Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/05/2024

Siamo tutti Mike Bongiorno

C’è un saggio sociologico-ermeneutico (gli amici e i compagni più vintage e avveduti lo ricorderanno) del 1961, scritto da Umberto Eco, che s’intitolava “Fenomenologia di Mike Bongiorno”.

In quello scritto Eco, con non poca arroganza intellettuale ma con altrettanta spietatezza veritiera, delineava un ritratto del personaggio televisivo Mike Bongiorno, analizzandone le ragioni del successo nel contesto economico, politico e culturale dell’Italia del boom.

Rileggendone alcuni passi, tuttavia non si può fare a meno di riflettere su quanto quell’impietosa indagine semiotico-culturale non solo fosse adiacente alle declinazioni dell’incipiente società dei consumi mediatico-televisivi italiani, ma tratteggiasse in realtà – con ben più ampia visione rispetto alla postura morale, ideologica, intellettuale degli italiani stessi – l’essenza di un popolo votato sinceramente alla mediocrità e al conformismo.

Quella mediocrità e quel conformismo che oggi risplendono in tutta la loro fulgidezza e che fanno degli abitanti le sponde della serva Italia imbordellata un conglomerato di passivi telespettatori soggiogati dal mercato e senza coscienza alcuna.

Pavidi fedeli della più seducente delle religioni. L’ottusità.

Non è un caso, d’altronde, che il sovrano degli imbonitori – quello scaltro figlio di una Milano putrida che rispondeva al nome di Silvio Berlusconi, grazie al quale il processo di rincoglionimento italico è stato finalmente compiuto – abbia fatto di Bongiorno il Vicepresidente di Mediaset.

Di seguito dunque alcuni stralci dalla “Fenomenologia di Mike” che ben esemplificano la linea di continuità involutiva dei “discendenti della romanità”, giunta oggi a vette indicibili.

E grazie alla quale possiamo gridare, fieri e impettiti: “Presente. Siamo tutti Mike Bongiorno!”

Scrive Eco:

«Il successo di questo personaggio è la sua mediocrità assoluta, grazie alla quale lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti».

E ancora: «Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti».

Proseguendo: «[…] Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rappresenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato, essa rappresenta un traguardo. […] Invece, nel campo dei fenomeni qualitativi, il livellamento alla media corrisponde al livellamento a zero. Un uomo che possieda tutte le virtù morali e intellettuali in grado medio si trova immediatamente a un livello minimale di evoluzione. La medietà aristotelica è equilibrio nell’esercizio delle proprie passioni, retto dalla virtù discernitrice della prudenza; mentre nutrire passioni in grado medio e aver una media prudenza significa essere un povero campione di umanità».

Per concludere: «[...] In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provocazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l’uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta elevando la gaffe a dignità di figura retorica, nell’ambito di una etichetta omologata dall’ente trasmittente e dalla nazione in ascolto».

Feroce, lapidario, impietoso specchio dell’italica mediocrità culturale!

Fonte

22/01/2024

[Contributo al dibattito] - La Destra politica italiana e la Costituzione del 1948

di Pietro Garbarino

Ci fu un tempo in cui l’Italia visse sotto l’incubo di attentati sanguinosi a banche, ferrovie e luoghi pubblici in generale.

Li possiamo ricordare ancora tutti: Piazza Fontana (1969), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), Questura di Milano (1973), Piazza della Loggia a Brescia e Italicus (1974), e altri episodi, precedenti e successivi, che non sono rimasti nella memoria storica, ma sono purtroppo avvenuti.

Ma in quegli anni avvenne anche altro; la bomba di Milano aveva lo scopo di fare proclamare la legge marziale, o comunque leggi di emergenza che avrebbero limitato le libertà democratiche e neutralizzato il Parlamento, come supremo organo elettivo e democratico dello Stato. Cosa che non avvenne perché le istituzioni reagirono e perché i cittadini avevano capito cosa stava bollendo in certe pentole.

Ma nel Dicembre 1970 ci si riprovò, con un colpo di stato tentato dal nostalgico fascista Junio Valerio Borghese, che fece male i conti delle proprie forze, ma che si diede poi alla fuga senza pentirsene mai.
Nel 1973 ci riprovarono, assieme, esponenti delle forze armate, politici provenienti anche da partiti dell’arco costituzionale (antifascista) ma schierati a destra in nome dell’anticomunismo, ex partigiani bianchi sempre rimasti ferocemente anticomunisti e, come sempre, insieme a loro, fascisti e neofascisti, in parte contrapposti al MSI-D.N., ma anche appartenenti a gruppi oltranzisti come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

Anche quella volta andò per loro male, ma il seme era ormai gettato.

Cosa volevano costoro?
1) Togliere ogni potere a partiti (quelli veramente antifascisti) e sindacati.
2) Ridimensionare il ruolo del Parlamento come principale espressione dell’ordinamento democratico e della rappresentatività popolare.
3) Imbavagliare la stampa libera.
4) Ridimensionare il potere della magistratura, assoggettandola al potere politico.
5) Far modificare la natura dello stato da parlamentare a presidenziale.
6) Affidare il potere esecutivo (cioè quello politico) al Presidente della Repubblica. Cioè, ad un uomo solo al comando.

In pratica, pur con qualche diversa forma e modalità, si trattava di ripristinare i tratti salienti dello stato fascista.

Ma proprio per evitare ciò i Padri Costituenti avevano pensato, e realizzato, una Costituzione che negava, e nega, ogni carattere dello stato fascista; e proprio per tale motivo i nostalgici, reazionari e neofascisti volevano e tutt’ora vogliono abbattere quei principi e quegli istituti, che impediscono loro di restaurare lo stato autoritario di Mussolini e Co.

Non a caso, il fascista Almirante definì la Repubblica risorta dalla Resistenza alle dittature come “repubblica bastarda”, avendo egli in testa solo i principi demagogici, autoritari e servili della Repubblica di Salò, stato fantoccio al servizio della Germania hitleriana e nazista.

Ma le lotte operaio e studentesche di quegli anni, in primo luogo ispirate dall’antifascismo e tendenti all’allargamento degli spazi della democrazia, condizionarono un ceto politico, già tentennante e in declino culturale e ideale, e fecero sì che lo stato democratico reggesse.

Tutto ciò peraltro non scoraggiò alcuni potenti sostenitori della trasformazione in senso autoritario dello Stato, tanto è vero che il massone eversore Licio Gelli ebbe modo di riformulare in modo organico il programma dei bombaroli e golpisti degli anni ’70 dello scorso secolo, inserendolo nel “programma di rinascita democratica”.

I temi fondamentali di tale programma eversivo vennero poi fatti in parte propri non solo dalle potenti cosche mafiose di Calabria e Sicilia (molti membri delle cupole di comando di quelle organizzazioni criminali erano anche adepti di logge massoniche), ma vennero recepite nei programmi di governo delle forze della nuova destra, che furono riunite, unificate, legittimate e perfino foraggiate, dall’entrata in politica di Silvio Berlusconi.

Questi, sfruttando la notorietà che gli fruttavano inopportune e fuorvianti compagnie stampa sulla sua vita privata, fece passare ad uno ad uno quasi tutti gli obiettivi del “programma di rinascita democratica” formulato dalla massoneria capitanata da Gelli, e tentò perfino la carta della modificazione costituzionale in senso antiparlamentare e per il rafforzamento dell’esecutivo (leggi, Governo), senza però riuscirvi perché ancora una volta prevalse tra i cittadini il punto di vista democratico e costituzionale.

Ma dopo il tramonto politico di Berlusconi, il paese non fu più comunque quello che aveva, negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo, sconfitto le bombe fasciste, i tentativi di golpe e il terrorismo di ogni specie e provenienza.

E ciò perché Berlusconi legittimò la destra di origine fascista e minò l’unità antifascista dei partiti che avevano partecipato alla Resistenza, rompendo il cosiddetto “arco costituzionale”.

E da allora, sulla scena politica nazionale, ebbero ingresso quelle proposte e pulsioni che l’Assemblea Costituzionale aveva isolato, negato e definitivamente archiviato, nella consapevolezza che lo stato democratico si dovesse fondare sulla ripartizione di poteri uguali fra loro, sulla sovranità del parlamento, e sul diritto.

Ma la rottura della residuale unità antifascista dei partiti dell’ex arco costituzionale, che significava essenzialmente osservanza rigorosa e rispetto della Costituzione del 1948, ha fatto venire meno proprio quel livello di valori per cui, specialmente a destra, ma anche nello schieramento opposto, si sono fatte strada idee e proposte di modifica della carta costituzionale, in nome di un malinteso efficientismo dell’azione politica e di una altrettanto inutilizzata e ideologizzata “governabilità” che nulla ha a che vedere con la carta fondante del nostro Stato.

Entrambi gli opposti schieramenti (si è infatti tentato di passare, senza successo alcuno ad un sistema politico di stampo anglo-sassone, e cioè bipartitico, e ad un sistema elettorale di tipo maggioritario) hanno infatti inteso il governare come affermazione esclusiva del proprio punto di vista, in funzione di negazione e sopraffazione dell’opposizione, nonostante che la Carta Costituzionale indichi chiaramente che si governa nell’interesse generale del paese, che il sistema politico è e deve essere pluralista, e che tutte le forze politiche presenti in parlamento devono contribuire al miglior governo possibile della cosa pubblica.

In altri termini la buona ed efficiente governabilità del paese si ha quando si verificano quelle circostanze e non quando uno schieramento politico riesce a soverchiare quello opposto.

E così avviene che il secondo governo presieduto da Berlusconi (era il 2007) tentò di modificare la Costituzione attribuendo al Governo e al Presidente del Consiglio poteri maggiori e più estesi di quanto sono oggi.

Ma anche alcuni importanti forze del centro sinistra, nel 2016, tentarono un’operazione analoga.

Fortunatamente entrambe fallirono, ma la tendenza diffusa trasversalmente tra i vari partiti, di imporre la maggioranza politica uscita dalle urne elettorali in modo prevaricante, non si rassegnò affatto e ha ripreso fiato e forza, in particolare dopo le ultime elezioni politiche, che hanno visto prevalere la destra più estrema; quella che non ha mai digerito i capisaldi costituzionali che sino ad oggi hanno garantito la natura democratica della Repubblica Italiana.

Così si è verificato che il partito vincitore delle elezioni del 2022 avesse inserito nel proprio programma politico proprio quella repubblica presidenziale che era stata l’obiettivo dei fautori delle stragi degli anni ’60 e ’70 del ‘900, ma anche del programma massonico di “rinascita democratica”.

È vero che successivamente, nelle concrete circostanze e nello spirito autoritario del programma politico della destra attualmente al governo, tale proposta di modifica sostanziale della Costituzione del 1948, si è tradotta in una proposta di “premierato forte”, ma non si può negare che il principio ispiratore di fondo di entrambe le soluzioni prospettate, sia quella di superare il principio della tripartizione dei poteri, di eliminare e neutralizzare il Parlamento, imponendo in modo autoritario e unilaterale la legge del più forte.

Proprio quello che l’Assemblea Costituente evitò e condannò in modo chiaro e inequivoco.

La proposta di premierato, oggi avviata verso l’approvazione (che tuttavia prevede un iter parlamentare abbastanza lungo e complesso) si fonda sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio, quale leader dello schieramento politico risultato vincente alle elezioni, che fruisce automaticamente della maggioranza assoluta dei membri delle Camere, in forza di un abnorme premio di maggioranza, e potrà così governare indisturbato per 5 anni, di fatto detenendo il potere di impulso delle leggi che potrà dettare alle Camere, sotto il ricatto che, se cade il governo, si sciolgono anche le assemblee parlamentari.

Ciò comporterà che il Governo potrà contare su un massiccio (e subalterno) consenso nelle aule, che gli permetterà anche di eleggere parte dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura e perfino della Corte Costituzionale (il Giudice delle leggi) e perfino, alla terza votazione, il Presidente della Repubblica.

Questi, invece, verrà limitato nei suoi poteri di scioglimento delle Camere e nella formazione del Governo, e perderà la sua funzione di garante dell’equilibrio dei poteri dello Stato.

In definitiva, premesso che una simile proposta di nuovo assetto costituzionale non sarebbe stata neppure concepibile allorché vigeva l’unità antifascista dell’arco costituzionale, lo scopo della modifica istituzionale, che il governo di destra propone, mira proprio a sbilanciare i poteri dello Stato, oggi basati sulla centralità del Parlamento, come organo democratico rappresentativo dei cittadini, e la funzione di garanzia del Presidente della Repubblica; e ciò a tutto vantaggio del “Premier” che avrebbe non solo il potere di formare il governo, indicando al Capo dello Stato i ministri, ma avrebbe in pugno il Parlamento e influirebbe in modo notevole sul potere giudiziario, e perfino sull’organo massimo di garanzia della corretta applicazione,delle leggi approvate, nonché dei principi e diritti costituzionali.

Come si vede, si tratta del ritorno del principio di “un uomo solo al comando” già così caro al cavaliere Berlusconi, ma che rimanda chiaramente ai prodromi storici dell’ascesa al potere del fascismo.
Dunque, in conclusione, possiamo ritenere, e i fatti storici ce lo confermano, che c’è un filo continuo (non certamente rosso) tra le stragi fasciste degli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo e che il certosino lavoro di erosione delle istituzioni democratiche da parte non solo della destra politica, ma anche di neo-fascisti, gerarchie militari, comandi atlantici e servizi segreti, sta purtroppo dando i suoi nefasti e mefitici frutti.

L’opinione pubblica democratica è avvertita e deve esserne cosciente.
Saprà reagire?

Fonte

25/07/2023

Il trionfo della “società dello spettacolo” e le sue conseguenze

di Sandro Moiso

Mario Perniola, Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022, pp. 105, 8 euro

Invece di approfittare dell’occasione offerta da un fatto naturale come la morte per trovare il tempo di indagare storicamente le ragioni del successo, tra una fetta significativa dell’elettorato italiano, di un uomo sicuramente discutibile e sopra le righe in ogni sua manifestazione, alcune starlette dell’intellighenzia di “sinistra” continuano a perpetuare il mito di Berlusconi babau con un atteggiamento che, se non affondasse le sue radici nell’ignavia e nell’insipienza di una sinistra perbenista, anonima e amorfa, sembrerebbe sfiorare la psicosi. Prova ne sia un’affermazione come quella contenuta in un numero di luglio del «Venerdì» di Repubblica: “Il berlusconismo è stata la disgrazia più grande”, attribuita a Sabina Guzzanti.

Già, la disgrazia più grande. Così mentre il grande pubblico dello spettacolo mediatico, politico e “culturale”, non ha ancora finito di assorbire il fatto che la Shoa abbia costituito il “male più grande”, ecco che già gli viene propinato un altro villain definitivo, dopo Hitler, Mussolini o chi altro diavolo si voglia. E mentre l’audience viene tenuta in uno stato di costante allerta da una classifica di “disgrazie” che non sembra mai finire, dal Vajont al Covid o alla guerra in Ucraina, un nuovo (?) “urlo di dolore” e moto “di denuncia” inizia a diffondersi per l’aere mediatico. Un’eterna corsa al vaccino definitivo contro i mali causati dalla Destra a livello politico e sociale che, però, non intacca mai la sostanza di una società (quella italiana ma non solo) e di un modo di produzione di cui la stessa Sinistra “criticante” fa parte, condividendone spesso valori e principi, fin da prima della caduta definitiva del fascismo storico.

Hanno fatto dunque benissimo le Edizioni Mimesis a riproporre nella collana “Volti” un testo del filosofo e scrittore italiano Mario Perniola (1941-2018), già precedentemente edito nel 2011: Berlusconi o il ’68 realizzato. Come si afferma nella Nota redazionale che precede l’attuale riedizione:

Il grande filosofo italiano che è stato Mario Perniola ci ha regalato uno stile di pensiero in cui ridere e comprendere vanno a braccetto, in nome di un umano e lucido disincanto del presente. Quando uscì Berlusconi o il ’68 realizzato, imperversavano gli scandali delle “cene eleganti” e vacillava la credibilità internazionale del Paese Italia. […] Allora risultarono quanto mai puntuali queste valutazioni di Perniola sul significato storico delle trasformazioni personificate da Berlusconi nella politica, nella cultura, nei costumi e nella vita sociale del Paese. Ma anche oggi, soprattutto oggi, al termine della parabola biografica dell’uomo di Arcore, l’analisi della rivoluzione spettrale, qui proposta, risulta essere uno dei migliori discorsi di commiato che si possano fare1.

Discorso in cui occorre sottolineare, così come fa Perniola e non soltanto per gusto provocatorio, il ricongiungersi, in maniera sicuramente distorta, nel programma di Berlusconi della gran parte degli obiettivi che caratterizzarono la grande ondata del Sessantotto. Dalla fine del lavoro alla distruzione dell’università e al vitalismo giovanilistico fino al trionfo della comunicazione massmediatica. Una sorta di rinnovato “spirito del capitalismo” cui avrebbero fatto riferimento in seguito Luc Boltanski e Eve Chiapello, annotando: la sua vocazione alla mercificazione del desiderio, soprattutto quello di liberazione, e di conseguenza al suo recupero e inquadramento2.

In attesa dunque di valutazioni storiche e politiche degne di questo nome, che non si basino soltanto su frasi ad effetto e battute salaci che si accontentano soltanto di rovesciare lo stile berlusconiano, in realtà senza negarlo nei fatti ma bensì propagandolo3 ad oltranza, val la pena di riprendere la lettura delle pagine del breve testo di Perniola.

Qui chi scrive si limita a riproporre l’interpretazione di alcuni temi, tra i tanti possibili, che ricollegano la “mancata rivoluzione” del ’68 alle sue conseguenze nei decenni successivi durante i quali, come sempre accade in questi casi, la Rivoluzione fallita si è trasformata in arma della Controrivoluzione e uno dei suoi testi più conosciuti e importanti4 si è tramutato nel possibile manuale d’uso per una concezione spregiudicata, ma tutt’altro che rivoluzionaria, della politica e della comunicazione5. Comparso infatti nel 1967, il testo di Debord affermava che: «Lo spettacolo non è un insieme di immagini ma un rapporto sociale tra persone mediato da immagini». Anticipando di decenni il modo in cui Silvio Berlusconi con Mediaset e Mark Zuckerberg con Facebook e Instagram, per non parlare di tanti altri social media, avrebbero poi portato alle estreme conseguenze i meccanismi dell’alienazione individuale e sociale.

Sul lavoro e il suo rifiuto

Sebbene Berlusconi sia stato lungo tutta la sua vita un lavoratore instancabile, egli ha consentito alla maggior parte dei giovani di realizzare la famosa ingiunzione di Guy Debord (1931-1994) Ne travaillez jamais! (Non lavorate mai!). L’ironia sta nel fatto che ora i giovani vogliono lavorare, anche a condizioni indecenti e vergognose, incredibilmente più alienanti e squalificate di quelle che erano loro offerte negli anni Sessanta e Settanta: allora una vita piccolo-borghese era più o meno garantita a tutti, oggi essa è un sogno irraggiungibile per quanti non hanno alle spalle una famiglia che li aiuti. È come se Berlusconi avesse monopolizzato nella sua persona tutto il lavoro, e lasciato agli altri solo il gioco6.

Sulla cultura e gli intellettuali

Di tutto il culturame (attenzione, questa parola è detta in camera caritatis, cioè non pubblicamente) ce ne freghiamo: però dobbiamo dire che siamo a favore della cultura, della ricerca, dell’innovazione, dell’inglese, di internet, dell’impresa e di quanto ancora suoni alla moda, anche se di tutte queste cose non ce ne importa un fico, perché a farle sul serio, sono troppo care e complicate e lasciano uno spazio troppo ristretto per la corruzione. Le facciano gli americani, che legandole strettamente all’economia aziendale riescono a guadagnarci un sacco di soldi oppure i paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) che essendo in ascesa e avendo tassi di sviluppo notevoli hanno bisogno di creare una borghesia relativamente istruita! […] Mi raccomando poi di non cadere nella trappola di sostenere sul serio i cosiddetti “intellettuali di destra”, perché questi sono molto più pretenziosi di quelli di sinistra, i quali un po’ per partito preso pauperistico, un po’ per demagogia si autodefiniscono “operai della conoscenza” e quindi non hanno più tante ambizioni: basta che fate far loro qualche comparsata gratuita in televisione e pensano subito di essere dei divi e di spezzare il cuore di qualche ragazza, come se le nostre ragazze di oggi avessero un cuore! Se poi sono veramente accro (segnatevi questa parola francese perché nessuno la capisce e quindi fa un certo effetto), voglio dire sono proprio accaniti, come quel tale Saviano o Saviani che dir si voglia, basta che lo inseriate in uno show ricreativo di puro intrattenimento per neutralizzarlo completamente. Lui vuol fare il tragico, ma se lo mettete insieme ai comici, chi si accorgerà della differenza? E poi in Italia la tragedia non ha mai avuto fortuna: sì certo, c’è stato qualche piemontese tragico come Alfieri e Pareyson, ma chi li legge? Servono per fare delle tesi di laurea. Quindi nessuna fatwā contro i Saviani, tanto meno attentati o cose che fanno casino: non dimenticate che spacciandoci per liberisti (mentre è ovvio che siamo monopolisti) dobbiamo anche mostrare di essere liberali e magnanimi. Mica siamo come i russi o i cinesi, che perseguitano i dissidenti! Tanto alla fine quello che dicono o scrivono non ha alcuna effettualità politica e il popolo bue lo si conquista nella campagna elettorale abbassando o eliminando qualche tassa od odioso balzello7.

Sulla dignità

Una parola che ricorre sempre più frequentemente nei discorsi etico-politici è dignità. Questa è diventata uno dei termini chiave della bioetica, nonché il motto in cui si sono riconosciute le rivolte politiche che hanno scosso molti stati arabi, provocando talora la caduta dei governi. In Italia coloro che si sono detti indignati dalla condotta di... sconi (questa volta mi viene in mente solo la parte finale del nome di questa persona), non si contano. Gli studenti che hanno occupato le piazze di alcune città spagnole si sono definiti los indignados. È nato così un Global Indignant Movement che si è manifestato in molti Paesi. La parola dignità ha eclissato altri termini più tecnici del linguaggio politico, come comunità e diritti dell’uomo. In effetti, la prima è caduta nel ridicolo da quando si è cominciato a parlare di una “comunità internazionale” […]. Quanto ai “diritti umani” che costituiscono uno dei cardini della civiltà occidentale, l’uso fazioso e opportunistico che se ne è fatto, li ha svuotati di credibilità […] Ora la domanda cruciale è: possiamo permetterci di essere indignati, se non abbiamo nessuna delle quattro virtù fondamentali (saggezza, temperanza, coraggio e giustizia)? Possiamo indignarci se noi stessi non abbiamo dignità? Se non siamo minimamente coerenti con noi stessi ma immersi nel mondo della comunicazione, nel quale tutto si capovolge in tutto? I caratteri fondamentali della comunicazione sono descritti benissimo dagli Stoici sotto il termine di stoltezza. Lo stolto non è uno sciocco, uno stupido, un ottuso ma l’essere umano che, in preda a un continuo turbamento, cambia opinione da un momento all’altro; incapace di stare fermo, corre a precipizio con impeto irrefrenabile verso il primo obiettivo che incontra e si pente con facilità di tutto ciò che ha fatto; incapace di ascolto, parla e agisce in modo inconcludente; inetto a elaborare valutazioni stabili e a compiere scelte irreversibili, salta ora qua ora là, pretendendo di avere e di prendere tutto. La stoltezza non nasce da una mancanza, ma da una deviazione, da una distorsione, da un pervertimento della facoltà razionale. Per essere indignati, bisogna almeno avere coraggio, cioè pazienza, perseveranza, magnanimità e magnificenza (Tommaso d’Aquino dixit). Noi italiani (e forse noi occidentali), siamo troppo deboli per permetterci di essere indignati8. 

Note

  1. Nota redazionale a M. Perniola. Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022, pp. 7-8  

  2. L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2014  

  3. Si veda quanto già scritto qui  

  4. Guy Debord, La società dello spettacolo, SugarCo Edizioni, Milano 1990.  

  5. Si veda: Gianfranco Marelli, L’amara vittoria del situazionismo. Storia critica dell’Internazionale Situazionista 1957-1972, Mimesis Edizioni, 2017.  

  6. Non lavorate mai! in M. Perniola, op. cit., p. 21  

  7. Gli intellettuali da nona categoria puzzolente a spina dorsale della nazione in M. Perniola, op. cit., pp. 64-67  

  8. Possiamo essere indignati? In M. Perniola, op. cit., pp. 95-99

Fonte

10/07/2023

L’attacco bipartisan all’istruzione e alla ricerca

La dipartita di Berlusconi ha aperto una riflessione sull’impatto dei suoi governi. Se guardiamo alle poche riforme promosse che non lo riguardavano personalmente, troviamo quelle della scuola e dell’università. Nel luglio 2010, un giornalista di una testata europea chiese a S.B., allora premier, spiegazioni sulle riforme della Ministra Gelmini che, approvate con altri interventi legislativi, tagliarono circa 8,5 miliardi di euro alla scuola e 1,3 miliardi all’università, mai più recuperati. B. rispose con una domanda retorica: “perché dobbiamo pagare uno scienziato se facciamo le scarpe migliori del mondo?”.

C’era appena stata la crisi economica del 2008 e la risposta del governo italiano, quasi l’unico in Europa, fu quello di tagliare risorse ad un settore chiave come quello dell’istruzione e della ricerca. Nel 2012, l’economista dell’università di Chicago Luigi Zingales spiegò meglio l’obiettivo a Michele Santoro:
”Ci sono un miliardo e quattro di cinesi e un miliardo di indiani che vogliono vedere Roma, Firenze e Venezia. Noi dobbiamo prepararci a questo. L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo le nostre università non sono al livello, però ha un futuro enorme nel turismo. Dobbiamo prepararci per questo, non buttare via i soldi a fondo perduto».
La crisi del 2008 è stata l’occasione per rimodellare l’intero sistema dell’istruzione alla luce della leggenda del “gap formativo”, cioè che le esigenze tecnico professionali espresse dalle imprese non corrispondono alle professionalità disponibili nel mercato del lavoro: sarebbe il sistema dell’istruzione a essere inadeguato rispetto ai bisogni delle imprese e per questo va riformato.

Questa idea ha accomunato gli estensori e i sostenitori della riforma Gelmini, tra cui ricordiamo gli entusiasti “Bocconi boys”. Nel 2012, economisti ed intellettuali di questa area scesero in campo con la formazione politica di “Fare per fermare il declino”, naufragata dopo la scoperta che il candidato premier Oscar Giannino millantava titoli falsi dell’università di Chicago. Altri più sobriamente plaudivano, dettando la linea con sottili distinguo dal sito LaVoce.info.

Tutti i Ministri (a parte l’effimero Lorenzo Fioramonti) che si sono susseguiti dal 2008 ad oggi hanno rafforzato l’impostazione della riforma Gelmini, senza sanare il sottodimensionamento dell’università. Una parabola analoga hanno seguito anche le politiche per la scuola. Questo è avvenuto perché i maître à penser della Gelmini sono rimasti saldi ai loro posti di guida politica anche quando i governi hanno apparentemente cambiato colore: i consiglieri politici bocconiani hanno goduto di credito bipartisan, perché “meritevoli e competenti”.

L’obiettivo di fondo è stato duplice. Ridurre organico e tempo scuola, rimodellando scopi e funzioni del sistema scolastico e drenando risorse verso un apparato esterno di misurazione standardizzata della sua presunta qualità, l’INVALSI, guidato per anni da funzionari della Banca d’Italia, con cui dirigenti scolastici e insegnanti hanno sviluppato negli anni un rapporto di sudditanza e subordinazione didattica. Dall’altra, introdurre e consolidare un controllo politico sulla ricerca universitaria. Quale sia la reale funzione del sistema di istruzione ce lo ricorda un opuscolo redatto dal governo Renzi, intitolato “Investire in Italia”:
“Un ingegnere in Italia guadagna mediamente in un anno 38.500 euro, mentre in altri Paesi lo stesso profilo ha una retribuzione media di 48.500 euro l’anno”.
Tecnici a buon mercato, insomma. Ma se non c’è richiesta di personale con alta qualifica formativa da parte del “mercato” perché investire in formazione? Il controllo politico della ricerca, invece, è garantito dall’agenzia di valutazione dell’università e della ricerca (ANVUR) che dovrebbe promuovere il “merito”. Nessun paese dell’Unione Europea e neanche il Regno Unito ha un’agenzia con competenze e poteri paragonabili a quella italiana, fondata, è bene ricordarlo, dal Ministro Fabio Mussi nel secondo governo Prodi. Il vertice ANVUR è di nomina politica: i politici, pertanto, oltre a intervenire sulle norme generali che regolano le carriere e i finanziamenti dei ricercatori, li tengono al guinzaglio dettando strampalate modalità di valutazione della ricerca scientifica. Questo si è tradotto nell’aumento della competizione tra ricercatori, accompagnata, paradossalmente, dalla mancanza di competizione tra linee di ricerca alternative. È sufficiente avere qualche rudimento di storia della scienza per sapere che le nuove idee nascono grazie alla diversificazione della ricerca e non con l’appiattimento verso il cosiddetto mainstream.

Purtroppo, l’assenza di una visione politica e di un interesse effettivo da parte del mondo produttivo ha causato non solo un restringimento del sistema universitario ma anche ha reso asfittico l’impatto culturale dell’accademia: scuola e università sono viste come scuole di formazione professionale. E, purtroppo, l’attacco all’università è stato bipartisan senza segni di ravvedimento.

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16/06/2023

La rivoluzione conservatrice. Le lezioni severe che Berlusconi ha inflitto alle sinistre

All’inizio degli anni ’10, quando le sinistre avevano imboccato una parabola discendente ancora oggi senza ritorno, Forza Italia era, nelle analisi dei flussi elettorali, il primo partito operaio del paese. Lascerà poi il testimone della rappresentanza operaia al Movimento 5 Stelle, poi alla Lega e infine a Fratelli d’Italia.

Questo per dire che con Berlusconi, la classe operaia identificabile come tale – di cui già dagli anni ’70 la componente più ribelle e intuitiva della sinistra ne aveva colto la fine della centralità nei processi produttivi – aveva subito non solo ristrutturazioni economiche e una catastrofe culturale, ma anche uno sconvolgimento nel posizionamento sull’asse politico.

E questo nonostante le enormi proteste di piazza, sull’articolo 18, quelle con fiumi di persone a perdita d’occhio, dirette dalla CGIL, nonostante che la crescita della Berlusconi economy (la filiera edilizia, comunicazione, sanità privata) sia stata decisamente postoperaia e che, nello stesso periodo, la contrazione strutturale del PIL e la deindustrializzazione in Italia si siano semplicemente sovrapposte.

Se c’è un dato, quindi, che spiega bene la rivoluzione conservatrice nel nostro paese, operata dal fenomeno Forza Italia, è quello dello spostamento del consenso operaio a destra nella profonda trasformazione, sempre da destra, di economia, cultura e società in senso marcatamente conservatore. Non solo: tanto più l’Italia si deindustrializzava tanto più la classe operaia ristrutturata passava a destra. Un fenomeno che ai giorni nostri ha caratterizzato l’ascesa di Trump ma che ha rappresentato, in Italia, una vera e propria premonizione politica per tutto l’Occidente.

Ma per capire cosa è accaduto torniamo indietro all’autunno del 1980, con la storica sconfitta operaia di ottobre alla FIAT e il lancio, a novembre, di Canale 5. Un passaggio di testimone nel protagonismo politico del paese che all’epoca non tanto fu inavvertito ma semplicemente improponibile.

Con la fine degli anni ’70, infatti, almeno tre fattori in Europa si erano manifestati come protagonisti della nuova decade: la rivoluzione microelettronica, l’estensione delle reti televisive e la mutazione del paradigma economico da industriale a postindustriale. I partiti operai in Europa, e a maggior ragione in Italia, erano strutturati ancora secondo le regole imposte dal fordismo. Il berlusconismo, all’inizio lontano dalla politica, basato sul solo business dell’intrattenimento, ha finito per fare da testa d’ariete alla politica postfordista: consenso raccolto attorno al simbolico mediale dell’intrattenimento, capo carismatico, partito leggero che serve solo a eseguire le direttive del vertice.

Prima severa lezione, divenuta evidente con la discesa in campo del 1994: se cambiano tecnologia, comunicazione e paradigma economico cambia la società e muta il modo di fare politica. Berlusconi rappresenta l’uso carismatico e pastorale di questa mutazione della politica grazie alla televisione. Una rivoluzione, la forza d’urto necessaria per prendere il potere, il cui aspetto conservatore – i valori dell’Italietta del boom economico – rappresenta il tratto tipicamente berlusconiano di questo processo. Poteva andare diversamente? Si, ma le rivoluzioni vanno cavalcate quando avvengono e Berlusconi l’ha fatto. Di qui almeno quattro lezioni:

- la forza politica è organizzare il tempo libero. Il business dell’intrattenimento, per tutte le fasce d’età, è la spina dorsale per la conquista di una egemonia che da culturale si fa politica, da materia per fatturati stellari diventa strumento di consenso elettorale;

- la forza politica è suscitare spontanee proteste di piazza. Le proteste, di metà anni ’80, contro lo spegnimento, a opera della magistratura, delle tv berlusconiane erano chiaramente il segno di una mutazione antropologica che si è fatta poi politica. Qui siamo a Gramsci a Cologno Monzese, una lezione mai appresa e mai raccontata da nessuna controinchiesta;

- la forza politica è l’organizzazione del simbolico dello sport. Il Milan come strumento di promozione simbolica dell’azienda berlusconiana prima e del modello politico di Forza Italia poi. A differenza dell’organizzazione dello sport di base da parte dei partiti di massa qui si organizza una squadra professionistica e la si eleva a modello del fitness e del vivere. George Mosse a San Siro e in diretta globale, questo sconosciuto all’antropologia politica;

- la forza politica è il modello leninista rovesciato nella rivoluzione conservatrice. Dal giornale al partito, dalla Pravda al partito bolscevico, qui viene reinterpretato in un “dal gruppo editoriale al partito”, da Mediaset a Forza Italia. In questo modo la politica si intreccia, e da destra, con le mutazioni del mondo postfordista.

Nelle sinistre, molto differenti tra loro, al massimo ci si è adoperati nella denuncia degli effetti collaterali della rivoluzione conservatrice berlusconiana (corruzione, mafia, tangenti, scandali sessuali, uso autoritario della politica e della piazza) mentre la solita letteratura dell’inautentico, quella sui media come crepuscolo della civiltà, aiutava a non capire il fattore costitutivo, persino dionisiaco di questo potere. Di lì le severe lezioni, per le varie sinistre, mai metabolizzate. E, non a caso, dalla mancata recezione della lezione della rivoluzione conservatrice in Italia, sono arrivate le lezioni grilline, leghiste e di Fratelli d’Italia.

Quando tecnologia, media e paradigma economico cambiano anche la politica deve farlo. Altrimenti la fine è quella degli Amish, come sta accadendo oggi, ovvero comunità di un’altra epoca recintate su un pianeta in continua mutazione. Chi, invece, ha cavalcato, come rivoluzione conservatrice, queste mutazioni ha fatto presa sul mondo.

Armin Mohler, autore chiave del filone della Konservative Revolution in Germania pensava che la reazione contro la tecnica desse spazio a quel genere di movimento culturale e politico. La rivoluzione conservatrice in Italia ci ha mostrato che questa può avvenire con un uso consapevole, e declamato, della tecnica stessa. Una lezione quindi, anche per la destra.

Con la morte di Berlusconi si celebra la piena egemonia della rivoluzione conservatrice in Italia. Se la segretaria del principale partito avversario aderisce senza riserve alla celebrazione di questa egemonia tramite rito funebre medialmente ossessivo, se non è in grado di pronunciare una contronarrazione, se balbetta formule che finiscono per lasciarla nelle mani di chi, in quel momento, il pallino della storia lo detiene davvero, significa che l’ora più alta dell’egemonia è suonata. Vedremo il seguito.

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15/06/2023

Non in nostro nome

Dopo la morte di Silvio Berlusconi, il Governo Meloni ha deciso di disporre il “lutto nazionale” per la giornata di oggi, mercoledì 14 giugno, che prevede bandiere a mezz’asta «sugli edifici pubblici dell’intero territorio nazionale e sulle sedi delle rappresentanze diplomatiche e consolari italiane all’estero». Mai era stato disposto tutto questo per un presidente del Consiglio. Inoltre si è deciso di sospendere i lavori di Ministeri e Camere per 7 giorni.

“Ci rifiutiamo di partecipare al lutto nazionale volto a celebrare un nemico” afferma in una nota Potere al Popolo che ha avviato una campagna sui social media per opporsi a questa decisione del governo. “Noi siamo coloro che abbiamo pagato e paghiamo sulla nostra pelle decenni di berlusconismo, di commistione tra politica, mafia, fascismo e leghismo, evasione fiscale e speculazione ai danni della nostra gente”.

Due giorni fa era stato il Rettore dell’università per stranieri di Siena, Tomaso Montanari, ad annunciare che non avrebbe esposto la bandiera a mezz’asta sull’ateneo. “Nonostante la Presidenza del Consiglio abbia disposto le bandiere a mezz’asta su tutti gli edifici pubblici da oggi a mercoledì, mi assumo personalmente la responsabilità di disporre che le bandiere di Unistrasi non scendano. Ognuno obbedisce infine alla propria coscienza, e una università che si inchini a una storia come quella non è una università” aveva scritto Montanari in un appello “a tutta la comunità”.

A sostegno di Montanari è partita una raccolta di firme. “Esprimiamo solidarietà e consenso per la scelta odierna del Rettore Tomaso Montanari” è scritto nella la petizione online lanciata su Change.org a sostegno della decisione del rettore dell’Università per Stranieri di Siena (Unistrasi) di non esporre bandiere a mezz’asta, nonostante le disposizioni della presidenza del Consiglio dei Ministri, in occasione della giornata di lutto nazionale indetta per la morte di Silvio Berlusconi.

Invitando a sostenere la petizione, Paolo Ferrero del PRC sottolinea la “pietas per l’uomo morto Berlusconi” ma anche la “totale condanna per la negatività della sua azione politica, nessun funerale di stato per un membro della P2, con superfici di contatto con la mafia, che ha mercificato il corpo delle donne e ha mostrato piena indifferenza alla legalità”.

Tra chi contesta la decisione dell’esecutivo di decretare il lutto nazionale per Berlusconi c’è anche l’ex ministra della Sanità Rosy Bindi: “I funerali di Stato sono previsti ed è giusto che ci siano” dice l’ex presidente del PD “ma il lutto nazionale per una persona divisiva com’è stato Berlusconi secondo me non è una scelta opportuna”.

In giro per l’Italia, in alcuni comuni della Toscana, si segnalano episodi di disobbedienza al lutto nazionale per Berlusconi.

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14/06/2023

“Nessun cordoglio”. Solo Potere al Popolo fuori dal coro

Sommersi dalla beatificazione del Caimano a reti unificate, è quasi impossibile trovare un commento non servile nei suoi confronti. È perciò una boccata d’ossigeno leggere la nota che Potere al Popolo ha pubblicato nel pomeriggio di ieri. La definizione di “nemico” è precisa sotto ogni punto di vista.

Da quello politico e sociale, naturalmente, perché ha sdoganato i fascisti. Gianfranco Fini è stato nel suo secondo governo, il più duraturo e responsabile dell’uccisione di Carlo Giuliani a Genova 2001; Giorgia Meloni Meloni era nel suo quarto ed ultimo governo, così come Ignazio La Russa, addirittura come ministro della Difesa.

Da quello della cultura di massa, perché ha alluvionato l’etere con la santificazione dei ricchi e la “normalità” dell’individualismo predatorio.

Da quello istituzionale, perché con lui è diventato “ovvio” fare leggi “ad personam”, cambiare la Costituzione ad ogni stormir di fronda. Da quello delle libertà effettive, perché ha praticato e legittimato la caccia ai “critici”, fossero questi giornalisti di lungo corso o movimenti sociali.

Di un nemico non si può dire bene neanche dopo la morte. Chi lo ha fatto – tutti i protagonisti della politica parlamentare – in realtà ha confessato di essere un complice o un servo. Non un “oppositore”.

*****

Non c’è cordoglio per un nemico della nostra gente

Sono diversi gli articoli che ci attaccano a causa della nostra scelta di non dimostrare cordoglio per la morte di Silvio Berlusconi.

Un cordoglio che, da destra a centro-sinistra, ha pervaso la comunicazione politica: “A Dio, Silvio” (Meloni); “Rispetto per quello che è stato un protagonista della storia del Nostro paese” (Schlein); “Un imprenditore e un politico che in ogni campo ha contribuito a scrivere pagine significative della nostra storia” (Conte).

Noi invece vogliamo ricordare Berlusconi per quello che è stato: un nemico della nostra gente.

Non sorprende che la destra, i fascisti, i mafiosi, i padroncini, i palazzinari e gli speculatori, gli evasori, i razzisti, gli ipocriti bigotti lo santifichino, tanto che il Governo Meloni, contro la prassi che prevede per gli ex premier i soli funerali di stato, ne ha approfittato per chiamare arbitrariamente una giornata di lutto nazionale.

Berlusconi è stato il loro migliore rappresentante e insieme uno di loro. La sua storia imprenditoriale, ben prima di quella politica, è stata la storia di una commistione malsana tra potere politico, imprenditoriale e borghesia mafiosa.

Una storia che ha visto il Berlusconi rampante costruttore degli anni Settanta giocare sempre su due piani, ma con lo stesso scopo: sul piano pubblico, favorire l’ascesa di Bettino Craxi al potere e la trasformazione del PSI in un partito neoliberista e anticomunista; sul piano occulto, finanziare e sostenere quegli apparati dello stato ed ex fascisti, che erano dapprima stati sovvenzionati in funzione antisovietica dagli USA, e che si erano ri-organizzati nella cosiddetta “Loggia P2” per favorire un golpe soft in funzione anticomunista.

Entrambi quei piani rispondevano a uno scopo preciso: farla finita con il “lungo Sessantotto” italiano, ossia con quella stagione di lotte che aveva limitato il potere di speculatori e sfruttatori e consentito la modernizzazione del paese e lo sviluppo di diritti e potere per le classi popolari. E farla finita con l’immaginario, con la cultura politica e organizzativa e con la crescita elettorale comunista, che di quella stagione era stata protagonista e che veniva giustamente individuata dal Berlusconi della fine degli anni Settanta come un pericolo mortale per i suoi progetti speculativi.

Fu solo con l’inizio degli anni Novanta, però, che Berlusconi riuscì a catalizzare un ampio consenso intorno alla sua figura. Nel 1992 l’inchiesta di “Mani Pulite” dissolveva il sistema dei partiti al potere, PSI e DC in particolare, mentre la contemporanea auto-dissoluzione dell’Unione sovietica portava alla fine del PCI.

Lo spazio politico che si apriva era immenso.

La sua discesa in campo nel 1994 – preparata con largo anticipo con il tacito assenso della borghesia mafiosa e l’appoggio di settori consistenti degli apparati – ha così permesso a fascisti, leghisti, evasori e mafiosi di essere sdoganati, di diventare culturalmente e socialmente vincenti.

Berlusconi al potere li ha fatti arricchire, a spese del pubblico e delle classi lavoratrici, ha fatto leggi su misura per loro, che gli permettevano di imbrogliare e di sfruttare i giovani, i migranti – ma gli ha anche offerto una rivalsa ideologica nel bullizzare quella parte d’Italia che per decenni aveva rappresentato, con tutti i limiti, i valori della solidarietà, della giustizia, dello studio e del sacrificio, della questione morale.

Erano gli anni dei condoni edilizi e dell’esplosione dell’evasione fiscale, delle leggi ad personam, dei tagli indiscriminati a scuola e sanità, della deregolamentazione del diritto del lavoro, dello sdoganamento dell’estrema destra, dei legami sempre più evidenti tra il suo partito e la mafia, della politica del malaffare. Gli anni del “mors tua vita mea” e del massacro del G8 di Genova.

Certo non a tutta la borghesia italiana quel modo di gestire le cose andava bene: quando nel 2011, in piena crisi del debito, il berlusconismo rischiava di mettere in pericolo la tenuta finanziaria del paese, sottomettendola agli interessi degli evasori e alle mancette elettorali del Cavaliere, la parte della borghesia italiana più internazionalizzata lo fece fuori, mettendo un tecnico come Monti alla presidenza del Consiglio e facendo di Berlusconi un improbabile martire anti-austerity.

Si trattava però di un regolamento di conti interno alla borghesia italiana. Basti pensare che lo stesso Governo Berlusconi all’esplodere della crisi nel 2008 aveva tagliato ben 8 miliardi di euro a scuola e Università, scaricando su giovani e classi popolari i costi dell’austerity e la salvaguardia dei privilegi del suo blocco sociale.

Che oggi tutti i partiti dell’opposizione in Parlamento – dal PD che sull’antiberlusconismo ha campato, passando per i 5 Stelle che sono cresciuti sullo “psiconano” e i comizi di Grillo, per arrivare a Sinistra Italiana e Soumahoro che scrivono parole “umane” per ricordarlo – si subordinino alla celebrazione della destra, la dice lunga su quanto il progetto egemonico berlusconiano abbia avuto successo.

Guardate le dichiarazioni di Schlein, Conte, Fratoianni, guardate il PD che rimanda la sua riunione di Direzione: sono tutti dalla stessa parte, tutti d’accordo, tutti senza memoria.

Una melassa buonista e ributtante, che parla di rispetto verso chi ha letteralmente determinato la morte di migliaia di persone nelle fabbriche, in mare, negli ospedali smantellati e regalati ai privati, l’emigrazione dal nostro paese di migliaia di giovani.

Noi non dimentichiamo la Bossi-Fini o la riforma Gelmini, non dimentichiamo i parlamentari comprati, gli accordi con la mafia, le parole verso Eluana Englaro “che poteva restare incinta”, lo spregio del genere femminile, i legami con i cattolici più oscurantisti, l’uso della cosa pubblica come affare privato, la guerra in Iraq del 2003…

L’unico vero problema per noi è che Berlusconi e i suoi Governi hanno lasciato danni indelebili nel paese. Quello che Berlusconi ha avviato è ancora davanti a noi, è ancora al governo.

Ma certo non proviamo tristezza. Perché nulla ci unisce, nemmeno il cordoglio, come loro non lo hanno avuto per Carlo Giuliani, Stefano Cucchi, e tutti i “nostri” morti.

Siamo due mondi diversi. Teniamolo bene in testa.

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12/06/2023

È morto Berlusconi, il beneficiario della Seconda Repubblica

Silvio Berlusconi è morto questa mattina all’ospedale San Raffaele di Milano dove era stato ricoverato per l’ennesima volta.

Ci sarà tempo per analisi, commenti e ricostruzioni più approfondite su un personaggio politico che ha influenzato, caratterizzato e scardinato trenta anni di vita politica di questo paese.

Possiamo ben dire che Berlusconi è stato il beneficiario di quella Seconda Repubblica sorta, attraverso Tangentopoli e i vincoli del Trattato di Maastricht, sulle macerie della Prima Repubblica fondata sul sistema di potere multipartitico e l’assetto costituzionale.

Berlusconi ha acquisito potere nelle pieghe di quel capitalismo rampante e affaristico (e molto meneghino) che ben si conciliava con il progetto del partito socialista di Craxi. Lo ha fatto negli anni Ottanta attraverso le relazioni coltivate nella Loggia P2 e il conseguente boom delle televisioni commerciali e nazionalpopolari, un fattore che gli consentì di avere a disposizione un intero impero mediatico ed editoriale (Mediaset) che esondò nella “politica”, inaugurando il modello del partito-azienda (Forza Italia) e del dominio della narrazione consumistica, proprietaria, individualista, “prenditoriale” che lievitava nella pancia profonda del paese.

Il modello politico e sociale incarnato da Berlusconi negli anni Novanta si sintonizzò perfettamente con la voglia di rivalsa della destra e ne consentì uno sdoganamento che portò i neofascisti ad assaporare con voracità il gusto del governo e del potere. Una propensione che non hanno più abbandonato.

Ma Berlusconi era anche la rappresentazione di un capitalismo italiano un po’ straccione e un po’ ambizioso, fatto di “prenditori” più che di imprenditori, in eterna confusione tra l’ambizione ad essere “primo tra gli ultimi” o “ultimo tra i primi”.

Questa contraddizione ha portato spesso Berlusconi in collisione con l’altra frazione del capitalismo italiano: quello più integrato o proiettato sulla dimensione internazionale ed europea.

Nel momento in cui i processi di gerarchizzazione capitalista puntavano a darsi una dimensione europea sulla base dell’egemonia mercantilista ed ordoliberista tedesca, Berlusconi ha provato a stringere intorno a se tutti i pezzi del “capitalismo piccolo piccolo” che sopravviveva più sul mercato interno che su quello internazionale.

E l’establishment europeo, ben rappresentato in Italia dal gruppo editoriale-finanziario La Repubblica/L'Espresso, gli ha fatto la guerra, sistematicamente, costringendo il paese e la politica a dividersi tra berlusconismo e antiberlusconismo e portando all’auto dissoluzione la sinistra che accettò questo schema di lettura della realtà. Non a caso mentre tutti annaspavano nella palude dell’antiberlusconismo definimmo Berlusconi una tigre di carta. I fatti, da lì a pochi mesi confermarono la nostra chiave di lettura.

Dal 1994 al 2011 l’alternanza tra i governi Berlusconi e quelli del centro-sinistra (Prodi ma non solo) ha rappresentato questo scontro di interessi materiali dentro la natura contraddittoria del capitalismo italiano.

Gli interessi popolari e quelli dei lavoratori invece ne sono usciti a pezzi, devastati sia dal fuoco amico del liberismo/liberale del centro-sinistra che dalla voracità dell’imprenditorialità diffusa incarnata dal berlusconismo. Le conseguenze sono visibili e le stiamo ancora pagando.

Il Cavaliere si è sempre sentito ospite sgradito nei consessi europei, fino a produrre delle macchiette che resteranno nella storia (il cucù alla Merkel o le corna nelle fotografie di gruppo). Si sentiva più a suo agio nel G8, quando la presenza degli Stati Uniti e di Putin attenuava l’altezzosità dei leader europei.

Tartassato da vicende giudiziarie qualche volta tirate decisamente per i capelli, Berlusconi ha visto convivere nella sua traiettoria la storia politica e quella giudiziaria del paese. L’ombra delle sue relazioni con la mafia negli anni alla vigilia del suo esordio in politica, non sono mai state fugate.

Berlusconi resse al governo fino al 2011 quando un colpo di stato prodotto dalla BCE e dagli apparati politici e finanziari europei lo costrinse alle dimissioni, andando a sostituirlo con un esponente di punta della tecnocrazia europea come Mario Monti.

Berlusconi, per quanto rabbioso, capì l’antifona. Iscrisse Forza Italia al Partito Popolare Europeo e ottenne il via libera alla trasformazione di Mediaset in un oligopolio europeo rispettoso delle regole. I diktat della Troika europea avevano piegato anche il rappresentante di un capitalismo nazionale indebolito e smarrito di fronte alla crisi della globalizzazione capitalista.

Da allora ha assunto quasi il ruolo di padre nobile della Seconda Repubblica, con ambizioni mai nascoste di arrivare a sedere sulla poltrona del Quirinale. Un sogno frustrato ripetutamente da nemici ed “alleati”. Fino a vedersi spodestato come leader del centro-destra prima da Salvini e poi dalla Meloni.

Gli ultimi anni non devono essere stati facili per Berlusconi, ridotto quasi a figura di rappresentanza e assecondato quanto basta (ma non sulla guerra in Ucraina ad esempio). Il tentativo di farsi percepire ancora come leader politico, pur se di una spanna superiore ai suoi alleati, è scivolato via via nel grottesco.

Berlusconi ha cercato di forzare oltre misura anche l’orologio biologico, ma questo non è consentito, neanche ai miliardari.

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08/04/2023

Berlusconismo e antiberlusconismo. Due facce della stessa medaglia

In questi “giorni di trepidazione” per la salute di Silvio Berlusconi, sono in molti ad azzardare chiavi di lettura sulle conseguenze del berlusconismo nel nostro paese.

Una lettura onesta dovrebbe avere il coraggio di avanzare, contestualmente, anche una analisi sulle conseguenze del sedicente “antiberlusconismo”, non meno letale del primo.

In qualche modo Berlusconi, nella prima metà degli anni Novanta, ha espresso sia quella che Gobetti definirebbe “la rivelazione” di quel che c’era nella pancia profonda del paese, sia la contesa tra interessi economico/sociali diversi sulla natura di quella che è stata la “seconda Repubblica”.

Parliamo di contesa di interessi, perché per diciassette anni il paese è stato artatamente imbrigliato nello scontro di potere tra due grandi gruppi editoriali/finanziari (Mediaset e L’Espresso/La Repubblica) che a loro volta incarnavano interessi diversi della borghesia italiana.

Il primo (Mediaset) rappresentava la borghesia più arretrata, legata al solo mercato interno, ai consumi di massa, al capitalismo straccione degli appalti e delle concessioni pubbliche.

Il secondo (L’Espresso/La Repubblica) ha dato espressione alla borghesia più “moderna” e proiettata sulla dimensione internazionale, sul mercato mondiale a discapito di quello interno, sulla integrazione/obbedienza ai diktat e alle ambizioni dell’Unione Europea.

Questa divaricazione di interessi – e lo scontro che ne è derivato sulla fisionomia di un paese inserito in quelli a capitalismo avanzato – ci è stato raccontato come uno scontro tra “corrotti, libertini e reazionari” da un lato e “moralisti, liberali e moderni” dall’altro.

In molti dimenticano che l’appoggio del centro-sinistra e di CgilCislUil ai governi di Maastricht, nonché alle “lacrime e sangue” di Amato e Ciampi – nel 1992 e 1993 – spianò la strada alla inaspettata vittoria di Berlusconi nel 1994.

Dopo Tangentopoli e la fine dei vecchi partiti di potere, i “progressisti” si sentivano la vittoria in tasca ma invece si erano già giocati un bel pezzo del proprio consenso sociale accettando e santificando i sacrifici che “ci chiedeva l’Europa”.

Ma mentre Pds (1) e CgilCislUil imbracavano e smobilitavano politicamente i lavoratori, il “popolo” di piccoli proprietari e piccoli imprenditori dell’Italia profonda (inclusi, come sempre, anche i settori collusi con le mafie) intravedeva in Berlusconi il difensore dei loro interessi.

Il possesso di tre televisioni ha consentito al Cavaliere di avere un volume di fuoco mediatico che ha saputo poi costruire un immaginario in cui milioni di persone si sono riconosciute. Anche contro i propri interessi...

Dal 1994 al 2011 questa distorsione del dibattito pubblico e delle scelte economico/sociali, ha agito come una maledizione sul nostro paese contribuendo alla distruzione delle conquiste sociali e sindacali e alla regressione sociale e civile complessiva.

Anzi, al rovesciamento totale di valore su questioni decisive per decine milioni di lavoratori, studenti e disoccupati, come sanità, pensioni, istruzione, edilizia popolare, diritti del lavoro, congruità del salario, ecc.

“Piccolo e privato” è bello, “grande e pubblico” fa schifo. Libertà individuale è tutto, benessere collettivo è un guaio.

I risultati li stiamo vedendo e pagando pesantemente tutt’oggi.

In nome dell’antiberlusconismo è stato fatto e concesso di tutto. Lo si era capito già con il “bacio del rospo” nel 1995 (sostegno “di sinistra” al governo Dini), per sostituire il primo governo Berlusconi del 1994.

Ma fu proprio Dini a portare a compimento la prima controriforma delle pensioni – fissando i criteri poi diventati “scontati” per il loro smantellamento – che era stata invece impedita a Berlusconi.

Lo stesso accadde con il primo governo Prodi, che nel 1997 varò quel mefitico pacchetto Treu che precarizzava il lavoro e che il secondo governo Berlusconi (2001) perfezionò con la “legge Biagi”, segnando così un futuro infernale per milioni di lavoratrici e lavoratori precari.

L’antiberlusconismo ha ammantato di “modernizzazione civile” e “mali necessari” i provvedimenti che – in scia al mercantilismo e all’ordoliberismo di stampo tedesco – hanno compresso i salari, privatizzato il welfare e schiacciato verso il basso le condizioni di vita milioni di lavoratrici e lavoratori, esacerbando una polarizzazione sociale che ha prodotto crescenti e inaccettabili disuguaglianze.

I governi del centro-sinistra hanno incarnato questa visione e le scelte che ne sono derivate. Berlusconi ha prosperato invece su un “liberismo all’amatriciana” che in qualche misura aveva la necessità di tutelare i consumi e il mercato interno, sia come consenso che come base materiale dei propri affari, sdoganando l’evasione fiscale e altri storici vizi italici.

Quando gli apparati di comando dell’Unione Europea hanno deciso che occorreva mettere fine a questo sia pur minimo ostacolo rispetto alla propria strategia, hanno bombardato a palle incatenate l’ultimo governo Berlusconi (2008), fino a farlo cadere nel 2011 con la lettera della Bce (firmata da Draghi e Trichet) e sostituirlo con un uomo degli apparati del grande capitale multinazionale, come Mario Monti. Le eredità velenose lasciate dal governo di quest’ultimo, in termini di pensioni, sanità, diritti dei lavoratori e subalternità ai diktat europei, sono sotto gli occhi di tutti.

Oggi come allora siamo fermamente convinti che chi nel 2011 andò sotto al Quirinale per festeggiare la caduta di Berlusconi e l’avvento di Monti sia meritevole di essere preso a sportellate.

Su un piano meramente morale e civile, il berlusconismo è stato per molti versi odioso, ridicolo, sguaiato, arrogante, ma le stesse categorie possono essere applicate tranquillamente all’antiberlusconismo. Sono stati speculari, inclusa la contrapposizione tra il “garantismo per i ricchi” dei berlusconiani e il giustizialismo manettaro degli antiberlusconiani.

Sul piano materiale degli interessi di classe, va detto chiaramente che entrambi sono stati convergenti e decisivi per l’indebolimento dei diritti sociali e del lavoro fino a ridurli allo stato letargico e disperante in cui versano oggi. Due gruppi di potere socialmente criminali che ora piangono congiuntamente lo stesso totem.

Come direbbe Brecht, in nome dell’antiberlusconismo è stato consentito che “il nemico marciasse alla nostra testa”.

Note

(1) PDS (Partito dei Democratici di Sinistra) è l’antesignano dell’attuale PD.

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25/02/2023

Guerra in Ucraina - Kiev minaccia anche gli “alleati tiepidi”

Da due giorni il governo ucraino ha inserito Silvio Berlusconi nella lista nera dei nemici dell’Ucraina redatta dal «Центр Миротворец» Centro “Peacemaker”.

E finire in quella lista può avere conseguenze sinistre. Almeno 180 persone schedate sono state uccise.

Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino cosi MINACCIA l’ex cavaliere, azionista di rilievo del governo in carica:

«Se non sei più attuale, è meglio non commentare poiché non riesci a capire neppure gli effetti che certe vicende possono avere SULLA SICUREZZA DELL’ITALIA».

A me interessa poco della vita e della salute del Caimano e, non essendo mai stato un sovranista, non mi preoccupano gli attacchi alla “sicurezza nazionale”.

Prendo atto che il governo ucraino è passato, dalla “richiesta” di aiuto, al tentativo di estorsione con minacce.

E prendo atto che il governo “più fascista e più patriottico” del dopoguerra, non riesce nemmeno a pretendere il rispetto dei suoi amici e beneficati.

La Giorgia non si illuda, nel fronte di guerra su cui è schierata, a lei non spetta il ruolo di generalissima ma quello ben più modesto di badante.

Messa lì per nascondere le incontinenze dei suoi alleati interni e cambiare il pannolone ai suoi amici esterni.

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19/02/2023

Quali sono le forze che ostacolano la pace e spingono per la guerra?

Alla Conferenza per la Sicurezza che si conclude oggi a Monaco abbiamo potuto ascoltare linguaggi e messaggi ben diversi tra loro sulla prospettiva di pace o di guerra in Europa.

“Ci sono forze che non vogliono che ci siano colloqui di pace per risolvere la crisi ucraina” ha affermato il diplomatico cinese Wang Yi, direttore della Commissione centrale per gli Affari esteri del Partito comunista cinese e membro del Politburo, intervenendo alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

“Siamo profondamente preoccupati per la crisi prolungata in Ucraina”, ha detto Wang, chiarendo che Pechino è contraria a “cogliere vantaggi da questa crisi” ed è impegnata a “cercare di facilitare il dialogo” tra Russia e Ucraina.

“Nel secondo giorno dopo l’inizio della crisi, il 26 febbraio, il presidente Xi Jinping suggerì che Russia e Ucraina si sedessero e si parlassero per trovare una soluzione politica alla crisi”, ha ricordato Wang, che allora era ministro degli Esteri.

“In Bielorussia e in Turchia ci furono diversi cicli di colloqui di pace. Noi vedemmo un testo cornice per una risoluzione di pace. Ma fu fermato, non sappiamo perché. Il processo fu bloccato”, ha accusato il diplomatico e ha aggiunto: “Alcune forze non vogliono che i colloqui di pace si materializzino. Non si curano della vita e della morte degli ucraini, degli effetti sull’Europa e potrebbero avere obiettivi strategici più ampi della stessa Ucraina”.

E infine la promessa di una iniziativa a brevissimo termine. "Presenteremo una proposta con la posizione cinese per la soluzione politica della crisi ucraina", ha detto Wang Yi.

Assai diverso il linguaggio parlato dal segretario della Nato: “Noi dobbiamo dare all’Ucraina ciò di cui ha bisogno per vincere”, ha detto Jens Stoltenberg nel suo intervento alla conferenza per la sicurezza di Monaco.

Stoltenberg ha anche affermato che: “Qualcuno teme che il nostro supporto all’Ucraina possa portare a una escalation, ma voglio essere chiaro: non ci sono possibilità senza rischi ma l’opzione peggiore è che Putin vinca, perché se lo fa darà il messaggio agli altri regimi autoritari che si può prevalere con la forza”.

Con la Russia, ha spiegato il segretario generale della Nato, l’Europa ha creato legami di dipendenza energetica. “La dipendenza dal gas russo ha reso l’Europa vulnerabile”, ha detto il segretario generale. “Non dovremmo commettere con la Cina e altri regimi autoritari lo stesso errore fatto con la Russia”.

Infine, anche la presidente della Commissione europea von der Leyen ha riaffermato la linea guerrafondaia: “Dobbiamo fare pressione e continuare il massiccio sostegno militare che è necessario per fare fallire il piano imperialistico di Putin e permettere all’Ucraina di vincere”.

E poi non potevano mancare le parole del leader della “Iena d’Europa”, (la Polonia), il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki secondo cui “La Polonia è pronta a sostenere l’Ucraina inviando i suoi MiG-29“. “Oggi possiamo parlare di trasferire i nostri MiG come parte di una coalizione più ampia e siamo pronti per questo. La Polonia può solo far parte di una coalizione molto più ampia qui, una coalizione con gli Stati Uniti come leader”, ha detto il premier polacco.

Lontano dalla Conferenza dei piazzisti della guerra in corso a Monaco, il capo di Forza Italia, Berlusconi, ha replicato alle dichiarazioni del segretario del Partito Popolare Europeo, il tedesco Weber, anche lui schierato per l’intervento militare a sostegno dell’Ucraina: “Con il mondo sull’orlo di una guerra nucleare tra Russia e i Paesi della Nato – scrive Berlusconi – io vengo criticato perché sto chiedendo che insieme ai sostegni per l’Ucraina, da sempre condivisi e votati da Forza Italia, si apra immediatamente un tavolo per arrivare alla pace. Questo è un dovere per un partito come il Ppe”.

E sempre in Italia è stato reso noto il risultato dell’ultimo sondaggio su cosa pensa la popolazione italiana dell’invio di armi in Ucraina. Ancora una volta la maggioranza – il 52% – è contrario. Esattamente l’opposto di quanto ha votato il Parlamento e di quanto sostiene il Partito Trasversale della Guerra che tiene insieme neofascisti di FdI, PD e la banda Calenda-Renzi.

Contro la guerra è stata convocata per sabato 25 febbraio una manifestazione nazionale a Genova. Lo stesso giorno si manifesterà anche a Berlino. Chi è per la pace e contro l’escalation di guerra starà lì.

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14/02/2023

Sulla guerra in Ucraina Berlusconi dice quello che il paese pensa

“Parlare con Zelensky? Se fossi stato il presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché stiamo assistendo alla devastazione del suo paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili. Bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe accaduto, quindi giudico, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”.

Le parole di Berlusconi all’uscita dai seggi elettorali, sono piovute come una pietra sull’imbalsamato e compulsivo dibattito politico in Italia sulla guerra in Ucraina.

A pochi giorni dall’incontro, a Bruxelles, tra la premier Meloni e il presidente ucraino, il Cavaliere avanza una chiave di lettura e una via d’uscita completamente diversa da quella fin qui indicata dal “Partito trasversale della guerra”.

Secondo Berlusconi nel conflitto russo-ucraino “per arrivare alla pace penserei che il presidente americano dovrebbe prendersi Zelensky e dirgli che è a sua disposizione dopo la fine della guerra con un piano Marshall per ricostruire l’Ucraina. Un piano Marshall dai 6 ai 9mila miliardi di dollari, a una condizione: che tu (Zelensky, ndr) domani ordini il cessate il fuoco, anche perché noi da domani non vi daremo più dollari e non ti daremo più armi. Soltanto una cosa del genere potrebbe convincere questo signore ad arrivare a un cessate il fuoco”.

Di fronte a queste dichiarazioni che hanno circolato abbondantemente in tutta la sonnecchiosa domenica elettorale, i primi a imbizzarrirsi sono stati i guerrafondai del Pd e della banda Calenda & Co.

La presidente dei senatori democratici, Simona Malpezzi, si è rivolta alla Meloni chiedendole se è d’accordo con le parole pronunciate da Berlusconi sulla guerra in Ucraina. Poi è arrivato anche Carlo Calenda secondo cui “Berlusconi ricomincia con i suoi vaneggiamenti putiniani, in totale contrasto con Ue, il governo di cui fa parte e il ministro degli Esteri che è anche espressione del suo partito. Pessimo“.

A metterci una pezza ci ha privato il ministro degli Esteri Tajani il quale ha ribadito che: “Forza Italia è da sempre schierata a favore dell’indipendenza dell’Ucraina, dalla parte dell’Europa, della NATO e dell’Occidente. In tutte le sedi – assicura Antonio Tajani – continueremo a votare con i nostri alleati di governo rispettando il nostro programma”. Diversamente da Tajani che nel governo è ministro e vicepresidente, i capogruppo di Forza Italia alla Camera e al Senato hanno sostenuto le dichiarazioni del loro Berlusconi. M5s e Lega invece hanno preferito non commentare. Un silenzio che non è rimasto inosservato.

Ma perché Berlusconi – ed è la terza volta – è intervenuto così apertamente contro la guerra in Ucraina e lo stesso Zelenski? Tra l’altro affermando alcune verità sugli accordi di Minsk sabotati da Kiev e dall’Occidente ribadite poi anche dalla Merkel.

Se è noto il feeling con Putin da parte di Berlusconi, occorre ammettere, diversamente dal resto del ceto politico di destra o del Pd, che il Cavaliere ha dimostrato e dimostra di conoscere meglio degli altri il senso comune prevalente nel paese, anche verso la guerra in Ucraina in cui i governi Draghi e Meloni ci hanno trascinato da un anno.

Tutti i sondaggi, con una straordinaria continuità da un anno a questa parte, confermano che la maggioranza della popolazione non vuole che l’Italia sia coinvolta nella guerra, non vuole che l’Italia invii armi all’Ucraina e vuole invece che si persegua la strada del negoziato, anche contro il parere di Zelenski.

Il Cavaliere si vede che i sondaggi li legge ed è più scaltro degli altri nell’adeguarsi al sentiment della società. Una spina in più sul terreno del governo ma anche l’occasione, dopo un anno, per invertire la corsa all’escalation militare in cui l’esecutivo sta trascinando il paese.

Anche per questo il 25 febbraio saremo in piazza contro a Genova per la manifestazione nazionale chiamata dai portuali che alla guerra si sono opposti concretamente.

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20/10/2022

Berlusconi c’è o ci fa?

È raccapricciante pensare che 60 milioni di persone siano nelle mani di un personale politico come quello oggi a disposizione. Verrebbe da gridare “aridatece De Michelis e Cirino Pomicino”...

Non c’è osservatore politico dotato di senno che non abbia notato come nel bailamme “politico” di questi giorni di tutto si parli meno che delle questioni fondamentali:

a) la guerra cui stiamo partecipando sotto gli ordini della Nato, foraggiando ed armando una junta di estrema destra (con parte delle truppe dichiaratamente naziste);

b) una crisi energetica gonfiata non solo dalla guerra ma anche dalle sanzioni volute dagli Usa, che stanno provocando un aumento spaventoso delle bollette e dei costi di produzione, annunciando dunque un ulteriore esplosione dell’inflazione mentre i salari restano inchiodati ai valori di 30 anni fa;

c) una crisi economica che si innesta su un pluridecennale processo di deindustrializzazione del Paese, favorita dalle politiche di austerità decise dall’Unione Europea (a favore delle economie che si dicono “frugali”, con in testa Germania e Olanda) e dalla vigliaccheria imprenditoriale dei “nostri” industriali, che hanno preferito non investire un soldo nell’innovazione, preferendo “competere” comprimendo i salari fino alla fame.

Su questi temi anche il (forse) futuro governo a guida postfascista promette e giura di muoversi nel solco dell’”agenda Draghi”. Dunque nessuna variazione in politica estera (obbedienza cieca alla Nato) e nelle politiche economiche (applicazione rigida del Pnrr e delle direttive europee).

Ma, allora, su quali temi si sta svolgendo la rissa politica dentro e fuori il Parlamento?

Davvero si può pensare che stiamo tutti appesi ai problemi giudiziari di Berlusconi, alle paturnie integraliste-cattoliche di un Fontana o alle “contumelie” ricevute (in Parlamento e nelle piazze) dal neopresidente del Senato?

Certo, come ricordiamo spesso, il fatto che “il cuore” della decisione politica – guerra, crisi economica e sociale – sia stato delegato a organismi e poteri sovranazionali riduce al minimo la materia del contendere. I vari “comitati d’affari” sono obbligati ad accapigliarsi sulle “cosette interne”, sulle poltrone da cui comunque si può spremere potere clientelare e arricchimento personale, accontentando gruppi industriali o finanziari “di riferimento”.

Tutte cose necessariamente meno “ricche” che in passato, ma comunque molto interessanti per i vecchi marpioni o i nuovi squaletti di Palazzo.

In questo guazzabuglio è ancora una volta emersa con forza – per debolezza generale – la figura di Berlusconi, nonostante l’età, i barcollamenti, le amnesie, ecc. Si sprecano le analisi “psicologiche” (non riesce ad accettare di non essere lui a dare le carte, stavolta), quelle strumentali (un ministro della giustizia che gli eviti un’altra condanna ed elimini la “legge Severino”), quelle cliniche (è fuori di senno).

Non frequentando Arcore o la villa sull’Appia Antica, preferiamo attenerci all’analisi politica. E quindi ci siamo dovuti porre la domanda: “com’è possibile che stia picconando il governo di cui farà parte prima ancora che si formi?”.

Le risposte, detto alla romana, sono “c’è, o ci fa?” (sottinteso: il matto).

Le analisi ad personam accennate prima ovviamente tendono ovviamente per la prima ipotesi. Ma in quel caso il problema è facilmente risolvibile, anche se può essere complicato trovare un medico disposto a firmare un Tso...

Se invece ci fa, allora il quadro si fa decisamente più intrigante.

In questo caso giova ricordare che Berlusconi ha portato Forza Italia nel Partito Popolare Europeo, insieme ai democristiani tedeschi e di mezza Europa. Il fronte che in realtà governa il Vecchio Continente (in sempre precaria coabitazione con ex socialdemocratici e liberali), e che guarda con qualche preoccupazione la nuova conformazione politica che dovrebbe assumere l’Italia.

Preoccupazioni certamente esagerate ad arte, perché la UE – come ha ricordato anche Ursula von der Leyen – “dispone degli strumenti” per ricondurre qualsiasi governo alle proprie direttive (chiedere ad Alexis Tsipras o a Conte-Salvini). Ma comunque utili a mantenere il “guinzaglio stretto” su un gruppo di politicanti che si affaccia per la prima volta nelle stanze del potere nazionale in posizione dominante.

Giorgia Meloni e lo stesso Ignazio La Russa avevano già ricoperto ruoli di governo, ma “sotto Berlusconi”, in posizione decisamente subordinata. Oggi si sentono ovviamente “padroni di casa”...

“Padroni” in grado di decidere ben poco, certo. Ma anche quel poco deve essere gestito in modo da non provocare turbolenze dannose mentre c’è un’escalation bellica e i termosifoni attendono di essere accesi tra aumenti folli e razionamenti promessi.

Sarà una sfortunata coincidenza, ma ad ogni “mattata” del Caimano – specie quelle su Putin e dintorni – spingono i postfascisti e i leghisti ad accentuare le proprie professioni di fede euro-atlantica...

Insomma, se Berlusconi “ci fa” la cosa ha un senso. E l’ombra dell’ennesimo “governo di salvezza nazionale”, dopo qualche mese di baldoria, torna a farsi pressante.

Cosa c’entra tutto questo con la vita della nostra gente? Nulla, certo. Per questo ci ascolteranno solo se cominciamo a scendere in piazza e gridare forte. Ma molto forte, “alla francese”...

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14/06/2022

L’astensionismo affonda i referendum. Alle comunali vota la metà degli elettori. Oggi i risultati

L’affluenza per i 5 referendum sulla giustizia si è fermata al 20,95 per cento ben lontano dal quorum richiesto (50 per cento + 1). Secondo il sito del Viminale questi sono i dati definitivi sull’affluenza (7.903 Comuni su 7.903) riferiti alle 23 di ieri sera.

L’ultimo referendum abrogativo, quello contro le trivellazioni, era stato ad aprile 2016 ed ebbe una affluenza del 23,54% alle 19, e si era poi attestato al 33% alla chiusura delle urne.

Completamente diversi invece i risultati del referendum costituzionale voluto da Renzi a dicembre 2016. Lì, nonostante non fosse necessario il raggiungimento del quorum, l’affluenza era stata alta (68,48 per cento) dimostrando che la chiamata ai seggi è stata fin dall’inizio un referendum di fatto pro o contro l’esecutivo, era stato capace di mobilitare tutta la popolazione. Il No alla riforma controcostituzionale di Renzi vinse con il 59,5 per cento dei voti contro il 40,4%.

Il silenzio elettorale ieri era stato rotto da Berlusconi (sostenitore del Si al referendum) che era tornato ad attaccare i magistrati e la “giustizia politicizzata” con toni duri, parlando fuori dal seggio dove ha votato nel centro di Milano. Oggetto della rabbia del leader di Forza Italia sul tema della giustizia sono i fatti di Palermo dove, a pochi giorni dal voto, sono stati arrestati due candidati, uno di Fratelli d’Italia e uno di Forza Italia, con l’accusa di scambio elettorale politico mafioso. “Questi arresti di candidati un giorno o due prima delle elezioni, potevano anche aspettare due giorni dopo – ha osservato Berlusconi –. Questa è sempre la storia della giustizia politicizzata che non è morta”. Insomma il Cavaliere è tornato a insistere sui suoi soliti cavalli di battaglia dando la cifra del significato con cui la destra ha cercato di strumentalizzare i referendum sulla giustizia promossi da nove consigli regionali di centro-destra e non una raccolta di firme nelle strade.

Il “garantismo di scopo” della destra era fin troppo evidente, così come la velleità di sottoporre a referendum quesiti su una materia complessa come la giustizia in cui convivevano questioni serie e richieste strumentali.

Elezioni comunali

Più alta è stata invece l’affluenza nelle città dove c’erano in contemporanea le elezioni comunali che è stata del 54,72%, ma anche qui si registra un calo rispetto a quelle precedenti. Una conferma che l’astensionismo si va ormai consolidando anche nel caso di quelle “elezioni di prossimità” che storicamente vedevano una partecipazione più alta.

Oggi alle 14 inizia lo spoglio delle schede per le elezioni comunali. Gli exit poll danno Genova, Palermo e L’Aquila al centrodestra. Al ballottaggio vanno invece Parma, Verona e Catanzaro con il centrosinistra in testa nelle prime due città. Sulle assenze di un centinaio di presidenti di seggio a Palermo, la Procura sta valutando i reati di interruzione di pubblico servizio e rifiuto di atti d’ufficio.

Sempre a Palermo l’attacco di gruppo hacker al sito del Comune, ha riversato decine e decine di file contenenti dati sensibili. “È stata pubblicata la prima parte delle informazioni gentilmente condivise con voi dai rappresentanti di questa società. Ce ne saranno altre domani”, ha scritto il gruppo hacker Vice Society nella giornata di ieri, annunciando la pubblicazione di altre informazioni.

Secondo l’Ansa nella lunga lista rilasciata dagli hacker c’è un po’ di tutto: relazioni su riscossioni di imposte e tasse, lavorazioni degli stipendi, accrediti al servizio di tesoreria del Comune di multe pagate dai cittadini con nomi e cognomi, ingiunzioni di pagamento, anche in questo caso, con i riferimenti anagrafici dei coinvolti, documenti d’identità di dipendenti Sispi, elenchi del personale coi numeri di telefono segnati accanto. Ma ci sono ancora note interne del comando della polizia municipale, verbali su riunioni di servizio, schede di valutazione di ausiliari dell’Amat e anche l’elenco telefonico del comando della polizia municipale. Su Twitter c’è chi ha pubblicato alcuni screenshot coi nomi dei file sottratti dalla rete di Palazzo delle Aquile.

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17/02/2022

Il costituzionalista più Amato da Berlusconi

Sinceramente me l’aspettavo, ma non per questo sono meno indignato.

Mi aspettavo che la Corte Costituzionale presieduta da Giuliano Amato affondasse i due referendum, che avrebbero fatto avanzare i diritti delle persone e la civiltà del paese.

L’eutanasia legale avrebbe tolto al dominio dei soldi e del clericalismo il diritto ad una morte dignitosa, quando la malattia devasta e rende impossibile la vita.

La cannabis legale avrebbe riconosciuto una libertà già esistente in tanti paesi e tolto affari alle mafie.

Invece la Corte ha fatto proprie le peggiori obiezioni reazionarie e sanfediste. Il referendum sull’eutanasia avrebbe legalizzato l’omicidio, quello sulla cannabis avrebbe fatto dell’Italia una sorta di cartello di Medellin aperto a tutte le droghe.

C’è davvero da stupirsi per argomentazioni così ottuse e rozze, presentate alla stampa da colui che era chiamato il Dottor Sottile quando era il principale consigliere di Craxi (che poi abbandonò quando perse il potere).

Invece sui referendum sulla giustizia, che in realtà riguardano il controllo ed i privilegi dei politici rispetto alla magistratura, la Corte è stata di manica larghissima, ne ha approvati cinque su sei. Guarda caso l’unico bocciato è quello sulla responsabilità civile dei giudici, che pur in modo distorto avrebbe anche riguardato i cittadini normali. Poi restano tutti i quesiti che sono alla base del contenzioso tra politici e giudici; e prima di tutto quello sull’abolizione di quella parte delle legge Severino che impedì al condannato per frode fiscale Silvio Berlusconi di candidarsi alle elezioni.

Dunque, grazie al lavoro di demolizione della Corte Costituzionale, i cittadini dovrebbero recarsi alle urne per dare una soddisfazione morale a Berlusconi e per permettere a qualche altro pregiudicato della casta di candidarsi nel 2023.

Non succederà, a questo punto andranno a votare solo i militanti del centrodestra, litigando tra loro, ed il quorum non ci sarà. Ma forse neppure i referendum ci saranno, perché nel frattempo il solerte Draghi, già all’opera sulla materia, porterà a termine le “riforme” sulla giustizia.

Così il referendum, che era stato negli anni '70 un potente mezzo di cambiamento nelle mani dei cittadini e che sembrava di nuovo in grado di promuovere diritti e democrazia, si riduce a strumento dei giochi di palazzo tra le correnti del potere.

Soluzione perfetta per Giuliano Amato, il costituzionalista preferito da Berlusconi, uomo del palazzo della prima repubblica che continua la sua opera anche in quella attuale.

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24/01/2022

Il domino del Colle

Il trasloco di Mario Draghi al Quirinale si complica, ma non è affatto impossibile. Anzi: i veti del centrodestra e dei 5 Stelle sembrano poco convinti, e alla fine la strada che porta al Presidente del Consiglio potrebbe essere l’unica praticabile, se non altro per mancanza di alternative.

Il no più esplicito a Draghi arriva da Silvio Berlusconi e, paradossalmente, è inserito nella nota con cui l’ex Premier ritira la candidatura al Colle più farsesca della storia repubblicana. “Ho verificato l’esistenza di numeri sufficienti per l’elezione”, fa sapere con la solita modestia l’ex Cavaliere, aggiungendo però di farsi da parte per evitare che sul suo nome “si consumino polemiche o lacerazioni che non trovano giustificazioni e che oggi la Nazione non può permettersi”. Fin qui il comunicato sembra spianare la strada a Draghi, ma poi arriva la stoccata: “Considero necessario che il governo completi la sua opera sino alla fine della legislatura per dare attuazione al PNRR, proseguendo il processo riformatore indispensabile che riguarda il fisco, la giustizia, la burocrazia”.

Su questo punto, i (semi)alleati di Fratelli d’Italia sono costretti a prendere le distanze: “Non auspichiamo in alcun modo che la legislatura continui”, scrive in tono lapalissiano l’unico partito d’opposizione. E infatti i meloniani prima bocciano Draghi, poi ci ripensano e dicono che “non esiste alcun veto” sul premier. Chi l’avrebbe mai detto, eh?

A completare il panorama frastagliato del centrodestra ci pensa Matteo Salvini, che afferma di lavorare su “una rosa di nomi di alto profilo” in grado di convincere anche il centrosinistra. Ora, sorvolando sull’assurdità di questa frase in bocca al dj mezzo nudo del Papeete, il problema è capire chi mai possa rientrare nella rosa salviniana. La lista dei nomi possibili comprende Maria Elisabetta Casellati, Letizia Moratti, Marcello Pera, Franco Frattini e Gianni Letta.

Sull’altezza di suddetti profili ci sarebbe da discutere, ma non serve. A fare tabula rasa di questi personaggi è ancora Silvio Berlusconi: “Al centrodestra spetta l’onere della proposta - continua l’ex Premier nella stessa nota di prima - Serve una figura capace di rappresentare con autorevolezza la nazione nel mondo e di garantire il nostro Paese sullo scenario internazionale”. Ora, tutto si può dire di Casellati & Co, tranne che godano di grande prestigio all’estero.

Con un esercizio di fantasia notevole, qualcuno identifica in Pier Ferdinando Casini la figura giusta per arrivare a una mediazione. Nelle fila di Forza Italia c’è addirittura chi parla di un accordo già pronto fra Lega e M5S sull’ex leader dell’UDC. Fonti del Carroccio smentiscono, ricordando che il soggetto in questione è stato eletto in Senato con i voti del centrosinistra. Ma come dimenticare la lunghissima storia d’amore fra Casini e Berlusconi, durata dal 1993 al 2008?

Vista la destrezza con cui infila i piedi in tutte le scarpe dell’arco costituzionale, non è detto che alla fine Casini non torni buono per la presidenza del Consiglio. Da un po’ di tempo, però, i nomi che circolano con più insistenza per Palazzo Chigi sono quelli di Marta Cartabia (emanazione draghiana) e di Paolo Gentiloni (alfiere di Bruxelles e quindi possibile fulcro di un governo del Recovery Fund).

Il presupposto di queste soluzioni, naturalmente, è che alla fine Draghi coroni il sogno quirinalizio. Difficile che ci riesca nelle prime tre votazioni, quando è richiesta una maggioranza pari a due terzi dei grandi elettori. Dalla quarta chiama, però, basterà la maggioranza assoluta, e allora molte resistenze potrebbero ammorbidirsi. A cominciare da quella di Salvini, che secondo alcuni farebbe il difficile solo per alzare la posta, con l’obiettivo di ottenere il Viminale o il ministero della Difesa. Peraltro, in un eventuale rimpasto, si potrebbero liberare anche le poltrone di ministri tecnici come Vittorio Colao, Enrico Giovannini e Roberto Cingolani. Tre posizioni che, nei prossimi mesi, permetteranno di gestire un diluvio di soldi in arrivo dall’Europa.

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Berlusconi ormai patetico, la prospettiva di Draghi

Il campione “dell’italianità” (in verità annacquato in questi anni dal rapporto con la Merkel) e dell’inesistente centrodestra ha prodotto l’ennesima brutta figura, provando a fare di nuovo la “mossa del cavallo” con l’autocandidatura alla presidenza della repubblica che, però, non ha funzionato.

D’altra parte l’ultima volta che ha funzionato veramente è stato solo nel 1994, quando l’imprenditore prese in contropiede tutto il mondo politico italiano dell’epoca.

Questa nuova cantonata di Berlusconi non va ridotta solo all’esigenza di rompere ed invertire una parabola discendente, che per lui oggi è palesemente irreversibile, perché in questo passaggio è riuscito a trascinare sia la Lega che FdI che rappresentano, almeno in teoria, circa il 40% dell’elettorato.

Questo dato nei sondaggi e l’affermazione di un irrazionalismo di massa che si è manifestato sulla vicenda dei “No Vax”, amplificato ad arte dai mass media, ci dice che una larga parte della popolazione italiana vive un rifiuto aprioristico, in gran parte giustificato, verso quelle che sono le istituzioni ed il quadro politico attuale.

Su questo sentimento di “pancia” il centrodestra ha pensato che c’erano le condizioni per cavalcare la tigre e per ricostruire la propria unità candidando Berlusconi, pur sapendo quanto la scommessa fosse rischiosa, e questo si è visto anche dagli atteggiamenti ondivaghi di Salvini e della Meloni. In realtà la rendita di posizione che la destra ha indubbiamente sul piano sociale non riesce a trasferirsi sul piano politico e istituzionale.

Infatti questa destra, abbandonata in questa occasione anche dal killer professionista Renzi, ha due contraddizioni che le impediscono di affermarsi.

La prima è politica. Ovvero, la sua articolazione sociale è ampia e va dai ceti produttivi della piccola e media industria, che fanno riferimento alla Lega, alla piccola borghesia, a settori popolari e di malessere “metropolitano” in particolare al sud, che votano soprattutto la Meloni. Tale divaricazione nella rappresentanza sociale e politica impedisce una ricomposizione e innesta una competizione elettorale che ha minato il tentativo di ricomposizione berlusconiano.

L’altra contraddizione è strutturale e più seria. Ovvero il centrodestra e la stessa destra, in senso stretto, hanno al loro interno posizioni divergenti sul rapporto da tenere con l’Unione Europea; frattura strategica questa che passa dentro la Lega e che spiega la contraddittorietà delle contorsioni salviniane.

Nelle settimane scorse i portavoce dell’antiberlusconismo, dalla Repubblica al Fatto Quotidiano fino al Manifesto, stavano già scaldando i motori per riprendere la litanìa antiberlusconiana che ha sempre preparato le svolte a destra della cosiddetta “sinistra”.

Qualcuno lo ha fatto per calcolo politico, altri per una visione distorta delle dinamiche politico-istituzionali, ma certo quello che si stava per mettere in moto è la solita coazione a ripetere. Coazione funzionale a compattare contro un nemico esterno e per preparare l’elettorato del centrosinistra a ingoiare un ulteriore numero indefinito di rospi, come invitò a fare lo stesso Manifesto in altri tempi.

Dunque, dopo la sceneggiata dell’allegra compagnia del centrodestra, torna al centro la candidatura “seria” di Mario Draghi. Ma anche in questo caso bisogna leggere i sommovimenti che preludono alle scelte che verranno fatte, e che spesso non sono visibili, anche per la cortina fumogena che alza la stampa mainstream.

Il primo e più rilevante di questi è indubbiamente l’intoccabile tutela degli interessi e dei parametri della UE. Forse è sfuggita ai più la dichiarazione che ha fatto il Commissario francese UE Breton il 13 gennaio scorso: “dopo l’Europa della democrazia e l’Europa del mercato, apriamo ora la strada a un’Europa del potere”. Parlare perciò di presidenza della Repubblica, di governo Draghi, di nuovo governo o di elezioni anticipate significa capire in primo luogo il contesto in cui questi “fenomeni” avvengono.

Sembrerebbe, perciò, che ora l’ascesa al Quirinale di Draghi sia inarrestabile. Ma c’è un “Ma”!

Infatti a questo punto si pone il problema, da tutti rilevato, della tenuta di un nuovo governo e del rischio di elezioni anticipate, che farebbero saltare l’equilibrio politico raggiunto con la UE ed i vantaggi avuti con il PNRR. Su questo Berlusconi è stato chiaro: “Draghi deve rimanere al governo per salvare la stabilità e la patria”.

Qui di nuovo si insinua la debolezza della Rappresentanza Politica in un paese in cui la disgregazione sociale si è accentuata grazie alle politiche attuate da tutte i partiti nella cosiddetta Seconda Repubblica.

Detto in termini pratici: avere Draghi presidente della Repubblica e fare un governo diretto da una personalità diversa probabilmente, segnerebbe il “liberi tutti” e l’occasione di rivincita delle varie forze di centrodestra, uscite scornate da quest’ultimo giro di valzer, per andare alle elezioni e per affrettarsi ad accaparrare più voti possibili sperando di fare un loro governo, coscienti di essere le forze più rappresentative nella società italiana.

Quella cui si sta andando incontro è perciò una contraddizione apparentemente insanabile in cui il centrodestra, uscito politicamente sconfitto, potrebbe rompere i giochi e tentare di risalire la china con un effetto domino che si ripercuoterebbe anche a livelli della UE.

Poiché sappiamo che le vie del signore sono infinite, c’è un altro scenario da prendere in considerazione e che non farebbe saltare i giochi fatti finora. L’opposizione a Draghi presidente non viene solo da Berlusconi, anche se qualcuno pensava che nel ritiro avrebbe rilanciato Draghi, ma anche da una parte del M5S e forse anche di una parte del PD.

Da alcuni giorni si parla su diversi versanti di “rosa dei candidati super partes”, di candidature femminili ed altre possibili soluzioni... Insomma di soggetti diversi da Draghi, che dovrebbe perciò continuare a fare il presidente del consiglio per garantire la governabilità, ma anche per il banale “tirare a campare” da parte dei parlamentari fino al 2023, interessati a portare a termine la “propria” legislatura, con i conseguenti benefici.

Insomma, la soluzione che si può intravvedere è quella dell’elezione di un “Re Travicello” che faccia contenti tutti e Draghi che continua fino a fine legislatura, magari con la prospettiva di tornare al suo “naturale” ruolo continentale nel ’24 con l’elezione del nuovo presidente della Commissione Europea.

Non è una previsione, non siamo in grado di farne, ma è una possibilità.

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