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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/05/2026

Venezuela - Il caso Alex Saab e la dottrina della sovranità limitata

In Venezuela, i fatti del 3 gennaio 2026 hanno segnato un inedito punto di rottura. Un’incursione condotta dalle truppe speciali statunitensi, coadiuvate da quelle britanniche e israeliane, contro porti e installazioni militari ha causato oltre cento vittime tra soldati e civili (fra cui 32 militari cubani), culminando nel sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Questo atto ha proiettato la Repubblica Bolivariana in una condizione di pesante ricatto istituzionale e di tutela di fatto, accelerando dinamiche interne per definire gli assetti di potere, la gestione delle risorse strategiche e l’interazione con i mercati finanziari occidentali.

In questo scenario di sovranità sotto scacco si inserisce il caso della repentina estradizione e deportazione verso gli Stati Uniti di Alex Naín Saab Morán, ex ministro delle Industrie e della Produzione Nazionale. Saab è stato al centro di una campagna internazionale per la sua liberazione, che si è svolta anche in Italia, paese di origine della moglie, Camilla Fabri.

Saab è stato arrestato per la prima volta il 12 giugno 2020 a Capo Verde, mentre si dirigeva in Iran in quella che Caracas ha descritto come una missione umanitaria. È stato estradato in territorio statunitense nell’ottobre 2021, nonostante il Venezuela avesse richiesto in ripetute occasioni la sua liberazione, denunciato una violazione della sua immunità diplomatica e qualificato l’arresto come un sequestro. Il procedimento è stato costellato di irregolarità: la notifica è stata emessa 24 ore dopo l’arresto, non esisteva un trattato di estradizione con gli Stati Uniti, e sia la CEDEAO che il Comitato per i Diritti Umani dell’ONU hanno richiesto la sua liberazione senza successo.

Per oltre un anno, il diplomatico ha subito condizioni di detenzione estreme – cella di 3×3 metri, temperature elevate, mancanza di luce e di assistenza medica – e nell’ottobre 2021 è stato estradato a Miami. Lì, in un rifugio sicuro della CIA, è stato sottoposto a torture con l’acqua per costringerlo a cooperare contro Maduro. Nel dicembre 2023, Joe Biden ha concesso l’indulto a Saab in cambio di dieci cittadini statunitensi, venti detenuti della destra venezuelana e il consolidamento di Chevron nel settore petrolifero del Venezuela. Lo scambio ha rivelato l’enorme valore che Saab aveva per Caracas: per lui si è pagato con decine di persone e con l’accesso a risorse strategiche.

Il provvedimento, eseguito su disposizione del Servicio Administrativo de Identificación, Migración y Extranjería (SAIME), ha perciò innescato una dura polemica all’interno dello stesso campo rivoluzionario, portando alla luce profonde anomalie formali, procedurali e costituzionali messe a nudo da vari analisti.

Il governo ha giustificato l’atto attraverso un comunicato in cui si afferma che la misura di deportazione è stata adottata perché il cittadino “colombiano” (nazionalità d’origine di Saab) si trova inserito nella commissione di diversi reati negli Stati Uniti d’America: un “fatto pubblico, notorio e comunicazionale”, si è scritto, dando luogo a più di un’accesa contestazione. Sotto il profilo strettamente giuridico – si è rilevato – tale motivazione collide con i principi fondamentali del diritto pubblico venezuelano e internazionale per diverse ragioni. 

In primo luogo, il SAIME è un organo strettamente amministrativo di identificazione, del tutto privo di competenza giurisdizionale per la risoluzione e l’esecuzione di un’estradizione. Un simile provvedimento richiede canali diplomatici e un iter formale davanti al sistema giudiziario, l’unico deputato a valutare le richieste estere garantendo la presunzione di innocenza e il diritto alla difesa.

In secondo luogo, la formula del “fatto pubblico, notorio e comunicazionale” non possiede alcun valore di imputazione giuridica. Basare una deportazione sulla risonanza mediatica o sulla propaganda di Stati esteri rappresenta un precedente pericoloso, che ricalca i medesimi dossier manipolati, storicamente usati contro il Venezuela dagli organismi internazionali.

Ma il nodo più critico riguarda la cittadinanza e la legittimità istituzionale. La tesi ufficiale afferma che Saab è un cittadino colombiano in possesso di una carta d’identità falsa sin dal 2004, e che per tale motivo non vi sia alcun fascicolo valido nel SAIME. Questa affermazione solleva interrogativi inevitabili sulla responsabilità delle stesse istituzioni: se il documento era falso, come è stato possibile rinnovarlo per vent’anni, permettendo al contempo a Saab di partecipare a licitazioni pubbliche per l’edilizia sociale, dichiarare le tasse al SENIAT, essere inserito nei canali formali dello Stato e persino votare?

Inoltre, la nomina di Saab a Ministro incaricato dell’Industria, sancita formalmente dal Decreto numero 5.021 del 18 ottobre 2024 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale numero 6.904, entra in aperta violazione con l’articolo 244 della Costituzione venezuelana, il quale prescrive tassativamente il possesso della nazionalità venezuelana per l’esercizio delle funzioni ministeriali. La stessa incongruenza si estende alle precedenti credenziali diplomatiche, teoricamente precluse ai cittadini stranieri dalla Legge sul Servizio Estero.

Se l’ex ministro era soggetto a indagini interne per frode e riciclaggio, la giurisprudenza nazionale avrebbe imposto la celebrazione di un regolare processo nel territorio dove i presunti fatti sono stati commessi, data la natura strettamente territoriale delle leggi penali. La decisione di consegnarlo ai tribunali statunitensi, eludendo i canali ordinari e in presenza di forti sospetti di un’attività di intelligence e condizionamento da parte della CIA dopo il suo primo rilascio nel dicembre 2023, evidenzia come considerazioni di opportunità politica (imposta) abbiano rimpiazzato i codici e le garanzie dello Stato di Diritto.

Per comprendere la reale portata della consegna di Alex Saab, occorre analizzarne la funzione macroeconomica. Saab non è stato un semplice funzionario, bensì il fulcro del circuito di commercio estero venezuelano in regime di sanzioni multilaterali. Pur non essendo un militante socialista, ma un imprenditore di origine libanese, ha deciso di rischiare beni e incolumità per servire la causa bolivariana. Sfruttando network di aziende e conti offshore distribuiti tra Turchia, Hong Kong, Svizzera, Emirati Arabi Uniti e Panama, ha strutturato la complessa logistica di approvvigionamento per la Gran Misión Vivienda Venezuela e per la distribuzione alimentare dei comitati CLAP nei momenti di più duro isolamento del paese.

Il suo valore strategico risiedeva nella capacità di movimentare oro e idrocarburi aggirando i blocchi occidentali, mantenendo operativi canali commerciali alternativi con multinazionali ed entità finanziarie statunitensi (come Chevron o JP Morgan) che necessitavano di restare agganciate alla rendita venezuelana nonostante le imposizioni sanzionatorie. Tra il 2025 e il 2026, il Venezuela ha registrato una crescita economica significativa, con un aumento del PIL del +8,66% nel 2025 e previsioni del 12% per il 2026, accompagnato dal parziale ritorno di merci occidentali nei circuiti commerciali. Questa ripresa è stata resa possibile proprio grazie all’esistenza di questi meccanismi paralleli di transazione, peraltro molto costosi per i paesi sanzionati, perché li obbligano a svendere i propri prodotti per rendere accettabile i rischi agli acquirenti. Meccanismi che Washington ha deciso di stroncare con la forza, come si vede dal Medioriente, al Venezuela, a Cuba.

La deportazione di Saab non risponde dunque a una purga interna generica, ma piuttosto all’imposizione di una transizione strutturale dei beneficiari stranieri della ricchezza energetica del paese. Il pugno di ferro sul governo bolivariano riflette anche lo scontro all’interno del comparto finanziario statunitense per il controllo degli asset estrattivi, che vede contrapposti gli interessi di JP Morgan, operativa tramite Dalinar Energy, e quelli del fondo Amber Energy, guidato da Paul Singer.

In questo quadro, gli accordi e i canali logistici tracciati da Saab, tarati sulla precedente amministrazione di Nicolás Maduro e sui passati accordi con il governo Biden, sono divenuti un ostacolo per la nuova configurazione del potere. La consegna di Saab “ripulisce” il tavolo dai vecchi intermediari e fornisce alla procura statunitense un immenso patrimonio informativo sulle rotte globali di elusione del blocco, mentre l’incaricato d’affari statunitense a Caracas gestisce apertamente le dinamiche relative alle medicine e alle misure economiche, accentuando la percezione di un paese sotto tutela.

In questo quadro vanno inserite le dichiarazioni della presidenta incaricata, Delcy Rodriguez a commento della deportazione. Durante un atto pubblico nella capitale, nel giorno del suo compleanno, così ha risposto alla domanda di un giornalista: “Voglio dire al Venezuela, a tutti i venezuelani e a tutte le venezuelane: qualsiasi decisione assuma il Governo nazionale, lo farà per un interesse che è l’interesse del Venezuela. Qualsiasi decisione futura, e quelle che abbiamo preso da quando ci siamo insediati dopo i fatti del 3 gennaio è stata per l’interesse del Venezuela, per difendere il Venezuela. Non pensiamo a nient’altro – ha aggiunto – che non siano gli interessi, i diritti, a proteggere il nostro paese, a garantire la tranquillità, la pace, lo sviluppo, il futuro dei nostri bambini, delle nostre bambine, a garantire la speranza del nostro popolo”.

Intanto, alcuni abitanti le porgevano una torta di compleanno, sormontata dalla mappa del Venezuela comprensiva dell’Essequibo, la zona contesa con la Repubblica cooperativa di Guyana. Il cuore della disputa risiede nella rivendicazione storica della Guayana Esequiba, un territorio di 159.000 chilometri quadrati che l’impero britannico scippò al paese nel diciannovesimo secolo. Il percorso diplomatico di questa lotta inizia a Parigi, dove nel 1899 si consumò una vera e propria farsa giuridica.

Il Lodo Arbitrale di Parigi non fu un giudizio, ma un accordo di complicità tra potenze coloniali: senza la presenza di rappresentanti venezuelani, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si spartirono una terra che storicamente apparteneva alla Capitaneria Generale del Venezuela, come provano i documenti di allora. Per il governo bolivariano, si è trattato della “legalità” imposta dal vincitore per normalizzare il saccheggio delle proprie risorse.

Per questo motivo, il Venezuela ha sempre sostenuto che quell’atto è da considerarsi “nullo e irrito”, e che il riferimento da cui ripartire si situa nell’Accordo di Ginevra, stipulato nel 1966. Questo trattato, depositato e riconosciuto dalle Nazioni Unite, è considerato l’unico strumento giuridico valido per risolvere la controversia in modo civile, poiché ammette formalmente l’esistenza di una contesa sul lodo fraudolento del 1899 e obbliga le parti a cercare una soluzione pratica e soddisfacente attraverso il dialogo politico diretto. Perciò, pur essendosi recata recentemente all’Aia per illustrare le ragioni del paese, Rodriguez ha detto che, qualunque sia la decisione della Corte Internazionale di Giustizia il Venezuela non la riconoscerà, poiché l’unica bussola legittima resta l’Accordo di Ginevra.

Nonostante questo fermo non riconoscimento della giurisdizione della Corte, il governo bolivariano ha scelto di presentarsi all’Aia con un duplice intento: illustrare e far valere le proprie ragioni storiche a livello internazionale, mostrando al mondo la propria dottrina sovrana; e al tempo stesso ricostruire e cementare l’unità nazionale attorno alla “difesa della patria” e alla sovranità vulnerata. Una mossa utile anche a rassicurare quei settori che, dopo il 3 gennaio, temono che la Repubblica possa essere svenduta all’imperialismo con il ritorno delle multinazionali, e che anche la proclamata “ritirata strategica” finisca male.

Sono, infatti, proprio i colossi del capitalismo estrattivista, come la Exxon Mobil ad aver promosso cause milionarie contro il Venezuela presso il tribunale di arbitraggio (il Ciadi) e ad aver perforato illegalmente le acque contese dell’Esequibo sotto la protezione del governo fantoccio della Guyana, soffiando sul fuoco del tribunale internazionale per assicurarsi il monopolio delle risorse. I dati di Bloomberg descrivono uno scenario emblematico: la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno importato 588.000 barili al giorno di petrolio dal Venezuela, il volume più alto dal 2019.

Al contempo, petroliere come la Olina e la Galaxy 3, probabilmente dirette a Cuba e in Cina, si sono viste costrette a restituire il greggio caricato mesi fa nei porti venezuelani, interrotte dall’abbordaggio delle forze statunitensi nei giorni successivi all’incursione militare di gennaio. Trump usa il greggio sequestrato per riaffermare il controllo sulle vendite della nazione, rispedendo le navi a scaricare a terra, in un groviglio di sanzioni e necessità di mercato che dimostra come il petrolio bolivariano resti l’oggetto del desiderio e il vero motore del conflitto.

Proprio all’interno di questa complessa intelaiatura di aggressioni occulte e diplomazia di facciata si inserisce il “giallo” del materiale nucleare venezuelano. Il Dipartimento di Stato Usa ha sbandierato come una pietra miliare per la sicurezza globale l’avvenuta rimozione e distruzione di tredici chili di uranio arricchito al venti per cento dal reattore scientifico in disuso RV-1, un’operazione delicata condotta con il sostegno del Regno Unito e dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Durante l’operazione militare del 3 gennaio, uno dei 150 droni d’attacco lanciati dagli Stati Uniti è precipitato proprio nei pressi della centrale nucleare disattivata. Un impatto che ha sfiorato la catastrofe ambientale e che svela l’ipocrisia dell’imperialismo: prima si lancia un’aggressione armata che rischia di far saltare in aria un sito sensibile, e poi ci si presenta al mondo come salvatori della sicurezza nucleare globale per aver ripulito le scorie rimaste, e aver aggredito l’Iran.

In Venezuela, questa complessa rimozione si è concretizzata solo dopo il riallineamento dei canali diplomatici imposto dal sequestro del presidente Maduro, a dimostrazione di come Washington consideri il disarmo scientifico e tecnologico del Sud del mondo una condizione obbligatoria per imporre la propria idea di stabilità. E, ieri, il Venezuela ha protestato con il governo di Trinidad e Tobago – uno dei principali responsabili di aver aperto il passaggio all’aggressione Usa – e gli ha chiesto di assumersi la responsabilità dei danni ambientali ed economici causati dallo sversamento di idrocarburi proveniente dalla vicina isola caraibica.

All’indomani della storica difesa presentata dal Venezuela all’Aia è arrivata la sparata di Donald Trump, che ha offerto al Venezuela l’ambito titolo di cinquantunesimo stato dell’unione, attirato dai quaranta trilioni di dollari di riserve petrolifere. Il governo bolivariano ha respinto al mittente la pretesa di Washington, denunciando i contorni del delirio da risiko permanente di cui soffre il trumpismo, evidentemente affetto anche da un grave problema con la matematica di base. Quanti stati cinquantunesimi ha in mente l’amministrazione statunitense?

Nel giro di pochi mesi, il posto d’onore sulla bandiera a stelle e strisce è stato promesso a tre candidati diversi. Prima è toccato al Canada, liquidato come un vicino del piano di sopra a cui cambiare la serratura con il pretesto della sicurezza artica; poi alla Groenlandia, stretta nella morsa di ricatti doganali contro la Danimarca per accaparrarsi le terre rare; e ora, con un balzo transcontinentale, il Venezuela. Viene da chiedersi se dietro questa bizzarra contabilità non ci sia un tentativo di risparmiare sui costi di sartoria per le nuove bandiere: aggiungere una stella alla volta è faticoso, meglio metterne una sola a forma di velcro e spostarla a seconda di dove punta il drone del Pentagono... 

In Venezuela, i droni Usa hanno purtroppo centrato il bersaglio, e ora Trump sembra intenzionato a stringere sempre di più la morsa fino a fare della repubblica bolivariana un vero e proprio protettorato. Il primo obiettivo è quello di produrre una frammentazione interna, che alcuni dirigenti radicali cercano di scongiurare a gran voce.

Mantenere il controllo politico per evitare una carneficina e la completa occupazione del paese è stata la principale motivazione addotta dalla dirigenza bolivariana per aver “scelto” di non reagire con le armi all’attacco della principale potenza nucleare del pianeta. La deportazione di Saab e la gestione di questo complesso negoziato sotto ricatto stanno però evidenziando linee di faglia all’interno del panorama politico venezuelano, dividendo le reazioni in tre campi distinti.

Da un lato, l’estrema destra transnazionale plaude a quella che definisce l’implosione del chavismo. Muovendosi come un comitato d’affari coloniale, questa fazione ha supportato l’intervento militare di inizio anno ed esprime la sua visione neoliberista attraverso le parole di Maria Corina Machado.

Nella sua recente conferenza presso l’Università di Harvard, la leader dell’opposizione estremista ha esplicitamente attaccato lo Stato sociale bolivariano, affermando che il crimine imperdonabile del governo è stato quello di spendere fondi pubblici per moltiplicare le università gratuite, svelando un’agenda interamente incentrata sulla privatizzazione totale, sullo smantellamento dei servizi e sulla trasformazione dell’istruzione in un business privato. Parallelamente, frange studentesche di estrema destra, provenienti dall’Università Centrale del Venezuela (UCV) tentano di strumentalizzare un caso giudiziario per imporre l’agenda di Machado che punta all’ingovernabilità del paese.

Dall’altro lato, le correnti critiche della sinistra comunitaria e militante mostrano profonda inquietudine. La posizione espressa pubblicamente da Mario Silva, deputato chavista e commentatore “marxista-leninista” denuncia l’ostracismo, la mancanza di trasparenza e la tendenza a delegare le decisioni strategiche a un ristretto comitato politico, escludendo il dibattito popolare nel PSUV e nel Gran Polo Patriottico.

La preoccupazione maggiore riguarda il precedente di Saab: permettere a una potenza occupante di estrarre un cittadino dal territorio nazionale senza garanzie costituzionali crea un limbo giuridico che espone l’intero quadro dirigente alle operazioni dei comandi di estrazione della CIA e del FBI operanti sotto la copertura dell’ambasciata. Ed è di questi giorni l’uccisione di un militante dei collettivi, che aveva invitato alla resistenza, apparentemente ammazzato da un rapinatore.

Infine, la linea ufficiale della dirigenza difende l’operato istituzionale in nome della salvaguardia degli interessi nazionali. Esponenti come Iris Varela hanno pronunciato discorsi accesi contro chi avanza dubbi, ammonendo che criticare le scelte della leadership significa distruggere l’unità del chavismo, considerata l’unica vera forza negoziale rimasta in questa fase di mediazione sotto ricatto. In questa prospettiva, impersonata dalla gestione pragmatica di Delcy Rodríguez, la transizione e le concessioni tattiche sono viste come passaggi obbligati per preservare la continuità dello Stato e gestire le trattative volte a riportare a casa Maduro, il cui processo a livello internazionale è fissato per la fine di giugno, preceduto da quello dello stesso Saab. Al diplomatico, che non potrebbe essere processato per gli stressi reati per cui è stato indultato, sono stati spiccati altri mandati di cattura.

Il cammino della pressione statunitense è stato spianato da una corona di governi regionali subalterni, dalla Repubblica Dominicana all’Ecuador, dal Salvador, a Trinidad e Tobago, fino alla Guyana, che ha utilizzato la disputa storica sull’Essequibo come leva geopolitica. Proprio la gestione simbolica di questo quadrante, esemplificata dalle immagini ufficiali della mappa completa del Venezuela comprendente l’Essequibo sui canali istituzionali e persino nei dettagli celebrativi della vicepresidenza, si scontra con una dura realtà materiale di carattere militare.

Prima il sequestro del presidente, con i sospetti di un tradimento interno, e ora la deportazione di Saab rendono evidenti anche i limiti della dottrina difensiva adottata da Caracas negli ultimi anni. Nel corso delle sue missioni estere, Saab aveva intavolato discussioni con i partner russi per la localizzazione della produzione di droni in Venezuela. Tuttavia, lo Stato, oltre a investire più nei piani sociali che nelle armi, ha storicamente privilegiato la spesa in armamenti convenzionali e tradizionali, lasciando migliaia di fucili nei depositi invece di investire sulla tecnologia aerea asimmetrica.

Al contrario dell’Iran, che ha saputo sviluppare una solida capacità di deterrenza basata sui droni per proteggere le proprie acque territoriali e i propri vettori marittimi, il Venezuela si è trovato sprovvisto di adeguate coperture elettroniche e difensive di fronte all’attacco navale e aereo statunitense nel Mar dei Caraibi precedente al 3 gennaio. La rinuncia al modello di difesa russo-iraniano a favore di un riallineamento forzato con gli interessi finanziari di Washington segna l’accettazione dei pesanti costi di una ritirata strategica, dove le strutture di base della democrazia partecipativa, come la consulta popolare e le comunas, e quelle dell’autodifesa, cercano di resistere sul piano locale, mentre l’alto comando economico dello Stato si trova vincolato a muoversi entro i margini stretti imposti dalla potenza occupante.

Fonte

20/01/2026

Strategia delle calunnie per mostrare un Venezuela debole e arrendevole

di Geraldina Colotti

Non è stata una “passeggiata”, come dichiarato da Trump, l’attacco al Venezuela che, il 3 gennaio, ha ucciso, con armi ultrasofisticate, militari e civili durante un bombardamento notturno che ha colpito la capitale e alcuni porti del paese. Non si è trattato di una “operazione chirurgica e indolore” a cui non è stata opposta alcuna resistenza. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce.

Trentadue combattenti cubani, presenti legalmente nel paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi “come leoni” in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori.

Un’aggressione che, come le piattaforme dell’opposizione estremista avevano annunciato da mesi, è stata pianificata meticolosamente con l’impiego di tecnologie di spionaggio all’avanguardia. La Cia ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”. Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell’Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l’impiego di 152 velivoli, una tempesta magnetica e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese. È il “modello” applicato all’Iran, ma con un di più di sequestro presidenziale.

Vale, qui, ricordare, un episodio che risale ai primi di settembre del 2025, e poi rinfocolato nei mesi successivi. Poche settimane dopo la vittoria elettorale di Nicolás Maduro alle presidenziali del 28 luglio e dopo le violenze scatenate dall’opposizione estremista che ha rifiutato i risultati, sei collaboratori stretti di Maria Corina Machado (tra cui Magalli Meda e Pedro Urruchurtu) si erano rifugiati nell’ambasciata d’Argentina a Caracas, allora sotto la protezione diplomatica del Brasile, poiché il Venezuela aveva espulso i diplomatici argentini dopo le dichiarazioni offensive di Milei.

Machado ha cavalcato mediaticamente la situazione dei sei, e ha invocato la “Responsabilità di Proteggere” (R2P), cercando di spingere la comunità internazionale a intervenire militarmente per “salvare” i suoi collaboratori assediati. Il 6 settembre 2025, lo Stato venezuelano ha revocato ufficialmente al Brasile il diritto di gestire la sede. Il motivo? Le prove raccolte dal servizio di sicurezza (il Sebin) dimostravano che dall’interno dell’ambasciata si coordinavano tentativi di assassinio e atti di sabotaggio alla rete elettrica. Per ore, le forze di sicurezza bolivariane hanno circondato l’edificio. Machado ha costruito intorno a questo evento una narrazione di “esodo e fuga”, sostenuta da una formidabile operazione di propaganda internazionale.

Ha urlato al mondo che i suoi collaboratori erano “prigionieri in un bunker sotto assedio medievale”. Ha cercato di far passare l’uscita dei diplomatici argentini (che erano già stati espulsi ufficialmente tempo prima) come una rotta disperata sotto la protezione segreta della Cia. Ha presentato il trasferimento dei diplomatici e la tensione intorno all’ambasciata non come una legittima azione di protezione della sovranità venezuelana contro chi ospitava ricercati dalla giustizia, ma come una “fuga di notizie” e di personale, che dimostrava come il governo Maduro non avesse più il controllo del territorio.

Era un modo per dire: Washington entra ed esce da Caracas come vuole, il governo Maduro non conta nulla. In realtà, i diplomatici argentini se n’erano andati per via dei canali regolari dopo l’espulsione, mentre i sei ricercati erano rimasti dentro l’edificio, protetti dal muro diplomatico che il Venezuela, pur revocando la custodia al Brasile, aveva continuato a rispettare formalmente per non cadere nella provocazione di un assalto violento, che Trump stava aspettando per invadere.

Perché ricordare l’episodio? Intanto, occorre premettere che la Cia non ha bisogno di “permessi” per mantenere le sue postazioni ombra in Venezuela, in America latina, e non solo: a partire dal “lavoro” di certi “operatori umanitari” (regolarmente santificati in patria), e passando per gli edifici faraonici che profumatamente paga, anche se ufficialmente chiusi a livello diplomatico. A Valle Arriba, nel comune di Baruta, a sud-est di Caracas, una delle roccaforti dell’opposizione venezuelana, c’è l’ambasciata nordamericana.

Un imponente complesso situato su una collina che domina strategicamente gran parte della città, e che offre notevoli vantaggi in termini di sorveglianza e monitoraggio delle comunicazioni. Sebbene le operazioni diplomatiche siano state formalmente sospese nel 2019 e tutto il personale evacuato, il complesso rimane di proprietà del Dipartimento di Stato USA. L’edificio è noto per essere stato uno dei più costosi e sicuri costruiti dagli Stati Uniti nella regione. Completata nel 2002 (anno del golpe contro Hugo Chávez), l’ambasciata è costata circa 120 milioni di dollari (dell’epoca).

È stata progettata come una vera e propria fortezza, con vetri antiproiettile, pareti rinforzate e sistemi di difesa avanzati. Rapporti recenti (settembre 2025) indicano che gli Stati Uniti spendono ancora milioni di dollari all’anno solo per la manutenzione e la sicurezza del complesso vuoto e di altre proprietà connesse a Caracas, una spesa che è stata oggetto di critiche persino all’interno del Congresso statunitense.

Dopo l’aggressione del 3 gennaio 2026 e il sequestro del Presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, l’area è presidiata e monitorata con estrema attenzione. Ufficialmente, l’edificio ospitava diverse agenzie federali, ma per il governo venezuelano e per molti analisti, la sede di Valle Arriba è sempre stata la principale “stazione” della Cia in Venezuela. Il governo bolivariano ha denunciato ripetutamente che il complesso ospitava sofisticate apparecchiature elettroniche per l’intercettazione delle comunicazioni governative e militari.

Nell’ottobre del 2025, il presidente Maduro aveva affermato di aver sventato un piano di “false flag”, un falso positivo che prevedeva un finto attacco all’ambasciata, orchestrato dal fascismo locale e appoggiato dalla Cia, per giustificare l’intervento militare diretto di Trump. Si ritiene che i dati raccolti dai droni RQ-170 Sentinel siano stati processati in coordinamento con le informazioni d’intelligence gestite storicamente da questa sede, anche se ora le operazioni sono dirette principalmente dalla base di Porto Rico o da basi mobili nel Mar dei Caraibi. L’ambasciata a Valle Arriba, insomma, rimane un monumento all’ingerenza e una potenziale base operativa che Washington ha mantenuto “calda” in attesa di poterla rioccupare pienamente sotto un regime fantoccio.

Machado ha usato allora la parola “fuga” per far credere ai suoi seguaci che il governo bolivariano fosse terrorizzato e che gli Stati Uniti fossero già padroni di casa. È lo stesso meccanismo che usa oggi, nel 2026: prende una situazione di tensione diplomatica, la trasforma in una “vittoria” della Cia o in una “resa” di Delcy o di Diosdado, per coprire il fatto che lei, politicamente, non ha più alcuna forza reale nel paese. Ma la sua versione viene ripresa dai media egemonici a livello internazionale per creare anche ora una realtà parallela, per seminare dubbi e confondere le acque, con il gran supporto offerto dall’intelligenza artificiale.

Proprio come oggi cerca di dipingere la gestione di Delcy Rodríguez come una “svendita”, allora dipingeva la fermezza contro l’ambasciata argentina come un atto di “disperazione” del governo. Trasformare una difesa della sovranità in una narrazione di caos è servito a giustificare l’intervento di Washington.

In questo scenario di guerra ibrida e cibernetica, si inseriscono le calunnie, smentite puntualmente dal governo bolivariano: Delcy sarebbe stata da anni sul libro paga della Cia, Padrino Lopez avrebbe tradito, oppure lo avrebbe fatto il comandante della scorta presidenziale... E poi, la calunnia più velenosa: quella che mira a colpire Diosdado Cabello, Ministro dell’Interno Giustizia e pace e pilastro della rivoluzione amatissimo dal popolo, accusandolo di una presunta trattativa segreta o di una “svendita” del processo bolivariano agli Stati Uniti. Si dimentica che, prima ancora che Nicolas Maduro fosse accusato di essere a capo del fantomatico Cartello dei Soli, a essere colpito da questa calunnia fu proprio il capitano, compagno di Chávez nella ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992.

Una vicenda che abbiamo raccontato più volte nei nostri articoli e che potete trovare in due libri: Comunicación liberadora, pubblicato in Venezuela, e Case morte, il romanzo di Miguel Otero Silva appena tradotto da Argo libri, in cui l’episodio viene ricostruito nell’introduzione al volume. Non va dimenticato che, per questo, anche sulla testa di Diosdado pesa la “taglia” imposta da Trump, autodenominatosi sceriffo globale.

Come ha lucidamente analizzato la giornalista argentina Stella Calloni (analista delle ingerenze nordamericane), ora ci troviamo di fronte a una classica operazione di guerra psicologica della Cia, volta a seminare dubbi e dividere il fronte interno proprio nel momento del massimo assedio. La “diplomazia delle cannoniere” di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L’accettazione di un dialogo tecnico o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce, evitare un massacro totale e preservare l’integrità della nazione.

Quando un impero tiene sequestrati i leader di un paese (Maduro e Flores) e mantiene una flotta da guerra nei Caraibi, qualsiasi canale di comunicazione che venga aperto non è una “resa”, bensì uno scenario di confronto diplomatico e tecnico sotto assedio. L’inviato della Cia, vicinissimo a Trump, che lo ha imposto nonostante non fosse una spia di carriera, non è stato acclamato dal governo della presidenta incaricata, ma è arrivato nel paese come emissario del sequestratore di Stato globale, suo padrone.

Come avverte Calloni, Trump ha ripreso la forma più brutale della politica estera: quella del “fai quello che voglio o sarà peggio per te”. In questo contesto, qualsiasi approccio della Cia non cerca un accordo equo, ma è una manovra per esibire una presunta vulnerabilità della presidente incaricata Delcy Rodríguez e del suo gabinetto. L’obiettivo è proiettare nel mondo l’idea che “il chavismo stia negoziando la propria resa”, quando in realtà ciò che esiste è una resistenza ferma che utilizza tutti i meccanismi possibili – incluso l’ascolto delle richieste dell’aggressore – per evitare un massacro maggiore e garantire la sopravvivenza dello Stato.

In questo contesto si inserisce la calunnia che tenta di presentare Diosdado Cabello come un “agente del cambiamento” per gli interessi di Washington, anche se si scontra con la realtà storica: Cabello è il dirigente che l’imperialismo ha più demonizzato e perseguitato. La sua permanenza al Ministero dell’Interno, coordinata con la presidente incaricata Delcy Rodríguez e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López, è invece la garanzia della tenuta del “nucleo di ferro” bolivariano, capace di convincere ma limitando al minimo la coercizione.

Pretendere che colui che è stato l’obiettivo principale dei loro attacchi sia ora il loro alleato è un assurdo logico che cerca solo di seminare sfiducia nelle basi chaviste e di mitigare l’ondata di allarme e di indignazione internazionale. In un contesto di scontro globale in cui la prospettiva di un terzo conflitto mondiale non è uno spettro lontano, gli alleati strategici del Venezuela sembrano, infatti, andare oltre i pronunciamenti diplomatici. Come analizza il sinologo tedesco Kurt Grotsch, la Cina ha risposto all’aggressione contro il Venezuela – considerata una dichiarazione di guerra al progetto multipolare e ai BRICS+ – non con vuota retorica, ma con misure pratiche che colpiscono le linee vitali dell’impero.

Dopo una riunione d’emergenza del Partito comunista cinese, durata 120 minuti, Pechino ha attivato una “risposta asimmetrica integrale”: il congelamento degli affari con i giganti della difesa USA come Lockheed Martin e Boeing, la sospensione delle forniture di petrolio alle raffinerie statunitensi (causando un impennata dei prezzi del 23%) e il boicottaggio dei porti americani da parte della flotta COSCO, mettendo in crisi colossi come Amazon e Walmart.

Secondo Grotsch, Pechino ha inoltre mobilitato il Sud globale offrendo condizioni commerciali preferenziali ai paesi che si impegnano a non riconoscere alcun governo imposto dagli USA, consolidando una coalizione che include Brasile, India e Russia. L’attivazione del sistema finanziario cinese alternativo allo SWIFT e il blocco dell’esportazione di terre rare verso i sostenitori del golpe completano un quadro in cui la Cina dimostra di poter asfissiare economicamente gli Stati Uniti senza sparare un colpo. Ogni azione cinese è un colpo diretto al cuore dell’imperialismo per difendere il ponte strategico verso l’America Latina rappresentato dal Venezuela.

Ciò che i “chavisti da salotto” in Europa non comprendono è che governare con i droni Sentinel che sorvolano Miraflores e con la Cia sotto il letto richiede un’intelligenza strategica che non è “svendita”, ma difesa tattica del territorio. La tenuta del Venezuela poggia sulla solidità di un nucleo di potere dove Diosdado Cabello e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López agiscono in totale coordinamento con Jorge Rodríguez alla guida del Potere Legislativo e Delcy Rodríguez all’Esecutivo. Delcy e Jorge sono figli di un oppositore che ha combattuto con le armi le democrazie camuffate della IV Repubblica, morto sotto tortura, a cui è stato reso onore anche durante la recente assunzione della presidenta incaricata.

Questa articolazione civico-militare è la vera ragione per cui Trump ha dovuto scartare un “cambio di regime” immediato basato sulla figura di María Corina Machado, e riconoscere che, nonostante gli abbia regalato il Nobel per la pace, la golpista non ha i numeri per governare. La persistente capacità di mobilitazione popolare delle basi chaviste ha dimostrato che il sostegno interno resta solido. Sebbene Trump insista nell’affermare di possedere la “chiave” delle decisioni, le sue aspirazioni sono mediate dalla negoziazione – o dall’estorsione – con un governo venezuelano che non ha ceduto il controllo delle risorse.

La calma apparente non è “normalità” o apatia, ma una risposta difensiva in una guerra multidimensionale che dura dal 1998. Dal giorno dell’attacco, tutti i settori sociali marciano in difesa del governo al grido di “Dubitare è tradimento”. In ogni piazza, si svolgono incontri culturali che servono a esorcizzare il trauma, e le paure dei bambini, che vengono invitati a metterle in versi, o in disegni esposti nelle piazze e nelle scuole, che hanno riaperto. Intanto, Washington tenta di imporre una “transizione ordinata” come nuovo meccanismo di estorsione, ma questo margine temporale sta permettendo al processo bolivariano di rafforzare un consenso sociale che continua a relegare ai margini un’opposizione priva di rispetto popolare.

Nelle piazze venezuelane e del mondo, intanto, si raccolgono migliaia di lettere da inviare ai due ostaggi nelle carceri nordamericane in base alla campagna “Bring them back (¡Tráiganlos de vuelta!). Free Nicolás and Cilia”. L’obiettivo è quello di “intasare” la posta del Pentagono, come nel caso dei “Cinque eroi cubani”, per arrivare alla loro liberazione. Intanto, grazie alla solidità della difesa di Maduro e Flores – quella che ha fatto scarcerare il fondatore di Wikileaks, Julian Assange –, i tribunali Usa hanno dovuto eliminare l’accusa di “narcotraffico”, riconoscendo l’inesistenza del Cartello dei Soli.

“Sono un prigioniero di guerra, una persona onesta, sono il presidente del Venezuela”, ha dichiarato Maduro rifiutando di patteggiare col tribunale. Poi, con i polsi in catene, ha disegnato il simbolo della firma di Chávez, dicendo a suo modo al mondo: “Por ahora”.

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03/01/2026

Aggressione totale al Venezuela: Maduro disperso, il Paese chiama alla resistenza armata

di Geraldina Colotti

Caracas, 3 gennaio 2026.

La Repubblica Bolivariana di Venezuela è sotto attacco frontale. Quella che il governo ha definito come una “gravissima aggressione militare perpetrata dal governo degli Stati Uniti” ha colpito nelle prime ore di sabato obiettivi civili e militari a Caracas e negli stati Miranda, Aragua e La Guaira. Il bilancio, drammatico, parla già di “martiri tra le file della Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB) e di vittime tra la popolazione civile”.

Il dato politico più inquietante emerge dalle parole della Vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez. In una drammatica comunicazione, Rodríguez ha denunciato l’impossibilità di stabilire un contatto con il Capo dello Stato, configurando lo scenario di un sequestro orchestrato da Washington, e già annunciato da un messaggio in rete del presidente nordamericano, Donald Trump: “Esigiamo al governo di Donald Trump prova di vita immediata del Presidente Maduro e della Primera Combatiente Cilia Flores”, ha dichiarato, sottolineando come il Presidente avesse già avvertito il popolo della “voracità energetica” degli Stati Uniti come motore di un possibile attacco.

Poco prima dell’aggressione, il Presidente Maduro ha firmato il Decreto che dichiara lo Stato di Conmoción Exterior su tutto il territorio nazionale. Non si tratta solo di una misura difensiva, ma di un cambio di paradigma: l’ordine è il passaggio immediato alla lotta armata.

Il comunicato ufficiale è perentorio: “Tutto il paese deve attivarsi per sconfiggere questa aggressione imperialista”. La dottrina della “fusione popolare-militare-poliziale” è stata attivata sotto la direzione del Ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, per implementare i piani di difesa integrale della nazione. E, mentre si diffondevano voci di una sua morte a seguito del bombardamento della sua residenza, il ministro Lopez si è rivolto alla nazione per invitare alla massima mobilitazione generale.

Nella sua analisi, il governo bolivariano inquadra l’attacco come una violazione flagrante degli articoli 1 e 2 della Carta ONU, definendolo un tentativo di imporre una “guerra coloniale” per il controllo delle risorse strategiche (petrolio e minerali) in alleanza con l’estrema destra locale. “Nessun governo esterno pretenda di dare ordini al popolo di Bolívar”, ha ammonito Rodríguez, ribadendo che il Venezuela eserciterà il diritto alla legittima difesa secondo l’articolo 51 della Carta ONU.

Mentre Caracas appare in una “calma tesa”, intenta a digerire l’orrore dei bombardamenti e delle morti provocate nella notte, l’appello alla solidarietà internazionale si fa urgente. Il testo ufficiale richiama i popoli dell’America Latina e del mondo a una “mobilitazione attiva”. Contro la propaganda tossica che mira a destabilizzare le istituzioni repubblicane, la risposta del chavismo resta ancorata all’ultimo comando di Hugo Chávez: “Unità, Lotta, Battaglia e Vittoria”. Un invito ripreso da varie organizzazioni popolari e deputati a livello internazionale.

La piattaforma internazionale dei media comunitari e alternativi invita alla massima mobilitazione internazionale, e a moltiplicare le Brigate internazionali di solidarietà come ai tempi della guerra civile spagnola: per “difendere la rivoluzione bolivariana e per assediare i governi capitalisti nei propri paesi”.

Intanto, il governo bolivariano fa appello alle istituzioni internazionali affinché facciano rispettare il diritto di uno stato sovrano a non essere aggrediti.

La posta in gioco non è solo il destino di un governo, ma l’indipendenza stessa della regione di fronte al ritorno del “tutelaggio” imperiale.

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13/09/2025

Politeismo italiano

di Geraldina Colotti

Più di un secolo fa, il sociologo Max Weber spiegò con autorevolezza come l’individuo moderno fosse destinato al cosiddetto «politeismo dei valori». Queste riflessioni famose, anche se non necessariamente persuasive, servivano a delineare la situazione nuova di società disincantate, costrette a convivere con l’assenza di baricentri ideologici assoluti e col proliferare di dilemmi etici e normativi inevitabilmente drammatici.

Nessun dramma, però, sembra affliggere l’odierno politeismo italiano, che nel 2025 ha segnato un notevole salto di qualità con la morte e la santificazione di Pippo Baudo e di Giorgio Armani.

«Santo subito!», gridavano i più sfrenati fedeli cattolici, dopo la morte di Karol Wojtyla, papa scenografico e reazionario. Come possiamo constatare, l’esperienza non è andata perduta, vista l’ondata di selvaggio conformismo che si è scatenata all’indomani della scomparsa del «re» della televisione e del «re» della moda.

Notiamo che questi «re» sono monarchi dell’apparenza. Baudo «scopriva» i cantanti, facendoli apparire a Sanremo per dischiudere loro le porte del successo. Armani «copriva» attori e politici, facendoli apparire nella miscela di stile e originalità che conferiva loro eleganza e sicurezza.

Notiamo anche un’altra cosa. Questi sovrani dell’esteriorità hanno imposto la loro supremazia solo a partire dagli anni Ottanta. Anni di simulazione portata all’eccesso, anni di narcisismo compulsivo, anni (bisogna dirlo) di controrivoluzione.

E qui viene in mente Leopardi: il Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, dove i comportamenti dei suoi contemporanei gli apparivano determinati «quasi unicamente dalla materiale assuefazione, dall’aver sempre fatta quella tal cosa, in quel tal modo, in quel tal tempo, dall’averla veduta fare ai maggiori, dall’essere sempre stata fatta, dal vederla fare agli altri, dal non curarsi o non pensare di fare altrimenti».

Questo è il quadro. La maggioranza degli italiani ha bisogno di idoli, e, a dispetto delle austere considerazioni di Weber, è disposta ad accogliere nel proprio pantheon Baudo e Armani, e a mescolarli senza difficoltà con Carlo Acutis, ricchissimo e sfortunato figlio di finanzieri, dedito alla beneficenza e santo molto opportuno di Internet.

Sono le divinità del nostro tempo. La gente le acclama. Le piange e le rimpiange. Le commemora (notiamo infine questo) ricorrendo se necessario alle parole e alle sfumature della cultura alta, e attingendo se utile al linguaggio e alle emozioni della cultura popolare. Un conformismo selvaggio, abbiamo detto. Un piattume ubriaco, cieco, da gregge, che contrasta in modo osceno con la realtà: quella delle cassiere imprigionate nei supermercati, dei sikh vampirizzati nelle campagne, dei morti sul lavoro, della mattanza genocida di Gaza.

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03/08/2025

Un nuovo partito di sinistra per la Colombia di Petro

di Geraldina Colotti

Venerdì 1° agosto l’ex presidente colombiano, Alvaro Uribe, dichiarato colpevole di frode processuale e corruzione in atto penale, è stato condannato a 12 anni, da scontare agli arresti domiciliari. La lettura della sentenza, di oltre 1.000 pagine, ha messo un primo punto fermo a una vicenda processuale in corso da 13 anni e che ha subito ogni tipo di ostacolo. La difesa presenterà appello.

Intanto, si è prodotta una sentenza storica, perché per la prima volta, in Colombia, un presidente viene condannato penalmente per reati comuni. Il caso iniziò nel 2012, quando Uribe denunciò l’allora deputato Iván Cepeda per aver presumibilmente manipolato testimonianze contro di lui. Nel 2018, la Corte Suprema non solo scartò l’indagine su Cepeda, ma ne aprì una contro Uribe per presunta manipolazione di testimoni.

Da allora, il caso ha attraversato vari momenti chiave: la detenzione domiciliare di Uribe nel 2020, le sue dimissioni dal Senato e il trasferimento del processo alla giustizia ordinaria, dove ha finalmente affrontato una fase di giudizio di 67 giorni, culminata con la sentenza di lunedì scorso. Ora, se la corte non tratta entro il 16 ottobre il ricorso d’appello, che la difesa di Uribe presenterà l’11 agosto, vi sarà la prescrizione.

E questa è sempre stata la strategia dell’ex presidente, a lungo l’uomo più potente della Colombia, che muove ancora molti interessi in un paese profondamente segnato da decenni di conflitto, disuguaglianza strutturale e dipendenza economica dagli Stati Uniti.

Per voce del segretario di Stato, Marco Rubio, gli Usa hanno protestato per la sentenza, mentre il deputato della Florida, Mario Díaz-Balart, ha definito la sentenza una “farsa” e ha avvertito del “deterioramento della democrazia” in Colombia... Dello stesso tenore le dichiarazioni della rappresentante dell’estrema destra venezuelana, Maria Corina Machado, che ha espresso tutta la sua “solidarietà, fiducia e affetto” al “genuino alleato della democrazia e della libertà in Venezuela”.

L’ex presidente colombiano, Ivan Duque, il “figlioccio politico” di Uribe, ha affermato che un gruppo di ex presidenti, membri dei think tank neoliberisti, Idea e Libertà e Democrazia, hanno chiesto una supervisione internazionale a fronte delle “gravi irregolarità” commesse nel processo contro Uribe.

La sentenza avrà il suo peso nel complesso scenario politico del paese, già in fermento per le elezioni presidenziali del maggio 2026. Il presidente Gustavo Petro che, al pari di Lula in Brasile, cerca un nuovo consenso consolidando la sua figura a livello internazionale, non ha potuto compiere passi sostanziali verso un affrancamento pieno dalle tutele internazionali, data la pervasività degli interessi politico-militari nordamericani, e israeliani, presenti nel suo paese, che pullula di basi statunitensi. Nonostante la boccata di ossigeno determinata dal progressismo del governo e dal freno imposto alle ricette ultraliberiste dei governi precedenti, l’economia, fortemente legata all’estrazione di risorse naturali (petrolio, carbone, oro) e ai flussi finanziari internazionali, riproduce una divisione internazionale del lavoro che penalizza le classi subalterne.

Il ruolo storico degli Stati Uniti, attraverso aiuti militari (come fu il Plan Colombia) e accordi commerciali, ha funzionato come via d’accesso a queste risorse e per imporre una politica della “sicurezza” a tutela degli interessi del capitale transnazionale, a scapito della sovranità e dello sviluppo autonomo colombiano.

Le impennate d’orgoglio di Petro, navigato uomo di sinistra che ha combattuto e poi governato le istituzioni colombiane, vanno perciò appena un po’ oltre la politica degli annunci: la Colombia potrebbe uscire dalla Nato, smentendo la scelta dei precedenti governi di destra; la Colombia ritira i suoi diplomatici da Israele (ma non rompe i contratti multimilionari con le sue imprese tecnologiche per la sicurezza); la Colombia inalbera la bandiera di Bolivar e rinnova il suo progetto di un Patria Grande per l’America latina, però Petro non lesina critiche alla vicina Venezuela, patria e continuatrice del progetto del Libertador, con la quale pure ha firmato un accordo per una Zona economica speciale binazionale. Eccetera. Di tanto in tanto, i discorsi pronunciati da Petro nel contesto internazionale in base a un’analisi precisa delle dinamiche in corso, lasciano senza dubbio il segno, com’è stato di recente in merito al genocidio in Palestina e al ruolo del regime sionista.

L’elezione di Gustavo Petro, il primo presidente di sinistra nella storia del paese, ha indubbiamente aperto una nuova fase: o meglio, più che altro una breccia nel sistema di potere esistente che, dall’assassinio del leader liberale Eliecer Gaitán (nell’aprile del 1948) ha sistematicamente chiuso con la violenza ogni spazio di agibilità politica per l’opposizione di sinistra. Attentati e complotti – veri o presunti – influenzano, però, tutt’ora la scena politica.

Lo si è visto con l’attacco del 7 giugno scorso al politico del Centro democratico, Miguel Uribe Turbay, senatore e pre-candidato alla presidenza nelle elezioni del 2026. Per l’attentato a Turbay, ancora in ospedale per le gravi ferite ricevute, i media “che contano” hanno gettato forti sospetti su Petro, riprendendo la campagna contro la sua figura di ex guerrigliero del gruppo armato M19.

Lo si è visto, però, anche con il nuovo scandalo su un audio filtrato, reso ampiamente pubblico da El País in merito a un presunto complotto per destituire Petro, presumibilmente orchestrato dall’ex Ministro degli Esteri e un tempo fidato alleato del presidente, Álvaro Leyva.

L’ottantaduenne Leyva si sarebbe incontrato segretamente all’inizio di quest’anno con operatori repubblicani negli Stati Uniti, inclusi consulenti legati alla cerchia politica di Donald Trump, a cui avrebbe chiesto appoggio per la rimozione di Petro, anche con la partecipazione di cartelli criminali che gli Usa possono controllare, come il Clan del Golfo, la più grande organizzazione narcotrafficante della Colombia, responsabile di un’ondata di violenza, estorsioni e omicidi in tutto il paese.

Leyva ha anche affermato di contare sul sostegno di importanti leader imprenditoriali, ha messo in mezzo la ex presidente colombiana, Francia Marquez, e ha espressamente chiesto agli Usa di giocare un ruolo chiave nella “transizione”: uno schema ricorrente in America latina e specialmente in Colombia, che ha suscitato allarme nel campo progressista.

Il ritorno della destra più oscura – composta da narcos, paramilitari e settori dello Stato direttamente governati dagli Usa –, che in due decenni ha assassinato oltre 6.000 leader e militanti dell’Unión Patriotica, oltre a due suoi candidati presidenziali, potrebbe generare oggi una vendetta analoga. I governi precedenti si sono serviti del paramilitarismo e delle nuove forme di violenza come strumenti per reprimere le mobilitazioni sociali, difendere i territori strategici per l’estrazione e il narcotraffico, e destabilizzare qualsiasi tentativo di riforme strutturali che minacci lo status quo, con il pretesto della “sicurezza”.

Il governo di Gustavo Petro ha rappresentato un tentativo di riposizionare lo Stato come strumento per affrontare alcune di queste contraddizioni. Le proposte di riforma agraria, riforma sanitaria, riforma del lavoro e la ricerca di una “Paz Total” con i gruppi armati rimanenti (come l’ELN e le dissidenze delle FARC) hanno evidenziato lo sforzo per modificare le relazioni di potere e migliorare le condizioni di vita delle classi popolari.

Le riforme proposte si sono però scontrate con la resistenza delle classi dominanti, che controllano settori chiave dell’economia, i media tradizionali e influenzano profondamente l’apparato giudiziario e legislativo, e non permettono di affrontare i problemi alla radice.

La destra ha accusato Petro di aver inventato il complotto per alzare una cortina di fumo sulle difficoltà interne alla sua compagine in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo.

Senza una riforma costituzionale (per ora improbabile), Petro non può più ripresentarsi, ma sta tessendo l’architrave di un nuovo scenario che impedisca il ritorno della destra più estrema: anche cooptando nell’alleanza di governo le parti più moderate.

Intanto, nonostante il silenzio dei media che hanno trascurato la notizia, in Colombia si è dato un passo altamente significativo: i principali partiti della sinistra hanno scelto di sciogliersi e di unirsi in una nuova formazione politica, con un chiaro indirizzo anticapitalista, ecologista, femminista, antirazzista e antimperialista. Il nuovo partito si chiama Pacto Historico (Colombia Puede) e, come ha ricordato Petro, dev’essere un partito-movimento. Per questo, con un lavoro di preparazione che dura da anni, si è costruito un sistema di norme, basato su pesi e contrappesi, per cercare di non scontentare nessuna delle componenti interne. Secondo le inchieste, la nuova formazione è favorita nei sondaggi elettorali.

Di fronte all’avanzare dell’estrema destra in America latina, il nuovo partito si misurerà intanto con i primi due momenti elettorali dei prossimi mesi: il primo sarà il 26 ottobre di quest’anno, quando le forze del Patto Storico si misureranno al loro interno per eleggere il candidato o la candidata alle presidenziali del maggio 2026 (secondo turno, il mese successivo). Alle primarie potrà partecipare tutta la cittadinanza.

Visto l’esito del processo contro Uribe, il senatore che ha iniziato la denuncia, Iván Cepeda, potrebbe ottenere l’appoggio delle varie anime che compongono il partito. Fra le candidate c’è anche la senatrice Maria José Pizarro, quella che ha posto la banda presidenziale a Petro quando è stato eletto. È figlia di Carlos Pizarro, il candidato dell’M19 dopo che il gruppo ebbe abbandonato la lotta armata, e che venne ucciso dalla narco-politica di governo mentre era in volo.

Il secondo momento si presenterà a marzo del prossimo anno, quando il candidato del Pacto si misurerà con un’altra elezione all’interno di un Fronte ampio in cui vi saranno anche i rappresentanti della destra più moderata (“il santismo” dell’ex presidente, Manuel Santos), i verdi e alcune figure difficili da catalogare, che pure hanno una loro cerchia che le appoggia, e hanno anche il sostegno di Petro. Il presidente guarda infatti allo schema delle democrazie europee: la sinistra da sola non può farcela, per cui deve ricorrere a figure più moderate della destra per arginare la destra estrema.

Uno schema che non convince la sinistra radicale e i movimenti popolari, che temono i potenti cavalli di troia al proprio interno, di cui pure la Colombia, e lo stesso governo Petro, ha dovuto fare esperienza. Ma, intanto, la sinistra cerca di capitalizzare il significato della “sentenza del secolo” contro Uribe. Cepeda sta scaldando i motori, ma così sta facendo anche la camaleontica Claudia López, ex senatrice ed ex sindaca più gradita al campo moderato, che ha scelto di smarcarsi sia dal “petrismo” che dall’“uribismo”, e di candidarsi per il movimento cittadino “Imparables”. López ha già intascato il plauso della destra per le recenti dichiarazioni riguardo il Venezuela. Ha definito il governo Maduro “la principale minaccia per la sicurezza nazionale della Colombia”, e ha proposto un’alleanza con il Brasile, Panama, la Guyana e gli Stati Uniti per “recuperare la libertà in Venezuela”.

Dal Caracas, le ha risposto ironicamente il ministro degli Interni, giustizia e pace, Diosdado Cabello durante il suo programma settimanale, Con el Mazo dando. Riferendosi agli 8 cadaveri chiusi nei sacchi della spazzatura, ritrovati in diversi punti della capitale colombiana e ritenuti frutto di un’altra feroce lotta fra bande criminali, Cabello ha detto: “È il colmo. Questa signora dà giudizi sul Venezuela che soffre da anni per la violenza importata dalla Colombia: da dove viene il sicariato e il narcotraffico? Da dove vengono i paramilitari?”, e ha invitato “la signora López” a non esprimere giudizi incongrui sul paese vicino, ma a rimuovere i sacchi della sua spazzatura.

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Con il mazzo che dà

31/07/2025

Venezuela, il voto municipale premia il blocco bolivariano

di Geraldina Colotti

La folla colorata e festosa avanza verso il Palazzo di Miraflores cantando “Chávez corazón del pueblo”. Uno stormo di uccelli guacamayas si staglia nel tramonto caraibico, vince le ombre del recente temporale che ancora ristagnano sul palazzo presidenziale. A 12 anni dalla morte, l’ex presidente del Venezuela, scomparso il 5 marzo del 2013, rimane nel “cuore del popolo”, che ha festeggiato il suo compleanno n. 71 il giorno dopo del voto per le comunali.

Quella del 27 luglio è stata l’elezione n. 33, relativa ai 335 municipi e ai consiglieri, più il voto della Consulta Popular, che ha riguardato la scelta dei progetti comunitari, soprattutto proposti dai giovani, a cui dare priorità. L’80% dei progetti già approvato nelle tre precedenti consultazioni, è già in fase di attuazione. Da queste elezioni, a cui hanno partecipato oltre il 44 per cento degli aventi diritto, e che ha fatto registrare quasi 300.000 voti in più rispetto a quelle dei governatori, che si sono svolte il mese scorso, emerge come la gioventù, che ha abbondantemente alimentato quell’oltre 44 per cento dei partecipanti, sia uno dei motori principali della rivoluzione bolivariana, che scommette sul “potere popolare”. L’identificazione di una grossa fetta di giovani con la proposta di trasformazione sociale del chavismo, che si è andata rideterminando per contrasto a quanto accade in altri paesi capitalisti della regione e d’Europa, dove la disaffezione giovanile alla politica si radica nella mancanza di opportunità concrete, qui è visibile in tutti i settori popolari e in buona parte della piccola borghesia.

Negli anni più duri dell’aggressione multiforme al “laboratorio bolivariano”, gli analisti politici del governo hanno visto aumentare il pericolo della disaffezione e la presa del fascismo sui giovani: soprattutto dovuti alla “emigrazione indotta” di giovani altamente formati, spinti a lasciare il paese in cerca del “sogno americano”. E hanno intensificato le politiche giovanili, in un paese che offre loro una presenza decisionale ai massimi livelli nelle strutture politiche, che si rinnovano costantemente.

Lo si è visto in queste elezioni, dove sindaci e sindache giovanissimi sono stati super votati. La campagna per il ritorno in patria dei migranti deportati da Trump nei lager di Bukele in Salvador che atterrano quotidianamente in Venezuela con aerei del governo, insieme a un nugolo di bambini separati dai genitori, sta smascherando il vero volto del “sogno americano”, e ha avuto un effetto su questo voto popolare.

Ha certamente avuto un grosso effetto lo scambio di alcuni detenuti statunitensi, accusati di essere mercenari infiltrati o già condannati per gravi delitti, con i bambini tolti alle famiglie di migranti negli Stati Uniti, che hanno potuto riabbracciare i loro cari in Venezuela. In questo modo, il governo bolivariano ha tolto un altro argomento di propaganda all’opposizione estremista che, dopo aver cavalcato abbondantemente questo tema, ha rilasciato varie dichiarazioni di appoggio alle politiche trumpiste definendo tutti criminali del “Tren de Aragua” i migranti venezuelani deportati.

Ora, come spesso accade nel “laboratorio bolivariano”, le madri di questi giovani migranti e i giovani stessi, sono stati inglobati in un movimento, coordinato dalla viceministra degli Esteri, Camilla Fabri, che ha organizzato un emotivo incontro con le Madri della Plaza de Mayo argentine, la figlia del Che, Aleida Guevara, donne palestinesi, africane ed europee, nell’ambito del Congresso per la pace e contro la guerra che si è svolto in questi giorni.

In questo ambito, gli invitati internazionali che hanno accompagnato le elezioni (provenienti da tutti i continenti), hanno respinto con ironia le recenti dichiarazioni del segretario di Stato, Marco Rubio, che ha definito Maduro non come presidente del Venezuela, ma come il capo del “Cartello dei Soli”, e ne ha aumentato la taglia, nel consueto stile Far West del tycoon nordamericano. Una decisione che ha ricevuto il plauso della destra golpista, capitanata da Maria Corina Machado, molto presente sui media occidentali, ma sempre più assente dalla realtà del paese.

Il quadro elettorale fotografa, infatti, anche il mutamento avvenuto nelle fila dell’opposizione (“quella che ha i voti, perché gli altri hanno solo fantasmi”, dicono i dirigenti chavisti). Partiti di destra neoliberista, come Primero Justicia e Voluntad Popular sono praticamente scomparsi, mentre l’Alleanza Democratica, Fuerza Vecinal e il partito Vamos Cojedes sono risultati le prime forze politiche di opposizione, raggiungendo la maggioranza nelle comunali che hanno permesso di conquistare 50 municipi. In questo contesto, emerge la figura del governatore dello stato Cojedes, Alberto Galíndez, che si è staccato dal partito Primero Justicia per fondare un partito regionale, Vamos Cojedes, che ora ha vinto in tutti i municipi dello Stato e ha assunto una visibilità nazionale.

Questa nuova opposizione ha ovviamente obiettivi opposti a quelli del socialismo bolivariano e i rappresentanti del Psuv promettono di darle battaglia nei territori, chiamandola a misurarsi sui progetti votati dalle comunità, però il governo plaude al fatto che abbia accettato la dialettica democratica. Per questo, Maduro ha invitato tutti gli eletti a un incontro seminariale di due giorni per “il bene del paese”.

“In futuro, vedremo una forma di democrazia più viva, vigorosa, attiva e basata sulla consultazione diretta, e non sul: vota per me che io farò questo e quello”, ha affermato Jorge Rodríguez, capo del Comando di campagna “Aristobulo Histuriz”, facendo il bilancio del voto.

La consegna di Hugo Chávez – “Comuna o nada!” – continua a essere l’orizzonte strategico che orienta la costruzione dal basso di un nuovo tipo di Stato basato sull’autogoverno, in cui le comunità organizzate devono assumere un ruolo centrale nella direzione della società. In questa prospettiva, avere il controllo politico del territorio risulta fondamentale, considerando che il peso del settore privato può farsi sentire.

E in questo orizzonte vanno inquadrate queste elezioni, che hanno tinto ancora di più di rosso la geografia territoriale del paese. Le candidate e i candidati del Gran Polo Patriótico Simón Bolívar (Gppsb), l’alleanza che comprende il partito di governo (Psuv) più un arco di altre formazioni, come il Partito comunista (quello maggioritario) e altri partiti progressisti, ha ottenuto 285 municipi, ossia l’85% del totale, l’opposizione, 50. Il chavismo ha vinto in 23 capitali dei 24 stati del paese, più il Distretto Capitale, dove è stata rieletta la sindaca Carmen Meléndez, con la più alta percentuale mai ottenuta in un’elezione: l’86,4%.

Il successo di iniziative come “la carovana delle soluzioni”, messa in atto dalla sindaca per portare la gestione governativa direttamente alle comunità, evidenzia un modello di governance che basa la sua legittimità sulla risoluzione concreta delle necessità popolari, una politica essenziale per mantenere l’egemonia fra le classi subalterne, zoccolo duro del voto socialista.

La gente, oggi, “dalla politica si aspetta risposte a problemi concreti, vuole governanti che risolvano i problemi, che mantengano la pace e che recuperino un buon tenore di vita e l’economia”, ha affermato Jorge Rodríguez. I dati degli organismi internazionali indicano che l’economia venezuelana continua a essere in crescita, che sta affrontando il bloqueo degli Stati Uniti facendo sempre più conto sulla produzione locale, che già copre quasi il 90% del fabbisogno alimentare.

Inoltre, dopo un’altalena di stop and go, Trump sembra aver concesso alla Chevron la licenza di continuare a estrarre petrolio in Venezuela: un sollievo non di poco conto perché consente di vendere il petrolio a prezzo di mercato e non essere obbligati a svenderlo per convincere gli acquirenti a rischiare le ritorsioni dei “sanzionatori”. E già dopo poche settimane, nel paese che possiede le prime riserve di petrolio al Mondo, ma che non può accedere a nessun tipo di credito o aiuto internazionale, le entrate dello Stato hanno ricevuto un incremento sostanziale.

La capacità del PSUV di mobilitare le masse popolari e ottenere un appoggio decisivo nelle urne indica che, nonostante le pressioni esterne, il governo è riuscito a superare le principali difficoltà economiche, e il blocco storico bolivariano mantiene una base sociale solida, radicata nelle classi lavoratrici e nei settori più vulnerabili della società.

Si è completato un ciclo, si deve passare a una tappa di costruzione di un governo eminentemente popolare, ha detto Maduro dal balcone presidenziale: “meno scrittorio più territorio dev’essere la consegna”. Il presidente si è rivolto in particolare alle donne e ai movimenti femministi, ai giovani, che sono la colonna portante di questa rivoluzione. Gli ha risposto un concerto di clacson proveniente dai collettivi di motociclisti presenti che, come di consueto, si sono fatti sentire.

Fonte

04/07/2025

Frantz Fanon, a cent’anni dalla nascita

di Geraldina Colotti

È un centenario drammatico, quello che celebra la nascita di Frantz Fanon, avvenuta in Martinica il 20 luglio del 1925. È drammatico per l’ovvio, evidente e traumatico rimando a quanto sta avvenendo a Gaza dal 7 ottobre 2023 in poi. Ed è drammatico perché ci obbliga a un contatto diretto con la parte più urticante del pensiero e della vita dello psichiatra antillano: quella dei muscoli che si flettono in attesa di assestare la zampata, quella dell’«uomo con la roncola», preoccupato di averla a portata di mano, quando «sente un discorso sulla cultura occidentale» (Frantz Fanon, I dannati della terra, Torino, p. 10)

È inutile far finta di niente. I cinquantenari e i centenari che si susseguono senza posa nel primo secolo del nuovo millennio, ci abituano a srotolare la pellicola del Novecento come turisti della Storia. La cosa è ambiguamente piacevole. Attiva la nostalgia. Giustifica la malinconia. Produce uno spaesamento pensoso che in fondo è rassicurante, nella misura in cui legittima la contemplazione scettica dei sacrifici e dei fallimenti accumulati dalle generazioni precedenti.

Con Fanon, adesso, questa recita è impossibile. È come se, per un malvagio tiro giocato dal caso ai dipartimenti dei cultural studies, dovessimo nuovamente sbattere la testa sulle parole dure: sullo scandalo della violenza che disintossica1, sull’eresia che mette in quarantena le etiche immacolate, perché «il bene è semplicemente quel che a loro fa male»2.

Certamente, sono posizioni che vanno inserite nel loro contesto. E il contesto è quello della guerra d’Algeria. Centinaia di migliaia di morti fra la popolazione e i combattenti in lotta per l’indipendenza nazionale. I francesi che reagiscono con i massacri, con i linciaggi degli arabi organizzati dai coloni, con la tortura praticata regolarmente sui militanti del Fronte di Liberazione Nazionale, ma anche, in larghissima scala, sulla popolazione civile. L’FLN algerino risponde usando tutti i mezzi, e giungendo anche all’uccisione di civili francesi, con bombe piazzate nei bar dei pieds-noirs e accoltellamenti casuali dei coloni, sorpresi mentre passeggiano nei loro quartieri tranquilli e blindati. Molto crudo, n’est-ce pas? E non va dimenticato che i comunisti francesi erano schierati dalla parte del loro governo, e avevano votato a favore delle misure di repressione dell’insurrezione algerina.

In questo quadro dipinto con il sangue, con la ferocia e anche con la mistificazione, Frantz Fanon incontra la lotta di un popolo ricattato dall’umanismo ipocrita dell’Occidente e determinato a ogni sacrificio pur di liberarsi dall’oppressione coloniale. Fanon è pronto a capire perché ha già alle spalle un percorso di tormentata indipendenza personale. Viene dalla Martinica e al liceo è stato allievo di Aimé Césaire, uno dei fondatori, insieme a Senghor, del movimento della négritude. Fanon rispetta e ammira il professore comunista di letteratura, ma già nel 1952, nella sua prima opera, Pelle nera, maschere bianche, cerca qualcosa di più di un programma, sia pure sovversivo, di indipendenza culturale. Da dove incominciare? Dalla «sola cosa al mondo che valga la pena d’incominciare: la fine del mondo, che diamine». Sono parole di Césaire, citate non a caso da Fanon nel suo libro3. Ma la verità è che, in questa «fine del mondo», lo psichiatra antillano scorge innanzitutto l’obbligo di una resa dei conti con se stesso, e con l’illusione di una possibile salvezza mediante il salto in una archeologia mitologica dalla cui resurrezione verrebbe scossa la coscienza occidentale. Non credeteci, dice Fanon. Non cadete nel tranello di costruire un «passato negro» consumabile come lenitivo per l’intollerabilità del presente. Già qui, nel 1952, Fanon risulta volutamente drastico: «Non è perché ha scoperto una cultura propria – scrive – che l’indocinese si è ribellato. È perché “semplicemente” gli era diventato, per più motivi, impossibile respirare»4.

Beninteso, in Pelle nera, maschere bianche si trovano molti altri temi culturali di preziosa attualità. C’è la critica alla letteratura negra evoluta, che è godibilissima e, in parte, ricorda la spietata requisitoria pronunciata da Marx nella Sacra Famiglia contro l’umanitarismo filantropico dei Misteri di Parigi. C’è la discussione sul linguaggio, sui fantasmi consci e inconsci generati dal razzismo, che ancora oggi colpisce per il potenziale analitico dei guasti provocati dal meccanismo coloniale sia nella psiche del Bianco, sia in quella del Nero. Ma la forza d’urto del programma (che è anche progetto di vita) fanoniano sta, in qualche modo, nella sua semplicità: «In quanto psicoanalista, devo aiutare il mio cliente a coscientizzare il suo inconscio, a non tentare più una lattificazione allucinatoria, ma ad agire nel senso di un cambiamento delle strutture sociali»5.

Ovvio. In un certo senso persino banale. Eppure quando Fanon si abbandona alla digressione sul riconoscimento hegeliano, noi sentiamo che è in gioco qualcosa di più di un comprensibile sfoggio di cultura, teso a perorare un facile superamento dialettico dell’antitesi razzista. Il nero, immerso in una servitù inessenziale che preclude il cammino dell’autocoscienza tracciato dalla Fenomenologia dello spirito, è stato liberato dal padrone. «Non ha sostenuto la lotta per il riconoscimento», dice Fanon. «Il Nero è stato agito. Dei valori che non sono nati dalla sua azione, dei valori che non risultano dalla montata sistolica del suo sangue, sono venuti a danzare la loro ronda intorno a lui»6.

È qui che Fanon volta la faccia e guarda altrove. Dien Bien Phu sta per umiliare la grandeur della Francia. E, mentre si avvia alle conclusioni, lo psichiatra allievo di Césaire sente il bisogno di indicare una strada che, a suo stesso dire, osservata dall’Europa, non può essere compresa:

Un compagno, a fianco del quale mi ero ritrovato durante l’ultima guerra, è tornato d’Indocina. Mi ha messo al corrente di molte cose. Per esempio della serenità con cui i giovani vietnamiti di sedici o diciassette anni cadevano davanti a un plotone d’esecuzione. Una volta, mi disse, fummo obbligati a sparare inginocchiati: i soldati tremavano davanti a questi giovani “fanatici”. In conclusione aggiungeva: “La guerra che abbiamo fatto insieme era un gioco in confronto a ciò che succede laggiù”7.

Capiamo che, nell’ingranaggio dei suoi pensieri, Fanon fa le cose maledettamente sul serio. Capiamo che l’incontro con Francesc Tosquelles, esule comunista dalla guerra civile spagnola e promotore della cosiddetta socioterapia nell’ospedale di St. Alban, non è avvenuto invano. Certamente Fanon ci appare rimpinzato di fenomenologia e di esistenzialismo. Quando, nella pagina finale di Pelle nera, maschere bianche, scrive che «la densità della Storia non determina nessuno dei miei atti» sentiamo anche troppo l’influenza sartriana. «Io sono il mio proprio fondamento», aggiunge in puro stile rive gauche. «Ed è superando il dato storico, strumentale, che introduco il ciclo della mia libertà», conclude con parole fatte apposta per suscitare diffidenza tra i marxisti8.

Ma cos’è il marxismo, in quegli anni, in Europa occidentale? L’umanismo furbo e sorvegliato di Roger Garaudy? Lo storicismo accorto e proteiforme di Palmiro Togliatti? Sta per andarsene Stalin. Dopo sarà la volta del disgelo, della coesistenza pacifica, delle vie nazionali e democratiche al socialismo. L’umanismo di cui parla Fanon in chiusura del suo primo libro, acre e non perfettamente calcolato, è sicuramente un’altra cosa. Sarà anche ingenuamente sartriano, ma, nella sua autenticità radicale, ha il merito di cercare le stesse cose che hanno già cercato e trovato i cinesi e i vietnamiti, che stanno per sperimentare gli algerini e che, di lì a qualche anno, anche Castro e Guevara incontreranno nella Sierra Maestra di Cuba.

Così Frantz Fanon decide di lasciare la Francia. Non bisogna pensare a chissà quale disegno. Nella sua breve parabola non agisce alcuna predestinazione. Vorrebbe lavorare qualche anno in Africa nera e poi tornare in Martinica. Ma si libera un posto nell’ospedale psichiatrico di Blida-Joinville, e Fanon accetta, trasferendosi a cinquanta chilometri da Algeri nel novembre del 1953. Un anno e mezzo prima, su «Esprit», è uscito un suo articolo intitolato La «sindrome nordafricana». Sono poche pagine davvero magnifiche, di una bellezza insostenibile. Gli arabi inurbati nella metropoli non sanno spiegarsi. Hanno male dappertutto. Il dottore alla fine si stufa di interrogarli, e conclude che sono tutti millantatori, tutti furbi. Fanon illustra questo dialogo fra sordi senza chiamare in causa cattive volontà. La comunicazione non funziona perché non può funzionare. Badate, la Storia della follia nell’età classica di Foucault è del 1961. Siamo quasi dieci anni prima. Fanon scrive: «questo corpo che sono costretto a supporre attraversato da una coscienza, questo corpo che non è più del tutto un corpo, o almeno lo è due volte, in quanto stordito dallo spavento – questo corpo che mi chiede di essere ascoltato senza esitare – provocherà in me una rivolta»9.

Ecco la disposizione d’animo, la Stimmung se volete, catturato nella quale Fanon sbarca in Nordafrica. Un anno dopo, il 1° novembre 1954, con una serie di azioni dimostrative, il Fronte di Liberazione Nazionale Algerino annuncia la propria fondazione e la lotta armata contro l’occupazione coloniale. Nel suo ospedale, Fanon cura torturatori e torturati. Ma non c’è e non ci può essere equidistanza, sicché nel 1956 lo psichiatra brillante e senza dubbio evoluto, rassegna le sue dimissioni dal dispensario coloniale. Scrive un’acida lettera a Robert Lacoste, proconsole del governo francese, nella quale definisce lo statuto dell’Algeria «una disumanizzazione sistematica»10. Anche qui, registriamo di passaggio che Lacoste era stato una figura di rilievo della resistenza francese al nazismo, e che, per quanto riguarda l’Algeria, si era adoperato in prima persona per reprimere nel sangue l’insurrezione dell’FLN.

Insomma, lo stridore dei comportamenti, delle scelte, degli interessi e delle ideologie è davvero assoluto. Ma questa è la famosa Storia, la Weltgeschichte che avanza triturando ogni cosa, e nella quale Fanon scivola di buon grado, senza rinnegare le complicate atmosfere esistenzialistiche di cui si è nutrito a Parigi. Perciò, senza tante chiacchere, abbandona il suo posto di lavoro da psichiatra a Blida-Joinville, ed entra al servizio del Fronte di Liberazione Nazionale Algerino. È il punto di svolta. Lo è come per chiunque giunga a sottomettere il proprio io a una potenza trascendente, sovrapersonale: la potenza materiale di una comunità in lotta.

Questo è il Fanon che tutti conosciamo. I combattenti non sono intellettuali, e non sono psichiatri. Loro compito non è guarire, ma organizzare in modo efficace la rabbia dei colonizzati contro i colonizzatori. Da parte sua, lo psichiatra antillano è nelle condizioni migliori per analizzare, comprendere e giustificare il guanto di sfida che gli algerini hanno lanciato al dissennato orgoglio francese. Dietro la retorica della République c’è solo violenza: una usurpazione cieca e inumana travestita di civiltà. È dunque inevitabile tagliare i ponti. È sano e necessario adottare un punto di vista che la faccia finita, una volta per sempre, con il linguaggio democratico dei torturatori.

Negli anni Venti, in Europa, questo modo di ragionare si chiamava spirito di scissione. Negli anni Trenta, Brecht inseguiva ancora questa congiunzione di radicalità e realismo, ricordando agli scrittori democratici riuniti per combattere il fascismo che le crudeltà di Hitler e Mussolini erano crudeltà necessarie11. Che lo sappia o meno, che lo desideri o meno, Fanon si muove su questa linea. Lo si vede bene negli articoli scritti per «El Moudjahid» tra il 1957 e il 1960. Uno, in particolare, merita di essere ricordato per la lucidità portata all’estremo che lo caratterizza. Il pezzo si intitola L’Algeria e i torturatori francesi, e in esso Fanon si fa beffe degli scrupoli di coscienza del colonialismo democratico:

I francesi che si indignano per la tortura, o ne deplorano l’uso massiccio, fanno immancabilmente pensare alle anime belle di cui parlava il filosofo, e l’appellativo di “intellettuali stanchi” che gli è stato affibbiato dai loro compatrioti Lacoste e Lejune è davvero pertinente. Non è possibile volere insieme il mantenimento del dominio francese in Algeria e condannare i mezzi impiegati per mantenerlo12.

Chiunque abbia partecipato a una lotta giunta all’impiego delle armi contro una nazione o una classe dominante e oppressiva, chiunque l’abbia studiata e capita sul serio, sa che Fanon ha perfettamente ragione. E ha perfettamente ragione anche quando parla di «perversione morale», mettendo a nudo l’ipocrisia degli intellettuali atterriti dalla disumanizzazione provocata nella gioventù francese dal suo impiego nelle operazioni di repressione dei patrioti algerini. «Solo le conseguenze morali di tali crimini sull’animo dei francesi – egli scrive – hanno un qualche interesse per questi umanisti»13. L’accento batte sempre sullo stesso punto: le maschere democratiche del colonialismo, la mistificazione del dialogo, che costituisce una potente e subdola arma di riserva dell’oppressione, nella misura in cui riesce a infiltrare la coscienza dell’oppresso, appannando la concretezza priva di illusioni di cui il combattente ha bisogno come dell’aria. Per questo, Fanon non dà tregua agli stessi scrittori e artisti neri, chiedendo loro di togliere la sordina alla tromba del «vecchio negro preso tra cinque whisky»14. Per questo, di fronte alla richiesta di presa di distanze da questa o quella azione troppo cruda della guerriglia, ribatte sarcastico: «Quindi la lotta di un popolo per la propria indipendenza deve essere cristallina se vuole l’appoggio dei democratici»15.

Lo sguardo febbrile che il lettore francese di Pelle nera, maschere bianche non poteva evitare di sentire addosso con qualche turbamento, ha acquisito ormai un orizzonte solido: una prospettiva sfacciatamente autonoma, la cui autosufficienza è proclamata senza giri di parole di fronte alla tracotanza dello Spirito europeo. Agli scrittori e artisti neri riuniti a Roma nel 1959, Fanon ricorda che, in fondo, le «recriminazioni amare e disperate», le «violenze spiegate e sonanti», tranquillizzano l’oppressore. È necessaria invece una «letteratura di battaglia» che sia «volontà temporalizzata». «Il presente – intimorisce quasi Fanon con parole che sembrano sgocciolare da una sala di chirurgia o da un mattatoio – non è più chiuso su se stesso ma squarciato»16.

Eppure, non si deve credere che questo squarcio consista soltanto nella violenza rivoluzionaria agita senza complessi di colpa. Nell’Anno V della rivoluzione algerina, Fanon insiste molto sul lato costruttivo della lotta per l’indipendenza. Un popolo che combatte, che compie sacrifici inauditi per raggiungere la propria liberazione, è un insieme di donne e di uomini che trasforma se stesso in modo irreversibile. L’Algeria si toglie il velo segue l’evoluzione del ruolo della donna nella lotta armata con una partecipazione psicologica e una finezza di analisi che ancora oggi lasciano sbalorditi17. E, in generale, la rivoluzione è sempre, per Fanon, l’«ossigeno che inventa e prepara una nuova umanità»18.

Giungiamo così al cuore del problema. Qual è la cifra più autentica del particolare umanismo fanoniano? Se ne è discusso a lungo, per l’ovvio motivo che I dannati della terra è stato considerato spesso, anche da molti marxisti, una esagerata e vitalistica apologia della violenza, scritta convulsamente da un uomo che sapeva di avere i giorni contati. A questa percezione ha del resto contribuito l’affascinante e controversa prefazione ai Damnés stesa da Jean-Paul Sartre, che aggiungeva minaccia a minaccia, e trasformava il testo di Fanon in una specie di ultimatum rivolto alla coscienza occidentale. Senza dubbio la prosa di Fanon non risparmia al lettore le iperboli, e non è fatta per acquietarlo in «quel movimento immobile in cui la dialettica, a poco a poco, si è mutata in logica dell’equilibrio»19. C’è anche del compiacimento nel suo modo di scrivere: una carnalità del linguaggio che si esprime talora in immagini veramente furenti. La rivoluzione popolare è presentata come una «tremenda macchina impastatrice e frangitrice»20. E l’uomo della roncola fa paura, inutile negarlo. Ma i progetti di Fanon sull’Africa, le sue amare considerazioni sulle «disavventure della coscienza nazionale», l’attenzione che egli ripone su una idea di mondo potenzialmente emancipata dai ritmi irragionevoli e disastrosi del capitalismo, ci dicono molto sul suo programma di «disalienazione». Quando infatti, acutamente, lo psichiatra antillano parla di «una brutalità e un disprezzo delle sottigliezze e dei casi individuali che è tipicamente rivoluzionario», si affretta poi a distinguerla dalla «brutalità pura, totale» che va recisamente combattuta, onde evitare disfatte rovinose e repentine21. Dentro la guerra, la linea di confine fra i due atteggiamenti non si traccia facilmente. E non è nemmeno detto che corrisponda al rassicurante parametro aritmetico della partecipazione popolare. Su questo Fanon torna e ritorna nel tormentato capitolo intitolato «Grandezza e debolezza della spontaneità». Il marxista dottrinario può leggere queste pagine con il sorriso stampato in faccia di chi sa già tutto in anticipo. Ma non ci guadagna molto. E perde l’occasione di pensare daccapo le formule scolpite nel marmo dell’ortodossia, confrontandole con il processo vivo di fenomeni sociali drammatici, che inventano la storia nel vivo del suo farsi.

Del resto, checché se ne dica, Fanon non posava a teorico della rivoluzione algerina. Ma è difficile negare che i Dannati della terra raggiunga spesso accenti profetici di inusitata prepotenza. La conclusione del libro lascia indubbiamente emozionati.

La colossale semplicità dell’invito sembra quasi compensare l’implacabile ferocia con la quale molti ragionamenti sono stati proposti al lettore. «Per l’Europa – scrive Fanon – , per noi stessi e per l’umanità, compagni, bisogna rinnovarsi, sviluppare un pensiero nuovo, tentare di metter su un uomo nuovo»22. Si capisce alla fine, si capisce meglio perché Fanon abbia voluto intitolare la sua ultima opera (sapendo che sarebbe stata l’ultima) al primo verso dell’Internazionale. Debout, les damnés de la terre, aveva scritto Eugène Pottier, reduce dal massacro della Comune. Versi forti, apocalittici. Occorre fare tabula rasa del passato, non siamo niente e saremo tutto, uniamoci nella lotta finale, l’Internazionale sarà il genere umano23. Fanon deve avere letto queste parole davvero molte volte, prima di scegliere il titolo del suo libro. L’umanismo a cui si appellava era dunque vero, ma assai esigente. E il cammino della sua opera lo attesta fuori da ogni dubbio, capace come si è dimostrato di ravvivare e sorreggere l’impegno teorico e pratico, le scelte individuali e collettive, di tanti rivoluzionari in moltissimi paesi.

Detto questo, sull’influenza del pensiero di Fanon nei due decenni successivi alla comparsa dei Damnés è bene non fare della retorica o del facile semplicismo. Fanon non è Mao Tse Tung. E non è nemmeno Guevara. C’è una irregolarità del suo pensiero che non può essere addomesticata, né sistemata in comode categorie. Inoltre, è bene rammentare che lo psichiatra antillano non svolse mai funzioni di effettiva dirigenza nella lotta di liberazione algerina. In nome dell’FLN ricoprì sicuramente incarichi diplomatici delicati nel contesto del primo panafricanismo. E fu anche protagonista di una missione nell’Africa subsahariana (di cui rimane un breve ma intenso taccuino di viaggio)24, intrapresa con l’obiettivo di saggiare la possibile apertura di un nuovo fronte Sud nella guerra algerina. È commovente apprendere che, ormai malato senza speranza, pensò di trasferirsi a Cuba come rappresentante permanente del Governo Provvisorio Algerino. E non è meno significativo che, durante la breve degenza nell’ospedale americano in cui trovò la morte, abbia dichiarato a un esponente del Dipartimento di Stato Americano che negli anni a venire l’imperialismo statunitense si sarebbe dovuto scontrare con le guerriglie in America Latina e con le rivolte dei neri nei ghetti delle metropoli25. Sappiamo che Fanon era molto sfiduciato nei confronti del proletariato europeo e dei suoi dirigenti politici e sindacali. Sappiamo anche che, proprio nei Dannati della terra, questa diffidenza raggiunge anche il proletariato indigeno impiegato nelle fabbriche e nei servizi delle città algerine, giacché ritenuto compromesso nei meccanismi di privilegio indotti dal colonialismo. D’altra parte, è sufficiente leggere l’articolo scritto da Fanon in morte di Patrice Lumumba, per capire quanto e come il credito da lui riposto nelle masse contadine africane dovesse confrontarsi con problemi tragici e complessi. La «fiducia sconfinata nel popolo» di cui Lumumba aveva dato prova eroica, sino al sacrificio della vita, non era bastata. Alla prima grande crisi del suo nuovo cammino, l’Africa si era dimostrata disunita, e aveva dimenticato «che il nemico non retrocede mai sinceramente. Che non impara mai. Capitola, ma non si converte»26.

Leggendo queste parole amare, e anche pensando alle critiche rivolte da Fanon alla borghesia coloniale proprio nei Damnés, o agli sviluppi delle vicende algerine successive al conseguimento dell’indipendenza, si potrebbe dare la stura a quella malinconia postmoderna di cui parlavamo all’inizio, che in fondo è la gemella rovesciata dei peggiori e più grotteschi trionfalismi novecenteschi. Ma la verità è che Fanon ha vissuto e pensato dentro un intero mondo che stava alzando la testa, insieme a enormi masse di donne e di uomini che si erano messe in moto, disposte a pagare per questo prezzi altissimi. Egli dice: non scrivo per gli europei, non servirebbe a niente. E, alludendo alla sua stessa biografia, parla del letterato colonizzato che sceglie di rompere i ponti dietro di sé, e «passa di stupore in stupore (...) letteralmente disarmato dalla buona fede e dall’onesta del popolo». Per gli intellettuali, incalza, è una fortuna «seppellirsi tra il popolo». Non è un rifugio, e nemmeno una nicchia protetta. È una comunità che, finalmente, ha imparato a infischiarsene dei valori creati per domarla, e, a buon bisogno, per ucciderla. Questi valori, la massa colonizzata adesso li insulta: «li vomita a gola spiegata»27.

Sì, li vomita proprio. Come il vecchio di Patmos che urlava: «poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca»28. È facile quindi intendere la prima ricezione europea di Fanon, il cui discorso venne accolto principalmente come domanda scomoda e tagliente, come fatto quanto mai perturbante, capace di imbarazzare le sicurezze morali di una sinistra ammalata di coesistenza pacifica e di lungimiranti guerre di posizione. Ancora oggi, ad esempio, fa pensare il giudizio olimpico di Simone De Beauvoir. Pur rammentando la completa consonanza di vedute fra Sartre e l’intellettuale martinicano, la cui vita «sembrava un’avventura tragica, spesso orribile, ma di un valore infinito», il Castoro definì I dannati della terra «un manifesto del Terzo Mondo, eccessivo, rigido, incendiario, ma anche complesso e sottile»29. Con meno finezza e più impeto, una giovane Grazia Cherchi si espose nei “Quaderni Piacentini”, presentando i Damnés come il «massimo documento teorico della rivoluzione dei popoli coloniali»30. Ben altra ponderazione venne invece impiegata sulla allora più autorevole “Rinascita”, dove Romano Ledda parlò del libro maneggiandone con diplomazia la radicalità, ma sottolineando anche, con un tocco di paternalismo togliattiano, il «limite» della visione totalmente anti-europea31.

Il problema c’era. Non si poteva far finta di niente. La carica di violenza del libro era difficile da occultare. E la prefazione di Sartre amplificava a dismisura l’intemerata rivolta all’Europa, culla del movimento operaio, ancora fresca della resistenza al nazifascismo, e ciononostante tiepida e guardinga verso i problemi esplosivi determinati dalla lotta anti-coloniale. Non a caso, le riflessioni più interessanti vennero da due interpreti che partivano da una prospettiva asiatica. Enrica Collotti Pischel, nel 1962, pubblicò un lungo e interessante articolo che era di fatto un colloquio rispettosissimo intessuto con Fanon, e condotto principalmente alla luce dell’esperienza maoista32. Un anno dopo, sulla rivista teorica del Partico Comunista Francese, lo storico vietnamita Nguyễn Khắc Viện, sotto lo pseudonimo di Nguyen Nghe, fece uscire un saggio abbastanza ortodosso, che, data l’ormai avvenuta indipendenza algerina, nelle intenzioni dei redattori della rivista doveva serviva a sistemare e proteggere la precedente ignavia dei comunisti francesi sotto l’ombrello dei ragionamenti formulati da un anti-colonialista marxista al di sopra di ogni sospetto33. In effetti, il vietnamita si dimostrava assai più rigido dell’italiana, che, da parte sua, rifiutava di «mettere alla prova» le tesi di Fanon nel quadro, facile e scontato, della schematizzazione del marxismo. Ma entrambi gli scritti erano pieni di acume. Ricollegavano le affermazioni dello psichiatra antillano alle prime riflessioni anti-coloniali del Comintern. Davano respiro alle sue affermazioni più aspre, collocandole nel quadro della gigantesca ondata iniziata, militarmente ma anche eticamente, con la rivoluzione cinese. Gli riconoscevano soprattutto la capacità di esprimere, con il linguaggio della collera, la forza creativa e insospettata delle masse impegnate in una guerra di liberazione.

Masse, però, erano anche quelle che nel 1960 avevano cacciato Tambroni rivoltando il selciato di Genova, e si erano gettate all’assalto della sede della UIL torinese di piazza Statuto nel 1962. Mario Tronti si apprestava a scrivere Lenin in Inghilterra, un saggio quant’altri mai lontano dalle atmosfere fanoniane. Ma un anno prima, ancora sui “Quaderni Piacentini”, Giovanni Giudici aveva provato a confrontarsi con Fanon, chiedendosi dove potesse trovarsi in Italia nientemeno che l’uomo della roncola. Il poeta parlava di filo-cinesi, della dissidenza operaia che iniziava a decollare nelle fabbriche, dell’alienazione dei tecnici, individuando in queste figure i fratelli in potenza dell’algerino furibondo di Fanon. D’altra parte Giudici osservava che, all’inizio del XIX secolo, anche gli operai organizzati nelle prime associazioni di lotta avevano dovuto rompere con il filantropismo ipocrita degli umanisti borghesi, fottendosene dell’universo di valori del citoyen democratico. Niente poteva escludere che il velo sonnolento della guerra di posizione venisse strappato da un nuovo coagulo di forze capaci non di «dialogare», ma di lottare a fianco dei popoli oppressi dall’imperialismo. Tuttavia, avvertiva il poeta, su questi nuovi guastafeste del neocapitalismo europeo, si sarebbero abbattute le solite accuse: teppisti, provocatori. Il marchio dell’infamia era pronto a scaricarsi su di loro, impresso non solo dalla destra padronale, ma anche da una sinistra ufficiale, che non rinunciava a proiettare la sua morale esausta sui destini della rivoluzione mondiale, ipotecando la nascita di un vero orizzonte comune fra gli oppressi di tutti i continenti34.

Ebbene, l’orizzonte comune iniziò a delinearsi ben presto, in un gioco di rimbalzi che oggi appare straordinario. Nel 1971, infatti, Giovanni Pirelli (sicuramente l’uomo che aveva fatto più di chiunque altro per far conoscere Fanon in Italia) poteva scrivere: «Una decina di anni è trascorsa. Nel frattempo è accaduto questo: messo al bando e infine ignorato dal marxismo ortodosso e dai radicali europei così come dai leaders più “socialisti” dei paesi di nuova indipendenza, Fanon ha trovato cittadinanza e sempre più ne trova tra le nuove generazioni e nelle nuove situazioni di lotta»35.

Cosa era successo? Non pretendiamo di esaurire la materia. Ci limitiamo a mettere in fila qualche fatto.
A Cuba, il poeta haitiano René Depestre fa conoscere Fanon a Guevara, che nell’aprile del 1964, nel corso di un viaggio a Parigi, discute con Maspero di una sua possibile prefazione a un’edizione cubana dei Dannati della terra 36.

A dicembre dello stesso anno il Che rilascia una intervista a Josie Fanon, moglie di Frantz, nella quale definisce l’Africa «uno dei più importanti, se non il più importante, campo di battaglia contro tutte le forme di sfruttamento esistenti nel mondo»37. Non sono parole dette in ossequio alla vedova dell’uomo sepolto in incognito nelle terre algerine. Guevara parte davvero per il Congo. E si tratterà di una impresa silenziosamente sfortunata, drammaticamente incompiuta. Il Che ricompare a Cuba a marzo del 1965, per incamminarsi subito alla volta della Bolivia. Che ne avrebbe pensato Fanon? Domanda stupida. Ma nel primo numero della rivista “Tricontinental”, pubblicato nel settembre 1967, c’è il suo articolo sulla morte di Lumumba.

E poi succede un’altra cosa. Nei Damnés Fanon aveva proposto un giudizio, abbastanza originale dati i tempi, sul Lumpenproletariat:

Gli uomini che la popolazione crescente delle campagne, l’espropriazione coloniale hanno portato a disertare la terra familiare, girano instancabilmente attorno alle diverse città, sperando che un giorno o l’altro si permetterà loro di entrarvi. È in questa massa, è in questo popolo delle bidonvilles, in seno al Lumpenproletariat che l’insurrezione troverà il suo puntale urbano. Il Lumpenproletariat, coorte di affamati detribalizzati, declanizzati, costituisce una delle forze più spontaneamente e radicalmente rivoluzionarie del popolo colonizzato38.

Questo ragionamento arriva ad Harlem e produce quello che si dice un corto circuito. I neri sono una colonia interna degli Stati Uniti razzisti. Malcolm X muore nel 1965. È nato il 19 maggio del 1925. Anche per lui, nel 2025, ricorre il centenario della nascita. Detto di passaggio, anche Patrice Lumumba nasce nel 1925. È il caso, e non bisogna dargli troppa importanza. Ma non è un caso che Fanon si trasformi in benzina sul fuoco della lotta dei neri americani. Basta leggere Bobby Seale39, Stokely Carmichael40, Eldridge Cleaver41, George Jackson42, per capire quanto Fanon abbia contato nella lotta delle Black Panters. E da qui Fanon rimbalza di nuovo in Europa, ma stavolta senza produrre drammi di coscienza. Lo legge Rudi Dutschke, il leader della contestazione studentesca berlinese43; lo legge Renato Curcio a Trento44; lo leggono i militanti della Rote Armee Fraktion tedesca45; lo legge Bobby Sands nel carcere di Maze46; lo leggono i combattenti dell’ETA47, lo leggono i detenuti italiani, delle cui lotte dà conto la rubrica che, a partire dal giugno 1971, Lotta Continua inserisce nel proprio giornale, intitolandola, appunto, «I dannati della terra». Forse proprio qui, proprio in Italia, si compie il più concreto e drammatico innesto delle asprezze fanoniane in territorio europeo. Parliamo dei Nuclei Armati Proletari, costruiti nelle carceri, orgogliosi della loro provenienza dal Lumpenproletariat, capaci di lottare insieme agli operai di catena, e per i quali Fanon è un punto di riferimento assoluto48. Insomma, spinto dalle correnti nemmeno troppo misteriose che animano le lotte degli oppressi, l’autore di Pelle nera, maschere bianche torna nell’Europa che aveva abbandonato con furia e amarezza. È un’Europa che lo capisce. È un’Europa che lo miscela senza problemi con Mao e Guevara, perché scommette in proprio, capace di guadagnarsi, per questo, il rispetto degli uomini con la roncola. Vogliamo dirlo? Insieme a questa Europa Fanon combatte. Insieme a questa Europa Fanon viene sconfitto.

Ora, è stupefacente che, nella sterminata letteratura fanoniana alimentata e stimolata dai rispettabilissimi studi postcoloniali, di tutto questo, molto spesso, non ci sia quasi nulla. Nel frattempo qualcuno ha anche cominciato a parlare di Schmitt, e delle analogie fra l’inimicizia assoluta teorizzata dal giurista nazista e l’odio muscolare rivendicato dallo psichiatra antillano. La cosa è molto originale. Nel contesto degli studi dedicati ai Global Sixties, può anche gettare un ponte, una vera liaison dangereuse, fra i Dannati della terra e Operai e capitale. Ma noi siamo meno brillanti. E, dato il nostro semplicismo, a questo punto vogliamo domandare: dove è finito Frantz Fanon? Nei dipartimenti delle università? Nei convegni internazionali dei cultural studies? Nelle citazioni dei letterati preoccupati di impreziosire le loro inquietudini con qualche espressione particolarmente cruda?

Certo è così. Ma non è solo così. Ci sono movimenti carsici della storia che riallacciano fili apparentemente spezzati. Ci sono rami a prima vista estinti che riprendono vita in modo complicato e doloroso. Guardate l’insieme di sollevazioni, militari e non, che hanno scosso l’Africa negli ultimi anni mettendo in crisi la morsa continentale dell’imperialismo francese e americano. Fate attenzione ai Mapuche. Osservate le banlieues francesi. Date un’occhiata al comportamento dei ragazzini che vivono in Italia come immigrati di seconda generazione, e iniziano a riunirsi in bande per depredare la jeunesse dorée delle movide romane e milanesi. Abbiamo incominciato parlando di una attualità traumatica di Fanon. Chiudiamo proponendo un esperimento. Leggete, o rileggete, I dannati della terra. Poi prendete il testamento di Yahya Sinwar, scritto nei tunnel di Gaza. Provate. Leggete. Sentite l’effetto che fa.

Note

  1. Frantz Fanon, I dannati della terra, Torino,, p. 53.  
  2. Ivi, p. 16.  
  3. Frantz Fanon, Pelle nera, maschere bianche, Pisa 2015, p. 97.  
  4. Ivi, pp. 202-204.  
  5. Ivi, p. 100.  
  6. Ivi, pp. 196-197.  
  7.  Ivi, p. 204.  
  8.  Ivi, p. 207.  
  9.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, Roma 2006, p. 27.  
  10.  Ivi, p. 63.  
  11.  Bertolt Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte, Torino 1975, pp. 132-136.  
  12.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., p. 75.  
  13.  Ivi, p. 79.  
  14.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., p. 179.  
  15.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., p. 94.  
  16.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., pp. 176-177.  
  17.  Frantz Fanon, Sociologia della rivoluzione algerina, Torino 1963, pp. 23-50.  
  18.  Ivi, p. 145.  
  19.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., p. 242.  
  20.  Ivi, p. 16  
  21.  Ivi, p. 97.  
  22.  Ivi, p. 244.  
  23.  Eugène Pottier, Chants révolutionnaires, Paris 1937, p. 29-31.  
  24.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., pp. 169-180.  
  25.  Si veda, per queste notizie, la nota biografica redatta da Giovanni Pirelli e contenuta in Frantz Fanon, Opere scelte, I, Torino 1971, pp. 17-37.  
  26.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., pp. 181-186.  
  27. Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., pp. 10-14.  
  28.  Ap. 3, 16.  
  29.  Simone De Beauvoir, La forza delle cose, Torino 1966, pp. 562-567.  
  30.  “Quaderni Piacentini”, Anno I, n. 2-3, luglio 1962, pp. 26-28.  
  31.  “Rinascita”, Anno XIX, n. 10, luglio 1962, pp. 11-12.  
  32.  “Problemi del socialismo”, n. 9-10, settembre-ottobre 1962, pp. 834-864.  
  33.  “La Pensée”, Nouvelle Série, n. 107, février 1963, pp. 23-36.  
  34.  “Quaderni Piacentini”, Anno II, n. 12, settembre-ottobre 1963, pp. 4-12.  
  35.  Giovanni Pirelli, Frantz Fanon, in I protagonisti della storia universale, XIV, La pace e la rivoluzione, Milano 1971, p. 396.  
  36.  Pierre Kalfon, Il Che. Una leggenda del secolo, Milano 2003, p. 423.  
  37.  Ernesto Che Guevara, Opere, III, t. 2, Milano 1969, p. 340.  
  38.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., p. 82.  
  39.  Bobby Seale, Cogliere l’occasione. La storia del Black Panther Party e di Huey P. Newton, Torino 1971, pp. 33-34, pp. 37-40.  
  40.  Stokely Carmichael, Potere negro, in Dialettica della liberazione, Torino 1969, pp. 77-78.  
  41.  Intervista con Eldridge Cleaver, in Il Black Panther Party, Torino 1971, p. 94.  
  42.  I fratelli di Soledad. Lettere dal carcere di George Jackson, Torino 1971, p. 31; George L. Jackson, Col sangue agli occhi, Torino 1972, p. 36, pp. 40-42, p. 142.  
  43.  Uwe Bergmann – Rudi Dutschke – Wolfgang Lefèvre – Bernd Rabehl, La ribellione degli studenti, ovvero la nuova opposizione, Milano 1968, p. 103, p. 116.  
  44.  Renato Curcio, A viso aperto, Milano 1993, p. 31. La circostanza trova conferma nel primo numero della rivista “Lavoro Politico” (1, ottobre 1967), dove un inserto monografico è dedicato al Potere Nero (pp. 25-37) con numerosi riferimenti elogiativi a Fanon. Per l’importanza di Fanon tra i militanti del nucleo originario delle BR cfr. anche Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Milano 2023 (2a ed.), p. 60.  
  45.  RAF, La guerriglia nella metropoli, vol. I, Verona 1979, p. 82; vol. II, Verona 1980, p. 30. Ma cfr. anche, in maniera più completa, le occorrenze presenti nel lungo e importante documento del gennaio 1976, riprodotto integralmente in Rote Armee Fraktion, Texte und Materialen zur Geschichte der RAF, Berlin 1997, pp. 198-265.  
  46.  Richard English, Armed Struggle. The history of the IRA, New York 2003, pp. 197-199, 234-235; Denis O’Hearn, Nothing but an unfinisched song. Bobby Sands, the irish hunger striker who ignited a generation, New York 2006, pp. 52-55.  
  47.  La raccolta Per la rivoluzione africana, pubblicata da Maspero nel 1964, fu tradotta in basco nel 1970 (Frantz Fanon, Afrikar iraultzaren alde, San Sebastian 1970); ma già la famosa Carta a los intelectuales, del 1965, appare influenzata dalle esortazioni fanoniane agli scrittori neri.  
  48.  Pasquale Abatangelo, Correvo pensando ad Anna, Milano 2018 (2a ed.), p. 87.

Fonte