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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/10/2024

La guerra in Libano avvicina Iran e Arabia Saudita

Mercoledì sera, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita Faisal bin Farhan Al Saud hanno avuto un incontro nella capitale del Qatar, Doha.

I due rappresentati dei paesi-guida – rispettivamente del mondo sciita e di quello sunnita – hanno discusso della promozione dei legami bilaterali, degli attacchi israeliani a Gaza e in Libano e della risposta iraniana a Israele, in corso proprio durante l’incontro.

Le parole di Pezeshkian: maggiore unità tra i musulmani

Il presidente iraniano ha espresso soddisfazione per il continuo riavvicinamento delle relazioni bilaterali, sancito già a Pechino nel marzo del 2023 dopo sette anni di interruzione dei rapporti diplomatici, e ha sottolineato la volontà dell’Iran di migliorare le interazioni con l’Arabia Saudita in tutti i settori.

L’Iran, da detto Pezeshkian, non vede di buon occhio l’escalation in Asia occidentale e ha messo in guardia dall’indifferenza nei confronti dello sfollamento e della sofferenza dei palestinesi e dei libanesi causati dagli attacchi “brutali” di Israele.

I Paesi musulmani hanno bisogno di una maggiore unità per fermare le “aggressioni” di Israele a Gaza e in Libano e per impedirne la diffusione in altri Stati islamici.

Chiudere la pagina delle differenze

Della stessa lunghezza d’onda sono state le dichiarazioni del ministro degli esteri saudita, mostrando la determinazione del suo Paese a sviluppare le relazioni con l’Iran.

Faisal bin Farhan Al Saud ha sottolineato che le “aggressioni” di Israele contro Gaza e il Libano mirano ad espandere il conflitto nella regione e che per questo l’Arabia Saudita confida nella saggezza e nel discernimento dell’Iran nel gestire la situazione e contribuire al ripristino della calma e della pace nella regione.

“Cerchiamo di chiudere per sempre la pagina delle differenze tra i due Paesi e di lavorare per la risoluzione delle nostre questioni e l’espansione delle nostre relazioni come due Stati amichevoli e fraterni”, ha dichiarato.

Il significato politico dell’incontro

L’incontro ai massimi livelli, le tempistiche e le parole pronunciate dai rappresentati dei due pesi massimi del mondo musulmano fanno pensare che il tentativo dello Stato di Israele di sfruttare ancora una volta a proprio vantaggio la storica divisione tra sunniti e sciiti non stia dando i frutti sperati, come invece si racconta sui media occidentali, soprattutto nostrani.

Nell’instabilità in cui lo Stato di Israele e i suo alleati occidentali – Stati Uniti in primis – hanno nuovamente invischiato il Medio Oriente, il colloquio iraniano-saudita segna un punto a favore del litigioso mondo arabo e musulmano, fino a oggi incapace (o non interessato) a dare una risposta unitaria all’impunità israeliana nel genocidio in atto in Palestina.

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07/08/2020

Libano - Beirut rifiuta gli aiuti israeliani

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Considerato uno degli attivisti più importanti delle proteste di piazza contro l’intera classe politica libanese, senza eccezioni, Nizan Hassan l’altra sera ha commentato senza peli sulla lingua l’offerta di aiuto al Libano giunta da Israele. «Vaffanculo. Fanculo e basta. Le pubbliche relazioni non laveranno i crimini di 70 anni del vostro Stato etnico coloniale ed espansionista. Se avete buone intenzioni, allora investitele per porre fine all’apartheid, all’occupazione e alle guerre e lasciate la nostra miseria fuori dal vostro patetico whitewashing», ha twittato mentre a Beirut si scavava alla ricerca di superstiti all’esplosione.

L’analista Omar Baddar invece ha ricordato la pioggia di bombe a grappolo che Israele ha riversato sul Libano del sud durante la guerra del 2006 e che ha reso invalidi molti civili libanesi, tra i quali bambini.

Mentre Hassan, Baddar e altri libanesi gridavano il proprio sdegno, i media di mezzo mondo pubblicavano la foto della facciata del Comune di Tel Aviv, in piazza Rabin, illuminata con i colori della bandiera libanese. Sul Libano è intervenuto anche Benyamin Netanyahu. «Prima di tutto, in nome del governo israeliano, invio le nostre condoglianze al popolo libanese... C’è stata una grande catastrofe in Libano. Siamo pronti ad inviare assistenza umanitaria in quel paese», ha detto il premier, mentre la tv pubblica Kan riferiva che Israele è in una fase di «discussioni avanzate» con l’Onu per trasferire materiale medico al Libano.

Un aiuto “peloso” nel giudizio di tanti nel paese dei cedri dove non si sono rimarginate le ferite per guerre, occupazioni militari e raid israeliani che – con la motivazione della «autodifesa attiva contro il terrorismo» del movimento sciita filo iraniano Hezbollah e di gruppi palestinesi – hanno causato migliaia di morti e feriti e distruzioni immense. Non sono state risparmiate le infrastrutture civili, neppure le centrali elettriche (l’attacco a quella di Jiyeh, nel luglio 2006, provocò un disastro ambientale). Molti ricordano ancora il 28 dicembre 1968 quando un’unità di elite israeliana fece esplodere nell’aeroporto di Beirut 12 aerei di linea di compagnie libanesi.

Sempre per «autodifesa», l’esercito israeliano per 22 anni ha occupato un’ampia fascia di territorio meridionale libanese, ha lanciato vaste operazioni militari, avviato due guerre (1982 e 2006), circondato e bombardato Beirut, colpito Sidone, Tiro, Tripoli e altre città e compiuto dozzine di esecuzioni mirate di  libanesi e palestinesi. Senza dimenticare la strage dei profughi di Sabra e Shatila compiuta da miliziani di destra libanesi nel 1982 sotto gli occhi dei militari israeliani.

Il giornalista Gideon Levi ieri sul giornale Haaretz ricordava la “Dottrina Dahiya”, dal nome della periferia meridionale di Beirut. Quella zona tra luglio e agosto del 2006 vide l’aviazione israeliana ridurre in un cumulo di macerie i quartieri popolari di Haret Harek e Bir Abed, roccaforti del movimento Hezbollah che giorni prima aveva lanciato un attacco sul confine uccidendo alcuni soldati israeliani.

Va però detto che l’aiuto degli israeliani una porzione non insignificante di libanesi lo accetterebbe molto volentieri. Non per motivi umanitari, ma per ragioni politiche. Non è un mistero che Israele sia visto come un alleato da molti cristiani maroniti e più di recente anche da musulmani sunniti, che addossano sui propri connazionali sciiti legati a Hezbollah e sui filo siriani la responsabilità dei gravi problemi del paese.

Non si tratta di un fenomeno nuovo, frutto del crescente disinteresse arabo verso la causa palestinese e la «resistenza». È cominciato ben prima della nascita di Israele. I proto-sionisti Moses Montefiori e Adolphe Cremieux, furono tra le prime personalità europee a rispondere alle richieste di aiuto dei maroniti nel 1860 durante quella che è nota come la guerra del Monte Libano tra cristiani e drusi.

Già allora i maroniti –  molti di loro oggi come allora si considerano non arabi ma discendenti diretti di Fenici e Crociati, e si sentono più fratelli di Emmanuel Macron che dei libanesi sciiti – individuarono nel movimento sionista un alleato contro la supremazia numerica degli “arabi”, i sunniti e gli sciiti. Per questo accolsero con grandi onori i nazionalisti ebrei in visita in Libano dopo la Dichiarazione di Balfour.

Speravano che l’afflusso di coloni sionisti in Palestina fosse ampio e rapido, perché corrispondeva ai propri interessi. E i leader del sionismo si affrettarono a considerare i maroniti non l’espressione più occidentale del mondo arabo ma il limite orientale della cristianità occidentale.

L’affinità non si è mai affievolita in tutti questi decenni. L’unico punto di attrito sono i profughi palestinesi della guerra del 1948. I libanesi maroniti, e non solo loro, desiderano rispedirli a casa. Israele non intende permetterlo.

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21/06/2017

Cosa succede in Siria?

Intervista a Fulvio Scaglione. Che succede in Siria? Perché gli statunitensi abbattono aerei siriani che combattono contro l’Isis e altre milizie? Perché, in questo modo, provocano sia la Russia che l’Iran, che stanno conducendo effettivamente la battaglia contro i jihadisti di AL Baghdadi? Perché i media mainstream recitano i bollettini di guerra della Nato senza altra spiegazione? Per un parere al di sopra di ogni sospetto, Radio Città Aperta ha intervistato Fulvio Scaglione, editorialista de l’Avvenire.

Al telefono con noi Fulvio Scaglione, per un suo commento su una notizia che campeggia su tutte le prime pagine e che riporta in primo piano la tensione tra Russia e Stati Uniti rispetto quanto sta avvenendo in Siria. Addirittura l’avvertimento che da Mosca arriva a Washington “i vostri jet sono potenziali bersagli”... Tutto nasce dall’abbattimento, da parte statunitense di un caccia dell’aviazione siriana di Assad... Scaglione, come si spiega questa nuova escalation di tensione fra Stati Uniti e Russia in un momento in cui, fra l’altro, sul territorio stanno avvenendo delle cose apparentemente sul terreno? Le forze curde dell’Sdf e alleati, sotto l’egidia statunitense, stanno entrando a Raqqa... A Mosul sta avvenendo lo stesso con le forze irachene. Sembra che lo stato islamico effettivamente sia nella fase più bassa, dal punto di vista militare, di questi ultimi anni. Che lettura dai di questa ripesa di conflittualità tra Stati Uniti e Russia?

Naturalmente si possono dire tante cose perché la situazione è intricatissima. Cominciamo col dirne una. Dal punto di vista del diritto internazionale, gli unici paesi che avrebbero, teoricamente, la legittimità per operare militarmente sul territorio siriano sono quelli che sono stati invitati a farlo dal legittimo governo siriano che – piaccia o no, ci sembri una dittatura orrenda o meno – è comunque quello di Bashar al-Assad. Che sia un governo che non ci piace non vuol dire niente dal punto di vista internazionale, perché di governi e regimi – come quello o anche peggiori – ce n’è un’infinità; e non è che gli americani vadano a bombardare ogni territorio, o vadano a difendere quello o quel gruppo di oppositori. Ora, naturalmente, non è così, noi lo sappiamo benissimo. Hanno operato militarmente in Siria, la Turchia, l’Iran e altri paesi tra cui, appunto, le forze del terrorismo islamico che sono, palesemente come noto, supportate, finanziate, organizzate dalle petromonarchie del Golfo Persico. L’operazione americana, quella di sostegno ai curdi e la corsa per occupare politicamente e militarmente uno spazio in Iraq e in Siria, adesso ha un obiettivo piuttosto preciso – che è lo stesso dell’ingerenza delle petromonarchie del Golfo Persico – e cioè cercare di spezzare quella catena sciita che va dall’Iran all’Iraq alla Siria al Libano. Questo è l’obiettivo strategico generale e, ovviamente, la Russia ha l’obiettivo strategico generale esattamente contrario, quello di sostenere questa catena sciita, farla sopravvivere, farla rimanere in piedi.

Il problema di tutto questo è che, come già in Ucraina, questi contendenti stanno giocando con il fuoco, perché la tensione continua a crescere. Non si rendono conto, apparentemente o forse se ne rendono conto, che nel contrasto degli opposti interessi il livello dello scontro si innalza continuamente. Da questo punto di vista la cosa più preoccupante, ancor più dell’abbattimento del caccia siriano da parte degli americani, è l’intervento con i missili da parte dell’Iran, che è chiaramente un ammonimento anche agli stessi americani.

Ricordiamo che il bombardamento missilistico dall’Iran, con missili a medio raggio, ha colpito una città che sembra essere il punto di ritrovo delle milizie jihadiste di Daesh che stanno fuggendo da Raqqa, almeno questo abbiamo letto. Quindi diciamo che molto, quasi tutto, si concentra e si esaurisce intorno a questo conflitto fra il Medio Oriente sciita e sunnita e quindi lo stato islamico come tante volte abbiamo provato a spiegare, è una reazione... è una conseguenza di questo tipo di conflitto. Dal suo punto di vista, lei ritiene che sia in via di esaurimento l’esperienza anche statuale di questo stato islamico autoproclamatosi oppure c’è ancora? Ci sarà ancora da combattere sul terreno, quanto meno per debellare l’ipotesi dell’esistenza di questo stato che si traduce in grande sofferenza per tutti i civili che sono sottoposti al loro dominio. Le testimonianze che arrivano dalle zone liberate sono di cose orribili, di schiavitù vera e propria di buona parte delle popolazioni che in questi due anni sono state all’interno di questo stato islamico.

Io credo che siano valide tutte e due le affermazioni. Sicuramente la presa militare e politica dello Stato islamico è in fase calante. Io direi in fase terminale, però questa fase terminale non sarà breve, sarà molto crudele, sarà difficile da affrontare. Non aspettiamoci che tutto si risolva domani o dopodomani. Va anche detta una cosa, che lo stato islamico è stato in qualche modo coltivato. Lo stato islamico è uno strumento inventato dalle petromonarchie del Golfo Persico con l’obiettivo chiarissimo di cancellare dalle carte geografiche la Siria di Assad. Obiettivo che ognuno può giudicare come crede, ma questo era l’obiettivo. E’ stato altrettanto e assolutamente chiaro in questi anni – perché ormai sono tre anni che lo stato islamico si è insediato nelle zone dove adesso si combatte – che lo stato islamico è stato risparmiato, perché non è possibile che una coalizione internazionale, come quella messa insieme da Barack Obama, di 70 paesi guidata dagli Stati Uniti con la partecipazione di Regno Unito, Francia, Arabia Saudita, ecc. ecc. non sia riuscita in tre anni a far fuori le milizie islamiste dell’Isis, quando bastarono pochissimi mesi per spazzar via la Jugoslavia di Milosevic e pochissime settimane per spazzar via l’Iraq di Saddam Hussein. E’ chiaro che finora si è condotta una guerra finta, contro lo stato islamico, che è andato in crisi non per i famosi bombardamenti, per i raid, ecc. ecc. Lo stato islamico è cominciato ad andare in crisi quando la Turchia ha raggiunto un accordo politico con la Russia e ha chiuso le frontiere. Non dimentichiamo che dalla frontiera turco-siriana sono passati quasi settantamila foreign fighters più rifornimenti, armi, denari, e in senso inverso il petrolio che lo stato islamico estraeva in Iraq e vendeva clandestinamente in Turchia, le opere d’arte che vendeva clandestinamente in Turchia, i macchinari delle fabbriche di Aleppo che lo stato islamico, comunque i ribelli, smontavano e trasferivano in Turchia. Quando quel confine è stato chiuso in seguito ad un accordo politico, lo stato islamico ha cominciato ad andare in crisi per evidente mancanza di rifornimenti e di ricambi, e questa crisi sta raggiungendo adesso il suo apice. Ma certamente lo stato islamico non è andato in crisi perché gli abbiamo fatto chissà quale tipo particolare di guerra.

Il ruolo della Russia, l’intervento della Russia, sempre per propri interessi strategici, non per motivi umanitari sul piano internazionale, però ha scompaginato un po’ questa struttura. Se l’accordo tra la Turchia e la Russia ha portato a questa diminuzione di sostegno allo stato islamico, come si inseriscono in questo contesto le accuse e la sorta di offensiva mediatica e diplomatica nei confronti del Qatar che, recentemente, è stata portata avanti da Stati Uniti e petromonarchie? C’è molto ipocrisia perché ci si rende conto di come non fosse solo il Qatar a finanziare il jihadismo...

Sì. E’ come una serie di buoi che danno del cornuto ad una serie di asini, perché tutti questi paesi hanno sostenuto o sostengono il terrorismo. Lo fa l’Arabia Saudita con l’Isis e con Al Qaeda, con altri gruppi ribelli più o meno moderati in Siria e tra l’altro lo fa anche direttamente, perché le azioni miliari dell’Arabia Saudita nello Yemen sono, almeno per metà, definibili come azioni terroristiche. Il Qatar ha sostenuto il terrorismo, perché il Qatar ha sempre appoggiato i Fratelli Musulmani, le cui ramificazioni svolgono azioni terroristiche in Siria e in Egitto e lo ha fatto, per dire, anche l’Iran, perché l’Iran ha sempre sostenuto Hezbollah, che è considerato un’organizzazione terroristica, e recentemente ha riallacciato i rapporti che aveva interrotto con Hamas, che è un’altra organizzazione che pratica il terrorismo. Quindi il tema del terrorismo è un tema del tutto retorico, perché tutti questi paesi, in qualche modo, sono complici di terroristi o lo sono stati. La vera questione è una questione politica ed è appunto quello che dicevo all’inizio di questa intervista e cioè che c’è chiaramente un progetto sunnita di scompaginamento del mondo sciita. Mondo sciita che è stato per 13 secoli emarginato, negletto, spesso anche oppresso e che solo in epoca contemporanea ha conosciuto una sua rivincita, perché all’inizio degli anni ’70 gli sciiti alawiti della famiglia Assad hanno preso il potere in Siria, nel ’79 c’è stata la rivoluzione khomeinista sciita in Iran, poi in Libano c’è stata la presa di potere degli sciiti, poi in Iraq nel 2003 il regime sunnita di Saddam Hussein è stato abbattuto ed hanno preso potere gli sciiti. E’ tutta contemporanea la rivincita degli sciiti. Di fronte a questa rivincita, le petromonarchie sunnite del Golfo Persico, secondo me, hanno perso anche la testa, perché hanno cominciato a reagire portando la guerra e la devastazione ovunque, nello Yemen, in Siria, ecc. ecc. e facendo salire una tensione che sarebbe magari salita di suo, ma non a questi livelli...

Torniamo alla cronaca, all’attualità. C’è Trump presidente degli Stati Uniti. Che variabile è in questo tipo di schema, in questo tipo di conflitto? O almeno quello che sta dimostrando di essere fino adesso...

Io credo che la variabile non sia tanto Donald Trump ma i problemi di Donald Trump, perché Donald Trump in campagna elettorale aveva delineato una politica estera molto diversa da quella che sta conducendo, anche se quella che sta conducendo è abbastanza difficile da ricondurre dentro uno schema, sembra più una serie di improvvisazioni... Dico questo perché ho la sensazione che la pressione che viene esercitata dagli ambienti del Partito Democratico e anche da una frangia cospicua del Partito Repubblicano – la frangia neocon – spinga Trump a condurre delle azioni che servono non tanto a delineare una strategia di politica estera, ma piuttosto a contrastare le critiche politiche che gli vengono mosse in patria e a recuperare consenso. Mi riferisco, per esempio, al bombardamento in Afghanistan con la superbomba oppure al bombardamento della base siriana in seguito a quei presunti attacchi chimici che sarebbero stati condotti dal regime di Assad. Quindi il pericolo oggi costituito da Trump non è tanto nelle sue intenzioni, perché io non credo che sia Trump a delineare la politica estera degli Stati Uniti, ma nelle azioni che Trump può essere spinto a intraprendere per cercare, in qualche modo, di riguadagnare consenso, riguadagnare appoggio interno a causa degli scandali che lo tormentano.

Bene, per il momento la ringraziamo. Grazie per la sua disponibilità e la puntualità dei suoi interventi.

E’ stato un grande piacere, vi ringrazio io.

Anche da parte nostra. Grazie e buon lavoro.

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08/06/2017

Perchè l’Iran è finito sotto attacco dell’Isis

La rivendicazione dell’Isis degli attentati a Teheran è quasi un marchio di fabbrica, una sorta di sanguinoso sigillo a decenni di politica estera dell’Iran e di contrapposizione tra la repubblica islamica e un universo sunnita che ha sempre mal sopportato l’esistenza di una “Mezzaluna sciita”.

L’Iran viene colpito perché è lo stato del Medio Oriente che da più tempo e con maggiore efficacia combatte contro il jihadismo sunnita: lo fa in Iraq con i Pasdaran del generale Soleimani, a fianco del governo a maggioranza sciita di Bagdad, lo fa in Siria sostenendo il regime alauita di Bashar Assad e appoggiando in Libano gli Hezbollah, da sempre in lotta con i gruppi radicali sunniti.

L’Iran è anche un Paese dai confini porosi e vulnerabili: a Est fronteggia l’Afghanistan, dove i Talebani sono sempre stati nemici della repubblica islamica e in Balucistan, dove è attivo il gruppo terrorista sunnita dei Jandullah, i “soldati di Dio”, che negli ultimi anni ha portato numerosi attacchi terroristici nella regione.

Inoltre le cellule dell’Isis potrebbero contare su una consistente minoranza araba nel Golfo.

A Occidente ci sono le frontiere con la Turchia, il Kurdistan e l’Iraq, dove Teheran combatte contro i movimenti radicali sunniti dal Califfato e i gruppi affiliati ad Al Qaida.

Ma l’Iran è anche il Paese da sempre nel mirino degli Stati del Golfo e dell’Arabia Saudita che non hanno esitato prima a finanziare la guerra di Saddam Hussein negli anni Ottanta contro la repubblica islamica e poi i gruppi jihadisti per abbattere con una guerra per procura il regime di Assad in Siria.

L’Iran in questa regione ha spesso sfruttato gli errori di calcolo degli altri giocatori, in particolare degli Stati Uniti: sono stati gli americani a far fuori i talebani a Kabul nel 2001 e poi Saddam nel 2003.

C’è ovviamente da chiedersi come mai l’Occidente si sia sempre schierato contro Teheran e mai contro le monarchie del Golfo, alleati spesso ambigui e inaffidabili.

La colpa maggiore dell’Iran è quella di costituire con l’appoggio a Hezbollah in Libano una minaccia diretta alla supremazia di Israele, storico alleato di Washington, che non è riuscito a venire a capo della loro resistenza sciita neppure con la guerra del 2006. Le monarchie del Golfo poi vengono preferite a Teheran perché gli Stati Uniti sono legati a Riad da un patto di ferro, inoltre le petro-monarchie sono clienti e investitori di primo piano negli Usa e nei principali Paesi europei, dalla Gran Bretagna alla Francia.

Tutte le maggiori basi americane in Medio Oriente sono sul Golfo, dal Bahrein, dove è di stanza la quinta flotta, al Qatar, al Kuwait.

In poche parole l’Occidente ha fatto una scelta in base ai suoi interessi economici e finanziari: stare dalla parte degli arabi e dei sunniti a scapito dei persiani iraniani e degli arabi sciiti, che sono un minoranza del 15% nel mondo musulmano.

Una contrapposizione evidenziata da un’accesa competizione tra l’ideologia religiosa wahabita dei Saud, una monarchia assoluta e retrograda, e lo sciismo iraniano che con la repubblica islamica, uscita dalla rivoluzione di Khomeini del 1979, ha comunque consolidato un sistema elettorale di cui l’ultimo esempio sono state le elezioni presidenziali del 19 maggio dove ha prevalso per un secondo mandato Hassan Rohani.

Questo sbilanciamento a favore del mondo sunnita, che si trascina enormi contraddizioni, è stato in parte contemperato dalla politica di “doppio contenimento” attuata dagli Stati Uniti per riequilibrare i rapporti di forza e che si è concretizzata nel 2015 nell’accordo sul nucleare.

Ma le sanzioni all’Iran sono state tolte soltanto in parte: permangono quelle creditizie e finanziarie americane che di fatto impediscono anche agli altri Paesi occidentali come l’Italia la firma di grandi contratti con l’Iran.

Ma c’è anche dell’altro. La guerra in Siria non si risolverà facilmente: l’Iran con l’intervento della Russia è riuscita a mantenere Assad in sella ma gli Usa, la Gran Bretagna e la Giordania stanno tentando di tagliare il corridoio iraniano di rifornimento a Damasco e agli Hezbollah, questo è l’altro vero conflitto in corso oltre a quello contro l’Isis a Raqqa e Mosul.

Cambieranno le cose? Trump ha abbracciato la visione saudita, appoggiata da Israele, di equiparare la lotta al Califfato a quella contro l’influenza iraniana nella regione. Vedremo adesso, dopo gli attentati di Teheran, le reazioni occidentali: ma è assai difficile uscire da contraddizioni che durano da decenni.

Alberto Negri da Il Sole 24 ore del 8 giugno 2017

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04/06/2017

Attentato a Londra. Vostre le guerre, nostri i morti

Un duplice attacco è stato condotto nella notte nel cuore della capitale del Regno Unito: dapprima su London Bridge, ponte simbolo della città, dove un pulmino ha investito diversi pedoni e ne sono poi usciti tre aggressori che hanno accoltellato altri passanti; quindi nella zona di Borough Market, dove lo stesso commando ha continuato la sua azione di morte prima di cadere sotto i colpi della polizia.
Sette le vittime mentre i feriti sono 48 diversi dei quali in condizioni critiche. Tories e Labour hanno comunque temporaneamente sospeso la campagna elettorale.

Morti anche i tre terroristi che avrebbero indossato finte cinture esplosive, armati soltanto di coltelli. Attentatori “poveri”, insomma, senza disponibilità di armi o esplosivi. Non risultano altri assalitori e sospetti in fuga. Ma le indagini proseguono senza escludere eventuali fiancheggiatori esterni.

La sequenza si è consumata in pochi minuti (ne sono passati 8 fra la prima telefonata di allarme e la sparatoria finale), a neppure due settimane di distanza dell’attentato suicida commesso alla Manchester Arena il 22 maggio: dove Salman Abedi, giovane britannico figlio di un ex rifugiato politico libico anti-Gheddafi (diventato collaboratore dei servizi segreti inglesi e addestratore di mujaeddin), si era fatto esplodere fra la folla che usciva dal concerto di Ariana Grande – fra cui molti giovanissimi – causando 22 morti e circa 120 feriti.

Fin qui i lanci di agenzia.

E’ difficile dire qualcosa di nuovo, che sia anche utile, dopo fatti del genere. Da parte nostra, come giudizio politico complessivo, non possiamo che rimandare a quanto detto in occasione dell’attentato di Manchester, due settimane fa. In particolare:
L’Isis è un vostro prodotto, una metastasi del tumore che voi “classe dirigente occidentale” avete fatto crescere altrove.
I ragazzi di Manchester sono invece i nostri figli, fratelli, sorelle. Siamo noi che giriamo per le nostre strade, cercando di sopravvivere all’impoverimento crescente che voi ci avete imposto, che ci intruppiamo in uno stadio o in una metropolitana o una via della movida per una serata diversa, per una pausa in una vita senza futuro migliore. […]

Voi avete iniziato questa guerra che ci uccide. Non siete voi che potete farla finire. Non siete voi che potete vincerla. Non vi interessa, anzi vi torna persino utile. I popoli spaventati si affidano inermi alla bestia che finge di proteggerli.

Finché voi resterete ai vostri posti noi continueremo a morire, a piangere i nostri ragazzi, a chiederci stupidamente “perché ci odiano?”
In aggiunta, le polizie di tutto il mondo chiedono alle popolazioni di affidarsi silenzioso alle autorità, di obbedire senza fare domande. E i media mainstream rilanciano all’infinto questo stesso messaggio: “dovete rinunciare alle vostre libertà, ve le togliamo per la vostra sicurezza”. Il fascistissimo “decreto Minniti” è tutto in questo solco, con un occhio di riguardo per il dissenso interno.

E’ una truffa criminale. Totale.

Le parti in guerra sono infatti più che chiare: sono i “nostri alleati” sunniti, a cominciare dall’Arabia Saudita, a muovere le fila di questa sequenza. Gli stessi alleati che Trump è andato ad omaggiare nel corso della sua prima visita all’estero, firmando contratti di fornitura per 350 miliardi di armi in dieci anni, 110 immediatamente. Armi che in qualche misura – specie per quanto riguarda armamento leggero ed esplosivi – finirà nelle mani dell’Isis, di Al Qaeda, Al Nusra e cento altre sigle del jihadismo sunnita.

In proposito, se proprio non volete credere a noi, potete informarvi benissimo con l’editoriale di Alberto Negri, pubblicato oggi – come sempre – sul quotidiano di Confindustria, IlSole24Ore.

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Lotta al terrorismo, se colpiamo il bersaglio sbagliato

Alberto Negri

Abbassato il livello di allarme dopo l’attentato di Manchester, gli apparati di sicurezza britannici hanno fatto un altro calcolo sbagliato: dagli errori si dovrebbe imparare, soprattutto quando si avvicinano le elezioni non solo in Gran Bretagna ma anche in Germania e forse pure in Italia. In pieno Ramadan, i jihadisti intendono trasferire lo stato di guerra mediorientale in Europa mentre si va al voto.

Ma qual è il vero pericolo per gli americani, gli inglesi e loro alleati arabi del Golfo? L’Iran. E questo dice tutto sul livello di irresponsabilità delle leadership occidentali. E’ il messaggio sbagliato venuto dalla visita del presidente americano Donald Trump in Medio Oriente e che poi è passato anche al G-7: rifornire di armi l’Arabia Saudita con 110 miliardi di commesse ed essere acquiescenti con i piani delle monarchie arabe del Golfo e di Israele, non per abbattere il Califfato ma soprattutto per bloccare l’influenza dell’Iran sciita nella regione.

La “Mezzaluna sciita” diventa così un pericolo maggiore dell’Isis e del jihadismo sunnita che proprio l’Iran insieme alla Russia e al loro alleato Assad e all’Iraq hanno combattuto in questi anni colpendo l’insieme dell’opposizione siriana. Il fatto che gli alauiti di Damasco restino al potere può certamente non piacere ma quali sono le alternative che sono state proposte in questi anni ai regimi autocratici del Medio Oriente? L’abbattimento prima di Saddam in Iraq nel 2003 e poi di Gheddafi in Libia nel 2011 hanno sprofondato nel caos intere nazioni e una delle eredità lasciate dal fallimentare governo dei Fratelli Musulmani in Egitto, poi abbattuto dal colpo di stato del generale Al Sisi nel 2013, è stato che il Sinai diventasse un santuario dei jihadisti.

Ma che cosa hanno pensato le potenze occidentali, tra cui la stessa Gran Bretagna? Hanno fatto credere ai sunniti che avrebbero avuto una rivincita in Siria e in Iraq con la caduta di regimi alleati della repubblica islamica iraniana e lo smembramento di questi ex stati arabi. Il suo primo viaggio importante all’estero la signora May lo ha fatto a Riad. E ora quali sono i piani di americani, inglesi e giordani? Tagliare il “corridoio” iraniano che attraverso l’Iraq e la Siria rifornisce Damasco e gli Hezbollah libanesi. Prima ancora di combattere un Califfato assediato a Mosul e nella capitale Raqqa, si pensa a contrastare Teheran e magari a usare i jihadisti in funzione anti-sciita.

Se questi sono i presupposti della guerra al terrorismo, motivati dai grandi interessi economici e finanziari intrattenuti con le monarchie del Golfo, è evidente che si tenta di spostare il bersaglio della guerra al terrorismo a un altro piano. C’è poco da stupirsi quindi che continuino a rafforzarsi le cellule jihadiste, le quali probabilmente verranno ulteriormente alimentate dal ritorno dei foreign fighters dal Medio Oriente.

Eppure quando si parla di “stati terroristi” viene sempre nominato l’Iran e mai sono citate quelle monarchie petrolifere che per decenni hanno incoraggiato il jihadismo e l’Islam più radicale con le loro ideologie retrograde che custodiscono non la parola del Corano, come vorrebbero fa credere con i loro comportamenti ipocriti, ma gli intessi ristretti di élite contrarie a tutti i valori occidentali.

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22/05/2017

Donald d’Arabia prova a dirottare l’Isis saudita contro gli sciiti


Non è una svolta storica, quella proposta da Donald Trump alle petromonarchie del Golfo, ma un ritorno al passato. L’unica rottura – vedremo presto quanto gravida di conseguenze – è con la linea di Obama e Bush, ossia con l’approccio “dirittoumanista” dell’imperialismo statunitense.

Nel discorso sull’Islam pronunciato a Riad, davanti agli sceicchi del Gulf Cooperation Council (Gcc), Trump ha cancellato ogni ipotesi di “esportazione della democrazia” – tranne un fugace passaggio sull’oppressione delle donne – in campo islamico-sunnita. Ossai l’architrave ideologico con cui, negli ultimi venticinque, è stata giustificata ogni guerra d’aggressione a paesi musulmani (Iraq, Libia, Siria, lo stesso Afhanistan, e naturalmente le cosiddette “primavere arabe”).

“Non sono venuto qui a darvi lezioni, non sono io a dirvi come dovete vivere. Ma occorre una coalizione internazionale contro il terrorismo. Le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che sia l’America a sconfiggerlo. Dovete battere voi questo nemico che uccide in nome della fede”.

E’ lo stesso Trump che in campagna elettorale accusava l’Arabia Saudita per l’attacco dell’11 settembre 2001. Non bisogna insomma leggere le sue parole in senso letterale, ma ricostruire i nessi storici tra interessi divergenti che erano entrati in pesante conflitto.

In pratica, Trump è andato a dire agli sceicchi che finanziano l’Isis e le altre formazioni jihadiste: “mollate questi gruppi e questa strategia, torniamo alleati nella lotta comune contro l’Iran e l’Islam sciita, in cambio non vi romperemo più le scatole con i diritti umani violati nei vostri paesi e vi venderemo tutte le armi che volete”.

Per essere ancora più convincente si era fatto precedere da un mega-accordo commerciale per 110 miliardi di dollari in armamenti, prima tranche di una commessa che vale 350 miliardi da qui ai prossimi dieci anni.

Gli Stati Uniti di Trump rinunciano tranquillamente alla pretesa di “conformare” una parte del mondo a propria immagine e somiglianza, prendendo atto che il terrorismo jihadista promosso dalle petromonarchie non è battibile senza pagare prezzi eccessivi; e soprattutto senza rompere definitivamente un legame con la più grande concentrazione di riserve petrolifere accertate e di relativamente facile estrazione.

Una rinuncia che naturalmente non diventa una nuova “dottrina” strategica, il “diritto umanismo” strumentale potrà tornare utile in qualsiasi altro scenario, anche a costo di inventarsi dittature che non esistono (l’aggressione in corso contro il Venezuela chiavista, in queste settimane, viene per l’appunto coperta con accuse di “dittatura” per la convocazione di un’assemblea costituente!). Ma l’Islam sunnita – perlomeno quello che staziona sul Golfo Persico – si è visto offrire un ramoscello d’ulivo dopo anni di “incomprensioni” che hanno generato Al Qaeda prima, Al Nusra e Isis subito dopo.

Lo raccoglieranno? Gli sceicchi non sono ingenui. Sanno che Trump può saltare prima della fine del mandato, e in quel caso il vecchio establishment (repubblicani e democratici Usa) potrebbe tornare a usare argomenti molto sgraditi per giustificare nuove aggressioni e destabilizzazioni. Ma dovranno mostrarsi pronti a cogliere l’occasione.

E’ presto per dire se questo implicherà nell’immediato una pressione sui gruppi jihadisti per ridurre numero e portata degli attacchi nelle metropoli occidentali. La strategia della “rete”, fatta di attivazioni di piccole cellule o addirittura individui slegati da ogni vincolo organizzativo duraturo, è difficile da disattivare per le stesse ragioni che la rendono impossibile da sradicare definitivamente. Soprattutto, in quei territori ormai occupati stabilmente (in Iraq, Siria, Libia, Mali, ecc), non sembra proponibile un “ritiro” jihadista. Ma certo una robusta chiusura dei rubinetti finanziari potrebbe convincere o costringere a ridurre le ambizioni dei gruppi più incontrollabili.

La svolta trumpiana sembra riportare moderatamente in auge il rispetto della sovranità nazionale e il principio della “non ingerenza negli affari interni” di un altro paese, e spiazza i pasdaran della “guerra umanitaria” nei governi occidentali. O quantomeno crea loro parecchi problemi nella gestione della propaganda. Ma non c’è infamia, su questo piano che non sia già stata ampiamente sperimentata (si sono attaccati in un quarto di secolo molti paesi perché governati da “dittatori”, ma sono sempre state protette le petromonarchie incubatrici dell’integralismo wahabbita); dunque non c’è da farsi troppe illusione.

L’approccio trumpiano è infatti dichiaratamente commerciale e “pragmatico”. Dunque ci si deve attendere una retorica di accompagnamento delle decisioni che varia caso per caso, al posto di un “pensiero generale” troppo difficile da rispettare in ogni angolo del pianeta.

Le conseguenze più rilevanti ed immediate riguardano invece il rapporto con l’Iran, messo di nuovo sul banco dei reietti nonostante la vittoria del candidato più “dialogante”. Non è difficile immaginare che Israele e le petromonarchie interpreteranno questa svolta come una semi-autorizzazione a forzare la mano in Libano (contro Hezbollah), in Siria e soprattutto contro Tehran.

Trump sta insomma cercando di liberarsi del “terrorismo” jihadista in Occidente incentivando i suoi sponsor a concentrarsi sull’avversario storico: gli sciiti.

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02/11/2016

Libano - Eletto presidente Aoun, il candidato di Hezbollah

di Michele Giorgio – Il Manifesto

In Libano su Whatsapp gira una battuta: «Lunedì (oggi) la fine dell’ora legale riporterà indietro il Libano non di un’ora ma di 27 anni». Il riferimento è alla ormai certa elezione a presidente, da parte del parlamento, dell’ex generale Michel Aoun, 81 anni, capo del movimento politico cristiano dei Liberi Patrioti. Dopo due anni e mezzo, segnati dai veti incrociati e dai boicottaggi reciproci degli schieramenti, il Paese dei Cedri avrà finalmente un presidente.

Quasi 27 anni fa Aoun era alla guida del Libano, in uno dei periodi più insanguinati della guerra civile (1975-90), in opposizione alla “pax siriana” che sarebbe stata realizzata qualche anno dopo. Allora lasciò il potere e fuggì a Parigi sotto le bombe. Oggi invece Aoun prenderà possesso della presidenza, con l’applauso di Damasco e il pieno appoggio del movimento sciita Hezbollah. Perché Aoun, da quando è rientrato a Beirut nel 2005, è il principale alleato di Hezbollah nel Fronte 8 Marzo (che raggruppa le formazioni libanesi alleate della Siria) e un avversario di Saad Hariri, l’ex premier sunnita, leader del partito Futuro e del Fronte 14 Marzo (sostenuto da Arabia saudita, Usa e Francia). È stato proprio Hariri che, tra lo sbigottimento di gran parte dei libanesi, ha aperto la strada ad Aoun pronunciandosi qualche giorno fa a sostegno della sua candidatura. Semplice ma efficace un titolo del quotidiano al Akhbar: «Hariri sostiene il candidato di Hezbollah». Quelle poche parole riassumono una svolta che segnerà il futuro a breve e medio termine del Libano, Paese spaccato, con la guerra civile siriana che preme alle sue porte orientali, che ospita oltre un milione di profughi siriani (oltre a 400mila rifugiati palestinesi), che ha subito attentati sanguinosi dell’Isis e che vive nell’ansia di una nuova guerra a sud, con Israele.

Dopo la nomina a presidente di Aoun, Hariri riceverà l’incarico di formare un nuovo governo. «Non si commetta l’errore di leggere ciò che sta accadendo come uno scambio politico» avverte l’analista Mouin Rabbani «perché siamo di fronte alla disfatta di Hariri, del fronte 14 Marzo e dei Paesi loro alleati». Il leader sunnita, ci spiega l’analista, «ha condotto per quasi 12 anni, dall’assassinio del padre (Rafiq Hariri, il 14 marzo 2005, ndr) una battaglia contro Siria, Hezbollah e Iran. Ora fa i conti con la realtà, ha capito di aver perduto e che i tanti appoggi regionali e internazionali di cui ha goduto non sono bastati».

È una sconfitta ai punti non per ko ma in ogni caso il leader sunnita ora non può far altro che leccarsi le ferite mentre le strade di Beirut sono piene di manifesti con l’immagine di Michel Aoun e la Baabda, il palazzo presidenziale, si appresta a ricevere il suo nuovo inquilino. Aoun potrebbe essere eletto al primo turno dopo l’appoggio che nelle ultime ore gli ha garantito anche il mutevole (a dir poco) leader druso Walid Jumblatt. Più probabile però è la sua nomina al secondo turno quando basterà il voto favorevole del 50 per cento più uno dei parlamentari (nel sistema politico-istituzionale libanese il presidente è un cristiano, il premier un sunnita e il presidente del parlamento uno sciita).

La tensione politica interna è destinata a placarsi solo in parte dopo l’accordo Aoun-Hariri. Entrambi dovranno affrontare non pochi oppositori. Contro la scelta di Aoun si è espresso il presidente del parlamento, Nabih Berri, storico leader dell’altro movimento sciita, Amal, e rivale (non dichiarato) del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. L’ex generale dovrà rintuzzare gli sgambetti del deluso Suleiman Franjieh, di cui per un certo periodo Hariri aveva caldeggiato la nomina a presidente, e di altri esponenti cristiani, come il suo storico rivale Samir Geagea (destra estrema).

La svolta di Hariri ha sollevato obiezioni e proteste all’interno del 14 Marzo. In particolare a Tripoli, città che il leader sunnita aveva contribuito, con fondi e appoggi politici, a trasformare, dopo il 2011, in una roccaforte per salafiti e jihadisti impegnati a mandare giovani libanesi in Siria e Iraq e a combattere gli alawiti di Jabal Mohsen schierati con Bashar Assad. Malumore si registra persino a Sidone storico feudo della famiglia Hariri e bastione del sunnismo più radicale. Hariri ha motivato il suo passo con la necessità di «cooperare per salvaguardare il sistema, rafforzare lo Stato, far ripartire l’economia e dissociare il Libano dalla crisi siriana». E l’Arabia saudita ha dato con riluttanza il via libera al compromesso, non potendo fare altro di fronte ad un quadro regionale che si è fatto estremamente complicato per i suoi interessi. Un quadro che vede i suoi nemici – Damasco, Tehran ed Hezbollah – saldamente al potere. In queste ore tanti libanesi giurano che alla prima occasione propizia Riyadh scaricherà l’ormai inutile alleato Hariri.

AGGIORNAMENTO: ore 17 – Aoun eletto presidente

Dopo due anni e mezzo il Libano ha di nuovo un presidente. Il Parlamento ha eletto alla seconda votazione, con 83 voti su 127, il generale Michel Aoun, già primo ministro e comandante dell’esercito negli anni Ottanta e Novanta.

Nel suo primo discorso come capo dello stato, Aoun ha promesso che combatterà il terrorismo e impedirà che i “fuochi regionali” si diffonderanno nel Paese dei Cedri. Il terrorismo, ha aggiunto, sarà combattuto “preventivamente” finché non sarà sradicato. Sul conflitto siriano, ha poi detto che qualunque soluzione alla guerra dovrà garantire il ritorno in Siria dei rifugiati siriani presenti in Libano (sono oltre un milione). Aoun dovrà incontrare a fine settimana i parlamentari per conoscere le loro preferenze su chi dovrà  ricoprire il ruolo di primo ministro. Secondo molti analisti, il grande sconfitto, Sa’ad Hariri, dovrebbe diventare premier. Hariri ha optato per il candidato di Hezbollah (Aoun) solo la scorsa settimana.

19/10/2016

Tutti contro tutti, per liberare Mosul

Ad Aleppo e a Mosul è in gioco il futuro della Siria, dell’Iraq e di tutto il Medio Oriente. Due città controllate, da anni, dai jihadisti dello Stato Islamico o da quelli, concorrenti ma non dissimili, di al Qaeda e di altre organizzazioni che vogliono fondare un loro califfato. Due città assediate, all’interno delle quali centinaia di migliaia di civili sono ostaggio di una guerra che nella maggior parte dei casi non hanno scelto. Ma se, nel caso di Aleppo, i civili vengono descritti dai media e dalla cosiddetta comunità internazionale come ‘oggetto dei bombardamenti indiscriminati dell’aviazione russa e siriana’, nel caso di Mosul, dove a bombardare sono i caccia a stelle e strisce e di vari paesi europei, i civili sono invece ‘usati come scudi umani dai terroristi dell’Isis’. Due pesi e due misure, la palese e inaccettabile strumentalizzazione di una sofferenza che coinvolge milioni di persone e le cui cause vanno ricercate negli irresponsabili interventi di quelle potenze occidentali che continuano a vantare il carattere ‘chirurgico’ e ‘mirato’ dei propri bombardamenti contro quello ‘indiscriminato’ dei caccia delle potenze concorrenti. Ma i bombardamenti sono bombardamenti, e la guerra su vasta scala mira sempre a distruggere non sono gli avversari in divisa, ma a terrorizzare la popolazione che li sostiene o che semplicemente li circonda e fornisce un riparo ai combattenti, che lo voglia o no.

Le popolazioni di Aleppo e Mosul cercano in questi giorni di sopravvivere alla liberazione di ciò che rimane dei loro quartieri. Se ad Aleppo è in corso una sorta di tregua dichiarata dalla coalizione guidata da Mosca, a Mosul l’offensiva è entrata nel vivo da pochi giorni.

“Il momento della grande vittoria è vicino”: ha un che di epico il modo in cui il premier iracheno al Abadi lunedì mattina ha annunciato l’inizio della più volte rimandata offensiva contro la seconda città del paese, conquistata dai miliziani del Califfato circa due anni e mezzo fa senza grande sforzo e grazie alla resa o alla fuga precipitosa dei militari di Baghdad. All’epoca gran parte della popolazione sunnita di Mosul era convinta che i tagliagole di Daesh rappresentassero in fondo il male minore, utili a riportare un po’ di ordine e di stabilità in un paese devastato da decenni di guerre, invasioni ed embarghi e a proteggere la città sunnita da un governo centrale dominato dagli sciiti.

Ed oggi, ammesso che la liberazione di Mosul vada a buon fine, la domanda da porsi è: chi governerà quello spicchio di Iraq nei prossimi anni? La liberazione spegnerà gli odi e i settarismi etnici, alimentati ad arte da alcune delle potenze che si contendono spregiudicatamente il controllo del Medio Oriente, oppure li acuirà?

Quello che appare un fronte più o meno compatto contro Daesh, impegnato a cacciarne i miliziani da una città chiave dell’Iraq, è in realtà un’accozzaglia assai composita, contraddittoria e litigiosa di potenze grandi e piccole, di soggetti di diverso tipo, di interessi concorrenti.

Da una parte c’è l’esercito iracheno, supportato dai combattenti delle ‘Unità di mobilitazione popolare’ al cui interno operano consistenti milizie formate da volontari sciiti. L’Iran e i suoi alleati hanno dato un contributo fondamentale in questi ultimi anni al contrasto nei confronti di Daesh e non vogliono certo abbandonare il campo ora che la battaglia è giunta ad una svolta. Il governo di al Abadi, per evitare di impaurire eccessivamente la popolazione di Mosul ed evitare di fornire argomentazioni eccessive a chi soffia sul settarismo per incitare i sunniti ad identificarsi con i correligionari di Daesh, ha stabilito che solo le forze regolari entrino all’interno del centro abitato una volta conquistato. Ma se le componenti sciite del fronte anti Califfato rispetteranno fino in fondo l’indicazione è tutto da vedere.

Lo stesso dicasi per i peshmerga agli ordini del governo di Erbil, capoluogo/capitale di quella regione autonoma curda dell’Iraq del Nord che non solo opera da sempre in completa autonomia rispetto a Baghdad ma che ha stabilito proprie alleanze ‘eccentriche’ con gli Stati Uniti, con Israele e con la Turchia. I curdi di Erbil avrebbero concordato di partecipare solo alla prima fase dell’offensiva accettando di non entrare all’interno di Mosul. Accanto ai peshmerga combattono inoltre alcune centinaia, forse migliaia di guerriglieri del PKK, quelli che nell’estate del 2014 intervennero, peraltro senza essere invitati, per salvare decine di migliaia di curdi e di membri delle altre minoranze – gli Yazidi, ad esempio – che la fuga precipitosa dei peshmerga aveva esposto al massacro di fronte all’offensiva dei miliziani di Daesh.

Ovviamente alla battaglia partecipano l’aviazione di Washington e di altre potenze della Nato, mentre sul terreno centinaia di militari dei corpi speciali e dei servizi di intelligence di Stati Uniti, Canada, Francia e Gran Bretagna danno manforte – od ostacolano, in certi casi – all’avanzata delle truppe regolari e delle milizie irachene e curde. In Iraq ci sono anche alcune centinaia di soldati italiani, mandati da Renzi a proteggere – così si disse – i lavori di messa in sicurezza della diga di Mosul affidati all’impresa italiana Trevi Spa. Che ruolo avrà il battaglione italiano nella battaglia di Mosul? “Nessuno”, stando ad alcuni media e al governo, “di prima linea” a dar retta a certe indiscrezioni e al Corriere della Sera.

I russi, che in una certa fase avevano puntato molto sull’Iraq riuscendo addirittura a coinvolgere Baghdad in un centro di comando unificato che comprendeva anche Iran e Mosca sembrano in questo frangente abbastanza defilati, concentrati come sono nel contesto siriano. La novità delle ultime settimane è che, dopo la firma di un consistente e strategico patto di carattere energetico tra Mosca ed Ankara, la Russia sembra disposta a tollerare un certo ruolo di Erdogan nella regione che fino a qualche mese fa aveva risolutamente contrastato.

L’elemento maggiore di contraddizione nella cosiddetta ‘coalizione contro Daesh’ è rappresentato proprio dalla Turchia. Ankara ha mandato mesi fa circa 2000 soldati nel nord dell’Iraq, e nel frattempo ha addestrato ed armato circa 1500 peshmerga che stanno già partecipando all’offensiva contro l’Is a Mosul. Ma Ankara vuole partecipare direttamente, con le proprie truppe, alla battaglia. Per controbilanciare il ruolo delle forze del fronte sciita, per rafforzare la propria presenza egemonica nel nord dell’Iraq (come d’altronde nella Siria settentrionale), per poter infine partecipare all’eventuale ridisegno dei confini e delle aree di influenza dell’intero Medio Oriente. Ankara, dopo aver appoggiato e rifornito i jihadisti di varie correnti per anni (e forse continua a farlo, nonostante li stia anche combattendo), si propone ora come ‘protettrice’ dei sunniti tanto in Siria quanto in Iraq, e la sua partecipazione alla ‘liberazione’ di Mosul è necessaria a puntellare questo ruolo.

Il problema è che il governo di Baghdad, e i suoi alleati del fronte sciita, sono tutt’altro che disponibili a permettere questa operazione egemonica che potrebbe avere pesanti ripercussioni sugli assetti mediorientali, imponendo un’egemonia turca in paesi nei quali Ankara non ha mai avuto un ruolo. Per accentuare il quale il regime turco intende utilizzare sia i curdi iracheni – che pure hanno siglato un patto con Baghdad anche se rifiutano di abbandonare i territori liberati da Daesh nella provincia di Ninive, al di fuori dei confini della regione curda – sia gli stessi miliziani jihadisti che per ora combattono strenuamente per sostenere il loro controllo di Mosul. La Turchia vuole evitare una disfatta di Daesh e potrebbe agire per proteggerne la ritirata in altre zone; d’altronde il ‘cessato pericolo’ smonterebbe gli argomenti di Erdogan sull’importanza dello schieramento delle truppe turche in Iraq ed in Siria contro il fondamentalismo. Ma c’è di più: persa Mosul i combattenti del Califfato sarebbero più utili nella confinante Siria, a rafforzare le posizioni di Daesh nelle aree del paese in cui i jihadisti continuano a contrastare l’offensiva delle truppe lealiste, dei loro alleati, e dei curdi. Meglio ancora, qualche migliaio di combattenti e ‘foreign fighters’ finora inquadrati nel Califfato potrebbero cambiare casacca ed essere improvvisamente riconvertiti in “ribelli moderati”, al servizio degli interessi (coincidenti ma concorrenti) di Ankara e Riad.

Una strategia alla quale si starebbe accodando anche Washington, che dopo il passo falso del maldestro golpe turco di luglio è ora costretta a rincorrere le spregiudicate mosse di Erdogan sperando che ciò sia sufficiente ad evitare la rottura tra Turchia e Nato e un’alleanza troppo stretta tra Ankara e Mosca.

Non a caso ieri il governo siriano ha accusato la Coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti di manovrare per permettere la fuga in Siria ai combattenti dello Stato Islamico finora asserragliati a Mosul. "Dall'inizio delle operazioni militari (...) per la liberazione di Mosul dalle bande terroristiche dell'Isis e con la fuga dei gruppi terroristici, sembra emergere un perfido disegno dei sostenitori del terrorismo, con in testa gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita per garantire strade e percorsi sicuri per permettere ai terroristi in fuga da Mosul di raggiungere la Siria", recita il testo di un comunicato diffuso dal Comando dell'esercito siriano. Un disegno che, secondo Damasco, "mira a rafforzare la presenza" dell'Isis nella parte orientale della Siria, in particolare a Deir el-Zor.

In realtà anche lo stesso governo iracheno preferirebbe la fuga in Siria dei jihadisti (5000 per la Cia, il doppio per l’intelligence di Baghdad) al bagno di sangue – già avvenuto a Ramadi, Falluja e Manbij – che si prospetta se Daesh deciderà di non ritirarsi e di sostenere fino in fondo lo scontro diretto con i circa 50 mila uomini che stanno conducendo l’offensiva lanciata per riprendere Mosul.

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29/07/2016

Paradossi... in tempi di guerra globalizzata

In questi giorni convulsi di guerra globalizzata e di jihadisti veri, finti o presunti il vocabolario politico europeo si va arricchendo di parole e concetti che forse riflettono meglio di mille ragionamenti la matrice intimamente neocoloniale dei conflitti in corso. Dopo aver ridotto a sinonimi i concetti di islamico ed islamista, dopo aver trasformato il radicalismo islamico in una psicopatologia per menti fragili pur di depoliticizzarne la natura e dopo aver addirittura teorizzato la “radicalizzazione istantanea” dei banlieusard arrabbiati nella moschea di Google, eccoci dunque arrivati alla proposta di “israelizzare” la società come panacea di tutti i mali. Come ha avuto modo di specificare il politologo francese Dominique Moïsi, esperto di geopolitica e di Medio Oriente per conto dell’Ifri (Institut français des rélations internationales), e convinto sostenitore della tesi: mi riferisco all’israelizzazione delle teste, degli stati d’animo, dei pensieri. Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che siamo in presenza di una minaccia permanente, imprevedibile, vicina e comportarci di conseguenza. Questo non vuol certo dire – continua Moïsi mettendo le mani avanti – che bisogna erigere muri, costruire barriere, consentire alla gente di armarsi o militarizzare le nostre città. Come se i muri, le barriere e la militarizzazione delle citta non fossero il prodotto del razzismo e del colonialismo di cui è intrisa la sociètà israeliana. Ed allora, in questi giorni convulsi di guerra globalizzata e di jihadisti veri, finti o presunti, il paradosso è che per leggere un commento intelligente bisogna andare a cercarsi l’articolo di un giornalista che tutto è fuorchè comunista e che, per di più, scrive sul giornale dei padroni...

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Perché è una guerra «dentro» una religione

È guerra, ma non di religione dice il Papa. E ha ragione: questa è una guerra “dentro” una religione. È cominciata all’interno l’Islam e la maggior parte delle sue vittime sono musulmani: per questo appare così frammentaria e contradditoria, anche quando il bersaglio sono le società occidentali. In realtà i contorni sono più nitidi di quanto non si voglia far credere: la religione è usata strumentalmente per un conflitto di potenza.

Si comincia nel 1979 quando l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan: fu allora che i mujaheddin vennero appoggiati per abbattere l’Impero Rosso. Erano “i nostri eroi”, dopo l’11 settembre, con i talebani e Al Qaeda, diventarono i” barbari”. La regia era americana, i soldi sauditi e il Pakistan a fare da ospitale piattaforma per tutti i gruppi islamisti anti-sovietici: è il ruolo che ha avuto la Turchia in Siria aprendo l’”autostrada dei jihadisti” per far fuori nel 2011 Bashar Assad. La Siria è l’Afghanistan dei nostri tempi. Ma alle porte di casa.

Il conflitto dentro l’Islam è diventato apertamente una guerra tra sciiti e sunniti nel 1980 quando il 22 settembre Saddam Hussein attacca l’Iran di Khomeini: tutto questo dieci giorni dopo il colpo di stato del generale Kenan Evren in Turchia. Corsi e ricorsi della storia: il fallito colpo di stato in Turchia oggi non solo ha aperto la strada alle epurazioni di Erdogan ma anche a un rivolgimento in un Paese cardine della Nato.

Il conflitto nel Golfo durò otto anni con un milione di morti senza cambiare i confini di un centimetro: Saddam venne finanziato con 50 miliardi di dollari dalle petromonarchie del Golfo per far fuori la repubblica islamica vissuta come una minaccia perenne all’egemonia dei sunniti. Ma non sempre le cose vanno come si vorrebbe: il Raìs, dopo l’occupazione del Kuwait nel ’90, diventò bersaglio di una prima guerra nel ’91 e di una seconda nel 2003. Questi “intervalli”, in cui l’Occidente “guardava a Est” furono costellati da centinaia di migliaia di morti tra i curdi e gli sciiti.

Facciamo un passo indietro per capire la politica occidentale e dei suoi alleati musulmani. Nel novembre ’78 Carter nominò il diplomatico George Ball capo di una task force incaricata di elaborare un rapporto sull’Iran. Ball assegnava ben poche chance alla dinastia Palhevi di restare sul trono del Pavone e raccomandava di sostenere l’opposizione di Khomeini. In realtà aveva ricalcato lo studio di uno dei massimi esperti mondiali, Bernard Lewis, professore emerito a Princeton, ex agente britannico al Cairo durante la seconda guerra mondiale.

Lewis raccomandava di appoggiare i movimenti radicali islamici, i Fratelli Musulmani e Khomeini con l’intento di promuovere la balcanizzazione dell’intero Medio Oriente lungo linee tribali e religiose. Più o meno quanto sostenevano i neo-con di Bush jr. che infatti nel 2003 acclamarono Lewis come il loro ispiratore.

Il disordine sarebbe sfociato in quello che il professore definì un “arco della crisi”, per poi diffondersi anche nelle repubbliche musulmane dell’Unione Sovietica. L’espressione “arco di crisi” ebbe un enorme successo, fu ripresa da Brzezinski, consigliere della sicurezza nazionale, insieme alla teoria di utilizzare l’Islam in funzione antisovietica. L’Iran, sfortunatamente per Carter, si rivelò più un problema per gli Usa che per Mosca ma l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa nel dicembre ’79 diede un impulso straordinario alla teoria di Lewis: furono armati migliaia di mujaheddin che inchiodarono i russi in un conflitto disastroso fino al ritiro nell’89. Con la fine dell’Urss, Washington decise che l’area non era più interessante e l’abbandonò all’Islam radicale.

Lewis fu il più strenuo sostenitore della necessità di rovesciare Saddam Hussein: lo definì «un passo decisivo per dare una spinta modernizzatrice a tutto il Medio Oriente». Le cose sono andate diversamente. Ma quello che colpisce non sono le previsioni sbagliate, quanto i discorsi che hanno accompagnato le azioni occidentali in Medio Oriente. Più che confortare le fantasiose teorie del complotto, questi studi rispondevano alla necessità di giustificare a posteriori le proprie azioni.

Esattamente come avviene oggi con la Siria, il Califfato e la Turchia: si voleva abbattere un dittatore a Damasco e adesso abbiamo un autocrate anche ad Ankara. Non solo ma come in una nemesi della storia, la Russia è tornata protagonista in Medio Oriente e l’Iran ha rafforzato le sue mire egemoniche davanti a potenze sunnite in crisi. Ma come giustamente sottolinea il Papa prima ancora che guerre di religione sono conflitti di potenza che tendono a salvare dinastie clienti dell’Occidente come quella dei Saud. Nessuna distorsione dell’Islam o interpretazione del Corano sfugge a questa prosaica realtà

di Alberto Negri, da Il Sole 24 ore del 29/7/2016

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18/07/2016

Bahrein: fuorilegge il partito sciita

In Bahrein nuova ondata repressiva e pugno duro contro l’opposizione sciita. L’Alta Corte del piccolo Stato-isola del Golfo ha definitivamente sciolto il partito al Wefaq, principale movimento che si oppone alla monarchia sunnita, e imposto la liquidazione dei fondi dell’organizzazione che saranno sequestrati dalla tesoreria dello Stato. La decisione rientra nel giro di vite di Manama contro il movimento sciita accusato di avere legami con l’Iran e di “promuovere il terrorismo”, accusa palesemente falsa ma ampiamente utilizzata da tutte le petromonarchie che costituiscono il blocco sunnita guidato dall’Arabia Saudita.

Già nel giugno scorso le autorità del Bahrein avevano revocato la cittadinanza alla guida spirituale sciita Sheikh Isa Qassim. Secondo gli analisti, la repressione anti-sciiti e la crescente influenza dei Fratelli musulmani e delle correnti sunnite più estremiste, potrebbero riaccendere gli scontri settari nel piccolo e strategico Stato, che è anche sede della Quinta flotta navale degli Stati Uniti.

Le misure prese contro Qassim sono state estese anche ad altri membri della comunità sciita. Lo scorso 27 giugno un tribunale ha condannato a diversi anni di carcere ed ha revocato la cittadinanza a cinque persone legate a gruppi politici sciiti che da tempo chiedono una democratizzazione delle istituzioni e la fine della discriminazione nei confronti della consistente componente della popolazione di fede sciita.

Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa locale “Bna” due persone sono state condannate rispettivamente a tre e dieci anni di carcere per attività legate al partito al Wefaq, accusato di complottare contro la monarchia sunnita al potere nel piccolo regno a maggioranza sciita. Altre persone sono state condannate invece a 15 anni di carcere per avere avuto legami con un altro gruppo radicale sciita noto come Brigata Mukthar.

Il 20 giugno le autorità del Bahrein hanno poi revocato la cittadinanza al religioso sciita Qassim, considerato il capo spirituale della maggioranza della popolazione del regno (dove gli sciiti rappresentano il 70% del totale) governato dalla minoranza sunnita. In una nota il ministero dell’Interno di Manama ha incredibilmente accusato Qassim di fomentare le divisioni settarie e di sfruttare il suo ruolo per “servire gli interessi stranieri ed incoraggiare il settarismo e la violenza”. Qassim è anche accusato di aver ricevuto fondi senza averli rendicontati, come previsto dalla legge. Secondo le accuse in numerose occasioni il leader religioso avrebbe “violato la supremazia della legge” promulgando delle fatwa (pareri giuridici emessi dalle autorità islamiche) che avrebbero influenzato il processo elettorale nel paese.

Sulla situazione del Bahrein si è espresso anche il Parlamento europeo che lo scorso 8 luglio ha approvato una risoluzione che esprime “profonda preoccupazione per la campagna di repressione” in corso nella piccola petromonarchia a maggioranza sciita ma governato da una monarchia settaria sunnita. Gli eurodeputati hanno votato a maggioranza schiacciante per condannare le dure misure prese dal regime contro alcuni attivisti dei diritti umani e oppositori politici. Il testo della risoluzione chiede in particolare il rilascio immediato dell’attivista Nabeel Rajab e dello sceicco Ali Salman, capo del partito di opposizione al Wefaq. L’Europarlamento, inoltre, chiede il rilascio di tutti i prigionieri detenuti arbitrariamente e di mettere fine alla pratica della revoca della cittadinanza ai dissidenti.

Ma l’Unione Europea e i singoli stati aderenti – e l’Italia, oltre alla Francia, è in prima fila nella vendita di armi – continuano a considerare il Bahrein e le altre petromonarchie sunnite degli alleati di ferro nella regione, nonostante il sostegno del blocco guidato dall’Arabia Saudita all’estremismo jihadista e ai piani di destabilizzazione dei paesi dell’asse sciita. La repressione del regime sunnita di Manama contro la popolazione sciita ha provocato negli ultimi sei anni centinaia di morti, e migliaia di persone sono state imprigionate o costrette all’esilio. Nella primavera del 2011 il regime, in difficoltà di fronte alle massicce proteste dei movimenti di opposizione, chiese l’aiuto delle altre petromonarchie. L’Arabia Saudita e altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo inviarono nel piccolo ma strategico paese una missione composta da centinaia di soldati e poliziotti che soffocarono con la violenza la ribellione della maggioranza sciita.

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30/05/2016

Iraq: tra confessionalismo e jihadismo


Quando nel 2003 il presidente degli Stati Uniti George W. Bush decise di attaccare ed invadere l’Iraq, in poco tempo il regime di Saddam Hussein venne sconfitto dalla coalizione internazionale, ma con esso fu subito distrutto tutto l’apparato militare, burocratico e di polizia dello stato iracheno.

Nei successivi nove anni gli USA tentarono di ricostruire un apparato burocratico e di pubblica sicurezza confidando però nella sola classe politica moderata sciita che portò all’elezione del primo ministro Iyad Allawi. Il loro primo obiettivo fu, invece, una continua delegittimazione degli esponenti sunniti iracheni ed un loro progressivo allontanamento dalla sfera politica nazionale: abbastanza eclatante fu il caso del vice presidente sunnita Tareq al Hashemi accusato di terrorismo nel 2011 e fuggito a Doha. L’accusa di terrorismo era legata, invece, alla politica settaria del nuovo primo ministro Nouri Al Maliki nei confronti della comunità sunnita.

La lotta tra le due confessioni, sunniti e sciiti, ha radici lontane. Da quando, infatti, nel 1979 il presidente Saddam Hussein prese il potere e incentrò il proprio apparato politico Ba’athista sulle tribù sunnite del nord, a discapito, anche attraverso persecuzioni e massacri, della comunità sciita del meridione o di quella curda del nord-est.

In questi lunghi anni si sono succedute diverse elezioni e l’impostazione dell’attuale apparato governativo è stata, purtroppo, quella sulla suddivisione confessionale, portando quindi il paese a tutte le problematiche legate a tale scelta: dall’annullamento di una reale impronta politica nazionale al problema del clientelismo confessionale per attribuzione di cariche e appalti. In base a questa suddivisione il presidente della repubblica è un curdo, il primo ministro uno sciita ed il presidente del parlamento un sunnita oltre alle diverse quote comunitarie dei diversi rappresentanti in parlamento. Le prime elezioni del gennaio 2005 furono boicottate da parte dei sunniti che protestavano contro il processo di de-ba’athizzazione in tutti gli apparati statali. Le seguenti elezioni del dicembre 2005, successive al varo della nuova costituzione, portarono all’ingresso politico della comunità sunnita anche se con moltissime frizioni causate dall’atteggiamento discriminatorio del primo ministro Nouri Al Maliki.

Le elezioni del 2010 e 2014 non si differenziano da quelle precedenti sia per quanto riguarda gli esiti dei rappresentanti – Al Maliki viene rieletto in entrambe i casi – sia per quanto riguarda la campagna di denigrazione e annichilimento degli esponenti della comunità sunnita. Dopo il ritiro statunitense, nel 2011, la recrudescenza degli attentati terroristici e gli scontri settari hanno provocato una paralisi istituzionale aggravata dallo scontro politico tra il primo ministro sciita Al Maliki ed il presidente del parlamento, il sunnita Osama al Nujaifi, aggravato ancora di più dall’assenza del presidente della repubblica pro-tempore il curdo Jalal Talabani, colpito nel 2012 da un grave ictus. Questo ha consentito alle varie formazioni terroristiche attive in Iraq di approfittare del caos creatosi e di rafforzare le proprie posizioni. Proprio nel 2012 l’Iraq subisce le ripercussioni della guerra civile siriana. Nel 2013, infatti, a causa dell’ingente numero di guerriglieri jihadisti sia nella parte orientale siriana che in quella occidentale irachena, Abu Bakr Al Baghdadi, leader dello Stato Islamico in Iraq, proclama la creazione di un califfato trans-nazionale con il nuovo nome di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, conosciuto con l’acronimo inglese ISIS o ISIL o con l’acronimo arabo di Daesh. All’inizio del 2014 il gruppo jihadista ottiene diverse vittorie in territorio iracheno fino a conquistare la città di Fallujah e la provincia di Anbar, mentre nell’estate dello stesso anno arriva a impossessarsi del nord-est espugnando Mosul. L’appoggio di ex militari sunniti del regime ba’athista, ormai estromessi dal potere politico sciita di Baghdad e dotati di preparazione militare e una conoscenza del territorio, ha inevitabilmente influito nella rapida ascesa dell’ISIS in tutto il territorio settentrionale iracheno.

Dopo vari tentativi per definire nuovi equilibri di potere, legittimati dai risultati delle elezioni politiche del 30 aprile scorso, è stato finalmente trovato un accordo per l’attribuzione delle principali cariche istituzionali: Fuad Massoum (curdo) è stato eletto Presidente della Repubblica, Salim al-Jabouri (sunnita) è andato a presiedere il Parlamento e Haider Al-Abadi (sciita) è stato nominato Primo Ministro.

L’approccio politico del leader sciita sembra molto più conciliante nei confronti della comunità sunnita, a differenza del suo predecessore Al-Maliki allontanato dall’incarico di governo proprio per questo motivo. Nelle sue intenzioni la prima mossa politica di Al Abadi sarebbe stata quella di proporre un governo di unità nazionale che si allontanasse dai legami confessionali e clientelari precedenti. Questo passaggio ad oggi non è ancora avvenuto, ed è per questo motivo che i sostenitori del movimento sciita guidato da Moqtada al Sadr, hanno protestato vivamente fino ad occupare la zona verde ed il parlamento iracheno. I sostenitori sadristi lamentano, infatti, l’immobilità politica della classe dirigente irachena che vive solamente di corruzione e clientelismo. In quest’ottica si devono analizzare le diverse manifestazioni di questi tre venerdì consecutivi. In risposta alle proteste emerse in questi ultimi mesi, il premier Al Abadi ha promesso che “l’impegno del governo per nuove riforme radicali ci sarà subito dopo la presa di Fallujah e della totalità della provincia di Anbar, vitale per lo stato iracheno”.

Da un punto di vista militare, invece, la scelta di Al Abadi di ricostruire un apparato militare che coinvolga tutte le forze politiche e tutte le confessioni del paese sembra essere stata vincente. Le rapide vittorie dell’ISIS in territorio iracheno erano, infatti, anche legate alla progressiva disgregazione dell’esercito a causa anche delle continue frizioni tra sunniti e sciiti a livello politico: le sconfitte di Tikrit e Mosul, infatti, con i militari iracheni che scappavano e lasciavano armi ed equipaggiamenti ai miliziani jihadisti, avevano reso necessaria una riforma anche delle forze militari interne.

Le Forze di Mobilitazione Popolare o Forze Popolari (FP o in arabo Al-Hashd as-Shaabi) sono state formate nel giugno 2014, dopo la richiesta dell’Ayatollah Ali Al Sistani di “unire tutti gli sforzi per la difesa del territorio iracheno e della capitale Baghdad”. Sono costituite sia dai vecchi apparati militari sia dalle differenti milizie confessionali sotto la supervisione del ministero dell’interno iracheno e del primo ministro Al Abadi. Il carattere multiconfessionale delle FP è sicuramente il punto di forza che ha cambiato le sorti della lotta contro l’ISIS: quello che le popolazioni sunnite del nord poco tolleravano era, infatti, la netta predominanza di comandanti sciiti nelle loro aree rurali. All’interno delle milizie ci sono tutte le formazioni militari di quasi tutte le confessioni del paese: gli sciiti, i sunniti, i cristiani, gli yazidi e il coordinamento delle forze curde.

Dal 2015 ad oggi sono state diverse le vittorie ottenute dalle FP con la riconquista di città fondamentali come Ramadi fino alla battaglia di questi giorni che riguarda un altro centro di fondamentale importanza: Fallujah. Le vittorie di questi ultimi mesi sono legate soprattutto al sostegno da parte delle tribù locali che riconoscono parte delle FP, costituite da sunniti, realmente forze di liberazione dall’oppressione jihadista di Daesh nella quale erano cadute.

Bisogna inoltre aggiungere che, come avviene in Siria, le difficoltà di contrapposizione alle milizie jihadiste sono anche legate alle ingerenze da parte di paesi come l’Arabia Saudita e la Turchia che tentano di preservare i propri interessi geo-politici: i sauditi per contrastare l’asse sciita rappresentato da Iran, Iraq, Libano e Yemen, i turchi per ostacolare l’ascesa politica e militare dei curdi. Sono numerose, in particolare da fonti locali e agenzie stampa russe e iraniane, le accuse nei confronti di turchi e sauditi che riforniscono di armi le milizie jihadiste di Daesh e favoriscono il loro passaggio o spostamento dai territori limitrofi. Da un altro punto di vista sono altrettanto frequenti e importanti, gli aiuti ed il sostegno iraniano alle milizie irachene. Proprio in questi giorni, ad esempio, è stato visto in territorio iracheno il generale Sulemaini, comandante delle celebri brigate iraniane al Quds – forze di intervento e di preparazione alle truppe che si contrappongono al jihadismo dall’Iraq alla Siria – con il chiaro scopo di coordinare l’attacco finale alla città di Fallujah.

Se, quindi, da un punto di vista militare il governo Al Abadi ha ricostruito il proprio apparato di difesa per contrapporsi all’ISIS, non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda la sfera politica ed amministrativa. Le proteste e gli scontri di questi giorni, infatti, potrebbero sfociare in nuove lotte e conflitti riportando il paese nel baratro dello scontro settario, aggravando l’instabile situazione interna in cui quotidianamente la capitale irachena è vittima di attentati dinamitardi di matrice jihadista che fanno centinaia di morti.

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16/05/2016

Siria, la lezione della storia che l’occidente non vuole ascoltare

Alberto Negri – IlSole24Ore

Il video di maggiore successo dell’Isis in tutto il Medio Oriente è stato quello in cui un bulldozer abbatte un cartello ai confini tra Siria e Iraq con la scritta “Fine di Sykes-Picot”, l’intesa anglo-francese firmata il 16 maggio 1916 per spartire l’impero ottomano.

Siamo dunque davanti a una dura lezione della storia nata dall’imperialismo occidentale? La tentazione, e forse la necessità, di disegnare cento anni dopo nuove frontiere è ancora fortissima e non è difficile capirne i motivi: almeno quattro stati della regione – Siria, Iraq, Yemen e Libia – sono in fase di disgregazione con eventi così devastanti che sembrano costituire un vendetta postuma contro quell’accordo tra un diplomatico britannico, Mark Sykes, e uno francese, Francois George Picot.

La questione è ovviamente al centro della manovre diplomatiche e delle operazioni belliche. Inoltre ci riguarda direttamente: per il bruciante destino della Libia sulla sponda Sud, di fatto già spartita, ma anche per la presenza militare italiana in Iraq che presto in Mesopotamia diventerà consistente – 1.100-1.200 soldati compresa la difesa della diga di Mosul – seconda quindi soltanto a quella americana.

I vituperati accordi di Sykes-Picot non tracciarono veri e propri confini ma piuttosto zone di influenza tra la Francia e la Gran Bretagna allora alleati contro la Germania e desiderose di dividersi le spoglie della Sublime Porta. Un po’ come sta accadendo adesso sul terreno dopo l’intervento della Russia a favore di Assad sostenuto anche dall’Iran: la Turchia e le potenze sunnite che appoggiano l’opposizione a Damasco tentano di fissare le loro aree di interesse.

Recentemente il presidente turco Erdogan, che non manca occasione per scagliarsi contro Sykes-Picot, ha ribadito di essere pronto a entrare in territorio siriano per stabilire una “fascia di sicurezza”, nominalmente per contenere l’Isis in realtà per spezzare la continuità tra le linee di difesa dei curdi siriani, il vero incubo strategico di Ankara. Se oggi i curdi stanno cacciando il Califfato, con le donne a capo scoperto in prima linea, è dovuto in parte all’eredità di Sykes. L’ufficiale britannico allora assicurò a Londra che «a Est del Tigri i curdi sono pro-arabi». Così i curdi vennero inglobati in una zona sotto controllo francese e dopo la fine della prima guerra mondiale sparirono dalla carta geografica. Nonostante i negoziati di Vienna – che riprendono il 17 maggio a livello di gruppo di contatto – e i tentativi di fissare delle labili tregue, la sanguinosa tendenza a continuare la guerra per prendersi pezzi di territorio, direttamente o per procura, è destinata a continuare. Tanto più che se Assad controlla meno di un terzo della Siria, come dimostra la feroce battaglia in corso ad Aleppo, in Iraq e Siria la presenza del Califfato si è ridotta di almeno il 30-40% in un anno.

La guerra, a strappi, ufficialmente solo contro l’Isis e Jabat al Nusra, per il momento prevale sulla diplomazia perché serve a disegnare nuove ma sempre mobili frontiere. Come del resto accadde ai tempi di Sykes, che tra l’altro accolse con entusiasmo la dichiarazione di Balfour del 1917 a favore dello stato ebraico in Palestina.

Per la verità cento anni fa quelle frontiere non furono tracciate su una carta geografica muta, erano basate su realtà politiche sociali ed economiche preesistenti e sulle divisioni amministrative dell’impero ottomano. I confini attuali furono definiti dopo l’accordo del 1916, prima con la conferenza di San Remo poi con il trattato di Sévres del 1920 quindi con il mandato francese sulla Siria del 1923. Se avessimo visto la Siria di allora avremmo potuto vederla divisa anche in uno Stato alauita fino al Sangiaccato di Alessandretta e in uno del Gebel druso, perché tutto questo obbediva al principio “divide et impera” coloniale.

In seguito, nel 1926, con l’annessione all’Iraq della vilayet di Mosul e le provincie di Baghdad e Bassora prese forma il regno hashemita iracheno.

Ma se volessimo davvero capire cosa è successo in questa area bollente dovremmo rintracciare la sequenza degli spostamenti delle popolazioni in Iraq e Siria, puntare il dito non solo contro gli “innaturali” confini coloniali ma soprattutto contro le politiche autoritarie dei governi di Baghdad e Damasco che nel tempo hanno alimentato le divisioni etniche e religiose: arabi, curdi, assiri, turcomanni, yezidi, sciiti, sunniti, cristiani, mandei, si sono avvicendati forzatamente più volte sugli stessi territori e nelle stesse città per un secolo fino ai nostri giorni.

La spirale delle rivendicazioni è infinita. E ora con milioni di profughi in movimento tra Iraq e Siria, circa 10 milioni di persone, diventerà ancora più complicato disegnare un’altra Sykes-Picot. Basti pensare a un dato sconcertante dell’Unhcr: la permanenza media di un rifugiato in un campo profughi è di 17 anni. Non è difficile immaginare che questi insediamenti “provvisori” diventino nuove città e quartieri che affiancano o si sovrappongono ai vecchi agglomerati urbani. La divisione del Medio Oriente significa, come sappiamo bene, la crudele spartizione delle vite degli altri.

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19/04/2016

Escalation tra Riad e Washington. Gli Usa: “i Saud dietro l’11 settembre”

Il mondo cambia molto in fretta, come abbiamo più volte provato a raccontare da questo giornale. Ad esempio, mai le relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita erano state così tese e la visita di Barack Obama nella petromonarchia, prevista per domani, si annuncia davvero irta di ostacoli.

L’inquilino della Casa Bianca viaggerà a Riad con l’obiettivo di ricucire i rapporti, assai deteriorati, con il tradizionale alleato in Medio Oriente, ma i rapporti tra i due paesi sono ormai al minimo e i toni tra Washington e Riad si stanno alzando su parecchie questioni. La casa reale saudita non ha perdonato a Washington l’accordo sul nucleare con l’Iran che ha portato alla cancellazione della maggior parte delle sanzioni internazionali contro Teheran, che nel frattempo ha recuperato ruolo ed egemonia in Siria grazie all’intervento russo e nello Yemen, dove la massiccia campagna di bombardamenti e poi una vera e propria invasione e occupazione del paese non sono riuscite a spazzare via la ribellione degli sciiti Houthi calati dal nord sulla capitale Sana’a.

Ed ora, paradossalmente, a gettare benzina sul fuoco sono i repubblicani che hanno presentato un disegno di legge al Congresso nonostante l’opposizione della Casa Bianca.

I tradizionali supporters delle relazioni privilegiate con la petromonarchia non hanno affatto digerito le aspirazioni da grande potenza di Riad e i sempre più numerosi conflitti con Washington i cui interessi e le cui strategie in Medio Oriente sono sempre più spesso disattesi dal regime wahabita che punta ormai esplicitamente ad estendere la sua egemonia anche a costo di continuare a sostenere, finanziare e armare le correnti jihadiste che, seppur timidamente, gli Stati Uniti si sono da poco più di un anno decisi a combattere. Ormai crescono gli ambienti e gli esponenti politici che cominciano a considerare e a parlare del tradizionale alleato come di una minaccia alla sicurezza del Medio Oriente e agli interessi strategici di Washington.

Quella confezionata dai repubblicani è una vera e propria bomba che rischia di scoppiare nelle mani di Obama ma soprattutto di chi gli succederà alla Casa Bianca: un provvedimento legislativo che renderebbe, se approvato, l’Arabia Saudita responsabile penalmente per qualsiasi ruolo giocato negli attacchi terroristici realizzati a New York l’11 settembre del 2001. Se passasse il “Justice against sponsors of terrorism act bill” le immunità concesse ai vari stati da una legge del 1976 verrebbero meno nel caso in cui il paese in questione venga riconosciuto responsabile di aver organizzato attacchi terroristici che abbiano ucciso cittadini statunitensi all’interno dei confini degli States. Obama si oppone al testo perché porterebbe lo scontro con Riad a livelli parossistici proprio mentre l’influenza di Washington in Medio Oriente è al minimo. Ed anche perché, spiegano i media statunitensi, il presidente teme che si crei un precedente che potrebbe essere adottato da vari paesi proprio a svantaggio degli Stati Uniti. La reazione del regime wahabita alla misura in discussione al Congresso di Washington è stata immediata e durissima: Riad ha minacciato di vendere tutti i titoli del debito statunitensi e gli investimenti, un colpo da ben 750 miliardi di dollari.

Ma la proposta è supportata da un dossier di 28 pagine che rivelerebbero, affermano fonti statunitensi, gravissime responsabilità da parte del regime saudita nel finanziamento e nella copertura degli attentatori. E’ stato lo stesso Obama – forse tentando di utilizzare la questione come un argomento per convincere i Saud a più miti consigli – a parlare dell’esistenza di questo dossier, che l’intelligence a stelle e strisce sarebbe sul punto di rendere pubblico, nel corso di un’intervista alla CBS. Se i repubblicani premono per mettere Riad nella lista nera, da parte sua alcuni esponenti del Partito Democratico, in particolare, tra i quali la leader della minoranza parlamentare Nancy Pelosi, insistono affinché il dossier venga desecretato, supportati da un certo numero di famiglie delle vittime della distruzione delle Torri Gemelle. Per quel che se ne sa il rapporto fu stilato nel 2002 dalla Commissione d’Inchiesta parlamentare congiunta sull’attività dei servizi segreti, e subito secretato dall’allora presidente repubblicano George W. Bush. All’epoca la classe dirigente statunitense andava ancora d’amore e d’accordo con la casa reale saudita e anche con la famiglia Bin Laden, e non sembrò il caso di raccontare al paese e all’opinione pubblica internazionale che gli amici sauditi avevano avuto un ruolo chiave nella creazione di al Qaeda e nel finanziamento offerto ai 19 dirottatori e attentatori (di cui ben 15 di nazionalità saudita) che seminarono il terrore negli States. Già allora si evidenziava il ruolo svolto dal principe Turki bin Faisal, allora capo dell’intelligence di Riad, e dal principe Bandar bin Sultan, allora ambasciatore saudita a Washington e frequentatore assiduo di casa Bush. Ma le prove raccolte nel dossier, della relazione tra l’Arabia Saudita, al Qaeda e l’attacco alle Torri Gemelle sarebbero anche più dettagliate e numerose, tanto che da tempo l’ex senatore Bob Graham, che della Commissione d’inchiesta fu presidente, ne ha più volte chiesto la declassificazione. Per lungo tempo l’amministrazione statunitense ha coperto la questione. Ma se fino ad ora il grande pubblico statunitense – e quello internazionale – è stato tenuto all’oscuro delle responsabilità saudite negli attacchi terroristici negli Stati Uniti, ecco che improvvisamente l’argomento diventa di pubblico dominio proprio nel momento in cui il conflitto geopolitico tra Washington e Riad supera l’asticella su numerosi fronti.

Ad esempio quello del petrolio, dopo che il crollo del prezzo del greggio perseguito da Riad ha gravemente colpito l’industria statunitense dello shale oil, quello estratto con la tecnica del fracking e che è redditizio solo a partire da un prezzo di almeno 55-60 dollari al barile. Ora però i sauditi insistono che non accettano alcuna limitazione della produzione di petrolio finché gli iraniani non faranno altrettanto. Ma da parte sua Teheran vuole tornare a estrarre e ad esportare greggio a pieno regime sfruttando la rimozione delle sanzioni occidentali, avvenuta a gennaio con l’implementazione dell’intesa sul nucleare siglata l’estate scorsa tra le principali potenze mondiali.

Sono state proprio le forti tensioni tra Arabia Saudita ed Iran che hanno causato il fallimento domenica dell’ultimo vertice dei paesi produttori svoltosi in Qatar, il che ha messo gli Stati Uniti in una situazione assai complicata facendo, a quanto sembra, precipitare una tendenza allo scontro con Riad che negli ultimi anni ha vissuto una vera e propria escalation di cui ci parlano due interessanti articoli pubblicati questa mattina su Il Sole 24 Ore.

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Se l’Arabia diventa una potenza «destabilizzante»

Per decenni è stata un simbolo di cautela nel bazar mediorientale, nei suoi delicati e mutevoli equilibri. Da un paio d’anni si muove invece con l’apparente grevità di un elefante nel negozio di porcellane. Dal vertice petrolifero di Doha alla decisiva visita di Barack Obama in questi giorni a Riyadh, l’Arabia Saudita sembra volersi comportare come la potenza volutamente destabilizzante della regione. Cosa è accaduto al regno dei sussurri, della fede e dei petroldollari perché cambiasse in questo modo?

Evidentemente il mutamento americano: con Obama gli Stati Uniti hanno smesso di praticare l’arte del realismo politico, scegliendo la via dei suoi valori democratici, dei suoi interessi interni e del disimpegno dalla regione. Nella storia dell’inossidabile alleanza fondata sul petrolio e la geopolitica, sulla divisione dei compiti fra denaro saudita e presenza militare americana, ci sono stati altri momenti di tensione: il riconoscimento americano d’Israele nel 1948, l’embargo petrolifero del 1973, la caduta di Mubarak in Egitto nel 2011. Mai però interessi e comportamenti erano stati così contrastanti.

Tuttavia non si può comprendere la nuova versione interventista e unilateralista saudita, senza tenere conto che per la prima volta in più di 50 anni e dopo tre monarchi ultra-ottantenni, il regno oggi è governato da una nuova generazione di principi. Re Salman è l’ultimo degli ottantenni: ma il suo erede e nipote Mohammed bin Nayef ha 56 anni e il vice-erede e figlio Mohammed bin Salman ne ha poco più di 30. E sono loro che governano il paese. Mohammed il nipote è per educazione politica vicino agli Stati Uniti: ha studiato in un’università americana e alla scuola dell’Fbi. Mohammed il figlio, il più giovane, parla solo l’arabo e la sua educazione è avvenuta interamente in Arabia Saudita.

Le riforme interne che aveva avviato re Abdullah, morto nel gennaio 2015, sono state sospese. Il clero wahabita ha più potere di prima e giusto alcuni giorni fa 140 saggi hanno inviato al re una petizione per una lotta senza quartiere in tutto il mondo islamico contro «i satanici safavidi iraniani»: la dinastia che nel XVI secolo impose la fede sciita alla Persia.

La versione saudita degli avvenimenti mediorientali di questi anni è che l’origine e la diffusione del terrorismo islamico è nell’Iran khomeinista. A Riyadh rivendicano un’innocenza che non hanno. A partire dagli anni ’80 l’Arabia Saudita ha finanziato la diffusione dell’Islam ovunque nel mondo ci fossero musulmani. Non c’era villaggio africano o dell’Asia più povera, nel quale i sauditi non finanziassero la costruzione del pozzo, della moschea e il salario di un predicatore salafita. È in questo brodo di coltura che è nato l’estremismo.

Ma al tempo stesso i sauditi non hanno del tutto torto. Fu la rivoluzione iraniana del 1979 e le sue ambizioni regionali a creare un fatto nuovo. L’espansionismo laico imperiale dello Shah veniva sostituito da quello settario, dichiaratamente religioso e sciita della repubblica islamica, la prima nella regione dopo decenni di nazionalismi e nasserismo.

In questo contesto sono arrivate le primavere arabe, cioè la caduta di tutti i rais sunniti, assecondata quando non direttamente eseguita dagli Stati Uniti; il disimpegno militare americano e l’apertura politica all’Iran. Per decenni il Medio Oriente era stata una questione sunnita con l’Arabia Saudita nel ruolo di moderatore, ufficiale pagatore e subliminale direttore d’orchestra. Oggi nel sistema mediorientale sono entrate stabilmente la Turchia (protettrice dei Fratelli musulmani invisi a Riyadh) e soprattutto l’Iran. Ultima ragione di preoccupazione, ma non la meno importante, è l’ingresso sul mercato petrolifero dello shale americano e il ritorno di quello iraniano.

Se l’obiettivo americano – e russo – è di sconfiggere l’Isis e ripristinare un ordine regionale, l’impresa non è possibile senza l’Arabia Saudita. La visita di Barack Obama, che nella sua presidenza ha garantito a Riyadh aiuti militari per 95 miliardi di dollari, è l’ultima seria opportunità per ascoltare e dare una risposta alle ansie del regno, inadeguato alla modernità ma necessario. Se Obama non ci riuscirà, si creerà un vuoto fino a gennaio, quando entrerà in carica un nuovo presidente degli Stati Uniti: posto che, chiunque sia, abbia idee migliori. Ma il Medio Oriente non ha nove mesi di tempo.

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La guerra del greggio tra Arabia e Iran

Alberto Negri – Il Sole 24 Ore del 19 aprile 2016

L’ascesa della mezzaluna sciita è al cuore del conflitto tra iraniani e sauditi che ormai minacciano di colpirsi a vicenda. La rivalità tra Iran e Arabia Saudita non finisce certo a Doha: questo è oggi il fattore più destabilizzante del Medio Oriente ed è destinato a continuare oltre la guerra del petrolio iniziata dai sauditi nel 2014 per indebolire Teheran con la sovrapproduzione e il calo dei prezzi. Le tensioni sono destinate a ripercuotersi in Siria, in Iraq, in Libano e nello Yemen, dove sauditi e iraniani si affrontano in sanguinose guerre per procura.

Lo scontro, cominciato con lo scisma tra sciiti e sunniti originato della battaglia di Kerbala nel 680, risale in tempi più recenti al 1979, anno della rivoluzione iraniana che con l’Imam Khomeini non solo spazzò via l’effimero impero dello Shah ma fece tremare anche le monarchie assolute del Golfo. Per contrastare la repubblica islamica, l’Arabia Saudita e gli emiri del Golfo finanziarono la guerra di Saddam Hussein contro l’Iran: 50-60 miliardi di dollari vennero inutilmente bruciati nelle paludi dello Shatt el Arab insieme a un milione di morti. Teheran per quella guerra durata otto anni non ha mai perdonato i sauditi: era questa un’altra puntata del secolare conflitto tra arabi e persiani.

Lo scontro è una rivalità di potenza per il controllo del Golfo ma è anche ideologico-religioso per l’influenza nel mondo musulmano. Con la sua teocrazia Khomeini ha realizzato una repubblica dove sia pure in modo assai controllato e manovrato dall’alto si svolgono elezioni da 37 anni mentre l’Arabia Saudita è una monarchia in pugno a una dinastia familiare con cinquemila prìncipi del sangue che rivendica il titolo di Custode della Mecca e della Medina. I due sistemi sono antitetici e per gli sciiti il fondamentalismo wahabita è diventato un termine usato come insulto: “tafkiri” per Teheran sono i sauditi ma anche i jihadisti dell’Isis. A loro volta i sauditi sono soliti denigrare gli sciiti come miscredenti. La scontro ha quindi assunto una connotazione marcatamente settaria che ovviamente non facilita gli accordi.

Dopo la guerra del Golfo per l’occupazione del Kuwait, i rapporti tra i due Paesi erano migliorati durante la presidenza di Rafsanjani ma le tensioni sono riesplose con la caduta di Saddam nel 2003 e l’occupazione americana dell’Iraq. Questo è stato vissuto dai sauditi come il primo tradimento degli americani che hanno assegnato il potere alla maggioranza sciita emarginando i sunniti che prima controllavano la Mesopotamia ed enormi risorse energetiche. È stato così che l’Iran ha esteso la sua influenza tra gli sciiti dell’Iraq mettendo in agitazione i sauditi e il fronte sunnita che hanno sostenuto al Qaeda, il Califfato, Jabat Al Nusra e altri gruppi jihadisti in funzione antri-iraniana e anti-Assad.

L’idea dei sauditi era quella di spezzare l’alleanza sciita tra Teheran-Baghdad-Damasco e gli Hezbollah libanesi: un asse strategico che dall’arco del Golfo, attraverso la Mesopotamia, arriva fino al Mediterraneo.

La guerra in Siria e la campagna saudita in Yemen contro gli Houti sciiti sono gli ultimi due capitoli del faccia a faccia tra iraniani e sauditi. In Siria l’Iran vuole mantenere al potere Assad e ora, dopo l’intervento militare della Russia, ha accentuato la sua presenza con l’esercito regolare e i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione. Riad continua a insistere perché Assad venga sbalzato dal potere ma di fatto, insieme alla Turchia e al fronte sunnita, sta perdendo questa guerra mentre non riesce a vincere neppure quella nel «cortile di casa», in Yemen, una sorta di Vietnam arabo.

L’umore nero dei sauditi è diventato plumbeo con l’accordo del luglio scorso sul nucleare iraniano: Riad lo ha considerato un secondo tradimento degli Stati Uniti. Per questo lo scontro sulle quote petrolifere si è fatto ancora più acceso: vincerà non solo chi ha più risorse, tenuta e alleati ma chi saprà attuare la strategia più sofisticata e lungimirante.

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