro paga degli USA.
Secondo la testimonianza dell’allora segretario di stato Colin Powell alla Commissione sull’11 settembre, “Wolfowitz, sosteneva che l’Iraq era in definitiva la fonte del problema terroristico e doveva quindi essere attaccato”. L’11 settembre, l’allora direttore della CIA George Tenet autorizzò la creazione dell’Iraq Operations Group (IOG) e nel giro di 24 ore, fu pianificato il progetto per il sovvertimento dell’Iraq. Nome in codice DB/ANABASIS (“DB” era il criptonimo della CIA per l’Iraq), il piano fu attivato molto prima di qualsiasi dichiarazione formale di guerra, e ben prima che l’opinione pubblica statunitense fosse preparato circa la falsa accusa di armi di distruzione di massa detenute dall'Iraq.
Ed oggi, la domanda di molti analisti ed esperti di Medio Oriente, è se potrebbe arrivare la violenta tappa finale di quella progettualità.
Intanto le PMF hanno lanciato nel paese una serie di marce popolari con centinaia di migliaia di partecipanti, pacifiche ma con parole d’ordine dure e determinate, di condanna delle aggressioni sioniste nella regione mediorientale, in ultimo l’Iran.
Fonte
11/02/2025
Libano - Il nuovo governo al via, fra ricatti USA e scontri fra sciiti e HTS al confine
Dopo più di due anni di stallo si è formato un nuovo governo in Libano. Si attende ora il voto di fiducia del Parlamento, che chiuderebbe un lunghissimo stallo istituzionale che, fino a qualche settimana fa, includeva anche la carica di Presidente della Repubblica.
Il tutto si è svolto dopo il raggiungimento del cessate il fuoco fra Hezbollah e Israele e la successiva caduta del regime baathista in Siria. Quest’ultimo fattore, forse più che la guerra, ha indebolito la formazione sciita, che ha dovuto accettare prima l’elezione a Presidente della Repubblica il capo dell’esercito Joseph Aoun, che aveva ostacolato per mesi, poi il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo al presidente della corte dell’Aja Nawaf Salam. Inutile dire che entrambi i processi si sono svolti fra pesantissime ingerenze esterne.
Per quanto riguarda l’elezione del Presidente della Repubblica, che tocca per costituzione ad un cattolico maronita, Hezbollah sosteneva Sleiman Frangieh di Marada, piccolo partito cristiano della propria coalizione elettorale, l’“Alleanza 8 marzo”, che però era tenuta assieme, fra l’altro, dal rapporto con la Siria. Dopo la caduta di Assad e con l’intervento delle pressioni di Arabia Saudita ed USA, Frangieh si è ritirato ed i due partiti sciiti Hezbollah ed Amal sono rimasti gli unici ad ostacolare Joseph Aoun fino all’ultima votazione, quando si sono rassegnati a voltarlo anche loro.
Lo stesso scenario si è ripetuto con il conferimento dell’incarico a Nawaf Salam, le cui consultazioni sono state inizialmente boicottate dal blocco sciita. La situazione si è sbloccata il 7 febbraio, quando Amal ha trovato l’accordo con Salam sui nomi sciiti da inserire nell’esecutivo, fra i quali figura il Ministro delle finanze Yassin Jaber, accreditato come vicino ad Hezbollah, il quale è stato tenuto fuori da ogni trattativa.
Per come è configurato il governo, il blocco sciita non riuscirebbe a bloccare eventuali decisioni ostili del governo, mandandolo in stallo, potendo contare su meno di un terzo dei suoi membri (in sede di Consiglio dei Ministri si decide con una soglia dei due terzi dei consensi).
Il giorno precedente, la vice inviata degli USA per il Medio Oriente, Morgan Ortagus, in una dimostrazione di prepotenza che ha sconcertato anche i media libanesi, si era presentata nella residenza del Presidente della Repubblica indossando un anello con la stella di Davide alla mano destra e, dopo averla stretta al nuovo inquilino Joseph Aoun, aveva dettato la linea: “Abbiamo stabilito delle linee rosse chiare... che [Hezbollah] non sarà in grado di terrorizzare il popolo libanese, e non dovrà essere parte del governo”. In ballo ci sono i fondi per la ricostruzione e gli aiuti economici, al cospetto della disastrosa situazione economica del paese.
Questa condotta, obiettivamente umiliante anche per il nuovo Presidente della Repubblica e per il nuovo Primo Ministro, ha scatenato la reazione della popolazione sciita del sud che, imbracciando le bandiere di Hezbollah ed Amal e le effigi di Nasrallah, è scesa in piazza per l’ennesima volta a protestare contro le ingerenze USA. Nel mentre, continua la sua lotta, che dura dalla proclamazione del cessate il fuoco, per rientrare nei propri villaggi distrutti da Israele.
Il regime sionista vede come un’umiliazione il fatto che la popolazione del sud del Libano stia cercando in tutti i modi di rientrare, anche fra le macerie (le immagini somigliano molto a quelle di Gaza), nei propri territori mentre i propri sfollati sul lato israeliano del confine ancora non tornano; pertanto, viola continuamente la tregua per ostacolare questo rientro. Si ricordi che il termine della cessazione delle ostilità è stato prorogato fino al 18 febbraio, dopodiché non vi sono certezze.
Intanto, nel distretto di Baalbeck, al confine con la Siria, vi sono stati tre giorni di scontri fra miliziani di Hayat Tahrir al-Sham, desiderosi di esportare in Libano le loro violenze settarie, e milizie sciite locali, ufficialmente non affiliate ad Hezbollah secondo i Libanesi. Nell’area, opera anche la guerriglia delle ex-unità di élite del disciolto esercito della Siria baathista. È questa la scusa utilizzata da HTS per giustificare gli sconfinamenti.
“Le nostre forze militari stanno estendendo il loro controllo su diverse località nella striscia di confine con il Libano dopo aver espulso gruppi affiliati alla milizia di Hezbollah e resti dell’ex regime. Alcune zone sono ancora sotto il controllo di Hezbollah. Ecco perché i nostri uomini li stanno espellendo”, ha dichiarato una fonte delle nuove autorità al giornale libanese L’Orient -le Jour. Si segnalano danni, vittime e rapimenti da entrambe le parti.
La situazione si è calmata dopo l’arrivo e lo schieramento dell’esercito libanese, ma, ovviamente, la situazione resta molto tesa e pare chiaro che né HTS, né il regime sionista avranno vita facile al cospetto di queste popolazioni.
Fonte
Il tutto si è svolto dopo il raggiungimento del cessate il fuoco fra Hezbollah e Israele e la successiva caduta del regime baathista in Siria. Quest’ultimo fattore, forse più che la guerra, ha indebolito la formazione sciita, che ha dovuto accettare prima l’elezione a Presidente della Repubblica il capo dell’esercito Joseph Aoun, che aveva ostacolato per mesi, poi il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo al presidente della corte dell’Aja Nawaf Salam. Inutile dire che entrambi i processi si sono svolti fra pesantissime ingerenze esterne.
Per quanto riguarda l’elezione del Presidente della Repubblica, che tocca per costituzione ad un cattolico maronita, Hezbollah sosteneva Sleiman Frangieh di Marada, piccolo partito cristiano della propria coalizione elettorale, l’“Alleanza 8 marzo”, che però era tenuta assieme, fra l’altro, dal rapporto con la Siria. Dopo la caduta di Assad e con l’intervento delle pressioni di Arabia Saudita ed USA, Frangieh si è ritirato ed i due partiti sciiti Hezbollah ed Amal sono rimasti gli unici ad ostacolare Joseph Aoun fino all’ultima votazione, quando si sono rassegnati a voltarlo anche loro.
Lo stesso scenario si è ripetuto con il conferimento dell’incarico a Nawaf Salam, le cui consultazioni sono state inizialmente boicottate dal blocco sciita. La situazione si è sbloccata il 7 febbraio, quando Amal ha trovato l’accordo con Salam sui nomi sciiti da inserire nell’esecutivo, fra i quali figura il Ministro delle finanze Yassin Jaber, accreditato come vicino ad Hezbollah, il quale è stato tenuto fuori da ogni trattativa.
Per come è configurato il governo, il blocco sciita non riuscirebbe a bloccare eventuali decisioni ostili del governo, mandandolo in stallo, potendo contare su meno di un terzo dei suoi membri (in sede di Consiglio dei Ministri si decide con una soglia dei due terzi dei consensi).
Il giorno precedente, la vice inviata degli USA per il Medio Oriente, Morgan Ortagus, in una dimostrazione di prepotenza che ha sconcertato anche i media libanesi, si era presentata nella residenza del Presidente della Repubblica indossando un anello con la stella di Davide alla mano destra e, dopo averla stretta al nuovo inquilino Joseph Aoun, aveva dettato la linea: “Abbiamo stabilito delle linee rosse chiare... che [Hezbollah] non sarà in grado di terrorizzare il popolo libanese, e non dovrà essere parte del governo”. In ballo ci sono i fondi per la ricostruzione e gli aiuti economici, al cospetto della disastrosa situazione economica del paese.
Questa condotta, obiettivamente umiliante anche per il nuovo Presidente della Repubblica e per il nuovo Primo Ministro, ha scatenato la reazione della popolazione sciita del sud che, imbracciando le bandiere di Hezbollah ed Amal e le effigi di Nasrallah, è scesa in piazza per l’ennesima volta a protestare contro le ingerenze USA. Nel mentre, continua la sua lotta, che dura dalla proclamazione del cessate il fuoco, per rientrare nei propri villaggi distrutti da Israele.
Il regime sionista vede come un’umiliazione il fatto che la popolazione del sud del Libano stia cercando in tutti i modi di rientrare, anche fra le macerie (le immagini somigliano molto a quelle di Gaza), nei propri territori mentre i propri sfollati sul lato israeliano del confine ancora non tornano; pertanto, viola continuamente la tregua per ostacolare questo rientro. Si ricordi che il termine della cessazione delle ostilità è stato prorogato fino al 18 febbraio, dopodiché non vi sono certezze.
Intanto, nel distretto di Baalbeck, al confine con la Siria, vi sono stati tre giorni di scontri fra miliziani di Hayat Tahrir al-Sham, desiderosi di esportare in Libano le loro violenze settarie, e milizie sciite locali, ufficialmente non affiliate ad Hezbollah secondo i Libanesi. Nell’area, opera anche la guerriglia delle ex-unità di élite del disciolto esercito della Siria baathista. È questa la scusa utilizzata da HTS per giustificare gli sconfinamenti.
“Le nostre forze militari stanno estendendo il loro controllo su diverse località nella striscia di confine con il Libano dopo aver espulso gruppi affiliati alla milizia di Hezbollah e resti dell’ex regime. Alcune zone sono ancora sotto il controllo di Hezbollah. Ecco perché i nostri uomini li stanno espellendo”, ha dichiarato una fonte delle nuove autorità al giornale libanese L’Orient -le Jour. Si segnalano danni, vittime e rapimenti da entrambe le parti.
La situazione si è calmata dopo l’arrivo e lo schieramento dell’esercito libanese, ma, ovviamente, la situazione resta molto tesa e pare chiaro che né HTS, né il regime sionista avranno vita facile al cospetto di queste popolazioni.
Fonte
04/12/2024
Siria - Situazione militare confusa. Colloqui tra le diplomazie iraniana e turca
La situazione militare sul territorio siriano appare ancora estremamente confusa. Secondo quanto riferito dall’emittente saudita Al Arabiya, 40 veicoli russi sono stati dispiegati nelle aree di combattimento, tra gli appelli dei civili sfollati intrappolati nelle campagne meridionali e orientali di Aleppo. In precedenza, il ministero della Difesa russo ha annunciato che le proprie forze hanno lanciato attacchi congiunti con le forze di Al Assad contro le posizioni delle fazioni armate a Idlib, Hama e Aleppo.
Fonti militari siriane hanno detto a Reuters che milizie sciite stavano entrando in Siria dall’Iraq per aiutare le forze siriane a combattere i jihadisti. Vengono segnalati però raid aerei americani che hanno colpito basi delle milizie sciite che sostengono Asad ad al-Mayadin, un nodo strategico per i collegamenti con l’Iraq.
Le milizie jihadiste anti-Assad hanno annunciato di aver preso il controllo di altri 12 villaggi nella campagna settentrionale di Aleppo dopo le battaglie contro le Unità di protezione popolare curde (YPG).
Da una parte, le Forze Democratiche Siriane (SDF), sostenute dagli Stati Uniti, continuano le operazioni per evacuare i curdi assediati dalle milizie filo-turche ad Aleppo, mentre nel nord-est del Paese si cerca di garantire corridoi umanitari sicuri.
Anche su questo la situazione sul campo rimane confusa. Da un lato le SDF stanno affrontando pressioni crescenti sia da parte delle milizie filo-turche sia da altre fazioni armate, tra cui il movimento sunnita Syrian National Army, dall’altro le truppe governative siriane e le milizie loro alleate stanno respingendo un attacco lanciato dalle unità affiliate alle Forze democratiche siriane (SDF, coalizione di milizie a maggioranza curda sostenuta dagli Stati Uniti) nella campagna settentrionale del governatorato di Deir ez Zor, nell’est della Siria.
Sul fronte nord-occidentale, il gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham ha proposto alle milizie curde una tregua per concentrare gli sforzi contro il regime siriano. Tuttavia, le tensioni tra le diverse parti rendono difficile immaginare una pacificazione a breve termine.
Il piano diplomatico vede intensificarsi il dialogo tra Iran e Turchia
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha fatto sapere di aver avuto consultazioni di buon livello con il ministro degli Esteri turco e di essere d’accordo con la Turchia sul completamento del processo di Astana. Il ministro degli esteri iraniano Araqchi ritiene che “Il sionismo abbia qualcosa a che fare con l’attività delle organizzazioni terroristiche e tutti non dovrebbero ignorare il ruolo sionista nella guerra civile in Siria”. Ribadendo il sostegno dell’Iran al governo e al popolo siriano, per Araqchi “le organizzazioni takfiri sono state ancora una volta attive nel nord della Siria e minacciano la sicurezza e la stabilità della Siria. Le organizzazioni terroristiche creano insicurezza e instabilità e portano alla morte di civili siriani”.
Dal canto suo il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, annunciando che presto si incontrerà con il suo omologo iraniano nel quadro degli accordi di Astana, afferma che è sbagliato spiegare i recenti sviluppi in Siria con l’intervento straniero. “I recenti sviluppi in Siria sono causati dai problemi irrisolti negli ultimi 13 anni. L’incapacità di risolvere i problemi interni della Siria ha portato ai recenti scontri e il regime non ha ascoltato i nostri avvertimenti”.
Sulle relazioni nell’area, Fidan ha detto che “Siamo pronti a mettere in pratica tutto ciò che ci viene richiesto nell’ambito del processo di Astana”. Il ministro degli Esteri turco ha anche sottolineato che c’è una convergenza di vedute turco-iraniane sulla liquidazione dei gruppi terroristici. “Continueremo a cooperare con l’Iran nella lotta contro il terrorismo. Non permetteremo alle organizzazioni terroristiche di approfittare del clima di instabilità nella regione”. Ovviamente, tra queste, per Ankara il problema principale continua a essere il PKK.
Fonte
Fonti militari siriane hanno detto a Reuters che milizie sciite stavano entrando in Siria dall’Iraq per aiutare le forze siriane a combattere i jihadisti. Vengono segnalati però raid aerei americani che hanno colpito basi delle milizie sciite che sostengono Asad ad al-Mayadin, un nodo strategico per i collegamenti con l’Iraq.
Le milizie jihadiste anti-Assad hanno annunciato di aver preso il controllo di altri 12 villaggi nella campagna settentrionale di Aleppo dopo le battaglie contro le Unità di protezione popolare curde (YPG).
Da una parte, le Forze Democratiche Siriane (SDF), sostenute dagli Stati Uniti, continuano le operazioni per evacuare i curdi assediati dalle milizie filo-turche ad Aleppo, mentre nel nord-est del Paese si cerca di garantire corridoi umanitari sicuri.
Anche su questo la situazione sul campo rimane confusa. Da un lato le SDF stanno affrontando pressioni crescenti sia da parte delle milizie filo-turche sia da altre fazioni armate, tra cui il movimento sunnita Syrian National Army, dall’altro le truppe governative siriane e le milizie loro alleate stanno respingendo un attacco lanciato dalle unità affiliate alle Forze democratiche siriane (SDF, coalizione di milizie a maggioranza curda sostenuta dagli Stati Uniti) nella campagna settentrionale del governatorato di Deir ez Zor, nell’est della Siria.
Sul fronte nord-occidentale, il gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham ha proposto alle milizie curde una tregua per concentrare gli sforzi contro il regime siriano. Tuttavia, le tensioni tra le diverse parti rendono difficile immaginare una pacificazione a breve termine.
Il piano diplomatico vede intensificarsi il dialogo tra Iran e Turchia
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha fatto sapere di aver avuto consultazioni di buon livello con il ministro degli Esteri turco e di essere d’accordo con la Turchia sul completamento del processo di Astana. Il ministro degli esteri iraniano Araqchi ritiene che “Il sionismo abbia qualcosa a che fare con l’attività delle organizzazioni terroristiche e tutti non dovrebbero ignorare il ruolo sionista nella guerra civile in Siria”. Ribadendo il sostegno dell’Iran al governo e al popolo siriano, per Araqchi “le organizzazioni takfiri sono state ancora una volta attive nel nord della Siria e minacciano la sicurezza e la stabilità della Siria. Le organizzazioni terroristiche creano insicurezza e instabilità e portano alla morte di civili siriani”.
Dal canto suo il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, annunciando che presto si incontrerà con il suo omologo iraniano nel quadro degli accordi di Astana, afferma che è sbagliato spiegare i recenti sviluppi in Siria con l’intervento straniero. “I recenti sviluppi in Siria sono causati dai problemi irrisolti negli ultimi 13 anni. L’incapacità di risolvere i problemi interni della Siria ha portato ai recenti scontri e il regime non ha ascoltato i nostri avvertimenti”.
Sulle relazioni nell’area, Fidan ha detto che “Siamo pronti a mettere in pratica tutto ciò che ci viene richiesto nell’ambito del processo di Astana”. Il ministro degli Esteri turco ha anche sottolineato che c’è una convergenza di vedute turco-iraniane sulla liquidazione dei gruppi terroristici. “Continueremo a cooperare con l’Iran nella lotta contro il terrorismo. Non permetteremo alle organizzazioni terroristiche di approfittare del clima di instabilità nella regione”. Ovviamente, tra queste, per Ankara il problema principale continua a essere il PKK.
Fonte
26/08/2022
Siria - Rappresaglia contro i militari Usa, tre feriti
Si va facendo pesantissima l’escalation in Siria tra le forze armate Usa presenti nel paese e le milizie vicine alle reti filoiraniane. Ieri davamo la notizia di due raid aerei statunitensi su Deir Ez Zor. Ieri pomeriggio tre uomini dei servizi segreti statunitensi risultavano feriti in due distinti attacchi missilistici contro le strutture che ospitano le truppe americane in Siria. A riferirlo è la NBC News. Le notizie sul numero di feriti sono ancora in aggiornamento. La notizia dell’attacco contro il contingente Usa è confermata anche dalla CNN.
Le sedi di Conoco e Green Village, entrambe nel nord-est della Siria, hanno iniziato a essere bersagliate da razzi mercoledì pomeriggio. Gli Stati Uniti hanno risposto con attacchi da elicotteri d’attacco Apache, colpendo almeno tre veicoli e uccidendo diverse persone ritenute responsabili del lancio dei razzi.
Gli attacchi sono iniziati intorno alle 19:20 ora locale in Siria, riferisce ancora NBC News, e l’intero incidente, compresi gli attacchi e la risposta militare degli Stati Uniti, è durato circa due ore. Non si sa ancora quale sia l’organizzazione responsabile degli attacchi. Il 25 agosto le truppe statunitensi nella base militare di Al Tanf erano state oggetto di un attacco con droni.
Mercoledì mattina gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi aerei sul territorio siriano, colpendo quelle che secondo Washington erano infrastrutture utilizzate da gruppi affiliati al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell’Iran. Gli attacchi erano stati effettuati su ordine del presidente Joe Biden, ha dichiarato in un comunicato il colonnello Joe Buccino, direttore della comunicazione del Comando centrale USA.
L’esercito statunitense ha annunciato di aver risposto al lancio di razzi nel nord-est della Siria. ”Le forze statunitensi hanno risposto al lancio di razzi in due siti in Siria oggi, distruggendo tre veicoli e l’attrezzatura utilizzata per lanciare alcuni dei razzi”, ha dichiarato il Comando dell’esercito americano per il Medio Oriente in un comunicato. Il giorno prima, gli Stati Uniti hanno bombardato le basi delle milizie filo-iraniane nella parte orientale del Paese.
Fonte
Le sedi di Conoco e Green Village, entrambe nel nord-est della Siria, hanno iniziato a essere bersagliate da razzi mercoledì pomeriggio. Gli Stati Uniti hanno risposto con attacchi da elicotteri d’attacco Apache, colpendo almeno tre veicoli e uccidendo diverse persone ritenute responsabili del lancio dei razzi.
Gli attacchi sono iniziati intorno alle 19:20 ora locale in Siria, riferisce ancora NBC News, e l’intero incidente, compresi gli attacchi e la risposta militare degli Stati Uniti, è durato circa due ore. Non si sa ancora quale sia l’organizzazione responsabile degli attacchi. Il 25 agosto le truppe statunitensi nella base militare di Al Tanf erano state oggetto di un attacco con droni.
Mercoledì mattina gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi aerei sul territorio siriano, colpendo quelle che secondo Washington erano infrastrutture utilizzate da gruppi affiliati al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell’Iran. Gli attacchi erano stati effettuati su ordine del presidente Joe Biden, ha dichiarato in un comunicato il colonnello Joe Buccino, direttore della comunicazione del Comando centrale USA.
L’esercito statunitense ha annunciato di aver risposto al lancio di razzi nel nord-est della Siria. ”Le forze statunitensi hanno risposto al lancio di razzi in due siti in Siria oggi, distruggendo tre veicoli e l’attrezzatura utilizzata per lanciare alcuni dei razzi”, ha dichiarato il Comando dell’esercito americano per il Medio Oriente in un comunicato. Il giorno prima, gli Stati Uniti hanno bombardato le basi delle milizie filo-iraniane nella parte orientale del Paese.
Fonte
25/08/2022
Siria - Gli USA bombardano chi combatte l'ISIS
L’aviazione statunitense ha effettuato dei raid a Dir ez Zor, nell’est della Siria, contro postazioni di milizie filo iraniane. Lo ha reso noto con un comunicato stampa il portavoce del comando centrale degli Usa (Centcom), Joe Buccino.
Secondo le direttive del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, “le forze militari hanno condotto attacchi aerei di precisione a Deir ez-Zor, in Siria. Questi attacchi di precisione hanno lo scopo di difendere e proteggere le forze degli Stati Uniti da attacchi come quelli del 15 agosto contro personale statunitense compiuti da gruppi sostenuti dall’Iran. Gli attacchi degli Stati Uniti hanno colpito le infrastrutture utilizzate dai gruppi affiliati al corpo delle Guardie rivoluzionarie Islamiche dell’Iran – i pasdaran” viene riportato nel comunicato.
Il 15 agosto era stato segnalato l’attacco di droni contro la base militare di Al Tanf gestita dalle forze armate Usa e da miliziani siriani anti-Assad sostenuti dagli Stati Uniti, senza però far registrare vittime.
Secondo fonti locali gli attacchi aerei USA di oggi hanno preso di mira il campo di Ayash nei prezzi di Deir Ez Zor gestito dal gruppo Fatimiyoun composto da combattenti sciiti provenienti dall’Afghanistan.
Deir Ez-Zor è una provincia strategica siriana al confine con l’Iraq che contiene giacimenti petroliferi. Le forze armate siriane e milizie appoggiate dall’Iran controllano l’area e sono state spesso bersaglio di aerei da guerra israeliani in precedenti attacchi.
Il gen. Buccino ha aggiunto che: “Gli attacchi di oggi erano necessari per proteggere e difendere il personale Usa. Gli Stati Uniti hanno intrapreso un’azione proporzionata e deliberata intesa a limitare il rischio di escalation e ridurre al minimo il rischio di vittime”. “Gli Stati Uniti non cercano il conflitto, ma continueranno ad adottare le misure necessarie per proteggere e difendere il nostro popolo”, ha affermato il portavoce. Infine, Buccino ha detto che “le forze armate rimangono in Siria per garantire la duratura sconfitta dello Stato islamico”. In Siria ci sono circa 900 soldati americani, la maggior parte nell’est del paese.
Non è la prima volta che aerei da guerra statunitensi colpiscono le forze sostenute dall’Iran in Iraq e Siria. Gli Stati Uniti hanno colpito le strutture operative e di stoccaggio delle armi in due località in Siria e una in Iraq nel giugno dello scorso anno.
Fonte
Secondo le direttive del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, “le forze militari hanno condotto attacchi aerei di precisione a Deir ez-Zor, in Siria. Questi attacchi di precisione hanno lo scopo di difendere e proteggere le forze degli Stati Uniti da attacchi come quelli del 15 agosto contro personale statunitense compiuti da gruppi sostenuti dall’Iran. Gli attacchi degli Stati Uniti hanno colpito le infrastrutture utilizzate dai gruppi affiliati al corpo delle Guardie rivoluzionarie Islamiche dell’Iran – i pasdaran” viene riportato nel comunicato.
Il 15 agosto era stato segnalato l’attacco di droni contro la base militare di Al Tanf gestita dalle forze armate Usa e da miliziani siriani anti-Assad sostenuti dagli Stati Uniti, senza però far registrare vittime.
Secondo fonti locali gli attacchi aerei USA di oggi hanno preso di mira il campo di Ayash nei prezzi di Deir Ez Zor gestito dal gruppo Fatimiyoun composto da combattenti sciiti provenienti dall’Afghanistan.
Deir Ez-Zor è una provincia strategica siriana al confine con l’Iraq che contiene giacimenti petroliferi. Le forze armate siriane e milizie appoggiate dall’Iran controllano l’area e sono state spesso bersaglio di aerei da guerra israeliani in precedenti attacchi.
Il gen. Buccino ha aggiunto che: “Gli attacchi di oggi erano necessari per proteggere e difendere il personale Usa. Gli Stati Uniti hanno intrapreso un’azione proporzionata e deliberata intesa a limitare il rischio di escalation e ridurre al minimo il rischio di vittime”. “Gli Stati Uniti non cercano il conflitto, ma continueranno ad adottare le misure necessarie per proteggere e difendere il nostro popolo”, ha affermato il portavoce. Infine, Buccino ha detto che “le forze armate rimangono in Siria per garantire la duratura sconfitta dello Stato islamico”. In Siria ci sono circa 900 soldati americani, la maggior parte nell’est del paese.
Non è la prima volta che aerei da guerra statunitensi colpiscono le forze sostenute dall’Iran in Iraq e Siria. Gli Stati Uniti hanno colpito le strutture operative e di stoccaggio delle armi in due località in Siria e una in Iraq nel giugno dello scorso anno.
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17/02/2021
Iraq - Razzi contro base militare Usa. Feriti diversi agenti e contractors
Un attacco missilistico contro una base aerea Usa nella regione curda dell’Iraq ha ucciso un “civile” e ferito sei contractors (di cui uno statunitense). Si è trattato di una raffica di circa 14 razzi lanciata lunedì sulla base che ospita le truppe statunitensi vicino all’aeroporto di Erbil, la città principale della regione curda del nord dell’Iraq. Secondo i testimoni i razzi provenivano da un’area a sud della città.
Tre “razzi da 107 mm” si sono abbattuti all’interno della base mentre altri sono caduti su aree residenziali vicine, uccidendo una persona identificata da un portavoce della coalizione statunitense come cittadino straniero, ma non cittadino statunitense, e ferendo un membro dei servizi di intelligence statunitensi. Almeno altri cinque “civili” sono rimasti feriti, di cui uno in condizioni critiche.
È stato l’attacco più mortale nell’ultimo anno contro le forze della coalizione guidata dagli Stati Uniti schierate in Iraq, dove le tensioni tra gli Stati Uniti, i suoi alleati iracheni e curdi da una parte e le milizie allineate con l’Iran dall’altra sono aumentate vertiginosamente.
I siti e il personale militare e diplomatico occidentali sono stati presi di mira dal 2019 da razzi Katyusha, con attentati esplosivi lungo le strade e talvolta con colpi di arma da fuoco. Gli Stati Uniti hanno attribuito questi attacchi alle forze irachene filo-iraniane, ma la maggior parte delle violenze fino ad ora aveva avuto luogo nella capitale Baghdad e non in un “santuario” delle truppe statunitensi come l’enclave curda nel nord dell’Iraq.
L’attacco ad Erbil è stato rivendicato da un gruppo sciita poco conosciuto che si fa chiamare Awliya al-Dam. Il gruppo ad agosto aveva precedentemente rivendicato la responsabilità di due attentati contro convogli militari statunitensi.
L’Iran ha negato di avere qualche collegamento con Awliya al-Dam. “L’Iran considera la stabilità e la sicurezza dell’Iraq una questione chiave per la regione ... e rifiuta qualsiasi azione che disturbi la pace e l’ordine in quel paese”, ha detto ai media statali il portavoce del ministero degli esteri iraniano Saeed Khatibzadeh.
Come presidente, Donald Trump aveva detto che ulteriori morti di civili statunitensi sarebbero state una linea rossa che avrebbe provocato l’escalation degli Stati Uniti in Iraq, rendendo l’incidente di lunedì una delle prime sfide per l’amministrazione Biden, che deve ora decidere se riprendere l’accordo con l’Iran sul nucleare demolito da Trump nel 2018. L’amministrazione Trump nel dicembre 2019 aveva lanciato un attacco missilistico a Kirkuk e poi gli attacchi che hanno ucciso il generale iraniano Qassem Suleimani e il leader della milizia sciita irachena Abu Mahdi al-Muhandis.
L’ultimo attacco mortale contro le forze statunitensi e i loro alleati era avvenuto nel marzo 2020 al campo militare di Taji a nord di Baghdad, in cui sono stati uccisi una agente dei servizi di intelligence britannici, un “civile” e un membro dei servizi statunitensi. Insomma un brutto colpo per gli apparati Usa nella regione.
Secondo quanto riporta The Guardian, martedì mattina, il gruppo Awliya al-Dam ha detto che avrebbe effettuato nuovi attacchi alle forze statunitensi. “L’occupazione americana non sarà al sicuro dai nostri attacchi in nessun centimetro della patria, nemmeno in Kurdistan, dove promettiamo che effettueremo altre operazioni qualitative”, ha dichiarato la formazione sciita secondo quanto riporta il Site Intelligence Group, una organizzazione vicina ai servizi segreti occidentali che tiene traccia dell’attività online delle organizzazioni armate.
Da quando l’Iraq ha dichiarato la vittoria contro Isis alla fine del 2017, la presenza militare diretta delle forze della coalizione a guida Usa, è stata ridotta a meno di 3.500 soldati in totale, 2.500 dei quali statunitensi. La maggior parte di questi è concentrata nel complesso militare dell’aeroporto di Erbil.
Le autorità curde dell’Iraq del Nord hanno temporaneamente chiuso l’aeroporto di Erbil ed hanno ammonito i residenti della città a stare lontano dalle aree sensibili e rimanere a casa se possibile.
Fonte
Tre “razzi da 107 mm” si sono abbattuti all’interno della base mentre altri sono caduti su aree residenziali vicine, uccidendo una persona identificata da un portavoce della coalizione statunitense come cittadino straniero, ma non cittadino statunitense, e ferendo un membro dei servizi di intelligence statunitensi. Almeno altri cinque “civili” sono rimasti feriti, di cui uno in condizioni critiche.
È stato l’attacco più mortale nell’ultimo anno contro le forze della coalizione guidata dagli Stati Uniti schierate in Iraq, dove le tensioni tra gli Stati Uniti, i suoi alleati iracheni e curdi da una parte e le milizie allineate con l’Iran dall’altra sono aumentate vertiginosamente.
I siti e il personale militare e diplomatico occidentali sono stati presi di mira dal 2019 da razzi Katyusha, con attentati esplosivi lungo le strade e talvolta con colpi di arma da fuoco. Gli Stati Uniti hanno attribuito questi attacchi alle forze irachene filo-iraniane, ma la maggior parte delle violenze fino ad ora aveva avuto luogo nella capitale Baghdad e non in un “santuario” delle truppe statunitensi come l’enclave curda nel nord dell’Iraq.
L’attacco ad Erbil è stato rivendicato da un gruppo sciita poco conosciuto che si fa chiamare Awliya al-Dam. Il gruppo ad agosto aveva precedentemente rivendicato la responsabilità di due attentati contro convogli militari statunitensi.
L’Iran ha negato di avere qualche collegamento con Awliya al-Dam. “L’Iran considera la stabilità e la sicurezza dell’Iraq una questione chiave per la regione ... e rifiuta qualsiasi azione che disturbi la pace e l’ordine in quel paese”, ha detto ai media statali il portavoce del ministero degli esteri iraniano Saeed Khatibzadeh.
Come presidente, Donald Trump aveva detto che ulteriori morti di civili statunitensi sarebbero state una linea rossa che avrebbe provocato l’escalation degli Stati Uniti in Iraq, rendendo l’incidente di lunedì una delle prime sfide per l’amministrazione Biden, che deve ora decidere se riprendere l’accordo con l’Iran sul nucleare demolito da Trump nel 2018. L’amministrazione Trump nel dicembre 2019 aveva lanciato un attacco missilistico a Kirkuk e poi gli attacchi che hanno ucciso il generale iraniano Qassem Suleimani e il leader della milizia sciita irachena Abu Mahdi al-Muhandis.
L’ultimo attacco mortale contro le forze statunitensi e i loro alleati era avvenuto nel marzo 2020 al campo militare di Taji a nord di Baghdad, in cui sono stati uccisi una agente dei servizi di intelligence britannici, un “civile” e un membro dei servizi statunitensi. Insomma un brutto colpo per gli apparati Usa nella regione.
Secondo quanto riporta The Guardian, martedì mattina, il gruppo Awliya al-Dam ha detto che avrebbe effettuato nuovi attacchi alle forze statunitensi. “L’occupazione americana non sarà al sicuro dai nostri attacchi in nessun centimetro della patria, nemmeno in Kurdistan, dove promettiamo che effettueremo altre operazioni qualitative”, ha dichiarato la formazione sciita secondo quanto riporta il Site Intelligence Group, una organizzazione vicina ai servizi segreti occidentali che tiene traccia dell’attività online delle organizzazioni armate.
Da quando l’Iraq ha dichiarato la vittoria contro Isis alla fine del 2017, la presenza militare diretta delle forze della coalizione a guida Usa, è stata ridotta a meno di 3.500 soldati in totale, 2.500 dei quali statunitensi. La maggior parte di questi è concentrata nel complesso militare dell’aeroporto di Erbil.
Le autorità curde dell’Iraq del Nord hanno temporaneamente chiuso l’aeroporto di Erbil ed hanno ammonito i residenti della città a stare lontano dalle aree sensibili e rimanere a casa se possibile.
Fonte
15/03/2020
Iraq - Bombardamento USA sulle milizie sciite
di Michele Giorgio
«Difensivi, proporzionati e una risposta diretta alla minaccia posta dai gruppi armati pro-Iran che continuano ad attaccare le basi che ospitano la Coalizione a guida Usa». Così il Pentagono ha spiegato i raid aerei compiuti l’altra notte nelle regioni centro meridionali irachene di Karbala, Babel e Wasit contro le Kataib Hezbollah parte delle filo-iraniane Unità di mobilitazione popolare (Pmu). E ha avvertito che questi gruppi «devono interrompere i loro attacchi altrimenti ne subiranno le conseguenze». Washington perciò afferma di aver attuato una ritorsione per l’attacco con razzi Katyusha dell’11 marzo contro Camp Taji, a nord di Baghdad, in cui sono rimasti uccisi due militari statunitensi e una soldatessa britannica.
Il generale Kenneth McKenzie, alla guida del comando centrale Usa nel Golfo, ha inoltre annunciato l’attivazione, entro «pochi giorni», dei sistemi antimissili Patriot. Non servono a intercettare i Katyusha ma, ha spiegato McKenzie, sono utili «contro il tipo di attacco perpetrato dall’Iran all’inizio di gennaio». Gli Usa, ne consegue, si preparano a una nuova escalation con Tehran dopo quella seguita all’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani ordinato da Donald Trump all’inizio dell’anno. L’Iran in quella occasione reagì con il lancio di missili balistici contro la base di Ayn al-Asad in Iraq senza fare morti tra i militari americani.
L’accaduto ha scatenato in Iraq – nel pieno di una complessa crisi politica e paralizzato da mesi di massicce proteste popolari contro corruzione, disoccupazione e settarismo – una nuova ondata di polemiche contro la presenza militare degli Stati Uniti. Lo sdegno è ancora più forte perché gli aerei Usa hanno ucciso sei persone non coinvolte (pare) in attività paramilitari: tre soldati, due poliziotti e un operaio. Il raid ha preso di mira in particolare la 19esima divisione dell’Esercito iracheno, il quartier generale del 46esima divisione delle Pmu e il terzo reggimento di polizia nella provincia di Baqbele. Colpite le aree di Jurf al Nasr, Al Saeedat, Behbehani, l’ex impianto di produzione militare di Ashtar e l’aeroporto in costruzione a Karbala.
Il ministero degli esteri iracheno ieri ha convocato gli ambasciatori statunitense e britannico. E ha diffuso un comunicato di protesta: «Il bombardamento di infrastrutture civili e militari da parte degli Stati Uniti mina gli sforzi contro il terrorismo e viola l’accordo in essere tra l’Iraq e la Coalizione internazionale contro lo Stato islamico». Una denuncia è giunta anche dall’ufficio dell’ayatollah Ali Sistani, la più importante autorità religiosa sciita. Un noto deputato Naim al Aboudi, vicino alle Pmu, ha commentato su Twitter che «l’America può uccidere persone innocenti, ma non sarà in grado di rimanere su questa terra a lungo e si coprirà di vergogna». E da Tehran il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Abbas Mousavi, rivolgendosi a Trump lo ha caldamente invitato a ritirare le forze Usa dall’Iraq, lasciando intendere che, in caso contrario, rimarranno un obiettivo.
In Iraq sono schierati quasi 6.000 soldati statunitensi, insieme a circa 4.000 di altre nazioni occidentali, tra cui 1.100 italiani e 500 soldati britannici. All’indomani dell’uccisione di Soleimani il parlamento di Baghdad aveva approvato una proposta – non vincolante – per l’espulsione di tutte le truppe straniere presenti sul territorio. Il tutto mentre la guerra del barile di petrolio tra Russia e Arabia Saudita ha fatto crollare il prezzo del greggio con grave danno per le entrate di valuta pregiata nella casse di Baghdad.
Fonte
«Difensivi, proporzionati e una risposta diretta alla minaccia posta dai gruppi armati pro-Iran che continuano ad attaccare le basi che ospitano la Coalizione a guida Usa». Così il Pentagono ha spiegato i raid aerei compiuti l’altra notte nelle regioni centro meridionali irachene di Karbala, Babel e Wasit contro le Kataib Hezbollah parte delle filo-iraniane Unità di mobilitazione popolare (Pmu). E ha avvertito che questi gruppi «devono interrompere i loro attacchi altrimenti ne subiranno le conseguenze». Washington perciò afferma di aver attuato una ritorsione per l’attacco con razzi Katyusha dell’11 marzo contro Camp Taji, a nord di Baghdad, in cui sono rimasti uccisi due militari statunitensi e una soldatessa britannica.
Il generale Kenneth McKenzie, alla guida del comando centrale Usa nel Golfo, ha inoltre annunciato l’attivazione, entro «pochi giorni», dei sistemi antimissili Patriot. Non servono a intercettare i Katyusha ma, ha spiegato McKenzie, sono utili «contro il tipo di attacco perpetrato dall’Iran all’inizio di gennaio». Gli Usa, ne consegue, si preparano a una nuova escalation con Tehran dopo quella seguita all’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani ordinato da Donald Trump all’inizio dell’anno. L’Iran in quella occasione reagì con il lancio di missili balistici contro la base di Ayn al-Asad in Iraq senza fare morti tra i militari americani.
L’accaduto ha scatenato in Iraq – nel pieno di una complessa crisi politica e paralizzato da mesi di massicce proteste popolari contro corruzione, disoccupazione e settarismo – una nuova ondata di polemiche contro la presenza militare degli Stati Uniti. Lo sdegno è ancora più forte perché gli aerei Usa hanno ucciso sei persone non coinvolte (pare) in attività paramilitari: tre soldati, due poliziotti e un operaio. Il raid ha preso di mira in particolare la 19esima divisione dell’Esercito iracheno, il quartier generale del 46esima divisione delle Pmu e il terzo reggimento di polizia nella provincia di Baqbele. Colpite le aree di Jurf al Nasr, Al Saeedat, Behbehani, l’ex impianto di produzione militare di Ashtar e l’aeroporto in costruzione a Karbala.
Il ministero degli esteri iracheno ieri ha convocato gli ambasciatori statunitense e britannico. E ha diffuso un comunicato di protesta: «Il bombardamento di infrastrutture civili e militari da parte degli Stati Uniti mina gli sforzi contro il terrorismo e viola l’accordo in essere tra l’Iraq e la Coalizione internazionale contro lo Stato islamico». Una denuncia è giunta anche dall’ufficio dell’ayatollah Ali Sistani, la più importante autorità religiosa sciita. Un noto deputato Naim al Aboudi, vicino alle Pmu, ha commentato su Twitter che «l’America può uccidere persone innocenti, ma non sarà in grado di rimanere su questa terra a lungo e si coprirà di vergogna». E da Tehran il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Abbas Mousavi, rivolgendosi a Trump lo ha caldamente invitato a ritirare le forze Usa dall’Iraq, lasciando intendere che, in caso contrario, rimarranno un obiettivo.
In Iraq sono schierati quasi 6.000 soldati statunitensi, insieme a circa 4.000 di altre nazioni occidentali, tra cui 1.100 italiani e 500 soldati britannici. All’indomani dell’uccisione di Soleimani il parlamento di Baghdad aveva approvato una proposta – non vincolante – per l’espulsione di tutte le truppe straniere presenti sul territorio. Il tutto mentre la guerra del barile di petrolio tra Russia e Arabia Saudita ha fatto crollare il prezzo del greggio con grave danno per le entrate di valuta pregiata nella casse di Baghdad.
Fonte
27/01/2020
Iraq - Sciiti in piazza chiede il ritiro delle truppe Usa
Alla fine è riuscita la scommessa politica di Moqtada Al-Sadr. Il leader Sciita aveva chiamato il popolo iracheno ad una marcia da un milione di persone contro la presenza americana nel paese ed il riscontro numerico avuto il 24 gennaio a Baghdad è stato pienamente corrispondente a quanto desiderato.
“Via l’occupante”, “morte all’America”, “ritiratevi o preparate le bare”, questi gli slogan più in voga fra i manifestanti, mobilitatisi in seguito all’uccisione, da parte degli USA, del popolarissimo generale Qassem Soleimani, architetto militare di tutti i focolai di resistenza anti-imperialisti nell’area, e del conseguente voto del Parlamento di Baghdad per l’interruzione della collaborazione con la cosiddetta coalizione anti-Isis e, quindi, il ritiro della presenza militare straniera.
Fino ad ora, gli USA e tutte le altre potenze occupanti, compresa l’Italia, si sono rifiutate di ottemperare a tale richiesta di ritiro ed hanno operato solo piccoli ed inutili spostamenti, dopo essere venute sotto il fuoco di poco incisivi ma continui attacchi da parte delle Forze di Mobilitazione Popolare, milizie sciite filo-iraniane che il 31 dicembre scorso avevano ispirato una manifestazione popolare la quale, con la complicità delle forze di sicurezza irachene, era giunta fino al danneggiare il poderoso complesso dell’ambasciata USA nella zona verde di Baghdad.
La chiamata in piazza di Moqtada al Sadr è arrivata soprattutto in seguito alle mosse del Primo Ministro dimissionario, Adil Abd al-Mahdi, il quale è accusato da più parti di lavorare sotto traccia in collaborazione con gli USA affinché le truppe non vengano ritirate; quindi va intesa come un modo per fare pressione sul governo perché ottemperi alle richieste del parlamento.
Da ricordare che il movimento sadrista, in coalizione con il Partito Comunista Iracheno, detiene la maggioranza relativa nella camera bassa (l’unica esistente nel parlamento iracheno) da dopo le elezioni del 2018, ma non ha potuto esprimere direttamente il primo ministro poiché non sarebbe stato mai accettato dagli occupanti; la sua milizia, infatti, l’Esercito del Mahdi, subito dopo la destituzione di Saddam nel 2003, ha guidato la forte e tenace Resistenza agli invasori.
In secondo luogo, fra tutte le espressioni dell’islam politico di marca sciita, il Movimento Sadrista è il meno vicino all’Iran, in quanto i suoi esponenti non vi si sono mai rifugiati durante il precedente ostile regime Baathista e hanno sempre tenuto una posizione molto indipendente. Nel periodo precedente alle elezioni che lo hanno premiato, anzi, Moqtada al-Sadr ha cercato apertamente di diversificare le proprie alleanze internazionali, arrivando a viaggiare anche in Arabia Saudita per accreditarvisi come interlocutore indipendente da Teheran.
Dopo l’uccisione di Soleimani, il leader sciita ha chiamato alla mobilitazione – contro gli USA – l’Esercito del Mahdi, che aveva formalmente cessato le proprie attività da molti anni, ma ha comunque continuato a chiedere all’Iran di non utilizzare l’Iraq come terreno di vendetta senza il consenso delle autorità locali; gli stessi richiami a non interferire si susseguivano da mesi, allorché c’è da formare il nuovo governo in seguito alle dimissioni di al-Mahdi.
Sull’altro fronte delle mobilitazioni, quello conosciuto come “la rivoluzione di Piazza Tahrir”, che infiamma il paese dallo scorso ottobre e che ha determinato le dimissioni dell’esecutivo, non prima di aver subito una brutale repressione (si parla di più di 200 morti), la manifestazione del 24 gennaio è stata accolta con indifferenza, se non con ostilità.
Quella piazza, infatti, è sicuramente composta da molti degli elettori della coalizione composta da sadristi e comunisti, sulla quale nel 2018 si era riversato un ampio voto di protesta, con la speranza che un cambiamento ai vertici avrebbe portato ad un miglioramento delle condizioni materiali e al superamento del sistema settario imposto dagli USA dopo l’invasione del 2003, così come promesso da Sadr.
Tuttavia, come detto, i delicati equilibri di potere da mantenere a Baghdad dovuti alla perdurante occupazione imperialista hanno di fatto invalidato l’esito elettorale, frustrando le speranze e moltiplicando la delusione.
I sadristi sono accusati dai manifestanti di Piazza Tahrir di non essere difensori reali della sovranità irachena rispetto all’Iran, al quale sono molto ostili, essendo arrivati ad attaccarne le sedi diplomatiche. Inoltre, sono accusati di essere complici di chi li ha brutalmente repressi.
Fonte
30/07/2019
Iraq - presioni statunitensi sul governo in chiave anti iraniana
di Stefano Mauro
Alcuni rappresentanti americani sono stati, nelle scorse settimane, in Iraq per discutere con il primo ministro iracheno, Adel Abdel Mahdi, riguardo all’interruzione degli scambi economici e finanziari con l’Iran e per richiedere lo scioglimento delle Unità di Mobilitazione Popolare (Hasched Shaabi o Ump), considerate da Washington come una diretta emanazione di Teheran.
Richieste, secondo quanto afferma la stampa irachena, rifiutate dal primo ministro a causa della difficile posizione di Baghdad che si trova in mezzo ad un conflitto a “bassa intensità” tra Washington e Teheran. Lo stato iracheno, infatti, ha numerosi legami economici, commerciali, energetici e religiosi con l’Iran ed una simile scelta significherebbe sicuramente una destabilizzazione del già fragile governo di unità nazionale del premier iracheno.
Per quanto riguarda la seconda richiesta Mahdi ha cercato di trovare una soluzione “diplomatica” che riesca a preservare gli equilibri interni tra le differenti confessioni irachene, visto che le pressioni e le minacce americane rischiano di compromettere gli sforzi fatti fino ad oggi e di favorire Daesh che, nonostante la sconfitta di un anno fa, resta ancora presente nella provincia di Anbar.
Proprio in quest’ottica ha emesso un’ordinanza, denominata Diwani, che richiede “a tutte le fazioni di chiudere il loro quartier generale con la scelta di integrarsi all’interno delle forze armate o impegnarsi nell’arena politica (senza armi, ndr). Qualsiasi fazione che rifiuta segretamente o apertamente di rispettare queste istruzioni sarà considerata illegale”. L’ultimatum per il rispetto dell’ordinanza è il 31 luglio.
Una scelta considerata positiva dall’amministrazione americana, che però, potrebbe portare lo stato iracheno ad una lotta intestina. Se da una parte alcune organizzazioni dell’Hashed Shaabi hanno appreso e condiviso la scelta del premier – soprattutto per quanto riguarda i diritti di cui godranno i miliziani in termini di stipendi, protezione sociale e medica – da un altro punto di vista si sono dichiarati contrari ad una scelta che viene vista come “un’interferenza americana negli affari interni dell’Iraq”.
“Forse il governo centrale di Baghdad” – ha dichiarato il leader del gruppo Harakat Hezbollah al Nujaba, Akram al Kaabi – “ha dimenticato che sono state tutte le formazioni dell’Hashed Shaabi a respingere Daesh ed a sconfiggere le milizie jihadiste di Al Baghdadi”. “Bisogna anche ricordare che in quel periodo gli Usa non hanno fatto nulla per riorganizzare l’esercito iracheno ed aiutarci, mentre adesso richiedono un nostro smantellamento, quando siamo quasi sul punto di eliminare definitivamente la presenza jihadista dalle nostre regioni” – ha concluso al Kaabi.
Frizioni che potrebbero portare ad uno scontro diretto tra le milizie delle Unità di Mobilitazione Popolare – formate anche da battaglioni sunniti e cristiani – e le truppe americane presenti in Iraq.
Già nel periodo post elettorale l’inviato di Washington per la Coalizione internazionale anti-Daesh, Bret McGurk, aveva tentato di far eleggere un ufficiale iracheno, filo-americano, a capo del governo, prima che venisse nominato il premier Mahdi.
Episodio che aveva avuto un seguito, secondo la stampa irachena, con l’episodio che vide protagonista il generale di brigata Mahmoud al-Fallahi, comandante dell’esercito dell’Anbar e capo del confine con Siria, Giordania e Arabia Saudita. Al Fallahi, secondo il canale libanese al Mayadeen, aveva trasmesso alla CIA tutte le coordinate della posizione di Hezbollah-Iraq ad al-Qa’em, al confine siriano, le posizioni, le armi, la logistica ed i nomi dei comandanti dei gruppi Nujaba, e Kataib Imam Ali. Informazioni ottenute dall’intelligence iraniana, grazie al suo sistema di controllo su whattsapp, e che, successivamente, avevano portato ad un bombardamento israeliano proprio su quelle postazioni.
Il primo ministro iracheno, secondo il portale Iraq Daily, ha utilizzato questo stratagemma per diminuire il potere delle Ump, una mossa considerata “rischiosa” visto che Abdel Mahdi “non gode di sufficiente sostegno politico da parte dei partiti politici per soddisfare pienamente i desideri degli Stati Uniti”. Un’instabilità politica che, in caso di conflitto con l’Iran, potrebbe destabilizzare per l’ennesima volta i fragili equilibri interni tra le diverse confessioni e che potrebbe causare seri problemi alla stessa amministrazione americana.
Sono chiare le parole di al-Kaabi al riguardo: “Oggi l’Iraq è molto più forte e organizzato, ed è in grado di trasformare la presenza americana sul nostro territorio in un inferno”.
Fonte
Alcuni rappresentanti americani sono stati, nelle scorse settimane, in Iraq per discutere con il primo ministro iracheno, Adel Abdel Mahdi, riguardo all’interruzione degli scambi economici e finanziari con l’Iran e per richiedere lo scioglimento delle Unità di Mobilitazione Popolare (Hasched Shaabi o Ump), considerate da Washington come una diretta emanazione di Teheran.
Richieste, secondo quanto afferma la stampa irachena, rifiutate dal primo ministro a causa della difficile posizione di Baghdad che si trova in mezzo ad un conflitto a “bassa intensità” tra Washington e Teheran. Lo stato iracheno, infatti, ha numerosi legami economici, commerciali, energetici e religiosi con l’Iran ed una simile scelta significherebbe sicuramente una destabilizzazione del già fragile governo di unità nazionale del premier iracheno.
Per quanto riguarda la seconda richiesta Mahdi ha cercato di trovare una soluzione “diplomatica” che riesca a preservare gli equilibri interni tra le differenti confessioni irachene, visto che le pressioni e le minacce americane rischiano di compromettere gli sforzi fatti fino ad oggi e di favorire Daesh che, nonostante la sconfitta di un anno fa, resta ancora presente nella provincia di Anbar.
Proprio in quest’ottica ha emesso un’ordinanza, denominata Diwani, che richiede “a tutte le fazioni di chiudere il loro quartier generale con la scelta di integrarsi all’interno delle forze armate o impegnarsi nell’arena politica (senza armi, ndr). Qualsiasi fazione che rifiuta segretamente o apertamente di rispettare queste istruzioni sarà considerata illegale”. L’ultimatum per il rispetto dell’ordinanza è il 31 luglio.
Una scelta considerata positiva dall’amministrazione americana, che però, potrebbe portare lo stato iracheno ad una lotta intestina. Se da una parte alcune organizzazioni dell’Hashed Shaabi hanno appreso e condiviso la scelta del premier – soprattutto per quanto riguarda i diritti di cui godranno i miliziani in termini di stipendi, protezione sociale e medica – da un altro punto di vista si sono dichiarati contrari ad una scelta che viene vista come “un’interferenza americana negli affari interni dell’Iraq”.
“Forse il governo centrale di Baghdad” – ha dichiarato il leader del gruppo Harakat Hezbollah al Nujaba, Akram al Kaabi – “ha dimenticato che sono state tutte le formazioni dell’Hashed Shaabi a respingere Daesh ed a sconfiggere le milizie jihadiste di Al Baghdadi”. “Bisogna anche ricordare che in quel periodo gli Usa non hanno fatto nulla per riorganizzare l’esercito iracheno ed aiutarci, mentre adesso richiedono un nostro smantellamento, quando siamo quasi sul punto di eliminare definitivamente la presenza jihadista dalle nostre regioni” – ha concluso al Kaabi.
Frizioni che potrebbero portare ad uno scontro diretto tra le milizie delle Unità di Mobilitazione Popolare – formate anche da battaglioni sunniti e cristiani – e le truppe americane presenti in Iraq.
Già nel periodo post elettorale l’inviato di Washington per la Coalizione internazionale anti-Daesh, Bret McGurk, aveva tentato di far eleggere un ufficiale iracheno, filo-americano, a capo del governo, prima che venisse nominato il premier Mahdi.
Episodio che aveva avuto un seguito, secondo la stampa irachena, con l’episodio che vide protagonista il generale di brigata Mahmoud al-Fallahi, comandante dell’esercito dell’Anbar e capo del confine con Siria, Giordania e Arabia Saudita. Al Fallahi, secondo il canale libanese al Mayadeen, aveva trasmesso alla CIA tutte le coordinate della posizione di Hezbollah-Iraq ad al-Qa’em, al confine siriano, le posizioni, le armi, la logistica ed i nomi dei comandanti dei gruppi Nujaba, e Kataib Imam Ali. Informazioni ottenute dall’intelligence iraniana, grazie al suo sistema di controllo su whattsapp, e che, successivamente, avevano portato ad un bombardamento israeliano proprio su quelle postazioni.
Il primo ministro iracheno, secondo il portale Iraq Daily, ha utilizzato questo stratagemma per diminuire il potere delle Ump, una mossa considerata “rischiosa” visto che Abdel Mahdi “non gode di sufficiente sostegno politico da parte dei partiti politici per soddisfare pienamente i desideri degli Stati Uniti”. Un’instabilità politica che, in caso di conflitto con l’Iran, potrebbe destabilizzare per l’ennesima volta i fragili equilibri interni tra le diverse confessioni e che potrebbe causare seri problemi alla stessa amministrazione americana.
Sono chiare le parole di al-Kaabi al riguardo: “Oggi l’Iraq è molto più forte e organizzato, ed è in grado di trasformare la presenza americana sul nostro territorio in un inferno”.
Fonte
12/12/2017
Iraq - Al Sadr disarma le proprie milizie
Il leader religioso sciita Moqtada al Sadr si prepara alle elezioni
mostrandosi di nuovo, come fatto nel corso degli ultimi anni, figura nazionale e non settaria. Lo fa ordinando ai suoi uomini, le
Brigate della Pace (l’ex Esercito del Mahdi, protagonista della
resistenza sciita all’occupazione statunitense del decennio scorso), di
consegnare le armi al governo centrale di Baghdad e di cedere tutte le
zone controllate nel paese dopo la cacciata dello Stato Islamico.
Fa poi appello allo Stato: ora date un lavoro ai miliziani, ha detto, così che le Brigate della Pace possano trasformarsi in una sorta di organizzazione di sostegno alle famiglie irachene, a chi ha subito perdite a causa della guerra e a chi è rimasto ferito dal conflitto.
Pacificazione è la parola d’ordine di al-Sadr, impegnato da tempo ormai a mostrarsi come leader politico di riferimento, distante dall’Iran e sempre più vicino al Golfo, portatore di richieste di trasparenza e lotta alla corruzione. Questi gli slogan con cui negli ultimi anni ha portato in piazza migliaia di persone. Ma per rafforzarsi davvero ha bisogno anche di “eliminare” i nemici sul suo stesso fronte, quello sciita. Ovvero le Unità di mobilitazione popolare, le milizie sciite protagoniste della guerra all’Isis legate a doppio filo a Teheran.
Per questo al-Sadr ha condito il suo appello con un’altra richiesta: anche le milizie sciite consegnino le armi al governo centrale. Diversa la posizione di Baghdad che, per bocca del portavoce del primo ministro al-Abadi, riconosce alle Unità di mobilitazione popolare un ruolo diverso: “Le forze popolari sono un istituto ufficiale e fanno parte degli apparati di sicurezza. C’è una legge del parlamento su questo: fanno parte dell’esercito e delle forze di sicurezza e ricevono ordini dal comandante in capo delle forze armate”.
Dunque, non vanno smantellate. Ufficialmente è così: da quando le principali offensive irachene, a Mosul, Sinjar e nell’ovest dell’Iraq, sono state lanciate, il governo centrale ha posto sotto il suo controllo anche le milizie sciite. Ma tutti sanno che tale controllo è volatile e strettamente dipendente dall’Iran, che le ha armate, finanziate e gestite. Una forza che non è solo militare ma politica, vista la gestione di molti territori liberati, ufficiosamente in mano alle milizie sciite e parte di quell’asse sciita a cui Teheran lavora da anni, dalla Siria all’Iraq.
Per al-Sadr si tratta di nemici pericolosamente potenti, soprattutto in vista delle elezioni del prossimo anno, a maggio. Per questo ne chiede l’assorbimento e il disarmo, oltre a inchieste serie e trasparenti sugli abusi compiuti dai miliziani sciiti nelle aree e comunità sunnite liberate, dalla provincia di Anbar a quella di Ninive. Chiaro l’obiettivo di al-Sadr, fin dalla sua visita, pochi mesi fa, a Riyadh dove ha incontrato i vertici della petromonarchia sunnita: accreditarsi come leader nazionale, raccogliendo il consenso non solo della maggioritaria comunità sciita ma anche di quella sunnita, vittima di una dura discriminazione politica dopo la caduta di Saddam Hussein, una marginalizzazione che ha permesso l’avanzata dello Stato Islamico e la mancata resistenza iniziale della popolazione all'espandersi del Califfato nero.
Fonte
Fa poi appello allo Stato: ora date un lavoro ai miliziani, ha detto, così che le Brigate della Pace possano trasformarsi in una sorta di organizzazione di sostegno alle famiglie irachene, a chi ha subito perdite a causa della guerra e a chi è rimasto ferito dal conflitto.
Pacificazione è la parola d’ordine di al-Sadr, impegnato da tempo ormai a mostrarsi come leader politico di riferimento, distante dall’Iran e sempre più vicino al Golfo, portatore di richieste di trasparenza e lotta alla corruzione. Questi gli slogan con cui negli ultimi anni ha portato in piazza migliaia di persone. Ma per rafforzarsi davvero ha bisogno anche di “eliminare” i nemici sul suo stesso fronte, quello sciita. Ovvero le Unità di mobilitazione popolare, le milizie sciite protagoniste della guerra all’Isis legate a doppio filo a Teheran.
Per questo al-Sadr ha condito il suo appello con un’altra richiesta: anche le milizie sciite consegnino le armi al governo centrale. Diversa la posizione di Baghdad che, per bocca del portavoce del primo ministro al-Abadi, riconosce alle Unità di mobilitazione popolare un ruolo diverso: “Le forze popolari sono un istituto ufficiale e fanno parte degli apparati di sicurezza. C’è una legge del parlamento su questo: fanno parte dell’esercito e delle forze di sicurezza e ricevono ordini dal comandante in capo delle forze armate”.
Dunque, non vanno smantellate. Ufficialmente è così: da quando le principali offensive irachene, a Mosul, Sinjar e nell’ovest dell’Iraq, sono state lanciate, il governo centrale ha posto sotto il suo controllo anche le milizie sciite. Ma tutti sanno che tale controllo è volatile e strettamente dipendente dall’Iran, che le ha armate, finanziate e gestite. Una forza che non è solo militare ma politica, vista la gestione di molti territori liberati, ufficiosamente in mano alle milizie sciite e parte di quell’asse sciita a cui Teheran lavora da anni, dalla Siria all’Iraq.
Per al-Sadr si tratta di nemici pericolosamente potenti, soprattutto in vista delle elezioni del prossimo anno, a maggio. Per questo ne chiede l’assorbimento e il disarmo, oltre a inchieste serie e trasparenti sugli abusi compiuti dai miliziani sciiti nelle aree e comunità sunnite liberate, dalla provincia di Anbar a quella di Ninive. Chiaro l’obiettivo di al-Sadr, fin dalla sua visita, pochi mesi fa, a Riyadh dove ha incontrato i vertici della petromonarchia sunnita: accreditarsi come leader nazionale, raccogliendo il consenso non solo della maggioritaria comunità sciita ma anche di quella sunnita, vittima di una dura discriminazione politica dopo la caduta di Saddam Hussein, una marginalizzazione che ha permesso l’avanzata dello Stato Islamico e la mancata resistenza iniziale della popolazione all'espandersi del Califfato nero.
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09/02/2016
Iraq - Il torbido ruolo delle milizie sciite nella guerra al califfato
di Giovanni Pagani
Secondo quanto denunciato da diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani, le milizie paramilitari sciite impiegate da Baghdad nella lotta al “califfato” avrebbero commesso nuovi atti di violenza a sfondo settario nell’ultimo mese. L’ultimo episodio si sarebbe verificato nella regione di Diyala, a nord-est di Baghdad, dopo che due esplosioni avvenute l’11 gennaio in un caffè di Muqdadiya avevano innescato la violenta rappresaglia da parte dei gruppi armati sciiti.
“Conosco molti dei miliziani che girano per le nostre strade e buona parte di loro proviene dalla zona – ha spiegato una fonte locale a Human Rights Watch – Lo Stato Islamico poteva anche essere dietro agli attentati nel caffè, ma gli attacchi sferrati contro le case e le moschee sunnite sono senza dubbio opera della Lega dei Virtuosi”.
Assieme alle Brigate Badr, la Lega dei Virtuosi rappresenta oggi la più numerosa milizia sciita in Iraq. Entrambe sono rappresentate in parlamento, operano nel quadro del Fronte di Mobilitazione Popolare (PMF) e godono del sostegno della Guardia Rivoluzionaria Iraniana, dalla quale ricevono addestramento, armamenti e direttive. La Brigata Badr, secondo molti la fazione politica e militare più potente in Iraq, fu fondata nel 1980 con l’aiuto iraniano da Hadi al-Amiri – tuttora leader carismatico – e combatté duramente Saddam Hussein per conto di Tehran tra il 1980 e il 1988. La Lega dei Virtuosi, nata invece a seguito di una scissione dalla più ampia armata Mahdi, fu creata da Qais al-Khazali nel 2006 e fu largamente usata dal premier al-Maliki sia per azioni di polizia sia per neutralizzare il dissenso politico all’interno della stessa comunità sciita. Entrambe le organizzazioni paramilitari combatterono inoltre le truppe britanniche e statunitensi fino al 2011, quando il ritiro definitivo delle forze di occupazione spianò la strada alla loro integrazione politica.
In questo quadro, se la vicinanza delle Brigate Badr e della Lega dei Virtuosi al governo di al-Maliki favorì la legittimazione politica di personaggi come al-Amiri e al-Khazali, la minaccia posta dal “califfato” ha conferito alle rispettive milizie maggiore legittimità militare, complice anche l’inadeguatezza dell’esercito iracheno, a seguito del suo scioglimento nel 2003 per volere statunitense.
Infine, quando la caduta di Mosul rese evidente l’impreparazione delle truppe governative, l’ayatollah al-Sistani – su invito del premier al-Maliki – pronunciò una fatwa contro lo Stato Islamico, invitando i giovani sciiti a intraprendere i ljihad contro Daesh e ad unirsi alle fila del Fronte di Mobilitazione Popolare. Circa 7mila volontari risposero prontamente alla chiamata, andando così ad ampliare la sproporzione tra governativi e paramilitari. A tal proposito, si pensa che, mentre i primi contano non più 50mila uomini, i secondi possano fare affidamento su almeno 120mila miliziani.
Quando il governo di Baghdad mosse all’assedio di Tikrit – città natale di Saddam Hussein – a marzo 2015, fonti ufficiali riportarono che dei 23 mila uomini dispiegati sul campo, solo 3mila appartenevano all’esercito governativo, mentre la restante parte era formata da milizie sciite agli ordini del generale iraniano Qassem Soleimani. Quest’ultimo, fu inoltre visto dirigere le operazioni militari al fianco di al-Amiri, suo amico intimo e leader delle Brigate Badr.
I primi avvertimenti di Human Rights Watch e di altre organizzazioni per i diritti umani furono lanciati a febbraio del 2015, a pochi mesi dall’inizio della campagna di liberazione del paese lanciata da Baghdad con appoggio statunitense. Secondo quanto evidenziato da HRW, già un anno fa, i primi segnali di violenza settaria si erano infatti verificati dopo la riconquista di Amerli, nell’estate 2014. Le numerose milizie sciite che avevano combattuto a fianco dell’esercito avevano dato fuoco a numerose case e attività commerciali nelle aree sunnite di Salahel-Din e Kirkuk. In un report redatto poi dalla stessa organizzazione lo scorso settembre, fu evidenziato come analoghi episodi di rappresaglia verso le comunità sunnite ebbero luogo dopo la ‘liberazione’ di Tikrit, quando almeno 1.400 abitazioni vennero distrutte e 160 uomini fatti sparire. Esecuzioni sommarie nei confronti delle tribù sunnite sono state denunciate anche in diversi resoconti della Missione di Assistenza in Iraq per le Nazioni Unite (UNAMI) – l’ultimo risale al 19 gennaio – dai quali si apprende come la rappresaglia nei confronti dei villaggi sunniti sia diventata ormai una prassi all’indomani della loro liberazione.
Le atrocità commesse dalle milizie sciite nelle città e nelle regioni sottratte a Daesh hanno radici profonde nella storia irachena degli ultimi trent’anni. Dalla guerra contro l’Iran (1980-88) all’invasione statunitense nel 2003 e dalla repressione della maggioranza sciita da parte di Saddam alla conquista del potere politico di quest’ultima a partire dal 2006.
“La Lega dei Virtuosi considera ex-sostenitori di Saddam Hussein tutti gli iracheni sunniti – ha raccontato una fonte locale ad Amnesty International dopo i recenti eventi di gennaio – Molti furono trascinati in strada e uccisi arbitrariamente”. Inoltre, dal momento che l’estensione territoriale del “califfato” si limita alle regioni sunnite settentrionali del paese, il largo impiego di milizie settarie da parte di Baghdad rende ancor più concreto il rischio di pulizia etnica da parte di queste ultime. “Bruciamo e distruggiamo al-Dur (provincia di Tikrit) perché tutti i suoi abitanti sono sostenitori di Daesh o del partito Baatista”, ha dichiarato a tal proposito proprio un miliziano del PMF a Human Rights Watch.
In altre parole, l’avversione delle Brigate Badr e della Lega dei Virtuosi per le regioni sunnite strappate al “califfato” per conto di Baghdad è legata alle atrocità commesse da Saddam Hussein durante la sua dittatura. Se le strutture di potere intessute da quest’ultimo avevano infatti notevolmente privilegiato la minoranza sunnita e i capi tribali dell’area di Tikrit, otto anni di governo al-Malikisi hanno riprodotto analoghe logiche clientelistiche a favore della comunità sciita. Inoltre, mentre la stretta collaborazione tra al-Maliki, Tehran e le milizie alimentava il sentimento di vendetta nei confronti della comunità sunnita, la minaccia dello Stato Islamico forniva il pretesto perché le rappresaglie della Brigata Badr e della Lega dei Virtuosi potessero nascondersi dietro alla campagna di liberazione. Quindi ottenere una legittimità politica che solo il rinnovato sostegno di Washington e il riavvicinamento di quest’ultima a Tehran avrebbero potuto garantire.
In questo quadro, nonostante l’attuale premier Haider al-Abadi abbia ufficialmente integrato il Fronte di Mobilitazione Popolare nelle truppe governative, assumendosi quindi la responsabilità formale per la loro condotta sul campo, episodi come quelli denunciati in questi giorni provano come le logiche settarie e l’ingerenza iraniana siano di grande ostacolo sia alla riaffermazione della sovranità territoriale di Baghdad sia al suo controllo dei propri organi militari. Ciò non rischia soltanto di perpetuare e aggravare lo scontro settario già in atto nel paese, ma alimenta soprattutto la diffidenza delle tribù sunnite nei confronti di Baghdad e la loro riluttanza a respingere il “califfato” in nome di quest’ultima.
Fonte
Secondo quanto denunciato da diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani, le milizie paramilitari sciite impiegate da Baghdad nella lotta al “califfato” avrebbero commesso nuovi atti di violenza a sfondo settario nell’ultimo mese. L’ultimo episodio si sarebbe verificato nella regione di Diyala, a nord-est di Baghdad, dopo che due esplosioni avvenute l’11 gennaio in un caffè di Muqdadiya avevano innescato la violenta rappresaglia da parte dei gruppi armati sciiti.
“Conosco molti dei miliziani che girano per le nostre strade e buona parte di loro proviene dalla zona – ha spiegato una fonte locale a Human Rights Watch – Lo Stato Islamico poteva anche essere dietro agli attentati nel caffè, ma gli attacchi sferrati contro le case e le moschee sunnite sono senza dubbio opera della Lega dei Virtuosi”.
Assieme alle Brigate Badr, la Lega dei Virtuosi rappresenta oggi la più numerosa milizia sciita in Iraq. Entrambe sono rappresentate in parlamento, operano nel quadro del Fronte di Mobilitazione Popolare (PMF) e godono del sostegno della Guardia Rivoluzionaria Iraniana, dalla quale ricevono addestramento, armamenti e direttive. La Brigata Badr, secondo molti la fazione politica e militare più potente in Iraq, fu fondata nel 1980 con l’aiuto iraniano da Hadi al-Amiri – tuttora leader carismatico – e combatté duramente Saddam Hussein per conto di Tehran tra il 1980 e il 1988. La Lega dei Virtuosi, nata invece a seguito di una scissione dalla più ampia armata Mahdi, fu creata da Qais al-Khazali nel 2006 e fu largamente usata dal premier al-Maliki sia per azioni di polizia sia per neutralizzare il dissenso politico all’interno della stessa comunità sciita. Entrambe le organizzazioni paramilitari combatterono inoltre le truppe britanniche e statunitensi fino al 2011, quando il ritiro definitivo delle forze di occupazione spianò la strada alla loro integrazione politica.
In questo quadro, se la vicinanza delle Brigate Badr e della Lega dei Virtuosi al governo di al-Maliki favorì la legittimazione politica di personaggi come al-Amiri e al-Khazali, la minaccia posta dal “califfato” ha conferito alle rispettive milizie maggiore legittimità militare, complice anche l’inadeguatezza dell’esercito iracheno, a seguito del suo scioglimento nel 2003 per volere statunitense.
Infine, quando la caduta di Mosul rese evidente l’impreparazione delle truppe governative, l’ayatollah al-Sistani – su invito del premier al-Maliki – pronunciò una fatwa contro lo Stato Islamico, invitando i giovani sciiti a intraprendere i ljihad contro Daesh e ad unirsi alle fila del Fronte di Mobilitazione Popolare. Circa 7mila volontari risposero prontamente alla chiamata, andando così ad ampliare la sproporzione tra governativi e paramilitari. A tal proposito, si pensa che, mentre i primi contano non più 50mila uomini, i secondi possano fare affidamento su almeno 120mila miliziani.
Quando il governo di Baghdad mosse all’assedio di Tikrit – città natale di Saddam Hussein – a marzo 2015, fonti ufficiali riportarono che dei 23 mila uomini dispiegati sul campo, solo 3mila appartenevano all’esercito governativo, mentre la restante parte era formata da milizie sciite agli ordini del generale iraniano Qassem Soleimani. Quest’ultimo, fu inoltre visto dirigere le operazioni militari al fianco di al-Amiri, suo amico intimo e leader delle Brigate Badr.
I primi avvertimenti di Human Rights Watch e di altre organizzazioni per i diritti umani furono lanciati a febbraio del 2015, a pochi mesi dall’inizio della campagna di liberazione del paese lanciata da Baghdad con appoggio statunitense. Secondo quanto evidenziato da HRW, già un anno fa, i primi segnali di violenza settaria si erano infatti verificati dopo la riconquista di Amerli, nell’estate 2014. Le numerose milizie sciite che avevano combattuto a fianco dell’esercito avevano dato fuoco a numerose case e attività commerciali nelle aree sunnite di Salahel-Din e Kirkuk. In un report redatto poi dalla stessa organizzazione lo scorso settembre, fu evidenziato come analoghi episodi di rappresaglia verso le comunità sunnite ebbero luogo dopo la ‘liberazione’ di Tikrit, quando almeno 1.400 abitazioni vennero distrutte e 160 uomini fatti sparire. Esecuzioni sommarie nei confronti delle tribù sunnite sono state denunciate anche in diversi resoconti della Missione di Assistenza in Iraq per le Nazioni Unite (UNAMI) – l’ultimo risale al 19 gennaio – dai quali si apprende come la rappresaglia nei confronti dei villaggi sunniti sia diventata ormai una prassi all’indomani della loro liberazione.
Le atrocità commesse dalle milizie sciite nelle città e nelle regioni sottratte a Daesh hanno radici profonde nella storia irachena degli ultimi trent’anni. Dalla guerra contro l’Iran (1980-88) all’invasione statunitense nel 2003 e dalla repressione della maggioranza sciita da parte di Saddam alla conquista del potere politico di quest’ultima a partire dal 2006.
“La Lega dei Virtuosi considera ex-sostenitori di Saddam Hussein tutti gli iracheni sunniti – ha raccontato una fonte locale ad Amnesty International dopo i recenti eventi di gennaio – Molti furono trascinati in strada e uccisi arbitrariamente”. Inoltre, dal momento che l’estensione territoriale del “califfato” si limita alle regioni sunnite settentrionali del paese, il largo impiego di milizie settarie da parte di Baghdad rende ancor più concreto il rischio di pulizia etnica da parte di queste ultime. “Bruciamo e distruggiamo al-Dur (provincia di Tikrit) perché tutti i suoi abitanti sono sostenitori di Daesh o del partito Baatista”, ha dichiarato a tal proposito proprio un miliziano del PMF a Human Rights Watch.
In altre parole, l’avversione delle Brigate Badr e della Lega dei Virtuosi per le regioni sunnite strappate al “califfato” per conto di Baghdad è legata alle atrocità commesse da Saddam Hussein durante la sua dittatura. Se le strutture di potere intessute da quest’ultimo avevano infatti notevolmente privilegiato la minoranza sunnita e i capi tribali dell’area di Tikrit, otto anni di governo al-Malikisi hanno riprodotto analoghe logiche clientelistiche a favore della comunità sciita. Inoltre, mentre la stretta collaborazione tra al-Maliki, Tehran e le milizie alimentava il sentimento di vendetta nei confronti della comunità sunnita, la minaccia dello Stato Islamico forniva il pretesto perché le rappresaglie della Brigata Badr e della Lega dei Virtuosi potessero nascondersi dietro alla campagna di liberazione. Quindi ottenere una legittimità politica che solo il rinnovato sostegno di Washington e il riavvicinamento di quest’ultima a Tehran avrebbero potuto garantire.
In questo quadro, nonostante l’attuale premier Haider al-Abadi abbia ufficialmente integrato il Fronte di Mobilitazione Popolare nelle truppe governative, assumendosi quindi la responsabilità formale per la loro condotta sul campo, episodi come quelli denunciati in questi giorni provano come le logiche settarie e l’ingerenza iraniana siano di grande ostacolo sia alla riaffermazione della sovranità territoriale di Baghdad sia al suo controllo dei propri organi militari. Ciò non rischia soltanto di perpetuare e aggravare lo scontro settario già in atto nel paese, ma alimenta soprattutto la diffidenza delle tribù sunnite nei confronti di Baghdad e la loro riluttanza a respingere il “califfato” in nome di quest’ultima.
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