Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/09/2025
Politeismo italiano
Più di un secolo fa, il sociologo Max Weber spiegò con autorevolezza come l’individuo moderno fosse destinato al cosiddetto «politeismo dei valori». Queste riflessioni famose, anche se non necessariamente persuasive, servivano a delineare la situazione nuova di società disincantate, costrette a convivere con l’assenza di baricentri ideologici assoluti e col proliferare di dilemmi etici e normativi inevitabilmente drammatici.
Nessun dramma, però, sembra affliggere l’odierno politeismo italiano, che nel 2025 ha segnato un notevole salto di qualità con la morte e la santificazione di Pippo Baudo e di Giorgio Armani.
«Santo subito!», gridavano i più sfrenati fedeli cattolici, dopo la morte di Karol Wojtyla, papa scenografico e reazionario. Come possiamo constatare, l’esperienza non è andata perduta, vista l’ondata di selvaggio conformismo che si è scatenata all’indomani della scomparsa del «re» della televisione e del «re» della moda.
Notiamo che questi «re» sono monarchi dell’apparenza. Baudo «scopriva» i cantanti, facendoli apparire a Sanremo per dischiudere loro le porte del successo. Armani «copriva» attori e politici, facendoli apparire nella miscela di stile e originalità che conferiva loro eleganza e sicurezza.
Notiamo anche un’altra cosa. Questi sovrani dell’esteriorità hanno imposto la loro supremazia solo a partire dagli anni Ottanta. Anni di simulazione portata all’eccesso, anni di narcisismo compulsivo, anni (bisogna dirlo) di controrivoluzione.
E qui viene in mente Leopardi: il Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, dove i comportamenti dei suoi contemporanei gli apparivano determinati «quasi unicamente dalla materiale assuefazione, dall’aver sempre fatta quella tal cosa, in quel tal modo, in quel tal tempo, dall’averla veduta fare ai maggiori, dall’essere sempre stata fatta, dal vederla fare agli altri, dal non curarsi o non pensare di fare altrimenti».
Questo è il quadro. La maggioranza degli italiani ha bisogno di idoli, e, a dispetto delle austere considerazioni di Weber, è disposta ad accogliere nel proprio pantheon Baudo e Armani, e a mescolarli senza difficoltà con Carlo Acutis, ricchissimo e sfortunato figlio di finanzieri, dedito alla beneficenza e santo molto opportuno di Internet.
Sono le divinità del nostro tempo. La gente le acclama. Le piange e le rimpiange. Le commemora (notiamo infine questo) ricorrendo se necessario alle parole e alle sfumature della cultura alta, e attingendo se utile al linguaggio e alle emozioni della cultura popolare. Un conformismo selvaggio, abbiamo detto. Un piattume ubriaco, cieco, da gregge, che contrasta in modo osceno con la realtà: quella delle cassiere imprigionate nei supermercati, dei sikh vampirizzati nelle campagne, dei morti sul lavoro, della mattanza genocida di Gaza.
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30/05/2024
Siamo tutti Mike Bongiorno
In quello scritto Eco, con non poca arroganza intellettuale ma con altrettanta spietatezza veritiera, delineava un ritratto del personaggio televisivo Mike Bongiorno, analizzandone le ragioni del successo nel contesto economico, politico e culturale dell’Italia del boom.
Rileggendone alcuni passi, tuttavia non si può fare a meno di riflettere su quanto quell’impietosa indagine semiotico-culturale non solo fosse adiacente alle declinazioni dell’incipiente società dei consumi mediatico-televisivi italiani, ma tratteggiasse in realtà – con ben più ampia visione rispetto alla postura morale, ideologica, intellettuale degli italiani stessi – l’essenza di un popolo votato sinceramente alla mediocrità e al conformismo.
Quella mediocrità e quel conformismo che oggi risplendono in tutta la loro fulgidezza e che fanno degli abitanti le sponde della serva Italia imbordellata un conglomerato di passivi telespettatori soggiogati dal mercato e senza coscienza alcuna.
Pavidi fedeli della più seducente delle religioni. L’ottusità.
Non è un caso, d’altronde, che il sovrano degli imbonitori – quello scaltro figlio di una Milano putrida che rispondeva al nome di Silvio Berlusconi, grazie al quale il processo di rincoglionimento italico è stato finalmente compiuto – abbia fatto di Bongiorno il Vicepresidente di Mediaset.
Di seguito dunque alcuni stralci dalla “Fenomenologia di Mike” che ben esemplificano la linea di continuità involutiva dei “discendenti della romanità”, giunta oggi a vette indicibili.
E grazie alla quale possiamo gridare, fieri e impettiti: “Presente. Siamo tutti Mike Bongiorno!”
Scrive Eco:
«Il successo di questo personaggio è la sua mediocrità assoluta, grazie alla quale lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti».
E ancora: «Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti».
Proseguendo: «[…] Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rappresenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato, essa rappresenta un traguardo. […] Invece, nel campo dei fenomeni qualitativi, il livellamento alla media corrisponde al livellamento a zero. Un uomo che possieda tutte le virtù morali e intellettuali in grado medio si trova immediatamente a un livello minimale di evoluzione. La medietà aristotelica è equilibrio nell’esercizio delle proprie passioni, retto dalla virtù discernitrice della prudenza; mentre nutrire passioni in grado medio e aver una media prudenza significa essere un povero campione di umanità».
Per concludere: «[...] In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provocazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l’uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta elevando la gaffe a dignità di figura retorica, nell’ambito di una etichetta omologata dall’ente trasmittente e dalla nazione in ascolto».
Feroce, lapidario, impietoso specchio dell’italica mediocrità culturale!
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15/05/2024
Report e la Repubblica fondata sul complotto
Dopo la fine del secondo conflitto mondiale l’Italia subì delle modificazioni rapide e profonde, da paese rurale si trasformò nel giro di pochi anni in una moderna società industriale. Crebbero i comparti della meccanica, del tessile e della chimica oltre all’edilizia, nacquero i primi assi autostradali e il panorama dei centri urbani mutò drasticamente.
Si svilupparono le periferie sotto la spinta di flussi migratori continui provenienti del meridione. Diminuirono le partenze oltreoceano per dirigersi verso il Nord, prima la Svizzera, la Francia, il Belgio, la Germania, in cambio del carbone l’Italia cedeva minatori. Poi solo verso il settentrione.
Sorsero così le baraccopoli e il problema abitativo divenne uno dei primi temi di conflitto, che rimarrà cronico, oltre quelli legati al nuovo mondo del lavoro, la fabbrica dove i giovani meridionali sradicati dal loro mondo contadino incontravano la disciplina taylorista delle linee di produzione, i ritmi incalzanti, il frastuono, la nocività, un comando di fabbrica oppressivo e asfissiante.
Sviluppo e conflitto
Il boom demografico, la prospettiva di una società non più in guerra, l’avvento dei media di massa, radio e televisione, favoriscono nuovi fenomeni sociali e culturali: nasce il “mondo giovanile” anche sotto l’influenza della società americana.
Lo stesso sistema produttivo se ne accorge creando la moda per i giovani, la musica, le Vespe e le Lambrette. L’istruzione deve aprirsi a questa massificazione rompendo vecchi tabù elitari e così anche «l’operaio può avere il figlio dottore», come recitavano i versi di una nota canzone degli anni della contestazione.
Una crescita solo in apparenza lineare: da una parte è la stessa produzione capitalistica che richiede un maggiore livello di istruzione, dall’altra l’assorbimento scolastico e universitario è quasi una esigenza di sistema perché viene incontro al boom demografico creando delle aree di parcheggio giovanile, anche se motore di tutto restano le rivendicazioni e dunque il conflitto generato dalle classi lavoratrici che aspirano ad una società più equa, evoluta, animata dalla giustizia sociale, dando vita a cicli di lotta sempre più intensi.
Dai moti di Valdagno si arriva all’autunno caldo del 1969 fino all’occupazione della Fiat del 1973.
La fine dei «trenta gloriosi» e l’esplosione del '77
Siamo all’apice dei cosiddetti «trenta gloriosi» quando iniziano a manifestarsi le prime crepe e gli scricchiolii che stanno minando la società fordista: un mondo strutturato all’interno di un compromesso sociale che vedeva il “Noi” operaio organizzato in grandi partiti di massa con potenti cinghie di trasmissione.
Quella realtà irrigimentata tra “tute blu” e “colletti bianchi”, con mondi e morali avverse, dove lavoratori e padroni coabitavano a distanza, combattendosi senza confondersi, cominciava a dissolversi, trascinando via le vecchie gerarchie e autorità.
A metà degli anni '70 assistiamo così a una crisi di modello sociale e delle sue forme di rappresentanza politiche da cui scaturiscono nuovi movimenti, spesso sconcertanti perché portatori di inedite forme di protagonismo, di partecipazione e richieste, percepite come incompatibili e esorbitanti dall’ordine economico e politico e di fronte ai quali un paese imbalsamato dai vincoli geopolitici e dai patti consociativi oppose il massimo di chiusura.
Le lotte pagano
Nonostante ciò, quella grande spinta aveva consentito un avanzamento sociale senza precedenti, un rinnovamento culturale, delle mentalità e dei costumi, favorendo persino un adeguamento dei modelli di sviluppo ai nuovi standard del capitalismo consumistico.
Sono anni in cui i pori della società si aprono, dando voce ai dimenticati e ai dannati. Spira un vento di libertà che s’insinua nelle crepe aperte dai cunei delle lotte operaie, proiettando sulla scena nuove figure e nuovi «soggetti» – come allora venivano chiamati, usciti dalla loro condizione di minorità civile e politica. Donne, matti, carcerati, omosessuali, giovani, soldati di leva, studenti, disoccupati, tutti vogliono essere protagonisti della propria emancipazione.
Mai come in quel momento, gli umili e gli offesi, gli oppressi e i degradati, trovano occasioni e forza, dignità e rispetto, che solo una vita tornata finalmente nelle loro mani poteva dare. Il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, l’aborto – per fare degli esempi – mutano la qualità della vita degli italiani.
Conquiste a decenni di distanza largamente assimilate anche da chi ne fu ferocemente ostile. E ancora la legge sugli gli asili nido pubblici, il riconoscimento della tutela delle donne nei posti di lavoro con i permessi di maternità e il divieto di licenziamento, l’inclusione di una quota di disabili nei posti di lavoro, l’obiezione di coscienza per il servizio militare, la legge Basaglia con la chiusura degli ospedali psichiatrici, le prime normative sulla nocività del lavoro, le discriminazioni e il super sfruttamento, lo statuto dei lavoratori, i consultori, la riforma penitenziaria (il 1975 è l’anno col minor numero di detenuti nella storia repubblicana), i contratti unici nazionali, l’elevazione della scuola dell’obbligo e l’università accessibile a tutti (con i corsi serali per studenti-lavoratori e il salario studentesco).
Conquiste e garanzie andate oggi in buona parte perdute, soprattutto nel mondo del lavoro (con l’avvento della società del precariato e la deregolazione contrattuale) ma anche nelle università e nel carcere.
Il potere consociativo
Sul piano istituzionale, invece, il sistema politico rimase prigioniero delle sue alchimie. La distanza che si aprì tra le istituzioni e una parte della società divenne una sorta di terra di nessuno, attraversata e occupata da movimenti sociali che moltiplicano con una irruenza senza precedenti. Alla separatezza del politico si contrappose l’autonomia del sociale. Ogni ricerca di mediazione e volontà di recepire e integrare venne esclusa.
Da una parte, il protagonismo dei movimenti fu avvertito come una minaccia intollerabile; dall’altra, qualsiasi attenzione era risentita come una intrusione che poteva insidiare l’autonomia. Le strategie di rottura guadagnarono terreno sulle semplici posizioni contestatrici e la lotta armata divenne una delle opzioni che conquistò settori di movimento andando a riempire le fila dei gruppi combattenti.
La repubblica del complotto
Questo ventennio agitato che si dilunga dalla metà degli anni '60 alla metà degli anni '80 del Novecento italiano, ricco di veloci rivolgimenti, colpi di scena, conflitti durissimi, rapide mutazioni, grandi avanzamenti, repressioni feroci, non ha più una sua narrazione.
Per questo può esser facilmente raccontato, meglio sarebbe dire reinventato, come continuum criminale traversato da trame e segreti, tentativi eversivi e assalti rivoluzionari eterodiretti, P2 e mafia, servizi traviati, tutti perfettamente intrecciati e sorretti da un’unica regia e un medesimo disegno: «impedire il compimento della democrazia», ovvero quell’alternativa o alternanza di governo (qui il lessico muta con le svolte politiche).
È quanto ha fatto Report nella puntata andata in onda domenica 12 maggio nel servizio preparato da Paolo Mondani. Quanto avvenuto da piazza Fontana, dicembre 1969, alla morte di Falcone-Borsellino nell’estate 1992, avrebbe fatto parte di un unico disegno dove tutto si tiene: tentativi di golpe, stragi fasciste, lotta armata, rapimento Moro, attentati mafiosi, avvento del Berlusconismo. Una insalata mista.
Un discorso ormai rodato da alcuni decenni e nel quale i fatti sociali vengono sistematicamente ridotti a eventi delittuosi, l’analisi e la spiegazione che ne segue trasformata in un calco deforme della trama giudiziaria.
La favola del doppio Stato o Deep state
La costituzione di Weimar, come lo Statuto Albertino, non furono mai aboliti dal nazismo e dal fascismo. Vennero disattivati grazie al potere di sospensione proprio dello “stato d’eccezione” e affiancati da una seconda struttura, che nel caso dell’esperienza nazista il costituzionalista Ernst Fraenkel definì, in un libro del 1942, «Stato duale». Nasce da qui, in modo azzardato, la formula del «doppio Stato», ripresa in un saggio del 1989 da Franco De Felice.
Questa categoria, che ha fornito una parvenza concettuale alla retorica del complotto, insieme ai continui riferimenti all’azione di «poteri invisibili» e «occulti» (Bobbio) o di uno «Stato parallelo» (Giannuli), e poco importa se la data d’origine debba risalire allo sbarco degli americani in Sicilia, al Gobbo del Quarticciolo, a Portella delle Ginestre, al “tintinnar di sciabole” e alle Intentone degli anni '60 (la letteratura dietrologica propone infinite varianti), aiuta davvero a comprendere la storia del dopoguerra e del decennio '70 in particolare?
Come spiegare allora che un giovane sostituto procuratore di nome Luciano Violante, destinato ad una carriera di esponente storico del primo Stato (quello che la vulgata dietrologica ritiene “buono”), interviene su informativa del ministro degli interni democristiano Paolo Emilio Taviani – medaglia d’oro della Resistenza bianca, fondatore di Gladio, dunque esponente del secondo Stato (quello deviato) – per indagare contro Edgardo Sogno, membro a questo punto di un “terzo Stato” (stavolta traviato), che tramava un golpe gollista di ristrutturazione autoritaria della Repubblica, nel mentre operava attraverso i carabinieri della divisione Pastrengo un “quarto Stato” (deviatissimo e traviatissimo) in combutta col Mar del neofascista Carlo Fumagalli, le bombe stragiste, le cellule nere del Triveneto.
Il tutto in presenza del «super Sid», scoperto dal giudice Guido Salvini, che forse era dunque un “quinto Stato” (ancora più che deviato o traviato, uno Stato invertito)?
Poi c’erano gli Stati negli Stati come la mafia, cioè lo Stato doppione e, infine, gli antistati, come le Br, che però certuni vorrebbero una diramazione di uno dei precedenti cinque Stati.
Che vuol dire tutto questo? Forse che l’Italia era un paese eccessivamente statalista?
La dietrologia contro le trame di Stato che si fa dietrologia dello Stato contro la società
L’ idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che in luoghi dove si tessono e scontrano le relazioni sociali, economiche e politiche, prima che una squallida strumentalizzazione politica è il segno tragico di una malattia della conoscenza.
Che la comprensione della società si risolva con una risalita verso l’alto, ricostruendo l’ordito della cospirazione, quell’apice dove dei burattinai dovrebbero tirare per forza dei fili, regolando i giochi, è divenuta semplificazione consolatoria.
In passato era servita ad alcune forze politiche per trovare un alibi che giustificasse i propri fallimenti, ma oggi che queste forze sono scomparse è diventato un nuovo instrumentum regni che favorisce una visione delle cose perfettamente congeniale alla perpetuazione dei poteri mai messi in discussione del capitalismo attuale.
In questo modo attraverso le dietrologie si vuole sostenere che dietro ogni ribellione non c’è genuinità, sincerità, ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere.
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05/05/2024
I David e la colonizzazione del simbolico
La 69esima edizione dei David di Donatello conferma la oramai acclarata subalternità del mondo del cinema – non solo italiano, beninteso – alle logiche produttive e distributive. Che vuol dire al botteghino e al profitto.
A parte il meritatissimo premio a Elio Germano come miglior attore non protagonista (Palazzina Laf) capace di costruire un personaggio laido e subdolo, servile col padrone e spietato con i lavoratori; e a Michele Riondino, operaio lacerato e compromesso, ignorante e colmo di risentimento, nella stessa pellicola di cui firma anche la regia... il resto è puro conformismo in salsa “sinistrese” (nel senso “liberal-democratico”, insomma).
Le statuette alla Cortellesi per il miglior esordio alla regia (C’è ancora domani), per la miglior sceneggiatura originale e come miglior attrice sono uno schiaffo all’intelligenza registica e alle giovani generazioni, alla capacità drammaturgica e all’arte attoriale.
Riporto dalla recensione che scrissi per questo giornale:
«L'“opera prima” dell’attrice romana risulta, sin dai primissimi quadri, un irritante concentrato di cliché senza alcuna potenza espressiva.Non restava che il miglior film dunque, fortunatamente non premiato.
Enfatico nella proposizione delle scene topiche, prontamente appesantite da sottolineature recitative e registiche, finisce coll’apparire stucchevole nel suo quasi arrogante didascalismo “di sinistra”. Un film banale sul versante drammaturgico e slabbrato su quello stilistico.
Incapace di dosare commedia, cifra grottesca e dramma sociale, la regista/attrice romana sbanda paurosamente nell’impostazione linguistica, mandando fuori giri la pellicola anche sul terreno recitativo.
Dalla palude della mediocre caratterizzazione e dell’enfasi mimico-gestuale che coinvolge un po’ tutti i protagonisti, si salvano solo alcune figure comprimarie e Romana Maggiora Vergano (la figlia Marcella)».
Statuetta che invece viene attribuita, ahimè con ben altre sei, al Garrone di Io capitano – l’altro acclamato fenomeno dell’italica stagione cinematografica – cui viene tributato anche il David come miglior regista.
Anche in questo caso riporto quanto scrissi per Contropiano:
«Durante le due ore di Io Capitano, la tortura non tormenta, la morte non atterrisce e non provoca rabbia, le prigioni non hanno il sapore indecente della vergogna e della claustrofobia, i trafficanti sono figure caravaggesche e il viaggio avviene sicuro sulle acque di un Mediterraneo petrarchesco. Chiaro e mansueto.L’aspetto più farsesco e allo stesso tempo avvilente riguarda però la produzione della pellicola in questione, prodotta da Rai Cinema.
L’apice dell’ipocrisia nella costruzione del film, Garrone lo tocca tuttavia occultando opportunamente il livello politico delle responsabilità nella gestione dell’immigrazione clandestina.
Non si può trattare infatti un argomento tanto delicato e drammatico pensando di girare uno spot della TripAdvisor o dell’Alpitour.
Si prenda ad esempio quella che dovrebbe essere la pericolosissima e massacrante traversata del deserto.
Il nostro Garrone la gira con un glamour estetizzante che utilizza colori sgargianti da cartolina. Uno spot, appunto. Arricchito vieppiù dall’immagine onirica, in salsa felliniana (il riferimento è all’incipit di 8 1/2) o addirittura chagalliana, di una donna morta di stenti che si libbra in volo. Una cifra onirico-fiabesca che si ripeterà altre volte nel corso del film.
Nondimeno è proprio la fiaba il codice narrativo e linguistico che determina l’ambiguità di questa pellicola[… ]
Film ambiguo girato per non turbare troppo gli animi della borghesia. Per suscitare una clericale compassione. Una contenuta commozione (le facce dei ragazzi sono strepitose in tal senso). Ma non indignazione. Non rabbia. Non orrore».
Rai Cinema che poi premia sé stessa (è istituzione organizzatrice dei David, sic!) come appunto miglior produttore.
Emblema tragicomico, grottesco e surreale di questi David. Ma potremmo anche dire una barzelletta, che oramai viene ripetuta spesso nell’ambito dei Festival o dei Premi.
Purtuttavia, una cosa bella questi David e il film di Garrone ce l’hanno regalata. Il discorso di ringraziamento del ragazzo dal cui racconto è tratta la pellicola. Unico che abbia avuto il coraggio di chiedere “basta morti nella Striscia”.
Gli intellettuali e gli artisti italiani, notoriamente piuttosto vili, se ne sono guardati bene...
E allora, giusto per chiudere, alcune annotazioni in ordine sparso.
Qui non si premiano più i film (o gli spettacoli o i libri, o i quadri o la musica), quindi la creatività, l’urgenza, la sincerità artistica, l’analisi sociale e il pensiero divergente. Tutt’altro.
Qui è il mercato che premia sé stesso. La borghesia che contempla soddisfatta la sua immagine allo specchio. Lo star system che si autocelebra.
“Capirai che scoperta“, griderà qualcuno. Sì è vero, ma io il “critico” faccio. E per giunta con un background decisamente marxista.
Quindi dovrei essere in grado di inquadrare l’opera nel tessuto culturale, sociale, economico, politico, linguistico, immaginario, simbolico di riferimento.
Altrimenti me ne sto a casa. O mi lascio trascinare dalle placide acque del fiume e mi prendo comodamente il sole. È questione di coscienza. Innanzitutto politica.
Mi fanno ridere quelli che inneggiano al De André di “in direzione ostinata e contraria” e poi si accomodano alla mensa padronale del conformismo.
Per farla breve. Il premio come miglior attrice alla Cortellesi rappresenta un pericoloso ridimensionamento del lavoro attoriale sulla costruzione del personaggio.
Il suo – la pur simpatica e, in altre circostanze, convincente attrice romana – lo imbastisce di espressioni sovraccariche, sbigottite e fanciullescamente meste mentre il marito la gonfia; con contorno di imbarazzanti e ridicoli emoticon mimico-facciali.
Di ben altro spessore risulta certamente la Ronchi di Rapito, ma anche lei viziata dall’enfasi del contesto filmico.
L’unica che avrebbe meritato quindi è Linda Caridi (L’ultima notte di Amore), capace di far vivere un personaggio denso di verità, asciutto, in sottrazione, sfaccettato e rotto dall’ansia. Una contemporanea Lady Macbeth.
Mentre per il miglior attore, pur contento per chiari motivi di partigianeria del premio assegnato a Riondino (Palazzina Laf ha il non piccolo merito di riportare al centro del discorso filmico il tema del lavoro e di attaccare senza ambiguità le logiche dello sfruttamento neoliberista), sconcerta non leggere nella cinquina Fausto Russo Alesi (Rapito) al posto ad esempio dell’incongruente e impalpabile Mastandrea, o dell’ormai leggero quanto l’insostenibilità dell’essere, Pierfrancesco Favino.
Russo Alesi è attore solido, meticoloso, cesellatore di personaggi cui scava dentro con ossessione e precisione. Capace di coglierne sfumature e toni cui dare spessore emotivo.
Ma nulla. Il David del profitto e delle corporation produttive non lo nomina.
Come del resto il contemporaneo panorama cinematografico italiano non prende in considerazione pellicole e registi fuori dallo strangolante sistema distributivo e produttivo, che pure rianimerebbero l’asfittico panorama dell’italietta cinematografica.
Due esempi su tutti: Luna Gualano e Marco Proserpio, che hanno presentato in passato pellicole selezionate ai Festival di Roma e Torino.
In definitiva, se piace il conformismo, ci si tenga stretti i premi e il gossip che irrimediabilmente li connota.
Noi preferiamo il cinema, e l’arte in generale, come espressione e linguaggio del pensiero critico e affondo nella carne viva della borghesia.
È la battaglia delle idee per reinventare una cultura antagonista. Tuttavia per adesso vincono i padroni. Che hanno colonizzato reale, immaginario e persino la struttura simbolica.
Il ruolo di una critica che voglia dirsi quantomeno in opposizione agli ormai aridi diktat del mercato dev’essere, pertanto, chirurgico, senza mai indulgere alla convenzionalità e al lassismo del giudizio. Perché un cinema morto può soltanto meritare recensioni funerarie.
Attendiamo con ansia la Rivoluzione!
Fonte
21/06/2023
L’uomo è antiquato, e ridotto ai minimi termini
L’ideale sarebbe quello di formattare gli individui fin dalla nascita limitando le loro abilità biologiche innate.
In secondo luogo, si continuerebbe il condizionamento riducendo drasticamente l’istruzione, per riportarla ad una forma di inserimento professionale. Un individuo ignorante ha solo un orizzonte di pensiero limitato e più il suo pensiero è limitato a preoccupazioni mediocri, meno può rivoltarsi.
Bisogna fare in modo che l’accesso al sapere diventi sempre più difficile ed elitario. Il divario tra il popolo e la scienza, che l’informazione destinata al grande pubblico sia anestetizzata da qualsiasi contenuto sovversivo.
Niente filosofia. Anche in questo caso bisogna usare la persuasione e non la violenza diretta: si diffonderanno massicciamente, attraverso la televisione, divertimenti che adulano sempre l’emotività o l’istinto. Affronteremo gli spiriti con ciò che è futile e giocoso. È buono, in chiacchiere e musica incessante, impedire allo spirito di pensare.
Metteremo la sessualità al primo posto degli interessi umani. Come tranquillante sociale, non c’è niente di meglio.
In generale si farà in modo di bandire la serietà dell’esistenza, di ridicolizzare tutto ciò che ha un valore elevato, di mantenere una costante apologia della leggerezza; in modo che l’euforia della pubblicità diventi lo standard della felicità umana. E il modello della libertà.
Il condizionamento produrrà così da sé tale integrazione, l’unica paura, che dovrà essere mantenuta, sarà quella di essere esclusi dal sistema e quindi di non poter più accedere alle condizioni necessarie alla felicità.
L’ uomo di massa, così prodotto, deve essere trattato come quello che è: un vitello, e deve essere monitorato come lo è un gregge. Tutto ciò che permette di far addormentare la sua lucidità è un bene sociale, tutto ciò che potrebbe sollecitare il suo risveglio deve essere ridicolizzato, soffocato, combattuto.
Ogni dottrina che mette in discussione il sistema deve prima essere designata come sovversiva e terrorista e coloro che la sostengono dovranno poi essere trattati come tali.
da L'uomo è antiquato di Günther Anders, 1956
Fonte
25/05/2023
Sul ruolo pubblico degli scienziati
“Parlo mai di astrofisica io? Parlo mai di biologia? … io non parlo di cose che non conosco”Come dice Nanni Moretti “io non parlo di cose che non conosco” e su questo siamo tutti d’accordo, ma questo non significa che “i fisici devono parlare solo di fisica” o “gli scienziati solo di scienza” come ha recentemente sostenuto Umberto Galimberti, che sembra aver perso la bussola del ragionamento razionale, proprio in riferimento al “caso Rovelli”. I fisici e gli scienziati sono degli intellettuali e come ha scritto Noam Chomsky
“gli intellettuali sono dei privilegiati; il privilegio porta delle opportunità e le opportunità a loro volta implicano delle responsabilità. È a quel punto che un individuo deve scegliere. ... Tornando alle due categorie di intellettuali, è quasi un assioma storico che gli intellettuali conformisti, ossia coloro che appoggiano la linea ufficiale e trascurano o giustificano i crimini dell’autorità godano di prestigio e privilegi all’interno della loro società, e che al contrario gli intellettuali guidati dai valori siano penalizzati in un modo o nell’altro.”Prendere una posizione contro corrente è sempre difficile, sia nella scienza che nella società ma c’è una differenza fondamentale che bisogna sottolineare. Prediamo due casi recenti. Negli ultimi giorni due diversi episodi che riguardano il ruolo pubblico degli scienziati sono stati all’attenzione dell’opinione pubblica: l’intervento sulla guerra del fisico Carlo Rovelli al concerto del Primo Maggio, e la polemica tra il geologo Alberto Prestininzi e Chloé Bertini di Ultima Generazione, un gruppo di attivisti sul problema dei cambiamenti climatici, nel programma di Corrado Formigli Piazza Pulita. C’è una differenza sostanziale tra questi due interventi.
Prestininzi fa parte di uno sparuto gruppo di accademici che nega l’impatto umano sul riscaldamento climatico e rifiuta le proposte di annullamento delle emissioni di gas serra entro il 2050. È noto per essere un “negazionista climatico” e per questo è stato contrapposto a Chloé Bertini. L’idea era quella di stimolare il famoso “contraddittorio”: idea sbagliata poiché Prestininzi e i suoi colleghi, che non sono climatologi, hanno una tesi che nella letteratura scientifica non trova riscontri. Un recente studio di 88.125 articoli scientifici relativi al clima ha mostrato che il 99,9% di questi concorda sul fatto che i cambiamenti climatici sono principalmente causati dall’uomo. Complessivamente, la ricerca ha prodotto 28 articoli implicitamente o esplicitamente scettici, tutti pubblicati su riviste minori. Questo risultato migliora quello del 2013 secondo il quale il consenso era del 97%. Nonostante questi risultati, i sondaggi dell’opinione pubblica e le opinioni di politici e rappresentanti pubblici evidenziano l’errata convinzione che tra gli scienziati esista ancora un dibattito significativo sulla vera causa del cambiamento climatico.
Questo è l’effetto di trasmissioni come quella di Formigli: il grande pubblico non ha gli strumenti per comprendere la discussione scientifica che non avviene in tivvù ma nella letteratura scientifica in cui gli articoli sono revisionati dai pari. Se un articolo viene pubblicato non significa che sia necessariamente corretto, ma la revisione agisce da filtro per eliminare tesi assurde. Spesso, quando si ha una tesi innovativa, è difficile pubblicare un articolo scientifico e chi propone una nuova idea deve faticare ad affermarla: ma lo deve fare nella letteratura scientifica. Chi si rivolge al di fuori di essa, si pone automaticamente al di fuori della dinamica della ricerca scientifica, ed è questo il problema dei negazionisti climatici.
Due posizioni contrapposte caratterizzano anche il dibattito sulla guerra in Ucraina ma la delega agli esperti, se esistono, è molto più problematica. In questo caso nei media la posizione maggioritaria è rappresentata da chi pensa che “se vuoi la pace vinci la guerra” e dunque è favorevole all’invio di armi all’Ucraina. Secondo Carlo Rovelli “i guerrafondai traggono vantaggio economico o politico dalla prosecuzione della guerra, vogliono vincere tutto fino in fondo, continuare la guerra, umiliare il nemico. Questo a mio parere è sbagliato, sia dal punto vista morale, perché crea altro dolore, sia dal punto di vista razionale. Perché cercare la vittoria totale è andare verso la Terza guerra mondiale”. In questo caso non si tratta di un dibattito nella letteratura scientifica: di fronte all’opinione pubblica ci si presenta con la forza delle proprie idee supportate dalla propria credibilità, ed è questo il ruolo di un intellettuale.
Il ministro Crosetto, chiamato in causa da Rovelli per il suo conflitto d’interessi per essere stato consulente di Leonardo, una delle più grandi aziende produttrici di armi al mondo, ha liquidato la critica di Rovelli dicendo “pensi a fare il fisico”: si occupi delle sue astruse teorie dei buchi bianchi e lasci stare il resto. Si capisce che Crosetto preferisca il fisico Roberto Cingolani, che proprio il suo governo ha nominato amministratore delegato di Leonardo. Cingolani è diventato l’emblema dello scienziato di regime collezionando una lunga serie di cariche assegnate dalla politica: nominato dal governo Berlusconi direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, tra i fondatori di Human Technopole (governo Renzi), voluto da Grillo al ministero della transizione ecologica nel governo Draghi, consigliere per l’energia del Governo Meloni.
Rovelli è invece diventato noto al grande pubblico per i suoi libri divulgativi e nel campo della fisica era già molto noto per i suoi importanti lavori sulla gravità quantistica, un campo di ricerca in cui si cerca di unificare due teorie che sembrano agli antipodi la meccanica quantistica con la teoria della relatività generale che è usata per interpretare i fenomeni astrofisici. Ultimamente è diventato uno dei riferimenti sulla guerra e pur sostenendo una tesi controcorrente è riuscito a non essere travolto ed emarginato dalla propaganda proprio grazie alla sua statura intellettuale. Un grande fisico del secolo scorso, Isidor Rabi, diceva “penso che i fisici siano i Peter Pan della razza umana. Non crescono mai e mantengono la loro curiosità”. Chi meglio di Carlo Rovelli ha la capacità di dirci che il re è nudo?
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17/01/2022
TED Talks, la performance è tutto
Gli interventi, mai più lunghi di 15 minuti, sono affidati a ricercatori, economisti, imprenditori, e a volti noti del mondo dello spettacolo: cantanti, attori, presentatori.
La prassi prevede che gli oratori non vengano pagati. Tra questi, dalle pagine del proprio sito c’è chi racconta come si svolge la preparazione dell’intervento: “...ho partecipato a skype call, incontri con la coach speaker e con la vocal speaker”.
Un altro osserva che “...TED non è una conferenza! È un’immersione di umanità e pensiero”. Il pubblico, giovani donne e uomini presumibilmente acculturati, soggiace invece a sorti alterne: talvolta sborsa cifre robustissime, talaltra nemmeno un euro.
L’acronimo TED sta ad indicare Technology, Entertainment e Design. Già programmaticamente, ci si muove nel solco di una modernità orgogliosamente rivendicata.
L’oratore fa il suo ingresso sul palco in rigorosa solitudine, e si posiziona all’interno di un cerchio di moquette rosso, che pare richiamare il perimetro di un fascio di luce (quel che in teatro viene chiamato occhio di bue). Manca la luce, ma non la sua funzione intrinseca: sottolineare come lì sopra si muova l’assoluto protagonista di quel momento, il destinatario di tutti le nostre attenzioni. Lui, più che i suoi argomenti. Lui, e la sua capacità di conquistare l’approvazione del pubblico.
La performance, qui, è tutto. Le argomentazioni, seppure talvolta stimolanti, sono invece ridotte ai minimi termini, e spesso suggerite più per via emotiva che non intellettuale. Sensazioni, più che nozioni. Non a caso, la narrazione spesso verte su esperienze personali, spaccati di quotidianità, piccoli o grandi drammi che hanno segnato un periodo della vita (regolarmente superati), a ribadire una plateale personalizzazione del testo.
L’oratore non dispone di appunti e guarda l’uditorio frontalmente, accingendosi a raccontare qualcosa di “illuminante”, dall’alto di un riconosciuto successo in qualche campo. È però attentissimo a non dare l’impressione di ergersi al ruolo di professore. Un leader amico, che in cambio chiede ai presenti un timbro di approvazione.
È chiaro come si intenda ridurre la percezione di ogni separazione fra chi parla e chi ascolta (in alcune conferenze statunitensi l’oratore si trova praticamente a ridosso del pubblico), e al tempo stesso amplificare la sensazione che il conferenziere si stia giocando il tutto per tutto, in quel pugno di minuti.
Al suo ingresso avvertiamo infatti una sottile angoscia, una tensione strisciante coniugata al gusto un po’ perfido di ergersi a giudici, comodamente seduti in poltrona o davanti a un pc.
L’apparente informalità del contesto (benché amplificato da un clima da tesi di laurea, il tutto deve sembrare spontaneo come una chiacchierata) è in realtà funzionale a rendere piacevole, confortevole, condivisa la separazione di fatto tra l’uno e gli altri: da una parte il leader di successo, l’eroe omerico che affronta un piccolo viaggio verso l’ignoto (e lo vince regolarmente, adeguatamente istruito da un attentissimo staff), dall’altra il pubblico, giunto ad avallare non tanto gli argomenti presentati quanto la personale riuscita dell’oratore, la sua specificità, il suo “avercela fatta” ed essersi distinto da loro, anonimamente seduti in platea e paghi del contentino di dispensare o meno il proprio applauso.
Applaudiranno, naturalmente. Perché non è previsto nulla di diverso. Ma quel che realmente porteranno a casa non è una più ricca visione del mondo, al di là di qualche stimolo, quanto la sensazione sottopelle che ognuno di loro, un giorno, potrà forse trovarsi al posto di quell’uomo o di quella donna al centro del palco. La possibilità è aperta a tutti, basta crederci, basta volerlo davvero.
Nonostante alcuni interventi sinceramente interessanti, dunque (si veda la conferenza di Vera Gheno), l’impressione di fondo è che l’aspetto più persuasivo della proposta sia, come sempre, ciò che viene dato per implicito: il definitivo sdoganamento di un individualismo di stampo mediatico, televisivo, pubblicitario, del tutto figlio della cultura statunitense d’origine, e ormai tracimato anche in campi apparentemente estranei.
In questo senso appare illuminante, tra gli altri, l’intervento di Paolo Bonolis (reperibile su YouTube). E soprattutto, i relativi commenti: ad una timida osservazione sul contenuto ne seguono almeno venti totalmente incentrate sull’oratore, che viene definito ora colto, ora brillante, e finanche immaginato come il docente che tutti vorrebbero avere.
I temi affrontati nelle talks (così definite, con il conformistico vezzo di un inutile ricorso alla lingua inglese), per quanto accuratamente selezionati e tra loro coerenti rappresentano poco più che aspetti secondari e di puro richiamo: la lucida buccia di una mela, rossa e appariscente, che ne preserva e nasconde la polpa, l’aspetto prioritario e tutto interno alla rappresentazione.
Le coordinate del TED-pensiero si contano sulle dita di una mano, e non contrastano con l’analisi sinora avanzata: una visione ipertecnologica ed entusiastica del futuro; la volontà di leggere come opportunità di crescita ogni difficoltà lavorativa o esistenziale; l’assenza di qualunque analisi critica dell’esistente, sostituita dall’individuazione delle opportunità dalle quali possiamo trarre profitto.
Tutto, in sostanza, è caricato sulle spalle del singolo, che come unica prospettiva (ma quanto ricca di occasioni!) ha l’accettazione dell’esistente, indiscutibile in quanto già dato. Il solo spazio di movimento possibile è individuale, e consiste nel modificare di volta in volta i nostri atteggiamenti e i nostri obiettivi. Ognuno, di fatto, lotta per sé stesso. Ed essendo solo, lotta sempre.
Nulla di precisamente sbagliato, in realtà. Non mancano interventi sacrosanti e godibili. Ma tutto volutamente parziale, e pedissequamente corrispondente al sentire contemporaneo. Non c’è un solo elemento di attrito, in TED, rispetto ai valori correnti. Questo spiega perché reperire testimonianze di una qualsiasi perplessità rispetto a questo format sia così difficile (quantomeno in Italia, dove l’iniziativa è relativamente recente). Ed è cosa che fa luce sul sostanziale conformismo del progetto.
Considerare la realtà come “già data”, sfruttando a nostro vantaggio gli eventuali margini di manovra, a ben vedere è cosa del tutto interna alla logica capitalistica. Le stesse società capitalistiche concepiscono sé stesse come realtà immutabili, qualcosa su cui è impensabile intervenire a fondo. I valori di cui siamo imbevuti sono ormai talmente interiorizzati da non riuscire più a percepirne il portato ideologico.
Assai significativa, in questo senso, una delle conferenze statunitensi, in cui sin dal titolo (fin troppo scoperto) ci viene spiegato che “il capitalismo non è un’ideologia, è un sistema operativo”. Un realtà indiscutibile, dunque, che per sua natura è in costante aggiornamento ma non prevede stravolgimenti, e che necessita soltanto di essere compresa e utilizzata.
Nelle conferenze di TED risulta totalmente assente, invece, qualsiasi accenno alla necessità di una ritrovata consapevolezza della nostra dimensione collettiva. Ed è cosa che non sorprende.
Il realistico obiettivo di TED, dunque, non è contribuire a traghettare la società verso più agevoli lidi. La sua funzione, piuttosto, è paragonabile al ruolo di uno psicologo che, trovandosi di fronte ad un paziente impossibilitato a recuperare un sereno equilibrio rispetto al quotidiano, gli insegni finalmente ad imporre sé stesso, nel modo più conveniente possibile, per riuscire a sopravvivere in un mondo di squali.
Per convincerlo, però, dovrà raccontargli che può diventare davvero qualcuno, una guida, il leader che tutti vorrebbero essere.
Non lo diventerà, al pari della quasi totalità delle persone che lo circondano, per una semplice questione numerica: i leader sono tali perché guidano persone che non lo sono. Ma ingannandosi riuscirà probabilmente a tirare avanti, e a non inceppare il meccanismo.
Come cantava Bob Dylan, nel lontano 1965, “....Cartelloni pubblicitari ti portano a pensare / che tu sia colui che può fare / ciò che non è mai stato fatto / Che può vincere ciò che non è mai stato vinto / E intanto, intorno a te, la vita fa il suo corso”.
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16/10/2021
Il virus è neoliberista
L’epidemiologo evoluzionista Robert Wallace parla con gli operatori sanitari di Left Voice Mike Pappas, Tre Kwon e Cliff Willmeng sulle origini del Covid e sull’incapacità del capitalismo di rispondere alla crisi.
Mike Pappas: Da dove viene il Covid e come ci siamo arrivati?
Per formazione sono un epidemiologo evoluzionista. Sono abituato a prendere sequenze genetiche, come l’influenza aviaria, o l’H5N1, la prima rock star virale del secolo, ed osservare tali sequenze presso le varie località della Cina e dell’Eurasia per poi costruire degli alberi filogenetici.
Si tratta di alberi evolutivi che mostrano come i vari ceppi siano tra loro collegati. E poiché conosciamo le località in cui campioniamo questi ceppi, possiamo dedurre mediante l’albero quali sono state le località interessate in precedenza da un ceppo virale.
Siamo in grado, in altre parole, di costruire una mappa dei diversi ceppi basandoci sulle sole sequenze genetiche. Lo abbiamo fatto per l’H5N1 (l’aviaria). Abbiamo identificato una provincia sud-orientale della Cina chiamata Guangdong, che sembra essere l’area di origine dell’H5N1 prima che si riversasse ad Hong Kong.
Il problema è che ho commesso un errore nella mia carriera. Qualcosa ha suscitato la mia curiosità. Non sempre è una buona mossa se vuoi far carriera nella scienza. La scienza è largamente legata alle convinzioni dell’establishment circa la natura del capitalismo e dell’impero. E la curiosità è costretta entro specifici percorsi di indagine. Ci sono persone incredibilmente intelligenti che spesso devono lavorare restando entro i limiti davvero ristretti di ciò che è lecito esplorare.
La mia curiosità mi ha messo nei guai perché volevo sapere perché l’H5N1 è emerso nel Guangdong nel 1997. Non era possibile trovare la risposta nelle sequenze genetiche. Mi sono quindi addentrato nella storia dell’agricoltura della regione e nell’economia politica dell’agribusiness globale per capire come i diversi settori agricoli si sono evoluti in Cina e altrove, trovando che l’agribusiness è probabilmente il peggior modello – o il migliore – che vi possa essere per selezionare agenti patogeni tra i più mortali.
Vedi via via emergere, in tempo reale e quasi annualmente, tutta una varietà di agenti patogeni: hai altre influenze aviarie; l’otto, la sette e la nove, che emergono nel 2013; hai l’H5N1, emerso un paio di anni dopo in tutta Europa.
Negli Stati Uniti l’H5N1 ha ucciso 50 milioni di polli. Ma non c’è solo l’influenza aviaria. L’influenza suina, H1N1, è emersa fuori da Città del Messico nei suini per poi diventare una vera pandemia. Vi sono Zika e SARS.
Quasi ogni anno emerge ogni tipo di agenti patogeni. Stanno anzi iniziando ad emergere in parallelo. In molti abbiamo seguito da vicino la vicenda di un virus chiamato peste suina africana che ha avuto origine in Africa tra i maiali selvatici, ma anche domestici; si è riversato in Europa e più di recente in Europa orientale, ed infine è arrivato in Cina, nel 2018, dove ha ucciso metà della popolazione di suini.
Il sistema immunitario del maiale è molto simile a quello umano, quindi eravamo molto preoccupati. Tutto ciò che circola nei maiali domestici potrebbe fare danni piuttosto seri agli umani.
Il nostro team, composto da biologi evoluzionisti, ecologi, geografi e scienziati sociali di vario genere, ha così iniziato a chiedersi come e perché questi virus stiano emergendo in rapida sequenza.
Si dedicano solitamente molto tempo e attenzioni agli agenti patogeni e in particolare ai virus perché ci si concentra sull’oggetto del meccanismo causale, vale a dire il virus o il vaccino.
La ricerca delle cause va però chiaramente oltre ciò che è sotto la lente del microscopio: dev’essere ricerca sul campo, bisogna uscire nel mondo. Abbiamo perciò preso l’abitudine di denominare alcuni di questi patogeni con nomi di movimenti politici o anche di singole personalità politiche.
Al di là dell’ironia, abbiamo in mente qualcosa di estremamente serio: le decisioni assunte dai governi e dalle economie più forti, che definiscono determinati modi di relazionarsi al mondo e hanno un effetto profondo sull’emersione degli agenti patogeni.
Per esempio, chiamiamo “influenza NAFTA” l’influenza suina H1N1 emersa nel 2009, dall’accordo di libero scambio nordamericano. Tale accordo, stipulato nel 1994, ha rimosso ogni barriera consentendo alle multinazionali di riversare carne sul mercato interno messicano e distruggendo così quel settore dell’economia locale.
A quel punto gli agricoltori messicani potevano, o vendere perché non erano in grado di competere, o consolidare le proprie aziende e renderle abbastanza grandi da poter competere con le nuove filiali create dalle multinazionali americane, tra cui Smithfield.
Questo ha cambiato profondamente l’agricoltura messicana e l’allevamento di suini. Il mosaico di piccole fattorie tipico del paesaggio messicano si è trasformato in qualcosa di molto più statunitense.
Puoi tracciare la sequenze genetica del nuovo H1N1 e scoprire che il genoma dell’influenza è segmentato. Quando due diverse influenze infettano un singolo ospite, possono infatti scambiarsi i loro segmenti, proprio come fanno dei giocatori con le proprie carte il sabato sera.
Con l’H1N1, gran parte del lavoro svolto in campo genetico dimostra che alcuni di quei segmenti sono emersi da maiali degli Stati Uniti e del Canada, e che altri provenivano dall’Eurasia. Come mai stanno insieme? A differenza dell’influenza aviaria, non puoi dar la colpa agli uccelli acquatici selvatici, che volano da un continente all’altro; i maiali in genere non volano, a meno che non vengano esportati da un paese all’altro.
In concomitanza con il rivoluzionamento dell’allevamento industriale, tradottosi in una crescente concentrazione degli allevamenti e in una perdita di biodiversità – ce ne occuperemo a tempo debito – si è avuto un aumento delle esportazioni di suini da una parte all’altra del mondo; anche gli agenti patogeni, e le relative influenze, sono stati dunque trasportati da una parte all’altra del mondo.
Per tornare al NAFTA, in questo caso l’accordo ha permesso di abbattere le barriere permettendo alle multinazionali di entrare; ma sono così entrate anche le varie influenze, che si sono tra loro ricombinate fino all’emersione nel 2009 di un nuovo agente patogeno nei dintorni di Città del Messico – patogeno che ha poi cominciato a passare da uomo a uomo causando una pandemia.
Un altro caso da noi rinominato è stata l’epidemia di ebola che nel 2013 colpì l’Africa occidentale. L’abbiamo chiamata “Ebola neoliberista”, in parte a causa dei programmi di aggiustamento strutturale imposti ai paesi dell’Africa occidentale.
Per ottenere prestiti dalla Banca Mondiale e dal FMI questi paesi devono spesso ristrutturare le loro economie per consentire alle multinazionali di entrare, e devono tagliare i budget di spesa per la salute pubblica e quella degli animali.
Nel caso dell’Africa occidentale abbiamo un crescente movimento nell’ultima delle aree forestali lì rimaste per allontanare le popolazioni locali dall’agroforestazione contadina e consentire l’emergere di un diverso tipo di imprese nazionali e multinazionali basata su piantagioni a monocoltura, che distruggono le foreste locali.
Cosa ha a che fare tutto ciò con ebola? Ebbene, le foreste sono luoghi molto complessi. Se ne attraversi una, sarà difficile tener traccia di tutto ciò che vi sta accadendo. C’è così tanta complessità, e quella complessità svolge un lavoro in nostro favore.
Si tratta di una proprietà scoperta recentemente, secondo la quale la complessità delle foreste e dei sistemi ecologici in genere è tale che nessun patogeno presente in un organismo ospitante può da lì attecchire su di una serie di ospiti diversi, proiettandosi fuori dalla foresta e dall’ambiente locale fino a raggiungere una città vicina.
Tuttavia, che si tratti di piantagioni, disboscamento o estrazione mineraria, quando permetti alle multinazionali di entrare, distruggi di fatto la foresta. La maggior parte delle specie ospiti, riserve naturali per molti agenti patogeni, si estingueranno, ma altre non lo faranno.
Molti animali e specie non si estinguono così facilmente. Sono plastici sul piano del comportamento. I pipistrelli dimostrano questo genere di plasticità e si spostano proprio nelle monocolture. Voglio dire, non sono affatto male: hanno molto spazio per volare dalle tane e dai luoghi di foraggiamento. Non ci sono concorrenti o predatori.
E c’è un’interfaccia crescente tra le persone del posto assunte da aziende nazionali e multinazionali per aiutare a gestire queste piantagioni. E anche per via della proletarizzazione in atto, si tratta di persone che non riescono a pagare tutte le bollette. Molti sono emigrati verso i capoluoghi regionali, da cui ritornano durante il periodo vegetativo; ed ecco qui il cerchio, il ciclo, per così dire.
Qualsiasi agente patogeno, o ebola, che faccia il salto dai pipistrelli o dagli insetti attecchisce sui lavoratori locali addetti al bestiame o alle piantagioni, o sui taglialegna, o sui minatori, e quei lavoratori poi emigrano nelle città della zona.
La salute pubblica è in declino a causa dei programmi di aggiustamento strutturale. Le infezioni da ebola sono sempre difficili da riconoscere. Poi il virus passa da uomo a uomo e si comincia a ballare. Ecco perché c’è un virus ebola che geneticamente non è così diverso dai precedenti ebola emersi a partire dalla metà degli anni Settanta.
L’ebola, in genere, si riverserebbe in un villaggio o due portando i tassi di mortalità al 90% – davvero qualcosa di terribile. Potrebbe eliminare un gruppo di gorilla, e chiusa lì. Non andrebbe oltre.
Ma quando sfoltisci il paesaggio periurbano dalla foresta profonda fino alla città, fornisci al virus una traiettoria perfetta che va dalla foresta direttamente dentro la città più vicina.
Il virus di per sé non è cambiato, ma abbiamo dovuto distinguere tra l’oggetto in sé del virus e dei vaccini, e la profilassi e l’ambiente, vale a dire le più ampie relazioni ecologiche e sociologiche tra l’uomo e gli animali, gli animali selvatici, il bestiame, i raccolti etc. È il cambiamento del contesto ad aver guidato il virus, non il virus stesso.
Il virus causa l’epidemia, ma lo fa insieme ad un’economia globale in evoluzione, che ha investito l’Africa occidentale così a fondo da permettere al virus di farsi strada, arrivando ad infettare 35.000 persone e ucciderne 11.000, con i corpi lasciati nelle strade dei capoluoghi di regione.
Ora, cosa ha a che fare tutto ciò con il Covid-19? È il circolo della produzione che dal capoluogo regionale passa per lo spazio periurbano fino alla foresta profonda, e ritorno. I diversi patogeni emergono in diverse parti di questo circuito di produzione.
Ebola, come abbiamo detto, emerge dalle foreste remote con i pipistrelli locali, e si riversa sui lavoratori, che poi migrando lo portano nei capoluoghi di regione. È in gran parte alla fine del circuito che si crea quindi una situazione di emergenza.
Poi ci sono virus come SARS-2, che causa il Covid-19. Questi stanno emergendo in tutta l’area interessata dai circuiti della produzione. La valutazione del nostro gruppo di ricerca rispetto alle ipotesi circa un’origine “sul campo” del Covid-19, è che il virus sia emerso nella Cina meridionale o centrale.
Non mi addentrerò nella storia della Cina. In generale voglio solo dire che dopo Mao c’è una Cina che decide di seguire la via dello sviluppo capitalista. Non discuto ora se sia stato un bene o un male; si può dire che milioni di cinesi sono stati tirati fuori dalla povertà e milioni sono rimasti indietro. Ma per lo più i cinesi hanno deciso di basarsi sull’autosfruttamento delle proprie risorse per lo sviluppo economico, piuttosto che seguire il modello coloniale tradizionale del Nord globale, che semplicemente sfrutta il Sud globale.
Così facendo, i cinesi hanno eroso la loro stessa foresta, come è successo con ebola in Africa. Hai l’erosione dell’ultima delle foreste causata dall’allevamento di bestiame tradizionale, ma c’è anche un altro settore, che non interessa solo la Cina, ed è il settore in crescita del cibo selvatico: il pangolino, lo zibetto e simili, che vengono sempre più trattati come bestiame tradizionale – è un cibo sempre più integrato nell’economia alimentare capitalista.
Entrambi i settori – bestiame tradizionale e monocolture, ed il settore alimentare più selvatico – hanno iniziato a dettar legge sulle foreste meridionali e centrali della Cina.
È stato documentato che l’aumento dell’interfaccia con i pipistrelli costituisce un serbatoio per una varietà di coronavirus. SARS-1 emerge nel 2002, un periodo in cui l’uso di pesticidi in Cina è andato aumentando anche più che negli Stati Uniti, riducendo la popolazione di insetti e privando molti pipistrelli del proprio nutrimento; ciò li ha costretti a volare per un’area più ampia, per procacciarsi del cibo, aumentando anche per questa via l’interfaccia con l'uomo.
Ho notato, Mike, che mi hai chiesto dell’ipotesi circa l’origine ambientale della pandemia, in parte perché sospetto tu voglia evitare di discutere l’ipotesi della produzione del virus in laboratorio, in parte perché ci sono così tanti pazzi che la stanno sostenendo.
Vorrei però dire che potrebbe essere accaduto. Nel 2013, un gruppo dell’Università di Princeton ha pubblicato un rapporto secondo cui, dopo l’H5N1 e dopo l’11 settembre, i paesi di tutto il mondo hanno iniziato a costruire laboratori di biosicurezza con livelli di biosicurezza (BSL) 3 e 4, dove vengono gestiti i patogeni peggiori, i più pericolosi. Sono stati costruiti a migliaia in tutto il mondo.
Una perdita di laboratorio è rara, ma se un evento raro ha sufficienti possibilità di manifestarsi, esso inclina verso l’inevitabile, tanto che si tratta di un’ipotesi ancora sul tavolo.
Insomma, ci son voluti 15 anni per capire come è emersa la SARS-1, non basteranno 19 mesi per capire come è emersa la SARS-2; quindi entrambe le opzioni sono possibili, anche se sono più incline a sostenere la teoria dell’origine ambientale della pandemia, alla luce delle possibilità che i coronavirus hanno di fare esperimenti con il sistema immunitario umano.
Alcuni dati genetici indicano che con ogni probabilità la SARS-2 circolava nelle popolazioni umane anni prima che esplodesse a Wuhan, con grande dispiacere per i sostenitori della tesi della fuga di laboratorio.
Ecco come, a nostro avviso, il Covid-19 ha avuto un’origine ambientale. Che è fondamentalmente legata alle decisioni e alla governance in fatto di interventi di salute pubblica.
Mike Pappas: Ora che sempre più persone sono vaccinate, c’è questa retorica sul fatto che esiste una soluzione per la pandemia. “Semplicemente: o prendi il vaccino, o sei parte del problema”. Naturalmente, noi vogliamo che le persone ricevano il vaccino. Ma tu hai parlato di come le vaccinazioni di per sé non siano la bacchetta magica. Puoi spiegarlo meglio?
Innanzitutto, come stiamo scoprendo proprio ora, l’idea che solo chi può pagare per i vaccini debba avervi accesso [i paesi ricchi, ndr], consente al virus di continuare a diffondersi ed evolversi, comprese le varianti che possono sfuggire al vaccino. Così non funziona. Il modello capitalista di produzione, che permette la profilassi solo a chi può pagare, è pessimo in termini di salute pubblica.
La seconda cosa da capire è che queste innovazioni mediche non sono mai sufficienti. La salute va al di là del corpo individuale. È un qualcosa che condividiamo nel corpo sociale. La salute pubblica è una qualità che connota l’economia politica e i modelli di governance adottati da ciascun paese.
Ci sono cose che vanno oltre la portata dell’intervento umano. Questa non è una di quelle. Il che significa che anche una pandemia che tutto d’un tratto è ovunque, è determinata dalle decisioni prese dai governi in tutto il mondo. O, come in questo caso – un vero shock per molti – è determinata dalla decisione di fare o non fare qualcosa.
Possiamo parlare della differenza tra i paesi capitalisti e gli altri; dovremo farlo a tempo debito. Ma non è solo questo. Un governo dovrebbe dire: “Sai che c’è? La nostra ragion d’essere è aiutare la popolazione con i beni comuni e soddisfare i bisogni delle persone, che dobbiamo evidentemente rappresentare, quale che sia il modello di governance”.
Ci sono paesi che si sono impegnati in questo senso. Lo stato cinese ha inizialmente fallito nell’affrontare l’emergenza Covid. Ma per salvaguardare la propria popolazione si è rapidamente riorganizzato: se c’è un focolaio di Covid-19, la tal provincia o la tal città è inondata con migliaia di operatori sanitari pubblici per l’intervento detto Tetris – test, tracciamento, isolamento – necessario per rintracciare chi è stato infettato e isolarlo prima che infetti qualcun altro. E assicurarsi che chi vive isolato o viene obbligato a restare a casa, possa sopravvivere.
Ricordo le prime foto di New York City nel marzo 2020 quando c’erano principalmente lavoratori neri e ispanici in giro nelle metropolitane che andavano al lavoro, indipendentemente dal fatto che fossero o meno dei cosiddetti lavoratori essenziali, erano in giro perché dovevano pagare le bollette.
Non c’era altro modo di guadagnare quanto gli serviva per l’affitto o per procurarsi del cibo se non uscire e lavorare. È così che il Covid li ha presi a New York, ed è esploso perché ai governi non importava nulla di loro.
Quindi è stata davvero straordinaria la dichiarazione di Trump, un totale buffone, un disastro totale, quando ha detto che avrebbero dato parecchio denaro per sviluppare dei vaccini. È notevole. Non pensavo che l’avrebbero fatto.
Di solito i vaccini impiegano anni prima di essere sviluppati, e non era mai stato sviluppato un vaccino contro il coronavirus; e così alla fine lo hanno consegnato.
Ma non si tratta di una vaccinazione sterilizzante, nel senso che chi è vaccinato può ancora contagiare. Tuttavia, fornisce immunità contro la malattia. Impedirà sostanzialmente che tu venga ucciso dal virus, o comunque ricoverato in ospedale. E a giugno, negli Stati Uniti, il 99% delle persone uccise dal Covid-19 non erano state vaccinate.
Ma il vaccino non basta. Perché per l’incapacità di dar seguito agli interventi non farmaceutici di cui abbiamo parlato – gli ordini di stare a casa, la necessità di isolare le persone malate – non siamo stati affatto in grado di farlo. Ci siamo rifiutati di farlo.
Abbiamo perso la nozione stessa di salute pubblica, che avrebbe significato assumere centinaia di migliaia, se non milioni di operatori sanitari pubblici e di comunità, per farli scendere in strada ad aiutare la gente. Avrebbe significato fare quel che hanno fatto altri paesi, ovvero pagare le persone per stare a casa piuttosto che costringere i lavoratori a uscire per pagarsi le bollette. È ridicolo.
Quei paesi (Nuova Zelanda, Vietnam, Taiwan, Islanda, per esempio) si sono occupati della questione in quattro mesi. Qui siamo al 17° mese e non abbiamo ancora il controllo di una pandemia. Non abbiamo neanche più idea di cosa sia un intervento di salute pubblica.
Questo è il risultato della mercificazione spinta degli interventi medici, riguardanti sia la medicina sia la sua messa in opera. Quindi ogni minuto al pronto soccorso o nello studio di un medico è fatturabile. Questa non è salute pubblica.
Devi collegare la scala dell’epidemia a quella dell’intervento, e degli ospedali sotto-finanziati non sono la scala a cui opera Covid-19. L’azione di contrasto funziona molto di più a un livello che richiede interventi comunitari fuori dagli ospedali e all’estero, e non soltanto nei punti di intervento medico.
Se non hai le strutture per adottare interventi non farmaceutici alla maniera di paesi come il piccolo Vietnam, in grado di reagire in breve tempo impedendo all’epidemia di prendere piede – se il paese più ricco nella storia dell’umanità non è in grado di fare nemmeno quello, allora è chiaro che qui [negli Stati Uniti] un sistema sanitario pubblico ancora non esiste realmente, ma ne hai comunque bisogno per distribuire i vaccini e far sì che la gente esca e vada in giro.
Qui negli Stati Uniti abbiamo trasformato la salute pubblica in un affare individuale. E ciò non riguarda solo Trump, ma anche Biden. Intervenendo sui vaccini, Biden ha detto: “La responsabilità è tua, se non ti vaccini, perché tutti noi vogliamo fare grigliate entro il 4 luglio, e se non ti vaccini rovinerai tutto”.
Ha anche detto: “Oh, chi di voi è vaccinato può togliersi la mascherina perché non infetterà nessuno”, quando già allora eravamo in tanti a sapere che non era vero.
Entrambe queste cose hanno inviato un segnale all’intero paese, che tu fossi vaccinato o meno, che potevi toglierti la mascherina. Le mascherine come strumento di intervento sono state così gettate sotto l’autobus. Gli interventi non farmaceutici sono stati accantonati in un momento in cui dovevamo continuare a guadagnare la fiducia delle persone in tali azioni, per poterle attuare tutte nello stesso tempo.
Esiste un modello di intervento di sanità pubblica assimilabile al formaggio svizzero. I vaccini fanno molto, ma non impediscono alle persone di essere contagiate. Ci sono dei buchi in quella fetta di formaggio. Ecco perché dovevi metterci sopra un’altra fetta. Potrebbe anche avere buchi, ma sono in punti diversi.
Se sovrapponi diversi strati di formaggio, tutti i buchi vengono riempiti in virtù di una sorta di modello olistico di intervento, secondo il quale ricorri a mezzi svariati per liberarti dell’influenza e impedire che si diffonda nella comunità: test di vaccinazione, tracciare le persone in isolamento, pagarle per stare a casa, rendere disponibili trasporti alimentari per sfamarle, municipalizzare i ristoranti, e così via.
Paghi i ristoranti per preparare del cibo per la gente del posto. Questo sarebbe un programma di governo. Ma tutto ciò viene rifiutato come una violazione dell’ideologia capitalista che richiede che tutti gli interventi generino profitto.
Mike Pappas: Nei paesi in cui abbiamo dei tassi di vaccinazione davvero alti, come Israele, stiamo assistendo ad un nuovo aumento del numero dei casi e dei ricoveri ospedalieri. Volevo porti domande su questo perché ho visto un sacco di teorie diverse sul perché ciò può accadere. Si parla di qualsiasi cosa, dalla fuga immunitaria al possibile declino dell’immunità, alle teorie del potenziamento dipendente dall’anticorpo (ADE) e quel tipo di cose. Mi chiedo cosa ne pensi e cosa stiamo vedendo in quei paesi.
Direi che sono tutte possibilità in gioco. Se si torna all’indietro per puntare il dito, ai liberali piace mettere sotto accusa Trump e gli antivaccinisti per non averlo fatto. E c’è un elemento, tipo: “Beh, dovresti andare a morire”, che è ridicolo perché per quanto orribile possiamo considerare la politica di certa gente, deve davvero esserci una nozione di destino condiviso, e la comprensione che la salute e il benessere del mio prossimo sono fondamentalmente legati ai miei.
Gli agenti patogeni sono strani, perché sono nel contempo troppo piccoli e troppo grandi per essere visti, dal momento che le ondate di epidemie investono interi stati e paesi. E per noi è difficile coglierlo in tempo reale.
Quindi il benessere delle persone che non ci piacciono è integralmente correlato al nostro benessere. Non è una faccenda etica; non mi piacciono i nazisti, non mi piacciono i trumpisti, e ho le mie idee sul loro destino. Tuttavia, il benessere in termini di salute pubblica va oltre, e dobbiamo capire che anche coloro che non si vaccinano, sono di fatto i nostri fratelli e sorelle epidemiologici, e il loro benessere è legato al nostro.
Il New York Times ha pubblicato un articolo in cui è stato fatto un sondaggio. Non si tratta soltanto di anti-vaccinisti duri e puri, entra in gioco la divisione per classi. Molte persone al di sotto di un certo livello di reddito non sono vaccinate. Chi non ha cibo a sufficienza, chi ha problemi con l’affitto.
Questo è correlato ed è insieme la dimostrazione di una governance fallimentare a livello sia statale che federale, rispetto alla capacità di andare là fuori, parlare con le persone, trovarle. E ciò richiederebbe che gli operatori sanitari di comunità andassero per le strade, a decine di migliaia. L’amministrazione Biden non è riuscita a fare questo. È una sua colpa. Non è solo qualcosa che riguarda Trump. È una questione di governo capitalista.
È nostro dovere aiutare la gente, e ci vuole un duro lavoro, è ridicolo doverlo ricordare. Ecco perché assumi migliaia e decine di migliaia di operatori sanitari di comunità, che cammineranno nei quartieri, in cui spesso vivono, e parleranno con le persone.
Devi lavorare sulle persone: ogni settimana, ogni mese e anche ogni giorno, per far loro riflettere su cosa sia il vaccino, ascoltandole. Non si tratta solo di parlare con il medico, non è abbastanza. Si tratta di parlare, in prima persona, alle persone che sono i tuoi vicini. E se qualcuno continua a presentarsi ed è gentile con te e rispettoso, puoi avere quella conversazione che potrà spingerà le persone a capire che il vaccino ha senso.
A proposito dei vaccini stessi. Sì, voglio dire, tutto ciò che descrivi è in atto. Hai la variante Delta, tra le altre, che emerge in un modo che i dati arrivati anche pochi mesi fa indicavano che i vari vaccini di qualunque azienda, Pfizer, Moderna, o tutti in genere, stanno iniziando lentamente a perdere forza.
Abbiamo appreso prima in Inghilterra che una dose di Pfizer non era sufficiente, ed ecco che abbiamo la doppia dose. Ora parlano di richiami perché le varianti si stanno evolvendo.
Questa è una fase di evoluzione, gli agenti patogeni si stanno evolvendo. E più permetti ai virus di diffondersi nel mondo, più permetti alle varianti di emergere e sconfiggere i tuoi vaccini.
La radice di ciò è negli interventi di tipo liberista. Se hai intenzione di rimproverare gli anti-vaccinisti trumpisti per non aver fatto il vaccino, come diavolo fai a sostenere gli sforzi della Fondazione Gates contro la medicina aperta?
La Fondazione Gates e le aziende farmaceutiche hanno sostanzialmente detto all’OMS: “non lo farai in questo modo”. COVAX, che stava cercando di vaccinare il 20% della popolazione nei paesi a basso reddito con vaccini scontati, ha ampiamente fallito, in parte proprio a causa di questi diritti di proprietà intellettuale, che impediscono che la produzione di vaccini avvenga in tutto il mondo.
Se lasci che la maggior parte del mondo non venga vaccinata, allora, in sostanza, consenti al virus di fare milioni di esperimenti per capire come evolvere in risposta alle varie cose che gli stiamo lanciando contro. Quindi è del tutto controproducente.
Questo è ciò che fa il capitalismo. È il suo modo di fare soldi. Stanno andando avanti in un modo che è perfetto per distruggere la Terra, che si tratti del cambiamento climatico o di queste pandemie – l’unica cosa che conta è che un pugno di miliardari continuino a fare un sacco di soldi.
Le aziende farmaceutiche hanno davvero guidato la salute pubblica globale orientandola verso la produzione esclusiva di incentivi per coloro che possono pagare, piuttosto che impegnarsi nell’intervento condiviso di salute pubblica, in una governance globale basata sul principio secondo cui: “La salute dei miei vicini è importante per me, vacciniamo il mondo intero e faremo del nostro meglio per ridurre il Covid abbastanza da impedirgli di scatenarsi per lungo tempo”.
I primi modelli che ho visto nel marzo 2020 prevedevano che, negli scenari peggiori, l’epidemia sarebbe continuata fino al 2024. Ora c’è chi parla del 2025. Sei nel settore della salute, pensa a quanto sia stato estenuante anche solo un anno e mezzo. Potrebbero esserci più ondate all’anno perché chi è al potere si è rifiutato di prendere la cosa abbastanza sul serio.
Milioni di persone sono morte, ma è un tasso di mortalità appena dall’1 al 2%. Cosa succederà se avremo l’emergere annuale di virus con tassi di mortalità del 5%, 25%, 30%? Questo, in sostanza, era una specie di softball per un sistema di governance globale. E molti paesi hanno fallito perché sono vincolati alla classe capitalista.****
Mike Pappas: Al di là delle aziende farmaceutiche, in che modo i vari settori della classe capitalista hanno cercato di sfruttare la pandemia a proprio vantaggio?
Come sapete, ho esaminato il settore agricolo. Mi sono dedicato all’agricoltura perché mi sono reso conto che non puoi limitarti a gestire le epidemie una volta che un virus passa da uomo a uomo. I buoi, a quel punto, hanno già lasciato la stalla.
Voglio dire: abbiamo parlato di tutti i modi in cui un corretto intervento di sanità pubblica ridurrebbe al minimo i danni e ci consentirebbe di emergere indenni, o relativamente meno feriti, in modo da poter tornare ad una vita senza pandemia.
E mi sono reso conto che per farlo, dobbiamo cambiare le nostre pratiche agricole e intervenire a quel livello per ridurre al minimo la possibilità che nuovi agenti patogeni emergano dal bestiame e dal pollame.
Quindi, ho tenuto d’occhio il settore agricolo. E ora qui negli Stati Uniti c’è stato l’ormai famigerato intervento, il Defence Production Act (DPA) di Trump, che non ha prodotto più dispositivi di protezione individuale (DPI), di cui avevano bisogno gli infermieri, i medici e le persone che lavorano nel pubblico. Ma ha consentito ai vari impianti di lavorazione del pollame e del bestiame di continuare a produrre, mentre migliaia di lavoratori degli impianti sono stati infettati e sono morti.
È la cosa più ovvia, la volontà di far andare le cose come prima. In apparenza serviva a sfamare l’America, ma non era affatto così. Voglio dire, c’è un calo del consumo di carne tra gli americani, e ce n’era in abbondanza a disposizione.
Quella decisione aveva invece più a che fare con l’intento di soddisfare la domanda estera. I cinesi avevano subito un calo della produzione suina a causa della peste suina africana. Anche se il consumo di carne americana era diminuito, lo spazio costruito per la lavorazione stava aumentando di milioni di piedi quadrati, in molti stati.
Quindi l’intervento di Trump riguardava più i mercati esteri, piuttosto che rispondere ad un appello nazionalistico per l’approvvigionamento alimentare statunitense. Naturalmente c’è stata una smentita da parte del settore della carne circa la sua pericolosità.
L’amministrazione Trump ha permesso agli impianti di trasformazione di accelerare le loro operazioni tanto da costringere i lavoratori alla catena di montaggio ad ammassarsi gli uni sugli altri, e ciò ha aumentato la probabilità di diffusione dell’infezione. In altre parole, l’intero settore è stato consacrato all’adozione di pratiche che diffondono il virus.
Oggi siamo all’ipocrisia, con il settore alimentare che, dal momento che è stato prodotto il vaccino, richiede che i suoi operai vengano prima vaccinati. E dovrebbero esserlo, ma questo dimostra la totale ipocrisia dell’industria della carne, che cerca ora di vaccinare quei lavoratori che ha gettato sotto l’autobus durante il primo anno dell’epidemia.
Una pericolosa infezione si è infatti diffusa a partire da questi impianti rurali di confezionamento della carne fino a raggiungere le comunità locali, infettando migliaia di persone che con tutta evidenza non erano vicine a nessuna delle città costiere dove l’epidemia è iniziata negli Stati Uniti.
A causa del carattere industrializzato e globalizzato delle linee di approvvigionamento della carne, ci sono contee situate nelle aree più interne e rurali del paese che sono state colpite piuttosto duramente dall’epidemia, anche se non erano collegate a nessuna città.
Una simile diffusione del virus ha a che fare con i modi, i più svariati, con cui le comunità rurali sono state trattate riducendole a zone da sacrificare, nelle quali l’agricoltura industriale spazza via non solo il paesaggio, ma anche la capacità degli agricoltori locali e di chi processa la carne di controllare un processo decisionale che va ad incidere su ciò che accade alle loro comunità.
Cliff Willmeng: Come percepisce il tuo lavoro la comunità scientifica, e come ne stai discutendo?
Sono stato per un po’ all’Università del Minnesota come docente di geografia. Non molto a lungo. Ho detto la mia quando è emerso l’H1N1. Ho parlato criticamente dell’influenza, ma il Minnesota è una città-azienda, uno stato agroalimentare.
Voglio dire, non è che ti lascino una testa di un maiale ai piedi del letto. Succede molto più in stile Minnesota. Non fanno uscire nuovi bandi di concorso, non ti rinnovano il contratto, cose del genere. È così che fanno.
Ma il processo di filtraggio è reale. Il realismo capitalista è davvero reale. È qualcosa che si insinua in profondità, nel tessuto stesso della pratica scientifica, fino ai formalismi matematici.
Gran parte della modellazione scientifica – i modelli di suscettibilità, e quelli infettivi e di guarigione in epidemiologia – sono così concentrati sui singoli individui infetti e sul virus stesso da tralasciare i termini stocastici che determinano se una pandemia esplode o si contrae.
In altre parole, tutto ciò che abbiamo appena descritto qui in termini molto politici, in termini di economia politica e storia mondiale, è fondamentale per il modo in cui gli scienziati affrontano il problema, ma è anche alla base della loro crescita come scienziati, a cominciare da come sono stati formati fin dall’inizio della propria carriera.
Prendi Richard Lewontin, il famoso biologo dialettico, genetista evoluzionista di grande fama che ha lavorato con Richard Levins per molti anni. Non è l’unico ad averlo detto, ma ricordo la sua visione, secondo cui gli scienziati fanno parte della società prima ancora di diventare scienziati. Sono imbevuti degli istinti della loro classe sociale e hanno insegnato quegli istinti mentre diventavano parte di quelle che spesso sono istituzioni d’élite che non si dedicano soltanto alle questioni specifiche della biologia molecolare o della computazione evolutiva, ma anche come destreggiarsi nella vita lavorativa.
Quanto a chi paga per la scienza, a livello di governo, NIH e NSF – i finanziamenti si stanno riducendo. L’età media di chi ottiene borse di studio è salita alle stelle. Quindi, sì, i giovani docenti sono soggetti alla disciplina del lavoro. Le università statali sono sempre più sotto finanziate. Quindi devono rivolgersi al settore privato per i finanziamenti in ricerca e sviluppo.
Così qui nel Midwest le università che hanno finanziamenti pubblici devono rivolgersi all’agrobusiness per avere i soldi necessari ad andare avanti. La scienza non si riduce ad un metodo. Non è solo: “Oh, ho una domanda. Raccoglierò dei dati, li testerò e vedrò se posso rifiutare l’ipotesi, o la versione bayesiana consistente nell’assegnare delle probabilità a posteriori a ciascuna di queste ipotesi”, e tutto il resto.
Hai un sacco di menti brillanti a cui è assegnato il compito di cercare risposte a domande che non sono state poste da loro.
Quindi, quando una pandemia bussa alla tua porta, non sai cosa fare perché hai speso miliardi di dollari per rispondere a domande che non avevano nulla a che fare con essa, o a domande su come monetizzare questa cosa.
Questi sono fallimenti istituzionali. Questo è ciò che il nostro gruppo di ricerca chiama fallimenti della cognizione istituzionale. Quello a cui assistiamo qui è la putrefazione della classe dirigente americana, una classe politica che comprende anche la sfera della scienza.
Quando ti trovi di fronte a un problema che richiede che diverse unità di governo e della società interagiscano e lavorino insieme, e riflettano sulla natura del problema e sulle risposte da dare, devi avere una macchina ben oliata che sia aperta a comprendere la vera natura delle cose.
I cinesi hanno prodotto la loro versione, i neozelandesi anche; erano versioni leggermente diverse tra loro, ma la loro cognizione istituzionale è entrata in azione. Sono arrivati a delle risposte. E hanno agito di conseguenza.
Cosa stanno facendo gli Stati Uniti? Nient’altro che esitare, non riuscire a trovare una risposta o tornare alla risposta sbagliata. Insomma, a gennaio 2020, il Covid-19 sta emergendo in Cina. Negli Stati Uniti facciamo finta che non stia succedendo nulla, arriva sulle nostre coste, e facciamo ancora finta che non stia succedendo nulla; ok, quindi abbiamo perso quella scommessa. Abbiamo sbagliato.
E cosa succede a gennaio 2021? Hai la variante Delta. Cosa facciamo? Torniamo indietro. Oh, abbiamo i vaccini. Toglieremo la mascherina. Torneremo a ripetere esattamente il primo errore, e fingere che non ci accadrà nulla in caso di pericolo.
Ne veniamo fuori con la stessa cosa, anche perché la nostra classe politica si identifica solo con il riflesso allo specchio delle sue stesse presunzioni. L’idea di investire nei beni comuni è completamente fuori discussione. Sei alle corde, strutturalmente.
Tutti i politici, di qualunque partito si tratti, sono letteralmente incapaci di pensare a delle soluzioni. E questo vale anche per i nostri scienziati, incapaci di pensare a delle soluzioni che richiedano cambiamenti profondi nella natura politica della nostra società.
Qualcuno dice: “Rob, dovremmo avere te al potere, amico. Tu sei quello della salute pubblica. Se potessi gestire le cose, cosa faresti?”. E direi, beh, posso indicarti capitolo e versetto, ma ciò che farei richiede che arrivi una società completamente diversa; solo così Rob Wallace o altri molto più intelligenti di me saranno in grado di prendere simili decisioni.
Alla fine degli anni Sessanta avevi un gruppo di scienziati radicali in una molteplicità di campi, nelle scienze naturali, con un tocco di medicina sociale latinoamericana qui negli Stati Uniti. Jack Geiger, Levins e Lewontin: sono stati tutti spazzati via.
Si dice spesso che la scienza progredisca un funerale alla volta. Ma in questo caso, non che tutto andasse bene negli anni Settanta, ma almeno c’era ancora il senso di una connessione con una svolta sociale.
Quando il programma neoliberista è arrivato nelle università, quelle persone erano state tutte eliminate. Sono stati licenziati. Sono stati neutralizzati. Quindi, quanto alle persone come me, troviamo le nostre strade ai margini perché veniamo scremati.
D’altra parte, il mondo si trova di fronte a problemi per risolvere i quali i radicali hanno molto da dire. Quando è emerso l’H5N1, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, che per molti agricoltori è come la Morte nera, all’improvviso ha ricevuto un sacco di soldi. E mi hanno fatto un contratto per lavorare sull’H5N1. Ho potuto fare degli interventi che, almeno a livello scientifico, contenevano degli interessanti passi in avanti. Ma poi l’H5N1 è stato risolto politicamente, anche se è ancora un problema in termini di epidemiologia.
Questo è il problema. Quando risolvi qualcosa sul piano politico, il che significa – ed è un modo elegante per dirlo – mettere il problema sotto il tappeto, il problema rimane. Emergono nuovi agenti patogeni e tu continui a tirare i dadi anno dopo anno, a fare le cose a casaccio; ora lo facciamo un paio di volte all’anno.
Devi tornare alla nostra prima domanda. Ci sono tanti nuovi patogeni che stanno emergendo. E invariabilmente uno finisce con il far centro, perché è contagioso e virulento, e si infila nel traffico globale, che è in aumento e molto più integrato, nel commercio, ma anche nei viaggi, tanto che penso avrebbe dovuto far parte di quel modello dei circuiti di produzione.
Una volta raggiunta la capitale regionale, sale su un aereo e in un paio d’ore il virus sta bevendo Martini a Miami Beach. Non trova ostacoli. Ecco perché è fondamentale orientarsi verso dei nuovi modelli di solidarietà umana, se non altro perché le forme di produzione e il nostro modello di civiltà ci hanno portato ad una situazione in cui un patogeno può emergere nell’area più remota che si possa immaginare, ed arrivare fino all’altro capo del mondo in breve tempo.
I “fratelli nemici in competizione tra loro” – come Marx chiamava i capitalisti – lavorano insieme per imporre la disciplina del lavoro, o addirittura commettono omicidi di massa per proteggere i loro interessi. Ma sono quanto mai distanti da ciò che noi tutti condividiamo.
Noi siamo ancora strettamente legati alla matrice ecologica da cui dipende la nostra specie. Quando vedi una foresta, non è solo qualcosa da distruggere con il disboscamento. Funge da barriera contro gli agenti patogeni, e fornisce anche acqua pulita, e aria pura: l’intera matrice ecologica da cui dipendiamo, tutti gli animali, gli insetti, le piante e la diversità.
Questo è in definitiva il motivo per cui l’alternativa è ecosocialismo o barbarie.
Cliff Willmeng: Quale sarebbe il tuo messaggio per gli operatori sanitari? E quale sarebbe un modello decisionale migliore nell’assistenza sanitaria?
Non voglio sembrare il Dr. Doom [personaggio dei fumetti statunitensi], va bene? Perché siamo nella merda, di brutto. Non lo negherò. Tracciare tutto ciò è un contributo importante, equivale a dire: “Oh, questo è il livello a cui avvengono le cose, è una faccenda seria. Dobbiamo attirare l’attenzione su questo”. Non sono nel campo medico. Non sono un’infermiera, né un medico. Mi rimetto a chi ne sa molto di più su questi temi.
Direi però un paio di cose. La prima è questa. Volendo tracciare un’analogia con quanto avviene in agricoltura, ho parlato del problema della privazione di agricoltori e comunità rurali del diritto di prendere decisioni a livello locale. Ciò conduce a un modello estrattivista che distrugge le comunità locali, le quali finiscono con l’inviare tutto il denaro via oleodotto per esempio al quartier generale della Monsanto a St. Louis, o simili.
Questo aspetto del controllo locale è incredibilmente importante. E non importa quale modello si intenda adottare – anarchico, socialista o comunista, imperniato sulla pianificazione centrale.
Deve comunque esservi un qualche elemento di controllo del processo decisionale a livello locale, è estremamente importante che chi fa parte delle comunità locali sappia cosa sta succedendo; questo anche se dobbiamo impegnarci pure nella costruzione di una solidarietà tra comunità che vada da una contea ad un’altra situata all’altro capo del mondo.
Le infermiere e alcuni medici sono stati molto in prima linea su questo punto. Quando il CDC ha emanato l’obbligo della mascherina a maggio, hanno detto che se sei vaccinato, non hai bisogno della tua mascherina. Ed è notevole per dei dirigenti della sanità pubblica, che come specie tendono ad essere piuttosto codardi, il fatto che erano così sbalorditi da scrivere un editoriale feroce. Tanto di cappello.
Chiaramente, molti sindacati degli infermieri erano d’accordo. Alcuni dei sindacati nazionali erano fermamente convinti che si trattasse di una stronzata e hanno fornito spiegazioni dettagliate sul perché. Gli infermieri hanno una certa autorità morale tra molti membri della comunità.
Direi che va supportato un programma che vada molto al di là dei soli vaccini. Molte persone devono essere vaccinate, ma non si tratta solo di parlare con qualcuno in una clinica o in un ambulatorio.
Se si vuol davvero andare avanti, dobbiamo spingere in modo molto pragmatico sulla nozione di operatore sanitario di comunità, e avere migliaia, decine di migliaia di operatori, che possano visitare la gente, verificare come stanno, quali sono le loro esigenze. Anche persone che sarebbero fondamentalmente in disaccordo, e non vorrebbero vedere un tale lavoratore. Una visita ripetuta svilupperebbe realmente la fiducia necessaria per avere quelle conversazioni altrimenti difficili.
Alla fine potrei sostenere il rovesciamento del capitalismo. E questo è un buon punto di partenza. Ma come primo passo pragmatico, parlando di cacciare anzitutto il covid-19 dagli ospedali, dove operano gli infermieri, lo sforzo di salute pubblica deve estendersi fino a comprendere le comunità, per ridurre il livello di infezione della comunità stessa, e far sì che gli ospedali non vengano invasi dai malati di covid.
Ciò significa costringere i politici in varie giurisdizioni a finanziare il genere di interventi Tetris che sono stati in gran parte abbandonati, o non sono mai stati adottati. E comporta l’assunzione di molte persone con buoni salari e garanzie, perché non è un lavoro facile o alla scala dimensionale necessaria.
Ma dobbiamo poi arrivare a chiederci come possiamo anzitutto impedire a questi patogeni di emergere. Il settore medico deve intervenire sull’agricoltura, se non si vuole ripetere l’esperienza.
Ciò significa intervenire, dire che non si può più fare agricoltura a questo modo, dobbiamo farlo in un modo nuovo, che promuova la salute rurale a livello individuale e comunitario. Dobbiamo restituire alle persone la capacità di controllare le cose. È una strada molto lunga, che riguarda i benefici per la salute pubblica del controllo comunitario. Il danno alla salute della comunità e il settore agricolo sono strettamente connessi.
Altri paesi hanno risolto la faccenda. C’è stato un recente focolaio in una città cinese, e hanno inviato lì 70.000 operatori sanitari pubblici, di corsa. Sono molto attenti a quanto accade negli ospedali e nella comunità.
Questo non fa parte dell’istinto americano, perché qui ci si vorrebbe sbarazzare dei problemi sul nascere per non doversene occupare. Si parlava di appiattire la curva e tutto il resto. Ne hai sentito parlare ultimamente? No. È tutto finito.
Abbiamo fallito. Vogliamo solo aprire i luoghi di produzione. Prendi i tuoi fottuti vaccini. Se non lo fai, è colpa tua. E se muori, beh è sfortuna, amico. E, sai, bisogna servire l’economia, amico.
In che modo un ospedale basato sul modello aziendale può adottare un modello di operatori sanitari di comunità? Cosa faranno? Vuoi sbattere una banconota in faccia a chi incontri per strada e dirgli: “Ehi, dovresti fare il vaccino. A proposito, ecco i soldi”.
È un lavoro senza profitto. Se hai intenzione di dire: “Non faremo nulla con profitto e lasceremo che il governo paghi per questo”, i governi diranno: “Noi non lo facciamo” perché “la base imponibile si è ristretta”, o perché’ “non vogliamo, vogliamo gestire il governo come un’azienda”, e tutta quell’ideologia, allora, per definizione, gli ospedali non possono farlo.
Ci sono infermieri di comunità. Ci sono, a quanto ho capito, persone che effettivamente scendono in strada e fanno quel genere di lavoro.
Ma come si fa ad andare più in profondità? So che il modello cubano è più sul pezzo; la loro nozione di salute comprende tutti i luoghi in cui la gente vive effettivamente, senza limitarsi alla loro casa.
Non si tratta solo di visite domiciliari. Si tratta di vedere come la salute della comunità dipenda organicamente dalla possibilità di agire a tutti i livelli. Che si tratti di un uragano che si abbatte o di un’epidemia. Si tratta anche di sostenere l’auto-organizzazione in modo che la cognizione istituzionale possa penetrare nella vita comunitaria – la capacità della comunità di decidere cosa fare e come intervenire.
Penso di averlo scritto su Dead Epidemiologists. Quando mi è stato diagnosticato il Covid, non c’era con me nessun operatore sanitario di comunità. Nessuno ha bussato alla mia porta.
Ho avuto la diagnosi per via telematica, da un’infermiera che non mi ha visto né tonsille né narici. E non era colpa dell’infermiera. Riguarda la decisione presa dalla società, di gestire un pericoloso focolaio, in un momento in cui non sapevamo nulla di Covid, con la telemedicina e nient’altro. Questo è profondamente inquietante. Ha davvero mostrato qual è lo stato della salute pubblica in questo paese ad un livello molto personale.
Fonte
11/10/2021
Nobel per l'economia 2021, il conformiso tiene ancora banco
Fonte
25/09/2021
Culture e pratiche di sorveglianza. L’ossessione della trasparenza
«I segreti sono bugie» – «Condividere è aver cura» – «La privacy è un furto» (Bailey, personaggio del romanzo Il cerchio di Dave Eggers) «Se le persone condividono di più, il mondo diventerà più aperto e connesso. E un mondo che è più aperto e connesso è un mondo migliore» – «Dando alle persone il potere di condividere si rende il mondo più trasparente» (Perle di saggezza di Mark Zuckerberg).
La tendenza contemporanea a manifestarsi “senza nascondimenti” – rinunciando al proprio diritto di privacy in cambio di una maggior efficacia nel comunicare la propria identità – e alla “confessione pubblica” di un fatto o di un’esperienza personale, si lega all’ossessione della trasparenza che da qualche tempo ha fatto breccia nell’immaginario collettivo nella convinzione che non si ha, né si deve avere, “nulla da nascondere”. Se da un parte la propensione all’outing è certamente mossa da una volontà orgogliosamente rivendicativa di condotte, culture e appartenenze indigeste al pensiero dominante, dall’altro la smania alla visibilità e alla trasparenza in età contemporanea risponde a un’urgenza dettata da un sistema che richiede pressantemente all’individuo di fornire e gestire un’immagine personale adeguata a richieste sociali prestazionali e mercificate1.
In un tale contesto, in cambio di un rassicurante riconoscimento pubblico, magari conteggiato a suon di like, si è indotti a mostrarsi e condividersi in maniera omologata in modo da “piacere” il più possibile a tutti. Insomma, l’ossessione della trasparenza – rafforzata dalla crescente smaterializzazione di luoghi e spazi abitativi e di lavoro – sembra aver dato luogo a una vera e propria macchina di controllo sociale partecipato.
David Lyon2 nell’approfondire la questione della trasparenza prende il via dalla critica mossa da Michel Foucault3 nei confronti tanto dell’idea rousseauiana che voleva uguaglianza e libertà derivare dalla trasparenza, quanto del panopticon proposto da Jeremy Bentham come modello di controllo perfetto attuato attraverso l’autodisciplina. In entrambi i casi è nella trasparenza che si cerca la cura per i mali della società.
Se a proposito di sorveglianza in generale la cultura novecentesca ha teso a lamentarsi tanto nei confronti della segretezza quanto del “portare alla luce” questioni che dovrebbero restare private, occorre constatare che ad essere presa di mira è stata soprattutto l’assenza di trasparenza da parte dei sorveglianti mentre per i sorvegliati il controllo a cui sono sottoposti è stato tutto sommato meno probelmatizzato: “niente da nascondere, niente da temere”. Nella cultura della sorveglianza contemporanea, sostiene Lyon, mentre si esige maggiore trasparenza da parte di organizzazioni e governi anche alla luce dell’attività di sorveglianza che questi svolgono nei confronti della popolazione, si tende a concedere volontariamente maggiore trasparenza giudicandola inevitabile in un’epoca caratterizzata da un coinvolgimento mediatico collettivo.
L’idea di una democratica “trasparenza reciproca” fa parte ancora oggi degli slogan ripetuti insistentemente negli ambienti della Silicon Valley. Secondo Alice Marwick4 tale scena tech, messa in piedi soprattutto da pionieri giovani, bianchi e maschi, non smette di idealizzare quella trasparenza e quella creatività che nei fatti si realizzano sotto forma di partecipazione imprenditoriale votata al far coincidere vita e lavoro in cui i social network svolgono un ruolo fondamentale. Una visione in tutti i modi viziata non solo dal pensare l’intero globo composto da repliche della loro “comunità” di giovani, bianchi e maschi ma anche dal tralasciare l’asimmetria nel potere di accesso alla trasparenza: quando mai verrebbe concesso a un comune cittadino di chiedere trasparenza reciproca, ad esempio, alle forze di polizia?
Riprendendo il convincimento di Gary Marx5 che vede nelle narrazioni, così come nelle immagini, una componente importante di quella cultura della sorveglianza che poi si riverbera sulla quotidianità, Lyon approfondisce le questioni relative alla trasparenza contemporanea ricorrendo ad alcuni prodotti di fiction indaganti a loro volta la questione, riferendosi in particolare al romanzo Il cerchio (The Circle, 2013) di Dave Eggers – da cui è stato tratto un film (2017) diretto da James Ponsoldt – e all’episodio Caduta libera (Nosedive, ep. 1, serie 3, 2016) della serie Black Mirror (Id., dal 2011 – in produzione, Channel 4; Netflix) ideata da Charlie Brooker. Lo studioso si concentra su come l’ascesa della sorveglianza sociale e la sua fusione con quella dello Stato e delle corporation influisca sia sugli immaginari che sulle pratiche degli individui, mettendo in evidenza le contraddizioni della visibilità del quotidiano e la disponibilità che soprattutto le corporation vengono ad avere della sfera privata e degli immaginari degli utenti-clienti.
Il romanzo di Eggers narra di un’azienda-comunità della Silicon Valley che persegue l’imperativo della trasparenza totale in cui i dipendenti, oltre ad abitare edifici in cui attraverso l’ampio ricorso a vetrate si tende ad annullare la differenza tra interno ed esterno, sono sottoposti a un controllo continuo attraverso un costante monitoraggio partecipativo a cui essi stessi concorrono condividendo rigorosamente tutto ciò che li riguarda all’interno e all’esterno dell’ambito strettamente lavorativo. Una perenne esposizione che richiede a tutti di inscenare una performance continua che non consente “momenti d’ombra”6.
Il romanzo segue l’esperienza della giovane assunta Mae Holland narrando la sua entusiastica adesione alle direttive aziendali e le difficoltà che incontra nel rapportarsi con chi non fa parte di quella che si rivela essere una vera e propria comunità chiusa. La parte forse più interessante del romanzo riguarda i meccanismi che rendono attraente la trasparenza totale. «Diventeremo onniveggenti, onniscienti» declama Bailey, uno dei cofondatori dell’azienda, in stile Steve Jobs, davanti a un pubblico estasiato dalle nuove videocamere “SeeChange” che presenta. Un “vedere” e un “sapere” che, sottolinea Lyon, risultano «prosciugati e trasformati in dati». Con i Big Data che assumono l’aura del Sacro Graal.
Per quanto possano apparire estremizzate le cose narrate dal romanzo, non sono pochi gli oggetti e le pratiche che si ritrovano nella realtà contemporanea. Basta digitare “dropcam” su un motore di ricerca – tanto per fornire altri dati di profilazione a Google & C. – per vedere le versioni reali già disponibili delle “SeeChange” del romanzo: videocamere sempre più piccole ed economiche, semplici da installare con cui è possibile raccoglie immagini volendo anche senza che nessuno se ne accorga.
Il campus-azienda de Il cerchio non è poi molto dissimile dalle smart city che si stanno sperimentando e costruendo un pezzo alla volta con un certo entusiasmo diffuso e non c’è bisogno di ricorrere a romanzi distopici nemmeno per imbattersi nel tracciamento dei movimenti tramite smartphone o veicoli (già diverse assicurazioni installano dispositivi in grado di tracciare con precisione i movimenti dell’automobile) o per individuare nei social network quella sorta di dipendenza da condivisione che porta a condividere tutto di se stessi7. «Noi consideriamo la tua presenza online una parte integrante del lavoro che svolgi» viene detto alla giovane neoassunta per incentivarla a condividere se stessa sulla rete assecondando l’imperativo aziendale della trasparenza totale.
Mae, la protagonista del romanzo di Eggers, si rende pian piano conto di prendere parte a forme di sorveglianza partecipativa essendo al contempo controllata e controllore. Si tratta di un fenomeno che Alice Marwick8 definisce “sorveglianza sociale”: i social network, nella loro duplice natura di piattaforme in cui si consumano e producono informazioni, creano una modalità simmetrica di sorveglianza in cui gli osservatori si attendono di essere a loro volta osservati e, frequentemente, desiderano entrambe le cose.
A differenza di altre tipologie, nella sorveglianza sociale «il potere è coinvolto in ogni rapporto sociale, la sorveglianza è praticata tra individui più che dalle organizzazioni, e inoltre è reciproca perché entrambe le parti sono insieme osservatori e osservati»9. L’effetto finale di ciò, sostiene Marwick, è un addomesticamento generale delle pratiche di sorveglianza. Nel caso della sorveglianza sociale l’interesse è rivolto agli altri utenti e sebbene la gerarchia appaia appiattita (come nel caso degli “amici” dei social) le gerarchie non tardano a ricomparire all’interno dei rapporti all’interno del gruppo: le pratiche stesse della sorveglianza sociale si mostrano orientate a una “ricerca di potere”. Il ricorso ai social è spesso dettato da una ricerca di visibilità, di una dimostrazione di esistenza ed è a tale fine che gli individui inscenano deliberatamente una performance pubblica costruendosi un’identità che, non di rado, proprio per ottenere consenso, è votata al conformismo.
Se la sorveglianza, in generale, agisce per gestire, controllare e indirizzare la popolazione, la sorveglianza sociale secondo Marwick produce autodisciplina: lo sguardo della sorveglianza è interiorizzato, pertanto agisce sulle pratiche degli “amici” coinvolti. Ciò è reso evidente tanto nel romanzo Il cerchio che nell’episodio Caduta libera di Black Mirror in cui gli utenti partecipano con le loro valutazioni a stilare nei fatti i profili da cui la macchina del potere sceglierà a chi affidare i diversi ruoli. Insomma, le valutazioni espresse sui social si rivelano a tutti gli effetti potere.
Il graduale passaggio «dalle identità dei lavoratori novecenteschi incentrate sulla “disciplina” alle identità dei consumatori del Ventunesimo secolo caratterizzate dalla “performance”, che è trasparente per tutti»10 è assolutamente rafforzato dai social. La visibilità, soprattutto in tali ambiti di condivisione, è «un sito strategico in cui tentiamo di scegliere come ci presentiamo e di contestare come siamo visti, nel tentativo di plasmare e gestir questo processo. È essenziale per una politica del riconoscimento, per ottenere un trattamento equo delle differenze. Essere visibili o invisibili coinvolge capacità morali e pratiche ma in sé non significa oppressione o liberazione»11.
Nonostante i dati raccolti, come risulta evidente alla protagonista de Il cerchio, non dicano “tutto”, la loro raccolta ed elaborazione risulta strategica al “capitalismo della sorveglianza”12. Rovesciando le modalità della sorveglianza tradizionale, ora la sequenza diviene: prima tracciare, poi individuare. L’universo della rete – tanto all’“interno degli schermi” quanto nell’“Internet delle cose” – si rivela un sistema perfetto per ottenere informazioni dagli utenti senza particolari resistenze se non addirittura con entusiastica partecipazione.
È fin troppo chiaro che le attuali disposizioni politico-economiche significano povertà per la maggior parte della popolazione globale e producono alienazione, repressione, competizione, conflitto, relazioni frugali e separazioni per tutti, ricchi e poveri. E la sorveglianza di oggi senza dubbio contribuisce a questo mondo, lo favorisce. Nello sviluppo attuale della sorveglianza, il sospetto prende il posto della fiducia, la categorizzazione produce svantaggi cumulativi e le persone vengono trattate in base alla loro caratterizzazione in dati disincarnati e astratti13.
Esiste una via d’uscita da tutto ciò praticabile qua ed ora? Non si troveranno risposte circa il che fare nei romanzi come Il cerchio di Eggers né negli episodi di Black Mirror, certamente però la fiction di questo tipo ha il merito di allarmare non tanto di un pericolo potenziale ma del fatto che quanto ci racconta è già realtà. Meglio non sottovalutare la fiction; questa può rivelarsi un ottimo paio di occhiali sul modello di quelli di They Live (1988) di John Carpenter. Sul che fare, però, ci si deve arrangiare.
Bibliografia
- Chicchi Federico, Simone Anna, La società della prestazione, Ediesse, Roma 2017.
- Codeluppi Vanni, La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società, Bollati Boringhieri, Torino 2007.
- Id, Mi metto in vetrina. Selfie, Facebook, Apple, Hello Kitty, Renzi e altre «vetrinizzazioni», Mimesis, Milano-Udine 2015.
- DeNardis Laura, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi, Luiss University Press, Roma 2021.
- Foucault Michel, L’occhio del potere. Conversazioni con Michel Foucault, in Jeremy Bentham, Panopticon ovvero la casa d’ispezione, a cura di Foucault Michel e Perrot Michelle, Marsilio, Venezia 1983.
- Han Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2012.
- Lyon David, La cultura della sorveglianza. Come la società del controllo ci ha reso tutti controllori, Luiss University Press, Roma 2020.
- Marwick Alice, The Public Domain: Social Surveillance in Everyday Life, Surveillance & Society 9.4, 2012.
- Marx Gary T., Windows into the Soul: Surveillance and Society in an Age of Hight Technology, University of Chicago Press, Chicago 2016.
- Zuboff Shoshana, Il capitalismo della sorveglianza. Il Futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019.
Note
Cfr. Vanni Codeluppi, La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società, Bollati Boringhieri, Torino 2007. Id, Mi metto in vetrina. Selfie, Facebook, Apple, Hello Kitty, Renzi e altre «vetrinizzazioni», Mimesis, Milano-Udine 2015. Su Carmilla.
Cfr. David Lyon, La cultura della sorveglianza. Come la società del controllo ci ha reso tutti controllori, Luiss University Press, Roma 2020. Su Carmilla.
Cfr. Michel Foucault, L’occhio del potere. Conversazioni con Michel Foucault, in Jeremy Bentham, Panopticon ovvero la casa d’ispezione, a cura di Michel Foucault e Michelle Perrot, Marsilio, Venezia 1983, p. 14.
Alice Marwick, The Public Domain: Social Surveillance in Everyday Life, Surveillance & Society 9.4, 2012.
Gary T. Marx, Windows into the Soul: Surveillance and Society in an Age of Hight Technology, University of Chicago Press, Chicago 2016.
Federico Chicchi, Anna Simone, La società della prestazione, Ediesse, Roma 2017; Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2012.
Cfr. Laura DeNardis, Internet in ogni cosa. Libertà, sicurezza e privacy nell’era degli oggetti iperconnessi, Luiss University Press, Roma 2021. Su Carmilla. David Lyon, La cultura della sorveglianza. Come la società del controllo ci ha reso tutti controllori, op. cit. Su Carmilla.
Cfr. Alice Marwick, The Public Domain: Social Surveillance in Everyday Life, op. cit.
David Lyon, La cultura della sorveglianza. Come la società del controllo ci ha reso tutti controllori, op. cit., p. 162.
Ivi, p. 167.
Ivi, p. 168.
Cfr.: Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il Futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019. Su Carmilla.
David Lyon, La cultura della sorveglianza. Come la società del controllo ci ha reso tutti controllori, op. cit., p. 175.
Fonte

