Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/12/2025

La RAI sempre più “servizio bellico”

Prima invocavano compulsivamente il “contradditorio” su ogni cosa. Ora sono passati direttamente al monologo a più voci. Quello per la guerra, naturalmente... 

Persino il fin troppo mite Lucio Caracciolo, direttore della edizione italiana della Komsomol’skaja Pravda (in italiano “Limes”) è ormai considerato un reietto da questa #Rai con l’elmetto.

A #inmezzora, discettano amabilmente di guerra con ospite fisso Marco Minniti passato, qualche anno fa, dalle posizioni apicali del Partito Democratico direttamente alla presidenza della fondazione Med-Or di #Leonardo S.p.A., primo produttore di armi nell’Unione Europea e tra i principali fornitori di sistemi d’arma, inclusi elicotteri e cannoni navali ad Israele. Come chiamare Dracula a spiegarci quanto è importante diventare donatori di sangue.

La nuova conduttrice di #inmezzora, Monica Maggioni, catapultata alla presidenza RAI, alcuni anni or sono, ora tira la volata al Deep State statunitense ed ai nuovi stranamore europei che, con evidente sprezzo del ridicolo, da qualche tempo, amano farsi chiamare “i volenterosi”.

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23/04/2023

Napoli contesta Minniti e Piantedosi

“Quando un giorno si farà la storia dei crimini di Stato nel Mediterraneo e del razzismo istituzionale sarà importante se si potrà dire che c’è stato chi si è opposto, chi ha resistito, chi ha chiamato gli assassini col loro nome, chi ha detto coi fatti ‘non nel mio nome’!“

Così oggi oltre un centinaio di antirazzist*, migranti, autoctoni, studenti, associazioni hanno contestato alla Stazione Marittima di Napoli la presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e dell’ex Ministro Marco Minniti.

Con le mani bagnate di vernice rossa i manifestanti hanno gridato “questo è il sangue di cui sono sporche le vostre“.

La polizia ha caricato due volte: quando è passata la macchina di Marco Minniti, mentre i manifestanti volevano deporre una corona di fiori sotto al monumento del migrante che si trova all’ingresso della stazione marittima.

E quando è passata l’auto del ministro dell’Interno verso cui gli attivisti hanno tirato foglie di insalata a ricordare che lo sfruttamento nelle campagne e sul lavoro è l’altra faccia di decreti come quello che è al voto in Parlamento: attaccando la protezione speciale (e non solo) aumenta clandestinità e ricattabilità delle persone. Dopo le cariche, tra i manifestanti molti contusi e un ferito alla testa...

“Basta parlare di Stragi del mare – si spiega dal camioncino dello speaker – quando 94 persone come a Cutro muoiono affogate a due passi dalla riva, dopo essere state avvistate da almeno un giorno bisogna parlare di Stragi di Stato, per la quale i parenti delle vittime e la democrazia italiana hanno diritto ad avere Verità e Giustizia!“

Se Matteo Piantedosi è il tecnocrate che fa la guerra al soccorso in mare in nome di un governo di estrema destra che parla senza vergogna di “difesa della razza“, Marco Minniti è l’architetto di quel memorandum sulla Libia che dal 2016 finanzia bande di aguzzini nel paese per sequestrare, torturare, violentare e schiavizzare migliaia di esseri umani.

“Morti in mare – Schiavi in terra!” denunciava lo striscione del movimento migranti, un altro “Minniti e Piantedosi Not Welcome” e quello al centro “Stragi di Stato – Minniti e Piantedosi assassini in giacca e cravatta!“.

La contestazione precede la manifestazione antifascista e antirazzista del 25 aprile (da piazza Garibaldi alle 10) e quella nazionale del 28 aprile a Roma contro il nuovo decreto in discussione in Parlamento, per la quale solo da Napoli sono già stati organizzati dieci autobus di manifestanti.

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01/05/2022

“Non possiamo escludere la Terza guerra mondiale”

Marco Minniti, ex sottosegretario ai servizi segreti, ex ministro dell’interno ora esponente dell’industria delle armi, in confronto con me a L’aria che tira ha testualmente detto: “Non posso escludere terza guerra mondiale”.

Ma ci rendiamo conto che stanno sdoganando e normalizzando la guerra atomica? Voi restereste calmi e compassati di fronte ad affermazioni come questa? Io NO.

Molti mi dicono: che ci vai a fare in trasmissioni dove appena parli di pace ti azzannano in gruppo e non ti fanno più parlare? Ecco oggi ritengo sia stato utile andarci perché nella foga dell’assalto guerrafondaio, a Minniti è scappata la verità: che il partito della guerra di cui fa parte mette in conto anche la terza guerra mondiale.

È necessario che si sappia dove sono disposti a portarci e bisogna essere ancora più fermi e decisi, non mollare di un millimetro, di fronte alla guerra e alla propaganda di guerra.

Bisogna disertare e far disertare la guerra prima che sia troppo tardi.

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28/03/2022

A pensar male si fa peccato...

Dal giorno dell’invasione e l’inizio della guerra il sistema mediatico italiano si è immediatamente compattato, allineato e uniformato in un’unica voce bellicista. Fatta eccezione per qualche rara voce dissonante la richiesta di una maggiore partecipazione negli aiuti allo sforzo militare che proveniva da Kiev ha così trovato una vasta eco nelle redazioni dei maggiori giornali nazionali.

Sappiamo bene come funziona l’informazione mainstream e come obbedisca ad alcune “leggi” che per certi aspetti prescindono anche dalle linee editoriali. Così come sappiamo altrettanto bene come proprio tali leggi tendano spesso ad innescare reazioni e comportamenti che potremmo quasi definire “automatici”.

L’orrore della guerra, soprattutto quando è “lontana da noi”, alla lunga tende a stancare il lettore o lo spettatore, di questa cosa se ne crucciava pubblicamente pochi giorni fa Concita De Gregorio, quando lamentava in diretta televisiva un calo generalizzato degli ascolti dei talkshow dedicati al conflitto. Potrà pure suonare cinico, ma la guerra produce assuefazione, e per mantenere alta l’attenzione del pubblico pagante è necessario fornirgli dosi sempre più forti di orrore.

L’entourage che cura la comunicazione di Zelenskij, provenendo dal mondo delle fiction televisive, questa legge non scritta la conosce perfettamente, e non a caso periodicamente provvede ad alzare l’asticella dell’allarme mediatico lanciando “notizie” di stragi efferate che, per fortuna, e sottolineiamo per fortuna, almeno per il momento non hanno mai trovato riscontro.

I marinai schiacciati vivi sull’isola dei serpenti che in realtà erano incolumi, il “bombardamento” della centrale nucleare che avrebbe messo a rischio l’intera Europa quando in realtà si trattava di bengala traccianti; le migliaia di morti sotto le macerie nell’ospedale di Mariupol poi ridottesi a 3 vittime e 17 feriti; le altrettanta migliaia di presunte vittime nel bombardamento del teatro, sempre a Mariupol; le donne stuprate ed impiccate di cui però non si è trovata traccia, l’uso di bombe al fosforo successivamente smentito dalle stesse autorità ucraine, ecc. ecc.

Tutte “notizie” la cui veridicità non ha alcuna importanza per i nostri giornali, basta solo che siano “verosimili” e che quindi possano essere utilizzate per vendere copie, ottenere visualizzazioni o far alzare lo share. Proprio come dei tossici ne hanno un bisogno continuo e chi gliele spaccia lo sa bene.

Probabilmente su questo si innesta poi anche un problema generalizzato di “qualità professionale” legata al fatto che da anni le redazioni si reggono sul lavoro editoriale di stagisti, giovani giornalisti o aspiranti tali che vengono pagati una miseria a pezzo, e che dunque il più delle volte si limitano a riprendere le agenzie di stampa e colorirle un po’ e a trasformarle in un articolo, senza nemmeno prendersi la briga di verificarne l’attendibilità. Mettendo così in pratica, probabilmente senza nemmeno averne coscienza, quel vecchio slogan degli anni Settanta che sosteneva che a un salario di merda andasse fatto corrispondere un lavoro di merda, in questo caso più propriamente un prodotto di merda. Che poi questo accada in un campo delicatissimo come quello dell’informazione, e durante un conflitto che potrebbe tracimare in una guerra globale, è solo un ulteriore segnale dei tempi che viviamo.

Oltre a questo c’è poi, però, e forte, l’adesione ideologica al conflitto da parte di chi quelle redazioni le controlla professionalmente, nonché, altrettanto forti, gli interessi materiali di chi invece quelle redazioni le controlla economicamente. D’altronde, come sottolineò acutamente qualche anno fa Raul Castro: da quando è stata inventata la stampa, la libertà di stampa è la volontà del padrone della stampa. Quindi, visto che usando come giustificazione la paura che i cavalli dei cosacchi possano arrivare ad abbeverarsi alle fontane del Vaticano l’Italia si sta apprestando ad alzare le spese militari al 2% del Pil, forse non sarebbe poi così peregrino domandarsi chi ci guadagnerà da questo extrabudget di 10 miliardi di euro all’anno.

A tal proposito è stato molto interessante, quindi, leggere una breve inchiesta pubblicata nei giorni scorsi dai tipi di Radio Città Fujiko 103.1 fm sugli “interessi materiali” della proprietà a cui fa riferimento il Gruppo Gedi.

Tra le 24 testate controllate dal gruppo di cui è presidente John Elkann ritroviamo infatti alcune di quelle più apertamente sbilanciate per un coinvolgimento militare dell’Italia nella fornitura di armi e nel sostegno economico al governo Zelenskij. Su tutte indubbiamente spiccano La Repubblica e La Stampa, i cui direttori “embedded” non solo hanno indossato fin da subito l’elmetto, ma presidiano quotidianamente talkshow e trasmissioni tv, bastonando dialetticamente chiunque venga ritenuto in odore di “criptoputinismo”. Ebbene, come dicevamo e come ricordava l’inchiesta, tutti questi giornali fanno capo a John Elkann e ad una holding, la Exor, di cui lo stesso Elkann è il Ceo.

Tra le società controllate da questa holding figura anche la Cnh che ha come principali marchi la Iveco Defence Vehicle. “Insieme a Leonardo, la principale società italiana a partecipazione pubblica nel settore militare, la Cnh (quindi la Exor, cioè Elkann) ha partecipazioni nel Consorzio Iveco Oto Melara (Cio), capofila dell’industria nazionale degli armamenti terrestri. (…) Basterebbe questo per testimoniare l’interesse e gli affari di Elkann nel settore militare, che ai maliziosi basterebbero a spiegare l’interventismo di molti giornali italiani, ma l’appetito di Elkann per il settore difesa non è terminato. Nel 2020, in seguito alla crisi causata dal Covid, Rolls Royce mostrò gravi problemi di bilancio. Oltre alle celebri auto di lusso, Rolls Royce è attiva nel settore dell’aviazione civile, ma anche nel settore della Difesa. Si calcola che il 25% dei veicoli militari di tutto il mondo abbia motori Rolls Royce e lo stesso bilancio della società è composto per il 28% dai proventi del settore Difesa. Nell’aprile del 2021, in una lettera agli azionisti disponibile sul sito di Exor, John Elkann li informava che «Nel corso dell’anno abbiamo anche aperto una nuova posizione in Rolls-Royce. È il secondo produttore mondiale di motori per aerei civili (dopo GE) ed ha anche grandi imprese nei sistemi di difesa e potenza». Nel corso del 2020 la stessa Rolls Royce ha ricevuto commesse militari da Paesi come Germania, Corea del Sud e Gran Bretagna. (…) Ma non è finita. Il nome di Rolls Royce lo ritroviamo insieme ad un altro nome che abbiamo già visto, Leonardo, all’interno del programma Tempest per la produzione di aerei caccia di nuova generazione da sviluppare entro il 2035.”

Proprio il riferimento alla Leonardo permette di fare un ulteriore link, che forse non prova nulla, o forse invece spiega gli interessi materiali che muovono le scelte del soggetto politico in questo momento più attivo sul fronte della guerra a livello nazionale, il PD. Dal 2017 l’amministratore delegato del gruppo che deve al settore della difesa il 68% del suo fatturato (13,4 mld di euro nel 2020) è infatti Alessandro Profumo (ex Mps), uno che pur non avendone mai avuto la tessera in tasca è da sempre considerato più che organico al Partito Democratico. Un fortunata coincidenza poi vuole che nel 2021 la Leonardo abbia partorito la “Fondazione Med-Or”, con cui promuove un attività di lobbing nel Mediterrano e in Medio Oriente per allargare i propri affari, sempre nel campo della difesa, e che ne abbia affidato la presidenza all’ex ministro dell’interno Marco Minniti, che per ricoprire tale ruolo si dimise da deputato del PD. E sempre allo stesso partito fa riferimento anche il Presidente dell’altra fondazione creata dall’azienda nel 2019, l’omonima Fondazione Leonardo, e in questo caso a ricoprirne il ruolo apicale è invece stato chiamato l’ex ministro Luciano Violante.

Che la Leonardo sarà una dei maggiori beneficiari di questa generalizzata corsa al riarmo è indubbio. Oggi ad esempio il Fatto Quotidiano pubblica un interessante articolo sulla fabbrica di Cameri (Novara), di proprietà dell’Aeronautica militare, ma gestita proprio dalla Leonardo, in cui verranno prodotti i cacciabombardieri F35 destinati non solo all’Italia ma al mercato europeo. Proprio in virtù di questo clima belligerante si stima che la fabbrica, che adesso occupa circa 1100 addetti, verrà fortemente ampliata con stime che parlano di un ritorno industriale di almeno 30 mld di euro. Si tratta ovviamente solo di un esempio, ma che da l’idea della grandezza degli interessi in campo. Alla luce di ciò, e riguardando la postura guerrafondaia del PD e dei media, viene il sospetto che più che la sorte degli ucraini a lorsignori interessino i profitti delle multinazionali del settore militare. Come ebbe a dire Andreotti con un battuta diventata famosa: a pensar male si fa peccato, ma il più delle volte ci si indovina.

Collettivo Militant

05/04/2021

Spiati Ong e giornalisti per gli sbarchi dei migranti

Il ministero degli Interni (ma prima di Salvini, ndr) ordinava di spiare i giornalisti che si occupavano degli sbarchi dei migranti sulle coste italiane e la procura di Trapani ha fatto altrettanto. La vicenda è esplosa con fragore.

Fonti del ministero di Giustizia, hanno fatto sapere che la ministra Marta Cartabia, ha disposto accertamenti sull’inchiesta della Procura di Trapani sulle Ong, nell’ambito della quale sarebbero stati intercettati – secondo notizie di stampa – anche diversi giornalisti.

Non solo conversazioni telefoniche intercettate, a loro insaputa, tra i giornalisti e le loro fonti confidenziali, ma anche l’indicazione dei loro movimenti. Si tratta di migliaia di pagine della polizia giudiziaria, tra Sco (Servizio centrale operativo, ndr), Squadra mobile di Trapani e Capitaneria di Porto, nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Trapani che ha chiuso le indagini iniziate tra il 2016 e il 2017. Ossia il periodo nel quale al Ministero degli Interni c’era Marco Minniti del Pd e non il vituperato Salvini.

Il dato sul piano politico non è irrilevante. Abbiamo detto spesso che Minniti e Salvini erano due facce della stessa medaglia. Il primo ha solo agito meno rumorosamente del secondo ma con la stessa mentalità e gli stessi obiettivi. La stessa inchiesta che ha portato alla rimozione di Mimmo Lucano da sindaco di Riace era stata richiesta durante il periodo Minniti. Non solo. I dati sui blocchi degli sbarchi di migranti sulle coste italiane, sono assai superiori durante il doppio mandato dell’attuale ministra degli Interni – Lamorgese – che durante il mandato ministeriale di Salvini. Sono solo scomparsi dalle banchine portuali e dalle piazze le Sardine e affini che contestavano solo Salvini invocando l’apertura dei porti.

Le rivelazioni diffuse dal quotidiano Domani, sono esplose come una bomba politica ancor prima che giudiziaria.

L’ordine di indagare sulle Ong partì infatti dal Viminale ma a cavallo tra il 2016 e il 2017, mettendo in moto indagini nelle quali sono state ascoltate le conversazioni di numerosi giornalisti, scrive il quotidiano Domani proseguendo la controinchiesta che ha permesso di scoprire le anomalie delle indagini partite in Sicilia.

Nel dicembre del 2016, il Presidente del Consiglio Renzi si dimette e viene formato il governo Gentiloni. Al ministero degli Interni si insedia Marco Minniti. Ma nel giorno del cambio di ministro – scrive Andrea Palladino – dal ministero era già partita una informativa il cui oggetto è: “l’attività di analisi dei flussi migratori in Italia”. L’informativa è indirizzata allo Sco, ovvero all’ufficio di polizia giudiziaria che gestirà l’intera inchiesta di Trapani.

Dopo avere indicato le Ong come “fattore di attrazione”, viene precisato che è stata avviata “un’attività di raccolta informazioni circa le modalità di salvataggio dei migranti in mare, svolte dalle navi di proprietà delle Ong”. Nell’informativa vengono segnalati quattro casi di sconfinamento nelle acque libiche, da parte di alcune organizzazioni umanitarie: Moas e Medici senza frontiere.

Intanto a Trapani scattano le intercettazioni che non risparmiano i giornalisti. Si tratta di Nancy Porsia, a lungo monitorata anche negli spostamenti, e poi Francesca Mannocchi (L’Espresso – Propaganda); Sergio Scandura (Radio Radicale), Claudia Di Pasquale (Report–Rai3) e Nello Scavo (Avvenire), Antonio Massari (Il Fatto), Fausto Biloslavo (Il Giornale),

“Quell’informativa del Ministero dell’Interno – sostiene Domani – ha fatto da base alle successive indagini della polizia, che a loro volta hanno alimentato le inchieste delle procure”. Anche per questa ragione Walter Verini (Pd) presidente del Comitato parlamentare per la tutela dei giornalisti minacciati, annuncia iniziative sulla “vicenda dei giornalisti d’inchiesta intercettati per mesi, con violazione della privacy, del segreto professionale e della tutela delle fonti”.

La Federazione europea dei giornalisti (Efj) ha annunciato “la richiesta di spiegazioni immediate alla Procura di Trapani su questa massiccia violazione della riservatezza delle fonti giornalistiche. Il caso è stato segnalato alla Piattaforma del Consiglio d’Europa per la protezione del giornalismo”.

Questa volta è riuscito a battere un colpo anche presidente dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Verna, il quale ha dichiarato che: “Siamo di fronte allo sfregio del segreto professionale la vicenda relativa all’inchiesta della Procura di Trapani sulle Ong, leggendo le cronache appare di estrema gravità e merita una mobilitazione non solo della categoria che l’Ordine dei giornalisti promuoverà”.

Secondo il quotidiano britannico The Guardian si tratta di uno dei più gravi attacchi alla stampa nella storia italiana. Tra i giornalisti intercettati risulta esserci anche il corrispondente del Guardian, Lorenzo Tondo.

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02/03/2021

Migrazioni per ricchi. Dalla politica ai veri centri di potere

È di due giorni fa la notizia che l’On. Domenico “Marco” Minniti si è dimesso da parlamentare per andare a fare il Presidente della Fondazione MED-OR, neonata struttura che nasce quale emanazione diretta dall’industria bellica nazionale Leonardo (ex Finmeccanica).

La Fondazione in questione viene presentata come “un ponte attraverso il quale far circolare idee, programmi e progetti”, ed opererà per trasferimento di tecnologie tradizionali ed innovative e per l’alta formazione ed il trasferimento capacitivo.

Aree geografiche di interesse della formazione per i fini anzi detti saranno l’Africa mediterranea oltre a Medio ed Estremo Oriente, ovvero “l’orto di casa nostra” e l’area geografica di maggior espansione economica in questo momento storico.

Si può proprio dire l’uomo giusto al posto giusto! Minniti, per i passati incarichi politici ricoperti sia alla giuda politica delle nostre strutture informative, sia al Ministero degli Interni, conosce bene i paesi mediterranei, e le loro dinamiche interne ed internazionali, sia palesi sia nascoste, mentre per l’estremo oriente si presenta comunque come interlocutore presentabile e, soprattutto, affidabile.

Dovrà presumibilmente curare l’incremento della vendita delle armi italiane in quei paesi, ma soprattutto creare, mantenere e curare, contatti di tipo politico ad alto livello per incrementare le relazioni economiche: vuoi mettere Minniti con Di Maio?

Alcuni mesi fa anche l’On. Maurizio Martina, pure lui esponente del Partito Democratico e già ministro dell’agricoltura si è dimesso da parlamentare, per andare a ricoprire il ruolo di Vice Direttore Generale aggiunto della FAO (mica roba da poco), un ruolo fatto apposta per lui, infatti se è “aggiunto” vuol dire che un titolare della carica già c’era, e c’è tuttora. Chi di dovere ha creato appositamente una casella per lui.

Il ruolo è di primaria importanza non solo a livello internazionale, ma anche interno, eventuali eccedenze produttive della nostra agricolture, tipo il riso, eventualmente potrebbero essere ora acquistate dalla FAO con più facilità rispetto a prima.

A completare il quadro delle dimissioni da parlamentare di eletti nelle file del PD c’è Pier Carlo Padoan, già ministro dell’economia e delle finanze nei governi Renzi e Gentiloni, dal 22 febbraio 2014 al 1 giugno 2018, che è stato nominato componente del CdA di Unicredit e che ne diventerà presidente.

Sinceramente non credo che la nave stia affondando, evento da cui i topi scappano, ma ritengo che stiamo assistendo ad un ricollocamento mirato di esponenti del PD in posti chiave di altissimo potere, sia a livello nazionale che sovranazionale, atti a garantire, oltre alle fortune personali, anche un reale peso di una parte del ceto politico del così detto centro-sinistra per il dopo Draghi.

Si dà evidentemente per scontato che le prossime elezioni saranno vinte dal così detto centro-destra, ma piazzando propri uomini in alcuni posti chiave ci si assicura di contare nel “potere reale” molto di più di quanto i risultati elettorali possano poi assicurare in quello politico.

Tra pochi mesi si aprirà la partita delle nomine in 500 consigli di amministrazione di importantissimi enti economici controllati, in tutto o in parte, dallo Stato. Le nomine le farà Draghi, ed oltre a nomi di diretta emanazione del mondo e degli interessi che lui rappresenta sarà interessante vedere, e capire, chi e dove le varie “bande” che operano oggi nel palcoscenico politico nazionale metteranno i loro uomini.

Il potere reale di questo nostro paese si sta ridisegnando, il mondo e l’Italia post pandemia non saranno come prima, i cambiamenti stanno già avendo luogo, in molti casi senza che ce ne rendiamo conto; il futuro sembra campo di battaglia di ristrettissime oligarchie internazionali, come sempre pronte a governare politica ed economia, in difesa dei loro interessi di classe e gettando sempre più ai margini economici e sociali vaste masse di esseri umani (quanto sta succedendo nell’agricoltura indiana ne è un esempio paradigmatico).

Contro tutto questo è sempre più necessario che tutte le forze comuniste ed anticapitaliste, con tutti i loro attuali limiti, facciano fronte comune.

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28/02/2021

Le porte girevoli di Marco Minniti

Marco Minniti si è appena dimesso da deputato per lavorare in Leonardo, l’azienda che produce armi e cybersecurity ed esporta per 5,17 miliardi di euro. Per la precisione, diventerà presidente della Fondazione Med-Or, il cui “campo di interesse” è già nel nome.

L’Egitto è il primo acquirente (commesse per 872 milioni di euro)  seguito da Turkmenistan (446 milioni di euro), Arabia Saudita, Turchia, Thailandia, Marocco, Israele, India, Nigeria e Pakistan.

È da sottolineare come questi passaggi dalle “imprese” a ruoli di governo e viceversa siano abituali ai vertici Usa, ma un po’ più rari in Italia.

Né sembra un aspetto secondario che Minniti sia stato prima sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti (con Enrico Letta) e poi ministro degli interni con Renzi. Ruoli che testimoniano una notevole “vicinanza” con il mondo militare e dello spionaggio, e dunque particolarmente “interessanti” per un’azienda controllata dallo Stato e che fa da perno del nostrano “complesso militare-industriale”.

Da ministro degli interni sposò la tesi salviniana dell'”invasione” e fu fautore principale dell’accordo italo-libico anti-immigrazione del febbraio 2017 che incluse un forte sviluppo delle guardie costiere libiche su cui si riversarono una valanga di investimenti.

Il memorandum Italia-Libia del 2017, ufficialmente “Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana“, venne firmato dal presidente del Consiglio dei ministri italiano Paolo Gentiloni e dal primo ministro del Governo di Riconciliazione Nazionale libico Fayez al-Sarraj.

Uno scoop di Avvenire documentò un successivo incontro tra le autorità italiane e i libici per trovare un accordo sulle partenze dei migranti, al quale prese parte anche un noto trafficante di esseri umani, Abd al-Rahman al-Milad, conosciuto come Bija, entrato indisturbato nel Cara di Mineo, in Sicilia.

Quell’incontro avvenne l’11 maggio 2017.

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13/06/2020

Le scuse tardive a Mimmo Lucano e al “modello Riace”

Dunque, alla luce del giudizio del Consiglio di Stato, il “Modello Riace” poteva e stava funzionando. Come i giudici amministrativi del Tar, anche quelli del CdS danno ragione a Mimmo Lucano e alle sue politiche definendo ‘encomiabile’ quell’esempio e smantellano così il piano dell’ex ministro degli interni Salvini che è servito, purtroppo, a delegittimare quel progetto collaudato a Riace dall’ex sindaco e che stava facendo scuola nel campo dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti.

Per amore di verità, era cominciato tutto con accertamenti ordinati dal precedente ministro Minniti che hanno di fatto interrotto le sovvenzioni dei progetti dal 2017 in poi, ma con Salvini ha subìto il colpo del KO e perciò era stato estromesso dalla rete Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati del governo.

È evidente quindi che il ministero degli interni a guida leghista di allora non aveva nessuna motivazione valida per escluderlo, in aggiunta senza un avvertimento che intimasse di correggere eventuali anomalie e, addirittura dopo una relazione ispettiva della prefettura che, invece, ne elogiava la bontà.

In effetti non erano emersi reati che potevano portare all’espulsione dallo Sprar e all’arresto di Lucano, trasformato poi in esilio.

In sostanza, in merito alle accuse di irregolarità amministrative e gestionali, non erano stati individuati realmente ed effettivamente i punti critici, solo accuse generiche. Insomma si è voluto realizzare un quadro con tinte fosche che suscita molte perplessità.

Ora è chiaro a tutti, quantomeno a coloro che vogliono vedere e non guardare in aria, che l’unica spiegazione di tutta questa vicenda per cui Lucano è ancora sotto processo, può essere esclusivamente di natura politica ovvero quella di abbattere una esperienza unica, che per mezzo del suo artefice rischiava di innescare una rivoluzione socio-culturale che poteva essere esportata anche fuori, difatti in tanti altri posti si stava provando a riprodurla.

Si capisce bene, allora, che per un ministero a guida reazionaria e oscurantista, che ha sempre avversato la cultura dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti, era una sconfitta rumorosa che poteva suonare qualche campanello d’allarme e fare arretrare il consenso. Perciò Mimmo Lucano andava bloccato e la sua idea demolita.

Adesso si spera che, con la decisione dei massimi giudici, Riace, per il momento a trazione leghista, venga riammesso a tutti gli effetti nel programma di protezione per i migranti da parte dello stato, si attende la sentenza definitiva del processo in corso.

Con la speranza che presto venga fatta luce su un uomo che ha commesso il solo reato di umanità pagando un prezzo molto alto per aver accolto e difeso gli ultimi, e su un capitolo di storia socio-politica di livello mondiale che parla di fratellanza tra popoli e che nonostante tutto non è mai stato definitivamente chiuso, grazie a tanti cittadini liberi, intellettuali, politici, artisti riuniti in altrettante associazioni, animati dalla cultura della solidarietà e della partecipazione alla lotta per la difesa della libertà, dell’uguaglianza e dei diritti universali.

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20/11/2019

¡Que se vayan todos! A foras totus ! Che se ne vadano tutti!


Qualche giorno fa sono andato a Roma per presentare il mio libro. Il pomeriggio c’era una manifestazione contro i decreti sicurezza. Ho partecipato volentieri. Non mi aspettavo però di sentire echeggiare nella piazza solo il nome di Salvini. Tutti contro Salvini.

Ma al governo ora non c’è Salvini. Al Viminale non c’è Salvini ma una certa signora di cui nessuno ricorda il nome, Luciana Lamorgese espressa dal governo PD-5S-Leu.

Stessa storia della cosiddetta rivolta delle sardine di Bologna. Bellissimo, piazza piena e tutti a cantare bella ciao contro Salvini.

Ma i decreti sicurezza sono tutti lì, espressione di uno stato di polizia che in Sardegna conosciamo molto bene perché grazie a quei decreti mai abrogati dalla nuova ministra 500 pastori (ma siamo solo alle prime battute) passeranno guai seri.

Qui muore la “sinistra”, qui muore l’opposizione che si concretizza alla demonizzazione di un nome (ieri Berlusconi, oggi Salvini) e che passa invece sopra le politiche sostanziali purtroppo condivise da tutto l’arco parlamentare.

La nostra parola d’ordine non deve essere “abbasso Salvini”, gli facciamo solo un favore, ma “a foras totus / che se ne vadano tutti”, dove “tutti” non sta per chiunque faccia politica, ma chiunque sia espressione dello stesso pensiero liberista, autoritario, colonialista, guerrafondaio da Salvini a Zingarezzi, da Di Maio a Fratoianni, a Giorgia Meloni.”

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22/04/2019

L’ordine delle cose

di Alessandra Daniele


“Consiglio a Salvini di imitare un po’ più Minniti: fare di più, e parlare di meno” – Marco Travaglio, Tagadà, La7, 13 febbraio 2019

Corrado è un tipo efficiente e ordinato.

La sua vita privata è serena. La sua reputazione professionale è ottima.

L’ordine è la sua piccola mania. Colleziona souvenir dei paesi dove va per lavoro, bottigliette di sabbia che dispone per sfumatura di colore.

Corrado è un funzionario del governo italiano, addetto a organizzare gli accordi con le milizie libiche, e il finanziamento dei lager in Nordafrica.

Corrado è un uomo di legge. Alla domanda “Hai mai ucciso qualcuno?” risponde che sì, ha lasciato morire di fame un detenuto cercando di farlo parlare.

Corrado è Eichmann.

Con L’ordine delle cose (2017) Andrea Segre ha realizzato un film su Eichmann, sugli Eichmann contemporanei. L’unico film sulla dottrina Minniti-Salvini, e l’ha fatto prima che fosse ufficiale.

Con uno stile impeccabile, e grazie anche alla straordinaria interpretazione di Paolo Pierobon in un ruolo apparentemente semplice, e in realtà difficilissimo, Andrea Segre ha realizzato uno degli unici tre o quattro film italiani dell’ultimo decennio che valga la pena vedere, che dicano qualcosa di vero, attuale, e importante sulla realtà.

Secondo Salvini, in Libia la guerra non c’è, o comunque non ce n’è abbastanza.

Ci sono (testuale) “ancora pochi morti”. Quindi i profughi in arrivo dalla Libia non avrebbero il diritto allo status di rifugiati.

Il ministro che imbraccia il mitra assicura “I profughi veri vado a prenderli io in aereo”, scegliendoli come ha già fatto una volta, cosa che ci ricorda continuamente la propaganda leghista.

Periodicamente anche l’Italia sceglie qualcuno a cui riservare in via del tutto esclusiva la propria ipocrita, auto-assolutoria compassione condizionata. Un token: i ragazzini dell’autobus dirottato, la bambina esclusa dalla mensa scolastica.

Intanto, anche in materia di ordine pubblico e apartheid urbano, Salvini continua a seguire le orme di Minniti.

Boomtown (2005) di Russell T. Davies suggerisce un’intuizione geniale e inquietante: i carnefici di massa, i burocrati dello sterminio, quando scelgono occasionalmente qualcuno da risparmiare, usano all’inverso gli stessi criteri soggettivi e arbitrari adoperati dai serial killer per scegliere le loro vittime. Il colore dei capelli, degli occhi, uno sguardo, un sorriso, un incontro casuale con il carnefice basta a decidere il destino della vittima: sommersa o salvata.

Corrado è un carnefice di massa, un burocrate dello sterminio, abituato alla disumanizzazione sistematica delle vittime, che per lui devono restare solo numeri. Un incontro casuale, e un attimo d’empatia imprevista decideranno quale vittima del lager cercherà di risparmiare, ma solo per un attimo, prima di riconsegnarla all’ordine delle cose.

Perché Corrado è un tipo ordinato.

Fonte

13/04/2019

Libia - Conte convoca gabinetto di crisi del governo

Ieri pomeriggio a Palazzo Chigi c’è stato un vertice d’emergenza del governo sulla Libia. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha riunito per oltre un’ora e mezza, insieme al sottosegretario Giancarlo Giorgetti, i ministri della Difesa e degli Esteri, Elisabetta Trenta e Enzo Moavero Milanesi e i vertici dei Servizi di sicurezza italiani.

Palazzo Chigi fa sapere di mantenere contatti costanti con gli Usa, la Francia e altri paesi. Conte ha sostenuto che il gabinetto di crisi sarà attivo fino a quando la crisi libica non sarà rientrata. Ieri ha avuto anche un colloquio telefonico sul tema con la Cancelliera tedesca Angela Merkel, forse nella speranza che questa possa pesare sul ruolo e le scelte della Francia che sta gestendo in proprio la partita della guerra civile in Libia. E proprio la Francia ha replicato con una nota ufficiale del portavoce del ministero degli Esteri alle indiscrezioni che la descrivono come quella che agisce dietro Haftar: “Come i nostri partner, parliamo con tutte le parti del conflitto in Libia, al fine di ottenere un cessate il fuoco. Non siamo mai stati avvisati di un’offensiva su Tripoli, che abbiamo condannato sin dal suo inizio”.

In un’intervista di oggi al Corriere della Sera, la ministra della Difesa Trenta afferma che “La situazione libica è in un momento di crisi. È bene che il governo rimanga unito e tutti i ministri si muovano con intelligenza e compostezza”, chiarendo che “se qualcuno pensa a un intervento militare in Libia, posso già dire che non esiste. Non saranno ripetuti gli errori del passato. E non sosterremo alcun ipotetico impegno di altri Paesi. Questo deve essere molto chiaro. Siamo vigili nel monitorare la sicurezza delle nostre aziende, vigili nel coordinare i nostri uomini a Misurata (dove ci sono i militari italiani, ndr) che con l’ ospedale da campo offrono sostegno importante alla popolazione locale, ma una Libia bis non esiste”.

Sulla situazione libica è intervenuto anche l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti criticando il governo: “Si è mosso qualcosa di molto profondo in Libia, e noi non ce ne siamo neppure accorti”, dice riferendosi all’offensiva del generale Haftar. Anche Minniti, per ora, appare molto prudente su un eventuale intervento internazionale: “L’intervento della comunità internazionale in Libia va valutato con attenzione. Il rischio è che tutte le fazioni che oggi combattono tra di loro si uniscano per combattere l’avversario esterno”. Non risparmia una frecciata alla Francia alla domanda: “Mi sembra evidente che chi ha interesse a destabilizzare l’area e l’ha già fatto negli anni passati per interessi economici e non per i diritti umani sia chiaramente oltreconfine”.

Sul fronte libico intanto si registra una manifestazione ieri a Tripoli a sostegno del governo e contro l’offensiva militare di Haftar. Migliaia di persone, hanno riempito piazza dei Martiri, scandendo slogan contro Haftar e innalzando cartelli contro Parigi: “Giù le mani dalle Libia”, “La Francia sostiene Haftar”. Sempre ieri l’aviazione di Haftar ha bombardato un campo delle milizie del governo di Tripoli vicino a Zuara.

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06/03/2019

Liberiamo l’antirazzismo

Sabato 2 marzo si è tenuto a Milano un corteo, molto partecipato, per protestare contro le politiche migratorie del Governo e, in particolare, del Ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini. Si stima che alla manifestazione, denominata People – prima le persone, le presenze non siano state meno di duecentomila. Tra i partecipanti, oltre alla solita passerella di vip (Claudio Bisio e Lella Costa, in primis) e alle associazioni per i diritti dei migranti, c’è da segnalare lo stato maggiore del PD, con a capo il sindaco del capoluogo lombardo Giuseppe Sala e, a seguire, quello che sarebbe stato l’indomani incoronato segretario Nicola Zingaretti e il suo principale sfidante alle primarie del PD, Maurizio Martina. Sullo sfondo, a completare il quadretto, l’immancabile People have the power di Patti Smith come colonna sonora.

Il tema della manifestazione in sé era ed è molto serio. La china sulla quale ci troviamo, con il notevole contributo del governo pentaleghista e degli strepiti (ma soprattutto delle politiche) di Salvini, è drammatica e molto preoccupante. Le aggressioni (virtuali e fisiche) a sfondo razzista sono ormai all’ordine del giorno. Ben venga, dunque, ogni forma di opposizione a questa apparentemente inesorabile discesa nel baratro dei più bassi istinti identitari, concretizzatasi nel ‘decreto sicurezza‘ e nelle diverse forme di respingimento di immigrati. E ben vengano tutti coloro che, sicuramente in maggioranza, hanno popolato in buona fede le strade di Milano.

Non ci si può, però, fermare a tali constatazioni. Se si tiene davvero allo sradicamento di ogni forma di razzismo, bisogna sottolineare l’esistenza di almeno due elementi che stridono con le intenzioni degli organizzatori della manifestazione e sui quali non possiamo tacere. In primo luogo, la pelosa solidarietà con gli immigrati del PD, che fino a poco tempo fa, con Marco Minniti Ministro dell’Interno, che recentemente ha dichiarato di appoggiare Zingaretti alle primarie del PD, sembrava avere posizioni assai diverse dalla solidarietà incondizionata mostrata in questa sede. In secondo luogo, il solito, illegittimo, accostamento tra antirazzismo ed europeismo come due facce della stessa medaglia, illegittimo soprattutto in quanto le politiche di austerità dell’Unione Europea hanno contribuito non poco ad alimentare il consenso per le politiche razziste e securitarie del Viminale.

Ricordiamo tutti, infatti, il tanto strombazzato accordo del febbraio 2017 tra il Governo italiano, all’epoca il Governo Gentiloni, nella persona del Ministro dell’Interno Minniti, e il Governo libico guidato da Al Sarraj. Per ottenere una riduzione degli sbarchi, l’Italia si impegnava a finanziare le infrastrutture per il contrasto dell’immigrazione irregolare, a cooperare nella formazione del personale e a fornire assistenza tecnica alla guardia costiera libica. Insomma, pagava la Libia per controllare le proprie frontiere. Ciò in virtù del ruolo della Libia come snodo fondamentale della cosiddetta rotta mediterranea. I più attenti ricorderanno anche le parole al miele di Salvini, appena insediatosi al Ministero dell’Interno, sul ‘lavoro’ del precedente inquilino del Viminale in tema di controllo dei flussi. Ecco, molte delle facce note presenti al corteo di sabato a Milano, in altre parole, hanno sostenuto il Governo italiano mentre quest’ultimo pagava la Libia per fare il lavoro sporco, davvero sporco: lager, violenze, stupri di massa nel silenzio compiacente dei committenti correponsabili di questo scempio. Con quale faccia oggi ci si presenta come argine al razzismo e alla barbarie leghista?

Ciò che più fa riflettere, in effetti, è il gioco delle parti che riemerge costantemente in questo tipo di occasioni ed eventi. Nella piazza di Milano erano presenti personaggi politici che sono tra i più accesi sostenitori del modello politico-economico di ispirazione neoliberista che sta immiserendo i paesi europei e al contempo favorisce il saccheggio neocoloniale del terzo mondo, in primis dei paesi africani. Questo modello economico, che provoca disuguaglianze, miseria ed emigrazioni forzate, ha trovato il suo apice di concretizzazione storica proprio in quell’Unione Europea che gli esponenti di alcuni partiti presenti in quella piazza incondizionatamente sostengono e prendono a modello di civiltà. Emblematica in tal senso la presenza di esponenti del partito +Europa, fautori più fanatici delle ricette europeiste-liberiste. E di esplicito riferimento all’agognata Europa parla anche, sulle pagine dell’Huffington Post, un esponente di MDP, il quale dichiara, in merito alla piazza antirazzista, che essa è la base per una proposta politica: “una grande lista europeista di ispirazione socialista, laburista, ecologista, umanista, democratica, riformatrice, in sintonia con questa bellissima Milano anti-razzista”. Chi più ne ha più ne metta, insomma. Ma l’aggettivo più significativo è, ancora una volta, “europeista”. Come spesso accade, infatti, l’alternativa al nazionalismo e alla chiusura delle frontiere viene identificata con l’adesione ai principi costitutivi dell’Unione europea, ovvero liberismo e austerità. Niente di più sbagliato e pericoloso! Se alla chiusura dei porti e agli slogan come “prima gli italiani” si risponde con un richiamo a quei principi che hanno messo in ginocchio le economie europee e depredato il terzo mondo, non solo si cade in un’insostenibile incoerenza, ma si fa un enorme piacere alle destre nazionaliste, che hanno buon gioco nel travestirsi da paladine della protezione sociale facendo ricadere sul falso obiettivo dei migranti le paure e la frustrazione delle classi subalterne immiserite da anni di disoccupazione, precarietà del lavoro e crollo dei livelli di stato sociale.

Neoliberismo e razzismo in questo senso lavorano a braccetto in una micidiale e coerente tenaglia, un vero circolo vizioso dai contorni spaventosi. Il neoliberismo crea disuguaglianze, miseria e disperazione sociale tanto nei paesi periferici come nei paesi centrali del mondo, generando le stesse condizioni che spiegano l’emigrazione di massa da alcune aree del pianeta. Al contempo, il razzismo fomentato ossessivamente dalle classi dirigenti nei paesi centrali, crea il perfetto capro espiatorio per incanalare la rabbia e il disagio dei più colpiti dalle conseguenze dell’impoverimento di massa su un falso obiettivo. Infine, questa distrazione di massa spiana la strada per ulteriori dosi di neoliberismo che non trovano un argine sufficiente di resistenza nelle classi popolari distratte dalla caccia al capro espiatorio di turno. Un dispositivo perfetto per perpetuare ad libitum lo status quo.

Ed allora, per spezzare questo evidente circolo vizioso, va detto a chiare lettere che l’antirazzismo, sacrosanta battaglia di civiltà e veicolo di affermazione dell’uguaglianza, deve essere sottratto, nel suo uso strumentale, a quelle forze politiche reazionarie che, al pari dei razzisti orgogliosamente tali, seminano da anni i germi della povertà, delle disuguaglianze globali e della terribile guerra tra poveri scoppiata, nei paesi più ricchi, all’interno della classe subalterna.

L’antirazzismo può e deve essere praticato davvero soltanto fuori da ogni complicità con chi, sul neoliberismo più tenace, sul saccheggio sistematico del sud del mondo e sulla segregazione e lo sfruttamento dei lavoratori immigrati, ha costruito le proprie politiche economiche e migratorie per decenni.

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07/12/2018

Italia - Godot non arriverà, ma i gilets jaune si!

Il ritiro di Minniti dalla corsa alle primarie del Pd fa il paio con i rumors sulla tentazione di Renzi di procedere alla scissione del Pd, per dare vita ad un nuovo partito moderato, magari in sincronia con Forza Italia (e in prospettiva anche con Salvini), dando così così una rinfrescata strategica al rimpianto Patto del Nazareno.

L’uomo d’ordine e dei “servizi” nel Pd, Minniti, sembra aver fiutato – il “mestiere” lo conosce – l’aria che tirava e si è sfilato prima di trovarsi impallinato dalla defezione dei renziani. Al momento, tra l’altro, questi sono ampiamente maggioritari in tutti i gruppi parlamentari piddini. Il che ha la sua importanza...

Renzi continua a dire e spergiurare di non voler procedere ad una scissione del Pd, ma sono in tanti a dare questo esito come scontato, affidando a Zingaretti l’aspettativa di mantenere un salvagente che recuperi qualche radice dell’Ulivo o qualche lontana eredità dei Ds, drenando l’area pulviscolare che magari fin qui ha guardato a De Magistris.

Ma se il Nazareno piange, la coalizione di governo ha smesso di ridere.

Salvini ha già lasciato intendere che l’esecutivo insieme al M5S ha una scadenza: le elezioni europee. Dopo maggio il programma di governo “si può ritirare” e quindi anche le alleanze per gestirne uno del tutto nuovo. In un forum all’Ansa, Salvini ha ammiccato esplicitamente a Forza Italia come nuovo compagno di viaggio: “FI ha votato il decreto sicurezza, quindi è un’opposizione costruttiva, positiva con cui governiamo tanti Comuni, tante Regioni. Poi a livello nazionale sono all’opposizione e fanno il loro mestiere”. Se a questi ci aggiungete i renziani del Pd, c’è quasi una nuova maggioranza di governo (cui la Meloni non potrebbe dire “no”).

Decisamente nelle peste è invece il M5S. Ha pagato il prezzo politico e di consenso più salato nel diventare partito di governo; ha fatto donazioni unilaterali di sangue alla Lega e ai suoi obiettivi, a cominciare dall’approvazione dell’infame Decreto Salvini fino ai balbettii sulle grandi opere. E adesso ne paga giustamente le conseguenze

A rendere manifesta questa crisi di identità del M5S è lo stesso Beppe Grillo, che in un videomessaggio la prende alla lontana, da vecchio commediante, ma poi arriva al punto: “nella politica italiana non sappiamo più dove siamo, chi siamo, dove andiamo, cosa stiamo pensando. Aspettiamo questo Godot che non arriverà mai”. Siamo ormai molto ma molto lontani da quel “forza ragazzi, stiamo lavorando bene, stiamo facendo cose meravigliose che nessuno aveva mai fatto”, recitato solo qualche settimana fa.

Il disordine politico dunque è totale. Il brusco rimescolamento della “politica” che avevamo indicato dopo le elezioni del 4 marzo rivela tutti gli effetti – inclusi quelli più pericolosi – della crisi di egemonia delle classi dominanti e delle forze che non hanno testa e coraggio per rompere effettivamente con l’establishment. L’onda lunga della composita e straordinaria rivolta sociale con il giacchetto giallo in Francia lo dimostra materialmente.

Nel nostro mondo e tra la nostra gente è tempo di scrolloni, qualcuno sarà anche doloroso, ma un cambio di passo e di mentalità ormai si impone. La logica secondo sui servono contenitori “di sinistra” su contenuti genericamente “antiliberisti”, ma abbastanza ampi da poter superare magari di un pelo il quorum per accedere in qualche saletta istituzionale (comunale, nazionale, europea che sia), non interessa per nulla il “nostro popolo”; né, da tempo, mostra di essere effettivamente utile, se non altro ai fini dell’“accumulazione di forze”. Anzi... In questi anni è accaduto esattamente il contrario.

Serve invece la capacità e la duttilità necessaria per fiutare il vento, anche senza essere meteorologi (come cantava Bob Dylan). Sporcarsi le mani nel movimento reale, anche quando non sembra corrispondere in ogni angolo ai nostri più intimi desideri, non è più una opzione facoltativa. Allontanare da sé i processi che non si comprendono o che non coincidono pienamente con categorie che la realtà si è incaricata di scomporre in mille tessere, è un atteggiamento subalterno e che porta solo a ulteriori sconfitte.

Dove e quando si metterà in moto un processo anche parzialissimo di rottura, occorrerà esserci, gettando nella mischia tutti gli strumenti e l’intelligenza di cui disponiamo: dai sindacati di base alla comunicazione sociale di massa, dall’attivismo sociale a proposte e idee; quelle capaci di contendere l’egemonia a proposte e idee meno avanzate o devianti.

L’attesa di Godot è finita. Adesso c’è solo da decidere l’atteggiamento con cui ci misureremo con le realtà spurie ma “terremotanti” che la situazione ci metterà davanti: sul piano politico, sul piano sociale e, solo se indispensabile, sul piano elettorale.

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22/11/2018

benito.it

di Alessandra Daniele

Bentornato, utente PD. Il tuo cazzaro.it ha fallito miseramente. Per tornare al potere hai quindi bisogno anche tu dell’upgrade a benito.it.

Segui la nostra procedura guidata per configurarlo.

1 – Inserisci il nome del tuo benito.it
Marco Minniti

2 – Inserisci la password.
Aiutiamoli a casa loro
Password debole.
Spezziamogli un braccio
Password accettata.

3 – Scegli tre caratteristiche vincenti.
Arroganza. Doppiezza. Opportunismo.
Hai scelto la stessa combinazione del tuo Cazzaro. Complimenti per la coerenza.

4 – Scegli un personaggio storico recente di riferimento.
Francesco Cossiga

5 – Inserisci una credenziale pubblica.
“L’Italia ha avuto soltanto due ministri dell’Interno: Marco Minniti e Francesco Cossiga” – Generale Mario Mori, ex comandante del ROS e direttore del Sisde, a “In Onda”, La7 .

6 – Inserisci una credenziale riservata.
[box criptato]

7 – Alla calvizie aggiungi un tic, un modo di fare tipico del Benito originale per suscitare riconoscimento istintivo.
Annuire ripetutamente alle proprie affermazioni come se le avesse appena fatte qualcun’altro.

8 – Scegli un capro espiatorio a cui dare tutta la colpa dei danni che tu e la tua classe di sfruttatori avete inferto al paese.
Gli immigrati.

9 – Scegli un modello di Soluzione Finale.
Campi di concentramento in Libia e nel Sahel.

10 – Scegli i tuoi alleati principali nell’operazione.
Cancellierato tedesco.
Governo francese filo tedesco.


11 – Accetta norme e termini di servizio:
Né il PD, né benito.it potranno essere considerati penalmente, civilmente, o politicamente responsabili degli ulteriori danni e delle vittime causate dalla deriva fascista. Di tutto si darà la colpa al suddetto capro espiatorio.
Accetto.

12 – Inserisci il tuo numero di carta di credito.
[box criptato]

Complimenti. Il tuo benito.it è pronto a competere cogli altri.

Originariamente pubblicato l’8 ottobre 2017

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20/11/2018

Scricchiolii di governo, adesso si sentono da lontano...

“Il cambiamento” non arriva, dunque si prepara “la svolta”. La giornata di ieri, per la maggioranza di governo, potrà forse essere ricordata come quella in cui l’incrinatura è diventata palese.

Che il movimento Cinque Stelle in versione Di Maio potesse continuare a lungo a vedersi dettare l’agenda dal socio scomodo Salvini, perdendo punti nei sondaggi e credibilità nella propria base, era naturalmente impossibile. “La svolta” è avvenuta però solo quando “il Ruspa” ha pianificato una vera e propria invasione di campo, sostenendo la linea degli inceneritori alla vigilia del vertice di governo fissato nel capoluogo della “terra dei fuochi”. Sotto casa Di Maio, in pratica.

Cedere ancora una volta avrebbe significato arrendersi allo strapotere del nordista travestito da “itagliano”, oltre che portatore degli interessi del padronato nazionale, schiacciato sui mercati dallo strapotere delle multinazionali (nonostante un costo del lavoro ormai da terzo mondo, o da fascia bassa dell’Europa a 28), gonfio di liquidità ma restio ad investire “in patria”, semmai pronto a delocalizzare a Est.

Dunque la linea di demarcazione è stata tracciata e, per una volta difesa, con ostinazione. Il tutto nel bel mezzo di manifestazioni antigovernative, mobilitazione delle truppe cammellate pro-Di Maio e pro-Salvini, con tanto di “contraddizioni in seno al popolo”, che hanno riempito le strade di Napoli e Caserta.

Si capisce dunque che i 20 deputati grillini che hanno sottoscritto un documento per pretendere emendamenti sostanziali al “decreto sicurezza” (che sta per andare in votazione alla Camera) non sono dei “pericolosi dissidenti interni”, ma una manovra diversiva che deve mettere in allarme l’invadente alleato di governo. Proprio sul suo terreno.

E’ nella logica delle cose di potere. I Cinque Stelle, forti del loro 30% il 4 marzo, hanno preteso per sé ministeri fondamentali per realizzare una linea di politica economica in qualche misura diversa dal recente passato (Lavoro, Sviluppo economico, Infrastrutture, ecc). Ma sono tutte postazioni da cui – se anche riuscissero a mettere in campo un’idea vincente, cosa che non si è ancora vista – producono risultati sul medio-lungo periodo. Qualche anno, diciamo, se tutto va bene.

Al contrario, Salvini può giostrare mediaticamente un ministero in cui non mette materialmente mai piede, ma da cui fa partire quotidianamente uno sgombero, un blocco di navi, una carica di polizia. Cose che danno un senso di “governo del fare” anche se, in effetti, si tratta di cazzatine a costo zero, di breve durata anche sul piano comunicativo (ogni giorno, non per caso, Matteo 2 se ne deve inventare una...).

Fin qui tutto questo è bastato a fargli raddoppiare, nei sondaggi, il risultato già eccessivo raccolto nelle elezioni politiche. Ma l’unico dispositivo istituzionale che potrebbe effettivamente produrre risultati disastrosi – per quanto “decisionisti” – è il “decreto sicurezza”. Altro non è stato fatto né pensato. Quindi minacciare rotture su questo terreno significa, per i grillini in versione Di Maio, compensare i danni subiti nel rapporto con le fasce sociali che li hanno votati sperando in un “cambiamento”. La risposta del lumbard è stata ovviamente nel solito stile: “Il dl sicurezza serve al Paese e passerà entro il 3 dicembre o salta tutto e mi rifiuto di pensare che qualcuno voglia tornare indietro”.

La “sintesi dell’arrotino” (grazie a Blob…) è stata quindi semplice: «Tutto finito, se il contratto di governo è a rischio». Da oggi in poi, simul stabunt, simul cadent.

Esce dunque allo scoperto l’impossibilità concreta di andare avanti a lungo per una coalizione che socialmente ha basi profondamente diverse. Al di là del gesuitismo democristiano di Di Maio, infatti, “trovare la quadra” tra interessi sociali contrastanti è un’impresa per cui questa “classe politica” è palesemente inadatta. Anche perché non sembra possibile garantire profitti a un sistema di imprese non troppo avanzato (complessivamente, ma con isole di grande capacità innovativa, come testimonia il bilancio positivo dell’import/export tecnologico) e contemporaneamente restituire briciole di reddito alle fasce sociali marginali rispetto al cuore della produzione.

Una analisi fredda, basata sui fondamentali economici e sociali, spazza via rapidamente le stupidaggini politiciste (“tutti fascisti”, per dirne una) e consente di vedere le linee di frattura in quello che fin qui è stato presentato come un muro invalicabile supportato dal “60% di consensi”. Se nel muro ci sono – e si individuano – le linee di frattura, si può lottare per farle esplodere; altrimenti si può anche restare a casa e sparare maledizioni dalla tastiera...

La seconda notizia rilevante di ieri viene da un altro personaggio tipico del demi-monde politico “itagliano”: Antonio Tajani, giunto miracolosamente fino alla presidenza del Parlamento europeo. Come è stato notato, l’esponente di Forza Italia ha anticipato la sua facile profezia: “Governo Lega-FI dopo le Europee”.

Se i sondaggi valessero seggi in Parlamento, non ci sarebbe problema, anche se il 32,7 della Lega – secondo il lancio Swg di ieri – pur sommato al 7,4% dei berlusconiani, non garantirebbe comunque una maggioranza. I pesi nell’attuale Parlamento sono infatti assai diversi, e il vecchio centrodestra (Lega+FI+FdI) mette insieme appena 261 deputati e 137 senatori. Troppo pochi per fare un governo (316 e 156, rispettivamente); altrimenti l’avrebbero già fatto il 5 marzo.

Da qui in poi si va nel campo delle ipotesi fantapolitiche (se si dovesse prendere sul serio le autocertificazioni “antifasciste” degli altri partiti), ma perfettamente realizzabili sotto la spinta congiunta dei “mercati”, della Troika e di Mattarella (che alcuni boatos danno come propenso a non firmare una legge di bilancio che sfora i parametri e dunque anche gli obblighi previsti dell’art. 81 della Costituzione rivista dalla Ue).

Quindi, o si imbarcano altre formazioni, oppure si va alle elezioni anticipate...

Non si può far conto sui grillini dissidenti (al Senato sono appena due, e anti-leghisti). Dunque parlare di un governo diverso dall’attuale significa sapere – “aver subodorato” – che il Pd è imbarcabile, e anche la pattuglia dei radicali. In chiave “europeista”, per forza di cose; “salvataggio della Patria” e via chiosando, a seconda delle diverse “sensibilità”. Con Minniti segretario sarebbe persino facile, qualche problema di “narrazione” in più se dovesse prevalere Zingaretti.

Insomma: il gioco è far fuori i grillini. Su questo sono tutti prontissimi.

E’ uno scenario politico da tener presente, facendo opposizione di classe. Perché il movimento Cinque Stelle, una volta fuori dal palazzo, farebbe fatica ad accreditarsi nuovamente come “anti-sistema”. Ma resta l’esigenza di massa di poter avere un “delegato politico” – magari persino confusionario e poco affidabile – fuori e contro l’establishment. E dunque resta la domanda politica di una alternativa radicale nel programma politico ed anche nel linguaggio.

E’ il problema posto – a tutti – dall’emergere improvviso di momenti di lotta imprevedibili, come quello dei gilets jaunes in Francia. Nato su un problema “unificante” – e interclassista, ma fino ad un certo livello di reddito – e non su un sistema di valori. O, marxiamente, su un interesse, non sulle opinioni.

Saremo all’altezza di questa sfida?

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18/11/2018

Se l’alternativa “di sinistra” è l’estrema destra: rispunta Minniti



“Devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio”. Questo fu l’ordine che alti funzionari agli ordini dell’allora ministro degli interni del governo Gentiloni, Marco Minniti, impartirono alle forze dell’ordine che, il 19 agosto 2017, stavano sgomberando gli sgomberati. Avvenne in piazza Indipendenza, a Roma, a pochi passi dalla stazione Termini, dove erano accampati da cinque giorni centinaia di rifugiati e richiedenti asilo eritrei, mandati via da un palazzo occupato da tempo in via Curtatone.

L’operazione di sgombero si concluse con il ferimento di 5 persone e 4 arresti.

L’operazione fu avviata all’alba, quando la polizia in assetto antisommossa si presentò in piazza Indipendenza per disperdere i rifugiati eritrei che stavano ancora dormendo o si erano appena svegliati, usando idranti e manganelli.
«Sono venuti questa mattina presto e ci hanno detto di andarcene. Ci hanno picchiato», raccontò tra le lacrime una ragazza eritrea. «Hanno picchiato diverse persone, anche delle donne», raccontò un rifugiato eritreo che al momento dello sgombero si trovava al primo piano del palazzo insieme a una cinquantina di persone, tra cui venti bambini. Una violenza inaudita documentata anche da un video di Repubblica, dai medici di MSF e da tanti testimoni presenti.

Ecco, Marco Minniti ha ufficializzato stamattina la sua candidatura alla guida del #PD. L’ex ministro dell’Interno di Paolo Gentiloni si presenta come “autonomo e indipendente da tutte le correnti”, ma è il candidato alla segreteria di Matteo Renzi e del suo gruppo cui viene affidato il compito di compattare attorno a sé anche altri pezzi del partito. O come volete chiamarlo...

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04/11/2018

Fracchia contro Dracula

“Non si può votare per abolire la legge di mercato, come non si può votare per abolire la legge di gravità” – Carlo Alberto Carnevale Maffè, Università Bocconi

Dopo aver giurato e spergiurato che non avrebbero mai ceduto, i Grilloverdi naturalmente hanno ceduto, stralciando sia quel che resta del miserrimo Reddito di cittadinanza, che la fantomatica Quota 100 pensionistica dalla manovra finanziaria, per renderla più digeribile ai vampiri dell’UE. Come Fracchia, minacciano sfracelli davanti ai colleghi, per poi cagarsi sotto all’arrivo del capoufficio.

In particolare non c’è promessa solenne o valore fondante che la maggioranza dei grillini non sia disposta a rimangiarsi fino all’ultima briciola, pur di restare aggrappata alla posizione di potere che ha raggiunto, e che si restringe e diventa sempre più scivolosa, come una lastra di ghiaccio in un mare in tempesta, circondata dai pescecani, soprattutto leghisti.

Tutta la fantascientifica rivoluzione del M5S s’è ridotta al bisogno disperato di riuscire a distribuire qualche buono spesa ai suoi elettori, prima che Salvini glieli porti via tutti.

Mentre l’Unione Europea continua a spedire lettere minatorie a raffica come uno spam bot.

Questo match truccato fra cazzari e sanguisughe è avvilente. La nostra unica speranza è il loro annientamento reciproco. Purtroppo però hanno più volte dimostrato d’avere la resilienza degli scarafaggi, specialmente la Lega, che si trova bene in entrambe le categorie, e quando si sarà sgonfiata la bolla populista, conta di tornare fra i “moderati”, i borghesi (post) berlusconiani i cui interessi in realtà non ha mai smesso di tutelare in via prioritaria, alla faccia del popolo.

La democrazia occidentale s’è rivelata la peggiore truffa a schema piramidale del millennio.

Votare è inutile, nella migliore delle ipotesi.

Perché non c’è nessun vero cambiamento politico e sociale possibile senza cambiamento del modello economico.

Questa pantomima è l’unica “democrazia” consentita dal capitalismo.

Intanto il cadavere del PD aspetta d’essere rianimato dal morso di Minniti. Le conduttrici “progressiste” lo adorano, Gruber, Panella, Merlino, Berlinguer, lo intervistano con occhi sognanti, lo supplicano di salvare la nazione dai fascisti impresentabili.

E riconsegnarla a quelli beneducati.

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15/10/2018

Il ministro dell’odio razziale mette in atto la “soluzione finale”

“Riace deve chiudere”. Il ministero dell’Interno lo ha messo nero su bianco con una circolare del 9 ottobre scorso del suo dipartimento Immigrazione che ordina la chiusura di tutti i progetti e il trasferimento di tutti i migranti.

È un attacco mortale per Riace e per tutto ciò che di bello e importante quel piccolo comune calabrese, strappato alla miseria ed all’abbandono, ha, fin qui, rappresentato non solo per il nostro paese ma per l’intera comunità mondiale.

Il ministro dell’odio razziale #MatteoSalvini, spalleggiato da procure, media e burocrati di turno, porta così a termine l’opera di distruzione finale dell’esperienza del comune di #Riace, prezioso simbolo e modello internazionale di civiltà e convivenza civile.

Un’opera distruttrice che, tuttavia, era stata già ben avviata dai suoi predecessori, ovvero, da quegli stessi che adesso urlano alla “deportazione” mentre candidano a guidare l’“opposizione” proprio colui che prima di ogni altro aveva duramente avversato, da quello stesso ministero ora occupato da Salvini, l’instancabile, difficile e faticosa attività di solidarietà e concreta accoglienza svolta da Mimmo Lucano.

Marco Minniti, con un Decreto Legge che portava la sua firma e quella dell’ex ministro della giustizia Orlando, aveva già cambiato le regole e ridotto le possibilità di fare ricorso nel caso in cui una domanda d’asilo veniva respinta.

Le indagini su Riace erano iniziate nel luglio 2016 quando gli ispettori della Prefettura di Reggio Calabria si recarono nel centro Sprar di Riace ravvisando una serie di “anomalie” che vennero poi scritte nero su bianco nel mese in cui si insediò Minniti, cioè nel dicembre 2016. Incommensurabile faccia tosta.

Anche se i referenti di Salvini non applaudono apertamente alle sue iniziative, nondimeno sono ben contenti della solerzia e della determinazione con cui il ministro dell’odio razziale sta facendo, per loro conto, il lavoro sporco. Si, perché, tanto per il neo-fascista Salvini quanto per i suoi nemmeno tanto occulti mandanti, i migranti devono finire tutti nei lager come quelli di #Rignano e #Rosarno, controllati dalle mafie locali ed al servizio della grande distribuzione commerciale. Razzismo e sfruttamento schiavistico della forza-lavoro: due facce della stessa infame medaglia.

Ma chi ora tace e/o sta facendo finta di nulla davanti a questa deriva nazistoide non è da considerarsi meno criminale di chi sta realizzando questo abominio. Piccoli e mediocri opportunistelli da quattro soldi, i quali, avendo conquistato, con l’ennesimo inganno, un po’ di potere, ora lo usano solo per infierire sui più deboli oltre che per dividerli mettendoli l’uno contro l’altro in cambio di qualche sussidio e/o elemosina.

Ma la ruota gira e se c’è qualcosa che, molto nettamente, distingue questo tempo da quello passato, è la vorticosa velocità con cui si consumano miti, passioni e carriere fulminanti di vecchi e nuovi eroi di plastica.

Verrà molto presto, dunque, il giorno in cui questi luridi mascalzoni che stanno giocando a fare gli sbruffoni sulla pelle di tanta povera gente, saranno giudicati per tutto il male che stanno facendo e spero tanto che quel giorno, per questi miserabili, non vi sia davvero alcuna indulgenza.

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03/10/2018

Fuori legge


L’arresto del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, può rivelarsi una spada “che divide il bene dal male”, ovvero un episodio emblematico capace di segnare un confine sul piano della politica, dell’etica, della convivenza tra regole e valori generali di una società.

C’è un magistrato che ha ritenuto illegale l’operato di un sindaco teso a favorire l’integrazione degli immigrati arrivati nel nostro paese, in una comunità locale altrimenti condannata allo spopolamento, e di dare soluzioni concrete ai problemi che questo può come sempre creare.

Ma la la volontà di risolvere i problemi si è scontrata con un duplice apparato legislativo determinato da un sistema di governance multilivello, che parte dall’alto e arriva fino al più piccolo dei municipi.

Sul piano strettamente economico-finanziario, ci sono gli obblighi derivanti dal vincolo al pareggio di bilancio, ovvero dal “patto di stabilità” che ogni amministrazione – centrale o locale – è tenuta a rispettare. Ordini che vengono da Bruxelles, ma debbono essere applicati fino all’ultimo sperduto paese del Mezzogiorno. Dunque anche a Riace. E’ un dispositivo che, unito alla riduzione delle erogazioni dello Stato centrale agli enti locali, ha contribuito a mandare a gambe all’aria parecchie amministrazioni comunali (anche a prescindere dalle scelte politiche o dalla competenza tecnica degli eletti), costringendole a tagliare in primo luogo i servizi sociali (asili nido, mense, trasporti, assistenza sociale, ecc.)

Il secondo dispositivo coercitivo è rappresentato dalle leggi restrittive contro l’immigrazione, che puniscono non solo i migranti in arrivo con la definizione di “clandestino”, ma anche ogni forma di solidarietà attiva.

Si può trattare del “montanaro” che aiuta i migranti ad attraversare i valichi di confine o la barista di un paese di frontiera (accade a Ventimiglia); può essere il medico che cura anche chi è esterno al sistema sanitario nazionale o il sindaco che forza le regole per distribuire pasti e generi alimentari ai migranti senza permesso di soggiorno, o che, addirittura, facilita un “matrimonio di scopo” proprio per consentire un permesso di soggiorno.

L’attività di Mimmo Lucano come amministratore rientra in molte di queste tipologie. E’ una sintesi tra l’istinto alto della solidarietà umana e le inevitabili forzature o disobbedienza alle leggi esistenti, ostative rispetto alla ricerca di soluzioni compatibili con un bilancio ridotto a meno dell’osso.

L’aver fatto a sportellate con il leader della Lega Salvini, quando ancora non era “ministro e vicepremier”, ha reso Mimmo Lucano un bersaglio predestinato. Ma va sottolineato come le leggi che Mimmo Lucano avrebbe violato non sono neppure quelle emanate dal ministro degli Interni Salvini, ma le norme elaborate dai suoi predecessori “democratici e antirazzisti” (nelle dichiarazioni in tv...), e soprattutto da un altro “illustre” calabrese come Marco Minniti. La prima inchiesta contro Mimmo, ricordiamo risale a oltre un anno fa e Salvini ancora abbaiava in giro invece di sedere sugli scranni del governo.

L’ordinanza che ha portato all’arresto di Mimmo Lucano è una summa di burocrazia leguleia che trasforma in “fattispecie di reato” una serie di azioni dettate dal buonsenso e dalla volontà di chi, ai problemi che si presentano, deve e vuole dare soluzioni.

E non sottolineeremo mai con abbastanza forza che l’impianto accusatorio è stato praticamente demolito – 14 capi di imputazione su 15 – non appena è arrivato alla prima verifica con la legge.

Il giudice che valutato l’ordinanza di quasi mille pagine scrive di aver rilevato “vaghezza e genericità del capo di imputazione”, tale da “non essere idoneo a rappresentare contestazione provvisoria alla quale validamente agganciare un qualsivoglia provvedimento custodiale”. Traduciamo: i fatti contestati non consentono di riconoscere una condotta illecita e tantomeno di far arrestare qualcuno...

Il solo riferimento a “collusioni ed altri mezzi fraudolenti che avrebbero condotto alla perpetrazione dell’illecito si risolve in formula vuota, ossia priva di un reale contenuto di tipicità”. Traduzione: chiacchiere. Il Gip è ancora più perentorio, parlando di “errore tanto grossolano da pregiudicare irrimediabilmente la validità dell’assunto accusatorio”. Diciamo noi, su questa base giuridica, che l’”intento persecutorio” contro Mimmo è stato molto deciso, ma incapace di trovare riscontri anche minimi. Vista la quantità di mezzi messi in campo – intercettazioni, ecc. – probabilmente si può concludere che non ci fossero proprio.

Qualcuno potrebbe obiettare che la disobbedienza alle leggi può essere la scelta individuale o collettiva dei cittadini, ma non l’azione consapevole di un amministratore pubblico. Ma è una distinzione molto ipocrita, oltre che di lana caprina. Un amministratore viene eletto “dal popolo” per realizzare un indirizzo politico e non per fare il passacarte, altrimenti quella rappresentativa sarebbe una funzione del tutto inutile e formale. Basterebbe lasciar fare tutto al segretario comunale e al ragioniere capo.

Se invece un amministratore pubblico – da Palazzo Chigi all’ultimo municipio – è una carica politica, quindi abilitata a fare qualche scelta, allora bisogna rendersi conto che attualmente le leggi esistenti impediscono la realizzazione dell’indirizzo politico su cui un amministratore ha ricevuto mandato.

E dunque ogni amministratore si trova davanti ad un bivio: forzare le regole o adattarvisi. Vale per i governi nazionali come per quelli locali.

Se poi le leggi esistenti contrastano con i valori minimi di giustizia sociale o solidarietà umana, il bivio si fa ancora più pregnante. Anche uno studente del primo anno dovrebbe aver chiaro che giustizia e legalità sono concetti molto differenti, al punto che ciò che è giusto può benissimo essere illegale e viceversa.

Come la legge che, ad esempio, dovrebbe tutelare di più la “proprietà privata” e quindi punire pesantemente le occupazioni di edifici da parte di famiglie senza casa. Ma di fronte all’emergenza oggettiva – migliaia di famiglie, soprattutto “itagliane”, senza possibilità di pagare gli affitti determinati dal “mercato” – come si può accettare una legge che punisce chi agisce in stato di necessità? Come si può rispettare una legge che, privilegiando la tutela della proprietà privata, disattende apertamente la Costituzione, che afferma invece la prevalenza dei diritti sociali collettivi rispetto al medesimo problema?

La Storia, però, ci consegna anche esempi più chiari. Ovviamente terribili. Anche le leggi razziali erano espressione della volontà dello Stato (all’epoca il regime fascista) e come tali richiedevano l’obbedienza da parte di tutti i cittadini. Oggi come allora, avremmo accettato quelle leggi, facendo magari i delatori o girando la testa, o avremmo aiutato una famiglia ebrea a mangiare, nascondersi, sopravvivere, fuggire?

L’idea che la legalità possa essere invocata come unica ratio, a prescindere dalla natura delle leggi (che sono sempre un’impalcatura assolutamente temporanea) è del tutto malsana, illogica, reazionaria. Paralizzante. Si capisce che sia il potere a farla propria. Ridicolo che siano “quelli del cambiamento” a sposarla.

Questa idea deve ormai deve essere radicalmente messa in discussione. Soprattutto perché finisce per confliggere con il più elementare senso di giustizia.

Come cantava il poeta, “c’hanno insegnato la meraviglia / verso la gente che ruba il pane / oggi sappiamo che è un delitto / il non rubare quando si ha fame”.

E Mimmo Lucano – lo dicono anche le carte – non ha nemmeno rubato nulla, al contrario del partito di cui è leader il ministro dell’Interno...

Fonte

03/09/2018

Cronologia di una deriva targata PD: i prodromi di un’emergenza annunciata

Io non dimentico il pericolo scampato col Referendum costituzionale e il tentativo di sovvertire gli equilibri tra i poteri dello Stato con tanto di etichetta di “accozzaglia” verso gli oppositori.

I due Decreti Minniti (poi trasformati in legge a colpi di fiducia) sul decoro e sull’immigrazione che hanno trasformato la povertà e l’indigenza in questione di ordine pubblico e sacrificato sull’altare della sicurezza e del decoro lo Stato di diritto e il principio di eguaglianza, sottraendo ai migranti un grado di giudizio, istituendo i giudici speciali (esplicitamente vietati dalla Costituzione) e il lavoro gratuito per le e i migranti.

Leggi che hanno militarizzato le professioni di operatori sociali, servizi di igiene ambientale, trasporti pubblici e cercato di mettere la museruola alle lotte e criminalizzato gli attivisti con un bel foglio di via, in barba ai principi penali.

Io non dimentico lo psicoreato del questore di Roma (facente capo a Minniti al Viminale) e la verifica sui manifestanti in base agli “orientamenti ideologici” e quel 25 marzo 2017 in cui decine di pullman da tutta Italia vennero fermati alle porte di Roma e in oltre 150 vennero trattenuti senza alcun fondamento giuridico dentro un centro di identificazione per non consentire loro di arrivare a un corteo.

Io non dimentico il 30 marzo 2017 quando, sempre alle porte di Roma, i pullman delle precarie e dei precari in sciopero per la stabilizzazione dei contratti vennero fermati, e sempre gli stessi precari/e vennero filmati/e e schedati uno per uno.

Io non dimentico le mazzate ai movimenti di piazza, agli studenti e ai sindacati di base contro il Governo Renzi e Voltaire, comodamente citato da casa per difendere il Salvini-pensiero quando ancora era possibile fermare la sua ascesa politica in ambito nazionale.

Io non dimentico Ventimiglia con le ordinanze anticibo a firma PD, riconducibili ai teoremi del decoro, Minniti dixit.

Io non dimentico Macerata, quando si tentò l’operazione-equiparazione degli “opposti estremismi” e sempre l’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti fece di tutto per vietare la manifestazione antifascista, ma in migliaia si ribellarono ai diktat dei vertici associativi e sfidarono il divieto rischiando mazzate e denunce.

Io non dimentico Milano: i concerti nazirock, i volantinaggi e i banchetti di Forza Nuova e CasaPound, con tanto di pacchi di pasta al mercato, l’apologia del fascismo persino in un luogo sacro come il Cimitero, il revisionismo storico su Ramelli.

Io non dimentico gli accordi con la Libia che hanno trasformato un Paese in un lager a cielo aperto e occhio non vede, cuore non duole.

Io non dimentico la stretta di mano ad Al Sisi e Giulio Regeni che si rivolta nella tomba e i desaparecidos delle lotte che marciscono nelle carceri egiziane.

Io non dimentico Marchionne osannato come modello, con buona pace dei suicidi alla FCA e dei licenziati politici.

Io non dimentico la repressione di tutte le lotte a difesa dei territori, dalla Sicilia alla Val Susa, passando per il Salento e centinaia di compagni indagati coi teoremi fantasisti e ridicolizzati sulla stampa.

Io non dimentico le trivelle e la presa per i fondelli a reti unificate per chi non voleva i purtusi in mare.

Io non dimentico i presidi permanenti per la chiusura delle fabbriche, i licenziamenti al San Raffaele, alla Marcegaglia, all’Almaviva, al Policlinico e al binario 21 per gli ottocento lavoratori dei treni notte.

Non dimentico i grandi assenti di quelle notti al freddo e al caldo. Certo, non potevano mica esserci.
Erano a scrivere ed emanare il Jobs act e a portare l’Italia nell’Ottocento dei diritti, con gli operai che vanno a lavoro con il pannolino pur di non interrompere la catena di montaggio per le cause fisiologiche, le catene del controllo a distanza e tutte le tutele calanti.

A scrivere ed emanare a colpi di fiducia la Buona scuola e i super poteri dei presidi.

A scrivere ed emanare a colpi di fiducia l’Alternanza scuola-lavoro, mettendo a rischio la salute se non addirittura la vita di ragazzi giovani e senza formazione, da alfabetizzare al più presto al lavoro gratuito per essere i perfetti e docili sfruttati del domani.

A giustificare coi loro accademici altisonanti le norme che restringono il diritto di sciopero infilandole dentro una finanziaria, con il sempre presente concime mediatico che mette in contrapposizione scioperanti e cittadini comuni.

A fare le maratone natalizie per la firma dei peggiori contratti collettivi nazionali della Storia, con tanto di norma antidemocratica che lascia fuori dalle trattative e dai tavoli sindacali chi non firma i contratti e briciole retributive dopo anni di blocco contrattuale, ma “non lamentarti se non recuperi manco l’inflazione persa, che fuori c’è chi lavora pure gratis”.

A portare a compimento Brunetta, emanare una riforma della PA che continua a denigrare il lavoratore del pubblico impiego come “fannullone” e darci le sculacciate a reti unificate, creando i mostri del Colosseo e dei vigili urbani a Roma.

A ratificare il vincolo del pareggio di bilancio in Costituzione, fautore della demolizione dello stato sociale e della competitività a ogni costo, ottima bolla di inganno per legittimare la cessione ai privati di servizi e ambiti pubblici.

Ad approvare in massa la Fornero sulle pensioni e “aiuto, è l’Europa che ce lo chiede”.

A tirare fuori dal cilindro la politica del decoro e della sicurezza e a guardare muti come pesci – quando non come sceriffi contenti – gli sgomberi di migranti, spazi sociali, occupazioni abitative a Roma, Milano, Bologna e altrove.

A usare la paura per comprimere i diritti politici, instillando nella popolazione italiana il senso di colpa per quello che ha ottenuto con anni di lotte e vai di ristrutturazioni e smantellamenti in nome di sua maestà lo Spread.

A creare zone rosse, chiudere pezzi di città per impedire le contestazioni alle feste dell’Unità e mettere il filo spinato ai cantieri e le reti ai Muostri.

A fregarsene delle periferie abbandonate a se stesse salvo poi fare proclami senza attuazione.

A non realizzare una politica fiscale equa e a consentire il rientro dei capitali illeciti dall’estero con la Voluntary Disclosure.

A emanare stati di emergenza a go go per legittimare deroghe alle norme e sminuire i poteri di controllo con tanta gioia di mafiosi e imprenditori con la bava alla bocca.

Erano loro a metterci già gli uni contro gli altri: giovani contro meno giovani, lavoratori pubblici contro lavoratori privati, garantiti e non garantiti.

Erano sempre loro a ignorare le piazze ribelli, a cercare di spegnere ogni forma di conflitto e di dissenso, con le modalità salottiere e accentratrici. Erano e sono sempre loro a invisibilizzare le lotte reali e grazie tante alla stampa mainstream, che orienta od omette il centimetro quadrato in piazza e oggi nell’immaginario collettivo si fa gran confusione.

Sono stati loro a iniziare quello che Salvini e questo Governo stanno portando a compimento: l’invidia sociale verso il basso e l’altrove come arma di distrazione di massa. A sottovalutare i rigurgiti fascisti denunciati dalle piazze e dai movimenti e trasformare la guerra tra poveri, sulla quale i venti del profitto e del razzismo da sempre speculano, in guerra ai poveri.

Chi fa parte del problema non può essere la soluzione. Dovrebbe chiedere scusa senza cercare di riciclarsi approfittando di un momento storico che non è un’emergenza: è la fase acuta di uno sdoganamento razzista e fascista iniziato, molto ma molto prima.

Senza memoria non c’è futuro non è uno slogan: è uno dei modi per cambiare veramente le cose e invertire i fattori produttivi dei risultati finali.

Oggi fa comodo parlare di odio, categoria non politica ma emotiva, che parla lo stesso linguaggio della pancia di chi a parole si vorrebbe contrastare. Nossignori, non conta la dimensione emotiva ma quella politica, fatta di leggi, provvedimenti, scelte, silenzi, condanne mediatiche, redistribuzione del reddito, Stato sociale e il colpevole cono d’ombra puntato su chi da sempre alza la testa per i diritti, l’uguaglianza, la giustizia sociale.

La vostra politica ha normalizzato la competitività, la concentrazione dei poteri, l’invidia sociale, la precarietà, i tagli allo Stato sociale, la repressione, il filo spinato ai cantieri e creato le premesse subculturali per dividerci e creare la linea generica immaginaria tra un noi e un loro.

Cari (nel senso che ci costate cari in termini contributivi) signori della sinistra sinistrata, la piazza non è una dimensione estetica per farsi i selfie della candeggina, né un raccoglitore automatico di consensi e percentuali da spendere alle prossime elezioni come fossimo un laboratorio chimico.

Come diciamo a Catania i maccaruni inchinu a panza e le nostre pance sono vuote anche grazie a voi. Il bue è bello che scappato dalla stalla. Non sarà facile ricucire la ferita creata da anni e anni di martellamento ma una cosa per me è certa: non sarete voi a liberarci da questo Medioevo disumano.

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