Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/05/2024

Siamo tutti Mike Bongiorno

C’è un saggio sociologico-ermeneutico (gli amici e i compagni più vintage e avveduti lo ricorderanno) del 1961, scritto da Umberto Eco, che s’intitolava “Fenomenologia di Mike Bongiorno”.

In quello scritto Eco, con non poca arroganza intellettuale ma con altrettanta spietatezza veritiera, delineava un ritratto del personaggio televisivo Mike Bongiorno, analizzandone le ragioni del successo nel contesto economico, politico e culturale dell’Italia del boom.

Rileggendone alcuni passi, tuttavia non si può fare a meno di riflettere su quanto quell’impietosa indagine semiotico-culturale non solo fosse adiacente alle declinazioni dell’incipiente società dei consumi mediatico-televisivi italiani, ma tratteggiasse in realtà – con ben più ampia visione rispetto alla postura morale, ideologica, intellettuale degli italiani stessi – l’essenza di un popolo votato sinceramente alla mediocrità e al conformismo.

Quella mediocrità e quel conformismo che oggi risplendono in tutta la loro fulgidezza e che fanno degli abitanti le sponde della serva Italia imbordellata un conglomerato di passivi telespettatori soggiogati dal mercato e senza coscienza alcuna.

Pavidi fedeli della più seducente delle religioni. L’ottusità.

Non è un caso, d’altronde, che il sovrano degli imbonitori – quello scaltro figlio di una Milano putrida che rispondeva al nome di Silvio Berlusconi, grazie al quale il processo di rincoglionimento italico è stato finalmente compiuto – abbia fatto di Bongiorno il Vicepresidente di Mediaset.

Di seguito dunque alcuni stralci dalla “Fenomenologia di Mike” che ben esemplificano la linea di continuità involutiva dei “discendenti della romanità”, giunta oggi a vette indicibili.

E grazie alla quale possiamo gridare, fieri e impettiti: “Presente. Siamo tutti Mike Bongiorno!”

Scrive Eco:

«Il successo di questo personaggio è la sua mediocrità assoluta, grazie alla quale lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti».

E ancora: «Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti».

Proseguendo: «[…] Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rappresenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato, essa rappresenta un traguardo. […] Invece, nel campo dei fenomeni qualitativi, il livellamento alla media corrisponde al livellamento a zero. Un uomo che possieda tutte le virtù morali e intellettuali in grado medio si trova immediatamente a un livello minimale di evoluzione. La medietà aristotelica è equilibrio nell’esercizio delle proprie passioni, retto dalla virtù discernitrice della prudenza; mentre nutrire passioni in grado medio e aver una media prudenza significa essere un povero campione di umanità».

Per concludere: «[...] In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provocazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l’uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta elevando la gaffe a dignità di figura retorica, nell’ambito di una etichetta omologata dall’ente trasmittente e dalla nazione in ascolto».

Feroce, lapidario, impietoso specchio dell’italica mediocrità culturale!

Fonte

11/05/2016

Fenomenologia di Maria Elena Boschi

A cinquantacinque anni dalla celebre Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco, maturano i tempi per una Fenomenologia di Maria Elena Boschi. Magari in modo che non venga accolta come l’originale: come una sorta di pietra miliare dell’accusa di arroganza intellettuale contro il sapere comune. Del resto l’accusa di arroganza, oggetto contundente usato alla meglio nei confronti della critica, è l’ultima arma di chi vuol sottrarsi all’analisi dei propri comportamenti. Questa accusa è stata infatti rispolverata da Matteo Renzi, il mentore politico del ministro Boschi, nei confronti di tutto il sapere giuridico che ha messo a critica la sua riforma costituzionale low cost–low concept. Infatti, si sa, Renzi ama sfuggire ai giudizi articolati. L’epiteto di “parrucconi”, verso i giuscostituzionalisti, che tra l’altro credevamo scomparso dalla fine degli anni ’60, se può essere quindi usato da Renzi figuriamoci dalla ministro Boschi. Il punto è che il ministro Maria Elena, oltre a promuovere le “riforme”, si adatta già benissimo ad una delle considerazioni che Eco faceva sulla tv dei primi quiz e che torna comoda anche nella politica: siamo in una situazione in cui è l’annunciatrice la vera star piuttosto che la persona annunciata o lo spettacolo stesso. Ci si faccia, infatti, caso: grazie ad una comunicazione a reti unificate, che insiste sul primato della comunicazione di governo, lo spettacolo è Boschi che annuncia una polemica, un personaggio, un passaggio parlamentare. Non vi è mai un rapporto rovesciato.

Certo si dirà: il processo dove oggetto e contenuto scompaiono in tv, a favore del primato dell’annunciatrice è patriarcale, prepolitico e prefemminista prima, con Mike Bongiorno, e patriarcale, postpolitco e postfemminista poi con Berlusconi (un tempo socio di Mike Bongiorno, tra l’altro). Renzi e il suo casting semmai vengono dopo. Non è propriamente così. Nella Boschi, come in tutto il renzismo, scompaiono i tratti sovraordinari dei personaggi televisivi. Vince, come nella Fenomenologia di Mike Bongiorno, l’ordinario ed è quello che fa spettacolo. L’ordinario di una Italia graziosa, ordinata, sveglia e compita che la Boschi interpreta come annunciatrice, quindi personaggio tra i principali, del renzismo (malattia senile, e provinciale, del liberalismo ma qui si andrebbe lontani). Il confronto tra la Boschi e la Carfagna, sul ruolo di annunciatrice protagonista dello spettacolo del politico, è infatti pienamente della prima, mentre alla seconda tocca solo quello del modello tutto da sgrezzare. Alla sua nomina da ministro Mara Carfagna aveva tutto un passato da arrivista della politica il cui percorso, dalla lap-dance ai vertici di Forza Italia, ne impediva l’identificazione come beata angelica dei percorsi istituzionali. Identificazione invece pienamente riuscita con la Boschi la quale non è però beata angelica perché santa ma perché graziosa, ordinata, sveglia e compita. Un modello, prefemminista e da epoca Mike, che ha ancora efficacia comunicativa, presa popolare – presso l’elettorato anziano e chi giovane si rispecchia, oggi, in questa tipologia – che rende possibile il pieno funzionamento di Maria Elena Boschi nel personaggio (sovrano) dell’annunciatrice.

Maria Elena Boschi, come il Mike Bongiorno di Eco, accetta tutti i miti della società e tutte le convenzioni sociali. Rispetta tutti per poter parlare con una semplicità che non deve apparire banalità. Ma come un qualcosa che sta al di sopra delle parti, con serenità olimpica e sovrana. Ed è a quel punto che tutta la banalità del linguaggio della Boschi – sempre educato, rispettoso e civile – rivela la sua forza velenosa. Quella che le permette di emettere sentenze, cortesi quanto condensate al curaro, contro gli avversari politici. Cuperlo? Ha il diritto di fare quello che vuole (cortesia) ma sta votando come Casa Pound (curaro). Le riforme? Le abbiamo discusse tutti assieme (cortesia) e adesso chi è contrario blocca il paese (curaro). Il sindaco di Livorno? Ha il diritto di comportarsi come vuole (cortesia) ma se fosse stato un sindaco Pd i 5 stelle per lui avrebbero chiesto le dimissioni (curaro). Le nuove leggi sulle intercettazioni? Nessuno vuole bloccare la magistratura (cortesia) ma servono leggi migliori (curaro, del genere sottile). Si potrebbe proseguire fino all’infinito, o partire dal giorno della nomina della Boschi, o mettere in campo le categorie della retorica per analizzare meglio le modalità di argomentazione del ministro delle riforme. E’ forse però meglio ricordare che, in questo modo di argomentare, la Boschi è degna figlia di un bancario: svolge una serie di partite doppie (mettendo sempre in ogni precisa voce quanto dovuto) per saldare sempre positivamente il bilancio a proprio favore. Il saldo consiste nelle quote di veleno da distribuire agli avversari, spettacolarizzate dai media, che la esaltano nel ruolo di annunciatrice. Certo, per i risparmiatori di Banca Etruria non c’è stata né cortesia né curaro, solo indifferenza, solo la difesa del padre ma, si sa, anche le annunciatrici hanno una famiglia. E’ un tratto che completa la loro umanità tricolore e popolare.

Corradino Mineo, senatore fuoriuscito dal Pd, al momento di staccarsi dal partito disse, alludendo ai rapporti tra Boschi e Renzi nel consiglio dei ministri: “so quanto Renzi è subalterno a una donna bella e decisa”. Se questa fonte venisse confermata l’anima politica del renzismo reale si rivelerebbe per come è: una forma dello spettacolo la cui centralità è tutta schiacciata sull’annunciatrice. Per mettere in secondo piano le banalità che dice (e gli orrori di una società italiana alla paralisi). Del resto come per Mike il vero successo dei quiz è stato l’uso disinvolto e cortese delle banalità, per la Boschi questo genere di successo traghetta in politica. Con l’aggiunta di quelle dosi di veleno usate da chi sa che la politica spettacolo è solo un gioco di trame di corte compiuto con altri mezzi. Quelli della diretta.

Redazione, 11 maggio 2016

Fonte