La crisi con il governo centrale a Baghdad e gli scontri armati tra
Pershmerga curdi e l’esercito governativo per il controllo di Kirkuk, hanno
spinto le autorità del Kurdistan iracheno a sospendere i preparativi
per le elezioni presidenziali e parlamentari, in programma per il primo
novembre. La Commissione elettorale ha prima spiegato di essere
in attesa di una decisione in merito del Parlamento curdo che avrebbe
dovuto riunirsi ieri ma la seduta è stata rinviata per divergenze tra i
partiti riguardo proprio le elezioni. Poi è giunta la decisione di
rinviare le consultazioni.
E’ una nuova battuta d’arresto per i leader curdi e in particolare per il presidente Massud Barzani sempre più sotto attacco. Il presidente turco Erdogan,
un nemico delle aspirazioni curde ma che era stato, per motivi di
opportunità, uno dei suoi principali alleati, ieri l’ha criticato
pesantemente per avere cercato di impossessarsi di Kirkuk e per avere
provocato l’attuale situazione di instabilità con il referendum
sull’indipendenza del Kurdistan del mese scorso. “Che diritto avete di
fare rivendicazioni su Kirkuk? Che storia avete a Kirkuk?”, ha tuonato il presidente turco. Erdogan ha addirittura invitato la popolazione curda a “punire” i suoi leader, tra cui proprio Barzani. Secondo il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu,
il ritorno di Kirkuk sotto il controllo di Baghdad ha corretto
“l’errore” commesso da Erbil, che a suo dire ha “calcolato male” le
conseguenze del referendum, immaginando che “avrebbe ottenuto ulteriori
guadagni”.
Le forze governative irachene intanto sono arrivate ieri alla
diga di Mosul, dove la società Trevi sta effettuando lavori di
consolidamento con la protezione di 500 soldati italiani. I
Peshmerga curdi hanno ceduto il controllo dell’area all’esercito di
Baghdad con “un ordinato trasferimento di poteri”, hanno comunicato le autorità governative, che non ha comportato alcun combattimento. In
Iraq le forze di Baghdad, che lunedì avevano ripreso ai curdi la
provincia di Kirkuk, ricca di petrolio, hanno continuato ad estendere la
loro presenza anche in altre aree che erano state occupate dai
Peshmerga durante i combattimenti contro l’Isis, pur non facendo parte
della regione autonoma del Kurdistan.
Intanto unità di commando dell’esercito turco continuano
l’operazione militare avviata lunedì nell’Iraq settentrionale per
impedire, spiega Ankara, “ai militanti del Pkk (Partito dei lavoratori
del Kurdistan) di minacciare la sicurezza del confine”. L’operazione
Zap, dal nome della regione curdo-irachena dove viene condotta, è il
primo intervento di terra contro il Pkk. Nella stessa aerea, la Turchia
compie regolarmente attacchi aerei.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Mosul. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mosul. Mostra tutti i post
14/07/2017
“Mosul è stata liberata ma l’Iraq rischia di andare in frantumi”
Intervista a Chiara Cruciati. Siamo in collegamento con Chiara Cruciati, giornalista di Nena News e de il Manifesto.
Ciao, buongiorno a tutti.
L’argomento del giorno che vogliamo approfondire è la liberazione di Mosul da parte dell’esercito iracheno. Se vuoi darci una panoramica sia di ciò che è successo ma, soprattutto, anche degli scenari futuri.
Mosul è stata ufficialmente liberata. Due giorni fa il premier iracheno Haider al-Abadi, in un tweet ha ufficializzato la liberazione della città, anche se ancora ci sono degli scontri sporadici con alcuni miliziani dell’Isis che sono ancora presenti, ma si parla di numeri molto piccoli, qualche decina. Quindi possiamo dire che la città è stata effettivamente liberata dopo 3 anni di occupazione islamista. La situazione è drammatica. Le organizzazioni internazionali che sono presenti hanno parlato di una vera e propria catastrofe umanitaria sia per il livello di distruzione della città, che è praticamente ridotta in macerie, non c’è un edificio che sia rimasto in piedi o che non sia rimasto danneggiato. Si parla di 900 mila sfollati da ottobre, da quando è iniziata la controffensiva del governo di Bagdad, che si aggiungono al milione e mezzo, più o meno, di persone che erano fuggite quando l’Isis occupò la città. Poi c’è un numero indefinito di morti civili, non se ne conosce il numero esatto. Oggi l’Ong Erwos, che monitora un po’ le vittime civili, soprattutto tra Iraq e Siria, parla di almeno 3.700 civili uccisi durante la battaglia ma è difficile dare numeri più precisi. Le forze governative man mano che sono avanzate dentro la città vecchia hanno liberato i civili trovandoli in condizioni pessime. Disidratati, denutriti e, soprattutto, traumatizzati. La situazione è veramente molto drammatica. Se la vittoria deve essere salutata come tale, perché effettivamente la città è stata liberata, si apre adesso una sfida politica molto ampia per il governo iracheno che si trova di fronte anche ad accuse da parte di Amnesty International che ha pubblicato un rapporto proprio questa mattina in cui accusa le forze governative, ma anche gli Stati Uniti che hanno appoggiato l’avanzata via caccia, di aver commesso una serie di violazione dei diritti umani dei civili che erano intrappolati in città vecchia quasi a fare da scudo umano all’Isis. Quindi la situazione è molto delicata e quella che si apre adesso è un contenzioso ancora più ampio, quindi quello che di certo possiamo dire è che la liberazione di Mosul non significa la riunificazione dell’Iraq, la soluzione di tutti i problemi, ma probabilmente porterà a dover affrontare divisioni, fratture interne che sono stati in questi anni messe da parte in nome della lotta allo stato islamico.
Chiara, proprio da questo punto di vista, quali sono le mosse per fare in modo che la vittoria di Mosul non sia in realtà una vittoria effimera, che basi bisogna gettare per quello che, di fatto, non è assolutamente un punto di arrivo ma anzi, è un punto di partenza per un nuovo processo.
La questione centrale è politica, ovvero evitare la frammentazione del paese. Ci sono forze in campo, a partire dagli Stati Uniti, che ormai dal 2003, non l’hanno mai nascosto, puntano ad una divisione amministrativa dell’Iraq a seconda delle etnie e confessioni, quindi creare una sorta di stati federali sunnita, sciita, curdo e così via... Cosa che non viene condivisa, almeno ufficialmente, dal governo iracheno. Il problema centrale è quello delle minoranze, a partire da quella sunnita che è sicuramente la più consistente. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati, dopo che è caduto Saddam, da un‘esclusione voluta, da parte del governo sciita, della comunità sunnita e questo, per chi se lo ricorda, ha portato negli anni passati a delle vere e proprie rivolte, delle sollevazioni contro il governo centrale e ha anche portato, in qualche modo, ad una non resistenza quando l’Isis ha occupato le comunità sunnite. Non soltanto Mosul ma anche Ramadi, Fallujah e tutta la provincia dell’Anbar, perché veniva visto come un soggetto che poteva sostenere la lotta contro il governo sciita. Quindi quello che adesso Baghdad dovrebbe fare è mettere in piedi una piattaforma politica di inclusione e anche economica e sociale. Qui si parla di comunità che sono state completamente devastate, che vanno innanzitutto ricostruite. Ma vanno ricostruite coinvolgendo la popolazione. Da questo punto di vista i segnali non sono molto buoni perché quando parliamo di Ramadi o Fallujah, che sono state liberate ormai un anno fa, lì non c’è stato ancora nessun tipo di intervento. La ricostruzione va a rilento e, soprattutto, non c’è stato un intervento politico e sociale di ricostituzione proprio del tessuto sociale iracheno. E questo non fa ben sperare per il futuro. Sicuramente Mosul, a livello anche simbolico, ha un altro significato ma la cosa che va fatto nell’immediato è, appunto, includere la comunità sunnita nella ricostruzione e nel futuro politico dell’Iraq. Questa sicuramente è una sfida molto importante. Solo per citare una cosa: il governo iracheno ha deciso che a settembre si faranno le elezioni amministrative e sembra una follia in una situazione del genere, con metà paese sfollato e le città completamente distrutte. Quindi questo fa pensare che non ci sia ancora un’idea molto chiara del futuro del paese.
A proposito dell’Isis, pensando alle cause che hanno fatto sorgere, anni or sono, lo stato islamico che adesso invece sembra al tramonto e si sono levati canti di vittoria però, come dicevamo poc'anzi, sono una vittoria che però è molto incerta... Secondo te, secondo la tua analisi, che fine farà l’Isis? Possiamo dichiararlo prossimo alla sconfitta? E soprattutto non solo l’Isis come ente, ma anche i germi che hanno portato, in un certo senso, alla creazione dell’Isis...?
Purtroppo la ripresa di Mosul e quella, probabilmente prossima di Acca, non segneranno la sconfitta dello stato islamico. Come le sconfitte precedenti non avevano segnato la fine del Al Qaeda. A livello proprio territoriale l’Isis controlla ancora alcune aree in Iraq e, ovviamente in Siria. Ha sicuramente perso quello che era la sua caratteristica, ossia l’entità statuale, farsi stato, questa cosa ormai non sta più esistendo, si sta sgretolando. L’Isis come soggetto capace di convogliare interesse da parte di nuovi adepti, ma anche come soggetto in grado di fare una propaganda tale da poter infilarsi all’interno delle crepe, delle fratture degli stati mediorientali, soprattutto quelli quasi falliti, come l’Iraq, come la Siria, non viene meno. Probabilmente l’Isis, l’ha già dimostrato in questi mesi, cambierà strategia, lo sta già facendo. Non più operando attraverso occupazioni di territori ampi come abbiamo visto in questi tre anni ma attraverso una destabilizzazione interna di questi paesi, quindi gli attacchi dello stato islamico, veri e propri assalti organizzati oppure attacchi con i kamikaze non sono mai venuti meno, e hanno sempre colpito zone che si immaginavano essere più sicure, perché non erano quelle occupate. Parlo dell’Iraq di Baghdad, della capitale, ma anche di altri paesi, l’Iran da ultimo. Quindi la capacità propulsiva dello stato islamico non viene meno perché sa muoversi all’interno di un vuoto ideologico e politico che riguarda molte comunità arabe. Ovviamente gli adepti, i miliziani dell’Isis, sono una minoranza delle minoranze all’interno della popolazione del medio oriente, questo va sottolineato, ma è in grado di presentarsi come una ideologia alternativa, diversa, in grado di dare anche una sorta di identità. Questo non viene meno perché? Perché non viene meno il vuoto politico che caratterizza molti dei paesi interessati.
Chiara, grazie mille per la tua analisi, sempre così precisa. L’appuntamento a questo punto è con te mano a mano che si svilupperanno le cose in quell’area del mondo. Teniamoci aggiornati, anzi, ci aggiornerai tu per seguirne gli sviluppi. Per il momento grazie mille.
Grazie a voi.
Fonte
13/07/2017
L’Italia disponibile a inviare militari anche in Siria
Nell’intervista rilasciata a La Stampa lo aveva solo accennato, ma dopo l’incontro al Pentagono con il collega americano James Mattis, la ministra della Difesa Roberta Pinotti ha fatto sapere che non solo “l’Italia aiuterà la stabilizzazione di Mosul, addestrando le milizie che hanno liberato la città per inquadrarle in forze regolari” ma che “è pronta a fare lo stesso a Raqqa, in Siria, quando la capitale del Califfato sarà caduta”.
Come è noto il governo italiano ha già inviato 600 militari a Mosul, ufficialmente per proteggere i lavori alla diga affidati ad una azienda italiana. “Noi finora abbiamo scelto di essere in Iraq perché c’è una risoluzione Onu e una richiesta del governo legittimo”. Ma la vera e inquietante novità – con parecchi problemi che si andrebbero ad aprire – è il possibile invio di militari italiani anche in Siria. “In Siria il mandato Onu di sconfiggere il terrorismo esiste, ma la situazione politica è confusa, non tutti considerano il governo legittimo, e l’autorità locale non è riconosciuta. Questi paletti noi li manterremo” ha detto la Pinotti, precisando che “per allargare la nostra azione a Raqqa bisognerà vedere se si chiarisce la questione politica in Siria, quali truppe addestrare, e su che base. Nell’ambito di una possibile chiarificazione delle condizioni, le forze in campo, e il percorso politico, potremmo valutare un contributo”.
Nell’incontro con il segretario alla Difesa Usa Mattis, “Abbiamo analizzato tutti gli scenari – ha proseguito la ministra – La crisi del Golfo, l’Arabia Saudita, il Qatar, la questione Corea del Nord. Quindi Afghanistan, Iraq, Libia e Siria. Un ragionamento a 360 gradi”.
Da questo elenco ovviamente manca lo Yemen dove l’Arabia Saudita sta bombardando pesantemente con le armi imbarcate e spedite proprio dall’Italia (dal porto di Domusnovas, in Sardegna, ndr).
La disponibilità del governo italiano a inviare militari anche in Siria (oltre a quelli in Afghanistan, Iraq, Libia, Libano, Kosovo), ripropone la questione delle missioni militari all’estero, non solo costose ma con regole di ingaggio e accordi internazionali sempre più risibili e discutibili. Una pagina che andrebbe chiusa al più presto dal Parlamento.
Fonte
Come è noto il governo italiano ha già inviato 600 militari a Mosul, ufficialmente per proteggere i lavori alla diga affidati ad una azienda italiana. “Noi finora abbiamo scelto di essere in Iraq perché c’è una risoluzione Onu e una richiesta del governo legittimo”. Ma la vera e inquietante novità – con parecchi problemi che si andrebbero ad aprire – è il possibile invio di militari italiani anche in Siria. “In Siria il mandato Onu di sconfiggere il terrorismo esiste, ma la situazione politica è confusa, non tutti considerano il governo legittimo, e l’autorità locale non è riconosciuta. Questi paletti noi li manterremo” ha detto la Pinotti, precisando che “per allargare la nostra azione a Raqqa bisognerà vedere se si chiarisce la questione politica in Siria, quali truppe addestrare, e su che base. Nell’ambito di una possibile chiarificazione delle condizioni, le forze in campo, e il percorso politico, potremmo valutare un contributo”.
Nell’incontro con il segretario alla Difesa Usa Mattis, “Abbiamo analizzato tutti gli scenari – ha proseguito la ministra – La crisi del Golfo, l’Arabia Saudita, il Qatar, la questione Corea del Nord. Quindi Afghanistan, Iraq, Libia e Siria. Un ragionamento a 360 gradi”.
Da questo elenco ovviamente manca lo Yemen dove l’Arabia Saudita sta bombardando pesantemente con le armi imbarcate e spedite proprio dall’Italia (dal porto di Domusnovas, in Sardegna, ndr).
La disponibilità del governo italiano a inviare militari anche in Siria (oltre a quelli in Afghanistan, Iraq, Libia, Libano, Kosovo), ripropone la questione delle missioni militari all’estero, non solo costose ma con regole di ingaggio e accordi internazionali sempre più risibili e discutibili. Una pagina che andrebbe chiusa al più presto dal Parlamento.
Fonte
12/07/2017
Iraq - Mosul, l'inferno dei civili
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Mosul è libera, il «califfo» è morto: apparentemente è giornata di buone notizie per la polveriera siro-irachena. Ma dietro ai titoli dei giornali c’è il buco nero in cui Baghdad è risucchiata da 15 anni.
Ieri la stampa irachena riprendeva la notizia di Alsumaria News: lo Stato Islamico (nello specifico la sezione di Diyala, provincia occidentale irachena) avrebbe ammesso la morte di Abu Bakr al Baghdadi, invitando i propri uomini a continuare la lotta. Conferme giungerebbero anche da Tal Afar: fonti della leadership ammettono l’uccisione del leader ma non dicono in quale occasione. E aggiungono: Daesh sta lavorando all’individuazione del successore. Non senza faide interne tra le anime del «califfato».
Da individuare ci sarà anche la nuova strategia militare e politica dell’Isis, colpito dalla graduale perdita di territorio ma ancora in grado di operare sia in termini di reclutamento che di guerriglia terroristica. Al momento, oltre a Raqqa, la battaglia più dura è quella di Tal Afar dove l’Isis in fuga da Mosul ha trasferito leadership e struttura amministrativa.
Fuori premono le milizie sciite legate a Teheran, facendo immaginare un nuovo crudo scontro. La città, a metà tra la Siria e Mosul, è a maggioranza turkmena (da cui i tentativi turchi di imporre un intervento), minoranza che non nasconde il timore di abusi da parte sciita. Per questo le milizie sciite hanno accettato di non entrare a Tal Afar e lasciare il passo all’esercito.
Un simile clima è specchio del caos che è oggi il puzzle iracheno. Le paure della minoranza turkmena sono le stesse di quella, più consistente, sunnita. Ieri Amnesty International ha dato un primo quadro della situazione a Mosul nel rapporto «Ad ogni costo»: attraverso decine di interviste ai civili, accusa sia l’Isis che la coalizione anti-Isis di violazioni del diritto internazionale.
Daesh ha usato i residenti di Mosul ovest come scudi umani, li ha costretti a spostarsi da una comunità all’altra per utilizzarli come estrema difesa alla controffensiva governativa e gli ha impedito – con cecchini e mine – di scappare. Dall’altra parte le forze statunitensi e britanniche, così come quelle governative irachene e le unità peshmerga (un totale di 100mila uomini), non hanno preso misure adeguate per tutelare la vita dei civili, usando armi pesanti in zone densamente popolate e modificando di pochissimo la strategia militare nonostante le caratteristiche della città vecchia di Mosul.
Il caso più eclatante è quello ammesso dal comando Usa in Iraq: almeno 200 morti nel bombardamento di alcuni edifici, lo scorso 17 marzo. Di numeri precisi non ce ne sono. Prova a dare un bilancio, incrociando i dati del posto con quelli ufficiali della coalizione, l’ong Airwars: da febbraio (quando la battaglia per Mosul ovest è partita) sarebbero 3.700 le vittime dell’offensiva.
Un numero sottostimato e a cui vanno aggiunti le centinaia, forse migliaia, di civili uccisi dall’Isis. «Gli orrori vissuti dalla gente di Mosul e il disprezzo per la vita umana da parte di ogni attore del conflitto non deve restare impunito – dice Lynn Maalouf, direttrice di Amnesty per il Medio Oriente – Intere famiglie sono state cancellate, molti sono sepolti sotto le macerie. La gente di Mosul merita verità dal proprio governo e giustizia».
Nessuna vendetta o punizione collettiva verso una comunità che ha subito morte e deprivazione, che oggi per bocca degli sfollati dice di non voler tornare nella città devastata. Riconciliazione, assistenza e inclusione, unica via per rimettere insieme i pezzi del puzzle iracheno prima che il paese scompaia ingoiato dalle potenze esterne.
Fonte
Mosul è libera, il «califfo» è morto: apparentemente è giornata di buone notizie per la polveriera siro-irachena. Ma dietro ai titoli dei giornali c’è il buco nero in cui Baghdad è risucchiata da 15 anni.
Ieri la stampa irachena riprendeva la notizia di Alsumaria News: lo Stato Islamico (nello specifico la sezione di Diyala, provincia occidentale irachena) avrebbe ammesso la morte di Abu Bakr al Baghdadi, invitando i propri uomini a continuare la lotta. Conferme giungerebbero anche da Tal Afar: fonti della leadership ammettono l’uccisione del leader ma non dicono in quale occasione. E aggiungono: Daesh sta lavorando all’individuazione del successore. Non senza faide interne tra le anime del «califfato».
Da individuare ci sarà anche la nuova strategia militare e politica dell’Isis, colpito dalla graduale perdita di territorio ma ancora in grado di operare sia in termini di reclutamento che di guerriglia terroristica. Al momento, oltre a Raqqa, la battaglia più dura è quella di Tal Afar dove l’Isis in fuga da Mosul ha trasferito leadership e struttura amministrativa.
Fuori premono le milizie sciite legate a Teheran, facendo immaginare un nuovo crudo scontro. La città, a metà tra la Siria e Mosul, è a maggioranza turkmena (da cui i tentativi turchi di imporre un intervento), minoranza che non nasconde il timore di abusi da parte sciita. Per questo le milizie sciite hanno accettato di non entrare a Tal Afar e lasciare il passo all’esercito.
Un simile clima è specchio del caos che è oggi il puzzle iracheno. Le paure della minoranza turkmena sono le stesse di quella, più consistente, sunnita. Ieri Amnesty International ha dato un primo quadro della situazione a Mosul nel rapporto «Ad ogni costo»: attraverso decine di interviste ai civili, accusa sia l’Isis che la coalizione anti-Isis di violazioni del diritto internazionale.
Daesh ha usato i residenti di Mosul ovest come scudi umani, li ha costretti a spostarsi da una comunità all’altra per utilizzarli come estrema difesa alla controffensiva governativa e gli ha impedito – con cecchini e mine – di scappare. Dall’altra parte le forze statunitensi e britanniche, così come quelle governative irachene e le unità peshmerga (un totale di 100mila uomini), non hanno preso misure adeguate per tutelare la vita dei civili, usando armi pesanti in zone densamente popolate e modificando di pochissimo la strategia militare nonostante le caratteristiche della città vecchia di Mosul.
Il caso più eclatante è quello ammesso dal comando Usa in Iraq: almeno 200 morti nel bombardamento di alcuni edifici, lo scorso 17 marzo. Di numeri precisi non ce ne sono. Prova a dare un bilancio, incrociando i dati del posto con quelli ufficiali della coalizione, l’ong Airwars: da febbraio (quando la battaglia per Mosul ovest è partita) sarebbero 3.700 le vittime dell’offensiva.
Un numero sottostimato e a cui vanno aggiunti le centinaia, forse migliaia, di civili uccisi dall’Isis. «Gli orrori vissuti dalla gente di Mosul e il disprezzo per la vita umana da parte di ogni attore del conflitto non deve restare impunito – dice Lynn Maalouf, direttrice di Amnesty per il Medio Oriente – Intere famiglie sono state cancellate, molti sono sepolti sotto le macerie. La gente di Mosul merita verità dal proprio governo e giustizia».
Nessuna vendetta o punizione collettiva verso una comunità che ha subito morte e deprivazione, che oggi per bocca degli sfollati dice di non voler tornare nella città devastata. Riconciliazione, assistenza e inclusione, unica via per rimettere insieme i pezzi del puzzle iracheno prima che il paese scompaia ingoiato dalle potenze esterne.
Fonte
10/07/2017
Riconquistata Mosul. Tregua in corso nel sud-ovest della Siria
Il primo ministro iracheno, Haider al Abadi, ha proclamato la vittoria a Mosul “liberata”, al termine di una battaglia iniziata ad ottobre contro gli jihadisti dello Stato Islamico. Lo stesso Abadi “è arrivato nella città liberata di Mosul e si è congratulato con gli eroici combattenti e con il popolo iracheno per questa grande vittoria”, ha indicato il comunicato diffuso dal governo iracheno.
L’Isis aveva conquistato Mosul nel giugno 2014 prima di imperversare nel cuore dell’Iraq arabo sunnita e proclamare un califfato a cavallo tra l’Iraq e la Siria. Ha però perso via via terreno e territorio negli ultimi nove mesi, mentre le forze irachene stanno avanzando sulle loro ex roccaforti.
Intanto Stati Uniti, Russia e Giordania hanno concordato nei giorni scorsi un cessate il fuoco in una zona limitata nel Sud-Ovest della Siria entrato in vigore da ieri (domenica) a mezzogiorno. L’intesa, arrivata dopo mesi di negoziati tra i tre Paesi, è stata annunciata ad Amburgo, in Germania, dai ministri degli Esteri di Washington e Mosca durante il vertice del G20.
Tuttavia un alto funzionario del dipartimento di Stato coinvolto nei negoziati ha detto al New York Times che manca ancora l’accordo su questioni importanti, in particolare su chi abbia il ruolo di controllare e far rispettare la tregua.
Secondo quanto riferito da fonti Usa al quotidiano panarabo al Hayat, l’intesa non riguarda le cosiddette zone di de-escalation definite ad Astana, in Kazakistan, nei colloqui tenuti sotto egida della Russia, della Turchia e dell’Iran.
“Penso che questa sia la nostra prima indicazione del fatto che Stati Uniti e Russia possono collaborare in Siria – ha detto ieri Rex Tillerson alla stampa al termine dell’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin – e come conseguenza di questo, abbiamo avuto una lunga discussione su altre aree della Siria in cui possiamo continuare a collaborare una volta sconfitto lo Stato islamico (Isis), e collaborare per un processo politico che garantisca il futuro del popolo siriano”.
Secondo l’agenzia stampa ufficiale giordana Petra, “l’accordo prevede l’allontanamento delle milizie appoggiate dall’Iran dalla zona”. Da parte sua un responsabile americano citato dal giornale panarabo al Quds al Arabi ha rivelato che “Giordania e Israele fanno parte dell’accordo di cessate-il-fuoco”.
Interpellate dal quotidiano panarabo al Hayat, altre fonti americane hanno detto che l’intesa “contiene dettagli di sicurezza, militari e politici, riguardanti la divisione delle zone d’influenza e la sicurezza dei confini ed è basata su due elementi fondamentali: la permanenza del presidente siriano Bashar al Assad al potere e l’allontanamento dall’area delle milizie legate all’Iran”.
Fonte
L’Isis aveva conquistato Mosul nel giugno 2014 prima di imperversare nel cuore dell’Iraq arabo sunnita e proclamare un califfato a cavallo tra l’Iraq e la Siria. Ha però perso via via terreno e territorio negli ultimi nove mesi, mentre le forze irachene stanno avanzando sulle loro ex roccaforti.
Intanto Stati Uniti, Russia e Giordania hanno concordato nei giorni scorsi un cessate il fuoco in una zona limitata nel Sud-Ovest della Siria entrato in vigore da ieri (domenica) a mezzogiorno. L’intesa, arrivata dopo mesi di negoziati tra i tre Paesi, è stata annunciata ad Amburgo, in Germania, dai ministri degli Esteri di Washington e Mosca durante il vertice del G20.
Tuttavia un alto funzionario del dipartimento di Stato coinvolto nei negoziati ha detto al New York Times che manca ancora l’accordo su questioni importanti, in particolare su chi abbia il ruolo di controllare e far rispettare la tregua.
Secondo quanto riferito da fonti Usa al quotidiano panarabo al Hayat, l’intesa non riguarda le cosiddette zone di de-escalation definite ad Astana, in Kazakistan, nei colloqui tenuti sotto egida della Russia, della Turchia e dell’Iran.
“Penso che questa sia la nostra prima indicazione del fatto che Stati Uniti e Russia possono collaborare in Siria – ha detto ieri Rex Tillerson alla stampa al termine dell’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin – e come conseguenza di questo, abbiamo avuto una lunga discussione su altre aree della Siria in cui possiamo continuare a collaborare una volta sconfitto lo Stato islamico (Isis), e collaborare per un processo politico che garantisca il futuro del popolo siriano”.
Secondo l’agenzia stampa ufficiale giordana Petra, “l’accordo prevede l’allontanamento delle milizie appoggiate dall’Iran dalla zona”. Da parte sua un responsabile americano citato dal giornale panarabo al Quds al Arabi ha rivelato che “Giordania e Israele fanno parte dell’accordo di cessate-il-fuoco”.
Interpellate dal quotidiano panarabo al Hayat, altre fonti americane hanno detto che l’intesa “contiene dettagli di sicurezza, militari e politici, riguardanti la divisione delle zone d’influenza e la sicurezza dei confini ed è basata su due elementi fondamentali: la permanenza del presidente siriano Bashar al Assad al potere e l’allontanamento dall’area delle milizie legate all’Iran”.
Fonte
01/07/2017
Iraq - Il premier Abadi: "Il califfato è finito". Ma a Mosul si combatte ancora
“Stiamo
assistendo alla fine del falso Stato islamico (Is), la liberazione di
Mosul lo dimostra. Non ci inteneriremo. Le nostre coraggiose forze
armate vinceranno”. E’ un al-Abadi eccessivamente trionfante quello che
ieri pomeriggio, poco dopo la presa della moschea di al-Nuri da parte dei suoi uomini, ha dichiarato la fine dell’autoproclamato califfato.
Le parole del premier iracheno sono infatti da prendere con le pinze:
sebbene come entità statuale in Iraq non esista più, l’Is non è stato
ancora sconfitto né nella sua “capitale” irachena, né, soprattutto, in
Siria dove conserva ancora varie zone del Paese.
Tuttavia, sarebbe ingiusto negare i progressi militari compiuti ieri a Mosul dai suoi uomini: già all’alba, infatti, le truppe irachene erano avanzate nella città vecchia dove i jihadisti provano un’ultima disperata resistenza. L’esercito si è mosso lentamente in quello che era un tempo un centro brulicante di vita e ora è ridotto a un cumulo di macerie. Poi, nel primo pomeriggio, la notizia da giorni attesa: i militari hanno raggiunto la simbolica moschea di al-Nuri. Simbolica perché proprio qui il leader dell’Is Abu Bakr al-Baghdadi aveva fatto la sua unica apparizione pubblica nel luglio di tre anni fa dichiarando la nascita del “califfato”.
L’emblema della ormai imminente fine dello Stato Islamico (almeno come entità statuale) è proprio nella distruzione della scorsa settimana di questa moschea e del suo iconico minareto. Una distruzione di cui, al momento, è difficile capire chi sia stato il responsabile: l’Is punta il dito contro i raid della coalizione internazionale a guida Usa. Accusa respinta con forza dagli americani (“non abbiamo condotto bombardamenti in quell’area e al tempo del suo abbattimento”) che contrattaccano: sono stati i jihadisti.
Poco importa accertare la verità dei fatti, comunque, quando i combattimenti proseguono: la battaglia per la città vecchia di Mosul, iniziata otto mesi fa, non è ancora terminata. L’esito appare però scontato: Baghdad, infatti, afferma che l’Is controlla ormai meno di 2 chilometri quadrati della città. Il prezzo per la sua “liberazione” ha avuto un conto salatissimo: accanto alle case distrutte e danneggiate ci sono tanti civili morti a cui bisogna dare ora degna sepoltura.
“Ci sono centinaia di cadaveri sotto le macerie” ha detto il Maggiore Dhia Thamir delle forze speciali. “Ma sono tutti di Daesh [acronimo arabo per indicare lo Stato islamico, ndr]. Una dichiarazione smentita dal suo collega, il Maggior generale Sami al-Aridi: “Certamente – ha detto all’Ap – ci sono danni collaterali, va sempre così in guerra. Le abitazioni erano molto vecchie e così un bombardamento ne provoca il loro totale collasso”. Crolli che hanno seppellito chissa quanti cittadini.
Se il premier iracheno al-Abadi ha usato ieri toni eccessivamente trionfanti, molto più pacato è stato il portavoce della coalizione Usa, il Colonello Ryand Dillon. Incalzato dalle domande dei giornalisti al Pentagono, Dillon ha infatti dichiarato che “la Città vecchia resta una battaglia difficile, densa e soffocante: vicoli stretti con trappole esplosive, civili e combattenti dell’Is in ogni angolo”. Ciononostante, ha rassicurato: “La vittoria è imminente: questione di giorni piuttosto che di settimane”. I dati delle Nazioni Unite sembrerebbero dargli ragione: in città restano ancora 300 combattenti jihadisti e 50.000 civili intrappolati.
A quest’ultimo gruppo non fanno più parte un migliaio di persone che ieri sono riusciti a mettersi in fuga portandosi con loro le ultime cose rimastegli: documenti, foto di famiglia, latte in polvere per i neonati, pannolini e qualche vestito. Ma purtroppo anche ricordi di morte: “Abbiamo visto tanti corpi sotto le macerie mentre fuggivamo” ha detto all’Ap il cittadino Mohammd Hamoud che è scappato dal centro cittadino con sua moglie e i suoi figli. “Un uomo – ha aggiunto – era ancora vivo. Ci chiedeva aiuto, siamo riusciti a tirarlo fuori dalle macerie, ma era così ferito che abbiamo dovuto lasciarlo lì perché non potevamo portarlo con noi”.
Il dramma vissuto da Mohammad e dalla sua famiglia è simile a quello di altri 850.000 civili che, sostiene l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni, hanno dovuto lasciare la città durante l’offensiva diventando sfollati interni.
Direttamente connesso agli eventi iracheni è quanto accade in Siria. Ieri l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) ha confermato che il 4 aprile a Khan Sheikhoun (vicino Idlib, nel nord del Paese) è stato usato il gas Sarin o “qualcosa di simile” (il suo utilizzo è vietato dall’Onu). Il gruppo ha fatto sapere di essere giunto a queste conclusioni dopo aver intervistato testimoni ed esaminato i campioni di sangue delle vittime.
Ora la palla passa ad una commissione dell’Onu che cercherà di stabilire chi è stato il responsabile dell’attacco che ha causato oltre 90 morti e centinaia di feriti. Gli Stati Uniti, e gran parte dei Paesi occidentali, sono convinti che ad aver compiuto l’attacco sia stato il presidente siriano Bashar al-Assad. Tre giorni dopo i fatti di Khan Sheikhoun, Washington avrebbe lanciato un attacco di rappresaglia sulla base aerea di Shayrat con 59 missili Tomahawk.
Damasco e Mosca negano qualunque responsabilità sostenendo che la nube tossica si è sprigionata dopo un raid con armi convenzionali su un centro dei “ribelli siriani”. Questa struttura, ha detto il governo siriano, veniva usata anche come deposito di sostanze utilizzate per fabbricare armi chimiche rudimentali dagli effetti simili ai gas nervini.
Fonte
Tuttavia, sarebbe ingiusto negare i progressi militari compiuti ieri a Mosul dai suoi uomini: già all’alba, infatti, le truppe irachene erano avanzate nella città vecchia dove i jihadisti provano un’ultima disperata resistenza. L’esercito si è mosso lentamente in quello che era un tempo un centro brulicante di vita e ora è ridotto a un cumulo di macerie. Poi, nel primo pomeriggio, la notizia da giorni attesa: i militari hanno raggiunto la simbolica moschea di al-Nuri. Simbolica perché proprio qui il leader dell’Is Abu Bakr al-Baghdadi aveva fatto la sua unica apparizione pubblica nel luglio di tre anni fa dichiarando la nascita del “califfato”.
L’emblema della ormai imminente fine dello Stato Islamico (almeno come entità statuale) è proprio nella distruzione della scorsa settimana di questa moschea e del suo iconico minareto. Una distruzione di cui, al momento, è difficile capire chi sia stato il responsabile: l’Is punta il dito contro i raid della coalizione internazionale a guida Usa. Accusa respinta con forza dagli americani (“non abbiamo condotto bombardamenti in quell’area e al tempo del suo abbattimento”) che contrattaccano: sono stati i jihadisti.
Poco importa accertare la verità dei fatti, comunque, quando i combattimenti proseguono: la battaglia per la città vecchia di Mosul, iniziata otto mesi fa, non è ancora terminata. L’esito appare però scontato: Baghdad, infatti, afferma che l’Is controlla ormai meno di 2 chilometri quadrati della città. Il prezzo per la sua “liberazione” ha avuto un conto salatissimo: accanto alle case distrutte e danneggiate ci sono tanti civili morti a cui bisogna dare ora degna sepoltura.
“Ci sono centinaia di cadaveri sotto le macerie” ha detto il Maggiore Dhia Thamir delle forze speciali. “Ma sono tutti di Daesh [acronimo arabo per indicare lo Stato islamico, ndr]. Una dichiarazione smentita dal suo collega, il Maggior generale Sami al-Aridi: “Certamente – ha detto all’Ap – ci sono danni collaterali, va sempre così in guerra. Le abitazioni erano molto vecchie e così un bombardamento ne provoca il loro totale collasso”. Crolli che hanno seppellito chissa quanti cittadini.
Se il premier iracheno al-Abadi ha usato ieri toni eccessivamente trionfanti, molto più pacato è stato il portavoce della coalizione Usa, il Colonello Ryand Dillon. Incalzato dalle domande dei giornalisti al Pentagono, Dillon ha infatti dichiarato che “la Città vecchia resta una battaglia difficile, densa e soffocante: vicoli stretti con trappole esplosive, civili e combattenti dell’Is in ogni angolo”. Ciononostante, ha rassicurato: “La vittoria è imminente: questione di giorni piuttosto che di settimane”. I dati delle Nazioni Unite sembrerebbero dargli ragione: in città restano ancora 300 combattenti jihadisti e 50.000 civili intrappolati.
A quest’ultimo gruppo non fanno più parte un migliaio di persone che ieri sono riusciti a mettersi in fuga portandosi con loro le ultime cose rimastegli: documenti, foto di famiglia, latte in polvere per i neonati, pannolini e qualche vestito. Ma purtroppo anche ricordi di morte: “Abbiamo visto tanti corpi sotto le macerie mentre fuggivamo” ha detto all’Ap il cittadino Mohammd Hamoud che è scappato dal centro cittadino con sua moglie e i suoi figli. “Un uomo – ha aggiunto – era ancora vivo. Ci chiedeva aiuto, siamo riusciti a tirarlo fuori dalle macerie, ma era così ferito che abbiamo dovuto lasciarlo lì perché non potevamo portarlo con noi”.
Il dramma vissuto da Mohammad e dalla sua famiglia è simile a quello di altri 850.000 civili che, sostiene l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni, hanno dovuto lasciare la città durante l’offensiva diventando sfollati interni.
Direttamente connesso agli eventi iracheni è quanto accade in Siria. Ieri l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) ha confermato che il 4 aprile a Khan Sheikhoun (vicino Idlib, nel nord del Paese) è stato usato il gas Sarin o “qualcosa di simile” (il suo utilizzo è vietato dall’Onu). Il gruppo ha fatto sapere di essere giunto a queste conclusioni dopo aver intervistato testimoni ed esaminato i campioni di sangue delle vittime.
Ora la palla passa ad una commissione dell’Onu che cercherà di stabilire chi è stato il responsabile dell’attacco che ha causato oltre 90 morti e centinaia di feriti. Gli Stati Uniti, e gran parte dei Paesi occidentali, sono convinti che ad aver compiuto l’attacco sia stato il presidente siriano Bashar al-Assad. Tre giorni dopo i fatti di Khan Sheikhoun, Washington avrebbe lanciato un attacco di rappresaglia sulla base aerea di Shayrat con 59 missili Tomahawk.
Damasco e Mosca negano qualunque responsabilità sostenendo che la nube tossica si è sprigionata dopo un raid con armi convenzionali su un centro dei “ribelli siriani”. Questa struttura, ha detto il governo siriano, veniva usata anche come deposito di sostanze utilizzate per fabbricare armi chimiche rudimentali dagli effetti simili ai gas nervini.
Fonte
27/06/2017
Iraq - Mosul prossima alla liberazione
Mancano
600 metri e 300 miliziani prima che l’intera città di Mosul
sia liberata dal giogo islamista. L’operazione governativa irachena,
lanciata lo scorso ottobre, è giunta alla fine: pochi giorni,
assicura il comandante dell’anti-terrorismo di Baghdad, il generale
al-Assadi, e la seconda città irachena sarà ripulita dalla presenza di
Daesh.
Per ora gli islamisti, i pochi rimasti, si difendono come possono. Ovvero con estrema crudeltà, figlia della disperazione: negli ultimi quattro giorni sarebbero stati almeno 80 – secondo Baghdad – i kamikaze che hanno colpito l’avanzata delle truppe governative che ieri hanno ripreso il quartiere di al-Faruq e liberato l’ospedale a Bab al Baid, usato in questi tre anni di occupazione dall’Isis. Domenica era caduto il quartiere di al Shifa. Violentissimi gli scontri, che lasciano in trappola circa 100mila civili nella città vecchia.
E mentre nella parte est – liberata a febbraio – domenica si è celebrato in pubblico, insieme, il primo Eid al-Fitr (la festa che chiude il mese sacro di Ramadan) senza Isis, i numeri dopo otto mesi di offensiva parlano di una vittoria prossima: 2.352 chilometri quadrati di territorio e 188 aree riconquistate, 20 mila famiglie liberate e 133mila kit alimentari distribuiti ai civili. Le truppe irachene hanno poi confiscato a Daesh 1.139 auto-bomba, 601 motociclette, 22 barche, 1.400 armi e 49 droni e distrutto 26 tunnel e 12 impianti di produzione di razzi.
Le immagini della distruzione, portata dall’Isis e dalla successiva guerra raccontano di una città devastata. Qui potete vedere le immagini girate da un drone.
«Da una prospettiva militare, Daesh è finito. Ha perso il suo spirito combattente. Glielo diciamo: arrendetevi o morirete». Queste le parole pronunciate ieri da al-Assadi, dichiarazioni cariche di speranze che però sul terreno trovano minor giustificazione. Mosul sta per tornare al popolo iracheno ma l’Isis non è vinto: lo ha dimostrato nei giorni scorsi, colpendo con un kamikaze la provincia orientale di Diyala, liberata da tempo (solo il mancato funzionamento della cintura esplosiva ha evitato una strage) e lanciando una pesante offensiva a nord di Kirkuk, contro postazioni di Baghdad e di Erbil.
Ma oltre all’intatta capacità islamista di infilarsi e penetrare nella parte del paese dove l’occupazione non c’è stata o non c’è più, con cellule armate e kamikaze, più di tutto preoccupa la divisione politica e settaria interna al paese, privo di una strategia unitaria che sappia tenere insieme anime diverse e ora in conflitto. Dal Kurdistan iracheno che punta al referendum sull’indipendenza a settembre (in concomitanza con le elezioni amministrative irachene, sempre che si tengano) alle regioni sunnite liberate da mesi ma ancora senza alcuna guida politica, l’Iraq rischia di sfaldarsi e rimanere alla mercé di attori regionali interessati a prendersene ognuno un pezzo.
Per questo nei giorni scorsi il governo iracheno ha tentato il primo passo: un piano di ricostruzione da 100 miliardi di dollari in dieci anni che rimetta in piedi le case e le infrastrutture ma che punti anche sull’educazione e la contro-propaganda, ovvero a recuperare i giovani e i bambini che per tre anni sono stati costretti a frequentare le scuole religiose dell’Isis. Il sistema educativo ruoterà intorno a programmi che saranno seguiti da scuole, moschee e chiese “sui valori della coesistenza e della moderazione”, spiega a al-Monitor Hossam al-Ayyar, del consiglio provinciale di Niniveh.
A finanziare il progetto sarà la Banca Mondiale, ma anche enti finanziari iracheni. Ma, c’è da scommetterci, i paesi stranieri si fionderanno sull’opportunità, miliardaria, di ricostruire Mosul.
Fonte
Per ora gli islamisti, i pochi rimasti, si difendono come possono. Ovvero con estrema crudeltà, figlia della disperazione: negli ultimi quattro giorni sarebbero stati almeno 80 – secondo Baghdad – i kamikaze che hanno colpito l’avanzata delle truppe governative che ieri hanno ripreso il quartiere di al-Faruq e liberato l’ospedale a Bab al Baid, usato in questi tre anni di occupazione dall’Isis. Domenica era caduto il quartiere di al Shifa. Violentissimi gli scontri, che lasciano in trappola circa 100mila civili nella città vecchia.
E mentre nella parte est – liberata a febbraio – domenica si è celebrato in pubblico, insieme, il primo Eid al-Fitr (la festa che chiude il mese sacro di Ramadan) senza Isis, i numeri dopo otto mesi di offensiva parlano di una vittoria prossima: 2.352 chilometri quadrati di territorio e 188 aree riconquistate, 20 mila famiglie liberate e 133mila kit alimentari distribuiti ai civili. Le truppe irachene hanno poi confiscato a Daesh 1.139 auto-bomba, 601 motociclette, 22 barche, 1.400 armi e 49 droni e distrutto 26 tunnel e 12 impianti di produzione di razzi.
Le immagini della distruzione, portata dall’Isis e dalla successiva guerra raccontano di una città devastata. Qui potete vedere le immagini girate da un drone.
«Da una prospettiva militare, Daesh è finito. Ha perso il suo spirito combattente. Glielo diciamo: arrendetevi o morirete». Queste le parole pronunciate ieri da al-Assadi, dichiarazioni cariche di speranze che però sul terreno trovano minor giustificazione. Mosul sta per tornare al popolo iracheno ma l’Isis non è vinto: lo ha dimostrato nei giorni scorsi, colpendo con un kamikaze la provincia orientale di Diyala, liberata da tempo (solo il mancato funzionamento della cintura esplosiva ha evitato una strage) e lanciando una pesante offensiva a nord di Kirkuk, contro postazioni di Baghdad e di Erbil.
Ma oltre all’intatta capacità islamista di infilarsi e penetrare nella parte del paese dove l’occupazione non c’è stata o non c’è più, con cellule armate e kamikaze, più di tutto preoccupa la divisione politica e settaria interna al paese, privo di una strategia unitaria che sappia tenere insieme anime diverse e ora in conflitto. Dal Kurdistan iracheno che punta al referendum sull’indipendenza a settembre (in concomitanza con le elezioni amministrative irachene, sempre che si tengano) alle regioni sunnite liberate da mesi ma ancora senza alcuna guida politica, l’Iraq rischia di sfaldarsi e rimanere alla mercé di attori regionali interessati a prendersene ognuno un pezzo.
Per questo nei giorni scorsi il governo iracheno ha tentato il primo passo: un piano di ricostruzione da 100 miliardi di dollari in dieci anni che rimetta in piedi le case e le infrastrutture ma che punti anche sull’educazione e la contro-propaganda, ovvero a recuperare i giovani e i bambini che per tre anni sono stati costretti a frequentare le scuole religiose dell’Isis. Il sistema educativo ruoterà intorno a programmi che saranno seguiti da scuole, moschee e chiese “sui valori della coesistenza e della moderazione”, spiega a al-Monitor Hossam al-Ayyar, del consiglio provinciale di Niniveh.
A finanziare il progetto sarà la Banca Mondiale, ma anche enti finanziari iracheni. Ma, c’è da scommetterci, i paesi stranieri si fionderanno sull’opportunità, miliardaria, di ricostruire Mosul.
Fonte
03/04/2017
Iraq - L'eterogeneo supporto a Muqtada al-Sadr
di Francesca La Bella
Le elezioni irachene sono ancora molto lontane, ma già si intravedono
le problematiche che potrebbero incidere sia sul voto amministrativo di
settembre sia su quello parlamentare del prossimo anno. In questo senso,
la compagine sciita sembra essere la più attiva nella campagna
elettorale in partenza.
Particolare attenzione in questo campo
deve essere data ad una figura che sta riuscendo a canalizzare lo
scontento della popolazione contro il governo sotto i vessilli di una
grande unità nazionale: Muqtada al Sadr. Con molti mesi di
anticipo sono, infatti, iniziate le manifestazioni da parte dei
sostenitori dell’influente religioso sciita a sostegno di una modifica
in senso maggiormente inclusivo della legge elettorale in vigore.
La capacità di mobilitazione di ampie
fasce di popolazione di Al Sadr, apparentemente ridottasi negli ultimi
anni dopo la dipartita delle forze statunitensi dall’Iraq, sembra, in
questo senso, essere nuovamente in crescita grazie ad un lungo lavoro di
mediazione tra soggetti tra loro molto differenti e la scelta di pochi
semplici punti fermi.
Le aperture sia
verso la comunità sunnita sia verso gruppi laici come il Partito
Comunista iracheno e la presa di posizione netta contro il suo
principale avversario nella compagine sciita, l’ex premier Nouri al
Maliki, hanno, infatti, permesso al religioso sciita di allargare il
consenso intorno alla propria figura anche al di fuori della propria
comunità etnica.
La chiamata al boicottaggio delle
elezioni qualora non venga preventivamente modificata la legge
elettorale e la denuncia del carattere corrotto dell’Alta Commissione
elettorale indipendente potrebbero, dunque, avere molto seguito,
indebolendo ancor prima del voto gli eventuali vincitori.
Il valore della propaganda
politica di al Sadr travalica, però, i limiti della contesa elettorale.
Il piano di contestazione del governo in carica espressosi con le
manifestazioni dello scorso anno contro la dilagante corruzione e per il
miglioramento dei principali servizi pubblici e quelle attuali a favore
della riforma elettorale è, infatti, andato di pari passo con un
riposizionamento del religioso all’interno del panorama politico del
paese.
Dopo essere stato, durante gli
anni dell’occupazione statunitense dell’Iraq, alla guida dell’Esercito
di Mahdi, ed essere stato il promotore della nascita delle Brigate di
pace per la difesa dei luoghi sciiti dagli attacchi dello Stato
Islamico, al Sadr sembra ora voler porre fine all’esperienza ed al
potere dei gruppi armati volontari presenti nel Paese. Nella prima
intervista con un giornalista straniero dopo tre anni, il religioso ha dichiarato al corrispondente di Middle East Eye
di volere lo smantellamento di tutte le milizie armate e l’avvio di un
reale dialogo inter-etnico ed inter-confessionale che permetta al Paese
di evitare una nuova guerra settaria dopo la auspicata caduta di Mosul.
Lo stesso argomento era già stato
trattato da al Sadr in maniera più organica nel documento programmatico
di 29 punti sul futuro del Paese e, in particolare sul destino della
provincia di Ninive, presentato da al Sadr il 20 febbraio di quest’anno e
titolato “Soluzioni Iniziali”.
Il piano del religioso sciita appare particolarmente ambizioso: oltre
alla richiesta di provvedimenti umanitari e di creazione di un fondo
internazionale per la ricostruzione dell’area, molto forte è l’accento
posto sull’unità e sulla riconciliazione nazionale oltre che
sull’esclusività dell’autorità dell’esercito regolare nel controllo del
territorio e delle armi.
Se da un lato al Sadr guarda all’interno
e propone meccanismi atti a mitigare le tensioni etniche come l’invio
di delegazioni da aree sunnite a sciite e viceversa, dall’altro non
dimentica il piano internazionale. Chiede un monitoraggio delle Nazioni
Unite sul processo politico di trasformazione delle aree liberate, ma
anche una presa di posizione netta contro le ingerenze esterne e
l’allontanamento di tutte le truppe straniere, occupanti e non, per
preservare l’indipendenza e la sovranità dello Stato iracheno.
Un attacco diretto non solo agli Stati
Uniti e ai paesi occidentali in senso ampio, ma anche al più coinvolto
vicino d’area: l’Iran. Prendendo le distanze dalle posizioni
pro-Teheran di buona parte del mondo politico sciita e di al Maliki in
particolare, al Sadr pone, dunque, un freno alle capacità iraniane di
influenzare il dibattito interno e le alleanze sul terreno in territorio
iracheno.
L’attenzione riservata da al Sadr alla
battaglia di Mosul è, in questo contesto, particolarmente significativa.
Con grande lungimiranza, il religioso sottolinea come l’eventuale
sconfitta dello Stato Islamico non porti con sé solamente aspetti
positivi. In un Iraq ancora fortemente frammentato dove la spartizione
del potere si interseca con questioni etnico-territoriali, come nel caso
di Mosul e Kirkuk, e con il ricordo delle violenze degli anni passati
tra sunniti e sciiti, la cancellazione del nemico comune potrebbe
riaprire ferite mai rimarginate in seno alla società irachena.
29/03/2017
Iraq - La ferocia invisibile della battaglia per Mosul
di Chiara Cruciati
La battaglia di Mosul è
feroce quanto invisibile: in assenza di documenti video e foto che hanno
accompagnato il conflitto tra governo siriano e opposizioni islamiste
ad Aleppo, la città irachena non fa inorridire. Eppure il dramma dei civili è immenso, come immenso è il coinvolgimento occidentale.
L’ultimo massacro, tra i 200 e i 300 morti in un raid aereo
statunitense, è stato il peggiore compiuto dall’aviazione Usa
dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Tanto grave da spingere il governo
iracheno a interrompere le operazioni e andare alla ricerca di una
strategia militare meno letale.
I numeri del disastro (atteso) li ha dati ieri l’Onu: oltre
300 civili sono stati uccisi tra il 17 febbraio e il 22 marzo nella
controffensiva contro lo Stato Islamico a Mosul ovest. Numeri,
chiaramente, al ribasso se il solo raid Usa del 17 marzo ne ha uccisi altrettanti.
“Un numero indefinito di civili è stato ammazzato nei raid aerei e
molti, moltissimi corpi sono ancora sotto le macerie – racconta a Middle East Eye
un residente, Ismail Dabus – Gli aerei vedono un miliziano di Daesh su
un tetto e lanciano una bomba per ucciderlo ma, sotto nel palazzo, c’è
una famiglia e viene uccisa”.
Ieri è intervenuta anche Amnesty International che ha parlato di morti civili arbitrarie e immotivate: gli
Stati Uniti, dice l’ong, non prendono le precauzioni necessarie ad
evitare la distruzione di palazzi “con intere famiglie al suo interno”. Non si tratta, aggiunge Amnesty citando residenti e testimoni, solo dell’ultimo caso ma di un “modello” che si ripete da mesi.
Come nel raid del 13 dicembre raccontato da Hind Amir Ahmad, ragazza
di 23 anni che ha perso 11 familiari quando la casa dove vivevano è
stata centrata dalla coalizione. O quello del 6 gennaio con 16 morti nel
collasso di tre abitazioni bombardate.
“Il fatto che le autorità irachene dicano ripetutamente ai civili di
restare a casa – commenta Donatella Rovera che per Amnesty conduce le
inchieste sul campo a Mosul – indica che le forze di coalizione
dovrebbero sapere che questi raid possono portare alla morte di un
elevato numero di civili”.
Dopo la liberazione di Mosul est a fine gennaio giunta dopo tre mesi di
controffensiva partita il 17 ottobre, a metà febbraio è stata la volta
della zona ovest, la più densamente popolata. In poche settimane
le truppe governative hanno ripreso l’aeroporto e i ponti sul Tigri
portandosi a ridosso della Città Vecchia. Ma è qui che la strategia è
costretta a cambiare: fatto di vicoli stretti, palazzi arroccati e
un’altissima densità di civili, il cuore antico di Mosul ovest è una
trappola per la popolazione, stretta tra l’avanzata di Baghdad e la brutale resistenza dell’Isis, tra kamikaze, cecchini, mine disseminate tra le case.
E ora la minaccia concretissima dal cielo. Il Pentagono ha annunciato
sabato l’apertura di un’inchiesta sulla strage del quartiere di Jadida e
da lunedì sta visionando 700 video delle operazioni aeree della
coalizione. Ieri la prima ammissione del Pentagono: “Probabilmente abbiamo avuto un ruolo in quelle morti
– ha detto il generale Townsend, comandante in capo Usa in Iraq – Ora
quello che non sappiamo è se i civili erano stati portati lì dal
nemico”. O forse abitavano o si rifugiavano nelle case colpite.
La colpa – per Washington e Baghdad – è degli islamisti che
usano i civili come scudi umani. Ma, consapevole di ciò, la coalizione
deve rivedere le regole di ingaggio o Mosul diventerà un cimitero. Sono ancora 650mila le persone intrappolate nella zona ovest, 280mila quelle fuggite dall’intera città da ottobre ad oggi.
Il governo iracheno lo sa bene e sa quanto rischiosa sia l’operazione
in corso per le prospettive unitarie del paese. Per questa ragione
sabato ha annunciato lo stop all’offensiva e immaginato nuove tattiche
militari, operazioni chirurgiche e mirate. Ieri il ministro
dell’Interno, Qassim al-Araji, ha fatto un appello agli abitanti di
Mosul perché si sollevino contro l’Isis e facilitino l’ingresso dei
governativi.
Ma il rischio è enorme: i miliziani sono mescolati alla
popolazione, occupano gli stessi edifici e le stesse strade, consapevoli
che i civili sono la migliore difesa contro un governo sciita che teme
le reazioni della comunità sunnita.
Baghdad ha molto da perdere a Mosul: il paese è frammentato da 14 anni di settarismi interni, dalla corruzione dilagante e dagli abusi che ogni parte commette sull’altra. Le
morti di civili sunniti provocate da un governo sciita ampliano il gap
già esistente e distruttivo di una futura e rinnovabile unità.
Spaccature dentro le quali lo Stato Islamico sguazza, alla
ricerca di una nuova strategia a quella fallita dell’entità statuale:
con i territori occupati mangiati dalle controffensive in Siria e Iraq,
l’Isis sta optando da mesi per la tattica del terrorismo nel cuore delle
aree sciite irachene, con l’intenzione di far associare agli sciiti
l’islamismo radicale alla comunità sunnita.
17/03/2017
Siria. Bombardamenti Usa, 42 morti in una moschea. Civili morti anche a Idlib e Mosul
Da quando sono arrivati sul campo i soldati statunitensi, i riflettori sembrano spenti o disattenti su quanto sta accadendo in Siria. Dopo il tormentone sugli ospedali pediatrici di Aleppo, la medesima attenzione e capillarità non sembra agire con eguale intensità. Ciò non significa che la situazione per le popolazioni siriane e irachene sia magicamente migliorata, Al contrario. I comandi militari Usa hanno riconosciuto oggi di aver effettuato un attacco nel nord della Siria contro postazioni di gruppi jihadisti, ma hanno negato di aver deliberatamente colpito la moschea nella quale almeno 42 persone hanno perso la vita nella provincia di Aleppo. “Noi non abbiamo mirato a una moschea, ma l’edificio al quale abbiamo puntato, dove aveva luogo la riunione (di al Qaida), si trova a 15 metri da una moschea, che è rimasta in piedi”, ha affermato il colonnello John J. Thomas, portavoce del Comando centrale Usa (CentCom), precisando che ci sarà un'“inchiesta sulle accuse secondo le quali questo attacco avrebbe fatto vittime civili”.
Ci sarebbero invece 14 civili uccisi in un bombardamento su Idlib, località in mano ai jihadisti del Fronte Al Shaam (ex Al Nusra). In questo caso i bombardamenti sarebbero stati dell’aviazione russa.
Sono 439 i civili finora morti nella battaglia cominciata il mese scorso a Mosul che vede le forze governative irachene impegnate in un'offensiva per strappare all'Isis la parte ovest della città. Lo afferma l'ong Osservatorio iracheno per i diritti umani. Secondo la stessa fonte 299 dei civili sono stati uccisi dai bombardamenti della coalizione internazionale a guida statunitense.
Fonte
Ci sarebbero invece 14 civili uccisi in un bombardamento su Idlib, località in mano ai jihadisti del Fronte Al Shaam (ex Al Nusra). In questo caso i bombardamenti sarebbero stati dell’aviazione russa.
Sono 439 i civili finora morti nella battaglia cominciata il mese scorso a Mosul che vede le forze governative irachene impegnate in un'offensiva per strappare all'Isis la parte ovest della città. Lo afferma l'ong Osservatorio iracheno per i diritti umani. Secondo la stessa fonte 299 dei civili sono stati uccisi dai bombardamenti della coalizione internazionale a guida statunitense.
Fonte
09/03/2017
Tra Mosul e Raqqa scontro finale con l’Isis? Truppe statunitensi in Siria
L’Isis controllerebbe ormai solo il 15 per cento del territorio della provincia irachena di Mosul. A dichiaralo alla testata russa Sputnik è l’ambasciatore iracheno a Mosca, Haidar Hadi. “Due anni fa Daesh controllava il 40 per cento del territorio iracheno, attualmente controlla solo il 15 per cento della provincia di Mosul”, ha detto Hadi. Fonti della Difesa americana dichiarano invece che lo sceicco Al Baghdadi, ritenuto la guida dell’Isis “Ha probabilmente lasciato Mosul prima che la città e Tal Afar venissero isolate dalle forze irachene”, ha spiegato il responsabile statunitense a condizione di anonimato. Secondo le stime ONU, circa 750.000 persone restano intrappolate nella zona ovest della roccaforte jihadista, mentre almeno 45mila sarebbero riusciti a fuggire dalla città.
A Mosul, dodici persone, tra cui donne e bambini, sono state ricoverate nei giorni scorsi con gravi sintomi di esposizione ad armi chimiche. La denuncia arriva dall’Oms che ha attivato con le autorità sanitarie locali “un piano di emergenza per trattare in modo sicuro uomini, donne e bambini che possono essere esposti a sostanze chimiche altamente tossiche”, ha detto l'agenzia delle Nazioni Unite in un comunicato. Questa volta ad essere accusati di aver usato armi chimiche sono i miliziani jihadisti dell’Isis arroccati nella città. Una versione che cambia continuamente a seconda degli scenari. Se ad attaccare le roccaforti dell’Isis sono i russi o le truppe governative siriane le accuse si rovesciano su queste ultime, se ad attaccare sono gli Usa, la narrazione dell’orrore si dispiega sui miliziani dell’Isis.
Gli Usa di Trump adesso si apprestano infatti ad intervenire massicciamente sul piano militare in Iraq ma anche a ridosso della Siria. La Cnn riferisce che un gruppo di marines statunitensi è già arrivato nel nord della Siria per sostenere le forze turche e le milizie anti-Assad che si apprestano a lanciare l'offensiva verso la città siriana di Raqqa in mano all'Isis. Il problema è che anche i guerriglieri curdi intendono liberare Raqqa per consolidare il loro progetto di confederazione democratica, una ipotesi questa osteggiata dalla Turchia che, insieme agli USA e ai ribelli siriani, vorrebbe battere sul tempo i curdi.
I marines giunti in Siria – riporta il Washington Post – erano già dispiegati nella regione sulle navi Usa nel Golfo Persico. Secondo la Reuters altri soldati Usa arriveranno prossimamente nella regione, per l’intervento militare sul territorio siriano.
Fonte
A Mosul, dodici persone, tra cui donne e bambini, sono state ricoverate nei giorni scorsi con gravi sintomi di esposizione ad armi chimiche. La denuncia arriva dall’Oms che ha attivato con le autorità sanitarie locali “un piano di emergenza per trattare in modo sicuro uomini, donne e bambini che possono essere esposti a sostanze chimiche altamente tossiche”, ha detto l'agenzia delle Nazioni Unite in un comunicato. Questa volta ad essere accusati di aver usato armi chimiche sono i miliziani jihadisti dell’Isis arroccati nella città. Una versione che cambia continuamente a seconda degli scenari. Se ad attaccare le roccaforti dell’Isis sono i russi o le truppe governative siriane le accuse si rovesciano su queste ultime, se ad attaccare sono gli Usa, la narrazione dell’orrore si dispiega sui miliziani dell’Isis.
Gli Usa di Trump adesso si apprestano infatti ad intervenire massicciamente sul piano militare in Iraq ma anche a ridosso della Siria. La Cnn riferisce che un gruppo di marines statunitensi è già arrivato nel nord della Siria per sostenere le forze turche e le milizie anti-Assad che si apprestano a lanciare l'offensiva verso la città siriana di Raqqa in mano all'Isis. Il problema è che anche i guerriglieri curdi intendono liberare Raqqa per consolidare il loro progetto di confederazione democratica, una ipotesi questa osteggiata dalla Turchia che, insieme agli USA e ai ribelli siriani, vorrebbe battere sul tempo i curdi.
I marines giunti in Siria – riporta il Washington Post – erano già dispiegati nella regione sulle navi Usa nel Golfo Persico. Secondo la Reuters altri soldati Usa arriveranno prossimamente nella regione, per l’intervento militare sul territorio siriano.
Fonte
28/02/2017
Shifa, martire della notizia
Ha finito di narrare prestissimo Shifa Gardi, reporter e capo produzione dell’emittente kurda Rûdaw. A trent’anni è diventata lei stessa vittima dell’offensiva sul fronte di Mosul che, come tanti, semina morte fra combattenti in divisa e popolazione civile, con l’aggiunta degli operatori dei media. Era già accaduto a un giornalista d’una tivù irachena. Shifa è stata investita dall’esplosione d’una bomba mentre effettuava un’intervista a un comandante sciita che la conduceva accanto a un enorme buco sospettato d’essere la tomba di un eccidio di massa compiuto dai miliziani dell’Isis. L’uomo inavvertitamente ha urtato l’innesco d’una mina antiuomo che l’ha dilaniato assieme alla giornalista e altri quattro guerriglieri kurdi. Ferito l’operatore della tivù che è stato trasportato presso l’ospedale di Erbil. La Gardi è ricordata dai colleghi come un elemento audace, per nulla intimorita dai rischi del fronte di guerra. L’inchiesta che stava realizzando si rivolgeva alla cosiddetta “valle della morte”, un’area a una ventina di chilometri a sud di Mosul e cinque dalla strada di collegamento fra questa città e Baghdad, dove si pensa che i jihadisti abbiano compiuto massacri di massa. Il lavoro s’inseriva negli approfondimenti della rubrica da lei curata con meticolosità professionale e una speciale umanità. I combattenti kurdi la considerano una martire, impegnata sullo stesso fronte semplicemente con altre armi. E’ un'immensa perdita per l’informazione di prima linea.
Fonte
Fonte
23/02/2017
Iraq - Emergency a Erbil per curare Mosul
di Chiara Cruciati il Manifesto
«La zona est di Mosul è quella meno residenziale e più industriale, mentre ad ovest c’è la città vecchia: la battaglia è destinata ad essere più cruenta. Le vie sono strette, i quartieri residenziali. I civili soffriranno molto di più gli scontri. Anche perché si tratta dell’ultimo baluardo dell’Isis: opporrà una resistenza all’ultimo sangue».
Emanuele Nannini, vice coordinatore dell’Ufficio Umanitario di Emergency, si prepara all’emergenza che esploderà con il lancio della seconda fase della controffensiva. «Dalla città di Mosul, dal 17 ottobre [data di inizio dell’operazione, ndr] a metà gennaio, sono arrivati 3mila feriti – spiega al manifesto – Nelle settimane passate i combattimenti erano quasi fermi: le truppe irachene, liberata la parte est, si erano fermate al fiume per riorganizzarsi. Il momento è stato propizio: abbiamo potuto aumentare la capienza ospedaliera in attesa che ripartisse l’operazione».
L’ospedale di cui parla è il centro che Emergency aprì vent’anni fa a Erbil, Kurdistan iracheno. All’epoca l’organizzazione italiana era arrivata per curare i feriti della guerra civile tra i due principali partiti kurdi, il Kdp dei Barzani e il Puk dei Talabani.
Emergency aprì due ospedali, uno ad Erbil e uno a Suleimanya, i poli del potere dei due clan: «Nel 2005 con l’attenuazione del conflitto e lo sviluppo della capacità delle autorità locali di gestire i centri, abbiamo passato gli ospedali al Ministero della Sanità. È rimasto in carico ad Ermergency il centro di riabilitazione di Suleimaniya, dove costruiamo le protesi e continuiamo a seguire i pazienti».
Quasi dieci anni dopo, nel giugno 2014, l’Isis occupa Mosul e si allarga nell’Iraq orientale. In poco tempo milioni di iracheni fuggono e raggiungono il Kurdistan, che ospitava già centinaia di migliaia di rifugiati dalla vicina Siria. Un afflusso enorme (2 milioni di persone su una popolazione locale di sei) che si unisce alla crescente crisi economica che colpisce Erbil e che fa collassare il sistema sanitario.
«Emergency ha deciso di tornare con un importante numero di personale espatriato per aiutare le autorità kurde nella gestione sanitaria di profughi siriani e sfollati iracheni – continua Emanuele – Negli ultimi due anni abbiamo preso in carico sei cliniche nei campi profughi dove offriamo assistenza di base, seguiamo i pazienti cronici che fanno fatica ad accedere al sistema sanitario locale e facciamo promozione igienico-sanitaria».
«Siamo tornati in contatto con i due ospedali di Erbil e Suleimaniya: fino allo scorso anno le autorità locali sono riusciti a gestirli ma poi, a causa della crisi economica, il calo del prezzo del petrolio e l’alto numero di sfollati ospitati, il sistema sanitario è letteralmente collassato. A questo si è aggiunta la controffensiva su Mosul: su Erbil si sono riversati da subito molti feriti, la città dista solo 70 km».
A gennaio Emergency è tornata nella capitale del Kurdistan iracheno. È tornata per riabilitare gli ospedali, per la messa in sicurezza e la riabilitazione dei dipartimenti, per aumentare la capienza ospedaliera (passata al momento da 20-25 letti a 70-80).
Ma anche per sostenere finanziariamente il personale: «Da più di un anno lo staff locale, 120 dipendenti, riceve solo il 25% dello stipendio. Interverremo con un sistema di incentivi: molti si sono trovati un secondo lavoro e lavorano part time in ospedale, lasciando i turni scoperti. Così torneranno a pieno ritmo in ospedale».
Emergency si prepara in vista della seconda fase della controffensiva su Mosul. Alla base sta un coordinamento tra organizzazioni internazionali e autorità locali che permette l’arrivo dei feriti di guerra a Erbil: attraverso i Trauma Stabilization Point, i feriti vengono portati dalle ambulanze irachene al confine con il Kurdistan e lì presi in carico dai medici kurdi.
«Si tratta di feriti di guerra, persone colpite dai mortai dell’Isis, l’artiglieria pesante irachena e i raid statunitensi – aggiunge Emanuele – Ma arrivano pazienti anche dalle zone già riprese dal governo iracheno, spesso feriti nell’esplosione di autobombe islamiste o ordigni lasciati nelle città dopo la ritirata».
Sullo sfondo un paese martoriato da decenni di guerre ininterrotte, sfaldato dopo l’invasione Usa. A pagare sono i civili: il livello di distruzione è immenso. Non solo sul piano infrastrutturale, ma anche su quello comunitario e psicologico: «Il senso di trauma tra gli sfollati è fortissimo. C’è un’enorme incertezza. Non sanno neppure se torneranno nei loro villaggi, a causa degli scontri settari».
Scontri che influenzano anche l’accoglienza in Kurdistan. Se nei primi mesi dopo la caduta di Mosul, le porte sono rimaste aperte, negli ultimi due anni Erbil ha imbastito un sistema di screening che taglia fuori i sunniti.
Per entrare serve uno sponsor locale, più facilmente rintracciabile da cristiani e yazidi: «C’è una grossa distinzione negli ingressi a seconda della provenienza, maggiore cautela verso chi arriva da Mosul per timore che tra loro si nascondano islamisti. Gli sfollati vengono portati in grossi campi in una sorta di zona cuscinetto tra zone Isis e Kurdistan. Qui si svolge un processo di screening molto lungo e tortuoso e poi li si rialloca in altri campi».
Ora parte una nuova fase, Mosul ovest deciderà il destino dell’Iraq, delle sue divisioni interne e delle sue contraddizioni. Sulla pelle dei civili.
Fonte
«La zona est di Mosul è quella meno residenziale e più industriale, mentre ad ovest c’è la città vecchia: la battaglia è destinata ad essere più cruenta. Le vie sono strette, i quartieri residenziali. I civili soffriranno molto di più gli scontri. Anche perché si tratta dell’ultimo baluardo dell’Isis: opporrà una resistenza all’ultimo sangue».
Emanuele Nannini, vice coordinatore dell’Ufficio Umanitario di Emergency, si prepara all’emergenza che esploderà con il lancio della seconda fase della controffensiva. «Dalla città di Mosul, dal 17 ottobre [data di inizio dell’operazione, ndr] a metà gennaio, sono arrivati 3mila feriti – spiega al manifesto – Nelle settimane passate i combattimenti erano quasi fermi: le truppe irachene, liberata la parte est, si erano fermate al fiume per riorganizzarsi. Il momento è stato propizio: abbiamo potuto aumentare la capienza ospedaliera in attesa che ripartisse l’operazione».
L’ospedale di cui parla è il centro che Emergency aprì vent’anni fa a Erbil, Kurdistan iracheno. All’epoca l’organizzazione italiana era arrivata per curare i feriti della guerra civile tra i due principali partiti kurdi, il Kdp dei Barzani e il Puk dei Talabani.
Emergency aprì due ospedali, uno ad Erbil e uno a Suleimanya, i poli del potere dei due clan: «Nel 2005 con l’attenuazione del conflitto e lo sviluppo della capacità delle autorità locali di gestire i centri, abbiamo passato gli ospedali al Ministero della Sanità. È rimasto in carico ad Ermergency il centro di riabilitazione di Suleimaniya, dove costruiamo le protesi e continuiamo a seguire i pazienti».
Quasi dieci anni dopo, nel giugno 2014, l’Isis occupa Mosul e si allarga nell’Iraq orientale. In poco tempo milioni di iracheni fuggono e raggiungono il Kurdistan, che ospitava già centinaia di migliaia di rifugiati dalla vicina Siria. Un afflusso enorme (2 milioni di persone su una popolazione locale di sei) che si unisce alla crescente crisi economica che colpisce Erbil e che fa collassare il sistema sanitario.
«Emergency ha deciso di tornare con un importante numero di personale espatriato per aiutare le autorità kurde nella gestione sanitaria di profughi siriani e sfollati iracheni – continua Emanuele – Negli ultimi due anni abbiamo preso in carico sei cliniche nei campi profughi dove offriamo assistenza di base, seguiamo i pazienti cronici che fanno fatica ad accedere al sistema sanitario locale e facciamo promozione igienico-sanitaria».
«Siamo tornati in contatto con i due ospedali di Erbil e Suleimaniya: fino allo scorso anno le autorità locali sono riusciti a gestirli ma poi, a causa della crisi economica, il calo del prezzo del petrolio e l’alto numero di sfollati ospitati, il sistema sanitario è letteralmente collassato. A questo si è aggiunta la controffensiva su Mosul: su Erbil si sono riversati da subito molti feriti, la città dista solo 70 km».
A gennaio Emergency è tornata nella capitale del Kurdistan iracheno. È tornata per riabilitare gli ospedali, per la messa in sicurezza e la riabilitazione dei dipartimenti, per aumentare la capienza ospedaliera (passata al momento da 20-25 letti a 70-80).
Ma anche per sostenere finanziariamente il personale: «Da più di un anno lo staff locale, 120 dipendenti, riceve solo il 25% dello stipendio. Interverremo con un sistema di incentivi: molti si sono trovati un secondo lavoro e lavorano part time in ospedale, lasciando i turni scoperti. Così torneranno a pieno ritmo in ospedale».
Emergency si prepara in vista della seconda fase della controffensiva su Mosul. Alla base sta un coordinamento tra organizzazioni internazionali e autorità locali che permette l’arrivo dei feriti di guerra a Erbil: attraverso i Trauma Stabilization Point, i feriti vengono portati dalle ambulanze irachene al confine con il Kurdistan e lì presi in carico dai medici kurdi.
«Si tratta di feriti di guerra, persone colpite dai mortai dell’Isis, l’artiglieria pesante irachena e i raid statunitensi – aggiunge Emanuele – Ma arrivano pazienti anche dalle zone già riprese dal governo iracheno, spesso feriti nell’esplosione di autobombe islamiste o ordigni lasciati nelle città dopo la ritirata».
Sullo sfondo un paese martoriato da decenni di guerre ininterrotte, sfaldato dopo l’invasione Usa. A pagare sono i civili: il livello di distruzione è immenso. Non solo sul piano infrastrutturale, ma anche su quello comunitario e psicologico: «Il senso di trauma tra gli sfollati è fortissimo. C’è un’enorme incertezza. Non sanno neppure se torneranno nei loro villaggi, a causa degli scontri settari».
Scontri che influenzano anche l’accoglienza in Kurdistan. Se nei primi mesi dopo la caduta di Mosul, le porte sono rimaste aperte, negli ultimi due anni Erbil ha imbastito un sistema di screening che taglia fuori i sunniti.
Per entrare serve uno sponsor locale, più facilmente rintracciabile da cristiani e yazidi: «C’è una grossa distinzione negli ingressi a seconda della provenienza, maggiore cautela verso chi arriva da Mosul per timore che tra loro si nascondano islamisti. Gli sfollati vengono portati in grossi campi in una sorta di zona cuscinetto tra zone Isis e Kurdistan. Qui si svolge un processo di screening molto lungo e tortuoso e poi li si rialloca in altri campi».
Ora parte una nuova fase, Mosul ovest deciderà il destino dell’Iraq, delle sue divisioni interne e delle sue contraddizioni. Sulla pelle dei civili.
Fonte
21/02/2017
Iraq - Al via l'offensiva per Mosul ovest
È iniziata ieri l’offensiva dell’esercito iracheno per la conquista
della parte occidentale di Mosul ancora sotto il controllo
dell’autoproclamato Stato Islamico (Is). Ad annunciare il via alle
operazioni è stato il premier Haider al-Abadi sulla tv nazionale. Usando l’acronimo arabo invece di Is, il primo ministro ha detto che le forze irachene si stanno muovendo “per liberare per sempre il popolo di Mosul dall’oppressione di Daesh e dal terrorismo”.
“Questa è l’ora zero, stiamo per terminare questa guerra, se Dio vuole”
gli ha fatto poi eco l’ufficiale iracheno Mahmoud Mansour impegnato in
queste ore in prima linea nei combattimenti.
Baghdad aveva dichiarato Mosul est “completamente liberata” lo scorso mese dopo tre mesi di combattimenti violenti. Ciononostante, la situazione è tutt’altro che pacificata anche in quest’area: nella sola giornata di ieri si sono registrati due attacchi suicidi. Un portavoce militare dell’esercito iracheno, il Brigadier Generale Yahya Rasoul, ha confermato gli attentati (rivendicati subito dall’Is) e ha detto che il loro obiettivo sono state, nel primo caso, le tribù sunnite alleate di Baghdad dispiegate nel quartiere di Zihoour e, nel secondo, le truppe irachene presenti nell’area di Nabi Yunis. Non è chiaro però quante persone siano rimaste uccise. Secondo alcuni ufficiali che hanno preferito restare anonimi, il primo attacco avrebbe causato l’uccisione di un combattente sunnita e il ferimento di nove persone, mentre nel secondo attentato sarebbero rimasti feriti cinque soldati.
L’offensiva iniziata ieri è molto complessa: la zona occidentale di Mosul infatti ha strade strette ed è densamente popolata. Il rischio per i civili è altissimo: le Nazioni Unite hanno già detto che centinaia di migliaia di civili intrappolati nell’area sud ovest della città si trovano “a rischio estremo” e hanno a disposizione scarse quantità di cibo, acqua, carburante ed elettricità. Le operazioni militari hanno fatto registrare primi incoraggianti successi per il governo al-Abadi: le truppe irachene hanno ripreso il controllo di 15 villaggi occupati nel 2014 dall’Is. Un alto ufficiale delle Forze di risposta rapida del Ministero degli interni, Abbas al-Juburi, ha riferito ieri alla stampa che i militari, guidati dalle unità della polizia federale, sono avanzati senza incontrare significativa resistenza nei villaggi a sud di Mosul in direzione dell’aeroporto. Un altro reparto dell’esercito, fa sapere il ministero degli interni, si sarebbe mosso invece verso il villaggio di Bakhira, sempre nell’area sud ovest della città. Le operazioni di terra stanno avvenendo anche grazie alla copertura aerea della coalizione internazionale a guida statunitense che nella sola giornata di sabato ha compiuto in città nove raid contro il “califfato”.
Un ruolo di primo piano nell’offensiva anti-Is lo stanno svolgendo anche le truppe speciali americane che, secondo quanto ha riferito il Comando centrale Usa, sono impegnate direttamente nelle operazioni belliche in sostegno delle truppe irachene. Accanto al numero (per ora imprecisato) di combattenti a stelle e strisce, non va dimenticato che diverse migliaia di militari statunitensi (oltre 5.000) sono presenti sul territorio iracheno per fornire sostegno logistico e addestramento alle truppe locali.
A confermare la presenza americana nei combattimenti è stato ieri anche il Segretario alla Difesa Usa James Mattis. Nel corso di una visita a sorpresa compiuta oggi in Iraq, Mattis ha poi provato a tranquillizzare gli iracheni: contraddicendo il presidente Donald Trump, l’alto ufficiale statunitense ha dichiarato che “gli Usa non intendono prendersi il petrolio iracheno”. “Penso che tutti noi in questa stanza e tutti noi in America – ha aggiunto – paghiamo il nostro gas e il petrolio e sono sicuro che continueremo a farlo nel futuro”. Le parole di Mattis stridono con le intenzioni di Trump il quale, sia durante la sua campagna elettorale che nel corso di un incontro avuto lo scorso mese alla Cia, aveva usato tutti altri toni. Parlando all’Intelligence, il neo presidente era stato infatti chiaro: “le spoglie appartengono al vincitore, pertanto dovremmo mantenere il petrolio”.
Trump ha però anche ribadito che sconfiggere l’Is è una priorità della sua amministrazione. Un impegno riconfermato anche durante il suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca quando ha promesso che sradicherà “completamente il terrorismo islamico dalla faccia della terra”. Parole che hanno avuto una prima applicazione concreta lo scorso 28 gennaio quando ha dato a Mattis e a 30 alti ufficiali statunitensi l’ordine di presentare entro 30 giorni un piano anti-Is sia in Iraq che in Siria.
Mattis, per ora, preferisce temporeggiare affermando che non discuterà con gli alleati iracheni di questioni specifiche. L’obiettivo, afferma, è raccogliere prima informazioni. Negli ambienti militari statunitensi le operazioni sul tavolo sono innanzitutto addestrare e sostenere maggiormente le truppe locali e i gruppi siriani “moderati” aumentando nello stesso tempo il lavoro d’intelligence. Il Pentagono preme anche per avere più libertà nel decidere le modalità di lotta al califfato. In Siria, ad esempio, c’è chi suggerisce di mandare altre truppe americane (tra cui anche unità di combattimento) soprattutto in vista di un imminente assalto su Raqqa, la “capitale” siriana dello Stato Islamico. Un’altra questione al momento in stand by è poi se offrire armi e veicoli ai curdi siriani e se poterli addestrare. Da un lato, infatti, le Ypg curde si sono rivelate di gran lunga la forza migliore e più affidabile per sconfiggere l’Is. Dall’altro, però, ci sono le proteste rumorose della Turchia, alleato chiave Usa e della Nato, che le considera un gruppo terroristico.
Mentre prosegue l’offensiva nella zona ovest di Mosul, le Nazioni Unite lanciano l’allarme per i civili rimasti intrappolati in città. Secondo il Palazzo di Vetro quasi la metà dei negozi alimentari è chiusa, i prezzi del cherosene e del gas da cucina sono aumentati a dismisura e molte famiglie starebbero bruciando pezzi di legno, mobili, plastica e immondizia per riscaldarsi. “La situazione è angosciante” ha commentato laconicamente Lise Grande, coordinatrice umanitaria per l’Iraq dell’Onu. Secondo le agenzie umanitarie tra i 250.000 e i 400.000 civili potrebbero scappare dalla città a causa dell’offensiva. L’Onu ritiene che 750.000 persone siano ancora nella zona occidentale di Mosul.
Fonte
Baghdad aveva dichiarato Mosul est “completamente liberata” lo scorso mese dopo tre mesi di combattimenti violenti. Ciononostante, la situazione è tutt’altro che pacificata anche in quest’area: nella sola giornata di ieri si sono registrati due attacchi suicidi. Un portavoce militare dell’esercito iracheno, il Brigadier Generale Yahya Rasoul, ha confermato gli attentati (rivendicati subito dall’Is) e ha detto che il loro obiettivo sono state, nel primo caso, le tribù sunnite alleate di Baghdad dispiegate nel quartiere di Zihoour e, nel secondo, le truppe irachene presenti nell’area di Nabi Yunis. Non è chiaro però quante persone siano rimaste uccise. Secondo alcuni ufficiali che hanno preferito restare anonimi, il primo attacco avrebbe causato l’uccisione di un combattente sunnita e il ferimento di nove persone, mentre nel secondo attentato sarebbero rimasti feriti cinque soldati.
L’offensiva iniziata ieri è molto complessa: la zona occidentale di Mosul infatti ha strade strette ed è densamente popolata. Il rischio per i civili è altissimo: le Nazioni Unite hanno già detto che centinaia di migliaia di civili intrappolati nell’area sud ovest della città si trovano “a rischio estremo” e hanno a disposizione scarse quantità di cibo, acqua, carburante ed elettricità. Le operazioni militari hanno fatto registrare primi incoraggianti successi per il governo al-Abadi: le truppe irachene hanno ripreso il controllo di 15 villaggi occupati nel 2014 dall’Is. Un alto ufficiale delle Forze di risposta rapida del Ministero degli interni, Abbas al-Juburi, ha riferito ieri alla stampa che i militari, guidati dalle unità della polizia federale, sono avanzati senza incontrare significativa resistenza nei villaggi a sud di Mosul in direzione dell’aeroporto. Un altro reparto dell’esercito, fa sapere il ministero degli interni, si sarebbe mosso invece verso il villaggio di Bakhira, sempre nell’area sud ovest della città. Le operazioni di terra stanno avvenendo anche grazie alla copertura aerea della coalizione internazionale a guida statunitense che nella sola giornata di sabato ha compiuto in città nove raid contro il “califfato”.
Un ruolo di primo piano nell’offensiva anti-Is lo stanno svolgendo anche le truppe speciali americane che, secondo quanto ha riferito il Comando centrale Usa, sono impegnate direttamente nelle operazioni belliche in sostegno delle truppe irachene. Accanto al numero (per ora imprecisato) di combattenti a stelle e strisce, non va dimenticato che diverse migliaia di militari statunitensi (oltre 5.000) sono presenti sul territorio iracheno per fornire sostegno logistico e addestramento alle truppe locali.
A confermare la presenza americana nei combattimenti è stato ieri anche il Segretario alla Difesa Usa James Mattis. Nel corso di una visita a sorpresa compiuta oggi in Iraq, Mattis ha poi provato a tranquillizzare gli iracheni: contraddicendo il presidente Donald Trump, l’alto ufficiale statunitense ha dichiarato che “gli Usa non intendono prendersi il petrolio iracheno”. “Penso che tutti noi in questa stanza e tutti noi in America – ha aggiunto – paghiamo il nostro gas e il petrolio e sono sicuro che continueremo a farlo nel futuro”. Le parole di Mattis stridono con le intenzioni di Trump il quale, sia durante la sua campagna elettorale che nel corso di un incontro avuto lo scorso mese alla Cia, aveva usato tutti altri toni. Parlando all’Intelligence, il neo presidente era stato infatti chiaro: “le spoglie appartengono al vincitore, pertanto dovremmo mantenere il petrolio”.
Trump ha però anche ribadito che sconfiggere l’Is è una priorità della sua amministrazione. Un impegno riconfermato anche durante il suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca quando ha promesso che sradicherà “completamente il terrorismo islamico dalla faccia della terra”. Parole che hanno avuto una prima applicazione concreta lo scorso 28 gennaio quando ha dato a Mattis e a 30 alti ufficiali statunitensi l’ordine di presentare entro 30 giorni un piano anti-Is sia in Iraq che in Siria.
Mattis, per ora, preferisce temporeggiare affermando che non discuterà con gli alleati iracheni di questioni specifiche. L’obiettivo, afferma, è raccogliere prima informazioni. Negli ambienti militari statunitensi le operazioni sul tavolo sono innanzitutto addestrare e sostenere maggiormente le truppe locali e i gruppi siriani “moderati” aumentando nello stesso tempo il lavoro d’intelligence. Il Pentagono preme anche per avere più libertà nel decidere le modalità di lotta al califfato. In Siria, ad esempio, c’è chi suggerisce di mandare altre truppe americane (tra cui anche unità di combattimento) soprattutto in vista di un imminente assalto su Raqqa, la “capitale” siriana dello Stato Islamico. Un’altra questione al momento in stand by è poi se offrire armi e veicoli ai curdi siriani e se poterli addestrare. Da un lato, infatti, le Ypg curde si sono rivelate di gran lunga la forza migliore e più affidabile per sconfiggere l’Is. Dall’altro, però, ci sono le proteste rumorose della Turchia, alleato chiave Usa e della Nato, che le considera un gruppo terroristico.
Mentre prosegue l’offensiva nella zona ovest di Mosul, le Nazioni Unite lanciano l’allarme per i civili rimasti intrappolati in città. Secondo il Palazzo di Vetro quasi la metà dei negozi alimentari è chiusa, i prezzi del cherosene e del gas da cucina sono aumentati a dismisura e molte famiglie starebbero bruciando pezzi di legno, mobili, plastica e immondizia per riscaldarsi. “La situazione è angosciante” ha commentato laconicamente Lise Grande, coordinatrice umanitaria per l’Iraq dell’Onu. Secondo le agenzie umanitarie tra i 250.000 e i 400.000 civili potrebbero scappare dalla città a causa dell’offensiva. L’Onu ritiene che 750.000 persone siano ancora nella zona occidentale di Mosul.
Fonte
20/02/2017
Iraq - La protesta silenziosa di Baghdad
Questa volta nessuno slogan gridato con rabbia né parole di accusa
contro il governo centrale: dopo l’autobomba che giovedì ha devastato
per l’ennesima volta uno dei quartieri sciiti di Baghdad, la comunità
scende in piazza in silenzio.
Sul volto di tanti una sciarpa con la bandiera irachena copre la bocca: è la protesta silenziosa a cui ieri hanno preso parte migliaia di iracheni sciiti, molti dei quali sostenitori del leader religioso Moqtada al-Sadr.
Si sono ritrovati di nuovo a piazza Tahrir, lo stesso luogo dove una settimana fa la protesta contro la commissione elettorale (accusata di favoritismo verso il rivale del blocco sciita, l’ex premier Nouri al-Maliki) si era bagnata di sangue: 6 morti di cui 5 manifestanti e un poliziotto. Ma ieri si sono commemorati anche altri morti: le 59 vittime dell’attentato di giovedì nel quartiere sciita di al-Bayya. Un camion imbottito di esplosivo è stato lanciato contro un mercato e dei rivenditori di auto, terzo attacco in pochi giorni rivendicato dallo Stato Islamico sotto pressione a Mosul, dove la controffensiva governativa sta ripartendo dopo un breve periodo di pausa necessario alla riorganizzazione militare e seguito alla liberazione della parte est della città.
Ieri la scelta di manifestare in silenzio è stata espressamente sostenuta dagli organizzatori che hanno chiesto di non intonare slogan ma solo di portare con sé e sventolare bandiere irachene. Sia per evitare altri scontri che per dare più forza alla loro frustrazione: dall’avvento del nuovo premier al-Abadi (come al-Maliki, esponente del potente partito Dawa) le speranze in una reale lotta alla corruzione delle istituzioni e nella formazione di un governo di tecnici slegati dai legami nepotistici delle fazioni politiche sono presto evaporate. Al-Abadi si è dimostrato incapace di frenare le dinamiche clientelari interne al potere iracheno e che dal 2003 dettano e influenzano le divisioni settarie del popolo iracheno.
Al-Sadr ne approfitta da mesi, organizzando con regolarità manifestazioni partecipatissime nella capitale (dove ha spostato il suo quartier generale da Najaf, roccaforte sciita meridionale): le proteste contro il governo stanno spaccando il fronte sciita ma anche costruendo intorno ad al-Sadr e alle sue Brigate della Pace – rebranding delle milizie armate sadriste note prima come Esercito del Mahdi, impegnato nel decennio scorso contro l’occupazione Usa – un’immagine di movimento nazionale iracheno, prima che sciita.
Fonte
Sul volto di tanti una sciarpa con la bandiera irachena copre la bocca: è la protesta silenziosa a cui ieri hanno preso parte migliaia di iracheni sciiti, molti dei quali sostenitori del leader religioso Moqtada al-Sadr.
Si sono ritrovati di nuovo a piazza Tahrir, lo stesso luogo dove una settimana fa la protesta contro la commissione elettorale (accusata di favoritismo verso il rivale del blocco sciita, l’ex premier Nouri al-Maliki) si era bagnata di sangue: 6 morti di cui 5 manifestanti e un poliziotto. Ma ieri si sono commemorati anche altri morti: le 59 vittime dell’attentato di giovedì nel quartiere sciita di al-Bayya. Un camion imbottito di esplosivo è stato lanciato contro un mercato e dei rivenditori di auto, terzo attacco in pochi giorni rivendicato dallo Stato Islamico sotto pressione a Mosul, dove la controffensiva governativa sta ripartendo dopo un breve periodo di pausa necessario alla riorganizzazione militare e seguito alla liberazione della parte est della città.
Ieri la scelta di manifestare in silenzio è stata espressamente sostenuta dagli organizzatori che hanno chiesto di non intonare slogan ma solo di portare con sé e sventolare bandiere irachene. Sia per evitare altri scontri che per dare più forza alla loro frustrazione: dall’avvento del nuovo premier al-Abadi (come al-Maliki, esponente del potente partito Dawa) le speranze in una reale lotta alla corruzione delle istituzioni e nella formazione di un governo di tecnici slegati dai legami nepotistici delle fazioni politiche sono presto evaporate. Al-Abadi si è dimostrato incapace di frenare le dinamiche clientelari interne al potere iracheno e che dal 2003 dettano e influenzano le divisioni settarie del popolo iracheno.
Al-Sadr ne approfitta da mesi, organizzando con regolarità manifestazioni partecipatissime nella capitale (dove ha spostato il suo quartier generale da Najaf, roccaforte sciita meridionale): le proteste contro il governo stanno spaccando il fronte sciita ma anche costruendo intorno ad al-Sadr e alle sue Brigate della Pace – rebranding delle milizie armate sadriste note prima come Esercito del Mahdi, impegnato nel decennio scorso contro l’occupazione Usa – un’immagine di movimento nazionale iracheno, prima che sciita.
Fonte
25/01/2017
Iraq - Daesh in fuga, Al Baghdadi fuggito a Raqqa
Abu Bakr Al Baghdadi, guida spirituale e politica di Daesh, si troverebbe a Raqqa nell’autoproclamata capitale siriana dell’ISIS. La notizia, trasmessa dall’agenzia stampa iraniana ISNA, riporta le dichiarazioni del generale delle forze speciali irachene, Abdul Gani Al Asadi, circa l’attuale situazione degli scontri contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria. “Molti comandanti militari di Daesh sono morti negli scontri a Mosul o sono fuoriusciti dalla città” – afferma il generale – “ e le nostre truppe hanno riconquistato in tre mesi di combattimenti tutta la parte orientale della città”.
Il quotidiano britannico The Guardian confermerebbe la notizia aggiungendo che “il leader dell’ISIS ha abbandonato la città di Mosul verso Raqqa e continuerebbe a incitare, attraverso i social media, i suoi seguaci a continuare la lotta contro tutte le forze dei “miscredenti” in Siria ed Iraq”.
Dalle informazioni diffuse dai media mediorientali, Al Baghdadi avrebbe lasciato diverse tracce del suo passaggio. Dopo aver abbandonato la città di Mosul, il leader radicale, sarebbe passato dalla provincia di Ninive nelle città di Tel Afar e Al Baaj lungo il confine siro-iracheno. Negli ultimi giorni si sarebbero, infatti, intensificati i bombardamenti della coalizione anti-ISIS, sia statunitensi che russi, su tutta l’area tra la parte occidentale irachena e quella orientale siriana. Attacchi talmente intensi da far affermare a fonti degli apparati di sicurezza irachena che “si dispone di informazioni abbastanza sicure circa il fatto che Al Baghdadi sia stato ferito durante i bombardamenti sulla città di Al Baaj con altri dirigenti e capi militari”.
La fuga o la morte dei principali comandanti militari jihadisti è legata, inoltre, alla manovra di accerchiamento che l’esercito iracheno sta portando avanti in maniera abbastanza lenta, ma efficace, lungo la parte orientale e meridionale della città. Le forze dell’Hashed Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolari di natura confessionale che raggruppano sciiti, cristiani e sunniti) starebbero facendo la stessa cosa nella parte settentrionale e occidentale di Mosul. L’operazione militare ha l’obiettivo di tagliare qualsiasi via di fuga dalla città irachena verso le zone di confine con la Siria, come richiesto più volte dalle forze russe impegnate nel conflitto a fianco del presidente siriano Bashar Al Assad.
Le sconfitte dell’ISIS, inoltre, dipendono ancora da altri fattori che in questi mesi hanno rallentato gli sforzi dei militari iracheni. Il più importante rappresenta l’accordo raggiunto tra Baghdad ed Ankara, nelle passate settimane, riguardo “un progressivo ritiro delle truppe turche dai confini iracheni”. Ankara, in effetti, ha diminuito notevolmente il suo contingente nella base di Bashiqa, giunto ufficialmente per addestrare milizie curde fedeli alla volontà di Erdogan, ma il ritiro rimane incerto con una scadenza non ancora definita. In questo modo la Turchia resta in attesa di poter vedere cosa accadrà con la caduta di Mosul e la spartizione delle risorse petrolifere dell’area.
Altro fattore fondamentale è stato un maggiore sforzo da parte dell’aviazione americana che avrebbe cominciato a bombardare in maniera più efficace le posizioni jihadiste in territorio iracheno.
Una ricerca dell’IHS Markit, centro di ricerca inglese, afferma che Daesh ha perso oltre il 40% dei suoi territori in Siria e Iraq tra il 2015 ed il 2016. Celebri sono state le sconfitte di Dabiq e Manbij in Siria o quelle di Ramadi e Falloujah in Iraq, compensate solo in parte dalla riconquista di Palmira.
La nuova strategia militare dell’ISIS, secondo il report, sarebbe quella di mantenere le sue attuali roccaforti in Siria ( principalmente Raqqa e Deir Ezzor) per conservare il controllo di tutta la zona orientale siriana e di parte dei territori iracheni. “La riconquista di Raqqa” – continua lo studio dell’IHS- “sarà molto più difficile e problematica del previsto poiché l’ISIS possiede ancora notevoli risorse militari e logistiche unite ad un contingente di 15.000 combattenti”. “Un elemento fondamentale sarà” – conclude il rapporto – “l’intervento di forze militari sul campo di battaglia”. Un fattore garantito in questi due anni principalmente dalla coalizione siriana, libanese (Hezbollah) e iraniana a guida russa, più che da quella a guida statunitense. Sempre in attesa di capire le reali intenzioni sul Medio Oriente da parte dell’amministrazione americana e del neo presidente Trump.
Fonte
03/01/2017
Bufale, post-verità, disinformazione, regimi
Viviamo in un mondo libero, ma alziamo appena un sopracciglio di fastidio – o forse neanche quello – quando Erdogan chiude l'accesso ai sociale network dopo un attentato dei suoi ex alleati dell'Isis, oppure chiude i giornali dell'opposizione (senza star troppo a distinguere tra kemalisti, gulenisti e curdi), manda la polizia nelle redazioni ad arrestare i giornalisti e infine impone il monopolio delle informazioni nelle sue mani.
Viviamo in un mondo libero, informati da centinaia di migliaia di fonti diverse, ma quelle "autorevoli" sono sempre meno. In compenso si fanno largo quelle "autoritarie", fondate sulla censura totale di qualsiasi forma di resistenza; a meno che non si possa darne una lettura criminalizzante (come accade da decenni col movimento No Tav o anche per ogni tipo di manifestazione o sciopero, di cui non si descrive più nulla – ragioni, obiettivi, sofferenze, ecc – ma solo il "rischio di disordini" oppure di "paralisi del traffico").
Viviamo in un mondo libero, ma la libertà di informare viene ogni giorno messa in discussione in termini più perentori. Con la scusa delle "bufale" naturalmente. Che sono tante, oscene, insopportabili, difficilmente combattibili quanto più viene scientemente creata – dai governi dei paesi "democratici", in special modo – l'ignoranza di massa, a partire dalla distruzione della scuola e delle università pubbliche. Senza strumenti critici, anche di livello elementare, una diceria o una "bufala" sembrano credibili quanto una notizia vera. E un notiziario "vero", ripetuto sempre uguale su tutte le reti televisive, ci racconta cazzate senza fondamento. Specie se si parla di guerra. Di guerre in cui i governi che ci "riformano" sono impegnati senza averci chiesto alcun consenso. E anche qui, come in Turchia, autorevoli autoritari (il capo dell'Antitrust – che dovrebbe paradossalmente difendere la "libera concorrenza" – e la presidente della Camera, incomprensibilmente considerata un esponente della "sinistra") si sbracciano nel proporre il bavaglio alla Rete, ai social netwrk (ossia agli strumenti che meglio consentono la schedatura centralizzata delle opinioni dei cittadini, mettendole a disposizione di polizie e direttori del personale delle imprese).
Viviamo in un mondo così libero che lo sguardo critico sull'informazione mainstream arriva solo a tratti, quasi per caso.
Un esempio di come funziona l'informazione nel 2017? Ecco l'analisi critica di Fulvio Scaglione, vicedirettore dell'Avvenire (non de Il Bolscevico), pubblicata nel suo blog su Micromega.
A seguire, un'intuizione di un altro giornalista senza legami fissi con una testata, sul nesso che lega informazione di regime e sparizione dei fondamenti della democrazia parlamentare liberale. Borghese, insomma...
Fulvio Scaglione
Ci avete fatto caso? Ora che potrebbero parlare liberamente, raccontare a tutti i giornali e alle Tv che cos’hanno visto e subito ad Aleppo, sono spariti tutti. Clown, pediatri, ragazze disposte a suicidarsi piuttosto che vivere sotto Assad, elmetti di ogni colore, attivisti fino a qualche giorno fa impegnati a rifornire le Ong di notizie terribili, mamme disperate. Solo la bambina che twittava sotto le bombe è rispuntata per recarsi in Turchia a prendere un premio da Recep Erdogan (lui sì, un modello di umanità). E ha potuto farlo proprio perché ribelli e jihadisti hanno infine sgombrato i quartieri di Aleppo Est.
“Così va spesso il mondo” scriveva Alessandro Manzoni a proposito di quella che, nei Promessi Sposi, viene definita “la notte degli imbrogli e dei sotterfugi”. Però la lezione di Aleppo va tenuta ben presente perché sulla devastata città della Siria si è giocata una partita di propaganda che va ben oltre la già drammatica situazione particolare.
Nei quartieri per anni occupati da ribelli e jihadisti stanno saltando fuori le solite fosse comuni piene di corpi di civili, torturati prima di essere ammazzati. Dico le “solite” perché il rito atroce si è ripetuto ovunque l’Isis abbia dovuto cedere terreno. Nell’estate scorsa l’Associated Press, studiando immagini satellitari e confrontandole con testimonianze raccolte sul campo, è riuscita a localizzare 72 fosse comuni in zone appena abbandonate dall’Isis. In quelle buche (alcune scavate nei giardini pubblici e nei campi da calcio delle città) erano stati scaraventati tra 5 mila e 15 mila corpi. Al confronto, i civili morti ad Aleppo sotto le bombe russe e siriane sono un’inezia.
Questa osservazione va fatta non per cinismo ma, al contrario, per spirito umanitario. Le persone innocenti chiuse in quelle fosse sono cadute per mano dei jihadisti dell’Isis, ma anche a causa del fatto che la guerra mossa contro l’Isis in Iraq dalla coalizione guidata da Usa e Arabia Saudita è andata al rallentatore. Anzi: è stata una guerra finta, di soli bombardamenti che misteriosamente colpivano soprattutto il deserto. Nell’evidente speranza che, intanto, l’Isis desse il colpo decisivo ad Assad. Mentre tutti, in Medio Oriente, supplicavano la coalizione di intervenire con maggiore decisione e mettendo, come si dice, “gli stivali sul terreno”.
Tutto quel traccheggiare, ovviamente, si è scaricato sulla popolazione civile. Ed ecco le fosse comuni. Piene di morti che sono figli di nessuno, per i quali nessuno si prende la responsabilità, nonostante che siano stati vittime anche di una precisa scelta strategica.
Siriani e russi hanno fatto il contrario. Con i raid e le incursioni hanno certamente provocato vittime tra i civili. Ma hanno accorciato la guerra e, così facendo, hanno anche risparmiato molte vite.
Per capirlo, senza farsi intortare da clown e pediatri, basta osservare quanto accade a Mosul. A due mesi dall’inizio dell’offensiva per liberare la città, le operazioni militari sono ferme e l’Isis è così poco preoccupato da aver distaccato dal fronte iracheno qualche migliaio di miliziani per mandarli a riconquistare Palmira, in Siria. Questo accade perché anche a Mosul l’alternativa è sempre quella. O attacchi e risolvi in fretta il problema, e così facendo provochi vittime tra i civili come sempre succede in situazioni analoghe (vedi per esempio Gaza, o Fallujah in Iraq nel 2004, o Grozny in Cecenia nel 1994-1995); oppure esiti, e così facendo lasci che i civili restino ancor più a lungo in balia dell’Isis, con le conseguenze ben note.
I generali americani e il Governo iracheno lo sanno bene. A Mosul hanno fatto la scelta politica di bloccare l’avanzata e abbandonare i civili al loro destino. È una scelta legittima ma non più nobile o meno cruenta di quella opposta di accelerare le operazioni, com’è stato fatto ad Aleppo. Quando anche a Mosul salteranno fuori le fosse comuni lo capiremo meglio. A dispetto di clown, pediatri, aspiranti suicide e bambine con la mania di twitter.
Giacomo Russo Spena
La maggioranza dei media ormai non ha sentore delle nostre società tanto da non aver previsto risultati come la Brexit e Trump? E allora pronto il "ministero della verità" (come Orwell nel 1984) per controllare informazione perché resta inevasa la questione del chi controllerebbe il controllore.
Credo che il populismo non sia un blocco unitario, così credo esistano diversi populismi (quello di Podemos è ben diverso da quello di Trump o di Grillo). La questione è articolata e da affrontare.
Di certo, l'élite dominante – quella che negli anni della crisi ha accresciuto potere e soldi – continua a non capire la lezione. Va avanti, imperterrita, imboccando un vicolo cieco. Lo stesso vicolo cieco intrapreso dalle Istituzioni europee nel momento in cui continuano a sostenere l'Europa dell'austerity.
Mai un'autocritica, mai un cambiamento nei programmi politici. Anzi. Più il popolo vota contro, più ci si arrocca per difendere i privilegi acquisiti in questi anni.
Una strategia perdente. Ormai la gente è stanca, incazzata ed inizia ad avere fame di diritti. La propaganda non paga più. I populismi hanno un'autostrada davanti.
Tocca capire che declinazione avrà la rabbia popolare perché il rischio, in Italia e in Europa, è di passare dalla padella alla brace. Dall'elite neoliberale al populismo xenofobo e neosovranista.
Europa dell'austerity e nuovi razzismi, due facce della stessa medaglia.
Mala tempora currunt.
Fonte
Viviamo in un mondo libero, informati da centinaia di migliaia di fonti diverse, ma quelle "autorevoli" sono sempre meno. In compenso si fanno largo quelle "autoritarie", fondate sulla censura totale di qualsiasi forma di resistenza; a meno che non si possa darne una lettura criminalizzante (come accade da decenni col movimento No Tav o anche per ogni tipo di manifestazione o sciopero, di cui non si descrive più nulla – ragioni, obiettivi, sofferenze, ecc – ma solo il "rischio di disordini" oppure di "paralisi del traffico").
Viviamo in un mondo libero, ma la libertà di informare viene ogni giorno messa in discussione in termini più perentori. Con la scusa delle "bufale" naturalmente. Che sono tante, oscene, insopportabili, difficilmente combattibili quanto più viene scientemente creata – dai governi dei paesi "democratici", in special modo – l'ignoranza di massa, a partire dalla distruzione della scuola e delle università pubbliche. Senza strumenti critici, anche di livello elementare, una diceria o una "bufala" sembrano credibili quanto una notizia vera. E un notiziario "vero", ripetuto sempre uguale su tutte le reti televisive, ci racconta cazzate senza fondamento. Specie se si parla di guerra. Di guerre in cui i governi che ci "riformano" sono impegnati senza averci chiesto alcun consenso. E anche qui, come in Turchia, autorevoli autoritari (il capo dell'Antitrust – che dovrebbe paradossalmente difendere la "libera concorrenza" – e la presidente della Camera, incomprensibilmente considerata un esponente della "sinistra") si sbracciano nel proporre il bavaglio alla Rete, ai social netwrk (ossia agli strumenti che meglio consentono la schedatura centralizzata delle opinioni dei cittadini, mettendole a disposizione di polizie e direttori del personale delle imprese).
Viviamo in un mondo così libero che lo sguardo critico sull'informazione mainstream arriva solo a tratti, quasi per caso.
Un esempio di come funziona l'informazione nel 2017? Ecco l'analisi critica di Fulvio Scaglione, vicedirettore dell'Avvenire (non de Il Bolscevico), pubblicata nel suo blog su Micromega.
A seguire, un'intuizione di un altro giornalista senza legami fissi con una testata, sul nesso che lega informazione di regime e sparizione dei fondamenti della democrazia parlamentare liberale. Borghese, insomma...
*****
Mosul e Aleppo. Attenti alla propaganda
Fulvio Scaglione
Ci avete fatto caso? Ora che potrebbero parlare liberamente, raccontare a tutti i giornali e alle Tv che cos’hanno visto e subito ad Aleppo, sono spariti tutti. Clown, pediatri, ragazze disposte a suicidarsi piuttosto che vivere sotto Assad, elmetti di ogni colore, attivisti fino a qualche giorno fa impegnati a rifornire le Ong di notizie terribili, mamme disperate. Solo la bambina che twittava sotto le bombe è rispuntata per recarsi in Turchia a prendere un premio da Recep Erdogan (lui sì, un modello di umanità). E ha potuto farlo proprio perché ribelli e jihadisti hanno infine sgombrato i quartieri di Aleppo Est.
“Così va spesso il mondo” scriveva Alessandro Manzoni a proposito di quella che, nei Promessi Sposi, viene definita “la notte degli imbrogli e dei sotterfugi”. Però la lezione di Aleppo va tenuta ben presente perché sulla devastata città della Siria si è giocata una partita di propaganda che va ben oltre la già drammatica situazione particolare.
Nei quartieri per anni occupati da ribelli e jihadisti stanno saltando fuori le solite fosse comuni piene di corpi di civili, torturati prima di essere ammazzati. Dico le “solite” perché il rito atroce si è ripetuto ovunque l’Isis abbia dovuto cedere terreno. Nell’estate scorsa l’Associated Press, studiando immagini satellitari e confrontandole con testimonianze raccolte sul campo, è riuscita a localizzare 72 fosse comuni in zone appena abbandonate dall’Isis. In quelle buche (alcune scavate nei giardini pubblici e nei campi da calcio delle città) erano stati scaraventati tra 5 mila e 15 mila corpi. Al confronto, i civili morti ad Aleppo sotto le bombe russe e siriane sono un’inezia.
Questa osservazione va fatta non per cinismo ma, al contrario, per spirito umanitario. Le persone innocenti chiuse in quelle fosse sono cadute per mano dei jihadisti dell’Isis, ma anche a causa del fatto che la guerra mossa contro l’Isis in Iraq dalla coalizione guidata da Usa e Arabia Saudita è andata al rallentatore. Anzi: è stata una guerra finta, di soli bombardamenti che misteriosamente colpivano soprattutto il deserto. Nell’evidente speranza che, intanto, l’Isis desse il colpo decisivo ad Assad. Mentre tutti, in Medio Oriente, supplicavano la coalizione di intervenire con maggiore decisione e mettendo, come si dice, “gli stivali sul terreno”.
Tutto quel traccheggiare, ovviamente, si è scaricato sulla popolazione civile. Ed ecco le fosse comuni. Piene di morti che sono figli di nessuno, per i quali nessuno si prende la responsabilità, nonostante che siano stati vittime anche di una precisa scelta strategica.
Siriani e russi hanno fatto il contrario. Con i raid e le incursioni hanno certamente provocato vittime tra i civili. Ma hanno accorciato la guerra e, così facendo, hanno anche risparmiato molte vite.
Per capirlo, senza farsi intortare da clown e pediatri, basta osservare quanto accade a Mosul. A due mesi dall’inizio dell’offensiva per liberare la città, le operazioni militari sono ferme e l’Isis è così poco preoccupato da aver distaccato dal fronte iracheno qualche migliaio di miliziani per mandarli a riconquistare Palmira, in Siria. Questo accade perché anche a Mosul l’alternativa è sempre quella. O attacchi e risolvi in fretta il problema, e così facendo provochi vittime tra i civili come sempre succede in situazioni analoghe (vedi per esempio Gaza, o Fallujah in Iraq nel 2004, o Grozny in Cecenia nel 1994-1995); oppure esiti, e così facendo lasci che i civili restino ancor più a lungo in balia dell’Isis, con le conseguenze ben note.
I generali americani e il Governo iracheno lo sanno bene. A Mosul hanno fatto la scelta politica di bloccare l’avanzata e abbandonare i civili al loro destino. È una scelta legittima ma non più nobile o meno cruenta di quella opposta di accelerare le operazioni, com’è stato fatto ad Aleppo. Quando anche a Mosul salteranno fuori le fosse comuni lo capiremo meglio. A dispetto di clown, pediatri, aspiranti suicide e bambine con la mania di twitter.
*****
Giacomo Russo Spena
La gente vota ai referendum contro lo status quo? E l'establishment si interroga, tra lo scherzo e il serio, sul suffragio universale.
La maggioranza dei media ormai non ha sentore delle nostre società tanto da non aver previsto risultati come la Brexit e Trump? E allora pronto il "ministero della verità" (come Orwell nel 1984) per controllare informazione perché resta inevasa la questione del chi controllerebbe il controllore.
Credo che il populismo non sia un blocco unitario, così credo esistano diversi populismi (quello di Podemos è ben diverso da quello di Trump o di Grillo). La questione è articolata e da affrontare.
Di certo, l'élite dominante – quella che negli anni della crisi ha accresciuto potere e soldi – continua a non capire la lezione. Va avanti, imperterrita, imboccando un vicolo cieco. Lo stesso vicolo cieco intrapreso dalle Istituzioni europee nel momento in cui continuano a sostenere l'Europa dell'austerity.
Mai un'autocritica, mai un cambiamento nei programmi politici. Anzi. Più il popolo vota contro, più ci si arrocca per difendere i privilegi acquisiti in questi anni.
Una strategia perdente. Ormai la gente è stanca, incazzata ed inizia ad avere fame di diritti. La propaganda non paga più. I populismi hanno un'autostrada davanti.
Tocca capire che declinazione avrà la rabbia popolare perché il rischio, in Italia e in Europa, è di passare dalla padella alla brace. Dall'elite neoliberale al populismo xenofobo e neosovranista.
Europa dell'austerity e nuovi razzismi, due facce della stessa medaglia.
Mala tempora currunt.
Fonte
14/12/2016
Aleppo, Mosul, Raqqa, Palmira... il doppio standard occidentale
Quello dei jihadisti ad Aleppo è stato davvero un tracrollo, rappresentando la peggiore sconfitta dall’inizio della guerra civile nel marzo del 2011, da subito tramutatasi in scontro armato indiretto tra un numero consistente di potenze locali e internazionali. La riconquista di ciò che rimane della città arriva dopo la messa in sicurezza, da parte del governo, di Damasco, Homs, Hama e Latakia.
Ma dopo che a Palmira i jihadisti dello Stato Islamico – circa 4000 giunti da altre località approfittando del fatto che il grosso dell’esercito siriano è impegnato altrove – hanno riconquistato nei giorni scorsi una buona parte della città liberata a marzo, anche ad Aleppo si è tornati a combattere in queste ore. Nella città che i comandi militari siriani e russi avevano dato solo ieri per “liberata al 98%” i combattimenti sono ripresi quando, approfittando di una tregua indetta per permettere l’evaquazione di alcune migliaia di jihadisti e di civili (familiari e sostenitori), i fondamentalisti hanno tentato di sfondare le linee delle forze armate siriane nei distretti orientali di Aleppo. Ovviamente i combattimenti hanno finora bloccato il ritiro dei miliziani attraverso il corridoio previsto nel quartiere di Salah al-Din nonostante il via libera da parte di Mosca e Damasco ad un loro trasferimento nella provincia di Idlib, una delle ultime roccaforti della ‘ribellione’ a poche decine di chilometri da Aleppo.
Londra, Parigi, Berlino, Washington, l’Onu e uno stuolo di organizzazioni internazionali accusano il regime di Damasco e la Russia di aver compiuto massacri indiscriminati di civili e crimini di guerra durante la campagna militare per la liberazione di Aleppo. Media e governi occidentali, echeggiando quando diffuso da Al Arabiya (che non è un media obiettivo o neutrale bensì l’altoparlante di una delle parti coinvolte nel conflitto) parlano di “esecuzioni sommarie”, di “bambini e donne bruciati vivi” di proposito, di “civili in fuga costretti con la tortura ad arruolarsi nell'esercisto lealista”. “Una situazione disastrosa, che fa male al cuore” denuncia Angela Merkel in una dichiarazione congiunta con il presidente francese Hollande dove si parla di almeno “120 mila ostaggi sotto le bombe”.
Da parte loro, Damasco e Mosca replicano accusando l’occidente di remare contro la sconfitta dello Stato Islamico e di al Qaeda. Chi chiede una tregua in Siria vuole in realtà “dare una possibilità” ai miliziani di respirare ed essere riforniti di armi, ha accusato senza mezzi termini il ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov sostenendo che il blitz di Daesh a Palmira sarebbe stato reso possibile dalla tregua de facto concessa dalla coalizione internazionale a guida statunitense ai jihadisti di Mosul.
Ieri il portavoce del ministero della Difesa russo, generale Igor Konashenkov, aveva dichiarato che ad Aleppo “nelle zone orientali sono state tenute come scudi umani dai terroristi più di 100 mila persone. Tutte queste, nel più breve tempo possibile, sono state evacuate dalla zona e hanno raggiunto le zone controllate dal governo siriano, ottenendo aiuto reale e cibo”.
Ovviamente, al di là delle dichiarazioni di circostanza dei governi siriano e russo, sono numerosi i civili rimasti uccisi nelle ultime settimane sotto le bombe sganciate dai caccia o i colpi di mortaio sparati dai cosiddetti ribelli che hanno tentato di ritardare la loro sconfitta rifugiandosi negli edifici, nelle scuole, negli ospedali e nelle moschee. Quella siriana, d’altronde, è una guerra civile atroce, combattuta casa per casa, strada per strada. In una guerra del genere che coinvolge grandi città, non è pensabile che la popolazione civile non venga massicciamente colpita.
Ma salta agli occhi l'intollerabile partigianeria delle versioni diffuse dai media e dalle classi politiche occidentali. Se le conseguenze sui civili degli attacchi e dei bombardamenti su Aleppo o prima su altre città da parte delle truppe siriane o delle forze russe vengono fedelmente riportate e spesso anche amplificate, le vittime degli analoghi raid compiuti dai caccia statunitensi o francesi o britannici o dalle artiglierie turche vengono sistematicamente ignorate, e scompaiono dalle cronache. Cronache in cui spesso i tagliagole di al Qaeda e dello Stato Islamico – quelli che seminano il terrore nelle città europee oltre che in tutto il mondo arabo e islamico, e contro i quali decine di paesi occidentali sono impegnati in una altalenante guerra asimmetrica a suon di bombardamenti, attacchi con i droni, operazioni di terra – vengono raccontati come ‘ribelli’, ‘membri dell’opposizione’ o tutt’al più ‘guerriglieri’.
Se è vero che una parte della popolazione di Aleppo ha reagito con terrore e preoccupazione all’ingresso nei quartieri orientali delle truppe siriane e degli alleati russi, iraniani e libanesi, temendo ritorsioni per aver collaborato con i jihadisti o aver apertamente parteggiato per loro, è altrettanto vero che una parte consistente degli abitanti della seconda città del paese è scesa in strada a festeggiare la tanto attesa liberazione. Perché sostiene il regime, perché ritiene il regime il male minore rispetto al terrore jihadista, perché spera semplicemente che la Siria possa tornare presto alla normalità dopo anni di scontri feroci, di morti, di distruzioni.
Ancora: è possibile dar credito alla versione secondo cui i bombardamenti russi su Aleppo causino sempre vittime tra i civili mentre quelli statunitensi su Mosul o Raqqa si limitino a eliminare, “chirurgicamente”, i capi di Daesh senza colpire coloro di cui i jihadisti si sono circondati per ritardare l’avanzata dei nemici? Una versione corroborata dal fatto che i media mainstream occidentali occultano sistematicamente le notizie non conformi, come ad esempio l’uccisione, pochi giorni fa da parte dell’aviazione di Washington, di circa 90 soldati iracheni bombardati ‘per errore’ a Mosul. O il bombardamento, la scorsa settimana, di un mercato nella città irachena di Qaim, da parte dei caccia Usa, che è costato la vita a decine di civili. Episodi denunciati da fonti di Baghdad ma che i nostri media si sono ben guardati dallo sparare in ‘prima pagina’.
A proposito di Mosul, l'esercito iracheno ha annunciato di aver respinto un violento attacco dei miliziani dello Stato islamico a nord della città assediata e bombardata ormai dallo scorso 17 ottobre, giorno d’inizio della controffensiva governativa. La battaglia di Mosul continua anche sul fronte occidentale dove le “Unità di mobilitazione popolare” (che comprendono anche battaglioni formati da sciiti) hanno ripreso quattro villaggi a sud-ovest della strategica località dell'Iraq settentrionale, nel quadro di una più ampia operazione che mira a tagliare le vie di fuga e rifornimento in direzione della Siria ai miliziani di Daesh che nei giorni scorsi avevano approfittato della minore intensità dei raid aerei statunitensi su Mosul per riprendere Palmira. Sul fronte meridionale sono scese in campo le forze della polizia federale e del ministero dell'Interno che si sono arrestate, di fronte alla feroce reazione dei miliziani di al Baghdadi, nei pressi dell'aeroporto.
Tornando in Siria, le Forze Democratiche Siriane hanno lanciato nei giorni scorsi la seconda fase dell’offensiva contro la città considerata la ‘capitale’ dello Stato Islamico in Siria. Le Forze democratiche siriane, costituite dalle Ypg curde e da alcune brigate arabe espressione delle comunità locali e delle opposizioni al governo di Damasco, "hanno preso la decisione di avviare la seconda fase della campagna, con l'obiettivo di liberare i territori ad Ovest di Raqqa e isolare così la città" dell'Est siriano, ha affermato durante una conferenza stampa il portavoce delle Fds Jihan Cheikh Ahmad. Contemporaneamente il capo del Pentagono, Ash Carter, ha annunciato l’invio nel nord della Siria di altri 200 militari statunitensi, che si aggiungono quindi ai 300 già schierati nei mesi scorsi e attivi, insieme alle forze speciali di Londra e Parigi, nell’offensiva contro i jihadisti a Raqqa.
Fonte
Ma dopo che a Palmira i jihadisti dello Stato Islamico – circa 4000 giunti da altre località approfittando del fatto che il grosso dell’esercito siriano è impegnato altrove – hanno riconquistato nei giorni scorsi una buona parte della città liberata a marzo, anche ad Aleppo si è tornati a combattere in queste ore. Nella città che i comandi militari siriani e russi avevano dato solo ieri per “liberata al 98%” i combattimenti sono ripresi quando, approfittando di una tregua indetta per permettere l’evaquazione di alcune migliaia di jihadisti e di civili (familiari e sostenitori), i fondamentalisti hanno tentato di sfondare le linee delle forze armate siriane nei distretti orientali di Aleppo. Ovviamente i combattimenti hanno finora bloccato il ritiro dei miliziani attraverso il corridoio previsto nel quartiere di Salah al-Din nonostante il via libera da parte di Mosca e Damasco ad un loro trasferimento nella provincia di Idlib, una delle ultime roccaforti della ‘ribellione’ a poche decine di chilometri da Aleppo.
Londra, Parigi, Berlino, Washington, l’Onu e uno stuolo di organizzazioni internazionali accusano il regime di Damasco e la Russia di aver compiuto massacri indiscriminati di civili e crimini di guerra durante la campagna militare per la liberazione di Aleppo. Media e governi occidentali, echeggiando quando diffuso da Al Arabiya (che non è un media obiettivo o neutrale bensì l’altoparlante di una delle parti coinvolte nel conflitto) parlano di “esecuzioni sommarie”, di “bambini e donne bruciati vivi” di proposito, di “civili in fuga costretti con la tortura ad arruolarsi nell'esercisto lealista”. “Una situazione disastrosa, che fa male al cuore” denuncia Angela Merkel in una dichiarazione congiunta con il presidente francese Hollande dove si parla di almeno “120 mila ostaggi sotto le bombe”.
Da parte loro, Damasco e Mosca replicano accusando l’occidente di remare contro la sconfitta dello Stato Islamico e di al Qaeda. Chi chiede una tregua in Siria vuole in realtà “dare una possibilità” ai miliziani di respirare ed essere riforniti di armi, ha accusato senza mezzi termini il ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov sostenendo che il blitz di Daesh a Palmira sarebbe stato reso possibile dalla tregua de facto concessa dalla coalizione internazionale a guida statunitense ai jihadisti di Mosul.
Ieri il portavoce del ministero della Difesa russo, generale Igor Konashenkov, aveva dichiarato che ad Aleppo “nelle zone orientali sono state tenute come scudi umani dai terroristi più di 100 mila persone. Tutte queste, nel più breve tempo possibile, sono state evacuate dalla zona e hanno raggiunto le zone controllate dal governo siriano, ottenendo aiuto reale e cibo”.
Ovviamente, al di là delle dichiarazioni di circostanza dei governi siriano e russo, sono numerosi i civili rimasti uccisi nelle ultime settimane sotto le bombe sganciate dai caccia o i colpi di mortaio sparati dai cosiddetti ribelli che hanno tentato di ritardare la loro sconfitta rifugiandosi negli edifici, nelle scuole, negli ospedali e nelle moschee. Quella siriana, d’altronde, è una guerra civile atroce, combattuta casa per casa, strada per strada. In una guerra del genere che coinvolge grandi città, non è pensabile che la popolazione civile non venga massicciamente colpita.
Ma salta agli occhi l'intollerabile partigianeria delle versioni diffuse dai media e dalle classi politiche occidentali. Se le conseguenze sui civili degli attacchi e dei bombardamenti su Aleppo o prima su altre città da parte delle truppe siriane o delle forze russe vengono fedelmente riportate e spesso anche amplificate, le vittime degli analoghi raid compiuti dai caccia statunitensi o francesi o britannici o dalle artiglierie turche vengono sistematicamente ignorate, e scompaiono dalle cronache. Cronache in cui spesso i tagliagole di al Qaeda e dello Stato Islamico – quelli che seminano il terrore nelle città europee oltre che in tutto il mondo arabo e islamico, e contro i quali decine di paesi occidentali sono impegnati in una altalenante guerra asimmetrica a suon di bombardamenti, attacchi con i droni, operazioni di terra – vengono raccontati come ‘ribelli’, ‘membri dell’opposizione’ o tutt’al più ‘guerriglieri’.
Se è vero che una parte della popolazione di Aleppo ha reagito con terrore e preoccupazione all’ingresso nei quartieri orientali delle truppe siriane e degli alleati russi, iraniani e libanesi, temendo ritorsioni per aver collaborato con i jihadisti o aver apertamente parteggiato per loro, è altrettanto vero che una parte consistente degli abitanti della seconda città del paese è scesa in strada a festeggiare la tanto attesa liberazione. Perché sostiene il regime, perché ritiene il regime il male minore rispetto al terrore jihadista, perché spera semplicemente che la Siria possa tornare presto alla normalità dopo anni di scontri feroci, di morti, di distruzioni.
Ancora: è possibile dar credito alla versione secondo cui i bombardamenti russi su Aleppo causino sempre vittime tra i civili mentre quelli statunitensi su Mosul o Raqqa si limitino a eliminare, “chirurgicamente”, i capi di Daesh senza colpire coloro di cui i jihadisti si sono circondati per ritardare l’avanzata dei nemici? Una versione corroborata dal fatto che i media mainstream occidentali occultano sistematicamente le notizie non conformi, come ad esempio l’uccisione, pochi giorni fa da parte dell’aviazione di Washington, di circa 90 soldati iracheni bombardati ‘per errore’ a Mosul. O il bombardamento, la scorsa settimana, di un mercato nella città irachena di Qaim, da parte dei caccia Usa, che è costato la vita a decine di civili. Episodi denunciati da fonti di Baghdad ma che i nostri media si sono ben guardati dallo sparare in ‘prima pagina’.
A proposito di Mosul, l'esercito iracheno ha annunciato di aver respinto un violento attacco dei miliziani dello Stato islamico a nord della città assediata e bombardata ormai dallo scorso 17 ottobre, giorno d’inizio della controffensiva governativa. La battaglia di Mosul continua anche sul fronte occidentale dove le “Unità di mobilitazione popolare” (che comprendono anche battaglioni formati da sciiti) hanno ripreso quattro villaggi a sud-ovest della strategica località dell'Iraq settentrionale, nel quadro di una più ampia operazione che mira a tagliare le vie di fuga e rifornimento in direzione della Siria ai miliziani di Daesh che nei giorni scorsi avevano approfittato della minore intensità dei raid aerei statunitensi su Mosul per riprendere Palmira. Sul fronte meridionale sono scese in campo le forze della polizia federale e del ministero dell'Interno che si sono arrestate, di fronte alla feroce reazione dei miliziani di al Baghdadi, nei pressi dell'aeroporto.
Tornando in Siria, le Forze Democratiche Siriane hanno lanciato nei giorni scorsi la seconda fase dell’offensiva contro la città considerata la ‘capitale’ dello Stato Islamico in Siria. Le Forze democratiche siriane, costituite dalle Ypg curde e da alcune brigate arabe espressione delle comunità locali e delle opposizioni al governo di Damasco, "hanno preso la decisione di avviare la seconda fase della campagna, con l'obiettivo di liberare i territori ad Ovest di Raqqa e isolare così la città" dell'Est siriano, ha affermato durante una conferenza stampa il portavoce delle Fds Jihan Cheikh Ahmad. Contemporaneamente il capo del Pentagono, Ash Carter, ha annunciato l’invio nel nord della Siria di altri 200 militari statunitensi, che si aggiungono quindi ai 300 già schierati nei mesi scorsi e attivi, insieme alle forze speciali di Londra e Parigi, nell’offensiva contro i jihadisti a Raqqa.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
