Il ritiro di Minniti dalla corsa alle primarie del Pd fa il paio con i rumors sulla tentazione di Renzi di procedere alla scissione del Pd, per dare vita ad un nuovo partito moderato, magari in sincronia con Forza Italia (e in prospettiva anche con Salvini), dando così così una rinfrescata strategica al rimpianto Patto del Nazareno.
L’uomo d’ordine e dei “servizi” nel Pd, Minniti, sembra aver fiutato – il “mestiere” lo conosce – l’aria che tirava e si è sfilato prima di trovarsi impallinato dalla defezione dei renziani. Al momento, tra l’altro, questi sono ampiamente maggioritari in tutti i gruppi parlamentari piddini. Il che ha la sua importanza...
Renzi continua a dire e spergiurare di non voler procedere ad una scissione del Pd, ma sono in tanti a dare questo esito come scontato, affidando a Zingaretti l’aspettativa di mantenere un salvagente che recuperi qualche radice dell’Ulivo o qualche lontana eredità dei Ds, drenando l’area pulviscolare che magari fin qui ha guardato a De Magistris.
Ma se il Nazareno piange, la coalizione di governo ha smesso di ridere.
Salvini ha già lasciato intendere che l’esecutivo insieme al M5S ha una scadenza: le elezioni europee. Dopo maggio il programma di governo “si può ritirare” e quindi anche le alleanze per gestirne uno del tutto nuovo. In un forum all’Ansa, Salvini ha ammiccato esplicitamente a Forza Italia come nuovo compagno di viaggio: “FI ha votato il decreto sicurezza, quindi è un’opposizione costruttiva, positiva con cui governiamo tanti Comuni, tante Regioni. Poi a livello nazionale sono all’opposizione e fanno il loro mestiere”. Se a questi ci aggiungete i renziani del Pd, c’è quasi una nuova maggioranza di governo (cui la Meloni non potrebbe dire “no”).
Decisamente nelle peste è invece il M5S. Ha pagato il prezzo politico e di consenso più salato nel diventare partito di governo; ha fatto donazioni unilaterali di sangue alla Lega e ai suoi obiettivi, a cominciare dall’approvazione dell’infame Decreto Salvini fino ai balbettii sulle grandi opere. E adesso ne paga giustamente le conseguenze
A rendere manifesta questa crisi di identità del M5S è lo stesso Beppe Grillo, che in un videomessaggio la prende alla lontana, da vecchio commediante, ma poi arriva al punto: “nella politica italiana non sappiamo più dove siamo, chi siamo, dove andiamo, cosa stiamo pensando. Aspettiamo questo Godot che non arriverà mai”. Siamo ormai molto ma molto lontani da quel “forza ragazzi, stiamo lavorando bene, stiamo facendo cose meravigliose che nessuno aveva mai fatto”, recitato solo qualche settimana fa.
Il disordine politico dunque è totale. Il brusco rimescolamento della “politica” che avevamo indicato dopo le elezioni del 4 marzo rivela tutti gli effetti – inclusi quelli più pericolosi – della crisi di egemonia delle classi dominanti e delle forze che non hanno testa e coraggio per rompere effettivamente con l’establishment. L’onda lunga della composita e straordinaria rivolta sociale con il giacchetto giallo in Francia lo dimostra materialmente.
Nel nostro mondo e tra la nostra gente è tempo di scrolloni, qualcuno sarà anche doloroso, ma un cambio di passo e di mentalità ormai si impone. La logica secondo sui servono contenitori “di sinistra” su contenuti genericamente “antiliberisti”, ma abbastanza ampi da poter superare magari di un pelo il quorum per accedere in qualche saletta istituzionale (comunale, nazionale, europea che sia), non interessa per nulla il “nostro popolo”; né, da tempo, mostra di essere effettivamente utile, se non altro ai fini dell’“accumulazione di forze”. Anzi... In questi anni è accaduto esattamente il contrario.
Serve invece la capacità e la duttilità necessaria per fiutare il vento, anche senza essere meteorologi (come cantava Bob Dylan). Sporcarsi le mani nel movimento reale, anche quando non sembra corrispondere in ogni angolo ai nostri più intimi desideri, non è più una opzione facoltativa. Allontanare da sé i processi che non si comprendono o che non coincidono pienamente con categorie che la realtà si è incaricata di scomporre in mille tessere, è un atteggiamento subalterno e che porta solo a ulteriori sconfitte.
Dove e quando si metterà in moto un processo anche parzialissimo di rottura, occorrerà esserci, gettando nella mischia tutti gli strumenti e l’intelligenza di cui disponiamo: dai sindacati di base alla comunicazione sociale di massa, dall’attivismo sociale a proposte e idee; quelle capaci di contendere l’egemonia a proposte e idee meno avanzate o devianti.
L’attesa di Godot è finita. Adesso c’è solo da decidere l’atteggiamento con cui ci misureremo con le realtà spurie ma “terremotanti” che la situazione ci metterà davanti: sul piano politico, sul piano sociale e, solo se indispensabile, sul piano elettorale.
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27/02/2015
Rai-Set. Renzi senza più la maschera
Cinquant'anni fa, nel manuale del perfetto golpista, al primo punto c'era la presa del palazzo della televisione. Una volta riuscita quella, il paese era conquistabile facilmente giostrando le truppe militari sul terreno e contando sull'assenza di informazioni "neutre", che costringeva gli oppositori a muoversi a casaccio.
Cinquant'anni dopo, gli eventuali oppositori si muovono a casaccio per decisione propria (evitateci di dover fare l'elenco delle stronzate che albergano nelle teste della sinistra radicale e/o antagonista italiana...), ma i golpisti procedono con l'identico copione. Solo che ora le televisioni sono molte, anche se quelle principali fanno capo a due soli gruppi - la Rai, di proprietà pubblica, e Mediaset berlusconiana -, e quindi è quasi impossibile bloccare contemporaneamente tutte le redazioni in grado di diffondere notizie "dirizzanti" rispetto alle veline di regime.
L'obiettivo diventa dunque il controllo della catena dei ripetitori attraverso cui viaggiano i segnali. Anche in questo caso le catene sono due - RayWay e EiTower, che fanno capo sempre ai due gruppi prinicipali - e l'idea berlusconiana è semplice fino alla banalità: mi compro l'altra e le fondo, in modo da avere il monopolio. Poi, controllando l'autostrada del segnale, faccio gli affari miei (impedisco ai concorrenti di competere sul piano degli affari, creo un regime vero sul piano politico futuro, a chiunque tocchi la governance autoritaria di questo paese).
Lo pseudo presidente del consiglio, tal Matteo Renzi da Pontassieve, stavolta ha fatto vedere in modo lampante di essere il complice principale del Caimano, o addirittura una sua creatura messa a capeggiare il campo teoricamente opposto.
“Dovete considerare le operazioni di mercato per quelle che sono: non operazioni politiche, ma di mercato. Per questo serve la libertà di chi è sul mercato e il rispetto delle regole. Il governo ha messo delle regole su Rai Way e non intende modificarle. E sono le regole che riguardano il 51%. Punto. Per me la discussione è finita qui”.
Una menzogna pura e semplice, nascosta dietro una presuntissima "neutralità". Da quando in qua il controllo delle telecomunicazioni è una "pura questione di mercato"? In qualsiasi paese, sotto qualsiasi regime politico, il monopolio in questo settore è dirimente proprio sul piano politico. O c'è un regime in senso stretto (che può essere persino progressista o rivoluzionario), per cui controllo delle reti e controllo dell'informazione vanno a braccetto sotto la proprietà pubblica; oppure c'è una separazione netta tra controllo pubblico del "monopolio naturale" (la rete dei ripetitori) e creazione dei contenuti (ogni soggetto privato li diffonde su quella rete pagando un affitto). In nessun luogo, però, il monopolio delle telecomunicazioni è lasciato a un privato. Per ovvi motivi commerciali (impedisce la concorrenza) e politici (un "regime privato" è intollerabile per i capitalisti come "classe").
Stabilito che il premier anche questa volta ha mentito, resta da valutare i dettagli. Massimo Mucchetti, deputato Pd ma soprattutto ex giornalista economico di assoluto valore, ricostruisce con poche parole perché quel "limite del 51%" sia una foglia di fico. In primo luogo perché significa accettare una "minoranza di blocco" con pari forza, al 49%, tale da impedire qualsiasi decisione strategica possa danneggiarla anche involontariamente; insomma, una "coabitazione condominiale" perenne tra soggetti che dovrebbero invece competere fra loro. In secondo luogo perché una decisione sul mantenimento o meno di quel limite sarebbe sempre nella disponibilità di qualunque governo futuro, anche di un eventuale nuovo Berlusconi o apparentati (Salvini, per esempio). Impossibile, dunque, che chi ha deciso di "scorporare" la rete dei ripetitori in una società per azioni, quotata in borsa, non sapesse che la "privatizzazione integrale" era una possibilità tutt'altro che teorica.
Un passaggio, insomma, che getta un'ombra nera sul "decreto" minacciato dallo stesso Renzi per "riformare" i criteri di governance della Rai. E che sembra in qualche misura anticipato dalla decisione dell'attuale consiglio di amministrazione di viale Mazzini: ridurre le testate giornalistiche interne da sei a due, "per risparmiare". A nessuno sfugge che la pluralità di testate interna alla Rai è un'eredità dell'antico "consociativismo", con tanto di lottizzazione partitica. Ma, appunto, la riduzione a due significa esplicitamente anche la riduzione della molteplicità di voci a due soltanto.
Un "piano" inclinato che nessuno sembra in grado di - o interessato a - contrastare. Neanche i grillini, ipnotizzati con lo straccio del "taglio agli sprechi". E' così che i golpisti avanzano...
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25/02/2015
Il Nazareno televisivo. Mediaset vuole gli impianti Rai
Ora si capisce meglio perché Renzi abbia così fretta di concludere con la "riforma della governance della Rai", al punto da minacciare la presentazione di un decreto legge che ha costretto persino la fin qui silente presidente della Camera, Laura Boldrini, a emettere un cautelativo "ohibò!"
Il Cda di Mediaset, ieri, ha dato il via libera alle condizioni dell'offerta della controllata Ei Towers su Rai Way "per costruire un'aggregazione nazionale dell'infrastruttura di trasmissione televisiva". Mediaset pertanto voterà a favore di una proposta di aumento di capitale nell'assemblea di Ei Towers prevista il 27 marzo.
La parte cash corrisponde al 69% della valorizzazione di ogni titolo della società delle torri della Rai. La componente azionaria il restante 31%, spiega una nota emessa dopo il board di Ei Towers che ha approvato all'unanimità l'operazione. Senza accennare minimamente alla presenza o meno di Berlusconi nella riunione.
L'acquisto, se l'Opa andrà in porto, verrà integralmente finanziato da un "primario istituto di credito internazionale". L'opa partirà dopo un'assemblea degli azionisti fissata per la fine di marzo, avrà una durata tra i 15 e i 40 giorni e dovrebbe concludersi comunque entro l'estate.
L'obiettivo è esplicito, dichiarato: la "creazione di un operatore unico delle torri broadcasting" per "porre rimedio all'attuale situazione di inefficiente moltiplicazione infrastrutturale dovuta alla presenza di due grandi operatori sul territorio nazionale". La società delle torri del gruppo Mediaset assicura in ogni caso che "continuerà a garantire l'accesso alle infrastrutture a tutti gli operatori televisivi" e "aprirà sempre più la propria infrastruttura, in prospettiva agli operatori di Tlc".
Poco chiaro? Basta cambiare i termini: in questo momento esiste una "inefficiente e costosa" duplicazione della rete infrastrutturale - le torri che fanno rimbalzare il segnale fino a coprire l'intero territorio nazionale - una di proprietà della Rai (quella più efficiente, secondo tutti gli esperti di telecomunicazioni) e una in capo a Mediaset.
L'obiettivo è di fonderle in una sola, di proprietà Mediaset, che avrà così il monopolio della rete. Un po' come avere la proprietà della rete autostradale, di quella della telefonia fissa, di gas, elettricità, acqua, ecc. Tutti "monopoli naturali", perché è praticamente insensato duplicare - a costi spaventosi - una rete che già, bene o male, funziona.
Le uniche eccezioni infrastrutturali sono appunto quella televisiva e della telefonia mobile, dove esiste una minima pluralità di reti (due per le tv, quattro o tre e mezzo per i cellulari).
Mediaset vuole il monopolio ma garantisce, bontà sua, che permetterà anche alla Rai - previo prezzo da concordare, probabilmente altissimo perché se c'è monopolio il prezzo lo fa il proprietario - di utilizzare quei ripetitori. Se sorgeranno problemi, spegnerà il segnale Rai?
Normalmente, in un regime di mercato aperto, le reti infrastrutturali sono proprietà di una società pubblica, cui i doversi operatori privati concorrenti pagano un identico prezzo d'affitto. Se invece la rete è di proprietà privata è inevitabile che venga prima o poi utilizzata per stroncare la concorrenza. Che in campo televisivo è sostanzialmente ridotta alla sola Rai (più La 7, va bene...).
Questo è il "patto del Nazareno". La parte "hard".
Fonte
Il Cda di Mediaset, ieri, ha dato il via libera alle condizioni dell'offerta della controllata Ei Towers su Rai Way "per costruire un'aggregazione nazionale dell'infrastruttura di trasmissione televisiva". Mediaset pertanto voterà a favore di una proposta di aumento di capitale nell'assemblea di Ei Towers prevista il 27 marzo.
La parte cash corrisponde al 69% della valorizzazione di ogni titolo della società delle torri della Rai. La componente azionaria il restante 31%, spiega una nota emessa dopo il board di Ei Towers che ha approvato all'unanimità l'operazione. Senza accennare minimamente alla presenza o meno di Berlusconi nella riunione.
L'acquisto, se l'Opa andrà in porto, verrà integralmente finanziato da un "primario istituto di credito internazionale". L'opa partirà dopo un'assemblea degli azionisti fissata per la fine di marzo, avrà una durata tra i 15 e i 40 giorni e dovrebbe concludersi comunque entro l'estate.
L'obiettivo è esplicito, dichiarato: la "creazione di un operatore unico delle torri broadcasting" per "porre rimedio all'attuale situazione di inefficiente moltiplicazione infrastrutturale dovuta alla presenza di due grandi operatori sul territorio nazionale". La società delle torri del gruppo Mediaset assicura in ogni caso che "continuerà a garantire l'accesso alle infrastrutture a tutti gli operatori televisivi" e "aprirà sempre più la propria infrastruttura, in prospettiva agli operatori di Tlc".
Poco chiaro? Basta cambiare i termini: in questo momento esiste una "inefficiente e costosa" duplicazione della rete infrastrutturale - le torri che fanno rimbalzare il segnale fino a coprire l'intero territorio nazionale - una di proprietà della Rai (quella più efficiente, secondo tutti gli esperti di telecomunicazioni) e una in capo a Mediaset.
L'obiettivo è di fonderle in una sola, di proprietà Mediaset, che avrà così il monopolio della rete. Un po' come avere la proprietà della rete autostradale, di quella della telefonia fissa, di gas, elettricità, acqua, ecc. Tutti "monopoli naturali", perché è praticamente insensato duplicare - a costi spaventosi - una rete che già, bene o male, funziona.
Le uniche eccezioni infrastrutturali sono appunto quella televisiva e della telefonia mobile, dove esiste una minima pluralità di reti (due per le tv, quattro o tre e mezzo per i cellulari).
Mediaset vuole il monopolio ma garantisce, bontà sua, che permetterà anche alla Rai - previo prezzo da concordare, probabilmente altissimo perché se c'è monopolio il prezzo lo fa il proprietario - di utilizzare quei ripetitori. Se sorgeranno problemi, spegnerà il segnale Rai?
Normalmente, in un regime di mercato aperto, le reti infrastrutturali sono proprietà di una società pubblica, cui i doversi operatori privati concorrenti pagano un identico prezzo d'affitto. Se invece la rete è di proprietà privata è inevitabile che venga prima o poi utilizzata per stroncare la concorrenza. Che in campo televisivo è sostanzialmente ridotta alla sola Rai (più La 7, va bene...).
Questo è il "patto del Nazareno". La parte "hard".
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09/02/2015
Siete pronti al Pur (Partito Unico Renziano)?
Come avevamo detto, la frattura del Nazareno non era simulata ma realissima, perché si sbriciolava uno dei due assi portanti: Forza Italia. Renzi non sa cosa sia la lealtà, è un tattico ed è velocissimo. Ricordiamocelo sempre. Se cambia alleato, dopo non si lascia nemici alle spalle, ma punta in breve a radere al suolo l’ex alleato. E lo sta dimostrando con Berlusconi, che ha trovato uno peggiore e più cinico di lui.
In poche ore, dopo la rottura ufficiale del Nazareno, gli ha assestato una raffica di cazzotti da atterrare un bisonte: improvviso sblocco della questione dei diritti sul digitale (50 milioni di Euro da versare da parte della Mediaset), annuncio dello “scouting” fra i senatori di Forza Italia e Gal, cambio di posizione sul falso in Bilancio. Vedrete che rispunterà anche il conflitto di interesse e, neanche a dirlo, la mano sarà pesantissima sul caso Mediolanum che si lega al problema della Consulta.
Il Cavaliere vuol ricorrere alla Corte Costituzionale per la questione Mediolanum: la Banca d’Italia gli ha imposto di vendere il 24% delle azioni in suo possesso per aver perso i requisiti di onorabilità a seguito della sentenza per il falso in bilancio, altro effetto parallelo della legge Severino che, se dichiarata non retroattiva, consentirebbe al Cavaliere di tenersi la Mediolanum e di recuperare la candidabilità. Ne consegue che il Cavaliere abbia interesse vitale ad eleggere almeno un giudice della Consulta. Ora i posti da riempire sono due: uno per effetto delle dimissioni di Mattarella, l’altro perché pendente sin da settembre: era stato riconosciuto a Forza Italia, e poi non eletto proprio per le sue fratture interne che avevano triturato candidati uno dietro l’altro. Non so se Forza Italia sia in grado ora di trovare l’intesa che era mancata 4-5 mesi fa, ma, anche se fosse, dubito molto sinceramente che Renzi insista nell’offerta. E le motivazioni di un cambio di cavallo ci sarebbero tutte: il polo di destra non esiste più, dopo il distacco di Fratelli d’Italia e della Lega e, come partito singolo, Fi ha meno seggi del M5s e non si capisce perché abbia più diritti di questo ad avere il giudice costituzionale; soprattutto, non c’è più il patto del Nazareno.
Tuttavia Renzi un problemino lo ha: per eleggere un membro della Corte c’è bisogno del 60% dei voti dei componenti del Parlamento in seduta comune (952 membri) e, per quanto egli stia assorbendo i rimasugli centristi e rubacchiando qualcosa a Fi ed al M5s, sembra difficile che arrivi a 571 voti. Vero è che su Mattarella ha messo insieme 665 voti (di cui una buona dose di delegati regionali), ma non è affatto sicuro che fittiani e Sel tornino a votare secondo ortodossia renziana, inoltre Alfano sta avendo abbandoni verso destra, poi il gruppo parlamentare Pd è sempre in ebollizione e non c’è da fare affidamento su tutti; infine gli assenti contano come voti contrari. Allora, il fiorentino ha due scelte: offrire uno dei due seggi alla Lega o al M5s, per mettere insieme la maggioranza necessaria. In ogni caso, lascia il Cavaliere a bocca asciutta.
Vedrete che finirà così. E per il Cavaliere potrebbe profilarsi un futuro molto nero, magari con il sole a scacchi, dato che la sua disfatta incoraggerebbe anche le iniziative penali esistenti o da venire. Non vorrei essere nei suoi panni.
Tornando all’asse centrale del nostro ragionamento, quale è il senso della strategia renziana denominata Partito della Nazione? Una sorta di super-Dc, che tiene dentro il grosso della minoranza Pd (Bersani-Cuperlo, ovviamente molto ridimensionati al momento di formare le liste), frange di Sel, tutta l’ex area di centro (Scelta Civica, Alfano e Casini) ed anche fette della fu Forza Italia. Praticamente, lascerebbe fuori solo il polo di destra riunito intorno alla Lega ed il M5s che avrebbe funzione di polo di sinistra. Quanto ai resti di Sel e Rifondazione, a Civati e gruppi minori, il problema potrebbe non porsi per l’effetto combinato della legge elettorale e del “voto utile” che potrebbe lasciarli fuori del Parlamento o ridurli a una piccolissima pattuglia del tutto irrilevante.
Scommetto già da ora sul trasloco di un’altra fetta di Sel nel Pd. Neanche a dirlo, le due ali non sarebbero coalizzabili fra loro e così il corpaccione di centro potrebbe candidarsi a governare il paese per una vita. Anche perché Renzi, da buon democristiano, ha già iniziato l’occupazione del potere e va giù a rullo compressore, come la vicenda della “riforma” delle Banche popolari sta insegnando.
Poi, con la riforma del bicameralismo, il controllo su Quirinale, Csm e Corte Costituzionale sarebbe completo e la riforma del titolo V assicurerebbe il guinzaglio alle Regioni.
Insomma, una concentrazione di potere che la Dc dei tempi migliori non si sognava nemmeno. Questa strategia ha, però, diversi “buchi neri”. In primo luogo il problema è la rappresentatività di un simile partito. Un po’ di parlamentari in fregola di rielezione – sia ex Fi che ex Sel – li si può anche mettere insieme: è gente di mondo che si adatterebbe a qualsiasi cosa, pur di tornare sui banchi di Montecitorio; però non è detto che la relativa base sociale sia disposta a seguirli. Il pubblico impiego vuole la conservazione delle sue garanzie e, soprattutto, l’illicenziabilità e non vuol sentir parlare di tagli alla spesa, i lavoratori autonomi vogliono che cali la pressione fiscale, i pensionati vogliono mantenere il loro potere d’acquisto, gli utenti dei servizi pubblici vogliono servizi almeno un po’ più decenti e a prezzi più o meno attuali, i lavoratori dipendenti vogliono retribuzioni accettabili, i giovani vogliono trovare lavoro, i risparmiatori vogliono la garanzia sui titoli di Stato e interessi appetibili e, tutti insieme, vogliono una sanità efficiente ed a costi non demenziali. Ma, Renzi dove trova le risorse per soddisfare una simile domanda politica? La Dc privilegiava i lavoratori autonomi ed il pubblico impego a scapito dei lavoratori dipendenti dell’industria, consentiva una evasione fiscale selvaggia ma aveva uno stato sociale molto meno costoso, apriva i cordoni della borsa per lavori pubblici inutili (che producevano insieme occupazione e tangenti), ma comprimeva le pensioni e, soprattutto, aveva la gallina delle uova d’oro del debito pubblico in ascesa che apriva praterie vastissime per la raccolta del consenso. Renzi, non solo non ha la possibilità di alimentarsi con nuove emissioni di bond, ma deve pagare la super tassa degli interessi sul debito accumulato ed un po’ di nuovo debito può servire si e no al pagamento degli interessi. Perché, quello di Renzi, prima ancora che delle Nazione, è il partito delle banche. Inoltre, il paese è in recessione (non fatevi ingannare dalla momentanea miglioria dovuta al petrolio a buon prezzo ed all’Euro debole sul dollaro, che dà un po’ di fiato alle esportazioni) e, realisticamente, il gettito fiscale diminuirà piuttosto che aumentare. Stretto fra una economia che soffoca e il rigore del fiscal compact e del pareggio di bilancio, Renzi può solo ripetere la disperata ironia di Nino Taranto, che, indicando il mare di cambiali sul tavolo e l’ufficiale giudiziario alle spalle, diceva: “E cu’ stu mare annanz e ‘stu sciandino areta, Cameriè: acqua e anice e ‘na foto a colori formato gabbinetto!”.
Di fatto, la sommatoria di ceti politici non si tradurrà in una coalizione sociale, sia perché la coperta è troppo corta e mancano le risorse necessarie alla raccolta del consenso, sia perché si tratta di un ventaglio di interessi troppo eterogeneo: gli interessi delle banche, il potere di acquisto dei pensionati, le aspettative dei giovani, la protesta antifiscale degli autonomi, il salario dei dipendenti privati ecc ecc. E c’è anche troppa disomogeneità culturale: se per un elettore di centro potrebbero non esserci problemi a convivere in un partito con Pierluigi Bersani e Denis Verdini, un elettore di destra potrebbe ritenere inaccettabile la presenza del primo e uno di sinistra del secondo. Nonostante l’annacquamento delle culture politiche di questo trentennio, in Italia restano zolle di elettorato fortemente caratterizzate come di destra o di sinistra. Ne consegue che la liquefazione dei partiti tradizionalmente percepiti come destra (Forza Italia, Alleanza Nazionale) crea un vuoto che la Lega non riesce a riempire, perché percepita come troppo “estremista” e territorialmente delimitata e, perciò stesso, non competitiva con il partito di Renzi. Similmente, sul fianco di sinistra il collasso della cd “Sinistra Arcobaleno” e il crescente malcontento della residua base ex Pci nel Pd, crea un bacino elettorale inespresso, che non è disposto ad andare nel M5s, ma non prende neppure in considerazione l’ennesimo pateracchio elettorale fra Sel, Rifondazione ecc, magari con la Fiom. Sia l’area degli insoddisfatti di destra che quella di sinistra si dirigono piuttosto verso l’astensione che si ingrossa ed ormai sfiora il 40%. Una situazione che non può durare indefinitamente e che, prima o poi, “precipiterà” condensandosi su un nuovo soggetto politico.
Oggi il lavorìo per la nascita di un potenziale nuovo partito di centro destra è particolarmente accentuato a destra (ci stanno provando Benetton, Della Valle ma soprattutto Passera), ma, per lo più, si tratta di stanche repliche dell’imprenditore che “scende in campo”: un film già visto che non eccita più nessuno. Peraltro, il cadavere del Cavaliere ostacola qualsiasi ipotesi alternativa e, sino a quando non sarà tolto di mezzo e sepolto, l’ipotesi di una nuova aggregazione di centro destra ne risulta fortemente disturbata.
A sinistra le cose sono molto meno dinamiche: la sinistra Pd ormai sembra accucciata ai piedi di Renzi (con la sola eccezione di Civati), ed il resto non sa proporre altro che il solito rimescolone di nuove sigle e vecchie facce: Sel e Vendola, Lista Tsipras, Rivoluzione civile, Ferrero, Landini, Fiom… Ma sono tutti morti.
Quanto al M5s, non è certo nel suo momento più smagliante e, per almeno ora e per ben che vada, non sembra in grado di andare oltre il risultato di due anni fa. Peraltro, allo stato attuale, il M5s non sembra interessato a trovare alleati per una coalizione.
Ne deriva una situazione di stallo nella quale Renzi non ha sfidanti credibili. Questo se si votasse oggi o fra un anno. Ma il 2018 (o l’autunno del 2017) non sono vicinissimi e molte cose possono succedere.
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In poche ore, dopo la rottura ufficiale del Nazareno, gli ha assestato una raffica di cazzotti da atterrare un bisonte: improvviso sblocco della questione dei diritti sul digitale (50 milioni di Euro da versare da parte della Mediaset), annuncio dello “scouting” fra i senatori di Forza Italia e Gal, cambio di posizione sul falso in Bilancio. Vedrete che rispunterà anche il conflitto di interesse e, neanche a dirlo, la mano sarà pesantissima sul caso Mediolanum che si lega al problema della Consulta.
Il Cavaliere vuol ricorrere alla Corte Costituzionale per la questione Mediolanum: la Banca d’Italia gli ha imposto di vendere il 24% delle azioni in suo possesso per aver perso i requisiti di onorabilità a seguito della sentenza per il falso in bilancio, altro effetto parallelo della legge Severino che, se dichiarata non retroattiva, consentirebbe al Cavaliere di tenersi la Mediolanum e di recuperare la candidabilità. Ne consegue che il Cavaliere abbia interesse vitale ad eleggere almeno un giudice della Consulta. Ora i posti da riempire sono due: uno per effetto delle dimissioni di Mattarella, l’altro perché pendente sin da settembre: era stato riconosciuto a Forza Italia, e poi non eletto proprio per le sue fratture interne che avevano triturato candidati uno dietro l’altro. Non so se Forza Italia sia in grado ora di trovare l’intesa che era mancata 4-5 mesi fa, ma, anche se fosse, dubito molto sinceramente che Renzi insista nell’offerta. E le motivazioni di un cambio di cavallo ci sarebbero tutte: il polo di destra non esiste più, dopo il distacco di Fratelli d’Italia e della Lega e, come partito singolo, Fi ha meno seggi del M5s e non si capisce perché abbia più diritti di questo ad avere il giudice costituzionale; soprattutto, non c’è più il patto del Nazareno.
Tuttavia Renzi un problemino lo ha: per eleggere un membro della Corte c’è bisogno del 60% dei voti dei componenti del Parlamento in seduta comune (952 membri) e, per quanto egli stia assorbendo i rimasugli centristi e rubacchiando qualcosa a Fi ed al M5s, sembra difficile che arrivi a 571 voti. Vero è che su Mattarella ha messo insieme 665 voti (di cui una buona dose di delegati regionali), ma non è affatto sicuro che fittiani e Sel tornino a votare secondo ortodossia renziana, inoltre Alfano sta avendo abbandoni verso destra, poi il gruppo parlamentare Pd è sempre in ebollizione e non c’è da fare affidamento su tutti; infine gli assenti contano come voti contrari. Allora, il fiorentino ha due scelte: offrire uno dei due seggi alla Lega o al M5s, per mettere insieme la maggioranza necessaria. In ogni caso, lascia il Cavaliere a bocca asciutta.
Vedrete che finirà così. E per il Cavaliere potrebbe profilarsi un futuro molto nero, magari con il sole a scacchi, dato che la sua disfatta incoraggerebbe anche le iniziative penali esistenti o da venire. Non vorrei essere nei suoi panni.
Tornando all’asse centrale del nostro ragionamento, quale è il senso della strategia renziana denominata Partito della Nazione? Una sorta di super-Dc, che tiene dentro il grosso della minoranza Pd (Bersani-Cuperlo, ovviamente molto ridimensionati al momento di formare le liste), frange di Sel, tutta l’ex area di centro (Scelta Civica, Alfano e Casini) ed anche fette della fu Forza Italia. Praticamente, lascerebbe fuori solo il polo di destra riunito intorno alla Lega ed il M5s che avrebbe funzione di polo di sinistra. Quanto ai resti di Sel e Rifondazione, a Civati e gruppi minori, il problema potrebbe non porsi per l’effetto combinato della legge elettorale e del “voto utile” che potrebbe lasciarli fuori del Parlamento o ridurli a una piccolissima pattuglia del tutto irrilevante.
Scommetto già da ora sul trasloco di un’altra fetta di Sel nel Pd. Neanche a dirlo, le due ali non sarebbero coalizzabili fra loro e così il corpaccione di centro potrebbe candidarsi a governare il paese per una vita. Anche perché Renzi, da buon democristiano, ha già iniziato l’occupazione del potere e va giù a rullo compressore, come la vicenda della “riforma” delle Banche popolari sta insegnando.
Poi, con la riforma del bicameralismo, il controllo su Quirinale, Csm e Corte Costituzionale sarebbe completo e la riforma del titolo V assicurerebbe il guinzaglio alle Regioni.
Insomma, una concentrazione di potere che la Dc dei tempi migliori non si sognava nemmeno. Questa strategia ha, però, diversi “buchi neri”. In primo luogo il problema è la rappresentatività di un simile partito. Un po’ di parlamentari in fregola di rielezione – sia ex Fi che ex Sel – li si può anche mettere insieme: è gente di mondo che si adatterebbe a qualsiasi cosa, pur di tornare sui banchi di Montecitorio; però non è detto che la relativa base sociale sia disposta a seguirli. Il pubblico impiego vuole la conservazione delle sue garanzie e, soprattutto, l’illicenziabilità e non vuol sentir parlare di tagli alla spesa, i lavoratori autonomi vogliono che cali la pressione fiscale, i pensionati vogliono mantenere il loro potere d’acquisto, gli utenti dei servizi pubblici vogliono servizi almeno un po’ più decenti e a prezzi più o meno attuali, i lavoratori dipendenti vogliono retribuzioni accettabili, i giovani vogliono trovare lavoro, i risparmiatori vogliono la garanzia sui titoli di Stato e interessi appetibili e, tutti insieme, vogliono una sanità efficiente ed a costi non demenziali. Ma, Renzi dove trova le risorse per soddisfare una simile domanda politica? La Dc privilegiava i lavoratori autonomi ed il pubblico impego a scapito dei lavoratori dipendenti dell’industria, consentiva una evasione fiscale selvaggia ma aveva uno stato sociale molto meno costoso, apriva i cordoni della borsa per lavori pubblici inutili (che producevano insieme occupazione e tangenti), ma comprimeva le pensioni e, soprattutto, aveva la gallina delle uova d’oro del debito pubblico in ascesa che apriva praterie vastissime per la raccolta del consenso. Renzi, non solo non ha la possibilità di alimentarsi con nuove emissioni di bond, ma deve pagare la super tassa degli interessi sul debito accumulato ed un po’ di nuovo debito può servire si e no al pagamento degli interessi. Perché, quello di Renzi, prima ancora che delle Nazione, è il partito delle banche. Inoltre, il paese è in recessione (non fatevi ingannare dalla momentanea miglioria dovuta al petrolio a buon prezzo ed all’Euro debole sul dollaro, che dà un po’ di fiato alle esportazioni) e, realisticamente, il gettito fiscale diminuirà piuttosto che aumentare. Stretto fra una economia che soffoca e il rigore del fiscal compact e del pareggio di bilancio, Renzi può solo ripetere la disperata ironia di Nino Taranto, che, indicando il mare di cambiali sul tavolo e l’ufficiale giudiziario alle spalle, diceva: “E cu’ stu mare annanz e ‘stu sciandino areta, Cameriè: acqua e anice e ‘na foto a colori formato gabbinetto!”.
Di fatto, la sommatoria di ceti politici non si tradurrà in una coalizione sociale, sia perché la coperta è troppo corta e mancano le risorse necessarie alla raccolta del consenso, sia perché si tratta di un ventaglio di interessi troppo eterogeneo: gli interessi delle banche, il potere di acquisto dei pensionati, le aspettative dei giovani, la protesta antifiscale degli autonomi, il salario dei dipendenti privati ecc ecc. E c’è anche troppa disomogeneità culturale: se per un elettore di centro potrebbero non esserci problemi a convivere in un partito con Pierluigi Bersani e Denis Verdini, un elettore di destra potrebbe ritenere inaccettabile la presenza del primo e uno di sinistra del secondo. Nonostante l’annacquamento delle culture politiche di questo trentennio, in Italia restano zolle di elettorato fortemente caratterizzate come di destra o di sinistra. Ne consegue che la liquefazione dei partiti tradizionalmente percepiti come destra (Forza Italia, Alleanza Nazionale) crea un vuoto che la Lega non riesce a riempire, perché percepita come troppo “estremista” e territorialmente delimitata e, perciò stesso, non competitiva con il partito di Renzi. Similmente, sul fianco di sinistra il collasso della cd “Sinistra Arcobaleno” e il crescente malcontento della residua base ex Pci nel Pd, crea un bacino elettorale inespresso, che non è disposto ad andare nel M5s, ma non prende neppure in considerazione l’ennesimo pateracchio elettorale fra Sel, Rifondazione ecc, magari con la Fiom. Sia l’area degli insoddisfatti di destra che quella di sinistra si dirigono piuttosto verso l’astensione che si ingrossa ed ormai sfiora il 40%. Una situazione che non può durare indefinitamente e che, prima o poi, “precipiterà” condensandosi su un nuovo soggetto politico.
Oggi il lavorìo per la nascita di un potenziale nuovo partito di centro destra è particolarmente accentuato a destra (ci stanno provando Benetton, Della Valle ma soprattutto Passera), ma, per lo più, si tratta di stanche repliche dell’imprenditore che “scende in campo”: un film già visto che non eccita più nessuno. Peraltro, il cadavere del Cavaliere ostacola qualsiasi ipotesi alternativa e, sino a quando non sarà tolto di mezzo e sepolto, l’ipotesi di una nuova aggregazione di centro destra ne risulta fortemente disturbata.
A sinistra le cose sono molto meno dinamiche: la sinistra Pd ormai sembra accucciata ai piedi di Renzi (con la sola eccezione di Civati), ed il resto non sa proporre altro che il solito rimescolone di nuove sigle e vecchie facce: Sel e Vendola, Lista Tsipras, Rivoluzione civile, Ferrero, Landini, Fiom… Ma sono tutti morti.
Quanto al M5s, non è certo nel suo momento più smagliante e, per almeno ora e per ben che vada, non sembra in grado di andare oltre il risultato di due anni fa. Peraltro, allo stato attuale, il M5s non sembra interessato a trovare alleati per una coalizione.
Ne deriva una situazione di stallo nella quale Renzi non ha sfidanti credibili. Questo se si votasse oggi o fra un anno. Ma il 2018 (o l’autunno del 2017) non sono vicinissimi e molte cose possono succedere.
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04/02/2015
Il nazareno è risorto?
Il Cavaliere annuncia che, nonostante lo schiaffo preso per il Quirinale, lui starà ai patti e continuerà sul cammino delle riforme istituzionali. Dunque, evviva: il Nazareno è risorto! E’ davvero così? Direbbe un noto personaggio storico “Ma quante divisioni ha il Cavaliere?”. Forse fare l’inventario dei danni subiti potrebbe essere utile al Napoleone di Arcore.
In primo luogo la fronda parlamentare: secondo l’Espresso, i deputati che hanno “tradito” votando Mattarella, sarebbero 43 (25 deputati e 18 senatori) in buona parte “fittiani” ma non tutti, ad esempio ci sarebbe fra i “traditori” anche Denis Verdini che ormai è più vicino a Matteo che a Silvio. Né sappiamo se tutti i fittiani hanno votato Mattarella o hanno disperso il voto su altri Candidati (Feltri, ad esempio) o votato scheda bianca. Di fatto, Fi aveva 142 voti teorici, mentre le schede bianche sono 105 e probabilmente includono parlamentari di altri gruppi. Dunque, per ora è difficile dire quanti siano i voti su cui il Cavaliere può effettivamente contare al momento del voto sulle riforme: alcuni dei “traditori” (Verdini & c.) rientreranno per lealtà a Renzi, non a lui, ma altri, fra quanti hanno votato scheda bianca, potrebbero distaccarsene.
Il conto finale potrebbe dare qualche sorpresa: ad esempio, al Senato potrebbe mancare la maggioranza dei 2/3 necessaria ad evitare un referendum confermativo. Se poi, per una volta, la sinistra Pd (quella “grossa” non quella di testimonianza di Civati che siamo sicuri voterà contro) dovesse essere coerente e mettersi di traverso le cose potrebbero mettersi male al Senato anche per il voto sulla legge elettorale. E’ probabile che Renzi tratterà Bersani, Cuperlo e gli altri come scarpe vecchie, dopo aver superato la scadenza quirinalizia, a quel punto, la temperatura interna al partito ricomincerebbe a salire. In ogni caso, non è detto che Berlusconi possa essere determinante questa volta come lo è stato una decina di giorni fa. Anche perché Fi è ancora in piena tempesta e rischia seriamente di frantumarsi di fronte ad una placida ripresa delle intese con Renzi.
Qui, peseranno anche i sondaggi che ci diranno a che quota Fi è scesa. Nelle ultime tornate, la Lega di Salvini era a circa un punto da Fi ormai collocata intorno al 13%. Ora vedremo quale è l’impatto sull’elettorato di questa sconfitta del Cavaliere. Se poi dovesse aggiungersi una scissione di Fitto, il “sorpasso” sarebbe garantito ed, a quel punto, la trappola del “voto utile” si rivolgerebbe per la prima volta contro il Cavaliere. Di accordi con la Lega, se continua sulla strada dell’intesa con Renzi, non se ne parla nemmeno ed il recupero di quel paio di punti che Alfano (forse) può portargli non servirebbe a collocarlo al quadro opposto, fuori dal ballottaggio. Peraltro, siccome si scatenerebbe lo scontro fra M5s e Lega per chi va al secondo turno (stiamo ragionando nell’ipotesi che si voterà con l’Italicum) Fi subirebbe il richiamo del “voto utile” a favore della Lega. Non mi pare che stia messo bene e già lo vedremo alle regionali, soprattutto nelle regioni meridionali dove Fitto può fargli molti danni. E non è neppure detto che si debba aspettare tanto: c’è un vecchio detto che ammonisce che “quando la nave affonda, i topi scappano” e Fi è una nave piena di “Schettino”.
Poi c’è il danno d'immagine che è il meno riparabile di tutti: Berlusconi per 20 anni ha costruito il suo successo su una immagine di “vincente”, di gatto della nove vite che cade sempre sulle zampe. Ma dopo la raffica di sconfitte di questo anno e mezzo (la condanna, la decadenza da senatore, la sconfitta alle europee, le contestazioni interne ecc.) di quella immagine non è rimasta l’ombra e questa ennesima tranvata lo conferma come “loser”, perdente. E certamente l’età non aiuta perché ad 80 anni nessuno può realisticamente coltivare progetti di rivalsa in un imprecisato futuro.
Infine c’è una sconfitta politica: Renzi gli ha dimostrato di poter mettere insieme una maggioranza neppure tanto risicata, senza di lui. E’ un bluff, lo sappiamo, perché, a cominciare da Sel molti che oggi hanno votato Mattarella, non è detto che possano far parte di una immaginaria futura maggioranza di governo, soprattutto al Senato, ma quello che conta è l’immagine, per cui Renzi ormai tratta anche lui come una scarpa vecchia ed, in queste condizioni, il Cavaliere non può chiedere molto. Tanto più che ha il problema di salvare il suo impero finanziario dall’assalto dei suoi concorrenti.
Infine, il Cavaliere a breve dovrà vedersela anche con altre sfide come la coalizione che sta cercando di mettere su Passera: forse un aborto, comunque qualcosa che prenderà voti proprio nell’area di pescaggio fra Fi, Scelta civica, Fermare il Declino e Casini che è quella su cui punta lui.
Insomma, non vorrei essere troppo ottimista, ma ho l’impressione che questo sia davvero il capolinea del treno berlusconiano. Dopo di che può darsi che il Nazareno riprenda, nel senso che forse (forse!) i voti residui di Fi basteranno a far passare le orrende riforme istituzionali renziane, ma sarà più opera di una eventuale resa della sinistra Pd che merito suo.
E in definitiva, un Nazareno con un Berlusconi moribondo, quanto pesa in prospettiva?
Fonte
In primo luogo la fronda parlamentare: secondo l’Espresso, i deputati che hanno “tradito” votando Mattarella, sarebbero 43 (25 deputati e 18 senatori) in buona parte “fittiani” ma non tutti, ad esempio ci sarebbe fra i “traditori” anche Denis Verdini che ormai è più vicino a Matteo che a Silvio. Né sappiamo se tutti i fittiani hanno votato Mattarella o hanno disperso il voto su altri Candidati (Feltri, ad esempio) o votato scheda bianca. Di fatto, Fi aveva 142 voti teorici, mentre le schede bianche sono 105 e probabilmente includono parlamentari di altri gruppi. Dunque, per ora è difficile dire quanti siano i voti su cui il Cavaliere può effettivamente contare al momento del voto sulle riforme: alcuni dei “traditori” (Verdini & c.) rientreranno per lealtà a Renzi, non a lui, ma altri, fra quanti hanno votato scheda bianca, potrebbero distaccarsene.
Il conto finale potrebbe dare qualche sorpresa: ad esempio, al Senato potrebbe mancare la maggioranza dei 2/3 necessaria ad evitare un referendum confermativo. Se poi, per una volta, la sinistra Pd (quella “grossa” non quella di testimonianza di Civati che siamo sicuri voterà contro) dovesse essere coerente e mettersi di traverso le cose potrebbero mettersi male al Senato anche per il voto sulla legge elettorale. E’ probabile che Renzi tratterà Bersani, Cuperlo e gli altri come scarpe vecchie, dopo aver superato la scadenza quirinalizia, a quel punto, la temperatura interna al partito ricomincerebbe a salire. In ogni caso, non è detto che Berlusconi possa essere determinante questa volta come lo è stato una decina di giorni fa. Anche perché Fi è ancora in piena tempesta e rischia seriamente di frantumarsi di fronte ad una placida ripresa delle intese con Renzi.
Qui, peseranno anche i sondaggi che ci diranno a che quota Fi è scesa. Nelle ultime tornate, la Lega di Salvini era a circa un punto da Fi ormai collocata intorno al 13%. Ora vedremo quale è l’impatto sull’elettorato di questa sconfitta del Cavaliere. Se poi dovesse aggiungersi una scissione di Fitto, il “sorpasso” sarebbe garantito ed, a quel punto, la trappola del “voto utile” si rivolgerebbe per la prima volta contro il Cavaliere. Di accordi con la Lega, se continua sulla strada dell’intesa con Renzi, non se ne parla nemmeno ed il recupero di quel paio di punti che Alfano (forse) può portargli non servirebbe a collocarlo al quadro opposto, fuori dal ballottaggio. Peraltro, siccome si scatenerebbe lo scontro fra M5s e Lega per chi va al secondo turno (stiamo ragionando nell’ipotesi che si voterà con l’Italicum) Fi subirebbe il richiamo del “voto utile” a favore della Lega. Non mi pare che stia messo bene e già lo vedremo alle regionali, soprattutto nelle regioni meridionali dove Fitto può fargli molti danni. E non è neppure detto che si debba aspettare tanto: c’è un vecchio detto che ammonisce che “quando la nave affonda, i topi scappano” e Fi è una nave piena di “Schettino”.
Poi c’è il danno d'immagine che è il meno riparabile di tutti: Berlusconi per 20 anni ha costruito il suo successo su una immagine di “vincente”, di gatto della nove vite che cade sempre sulle zampe. Ma dopo la raffica di sconfitte di questo anno e mezzo (la condanna, la decadenza da senatore, la sconfitta alle europee, le contestazioni interne ecc.) di quella immagine non è rimasta l’ombra e questa ennesima tranvata lo conferma come “loser”, perdente. E certamente l’età non aiuta perché ad 80 anni nessuno può realisticamente coltivare progetti di rivalsa in un imprecisato futuro.
Infine c’è una sconfitta politica: Renzi gli ha dimostrato di poter mettere insieme una maggioranza neppure tanto risicata, senza di lui. E’ un bluff, lo sappiamo, perché, a cominciare da Sel molti che oggi hanno votato Mattarella, non è detto che possano far parte di una immaginaria futura maggioranza di governo, soprattutto al Senato, ma quello che conta è l’immagine, per cui Renzi ormai tratta anche lui come una scarpa vecchia ed, in queste condizioni, il Cavaliere non può chiedere molto. Tanto più che ha il problema di salvare il suo impero finanziario dall’assalto dei suoi concorrenti.
Infine, il Cavaliere a breve dovrà vedersela anche con altre sfide come la coalizione che sta cercando di mettere su Passera: forse un aborto, comunque qualcosa che prenderà voti proprio nell’area di pescaggio fra Fi, Scelta civica, Fermare il Declino e Casini che è quella su cui punta lui.
Insomma, non vorrei essere troppo ottimista, ma ho l’impressione che questo sia davvero il capolinea del treno berlusconiano. Dopo di che può darsi che il Nazareno riprenda, nel senso che forse (forse!) i voti residui di Fi basteranno a far passare le orrende riforme istituzionali renziane, ma sarà più opera di una eventuale resa della sinistra Pd che merito suo.
E in definitiva, un Nazareno con un Berlusconi moribondo, quanto pesa in prospettiva?
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01/02/2015
Sergio Mattarella e un paese che si spegne nel silenzio
L’elezione di Sergio Mattarella a dodicesimo Presidente della Repubblica italiana si è svolta ancora secondo riti cerimoniali piuttosto consolidati. Prima di tutto si tratta di una figura tutta interna ad una carriera nelle istituzioni della prima repubblica. Come, nella seconda repubblica, era già accaduto per Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Oltretutto siamo di fronte ad un presidente di chiara matrice democristiana, già ministro dei governi Goria, De Mita e Andreotti. Come dire, a quelle altezze il berlusconismo, figuriamoci la Lega o il Movimento 5 Stelle per non parlare della sinistra post-muro, altro non sono che fenomeni che si agitano confusamente sulla lontana superficie. Fenomeni che hanno certamente cambiato i partiti in cartelli elettorali, o i quadri politici in figure incerte tra il management di voti e il procacciamento di affari, ma che non hanno, almeno fino ad oggi, modificato sostanza e codici di riproduzione del ceto politico e amministrativo fatto di grand commis di stato. Del resto se l’infrastruttura di ministeri importanti è ancora in mano a dirigenti della prima repubblica, o comunque con evidente taglio formativo di quel periodo, non c’è affatto da stupirsi di vedere un presidente Dc.
Un presidente democristiano, in grado quindi di adattarsi ai mutamenti - passando da elemento regolatore della pesante burocrazia dell’economia mista nazionale dell’epoca del fordismo a liquidatore dei beni pubblici italiani sotto la spinta delle reti di governance continentale neoliberista - ma anche di mantenere l’essenza mandarina delle relazioni di potere, con quella inconfondibile venatura di capacità di gestione del potere dell’Italia dell’epoca della corporazioni, professionali e religiose, che la cultura cattolica conosce. Senza trascurare i dovuti ossequi alla tronfia retorica risorgimentale, e a quella più sobria della genesi repubblicana. Tutti periodi storici al quale il ceto politico di cui Mattarella è espressione deve tutto, specie il profilo dello stato in cui sono proliferate questo genere di carriere, senza in cambio dare assolutamente niente al paese. Ovvero al soggetto che, in fondo, sarebbe la ragione per la quale le carriere dei Mattarella esistono. Non solo: la carriera di Mattarella si sviluppa proprio in modo coestensivo rispetto al declino italiano. Se c’è un nucleo di scelte, tra gli anni ’80 e ’90, che hanno portato questo paese al disastro, Sergio Mattarella, da democristiano e da ministro della Repubblica, le ha condivise tutte. Se si è messo in primo piano la sopravvivenza di un ceto politico - che stava mutando pelle da regolatore dell’economia mista fordista a liquidatore dei beni pubblici sotto la spinta della governance continentale - rispetto al governo delle trasformazioni del paese, Mattarella è sicuramente tra i responsabili di questo comportamento. Con un tentativo, chiaro, all’inizio degli anni ’90. Quello di costruire una legge elettorale che, nonostante il declino della Democrazia Cristiana, assicurasse agli eredi della Dc una Golden Share in materia di seggi alla Camera e al Senato. Fatto che non avvenne a causa dell’implosione della Dc ma, come si vede, agli accidenti della storia i mandarini della politica sanno porre rimedio. Getta un’ombra sinistra sul neo-presidente il fatto che sia stato ministro della Difesa durante la guerra del Kosovo quando, per la prima volta, l’Italia partecipò ad una massiccia operazione di bombardamenti di un paese vicino (generando dalle due alle tremila vittime civili totalmente rimosse dall’opinione pubblica nazionale, tanto che la sinistra di allora riuscì, senza imbarazzo, in pochissimi anni ad andare al governo col centrosinistra responsabile di quei massacri, votando pure il rifinanziamento della guerra afgana avendo alla testa l’ “ultrapacifista” Menapace). Sembrerebbe solo un’ombra, quindi un dettaglio, se non fosse che nella vicinissima Libia è in corso una guerra civile senza quartiere con una delle fazioni in campo direttamente affiliata a Isis. Insomma, in caso di necessità, il decisionismo militare di Mattarella sarebbe già stato testato per lo sforzo bellico. E comunque, se non ci fosse bisogno di intervenire nell’ex colonia, l’industria militare e tutto il reticolo diplomatico-politico delle “missioni di pace”, o più semplicemente “degli impegni internazionali”, con un presidente del genere possono dormire sonni tranquilli.
Stessa situazione a quattro guanciali per Bce, Ue e Fmi, i componenti delle Troika rigettata in quanto tale dalla Grecia, non sarà certo Mattarella a mettere in discussione l’assetto continentale. Sarà vero, nel caso di un acuirsi della crisi europea, casomai il contrario. A pochi giorni dal voto greco, in risposta a quanto avvenuto ad Atene, l’Italia renziana e liberista ha dato quindi la sua risposta alla delegittimazione ellenica della Troika eleggendo un presidente di provata compatibilità con un ordoliberismo sottile quanto feroce e senza senso. Per quanto riguarda Renzi non certo hanno torto le cronache quando parlano di un presidente del consiglio che è il punto di riferimento di tre maggioranze: una di governo, una per le riforme istituzionali (quel patto del Nazareno che oggi però sembra una ridotta in cui si è asserragliato il partito Mediaset, con tanto di Confalonieri per trattative pubbliche), e una “del presidente”, utile per una vasta diplomazia istituzionale e all’interno di un centrosinistra a geometrie variabili. Certo l’opposizione, a suo tempo, alla legge che favoriva le tv di Berlusconi da parte di Mattarella, l’anticraxismo tipico di un demitiano (che resurrezione di categorie morte...) non sono piaciute a Berlusconi, questione di cordate non di ideologia, e hanno provocato le dimissioni dell’ex ministro Sacconi. La guerra interna a Forza Italia non ha certo favorito Berlusconi ma, c’è da giurarci, se resteranno in piedi interessi veri da tutelare (anche in materia tv) Mattarella saprà mediare. L’importante è mantenere vita e sviluppo del ceto istituzionale anche, come negli 20 anni, “emancipandosi”, per non dire separandosi, dal declino del paese. Ecco il risultato della rottamazione renziana: bravi bischeri, ci venga scusato il toscanismo, in chi ha creduto nel gelataio di Rignano attuale presidente del consiglio.
Pierluigi Castagnetti, uno che sembra un vampiro dei b movie, parlando di Mattarella ha usato, con toni cherubini, l’etichettatura di “moroteo”. La vicinanza al martirio altrui come sintomo di futura, e presente santità: pura beatificazione della candidatura in termini cattolico-democristiani. Vicinanza al martirio del resto garantita, e simbolicamente rafforzata, da una carriera cominciata dall’uccisione del fratello. Il padre politico ucciso dalle Br, il fratello di sangue ucciso dalla mafia: autentico, pieno martirologio democristiano c’è solo da stupirsi l’abbiano fatto presidente solo adesso. Tutto come se fosse persino impossibile anche sussurrare la verità: Mattarella è espressione di defunte correnti politiche di ladri e di assassini di un partito che ha lasciato l’Italia solo dopo avergli assicurato un ritardo, economico e culturale, con il mondo che non ha più colmato. Un partito i cui reduci si apprestano a banchettare sulle spoglie del paese in nome dell’Europa. Mentre i giornali setacciano i guai giudiziari del fratello. Con questa stampa provinciale e pettegola, con una opinione pubblica che da tempo immemore si eccita solo quando la magistratura arriva a sentenza su furti di galline e danneggiamento di pollai, il settennato di Sergio Mattarella si avvia in democristiano torpore. Mentre un paese affonda, tra un tweet e l’altro che parla di ripresa. In piena deflazione continentale ci vuole il coraggio di Renzi. Ma per chi ha vinto la partita del Quirinale c’è il premio di poter creare una realtà parallela a reti unificate. Se esistesse Zeus il fulmine sull’Italia non potrebbe essere più meritato.
Redazione, 31 gennaio 2015
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Un presidente democristiano, in grado quindi di adattarsi ai mutamenti - passando da elemento regolatore della pesante burocrazia dell’economia mista nazionale dell’epoca del fordismo a liquidatore dei beni pubblici italiani sotto la spinta delle reti di governance continentale neoliberista - ma anche di mantenere l’essenza mandarina delle relazioni di potere, con quella inconfondibile venatura di capacità di gestione del potere dell’Italia dell’epoca della corporazioni, professionali e religiose, che la cultura cattolica conosce. Senza trascurare i dovuti ossequi alla tronfia retorica risorgimentale, e a quella più sobria della genesi repubblicana. Tutti periodi storici al quale il ceto politico di cui Mattarella è espressione deve tutto, specie il profilo dello stato in cui sono proliferate questo genere di carriere, senza in cambio dare assolutamente niente al paese. Ovvero al soggetto che, in fondo, sarebbe la ragione per la quale le carriere dei Mattarella esistono. Non solo: la carriera di Mattarella si sviluppa proprio in modo coestensivo rispetto al declino italiano. Se c’è un nucleo di scelte, tra gli anni ’80 e ’90, che hanno portato questo paese al disastro, Sergio Mattarella, da democristiano e da ministro della Repubblica, le ha condivise tutte. Se si è messo in primo piano la sopravvivenza di un ceto politico - che stava mutando pelle da regolatore dell’economia mista fordista a liquidatore dei beni pubblici sotto la spinta della governance continentale - rispetto al governo delle trasformazioni del paese, Mattarella è sicuramente tra i responsabili di questo comportamento. Con un tentativo, chiaro, all’inizio degli anni ’90. Quello di costruire una legge elettorale che, nonostante il declino della Democrazia Cristiana, assicurasse agli eredi della Dc una Golden Share in materia di seggi alla Camera e al Senato. Fatto che non avvenne a causa dell’implosione della Dc ma, come si vede, agli accidenti della storia i mandarini della politica sanno porre rimedio. Getta un’ombra sinistra sul neo-presidente il fatto che sia stato ministro della Difesa durante la guerra del Kosovo quando, per la prima volta, l’Italia partecipò ad una massiccia operazione di bombardamenti di un paese vicino (generando dalle due alle tremila vittime civili totalmente rimosse dall’opinione pubblica nazionale, tanto che la sinistra di allora riuscì, senza imbarazzo, in pochissimi anni ad andare al governo col centrosinistra responsabile di quei massacri, votando pure il rifinanziamento della guerra afgana avendo alla testa l’ “ultrapacifista” Menapace). Sembrerebbe solo un’ombra, quindi un dettaglio, se non fosse che nella vicinissima Libia è in corso una guerra civile senza quartiere con una delle fazioni in campo direttamente affiliata a Isis. Insomma, in caso di necessità, il decisionismo militare di Mattarella sarebbe già stato testato per lo sforzo bellico. E comunque, se non ci fosse bisogno di intervenire nell’ex colonia, l’industria militare e tutto il reticolo diplomatico-politico delle “missioni di pace”, o più semplicemente “degli impegni internazionali”, con un presidente del genere possono dormire sonni tranquilli.
Stessa situazione a quattro guanciali per Bce, Ue e Fmi, i componenti delle Troika rigettata in quanto tale dalla Grecia, non sarà certo Mattarella a mettere in discussione l’assetto continentale. Sarà vero, nel caso di un acuirsi della crisi europea, casomai il contrario. A pochi giorni dal voto greco, in risposta a quanto avvenuto ad Atene, l’Italia renziana e liberista ha dato quindi la sua risposta alla delegittimazione ellenica della Troika eleggendo un presidente di provata compatibilità con un ordoliberismo sottile quanto feroce e senza senso. Per quanto riguarda Renzi non certo hanno torto le cronache quando parlano di un presidente del consiglio che è il punto di riferimento di tre maggioranze: una di governo, una per le riforme istituzionali (quel patto del Nazareno che oggi però sembra una ridotta in cui si è asserragliato il partito Mediaset, con tanto di Confalonieri per trattative pubbliche), e una “del presidente”, utile per una vasta diplomazia istituzionale e all’interno di un centrosinistra a geometrie variabili. Certo l’opposizione, a suo tempo, alla legge che favoriva le tv di Berlusconi da parte di Mattarella, l’anticraxismo tipico di un demitiano (che resurrezione di categorie morte...) non sono piaciute a Berlusconi, questione di cordate non di ideologia, e hanno provocato le dimissioni dell’ex ministro Sacconi. La guerra interna a Forza Italia non ha certo favorito Berlusconi ma, c’è da giurarci, se resteranno in piedi interessi veri da tutelare (anche in materia tv) Mattarella saprà mediare. L’importante è mantenere vita e sviluppo del ceto istituzionale anche, come negli 20 anni, “emancipandosi”, per non dire separandosi, dal declino del paese. Ecco il risultato della rottamazione renziana: bravi bischeri, ci venga scusato il toscanismo, in chi ha creduto nel gelataio di Rignano attuale presidente del consiglio.
Pierluigi Castagnetti, uno che sembra un vampiro dei b movie, parlando di Mattarella ha usato, con toni cherubini, l’etichettatura di “moroteo”. La vicinanza al martirio altrui come sintomo di futura, e presente santità: pura beatificazione della candidatura in termini cattolico-democristiani. Vicinanza al martirio del resto garantita, e simbolicamente rafforzata, da una carriera cominciata dall’uccisione del fratello. Il padre politico ucciso dalle Br, il fratello di sangue ucciso dalla mafia: autentico, pieno martirologio democristiano c’è solo da stupirsi l’abbiano fatto presidente solo adesso. Tutto come se fosse persino impossibile anche sussurrare la verità: Mattarella è espressione di defunte correnti politiche di ladri e di assassini di un partito che ha lasciato l’Italia solo dopo avergli assicurato un ritardo, economico e culturale, con il mondo che non ha più colmato. Un partito i cui reduci si apprestano a banchettare sulle spoglie del paese in nome dell’Europa. Mentre i giornali setacciano i guai giudiziari del fratello. Con questa stampa provinciale e pettegola, con una opinione pubblica che da tempo immemore si eccita solo quando la magistratura arriva a sentenza su furti di galline e danneggiamento di pollai, il settennato di Sergio Mattarella si avvia in democristiano torpore. Mentre un paese affonda, tra un tweet e l’altro che parla di ripresa. In piena deflazione continentale ci vuole il coraggio di Renzi. Ma per chi ha vinto la partita del Quirinale c’è il premio di poter creare una realtà parallela a reti unificate. Se esistesse Zeus il fulmine sull’Italia non potrebbe essere più meritato.
Redazione, 31 gennaio 2015
Fonte
Mattarella Presidente: vincitori e perdenti nella battaglia del Quirinale
Come era facile prevedere sin da ieri,
Mattarella è stato eletto Presidente. Facciamo ora il bilancio di questa
tornata presidenziale dando la “pagella” a ciascuno dei giocatori.
Renzi: è il vero
vincitore, anche se non ha colto a pieno i suoi obiettivi, in primo
luogo perché avrebbe voluto una conferma del Nazareno, che invece si
incrina, in secondo luogo perché questo, per lui, è un candidato di
compromesso e non quello che avrebbe preferito. Sicuramente Fioroni,
Veltroni, Chiamparino, Pinotti, Franceschini, Fassino gli sarebbero
stati più congeniali. E questo è il quinto di bicchiere vuoto. In
compenso:
a. compatta il partito ed allontana la scissione;
b. ottiene un forte successo di immagine confermando il suo “decisionismo” (“sabato avremo il Presidente” e così è stato);
c. riconquista Alfano (ma non ci voleva molto);
d. erode un po’ di parlamentari al M5s;
e. si annette Sel;
f. dimostra a Berlusconi di poter fare a meno dei suoi voti;
g. rafforza di molto la probabilità di restare sino al 2018;
Diciamo che ha vinto all’80%. Spiace dirlo ma è così.
M5s: vincitore
indiretto e parziale. L’asse principale della manovra (mettere in crisi
il Nazareno sul fianco del Pd imponendo Prodi o facendo pagare a Renzi
il prezzo di una scissione sanguinosa) non è riuscito, su questo non c’è
dubbio, perché i bersaniani non si sono presentati all’appuntamento. Ci
sono, però, risultati positivi che compensano in parte.
a. con la lettera di Grillo e
Casaleggio, hanno imposto la rottura delle trattative fra Renzi e
Berlusconi, costringendo Renzi a fare il nome del prescelto prima
dell’inizio delle votazioni;
b. hanno sbarrato la strada a candidati sicuramente peggiori, portando la scelta su un uomo di decente mediazione;
c. hanno incrinato il patto del Nazareno
anche se, imprevedibilmente, sul suo fianco destro (Forza Italia)
piuttosto che su quello sinistro (il Pd). Ora il Nazareno è in sala
rianimazione e può riprendersi, ma con danni permanenti.
Probabilmente in questo ha pesato un certo disorientamento interno, le divisioni, il ritardo con cui l’operazione Prodi (che andava varata nell’immediata ripresa dopo le vacanze di Natale) è stata condotta, oltre che il persistere, tanto nel gruppo parlamentare quanto nella base, di orientamenti un po’ "integralisti” che non contemplano né sfumature né articolazioni tattiche. Tuttavia c’è un segnale che non va trascurato: nella consultazione on line, Prodi è arrivato secondo (due anni fa era solo quinto) con circa il 20% dei voti cui andrebbe aggiunta la quota di Bersani, segno che anche fra gli attivisti inizia a farsi strada una concezione più matura della battaglia politica. E va tenuto presente.
Probabilmente in questo ha pesato un certo disorientamento interno, le divisioni, il ritardo con cui l’operazione Prodi (che andava varata nell’immediata ripresa dopo le vacanze di Natale) è stata condotta, oltre che il persistere, tanto nel gruppo parlamentare quanto nella base, di orientamenti un po’ "integralisti” che non contemplano né sfumature né articolazioni tattiche. Tuttavia c’è un segnale che non va trascurato: nella consultazione on line, Prodi è arrivato secondo (due anni fa era solo quinto) con circa il 20% dei voti cui andrebbe aggiunta la quota di Bersani, segno che anche fra gli attivisti inizia a farsi strada una concezione più matura della battaglia politica. E va tenuto presente.
Diciamo una vittoria al 55% contro un 45% negativo.
Civatiani: sul piano dei
risultati effettivi è una Caporetto: restati soli a votare Prodi che,
peraltro li aveva sconfessati con la sua rinuncia, “traditi” oltre che
da Bersani anche da Vendola, si trovano in una condizione molto
difficile nel partito, come unica vera opposizione a Renzi, ma con
rapporti di forza del tutto sfavorevoli. Dunque, sul piano effettivo è
una sconfitta piena. Ma in politica valgono anche i risultati simbolici e
i civatiani ne escono a testa alta come i più coerenti e lineari. Sono i
vincitori morali di questa battaglia e questo ha un valore.
Per cui
diciamo, sconfitta al 60% ma vittoria al 40%.
Bersani-Cuperlo: hanno
ottenuto un nome gradito e sono (per il momento) rientrati in gioco.
Però, hanno rinunciato alla battaglia su Prodi, dimostrandosi assai poco
coraggiosi o dando l’impressione di non volersi scontare perché forse,
alla conta, sarebbero risultati molti meno del previsto. Comunque una
scelta che li indebolisce perché avrebbero potuto votare Prodi nei primi
tre scrutini per poi tentare la mediazione su Mattarella. Il dato
peggiore è che in questo modo archiviano definitivamente l’ipotesi della
scissione, perdendo la loro principale arma nei confronti di Renzi che
li aspetta al varco della formazione delle liste per decapitarli uno per
uno. Logica vorrebbe che ora facessero pesare il loro potere
contrattuale quando la legge elettorale tornerà alla Camera per il voto
finale, ed ottenessero di far saltare la norma sui capolista
automaticamente eletti. Vedremo se questa volta avranno un po’ di
coraggio, ma ne dubitiamo molto.
Diciamo sconfitta all’80% e vittoria al 20%.
Sel: non è stata
determinante ma solo aggiuntiva, con il risultato che l’elezione di
Mattarella sembra un “Nazareno allargato a Sel”. La disponibilità su
Prodi non c’è stata appena Bersani si è ritirato, neppure con un
simbolico voto sul suo nome alla prima votazione dove i civatiani sono
restati soli, con il risultato di far sembrare Sel una appendice esterna
dei bersaniani e di indebolire il rapporto con Civati.
Tuttavia, hanno ottenuto un pallido successo di immagine apparendo come quelli più “realistici” dei cinque stelle. Peccato che sembrino anche più realisti del re.
Tuttavia, hanno ottenuto un pallido successo di immagine apparendo come quelli più “realistici” dei cinque stelle. Peccato che sembrino anche più realisti del re.
Diciamo una vittoria al 15% con un tasso negativo dell’85%.
Alfano e Ncd: aveva
iniziato giocando la battaglia sul tavolo di Bersani, anche se non si
capisce che vantaggio potesse venirgliene, visto che una vittoria piena
del Nazareno, magari con rientro di Fi nella maggioranza di governo, li
rende semplicemente inutili: se Pd e Fi trovano una intesa, si torna
alla situazione precedente al novembre 2013 e la loro scissione perde
ragion d’essere. Quindi una strategia perdente sin dall’inizio che,
però, Alfano è riuscito a peggiorare con la decisione dell’ultimo minuto
di convergere su Mattarella, non appena Renzi gli ha detto: “Andate
fuori dal governo”. Fra democristiani si capiscono ed il democristiano
Renzi sa che i democristiani di Ncd possono resistere a tutto meno che
alla prospettiva del digiuno. Il digiuno è davvero troppo! Solo che così
rientrano nel governo ma passando sotto le forche caudine e d’ora in
poi potranno aprire bocca solo per dire “Yes, Sir!” però ce l’hanno
fatta a rientrare.
Sconfitta al 91% e vittoria al 9%.
Berlusconi: che ne
parliamo a fare? Voleva Amato, voleva la Grazia, voleva essere
determinante ed imporre un cambio di maggioranza, magari con la
scissione del Pd, voleva riassorbire la scissione di Alfano… risultato: 0
+ 0 + 0 +0 + 0. Fare voi la somma, però ricordatevi di aggiungere il
crollo di immagine rispetto ai suoi e la rivolta interna in atto. La mia
classificazione non prevede di scendere nei numeri negativi, per cui mi
limito a dire: sconfitta al 100%.
Nazareno: è morto o no?
Mai dire mai, per cui è possibile che esca dalla sala di rianimazione,
in ogni caso con due danni permanenti: l’indebolimento della leadership
di Berlusconi su Fi dove è sempre più contestato ed il crollo di fiducia
reciproca fra i contraenti. Per la verità, il Cavaliere non ha tutti i
torti a parlare di tradimento perchè sin qui ha sicuramente più dato che
ricevuto: ha mollato quasi tutto sulla legge elettorale (doppio turno,
premio di lista, parziale restaurazione delle preferenze), ha sostenuto
la riforma del titolo V aliendandosi definitivamente la Lega, ha
lasciato passare anche le misure di politica economica del governo Renzi
contro la sua stessa base elettorale, facendo una opposizione pro
forma, ha eletto il giudice costituzionale di quota Pd, ha sostenuto
(non del tutto disinteressatamente) la politica estera del governo. Ha
perso tutti gli alleati e si trova una forte fronda interna. In cambio
di cosa? Grazia neanche a parlarne, salvezza di Mediolanum ancora sub
judice, giudice costituzionale ancora da avere.
Insomma, l’aspettativa di un Capo dello
Stato gradito, dal suo punto di vista non era neppure tanto infondata. E
invece… Allora, se foste al suo posto, vi fidereste di uno come Renzi? E
dunque, il Nazareno forse risorgerà, ma non dovrà fumare, bere o fare
troppi sforzi e seguire abitudini di vita molto tranquille, come gli
infartuati gravi. Sempre che ce la faccia davvero.
Mattarella al Quirinale
Alla quarta votazione, la prima in cui il suo nome è stato messo ufficialmente in votazione, Sergio Mattarella è stato eletto come dodicesimo Presidente della Repubblica. Alle ore 12.59 la conta dei voti ha registrato il superamento del quorum richiesto (505 voti). Alla fine sono stati 664, a un soffio dai due terzi che sarebbero stati necessari durante le prime tre votazioni.
Alla fine hanno votato una persona fuori dai giochi proprio perché nessun altro sarebbe passato. E non ci sembra che Renzi, al di là del risultato che porta a casa facendo eleggere presidente il nome da lui proposto, sia davvero felice di ritrovarsi al Quirinale un democristiano poco incline a inciuci immondi (la sua fama di anti-berlusconiano è fondata su un fatto concreto come le dimissioni da ministro, non su chiacchiere da giornale). Un personaggio "anomalo", in qualche misura, di cui nessuno può ufficialmente dire "questo è il nostro uomo messo lì". Insomma: abbiamo per ora l'impressione che si tratti di una dimostrazione di debolezza, più che di forza, da parte di Renzi.
Di certo, non si tratta di un "garante per l'Unione Europea", vista la sua scarsa notorietà al di fuori dei confini nazionali. O perlomeno non lo è al momento. Non mancheranno a breve termine occasioni per verificare la sua capacità di coprire questo ruolo.
Nel frantumato quadro parlamentare attuale, il nome di Mattarella ha macinato ulteriormente sia il centrodestra (Sacconi si è dimesso da capogruppo dell'Ncd al momento della decisione di Alfano di cambiare idea), sia la minoranza interna al Pd, sia le già scarse velleità dei vendoliani di fare i finti "syrizisti" all'italiana. Ma non ha affatto rotto il tenebroso "patto del Nazareno".
Da domani ne avremo moltissime prove.
Fonte
Alla fine hanno votato una persona fuori dai giochi proprio perché nessun altro sarebbe passato. E non ci sembra che Renzi, al di là del risultato che porta a casa facendo eleggere presidente il nome da lui proposto, sia davvero felice di ritrovarsi al Quirinale un democristiano poco incline a inciuci immondi (la sua fama di anti-berlusconiano è fondata su un fatto concreto come le dimissioni da ministro, non su chiacchiere da giornale). Un personaggio "anomalo", in qualche misura, di cui nessuno può ufficialmente dire "questo è il nostro uomo messo lì". Insomma: abbiamo per ora l'impressione che si tratti di una dimostrazione di debolezza, più che di forza, da parte di Renzi.
Di certo, non si tratta di un "garante per l'Unione Europea", vista la sua scarsa notorietà al di fuori dei confini nazionali. O perlomeno non lo è al momento. Non mancheranno a breve termine occasioni per verificare la sua capacità di coprire questo ruolo.
Nel frantumato quadro parlamentare attuale, il nome di Mattarella ha macinato ulteriormente sia il centrodestra (Sacconi si è dimesso da capogruppo dell'Ncd al momento della decisione di Alfano di cambiare idea), sia la minoranza interna al Pd, sia le già scarse velleità dei vendoliani di fare i finti "syrizisti" all'italiana. Ma non ha affatto rotto il tenebroso "patto del Nazareno".
Da domani ne avremo moltissime prove.
Fonte
30/01/2015
Il Nazareno è morto? No, ma sta proprio male
Forse conviene passare alla moviola gli ultimissimi giorni per capire cosa è successo e dove stiamo andando. Già dai primi giorni della settimana scorsa, Renzi aveva detto che avrebbe fatto un nome secco e solo sabato. Questa ostinazione nel tenere segreto il nome non dipendeva da una qualche passione per il trhiller, ma, molto più semplicemente dal fatto che il nome non c’era, perché mancava l’accordo con Berlusconi. E Renzi l’accordo lo voleva solo su quell’asse.
Il Cavaliere, come si sa, fra i suoi molto nobili obiettivi ne ha soprattutto due: salvare il suo impero personale ed avere la Grazia. Ciò premesso, pur di ottenerli voterebbe anche per Giuseppe Stalin. L‘incidente del voto sulla legge elettorale (quando i suoi voti sono stati determinanti, compensando la ribellione dei 29 senatori della sinistra Pd) lo avevano gasato al punto che qualcuno dei suoi si era spinto a parlare di una nuova maggioranza organica. Di qui la proposta spavalda di Giuliano Amato (che si immaginava, a torto o a ragione, più “grazioso”). Berlusconi si sentiva in una botte di ferro, anche perché il suo candidato godeva anche di diverse simpatie nel Pd, a cominciare da quella di Massimo D’Alema. Ma Renzi, Amato non voleva vederlo neanche in fotografia: troppo forte, spigoloso, troppo esperto giurista. Con un Presidente così, Renzi si sarebbe consegnato mani e piedi al trio Amato-Berlusconi-D’Alema. Per cui niente da fare. E faceva circolare i nomi (senza mai farli apertamente) di Padoan e Mattarella.
Il primo serviva a strizzare l’occhio a D’Alema per tirarlo dalla parte sua, il secondo a minacciare un accordo con la sinistra interna al Pd e fare esattamente quello che sta succedendo. Ma, beninteso, questo era, con ogni probabilità, solo un bluff: solo un nome funzionale allo scambio, da far cadere insieme a quello di Amato, per tirare fuori il classico nome scialbo di una qualche nullità da mettere lì, per permettergli di fare quello che vuole a Palazzo Chigi.
Renzi, da questo punto di vista, si predisponeva ad un braccio di ferro con Berlusconi, lungo tutte le prime tre votazioni, sicuro, intanto, dell’isolamento che rendeva innocua la sinistra del suo partito. Se anche avessero votato scheda bianca o Prodi, si sarebbe trattato di un centinaio o poco più, al massimo 150 voti con Sel: troppo poco per avere qualsiasi effetto. Ovviamente, si dava per scontato che il M5s si sarebbe tenuto fuori della partita, per cui, al quarto turno il gioco sarebbe riuscito.
A scombinare il suo gioco, arrivava, come fulmine a ciel sereno, la lettera di Grillo e Casaleggio ai parlamentari Pd, alla quale rispondevano in cinque (i civatiani più, e questo è molto importante, Zanda e Monac che sono i parlamentari personalmente più vicini a Prodi, segno che il Professore avrebbe potuto anche accettare di entrare in gioco). Ed i “grillini” varavano la consultazione on line sul nome di Prodi ed altri 9 scelti dall’assemblea del gruppo parlamentare. A questo punto, i renziani, pur ostentando molta indifferenza (in questi giorni ero a Roma per lavoro ed ho incontrato parecchi amici anche in Parlamento ed anche del Pd), erano molto nervosi. Una eventuale convergenza del M5s con la sinistra Pd e Sel su Prodi, cambiava radicalmente lo scenario: avrebbe raggiunto fra i 250 ed i 300 voti già nei primi tre turni di votazione e questo avrebbe messo nei pasticci Renzi, che avrebbe dovuto spiegare perché, pur avendo la concreta possibilità di eleggere Prodi e far a meno dei voti “azzurri”, sceglieva invece l’accordo a tutti i costi con il Cavaliere. Per di più rischiando che anche Lega e fittiani riversassero i voti su Prodi, con un risultato molto incerto al fotofinish. Situazione davvero difficile e rischiosa.
Di qui la decisione di non aspettare più sabato, ma fare il nome già prima della prima votazione e scegliere davvero Mattarella, perché l'unico a poter distogliere la minoranza dall’“insano” gioco con il M5s. I bersaniani ci sono stati (ammazzando così la candidatura Prodi che, invece è stata sostenuta lealmente sino alla fine da Civati, dimostratosi la persona più coerente e coraggiosa del Pd). A quel punto una serie di risultati a ricaduta: Prodi si sfilava, rendendosi conto che non c’erano più le condizioni per una sua candidatura; Berlusconi non poteva che continuare a dire no attaccandosi a “San Franco Tiratore”, nella speranza che una bocciatura di Mattarella possa riaprire i giochi; Renzi, per premunirsi da scherzi dei “quirinabili” delusi avvertiva che, se non passa Mattarella, non ci sono candidati di ricambio del Pd e si va direttamente ad un tecnico o un istituzionale (ad esempio Grasso).
Berlusconi è nell’angolo e deve affrontare una rivolta interna che va molto oltre il solito Fitto.
Realisticamente Mattarella ce la fa se non al quarto, al quinto scrutinio.
Il Nazareno è morto? Forse no, ma è in coma profondo con tutto quel che ne consegue.
Per la verità, l’esito non è affatto negativo e Mattarella è una persona rispettabilissima e, per certi versi, migliore anche di Prodi. Forse è troppo signore e non ha la rudezza che sarebbe necessaria con un inquilino di Palazzo Chigi come Renzi. In secondo luogo è un giudice costituzionale e saggezza vorrebbe che i giudici costituzionali, finito il mandato, restassero al di fuori di tutto, perché diversamente potrebbe nascere la tentazione di usare quel prestigioso scranno per altri approdi ed, a quel punto, l’indipendenza della Corte andrebbe a farsi benedire. Certo: Mattarella non ha operato pensando a questo esito, ma ora stiamo facendo passare un brutto precedente.
Per il resto è un candidato sicuramente migliore rispetto a quello che potrebbe offrire questo Parlamento: Veltroni? Pinotti? Franceschini? Fassino? Addirittura… Grasso? Non ne parliamo.
Dunque, il M5s ottiene una discreta vittoria, anche se diversa da quella progettata:
1. ha stanato Renzi costringendolo a fare il nome prima dell’inizio delle votazioni;
2. ha costretto Renzi a scegliere una persona decente;
3. quindi ha sbarrato la strada ad Amato, Veltroni, Grasso ecc.;
4. ha incrinato seriamente il patto del Nazareno.
Direi che non è poco, anche se è mancato l’obiettivo di mettere in crisi Renzi (duole ammetterlo, ma l’uomo è furbo, spregiudicato, sleale e, pertanto, difficile da abbattere).
Tutto questo significa che il M5s si sta sporcando le mani e sta diventando come gli altri? Assolutamente no: solo che ha scoperto che non c’è solo la lotta greco romana, c’è anche il judo e, per fare la guerra, non c’è solo lo scontro frontale ma anche la guerriglia, con rapide ed improvvise incursioni.
Come si vede, non era un favore al Pd, ma un’azione di guerriglia. D’ora in poi sarà bene adattarsi all’idea di un M5s meno prevedibile del passato...
Fonte
La cronaca la trovo confusionaria, l'analisi in controtendenza rispetto a quanto sciorinato dallo stesso Giannuli solo qualche giorno fa.
Sarà che al venerdì la lucidità l'ho bella che spesa altrove...
Basta un Colle, e Lassie torna a casa
Se
dobbiamo dar retta alle dichiarazioni ufficiali, il “patto del
Nazareno” si sarebbe rotto, ridotto, azzoppato, sepolto. La corsa al
Quirinale, con Sergio Mattarella candidato ufficiale (ma solo dalla
quarta votazione), avrebbe dunque segnato la fine dell'asse privilegiato
che ha fin qui retto l'attacco portato a Renzi alla Costituzione
materiale (col jobs act, la delegittimazione del sindacato, ecc) e
formale (lo svuotamento del Senato, la riforma elettorale
super-porcellum, il premierato assolutista che ne deriva, ecc).
Qualche perplessità davanti a questa notizia ci sembra inevitabile. Non stiamo parlando di uno dei tanti accordicchi di giornata che costellano la politica di palazzo, ma appunto dell'unica maggioranza vera esistente in Parlamento, per quanto articolata tra una maggioranza di governo ufficiale (col solo Alfano e frattaglie varie) e una “per le riforme”. Sappiamo tutti che, di fronte ai passaggi più rischiosi, la seconda ha fatto tranquillamente da argine ai possibili inciampi di un premier specializzato nel farsi nemici.
Ora l'incanto si sarebbe rotto intorno al nome di un vecchio democristiano silenzioso, peraltro uno dei pochi che abbia almeno una volta dimostrato concretamente – dimettendosi da ministro, oltre 20 anni fa – di non esser disposto a mettere le istituzioni al servizio del Caimano. Difficile dunque, a prima vista, affermare che sarà lui il presidente della Repubblica che cancella con la grazia l'incandidabilità di Berlusconi in conseguenza di una sentenza definitiva. Ma mai dire mai, con i democristiani... Sarebbe anche nella posizione dell'insospettabile che prende una decisione “sofferta” per “puro scrupolo”, per “l'interesse della patria in un momento difficile” e via formulando frasi ad hoc.
Le cronache a là Repubblica ci raccontano insomma di un Renzi che si sarebbe improvvisamente liberato dai vincoli di reciproca convenienza con l'uomo di Mediaset, mettendolo all'angolo o rifilandogli un'inattesa fregatura.
Nulla ci viene detto sulle ragioni della rottura tra i due mentitori seriali. Ma, appunto, ci dobbiamo ricordare che si tratta di due professionisti dell'inganno.
Non ci siamo mai appassionati per i toni alla Dinasty con cui ci viene raccontata la politica di palazzo. E consigliamo sempre di non credere a quanto ci viene sventolato sotto il naso. Sappiamo bene, infatti, che siamo noi del “mondo di sotto” il torello da far fesso.
In attesa di sviluppi che non possiamo prevedere (la scelta di un singolo uomo che faccia da garante davanti all'Unione Europea, e da “buon padre premuroso” agli occhi del popolino, ha troppe variabili casuali per poter esser calcolata da chi, come noi, è fuori dai giochi), possiamo constatare che “la svolta” renziana ha cancellato in pochi minuti ogni minaccia di scissione del Pd, azzerato l'entusiasmo dei vendoliani per il “terremoto Tsipras”, ricondotto all'ovile un branco sparso di personaggi che da mesi storcevano il naso nel ritrovarsi – dopo un quarto di secolo buttato a far girotondi e “agende rosse” – “guidati da Verdini”. Ossia nelle mani della più recente evoluzione della P2 o come si chiama adesso.
Se qualcuno si stupisce della rapidità di questa conversione – neanche quattro giorni sono passati dai festeggiamenti sotto il palco di Atene, dai toni hollywoodiani di "the human factor", ai sorrisetti compiaciuti per essere di nuovo “dentro i giochi” di Roma – non ha ancora capito con chi ha a che fare. E neanche la differenza tra questi rottami della ex “sinistra radicale” e quanto sta avvenendo in Grecia e in Spagna.
Negli altri due paesi mediterranei è cresciuto un movimento di rifiuto delle politiche della Troika capace di unificare nel merito soggetti sociali, sindacali, frammenti politici. Un movimento che ha fatto della rottura con i socialdemocratici storici (Pasok in Grecia, Pse in Spagna) il passaggio indispensabile per unire la resistenza sociale all'austerità. In nessuna elezione Syriza o Podemos si sono presentati insieme agli equivalenti italiani del Pd (e non importa se in versione bersaniana o renziana; i governi Prodi-D'Alema Bersani-Treu hanno provocato disastri sociali incalcolabili, hanno preparato la strada all'attacco finale ora condotto da Renzi). Non sarebbero mai diventati terminali credibili dell'incazzatura popolare se avessero “amministrato” le politiche lacrime-e-sangue insieme ai fedelissimi di Bruxelles.
L'esatto contrario di quanto è avvenuto in Italia, con Sel e Rifondazione e Pdci sempre in anticamera del Pd a pietire un accordo elettoralistico che garantisse loro qualche poltrona e un po' di finanziamento pubblico. Renzi li aveva infine cacciati dalla porta, obbligandoli ad atteggiarsi da “oppositori”.
Abbiamo definito sia Syryza sia Podemos movimenti “riformisti dei bisogni”, ovvero espressione di strati sociali che sentono sulla propria pelle il bisogno immediato di un'altra politica economica, pur non avendo – o rifiutando esplicitamente – una qualsiasi visione complessiva della trasformazione sociale. Ma questo livello di coscienza politica è stato prodotto dalla realtà della crisi, non dalla decadenza di vecchie visioni socialdemocratiche e/o riformiste. Fossimo in Sudamerica, insomma, farebbero probabilmente parte dell'arco di forze che collaborano nel dar vita all'Alba, quel “mercato comune solidale” e senza moneta unica che si è affrancato dall'egemonia statunitense e prova ad allentare la stretta del capitale multinazionale.
Movimenti non comunisti né rivoluzionari, insomma, ma espressione conflittuale – spesso anche confusa e confusionaria – di una necessità di rottura col presente del capitalismo in crisi. Non però deprimenti “contenitori” pensati per aggregare caporali senza esercito, abituati a svendere il programma politico-sociale con qualche poltrona individuale (Bertinotti, in questo mestiere, ha fatto davvero scuola, imprintando un'intera leva di “dirigenti della sinistra”).
Dai movimenti reali c'è sempre qualcosa da imparare, pezzi di strada da sperimentare, battaglie comuni da fare. Dalla corte dei miracoli fuori alla porta di Renzi o Bersani, invece, non c'è che da pretendere una cosa: sparite.
Fonte
Qualche perplessità davanti a questa notizia ci sembra inevitabile. Non stiamo parlando di uno dei tanti accordicchi di giornata che costellano la politica di palazzo, ma appunto dell'unica maggioranza vera esistente in Parlamento, per quanto articolata tra una maggioranza di governo ufficiale (col solo Alfano e frattaglie varie) e una “per le riforme”. Sappiamo tutti che, di fronte ai passaggi più rischiosi, la seconda ha fatto tranquillamente da argine ai possibili inciampi di un premier specializzato nel farsi nemici.
Ora l'incanto si sarebbe rotto intorno al nome di un vecchio democristiano silenzioso, peraltro uno dei pochi che abbia almeno una volta dimostrato concretamente – dimettendosi da ministro, oltre 20 anni fa – di non esser disposto a mettere le istituzioni al servizio del Caimano. Difficile dunque, a prima vista, affermare che sarà lui il presidente della Repubblica che cancella con la grazia l'incandidabilità di Berlusconi in conseguenza di una sentenza definitiva. Ma mai dire mai, con i democristiani... Sarebbe anche nella posizione dell'insospettabile che prende una decisione “sofferta” per “puro scrupolo”, per “l'interesse della patria in un momento difficile” e via formulando frasi ad hoc.
Le cronache a là Repubblica ci raccontano insomma di un Renzi che si sarebbe improvvisamente liberato dai vincoli di reciproca convenienza con l'uomo di Mediaset, mettendolo all'angolo o rifilandogli un'inattesa fregatura.
Nulla ci viene detto sulle ragioni della rottura tra i due mentitori seriali. Ma, appunto, ci dobbiamo ricordare che si tratta di due professionisti dell'inganno.
Non ci siamo mai appassionati per i toni alla Dinasty con cui ci viene raccontata la politica di palazzo. E consigliamo sempre di non credere a quanto ci viene sventolato sotto il naso. Sappiamo bene, infatti, che siamo noi del “mondo di sotto” il torello da far fesso.
In attesa di sviluppi che non possiamo prevedere (la scelta di un singolo uomo che faccia da garante davanti all'Unione Europea, e da “buon padre premuroso” agli occhi del popolino, ha troppe variabili casuali per poter esser calcolata da chi, come noi, è fuori dai giochi), possiamo constatare che “la svolta” renziana ha cancellato in pochi minuti ogni minaccia di scissione del Pd, azzerato l'entusiasmo dei vendoliani per il “terremoto Tsipras”, ricondotto all'ovile un branco sparso di personaggi che da mesi storcevano il naso nel ritrovarsi – dopo un quarto di secolo buttato a far girotondi e “agende rosse” – “guidati da Verdini”. Ossia nelle mani della più recente evoluzione della P2 o come si chiama adesso.
Se qualcuno si stupisce della rapidità di questa conversione – neanche quattro giorni sono passati dai festeggiamenti sotto il palco di Atene, dai toni hollywoodiani di "the human factor", ai sorrisetti compiaciuti per essere di nuovo “dentro i giochi” di Roma – non ha ancora capito con chi ha a che fare. E neanche la differenza tra questi rottami della ex “sinistra radicale” e quanto sta avvenendo in Grecia e in Spagna.
Negli altri due paesi mediterranei è cresciuto un movimento di rifiuto delle politiche della Troika capace di unificare nel merito soggetti sociali, sindacali, frammenti politici. Un movimento che ha fatto della rottura con i socialdemocratici storici (Pasok in Grecia, Pse in Spagna) il passaggio indispensabile per unire la resistenza sociale all'austerità. In nessuna elezione Syriza o Podemos si sono presentati insieme agli equivalenti italiani del Pd (e non importa se in versione bersaniana o renziana; i governi Prodi-D'Alema Bersani-Treu hanno provocato disastri sociali incalcolabili, hanno preparato la strada all'attacco finale ora condotto da Renzi). Non sarebbero mai diventati terminali credibili dell'incazzatura popolare se avessero “amministrato” le politiche lacrime-e-sangue insieme ai fedelissimi di Bruxelles.
L'esatto contrario di quanto è avvenuto in Italia, con Sel e Rifondazione e Pdci sempre in anticamera del Pd a pietire un accordo elettoralistico che garantisse loro qualche poltrona e un po' di finanziamento pubblico. Renzi li aveva infine cacciati dalla porta, obbligandoli ad atteggiarsi da “oppositori”.
Abbiamo definito sia Syryza sia Podemos movimenti “riformisti dei bisogni”, ovvero espressione di strati sociali che sentono sulla propria pelle il bisogno immediato di un'altra politica economica, pur non avendo – o rifiutando esplicitamente – una qualsiasi visione complessiva della trasformazione sociale. Ma questo livello di coscienza politica è stato prodotto dalla realtà della crisi, non dalla decadenza di vecchie visioni socialdemocratiche e/o riformiste. Fossimo in Sudamerica, insomma, farebbero probabilmente parte dell'arco di forze che collaborano nel dar vita all'Alba, quel “mercato comune solidale” e senza moneta unica che si è affrancato dall'egemonia statunitense e prova ad allentare la stretta del capitale multinazionale.
Movimenti non comunisti né rivoluzionari, insomma, ma espressione conflittuale – spesso anche confusa e confusionaria – di una necessità di rottura col presente del capitalismo in crisi. Non però deprimenti “contenitori” pensati per aggregare caporali senza esercito, abituati a svendere il programma politico-sociale con qualche poltrona individuale (Bertinotti, in questo mestiere, ha fatto davvero scuola, imprintando un'intera leva di “dirigenti della sinistra”).
Dai movimenti reali c'è sempre qualcosa da imparare, pezzi di strada da sperimentare, battaglie comuni da fare. Dalla corte dei miracoli fuori alla porta di Renzi o Bersani, invece, non c'è che da pretendere una cosa: sparite.
Fonte
28/01/2015
Perchè il M5s deve votare Prodi
Leggo sui giornali che si stanno tenendo le consultazioni online del Movimento 5 Stelle per la scelta di una rosa di nomi per il Quirinale. Come già detto nei giorni scorsi, le “consultazioni” di Renzi sono solo manfrina e tali si stanno dimostrando in queste ore.
L’opposizione al nazareno un nome non lo ha e deve costruire una candidatura, ma non ci vuol molto a capire che, così stanti le cose, l’unico nome che può essere speso, per incidere profondamente nel Pd è quello di Prodi. Potrebbe avere i consensi di Bersaniani, Cuperliani e Civatiani, ma potrebbe anche raccogliere nell’area cattolica di Fioroni e fra singoli notabili (Bindi, D’Alema), un blocco che potrebbe superare i 200 voti. Certo 200 voti sono parecchi e, con l’aggiunta di Sel, potrebbero salire a circa 240, ma ancora troppo pochi per far decollare la candidatura fuori del partito. Per fare questo occorrono i 140 del M5s, raggiungendo così i 380 voti, su cui poi, forse, potrebbero convergere le opposizioni di destra (i quasi 100 fra Lega, Gal, Fd’I, Fittiani) in funzione anti Nazareno. E si arriverebbe poco sotto i 500. Ad un passo dall’elezione, ma con concrete possibilità che i “nazareni” ce la possano fare lo stesso anche se per pochissimo.
Il punto, però è un altro: se fra la seconda e la terza votazione iniziasse un’onda montante per Prodi – che dovesse raggiungere i 250-300 voti – Renzi sarebbe seriamente nei pasticci. Infatti avrebbe due sole scelte: o adattarsi rapidamente alla situazione convergendo su Prodi, che così diventerebbe Presidente (e per Renzi sarebbero dolori), o tentare il tutto per tutto ed insistere sul patto del Nazareno, però pagando prezzi altissimi. Prodi è il fondatore del Pd, ed anche se se ne è allontanato da qualche tempo, è pur sempre una importante figura di riferimento tanto per i quadri del partito quanto – e soprattutto – per gli elettori, per di più, mentre il candidato del Nazareno rischierebbe una elezione risicatissima, Prodi, con l’appoggio del M5s supererebbe facilmente i 600 voti.
Dunque, l’unica ragione per sbarrargli la strada sarebbe quella di rendere esplicito il progetto strategico sin qui inconfessato, anche se evidente già da tempo agli addetti ai lavori. In queste condizioni, la permanenza della sinistra nel Pd sarebbe praticamente impossibile ed, in ogni caso, questo costerebbe a Renzi almeno il 6-7% dei voti, oltre quelli già persi in questi mesi. E, con un Pd al 26-27%, un centro che si e no mette insieme il 4 ed una Forza Italia ridotta alla metà dei voti attuali, dopo l’uscita dei fittiani, il progetto di Partito della Nazione nascerebbe già moribondo.
Inoltre, una scissione del Pd metterebbe in discussione il cammino delle riforme istituzionali ed elettorali (in particolare la riforma del Senato difficilmente avrebbe i numeri e, comunque, non quelli per evitare un eventuale referendum di ratifica) e potrebbe anche sfociare in elezioni anticipate già in primavera che si terrebbero con il sistema elettorale proporzionale con preferenze disegnato dalla Corte Costituzionale. Il che non sarebbe poco.
Il pallino sta in mano al M5s, che oggi ha l’occasione di pesare in modo determinante. Il M5s deve decidere se restare esterno al sistema, puro ed ininfluente o se accettare di “sporcarsi le mani” (ma “sporcarsi”, poi, perché?) ma pesare e battere il Nazareno. Certo, Prodi non è il candidato naturale del M5s: è l’uomo dell’Euro, è un uomo di Palazzo sin dall’adolescenza, è stato sfiorato da diverse vicende non esaltanti (caso Cirio, sede Nomisma a Mosca), continuerà a lavorare in sintonia con Merkel e Draghi e sicuramente non sarà grato al M5s dell’appoggio ricevuto. Tutto questo lo sappiamo ed è inutile ripetercelo: deve essere chiaro che il M5s darebbe i suoi voti ad un nemico, ma non tutti i nemici sono uguali.
Vorrei ricordare che, due anni fa, per restare opposizione incontaminata al sistema, il M5s poi determinò la rielezione di Napolitano e, con essa, abbiamo avuto i governi Letta e Renzi, i ripetuti tentativi di demolire la Costituzione (compreso quello quasi riuscito ora in corso), il patto del Nazareno e tante altre delizie che non sto qui ad enumerare.
Capisco perfettamente le ragioni della parte più radicalmente ostile al sistema che non vuole compromessi ad adattamenti tattici di sorta, e capisco anche l’esigenza di tenersi le “mani libere”, il timore si sentirsi rinfacciare l’elezione di un uomo che sicuramente farà cose molto diverse da quelle che il M5s vorrebbe. Ma conviene fare una riflessione molto attenta sulle prospettive: il M5s, forse è in calo, sicuramente non è in crescita ed è molto distante dalla soglia della vittoria.
Dunque, decidere di restare sull’Aventino, puro e congelato, significa candidarsi ad un lungo periodo di impotenza, in cui ci si limita a fare solo propaganda. Un partito del genere può esistere, ma perde rapidamente tutta la parte degli elettori che pretendono che esso faccia sentire il suo peso sin d’ora, cogliendo le occasioni che si prospettano. Se si va in Parlamento, si va per fare qualcosa, non solo comizi, per i quali basta la piazza. E se, nonostante si sia preso un sonante 25% si resta del tutto ininfluenti, una grossa fetta di elettori pensa che votare quel partito è inutile e guarda altrove. Attenti a non confondere gli attivisti con l’elettorato: fra i primi le posizioni “radicali” sono molto più forti che fra i secondi.
Questo significa che, in un tempo non brevissimo, ma sicuramente non lungo, il M5s si ridurrà ad un misero 5-6%, in attesa che un giorno la gente si rivolti al sistema portando sugli scudi a Palazzo Chigi Grillo. Anche questa può essere una scelta nobile, anche se nessuno può garantire che poi vada così, l’importante è fare una scelta consapevole. I bordighisti aspettano da 80 anni che arrivi il giorno della rivoluzione…
Bisogna essere coscienti che, in attesa del radioso giorno della vittoria, si sta andando incontro ad una brutale sconfitta elettorale ed al rischio di scomparire. Potrebbe essere un suicidio.
E’ ovvio che anche la scelta opposta, votare Prodi, ha dei rischi perché scontenterebbe una parte degli elettori del movimento, ma con due differenze: le perdite sarebbero decisamente inferiori al caso precedente e le prospettive per il futuro prevedibile sarebbero decisamente migliori e più ampie.
Pensateci su.
Fonte
Vizi e virtù del tatticismo...
L’opposizione al nazareno un nome non lo ha e deve costruire una candidatura, ma non ci vuol molto a capire che, così stanti le cose, l’unico nome che può essere speso, per incidere profondamente nel Pd è quello di Prodi. Potrebbe avere i consensi di Bersaniani, Cuperliani e Civatiani, ma potrebbe anche raccogliere nell’area cattolica di Fioroni e fra singoli notabili (Bindi, D’Alema), un blocco che potrebbe superare i 200 voti. Certo 200 voti sono parecchi e, con l’aggiunta di Sel, potrebbero salire a circa 240, ma ancora troppo pochi per far decollare la candidatura fuori del partito. Per fare questo occorrono i 140 del M5s, raggiungendo così i 380 voti, su cui poi, forse, potrebbero convergere le opposizioni di destra (i quasi 100 fra Lega, Gal, Fd’I, Fittiani) in funzione anti Nazareno. E si arriverebbe poco sotto i 500. Ad un passo dall’elezione, ma con concrete possibilità che i “nazareni” ce la possano fare lo stesso anche se per pochissimo.
Il punto, però è un altro: se fra la seconda e la terza votazione iniziasse un’onda montante per Prodi – che dovesse raggiungere i 250-300 voti – Renzi sarebbe seriamente nei pasticci. Infatti avrebbe due sole scelte: o adattarsi rapidamente alla situazione convergendo su Prodi, che così diventerebbe Presidente (e per Renzi sarebbero dolori), o tentare il tutto per tutto ed insistere sul patto del Nazareno, però pagando prezzi altissimi. Prodi è il fondatore del Pd, ed anche se se ne è allontanato da qualche tempo, è pur sempre una importante figura di riferimento tanto per i quadri del partito quanto – e soprattutto – per gli elettori, per di più, mentre il candidato del Nazareno rischierebbe una elezione risicatissima, Prodi, con l’appoggio del M5s supererebbe facilmente i 600 voti.
Dunque, l’unica ragione per sbarrargli la strada sarebbe quella di rendere esplicito il progetto strategico sin qui inconfessato, anche se evidente già da tempo agli addetti ai lavori. In queste condizioni, la permanenza della sinistra nel Pd sarebbe praticamente impossibile ed, in ogni caso, questo costerebbe a Renzi almeno il 6-7% dei voti, oltre quelli già persi in questi mesi. E, con un Pd al 26-27%, un centro che si e no mette insieme il 4 ed una Forza Italia ridotta alla metà dei voti attuali, dopo l’uscita dei fittiani, il progetto di Partito della Nazione nascerebbe già moribondo.
Inoltre, una scissione del Pd metterebbe in discussione il cammino delle riforme istituzionali ed elettorali (in particolare la riforma del Senato difficilmente avrebbe i numeri e, comunque, non quelli per evitare un eventuale referendum di ratifica) e potrebbe anche sfociare in elezioni anticipate già in primavera che si terrebbero con il sistema elettorale proporzionale con preferenze disegnato dalla Corte Costituzionale. Il che non sarebbe poco.
Il pallino sta in mano al M5s, che oggi ha l’occasione di pesare in modo determinante. Il M5s deve decidere se restare esterno al sistema, puro ed ininfluente o se accettare di “sporcarsi le mani” (ma “sporcarsi”, poi, perché?) ma pesare e battere il Nazareno. Certo, Prodi non è il candidato naturale del M5s: è l’uomo dell’Euro, è un uomo di Palazzo sin dall’adolescenza, è stato sfiorato da diverse vicende non esaltanti (caso Cirio, sede Nomisma a Mosca), continuerà a lavorare in sintonia con Merkel e Draghi e sicuramente non sarà grato al M5s dell’appoggio ricevuto. Tutto questo lo sappiamo ed è inutile ripetercelo: deve essere chiaro che il M5s darebbe i suoi voti ad un nemico, ma non tutti i nemici sono uguali.
Vorrei ricordare che, due anni fa, per restare opposizione incontaminata al sistema, il M5s poi determinò la rielezione di Napolitano e, con essa, abbiamo avuto i governi Letta e Renzi, i ripetuti tentativi di demolire la Costituzione (compreso quello quasi riuscito ora in corso), il patto del Nazareno e tante altre delizie che non sto qui ad enumerare.
Capisco perfettamente le ragioni della parte più radicalmente ostile al sistema che non vuole compromessi ad adattamenti tattici di sorta, e capisco anche l’esigenza di tenersi le “mani libere”, il timore si sentirsi rinfacciare l’elezione di un uomo che sicuramente farà cose molto diverse da quelle che il M5s vorrebbe. Ma conviene fare una riflessione molto attenta sulle prospettive: il M5s, forse è in calo, sicuramente non è in crescita ed è molto distante dalla soglia della vittoria.
Dunque, decidere di restare sull’Aventino, puro e congelato, significa candidarsi ad un lungo periodo di impotenza, in cui ci si limita a fare solo propaganda. Un partito del genere può esistere, ma perde rapidamente tutta la parte degli elettori che pretendono che esso faccia sentire il suo peso sin d’ora, cogliendo le occasioni che si prospettano. Se si va in Parlamento, si va per fare qualcosa, non solo comizi, per i quali basta la piazza. E se, nonostante si sia preso un sonante 25% si resta del tutto ininfluenti, una grossa fetta di elettori pensa che votare quel partito è inutile e guarda altrove. Attenti a non confondere gli attivisti con l’elettorato: fra i primi le posizioni “radicali” sono molto più forti che fra i secondi.
Questo significa che, in un tempo non brevissimo, ma sicuramente non lungo, il M5s si ridurrà ad un misero 5-6%, in attesa che un giorno la gente si rivolti al sistema portando sugli scudi a Palazzo Chigi Grillo. Anche questa può essere una scelta nobile, anche se nessuno può garantire che poi vada così, l’importante è fare una scelta consapevole. I bordighisti aspettano da 80 anni che arrivi il giorno della rivoluzione…
Bisogna essere coscienti che, in attesa del radioso giorno della vittoria, si sta andando incontro ad una brutale sconfitta elettorale ed al rischio di scomparire. Potrebbe essere un suicidio.
E’ ovvio che anche la scelta opposta, votare Prodi, ha dei rischi perché scontenterebbe una parte degli elettori del movimento, ma con due differenze: le perdite sarebbero decisamente inferiori al caso precedente e le prospettive per il futuro prevedibile sarebbero decisamente migliori e più ampie.
Pensateci su.
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Vizi e virtù del tatticismo...
Un Colle per il Nazareno
Quando perdi il tocco magico se ne accorgono tutti... Matteo Renzi si gioca tutto nella partita del Quirinale, e a dar retta a diversi commentatori ben introdotti nel "palazzo" l'immagine del Colle si sovrappone a quella del Golgota.
A forza di strappare, infatti, ha ridotto ai minimi termini "i forni" a cui andare a chiedere voti. Una volta per "riforme" infami come il Jobs act, un'altra per la legge elettorale, un'altra per le norme da modificare poi di notte in solitudine... Alla fine rischi di restare solo con la Boschi, che a quel punto c'è il rischio ti molli anche lei.
Riassumiamo. Il "Patto del Nazareno" ha tenuto fin qui in modo eccellente, consolidando l'idea di un partito unico renzian-belusconiano. Il problema è che il vantaggio per il Caimano non si è ancora visto. Certo, la "manina" di Matteo aveva corretto nella notte la legge di stabilità, inserendo quell'articolo di tre righe che condonava l'evasione fiscale al di sotto del 3%, e quindi anche la condanna dell'ex Cavaliere (era appena sotto il 2%).
Saltato quel trucchetto, resta la necessità di dare a Silvio quel che chiede: una riabilitazione piena, adeguata a farlo ricandidare alle prossime elezioni politiche (se la legislatura finisce nel 2018, però, ci arriverebbe 82enne). Impossibile che gliela dia il governo direttamente (non ha il potere di farlo, se non con altri trucchetti legislativi come quello sopra descritto; ma difficili ormai da replicare). Ci dovrebbe pensare il prossimo presidente della Repubblica, appunto. Ma come garantirsi che lo faccia davvero?
Il nome di Giuliano Amato piace all'omino di Arcore anche per questo motivo. Nonostante la fama di voltagabbana che avvolge il "dottor sottile" fin dalla mezza età, quando accompagnava Bettino Craxi fino sull'orlo del baratro per poi lasciarlo solo.
Un uomo della "casta", di quella più impopolare che si può immaginare. L'esatto contrario di quel che servirebbe per confermare l'idea che si sta "cambiando verso". Per di più geneticamente infedele.
Ma anche l'uomo giusto per far scattare la vendetta dell'"opposizione interna" al Pd. In fondo Massimo D'Alema ci ha convissuto per anni, dopo aver inventato la fondazione ItalianiEuropei.
Scene di caccia sul lungotevere, con tutti disposti a sparare su tutti. La normalità della politica italiana, ma - appunto - uno scenario in cui il divo Matteo smette di sembrare "alessandro mignon" e torna a essere "uno dei tanti".
Vedremo a ore se le difficoltà diventeranno crisi. Se il prossimo presidente non sarà "il suo uomo", infatti, anche per lui si apriranno in anticipo le porte del dimenticatoio. Mai troppo presto.
Fonte
A forza di strappare, infatti, ha ridotto ai minimi termini "i forni" a cui andare a chiedere voti. Una volta per "riforme" infami come il Jobs act, un'altra per la legge elettorale, un'altra per le norme da modificare poi di notte in solitudine... Alla fine rischi di restare solo con la Boschi, che a quel punto c'è il rischio ti molli anche lei.
Riassumiamo. Il "Patto del Nazareno" ha tenuto fin qui in modo eccellente, consolidando l'idea di un partito unico renzian-belusconiano. Il problema è che il vantaggio per il Caimano non si è ancora visto. Certo, la "manina" di Matteo aveva corretto nella notte la legge di stabilità, inserendo quell'articolo di tre righe che condonava l'evasione fiscale al di sotto del 3%, e quindi anche la condanna dell'ex Cavaliere (era appena sotto il 2%).
Saltato quel trucchetto, resta la necessità di dare a Silvio quel che chiede: una riabilitazione piena, adeguata a farlo ricandidare alle prossime elezioni politiche (se la legislatura finisce nel 2018, però, ci arriverebbe 82enne). Impossibile che gliela dia il governo direttamente (non ha il potere di farlo, se non con altri trucchetti legislativi come quello sopra descritto; ma difficili ormai da replicare). Ci dovrebbe pensare il prossimo presidente della Repubblica, appunto. Ma come garantirsi che lo faccia davvero?
Il nome di Giuliano Amato piace all'omino di Arcore anche per questo motivo. Nonostante la fama di voltagabbana che avvolge il "dottor sottile" fin dalla mezza età, quando accompagnava Bettino Craxi fino sull'orlo del baratro per poi lasciarlo solo.
Un uomo della "casta", di quella più impopolare che si può immaginare. L'esatto contrario di quel che servirebbe per confermare l'idea che si sta "cambiando verso". Per di più geneticamente infedele.
Ma anche l'uomo giusto per far scattare la vendetta dell'"opposizione interna" al Pd. In fondo Massimo D'Alema ci ha convissuto per anni, dopo aver inventato la fondazione ItalianiEuropei.
Scene di caccia sul lungotevere, con tutti disposti a sparare su tutti. La normalità della politica italiana, ma - appunto - uno scenario in cui il divo Matteo smette di sembrare "alessandro mignon" e torna a essere "uno dei tanti".
Vedremo a ore se le difficoltà diventeranno crisi. Se il prossimo presidente non sarà "il suo uomo", infatti, anche per lui si apriranno in anticipo le porte del dimenticatoio. Mai troppo presto.
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05/01/2015
Un favore a Silvio? Renzi smentisce confermando
L'odor di truffa è stato talmente forte che persino il suo giornale personale, Repubblica, ha dovuto gridare allo scandalo. Leggendo e compulsando il linguaggio involuto dei decreti legge, infatti, gli esperti hanno scoperto nel decreto attuativo della delega fiscale la presenza di un articolo (il 19 bis) che - in appena quattro righe - prevede l'esclusione della punibilità "quando l'importo delle imposte sui redditi evase non è superiore al 3% del reddito imponibile dichiarato".
Inevitabilmente ci si è dovuti chiedere quale fosse mai l'identikit dei destinatari di una simile concessione. Forse i pensionati che sbagliano i calcoli su detrazioni e deduzioni nel 730? No, perché un errore su piccole cifre come queste supera quasi sempre il 3% "del reddito imponibile dichiarato" (peraltro non occultabile, come può capitare agli imprenditori). Forse ai lavoratori precari e ai "licenziandi" della pubblica amministrazione? Nemmeno, per lo stesso motivo. Chi ha un reddito basso e sbaglia la dichiarazione va oltre quel limite con molta facilità.
Quindi la norma è stata pensata per quanti hanno redditi elevati o elevatissimi. Ma chi sarà mai quel riccastro che evade - e viene pure beccato - per un importo al di sotto del 3%? In Italia un solo nome balza subito alla mente (anche se gli evasori sono certamente molti di più e per importi spesso inauditi): Silvio Berlusconi. Proprio lui, infatti, ha subito una condanna definitiva, con il processo Mediaset, per evasione fiscale. La cifra evasa e accertata è stata del 2% inferiore al dovuto. Quindi - in linea teorica, perché la stratificazione legislativa in materia è infinita - il Caimano avrebbe potuto avvalersi di questo codicillo facendo cancellare la condanna "detentiva" (ormai quasi scontata, anche se in modalità da ridere) dal proprio certificato penale. Risultato? Avrebbe potuto ritornare giudiziariamente "vergine" e quindi "candidabile" alle prossime elezioni, perché con la condanna sarebbe sparita anche l'incandidabilità per cinque anni comminata in sentenza tra le "pene accessorie".
Preso in flagrante, Renzi ha reagito mediaticamente con un'arrampicata sugli specchi degna di Dynamo. Ha negato di saperne niente, non ha indicato un responsabile per l'introduzione del codicillo "ad personam" (non dovrebbe essere difficile individuarlo: chi ha steso il testo e lo ha controfirmato, da qualche parte, c'è scritto), e si è precipitato a dire che il testo sarà ridiscusso in un altro consiglio dei ministri.
Tutto a posto? Niente affatto. Nell'intervista che le tv Mediaset (!) gli hanno immediatamente fatto non ha affatto detto che la norma verrà cancellata. Anzi, ha promesso che verrà ripresentata dopo l'elezione del presidente della Repubblica. Per la precisione citiamo dall'Ansa: "Ci fermiamo, non c'è inciucio. Se qualcuno immagina che in questo provvedimento ci sia non si sa quale scambio, non c'è problema: ci fermiamo. La norma la rimanderemo in Parlamento soltanto dopo l'elezione del Quirinale, dopo che Berlusconi avrà completato il suo periodo a Cesano Boscone".
E' chiaro? Prima si elegge il nuovo presidente, insieme a Berlusconi, come previsto dal "patto del Nazareno" (anche se Renzi nega ne faccia parte, mentre i berlusconiani dicono di sì), e poi si manderà di nuovo il testo all'esame dell'aula. Nessuna cancellazione. Solo un rinvio. Il risultato vero - l'eliminazione della condanna e dunque la candidabilità di Berlusconi prima dei quattro anni residui di pena accessoria - sarà raggiunto comunque. Perché, evidentemente, fa parte integrante dello scambio che viene negato.
Sottolineiamo il fatto perché ci sembra un esempio clamoroso della tecnica retorica renziana, tutta incentrata sul generare nel pubblico l'impressione del "cambiamento" quando invece si restaurano poteri centenari. E' stato così anche con il jobs act - accuratamente ricoperto di chiacchiere sul "dare diritti a chi non li ha" - che ha eliminato quaranta anni di riconoscimento dei diritti dei lavoratori. La frasetta con cui sia Renzi sia i suoi ministri occultano sistematicamente il merito dei provvedimenti che prendono è stata ripetuta ossessivamente anche in questa occasione: "Il nostro Governo non fa norme ad personam, non fa norme contra personam. Fa norme che rispondono all'interesse di tutti i cittadini". Purché stiano al di sotto del 3%...
Fonte
Inevitabilmente ci si è dovuti chiedere quale fosse mai l'identikit dei destinatari di una simile concessione. Forse i pensionati che sbagliano i calcoli su detrazioni e deduzioni nel 730? No, perché un errore su piccole cifre come queste supera quasi sempre il 3% "del reddito imponibile dichiarato" (peraltro non occultabile, come può capitare agli imprenditori). Forse ai lavoratori precari e ai "licenziandi" della pubblica amministrazione? Nemmeno, per lo stesso motivo. Chi ha un reddito basso e sbaglia la dichiarazione va oltre quel limite con molta facilità.
Quindi la norma è stata pensata per quanti hanno redditi elevati o elevatissimi. Ma chi sarà mai quel riccastro che evade - e viene pure beccato - per un importo al di sotto del 3%? In Italia un solo nome balza subito alla mente (anche se gli evasori sono certamente molti di più e per importi spesso inauditi): Silvio Berlusconi. Proprio lui, infatti, ha subito una condanna definitiva, con il processo Mediaset, per evasione fiscale. La cifra evasa e accertata è stata del 2% inferiore al dovuto. Quindi - in linea teorica, perché la stratificazione legislativa in materia è infinita - il Caimano avrebbe potuto avvalersi di questo codicillo facendo cancellare la condanna "detentiva" (ormai quasi scontata, anche se in modalità da ridere) dal proprio certificato penale. Risultato? Avrebbe potuto ritornare giudiziariamente "vergine" e quindi "candidabile" alle prossime elezioni, perché con la condanna sarebbe sparita anche l'incandidabilità per cinque anni comminata in sentenza tra le "pene accessorie".
Preso in flagrante, Renzi ha reagito mediaticamente con un'arrampicata sugli specchi degna di Dynamo. Ha negato di saperne niente, non ha indicato un responsabile per l'introduzione del codicillo "ad personam" (non dovrebbe essere difficile individuarlo: chi ha steso il testo e lo ha controfirmato, da qualche parte, c'è scritto), e si è precipitato a dire che il testo sarà ridiscusso in un altro consiglio dei ministri.
Tutto a posto? Niente affatto. Nell'intervista che le tv Mediaset (!) gli hanno immediatamente fatto non ha affatto detto che la norma verrà cancellata. Anzi, ha promesso che verrà ripresentata dopo l'elezione del presidente della Repubblica. Per la precisione citiamo dall'Ansa: "Ci fermiamo, non c'è inciucio. Se qualcuno immagina che in questo provvedimento ci sia non si sa quale scambio, non c'è problema: ci fermiamo. La norma la rimanderemo in Parlamento soltanto dopo l'elezione del Quirinale, dopo che Berlusconi avrà completato il suo periodo a Cesano Boscone".
E' chiaro? Prima si elegge il nuovo presidente, insieme a Berlusconi, come previsto dal "patto del Nazareno" (anche se Renzi nega ne faccia parte, mentre i berlusconiani dicono di sì), e poi si manderà di nuovo il testo all'esame dell'aula. Nessuna cancellazione. Solo un rinvio. Il risultato vero - l'eliminazione della condanna e dunque la candidabilità di Berlusconi prima dei quattro anni residui di pena accessoria - sarà raggiunto comunque. Perché, evidentemente, fa parte integrante dello scambio che viene negato.
Sottolineiamo il fatto perché ci sembra un esempio clamoroso della tecnica retorica renziana, tutta incentrata sul generare nel pubblico l'impressione del "cambiamento" quando invece si restaurano poteri centenari. E' stato così anche con il jobs act - accuratamente ricoperto di chiacchiere sul "dare diritti a chi non li ha" - che ha eliminato quaranta anni di riconoscimento dei diritti dei lavoratori. La frasetta con cui sia Renzi sia i suoi ministri occultano sistematicamente il merito dei provvedimenti che prendono è stata ripetuta ossessivamente anche in questa occasione: "Il nostro Governo non fa norme ad personam, non fa norme contra personam. Fa norme che rispondono all'interesse di tutti i cittadini". Purché stiano al di sotto del 3%...
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