Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Emergency. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Emergency. Mostra tutti i post

15/08/2021

Muore Strada, l'uomo che curava anche i talebani

Vola via Gino Strada, l’uomo che curava anche i talebani. Accade mentre le nuove leve del fondamentalismo preparano il ritorno a Kabul, le circostanze della Storia s’incrociano fortuitamente, talvolta fatalmente. Il fondatore dell’Ong Emergency era in Afghanistan con due centri chirurgici per vittime di guerra, a Kabul e Lashkar-gah, dal 1999. Quindi avviò una maternità nella valle del Panshir, più una rete d’oltre quaranta centri di primo soccorso. Precedentemente, fra il 1989 e il 1994, il medico chirurgo di Sesto San Giovanni aveva lavorato con la Croce Rossa internazionale in diversi teatri di conflitto: Pakistan, Afghanistan, Perù, Etiopia, Somalia, Bosnia. Affermava: “Non si può umanizzare la guerra, si può solo abolirla”. Perciò i sostenitori delle ‘missioni di pace’ che vestono la divisa oppure gli abiti borghesi da deputato, poco lo sopportavano. Perché non le mandava a dire, lui diceva. E soprattutto faceva. Raccogliendo fondi e creando ospedali, quello che qualsiasi Esecutivo deliberante e Parlamento finanziatore non hanno fatto, ad esempio, in vent’anni di “democratizzazione” dell’Afghanistan. Il princìpio che contraddistingue l’impegno di Emergency – e di Médecins sans Frontières – sui contesi territori afghani è curarne i feriti, d’ogni provenienza. In molti casi costoro non sono schierati con alcun contendente, è gente comune. Per l’ennesima occasione i dati diffusi negli ultimi giorni dall’Ong italiana ribadiscono che nei primi mesi dell’anno le proprie strutture ospedaliere in loco hanno ricoverato 1853 civili colpiti su fronti di battaglia. Il 200% in più d’un decennio fa, quando il conflitto era all’acme.

Cosa accadrà a questi centri, ora che la cronaca afghana preannuncia un cambiamento al vertice favorevole agli “studenti coranici”, non è dato sapere. Seppure aver prestato soccorso e salvato le vite di tutti, degli stessi miliziani, ha contribuito a diffondere rispetto e considerazione a quella che risulta una vera azione umanitaria, condotta con medici e infermieri non con truppe in mimetica. Se fra le ipotesi d’un futuro che è cronaca quotidiana, la conquista talebana del potere centrale avverrà senza uno scontro civile, le vittime di guerra potrebbero diminuire. Certo, seguiranno ben altri problemi riguardo a violenze, vessazioni, torture. Per quanto si sta osservando in queste ore l’emergenza umanitaria già in atto riguarda la gigantesca fuga di cittadini. Verso le frontiere pakistana e iraniana e dentro la stessa nazione in dissoluzione. Dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu si calcola un’ipotetica migrazione della metà del popolo afghano: diciotto milioni di persone. Un numero incontenibile per qualsiasi accoglienza. Attiviste di talune Ong afghane, con cui è in contatto la Onlus italiana Cisda (che sul suo sito dà indicazioni per una raccolta di fondi a sostegno di quest’emergenza), in queste giornate drammatiche si danno un gran daffare.

Prestano aiuto al gran numero di sfollati di varie province riparati nel parco Azadi della capitale. I bisogni primari riguardano anche il cibo, perché molti nuclei sono fuggiti abbandonando anche quel poco che possedevano nelle campagne, capre, qualche scorta alimentare. Spesso restano accampati all’aperto, oppure si riparano sotto tende di fortuna, lasciando spazio a vecchi e bambini per evitargli il sole cocente delle ore centrali del giorno. La voce d’una profuga da Herat ricorda che anche in queste fasi disperate alcuni soccorritori governativi arrivati nella città sul confine occidentale: “parlavano, facevano promesse, scattavano foto e se ne andavano”. Perciò lei è fuggita con la numerosa famiglia prima che i taliban prendessero la città. Ma la calca di gente in alcuni punti di Kabul diventa sempre più asfissiante. L’assistenza è assente, c’è solo la buona volontà di militanti democratici, come il nucleo del partito Hambastagi e looali Ong. Il presidente Ghani, che a Biden ha richiesto bombardieri e denaro, forse riceverà i primi e non farà in tempo a incassare il secondo, perché la sua caduta è una questione di settimane, addirittura di giorni. Chi può fugge, ma la massa non potrà farlo, anzi è già in atto la sregolata rincorsa per agguantare l’aereo degli ultimi traslochi a ovest, da parte di chi ha servito gli occupanti e, dunque, teme per la vita. Chi pensava a un ritiro da Kabul, disonorevole ma ordinato, dovrà ricredersi. La fuga della presunzione può trasformarsi in una rotta simile a quella andata in scena nel 1975 a Saigon. I tanti, che inevitabilmente saranno costretti a restare, potranno solo sperare in nuovi Gino Strada, poiché purtroppo le guerre non mancheranno. Su ogni fronte c’è chi non vuole abolirle.

Fonte

13/08/2021

È morto Gino Strada, una lotta senza retorica


Continua l’annus horribilis. Muore Gino Strada. Un uomo e un medico al quale, comunque la si pensi, va riconosciuto il più alto rispetto. Per le sue battaglie umane e politiche.

Nell’inferno dei teatri di guerra, è sempre stato dalla parte degli ultimi e della sofferenza, contro la folle crudeltà dell’imperialismo guerrafondaio. Senza la stucchevole retorica della compassione cristiana e, al fine, squallidamente borghese nella sua declinazione estetica.

Ma nutrendo quel sentimento di “pietas” – nel significato latino e laico – che ha sempre confinato con l’umanissimo amore per chi subisce l’insulto fisico e morale della violenta, feroce Legge del Profitto.

Sentimento cui ha sempre accompagnato il dovere etico dell’agire. Con la rabbia e la testardaggine di chi ha lottato ogni giorno per avere un altro mondo possibile.

Ciao Gino, ci mancherai.

Fonte

05/08/2021

Il monopolio di Big Pharma sui vaccini: costa e discrimina

Un nuovo rapporto, rivela come i vaccini Pfizer/BioNTech e Moderna sarebbero stati venduti a prezzi esorbitanti agli stati, che potrebbero pagare 41 miliardi di dollari in più nel 2021, rispetto al costo di produzione stimato da 1,18 a 2,85 dollari a dose e nonostante 8,2 miliardi di finanziamenti pubblici ricevuti dalle due aziende.

L’Italia avrebbe potuto risparmiare 4,1 miliardi di euro per l’acquisto dei vaccini, sufficienti a garantire oltre 40 mila nuovi posti di terapia intensiva o l’assunzione di 49 mila nuovi medici. La UE nel suo complesso ha speso 31 miliardi di euro in più. I paesi africani li avrebbero pagati quasi 6 volte il costo, il COVAX 5 volte di più: cifra sufficiente a vaccinare già oggi ogni persona nei Paesi a basso-medio reddito.

Appello urgente per un’immediata sospensione dei brevetti, in occasione della riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio di questa settimana.

*****

Il costo della vaccinazione globale con gli innovativi vaccini a mRNA – sostenuto dall’iniziativa COVAX dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – potrebbe essere almeno 5 volte più basso, se i colossi farmaceutici non godessero dei monopoli sui brevetti dei vaccini Covid. Condizione che ha fatto pagare ai Paesi ricchi fino a 24 volte il costo stimato di produzione.

È la denuncia lanciata oggi da Oxfam ed EMERGENCY, membri della People’s Vaccine Alliance (PVA) con UNAIDS e quasi altre 70 organizzazioni, attraverso un nuovo rapporto. Dossier che rivela come solo Pfizer/BioNTech e Moderna nel 2021 potrebbero far pagare agli stati 41 miliardi di dollari in più, rispetto al costo di produzione stimato dei vaccini a tecnologia mRNA (1).

Nonostante che per il loro sviluppo le stesse aziende abbiano ricevuto oltre 8,25 miliardi di finanziamenti pubblici (2). Nuove analisi delle tecniche di produzione dei vaccini di tipo mRNA, messi in commercio da Pfizer/BioNTech e Moderna – realizzate da Public Citizen con ingegneri dell’Imperial College e pubblicate nel rapporto – rivelano infatti che questi vaccini potrebbero essere realizzati in media con un costo che varia da appena 1,18 a 2,85 dollari a dose (3).

Solo l’Italia fino ad oggi per questi due vaccini avrebbe speso 4,1 miliardi di euro in più di denaro dei contribuenti. Risorse che potrebbero essere investite per rafforzare il sistema sanitario nazionale, consentendo, ad esempio:

- di allestire oltre 40 mila nuovi posti di terapia intensiva(ad oggi sono poco più di 8.500);

- oppure di assumere oltre 49 mila nuovi medici (ad oggi sono poco più di 100 mila quelli dipendenti del Sistema Sanitario Nazionale) (4). Anche il Regno Unito avrebbe pagato 1,8 miliardi di sterline in più, sufficienti a garantire un bonus di oltre 1000 sterline a ciascun operatore del Sistema Sanitario Nazionale. La Germania avrebbe potuto risparmiare 5,7 miliardi di euro, che avrebbe consentito di assumere 100.000 nuovi operatori sanitari.

Nel frattempo, mentre meno dell’1% delle persone nei Paesi a basso-medio reddito è stata vaccinata e le varianti corrono, i CEO di Moderna e BioNTech con i profitti realizzati sono diventati miliardari. E le due aziende – nonostante il rapido aumento dei decessi nei Paesi in via di sviluppo – hanno venduto oltre il 90% dei loro vaccini ai paesi ricchi, facendo pagare a tutti i Governi del mondo da 4 fino a 24 volte il potenziale costo di produzione per dose.

“La scarsità mondiale di vaccini è una diretta conseguenza del sostegno dei Paesi ricchi ai monopoli delle aziende farmaceutiche, che ad oggi non hanno fatto nessun reale passo avanti per la condivisione di tecnologie, know-how e brevetti con i tanti produttori che nei Paesi in via di sviluppo potrebbero garantirne l’abbassamento dei prezzi e l’incremento nella produzione mondiale – hanno detto Sara Albiani, policy advisor per la salute globale di Oxfam Italia e Rossella Miccio, Presidente di EMERGENCY –.

L’unico primo, timido ma insufficiente, passo in avanti è stato fatto da Pfizer/BioNTech pochi giorni fa, per consentire la produzione di 100 milioni di dosi in Sud Africa. La prima dose però sarà disponibile solo nel 2022, mentre in Africa si continua a morire”.

“In tanti Paesi gli operatori sanitari in prima linea continuano a perdere la vita. – ha aggiunto Winnie Byanyima, Direttore Esecutivo di UNAIDS – Solo in Uganda ne sono morti più di 50 in appena due settimane. Mi ricorda quando morivano milioni di persone di HIV, perché i prezzi dei farmaci erano troppo alti.

Nei Paesi dove sono state fatte più vaccinazioni, però vengono salvate tantissime vite, anche se la variante Delta si diffonde, e così deve essere ovunque. È criminale che la maggior parte dell’umanità stia ancora affrontando questa crudele malattia senza protezione, perché i monopoli farmaceutici e il profitto vengono messi al primo posto”
.

“Questo è forse il caso di speculazione più grave della storia – aggiungono Albiani e Miccio – Le ingenti risorse che gli stati sono costretti a pagare arricchendo CEO e azionisti potrebbero essere utilizzate per costruire nuove strutture sanitarie nei Paesi poveri, tagliare le liste di attesa per le prestazioni mediche, garantire servizi essenziali dignitosi”.

Il fallimento dell’iniziativa Covax: nel 2021 sarà vaccinata appena il 23% della popolazione dei Paesi in via sviluppo

Anche il COVAX, l’iniziativa che dovrebbe consentire ai Paesi in via di sviluppo l’accesso ai vaccini, ha pagato le dosi di Pfizer/BioNTech in media 5 volte di più del loro potenziale costo di produzione, faticando per avere le forniture necessarie in tempi brevi perché i Paesi più ricchi, disposti a pagare prezzi molto più alti, hanno avuto di fatto la precedenza nell’acquisto e nella contrattazione con le case farmaceutiche produttrici (5).

Un meccanismo perverso che ha portato a un enorme fallimento: secondo le stime della PVA infatti i soldi spesi fino ad oggi dal COVAX sarebbero stati sufficienti a garantire un ciclo di vaccinazione completa ad ogni persona nei Paesi a basso e medio reddito, se i prezzi garantiti fossero stati equi e a fronte di un’offerta sufficiente di dosi. Al contrario, nella migliore delle ipotesi, con il COVAX sarà vaccinato appena il 23% della popolazione dei Paesi in via di sviluppo entro la fine del 2021 (6).

La corsa al rialzo dei prezzi: i richiami per le varianti potrebbero costare fino a 175 dollari a dose, 148 volte il costo stimato di produzione

La corsa al rialzo continuo dei prezzi purtroppo non sembra arrestarsi nemmeno ora, nonostante l’acquisto di un numero senza precedenti di dosi a livello globale, che avrebbe dovuto produrre una progressiva riduzione del costo dei vaccini. L’Unione Europea ha ad esempio pagato ancora di più per gli ultimi ordini da Pfizer/BioNTech.

Un trend che continuerà in assenza di un’azione dei governi, spinto dalla possibilità che siano necessarie dosi di richiamo per gli anni a venire a causa dello sviluppo di nuove varianti. Il CEO di Pfizer ha suggerito che si potrà arrivare fino a 175 dollari per dose, ossia 148 volte il potenziale costo di produzione.

Il report di PVA riporta anche altri esempi dei prezzi eccessivi pagati fino ad ora:

- l’Unione Africana per il vaccino Pfizer/BioNTech sta pagando 6,75 dollari a dose che – per quanto risulti essere il prezzo più basso dichiarato dalle aziende produttrici – è ancora quasi 6 volte il potenziale costo di produzione. In altre parole, una dose costa più di quanto l’Uganda spenda per la salute di ogni cittadino in un anno intero;

- il prezzo più alto per i vaccini Pfizer/BioNTech è stato pagato da Israele con 28 dollari a dose, quasi 24 volte il potenziale costo di produzione;

-l’Unione Europea potrebbe aver pagato, per 1,96 miliardi di dosi, ben 31 miliardi di euro in più rispetto ai potenziali costi di produzione;

- Moderna ha praticato prezzi da 4 a 13 volte superiori rispetto ai costi di produzione stimati, facendo pagare al Sud Africa un prezzo tra 30 e 42 dollari a dose;

- la Colombia, che è stata gravemente colpita dal Covid, ha pagato il doppio del prezzo pagato dagli USA per i vaccini Moderna. Per l’acquisto dei vaccini Pfizer/BioNtech e Moderna si stima abbia pagato 375 milioni di dollari in eccesso.

L’appello ai Governi per un’azione urgente

“Se tutti i governi non spingeranno per la condivisione dei brevetti e il trasferimento delle tecnologie necessarie a consentire di aumentare la produzione mondiale di vaccini, ancora innumerevoli vite andranno perse. – concludono Albiani e Miccio – Consentire ai Paesi in via di sviluppo di produrre i propri vaccini è il modo più rapido e sicuro per aumentare l’offerta e ridurre drasticamente i prezzi. Quando questo è stato fatto per il trattamento dell’HIV, i prezzi sono diminuiti del 99%(7). Una proposta per arrivarci esiste ed è sostenuta da oltre 100 Paesi tra cui Stati Uniti, Francia, India e Sud Africa; mentre Germania, Regno Unito e Unione Europea si sono più volte opposti, con l’Italia che continua a non assumere una posizione chiara e si accoda alle decisioni dell’UE.

Per questo rilanciamo ancora una volta con forza un appello urgente perché si arrivi il prima possibile ad una sua approvazione in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio, che si sta riunendo proprio questa settimana per discuterne”.

Note:

1) Pfizer prevede un fatturato di 26 miliardi di dollari dalla vendita di 1,6 miliardi di dosi di vaccino, con un costo medio per dose di 16,25 dollari (contro un costo stimato di produzione di 1,18 dollari per dose). Moderna prevede vendite comprese tra 800 milioni e 1 miliardo di dosi, quindi a un costo medio compreso tra 19,20 e 24 dollari per dose (a fronte di un costo di produzione stimato di 2,85 dollari per dose). Il totale combinato delle entrate previste dalle vendite delle due aziende è quindi di 41 miliardi di dollari al di sopra del costo di produzione stimato.

2) Pfizer/BioNTech e Moderna hanno ricevuto 8,25 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici per sviluppare i loro vaccini: 5,75 miliardi di dollari per Moderna e 2,5 miliardi di dollari per Pfizer/BioNTech. Ciò include finanziamenti pubblici e preordini governativi garantiti.

3) A causa di mancanza di trasparenza, i costi esatti di sviluppo, ricerca e produzione dei vaccini non sono noti. Le stime utilizzate nel rapporto pubblicato oggi si basano su studi sulle tecniche di produzione di vaccini a mRNA, condotti da Public Citizen con ingegneri dell’Imperial College. Un’analisi che stima che produrre 8 miliardi di dosi del vaccino Pfizer/BioNTech potrebbe costare 9,4 miliardi di dollari – 1,18 dollari a dose. Nel caso del vaccino prodotto da Moderna costerebbe 22,8 miliardi di dollari produrre 8 miliardi di dosi – 2,85 dollari a dose.

4) I dati per l’Italia sono consultabili qui (salute.gov.it) (tabella pag.5) e qui. Le stime sono realizzate considerando il costo di 100.000 euro per allestire un posto letto in terapia intensiva, escluso il costo del personale dedicato. Per il calcolo dello stipendio annuale di un dirigente medico dipendente del Sistema Sanitario Nazionale, si considera a titolo esemplificativo la Retribuzione lorda annuale secondo l’Istat, pari a 88.995 euro. Quanti sono e quanto guadagnano i medici e il personale sanitario – Info Data (ilsole24ore.com).

5) COVAX ha riferito che per le prime 1,3 miliardi di vaccini ha pagato un prezzo medio di 5,20 dollari a dose. Dati i prezzi riportati disponibili nel portafoglio di COVAX, è ragionevole presumere che abbia pagato meno di 5,20 dollari per il vaccino Oxford/AstraZeneca (riducendo il prezzo medio della dose) e probabilmente abbia pagato di più per Pfizer/BioNTech (aumentando il prezzo medio della dose). La mancanza di trasparenza dei regimi impedisce un controllo adeguato.

6) Gavi.

7) La concorrenza ha ridotto i prezzi dei farmaci per l’HIV del 99% in 10 anni: da 10.000 dollari ad a 67 dollari all’anno per paziente.

Fonte

01/03/2021

Draghi e la Ue saranno subito giudicati dal mondo

Il 1 marzo si riunisce il WTO, l’organizzazione mondiale del commercio. All’ordine del giorno lo svincolo dal brevetto sui vaccini, chiesto dall’India, dal Sudafrica e da altri paesi che hanno urgenza e bisogno di avere subito il vaccino Covid.

Un bene decisivo per tutta l’umanità non può essere vincolato ai profitti da monopolio di alcune multinazionali, o alla politica di potenza degli stati più ricchi.

Lo stesso regolamento del WTO prevede che in casi di emergenza possa essere sospesa la proprietà dei brevetti, quindi farlo sarebbe perfettamente legale anche per le regole del mercato capitalista.

D’altra parte se non sarà vaccinata in fretta la grande maggioranza dell’umanità, il virus continuerà a colpire la salute e anche l’economia non solo dei paesi più poveri, ma anche di quelli più ricchi.

La pandemia da coronavirus ci impone volenti o nolenti di sentirci cittadini del mondo e rende non solo particolarmente immorale, ma particolarmente stupido e controproducente l’accaparramento del vaccino da parte dei paesi più ricchi e la difesa dei super guadagni delle multinazionali del farmaco.

Oxfam Italia ed Emergency hanno scritto a Draghi per chiedere che il governo italiano si schieri senza se e senza ma per la sospensione del brevetto dei vaccini e per la sua produzione da aziende pubbliche.

Finora la UE, di cui Draghi è da anni una delle massime figure, ha vergognosamente rifiutato questa proposta di buon senso e si è affidata alle multinazionali, con i risultati negativi che subiamo ogni giorno.

Ora attendiamo il governo italiano alla prova della decisione concreta. Se Draghi nel WTO dirà basta al brevetto sui vaccini, anche la UE sarà costretta a cambiare posizione, se invece egli continuerà a schierarsi con Big Pharma, verrà un danno sanitario, economico e morale per il nostro paese e per tutta l’Europa.

Il 1 marzo Draghi sarà giudicato dal mondo e se continuerà a dire prima gli europei, nessun coro osannante dei mass media potrà coprire la condanna politica e morale nei suoi confronti.

L’11 marzo partecipa alla giornata internazionale di mobilitazione contro i brevetti sui vaccini

Fonte

09/04/2020

Cosa fa Emergency? E’ in prima linea contro il virus

Nelle scorse settimane, in piena pandemia, nei social venivano postati contenuti molto provocatori, alimentati dalla propaganda mediatica vicina alla destra più becera, in cui si chiedeva cosa stesse facendo Emergency di fronte al dilagare dell’epidemia di coronavirus in Italia.

Lo scorso 29 marzo nello studio di “Che tempo che fa”, Fabio Fazio riportava tale domanda al fondatore della Ong, Gino Strada, che rispondeva in modo lapidario: “in questo momento c’è chi fa e c’è chi parla, chi fa cerca di aiutare, chi parla molto spesso parla a sproposito, specie se è un giornalista e se vuol sapere cosa fa Emergency, basta fare una telefonata, chiedere, o digitare e andare su internet. Mi sembra ci sia in atto una campagna di odio contro le Ong.“

Emergency è un’associazione italiana, indipendente e neutrale, nata nel 1994 per offrire cure mediche gratuite in territori di guerra o in stati afflitti da povertà cronica. Si finanzia attraverso donazioni volontarie.

Noi, comunque, abbiamo colto l’invito di Gino Strada e siamo andati sul sito della sua associazione per capire cosa realmente stia facendo Emergency per aiutare gli italiani contro il covid-19.

Innanzitutto, in Lombardia, epicentro dell’epidemia in Italia anche a causa dell’ingordigia di Assolombarda e del servilismo della giunta regionale, ha attivato diversi progetti: a Milano, Brescia e Bergamo.

Iniziamo da Bergamo, una delle province più duramente colpite: qui Emergency è attiva con un team medico e logistico al lavoro presso il presidio ospedaliero in Fiera dell’ospedale “Papa Giovanni XXIII”.

Il team in questione, composto a oggi da 10 medici, 14 infermieri, 4 fisioterapisti, 4 OSS, 1 tecnico di laboratorio e 1 tecnico di radiologia, gestisce un reparto di terapia intensiva da 12 posti letto: alcuni di loro hanno significative esperienze pregresse, maturate nel contrasto all’ebola durante il periodo trascorso in Sierra Leone.

L’equipe logistica e tecnica ha poi partecipato alla progettazione e all’allestimento del nuovo presidio in Fiera, lavorando fianco a fianco con altre centinaia di volontari bergamaschi.

A Brescia, invece, sta lavorando con la Direzione sanitaria dell’ospedale per proteggere meglio il personale sanitario e l’ospedale stesso dal contagio.

Nel capoluogo lombardo, in risposta all’appello mosso dal Comune nell’ambito della piattaforma “Milano Aiuta”, l’associazione di Gino Strada ha poi attivato un servizio per le richieste di trasporto di beni (alimentari, farmaci o altri beni di prima necessità) destinato agli over 65, a coloro ai quali è stata ordinata la quarantena e alle persone fragili a rischio movimento.

Inoltre in altre zone d'Italia, porta avanti diverse attività ambulatoriali sia in sede fissa, sia avvalendosi di ambulatori mobili e sportelli.

Insomma Emergency, a dispetto delle calunnie è presente attivamente sul territorio e in prima linea a fronteggiare l’emergenza, con i suoi medici, il suo personale e la sua esperienza.

La lezione alla fine dell’emergenza? “Capire che la sanità, la medicina e il curare persone come dovere preciso dello Stato può essere solo una sanità pubblica e gratuita. La sanità, come la scuola e come il lavoro, sono i pilastri di una società; dare queste cose in mano ai privati credo sia un gesto suicida".

Gino Strada

Fonte

04/08/2017

“Umanitario” a chi?


Il minimo che possa fare un organo di informazione degno di questo nome è segnalare i momenti di passaggio, del “discorso pubblico”, da un sistema di valori ad un altro. Un passaggio che si concretizza in atti, leggi, iniziative statuali, accordi internazionali, fatti. Ma che viene condito – deve esserlo, necessariamente – con una vernice retorica che dovrebbe giustificare quella serie di atti come “perfettamente giusti”, in completa continuità con quanto sempre detto. Insomma, come inveramento del sistema di valori che si va declamando, anche quando – o soprattutto quando – quel sistema viene abbandonato, violato, deriso.

In questi giorni sta avvenendo un passaggio decisivo, sostenuto univocamente e senza dissidenze di rilievo da tutti i media nazionali. Al centro ci sono i “comandamenti” del cosiddetto “codice di autoregolamentazione” imposto dal governo italiano alle Ong attive nei salvataggi in mare. Solo quattro di queste hanno firmato, a cominciare da quella “Save the children” che somiglia più a una impresa multinazionale che non ad un’associazione umanitaria. Una “non firmataria” è stata usata come esempio negativo – dopo una lunga e articolata opera di spionaggio, con l’uso di “agenti sotto copertura” e intercettazioni di vario tipo – in modo da segnare in modo visibile il discrimine tra le Ong “ammissibili” e quelle da allontanare.

Con altro linguaggio, potremmo dire tra le Ong “complici” degli Stati e quelle indipendenti. Oppure ancora, tra Ong false e Ong vere. Come ricorda Andrea Palladino, giornalista che ha svelato il retroscena mercenario della cosiddetta “Generazione identitaria” o “Defend Europe”, Ong sta per “organizzazione non governativa”, “una associazione che per statuto, storia, missione opera senza avere legami con i governi”. 

La più nota e credibile delle Ong italiane è senza dubbio Emergency, fondata da Gino Strada, che ha immediatamente definito il “codice” del ministro Minniti come un dispositivo regolamentare che “mette a rischio la vita di migliaia di persone e costituisce un attacco senza precedenti ai principi che ispirano il lavoro delle organizzazioni umanitarie”. Il punto chiave è la presenza di militari armati a bordo delle navi, imposta come conditio sine qua non per l’autorizzazione ad operare nel Mediterraneo, anche in acque internazionali, e poi approdare in porti italiani.

Il perché questo sia un discrimine assoluto non è stato spiegato da nessuno dei tanti “esperti” invitati a parlare nei talk show o intervistati dai media mainstream. Non a caso, crediamo, stavolta nessuno ha voluto dare la parola a Gino Strada o a qualcun altro con identiche competenze. E nemmeno alla Chiesa! Una autentica – e macabra – rivendicazione di “laicità” o una posizione talmente criminogena che nessun prelato si è sentito di avallarla?

Proviamo a dirlo noi.

Una organizzazione umanitaria, per operare al confine tra soggetti in conflitto, deve garantire la più assoluta neutralità rispetto ai centri di potere (militare, in primo luogo) che si contendono un certo territorio. L’esempio di Emergency – che crea e gestisce ospedali, non navi di salvataggio – diventa illuminante. Un ospedale in Afghanistan, Sudan o qualsiasi altro paese, può essere “accettato” – dunque non attaccato – da tutte le parti in conflitto solo se e fino a quando lì dentro vengono curati tutti, a prescindere dalla loro appartenenza (civili di tutte le etnie e militari di tutte le fazioni); e dunque solo se all’interno della struttura non sono ammessi militari di una della parti in conflitto. Ossia gente che potrebbe identificare, riconoscere ed eventualmente uccidere “i nemici”.

Ogni ospedale è ovviamente all’interno di un territorio controllato da una delle parti in conflitto e dunque sembrerebbe “di buon senso” accettare la presenza di militari di quella parte. Ma nelle guerre – specie quelle civili – i confini sono mobili, dipendono da rapporti di forza anche momentanei. Quindi quel che oggi è territorio “mio”, tra una settimana o un mese sarà forse territorio di altri. I quali, arrivando e trovando militari “nemici” dentro quell’ospedale, considereranno “nemico” tutto il personale lì presente.

L’unica, benché fragile, assicurazione sulla vita e sulla libertà di operare – per una Ong “vera” – è dunque la neutralità più assoluta. Non solo nelle parole e nei fatti, ma anche nelle apparenze (niente militari nella struttura).

Un opinionista manettaro e pseudo-legalitario come Marco Travaglio, per esempio, ha improvvisamente dismesso i panni dell’oppositore al governo Pd-Alfano-Verdini sulla base di un tipico ragionamento da scrivania: “non c’è nessun conflitto tra Stato italiano e scafisti, perché quelli non sono un soggetto statuale riconosciuto; il quadro di leggi e regole è quello dello Stato italiano, e dunque non c’è nessuna neutralità possibile per le Ong, che devono accettare militari a bordo e collaborare alle indagini”. 

Il problema dei conflitti è che non occorre avere la patente timbrata – tantomeno da Travaglio – per parteciparvi. Basta esistere, avere interessi contrapposti a quelli di qualcun altro, essere armati e decisi a farsi valere, ovviamente con un minimo di organizzazione e qualche “ragione”, persino immonda. E non c’è dubbio che nella Libia polverizzata di oggi ci siano molti soggetti che agiscono in proprio o conto terzi il conflitto. Oltre ai due cosiddetti “governi” – Al Serraj e Haftar – una miriade di milizie tribali, jihadisti, magari semplici banditi. Tutta gente poco raccomandabile, certo, ma armata e combattente. Dalla comoda scrivania di un giornale italico si possono benissimo ignorare, fidando nel fatto che non possono arrivare a toccarci. Ma se si sta su una nave in mezzo al mare, con lo scopo di raccogliere profughi e naufraghi, quella gente non può essere ignorata. Perché se non è sicura che tu – la nave e l’equipaggio – sei davvero “neutrale”, probabilmente ti sparerà addosso.

Sul luogo del conflitto, come sa chi pensa realisticamente (dunque pensa, non “immagina”), la legge non esiste. La scriverà chi vince. E a una associazione umanitaria vera, che vuole soltanto salvare vite umane, non può e soprattutto non deve interessare chi comanderà un giorno su quel fazzoletto di terra o sul tratto di mare davanti ad esso.

Questo interesse lo nutre invece uno Stato o una coalizione di Stati estranei a quel territorio. Una coalizione (Unione Europea e Nato, in questo caso) che punta ad impadronirsi e gestire le risorse presenti in quel territorio (la Libia ha la sfortuna di esser ricca di petrolio: come il Venezuela o prima l’Iraq, del resto).

E qui il “ragionamento da scrivania” diventa un’arma retorica perfetta per gli invasori reali, in carne, ossa, scarponi e mitragliatrici. I quali, sia detto in modo chiaro, aspirano ad imporre la propria legge, non “la legge” in astratto. Ossia a vincere quel conflitto (che esiste anche se “il nemico” non vogliamo “riconoscerlo”) e disporre di quel territorio. Insomma, ragionano come Carl Schmitt, non come Hans Kelsen...

Che sia così è evidente dalla stessa composizione della missione militare italiana, dove – insieme ai marinai e alle navi – sono impegnati anche lagunari e altre “truppe di terra”. Soldati che dovranno mettere gli scarponi sul terreno, perché “bombardare le barche” a casaccio (come vorrebbe i Slavini e le Santanché) è una scemenza che non serve a nulla; e dunque bisogna prendere possesso dei villaggi o delle città che hanno un porto da cui partono i barconi, d’accordo o meno con le locali milizie (e i relativi scafisti). Pagando o sparando, magari a giorni alterni.

L’Italia va alla guerra con il solito atteggiamento idiota di chi pensa che basterà poco per far fuori quei quattro straccioni (“spezzeremo le reni alla Grecia”, “mi serve qualche migliaio di morti da mettere sul tavolo delle trattative”, “mission accomplished”, ecc). Negando persino, per qualche giorno e qualche ora, la minaccia esplicita dell’altro governo libico, quello di Haftar: “bombarderemo le navi straniere che entrano nelle acque territoriali libiche”. Figuriamoci con quale entusiasmo “saremo accolti” dalla infinite milizie meno inquadrate e riconosciute...

Ma, appunto, in guerra non vengono ammessi né neutralità né testimoni. Ricorda Palladino che le Ong

Sono nate nell’800 e si sono sviluppate negli anni ’70, quando in giro per il mondo andavano di moda le dittature o, in ogni caso, i governi “forti” antidemocratici. Promuovevano progetti nel campo dei diritti, aiutando le vittime degli Stati, gli ultimi. Per questo non potevano flirtare con i governi. Ci dovevano convivere, e l’abilità stava in quel gioco diplomatico continuo di mediazione. A volte occorreva trovare escamotage sul filo della legalità, a volte era necessario violare leggi ingiuste.” 

Sotto il fascismo e il nazismo erano scomparse, perché per quel tipo di regime ci sono soltanto amici o nemici, tertium non datur.

Il passaggio da un sistema di valori “democratici e umanitari” ad uno autoritario e altamente cinico è diventato palese, nei giorni scorsi, già a partire dal linguaggio mediatico. E’ stato coniato un nuovo ossimoro (estremismo umanitario, che seppellisce e supera il suo opposto, guerra umanitaria). E’ stato qualificato come ideologica l’idea di salvare più vite possibile, affidando al prode Roberto Esposito il compito di coprirsi di vergogna (alcune Ong ideologicamente pensano solo a salvare vite umane: noi non possiamo permettercelo). L’umanitarismo viene deriso. Anzi, quasi quasi diventa un reato... 

Dobbiamo ricordare che l’ingerenza umanitaria è stata nell’ultimo quarto di secolo la cornice – questa sì, ideologica – entro cui sono state autorizzate numerose aggressioni imperiali a paesi anche molto diversi tra loro (da Grenada all’Iraq, dalla Jugoslavia a Panama e alla Libia, ecc). L’ultima sceneggiata su questo format viene ancora recitata a scapito del Venezuela bolivariano, nonostante la presenza legale di quasi 100 partiti e numero di elezioni negli ultimi 15 anni che supera anche quelle italiane. 

Lo slittamento valoriale che si va consumando intorno al “codice” di Minniti e alla gestione dei flussi migratori spinge però per mettere in soffitta la retorica umanitaria, ormai poco gestibile, aprendo la stagione del “possiamo ammazzare chi ci pare”; che è poi la traduzione del tweet di Esposito in parole semplici.

E’ bene rendersene conto, perché questo slittamento ha una storia (momentaneamente interrotta dal referendum del 4 dicembre) e pretende di disegnare il futuro prossimo.

Fonte

12/05/2017

L'emergenza, la pace

Sul tema delle ONG umanitarie, al netto di quelle semisconosciute oggi giustamente sotto processo, in linea di principio non esulto quando soggetti non governativi operano in settori strategici e vitali. Ma è pur vero che se i governi non si attivano in quei settori o se ne ritirano adducendo i pretesti più penosi, è un bene che quegli spazi siano occupati da organizzazioni motivate e senza scopo di lucro piuttosto che dai "mercati" o da nessuno. Evidentemente chi si ammala, muore di fame o è in pericolo non può attendere che la politica si faccia più umana.

Emergency è una delle più importanti ONG umanitarie in Italia. Opera in Afghanistan, Iraq, Italia, Repubblica Centroafricana, Sierra Leone e Sudan. Dal 1994 è intervenuta in 17 paesi con progetti di assistenza alle vittime della guerra e della povertà. Secondo quanto riportato sul sito ufficiale, dalla sua fondazione ha erogato cure a più di 8 milioni di persone. A partire dal 2006 è attiva anche nel nostro Paese con poliambulatori, ambulatori, unità mobili e altre iniziative di assistenza socio-sanitaria a tutti e di primo soccorso agli immigrati che sbarcano in Sicilia. Nel 2015 (ultimo bilancio pubblicato) impiegava circa 3000 dipendenti di cui il 90% locali e 261 in missione, e 3500 volontari sparsi nel mondo. I ricavi, pari a circa 52 milioni di euro, provenivano principalmente dal 5 per mille e da donazioni private (20 milioni).

Lo ripeto: non è buona notizia quando si affidano la salute e la vita degli ultimi all'elemosina dei benestanti. Di ciò non si può però fare una colpa a Emergency: che è la toppa, non il buco. Quando denuncia la sproporzione oscena tra le spese militari dei governi e i loro investimenti in salute, Gino Strada ha ragione da vendere e dimostra di conoscere bene il problema.

Ciò detto, è necessario interrogarsi sulle dinamiche che producono l'emergenza, lo shock kleiniano e, quindi, l'ultima spiaggia del capitalismo compassionevole. Se papà Strada se la prende giustamente con le bombe, il pensiero successivo è che le bombe si fabbricano, si acquistano e si sganciano perché ci sono i conflitti. E sua figlia Cecilia, oggi presidente di Emergency, si trovava in questi giorni in mezzo al fuoco incrociato di un conflitto virtuale certo non mortifero come quelli in cui opera d'abitudine, ma le cui cause e conseguenze minano il consenso e il tessuto economico da cui dipendono anche le ONG. Alcuni giorni fa scriveva su Twitter: "La migrazione dell'uomo: inizia nella preistoria. Lo Stato nazione: nel XIX secolo. La natura mi sembra più vicina al migrare che ai confini". Mah. A noi invece consta che gli individui non migrino per seguire il richiamo della natura, ma per sottrarsi a un bisogno e a una sofferenza quasi mai naturali. E che i confini non nascano con "lo Stato nazione" del XIX secolo, ma con le prime comunità organizzate e stanziali, cioè con la civiltà. A meno di credere che la Grande Muraglia fosse l'installazione di un artista Ming, o i fossati medioevali acquari ante litteram.

Alla boutade di quel tweet seguiva il finimondo: una catena di reazioni violente e in certi casi ignobili da entrambe le parti, sia di chi insultava la nostra sul piano personale accusandola di finanziamenti occulti e di intelligenza con i trafficanti di uomini e i "terroristi", sia di chi la difendeva aggredendo i primi e finendo con l'evergreen antifascista (sic) di sopprimere fisicamente i critici dell'immigrazione. Cecilia non si sottraeva alla pugna, e a chi le ricordava i costi dei salvataggi e dell'accoglienza ribatteva che: 1) "gli stranieri regolari danno il 10% del PIL" e 2) i fondi per l'accoglienza dei richiedenti asilo sono "soldi dell'Unione europea che non sarebbero disponibili altrimenti". Al che chi scrive è saltato sulla sedia.

Atteso che parlare degli esseri umani in termini di "PIL" è uno dei tanti obbrobri a cui ci ha abituato lo Zeitgeist, che senso ha tirare in ballo gli stranieri regolari quando si parla di irregolari? Che c'entrano calciatori, amministratori delegati e top model con una massa che in più di sei casi su dieci non potrà neanche mai lavorare, se non nell'invisibilità del crimine e dello sfruttamento? In quanto al contributo dei restanti, l'ultimo Documento Programmatico di Bilancio ci informa che:
A fronte del costo sostenuto nel breve termine per la sorveglianza della frontiera comune europea e alla primissima accoglienza, il nostro Paese rimane prevalentemente un’area di transito per i rifugiati. Questo riduce le potenzialità di un beneficio economico di medio-lungo periodo derivante dell’integrazione dei migranti nel tessuto produttivo, che sarà invece valorizzato nei vari paesi di destinazione finale.
Passando al secondo punto, che l'accoglienza degli aspiranti rifugiati sia finanziata dall'Unione Europea sembra invece essere una credenza molto diffusa su internet. Eppure il Governo non ha mai fatto segreto dei numeri. Qui il citato DPB:

Considerando lo scenario più prudente, i contributi europei corrispondono al 3,2% della spesa stimata nel 2016 e al 2,2% (due virgola due per cento) di quella prevista per il 2017. Se si limita la proporzione alle sole spese di accoglienza, la percentuale sale rispettivamente al 5,6% e al 3,4% (tre virgola quattro per cento). Quindi: , quei 3,8 miliardi sono tolti all'assistenza sanitaria e sociale degli italiani; , sono tolti alle famiglie italiane che mettono al mondo figli; , sono tolti all'impiego pubblico, alle infrastrutture, alla messa in sicurezza del territorio, ai musei, agli asili, ai tribunali.

Sciaguratamente sì. Quelle sviste non rimandano a dettagli tecnici, ma alla radice del problema. L'obbligo di chiudere in pareggio il bilancio dello Stato, la rinuncia a una politica monetaria propria, la supina subordinazione agli interessi dei paesi della cosiddetta "Unione" per i quali recuperiamo, manteniamo, selezioniamo e all'occorrenza formiamo gratuitamente il futuro proletariato, trasformano la solidarietà in privazione, fanno sì che ciò che è dato alla povertà degli alloctoni sia tolto alla povertà degli autoctoni. Ai quali si può certo spiegare che si tratta di un misero 0,2% del PIL e che quelle regole dementi ci impoverirebbero anche senza immigrati, e che anche senza immigrati quei soldi se li mangerebbero in pochi anni gli interessi sul debito. Mentre oggi entrano nel circuito economico nazionale creando un indotto, ammesso che possa dirsi "produttiva" una spesa che genera indirettamente morti in mare, segregazione, sfruttamento, crimine e tensioni. Insomma gli si può spiegare tutto, ma non li si può liquidare con informazioni scorrette o irrilevanti e poi stupirsi se se la prendono, se si insospettiscono.

Come scienziata sociale, la dott.ssa Strada sa che i conflitti nascono perché gruppi e individui si contendono una risorsa scarsa. E nel nostro Paese la scarsità economica e lavorativa è indotta ma reale. È reale ma indotta. Sicché è prevedibile che i nuovi arrivati siano visti come bocche da sfamare a un desco sempre più misero. E che non gli si possa offrire una dignità e un lavoro già negati a quasi la metà dei nostri giovani, e che li si consegni così alla miseria e agli espedienti. Quello tra poveri e impoveriti lo si può chiamare conflitto tra italiani e stranieri, xenofobi e altruisti, ignoranti e sapienti, destra e sinistra. Ma così facendo se ne mascherano le cause e, quindi, lo si esaspera rilanciandolo nelle tifoserie politiche.

Come ha dimostrato anche questa querelle, si tratta di un conflitto già pericolosamente maturo, per certi versi già fuori controllo. Se non si può chiedere a tutti di documentarsi su dati e contesto per risalire alle sue cause strutturali, si auspica che chi presiede un'organizzazione così importante e così avvezza a operare sulle macerie dei fallimenti politici lo sappia fare, lo faccia con urgenza. Metterebbe il suo seguito e la sua autorità al servizio non solo di chi subisce la guerra all'estero, ma anche di chi auspica in patria le condizioni della pace.

Fonte

23/02/2017

Iraq - Emergency a Erbil per curare Mosul

di Chiara Cruciati   il Manifesto
«La zona est di Mosul è quella meno residenziale e più industriale, mentre ad ovest c’è la città vecchia: la battaglia è destinata ad essere più cruenta. Le vie sono strette, i quartieri residenziali. I civili soffriranno molto di più gli scontri. Anche perché si tratta dell’ultimo baluardo dell’Isis: opporrà una resistenza all’ultimo sangue».

Emanuele Nannini, vice coordinatore dell’Ufficio Umanitario di Emergency, si prepara all’emergenza che esploderà con il lancio della seconda fase della controffensiva. «Dalla città di Mosul, dal 17 ottobre [data di inizio dell’operazione, ndr] a metà gennaio, sono arrivati 3mila feriti – spiega al manifesto – Nelle settimane passate i combattimenti erano quasi fermi: le truppe irachene, liberata la parte est, si erano fermate al fiume per riorganizzarsi. Il momento è stato propizio: abbiamo potuto aumentare la capienza ospedaliera in attesa che ripartisse l’operazione».

L’ospedale di cui parla è il centro che Emergency aprì vent’anni fa a Erbil, Kurdistan iracheno. All’epoca l’organizzazione italiana era arrivata per curare i feriti della guerra civile tra i due principali partiti kurdi, il Kdp dei Barzani e il Puk dei Talabani.

Emergency aprì due ospedali, uno ad Erbil e uno a Suleimanya, i poli del potere dei due clan: «Nel 2005 con l’attenuazione del conflitto e lo sviluppo della capacità delle autorità locali di gestire i centri, abbiamo passato gli ospedali al Ministero della Sanità. È rimasto in carico ad Ermergency il centro di riabilitazione di Suleimaniya, dove costruiamo le protesi e continuiamo a seguire i pazienti».

Quasi dieci anni dopo, nel giugno 2014, l’Isis occupa Mosul e si allarga nell’Iraq orientale. In poco tempo milioni di iracheni fuggono e raggiungono il Kurdistan, che ospitava già centinaia di migliaia di rifugiati dalla vicina Siria. Un afflusso enorme (2 milioni di persone su una popolazione locale di sei) che si unisce alla crescente crisi economica che colpisce Erbil e che fa collassare il sistema sanitario.

«Emergency ha deciso di tornare con un importante numero di personale espatriato per aiutare le autorità kurde nella gestione sanitaria di profughi siriani e sfollati iracheni – continua Emanuele – Negli ultimi due anni abbiamo preso in carico sei cliniche nei campi profughi dove offriamo assistenza di base, seguiamo i pazienti cronici che fanno fatica ad accedere al sistema sanitario locale e facciamo promozione igienico-sanitaria».

«Siamo tornati in contatto con i due ospedali di Erbil e Suleimaniya: fino allo scorso anno le autorità locali sono riusciti a gestirli ma poi, a causa della crisi economica, il calo del prezzo del petrolio e l’alto numero di sfollati ospitati, il sistema sanitario è letteralmente collassato. A questo si è aggiunta la controffensiva su Mosul: su Erbil si sono riversati da subito molti feriti, la città dista solo 70 km».

A gennaio Emergency è tornata nella capitale del Kurdistan iracheno. È tornata per riabilitare gli ospedali, per la messa in sicurezza e la riabilitazione dei dipartimenti, per aumentare la capienza ospedaliera (passata al momento da 20-25 letti a 70-80).

Ma anche per sostenere finanziariamente il personale: «Da più di un anno lo staff locale, 120 dipendenti, riceve solo il 25% dello stipendio. Interverremo con un sistema di incentivi: molti si sono trovati un secondo lavoro e lavorano part time in ospedale, lasciando i turni scoperti. Così torneranno a pieno ritmo in ospedale».

Emergency si prepara in vista della seconda fase della controffensiva su Mosul. Alla base sta un coordinamento tra organizzazioni internazionali e autorità locali che permette l’arrivo dei feriti di guerra a Erbil: attraverso i Trauma Stabilization Point, i feriti vengono portati dalle ambulanze irachene al confine con il Kurdistan e lì presi in carico dai medici kurdi.

«Si tratta di feriti di guerra, persone colpite dai mortai dell’Isis, l’artiglieria pesante irachena e i raid statunitensi – aggiunge Emanuele – Ma arrivano pazienti anche dalle zone già riprese dal governo iracheno, spesso feriti nell’esplosione di autobombe islamiste o ordigni lasciati nelle città dopo la ritirata».

Sullo sfondo un paese martoriato da decenni di guerre ininterrotte, sfaldato dopo l’invasione Usa. A pagare sono i civili: il livello di distruzione è immenso. Non solo sul piano infrastrutturale, ma anche su quello comunitario e psicologico: «Il senso di trauma tra gli sfollati è fortissimo. C’è un’enorme incertezza. Non sanno neppure se torneranno nei loro villaggi, a causa degli scontri settari».

Scontri che influenzano anche l’accoglienza in Kurdistan. Se nei primi mesi dopo la caduta di Mosul, le porte sono rimaste aperte, negli ultimi due anni Erbil ha imbastito un sistema di screening che taglia fuori i sunniti.

Per entrare serve uno sponsor locale, più facilmente rintracciabile da cristiani e yazidi: «C’è una grossa distinzione negli ingressi a seconda della provenienza, maggiore cautela verso chi arriva da Mosul per timore che tra loro si nascondano islamisti. Gli sfollati vengono portati in grossi campi in una sorta di zona cuscinetto tra zone Isis e Kurdistan. Qui si svolge un processo di screening molto lungo e tortuoso e poi li si rialloca in altri campi».

Ora parte una nuova fase, Mosul ovest deciderà il destino dell’Iraq, delle sue divisioni interne e delle sue contraddizioni. Sulla pelle dei civili.

Fonte

04/10/2015

Kunduz. Msf denuncia: "Sapevano dove eravamo e che ci stavano bombardando". Saliti a 9 i morti

I comandi militari Usa e afghani erano informati della posizione dell’ospedale di Medici senza Frontiere a Kunduz ed erano stati anche avvisati che stavano bombardando l’ospedale. Eppure per 30 minuti le bombe sono cadute uccidendo 9 tra medici e infermieri e facendo 37 feriti. La strage e il bombardamento segnano una nuova orribile pagine dell'invasione Usa/Nato in Afghanistan. I comandi Nato parlano di danni collaterali, mentre il New York Times riferisce che l'ufficio del presidente afhano Ashraf Ghani ha rilasciato una dichiarazione affermando che sabato sera il generale John F. Campbell, il comandante delle forze americane in Afghanistan, si era scusato per il bombardamento, mentre il Segretario alla Difesa Usa, Ashton Carter, ha detto solo che "è in corso un'indagine completa sul tragico incidente".

Guarda il video sugli effetti del bombardamento.

Un comunicato di Medici Senza Frontiere spiega quanto accaduto.

"Medici Senza Frontiere condanna nel modo più assoluto il terribile bombardamento che ha colpito l’ospedale dell’organizzazione a Kunduz, coinvolgendo staff e pazienti. MSF vuole chiarire che tutte le parti in conflitto, comprese Kabul e Washington, erano perfettamente informate della posizione esatta delle strutture MSF - ospedale, foresteria, uffici e unità di stabilizzazione medica a Chardara (a nord-ovest di Kunduz). Come in tutti i contesti di guerra, MSF ha comunicato le coordinate GPS a tutte le parti del conflitto in diverse occasioni negli ultimi mesi, la più recente il 29 settembre.

Il bombardamento è continuato per più di 30 minuti da quando gli ufficiali militari americani e afghani, a Kabul e Washington, ne sono stati informati. MSF chiede urgentemente chiarezza per capire esattamente cosa sia successo e come sia potuto accadere un evento di questa gravità.

È con grande tristezza che confermiamo la morte di 9 operatori MSF durante il bombardamento di questa notte all’ospedale di MSF a Kunduz. L’ultimo aggiornamento parla di 37 feriti, tra cui 19 membri dello staff MSF. Alcuni dei feriti più gravi sono in corso di trasferimento in un ospedale a Puli Khumri, che dista 2 ore di auto. Di molti pazienti e staff non si hanno ancora notizie. L’impatto di questo terribile bombardamento sta diventando più chiaro e i numeri continuano a crescere.

Bombardare un ospedale dove si curano i feriti è un atto di violenza inaccettabile. Un ospedale è un luogo di cura che come tale va tutelato e ciò è possibile solo se gli ospedali vengono rispettati da tutte le parti in conflitto, come previsto dalle convenzioni di Ginevra".

Dopo il bombardamento dell’ospedale di Kunduz è scattata anche la solidarietà fattiva di altre strutture come Emergency. Qui di seguito il suo comunicato:

Esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere e condanniamo fermamente l'attacco da parte delle forze Nato all'ospedale a Kunduz, in ‪#‎Afghanistan. Oggi pomeriggio MSF trasferirà alcuni feriti all'ospedale di EMERGENCY a Kabul. Rimaniamo a disposizione di MSF e della popolazione di Kunduz per curare gli altri feriti che potranno essere evacuati dalla città. Lavoriamo in Afghanistan dal 1999 e siamo molto preoccupati dal costante peggioramento delle condizioni di sicurezza: nel Paese si combatte in 25 province su 34 e il numero dei feriti e delle vittime civili cresce di mese in mese. La violenza e l'instabilità in cui sta precipitando l’Afghanistan rende sempre più difficile garantire l'attività degli operatori umanitari e tutto questo rischia di tradursi in un ulteriore danno a discapito della popolazione afgana.

Fonte

28/07/2015

Quanto deve costare la sanità? Quanto serve

Ma quanto deve “costare” la ‪#‎sanità‬? A mio avviso, l’unica risposta intelligente (e carica di giustizia) è: quanto serve, quanto serve per curare al meglio le persone che ne hanno bisogno. Tutte. Idealmente, non un euro in più, né un euro in meno.

I rapporti ufficiali, invece, ci dicono che circa 10 milioni di italiani non possono curarsi come dovrebbero, perché non se lo possono più permettere. La spesa sanitaria italiana è di poco superiore ai 100 miliardi di euro annui. Troppi? Pochi? Chissà. La “spesa sanitaria” è però il costo per lo Stato, o meglio per la collettività, del “sistema sanitario”, non è quanto viene speso per curare le persone. C’è molto di più in quei 100 miliardi l’anno. Certamente ci sono un uso poco razionale delle risorse e la dannosa “medicina difensiva” a dilapidare danaro pubblico.

C’è però una cosa nella #sanità che costa più di tutto il resto e che viene ostinatamente censurata: il profitto. In tutte le sue forme, nelle strutture pubbliche come in quelle private “convenzionate”, che ormai da noi funzionano esattamente nello stesso modo. Aziende, non più Ospedali. Il profitto stimato nel settore della #sanità si aggira attorno ai 25 miliardi di euro annui. E se si iniziasse a “tagliare” da lì? Con i soldi risparmiati dando vita ad ospedali non-profit, cioè a strutture che abbiano come obiettivo le migliori cure possibili per tutti e non il pareggio di bilancio, si potrebbe ricostruire una vera #sanità pubblica, cioè un servizio totalmente gratuito, di alta qualità… e molto meno costoso.

Fonte

17/04/2015

Gino Strada: “Ebola è finalmente sotto controllo”. Il contributo di Cuba

Capita raramente, in questi tempi, di leggere un post che parla di vittorie. Ma le sei righe di Gino Strada ci confermano che è vero che le uniche battaglie che si perdono sono quelle che non vengono combattute. In un pappa di disattenzione, inquietudini e strumentalizzazioni razziste, in Africa c'è chi ha combattuto una battaglia sul campo e la sta vincendo: quella contro l'epidemia di Ebola. Una battaglia che ha fatto migliaia di caduti tra chi contrae il virus ma che è riuscita anche a salvare la vita alla gente sperimentando tutte le possibilità per fermare la pandemia. L'infettivologo di Emergency Emanuele Nicastri, aveva contratto il virus mortale ma è riuscito a sconfiggerlo, perché se si lotta seriamente contro le pandemie si può trovare la strada per batterle.

Riportiamo qui di seguito il post diffuso da Gino Strada che, insieme ad Emergency questa battaglia l'ha ingaggiata da subito, senza fanfare e senza troppa collaborazione da parte delle autorità.
“Questa volta ci siamo, l’epidemia è sotto controllo. Ci sarà “una coda”, pochi casi sporadici nel Paese, ma questa epidemia in Africa occidentale è stata vinta, finalmente. Il nostro Centro non ha più ammalati, solo pochi convalescenti che saranno dimessi nei prossimi giorni. E anche per me, dopo più di 6 mesi, è finalmente ora di tornare a casa. Grazie a tutto il nostro staff, alle centinaia di persone che si sono impegnate con passione e professionalità. Grazie a tutti voi che ci avete incoraggiato e sostenuto in questa esperienza durissima e rischiosa, da soli non ce l’avremmo fatta”.
Sono sei righe importanti e che raccontano molto di una battaglia che ha visto protagonista gente silenziosa e abituata ad accorrere dove gli altri scappano e senza la protezione dei marines, anzi tenendoli alla larga dai propri ospedali.

E' doveroso sottolineare in tal senso che è stata Cuba il paese che si è impegnato di più per limitare l’epidemia di Ebola e che ha mandato il maggior numero di personale medico e sanitario in Africa. L’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), in una conferenza stampa tenuta a settembre dello scorso anno, ha ringraziato Cuba per il suo contributo ed aveva auspicato che altri paesi prendessero il suo esempio. Tutto il personale medico inviato da Cuba in Africa per contrastare Ebola ha più di quindici anni di esperienza e ha già lavorato in altri paesi affrontando disastri naturali o altre epidemie di malattie. Oggi più di 50.000 dottori formati a Cuba lavorano in 66 paesi; 4.000 di questi si trovano soltanto in Africa, in 32 nazioni.

Era stato un editoriale del New York Times, a segnalare che i timori dei governi e dell’opinione pubblica per il virus ebola in Occidente non avevano determinato un’adeguata risposta dagli Stati più potenti e che avrebbero di più da offrire. Mentre gli Stati Uniti e molte altre nazioni ricche sono state più che disposte a stanziare fondi e inviare soldi e marines, solo Cuba e poche organizzazioni non governative – vedi Emergency – hanno inviato quello che davvero serviva sul campo: personale medico qualificato.

Sarà un caso ma colui che ha scritto che “le uniche battaglie che si perdono sono quelle che non si combattono”, aveva contribuito alla riuscita di quella rivoluzione. Era il medico Ernesto Che Guevara.

Fonte

27/12/2014

Il medico di Emergency che ha sconfitto Ebola: «Solo un soldato ferito»

Lui non si sentirà un eroe ma certo è una persona eccezionale. Ci piacerebbe farne il nome, che conosciamo, ma non spetta a noi violare la privacy del malato e della sua famiglia a Catania. «Non credo di essere un eroe ma so per certo di non essere un ‘untore’: sono solo un soldato che si è ferito nella lotta contro un nemico spietato». Lo scrive il medico italiano di Emergency colpito da Ebola e ricoverato allo Spallanzani, in un messaggio reso pubblico della sua Ong. Da notizie ufficiose si parla ormai di guarigione clinica e di prossime dimissione. Nel 2015 la sua ‘resurrezione’ ormai certa. Ma ecco il testo della lettera che il nostro ‘Soldato’ ha mandato per Natale ad Emergency e che la stessa ha oggi reso nota.
«L’ultima cosa che ricordo della Sierra Leone è il viaggio fino all’aeroporto assieme ai colleghi e la partenza sull’aereo dell’Aeronautica Militare. Poi l’arrivo in Italia all’interno di un contenitore ermetico e il trasporto all’Istituto Spallanzani.

Ricordo i primi due o tre giorni trascorsi in isolamento, i farmaci sperimentali che ho iniziato, l’estremo malessere, la nausea, il vomito, l’irrequietezza; pensavo in quei momenti ai pazienti che avevo contribuito a curare, stavo provando le stesse cose che loro avevano provato e cercavo di capire qualcosa di più di ciò che mi stava succedendo, cercavo di mantenere la mente lucida e distaccata per un’analisi “scientifica”.

Ma il malessere era troppo e troppo difficile restare concentrato. Poi la trasfusione di plasma cui credo sia seguita una reazione trasfusionale e la luce della coscienza che grossomodo si spegne.

Mi hanno raccontato di essere stato in rianimazione, di essere stato intubato e sedato; so di avere firmato una serie di consensi per i protocolli sperimentali poi, dopo questo, non ho memoria di nulla, mi mancano due settimane, quelle del mio aggravamento, durante le quali mi sono in qualche modo battuto contro il mio nemico; e pare che sia riuscito a batterlo.

Da qualche giorno sto meglio, lentamente ho ripreso in mano il controllo del mio corpo, riesco a muovermi in autonomia; da qualche giorno ho iniziato a leggere qualcosa di ciò che è stato pubblicato a proposito della mia vicenda; in larga misura parole di conforto, di sostegno e augurali ma anche parole che possono essere giustificate solo dall’ignoranza.

Non credo di essere un “eroe” ma so per certo di non essere un “untore”: sono solo un soldato che si è ferito nella lotta contro un nemico spietato. Una delle cose più belle che ho letto in questi giorni è un articolo online che parla di solidarietà, di rispetto, di dignità. E non posso non pensare ai miei colleghi di Emergency che, anche in questi giorni, sono in Sierra Leone cercando di fare sempre di più e sempre meglio per curare i malati di Ebola.

Ebola è un mostro terribile e temibile ma sono convinto che la sconfitta di questo mostro dipenda in larga misura dal fronte che lo ostacola. Spero che questo fronte possa allargarsi e opporsi a Ebola in modo sempre più efficace”.

Buon Natale!».
Adesso, un eccezionale 2015 con il suo ritorno in famiglia nella sua bella Catania gentile dottor [...] ‘Soldato’.

Fonte

15/06/2013

Sanità, i tagli che fanno dimenticare al servizio pubblico 12 milioni di cittadini

La riduzione del finanziamento pubblico ai sistemi regionali, frutto dei tagli lineari del governo Berlusconi prima e del rigore del governo Monti, sta toccando in profondita il Servizio sanitario nazionale. La spesa personale dei cittadini per la salute ha toccato una quota pari all’1,8% del Pil mentre il 12,5% delle famiglie dice di aver dovuto rinunciare “ad almeno una prestazione sanitaria”. Anche dal governo Letta provengono messaggi poco rassicuranti.

La neo-ministra, Beatrice Lorenzin, è stata piuttosto esplicita nella sua audizione alle commissioni Sanità di Camera e Senato. “Siamo passati da un’universalità forte e incondizionata – ha detto la scorsa settimana – a un’universalità mitigata per garantire le prestazioni necessarie e appropriate solo a chi ne abbia effettivamente bisogno”. “Una riforma del sistema non è più procrastinabile”. Il gioco delle parole è ingegnoso: apparentemente l’universalità del servizio – pagato dalle tasse di tutti (almeno di chi le paga) – non è messo in discussione ma da “forte” diventa “mitigata” finalizzato a garantire prestazioni “solo a chi ne abbia effettivamente bisogno”.

A parole i tagli sono banditi, occorre lavorare sulla “spesa standard” e sulla lotta agli sprechi. Nella sostanza, però, si pensa a “limitare l’accesso alle strutture ospedaliere e ai pronto soccorso”. Quali che siano le scelte che saranno fatte, è il Censis a rilevare che circa 12 milioni di italiani sono sempre più distanti dal servizio sanitario nazionale costretti a mettere mano ai propri risparmi per pagarsi le cure. I motivi di questa fuga sono diversi.

La ragione principale è la lunghezza delle liste d’attesa (per il 61,6%) e la convinzione che se paghi vieni trattato meglio (per il 18%). Si ricorre al privato soprattutto per l’odontoiatria (90%), le visite ginecologiche (57%) e le prestazioni di riabilitazione (36%). Ma il 69% delle persone che hanno effettuato prestazioni sanitarie private reputa alto il prezzo pagato e il 73% ritiene elevato il costo dell’intramoenia. Al 27% è anche capitato di constatare che il ticket per una prestazione sanitaria fosse superiore al costo nel privato. È vero solo in parte, e solo per accertamenti a basso contenuto tecnologico ma contribuisce ad alimentare una sensazione di insicurezza e scarsa copertura pubblica.

Secondo il Censis, sulla base di queste “percezioni”, il 20% degli italiani sarebbe disposto a spendere circa 600 euro l’anno, 50 al mese, per avere una copertura sanitaria integrativa. Le coperture maggiormente desiderate riguardano le visite specialistiche e la diagnostica ordinaria (52%), le cure dentarie (43%) e i farmaci (23%).

È molto alta, però, (il 68%) la percentuale di italiani che non ha mai sentito parlare o ne ha sentito parlare senza capire bene, di sanità integrativa. Sono invece 6 milioni quelli che una formula integrativa già la possiedono. Considerando i familiari il numero sale a 11 milioni.

Infine il ticket. Il 50% degli italiani ritiene che sia una tassa iniqua, il 19,5% pensa che sia inutile e il 30% lo considera invece necessario per limitare l’acquisto di farmaci. Si lamentano di dover pagare ticket elevati soprattutto per le visite ortopediche (53%), l’ecografia dell’addome (52%), le visite ginecologiche (49%) e la colonscopia (45%). Il 41% degli italiani, inoltre, dichiara che la sanità pubblica copre solo le prestazioni essenziali e tutto il resto bisogna pagarselo da soli. Per il 14% la copertura pubblica è insufficiente per sé e la propria famiglia, mentre il 45% ritiene adeguata la copertura per le prestazioni di cui ha bisogno.

Il welfare e le risorse. Un’altra voce che aiuta a spiegare i casi come Emergency a Marghera è quella delle politiche sociali. Secondo un’analisi di Quotidiano Sanità sui numeri forniti dalle Regioni vengono ricostruiti i percorsi e gli stanziamenti di tutti i fondi che riguardano le politiche di welfare. Ne emerge che Il Fondo nazionale per le politiche sociali “si è contratto del 77,8% passando da uno stanziamento di 1,884 mld del 2004 ai 344,17 mln del 2013”. Il Fondo nazionale per le politiche giovanili istituito nel 2007 “è stato completamente azzerato nel 2013 così come il Fondo per le Pari opportunità e per il Fondo per le politiche della famiglia”. il Dipartimento della Gioventù e la singola Regione”.

Fonte

18/07/2012

Chiude E-Il mensile

L'editoriale di Gianni Mura sull'ultimo numero

E-il mensile interrompe le pubblicazioni. La notizia prima di tutto, m’hanno insegnato quand’ero agli inizi, e la notizia è questa. E questo è il mio ultimo editoriale da direttore.
Non facile da scrivere, ma mi tocca. Tra edicole e abbonamenti il giornale vende all’incirca ventimila copie. Non pochissime, secondo me, se teniamo conto della crisi. Molti hanno rinunciato al quotidiano e il taglio si ripercuote con maggior forza su settimanali e mensili. La crisi pesa anche sull’editore, cioè su Emergency. Che non è più disponibile ad accollarsi il passivo (non esorbitante) della gestione.
Non ci trovo nulla da eccepire: prima vengono gli ospedali, poi i giornali. E-il mensile è nato per trasmettere una cultura di pace e credo l’abbia fatto. Credo, ancora, che questo modo di fare giornalismo abbia un futuro, anche se si è scontrato con il presente. Me lo fanno pensare i tanti messaggi di colleghi d’altre testate (“bravi, finalmente qualcosa di nuovo”), ma soprattutto i messaggi delle lettrici, dei lettori, di voi che state leggendo queste pagine e che ci avete dato attenzione, fiducia, calore.
Grazie a tutti, è stato bello finché è durato, come si usa dire. Molti dei messaggi elogiativi non li abbiamo pubblicati, per modestia. Uno sì, di una lettrice che ci ha definito “un manuale di umanità”: ecco, un pezzettino di quello che considero una medaglia me lo porto via. Il resto lo condivido con una redazione altrettanto ricca di umanità, di progetti, di speranze, forse di utopie, ma è stato bello condividere anche quelle. Bello e utile, nelle dichiarazioni d’intenti, doveva essere questo giornale e credo lo sia stato. Utile perché ha raccontato storie vere, della vita di tutti, e pezzi di mondo. Bello per il respiro dato ai testi, alle illustrazioni, alle fotografie.
Dopo la redazione, i ringraziamenti continuano: a tutto il gruppo di E, dalla segreteria ai grafici ai collaboratori esterni. Per me è stato un piacere, e un arricchimento, lavorare con loro.
Infine, grazie a Emergency che mi ha offerto questa possibilità.
Era un’avventura, è durata meno del previsto, ma grazie ugualmente.

Gianni Mura


Il saluto di Emergency

Di Cecilia Strada
Presidente di Emergency, già collaboratrice di PeaceReporter.

E-il mensile interrompe le pubblicazioni. Diciott’anni di lavoro con Emergency mi hanno insegnato a lavorare con la testa e con il cuore e in questo saluto voglio farli parlare entrambi.
La testa dice che Emergency non può più permettersi di sostenere i costi di questo straordinario progetto culturale, che parte dal 2003, con un quotidiano online, e si conclude alla fine di questo mese, con l’ultimo numero di un mensile di carta.
Come sapete, la crisi economica globale ha dato un colpo durissimo a tutte le realtà che, come Emergency, vivono soprattutto delle donazioni dei piccoli contribuenti: proprio le prime vittime della crisi. La difficile situazione mondiale riempie le sale d’attesa delle nostre strutture sanitarie, anche in Italia, dove visitiamo sempre più cittadini italiani; la difficile situazione mondiale priva i nostri sostenitori – per la maggior parte, proprio cittadini italiani – della possibilità di continuare a donare per tutte le buone cause come quella di Emergency. Essere costretti a lavorare sempre di più, potendo contare su sempre minori risorse economiche: questa, in estrema sintesi, è la realtà che Emergency sta affrontando da più di un anno. Per far fronte a questa situazione, siamo costretti a scegliere: e prima di chiudere la porta di un ospedale, siamo costretti a chiudere la porta di un giornale. Siamo costretti a rinunciare a uno strumento (che è fatto di molte cose: della carta di questo mensile, dei pixel del quotidiano online, delle immagini e dei suoni di tutti i prodotti multimediali) che in questo momento non possiamo più sostenere. È una grossa rinuncia, per tutti noi: fare cultura, cultura di pace, cultura di diritti e solidarietà, è uno degli obiettivi statutari di Emergency, quello che ci ha portato, nel 2003, a dare il via al progetto PeaceReporter.
E il cuore, cosa dice? Il cuore dice tutto il suo dolore per essere stati costretti a dover scegliere. Il cuore mi ricorda anche di non dare niente per scontato: ci capita mai di ringraziare uno dei nostri infermieri perché ha assistito bene un paziente? No, non lo ringraziamo, perché ha “solo” fatto il suo dovere, lo diamo per scontato. Eppure, è giusto, bello e utile dirselo, ogni tanto.
Anche “il mondo di E”, dal direttore, all’intera redazione, a tutti i collaboratori che hanno reso possibile questo progetto, ha fatto “solo” il proprio dovere: fare cultura, farne tanta, farla bene. Però, in questo saluto, il cuore mi ricorda di dirlo, e di dirlo a voce alta: grazie a tutti quelli che hanno lavorato a questo progetto, grazie per tutto quello che avete fatto e per come lo avete fatto.
La testa, in questo momento, deve dire addio. Il cuore sussurra: speriamo che sia un arrivederci.


Un difficile addio

Perché non riesco a scrivere, oggi? Perché il fatto che tra una settimana circa questo giornale online verrà chiuso è la cosa più difficile da scrivere che mi sia capitata. Questo sito, che prima si chiamava PeaceReporter, ha contribuito a cambiare il modo di fare giornalismo nel nostro Paese. Quando cominciammo, nel 2003, i giornali online – quelli indipendenti, non le trasposizioni di quelli di carta – in Italia erano una realtà praticamente sconosciuta. La nostra prima battaglia vinta è stata quella. Eravamo “controinformazione” con tutto quello che di buono questo termine porta con sé, ma anche con tutto quello che di negativo – soprattutto nel mondo del giornalismo – quella parola indica. Poi siamo diventati autorevoli, ed è stato bello vedere, quando si andavano a trovare i colleghi dei giornali mainstream, che agli esteri c’era sempre un computer con il nostro sito nel monitor. Così come è stato bello, poi dopo un po’ ci siamo stufati, guardare quanti articoli che noi avevamo già scritto finivano sui giornali. Qualcuno, all’inizio, tantissimi dopo un anno o due. Questa è stata la nostra seconda sfida vinta: riuscire a diventare indispensabili a chi si occupa di notizie dall’estero. E riuscire in qualche modo a cambiare il modo di fare informazione. Le guerre dimenticate sono state riscoperte. Molte bugie sono state svelate. Farne l’elenco sarebbe davvero troppo lungo. E un esercizio inutile, peraltro, che farebbe solo aumentare quel dolore che oggi in redazione ci portiamo dentro.
Oggi ci salutiamo, dunque. Chiudiamo la baracca, come si dice. L’ultimo numero del mensile E sarà quello di agosto, tutto da leggere a partire dall’editoriale di saluto del direttore Gianni Mura,  e il sito si fermerà l’ultimo venerdì di luglio. Ma era giusto avvisare per tempo. Siamo consapevoli di lasciare un buco importante, ma certi anche di aver assolto al compito fondativo: quello di far aprire gli occhi su quel che accade nel mondo. Di avvicinare culture e raccontarle per come sono, e cioè più vicine e simili di quanto molti pensano perché ingannati da una informazione spesso troppo superficiale.
Rabbiosamente ci arrendiamo al mercato, pessimo misuratore della qualità dell’informazione, drogato in Italia più che in qualsiasi altro paese occidentale dal perverso rapporto tra editori e politica (che ha generato una tra le peggiori leggi per il sostegno all’editoria che si possa immaginare) e tra editori e affari, che non è solo il “conflitto di interessi” di Berlusconi, ma il fatto che non ci siano editori puri che si misurano con il libero mercato. E che informazione, pubblicità, distribuzione (sia fisica che virtuale) dei contenuti giornalistici siano concentrati nelle mani di pochi che gestiscono a cartello l’esistenza in vita di questo e di quello. Non a caso l’Italia è al 62° posto nel mondo nella classifica che racconta della libertà di stampa.
Cose da ricordare ne abbiamo tante, alcune serie e altre meno. Le interrogazioni parlamentari che abbiamo causato (l’ultima proprio in questi giorni) sbugiardando le dichiarazioni dei ministri della Difesa e dei presidenti del Consiglio di ogni parte sulla guerra irachena e afgana, le ricordiamo tra quelle serie, la nostra proposta – una provocazione – di mandare i militari non in guerra ma nei cantieri per verificare il rispetto delle leggi a tutela dei lavoratori. E potete immaginare lo stupore di leggere il giorno dopo che La Russa aveva poi deciso di farlo. E poi tornando alle cose serie, l’organizzazione del primo 1° marzo di sciopero degli stranieri, la lettera al sindaco di Milano Letizia Moratti di Marco Formigoni, i tanti premi vinti dalla redazione, i primi webdocumentari, nuova forma di espressione dell’informazione online di cui siamo stati pionieri in Italia, i tanti reportages esclusivi fatti dalle zone più difficili del pianeta. Grandi risultati e grandi soddisfazioni ottenuti perché siamo stati una grande squadra, fatta di belle persone e di grandi professionalità.
Oggi ci salutiamo, in un mondo che è parecchio cambiato rispetto al 2003, ma che ancora deve sciogliere i nodi drammatici che impediscono la convivenza civile tra i popoli. Eravamo ottimisti, quando nascemmo, perché c’era un enorme movimento planetario per la pace. Non un movimento genericamente pacifista, ma consapevole del fatto che la pace può essere costruita solo costruendo diritti, facendo rispettare quella Dichiarazione Universale che se fosse applicata davvero impedirebbe i grandi squilibri tra nord e sud del mondo, tra paesi ricchi e paesi poveri, ma anche garantirebbe a tutti una vita migliore e più degna di essere vissuta. Le pari opportunità (di sesso, di censo, di classe, di colore), il diritto all’istruzione, alla sanità, al lavoro.
Dopodiché chiudiamo quando questi diritti evaporano rapidamente anche nel nostro Paese, e questa è la nostra sconfitta. Che speriamo possa essere solo momentanea. Perché nessuno di noi smetterà di battersi perché questi diritti siano riconosciuti e rispettati, in Italia e nel mondo.
Inutili, sappiamo di non essere stati, dunque. Abbiamo seminato tanto, e non siamo stati capaci di raccogliere. Non dal punto di vista del mercato, appunto, non dal punto di vista della sostenibilità di una impresa che ha avuto grandi successi e grandi meriti ma nessun rientro economico.
Ora, non resta che salutarci. Nella speranza di ritrovarci presto. Dove, come e quando non lo sappiamo ancora. Un abbraccio a tutti da tutti noi. E grazie, a tutte e tutti quelli che in questi dieci anni hanno fatto informazione con noi, a chi ha contribuito a tenere in piedi il progetto, a tutti voi che ci avete letto e sostenuto.

Maso Notarianni