di Giovanni Pagani
Secondo quanto denunciato
da diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani, le milizie
paramilitari sciite impiegate da Baghdad nella lotta al “califfato”
avrebbero commesso nuovi atti di violenza a sfondo settario nell’ultimo
mese. L’ultimo episodio si sarebbe verificato nella regione di Diyala,
a nord-est di Baghdad, dopo che due esplosioni avvenute l’11 gennaio in
un caffè di Muqdadiya avevano innescato la violenta rappresaglia da
parte dei gruppi armati sciiti.
“Conosco molti dei miliziani che girano per le nostre strade e buona
parte di loro proviene dalla zona – ha spiegato una fonte locale a Human
Rights Watch – Lo Stato Islamico poteva anche essere dietro agli
attentati nel caffè, ma gli attacchi sferrati contro le case e le
moschee sunnite sono senza dubbio opera della Lega dei Virtuosi”.
Assieme alle Brigate Badr, la Lega dei Virtuosi rappresenta
oggi la più numerosa milizia sciita in Iraq. Entrambe sono rappresentate
in parlamento, operano nel quadro del Fronte di Mobilitazione Popolare
(PMF) e godono del sostegno della Guardia Rivoluzionaria Iraniana, dalla quale ricevono addestramento, armamenti e direttive. La Brigata Badr,
secondo molti la fazione politica e militare più potente in Iraq, fu
fondata nel 1980 con l’aiuto iraniano da Hadi al-Amiri – tuttora leader
carismatico – e combatté duramente Saddam Hussein per conto di Tehran
tra il 1980 e il 1988. La Lega dei Virtuosi, nata
invece a seguito di una scissione dalla più ampia armata Mahdi, fu
creata da Qais al-Khazali nel 2006 e fu largamente usata dal premier
al-Maliki sia per azioni di polizia sia per neutralizzare il dissenso
politico all’interno della stessa comunità sciita. Entrambe le
organizzazioni paramilitari combatterono inoltre le truppe britanniche e
statunitensi fino al 2011, quando il ritiro definitivo delle forze di
occupazione spianò la strada alla loro integrazione politica.
In questo quadro, se la vicinanza delle Brigate Badr e della Lega dei
Virtuosi al governo di al-Maliki favorì la legittimazione politica di
personaggi come al-Amiri e al-Khazali, la minaccia posta dal
“califfato” ha conferito alle rispettive milizie maggiore legittimità
militare, complice anche l’inadeguatezza dell’esercito iracheno, a
seguito del suo scioglimento nel 2003 per volere statunitense.
Infine, quando la caduta di Mosul rese evidente l’impreparazione
delle truppe governative, l’ayatollah al-Sistani – su invito del premier
al-Maliki – pronunciò una fatwa contro lo Stato Islamico, invitando i
giovani sciiti a intraprendere i ljihad contro Daesh e ad unirsi alle
fila del Fronte di Mobilitazione Popolare. Circa 7mila volontari
risposero prontamente alla chiamata, andando così ad ampliare la
sproporzione tra governativi e paramilitari. A tal proposito, si pensa
che, mentre i primi contano non più 50mila uomini, i secondi possano
fare affidamento su almeno 120mila miliziani.
Quando il governo di Baghdad mosse all’assedio di Tikrit – città
natale di Saddam Hussein – a marzo 2015, fonti ufficiali riportarono che
dei 23 mila uomini dispiegati sul campo, solo 3mila appartenevano
all’esercito governativo, mentre la restante parte era formata da
milizie sciite agli ordini del generale iraniano Qassem Soleimani.
Quest’ultimo, fu inoltre visto dirigere le operazioni militari al fianco
di al-Amiri, suo amico intimo e leader delle Brigate Badr.
I primi avvertimenti di Human Rights Watch e di altre organizzazioni
per i diritti umani furono lanciati a febbraio del 2015, a pochi mesi
dall’inizio della campagna di liberazione del paese lanciata da Baghdad
con appoggio statunitense. Secondo quanto evidenziato da HRW,
già un anno fa, i primi segnali di violenza settaria si erano infatti
verificati dopo la riconquista di Amerli, nell’estate 2014. Le
numerose milizie sciite che avevano combattuto a fianco dell’esercito
avevano dato fuoco a numerose case e attività commerciali nelle aree
sunnite di Salahel-Din e Kirkuk. In un report redatto poi dalla
stessa organizzazione lo scorso settembre, fu evidenziato come analoghi
episodi di rappresaglia verso le comunità sunnite ebbero luogo dopo la
‘liberazione’ di Tikrit, quando almeno 1.400 abitazioni vennero
distrutte e 160 uomini fatti sparire. Esecuzioni sommarie nei
confronti delle tribù sunnite sono state denunciate anche in diversi
resoconti della Missione di Assistenza in Iraq per le Nazioni Unite
(UNAMI) – l’ultimo risale al 19 gennaio – dai quali si apprende come
la rappresaglia nei confronti dei villaggi sunniti sia diventata ormai
una prassi all’indomani della loro liberazione.
Le atrocità commesse dalle milizie sciite nelle città e nelle regioni
sottratte a Daesh hanno radici profonde nella storia irachena degli
ultimi trent’anni. Dalla guerra contro l’Iran (1980-88) all’invasione
statunitense nel 2003 e dalla repressione della maggioranza sciita da
parte di Saddam alla conquista del potere politico di quest’ultima a
partire dal 2006.
“La Lega dei Virtuosi considera ex-sostenitori di Saddam Hussein
tutti gli iracheni sunniti – ha raccontato una fonte locale ad Amnesty
International dopo i recenti eventi di gennaio – Molti furono trascinati
in strada e uccisi arbitrariamente”. Inoltre, dal momento che
l’estensione territoriale del “califfato” si limita alle regioni sunnite
settentrionali del paese, il largo impiego di milizie settarie da parte
di Baghdad rende ancor più concreto il rischio di pulizia etnica da
parte di queste ultime. “Bruciamo e distruggiamo al-Dur (provincia di
Tikrit) perché tutti i suoi abitanti sono sostenitori di Daesh o del
partito Baatista”, ha dichiarato a tal proposito proprio un miliziano
del PMF a Human Rights Watch.
In altre parole, l’avversione delle Brigate Badr e della Lega
dei Virtuosi per le regioni sunnite strappate al “califfato” per conto
di Baghdad è legata alle atrocità commesse da Saddam Hussein durante la
sua dittatura. Se le strutture di potere intessute da
quest’ultimo avevano infatti notevolmente privilegiato la minoranza
sunnita e i capi tribali dell’area di Tikrit, otto anni di governo
al-Malikisi hanno riprodotto analoghe logiche clientelistiche a favore
della comunità sciita. Inoltre, mentre la stretta collaborazione tra
al-Maliki, Tehran e le milizie alimentava il sentimento di vendetta nei
confronti della comunità sunnita, la minaccia dello Stato
Islamico forniva il pretesto perché le rappresaglie della Brigata Badr e
della Lega dei Virtuosi potessero nascondersi dietro alla campagna di
liberazione. Quindi ottenere una legittimità politica che solo
il rinnovato sostegno di Washington e il riavvicinamento di quest’ultima
a Tehran avrebbero potuto garantire.
In questo quadro, nonostante l’attuale premier Haider al-Abadi abbia
ufficialmente integrato il Fronte di Mobilitazione Popolare nelle truppe
governative, assumendosi quindi la responsabilità formale per la loro
condotta sul campo, episodi come quelli denunciati in questi giorni
provano come le logiche settarie e l’ingerenza iraniana siano di grande
ostacolo sia alla riaffermazione della sovranità territoriale di Baghdad
sia al suo controllo dei propri organi militari. Ciò non
rischia soltanto di perpetuare e aggravare lo scontro settario già in
atto nel paese, ma alimenta soprattutto la diffidenza delle tribù
sunnite nei confronti di Baghdad e la loro riluttanza a respingere il
“califfato” in nome di quest’ultima.
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